Source - - The Wom

The Wom è il social magazine per le nuove generazioni di donne: libere di essere se stesse, grintose, bellissime e (im)perfette. The Wom dà tanti stimoli e ispirazioni su Beauty, Fashion, Benessere e Lifestyle

Bolletta alta? Ecco i 10 apparecchi in standby che consumano di nascosto (e che devi spegnere subito)
C’è qualcosa di vagamente inquietante nell’idea che la tua casa consumi energia anche quando dormi. Eppure è esattamente quello che succede ogni notte: televisori, decoder, caricatori, router e console restano in ascolto, pronti a risponderti, assorbendo corrente in silenzio. Si chiama consumo fantasma, e secondo le stime ENEA può pesare tra il 10 e il 15% della bolletta elettrica annuale di una famiglia media. Ottobre è il momento perfetto per accorgersene. Con il riscaldamento che riparte e le giornate più corte, l’attenzione ai consumi si riaccende naturalmente. E la buona notizia è che non serve diventare esperti di watt: basta sapere dove guardare e costruire una piccola abitudine serale, stanza per stanza. PERCHÉ IL “QUASI SPENTO” NON È SPENTO Quando premi il tasto del telecomando e lo schermo del televisore si spegne, l’apparecchio non smette di consumare. Continua ad alimentare il sensore infrarossi che aspetta il tuo comando, il display con l’orologio, il modulo Wi-Fi sempre connesso. Lo stesso vale per il decoder, che resta in ascolto per non perdere aggiornamenti e segnali, e per la macchina del caffè con il suo display digitale luminoso. Il problema non è il singolo apparecchio, ma la somma. Una casa media ha decine di dispositivi collegati alla rete anche quando nessuno li usa, e ognuno assorbe qualcosa. Poco, certo, ma moltiplicato per 8.760 ore l’anno il conto cresce in modo sorprendente. IL SALOTTO: DOVE SI NASCONDONO I VAMPIRI PIÙ GOLOSI Il soggiorno è la stanza più ricca di dispositivi, ed è anche quella in cui si concentrano i consumi fantasma più alti. Il decoder è spesso il peggior indiziato: può assorbire tra i 10 e i 12 watt costanti perché non viene mai davvero spento, per non perdere la sintonizzazione e gli aggiornamenti automatici. Tradotto in pratica, è come tenere una piccola lampadina accesa giorno e notte. Il televisore moderno, per fortuna, si è molto migliorato: i modelli recenti a LED assorbono appena 1-2 watt in standby. Quelli più vecchi, però, possono arrivare a 10 watt. Se in casa hai ancora un TV di qualche anno fa, è uno dei primi da mettere sulla lista. La soundbar o l’impianto audio, la console da gioco (che spesso scarica aggiornamenti di notte anche se sembra spenta) e lo stick di streaming completano il quadro del salotto. Collegati tutti insieme a una ciabatta con interruttore, si possono azzerare con un solo gesto. LO STUDIO: I CONSUMI SILENZIOSI DELL’ANGOLO LAVORO Nello studio o nell’angolo scrivania i protagonisti cambiano, ma la logica è la stessa. Il router Wi-Fi è un caso a parte: assorbe tra gli 8 e i 12 watt ed è progettato per restare sempre acceso, quindi non va staccato di notte se non vuoi ritrovarti senza connessione al mattino. Meglio lasciarlo dov’è. Il computer fisso collegato alla presa, invece, può assorbire dai 2 ai 5 watt anche da spento, solo perché l’alimentatore resta sotto tensione. La stampante è un altro classico dimenticato: resta in standby per settimane senza che nessuno la usi, consumando in silenzio. E poi ci sono i caricatori: quello del telefono, quello del laptop, magari quello delle cuffie wireless. Lasciati nella presa senza nulla attaccato, continuano ad assorbire una piccola corrente. Un caricatore per smartphone dimenticato nella presa può consumare fino a 7 kWh in un anno. LA CAMERA: I PICCOLI LADRI NOTTURNI La camera da letto dovrebbe essere il santuario del riposo, e invece spesso è piena di piccole luci rosse e arancioni che vegliano tutta la notte. La sveglia digitale con display luminoso, il caricabatterie del telefono lasciato attaccato dopo che il telefono è carico, la base della cuffia wireless o dello spazzolino elettrico: ognuno di questi oggetti contribuisce al consumo notturno. La macchina del caffè con il display digitale, se è posizionata in cucina ma vicina alla zona notte, è un altro elemento da considerare: il suo standby può arrivare a 8-15 watt, quasi quanto quando prepara il caffè. I 3 GESTI DA RIPETERE OGNI SERA Non si tratta di fare una perlustrazione ansiosa di tutta la casa prima di dormire. Bastano tre abitudini semplici, da costruire una volta e poi ripetere in automatico. 1. Ciabatta del salotto off. Prima di andare a letto, spegni l’interruttore della ciabatta su cui sono collegati televisore, decoder, console e soundbar. Un gesto solo, zero corrente sprecata tutta la notte. 2. Caricatori fuori dalla presa. Se il telefono è carico, stacca il caricatore dalla presa. Vale anche per le cuffie, il tablet, tutto quello che hai finito di caricare. Tienili in un cassetto o in un cestino: così non li dimentichi attaccati. 3. Multipresa dello studio sul timer. Se usi spesso lo studio di sera, valuta una ciabatta con timer programmabile: si spegne da sola a un’ora fissa, senza che tu debba ricordarti di nulla. LA SOLUZIONE PRATICA: LA CIABATTA CON INTERRUTTORE Se c’è un solo acquisto utile in questo scenario, è una ciabatta con interruttore per ogni angolo “tecnologico” della casa: salotto, scrivania, comodino. Non costa quasi nulla, non richiede installazione, e ti permette di staccare tutto con un clic. Per chi vuole andare oltre, esistono anche prese intelligenti che misurano il consumo in watt in tempo reale: collegandole a un apparecchio sospetto, puoi scoprire esattamente quanto ti costa lasciarlo acceso. La vera svolta, però, non è tecnologica. È mentale: smettere di pensare allo “spento” come a qualcosa di definitivo, e iniziare a chiedersi se quell’apparecchio è davvero scollegato dalla rete. Una domanda piccola, un’abitudine nuova, e la bolletta di novembre potrebbe già raccontare una storia diversa. The post Bolletta alta? Ecco i 10 apparecchi in standby che consumano di nascosto (e che devi spegnere subito) appeared first on The Wom.
Home & Living
Spazio sopra i pensili: 11 modi intelligenti per usarlo (senza effetto polvere e caos)
C’è uno spazio nella tua cucina che probabilmente stai ignorando da anni. Sta lì, silenzioso, tra la sommità dei pensili e il soffitto: a volte è un palmo di mano, a volte è quasi una mensola intera. Di solito finisce per raccogliere polvere, qualche scatola dimenticata e una vecchia bottiglia di grappa ricevuta in regalo. Eppure, con un po’ di metodo, potrebbe diventare uno degli angoli più belli e funzionali di tutta la casa. La cucina è il cuore pulsante della giornata: il posto dove si comincia la mattina con il caffè e si chiude la sera con il profumo del sugo. Darle cura – anche in quella striscia di spazio in alto – significa prendersi cura di come ti senti ogni volta che ci entri. Non serve un restyling completo: bastano le idee giuste. Prima di tutto, però, una regola d’oro da tenere a mente: distingui sempre tra decorazione e storage. Sono due funzioni diverse, che richiedono approcci diversi. Mescolandole a caso si ottiene solo quel caos visivo che stanca gli occhi e pesa sulla mente. LA REGOLA CHE CAMBIA TUTTO: CONTENUTO CHIUSO O APERTO CON CRITERIO Sopra i pensili, la polvere si deposita. È fisiologico: il calore dei fornelli crea correnti d’aria, i vapori culinari si alzano, e quella superficie orizzontale diventa una calamita per lo sporco. Proprio per questo, tutto ciò che metti lassù deve essere scelto con una logica precisa. Se vuoi usare quello spazio per lo storage, punta su contenitori con coperchio o ceste con chiusura. Se vuoi usarlo per la decorazione, scegli pezzi che siano facili da spolverare in un colpo solo: superfici lisce, forme semplici, niente soprammobili con mille anfratti. 1. CESTE CON COPERCHIO: LO STORAGE INVISIBILE Le ceste in vimini o in fibra naturale con coperchio sono la soluzione più furba che esista per questo spazio. Ci puoi nascondere tutto quello che non usi spesso: tovaglie per le feste, sacchetti di scorta, accessori stagionali. All’occhio sembrano una decorazione, ma dentro tengono l’ordine al sicuro dalla polvere. Scegli misure simili tra loro per un effetto visivo pulito e armonioso. 2. SCATOLE RIGIDE COORDINATE Se preferisci qualcosa di più strutturato, le scatole rigide – in cartone resistente, legno o metallo – funzionano alla perfezione. L’importante è che abbiano il coperchio e che siano coordinate tra loro per colore o forma. Etichettale sul lato frontale: così sai sempre cosa c’è dentro senza dover salire su uno sgabello per scoprirlo. 3. CONTENITORI DI VETRO A CHIUSURA ERMETICA Hai una cucina con esposizione luminosa e vuoi che lo spazio sopra i pensili “parli”? I barattoli di vetro a chiusura ermetica, disposti in fila, creano un effetto visivo ordinato e caldo allo stesso tempo. Puoi usarli per conservare pasta, legumi, cereali o spezie in grande quantità. La trasparenza del vetro fa tutto il lavoro estetico, ma ricorda: vanno spolverati regolarmente con un panno umido morbido. 4. POTHOS E PIANTE RICADENTI: IL VERDE CHE SCENDE Se c’è una pianta fatta apposta per lo spazio sopra i pensili, è il pothos. Resiste alla poca luce, tollera qualche dimenticanza nell’annaffiatura e, posizionato in alto, sviluppa cascate di foglie verdi che scendono lungo la parete in modo naturale e scenografico. Stessa cosa vale per il philodendron scandens e per la tradescantia, entrambi adattissimi a condizioni di luce diffusa e non diretta. L’unica avvertenza pratica: mettili sopra i pensili che apri raramente, così le foglie non intralciano i movimenti quotidiani. 5. PIANTE FINTE DI QUALITÀ: ZERO SENSI DI COLPA Non hai il pollice verde o la cucina è davvero buia? Le piante finte di buona qualità sono una scelta legittima e spesso molto d’effetto. Oggi si trovano versioni in seta o in materiali naturali trattati che si distinguono a fatica dall’originale. Il vantaggio è evidente: nessuna annaffiatura, nessun rischio di foglie secche che cadono sul piano di lavoro. Bastano un panno umido passato ogni tanto e il gioco è fatto. 6. CERAMICHE E OGGETTI DA COLLEZIONE Sopra i pensili c’è spazio per raccontare chi sei. Una fila di ceramiche colorate acquistate in viaggio, qualche piatto decorativo appoggiato su un supporto, una composizione di vasi dalle forme diverse: tutto questo trasforma quello spazio anonimo in una piccola galleria personale. La regola è non esagerare con il numero di pezzi: meglio pochi, ben distanziati, che una folla di oggetti che si rubano la scena a vicenda. 7. RICETTARI E LIBRI DI CUCINA Hai una collezione di ricettari che non entrano nei pensili? Eccone la destinazione naturale. Disposti in fila – magari alternati a qualche piccolo oggetto decorativo – i libri di cucina danno allo spazio un’aria vissuta e accogliente, da cucina di chi ama davvero stare ai fornelli. Scegli quelli che usi meno spesso o quelli più belli esteticamente, e tienili in piedi con un reggilibri stabile. 8. ILLUMINAZIONE A STRISCIA Questo è il trucco che pochi considerano e che invece cambia completamente la percezione dello spazio. Una striscia LED applicata sul bordo superiore dei pensili, rivolta verso l’alto o verso il soffitto, crea un effetto luce soffusa che scalda tutta la cucina. Di sera, con le luci principali abbassate, quella luce radente trasforma l’ambiente in qualcosa di molto più intimo e accogliente. E lo spazio sopra i pensili, illuminato così, diventa automaticamente un punto focale. 9. CASSETTE DI LEGNO RECUPERATE Se ami l’estetica del recupero e del fai-da-te, le cassette di legno – quelle da frutta o da vino, trovate ai mercatini dell’usato – sono perfette per creare piccoli vani extra sopra i pensili. Puoi lasciarle naturali, dipingerle con un colore a calce, o invecchiarle con della cera. Usale come contenitori a vista per oggetti decorativi, oppure come “cassetti” aperti per tenere qualcosa di decorativo e funzionale insieme. 10. UN TOCCO STAGIONALE CHE SI RINNOVA Ottobre è il momento ideale per pensarci: lo spazio sopra i pensili si presta benissimo a decorazioni stagionali che cambiano con il ritmo dell’anno. In autunno, qualche zucca decorativa, rami secchi o candele in contenitori di vetro. In inverno, luci calde e piccole composizioni di rami. In primavera, vasi con bulbi appena sbocciati. Cambiare questo angolo quattro volte l’anno costa pochissimo e dà alla cucina un senso di cura e attenzione che si percepisce subito. 11. LA REGOLA DELLA PULIZIA: COME TENERE TUTTO SOTTO CONTROLLO Qualunque cosa tu scelga di mettere sopra i pensili, il tema polvere va affrontato con un piano. La frequenza ideale è una spolverata ogni due o tre settimane: usa un panno in microfibra leggermente umido per le superfici lisce, e un panno asciutto per i materiali porosi come il vimini o il legno grezzo. Per le ceste chiuse, basta passare il panno sull’esterno. Per i barattoli di vetro, un colpo di panno umido e brillano come nuovi. Se scegli piante vere, controlla periodicamente le foglie: una passata delicata con un panno umido le mantiene pulite e le aiuta a respirare meglio. Niente prodotti aggressivi: l’acqua è più che sufficiente. PRIMA DI INIZIARE: MISURA E VALUTA Un ultimo consiglio, prima di lanciarti: misura l’altezza dello spazio disponibile. Se è meno di 30 cm, punta su oggetti piatti o su una striscia LED. Se supera i 40-50 cm, hai davvero campo libero per giocare con ceste alte, piante ricadenti o una composizione più articolata. E ricorda che meno è meglio: tre elementi scelti con cura valgono sempre più di dieci messi lì per riempire. Quello spazio sopra i pensili non è un problema da risolvere. È un invito a fare di più con quello che hai già. The post Spazio sopra i pensili: 11 modi intelligenti per usarlo (senza effetto polvere e caos) appeared first on The Wom.
Home & Living
Dividere gli ambienti senza perdere luce? Torna il vetrocemento
C’è qualcosa di profondamente rassicurante nell’idea di avere uno spazio tutto tuo, anche quando i metri quadri scarseggiano. Un angolo dove la cucina smette di essere soggiorno, dove l’ingresso esiste davvero, dove il caos del piano cottura non invade visivamente il divano. Eppure abbattere pareti o costruirne di nuove è spesso impossibile: affitti, condominii, budget ridotti, strutture portanti. Ed è qui che il vetrocemento, quello stesso materiale che tua zia usava per separare la cucina dal tinello, sta vivendo una seconda vita sorprendentemente contemporanea. Non è nostalgia. È funzione. PERCHÉ TORNA PROPRIO ADESSO L’open space ha dominato l’estetica domestica degli ultimi vent’anni, ma ha portato con sé una fatica silenziosa: quella di vivere sempre “in vista”, senza mai avere la sensazione di passare da uno spazio all’altro, di chiudere simbolicamente una porta tra il lavoro e il relax, tra il cucinare e il riposare. Il vetrocemento risponde esattamente a questo bisogno: divide senza murare, definisce senza oscurare, costruisce confini leggeri che la luce attraversa come se non ci fossero. In un appartamento italiano medio, spesso con finestre poche e mal distribuite, ogni raggio di luce naturale è prezioso. Sacrificarlo per guadagnare un po’ di separazione è un prezzo che nessuno vuole pagare. Il vetrocemento non lo chiede: lascia passare la luce e trattiene lo sguardo. Un equilibrio che, in questo momento storico dell’abitare, vale oro. LA MEZZA PARETE: L’IDEA PIÙ FURBA PER CUCINA E LIVING Se c’è un’applicazione che funziona quasi sempre, è la mezza parete in vetrocemento tra cucina e zona giorno. Non una divisione totale, solo un filtro: abbastanza alta da nascondere il piano di lavoro con le pentole in ammollo, abbastanza traslucida da non spezzare la continuità luminosa dell’ambiente. In pratica si tratta di una struttura che parte dal pavimento o dal piano di una penisola e sale fino a circa un metro e venti, un metro e quaranta. Chi cucina è protetto dalla vista diretta dal divano, ma la luce continua a circolare liberamente. L’effetto visivo è quello di un ambiente unico che però respira in due tempi diversi: più dinamico e pratico da una parte, più raccolto e rilassante dall’altra. Per chi vive da solo o in coppia in un bilocale, questa soluzione può cambiare davvero la qualità della vita quotidiana. LA QUINTA PER L’INGRESSO: CREARE UNO SPAZIO CHE NON C’È Molti appartamenti italiani, soprattutto quelli costruiti tra gli anni Sessanta e gli Ottanta, hanno perso l’ingresso nel tempo: si apre la porta e si è già in cucina o in soggiorno, senza nessuna zona cuscinetto. Questo crea una sensazione di esposizione continua, di casa sempre “aperta” anche quando vorresti sentirti al riparo. Una quinta in vetrocemento – anche solo tre o quattro file di mattoni di vetro, alte quanto basta per interrompere la visuale diretta dall’entrata – risolve il problema in modo elegante. Non è una parete vera, è più simile a un paravento fisso: definisce uno spazio psicologico prima ancora che fisico. Appena entri, hai un momento di transizione. Lasci fuori il mondo. Questo piccolo gesto architettonico ha un impatto sul benessere domestico che è difficile da spiegare finché non lo si prova. Per l’ingresso, i vetromattoni colorati o satinati funzionano particolarmente bene: creano un gioco di luce scenografico e, se la zona è poco illuminata, catturano e ridistribuiscono la luce proveniente dall’interno della casa. LO SCHERMO DOCCIA: IL BAGNO SI TRASFORMA Il bagno è il luogo delle coccole, il santuario personale di fine giornata. E il vetrocemento qui ha una storia lunga e solida: la sua impermeabilità naturale lo rende perfetto per ambienti umidi, senza bisogno di trattamenti speciali. Usarlo come parete della doccia al posto del classico box in vetro trasparente cambia completamente l’atmosfera del bagno. Il risultato è più intimo, più morbido: la luce filtra ma non svela, crea un effetto quasi tattile, come guardare attraverso un vetro appannato dalla nebbia. Se il tuo bagno è piccolo e ti senti sempre un po’ claustrofobico nella doccia, una parete in vetrocemento – anche solo parziale – può trasformare quella sensazione in qualcosa di molto più avvolgente e spa-like, senza toccare gli impianti. TRASPARENTE, SATINATO, COLORATO: QUALE SCEGLIERE La scelta del tipo di vetromattone cambia tutto, sia esteticamente che funzionalmente. * Il trasparente lascia passare la luce al massimo e permette una visione abbastanza nitida: ideale per chi vuole solo un filtro visivo leggero, non una vera separazione. * Il satinato è opaco, attenua la luce e garantisce privacy reale: perfetto per docce, bagni e zone dove vuoi sentirti davvero al riparo dagli sguardi. * L’ondulato crea un effetto visivo più dinamico, distorce le immagini in modo decorativo ed è molto usato in cucina per il suo carattere leggermente retrò ma contemporaneo. * Il colorato (dal verde acqua al blu, fino al nero o al grigio antracite) è la scelta più coraggiosa e scenografica: funziona bene come quinta d’ingresso o come elemento decorativo isolato, ma va usato con misura. PRO E CONTRO IN UN APPARTAMENTO ITALIANO Il vetrocemento ha molti punti di forza, ma è onesto parlare anche dei suoi limiti, soprattutto nel contesto degli appartamenti italiani tipici. Tra i vantaggi: porta luce naturale dove non arriverebbe, crea separazioni senza opere murarie pesanti (in molti casi è sufficiente una struttura leggera), ha ottime proprietà di isolamento termico e acustico grazie alla camera d’aria interna ai blocchi, ed è resistente all’umidità e agli urti. Non è un materiale fragile. Tra i limiti: una parete in vetrocemento, una volta posata, è difficile da rimuovere senza intervento strutturale. Non è una soluzione reversibile come un mobile o un pannello. Richiede la posa di un professionista, soprattutto per garantire la corretta messa in opera dei giunti e dei tondini di rinforzo. E non può essere usato come parete portante: è sempre e solo una partizione, mai un elemento strutturale. Un altro aspetto da considerare è la pulizia: le fughe tra i mattoni richiedono attenzione nel tempo, soprattutto in cucina dove vapori e schizzi di grasso si depositano facilmente. La soluzione è scegliere fughe trattate o sigillarle con prodotti specifici durante la posa. COME INTEGRARLO SENZA CHE SEMBRI UN REVIVAL Il rischio, con un materiale così carico di memoria visiva, è che il risultato sembri una citazione nostalgica invece che una scelta contemporanea. La chiave è nel contesto e negli abbinamenti. Il vetrocemento dialoga benissimo con il legno naturale: un telaio in rovere o in abete intorno ai blocchi di vetro scalda il materiale e lo porta fuori dall’estetica industriale pura. Funziona altrettanto bene con il ferro a vista e le finiture metalliche scure, per un risultato più loft e urbano. Da evitare, invece, gli abbinamenti con toni pastello molto delicati, che tendono a scontrarsi con la matericità del blocco, e le finiture a specchio vicino, che moltiplicano i riflessi in modo poco leggibile. La regola d’oro è “meno è più”: una singola striscia di vetromattoni integrata in una parete opaca, o una mezza parete ben proporzionata, hanno un impatto molto maggiore di un’intera stanza rivestita. Il gesto architettonico deve essere preciso, non invasivo. E quando è preciso, quella luce che filtra attraverso i blocchi di vetro – morbida, diffusa, quasi materica – trasforma l’ambiente in qualcosa che non si dimentica facilmente. The post Dividere gli ambienti senza perdere luce? Torna il vetrocemento appeared first on The Wom.
Home & Living
Milano dedica un largo a Dario Fo: la targa vicino alla Statale e l’impegno sulla Palazzina Liberty
Un largo di Milano porta ora il nome di Dario Fo, a pochi passi dalla Statale. La cerimonia, a dieci anni dalla morte, è stata anche teatro e ha riacceso l’attenzione sulla Palazzina Liberty. A Milano c’è un nuovo luogo che porta il nome di Dario Fo. Il Comune ha intitolato un largo a due passi dall’Università Statale, dove l’artista mise in scena per la prima volta Mistero Buffo, con una cerimonia arrivata a dieci anni esatti dalla sua morte. Sulla targa si legge una definizione essenziale: attore, drammaturgo e premio Nobel per la Letteratura. Una sintesi che, secondo il sindaco Giuseppe Sala, rischia di stare stretta a una figura come Fo. “Trovare qualche definizione per lui sarebbe parziale e banale – ha spiegato -. Rinuncio a definire l’arte di questo genio che la nostra città ha potuto godere per tanto tempo”. UNA CERIMONIA CHE DIVENTA ANCHE TEATRO L’intitolazione, dedicata anche alla compagna nella vita e nell’arte Franca Rame, ha preso la forma di un momento pubblico dove la memoria si è intrecciata allo spettacolo. Lodo Guenzi ha recitato un brano da Morte accidentale di un anarchico, che ha reinterpretato a teatro. Un passaggio da Mistero Buffo è stato invece interpretato dall’attrice Marina De Juli, allieva di Dario e Franca, che porta avanti oggi la loro tradizione teatrale. Attorno, molte persone e volti noti: tra gli altri Lella Costa e Gad Lerner. Alla cerimonia non sono mancate anche Silvia e Claudia, le figlie di Giuseppe Pinelli, mentre il ricordo familiare è arrivato dalle parole di Mattea Fo, nipote di Dario e Franca e presidente della fondazione a loro dedicata. “Dieci anni fa pioveva e oggi splende il sole”, ha evidenziato. LA PALAZZINA LIBERTY E L’ATTESA DI UN PROGETTO Mattea Fo, che in passato aveva polemizzato con il Comune sostenendo che non fosse stato fatto abbastanza per ricordare il nonno dopo dieci anni, oggi guarda soprattutto a uno spazio simbolico: la Palazzina Liberty. La sua richiesta è che “il Comune riapra la palazzina Liberty intitolata a Dario Fo e Franca Rame e che faccia un progetto concreto su quello spazio, che confidiamo diventi veramente un luogo per la memoria e la valorizzazione del loro teatro, dando tanto spazio ai giovani”. Un primo impegno è arrivato dall’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, che ha anticipato la riapertura e un’iniziativa legata al ricordo dell’artista: la palazzina “alla fine dell’anno sarà protagonista di un ricordo di Dario Fo. Organizzeremo qualcosa di speciale con la fondazione – ha detto -. L’abbiamo restaurata, è stato un restauro complicato, ma il piano terra ora è pronto ad ospitare il teatro e la parola nel segno di quello che è stato Dario Fo”. The post Milano dedica un largo a Dario Fo: la targa vicino alla Statale e l’impegno sulla Palazzina Liberty appeared first on The Wom.
News
Chris Pratt e Papa Leone XIV: il documentario nei sotterranei di San Pietro e l’uscita a febbraio 2027
Un viaggio nei luoghi più nascosti sotto la Basilica di San Pietro, tra scavi, iscrizioni e devozione. Nel documentario Pétros Ení la guida è affidata a Chris Pratt, con la presenza di Papa Leone XIV nelle sequenze finali. Nel nuovo documentario Pétros Ení – Discovering the Origins, una guida d’eccezione accompagna il pubblico sotto la Basilica di San Pietro: sono Chris Pratt e Papa Leone XIV a condurre, tra storia e devozione, un viaggio nei luoghi legati alla tomba dell’apostolo Pietro. Il film sarà presentato domani alla Festa del Cinema di Roma e ricostruisce le vicende, le scoperte archeologiche e il culto che ruotano attorno alla sepoltura di Pietro nel cuore del Vaticano, con un racconto che si muove tra passato e presente. UN ANNIVERSARIO CHE DIVENTA RACCONTO Il documentario celebra i 400 anni della consacrazione dell’attuale Basilica, avvenuta il 18 novembre 1626. Nel trailer diffuso da Variety, questo anniversario diventa lo spunto per entrare nei sotterranei di uno dei luoghi più sacri della cristianità, attraverso immagini e testimonianze descritte come raramente accessibili al grande pubblico. La regia è affidata alla regista spagnola Paula Ortiz, mentre la sceneggiatura porta la firma di Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani. La narrazione alterna ricostruzione e materiali che accompagnano lo spettatore nella stratificazione di secoli di storia. CHRIS PRATT NEI PANNI DELL’ESPLORATORE A fare da guida è l’ex di Jurassic World, un attore che, sottolinea il film, non ha mai nascosto la propria fede cristiana. Per l’occasione Pratt veste i panni dell’esploratore della storia, seguendo il filo che dalla sepoltura dell’apostolo porta alla nascita della prima grande basilica costantiniana del IV secolo. Il documentario ripercorre anche gli scavi che nel corso del Novecento hanno riportato alla luce l’antica necropoli sotto la basilica. Al centro c’è un’iscrizione rinvenuta nei pressi del luogo tradizionalmente identificato con la tomba dell’apostolo, richiamata dal titolo Pétros Ení, in greco “Pietro è qui”. IL PAPA NELLE SEQUENZE FINALI E L’USCITA AL CINEMA Papa Leone XIV compare nelle sequenze finali, dove riflette sulla figura di Pietro e sul significato della sua tomba per la Chiesa e per i fedeli di tutto il mondo. Pratt, citato nel lancio, commenta: “È stato un onore incredibile collaborare con lui e con il Vaticano a questo progetto”. Pétros Ení è prodotto da AF Films, guidata da Frank Ariza e Manu Vega, insieme a Vatican Media e alla Fabbrica di San Pietro. Dopo l’anteprima di domani, il documentario arriverà nei cinema internazionali a partire dal febbraio 2027, nelle prime settimane di Quaresima. The post Chris Pratt e Papa Leone XIV: il documentario nei sotterranei di San Pietro e l’uscita a febbraio 2027 appeared first on The Wom.
News
Apre la mostra “Aura” a Roma: gli abiti di Valentino dialogano con i dipinti di Ewa Juszkiewicz
A Roma la mostra Aura mette in dialogo gli abiti d’archivio di Valentino Garavani con i ritratti metamorfici di Ewa Juszkiewicz. Un percorso sul confine tra familiare e immaginazione, tra bellezza svelata e bellezza nascosta. Negli spazi di PM23, a piazza Mignanelli, la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti apre un nuovo capitolo espositivo: Aura. L’idea, come racconta Giancarlo Giammetti durante l’inaugurazione, nasce da un dialogo serrato tra domande e risposte che, letteralmente, “stanno” nelle opere: i quadri e gli abiti parlano di bellezza e del suo significato, tra ciò che resta nascosto e ciò che viene svelato. Al centro della mostra ci sono 38 abiti d’archivio di Valentino Garavani che incontrano la pittura di Ewa Juszkiewicz, giovane artista polacca. I suoi grandi oli su tela raffigurano dame e donne in abiti rinascimentali dai colori accesi, ma con un dettaglio che spiazza: il volto spesso scompare, coperto da tessuti attorcigliati come turbanti, oppure “trasformato” in fruttiere e vasi di piante, in un effetto che nel testo viene definito quasi arcimboldesco. IL VOLTO NASCOSTO COME IDEA DI LIBERTÀ Juszkiewicz spiega il senso di questa scelta con parole precise: “Nascondere il volto” diventa una metafora di libertà. Per l’artista significa annullare l’individualismo e spezzare una tradizione, anche nel vestire, perché le donne dipinte portano abiti antichi nella foggia, ma moderni nello spirito, colorati ed energetici, in stoffe morbide, senza costrizioni di corsetti o altro. In questa visione, la copertura del volto è anche un modo per sottrarre le figure a un tempo definito: con i tratti somatici non visibili, quelle donne diventano “eterne”, non legate a un momento preciso. Juszkiewicz lega apertamente questo concetto alla moda, definendo “eterna la moda di Valentino”. QUANDO IL FAMILIARE CAMBIA FORMA Aura evoca quel confine in cui qualcosa rimane riconoscibile e, nello stesso tempo, cambia aspetto: lo spazio resta sospeso tra realtà e immaginazione e la trasformazione diventa un nuovo modo di guardare. Nel linguaggio creativo di Valentino Garavani la figura femminile è centrale: colore, materiali, volumi e movimenti servono a esaltare la silhouette, con l’intento di valorizzare la presenza e lasciare emergere la bellezza di ognuna. Nei dipinti di Ewa Juszkiewicz, invece, il ritratto attraversa una vera metamorfosi: attingendo alla tradizione europea del ritratto femminile, l’artista trasforma i volti in configurazioni di capelli, tessuti, fiori e altre forme organiche, ridefinendo i codici del ritratto e aprendo l’immagine a interpretazioni diverse. Il punto d’incontro, qui, sta nel modo in cui richiami storici ed elementi familiari assumono significati inediti, entrando in nuovi linguaggi visivi. La mostra riunisce 26 dipinti di Juszkiewicz e una selezione dall’archivio della Maison Valentino, costruendo connessioni tra moda e pittura attraverso materia, colore, forma e trasformazione. IL ROSSO VALENTINO IN UN NUOVO RITRATTO Per Aura, Juszkiewicz ha realizzato anche un’opera specifica, “A Portrait in Valentino Red”, presentata per la prima volta in mostra. Il dipinto trae ispirazione da un abito della collezione Haute Couture Autunno/Inverno 2007-08 di Valentino, nel simbolico rosso della maison. Nella tela, un’elaborata composizione di tessuto rosso, impreziosita da un motivo a foglia di palma, avvolge il volto evocando una rosa, un fiocco e una forma organica in crescita. Il risultato riprende il vocabolario visivo dell’abito e crea una tensione tra ritratto, tessuto e ornamento. La mostra, patrocinata dal Municipio I Roma Centro, sarà aperta al pubblico dal 18 ottobre al 21 febbraio 2027. E per Giammetti il senso resta quello dichiarato: esplorare come moda e arte possano trasformare lo sguardo sulla bellezza, invitando a superare ciò che è familiare per scoprire nuove prospettive. The post Apre la mostra “Aura” a Roma: gli abiti di Valentino dialogano con i dipinti di Ewa Juszkiewicz appeared first on The Wom.
News
Pif e Il Ministero dell’Amore: dal 18 dicembre su Prime Video e la politica che entra nella commedia
Una commedia che parte dall’amore e finisce per parlare anche di politica. Presentato alla Festa di Roma, Il Ministero dell’Amore immagina un cronista guidato da un “governo” nella sua testa. In conferenza stampa, Pif, Guzzanti e Sermonti hanno commentato anche il tema del senso delle istituzioni. Una commedia che gioca con la politica, ma parte da un terreno decisamente più intimo: Il Ministero dell’Amore, nuovo film Prime Original scritto e diretto da Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, è stato presentato alla Festa di Roma (Grand Public) e, tra risate e situazioni surreali, ha finito per accendere anche un confronto sull’attualità. Il protagonista è Aldo (Pif), un cronista parlamentare d’assalto che segue la politica romana con microfono e telecamera. Solo che, nel suo mondo interiore, Aldo convive con un vero e proprio “Governo” personale che lo guida e lo giudica: ogni gesto diventa una questione di Stato, da discutere e deliberare come se fosse un passaggio parlamentare. LA TRAMA: QUANDO L’AMORE DIVENTA UNA CRISI DI GOVERNO A gestire questo singolare Consiglio dei Ministri c’è Corrado Guzzanti, mentre il “dicastero dell’amore” è affidato a Pietro Sermonti. La miccia della storia scatta quando la relazione di Aldo con l’adorata Claudia (Alessandra Mastronardi) comincia a vacillare: a quel punto, il “Governo Aldo” precipita nella sua crisi più grande. In conferenza stampa, Pif ha raccontato il suo legame personale con l’idea del film: “Prima di essere venuto a conoscenza di questa storia confesso che ho davvero un’opposizione dentro di me. Un esempio: cancello un’app e un’opposizione interna mi dice: “No, non dovevi farlo”. Certo ci sono quelli che si sentono più sicuri, quelli che hanno sempre la maggioranza assoluta e a cui non cade mai il governo, ma non è il mio caso”. DAL SET AL PRESENTE: LE RIFLESSIONI IN CONFERENZA STAMPA Il discorso si è spostato anche sulla difficoltà di fare satira politica oggi. Ancora Pif: “Ora dico una cosa davvero forte: pensando all’oggi, anche Berlusconi rispetto a Trump, sarà per una questione generazionale, aveva molto più senso delle istituzioni. Anche per questo oggi è più difficile far ridere coi politici. Essere più comico di uno che dice il ponte sullo stretto è un ponte contro la mafia, come si fa?”. Corrado Guzzanti ha sottolineato un dettaglio preciso dell’impianto del film: “Ho trovato molto divertente che abbiano scelto che il governo che muove Aldo sia chiaramente degli anni Settanta. Se lo avessero ambientato oggi sarebbero stati tutti lì a cercare elementi di attualità. Anche il mio personaggio non si sa assolutamente a quale partito appartenga, ma potrebbe essere ‘ignavi per la democrazia’ o una cosa del genere”. Interviene anche Pietro Sermonti, che nel film interpreta il ministro dell’amore: “Sono d’accordo con Pif, una volta c’era il senso delle istituzioni, cioè un politico, anche il peggiore, quando occupava un posto come quello di presidente della Camera si metteva a fare un lavoro nell’interesse di tutti così come il presidente della Repubblica. Da noi questa cosa è morta e abbiamo persone che continuano a fare la loro propaganda e continuano a essere presidenti della loro parte contro quell’altra”. CAST, PRODUZIONE E DATA DI USCITA Nel cast, oltre a Pif, ci sono Corrado Guzzanti, Pietro Sermonti e Angela Finocchiaro. Il film è coprodotto da Amazon MGM Studios e da Claudio, Federico e Jacopo Saraceni per Ideacinema, e sarà disponibile in esclusiva su Prime Video dal 18 dicembre. Nel megacast figurano anche Carlo De Ruggieri, Massimo De Lorenzo, Federico Cesari, Leonardo Lidi, Cristina Pellegrino, Daniele Natali, Luca Amorosino, Giampiero Judica, Lucio Patanè, Thomas Trabacchi, e con Ninni Bruschetta, Fabio Balsamo e Andrea Pennacchi. The post Pif e Il Ministero dell’Amore: dal 18 dicembre su Prime Video e la politica che entra nella commedia appeared first on The Wom.
News
New York sfida Hollywood: 147 milioni di distanza dalla California e i numeri che stanno cambiando la mappa
Il primato della California nella produzione di film e serie tv è ancora saldo, ma New York sta colmando il gap con una crescita rapidissima. I dati del terzo trimestre 2026 raccontano un divario ormai minimo e un effetto domino che coinvolge anche il New Jersey. Hollywood sta spostando il suo baricentro. La California resta la prima piazza americana per produzioni di film e serie tv, ma la crescita della costa Est sta diventando difficile da ignorare, con New York sempre più vicina a Los Angeles nei numeri della spesa. A fotografare il cambio di passo sono i dati del terzo trimestre 2026 diffusi da ProdPro, società specializzata nel monitoraggio delle produzioni audiovisive. Nello Stato di New York la spesa per film e serie televisive è salita dell’87%, toccando 1,61 miliardi di dollari. Nello stesso periodo, la California è arrivata a 1,76 miliardi di dollari, con una crescita del 17%. Il confronto diretto è quello che colpisce di più: il distacco tra i due Stati è di soli 147 milioni di dollari, un margine che rende credibile l’ipotesi di un cambio di leadership a breve. Il quadro generale conferma che il mercato è in movimento: negli Stati Uniti la spesa complessiva per produzioni cinematografiche e televisive nel terzo trimestre ha raggiunto 4,9 miliardi di dollari, segnando un aumento del 17% rispetto allo stesso periodo del 2025. Alex LoVerde, cofondatore e ad di ProdPro, ha spiegato che “Mentre raccoglievamo i dati, pensavamo che New York potesse addirittura superare la California”. E ha indicato il possibile sorpasso come uno degli sviluppi da seguire nell’ultimo trimestre dell’anno e nel 2027. PERCHÉ NEW YORK CORRE COSÌ FORTE Secondo l’analisi legata ai dati, l’ascesa di New York è sostenuta da più fattori: gli investimenti negli studi di posa, la presenza di una vasta manodopera specializzata e la possibilità di girare con facilità anche in località di Stati limitrofi. Un mix che rende la regione competitiva per produzioni diverse, dalle serie ai film. Il boom, infatti, non riguarda solo la città e lo Stato di New York. La spinta della East Coast coinvolge anche il vicino New Jersey, già ribattezzato Hollywood East, dove alcuni grandi gruppi stanno puntando su nuove infrastrutture. IL RUOLO DEL NEW JERSEY E GLI INVESTIMENTI DEI GRANDI STUDIO Nel New Jersey, Netflix, Paramount e Lionsgate stanno investendo in nuove infrastrutture. Netflix sta costruendo un polo produttivo nell’ex base militare di Fort Monmouth, mentre Paramount ha firmato un contratto decennale per gli 1888 Studios di Bayonne, di fronte a Manhattan. Quanto a Lionsgate, sarà uno dei principali occupanti dei Great Point Studios di Newark. Segnali concreti di un ecosistema che si sta attrezzando per attirare sempre più set e produzioni, in un momento in cui il duello tra coste sembra meno scontato del passato. The post New York sfida Hollywood: 147 milioni di distanza dalla California e i numeri che stanno cambiando la mappa appeared first on The Wom.
News
Paolo Sorrentino produce Foa: il 20 luglio 2001 a Genova e la domanda che attraversa il film
Un appartamento, una ragazza incinta e tre manifestanti in fuga: Foa – C’era una volta il futuro intreccia il G8 di Genova con un racconto intimo. Paolo Sorrentino produce l’opera prima di Margherita Ferrari, che parla di memoria, paura e futuro. Per Paolo Sorrentino Foa – C’era una volta il futuro nasce “da una ferita che la storia non è mai riuscita davvero a rimarginare”. Il regista descrive così l’opera prima della cineasta genovese Margherita Ferrari, da lui prodotta con Numero 10, in un racconto che fa riaffiorare la memoria di Genova in una dimensione “intima e onirica”, dove “il passato torna silenziosamente a interrogare il futuro”. Il film è coprodotto da The apartment, società del Gruppo Fremantle, in associazione con Piperfilm e in collaborazione con Netflix. Al centro, il G8 di Genova del 2001 riflesso attraverso una storia che tiene insieme una traccia collettiva e una traiettoria personale. IL FILM AD ALICE NELLA CITTÀ E L’USCITA IN SALA Foa è in gara nella sezione Panorama Italia ad Alice nella città, il festival parallelo alla Festa del cinema di Roma. È interpretato da Gaia Ravina, Gabriele Falsetta, Clara Tramontano, Iker Urgoiti, Elena Arvigo e Fulvio Pepe, e arriverà in sala prossimamente con Piperfilm. GENOVA, 20 LUGLIO 2001: UNA CASA CHIUSA E UNA PORTA CHE SI APRE La storia riporta a Genova, il 20 luglio 2001. Nicole (Ravina), 18enne e all’ottavo mese di gravidanza, è sola in casa: convinta che avrebbe avuto accanto il suo ragazzo, ha scelto di restare in città invece di andare in vacanza con la famiglia. Nel giorno della manifestazione, mentre dalle finestre chiuse arrivano gli echi degli scontri, Nicole sente bussare e apre incautamente. Tre partecipanti alla protesta entrano nell’appartamento, in fuga dalla polizia: sono Elixi (Urgoiti), Irene (Tramontano) e Julian (Falsetta), più adulto. Nonostante la paura, Nicole non li tradisce, e l’incontro, che parte come scontro, lascia spazio a una conoscenza che si fa sempre più reciproca. Nel racconto compaiono anche immagini d’archivio e si arriva fino all’uccisione di Carlo Giuliani. FERRARI: “C’È UN APPROCCIO PIÙ EMOTIVO” “Non è un film che ricostruisce storicamente negli dettagli quello che è accaduto. C’è un approccio più emotivo, di ricerca delle tacche che il G8 ha lasciato, fino ad oggi”, spiega Margherita Ferrari incontrando i giornalisti. All’epoca dei fatti, racconta, aveva tre anni e mezzo: “Ero piccola, ricordo solo le finestre chiuse, il caldo, la sensazione che qualcosa stesse per accadere”. L’idea iniziale della storia era già stata esplorata dalla regista in forma di cortometraggio: “Il punto di partenza è sempre stato quello di mettere in una relazione conflittuale due poli opposti. Intrappolare nella stessa casa due crisi, una più intima e una collettiva, che però pian piano, esplorandosi, respingendosi, scoprono tutta una serie di connessioni”. SORRENTINO E NUMERO 10: “SOSTENERE I NUOVI AUTORI” Per Sorrentino, sostenere i nuovi autori oggi è “più importante che mai”, come sottolinea nella dichiarazione inviata per il debutto di Foa. Il regista dice di essere “particolarmente orgoglioso” che il primo film (di fiction, ndr) prodotto da Numero 10 abbia “uno sguardo femminile così forte e personale”, “una storia che ci ricorda che, anche quando il futuro sembra scomparso, forse sta ancora aspettando di essere immaginato”. Il coinvolgimento del regista, spiega Ferrari, è nato “con un pitch”. “Si è creata immediatamente un’unione di intenti, Paolo ha visto subito la storia, è una persona molto veloce di pensiero. Ho capito che entrambi avevamo il desiderio di raccontarla. Quindi ho cercato di essere all’altezza e mi sono sentita estremamente sostenuta. La cosa di cui gli sono più grata è lo spazio che mi ha lasciato, il rispetto per i miei tempi o per quella che era la mia ricerca”. Tra i consigli ricevuti, ricorda in particolare “l’ultimo, non sentire mai di essere arrivati, nel realizzare un film”. Il film arriva in giorni in cui “ragazzi stanno di nuovo scendendo in piazza”, osserva Ferrari: “Qualcosa si sta risvegliando ma rimane anche un’enorme paura del futuro e la sensazione di impotenza rispetto alla deriva che hanno preso le grandi tensioni del mondo”. E nel film resta una domanda: “cosa succede quando non riusciamo più a immaginare il futuro”. The post Paolo Sorrentino produce Foa: il 20 luglio 2001 a Genova e la domanda che attraversa il film appeared first on The Wom.
News
Silvio Orlando a Bari: laurea honoris causa il 20 ottobre
Un riconoscimento accademico che ripercorre una carriera tra avanguardia teatrale, televisione e cinema. A Bari, l’Università Aldo Moro conferisce a Silvio Orlando la laurea honoris causa in Scienze dello spettacolo, con cerimonia e Lectio magistralis. L’Università Aldo Moro di Bari conferirà una laurea honoris causa in Scienze dello spettacolo a Silvio Orlando. Il riconoscimento arriva come omaggio a un percorso artistico che, nelle motivazioni ufficiali, viene letto come un attraversamento coerente e profondo dei linguaggi della scena e dello schermo. La cerimonia è fissata per martedì 20 ottobre alle 16.30, nell’Aula Magna “Aldo Cossu”. Un appuntamento che unisce il momento istituzionale della proclamazione al racconto pubblico di un mestiere, con la voce diretta del protagonista. LE MOTIVAZIONI: DAGLI ANNI SETTANTA AL CINEMA ITALIANO Nelle motivazioni, il Dipartimento Ricerca e Innovazione Umanistica ripercorre l’avvio della carriera di Orlando, che “abbia avuto origine nel vivace contesto dell’avanguardia teatrale napoletana degli anni Settanta”. Da lì, si legge nel testo, il lavoro dell’attore si è poi “svilupparsi attraverso importanti esperienze nel teatro, nella televisione e soprattutto nel cinema”. È proprio sul grande schermo che, secondo la motivazione, Orlando “si è affermato come protagonista del nuovo cinema italiano”. Una definizione che colloca la sua filmografia dentro un quadro più ampio, riconoscendone il peso nel racconto contemporaneo del Paese e nella costruzione di una nuova idea di interprete. IL LEGAME CON IL TEATRO, TRA CLASSICI NAPOLETANI E OPERE EUROPEE Accanto al lavoro cinematografico, il documento sottolinea come Orlando “ha mantenuto un costante e significativo impegno teatrale”, continuando a misurarsi con testi e tradizioni differenti. In particolare, viene ricordato il confronto con “i grandi classici della tradizione napoletana”. Tra i titoli citati compaiono “Due” di Peppino De Filippo e “Questi fantasmi!” di Eduardo De Filippo, insieme a “importanti opere del teatro europeo”. Un percorso che, nelle parole della motivazione, restituisce la figura di un interprete capace di tenere insieme studio e pratica, repertorio e ricerca. ATTORE, REGISTA, DRAMMATURGO: LA LECTIO MAGISTRALIS DOPO LA PROCLAMAZIONE Nel testo che accompagna il conferimento, Orlando viene definito “Attore, regista e drammaturgo”, e riconosciuto per aver saputo “raccogliere e rinnovare la migliore tradizione degli interpreti italiani, coniugando cultura e popolarità, comicità e dramma, innovazione e memoria”. Dopo la proclamazione e la consegna del Diploma di laurea, Orlando terrà una Lectio magistralis dal titolo “Metodo per diventare se stessi”. Un passaggio che chiude la giornata spostando il focus dal riconoscimento alla riflessione sul lavoro attoriale e sul percorso personale. The post Silvio Orlando a Bari: laurea honoris causa il 20 ottobre appeared first on The Wom.
News