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Come sottolineano vari report di organizzazioni internazionali, l’anno che si
sta chiudendo è stato cruciale per le donne di tutto il mondo, tra piccole
vittorie e molti passi indietro. Dall’aborto alla violenza di genere, ecco cosa
è cambiato nel 2025
“Contraccolpo”, “svolta”, “punto critico”. Sfogliando i report annuali delle
organizzazioni che monitorano i diritti delle donne, queste sono le parole più
utilizzate per descrivere questo 2025. Nel trentesimo anniversario della
conferenza dell’Onu di Pechino, quando 189 Paesi si misero d’accordo fra di loro
per garantire l’empowerment femminile a livello globale, i tanti passi avanti
fatti negli ultimi anni cominciano a essere messi in discussione.
MENO DONNE IN POLITICA
Per la prima volta nella storia, nel 2025 è diminuito il numero di
rappresentanti politiche donne a livello globale. Secondo UN Women,
l’organizzazione per i diritti delle donne delle Nazioni Unite, solo il 22,9%
dei posti in parlamento è occupato da donne, una cifra in calo rispetto al 2024,
quando erano il 23,3%.
> Lo scorso anno, i Paesi che avevano una perfetta parità fra i sessi erano 15,
> mentre nel 2025 sono calati a 9
Si tratta di un segnale preoccupante, bilanciato però da un aumento delle donne
nei ruoli esecutivi: le presidenti e capi di stato sono passate da 21 a 27 nel
giro di cinque anni, anche se ben 103 Paesi continuano a non aver mai avuto una
donna alla propria guida. La buona notizia è che l’Europa segue la rotta
inversa: il numero delle deputate dei parlamenti del nostro continente è
aumentato del 9,4% tra il 2010 e il 2024.
COME CAMBIANO LE LEGGI SULLA VIOLENZA DI GENERE IN ITALIA
Per quanto riguarda la lotta alla violenza di genere in Italia, il 2025 è stato
un anno segnato da grandi dibattiti, che hanno portato ad alcuni miglioramenti
come l’introduzione del reato di femminicidio nel codice penale, ma anche
all’importante dietrofront sulla modifica della legge sulla violenza sessuale
attraverso l’introduzione del criterio del consenso, bocciata dal Senato dopo il
sì della Camera. Resta invece ancora in sospeso la legge che imporrebbe il
consenso informato dei genitori ai corsi di educazione sessuale e affettiva
nelle scuole, sostenuta fortemente dalla destra, e che per ora è stata approvata
solo alla Camera. Nonostante l’Italia sia uno dei pochi Paesi in Europa in cui
questi corsi, fondamentali per prevenire la violenza di genere, non sono
obbligatori, il governo vuole imporre un’ulteriore stretta, e accusa i promotori
dell’educazione affettiva di promuovere la cosiddetta “ideologia gender”.
NUOVE DEFINIZIONI DI “DONNA” E LA CANCELLAZIONE DEI DIRITTI TRANS
Sempre a proposito di gender, l’anno si è aperto con l’inaugurazione della
presidenza Trump e una sfilza di ordini esecutivi che, tra le altre cose, hanno
imposto la cancellazione di molti termini “inclusivi” dai documenti ufficiali
del governo statunitense e l’imposizione di nuove definizioni di “uomo” e
“donna”, basate sulla biologia. Lo stesso è accaduto ad aprile nel Regno Unito,
quando la Corte Suprema ha emesso una sentenza sulla legge sulle pari
opportunità in cui ha stabilito che è donna solo chi è nata come tale. Negli
stessi giorni, l’Ungheria approvava un emendamento alla Costituzione che prevede
il riconoscimento di soli due sessi nel Paese, maschile e femminile. Queste
decisioni hanno avuto un forte impatto soprattutto sui diritti delle persone
transgender, che secondo il Trans Rights Index stanno attraversando un “momento
critico” e un “passo indietro senza precedenti” non solo negli Stati Uniti, ma
anche nel nostro continente.
L’ANNO DELLA “MASCHIOSFERA”
Il 2025 è stato l’anno in cui l’opinione pubblica ha cominciato a fare i conti
con la normalizzazione della cosiddetta “maschiosfera”, gli ambienti della
misoginia online che dalle periferie di Internet sono stati progressivamente
integrati nel mainstream. Gli influencer mascolinisti Andrew Tate e suo fratello
Tristan, accusati di stupro e traffico di esseri umani in Romania, sono stati
accolti a braccia aperte negli Stati Uniti dove, come ha rivelato una recente
inchiesta del New York Times, sarebbero stati aiutati da importanti esponenti
del governo. Proprio Tate viene nominato nella serie tv che è riuscita a portare
questo tema nel dibattito pubblico, Adolescence, che racconta la caduta di un
tredicenne inglese nel vortice della propaganda incel. Anche se la storia
raccontata da Stephen Graham è inventata, l’ambientazione è più che mai
realistica. Molti sondaggi a livello globale confermano infatti che i giovani
uomini sono sempre più influenzati da queste figure: anche in Italia crescono i
maschi che non condividono gli ideali femministi e credono che la parità di
genere sia già stata raggiunta.
ALCUNE IMPORTANTI VITTORIE PER IL DIRITTO DI SCELTA
Negli ultimi anni il tema dell’aborto è tornato a mobilitare le piazze di tutto
il mondo, dagli Stati Uniti (uno dei quattro Paesi al mondo che negli ultimi
trent’anni è tornato indietro sul diritto di interrompere la gravidanza)
all’America Latina, dove grazie al movimento della Marea Verde molti Paesi sono
riusciti a depenalizzare la procedura. Secondo il Center for Reproductive
Rights, il 40% delle donne in età riproduttiva vive però ancora in un Paese in
cui l’aborto è illegale. Proprio alla luce dei recenti cambiamenti sul tema,
l’Europa si è attivata per proteggere i diritti delle sue cittadine: molti Paesi
(ma non l’Italia) hanno ampliato i termini per interrompere la gravidanza,
mentre il Regno Unito ha eliminato ogni forma di criminalizzazione delle donne
che abortiscono. A dicembre il Parlamento Europeo ha poi approvato con una larga
maggioranza l’iniziativa dei cittadini europei My Voice, My Choice, che
istituirà un fondo comune europeo per assistere le donne che vivono in Paesi in
cui l’aborto è ostacolato. Sempre a livello legislativo bisogna segnalare due
vittorie: il consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, attraverso due
sentenze, ha stabilito che negare cure abortive è una violazione dei diritti
umani. La posizione dell’Onu è stata ribadita anche in una risoluzione approvata
lo scorso ottobre sulla prevenzione della mortalità materna.
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Tag - diritti
Nella puntata di domenenica 17 novembre intervistiamo Antonio Casilli sul lavoro
nascosto e senza diritti che fa funzionare l'Intelligenza Artificiale; di questi
temi parleremo meglio Giovedì 20 al Forte Prenestino con la proiezione di In the
belly of AI. Segnaliamo alcune iniziative, poi le notiziole: l'Unione Europea
attacca il GDPR per favorire le grandi imprese dell'IA; Google censura video che
documentano il genocidio in Palestina: quali alternative?
Nella lunga intervista con Antonio Casilli, professore ordinario all'Istituto
Politecnico di Parigi e cofondatore del DiPLab, abbiamo parlato del rapporto tra
Intelligenza Artificiale e lavoro: la quantità di lavoro diminuisce a causa
dell'intelligenza artificiale? quali sono i nuovi lavori che crea? come si
situano nella società le data workers, ovvero le persone che fanno questi
lavori? come è strutturata la divisione (internazionale) del lavoro che fa
funzionare l'intelligenza artificiale? è vero che sostituisce il lavoro umano?
Per approfondire questi sono alcuni siti di lavoratori che si organizzano
menzionati durante la trasmissione:
* https://data-workers.org/
* https://datalabelers.org/
* https://turkopticon.net/
* https://www.alphabetworkersunion.org/
Inoltre:
* L'approfondimento di Entropia Massima, sempre con Antonio Casilli
* L'approfondimento di StakkaStakka di Luglio 2024, sempre con Antonio Casilli
Tra le iniziative:
* lo Scanlendario 2026 a sostegno di Gazaweb
* 27 Novembre, alle cagne sciolte, presentazione del libro "Server donne" di
Marzia Vaccari (Agenzia X, 2025)
Ascolta la puntata intera o l'audio dei singoli temi trattati sul sito di Radio
Onda Rossa
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Michaela Benthaus parteciperà presto a una missione suborbitale a bordo del
razzo New Shepard di Blue Origin. La data del lancio è ancora top secret, ma la
sua storia, quella sì, è già una spinta potentissima verso il futuro
“Potrei essere la prima, ma non intendo essere l’ultima“. Ho letto questa frase
e mi si è stretto il cuore. Perché quando a pronunciarla è una donna come
Michaela Benthaus, ingegnera dell’Agenzia Spaziale Europea, tedesca, 33 anni, e
in sedia a rotelle, capisci che non è solo una notizia di scienza. È un simbolo.
È una rivoluzione silenziosa che arriva fino alle stelle.
UNA NUOVA TRAIETTORIA DOPO L’INCIDENTE
Dopo una laurea in meccatronica e un master in ingegneria aerospaziale, Michaela
Benthaus lavora all’Esa occupandosi di radio-occultazioni marziane. Poi, nel
2018, un terribile incidente in mountain bike. Da quel giorno la sedia a rotelle
diventa parte della sua quotidianità.
“Ho deciso di non definirmi attraverso ciò che avevo perso”, racconta. E in
quella frase c’è tutto. C’è la forza di chi sceglie di non smettere di sognare.
C’è la consapevolezza che la disabilità non è una fine, ma una nuova
traiettoria.
INCLUSIONE SIGNIFICA COSTRUIRE UN MONDO (ANZI UNO SPAZIO) CHE SI ADATTI A TUTTE
E TUTTI
Come lei, anch’io so cosa significa convivere con un corpo “diverso”, che la
società spesso interpreta come un limite. Ma la verità è che la diversità non è
fragilità: è potenza, è creatività, è futuro.
E mentre leggevo della sua cintura speciale, progettata con velcro e supporti
per restare stabile in assenza di gravità, ho pensato che forse è proprio questo
il senso più profondo dell’inclusione: non chiedere alle persone di adattarsi al
mondo, ma costruire un mondo che si adatti a tutte le persone anche per andare
nello spazio!
Quello che Michaela porterà nello spazio non è solo il suo corpo o la sua mente
brillante di ingegnera: porterà con sé tutte le persone che ogni giorno lottano
per un posto nel mondo, per un diritto, per un sogno che sembra troppo lontano.
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LO SPAZIO COME METAFORA PER UNA TERRAFERMA PIÙ ACCESSIBILE
Mentre sulla terraferma troviamo ancora ascensori rotti, parcheggi per disabili
occupati da chi non ne ha diritto e sguardi di compassione non richiesti, mi
piace pensare che, lassù, nello spazio, oltre all’assenza di gravità possa
esserci anche un’assenza di pregiudizi.
La missione di Michaela Benthaus non è solo un traguardo tecnologico: è una
domanda che ci riguarda tutti. Perché se un team di ingegneri è riuscito a
rendere accessibile persino un viaggio nello spazio, come mai, qui sulla Terra,
facciamo ancora così fatica a garantire l’accessibilità nella vita di ogni
giorno?
Le persone con disabilità non chiedono privilegi, ma diritti fondamentali: poter
muoversi, lavorare, studiare, viaggiare, sognare, proprio come chiunque altro.
> E forse è proprio questo il messaggio che il volo di Michaela porta con sé: se
> l’inclusione è possibile nello spazio, allora non abbiamo più scuse sulla
> Terra
Perché mentre il suo razzo salirà verso il cielo, saliranno anche le nostre
speranze. Perché vedere una donna in sedia a rotelle nello spazio non è solo un
traguardo tecnico: è una promessa di libertà per tutte e tutti.
NON PIETISMO MA COMPETENZE
La futura astronauta Michaela Benthaus vanta una formazione accademica
d’eccellenza: laureata in Ingegneria Meccanica e con un Master in Ingegneria
Aerospaziale, ha dedicato la sua vita allo studio e alla ricerca. Nel 2022 ha
sperimentato per la prima volta l’assenza di gravità partecipando a un volo
parabolico con AstroAccess, un programma internazionale che promuove
l’accessibilità dello spazio alle persone con disabilità.
La sua determinazione l’ha poi portata, nel 2024, a partecipare a una missione
analogica alla base Lunares in Polonia, un’esperienza che simulava la vita su
Marte: “Due settimane senza finestre né luce naturale, solo comunicazioni via
email. Era come vivere su un altro pianeta”, racconta.
Ma la storia di Michaela non è fatta di pietismo: è fatta di competenza,
preparazione e visione.
La sua è una conquista collettiva, che dimostra come le difficoltà possano
diventare una spinta verso nuove possibilità.
Per questo ripete spesso che “lo spazio deve essere per tutti” e invita a non
smettere mai di sognare.
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DALLA TERRA ALLE STELLE, UN SOGNO CHE PARLA DI LIBERTÀ
Accanto alla sua carriera scientifica, Michaela si impegna con passione per
l’inclusione delle persone con disabilità nelle discipline STEM (scienza,
tecnologia, ingegneria e matematica), contribuendo a costruire un futuro in cui
la ricerca e l’innovazione siano davvero accessibili a tuttɜ.
La sua storia ci ricorda che il progresso non è solo una questione di scienza,
ma di umanità, coraggio e visione. Perché non basta andare nello spazio: serve
imparare a guardare il mondo da un’altra prospettiva, dove la diversità non è
più un’eccezione, ma una ricchezza.
Mi auguro che presto questa conquista diventi la normalità, partendo, come
sempre, con i cosiddetti “piedi per terra”, ma con lo sguardo rivolto verso le
stelle.
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con disabilità a volare nello spazio appeared first on The Wom.
La chiusura del gruppo Facebook dove 32mila uomini si scambiavano foto delle
proprie compagne è solo una goccia nell’enorme oceano della diffusione non
consensuale di immagini intime online
Nel 1995, quando solo poco più del 20% degli statunitensi possedeva un computer,
uno studio della Carnegie Mellon University rivelò che l’80% delle 917,410
immagini scaricate da internet fino ad allora era pornografia. Lo studio finì
sulla copertina del Time e scioccò la società americana. L’anno dopo il
presidente Clinton firmava il Communications Decency Act, che estendeva le leggi
sull’oscenità anche al dominio di Internet. La guerra contro il “cyberporn”,
come veniva chiamato all’epoca, sembrava vinta. Ma nello stesso periodo, un
elettricista e pornoattore amatoriale, Rand Gauthier, si intrufolò nella casa
dei coniugi Pamela Anderson e Tommy Lee e rubò dalla loro cassaforte il nastro
del filmino della loro luna di miele che conteneva anche una scena di sesso
lunga otto minuti. Quel filmato, oltre a rovinare la carriera dell’attrice,
cambiò per sempre il rapporto tra Internet e la pornografia. E anche la storia
della diffusione non consensuale di immagini intime.
Oggi è impossibile sapere quanto del materiale a sfondo sessuale presente sul
web (che si stima essere attorno ai 10mila terabyte) sia stato diffuso senza
consenso. Nelle scorse settimane, dopo la denuncia di alcune femministe, la
polizia postale ha fatto rimuovere e ha aperto un’indagine sul gruppo Facebook
“Mia moglie”, in cui 32mila utenti si scambiavano immagini intime delle proprie
compagne, spesso ritratte senza che lo sapessero. Il gruppo pare si sia già
spostato su Telegram, dove il fenomeno della diffusione delle immagini intime
senza consenso è molto vasto.
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COS’È LA DIFFUSIONE NON CONSENSUALE DI IMMAGINI INTIME
Anche se nel dibattito pubblico si sente più spesso il termine “revenge porn”, è
più corretto parlare di diffusione non consensuale di immagini intime. Se
“revenge porn” richiama una dinamica di vendetta nei confronti di una persona
con cui si ha avuto una relazione in passato, fenomeni come il gruppo “Mia
moglie” o gruppi simili su Telegram vedono più di frequente la distribuzione di
immagini di donne di tutti i tipi, conoscenti, compagne o anche sconosciute.
Sempre più spesso vengono diffuse anche foto non erotiche, prese dai profili
social delle interessate, insieme a informazioni personali, che vengono anche
modificate con l’intelligenza artificiale. Per questo motivo, diversi
ricercatori propongono di parlare di Image-Based Sexual Abuse, abuso sessuale
facilitato da immagini. L’associazione Permesso Negato, che fornisce supporto
alle vittime di questi reati, nel suo ultimo report ha monitorato le attività di
147 canali e gruppi Telegram dedicati alla diffusione di queste immagini,
contando più di 16 milioni di utenti.
Come hanno spiegato le sociologhe Silvia Semenzin e Lucia Bainotti in uno studio
del 2020, la piattaforma si presta particolarmente a questo tipo di attività
perché garantisce l’anonimato e consente la creazione di canali e gruppi molto
vasti, con decine di migliaia di utenti. Ma come dimostra il caso di “Mia
moglie”, un gruppo pubblico dove molti iscritti postavano con il proprio nome e
cognome, non è l’impunità il vero motore della condivisione di immagini intime.
Gli studiosi leggono questo fenomeno come “atti compensativi di virilità”,
tramite cui gli uomini ristabiliscono il controllo sulle donne e riaffermano la
loro mascolinità con il plauso di altri uomini. Il corpo esibito della donna
inconsapevole diventa la moneta di scambio di questa dinamica.
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LA PORNIFICAZIONE DEL QUOTIDIANO
Quello di Pamela Anderson e Tommy Lee fu il primo caso di un sex tape rubato a
delle celebrità. Nonostante le migliaia di immagini e video erotici già
disponibili sull’Internet degli albori, la gente era disposta a fare di tutto
per vedere il filmato della coppia. Eppure, non si poteva dire che non
circolassero già foto di Pamela Anderson nuda (ma scattate col suo consenso).
Anche oggi ci troviamo di fronte a un fenomeno simile: perché con i milioni di
video e immagini porno che si trovano gratuitamente ovunque e che soddisfano
ogni possibile fantasia, migliaia di uomini si scambiano contenuti intimi di
donne qualunque?
Da anni le studiose femministe si interrogano sugli effetti della pornificazione
del quotidiano.
> Non si tratta più soltanto della diffusione di un immaginario erotico in
> contesti non sessuali, come ad esempio nelle pubblicità, ma dell’idea che sia
> normale trasformare in pornografia la vita di ogni giorno
Il fatto che i gruppi Telegram siano sempre più pieni di immagini “innocenti” di
donne (o addirittura bambine) vestite, o che nei commenti di qualsiasi video di
TikTok ci sia qualcuno che chiede se chi l’ha postato ha un profilo su OnlyFans
sembra suggerire una deriva che è stata facilitata dall’accesso sempre più
facile alla pornografia, ma che ha le sue radici altrove. Chiudere i gruppi è un
primo passo, ma il vero cambiamento deve essere di stampo culturale e puntare
sull’educazione al consenso. Alcuni utenti di “Mia moglie” si sono difesi
sostenendo che le loro compagne erano consapevoli del “gioco”. Ma il gruppo era
pieno di immagini sottratte di nascosto, nei confronti delle quali nessuno ha
detto niente, per il vincolo di genere che unisce chi frequenta questi spazi.
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di immagini intime appeared first on The Wom.
Sono oltre 230 milioni le donne nel mondo ad aver subito mutilazioni genitali
femminili e 650 milioni quelle che si sono sposate prima dei 18 anni. Due
fenomeni che si radicano nelle stesse disuguaglianze di genere e che continuano
a riguardare anche l’Italia, seppure in maniera sommersa. Con il progetto
europeo SAFE, ActionAid e altri partner internazionali lavorano per rompere il
silenzio e costruire reti di prevenzione, protezione ed empowerment
Alcune forme di violenza non lasciano cicatrici visibili, ma un silenzio
profondo, assordante. È l’esperienza di Riham, attivista e Community Expert per
ActionAid, che ricorda il trauma vissuto da sua cugina, sottoposta a mutilazione
genitale femminile in un villaggio egiziano. “Avevo circa dodici anni e stavo
trascorrendo uno di quei lunghi e lenti pomeriggi estivi a casa di mia nonna, in
un piccolo villaggio egiziano. Le donne erano sedute nel cortile, parlavano a
bassa voce mentre sbucciavano le verdure. Poi, all’improvviso, arrivarono due
donne che non conoscevo. Mia zia chiamò mia cugina — poco più grande di me — e
la portò via, senza darmi alcuna spiegazione. Quando tornò, qualcosa in lei era
cambiato. Per giorni non mi fu permesso vederla. Di notte, la sentivo piangere
dietro le pareti sottili”. Una testimonianza che racconta la brutalità di una
pratica diffusa ancora oggi, capace di segnare la vita delle bambine e delle
ragazze nel corpo e nella psiche.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre 230 milioni di donne nel
mondo hanno subito una forma di MGF, mentre 650 milioni sono state costrette a
sposarsi da minorenni. Due violazioni che, pur affrontate spesso separatamente,
hanno radici comuni: il controllo patriarcale sui corpi femminili, la negazione
dei diritti fondamentali e la perpetuazione delle disuguaglianze di genere.
UN FENOMENO CHE ESISTE ANCHE IN ITALIA
Il tema non è lontano da noi. In Italia, secondo una stima dell’Università
Milano-Bicocca (2019), vivono circa 87.600 donne che hanno subito MGF,
soprattutto provenienti da comunità migranti nigeriane ed egiziane. Allo stesso
tempo, i dati sul matrimonio forzato parlano chiaro: con l’introduzione del
reato specifico nel Codice Rosso, sono stati registrati 107 casi, che riguardano
principalmente donne con nazionalità pakistana e bengalese. Numeri che, pur
essendo solo la punta dell’iceberg, dimostrano quanto il fenomeno sia reale e
ancora troppo poco riconosciuto.
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IL PROGETTO SAFE: UN’ALLEANZA EUROPEA
In questo scenario nasce SAFE – Support and Aid for Female Genital Mutilation
and Early and Forced Marriage, un progetto europeo co-finanziato dalla
Commissione europea attraverso il programma CERV e attivo in sei Paesi: Italia,
Germania, Irlanda, Spagna, Francia e Belgio.
L’iniziativa, che durerà fino al 2027, mira a prevenire e contrastare MGF e
matrimoni precoci e forzati attraverso advocacy, formazione, empowerment e
sensibilizzazione. In Italia il coordinamento è affidato ad ActionAid, che dal
2016 lavora su questi temi ponendo al centro le Community Expert: donne e uomini
delle comunità più a rischio che agiscono come ponte tra famiglie, servizi
sociali, scuole, centri antiviolenza e istituzioni.
COMUNITÀ E ISTITUZIONI INSIEME PER ROMPERE IL SILENZIO
SAFE punta a rafforzare il lavoro di rete nelle città di Milano e Roma, creando
alleanze tra scuole, centri giovanili, servizi socio-sanitari e comunità
religiose. Saranno attivati percorsi formativi per figure di riferimento nelle
comunità, oltre ad attività di informazione rivolte a persone rifugiate e
richiedenti asilo.
L’approccio è sistemico e intersezionale: non solo interventi di prevenzione, ma
anche azioni di advocacy politica a livello nazionale ed europeo. Non a caso,
ActionAid fa parte della rete End FGM EU, che unisce oltre 39 organizzazioni in
tutta Europa contro le mutilazioni genitali femminili.
LA VOCE DELLE ATTIVISTE
“Solo unendo le forze possiamo davvero fare la differenza”, sottolinea Stella,
Community Expert e Senior Ambassador del Network End FGM EU, che considera il
nuovo ruolo una possibilità preziosa di crescita e collaborazione
internazionale. “Essere nominata Senior Ambassador è per me una grande
opportunità. Lavoro da anni in Italia su questi temi e questo nuovo ruolo mi
permetterà di crescere ancora, portando nel nostro Paese le competenze e le
esperienze che acquisirò a livello europeo. È anche un’occasione preziosa per
collaborare con altre attiviste provenienti da diversi Paesi”.
Le storie di Riham e Stella mostrano come la battaglia contro queste violenze
non sia solo questione di numeri o leggi, ma di testimonianze vive e di donne
che hanno scelto di rompere il silenzio per aprire la strada al cambiamento.
The post Mutilazioni genitali femminili e matrimoni forzati: la violenza
invisibile che riguarda anche l’Italia appeared first on The Wom.
Un progetto editoriale promosso dalla Bolton for Education Foundation dà voce a
insegnanti, esperti e personalità del mondo culturale per riflettere insieme
sull’educazione, le sue sfide e le sue possibilità
La scuola è un organismo in continuo movimento, che si trasforma insieme alla
società. Learning Curve nasce proprio per accompagnare questo cambiamento e per
raccontarlo attraverso una pluralità di voci. Lanciata dalla Bolton for
Education Foundation, la piattaforma editoriale è un contenitore indipendente in
cui si incontrano sguardi, visioni, esperienze diverse: quelle degli insegnanti,
degli educatori, ma anche di scrittori, artisti, scienziati, psicologi. Perché
l’educazione riguarda tutti: studenti, famiglie, cittadini.
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LEARNING CURVE, UN RACCONTO A PIÙ VOCI SUL MONDO DELL’EDUCAZIONE
Il progetto si propone di aprire spazi di riflessione, offrendo contenuti
accessibili ma ricchi di significato. Si parla di scuola non solo attraverso
l’analisi delle sue strutture e metodi, ma anche grazie a narrazioni personali e
trasversali: dalla poesia imparata a memoria, al senso del numero nei bambini,
fino ai nuovi temi legati alla digitalizzazione, all’intelligenza artificiale e
alla didattica interprofessionale. Learning Curve invita a considerare
l’educazione come un terreno comune, in cui coltivare idee, scambiare punti di
vista e immaginare un futuro migliore.
LEGGI ANCHE – Scuole Maestre, il progetto educativo che è una scuola di vita
TRE RUBRICHE PER TRE SGUARDI SULLA SCUOLA
Il cuore del progetto è rappresentato da tre rubriche tematiche, ognuna con una
prospettiva diversa ma complementare:
* Parola agli insegnanti: una serie di interviste che raccontano la scuola “dal
di dentro”, attraverso le voci di chi la vive ogni giorno. Dalle aule
multietniche delle periferie milanesi alle pluriclassi del tortonese, dai
laboratori scientifici nel Lazio alle esperienze letterarie in Puglia, emerge
un ritratto corale della scuola italiana di oggi, fatta di sfide, passione e
creatività.
* Maestri di scuole: uno spazio di approfondimento dedicato ai grandi
pedagogisti che hanno cambiato il modo di insegnare e imparare. Da Maria
Montessori a Lev Vygotskij, da don Milani alle sorelle Rosa e Carolina
Agazzi, queste figure pionieristiche continuano a parlare al presente con le
loro intuizioni rivoluzionarie.
* Tornare in Classe: una rubrica che riporta tra i banchi figure note del mondo
culturale, artistico e sportivo. A raccontare le esperienze scolastiche che
hanno lasciato il segno sono personalità come Daria Bignardi, Corrado Augias,
Umberto Galimberti, Dacia Maraini, Carlo Rovelli, Bebe Vio e molti altri.
Ricordi personali che rivelano quanto la scuola possa plasmare percorsi di
vita e visioni del mondo.
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UNA FONDAZIONE PER L’EDUCAZIONE DEL FUTURO
La Bolton for Education Foundation, ideata da Marina Nissim nel 2019 e attiva
dal 2020, si dedica a progetti legati al mondo dell’education con un approccio
partecipativo e semi-operativo. Con Learning Curve, la Fondazione rafforza il
proprio impegno nel promuovere un dialogo aperto e costruttivo sull’educazione,
partendo da chi la vive ogni giorno ma aprendosi anche alle prospettive di chi
la osserva, la ricorda o la immagina migliore.
The post Learning Curve: quando la scuola diventa un racconto collettivo
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S aleem si avvicina al portone e fa un cenno con la mano. Le labbra si
increspano in un impercettibile “Ciao”. È vestito di tutto punto, come non lo si
vede spesso. Possiamo immaginare che fino a due anni fa non avesse mai indossato
una camicia all’occidentale. In Pakistan, durante le celebrazioni importanti,
indossava la kurta, il lungo camice tradizionale che arriva alle ginocchia,
quello che si abbina a pantaloni larghi dello stesso tessuto e a ciabatte di
pelle. Oggi però l’appuntamento lo richiede: una camicia di cotone, pantaloni
color crema, un paio di scarpe chiuse.
Non è la prima volta che Saleem percorre la lunga via di casa verso il centro
per un appuntamento con il suo avvocato. Negli ultimi mesi lo ha incontrato
spesso, prima per la raccolta degli elementi in sua difesa, poi per la stesura
delle memorie e infine per l’udienza preliminare. Per un periodo Saleem ha
lavorato per Rajid Muhammad, un signore pakistano in partita IVA che fa affari
nella provincia di Udine. Rajid Muhammad, “il capo” come Saleem lo chiama, non
gli ha corrisposto lo stipendio di due mesi di lavoro, per un totale di 1.300
euro. Saleem lo ha sollecitato più volte, ma Rajid gli ha risposto sempre allo
stesso modo: per lui, quelle ore non sono mai state lavorate. Non risultano da
nessuna parte. Ma Saleem è sicuro di averle lavorate, eccome. Le ha segnate su
un pezzo di carta giorno per giorno, con la meticolosità di chi si aspettava una
mossa del genere.
Anche quel foglio è finito nello studio del suo avvocato, insieme a tutto il
resto. Quando Saleem ha capito che i soldi non sarebbero arrivati con
l’insistenza, ha segnalato questo fatto al sindacato. Un mese dopo lo hanno
perquisito. I carabinieri sono piombati in casa sua alle 7 del mattino e il
commissario gli ha fatto firmare un decreto che lo autorizzava a controllare nei
cassetti, nelle valigie, nell’armadio, sotto il letto, dappertutto. Poi ha
caricato Saleem sull’auto di servizio e lo ha portato in questura. Lì Saleem ha
scoperto di essere indagato per furto e aggressione ai danni di una persona. Ed
è cominciata questa storia.
A somma non zero
L’economia informale o semi formale, come un liquido, prende la forma dei
contenitori che trova; i sistemi e le gerarchie che ne nascono si adattano alle
faglie, sempre diverse e sempre le stesse, del mercato formale. Nel Sud Italia
lo sfruttamento del lavoro prospera nelle grandi estensioni di colture di
pomodori, negli oliveti e negli aranceti. I braccianti, in gran parte romeni e
nordafricani, raccolgono frutti per più di dieci ore sotto il sole torrido
dell’estate o si dedicano alla brucatura degli oliveti in autunno. A fine
giornata dormono in insediamenti informali che di anno in anno, di stagione in
stagione, assumono la forma di vere e proprie baraccopoli o ghetti, come alcuni
li chiamano.
> L’economia informale, come un liquido, prende la forma dei contenitori che
> trova; i sistemi e le gerarchie che ne nascono si adattano alle faglie del
> mercato formale.
Nella piana di Catania e di Gioia Tauro, nel foggiano e nel trapanese, i
braccianti non se ne vanno alla fine della stagione. Trovano altri piccoli
impieghi sul territorio, e così le baracche non vengono dismesse mai. Anzi,
diventano un piccolo paese fatto di appartamenti a piano terra in plastica e
lamiera, in cui si utilizzano bombole a gas e generatori a benzina per cucinare,
illuminare, riscaldare acqua, ricaricare i cellulari. Questi servizi vengono
forniti e goduti da chi vive all’interno delle baracche: braccianti, barbieri,
lavoratrici del sesso. Ciascuno a proprio modo. Nasce una comunità di persone
che lavorano per mandare avanti la vita quotidiana in un ecosistema chiuso. A
volte accade che, nella povertà di questa vita di sussistenza, il ghetto si
trasformi in luogo di relazioni e che un po’ diventi casa. Chi ci è entrato
spesso fatica a uscirne per un posto nel sistema di accoglienza.
In Friuli-Venezia Giulia lo sfruttamento ha altre codificazioni. La gran parte
dei caporali sono pakistani e si inseriscono nel mercato regolare aprendo una
partita IVA agricola. Stando ai dati, il numero di partite IVA agricole in
questa regione è aumentato a dismisura negli ultimi anni. Si passa dalle 5
partite IVA del 2018 alle 95 del 2023. Questo numero continua a crescere. “Da
fuori farsi imprenditori agricoli può sembrare complicato”, spiega Stefano
Gobbo, segretario generale della FAI CISL del Friuli-Venezia Giulia, “in realtà
bastano 500 euro per aprire una partita IVA”. Il costo dell’apertura di una
partita IVA individuale va dai 400 ai 600 euro e non sono necessari dei
particolari requisiti formativi. “Chi è in Italia da non molto… sei, sette, otto
anni ha capito dove infilarsi per fare profitti”, prosegue Gobbo. Dopo aver
aperto una partita IVA, l’imprenditore pakistano va in supporto di aziende
locali per la conduzione di specifiche fasi della produzione agricola. Si reca
dall’azienda italiana e offre la propria disponibilità per la potatura o la
vendemmia proponendo un prezzo. Naturalmente l’azienda italiana trova questo
prezzo conveniente e tramite contratto gli cede in appalto un segmento della
produzione. Del resto, oltre a buoni risultati a un prezzo economico, il
pakistano garantisce al produttore italiano il reclutamento della manodopera:
vincono entrambi. Ma gli effetti di questo gioco del miglior prezzo si propagano
verso il basso, rovesciandosi a cascata sull’ultimo anello della catena.
Colpirne uno
Saleem si è presentato nello studio dell’avvocato con tutte le carte che possono
essere utili alla difesa: il contratto di lavoro con Rajid Muhammad, il famoso
foglio con la traccia di tutte le ore lavorate e non pagate, le buste paga, la
segnalazione in CISL. L’avvocato legge le condizioni del contratto di lavoro. Le
mansioni di Saleem rientravano in “attività di supporto alla produzione
vegetale”. È il codice Ateco classico con cui i datori di lavoro assumono i
braccianti. La busta paga di agosto è per 42 ore di lavoro, 250 euro netti. Ma
quel mese Saleem ha lavorato tutti i giorni di bel tempo: ben più di 42 ore.
Ogni giornata è durata dalle 8 alle 10 ore. L’avvocato scorre quelle carte e poi
le ripone in un angolo della scrivania. Non è compito suo venire a capo di
quella particolare faccenda: il sindacato ha preso in carico la segnalazione per
sfruttamento, e chi vivrà ne vedrà gli esiti. Lui deve difendere Saleem
dall’accusa di furto e aggressione. Ma in questa storia tutto si tiene insieme.
Dopo la perquisizione in casa, il commissario aveva notificato a Saleem la
denuncia in maniera sbrigativa e senza un mediatore linguistico. A parole
semplici, l’avvocato gli spiega di nuovo il senso di quel documento. La denuncia
era stata sporta dal signor Zahid Shah, cittadino pakistano nato il 6 marzo
1989. Quasi un anno fa, il 24 luglio 2024, intorno alle 19, camminando in via
Monterosso nei pressi della stazione ferroviaria di Udine, il signor Zahid Shah
sarebbe stato aggredito con un pugno alla schiena. L’aggressore lo avrebbe poi
derubato di 600 euro e di un orologio da polso. Nel documento, Zahid Shah accusa
Saleem di averlo colpito e derubato.
> Gli effetti di questo gioco del miglior prezzo si propagano verso il basso,
> rovesciandosi a cascata sull’ultimo anello della catena.
L’avvocato scorre i documenti sotto gli occhi di Saleem. In coda alla denuncia
c’è un referto medico. Stando al referto, il giorno dopo l’aggressione il
denunciante si è presentato al pronto soccorso per un livido alla schiena che
gli causava una “lieve dolorabilità alla palpazione”. Sempre secondo il referto,
la visita in ospedale era durata circa quindici minuti. Il signor Zahid Shah era
stato dimesso quasi subito e senza particolari prescrizioni. L’avvocato si mette
al lavoro per costruire la difesa. Spiega a Saleem gli scenari. Nel caso
peggiore, se Saleem venisse condannato rischierebbe fino a quattro anni di
detenzione. Ci sono delle possibilità per richiedere un’attenuazione della pena.
Saleem si massaggia le tempie. Ha l’espressione assente di chi ha intuito che il
processo sarà doloroso. Dopo qualche secondo sembra riprendersi. Dice
all’avvocato di non essere mai stato in via Monterosso, ma non ricorda cosa
abbia fatto il 24 luglio 2024, e non sa se ci siano delle persone in grado di
testimoniare che quel giorno a quell’ora si trovava altrove. È passato tanto
tempo. L’avvocato gli mostra la foto del denunciante e Saleem lo riconosce
immediatamente. “Sì, lo conosco. È Master.”
Braccia affamate di lavoro
L’avvocato rilegge il verbale scritto in casa di Saleem quel mattino dopo la
perquisizione. L’operazione era risultata negativa: nessuna traccia dei soldi e
dell’orologio. “Chi è questo signore?”, chiede l’avvocato. Con voce pacata e
ferma, Saleem spiega chi è Zahid Shah, la persona che lo accusa di averlo
aggredito e derubato. Il primo giorno di lavoro presso la ditta di Rajid
Muhammad, questo Zahid gli si era presentato come il fratello di Rajid. Saleem
spiega all’avvocato che in Pakistan un fratello non è necessariamente un
fratello di sangue. Spesso si chiama “fratello” un amico, un compagno, un socio
in affari, una persona particolarmente fidata. “Io non conoscevo il suo vero
nome”, spiega Saleem, “noi lo chiamavamo Master”. Noi braccianti, si intende.
Zahid, soprannominato Master, deve essere una sorta di braccio destro del
caporale. L’avvocato scrive degli appunti sull’agenda e congeda Saleem.
Secondo i dati ISTAT forniti nell’ultimo Censimento generale dell’agricoltura,
oltre il 70% della superficie agricola utilizzabile del Friuli-Venezia Giulia si
trova nelle province di Udine e Pordenone. A eccezione della zona montana nel
Nord della regione in cui prevalgono prati e pascoli, l’area collinare e
pianeggiante circondata dal Tagliamento, dal Torre e dall’Isonzo viene coltivata
a vite, cereali e piante industriali. Nella provincia di Udine poco meno della
metà degli operai agricoli sono stranieri, e nella vicina Pordenone lo è quasi i
due terzi del totale. Sempre nella provincia di Udine nel 2024 sono stati
registrati 6.524 operai agricoli a tempo determinato. Di questi, 399 sono
pakistani e 421 sono bengalesi.
Come abbiamo già visto, si tratta in prevalenza di persone in accoglienza,
richiedenti asilo arrivati in Italia attraverso la rotta balcanica non più di
quattro anni fa. La facilità nell’agganciare e reclutare questa particolare
categoria dipende dalla loro precarietà. Sono titolari di un permesso di
soggiorno di breve durata che li esclude da assunzioni di lungo periodo. Hanno
un estremo bisogno di trovare un impiego e non conoscono i canali e le norme che
potrebbero tutelarli come lavoratori: per un signore straniero che vive da anni
in Italia e conosce le regole abbastanza da riuscire a evaderle, queste persone
sono braccia preziose per la sua attività. Il gancio è la provenienza: arrivando
dagli stessi Paesi, dagli stessi distretti, a volte dagli stessi villaggi dei
richiedenti asilo più giovani, questi signori diventano caporali di un
bracciantato cucito su di loro, sfruttabile perché bisognoso, manipolabile
perché ignorante, ricattabile perché fidato.
> Arrivando dagli stessi Paesi, a volte dagli stessi villaggi dei richiedenti
> asilo più giovani, questi signori diventano caporali di un bracciantato cucito
> su di loro, sfruttabile perché bisognoso, manipolabile perché ignorante,
> ricattabile perché fidato.
Secondo i dati della Camera di commercio di Pordenone-Udine, il primo Paese di
provenienza dei titolari di ditte individuali è il Pakistan. Negli ultimi due
anni, in Friuli-Venezia Giulia sono state aperte quasi 200 partite IVA
individuali, per la maggior parte da cittadini pakistani. È un trend nuovo, che
si impone su quello che fino a quattro anni fa vedeva impiegati nell’agricoltura
prevalentemente lavoratori dell’Europa dell’Est, romeni e albanesi ai primi
posti.
Dati di fatto
“Con l’aumento dei prezzi del prodotto finito, anche il valore di tutti gli
anelli della filiera alimentare dovrebbe aumentare. È un dato di fatto.” A.,
agricoltore friulano, gestisce un’azienda vitivinicola a conduzione familiare.
Ha assunto più volte degli operai agricoli, ma lo ha sempre fatto in maniera
diretta, senza intermediari. Gli è capitato più volte di dire no a qualche
straniero presentatosi per l’appalto della vendemmia. “Non mi fido di loro”,
racconta. “Non mi serve chiedere quanto pagherebbero la manodopera, lo immagino
dall’offerta che mi fanno. E chi lavora in questo settore lo sa: se con 15 euro
all’ora i soldi arrivano anche ai braccianti, quando questi iniziano a costare
10 euro qualche domanda te la fai”.
Le aziende cedono segmenti di produzione ai pakistani in partita IVA agricola
tramite dei contratti di appalto. Solitamente queste cooperative “senza terra”
propongono un prezzo alle aziende italiane, come è successo ad A. Ma a
differenza di A., molte altre aziende accettano il gioco del caporale. “Fanno
un’offerta conveniente”, prosegue Gobbo. “Facciamo un esempio: prima di iniziare
la vendemmia, un produttore agricolo stima quanto spenderebbe senza intermediari
per portare a termine il lavoro in due mesi. Supponiamo che tra le spese dei
macchinari e lo stipendio agli operai gli costerebbe cento. Il signore pakistano
gli garantisce di fare lo stesso lavoro al costo di settanta. È chiaro che la
maggior parte dei produttori scelgono di appoggiarsi a lui”.
I signori pakistani non sono tenuti a giustificare al produttore in che modo
intendono allocare i soldi dell’appalto. L’azienda si limita a verificare che i
documenti del suo intermediario siano in regola, dal suo permesso di soggiorno
all’iscrizione alla Camera di commercio e al Registro delle imprese. Il primo
nodo di questa storia è questo: l’intermediario presenta all’azienda dei
documenti puliti. “Come riuscirà a fare il lavoro a quel costo, però, non ci
vuole una laurea per capirlo”, prosegue Gobbo. Il produttore, quando appalta
l’attività a un intermediario, sa che il segreto della sua convenienza viene
direttamente dallo sfruttamento della manodopera. I contratti di lavoro dei
braccianti immigrati sono apparentemente in regola: contratti a tempo
determinato, spesso a chiamata. Ma il numero di giornate dichiarate dal caporale
risulta nettamente inferiore al numero di giornate effettivamente lavorate. I
braccianti ricevono una parte dello stipendio in busta paga e il resto in
contanti. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte: dichiarando in busta paga
una minima parte delle ore lavorate, il caporale è in grado di assicurarsi dei
contratti di assunzione apparentemente in regola; allo stesso tempo, se gran
parte del costo dei braccianti viene pagato in contanti, il caporale non paga le
imposte sulla gran parte della forza lavoro.
> Il produttore, quando appalta l’attività a un intermediario, sa che il segreto
> della sua convenienza viene direttamente dallo sfruttamento della manodopera.
Il secondo nodo di questa storia è che l’azienda appaltante non è tenuta a
verificare le condizioni di lavoro dei braccianti: se e quante giornate di
lavoro vengono dichiarate dal datore, le modalità di pagamento della manodopera
e quello che succede in campagna. Nell’ottica di un produttore italiano,
appaltare il lavoro agricolo a intermediari significa avere manodopera
efficiente e conveniente e il contratto di appalto è una perfetta copertura: il
lavoro sporco viene delegato a stranieri furbi e disposti ad assumersi un
rischio.
Il terzo nodo è la vulnerabilità umana, giuridica e contrattuale dei braccianti.
I caporali stranieri attingono a un bacino di persone che farebbero tutto pur di
mettere insieme 600 euro al mese. È il fortunato e atroce incontro tra la
domanda di imprenditori senza scrupoli e l’offerta di una categoria di immigrati
povera e facilmente ricattabile. I signori pakistani vanno a cercare braccia nei
centri di accoglienza per richiedenti asilo. La maggior parte di questi luoghi
garantisce i servizi minimi, ma non fa un’informativa su come si legge una busta
paga o sugli indicatori dello sfruttamento lavorativo. Gli ospiti di questi
posti sono arrivati in Italia da poco. Non parlano l’italiano, non conoscono la
normativa che regola il lavoro in Italia, non vedono l’ora di mandare soldi alle
famiglie nel Paese di origine. I caporali sanno di poter sempre contare sul loro
lavoro a basso costo, e quando si mettono sul mercato sfruttano a proprio
vantaggio i gap culturali e i bisogni dei connazionali più giovani. Promettendo
un’assunzione immediata e senza particolari requisiti attraggono immigrati
affamati di lavoro. Integrando nelle condizioni contrattuali la fornitura di
ulteriori servizi come il trasporto nei campi fidelizzano le proprie vittime.
I codici Ateco utilizzati il più delle volte nei contratti di lavoro firmati dai
braccianti sono due: “attività di supporto alla produzione vegetale” e “servizi
di supporto per la silvicoltura”. Con questi codici-copertura che camuffano le
reali attività, questi signori pakistani si presentano sul mercato legale con
bilanci apparentemente in regola, nascondendo pratiche di intermediazione
illecita e di sfruttamento sistemico. Per passare inosservati, poi, si spostano
da una regione all’altra facendo sparire i propri movimenti. Le aziende “senza
terra” nate da questi signori pakistani in partita IVA hanno una vita media di
18 mesi, dopo i quali si dissolvono per sfuggire al fisco.
Gli elenchi annuali pubblicati dall’INPS a inizio 2025 sui lavoratori agricoli a
tempo determinato dichiarano che nel 2024 nella provincia di Udine i pakistani e
i bengalesi hanno lavorato in media tra le 50 e le 90 giornate. Considerato che
per sopravvivere un operaio agricolo dovrebbe lavorare almeno 150 giornate
all’anno, vivere con 80 giornate è impensabile. Questi numeri da soli non
indicano necessariamente dei fenomeni di sfruttamento: data la natura stagionale
delle attività agricole, è plausibile che uno straniero rimbalzi da un impiego
come bracciante a un impiego come lavapiatti o come operaio in fabbrica, per poi
tornare bracciante con la vendemmia, e che a fine anno le giornate lavorate nei
campi siano davvero poche, concentrate in brevi periodi di lavoro stagionale. Ma
a confermare quanto suggeriscono i dati sono le storie delle persone.
Abdullah, Jaherul, Fazal
Abdullah è un ragazzetto pakistano poco più che ventenne. È arrivato in Europa
nel 2022, è entrato in Italia dalla frontiera di Tarvisio e ha fatto richiesta
di asilo a Udine. Ha imparato l’italiano come ha potuto ‒ le videolezioni su
YouTube, le ore di lavoro fianco a fianco con i compagni italiani, i colloqui
con gli operatori del centro di accoglienza ‒ e si è inserito nel mercato del
lavoro dove ha trovato delle opportunità. È giovane e intelligente. Più volte,
nei periodi in cui un rapporto di lavoro si era concluso e un nuovo impiego non
era ancora arrivato, ha provato a frequentare dei corsi di formazione,
specializzarsi, imparare un mestiere, ma le pressioni della famiglia lo hanno
costretto ogni volta a trovare in fretta un nuovo lavoro. Mostra i contratti che
ha firmato da quando è in Italia. Tutti quelli come bracciante sono alle
dipendenze di datori pakistani, titolari di imprese agricole della tipologia che
abbiamo appena descritto.
> È il fortunato e atroce incontro tra la domanda di imprenditori senza scrupoli
> e l’offerta di una categoria di immigrati povera e facilmente ricattabile.
“Ho trovato questo lavoro tramite un amico che in passato ha lavorato con lo
stesso capo”, mi spiega Jaherul. Parla del suo capo come di un pezzo grosso
nella cerchia dei suoi connazionali. Dice che questo signore ha tante attività
per le mani, sparse per il Friuli e oltre. “Nel campo dove lavoro siamo
trentacinque [dipendenti]”, spiega. Sfila il telefono dalla tasca e mi mostra il
posto su Maps. È stagione di potatura e i campi cominciano di nuovo a riempirsi
di lavoratori. A quanto pare il signore pakistano ha accordi con varie aziende
italiane per la produzione vitivinicola. Dal baretto in cui ci troviamo, Jaherul
indica in direzione di Venezia. Il signore pakistano ha dei terreni anche di là.
In questi anni ha lavorato per tre diversi datori pakistani, e a molti altri si
è presentato chiedendo le condizioni di lavoro. Mi ha spiegato che funziona
così. Tutti questi signori pagano la manodopera con l’obiettivo di risparmiare
sui contributi: al netto delle imposte che gravano sullo stipendio di un operaio
agricolo comune, un bracciante riceve in busta paga 300/350 euro a prescindere
da quante giornate ha effettivamente lavorato. Il datore dichiara quindi che il
suo operaio ha lavorato circa quaranta ore, corrispondenti a sei giornate. Le
restanti venti giornate del mese vengono pagate “fuori busta”, in contanti
perché non restino tracce.
“Alle sei il furgone raccoglie i braccianti in giro per Udine”, racconta in urdu
Fazal, un quarantenne pakistano arrivato in Italia soltanto un anno fa. Ci sono
degli hub, punti di ritrovo specifici noti all’intera rete pakistana che vive in
zona. Tra via Roma, viale 23 Marzo 1948 e via Cividale, i braccianti si fanno
trovare pronti per una nuova giornata di lavoro. I “drivers”, come li chiama
Fazal, hanno di solito un rapporto molto stretto con il signore pakistano che
organizza i turni e smista i braccianti nei campi. Fazal racconta che i drivers
fanno parte del gruppo di lavoro, che spesso si fermano nei campi e “li aiutano”
nella potatura. Incrociando le storie delle persone con i report scritti negli
ultimi anni da ricercatori e giornalisti, sembra chiaro che in alcuni casi ci
sono catene di intermediari: il signore pakistano che tiene i rapporti con
l’azienda italiana non recluta direttamente i braccianti, ma appalta questo
lavoro a un suo diretto sottoposto, un intermediario di serie B che si occupa di
mansioni più operative rimanendo però a stretto contatto con il caporale ‒ un
modo per filtrare le pratiche illegali e renderne più difficile la
ricostruzione, ma anche per gerarchizzare delle organizzazioni che, quando le
attività diventano molte, possono essere complesse da coordinare da un solo
uomo.
“A volte non facciamo nemmeno una pausa, a volte facciamo una pausa di
mezz’ora”, continua Fazal. Anche lui ha lavorato con più di un signore, anche
lui ha preso contatti con i caporali tramite conoscenti pakistani. Quando i
braccianti lasciano l’alloggio in accoglienza e vanno a vivere in autonomia,
spesso stanno in dieci in un piccolo appartamento a Borgo Stazione, il quartiere
di Udine dove risiedono le comunità asiatiche. Le case costano molto, e tra
compagni ci si aiuta a pagare le spese di affitto. Abdullah, Jaherul e Fazal
hanno la fortuna di vivere ancora in accoglienza: se decidessero di lasciare il
lavoro, non dovrebbero fare i conti a fine mese per bollette e affitto, e alla
sera avrebbero comunque una casa dove tornare. In altri casi, il caporale offre
ai braccianti una sistemazione di fortuna e li lega a doppio nodo alle proprie
attività: se perdono il lavoro, perdono tutto.
Il primo anello
Le operatrici che hanno raccolto la segnalazione di Saleem appartengono a una
rete nata appositamente per rilevare forme di sfruttamento lavorativo. Insieme
ai sindacati fanno un lavoro di monitoraggio sul territorio regionale,
raccolgono le storie e poi incrociano i racconti delle persone con i dati
prodotti dall’INPS sulle giornate di lavoro dichiarate dai datori. Prima di
Saleem, Rajid è stato citato nelle segnalazioni di altre persone, braccianti che
avevano avuto il coraggio di denunciare delle forme di lavoro irregolare. Alcuni
hanno denunciato di aver lavorato per mesi senza percepire lo stipendio, altri
di aver chiesto giustizia al caporale ed essere stati minacciati. “Avevamo già
delle informazioni interessanti su di lui”, raccontano. Le operatrici delineano
un ritratto delle vittime di queste intermediazioni. Sanno chi sono le
principali vittime, sanno che il settore più colpito è quello vitivinicolo e
sanno come agiscono i caporali. A pochi giorni dall’udienza preliminare, Saleem
era stato raggiunto da una brutta chiamata del suo aguzzino. Una proposta di
patteggiamento. Gli aveva proposto di ritirare la denuncia se lui avesse
ritirato la segnalazione in CISL.
> Non bastano le segnalazioni dei braccianti, non basta il lavoro delle
> operatrici che le raccolgono, non basta il lavoro della guardia di finanza che
> manda una volante ogni tanto per un sopralluogo. Non ci sono abbastanza
> risorse.
“C’è un motivo se le segnalazioni aperte da questi braccianti arrivano prima o
poi a un punto morto”, spiegano le operatrici. “I caporali minacciano le proprie
vittime, le legano a sé. I braccianti non hanno le forze per sottrarsi a questo
trattamento o semplicemente hanno paura”. “Manca un lavoro a più teste”, spiega
Stefano Gobbo. Non bastano le segnalazioni dei braccianti, non basta il lavoro
delle operatrici che le raccolgono, non basta il lavoro della guardia di finanza
che manda una volante ogni tanto per un sopralluogo. “Dovremmo lavorare in
maniera integrata, ognuno su un pezzetto. Dovremmo fare appostamenti quotidiani.
Un appostamento al giorno, per due mesi. E poi dovremmo confrontare le
dichiarazioni che i caporali fanno all’INPS con le osservazioni sul campo. Solo
così troveremmo le falle del sistema”. Ma non ci sono abbastanza risorse, e
l’INPS pubblica i dati a distanza di mesi dai periodi di lavoro, lasciandoli
disponibili in rete per pochi giorni.
Le partite IVA individuali nell’ambito delle attività agricole nate in supporto
alla produzione si sono diffuse e moltiplicate negli ultimi cinque anni. Ma le
realtà locali, che da generazioni sono sul territorio e sostengono la filiera,
facendo il gioco di questi imprenditori hanno riscritto le regole della
produzione e i prezzi della manodopera. A risalire la filiera, avere braccia
economiche significa vendere prodotti a prezzi inferiori ed essere più
competitivi sul mercato. Se la rete di sfruttamento dei caporali pakistani
prospera è perché molti altri, dagli agricoltori ai commercialisti ai consulenti
del lavoro, li hanno appoggiati. Nel primo e più silente anello di questa catena
ci sono loro.
Il privilegio di avere dei diritti
All’ultimo incontro prima dell’udienza preliminare l’avvocato riceve Saleem con
un’ora di ritardo. Saleem entra nel polveroso studio che ha imparato a conoscere
nei mesi. L’avvocato lo saluta e gli tende la mano, ma non nasconde uno sguardo
più pensieroso del solito. C’è un fatto che non torna. Continua a ripetersi
nella mente quella storia: il 24 luglio Saleem viene denunciato da Master di
averlo aggredito e derubato. Il 12 agosto Saleem apre una formale segnalazione
al sindacato per le ore di lavoro non pagate da Rajid, il capo della ditta,
persona vicinissima a Master. Il 23 agosto c’è la perquisizione
nell’appartamento di Saleem.
I carabinieri sperano di trovare soldi e orologio, ma non trovano nulla. Sulla
chat di Whatsapp tra Master e Saleem ci sono svariati messaggi vocali che
l’avvocato ha fatto tradurre da una persona fidata. Dalla fine di quel maggio i
messaggi non riguardano più i turni di lavoro, i giorni di riposo e i punti di
ritrovo per andare nei campi. In quel periodo Saleem ha lasciato il lavoro con
Rajid e ha iniziato a chiedere a Master di essere pagato per le ore lavorate.
“Chiedevamo a Master per questo genere di cose”, spiega Saleem all’avvocato, “il
capo non ci ha mai dato il suo numero di telefono. Noi parlavamo con Master e
Master parlava con il capo.”
> Le realtà locali, che da generazioni sono sul territorio e sostengono la
> filiera, facendo il gioco di questi imprenditori hanno riscritto le regole
> della produzione e i prezzi della manodopera.
L’avvocato scorre di nuovo la traduzione dei vocali. Un messaggio richiama la
sua attenzione. Saleem lo aveva inviato a Master la mattina del 24 luglio
intorno alle 9, poche ore prima della presunta aggressione. Nel messaggio,
Saleem diceva letteralmente “Master, non ho altro da dire. Se non mi paghi entro
questa mattina, vado a segnalarvi in sindacato. Lo faccio davvero.” Risalendo
alla data e all’orario di invio, l’avvocato chiede a Saleem di riprodurre
l’originale in lingua urdu: è la solita voce di Saleem, pacata ma ferma.
L’avvocato non ha dubbi che il mandante della denuncia è Rajid, spalleggiato e
coperto da Master. Quando Saleem aveva minacciato di intraprendere un’azione
legale per lo stipendio non pagato, Master non aveva esitato a presentare una
finta denuncia, con tanto di referto di pronto soccorso, per costringere Saleem
a tacere non soltanto davanti alla legge, ma anche con i compagni, e quel vocale
ne era la prova. Soltanto una punizione veramente esemplare come un processo
penale poteva riportare le cose allo status quo e mettere a tacere una voce
scomoda. Ci sono braccianti a cui basterebbe un solo esempio di disobbedienza
per disertare il lugubre gioco del caporalato, pertanto occorre punire quello
che ha alzato la testa per primo. È la strategia del “colpirne uno per educarne
cento”. Con il rischio di quattro anni di carcere, chi denuncerebbe il proprio
sfruttatore?
L’ultimo tassello di questa storia riguarda la relazione che intercorre tra
braccianti e caporali. “Si tratta di etnie chiuse”, racconta Stefano Gobbo. “Le
vittime di questi raggiri sono braccianti pakistani che se la prendono con il
capo pakistano, braccianti afghani che se la prendono con il capo
dell’Afghanistan. Sono bolle che non parlano neanche fra loro”. Come abbiamo
visto, le conversazioni su WhatsApp tra Saleem e Zahid sono in urdu. Sono in
urdu i vocali che si sono scambiati. Aldilà di un contratto a chiamata, tutte le
persone di questa storia hanno detto e fatto in una lingua diversa dalla nostra.
Potrebbe sembrare una cosa di poco conto ‒ in fondo basterebbe tradurre quei
messaggi. Ma quando le condizioni di un accordo sono state discusse in codici
diversi dai nostri, la traduzione non basta. Perché Saleem ha accettato questo
impiego sapendo dal principio che parte dello stipendio sarebbe stato pagato
fuori busta? Cosa si sono detti Saleem e Rajid al momento della firma? E
soprattutto: cosa non si sono detti? Cosa è rimasto implicito?
La ricattabilità di questi immigrati non è solo economica, è anche culturale:
molti di loro accettano questi contratti perché 700 euro al mese sono meglio di
niente, ma anche perché non sono messi nelle condizioni di distinguere tra un
impiego regolare e un impiego non contrattualizzato e di tutelarsi quando
accettano un impiego. Interiorizzare il sentimento di avere dei diritti non è un
gesto muscolare, mnemonico come imparare la grammatica italiana, è uno sforzo di
testa e cuore, richiede una posa di anni prima di diventare parte di un’etica e
di un paradigma di vita, e si riempie tanto più di senso quanto più è
collettivo. Il processo di emersione da una condizione di precarietà lavorativa
ha più forza se un gruppo di lavoratori, riconoscendosi nelle stesse sofferenze,
decide di lottare per rivendicare i propri diritti, e se quelli più anziani
coinvolgono nella lotta i compagni meno esperti.
Al contrario, il sistema delle etnie chiuse, predominante nelle campagne del
Friuli, volontariamente o meno riproduce gli stessi confini culturali che
discriminano tra bianchi e stranieri alle frontiere dell’Europa. Marginalizzati
da questo sistema, i nuovi operai agricoli arrivati da poco in Italia si
condannano a una battaglia individuale e solitaria nelle trincee del lavoro, su
una zattera precaria che alla fine resta inghiottita dagli interessi di chi ha
maggior potere contrattuale. Non è casuale se i lavoratori stranieri sfruttati
permangono più spesso nella condizione di sfruttamento. E anche quando uno di
loro decide di fare un passo in direzione contraria, come nella storia di
Saleem, spesso manca la solidarietà di amici e compagni, italiani e stranieri.
L’avvocato arriva un po’ trafelato con un pacco di carte sotto il braccio.
Saleem è già lì, vestito di tutto punto. Vedendolo arrivare gli fa un cenno con
la mano. Le labbra si increspano in un impercettibile “Ciao”. L’avvocato gli
chiede come si sente e lui annuisce senza dire nulla. Ha l’espressione di uno
che sta soffrendo il mal di mare. “Hai fatto una cosa importante”, gli dice
l’avvocato. Gli dà una pacca sulla spalla e gli fa cenno di entrare. Saleem non
sembra confortato. Scompaiono dietro il portone del tribunale.
L'articolo Braccia invisibili proviene da Il Tascabile.
Esiste un pensiero ricorrente quando si parla di disabilità. Un pregiudizio
silenzioso ma pervasivo: “Avete altri problemi, ben più gravi. Un concerto non
dovrebbe essere la vostra priorità”. L’ho sentito tante volte. L’ho letto, tra
le righe o esplicitamente. Come se partecipare alla vita culturale fosse un
privilegio, e non un diritto. Come se l’idea di una persona con disabilità che
vuole assistere a un evento live fosse un capriccio, o una richiesta eccessiva.
E invece no. Anche questo è un nostro diritto. Un diritto spesso ignorato,
ritardato, dimenticato. Ma pur sempre un diritto
Il 3 luglio 2025 si è tenuta la conferenza stampa “Una Legge Live For All”,
tenutasi al Senato della Repubblica, nella sala Caduti di Nassiriya. Un momento
importante, necessario, storico. A parlare non sono stati solo attivisti e
attiviste, ma persone. Professionisti dello spettacolo, artistə, spettatori,
lavoratrici e lavoratori con disabilità che da anni vivono sulla propria pelle
l’esclusione dagli eventi dal vivo. Un’esclusione fatta di aree separate, posti
limitati, percorsi complicati, informazioni poco trasparenti.
Un anno fa, grazie all’impegno della consigliera regionale Lisa Noja e del
Comitato Concerti Accessibili, è nato il Manifesto Live For All, che punta a
rendere realmente inclusiva l’esperienza dei concerti, degli spettacoli, delle
manifestazioni sportive e artistiche. Da allora, la petizione pubblicata su
Change.org ha superato le 30mila firme. Un segnale fortissimo, che racconta
quanto questo tema parli a tantissime persone.
> Ma le firme non bastano. Servono atti concreti. Serve una legge
Ecco perché la conferenza stampa è stata anche una richiesta chiara e accorata:
la calendarizzazione e l’approvazione urgente della proposta di legge n. 1536,
ferma da mesi in Commissione Cultura alla Camera. Una proposta che, come ha
ricordato Lisa Noja, “così com’è non basta”. Per questo, sono stati presentati
degli emendamenti migliorativi elaborati dal Comitato.
Perché, come ha ribadito Noja, “non è più il tempo delle concessioni lasciate
alla buona volontà di qualcuno. È tempo di norme chiare, vincolanti, che
garantiscano davvero parità di accesso. Non è una gentilezza. È un diritto”.
IL LAVORO INVISIBILE DI CHI VUOLE SOLO ESSERCI
Partecipare a un evento live non è mai semplice per chi ha una disabilità. Lo so
bene. Dietro una presenza che può sembrare “normale”, c’è un enorme lavoro
invisibile: si chiama hidden labour. È quella fatica costante, non retribuita,
non considerata, che comporta ogni fase di accesso a uno spettacolo: prenotare
un biglietto, trovare un accompagnatore, compilare moduli, mandare email,
spiegare chi sei e perché non puoi stare “in fondo a sinistra”, da sola.
Questo sforzo continuo non è visto. E spesso nemmeno compreso. Ma è reale, e
stanca. Per questo abbiamo bisogno che le regole cambino. Che non ci si debba
più giustificare, o aspettare il “favore” di un promoter. Abbiamo bisogno di
essere previstə, non semplicemente tolleratə.
LEGGI ANCHE – La disabilità non va in vacanza
COSA CHIEDE LA PROPOSTA LIVE FOR ALL
Gli emendamenti presentati chiedono cinque cose chiare, concrete, urgenti:
* Prenotazioni online accessibili a tuttə, senza percorsi separati, attraverso
gli stessi canali mainstream
* Eliminazione delle aree segregate, lontane dal palco e dal resto del pubblico
* Visibilità e fruibilità piena, per ogni tipo di disabilità: fisica,
sensoriale, cognitiva
* Trasparenza nella comunicazione dei posti accessibili, definiti in
percentuale rispetto alla capienza della struttura
* Progettazione universale delle strutture nuove o ristrutturate, per garantire
accessibilità totale fin dall’inizio
Ma la battaglia riguarda anche chi sul palco ci lavora. Perché le barriere non
colpiscono solo il pubblico, ma anche gli artistə con disabilità, troppo spesso
esclusi da call, bandi, percorsi di formazione.
Ecco perché, durante la conferenza, l’associazione Al.Di.Qua.Artists ha avanzato
altre cinque richieste per i professionisti del settore:
* Istituzione di un fondo per l’accessibilità nella produzione e tournée
* Messa in accessibilità delle Open Call e dei bandi di settore
* Inclusione nei programmi formativi, con docenti preparati a pratiche
inclusive
* Revisione dei limiti di reddito che fanno decadere il diritto alla pensione
di invalidità per un solo anno di lavoro in più
* Rimozione di tutte le barriere – fisiche, sensoriali, cognitive e culturali –
nel sistema dello spettacolo
Tra le voci che hanno dato forza a questa battaglia, anche quella di Serena
Tummino, assistente social media del Parlamento Europeo in Italia e attivista
del Comitato per i concerti inclusivi, che ha ricordato con chiarezza: “La
musica è arte e cultura, e tutti hanno diritto a viverla pienamente“.
MA VOI “DISABILI” AVETE ALTRI TIPI DI PROBLEMI!
A chi dice che le priorità sono altre, che non è il momento, rispondo che
l’accesso alla cultura non è mai un tema secondario. Perché gli spazi della
bellezza, dell’arte e della musica sono anche spazi di cittadinanza. E se una
parte della popolazione ne resta esclusa, allora non stiamo parlando di
democrazia, ma di privilegio.
> Non vogliamo più sentirci ospiti. Vogliamo essere parte. Vogliamo poter
> scegliere un concerto con leggerezza, uscire di casa senza paura, accedere a
> un evento senza dover fare il doppio della fatica per la metà dell’esperienza
Se oggi scrivo questo articolo è perché spero che un giorno, anche chi si muove
in carrozzina, anche chi non vede, anche chi ha una disabilità invisibile, possa
vivere ogni concerto con la stessa emozione, la stessa semplicità, lo stesso
diritto degli altri.
Una legge che renda accessibili gli eventi dal vivo non è solo una questione
tecnica: è un atto di giustizia, un passo concreto verso un’Italia più
inclusiva. Perché l’inclusione non è una parola da scrivere nei programmi: è
qualcosa da garantire, nella pratica, ogni giorno. Anche sotto un palco mentre
cantiamo a squarciagola la canzone del nostro cantante del cuore!
LEGGI ANCHE – Memor.IA, il documentario che attraverso l’AI restituisce dignità
a chi è stato discriminato
The post La musica unisce tutti? No se hai una disabilità: in Senato si discute
la legge Live For All appeared first on The Wom.
Ogni anno durante il mese giugno, insieme alle zanzare tornano gli arcobaleni.
Di per sé è un momento atteso e bellissimo, ma nasconde qualche fastidiosa
insidia. Mentre nelle città vengono esposte bandiere sugli edifici, i loghi di
aziende e multinazionali si tingono dei colori “inclusivi” per il mese del
Pride. Ma cosa resta, a luglio, ad agosto e nel resto dell’anno, di queste
promesse di equità e diritti? Chi ha usato l’arcobaleno per posizionarsi, nei
mesi successivi, cosa fa?
Quasi sempre la risposta è: nulla. La prassi è chiara, è la cara vecchia
strumentalizzazione dei movimenti sociali per aprire il proprio commercio a
nuove fette di mercato. E così il Pride, nato come rivolta contro la
repressione, capita che oggi sia ridotto a una passerella per i brand in cerca
di consensi e profitto, mentre il nome di Marsha P. Johnson appare nei post
social delle aziende, le stesse che finanziano politici omolesbobitransfobici e
governi violenti e sfruttano lavoratori in condizioni precarie. Questo è il
rainbow washing: appropriazione e svuotamento politico.
LA SVENDITA DEI SIMBOLI POLITICI DEL PRIDE
Facciamo attenzione, non è solo ipocrisia, è vera e propria strategia: le
aziende utilizzano il linguaggio dei diritti civili come leva di marketing. Non
lo fanno per convinzione, lo fanno semplicemente perché, in termini di introito
economico, conviene. Quando una multinazionale dell’abbigliamento tappezza i
propri negozi con bandiere arcobaleno mentre sfrutta manodopera in paesi dove
l’omosessualità è criminalizzata, non sta celebrando il Pride, ne sta vendendo
consapevolmente i simboli politici. E ciò vale per tutto il comparto
commerciale: le manifestazioni del Pride sono sempre più invase – in quasi tutte
le città in cui vengono organizzati – da sponsor di vario tipo. Banche,
assicurazioni, compagnie telefoniche, riviste, società di consulenze.
> Ma cosa fanno queste aziende quando si spengono i riflettori?
Dove sono quando una persona trans viene discriminata sul posto di lavoro? Dove
sono quando una famiglia arcobaleno non viene riconosciuta dallo Stato? Usano la
sensibilità acquisita durante il mese del Pride per adottare pratiche e
soluzioni efficaci? Negativo. Troppo spesso, di nuovo, non accade nulla.
Uno scatto dall’ultimo Pride di Milano
IL RANBOW WASHING DOPO IL PRIDE MONTH
Essendo una pratica redditizia, ovviamente il washing non si ferma a giugno.
Durante tutto l’anno, le stesse aziende praticano una specie di “diversity
washing” più sottile ma altrettanto tossico. Lo fanno le agenzie di
comunicazione che curano l’immagine dei brand inserendo, per esempio, una
persona queer in una pubblicità. Magari una persona nera o disabile per giocare
sull’empatia della clientela progressista e far discutere invece i clienti più
reazionari, seguendo la logica del “nel bene o nel male, purchè se ne parli”, ma
al loro interno non promuovono reali politiche inclusive. Anzi: continuano e
precarizzare, licenziano, reprimono l’attivismo interno agendo politiche
antisindacali. Le lotte per i diritti, in questo modo, vengono disinnescate,
neutralizzate, digerite da un sistema che vive proprio grazie alle
disuguaglianze.
> Il capitalismo, che per sua natura ha bisogno di gerarchie e oppressioni, usa
> questo farlocco interesse per la diversità come operazione di facciata:
> accetta la differenza solo quando può trarne profitto
In questo senso non esiste brandizzazione buona. Un’identità non può essere un
prodotto, e un diritto non può essere un gadget. È per questo che ogni lotta
sociale che voglia essere efficace all’interno di questo sistema corrotto alla
base deve interrogarsi sul tema dell’anticapitalismo. Non basta chiedere
inclusione nei modelli esistenti, bisogna lavorare per cambiarli, perchè la
questione non è solo fare in modo che tutte le persone vengano “incluse” nel
sistema-società, la questione è l’ingiustizia del sistema stesso. Come scrive
Giulia Blasi “non serve un posto al tavolo del potere, serve rovesciare il
tavolo.” Le lotte queer, transfemministe, antirazziste, ecologiste e decoloniali
condividono un nemico comune.
> Non possiamo parlare di liberazione senza parlare di lavoro, di casa, di
> stipendio, di salute, di scuola, di classe
E non possiamo parlare di questi diritti se non analizziamo chi li nega
sistematicamente per garantirsi profitti (ed extraprofitti). Il capitalismo non
tollera l’autodeterminazione, perché l’autodeterminazione mette in discussione
le sue fondamenta: lo sfruttamento, il dominio, il controllo.
RIPERCORRERE LE RADICI DEL PRIDE, UN ATTO SEMPRE PIÙ URGENTE E NECESSARIO
Per questo, sempre più spesso, c’è bisogno di ricordarci da dove veniamo. Il
Pride non è nato da una campagna pubblicitaria, ma da una rivolta. Nel 1969, le
persone queer – soprattutto donne trans, nere, povere e precarie – si
ribellarono contro le retate della polizia allo Stonewall Inn di New York. Non
chiedevano accettazione, chiedevano giustizia. Non portavano sponsor, ma rabbia.
Oggi abbiamo il dovere di recuperare quella rabbia e darle nuova forza, senza
farci ingannare da chi promette inclusività un mese all’anno, non possiamo
accettare che il Pride sia uno spazio sicuro solo per chi consuma.
> Dobbiamo renderlo di nuovo un atto politico, radicale, disobbediente, sulla
> scia dei comitati e collettivi indipendenti che negli ultimi anni stanno auto
> organizzando manifestazioni indipendenti e antagoniste per dare un segnale
> politico forte alle associazioni che organizzano i Pride più “istituzionali”
Questo significa unirsi al boicottaggio delle aziende che fanno rainbow washing
e dire loro che l’inganno è stato ormai svelato e che non faremo più il loro
gioco, al costo di spostarci in un’altra piazza. Meglio altrove che accanto ad
una multinazionale rivestita di bandiere arcobaleno. La liberazione non può
avvenire all’interno dei confini del mercato, la liberazione è incompatibile con
lo sfruttamento. E questo tipo di visibilità è una trappola, perchè non è
accompagnata da trasformazione.
RICONOSCERE L’INTERSEZIONALITÀ DELLE LOTTE
L’intersezionalità non è una sterile teoria o una moda della cosiddetta cultura
woke: è una pratica di lotta concreta. Chi è oppresso su più fronti – per
genere, orientamento, classe, etnia – sa che non può scegliere una sola
battaglia.
> Non si può combattere il patriarcato senza combattere il capitalismo, né si
> può combattere il razzismo senza abbattere il sistema che lo ha creato
Poiché nessuno di noi è solo una cosa, e siamo tutte e tutti il risultato di più
caratteristiche identitarie, le istanze politiche che ci attraversano saranno
tante e tutte ugualmente valide. Le lotte sociali non devono competere tra loro,
devono allearsi per destabilizzare il potere. E no, non basta inserire più
persone della comunità LGBTQ+ nelle pubblicità in tv o avere addirittuea un
Amministratore Delegato gay, serve redistribuire il potere e lavorare tutto
l’anno sulla formazione dentro e fuori i luoghi di lavoro.
> Serve rivendicare spazi pubblici, tutele reali, politiche di welfare aziendale
> e statale, serve battersi per il diritto alla casa e alla salute per tutte e
> tutti
Forse, allora, è tempo di tornare a pretendere un Pride month scomodo, segnale e
sintomo di una società arrabbiata, che chiede di essere vista non solo come
forza lavoro o come clientela ma come insieme di persone diverse che hanno
bisogni, desideri. Fare del Pride un momento di rottura, non di pacificazione è
quello che dobbiamo a chi, prima di noi, ha lottato con forza perchè si creasse
uno spazio di visibilità.
Non vogliamo più brand, vogliamo giustizia sociale. Non accettiamo più che le
nostre vite vengano usate per coprire lo sporco delle multinazionali. Il Pride è
della comunità, non loro, e la comunità non si svende.
La lotta che vogliamo – a giugno e tutto l’anno – è incompatibile col mercato,
fiera della propria rabbia, alleata di ogni corpo oppresso.
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Oggi come ieri, il corpo delle donne resta un terreno di scontro. A trent’anni
dalla Conferenza mondiale sulle donne di Pechino, il rapporto “Il corpo
politico. Autonomia corporea e menopausa tra potere, resistenza e cura
collettiva” di WeWorld evidenzia come il corpo femminile continui a essere un
terreno di controllo sociale. La pressione estetica incessante, l’ageismo e il
silenzio sulla menopausa contribuiscono a un fenomeno noto come “beauty
burnout”, che esaurisce le energie delle donne e limita la loro autonomia
Il “beauty burnout” nasce da un’esperienza comune e logorante: il dover
corrispondere in modo costante e obbligato a standard estetici irrealistici. La
costante e violenta convinzione per cui la bellezza per le donne sia un dovere.
Secondo il sondaggio realizzato da WeWorld e Ipsos nel febbraio 2025 su un
campione rappresentativo di 1.000 persone, il 59% ritiene che le donne subiscano
più pressioni degli uomini per mantenere un certo aspetto fisico, percentuale
che sale al 69% tra le persone laureate. Solo il 4% pensa che siano gli uomini a
subirne di più.
La pressione estetica colpisce entrambi i generi, ma ha un impatto più profondo
e sistemico sulla vita delle donne: si insinua nel quotidiano, erode
l’autostima, condiziona le scelte e influisce sull’economia personale. Un ideale
estetico inaccessibile diventa così una gabbia dorata da cui è difficile uscire
senza sentirsi inadeguate.
QUANDO LA BELLEZZA DIVENTA UN OBBLIGO: IL BURNOUT INVISIBILE
Tra i più comuni standard estetici imposti ci sono la magrezza, la bianchezza,
un corpo che sembri giovane e privo di imperfezioni, che rientri nelle categorie
binarie di mascolinità e femminilità.
Negli ultimi decenni, l’ideale di magrezza si è trasformato: non si tratta più
dell’estetica estrema degli anni ’80, in cui dominava un’immagine scheletrica e
androgina, ma di un ideale più sottile e pervasivo. Oggi la magrezza viene
associata a tonicità, controllo, performance: è la “diet culture”, ovvero quel
sistema di valori che continua a esercitare un giudizio normativo sui corpi,
promuovendo pratiche di sorveglianza costante come il conteggio ossessivo delle
calorie, l’eliminazione di interi gruppi alimentari (come i carboidrati), la
glorificazione dell’allenamento estremo e una costante ricerca
dell’“autodisciplina”.
> Questo modello, descritto come “sano” o “fit”, è in realtà solo una versione
> aggiornata della stessa logica: il valore della persona viene misurato anche —
> e soprattutto — attraverso la forma del suo corpo
Ed è proprio questa pressione normalizzante a essere riconosciuta come una delle
principali cause dei Disturbi del Comportamento Alimentare. Soprattutto tra le
giovani generazioni.
Il trend #SkinnyTok è diventato così popolare su TikTok negli ultimi mesi da
destare le preoccupazioni della Commissione europea e del regolatore dei
contenuti digitali francese Arcom. Su loro richiesta, TikTok ha deciso di
bloccare l’hashtag a livello mondiale, «poiché è stato collegato a contenuti
malsani sulla perdita di peso», come è stato stato dichiarato da un portavoce.
Lo confermano i racconti riportati nello studio: «Non ho mai avuto un buon
rapporto con il mio corpo, e penso che non lo avrò mai, però ho fatto pace con
questa consapevolezza. Come? Iniziando a prendermene più cura. Per tanto tempo
l’ho trattato male, l’ho rifiutato, non l’ho amato. Questo non significa che ora
lo ami – racconta la testimonianza di una donna di 41 anni raccolta dal report –
Ancora oggi, non va mai davvero bene. Anche nei momenti in cui ero “in forma”,
anche adesso che mi alleno, che sono dimagrita molto — e l’ho fatto soprattutto
per motivi di salute, di benessere, più che per estetica — resta comunque il mio
punto debole. E, allo stesso tempo, una forma di forza. Il mio corpo è sempre
stata una cosa che potevo controllare, su cui esercitare un potere mentale
fortissimo: se decidevo di non mangiare, non mangiavo; se volevo inondarmi di
cibo, lo facevo; se volevo cambiarlo, in un senso o nell’altro, lo trasformavo.»
Negli ultimi decenni, questi ideali utopici di perfezione hanno iniziato a
essere legati anche all’idea di essere persone “in salute”, in perfetta forma,
abili, che conducono uno stile di vita sano e sono in grado di essere efficienti
e produttive nel contesto sociale e lavorativo. Seppure anche gli uomini e
altre identità di genere siano sempre più soggetti a forme di pressione estetica
— soprattutto negli ultimi anni — le donne rimangono la categoria più colpita.
Le pressioni estetiche non riguardano solo la bellezza. Ma diventano un potente
strumento di controllo sociale che incrocia il genere, la provenienza, il colore
della pelle, la disabilità e la classe sociale. In questo contesto, la bellezza
non è più una questione di scelta personale o piacere, ma un mezzo per creare
una gerarchia sociale, dove chi non rispetta gli standard imposti viene
marginalizzato, soprattutto le donne.
IL COSTO DI ESSERE CONSIDERATE “BELLE”
In un contesto in cui il loro valore viene misurato in base alla loro apparenza,
le donne sono indotte a investire risorse considerevoli in trattamenti estetici,
cosmetici, abbigliamento e attività fisica, in una forma di consumo crescente.
Secondo il rapporto Eurispes “Piacersi e piacere. Il rapporto delle donne con il
loro corpo”, per curare la propria bellezza una donna su 4 destina oltre 100
euro al mese. Oltre un terzo dedica 10-30 minuti al giorno per curare il proprio
aspetto: poco meno della metà dedica oltre mezz’ora, mentre una su 5 più di
un’ora.
> La bellezza è ancora percepita come un mezzo per ottenere vantaggi sociali e
> professionali. Ne è un esempio il concetto di “body work”: un insieme di
> tecniche per modificare e abbellire il corpo, che possono portare a migliorare
> la propria posizione professionale
Questo accade in un contesto culturale che, radicando l’idea che la bellezza sia
l’unico obiettivo delle donne, vuole trasformarla nella loro risorsa principale
per ottenere visibilità e riscatto sociale.
LE PRESSIONI SOCIALI PER LE DONNE NON SI FERMANO ALL’ASPETTO ESTERIORE
Ben oltre il corpo. Il sondaggio evidenzia come le aspettative sociali sul corpo
femminile non si fermino all’aspetto esteriore. Il 27% delle donne dichiara di
aver subito pressioni per diventare madri, contro il 17% degli uomini; il 23% ha
avvertito pressioni per sposarsi (contro il 15% degli uomini). La libertà di
scelta viene continuamente monitorata, giudicata, normalizzata.
> Quasi 9 donne su 10 (84%) dichiarano di sentire il peso dello sguardo sociale
> sulle scelte riproduttive. Per oltre la metà di loro (51%), questa pressione è
> vissuta come schiacciante
Il 62% del campione crede che le donne incinte debbano seguire rigidamente le
raccomandazioni mediche; il 66% dei giovani tra i 18 e i 30 anni ritiene che le
donne abbiano poca voce nelle decisioni sul parto.
L’INVECCHIAMENTO NON È NEUTRO: L’AGEISMO DI GENERE
Il corpo delle donne non è solo bello o brutto: è anche giovane o vecchio. E
quando invecchia, diventa invisibile. Solo 1 persona su 3 considera
l’invecchiamento una fase naturale della vita; per il resto, prevale una
narrazione legata al declino.
> Il 71% ritiene che una donna anziana rischi di essere esclusa dai ruoli
> sociali e professionali, contro il 51% che pensa lo stesso per un uomo
Il 51% del campione pensa che una donna anziana sia più criticata per
l’abbigliamento rispetto a un uomo. Tra le donne, più della metà (57%) lo
conferma. Questi dati parlano di un doppio standard radicato: mentre agli uomini
è concesso di invecchiare, alle donne viene richiesto di restare giovani per
essere considerate visibili, credibili, desiderabili.
In Italia e in Europa, la discriminazione basata sull’età è vietata dalla legge.
La Costituzione italiana stabilisce il principio di uguaglianza (art. 3), che
vieta ogni forma di discriminazione, inclusa quella legata all’età. Questo
significa che l’ageismo, ovvero la discriminazione legata all’età, è considerato
illegale. Anche a livello europeo, le leggi sono chiare.
La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che è diventata
vincolante nel 2009, proibisce ogni forma di discriminazione basata sull’età.
Inoltre, l’articolo 20 della Carta Sociale Europea garantisce pari opportunità e
trattamento per tutte le persone, indipendentemente dall’età, nel lavoro e nelle
condizioni di impiego, come stipendi e promozioni. Ciò nonostante, nella cultura
occidentale, molte donne interiorizzano ideali di eterna giovinezza, alimentati
da media, standard estetici e pressioni sociali, che rendono il naturale
processo di invecchiamento un’esperienza carica di vergogna.
LA MENOPAUSA COME CONFINE CULTURALE
Mentre viene richiesta la perfezione, della salute e del corpo delle donne si
studia poco. La menopausa rappresenta uno spartiacque biologico e culturale,
troppo spesso ridotto al silenzio.
Il 39% del campione considera la menopausa un argomento ancora tabù; 1 persona
su 3 pensa che parlarne al lavoro sia poco professionale. Più di 1 uomo su 4
ritiene che le donne in menopausa non dovrebbero ricoprire ruoli di leadership
per via dei cambiamenti ormonali.
Il 56% del campione crede che la menopausa renda le donne più emotive o
instabili. Questo stereotipo, oltre a essere infondato, contribuisce a
marginalizzare ulteriormente le donne in una fase delicata della vita, che
dovrebbe invece essere accompagnata da supporto medico, ascolto e
rappresentazione.
DALLA DIAGNOSI ALLA DIGNITÀ: DATI, BISOGNI E DIRITTI
Il sondaggio evidenzia un bisogno urgente di informazione e cura. Quasi 7 donne
su 10 (69%) vorrebbero ricevere più informazioni sulla menopausa, ma solo il 35%
si fida della competenza del personale sanitario nel riconoscere i sintomi.
> Il 40% ha cercato aiuto, spesso trovandolo su Internet. Il 38% ha riscontrato
> difficoltà nel reperire supporto medico, mentre il 18% spende più di 50 euro
> all’anno per gestire i sintomi
Durante la perimenopausa, sintomi come vampate (52%), aumento di peso (37%),
insonnia (36%) e ansia (20%) condizionano la qualità della vita. Più di una
donna su cinque ha rinunciato ad attività sociali, 1 su 10 a impegni lavorativi.
In media, si perdono 9 giorni di lavoro all’anno per questi disturbi. Eppure,
troppo spesso si tace.
LE RACCOMANDAZIONI DI WEWORLD: PER UN CAMBIAMENTO STRUTTURALE E CULTURALE
Per garantire il diritto alla salute, al benessere e all’autodeterminazione
delle donne – e di tutte le soggettività marginalizzate – WeWorld propone una
serie di raccomandazioni fondamentali:
* Rafforzare l’educazione alla salute e all’autonomia corporea in tutte le fasi
della vita, con particolare attenzione alla menopausa e al climaterio.
* Garantire una formazione adeguata del personale sanitario, per riconoscere i
bisogni specifici delle donne, anche in relazione all’invecchiamento e alla
salute sessuale e riproduttiva.
* Contrastare l’ageismo e i pregiudizi legati all’età, attraverso politiche
attive per l’inclusione e la valorizzazione delle donne anziane nella società
e nel lavoro.
* Rivedere l’impostazione comunicativa e mediatica del corpo femminile,
promuovendo rappresentazioni realistiche, inclusive e plurali.
* Integrare il tema della cura collettiva nei servizi pubblici e nei luoghi di
lavoro, con misure concrete di welfare e sostegno psicologico.
* Riconoscere il valore politico dell’esperienza corporea, creando spazi dove
le donne possano raccontarsi e ritrovare potere a partire dal proprio
vissuto.
Solo così sarà possibile trasformare il corpo da oggetto di controllo a soggetto
di resistenza e autodeterminazione.
IL CORPO POLITICO: CONSAPEVOLEZZA, RESISTENZA, TRASFORMAZIONE
Dal costante body monitoring alla pressione estetica: la sorveglianza sui corpi
delle donne non riguarda solo lo specchio, ma il potere.
> I corpi femminili restano uno spazio controllato, sorvegliato, normalizzato.
> Sono ancori corpi politici. Ma anche resistenti.
Raccontare, ascoltare, creare spazi di cura collettiva è un atto di
trasformazione. Promuovere l’autonomia corporea, il diritto a invecchiare, a
scegliere, a essere imperfette, è oggi una battaglia urgente. Perché nessuna
donna debba più sentirsi inadeguata solo per il fatto di esistere nel proprio
corpo.
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corpi appeared first on The Wom.