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Ripples, la talent agency di YeSeul Kim che vuole colmare il divario di genere nella leadership intellettuale
Dalla Corea al MIT, da Procter & Gamble al Web3: YeSeul Kim ha attraversato mondi e continenti diversi, lontanissimi, prima di fermarsi a Treviso e fondare la Ripples Talent Agency. Non un’agenzia di personal branding tradizionale, ma un’azienda che affronta il grande tema del gender gap nella leadership del pensiero. Perché di donne competenti e brillanti è pieno il mondo. Il problema è che nessuno le vede abbastanza Il divario di genere nella leadership del pensiero YeSeul Kim lo ha esperito sulla propria pelle. Panel composti solo da uomini che discutono di parità di genere; fondi di venture capital che ignorano le fondatrici; media che raccontano le professioniste attraverso le loro relazioni familiari, mai attraverso i loro risultati. E lei, imprenditrice e manager di origini asiatiche, che viene scambiata per l’assistente dei suoi collaboratori uomini. Coreano-americana, laureata al MIT, imprenditrice seriale e angel investor, Kim ha costruito la propria carriera attraversando il corporate globale di Procter & Gamble, l’innovazione sociale, l’educazione internazionale a H-FARM, fino all’ecosistema Web3. Tutto senza mai lasciarsi definire da un ruolo professionale. Oggi vive a Treviso, ma la sua visione è dichiaratamente internazionale: creare le condizioni affinché le donne possano essere viste, ascoltate e riconosciute come leader intellettuali. È da questa consapevolezza, maturata tra Stati Uniti, Asia ed Europa, che nel gennaio 2025 ha fondato Ripples Talent Agency. Non una semplice agenzia di personal branding, ma una realtà virtuosa che si è data l’obiettivo di colmare il divario di genere nella leadership del pensiero, intervenendo laddove la sottorappresentazione femminile continua a essere strutturale. Ovvero nei media, nei luoghi decisionali, nei panel pubblici, nelle conferenze, nei consigli di amministrazione. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Ripples Talent & Speaker Agency (@ripplesagency) In Italia, poi, la questione è ancora più evidente: le donne vengono spesso raccontate attraverso relazioni familiari – “moglie di”, “figlia di” – mentre i risultati professionali restano sullo sfondo. E non è raro che dibattiti televisivi o politici su temi che incidono direttamente sulla vita femminile, dal lavoro di cura al gender pay gap, siano composti esclusivamente da uomini. Ripples nasce per rompere questo schema. L’agenzia rappresenta dirigenti e fondatrici, accompagnandole nella costruzione del loro capitale reputazionale: accesso ai board, opportunità di speaking, pubblicazioni, visibilità internazionale. Allo stesso tempo, lavora con donne nelle fasi iniziali o di transizione della carriera attraverso percorsi di consulenza personalizzata e masterclass su comunicazione e leadership. > L’obiettivo non è “insegnare a esporsi”, ma creare le condizioni perché > competenze e visioni già esistenti possano diventare autorevoli nello spazio > pubblico La storia di YeSeul Kim — professionista cosmopolita abituata a reinventarsi, fondatrice che ha scelto di costruire un’impresa mentre diventava madre — incarna la missione di Ripples: trasformare l’influenza da privilegio a responsabilità. Perché la visibilità non è un vezzo individuale, ma uno strumento collettivo. Perché non si tratta di diventare l’eccezione, ma di cambiare la regola per tutte. YeSeul Kim INTERVISTA A YESEUL KIM, FONDATRICE DI RIPPLES Identità è una parola che ricorre spesso quando si parla di leadership femminile. Per te, che hai vissuto tra continenti e culture diverse, cosa significa? È una domanda complicata. Ho molte identità e ho vissuto in tanti luoghi diversi, dunque non esiste una risposta univoca. Tecnicamente sono nata in Corea, ma quando avevo due anni la mia famiglia si è trasferita a Guam, un’isola nel Pacifico che è territorio degli Stati Uniti. Guam è un punto di incontro tra Oriente e Occidente: un territorio americano con una cultura locale fortissima, quella dei Chamorro. La mia famiglia è coreana, ma sull’isola convivono persone da moltissimi Paesi asiatici. Per me la diversità era la norma. Poi sono tornata in Corea per un anno, e successivamente negli Stati Uniti per le scuole medie. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Ripples Talent & Speaker Agency (@ripplesagency) Che tipo di ragazza eri e quali ambizioni avevi? Ero una ragazza a cui non era permesso sognare davvero in grande. Mi hanno insegnato che l’istruzione era l’unica strada verso il successo, quindi il mio unico sogno era entrare all’università. A 18 anni sono stata ammessa al MIT, la mia prima scelta. Avrei dovuto sentirmi al culmine di un traguardo, invece ho provato una specie di vuoto: quello era il mio unico sogno, e l’avevo già raggiunto. > È stato allora che ho capito una cosa fondamentale: bisogna imparare a sognare > più in grande È in quel momento che è nato il tuo primo progetto imprenditoriale? Sì. Al MIT ho iniziato a chiedermi che tipo di impatto volessi creare nel mondo. Ho fondato così il Leadership Training Institute, un’organizzazione non profit basata sul principio del pay it forward. Formavamo studenti del MIT come mentor per lavorare con ragazzi delle scuole superiori di Boston su progetti a impatto sociale. Quei progetti, a loro volta, aiutavano altre persone. Mi sono resa conto che l’impatto individuale è lineare, ma se aiuti qualcuno che poi aiuta altri, allora si crea una catena. Sono passati 15 anni e l’organizzazione esiste ancora. È questo il potere di un’idea costruita per durare: metti da parte l’ego e pensi all’eredità di un progetto. Dopo questa esperienza sei entrata poi nel mondo corporate… Sì, ho seguito il percorso che la società considera “giusto”. Dopo il MIT ho lavorato in Procter & Gamble, ma in 14-15 anni non ho mai ricoperto lo stesso ruolo né lavorato nello stesso settore. Il mio ultimo incarico da dipendente è stato in Italia, a H-FARM, come General Manager delle scuole internazionali. Nonostante questo percorso, però, nessuno dava per scontato che fossi io la persona in comando. Sono alta 1,54, asiatica, sembro più giovane della mia età. Spesso scambiavano il mio collaboratore – uomo, bianco, più grande di me – per il mio capo. Queste cose non mi hanno mai fermata e mi hanno insegnato a reinventarmi continuamente. Come ci sei riuscita? In gran parte grazie al personal branding. > Non ho mai voluto identificarmi con un titolo, perché i titoli possono essere > tolti. La reputazione no: quella è tua Quando ho lasciato H-FARM ho deciso di diventare imprenditrice. Mi sono avvicinata al Web3, ho iniziato a comunicare in modo visibile ciò che stavo facendo, e le aziende hanno iniziato a fidarsi di me. A un certo punto ho capito che il capitale finanziario non era ciò che mi interessava davvero. La mia vera passione è il capitale sociale: creare connessioni, relazioni, valore condiviso. Da lì è nato il concetto di capitale reputazionale. Ed è così che hai fondato Ripples... Esatto. Ripples nasce dalla mia storia. È ciò che ho costruito per me stessa e che ora voglio aiutare altre donne a costruire. Aiutiamo le donne a diventare visibili come thought leader, perché la visibilità genera impatto e permette di restituire qualcosa alle generazioni successive. Perché questa realtà è particolarmente necessaria per le donne? Perché le donne hanno più bisogno di capitale reputazionale rispetto agli uomini. Quando pensiamo alle “influencer”, ci viene in mente la moda, il beauty, la maternità. Ambiti importanti, ma considerati “non pericolosi” e prettamente femminili. > I veri thought leader — in politica, economia, tecnologia — sono quasi sempre > uomini. Siamo metà della popolazione mondiale, ma rappresentiamo solo un > quarto delle voci nei media E quando veniamo citate, raramente lo siamo sui temi più importanti e decisionali. Ho una figlia di quattro mesi e ho fondato Ripples quando ho scoperto di essere incinta. Non voglio che cresca in un mondo in cui è facilissimo nominare cinque CEO uomini, ma quasi impossibile fare lo stesso con scienziate, economiste o giudici. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Ripples Talent & Speaker Agency (@ripplesagency) Che tipo di donne rappresentano il target di Ripples? Il nostro target principale sono donne tra i 40 e i 60 anni: dirigenti che hanno toccato – ma non sfondato – il soffitto di cristallo, fondatrici di startup, soprattutto in ambito AI e tecnologia. Molte di loro stanno vivendo una transizione o una crisi identitaria. Quando sei stata “la CMO di…” per anni, chi sei senza quel titolo? Le aiutiamo a riscoprire la propria identità e a comunicarla in modo autorevole. Come funziona concretamente Ripples? Ripples è una talent agency, ma ribalta il modello tradizionale. Non lavoriamo per le aziende: lavoriamo per il talento. Il percorso è in tre fasi: consulenza di personal branding, costruzione della leadership di pensiero – attraverso contenuti, posizionamento, visibilità – e infine rappresentanza attraverso opportunità di speaking, board, scrittura, insegnamento. Prima di rappresentare una persona, la aiutiamo a definire il proprio “grande tema”. Io lo chiamo: qual è il tuo TED Talk? Sul vostro sito scrivete: “Essere influenti non è un lusso, è una responsabilità”. Cosa intendi? La visibilità ha un costo e un rischio, soprattutto per le donne. Ma se rinunciamo a essere visibili, lasciamo che il mondo continui a essere raccontato solo da una prospettiva. Con l’AI questo problema si amplifica: se i dati di partenza sono maschili, anche le risposte lo saranno. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Ripples Talent & Speaker Agency (@ripplesagency) A un anno dalla nascita di Ripples, che bilancio ti senti di fare? È stato un anno di apprendimento e sperimentazione, anche grazie alla maternità, che mi ha insegnato molto. La cosa più potente è che non devo spiegare alle donne perché Ripples è necessaria: lo sentono nel corpo. E l’idea di avere qualcuno “dalla loro parte”, e non in una relazione transazionale, è ciò che le colpisce di più. Ci teniamo molto, poi, a far capire alle donne leader una cosa importante: chiedere aiuto non è una debolezza, ma una strategia. E noi siamo qui per crearla insieme. The post Ripples, la talent agency di YeSeul Kim che vuole colmare il divario di genere nella leadership intellettuale appeared first on The Wom.
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Perché le chat tossiche delle mamme nascono (ancora) da un grande problema culturale
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Qualche giorno fa, Ashley Tisdale, l’attrice che due generazioni fa ci insegnava a essere cattivelle con piume e glitter nei panni di Sharpay Evans in High School Musical, ha pubblicato un articolo-memoir sul magazine The Cut dal titolo inequivocabile: Breaking Up With My Toxic Mom Group. Ha raccontato dell’inesorabile declino della chat di gruppo tra sue coetanee, tutte mamme di uno o più figli: chat parallele in cui ci si parla alle spalle, foto su Instagram di eventi privati a cui non era invitata, della sensazione, a 40 anni suonati, di essere “di nuovo al liceo”. Il gossip ha infuriato, concentrandosi su chi fossero le altre mamme (Hilary Duff? Meghan Trainor? Mandy Moore?) e sul marito di una di loro che ha postato una storia insinuante. E noi ci siamo fatti prendere dalla caccia alla celebrità, perdendo completamente il punto Perché Ashley Tisdale non ha scoperto l’America: ha solo avuto una piattaforma e il coraggio per dire ad alta voce ciò che milioni di donne in Italia sussurrano ogni giorno, stanche, guardando la notifica di un altro messaggio vocale nella chat di mamme su WhatsApp “Mamme Classe 2°B”. > Quel gruppo non è un semplice strumento di organizzazione. È la cartina di > tornasole più precisa, banale e devastante delle disuguaglianze di genere che > ancora governano la genitorialità nel nostro paese È il luogo digitale dove il “lavoro emotivo” – quel lavoro invisibile, non retribuito e socialmente femminilizzato, di gestione, mediazione, preoccupazione e organizzazione della prole – prende forma, si moltiplica e, troppo spesso, si incancrenisce fino all’esasperazione. LE CHAT TOSSICHE DELLE MAMME RACCONTANO MEGLIO DI TUTTI LE DISUGUAGLIANZE DI GENERE Questo divario non è un’astrazione: ha un indirizzo IP e un avatar di profilo. Si chiama “Chat Mamme Scuola Calvino”, oppure “Gruppo mamme catechismo”, ed è lì che quella disparità si traduce in migliaia di messaggi. Chi porta i biscotti per la festa di fine anno? Chi prenota il pulmino per la gita? Chi ricorda che domani serve il costume da bagno per educazione motoria? Chi organizza il regalo collettivo per la maestra che va in pensione? Era proprio vero che il nostro welfare si fonda sulle mamme. Il gruppo nasce da un bisogno reale, sacrosanto: creare un villaggio virtuale, un gruppo di supporto contro la solitudine spesso opprimente della maternità, talvolta esacerbata (come nel caso delle star hollywoodiane) da una gravidanza sotto pandemia. > Ma in una società che carica sulle spalle delle madri l’intero onere > organizzativo ed emotivo della famiglia, quella chat degenera rapidamente in > un campo di addestramento all’ansia performativa Diventa il palcoscenico dove si consuma una silenziosa guerra di status sociali: chi ha preparato la merenda più Instagrammabile, chi ha organizzato il compleanno a tema più elaborato, chi ha trovato il tutor più bravo per il recupero in matematica. Insomma le chat incriminate di cui parla Tisdale non sono un’invenzione hollywoodiana; sono la naturale conseguenza di un ambiente saturo di pressione sociale malcelata. Dinamiche che ti giudicano e ti escludono non (solo) per cattiveria, ma perché la tua inadeguatezza percepita – non aver fatto il corso di primo soccorso pediatrico, aver comprato i sacchetti per la festa invece di cucirli a mano – minaccia l’equilibrio precario di un sistema costruito su una perfezione di facciata necessaria a portare avanti la narrazione stereotipata. I COMPITI DEI PADRI: SEMPRE MINORI DI QUELLI DELLE DONNE Ed ecco che arriva la domanda che punge, quella che svela il trucco di questo intero sistema: e i papà in tutto questo dove sono? La domanda, posta così, è già una trappola. È la domanda che si fa la mamma esausta, guardando il telefono che non smette di vibrare, mentre il padre del suo bambino è tranquillamente sprofondato in una pennica sul divano. È la domanda che rafforza lo stereotipo che sia compito suo occuparsene. > Allora, forse, sarebbe più giusto chiederci per quale motivo la nostra cultura > ha strutturato questi spazi come territori esclusivamente o prevalentemente > femminili? La risposta è un intreccio: da un lato abbiamo molti padri che si sentono legittimati a non partecipare, che si autoescludono poiché lo stereotipo culturale del “papà spettatore” è potentissimo. C’è l’uomo che “aiuta”, quello che “fa il suo dovere quando glielo si chiede” o che dà una mano, ma che raramente c’è il padre che si assume la responsabilità proattiva del management globale della vita del figlio. Se portarlo a nuoto è un’attività eroica, ricordarsi di comprare i quaderni a righe per l’intera classe è un dettaglio amministrativo invisibile. Dall’altro lato, le stesse madri – spesso inconsapevoli portatrici dello stesso stereotipo – potrebbero compiere quella che chiameremo eteroesclusione. Quando si forma una nuova chat, chi si prende la briga di aggiungere i contatti? Quasi sempre una mamma, che aggiunge automaticamente le altre mamme che conosce. Il padre viene inserito come un ripensamento, se viene inserito. Le istituzioni – la scuola su tutte – sono complici fondamentali. Quante circolari iniziano con il dantesco “Cari Genitori” per poi essere recapitate sistematicamente all’indirizzo email o al numero della madre? Quante maestre, di fronte a un problema, chiedono “Potrei parlare con la mamma?”, quante madri hanno le password del registro elettronico dei figli e delle figlie? LE RAGIONI DELLA DISPARITÀ GENITORIALE Ma attenzione: questo non è un destino biologico. È una costruzione sociale che, nel 2026, suona non solo ingiusta, ma clamorosamente controproducente. Sovraccarica le donne, spesso costrette a una doppia o tripla presenza (lavoro, casa e ora anche chat), ed infantilizza gli uomini, escludendoli da interi segmenti della relazione con i propri figli e dalla comunità di supporto genitoriale. Perché, sì, esiste un lato maschile della medaglia dell’isolamento. Mentre le mamme, tra ansie e competizioni, costruiscono pur sempre una rete (tossica o meno che sia), molti padri si ritrovano senza alcun spazio di confronto o sostegno sulla genitorialità, relegati al ruolo di bancomat ambulante o di arbitro nelle liti più grosse. Eppure, cambiare è possibile, forse addirittura necessario. Ma richiede un atto di consapevolezza prima che di rivoluzione. Per le madri: provare, con fatica, a delegare veramente, non solo il compito, ma la responsabilità organizzativa di quel compito. Non dire “puoi andare tu a prendere il latte per la festa?”, ma “tu pensi all’approvvigionamento per la festa, io al resto”. Per i padri: farsi avanti, non aspettare l’invito o il foglietto con le istruzioni. Chiedere di essere aggiunti alla chat, prendersi carico di un’intera organizzazione (dalla gita al regalo per gli insegnanti) dall’inizio alla fine, senza attendere ulteriori ordini. Per le istituzioni, a partire dalla scuola: normalizzare la comunicazione diretta e paritaria con entrambi i genitori. Smetterla con il “chiami la mamma” appena qualcuno lamenta un mal di pancia. IL VERO PROBLEMA DELLE CHAT DELLE MAMME L’esperienza di Ashley Tisdale, dunque, ci racconta molto di più di una semplice storiella da rotocalco, come potrebbe sembrare. È un potente riflettore puntato sul quotidiano di milioni di persone. Ci mostra che il vero scandalo non è che una star sia stata esclusa da un gruppo di mamme antipatiche. Il vero scandalo è che, nel 2026, esistano ancora “gruppi di mamme” come unico pilastro organizzativo della vita dei loro figli.  Allora, la prossima rivoluzione potrebbe iniziare con un semplice, radicale gesto: creare, e rendere obbligatorio, il gruppo “Genitori della 2°B“. E vedere finalmente, in quella bacheca digitale come il fiorire di un nuovo modello, in cui la cura smetta di essere un dovere di genere e diventi, finalmente, un linguaggio comune. The post Perché le chat tossiche delle mamme nascono (ancora) da un grande problema culturale appeared first on The Wom.
Attualità
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Una stanza e un’ora tutta per sé: ancora un miraggio per le donne
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Una stanchezza che non passa dormendo. Né che si risolve con un weekend libero o qualche ora di ferie. Quella che attraversa la vita delle donne è una stanchezza strutturale, cronica, che ridisegna i confini della quotidianità: i dati dell’ultimo report della School of Gender Economics, “Determinanti strutturali e meccanismi di riproduzione delle disuguaglianze di genere”, diretto da Azzurra Rinaldi, fotografano con precisione questa fatica diffusa. E raccontano una realtà che non riguarda solo il benessere individuale, ma il funzionamento stesso della nostra società La stanchezza femminile non è una sensazione passeggera, né un problema individuale di cattiva organizzazione. È un dato strutturale. Lo certifica il report “Determinanti strutturali e meccanismi di riproduzione delle disuguaglianze di genere”, realizzato dalla School of Gender Economics dell’Università Unitelma Sapienza e diretto da Azzurra Rinaldi, con la collaborazione di Claudia Pitteo e il supporto del ricercatore Dawid Dawidowicz. IL TEMPO NON È UNA VARIABILE NEUTRA Nel lavoro della School of Gender Economics il tempo smette di essere una variabile neutra. Diventa un indicatore capace di misurare la profondità delle disuguaglianze di genere. La ricerca, condotta su un campione di 2.456 donne, mostra come la scarsità di tempo condizioni l’accesso al lavoro, alla formazione, alla salute e, più in generale, alla possibilità di autodeterminazione. > Quando il tempo manca, le opportunità si restringono. E questo ha un costo non > solo individuale, ma collettivo I numeri non parlano di scelte individuali, né di una presunta incapacità di organizzarsi. Parlano di un sistema che continua a scaricare sulle donne la gestione del tempo, della cura, dell’energia emotiva. La stanchezza femminile, ci dice il report, non è una questione privata: è un indicatore economico e sociale. STANCHEZZA CRONICA, NON INDIVIDUALE La stanchezza che emerge dal report non è legata a momenti specifici della vita, ma attraversa le diverse fasce d’età. > Tra le più giovani, nella fascia 25-35 anni, oltre otto donne su dieci > dichiarano una stanchezza costante, che incide sulla concentrazione, sulla > capacità decisionale e sulla progettualità Non si tratta di un disagio temporaneo, ma di una condizione che si sedimenta e accompagna le donne negli anni centrali della vita lavorativa e familiare. IL TEMPO SOTTRATTO ALLA SALUTE Uno degli effetti più evidenti della scarsità di tempo riguarda la salute. Quasi il 45% delle donne intervistate afferma di non riuscire a prendersi cura del proprio benessere fisico per mancanza di tempo. > Ancora più rilevanti sono i dati sul piano psicologico: circa il 70 % segnala > livelli elevati di stress e difficoltà di recupero delle energie La rinuncia alla salute non è una scelta, ma una conseguenza diretta di un’organizzazione sociale che continua a scaricare sulle donne il peso della cura. IL LAVORO DI CURA CHE NON SCOMPARE A incidere in modo decisivo sulla disponibilità di tempo è il lavoro di cura non retribuito. Il 53 % delle donne dichiara di occuparsi completamente da sola della gestione domestica e familiare. Solo una minoranza può contare su una reale condivisione con il partner. Anche quando le donne lavorano, il carico invisibile dell’organizzazione quotidiana continua a gravare su di loro, producendo una sovrapposizione costante di ruoli che riduce il tempo disponibile per sé. LAVORO E FLESSIBILITÀ: UN ACCESSO DISEGUALE Sul fronte lavorativo, il report evidenzia un accesso fortemente diseguale agli strumenti di flessibilità. Tra le donne tra i 26 e i 35 anni, il 70 % non ha la possibilità di usufruire dello smart working. Una percentuale che diminuisce solo con l’avanzare dell’età, quando però il carico familiare tende ad aumentare. > La mancanza di flessibilità penalizza soprattutto le più giovani, rendendo più > difficile investire sulla formazione e sulla crescita professionale UN DIVARIO CHE SI TRASMETTE La scarsità di tempo non è solo una fotografia del presente, ma un meccanismo che contribuisce alla riproduzione delle disuguaglianze. Crescere in contesti in cui il tempo delle donne è sistematicamente sacrificato normalizza una distribuzione asimmetrica delle responsabilità. Il rischio è che la mancanza di tempo diventi un modello interiorizzato, difficile da scardinare anche nelle generazioni successive. UN’ORA CHE MISURA L’AUTONOMIA Il dato più simbolico resta quello sull’assenza di un’ora quotidiana per sé. > Per l’81 % delle donne tra i 36 e i 45 anni, quello spazio minimo non esiste. > Eppure è proprio da quell’ora che passa la possibilità di prendersi cura di > sé, formarsi, immaginare alternative Come sottolinea il report, quando le donne possono investire sul proprio tempo e sulla propria salute, sono più presenti nella vita economica, prendono decisioni più informate e contribuiscono alla costruzione di un modello di sviluppo più equo e sostenibile. Al contrario, quando una donna non ha tempo, perde margini di autonomia. Non solo perché rinuncia al riposo o al piacere, ma perché rinuncia – spesso senza accorgersene – alla formazione, alla salute, alla possibilità di progettare. > La scarsità di tempo diventa così una delle principali leve attraverso cui le > disuguaglianze di genere si riproducono. Restituire tempo alle donne non è una questione privata. È una scelta economica e politica. Virginia Woolf scriveva che per creare servono una stanza tutta per sé e un reddito. A distanza di quasi un secolo, quella stanza resta ancora un privilegio per molte: a mancare è il tempo. Mentale, fisico, continuo. The post Una stanza e un’ora tutta per sé: ancora un miraggio per le donne appeared first on The Wom.
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La magia del Natale? È il lavoro di cura non retribuito delle donne
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Non ci sarebbe Natale senza il lavoro delle donne, che puliscono, cucinano, comprano regali e li incartano per tutti. Ma questo impegno viene riconosciuto raramente Nel 1951 il famoso antropologo francese Claude Lévi-Strauss rimase colpito da un articolo di giornale in cui si raccontava che a Digione, il giorno della vigilia di Natale, Babbo Natale era stato impiccato e bruciato nella cattedrale della città, di fronte a un pubblico di bambini. La Francia, uscita da poco dalla guerra, stava come tanti altri Paesi europei importando le tradizioni americane, che la Chiesa vedeva però come una forma di paganizzazione. Partendo da questa storia, nel suo saggio Babbo Natale giustiziato, Lévi-Strauss giunge alla conclusione che, a differenza di riti precedenti (ma ancora diffusi), in cui ci si doveva ingraziare il favore dei morti, la moderna celebrazione del Natale è un attaccamento alla vita, che consiste nei sacrifici che facciamo per rendere questa festività bella per i bambini, ad esempio mantenendo viva l’illusione che Babbo Natale esiste. IL NATALE È DONNA Quello che Lévi-Strauss non dice, però, è che gran parte di questi sacrifici sono compiuti dalle donne. “Il Natale è largamente femminilizzato”, scrivono le ricercatrici Sheena Vachhani e Alison Pullen. “La gran parte del lavoro che associamo al Natale è svolto dalle donne e non si crede vada retribuito”. Le donne preparano da mangiare, decorano la casa, si occupano dei bambini, organizzano le feste, vanno a comprare i regali per tutti e li impacchettano. > Anche se il nostro immaginario natalizio è dominato da un anziano signore con > la barba, la magia del Natale è quasi sempre da attribuire al lavoro non > pagato e non riconosciuto di tutte le donne, non solo delle madri Se c’è da organizzare un Secret Santa con i colleghi, sarà molto probabile che a occuparsene sia una donna. Se c’è da scegliere un regalo per i genitori, è più facile che a farlo sia la figlia femmina e non il figlio maschio. IL NATALE COME SPECCHIO DELLA SOCIETÀ Secondo Vachhani e Pullen, ciò è dovuto al fatto che Natale è un rito e, come tutti i riti, la sua funzione è quella di mettere in scena in maniera più intensa ciò che normalmente accade nella società. A livello globale, le donne svolgono più del doppio del lavoro di cura svolto dagli uomini, per un totale di 16 miliardi di ore al giorno che, se venissero pagate, varrebbero più del 40% del PIL di molte nazioni. Queste stime includono l’educazione dei figli, il lavoro domestico, l’assistenza ad anziani e disabili, mentre è difficile quantificare il cosiddetto “lavoro emotivo”, che riguarda invece tutte quelle forme di impegno mentale e affettivo che ci si aspetta che le donne rivolgano agli altri. > Essere disponibili, sorridere, consolare, risolvere i conflitti; ma anche > pianificare e organizzare la vita familiare per renderla più piacevole per > tutti, ma non per forza anche per loro Le festività natalizie riproducono all’ennesima potenza questi meccanismi, con la differenza che nel rito del Natale la femminilità ha un ruolo di protagonismo. Se da un lato questo consente alle donne di usare i giorni di festa come un’occasione di creatività ed espressione – ad esempio cucinando qualcosa che non preparano normalmente o costruendo decorazioni – dall’altro carica queste giornate di maggiori aspettative e preoccupazioni. E infatti diversi studi mostrano come il Natale, che già di per sé è un periodo dell’anno complesso da gestire dal punto di vista emotivo, rappresenta una maggiore fonte di stress per le donne che gli uomini. IL LAVORO INVISIBILE DELLE DONNE L’importanza della dimensione domestica è sottolineata anche dall’iconografia natalizia. Mrs. Claus, uno dei pochi personaggi femminili natalizi nonché moglie di Babbo Natale, che comparve per la prima volta in una novella del 1849 intitolata A Christmas Legend, è spesso ritratta a casa, in attesa che il marito torni dal suo giro di consegna dei doni. Non è un caso se una delle sue prime descrizioni complete apparve sulla celebre rivista per casalinghe Good Housekeeping, dove viene ritratta mentre trasporta cestini pieni di pane. L’autore, probabilmente senza farlo apposta, definisce il suo contegno “appassionato ma nervoso”. Evidentemente anche Mrs. Claus fa parte di quel 51% di donne che definiscono “stressante” il Natale (contro il 35% degli uomini). Mrs. Claus è però una figura marginale dell’iconografia delle feste, surclassata dalle renne (di cui conosciamo il nome, a differenza sua), elfi, pupazzi di neve e ultimamente anche dal Grinch, un odiatore del Natale. > La marginalità della signora Claus riflette la caratteristica principale del > lavoro che le donne svolgono durante il Natale, ovvero la sua invisibilità Forse ancor più del segreto dell’inesistenza di Babbo Natale, che per Lévi-Strauss costituisce il senso profondo e il motivo per cui si continua a celebrare questa festa nell’età moderna, il segreto del lavoro delle donne viene custodito ancor più gelosamente. Ogni Natale, la famiglia riunita si siede in una casa pulita e addobbata da loro, mangia cibo cucinato da loro, scarta pacchetti realizzati da loro che contengono regali scelti e acquistati da loro. E ogni Natale sarà soprattutto compito della donna far sì che il segreto venga custodito per un altro anno, così che Babbo Natale non rischi di essere giustiziato. 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Trasparenza salariale: entro giugno 2026 dovrà essere realtà. Perché farà bene a tutti
Entro giugno 2026, l’Italia dovrà recepire la direttiva europea sulla trasparenza salariale, pensata per ridurre il divario retributivo tra uomini e donne. Ma il Paese è in ritardo rispetto agli altri Stati membri e il gender pay gap resta tra i più alti d’Europa. In occasione della Giornata europea della parità salariale, lo scorso 17 novembre, ecco un’analisi dello stato dell’arte e delle opportunità – ancora poco esplorate – che la pay transparency può offrire a imprese e lavoratrici Dal 17 novembre e fino al 31 dicembre, simbolicamente, le donne europee smettono di essere pagate. È l’effetto concreto del gender pay gap, che nell’Unione europea si attesta in media al 12%, ma che in Italia arriva al 16% nel settore privato. Un dato che torna puntualmente al centro dell’attenzione in occasione della Giornata europea della parità salariale, ma che racconta una disuguaglianza strutturale, tutt’altro che episodica. E che rende necessarie delle politiche sulla trasparenza salariale. Nonostante un lento miglioramento negli ultimi anni, il divario retributivo continua a penalizzare le donne lungo tutto l’arco della vita lavorativa, con conseguenze dirette su autonomia economica, pensioni e possibilità di carriera. LA DIRETTIVA UE SULLA TRASPARENZA SALARIALE Per affrontare questa disuguaglianza, nel maggio 2023 l’Unione europea ha approvato la direttiva sulla Pay Transparency, che dovrà essere recepita dagli Stati membri entro il 7 giugno 2026. L’obiettivo è chiaro: garantire la parità di retribuzione per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore. La norma introduce obblighi precisi: durante le selezioni, le aziende dovranno indicare il livello retributivo o una fascia salariale e non potranno chiedere informazioni sugli stipendi precedenti. Una volta assunti, lavoratrici e lavoratori avranno diritto a conoscere i livelli salariali medi, aggregati per genere e categoria, mentre le imprese saranno chiamate a monitorare e rendicontare i propri divari retributivi. TRASPARENZA NON SIGNIFICA VIOLARE LA PRIVACY Un punto spesso frainteso riguarda la riservatezza: la direttiva non autorizza in alcun modo la diffusione delle retribuzioni individuali. I dati dovranno essere condivisi in forma aggregata, nel rispetto delle normative sulla privacy. L’obiettivo non è esporre i singoli, ma rendere visibili le disuguaglianze sistemiche. In caso di violazioni, sono previste sanzioni economiche proporzionate al fatturato e, nei casi più gravi, l’esclusione dagli appalti pubblici. Le lavoratrici e i lavoratori potranno inoltre richiedere il risarcimento degli arretrati. ITALIA FANALINO DI CODA IN EUROPA A pochi mesi dalla scadenza, il quadro europeo è disomogeneo. Paesi come Svezia, Belgio, Paesi Bassi e Irlanda hanno già presentato leggi o proposte legislative che recepiscono – e in alcuni casi superano – gli standard minimi fissati da Bruxelles. L’Italia, invece, resta indietro. Dopo la legge approvata nel febbraio 2024 che delega il governo al recepimento della direttiva, non risultano ancora provvedimenti concreti avviati. Un ritardo che rischia di tradursi in un’ennesima occasione mancata sul fronte della parità di genere. PERCHÉ LE AZIENDE DOVREBBERO MUOVERSI SUBITO In attesa delle norme nazionali, molte imprese scelgono di non intervenire. Secondo Sabrina Testori, Pay Equity and Transparency Advisor di Winning Women Institute – società benefit che promuove la parità di genere nel mondo del lavoro e collabora con istituzioni e imprese – è un errore strategico. “I princìpi della direttiva sono già chiari. Le aziende possono e dovrebbero iniziare subito dall’analisi dei divari retributivi, dalla revisione delle politiche di selezione e dalla comunicazione interna”. La trasparenza salariale, infatti, non è solo un obbligo normativo, ma un cambiamento culturale che può tradursi in benefici concreti: migliori performance, minore turnover, maggiore attrattività per talenti e investitori, reputazione più solida. IL PESO DEL PART-TIME E DELLE CARRIERE DISCONTINUE In Italia il problema del gender pay gap si amplifica se si guarda oltre la retribuzione oraria. Il ricorso al part-time – che riguarda oltre il 64% delle donne – e le carriere più frammentate fanno salire il divario medio fino al 20%, con punte superiori al 35% in alcuni settori tecnico-scientifici. Dati che mostrano come la disuguaglianza salariale sia intrecciata a modelli organizzativi, carichi di cura e stereotipi di genere ancora profondamente radicati. PARITÀ SALARIALE COME LEVA DI SVILUPPO Ridurre il gender pay gap non è solo una questione di giustizia sociale. Secondo la Commissione europea, ogni punto percentuale in meno di divario retributivo può generare un aumento dello 0,1% del Pil. “La parità di genere è una leva strategica per crescita, innovazione e competitività”, sottolinea Paola Corna Pellegrini, presidente di Winning Women Institute. Il conto alla rovescia è iniziato. La domanda, oggi, non è più se intervenire, ma quanto rapidamente l’Italia saprà colmare il divario che la separa dal resto d’Europa. The post Trasparenza salariale: entro giugno 2026 dovrà essere realtà. Perché farà bene a tutti appeared first on The Wom.
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Leader senza confini: la nuova geografia della leadership femminile
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Quando, qualche mese fa, ho accettato la sfida di guidare la filiale Iberia di una multinazionale del mondo FMCG e Consumer Health, avevo già costruito in Italia una posizione solida e riconosciuta. Eppure sentivo che non volevo più essere soltanto una manager “locale”: volevo diventare una leader globale. Spostarsi significa crescere: ampliare l’impatto, reinventarsi, rimettere in discussione identità, radici, equilibrio familiare. Ma soprattutto — e questo è il filo rosso di questo articolo — la mobilità internazionale è ancora una leva decisiva per la carriera femminile, un acceleratore di competenze e visibilità globale, nonostante i dati dimostrino che non sia ancora accessibile a tutte. E racconta una cosa importante: chi si muove non porta con sé solo la propria valigia, ma un modello di leadership e un esempio per le generazioni future Parlando di leardership femminile all’estero, secondo i principali studi internazionali (Mercer e PwC), le donne rappresentano ancora solo tra il 15% e il 25% delle assegnazioni globali, nonostante il 71% delle giovani professioniste dichiari di voler lavorare all’estero almeno una volta nella vita. Un paradosso che evidenzia un potenziale femminile ancora largamente sotto-utilizzato. E in Italia il divario è ancora più evidente. Nel nostro Paese le donne che ricoprono ruoli apicali — amministratrici delegate, membri di comitati esecutivi, leadership team — sono appena il 17% nelle aziende quotate, e il 18% considerando quotate e non. Sono numeri dell’Osservatorio Donne Executive della SDA Bocconi, che ha analizzato oltre 5.300 executive in Italia, Francia, Germania e Belgio: un ritardo strutturale che pesa sui percorsi di carriera. > La mobilità internazionale, invece, ha un effetto opposto: accelera, amplia > prospettive, crea visibilità globale, sviluppa competenze multiculturali che > oggi sono decisive per ruoli di comando LE SFIDE DELLA LEADERSHIP FEMMINILE ALL’ESTERO: VISIBILITÀ SÌ, MA SENZA SEMPLIFICAZIONI Muoversi tra Paesi, contesti e culture non è mai soltanto un trasferimento professionale: è un esercizio continuo di adattamento e ridefinizione. Le principali sfide per le donne restano: * Bias: molte aziende continuano a scegliere uomini per incarichi considerati “più impegnativi”. * Dual-career e famiglia: partner, figli, scuola, radici sono variabili che impattano eccome, ma spesso vengono sottovalutate. * Identità e appartenenza: spostarsi significa ricostruire legami, rinegoziare se stessi, costruire una nuova quotidianità. COSA INSEGNA VIVERE E LAVORARE OLTRE CONFINE: LA VOCE DI CRISTIANA SCELZA Cristiana Scelza, VP Europe MID & Sustainability di Prysmian e Presidente di Valore D, ha costruito la sua carriera tra Cina, Brasile, Russia, Olanda e Italia, diventando una delle voci più autorevoli sulla leadership globale. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Valore D (@valored_ufficiale) Cosa ti ha insegnato vivere e lavorare in culture diverse? Le esperienze internazionali mi hanno insegnato prima di tutto a conoscere me stessa. Quando vivi in culture lontane capisci cosa caratterizza gli altri, ma anche i punti di forza e di debolezza della tua cultura d’origine. E impari che non puoi restare ferma: ciò che per te è “normale” altrove non lo è affatto. Per avere successo all’estero servono curiosità, umiltà, ascolto e rispetto. Non puoi arrivare aspettando che gli altri si adeguino a te. Da ogni Paese porto con me qualcosa che oggi fa parte del mio modo di essere leader. Quali difficoltà pensi siano specifiche dell’essere donna nell’affrontare la sfida internazionale? Le difficoltà non sono molto diverse da quelle che viviamo in Italia come donne al lavoro. Ma credo che l’essere donna alla ricerca della mia realizzazione personale e professionale mi abbia dato una marcia in più. Vedo tantissime giovani donne scegliere oggi la sfida internazionale e portare a casa risultati straordinari. Sono ottimista: le nuove generazioni ci insegneranno nuovi modi di vivere e lavorare, nel pieno rispetto dei propri sogni. COSTRUIRE LA LEADERSHIP DEL FUTURO L’esperienza internazionale non è solo un incarico: è un acceleratore identitario. Le donne che si muovono imparano a leggere e integrare culture diverse, guidare team multiculturali, gestire complessità e imprevedibilità, esercitare una leadership più empatica e adattiva. Ma non solo: imparano a prepararsi al cambiamento familiare, costruire reti globali (a Barcellona, altre donne in ruoli analoghi mi hanno subito accolta), mantenere apertura culturale e accettare l’imperfezione come parte del processo di crescita. È il modello di leadership che oggi le aziende ricercano: flessibile, globale, inclusivo. Alle aziende, infatti, questo tipo di modello serve a sostenere le coppie dual-career, offrire programmi di mobilità inclusivi, creare reti di expat femminili, strutturare onboarding interculturali. IL MOTIVO PIÙ IMPORTANTE: L’ESEMPIO CHE LASCIAMO ALLE GIOVANI GENERAZIONI Al di là dei dati, dei modelli organizzativi e delle strategie di carriera, c’è un motivo profondo che mi ha spinta a scegliere la mobilità internazionale: l’esempio che voglio dare a mia figlia. Ginevra e Matilde Se mi sposto, se ricomincio, se mi metto in gioco anche quando è faticoso, è perché voglio che lei cresca sapendo che il mondo è grande e che non bisogna averne paura. Voglio che impari che il cambiamento non è una minaccia, ma un’opportunità. Che il futuro non va previsto: va esplorato. E soprattutto che capisca questo: > la paura di rinunciare a ciò che potresti diventare deve essere sempre più > forte della paura di perdere ciò che hai già È lì, in quello spazio incerto tra ciò che lasci e ciò che scopri, che nasce la parte più autentica e coraggiosa di noi. E forse, se mia figlia Ginevra — durante la sua prima visita nel mio nuovo ufficio, insieme alla sua amichetta Matilde — mi lascia diversi messaggi sulla lavagna con scritto “ti voglio bene, ce la puoi fare”, allora significa che sto camminando nella direzione giusta. The post Leader senza confini: la nuova geografia della leadership femminile appeared first on The Wom.
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Fidanzamento Taylor Swift: se il matrimonio è ancora il traguardo più importante per una donna
Il post di fidanzamento tra Taylor Swift e Travis Kelce è quello con più like della storia di Instagram. La prova che il matrimonio continua a essere visto come il traguardo più importante nella vita di una donna Con 36 milioni di like, il carosello di foto con cui Taylor Swift e Travis Kelce hanno annunciato il loro fidanzamento è diventato in sole sei ore il post più apprezzato di Instagram, superando il precedente record stabilito da Zendaya e dal suo post di auguri per il compleanno del compagno Tom Holland. L’annuncio delle nozze si è subito trasformato nell’argomento più importante della cultura pop mondiale. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Taylor Swift (@taylorswift) LA SINGLE ERA DI TAYLOR SWIFT In effetti, il fatto che Taylor Swift si sposi è una questione abbastanza grossa. Gran parte della sua immagine pubblica, oltre che della sua carriera musicale, è sempre stata legata all’essere una donna sola, con tutto il carico emotivo che questa condizione porta con sé, tra legittimo desiderio di avere qualcuno accanto e rivendicazione della propria indipendenza. Questo status le è anche costato molti attacchi: nel 2024 fece discutere un editoriale di Newsweek a firma di John Mac Ghlionn in cui veniva definita “unmarried and childless” (nubile e senza figli) e quindi un cattivo modello per le giovani donne. Sempre nello stesso periodo, fu presa di mira dall’influencer mascolinista Andrew Tate che le chiedeva che senso avesse la sua vita se non era ancora diventata madre. L’anno successivo, quando la cantante mostrò il suo sostegno alla candidatura di Kamala Harris alle presidenziali statunitensi, fu appellata dal futuro vicepresidente JD Vance come una “gattara senza figli”, richiamando il vecchio pregiudizio sulle zitelle amanti dei gatti. Ma ora che la single era di Taylor Swift si sta per concludere, le acque improvvisamente si sono calmate e persino il presidente Trump – che non ha mai nascosto di odiarla – ha seppellito per un momento l’ascia di guerra per congratularsi con la coppia. Piaccia o no, il matrimonio continua a essere il traguardo più importante per una donna, anche se è una delle donne più influenti e di successo del pianeta. COM’È CAMBIATO IL MATRIMONIO Oggi l’industria globale delle nozze ha un valore di 300 miliardi di dollari e da qualche anno il mercato sta conoscendo un boom senza precedenti. > I matrimoni diventano sempre più sfarzosi e sofisticati ma, soprattutto, sono > tornati a essere una forma di capitale simbolico, da mostrare e condividere > sui social e, per le più fortunate, sulle riviste di moda Si parla addirittura di un “complesso industriale matrimoniale”, termine coniato nel libro d’inchiesta del 2007 One Perfect Day di Rebecca Mead, e che ricalca termini più sinistri, come il “complesso industriale militare” o il “complesso industriale carcerario”. Il fatto curioso è che, almeno negli Stati Uniti, sposarsi sta tornando di moda soprattutto fra le donne laureate, invertendo la tendenza secondo cui il matrimonio è desiderabile solo per le fasce meno abbienti della società come forma di stabilità economica. Per secoli il matrimonio è stato l’unico modo con cui una donna poteva acquisire prestigio sociale o ottenere qualche concessione in più in termini di diritti e proprietà. > Le lotte femministe nel Novecento hanno però in discussione tanto > l’istituzione matrimoniale quanto l’idea che una donna non sposata dovesse > essere una cittadina di serie B o una femmina incompleta Il matrimonio ha sicuramente cambiato la sua funzione sociale negli anni, ma è cambiato anche il suo posto nel femminismo. Autrici come Catherine Rottemberg e Angela McRobbie, ad esempio, hanno fatto notare come nell’auto-narrazione di molte donne considerate modelli di femminismo moderno, sposarsi e avere dei figli diventa il coronamento di un’idea di emancipazione femminile che viene ridotta all’“avere tutto”. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da New Heights (@newheightshow) Figure come Sheryl Sandberg, ex dirigente di Facebook e autrice del fortunatissimo libro Facciamoci avanti, hanno rivendicato la scelta di sposarsi come una scelta che non limita, ma anzi favorisce l’emancipazione femminile: se si sceglie l’uomo giusto, lui ti aiuterà nella gestione della famiglia mentre tu andrai avanti con la tua carriera. Ma anche una popstar come Beyoncé, che un tempo cantava inni per single ladies e independent women, ha trasformato la sua unione con Jay-Z in un minestrone di messaggi contradditori che cercano di tenere insieme empowerment femminile e famiglia tradizionale. Nell’ultimo album Cowboy Carter ha anche cambiato le parole di Jolene di Dolly Parton, una canzone in cui la protagonista supplica la bellissima amante del marito di non portarglielo via, trasformandola in una canzone in cui le suppliche si trasformano in minacce contro una “sfasciafamiglie”. Il problema non è tanto se donne che avevano fatto dell’essere single una bandiera trovano l’amore e decidono di convolare a nozze, ma il fatto che questa scelta venga riconosciuta come il vero e unico traguardo della loro esistenza. La stessa stampa e la stessa fanbase che fino a poco tempo fa difendeva (giustamente) Taylor Swift da chi la criticava perché ancora nubile, oggi sembra quasi tirare un sospiro di sollievo perché la loro beniamina, contro ogni previsione, è riuscita comunque a coronare “il sogno di ogni donna”. > Nessun Grammy, nessun tour da record, nessun progetto artistico avrà mai il > valore simbolico di presentarsi all’altare con l’abito bianco C’è chi afferma malignamente che Taylor Swift lo sa benissimo, e che tutta la sua storia con Kelce è un enorme stunt pubblicitario. Anche se fosse così, resta il fatto che anche per una femminista, il matrimonio è l’investimento sociale più importante della vita. The post Fidanzamento Taylor Swift: se il matrimonio è ancora il traguardo più importante per una donna appeared first on The Wom.
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Mutilazioni genitali femminili e matrimoni forzati: la violenza invisibile che riguarda anche l’Italia
Sono oltre 230 milioni le donne nel mondo ad aver subito mutilazioni genitali femminili e 650 milioni quelle che si sono sposate prima dei 18 anni. Due fenomeni che si radicano nelle stesse disuguaglianze di genere e che continuano a riguardare anche l’Italia, seppure in maniera sommersa. Con il progetto europeo SAFE, ActionAid e altri partner internazionali lavorano per rompere il silenzio e costruire reti di prevenzione, protezione ed empowerment Alcune forme di violenza non lasciano cicatrici visibili, ma un silenzio profondo, assordante. È l’esperienza di Riham, attivista e Community Expert per ActionAid, che ricorda il trauma vissuto da sua cugina, sottoposta a mutilazione genitale femminile in un villaggio egiziano. “Avevo circa dodici anni e stavo trascorrendo uno di quei lunghi e lenti pomeriggi estivi a casa di mia nonna, in un piccolo villaggio egiziano. Le donne erano sedute nel cortile, parlavano a bassa voce mentre sbucciavano le verdure. Poi, all’improvviso, arrivarono due donne che non conoscevo. Mia zia chiamò mia cugina — poco più grande di me — e la portò via, senza darmi alcuna spiegazione. Quando tornò, qualcosa in lei era cambiato. Per giorni non mi fu permesso vederla. Di notte, la sentivo piangere dietro le pareti sottili”. Una testimonianza che racconta la brutalità di una pratica diffusa ancora oggi, capace di segnare la vita delle bambine e delle ragazze nel corpo e nella psiche. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre 230 milioni di donne nel mondo hanno subito una forma di MGF, mentre 650 milioni sono state costrette a sposarsi da minorenni. Due violazioni che, pur affrontate spesso separatamente, hanno radici comuni: il controllo patriarcale sui corpi femminili, la negazione dei diritti fondamentali e la perpetuazione delle disuguaglianze di genere. UN FENOMENO CHE ESISTE ANCHE IN ITALIA Il tema non è lontano da noi. In Italia, secondo una stima dell’Università Milano-Bicocca (2019), vivono circa 87.600 donne che hanno subito MGF, soprattutto provenienti da comunità migranti nigeriane ed egiziane. Allo stesso tempo, i dati sul matrimonio forzato parlano chiaro: con l’introduzione del reato specifico nel Codice Rosso, sono stati registrati 107 casi, che riguardano principalmente donne con nazionalità pakistana e bengalese. Numeri che, pur essendo solo la punta dell’iceberg, dimostrano quanto il fenomeno sia reale e ancora troppo poco riconosciuto. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da The Wom (@thewom) IL PROGETTO SAFE: UN’ALLEANZA EUROPEA In questo scenario nasce SAFE – Support and Aid for Female Genital Mutilation and Early and Forced Marriage, un progetto europeo co-finanziato dalla Commissione europea attraverso il programma CERV e attivo in sei Paesi: Italia, Germania, Irlanda, Spagna, Francia e Belgio. L’iniziativa, che durerà fino al 2027, mira a prevenire e contrastare MGF e matrimoni precoci e forzati attraverso advocacy, formazione, empowerment e sensibilizzazione. In Italia il coordinamento è affidato ad ActionAid, che dal 2016 lavora su questi temi ponendo al centro le Community Expert: donne e uomini delle comunità più a rischio che agiscono come ponte tra famiglie, servizi sociali, scuole, centri antiviolenza e istituzioni. COMUNITÀ E ISTITUZIONI INSIEME PER ROMPERE IL SILENZIO SAFE punta a rafforzare il lavoro di rete nelle città di Milano e Roma, creando alleanze tra scuole, centri giovanili, servizi socio-sanitari e comunità religiose. Saranno attivati percorsi formativi per figure di riferimento nelle comunità, oltre ad attività di informazione rivolte a persone rifugiate e richiedenti asilo. L’approccio è sistemico e intersezionale: non solo interventi di prevenzione, ma anche azioni di advocacy politica a livello nazionale ed europeo. Non a caso, ActionAid fa parte della rete End FGM EU, che unisce oltre 39 organizzazioni in tutta Europa contro le mutilazioni genitali femminili. LA VOCE DELLE ATTIVISTE “Solo unendo le forze possiamo davvero fare la differenza”, sottolinea Stella, Community Expert e Senior Ambassador del Network End FGM EU, che considera il nuovo ruolo una possibilità preziosa di crescita e collaborazione internazionale. “Essere nominata Senior Ambassador è per me una grande opportunità. Lavoro da anni in Italia su questi temi e questo nuovo ruolo mi permetterà di crescere ancora, portando nel nostro Paese le competenze e le esperienze che acquisirò a livello europeo. È anche un’occasione preziosa per collaborare con altre attiviste provenienti da diversi Paesi”. Le storie di Riham e Stella mostrano come la battaglia contro queste violenze non sia solo questione di numeri o leggi, ma di testimonianze vive e di donne che hanno scelto di rompere il silenzio per aprire la strada al cambiamento. The post Mutilazioni genitali femminili e matrimoni forzati: la violenza invisibile che riguarda anche l’Italia appeared first on The Wom.
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diritti
I diritti delle donne al tempo delle crisi umanitarie: le differenze tra Iran e Afghanistan
Donne, bambine e ragazze: sono loro a pagare il prezzo più alto delle crisi umanitarie, che non colpiscono tutte le persone allo stesso modo ma impattano maggiormente su chi vive in condizioni di vulnerabilità. È quanto emerge dal rapporto “Her future at risk. The cost of humanitarian crises on women and girls” di WeWorld, organizzazione umanitaria che da oltre 50 anni lavora in 26 Paesi inclusa l’Italia, per portare al centro chi è ai margini, geografici e sociali. Dall’Iran all’Afghanistan, l’apartheid di genere si aggrava e consolida con le crisi umanitarie. Tuttavia, per contrastare concretamente le oppressioni sistemiche delle donne in tutto il mondo, serve un’alleanza globale che tenga conto della specificità di ogni contesto Come sottolinea Osservatorio Afghanistan, la complessità di regimi che impiegano regole e strumenti a più livelli per applicare una discriminazione sistemica prolungata richiede una lotta altrettanto complessa, multiforme e perseverante. Le donne afghane e iraniane, ad esempio, hanno fatto squadra per lottare contro i sistemi di discriminazione di genere in cui vivono. Ma per quanto riguarda i diritti delle donne in Iran e in Afghanistan, ci sono alcune differenze che vanno considerate. CONOSCERE LA SPECIFICITÀ DELLE LOTTE, MULTIFORMI E COMPLESSE Sia in Afghanistan che in Iran il tentativo in corso da parte dei regimi è quello di sottomettere le donne al potere dei leader uomini. E, in entrambi i casi, la reazione delle donne è di resistenza. In svariate forme. Dalle proteste che hanno portato nelle piazze il messaggio “donna, vita, libertà!” alla disobbedienza civile messa in atto nella quotidianità, la vita delle donne è una continua lotta che non si assesta in entrambi i Paesi. Ma, come testimoniato dalle Ong che lavorano sui territori – tra cui Nove Caring Humans, tra le poche Ong rimaste attive in Afghanistan – ci sono delle differenze che è necessario conoscere per comprendere la situazione reale evitando il rischio di appiattire la narrazione dietro gli stereotipi. Ad esempio, le donne iraniane godono di libertà che non sono consentite alle donne afghane. Le donne in Iran hanno il diritto alla partecipazione politica: non è uguale a quella degli uomini in tutti gli aspetti – le donne non possono diventare presidenti – ma possono impegnarsi in attività politiche a vari livelli, tra cui votare ed essere elette. In Iran le donne fanno anche parte delle principali strutture di leadership politica, compreso l’esecutivo. In Afghanistan, invece, le donne non sono libere di partecipare a tutto lo spettro della rappresentanza politica. La situazione non migliora sul fronte dell’istruzione. I talebani – tornati al potere nell’agosto 2021 — hanno proibito alle bambine afghane di frequentare la scuola oltre il sesto grado. Un divieto che, nel marzo 2023, è stato poi esteso anche al livello secondario e all’università. L’Iran, invece, ha uno dei tassi di alfabetizzazione femminile più alti della regione. Ci sono tantissime giovani donne laureate, soprattutto nelle materie STEM. «I più fondamentalisti avrebbero anche voluto negare la possibilità di studiare alle bambine e alle ragazze, ma per fortuna non ci sono riusciti», spiega l’attivista iraniana Pegah Moshir Pour nel suo contributo al dossier InDifesa di Terre des Hommes, che evidenzia come il tasso di alfabetizzazione delle iraniane superi l’80%. Anche nei media, sia a livello statale che privato, le donne sono rappresentate. > In Afghanistan sono state bandite da quasi tutte le rappresentazioni e > posizioni di potere nei media. Lo stesso accade nella vita sociale e > culturale: se le iraniane possono viaggiare e guidare liberamente, alle donne > afghane è vietato viaggiare senza un accompagnatore maschio e persino visitare > i parchi nazionali A gravare ulteriormente sui diritti di donne e ragazze in Afghanistan, è la sospensione degli aiuti umanitari di Usaid. In questo contesto ong e associazioni della società civile sono l’ultima ancora di salvezza per la popolazione, in primis per le donne di cui molte sono capofamiglia. «Siamo riusciti a salvare la piccola Deeba, figlia di Munisa, da un matrimonio precoce. Ci sono ancora molte storie che possiamo cambiare. Proprio in questo momento dobbiamo rimanere in Afghanistan e proseguire tutte le nostre attività», riferiva ad Agi lo scorso 8 marzi Nove Caring Humans, ong italiana attiva da 13 anni nel Paese asiatico, una delle poche ancora operative nell’emirato talebano. Nonostante la gravità della situazione, la crisi afghana è quasi del tutto uscita dai radar dell’informazione mainstream e dall’agenda della comunità internazionale: per questo motivo Nove ha lanciato un apposito “Fondo Emergenza Donne Afghane”. L’ALLEANZA DELLE DONNE IRANIANE E AFGHANE CONTRO L’APARTHEID DI GENERE «Riconoscere l’apartheid di genere in Afghanistan è fondamentale per le lotte delle donne a livello globale e sosterrà anche le lotte delle donne in Iran, mentre le donne afghane possono beneficiare dell’esperienza, dell’energia e della consapevolezza delle donne iraniane contro la discriminazione», sottolinea Osservatorio Afghanistan. > Le donne lo hanno capito e nel riconoscimento delle loro storie, individuali e > collettive insieme, fanno rete «Riconoscere questa differenza nello status delle donne tra Iran e Afghanistan è importante per qualsiasi alleanza contro l’apartheid di genere» conclude l’Osservatorio. Dal regime dei talebani a quello degli Ayatollah. Dalle proteste fuori dall’Università di Kabul, da cui le donne sono state espulse, alle rivolte scoppiate a Theran dopo l’uccisione di Mahsa Amini. Lo slogan delle donne curde “donna, vita, libertà!” diventa un grido collettivo di resistenza: superando i confini, ha ricordato al resto del mondo come l’oppressione delle donne sia una componente strutturale dei regimi. Che, per essere contrastati, vanno conosciuti nelle loro specificità. The post I diritti delle donne al tempo delle crisi umanitarie: le differenze tra Iran e Afghanistan appeared first on The Wom.
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diritti civili
“She Built That”: anche le bambine possono costruire. Intervista a Giulia Stabile
Esiste una cosa che ho imparato crescendo: costruire non è solo una questione di mani, ma di visione, di coraggio, di possibilità. E troppo spesso, alle bambine, e poi alle donne, viene insegnato che certi sogni hanno dei limiti, che certi mattoncini non sono fatti per loro. Io l’ho vissuto sulla mia pelle: quando il mondo ti guarda con un pregiudizio, ti fa sentire piccola anche se dentro sei un vulcano. Ma poi cresci, e capisci che il problema non sei tu: è la misura con cui la società definisce cosa puoi o non puoi fare. E allora oggi, da donna, da professionista e da persona che ha fatto della propria diversità una forza, non posso che emozionarmi davanti a una campagna come “She Built That” del Gruppo LEGO. Perché finalmente si parla alle bambine, e si dice loro: tu puoi costruire. Tutto. Anche il futuro. E così, mattoncino dopo mattoncino, la narrazione si ribalta Costruire è creare, immaginare, rompere barriere. È ciò che fanno ogni giorno migliaia di bambine, donne, madri, artiste, professioniste, ed è ciò che racconta il Gruppo LEGO, con una rivisitazione femminista ed energica dello storico brano “It’s Like That” dei Run D.M.C., trasformato oggi in “She Built That”. Nel video musicale, una crew internazionale di giovani artiste della Gen Z e Gen Alpha – come la DJ Livia e la batterista Nandi Bushell, prende letteralmente in mano la scena, dimostrando che costruire non è una questione di genere, ma di immaginazione. E in Italia? Il volto scelto per questa missione è quello dolcissimo e determinato di Giulia Stabile. GIULIA STABILE, L’AMBASSADOR ITALIANA CHE CI RAPPRESENTA TUTTE Classe 2002, ballerina, performer, amatissima dalle nuove generazioni (e non solo), Giulia è molto più che una professionista di talento. È una ragazza che ha fatto della fragilità una forza, e proprio per questo è la scelta perfetta per questa campagna. Durante il lancio ufficiale italiano, Giulia ha incontrato un gruppo di bambine. Ha raccontato di sé, delle sue insicurezze, del coraggio che ha dovuto trovare per salire su un palco e sentirsi “abbastanza”. Ha detto loro, senza filtri, che sì: anche quando ti dicono che non puoi farcela, tu puoi. Che ogni sogno si costruisce mattoncino dopo mattoncino. E che essere ragazze non è mai un limite, ma una spinta a fare meglio, più forte, più vero. Giulia Stabile Nel video che accompagna la campagna, la vediamo danzare sulle note di “She Built That” con una coreografia che unisce immaginazione, libertà e forza. Ed è impossibile non emozionarsi. UNA RICERCA CHE FA RIFLETTERE: I DATI SUGLI STEREOTIPI DI GENERE La campagna ha fatto seguito a un’indagine globale commissionata da LEGO su oltre 32.000 persone in 21 Paesi. I dati emersi sono stati illuminanti: * Il 39% dei bambini associa la parola “costruttore” a “un uomo in un cantiere”; * Il 70% delle bambine non si considera brava a costruire; * Solo il 57% delle mamme si definisce capace in quest’ambito, rispetto al 68% dei papà; * Ma il 92% dei bambini crede che tutti dovrebbero sentirsi in grado di costruire; * E l’86% è convinto che stimolare la creatività da piccoli possa cambiare il mondo. Numeri che fanno male. Perché raccontano un mondo ancora filtrato da schemi antichi. Eppure, lo stesso studio dice che il 92% dei bambini è convinto che tutti dovrebbero sentirsi in grado di costruire. E allora, se lo dicono loro, ascoltiamoli. Facciamolo per davvero. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da LEGO Italia (@legoitaly_official) Scrivendo queste righe, ripenso a tutte le volte in cui ho visto ragazze brillanti mettere in dubbio le proprie capacità solo perché qualcuno, magari con leggerezza, ha detto loro che non erano “portate”. A tutte le madri che si definiscono “non brave a costruire”, anche se ogni giorno tengono in piedi intere famiglie. A tutte le bambine che smettono di sognare perché nessuno ha detto loro che potevano farlo. LEGO oggi ci ricorda che costruire è un atto creativo, inclusivo, profondo. E che ogni persona – con le sue mani, le sue idee, il suo corpo, il suo vissuto – può essere una costruttrice. Anzi: lo è già. LEGGI ANCHE – STEM e gender gap: ecco perché in Italia le donne ingegnere sono ancora una rarità INTERVISTA A GIULIA STABILE Giulia, sei la testimonial italiana della campagna “She Built That”. Cosa ti ha emozionato di più di questo progetto?  Essere scelta è stato super emozionante! Mi ha colpito tantissimo l’idea di celebrare le ragazze che “costruiscono” il proprio futuro con passione, impegno e libertà. È bello sentirsi parte di un messaggio così positivo, soprattutto per le bambine che, magari, come me qualche anno fa, hanno tanti sogni ma anche un po’ di paura di non farcela. Vedere che oggi posso ispirare qualcun’altra è una cosa che mi riempie il cuore. Da piccola hai mai pensato che “costruire” non fosse una cosa da “bambine”?  No, sinceramente non l’ho mai pensato. E credo sia sbagliato anche solo fare questa distinzione. Sono cresciuta con una mamma che mi ha sempre fatto sentire libera di essere me stessa, di seguire le mie passioni senza pensare a cosa “dovrebbe” fare una bambina o un bambino. Costruire, creare, sognare… sono cose di tutti, e ognuno ha il diritto di farlo a modo suo. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Giulia Stabile ♡ (@giugiulola) Qual è il “mattoncino” più importante che hai messo nella tua carriera fino a oggi?  Sicuramente l’onestà. In tutto quello che faccio, che sia ballare, parlare, o semplicemente essere me stessa in TV, cerco sempre di rimanere vera. È il mattoncino che tiene insieme tutto il resto. Anche nei momenti difficili, penso che essere autentici ti aiuti a costruire qualcosa di solido, che dura. Quando pensi alla te bambina, cosa le diresti oggi?  Le direi di non smettere mai di credere in sé stessa, anche quando sembra difficile, anche quando si sente diversa. Le direi che quella sua sensibilità, quella voglia di ballare e di esprimersi, diventeranno la sua forza. E per il futuro, quali sono i tuoi sogni da costruire? Sogno di continuare a fare quello che amo, restando sempre vera. Vorrei crescere, imparare ancora tanto e vivere nuove esperienze che mi facciano emozionare, come succede ogni volta che salgo su un palco. LEGGI ANCHE – Rendiconto INPS 2024: in Italia siamo ancora solo “madri” e “casalinghe” The post “She Built That”: anche le bambine possono costruire. Intervista a Giulia Stabile appeared first on The Wom.
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