Preferisci ascoltare il riassunto audio?
Una stanchezza che non passa dormendo. Né che si risolve con un weekend libero o
qualche ora di ferie. Quella che attraversa la vita delle donne è una stanchezza
strutturale, cronica, che ridisegna i confini della quotidianità: i dati
dell’ultimo report della School of Gender Economics, “Determinanti strutturali e
meccanismi di riproduzione delle disuguaglianze di genere”, diretto da Azzurra
Rinaldi, fotografano con precisione questa fatica diffusa. E raccontano una
realtà che non riguarda solo il benessere individuale, ma il funzionamento
stesso della nostra società
La stanchezza femminile non è una sensazione passeggera, né un problema
individuale di cattiva organizzazione. È un dato strutturale. Lo certifica il
report “Determinanti strutturali e meccanismi di riproduzione delle
disuguaglianze di genere”, realizzato dalla School of Gender Economics
dell’Università Unitelma Sapienza e diretto da Azzurra Rinaldi, con la
collaborazione di Claudia Pitteo e il supporto del ricercatore Dawid Dawidowicz.
IL TEMPO NON È UNA VARIABILE NEUTRA
Nel lavoro della School of Gender Economics il tempo smette di essere una
variabile neutra. Diventa un indicatore capace di misurare la profondità delle
disuguaglianze di genere. La ricerca, condotta su un campione di 2.456 donne,
mostra come la scarsità di tempo condizioni l’accesso al lavoro, alla
formazione, alla salute e, più in generale, alla possibilità di
autodeterminazione.
> Quando il tempo manca, le opportunità si restringono. E questo ha un costo non
> solo individuale, ma collettivo
I numeri non parlano di scelte individuali, né di una presunta incapacità di
organizzarsi. Parlano di un sistema che continua a scaricare sulle donne la
gestione del tempo, della cura, dell’energia emotiva. La stanchezza femminile,
ci dice il report, non è una questione privata: è un indicatore economico e
sociale.
STANCHEZZA CRONICA, NON INDIVIDUALE
La stanchezza che emerge dal report non è legata a momenti specifici della vita,
ma attraversa le diverse fasce d’età.
> Tra le più giovani, nella fascia 25-35 anni, oltre otto donne su dieci
> dichiarano una stanchezza costante, che incide sulla concentrazione, sulla
> capacità decisionale e sulla progettualità
Non si tratta di un disagio temporaneo, ma di una condizione che si sedimenta e
accompagna le donne negli anni centrali della vita lavorativa e familiare.
IL TEMPO SOTTRATTO ALLA SALUTE
Uno degli effetti più evidenti della scarsità di tempo riguarda la salute. Quasi
il 45% delle donne intervistate afferma di non riuscire a prendersi cura del
proprio benessere fisico per mancanza di tempo.
> Ancora più rilevanti sono i dati sul piano psicologico: circa il 70 % segnala
> livelli elevati di stress e difficoltà di recupero delle energie
La rinuncia alla salute non è una scelta, ma una conseguenza diretta di
un’organizzazione sociale che continua a scaricare sulle donne il peso della
cura.
IL LAVORO DI CURA CHE NON SCOMPARE
A incidere in modo decisivo sulla disponibilità di tempo è il lavoro di cura non
retribuito. Il 53 % delle donne dichiara di occuparsi completamente da sola
della gestione domestica e familiare. Solo una minoranza può contare su una
reale condivisione con il partner. Anche quando le donne lavorano, il carico
invisibile dell’organizzazione quotidiana continua a gravare su di loro,
producendo una sovrapposizione costante di ruoli che riduce il tempo disponibile
per sé.
LAVORO E FLESSIBILITÀ: UN ACCESSO DISEGUALE
Sul fronte lavorativo, il report evidenzia un accesso fortemente diseguale agli
strumenti di flessibilità. Tra le donne tra i 26 e i 35 anni, il 70 % non ha la
possibilità di usufruire dello smart working. Una percentuale che diminuisce
solo con l’avanzare dell’età, quando però il carico familiare tende ad
aumentare.
> La mancanza di flessibilità penalizza soprattutto le più giovani, rendendo più
> difficile investire sulla formazione e sulla crescita professionale
UN DIVARIO CHE SI TRASMETTE
La scarsità di tempo non è solo una fotografia del presente, ma un meccanismo
che contribuisce alla riproduzione delle disuguaglianze. Crescere in contesti in
cui il tempo delle donne è sistematicamente sacrificato normalizza una
distribuzione asimmetrica delle responsabilità. Il rischio è che la mancanza di
tempo diventi un modello interiorizzato, difficile da scardinare anche nelle
generazioni successive.
UN’ORA CHE MISURA L’AUTONOMIA
Il dato più simbolico resta quello sull’assenza di un’ora quotidiana per sé.
> Per l’81 % delle donne tra i 36 e i 45 anni, quello spazio minimo non esiste.
> Eppure è proprio da quell’ora che passa la possibilità di prendersi cura di
> sé, formarsi, immaginare alternative
Come sottolinea il report, quando le donne possono investire sul proprio tempo e
sulla propria salute, sono più presenti nella vita economica, prendono decisioni
più informate e contribuiscono alla costruzione di un modello di sviluppo più
equo e sostenibile. Al contrario, quando una donna non ha tempo, perde margini
di autonomia. Non solo perché rinuncia al riposo o al piacere, ma perché
rinuncia – spesso senza accorgersene – alla formazione, alla salute, alla
possibilità di progettare.
> La scarsità di tempo diventa così una delle principali leve attraverso cui le
> disuguaglianze di genere si riproducono.
Restituire tempo alle donne non è una questione privata. È una scelta economica
e politica. Virginia Woolf scriveva che per creare servono una stanza tutta per
sé e un reddito. A distanza di quasi un secolo, quella stanza resta ancora un
privilegio per molte: a mancare è il tempo. Mentale, fisico, continuo.
The post Una stanza e un’ora tutta per sé: ancora un miraggio per le donne
appeared first on The Wom.
Tag - gender gap
Preferisci ascoltare il riassunto audio?
Non ci sarebbe Natale senza il lavoro delle donne, che puliscono, cucinano,
comprano regali e li incartano per tutti. Ma questo impegno viene riconosciuto
raramente
Nel 1951 il famoso antropologo francese Claude Lévi-Strauss rimase colpito da un
articolo di giornale in cui si raccontava che a Digione, il giorno della vigilia
di Natale, Babbo Natale era stato impiccato e bruciato nella cattedrale della
città, di fronte a un pubblico di bambini. La Francia, uscita da poco dalla
guerra, stava come tanti altri Paesi europei importando le tradizioni americane,
che la Chiesa vedeva però come una forma di paganizzazione.
Partendo da questa storia, nel suo saggio Babbo Natale giustiziato, Lévi-Strauss
giunge alla conclusione che, a differenza di riti precedenti (ma ancora
diffusi), in cui ci si doveva ingraziare il favore dei morti, la moderna
celebrazione del Natale è un attaccamento alla vita, che consiste nei sacrifici
che facciamo per rendere questa festività bella per i bambini, ad esempio
mantenendo viva l’illusione che Babbo Natale esiste.
IL NATALE È DONNA
Quello che Lévi-Strauss non dice, però, è che gran parte di questi sacrifici
sono compiuti dalle donne. “Il Natale è largamente femminilizzato”, scrivono le
ricercatrici Sheena Vachhani e Alison Pullen. “La gran parte del lavoro che
associamo al Natale è svolto dalle donne e non si crede vada retribuito”. Le
donne preparano da mangiare, decorano la casa, si occupano dei bambini,
organizzano le feste, vanno a comprare i regali per tutti e li impacchettano.
> Anche se il nostro immaginario natalizio è dominato da un anziano signore con
> la barba, la magia del Natale è quasi sempre da attribuire al lavoro non
> pagato e non riconosciuto di tutte le donne, non solo delle madri
Se c’è da organizzare un Secret Santa con i colleghi, sarà molto probabile che a
occuparsene sia una donna. Se c’è da scegliere un regalo per i genitori, è più
facile che a farlo sia la figlia femmina e non il figlio maschio.
IL NATALE COME SPECCHIO DELLA SOCIETÀ
Secondo Vachhani e Pullen, ciò è dovuto al fatto che Natale è un rito e, come
tutti i riti, la sua funzione è quella di mettere in scena in maniera più
intensa ciò che normalmente accade nella società. A livello globale, le donne
svolgono più del doppio del lavoro di cura svolto dagli uomini, per un totale di
16 miliardi di ore al giorno che, se venissero pagate, varrebbero più del 40%
del PIL di molte nazioni. Queste stime includono l’educazione dei figli, il
lavoro domestico, l’assistenza ad anziani e disabili, mentre è difficile
quantificare il cosiddetto “lavoro emotivo”, che riguarda invece tutte quelle
forme di impegno mentale e affettivo che ci si aspetta che le donne rivolgano
agli altri.
> Essere disponibili, sorridere, consolare, risolvere i conflitti; ma anche
> pianificare e organizzare la vita familiare per renderla più piacevole per
> tutti, ma non per forza anche per loro
Le festività natalizie riproducono all’ennesima potenza questi meccanismi, con
la differenza che nel rito del Natale la femminilità ha un ruolo di
protagonismo. Se da un lato questo consente alle donne di usare i giorni di
festa come un’occasione di creatività ed espressione – ad esempio cucinando
qualcosa che non preparano normalmente o costruendo decorazioni – dall’altro
carica queste giornate di maggiori aspettative e preoccupazioni. E infatti
diversi studi mostrano come il Natale, che già di per sé è un periodo dell’anno
complesso da gestire dal punto di vista emotivo, rappresenta una maggiore fonte
di stress per le donne che gli uomini.
IL LAVORO INVISIBILE DELLE DONNE
L’importanza della dimensione domestica è sottolineata anche dall’iconografia
natalizia. Mrs. Claus, uno dei pochi personaggi femminili natalizi nonché moglie
di Babbo Natale, che comparve per la prima volta in una novella del 1849
intitolata A Christmas Legend, è spesso ritratta a casa, in attesa che il marito
torni dal suo giro di consegna dei doni. Non è un caso se una delle sue prime
descrizioni complete apparve sulla celebre rivista per casalinghe Good
Housekeeping, dove viene ritratta mentre trasporta cestini pieni di pane.
L’autore, probabilmente senza farlo apposta, definisce il suo contegno
“appassionato ma nervoso”. Evidentemente anche Mrs. Claus fa parte di quel 51%
di donne che definiscono “stressante” il Natale (contro il 35% degli uomini).
Mrs. Claus è però una figura marginale dell’iconografia delle feste, surclassata
dalle renne (di cui conosciamo il nome, a differenza sua), elfi, pupazzi di neve
e ultimamente anche dal Grinch, un odiatore del Natale.
> La marginalità della signora Claus riflette la caratteristica principale del
> lavoro che le donne svolgono durante il Natale, ovvero la sua invisibilità
Forse ancor più del segreto dell’inesistenza di Babbo Natale, che per
Lévi-Strauss costituisce il senso profondo e il motivo per cui si continua a
celebrare questa festa nell’età moderna, il segreto del lavoro delle donne viene
custodito ancor più gelosamente. Ogni Natale, la famiglia riunita si siede in
una casa pulita e addobbata da loro, mangia cibo cucinato da loro, scarta
pacchetti realizzati da loro che contengono regali scelti e acquistati da loro.
E ogni Natale sarà soprattutto compito della donna far sì che il segreto venga
custodito per un altro anno, così che Babbo Natale non rischi di essere
giustiziato.
The post La magia del Natale? È il lavoro di cura non retribuito delle donne
appeared first on The Wom.
Entro giugno 2026, l’Italia dovrà recepire la direttiva europea sulla
trasparenza salariale, pensata per ridurre il divario retributivo tra uomini e
donne. Ma il Paese è in ritardo rispetto agli altri Stati membri e il gender pay
gap resta tra i più alti d’Europa. In occasione della Giornata europea della
parità salariale, lo scorso 17 novembre, ecco un’analisi dello stato dell’arte e
delle opportunità – ancora poco esplorate – che la pay transparency può offrire
a imprese e lavoratrici
Dal 17 novembre e fino al 31 dicembre, simbolicamente, le donne europee smettono
di essere pagate. È l’effetto concreto del gender pay gap, che nell’Unione
europea si attesta in media al 12%, ma che in Italia arriva al 16% nel settore
privato. Un dato che torna puntualmente al centro dell’attenzione in occasione
della Giornata europea della parità salariale, ma che racconta una
disuguaglianza strutturale, tutt’altro che episodica. E che rende necessarie
delle politiche sulla trasparenza salariale.
Nonostante un lento miglioramento negli ultimi anni, il divario retributivo
continua a penalizzare le donne lungo tutto l’arco della vita lavorativa, con
conseguenze dirette su autonomia economica, pensioni e possibilità di carriera.
LA DIRETTIVA UE SULLA TRASPARENZA SALARIALE
Per affrontare questa disuguaglianza, nel maggio 2023 l’Unione europea ha
approvato la direttiva sulla Pay Transparency, che dovrà essere recepita dagli
Stati membri entro il 7 giugno 2026. L’obiettivo è chiaro: garantire la parità
di retribuzione per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore.
La norma introduce obblighi precisi: durante le selezioni, le aziende dovranno
indicare il livello retributivo o una fascia salariale e non potranno chiedere
informazioni sugli stipendi precedenti. Una volta assunti, lavoratrici e
lavoratori avranno diritto a conoscere i livelli salariali medi, aggregati per
genere e categoria, mentre le imprese saranno chiamate a monitorare e
rendicontare i propri divari retributivi.
TRASPARENZA NON SIGNIFICA VIOLARE LA PRIVACY
Un punto spesso frainteso riguarda la riservatezza: la direttiva non autorizza
in alcun modo la diffusione delle retribuzioni individuali. I dati dovranno
essere condivisi in forma aggregata, nel rispetto delle normative sulla privacy.
L’obiettivo non è esporre i singoli, ma rendere visibili le disuguaglianze
sistemiche.
In caso di violazioni, sono previste sanzioni economiche proporzionate al
fatturato e, nei casi più gravi, l’esclusione dagli appalti pubblici. Le
lavoratrici e i lavoratori potranno inoltre richiedere il risarcimento degli
arretrati.
ITALIA FANALINO DI CODA IN EUROPA
A pochi mesi dalla scadenza, il quadro europeo è disomogeneo. Paesi come Svezia,
Belgio, Paesi Bassi e Irlanda hanno già presentato leggi o proposte legislative
che recepiscono – e in alcuni casi superano – gli standard minimi fissati da
Bruxelles. L’Italia, invece, resta indietro.
Dopo la legge approvata nel febbraio 2024 che delega il governo al recepimento
della direttiva, non risultano ancora provvedimenti concreti avviati. Un ritardo
che rischia di tradursi in un’ennesima occasione mancata sul fronte della parità
di genere.
PERCHÉ LE AZIENDE DOVREBBERO MUOVERSI SUBITO
In attesa delle norme nazionali, molte imprese scelgono di non intervenire.
Secondo Sabrina Testori, Pay Equity and Transparency Advisor di Winning Women
Institute – società benefit che promuove la parità di genere nel mondo del
lavoro e collabora con istituzioni e imprese – è un errore strategico. “I
princìpi della direttiva sono già chiari. Le aziende possono e dovrebbero
iniziare subito dall’analisi dei divari retributivi, dalla revisione delle
politiche di selezione e dalla comunicazione interna”.
La trasparenza salariale, infatti, non è solo un obbligo normativo, ma un
cambiamento culturale che può tradursi in benefici concreti: migliori
performance, minore turnover, maggiore attrattività per talenti e investitori,
reputazione più solida.
IL PESO DEL PART-TIME E DELLE CARRIERE DISCONTINUE
In Italia il problema del gender pay gap si amplifica se si guarda oltre la
retribuzione oraria. Il ricorso al part-time – che riguarda oltre il 64% delle
donne – e le carriere più frammentate fanno salire il divario medio fino al 20%,
con punte superiori al 35% in alcuni settori tecnico-scientifici.
Dati che mostrano come la disuguaglianza salariale sia intrecciata a modelli
organizzativi, carichi di cura e stereotipi di genere ancora profondamente
radicati.
PARITÀ SALARIALE COME LEVA DI SVILUPPO
Ridurre il gender pay gap non è solo una questione di giustizia sociale. Secondo
la Commissione europea, ogni punto percentuale in meno di divario retributivo
può generare un aumento dello 0,1% del Pil. “La parità di genere è una leva
strategica per crescita, innovazione e competitività”, sottolinea Paola Corna
Pellegrini, presidente di Winning Women Institute.
Il conto alla rovescia è iniziato. La domanda, oggi, non è più se intervenire,
ma quanto rapidamente l’Italia saprà colmare il divario che la separa dal resto
d’Europa.
The post Trasparenza salariale: entro giugno 2026 dovrà essere realtà. Perché
farà bene a tutti appeared first on The Wom.
Preferisci ascoltare il riassunto audio?
Quando, qualche mese fa, ho accettato la sfida di guidare la filiale Iberia di
una multinazionale del mondo FMCG e Consumer Health, avevo già costruito in
Italia una posizione solida e riconosciuta. Eppure sentivo che non volevo più
essere soltanto una manager “locale”: volevo diventare una leader globale.
Spostarsi significa crescere: ampliare l’impatto, reinventarsi, rimettere in
discussione identità, radici, equilibrio familiare. Ma soprattutto — e questo è
il filo rosso di questo articolo — la mobilità internazionale è ancora una leva
decisiva per la carriera femminile, un acceleratore di competenze e visibilità
globale, nonostante i dati dimostrino che non sia ancora accessibile a tutte. E
racconta una cosa importante: chi si muove non porta con sé solo la propria
valigia, ma un modello di leadership e un esempio per le generazioni future
Parlando di leardership femminile all’estero, secondo i principali studi
internazionali (Mercer e PwC), le donne rappresentano ancora solo tra il 15% e
il 25% delle assegnazioni globali, nonostante il 71% delle giovani
professioniste dichiari di voler lavorare all’estero almeno una volta nella
vita. Un paradosso che evidenzia un potenziale femminile ancora largamente
sotto-utilizzato. E in Italia il divario è ancora più evidente. Nel nostro Paese
le donne che ricoprono ruoli apicali — amministratrici delegate, membri di
comitati esecutivi, leadership team — sono appena il 17% nelle aziende quotate,
e il 18% considerando quotate e non. Sono numeri dell’Osservatorio Donne
Executive della SDA Bocconi, che ha analizzato oltre 5.300 executive in Italia,
Francia, Germania e Belgio: un ritardo strutturale che pesa sui percorsi di
carriera.
> La mobilità internazionale, invece, ha un effetto opposto: accelera, amplia
> prospettive, crea visibilità globale, sviluppa competenze multiculturali che
> oggi sono decisive per ruoli di comando
LE SFIDE DELLA LEADERSHIP FEMMINILE ALL’ESTERO: VISIBILITÀ SÌ, MA SENZA
SEMPLIFICAZIONI
Muoversi tra Paesi, contesti e culture non è mai soltanto un trasferimento
professionale: è un esercizio continuo di adattamento e ridefinizione.
Le principali sfide per le donne restano:
* Bias: molte aziende continuano a scegliere uomini per incarichi considerati
“più impegnativi”.
* Dual-career e famiglia: partner, figli, scuola, radici sono variabili che
impattano eccome, ma spesso vengono sottovalutate.
* Identità e appartenenza: spostarsi significa ricostruire legami, rinegoziare
se stessi, costruire una nuova quotidianità.
COSA INSEGNA VIVERE E LAVORARE OLTRE CONFINE: LA VOCE DI CRISTIANA SCELZA
Cristiana Scelza, VP Europe MID & Sustainability di Prysmian e Presidente di
Valore D, ha costruito la sua carriera tra Cina, Brasile, Russia, Olanda e
Italia, diventando una delle voci più autorevoli sulla leadership globale.
> Visualizza questo post su Instagram
>
>
>
>
> Un post condiviso da Valore D (@valored_ufficiale)
Cosa ti ha insegnato vivere e lavorare in culture diverse?
Le esperienze internazionali mi hanno insegnato prima di tutto a conoscere me
stessa. Quando vivi in culture lontane capisci cosa caratterizza gli altri, ma
anche i punti di forza e di debolezza della tua cultura d’origine. E impari che
non puoi restare ferma: ciò che per te è “normale” altrove non lo è affatto.
Per avere successo all’estero servono curiosità, umiltà, ascolto e rispetto. Non
puoi arrivare aspettando che gli altri si adeguino a te. Da ogni Paese porto con
me qualcosa che oggi fa parte del mio modo di essere leader.
Quali difficoltà pensi siano specifiche dell’essere donna nell’affrontare la
sfida internazionale?
Le difficoltà non sono molto diverse da quelle che viviamo in Italia come donne
al lavoro. Ma credo che l’essere donna alla ricerca della mia realizzazione
personale e professionale mi abbia dato una marcia in più. Vedo tantissime
giovani donne scegliere oggi la sfida internazionale e portare a casa risultati
straordinari. Sono ottimista: le nuove generazioni ci insegneranno nuovi modi di
vivere e lavorare, nel pieno rispetto dei propri sogni.
COSTRUIRE LA LEADERSHIP DEL FUTURO
L’esperienza internazionale non è solo un incarico: è un acceleratore
identitario.
Le donne che si muovono imparano a leggere e integrare culture diverse, guidare
team multiculturali, gestire complessità e imprevedibilità, esercitare una
leadership più empatica e adattiva. Ma non solo: imparano a prepararsi al
cambiamento familiare, costruire reti globali (a Barcellona, altre donne in
ruoli analoghi mi hanno subito accolta), mantenere apertura culturale e
accettare l’imperfezione come parte del processo di crescita.
È il modello di leadership che oggi le aziende ricercano: flessibile, globale,
inclusivo.
Alle aziende, infatti, questo tipo di modello serve a sostenere le coppie
dual-career, offrire programmi di mobilità inclusivi, creare reti di expat
femminili, strutturare onboarding interculturali.
IL MOTIVO PIÙ IMPORTANTE: L’ESEMPIO CHE LASCIAMO ALLE GIOVANI GENERAZIONI
Al di là dei dati, dei modelli organizzativi e delle strategie di carriera, c’è
un motivo profondo che mi ha spinta a scegliere la mobilità internazionale:
l’esempio che voglio dare a mia figlia.
Ginevra e Matilde
Se mi sposto, se ricomincio, se mi metto in gioco anche quando è faticoso, è
perché voglio che lei cresca sapendo che il mondo è grande e che non bisogna
averne paura.
Voglio che impari che il cambiamento non è una minaccia, ma un’opportunità. Che
il futuro non va previsto: va esplorato. E soprattutto che capisca questo:
> la paura di rinunciare a ciò che potresti diventare deve essere sempre più
> forte della paura di perdere ciò che hai già
È lì, in quello spazio incerto tra ciò che lasci e ciò che scopri, che nasce la
parte più autentica e coraggiosa di noi.
E forse, se mia figlia Ginevra — durante la sua prima visita nel mio nuovo
ufficio, insieme alla sua amichetta Matilde — mi lascia diversi messaggi sulla
lavagna con scritto “ti voglio bene, ce la puoi fare”, allora significa che sto
camminando nella direzione giusta.
The post Leader senza confini: la nuova geografia della leadership femminile
appeared first on The Wom.
Il post di fidanzamento tra Taylor Swift e Travis Kelce è quello con più like
della storia di Instagram. La prova che il matrimonio continua a essere visto
come il traguardo più importante nella vita di una donna
Con 36 milioni di like, il carosello di foto con cui Taylor Swift e Travis Kelce
hanno annunciato il loro fidanzamento è diventato in sole sei ore il post più
apprezzato di Instagram, superando il precedente record stabilito da Zendaya e
dal suo post di auguri per il compleanno del compagno Tom Holland. L’annuncio
delle nozze si è subito trasformato nell’argomento più importante della cultura
pop mondiale.
> Visualizza questo post su Instagram
>
>
>
>
> Un post condiviso da Taylor Swift (@taylorswift)
LA SINGLE ERA DI TAYLOR SWIFT
In effetti, il fatto che Taylor Swift si sposi è una questione abbastanza
grossa. Gran parte della sua immagine pubblica, oltre che della sua carriera
musicale, è sempre stata legata all’essere una donna sola, con tutto il carico
emotivo che questa condizione porta con sé, tra legittimo desiderio di avere
qualcuno accanto e rivendicazione della propria indipendenza. Questo status le è
anche costato molti attacchi: nel 2024 fece discutere un editoriale di Newsweek
a firma di John Mac Ghlionn in cui veniva definita “unmarried and childless”
(nubile e senza figli) e quindi un cattivo modello per le giovani donne.
Sempre nello stesso periodo, fu presa di mira dall’influencer mascolinista
Andrew Tate che le chiedeva che senso avesse la sua vita se non era ancora
diventata madre. L’anno successivo, quando la cantante mostrò il suo sostegno
alla candidatura di Kamala Harris alle presidenziali statunitensi, fu appellata
dal futuro vicepresidente JD Vance come una “gattara senza figli”, richiamando
il vecchio pregiudizio sulle zitelle amanti dei gatti. Ma ora che la single era
di Taylor Swift si sta per concludere, le acque improvvisamente si sono calmate
e persino il presidente Trump – che non ha mai nascosto di odiarla – ha
seppellito per un momento l’ascia di guerra per congratularsi con la coppia.
Piaccia o no, il matrimonio continua a essere il traguardo più importante per
una donna, anche se è una delle donne più influenti e di successo del pianeta.
COM’È CAMBIATO IL MATRIMONIO
Oggi l’industria globale delle nozze ha un valore di 300 miliardi di dollari e
da qualche anno il mercato sta conoscendo un boom senza precedenti.
> I matrimoni diventano sempre più sfarzosi e sofisticati ma, soprattutto, sono
> tornati a essere una forma di capitale simbolico, da mostrare e condividere
> sui social e, per le più fortunate, sulle riviste di moda
Si parla addirittura di un “complesso industriale matrimoniale”, termine coniato
nel libro d’inchiesta del 2007 One Perfect Day di Rebecca Mead, e che ricalca
termini più sinistri, come il “complesso industriale militare” o il “complesso
industriale carcerario”. Il fatto curioso è che, almeno negli Stati Uniti,
sposarsi sta tornando di moda soprattutto fra le donne laureate, invertendo la
tendenza secondo cui il matrimonio è desiderabile solo per le fasce meno
abbienti della società come forma di stabilità economica.
Per secoli il matrimonio è stato l’unico modo con cui una donna poteva acquisire
prestigio sociale o ottenere qualche concessione in più in termini di diritti e
proprietà.
> Le lotte femministe nel Novecento hanno però in discussione tanto
> l’istituzione matrimoniale quanto l’idea che una donna non sposata dovesse
> essere una cittadina di serie B o una femmina incompleta
Il matrimonio ha sicuramente cambiato la sua funzione sociale negli anni, ma è
cambiato anche il suo posto nel femminismo. Autrici come Catherine Rottemberg e
Angela McRobbie, ad esempio, hanno fatto notare come nell’auto-narrazione di
molte donne considerate modelli di femminismo moderno, sposarsi e avere dei
figli diventa il coronamento di un’idea di emancipazione femminile che viene
ridotta all’“avere tutto”.
> Visualizza questo post su Instagram
>
>
>
>
> Un post condiviso da New Heights (@newheightshow)
Figure come Sheryl Sandberg, ex dirigente di Facebook e autrice del
fortunatissimo libro Facciamoci avanti, hanno rivendicato la scelta di sposarsi
come una scelta che non limita, ma anzi favorisce l’emancipazione femminile: se
si sceglie l’uomo giusto, lui ti aiuterà nella gestione della famiglia mentre tu
andrai avanti con la tua carriera. Ma anche una popstar come Beyoncé, che un
tempo cantava inni per single ladies e independent women, ha trasformato la sua
unione con Jay-Z in un minestrone di messaggi contradditori che cercano di
tenere insieme empowerment femminile e famiglia tradizionale. Nell’ultimo album
Cowboy Carter ha anche cambiato le parole di Jolene di Dolly Parton, una canzone
in cui la protagonista supplica la bellissima amante del marito di non
portarglielo via, trasformandola in una canzone in cui le suppliche si
trasformano in minacce contro una “sfasciafamiglie”.
Il problema non è tanto se donne che avevano fatto dell’essere single una
bandiera trovano l’amore e decidono di convolare a nozze, ma il fatto che questa
scelta venga riconosciuta come il vero e unico traguardo della loro esistenza.
La stessa stampa e la stessa fanbase che fino a poco tempo fa difendeva
(giustamente) Taylor Swift da chi la criticava perché ancora nubile, oggi sembra
quasi tirare un sospiro di sollievo perché la loro beniamina, contro ogni
previsione, è riuscita comunque a coronare “il sogno di ogni donna”.
> Nessun Grammy, nessun tour da record, nessun progetto artistico avrà mai il
> valore simbolico di presentarsi all’altare con l’abito bianco
C’è chi afferma malignamente che Taylor Swift lo sa benissimo, e che tutta la
sua storia con Kelce è un enorme stunt pubblicitario. Anche se fosse così, resta
il fatto che anche per una femminista, il matrimonio è l’investimento sociale
più importante della vita.
The post Fidanzamento Taylor Swift: se il matrimonio è ancora il traguardo più
importante per una donna appeared first on The Wom.
Sono oltre 230 milioni le donne nel mondo ad aver subito mutilazioni genitali
femminili e 650 milioni quelle che si sono sposate prima dei 18 anni. Due
fenomeni che si radicano nelle stesse disuguaglianze di genere e che continuano
a riguardare anche l’Italia, seppure in maniera sommersa. Con il progetto
europeo SAFE, ActionAid e altri partner internazionali lavorano per rompere il
silenzio e costruire reti di prevenzione, protezione ed empowerment
Alcune forme di violenza non lasciano cicatrici visibili, ma un silenzio
profondo, assordante. È l’esperienza di Riham, attivista e Community Expert per
ActionAid, che ricorda il trauma vissuto da sua cugina, sottoposta a mutilazione
genitale femminile in un villaggio egiziano. “Avevo circa dodici anni e stavo
trascorrendo uno di quei lunghi e lenti pomeriggi estivi a casa di mia nonna, in
un piccolo villaggio egiziano. Le donne erano sedute nel cortile, parlavano a
bassa voce mentre sbucciavano le verdure. Poi, all’improvviso, arrivarono due
donne che non conoscevo. Mia zia chiamò mia cugina — poco più grande di me — e
la portò via, senza darmi alcuna spiegazione. Quando tornò, qualcosa in lei era
cambiato. Per giorni non mi fu permesso vederla. Di notte, la sentivo piangere
dietro le pareti sottili”. Una testimonianza che racconta la brutalità di una
pratica diffusa ancora oggi, capace di segnare la vita delle bambine e delle
ragazze nel corpo e nella psiche.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre 230 milioni di donne nel
mondo hanno subito una forma di MGF, mentre 650 milioni sono state costrette a
sposarsi da minorenni. Due violazioni che, pur affrontate spesso separatamente,
hanno radici comuni: il controllo patriarcale sui corpi femminili, la negazione
dei diritti fondamentali e la perpetuazione delle disuguaglianze di genere.
UN FENOMENO CHE ESISTE ANCHE IN ITALIA
Il tema non è lontano da noi. In Italia, secondo una stima dell’Università
Milano-Bicocca (2019), vivono circa 87.600 donne che hanno subito MGF,
soprattutto provenienti da comunità migranti nigeriane ed egiziane. Allo stesso
tempo, i dati sul matrimonio forzato parlano chiaro: con l’introduzione del
reato specifico nel Codice Rosso, sono stati registrati 107 casi, che riguardano
principalmente donne con nazionalità pakistana e bengalese. Numeri che, pur
essendo solo la punta dell’iceberg, dimostrano quanto il fenomeno sia reale e
ancora troppo poco riconosciuto.
> Visualizza questo post su Instagram
>
>
>
>
> Un post condiviso da The Wom (@thewom)
IL PROGETTO SAFE: UN’ALLEANZA EUROPEA
In questo scenario nasce SAFE – Support and Aid for Female Genital Mutilation
and Early and Forced Marriage, un progetto europeo co-finanziato dalla
Commissione europea attraverso il programma CERV e attivo in sei Paesi: Italia,
Germania, Irlanda, Spagna, Francia e Belgio.
L’iniziativa, che durerà fino al 2027, mira a prevenire e contrastare MGF e
matrimoni precoci e forzati attraverso advocacy, formazione, empowerment e
sensibilizzazione. In Italia il coordinamento è affidato ad ActionAid, che dal
2016 lavora su questi temi ponendo al centro le Community Expert: donne e uomini
delle comunità più a rischio che agiscono come ponte tra famiglie, servizi
sociali, scuole, centri antiviolenza e istituzioni.
COMUNITÀ E ISTITUZIONI INSIEME PER ROMPERE IL SILENZIO
SAFE punta a rafforzare il lavoro di rete nelle città di Milano e Roma, creando
alleanze tra scuole, centri giovanili, servizi socio-sanitari e comunità
religiose. Saranno attivati percorsi formativi per figure di riferimento nelle
comunità, oltre ad attività di informazione rivolte a persone rifugiate e
richiedenti asilo.
L’approccio è sistemico e intersezionale: non solo interventi di prevenzione, ma
anche azioni di advocacy politica a livello nazionale ed europeo. Non a caso,
ActionAid fa parte della rete End FGM EU, che unisce oltre 39 organizzazioni in
tutta Europa contro le mutilazioni genitali femminili.
LA VOCE DELLE ATTIVISTE
“Solo unendo le forze possiamo davvero fare la differenza”, sottolinea Stella,
Community Expert e Senior Ambassador del Network End FGM EU, che considera il
nuovo ruolo una possibilità preziosa di crescita e collaborazione
internazionale. “Essere nominata Senior Ambassador è per me una grande
opportunità. Lavoro da anni in Italia su questi temi e questo nuovo ruolo mi
permetterà di crescere ancora, portando nel nostro Paese le competenze e le
esperienze che acquisirò a livello europeo. È anche un’occasione preziosa per
collaborare con altre attiviste provenienti da diversi Paesi”.
Le storie di Riham e Stella mostrano come la battaglia contro queste violenze
non sia solo questione di numeri o leggi, ma di testimonianze vive e di donne
che hanno scelto di rompere il silenzio per aprire la strada al cambiamento.
The post Mutilazioni genitali femminili e matrimoni forzati: la violenza
invisibile che riguarda anche l’Italia appeared first on The Wom.
Donne, bambine e ragazze: sono loro a pagare il prezzo più alto delle crisi
umanitarie, che non colpiscono tutte le persone allo stesso modo ma impattano
maggiormente su chi vive in condizioni di vulnerabilità. È quanto emerge dal
rapporto “Her future at risk. The cost of humanitarian crises on women and
girls” di WeWorld, organizzazione umanitaria che da oltre 50 anni lavora in 26
Paesi inclusa l’Italia, per portare al centro chi è ai margini, geografici e
sociali. Dall’Iran all’Afghanistan, l’apartheid di genere si aggrava e consolida
con le crisi umanitarie. Tuttavia, per contrastare concretamente le oppressioni
sistemiche delle donne in tutto il mondo, serve un’alleanza globale che tenga
conto della specificità di ogni contesto
Come sottolinea Osservatorio Afghanistan, la complessità di regimi che impiegano
regole e strumenti a più livelli per applicare una discriminazione sistemica
prolungata richiede una lotta altrettanto complessa, multiforme e perseverante.
Le donne afghane e iraniane, ad esempio, hanno fatto squadra per lottare contro
i sistemi di discriminazione di genere in cui vivono. Ma per quanto riguarda i
diritti delle donne in Iran e in Afghanistan, ci sono alcune differenze che
vanno considerate.
CONOSCERE LA SPECIFICITÀ DELLE LOTTE, MULTIFORMI E COMPLESSE
Sia in Afghanistan che in Iran il tentativo in corso da parte dei regimi è
quello di sottomettere le donne al potere dei leader uomini. E, in entrambi i
casi, la reazione delle donne è di resistenza. In svariate forme. Dalle proteste
che hanno portato nelle piazze il messaggio “donna, vita, libertà!” alla
disobbedienza civile messa in atto nella quotidianità, la vita delle donne è una
continua lotta che non si assesta in entrambi i Paesi. Ma, come testimoniato
dalle Ong che lavorano sui territori – tra cui Nove Caring Humans, tra le poche
Ong rimaste attive in Afghanistan – ci sono delle differenze che è necessario
conoscere per comprendere la situazione reale evitando il rischio di appiattire
la narrazione dietro gli stereotipi.
Ad esempio, le donne iraniane godono di libertà che non sono consentite alle
donne afghane. Le donne in Iran hanno il diritto alla partecipazione politica:
non è uguale a quella degli uomini in tutti gli aspetti – le donne non possono
diventare presidenti – ma possono impegnarsi in attività politiche a vari
livelli, tra cui votare ed essere elette. In Iran le donne fanno anche parte
delle principali strutture di leadership politica, compreso l’esecutivo.
In Afghanistan, invece, le donne non sono libere di partecipare a tutto lo
spettro della rappresentanza politica. La situazione non migliora sul fronte
dell’istruzione. I talebani – tornati al potere nell’agosto 2021 — hanno
proibito alle bambine afghane di frequentare la scuola oltre il sesto grado. Un
divieto che, nel marzo 2023, è stato poi esteso anche al livello secondario e
all’università.
L’Iran, invece, ha uno dei tassi di alfabetizzazione femminile più alti della
regione. Ci sono tantissime giovani donne laureate, soprattutto nelle materie
STEM.
«I più fondamentalisti avrebbero anche voluto negare la possibilità di studiare
alle bambine e alle ragazze, ma per fortuna non ci sono riusciti», spiega
l’attivista iraniana Pegah Moshir Pour nel suo contributo al dossier InDifesa di
Terre des Hommes, che evidenzia come il tasso di alfabetizzazione delle iraniane
superi l’80%. Anche nei media, sia a livello statale che privato, le donne sono
rappresentate.
> In Afghanistan sono state bandite da quasi tutte le rappresentazioni e
> posizioni di potere nei media. Lo stesso accade nella vita sociale e
> culturale: se le iraniane possono viaggiare e guidare liberamente, alle donne
> afghane è vietato viaggiare senza un accompagnatore maschio e persino visitare
> i parchi nazionali
A gravare ulteriormente sui diritti di donne e ragazze in Afghanistan, è la
sospensione degli aiuti umanitari di Usaid. In questo contesto ong e
associazioni della società civile sono l’ultima ancora di salvezza per la
popolazione, in primis per le donne di cui molte sono capofamiglia.
«Siamo riusciti a salvare la piccola Deeba, figlia di Munisa, da un matrimonio
precoce. Ci sono ancora molte storie che possiamo cambiare. Proprio in questo
momento dobbiamo rimanere in Afghanistan e proseguire tutte le nostre attività»,
riferiva ad Agi lo scorso 8 marzi Nove Caring Humans, ong italiana attiva da 13
anni nel Paese asiatico, una delle poche ancora operative nell’emirato talebano.
Nonostante la gravità della situazione, la crisi afghana è quasi del tutto
uscita dai radar dell’informazione mainstream e dall’agenda della comunità
internazionale: per questo motivo Nove ha lanciato un apposito “Fondo Emergenza
Donne Afghane”.
L’ALLEANZA DELLE DONNE IRANIANE E AFGHANE CONTRO L’APARTHEID DI GENERE
«Riconoscere l’apartheid di genere in Afghanistan è fondamentale per le lotte
delle donne a livello globale e sosterrà anche le lotte delle donne in Iran,
mentre le donne afghane possono beneficiare dell’esperienza, dell’energia e
della consapevolezza delle donne iraniane contro la discriminazione», sottolinea
Osservatorio Afghanistan.
> Le donne lo hanno capito e nel riconoscimento delle loro storie, individuali e
> collettive insieme, fanno rete
«Riconoscere questa differenza nello status delle donne tra Iran e Afghanistan è
importante per qualsiasi alleanza contro l’apartheid di genere» conclude
l’Osservatorio. Dal regime dei talebani a quello degli Ayatollah. Dalle proteste
fuori dall’Università di Kabul, da cui le donne sono state espulse, alle rivolte
scoppiate a Theran dopo l’uccisione di Mahsa Amini. Lo slogan delle donne curde
“donna, vita, libertà!” diventa un grido collettivo di resistenza: superando i
confini, ha ricordato al resto del mondo come l’oppressione delle donne sia una
componente strutturale dei regimi. Che, per essere contrastati, vanno conosciuti
nelle loro specificità.
The post I diritti delle donne al tempo delle crisi umanitarie: le differenze
tra Iran e Afghanistan appeared first on The Wom.
Esiste una cosa che ho imparato crescendo: costruire non è solo una questione di
mani, ma di visione, di coraggio, di possibilità. E troppo spesso, alle bambine,
e poi alle donne, viene insegnato che certi sogni hanno dei limiti, che certi
mattoncini non sono fatti per loro. Io l’ho vissuto sulla mia pelle: quando il
mondo ti guarda con un pregiudizio, ti fa sentire piccola anche se dentro sei un
vulcano. Ma poi cresci, e capisci che il problema non sei tu: è la misura con
cui la società definisce cosa puoi o non puoi fare. E allora oggi, da donna, da
professionista e da persona che ha fatto della propria diversità una forza, non
posso che emozionarmi davanti a una campagna come “She Built That” del Gruppo
LEGO. Perché finalmente si parla alle bambine, e si dice loro: tu puoi
costruire. Tutto. Anche il futuro. E così, mattoncino dopo mattoncino, la
narrazione si ribalta
Costruire è creare, immaginare, rompere barriere. È ciò che fanno ogni giorno
migliaia di bambine, donne, madri, artiste, professioniste, ed è ciò che
racconta il Gruppo LEGO, con una rivisitazione femminista ed energica dello
storico brano “It’s Like That” dei Run D.M.C., trasformato oggi in “She Built
That”.
Nel video musicale, una crew internazionale di giovani artiste della Gen Z e Gen
Alpha – come la DJ Livia e la batterista Nandi Bushell, prende letteralmente in
mano la scena, dimostrando che costruire non è una questione di genere, ma di
immaginazione.
E in Italia? Il volto scelto per questa missione è quello dolcissimo e
determinato di Giulia Stabile.
GIULIA STABILE, L’AMBASSADOR ITALIANA CHE CI RAPPRESENTA TUTTE
Classe 2002, ballerina, performer, amatissima dalle nuove generazioni (e non
solo), Giulia è molto più che una professionista di talento. È una ragazza che
ha fatto della fragilità una forza, e proprio per questo è la scelta perfetta
per questa campagna.
Durante il lancio ufficiale italiano, Giulia ha incontrato un gruppo di bambine.
Ha raccontato di sé, delle sue insicurezze, del coraggio che ha dovuto trovare
per salire su un palco e sentirsi “abbastanza”. Ha detto loro, senza filtri, che
sì: anche quando ti dicono che non puoi farcela, tu puoi. Che ogni sogno si
costruisce mattoncino dopo mattoncino. E che essere ragazze non è mai un limite,
ma una spinta a fare meglio, più forte, più vero.
Giulia Stabile
Nel video che accompagna la campagna, la vediamo danzare sulle note di “She
Built That” con una coreografia che unisce immaginazione, libertà e forza. Ed è
impossibile non emozionarsi.
UNA RICERCA CHE FA RIFLETTERE: I DATI SUGLI STEREOTIPI DI GENERE
La campagna ha fatto seguito a un’indagine globale commissionata da LEGO su
oltre 32.000 persone in 21 Paesi. I dati emersi sono stati illuminanti:
* Il 39% dei bambini associa la parola “costruttore” a “un uomo in un
cantiere”;
* Il 70% delle bambine non si considera brava a costruire;
* Solo il 57% delle mamme si definisce capace in quest’ambito, rispetto al 68%
dei papà;
* Ma il 92% dei bambini crede che tutti dovrebbero sentirsi in grado di
costruire;
* E l’86% è convinto che stimolare la creatività da piccoli possa cambiare il
mondo.
Numeri che fanno male. Perché raccontano un mondo ancora filtrato da schemi
antichi. Eppure, lo stesso studio dice che il 92% dei bambini è convinto che
tutti dovrebbero sentirsi in grado di costruire. E allora, se lo dicono loro,
ascoltiamoli. Facciamolo per davvero.
> Visualizza questo post su Instagram
>
>
>
>
> Un post condiviso da LEGO Italia (@legoitaly_official)
Scrivendo queste righe, ripenso a tutte le volte in cui ho visto ragazze
brillanti mettere in dubbio le proprie capacità solo perché qualcuno, magari con
leggerezza, ha detto loro che non erano “portate”. A tutte le madri che si
definiscono “non brave a costruire”, anche se ogni giorno tengono in piedi
intere famiglie. A tutte le bambine che smettono di sognare perché nessuno ha
detto loro che potevano farlo.
LEGO oggi ci ricorda che costruire è un atto creativo, inclusivo, profondo. E
che ogni persona – con le sue mani, le sue idee, il suo corpo, il suo vissuto –
può essere una costruttrice. Anzi: lo è già.
LEGGI ANCHE – STEM e gender gap: ecco perché in Italia le donne ingegnere sono
ancora una rarità
INTERVISTA A GIULIA STABILE
Giulia, sei la testimonial italiana della campagna “She Built That”. Cosa ti ha
emozionato di più di questo progetto?
Essere scelta è stato super emozionante! Mi ha colpito tantissimo l’idea di
celebrare le ragazze che “costruiscono” il proprio futuro con passione, impegno
e libertà. È bello sentirsi parte di un messaggio così positivo, soprattutto per
le bambine che, magari, come me qualche anno fa, hanno tanti sogni ma anche un
po’ di paura di non farcela. Vedere che oggi posso ispirare qualcun’altra è una
cosa che mi riempie il cuore.
Da piccola hai mai pensato che “costruire” non fosse una cosa da “bambine”?
No, sinceramente non l’ho mai pensato. E credo sia sbagliato anche solo fare
questa distinzione. Sono cresciuta con una mamma che mi ha sempre fatto sentire
libera di essere me stessa, di seguire le mie passioni senza pensare a cosa
“dovrebbe” fare una bambina o un bambino. Costruire, creare, sognare… sono cose
di tutti, e ognuno ha il diritto di farlo a modo suo.
> Visualizza questo post su Instagram
>
>
>
>
> Un post condiviso da Giulia Stabile ♡ (@giugiulola)
Qual è il “mattoncino” più importante che hai messo nella tua carriera fino a
oggi?
Sicuramente l’onestà. In tutto quello che faccio, che sia ballare, parlare, o
semplicemente essere me stessa in TV, cerco sempre di rimanere vera. È il
mattoncino che tiene insieme tutto il resto. Anche nei momenti difficili, penso
che essere autentici ti aiuti a costruire qualcosa di solido, che dura.
Quando pensi alla te bambina, cosa le diresti oggi?
Le direi di non smettere mai di credere in sé stessa, anche quando sembra
difficile, anche quando si sente diversa. Le direi che quella sua sensibilità,
quella voglia di ballare e di esprimersi, diventeranno la sua forza.
E per il futuro, quali sono i tuoi sogni da costruire?
Sogno di continuare a fare quello che amo, restando sempre vera. Vorrei
crescere, imparare ancora tanto e vivere nuove esperienze che mi facciano
emozionare, come succede ogni volta che salgo su un palco.
LEGGI ANCHE – Rendiconto INPS 2024: in Italia siamo ancora solo “madri” e
“casalinghe”
The post “She Built That”: anche le bambine possono costruire. Intervista a
Giulia Stabile appeared first on The Wom.
Nella parte bassa della classifica anche quest’anno: Il Global Gender Gap Report
2025 del World Economic Forum, giunto alla sua 19esima edizione, torna a
fotografare lo stato della parità di genere nel mondo, offrendo un quadro
d’insieme che è allo stesso tempo uno specchio e un campanello d’allarme.
L’Italia l’Italia si colloca all’85° posto su 148, ecco perché
Su 148 Paesi analizzati dal Global Gender Gap Report 2025, la media globale di
chiusura del divario di genere è del 68,8%, appena un decimale in più rispetto
all’anno scorso. Un miglioramento minimo, che porta con sé una previsione poco
incoraggiante: di questo passo, serviranno ancora 123 anni (nel 2022 erano 136)
per raggiungere la piena uguaglianza tra donne e uomini a livello globale.
Un tempo lunghissimo, che non solo racconta l’inerzia dei sistemi istituzionali
ed economici, ma che chiama in causa direttamente le responsabilità politiche,
sociali e culturali. Se il cambiamento continua ad avanzare a piccoli passi, il
rischio è quello di anestetizzare la coscienza pubblica, lasciando che la parità
resti un obiettivo astratto, da delegare al futuro.
QUATTRO DIMENSIONI, UNA DISPARITÀ PERSISTENTE
Il rapporto analizza quattro aree principali: partecipazione economica,
istruzione, salute e rappresentanza politica. Laddove istruzione e salute
registrano progressi significativi — entrambi con livelli di parità oltre il 95%
— sono la sfera economica e quella politica a mostrare ritardi cronici.
> La partecipazione economica, in particolare, è uno dei nodi più critici: a
> livello mondiale, il gap si è chiuso solo al 60,7%. Ancora più grave il
> divario nella rappresentanza politica, che si ferma al 22,9%
Due dati che, presi insieme, raccontano una realtà in cui le donne sono sempre
più istruite e longeve, ma ancora fortemente escluse dai luoghi dove si esercita
il potere e si distribuisce la ricchezza.
L’ITALIA MIGLIORA, MA RESTA IN CODA
In questo contesto, la posizione dell’Italia si conferma debole. Nonostante un
leggero miglioramento in classifica generale — dal 87° all’85° posto — il nostro
Paese rimane indietro rispetto alla media europea, in particolare per quanto
riguarda il lavoro e la rappresentanza.
Sul fronte dell’istruzione, l’Italia raggiunge un punteggio molto alto (0,998),
che la colloca nella fascia più avanzata a livello globale. Bene anche la
dimensione salute, con un indice di 0,966. Ma questi numeri, che segnalano
l’accesso formale ai diritti, non riescono a tradursi in effettiva parità nelle
altre aree. La fotografia cambia infatti quando si guarda alla partecipazione
economica e politica.
Nel mondo del lavoro, l’Italia registra un dato preoccupante: 117ª su 148 Paesi.
Il gender pay gap è tra i più elevati d’Europa, con le donne che guadagnano in
media il 57,2% del salario degli uomini. Ma non è solo questione di stipendio:
> la partecipazione femminile al mercato del lavoro resta bassa, la presenza nei
> ruoli apicali è limitata e le donne continuano a farsi carico in modo
> sproporzionato del lavoro di cura non retribuito
Il risultato è un sistema che, pur non mancando di competenze femminili,
continua a disperderle o sottoutilizzarle.
> Anche la rappresentanza politica resta deludente: il nostro Paese ha
> migliorato lievemente la propria posizione in questa area, passando dal 67° al
> 65° posto, ma l’indice rimane molto basso (0,255)
A livello nazionale, le donne continuano a essere sotto-rappresentate nei
parlamenti, nei governi, nei consigli di amministrazione. Le leadership
femminili esistono, ma sono ancora eccezioni che confermano la regola.
IL PREZZO DELLA LENTEZZA
Il ritardo italiano, secondo gli esperti, è imputabile non solo alla mancanza di
politiche incisive, ma a una questione culturale più ampia. La parità, in
Italia, soffre di un divario di attuazione: le norme ci sono, ma non bastano.
Senza un cambiamento reale nel tessuto sociale — a partire dall’educazione, dal
welfare, dalla distribuzione dei carichi familiari — la parità rimane sulla
carta.
> Il congedo parentale, per esempio, è ancora utilizzato in misura prevalente
> dalle madri: in media, 19,6 mesi contro i 13,9 dei padri.
Un dato che riflette un’impostazione ancora tradizionale della famiglia e una
scarsa condivisione delle responsabilità genitoriali. Le conseguenze sono
evidenti: carriere interrotte, stipendi più bassi, maggiore vulnerabilità
economica, soprattutto nelle fasi di crisi.
> Anche la cultura del lavoro resta ancorata a modelli maschili: secondo il
> rapporto, solo il 28% delle posizioni manageriali in Italia è occupato da
> donne
Un numero che conferma quanto sia ancora difficile, per una donna, accedere al
potere economico e decisionale, anche quando possiede le competenze necessarie.
PERCHÉ LA PARITÀ È UNA QUESTIONE ECONOMICA
Non si tratta solo di giustizia sociale. Secondo le proiezioni del World
Economic Forum, colmare il divario di genere avrebbe ricadute enormi
sull’economia globale. Aumentare la partecipazione femminile potrebbe generare
fino a 10,5 milioni di nuovi posti di lavoro in Europa entro il 2050, con un
incremento del PIL del 9,6%. A livello mondiale, si parla di una crescita
potenziale del PIL tra il 3 e il 4%.
Investire nella parità, quindi, non è solo etico, è strategico. Significa
valorizzare talenti, ridurre sprechi di capitale umano, migliorare la coesione
sociale e promuovere innovazione.
L’EUROPA E IL RESTO DEL MONDO
Il confronto internazionale è impietoso. In cima alla classifica, per il 15°
anno consecutivo, c’è l’Islanda, con un divario di genere chiuso al 92,6%.
Seguono Finlandia, Norvegia, Svezia e Nuova Zelanda. Otto dei primi dieci Paesi
sono europei, a dimostrazione che la parità non è una chimera, ma una
possibilità concreta laddove esistono politiche strutturate, servizi pubblici
efficienti e cultura della condivisione.
> In Europa occidentale, il gender gap è mediamente chiuso al 75,1%, mentre il
> Nord America raggiunge il 75,8%. L’America Latina segna un recupero
> significativo, con un miglioramento di 8,6 punti dal 2006, grazie soprattutto
> a progressi in campo politico.
L’Italia, purtroppo, continua a occupare le retrovie del continente. E questo
nonostante il talento femminile italiano sia riconosciuto nel mondo, a partire
dall’ambito scientifico, accademico e imprenditoriale.
Il Global Gender Gap Report 2025 non offre soluzioni, ma indicatori. Spetta ai
governi, alle imprese, alle istituzioni educative tradurre i dati in strategie.
L’Italia non parte da zero: ha leggi, ha risorse, ha competenze. Ma finché non
sceglierà di investire davvero nella parità — con politiche attive per
l’occupazione femminile, con il superamento del gender pay gap, con una
distribuzione equa del lavoro di cura, con una rappresentanza politica equa —
renderà sempre più ampio il divario.
The post Global Gender Gap Report 2025, per la parità di genere servono ancora
123 anni: Italia nelle basse posizioni appeared first on The Wom.
Oggi come ieri, il corpo delle donne resta un terreno di scontro. A trent’anni
dalla Conferenza mondiale sulle donne di Pechino, il rapporto “Il corpo
politico. Autonomia corporea e menopausa tra potere, resistenza e cura
collettiva” di WeWorld evidenzia come il corpo femminile continui a essere un
terreno di controllo sociale. La pressione estetica incessante, l’ageismo e il
silenzio sulla menopausa contribuiscono a un fenomeno noto come “beauty
burnout”, che esaurisce le energie delle donne e limita la loro autonomia
Il “beauty burnout” nasce da un’esperienza comune e logorante: il dover
corrispondere in modo costante e obbligato a standard estetici irrealistici. La
costante e violenta convinzione per cui la bellezza per le donne sia un dovere.
Secondo il sondaggio realizzato da WeWorld e Ipsos nel febbraio 2025 su un
campione rappresentativo di 1.000 persone, il 59% ritiene che le donne subiscano
più pressioni degli uomini per mantenere un certo aspetto fisico, percentuale
che sale al 69% tra le persone laureate. Solo il 4% pensa che siano gli uomini a
subirne di più.
La pressione estetica colpisce entrambi i generi, ma ha un impatto più profondo
e sistemico sulla vita delle donne: si insinua nel quotidiano, erode
l’autostima, condiziona le scelte e influisce sull’economia personale. Un ideale
estetico inaccessibile diventa così una gabbia dorata da cui è difficile uscire
senza sentirsi inadeguate.
QUANDO LA BELLEZZA DIVENTA UN OBBLIGO: IL BURNOUT INVISIBILE
Tra i più comuni standard estetici imposti ci sono la magrezza, la bianchezza,
un corpo che sembri giovane e privo di imperfezioni, che rientri nelle categorie
binarie di mascolinità e femminilità.
Negli ultimi decenni, l’ideale di magrezza si è trasformato: non si tratta più
dell’estetica estrema degli anni ’80, in cui dominava un’immagine scheletrica e
androgina, ma di un ideale più sottile e pervasivo. Oggi la magrezza viene
associata a tonicità, controllo, performance: è la “diet culture”, ovvero quel
sistema di valori che continua a esercitare un giudizio normativo sui corpi,
promuovendo pratiche di sorveglianza costante come il conteggio ossessivo delle
calorie, l’eliminazione di interi gruppi alimentari (come i carboidrati), la
glorificazione dell’allenamento estremo e una costante ricerca
dell’“autodisciplina”.
> Questo modello, descritto come “sano” o “fit”, è in realtà solo una versione
> aggiornata della stessa logica: il valore della persona viene misurato anche —
> e soprattutto — attraverso la forma del suo corpo
Ed è proprio questa pressione normalizzante a essere riconosciuta come una delle
principali cause dei Disturbi del Comportamento Alimentare. Soprattutto tra le
giovani generazioni.
Il trend #SkinnyTok è diventato così popolare su TikTok negli ultimi mesi da
destare le preoccupazioni della Commissione europea e del regolatore dei
contenuti digitali francese Arcom. Su loro richiesta, TikTok ha deciso di
bloccare l’hashtag a livello mondiale, «poiché è stato collegato a contenuti
malsani sulla perdita di peso», come è stato stato dichiarato da un portavoce.
Lo confermano i racconti riportati nello studio: «Non ho mai avuto un buon
rapporto con il mio corpo, e penso che non lo avrò mai, però ho fatto pace con
questa consapevolezza. Come? Iniziando a prendermene più cura. Per tanto tempo
l’ho trattato male, l’ho rifiutato, non l’ho amato. Questo non significa che ora
lo ami – racconta la testimonianza di una donna di 41 anni raccolta dal report –
Ancora oggi, non va mai davvero bene. Anche nei momenti in cui ero “in forma”,
anche adesso che mi alleno, che sono dimagrita molto — e l’ho fatto soprattutto
per motivi di salute, di benessere, più che per estetica — resta comunque il mio
punto debole. E, allo stesso tempo, una forma di forza. Il mio corpo è sempre
stata una cosa che potevo controllare, su cui esercitare un potere mentale
fortissimo: se decidevo di non mangiare, non mangiavo; se volevo inondarmi di
cibo, lo facevo; se volevo cambiarlo, in un senso o nell’altro, lo trasformavo.»
Negli ultimi decenni, questi ideali utopici di perfezione hanno iniziato a
essere legati anche all’idea di essere persone “in salute”, in perfetta forma,
abili, che conducono uno stile di vita sano e sono in grado di essere efficienti
e produttive nel contesto sociale e lavorativo. Seppure anche gli uomini e
altre identità di genere siano sempre più soggetti a forme di pressione estetica
— soprattutto negli ultimi anni — le donne rimangono la categoria più colpita.
Le pressioni estetiche non riguardano solo la bellezza. Ma diventano un potente
strumento di controllo sociale che incrocia il genere, la provenienza, il colore
della pelle, la disabilità e la classe sociale. In questo contesto, la bellezza
non è più una questione di scelta personale o piacere, ma un mezzo per creare
una gerarchia sociale, dove chi non rispetta gli standard imposti viene
marginalizzato, soprattutto le donne.
IL COSTO DI ESSERE CONSIDERATE “BELLE”
In un contesto in cui il loro valore viene misurato in base alla loro apparenza,
le donne sono indotte a investire risorse considerevoli in trattamenti estetici,
cosmetici, abbigliamento e attività fisica, in una forma di consumo crescente.
Secondo il rapporto Eurispes “Piacersi e piacere. Il rapporto delle donne con il
loro corpo”, per curare la propria bellezza una donna su 4 destina oltre 100
euro al mese. Oltre un terzo dedica 10-30 minuti al giorno per curare il proprio
aspetto: poco meno della metà dedica oltre mezz’ora, mentre una su 5 più di
un’ora.
> La bellezza è ancora percepita come un mezzo per ottenere vantaggi sociali e
> professionali. Ne è un esempio il concetto di “body work”: un insieme di
> tecniche per modificare e abbellire il corpo, che possono portare a migliorare
> la propria posizione professionale
Questo accade in un contesto culturale che, radicando l’idea che la bellezza sia
l’unico obiettivo delle donne, vuole trasformarla nella loro risorsa principale
per ottenere visibilità e riscatto sociale.
LE PRESSIONI SOCIALI PER LE DONNE NON SI FERMANO ALL’ASPETTO ESTERIORE
Ben oltre il corpo. Il sondaggio evidenzia come le aspettative sociali sul corpo
femminile non si fermino all’aspetto esteriore. Il 27% delle donne dichiara di
aver subito pressioni per diventare madri, contro il 17% degli uomini; il 23% ha
avvertito pressioni per sposarsi (contro il 15% degli uomini). La libertà di
scelta viene continuamente monitorata, giudicata, normalizzata.
> Quasi 9 donne su 10 (84%) dichiarano di sentire il peso dello sguardo sociale
> sulle scelte riproduttive. Per oltre la metà di loro (51%), questa pressione è
> vissuta come schiacciante
Il 62% del campione crede che le donne incinte debbano seguire rigidamente le
raccomandazioni mediche; il 66% dei giovani tra i 18 e i 30 anni ritiene che le
donne abbiano poca voce nelle decisioni sul parto.
L’INVECCHIAMENTO NON È NEUTRO: L’AGEISMO DI GENERE
Il corpo delle donne non è solo bello o brutto: è anche giovane o vecchio. E
quando invecchia, diventa invisibile. Solo 1 persona su 3 considera
l’invecchiamento una fase naturale della vita; per il resto, prevale una
narrazione legata al declino.
> Il 71% ritiene che una donna anziana rischi di essere esclusa dai ruoli
> sociali e professionali, contro il 51% che pensa lo stesso per un uomo
Il 51% del campione pensa che una donna anziana sia più criticata per
l’abbigliamento rispetto a un uomo. Tra le donne, più della metà (57%) lo
conferma. Questi dati parlano di un doppio standard radicato: mentre agli uomini
è concesso di invecchiare, alle donne viene richiesto di restare giovani per
essere considerate visibili, credibili, desiderabili.
In Italia e in Europa, la discriminazione basata sull’età è vietata dalla legge.
La Costituzione italiana stabilisce il principio di uguaglianza (art. 3), che
vieta ogni forma di discriminazione, inclusa quella legata all’età. Questo
significa che l’ageismo, ovvero la discriminazione legata all’età, è considerato
illegale. Anche a livello europeo, le leggi sono chiare.
La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che è diventata
vincolante nel 2009, proibisce ogni forma di discriminazione basata sull’età.
Inoltre, l’articolo 20 della Carta Sociale Europea garantisce pari opportunità e
trattamento per tutte le persone, indipendentemente dall’età, nel lavoro e nelle
condizioni di impiego, come stipendi e promozioni. Ciò nonostante, nella cultura
occidentale, molte donne interiorizzano ideali di eterna giovinezza, alimentati
da media, standard estetici e pressioni sociali, che rendono il naturale
processo di invecchiamento un’esperienza carica di vergogna.
LA MENOPAUSA COME CONFINE CULTURALE
Mentre viene richiesta la perfezione, della salute e del corpo delle donne si
studia poco. La menopausa rappresenta uno spartiacque biologico e culturale,
troppo spesso ridotto al silenzio.
Il 39% del campione considera la menopausa un argomento ancora tabù; 1 persona
su 3 pensa che parlarne al lavoro sia poco professionale. Più di 1 uomo su 4
ritiene che le donne in menopausa non dovrebbero ricoprire ruoli di leadership
per via dei cambiamenti ormonali.
Il 56% del campione crede che la menopausa renda le donne più emotive o
instabili. Questo stereotipo, oltre a essere infondato, contribuisce a
marginalizzare ulteriormente le donne in una fase delicata della vita, che
dovrebbe invece essere accompagnata da supporto medico, ascolto e
rappresentazione.
DALLA DIAGNOSI ALLA DIGNITÀ: DATI, BISOGNI E DIRITTI
Il sondaggio evidenzia un bisogno urgente di informazione e cura. Quasi 7 donne
su 10 (69%) vorrebbero ricevere più informazioni sulla menopausa, ma solo il 35%
si fida della competenza del personale sanitario nel riconoscere i sintomi.
> Il 40% ha cercato aiuto, spesso trovandolo su Internet. Il 38% ha riscontrato
> difficoltà nel reperire supporto medico, mentre il 18% spende più di 50 euro
> all’anno per gestire i sintomi
Durante la perimenopausa, sintomi come vampate (52%), aumento di peso (37%),
insonnia (36%) e ansia (20%) condizionano la qualità della vita. Più di una
donna su cinque ha rinunciato ad attività sociali, 1 su 10 a impegni lavorativi.
In media, si perdono 9 giorni di lavoro all’anno per questi disturbi. Eppure,
troppo spesso si tace.
LE RACCOMANDAZIONI DI WEWORLD: PER UN CAMBIAMENTO STRUTTURALE E CULTURALE
Per garantire il diritto alla salute, al benessere e all’autodeterminazione
delle donne – e di tutte le soggettività marginalizzate – WeWorld propone una
serie di raccomandazioni fondamentali:
* Rafforzare l’educazione alla salute e all’autonomia corporea in tutte le fasi
della vita, con particolare attenzione alla menopausa e al climaterio.
* Garantire una formazione adeguata del personale sanitario, per riconoscere i
bisogni specifici delle donne, anche in relazione all’invecchiamento e alla
salute sessuale e riproduttiva.
* Contrastare l’ageismo e i pregiudizi legati all’età, attraverso politiche
attive per l’inclusione e la valorizzazione delle donne anziane nella società
e nel lavoro.
* Rivedere l’impostazione comunicativa e mediatica del corpo femminile,
promuovendo rappresentazioni realistiche, inclusive e plurali.
* Integrare il tema della cura collettiva nei servizi pubblici e nei luoghi di
lavoro, con misure concrete di welfare e sostegno psicologico.
* Riconoscere il valore politico dell’esperienza corporea, creando spazi dove
le donne possano raccontarsi e ritrovare potere a partire dal proprio
vissuto.
Solo così sarà possibile trasformare il corpo da oggetto di controllo a soggetto
di resistenza e autodeterminazione.
IL CORPO POLITICO: CONSAPEVOLEZZA, RESISTENZA, TRASFORMAZIONE
Dal costante body monitoring alla pressione estetica: la sorveglianza sui corpi
delle donne non riguarda solo lo specchio, ma il potere.
> I corpi femminili restano uno spazio controllato, sorvegliato, normalizzato.
> Sono ancori corpi politici. Ma anche resistenti.
Raccontare, ascoltare, creare spazi di cura collettiva è un atto di
trasformazione. Promuovere l’autonomia corporea, il diritto a invecchiare, a
scegliere, a essere imperfette, è oggi una battaglia urgente. Perché nessuna
donna debba più sentirsi inadeguata solo per il fatto di esistere nel proprio
corpo.
The post Beauty burnout, quanto costa alle donne la pressione estetica sui loro
corpi appeared first on The Wom.