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Non è (solo) una questione di stipendi: cosa chiederemo davvero al lavoro nel 2026
Formazione continua, intelligenza artificiale come alleato e purpose autentico: secondo l’analisi di 24ORE Business School, il futuro del lavoro passa da un cambio di paradigma nelle strategie HR. Non più solo trattenere i talenti, ma prevenirne il disingaggio, investendo su competenze, senso e responsabilità condivisa Il mercato del lavoro italiano si avvicina al 2026 con una tensione strutturale sempre più evidente. Da un lato il talent shortage, ovvero la difficoltà delle aziende a reperire profili qualificati; dall’altro un alto tasso di inattività e un profondo disallineamento tra competenze disponibili e ruoli richiesti. A fotografare questo scenario è un’analisi di 24ORE Business School, digital business school del Gruppo Digit’Ed, che individua tre grandi trend destinati a ridefinire le priorità delle direzioni HR e il modo stesso di intendere il lavoro. DALLA RETENTION ALLA PREVENTION: LA FORMAZIONE COME LEVA STRUTTURALE Il primo cambio di passo riguarda il superamento della logica della retention, centrata sul trattenere i talenti, a favore di una strategia di prevention: prevenire il disingaggio, l’obsolescenza delle competenze e l’uscita delle persone prima che si trasformino in criticità. In questo contesto, la formazione continua smette di essere un benefit accessorio e diventa una leva strategica. “Secondo l’Inapp, l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, in Italia circa un lavoratore su cinque (21%) è under-qualified, mentre i dati Istat mostrano che solo il 66% della popolazione è potenzialmente impiegabile: una persona su tre è inattiva”, spiega Christian Guerrini, coordinatore scientifico dei Master HR di 24ORE Business School e Senior HR Director di JAKALA. “Questo quadro alimenta il talent shortage, ovvero la carenza di professionisti in settori chiave, che finisce per rallentare la crescita del Paese. Per questo la formazione non può più essere solo responsabilità e iniziativa individuale: deve diventare una leva strutturale di impresa, capace di rafforzare engagement, senso di appartenenza e sostenibilità organizzativa nel lungo periodo”. Christian Guerrini La risposta dunque, secondo Guerrini, non può più essere affidata alla sola iniziativa individuale: le aziende sono chiamate ad assumere un ruolo attivo, investendo in upskilling e reskilling come strumenti di sostenibilità organizzativa e responsabilità sociale. Formare significa oggi rafforzare engagement, senso di appartenenza e inclusione. INTELLIGENZA ARTIFICIALE: DA MINACCIA A OPPORTUNITÀ DIFFUSA Il secondo trend riguarda l’impatto dell’intelligenza artificiale, sempre più pervasiva nei contesti lavorativi. Se da un lato l’AI solleva interrogativi legati alla trasformazione dei ruoli, dall’altro apre a una grande opportunità: la sua democratizzazione. “L’intelligenza artificiale restituisce tempo e valore alla professione”, sottolinea Guerrini. “Libera dalle attività ripetitive e consente di concentrarsi su ciò che rende umano il lavoro: relazioni, cura, attenzione, pensiero critico”. In questa visione, l’AI non sostituisce il lavoro umano, ma ne ridefinisce il contributo, valorizzando competenze trasversali e capacità distintive. Il futuro non è una sfida tra uomo e macchina, ma una collaborazione intelligente. DAL LAVORO COME ESPERIENZA AL LAVORO COME SENSO Il terzo trend intercetta un cambiamento culturale profondo, amplificato dal fenomeno del quiet quitting: il lavoro non può più essere vissuto come un semplice scambio prestazione–retribuzione. Le organizzazioni sono chiamate a spiegare perché esistono, quale impatto generano e quale contributo offrono alla società. Nel 2026, le direzioni HR evolveranno sempre più verso il ruolo di architetti di sistemi orientati alla human experience, andando oltre la tradizionale employee experience. Purpose autentico, coerenza valoriale e narrazione credibile diventano elementi chiave per attrarre e attivare le persone, soprattutto le nuove generazioni. Performance management partecipativo, pratiche di speak up e un uso consapevole della tecnologia permettono di costruire percorsi più personalizzati e inclusivi, anche nelle grandi organizzazioni. INTELLIGENZA ARTIFICIALE E INTELLIGENZA ARTIGIANALE Il messaggio che emerge è chiaro: il futuro del lavoro si giocherà sull’equilibrio tra intelligenza artificiale e intelligenza artigianale, fatta di competenze, relazioni e responsabilità condivisa. Un equilibrio delicato ma decisivo, che determinerà la capacità delle imprese non solo di restare competitive, ma di crescere in modo sostenibile e generativo nel lungo periodo. The post Non è (solo) una questione di stipendi: cosa chiederemo davvero al lavoro nel 2026 appeared first on The Wom.
Attualità
lavoro
Proiezione di "In the belly of AI" al CSOA Forte Prenestino
Giovedì 20 novembre 2025, al cinema del CSOA Forte Prenestino verrà proiettato "IN THE BELLY OF AI", il documentario che mostra il lavoro nascosto che fa funzionare la cosidetta Intelligenza Artificiale. AvANa & CinemaForte presentano e proiettano su grande schermo "IN THE BELLY OF AI", I sacrificati dell'IA (Fra 2024) 73', diretto da Henri Poulain Dietro l'intelligenza artificiale si nasconde il più grande sfruttamento umano e territoriale del XXI secolo. Un'analisi approfondita, ben documentata e illuminante sulla nuova rivoluzione digitale e su ciò che essa comporta in termini di costi umani e ambientali. Magiche, autonome, onnipotenti... Le intelligenze artificiali alimentano sia i nostri sogni che i nostri incubi. Ma mentre i giganti della tecnologia promettono l'avvento di una nuova umanità, la realtà della loro produzione rimane totalmente nascosta. Mentre i data center ricoprono di cemento i paesaggi e prosciugano i fiumi, milioni di lavoratori in tutto il mondo preparano i miliardi di dati che alimenteranno i voraci algoritmi delle Big Tech, a scapito della loro salute mentale ed emotiva. Sono nascosti nelle viscere dell'IA. Potrebbero essere il danno collaterale dell'ideologia del “lungo termine” che si sta sviluppando nella Silicon Valley ormai da alcuni anni? Sul sito del Forte Prenestino tutte le informazioni sulla proiezione
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Le Dita Nella Presa - Nel ventre dell'IA
Nella puntata di domenenica 17 novembre intervistiamo Antonio Casilli sul lavoro nascosto e senza diritti che fa funzionare l'Intelligenza Artificiale; di questi temi parleremo meglio Giovedì 20 al Forte Prenestino con la proiezione di In the belly of AI. Segnaliamo alcune iniziative, poi le notiziole: l'Unione Europea attacca il GDPR per favorire le grandi imprese dell'IA; Google censura video che documentano il genocidio in Palestina: quali alternative? Nella lunga intervista con Antonio Casilli, professore ordinario all'Istituto Politecnico di Parigi e cofondatore del DiPLab, abbiamo parlato del rapporto tra Intelligenza Artificiale e lavoro: la quantità di lavoro diminuisce a causa dell'intelligenza artificiale? quali sono i nuovi lavori che crea? come si situano nella società le data workers, ovvero le persone che fanno questi lavori? come è strutturata la divisione (internazionale) del lavoro che fa funzionare l'intelligenza artificiale? è vero che sostituisce il lavoro umano? Per approfondire questi sono alcuni siti di lavoratori che si organizzano menzionati durante la trasmissione: * https://data-workers.org/ * https://datalabelers.org/ * https://turkopticon.net/ * https://www.alphabetworkersunion.org/ Inoltre: * L'approfondimento di Entropia Massima, sempre con Antonio Casilli * L'approfondimento di StakkaStakka di Luglio 2024, sempre con Antonio Casilli Tra le iniziative: * lo Scanlendario 2026 a sostegno di Gazaweb * 27 Novembre, alle cagne sciolte, presentazione del libro "Server donne" di Marzia Vaccari (Agenzia X, 2025) Ascolta la puntata intera o l'audio dei singoli temi trattati sul sito di Radio Onda Rossa
Palestina
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GDPR
LLM
lavoratori
Il sangue nella macchina. All’origine della ribellione contro Big Tech
Il giornalista Brian Merchant ha ricostruito la storia dell'automazione nel mondo del lavoro, dalla prima rivoluzione industriale fino all'avvento dell'intelligenza artificiale. "Innovazioni" utilizzate per frammentare la forza lavoro e ridurne i costi. Ma resistere è possibile. A partire dalla scuola, perché "lasciare entrare l'Ai in classe è davvero un patto con il diavolo". Il dialogo con Stefano Borroni Barale, curatore della rubrica "Scatole oscure" L'articolo Il sangue nella macchina. All’origine della ribellione contro Big Tech proviene da Altreconomia.
scatole oscure
Stati Uniti
Elon Musk
lavoro
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Il potere delle relazioni: come coltivare un network che fa crescere tutti
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Il network giusto non è una lista di contatti, ma una rete di fiducia che cresce insieme a te. Ecco perché Qualche tempo fa ho raccontato di Marika, una giovane professionista che sto aiutando a cercare una nuova opportunità. È brillante, motivata, con tanta voglia di crescere, ma come accade spesso, non è facile “farsi vedere” al di là dei CV inviati. Ed è qui che entra in gioco il networking: sto condividendo il suo profilo con persone della mia rete, segnalando il suo talento e cercando connessioni che possano aprirle porte. Perché il network funziona così: non è mai solo per sé stessi, ma è anche un modo per mettere in circolo valore, sostenere gli altri, dare spazio a chi magari non ha ancora avuto voce. > E la verità è che, aiutando lei, cresce anche il mio network. Perché ogni > volta che ti spendi per qualcun altro, non solo rafforzi i tuoi legami, ma ne > crei di nuovi NETWORKING: PERCHÉ OGGI CONTA PIÙ DI IERI Un tempo le carriere erano lineari: stesso lavoro, stessa azienda, stesso ruolo per decenni. Oggi non più. Le regole del gioco sono cambiate: * Carriere più lunghe: lavoriamo più a lungo, e spesso dobbiamo reinventarci. * Competenze che cambiano: quello che è richiesto oggi potrebbe non esserlo domani. La vera bussola? Le persone che ti tengono aggiornata e ti aprono prospettive. * Aziende instabili: licenziamenti, fusioni, crisi improvvise… la rete che ti sostiene non è quella del contratto, ma quella dei contatti. E i dati lo confermano: secondo ISTAT (II trimestre 2025), il 75,4 % dei disoccupati in Italia dichiara di cercare lavoro attraverso canali informali (parenti, amici, conoscenti). Ma attenzione: questo non significa che il lavoro “si trovi grazie agli amici”. Vuol dire che la strada più naturale — e spesso più efficace — è quella delle relazioni personali. La differenza sta nel come queste relazioni vengono coltivate: non scorciatoie improvvisate, ma una rete costruita nel tempo, fatta di fiducia, credibilità professionale e disponibilità reciproca. Questo è il vero networking. STORIE CHE DIMOSTRANO IL VALORE DEL NETWORKING Sara, consulente in comunicazione: ha partecipato a un gruppo di networking femminile. Non cercava lavoro, ma una delle partecipanti le ha proposto una collaborazione come docente in un master. Roberto, Finance Director: lascia l’Italia per un’esperienza internazionale. Rientrerà in Italia 6 anni dopo, quando una sua ex collega lo informa che nella sua nuova azienda cercano una persona con le sue competenze per un ruolo importante La mia esperienza personale: ricordo ancora quella telefonata di un cacciatore di teste. Mi aveva chiamata per chiedermi un favore: segnalare qualcuno per un certo ruolo. Non pensava a me, perché sulla carta sembrava “troppo poco” rispetto al mio titolo. Io, che di solito passo volentieri contatti e nomi, quella volta ho avuto un pensiero diverso: “Aspetta. Questo ruolo e questa azienda hanno senso per me. È un progetto stimolante. Perché no?” In fondo ho sempre creduto che i titoli contino poco, e che la vera differenza la faccia la sostanza di quello che sai fare e del valore che porti. Così ho deciso di candidarmi io. Non stavo cercando, non avevo CV pronti né agende di colloqui, eppure quell’opportunità è arrivata perché ero già lì, attiva, presente nella mia rete, disposta a farmi conoscere dall’azienda. Il ruolo finale, che poi ho accettato, lo abbiamo disegnato insieme perché conoscendomi l’azienda ha deciso che aveva senso allargare le responsabilità per portarmi a  bordo. E non è stato un caso isolato. Più volte mi è capitato che persone con cui avevo lavorato anni prima tornassero a cercarmi: un messaggio su LinkedIn, una telefonata, una proposta di collaborazione. Tutto frutto di relazioni tenute vive nel tempo, senza calcoli. E lì ho capito la verità sul networking: non è “farsi avanti quando serve”, ma esserci sempre, con umiltà e disponibilità. > È come piantare semi: non sai mai quando germoglieranno, ma se non coltivi la > terra, non crescerà mai nulla DAL PASSATO: COSA CI INSEGNA ADRIANO OLIVETTI SUL NETWORKING Prima di LinkedIn e Instagram, il networking si faceva nei caffè, nelle lettere e nei salotti culturali. E uno dei maestri è stato Adriano Olivetti. Negli anni ’50 ha trasformato la sua azienda di macchine da scrivere in un ecosistema di innovazione, grazie a una rete pazzesca di intellettuali, designer, architetti e politici. * Con Marcello Nizzoli e l’ingegnere Giuseppe Beccio nacque la Lettera 22 (1950): una macchina per scrivere portatile, elegante e leggera, pensata per giornalisti e scrittori in movimento. Non solo un oggetto tecnico, ma un’icona di design, tanto che nel 1959 l’Illinois Institute of Technology la proclamò “miglior prodotto del design degli ultimi 100 anni”. * Con Ettore Sottsass, giovane architetto e designer, arrivarono le invenzioni più visionarie: dall’Elea 9003, primo computer italiano a transistor, alla mitica Valentine (1969), la macchina per scrivere rossa, pop e democratica, pensata per uscire dagli uffici e finire nelle case di tutti. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Fondazione Adriano Olivetti (@fondazioneaolivetti) MECENATE ANTE LITTERAM (CON LO SPIRITO DI UN COWORKING) Se oggi fosse vivo, Olivetti probabilmente avrebbe fondato un coworking creativo a Ivrea. Un posto dove ingegneri, designer, scrittori e architetti avrebbero lavorato fianco a fianco, scambiandosi idee davanti a un caffè. Negli anni ’50 questo coworking non si chiamava così, ma esisteva già: era l’Olivetti. Adriano non si limitava a produrre macchine per scrivere, ma invitava in azienda poeti, artisti, filosofi, sociologi. Sosteneva riviste, mostre, pubblicazioni, e commissionava fabbriche e quartieri residenziali “a misura d’uomo”. Non era beneficenza, ma visione: contaminare l’impresa con la cultura significava alimentare un ecosistema di creatività che rendeva l’azienda unica. La lezione? Il networking non è solo “trovare lavoro”: è costruire alleanze che moltiplicano opportunità, idee e impatto. Allora come oggi. LE REGOLE PER UN NETWORKING CHE FUNZIONA * Fatti viva sempre, non solo quando ti serve: a me è capitato più volte che ex colleghi mi ricontattassero anni dopo. Non perché io avessi chiesto qualcosa, ma perché avevamo mantenuto il legame con naturalezza. * Dai almeno quanto ricevi: segnalare persone, offrire contatti: spesso la generosità torna indietro quando meno te lo aspetti. * Apriti a chi è diverso da te: a volte la svolta arriva da chi non c’entra nulla con il tuo settore. * Pensa in ottica di crescita: ogni incontro può insegnarti qualcosa, anche se non immediatamente utile. * Resta umile: non si tratta di collezionare biglietti da visita o “follower”: il networking vero si basa sull’autenticità. NETWORKING VERO O CONNESSIONI “USA E GETTA”? In un mondo fatto di like e richieste di collegamento a raffica, è facile confondere il networking con l’accumulo di contatti. Ma c’è una differenza enorme: * Connessione mordi e fuggi: ti aggiungo, magari senza nemmeno presentarmi, interagisco una volta e poi sparisco finché non ho bisogno di qualcosa. È superficiale e non crea fiducia. * Networking autentico: è fatto di piccoli gesti costanti: un messaggio di congratulazioni, un consiglio dato senza secondi fini, una conversazione che resta viva nel tempo. È costruire relazioni che durano. La differenza, in fondo, è questa: accumulare contatti non ti porta lontano, coltivare relazioni sì. LA VERITÀ (E LA TUA CALL TO ACTION) Il networking non è opportunismo. È cura. È essere presenti, costruire fiducia, creare un tessuto di relazioni che ti sostiene. Perché sì, le competenze sono fondamentali. Ma senza persone, restano chiuse in un cassetto. E tu? Da dove potresti iniziare oggi a coltivare il tuo network? Magari proprio aiutando una “Marika” che hai già vicino a te. The post Il potere delle relazioni: come coltivare un network che fa crescere tutti appeared first on The Wom.
Attualità
lavoro
La marcia dei quarantamila
I l 14 ottobre 1980 una fiumana silenziosa di persone attraversa il centro di Torino. Sono in gran parte impiegati, tecnici e quadri della Fiat, affiancati da qualche operaio e da cittadini comuni – artigiani, piccoli imprenditori, commercianti – tutti decisi a manifestare a sostegno della più grande azienda italiana e contro coloro che, a loro avviso, ne stavano frenando l’attività. Dietro di loro c’è la fabbrica simbolo della città, Mirafiori, da 35 giorni paralizzata da picchetti sindacali e scioperi a oltranza. Davanti a loro c’è un obiettivo chiaro: rivendicare il diritto al lavoro e chiedere la riapertura dei cancelli, sfidando apertamente lo sciopero indetto dai sindacati. In poche ore quel corteo atipico – passato alla storia come la “marcia dei quarantamila” – segna una svolta drammatica. Il giorno seguente, di fronte all’impatto di quella manifestazione, i vertici sindacali firmano un accordo che pone fine alla vertenza alle condizioni dettate dall’azienda. Si conclude così, bruscamente, uno dei più lunghi conflitti operai del dopoguerra, con una cocente sconfitta del movimento sindacale e l’inizio di una nuova fase nei rapporti tra capitale e lavoro. Storici e osservatori parleranno poi di “fine di un’epoca”: nell’arco di una sola giornata si chiude simbolicamente la stagione delle grandi lotte operaie fordiste e se ne apre un’altra, dominata dalla ristrutturazione industriale, dalla flessibilità del lavoro e da un diverso clima sociale. Per comprendere il significato di quella marcia occorre inserirla nel contesto delle lotte sindacali degli anni Settanta. Il decennio precedente era stato segnato da un’ondata di mobilitazioni operaie senza precedenti: l’“autunno caldo” del 1969 aveva visto gli operai italiani – e torinesi in particolare – conquistare aumenti salariali e nuovi diritti, spingendo il parlamento ad approvare lo Statuto dei lavoratori (1970) che introduceva tutele avanzate in fabbrica. Negli anni successivi le grandi fabbriche come la Fiat diventarono teatro di conflitti accesi e continui, con scioperi, picchetti e assemblee che misero in discussione l’organizzazione del lavoro fordista e i rapporti gerarchici tradizionali. Il movimento operaio esercitava una forza contrattuale notevole: la contrapposizione tra “tute blu” e vertici aziendali fu il motore di un conflitto sociale che per oltre un decennio condizionò profondamente la vita politica ed economica italiana. Tuttavia, sul finire degli anni Settanta, quella stagione di mobilitazione mostrava segni di logoramento: la crisi economica seguita allo shock petrolifero del 1973 aveva fatto esplodere inflazione e disoccupazione, erodendo il potere negoziale dei lavoratori. Allo stesso tempo, le tensioni sociali avevano imboccato la via tragica del terrorismo: le frange estremiste, come le Brigate rosse, ingaggiarono una lotta armata che culminò nel sequestro Moro (1978) e contribuì a isolare le componenti più radicali del movimento. Sul piano politico, l’Italia di fine anni Settanta era attraversata da instabilità di governo e dal compromesso storico tra Democrazia cristiana (DC) e Partito comunista italiano (PCI), mentre il clima internazionale virava verso una fase di offensiva neoliberista (con l’ascesa di Thatcher e Reagan) e di ristrutturazioni industriali su scala globale. > Nell’arco di una sola giornata si chiude simbolicamente la stagione delle > grandi lotte operaie fordiste e se ne apre un’altra, dominata dalla > ristrutturazione industriale, dalla flessibilità del lavoro e da un diverso > clima sociale. In questo contesto crepuscolare, la figura dell’operaio-massa – l’operaio di linea, non specializzato ma centrale nella produzione di massa fordista – era ancora formalmente protagonista, ma la sua centralità cominciava a vacillare. È Mario Tronti, teorico dell’operaismo italiano, a definire negli anni Sessanta l’operaio-massa come il nuovo soggetto collettivo emerso con la catena di montaggio e destinato a guidare lo scontro di classe nell’era del fordismo. Ed effettivamente per tutti gli anni Settanta l’operaio-massa è il “protagonista indiscusso delle lotte e delle conquiste”, la figura attorno a cui ruotano sia l’organizzazione della produzione sia l’immaginario della sinistra. Ma all’alba degli anni Ottanta questo ciclo storico volge al termine, ed è proprio in quel 14 ottobre 1980 che l’operaio-massa esce di scena, per lasciare spazio a nuove identità sociali basate sulla ricerca del benessere individuale e sul primato del mercato e della produttività. La marcia dei quarantamila sarà l’inequivocabile evento-simbolo di questo tramonto. Ma cosa accadde precisamente? All’inizio del 1980 la Fiat entra in una fase di crisi che non è solo congiunturale. Le vendite crollano, i piazzali di Mirafiori sono colmi di auto invendute, la produttività appare troppo bassa in un mercato ormai globalizzato. La famiglia Agnelli decide di cambiare passo: a fine luglio l’amministratore delegato Umberto Agnelli si dimette, sostituito da Cesare Romiti. Con lui la direzione aziendale abbandona ogni atteggiamento attendista e sceglie la linea della fermezza. Romiti intende ristrutturare in profondità, ridurre drasticamente gli organici, riportare disciplina in fabbrica dopo un decennio di protagonismo operaio. Il 5 settembre la nuova dirigenza annuncia diciotto mesi di cassa integrazione per ventiquattromila dipendenti, quasi tutti operai. Pochi giorni dopo comunica ufficialmente quattordicimila licenziamenti: un taglio occupazionale di proporzioni senza precedenti. I sindacati metalmeccanici reagiscono proclamando lo sciopero e organizzando picchetti permanenti che paralizzano gli stabilimenti. Mirafiori diventa l’epicentro di una vertenza che assume subito un carattere politico nazionale: il ministro del Lavoro Franco Foschi tenta una mediazione, mentre lo stesso Enrico Berlinguer si reca ai cancelli della fabbrica per manifestare solidarietà agli operai. > È Mario Tronti a definire negli anni Sessanta l’operaio-massa come il nuovo > soggetto collettivo emerso con la catena di montaggio e destinato a guidare lo > scontro di classe nell’era del fordismo. Ma all’alba degli anni Ottanta questo > ciclo storico volge al termine. La caduta del governo Cossiga, il 27 settembre, rende vano ogni tentativo di compromesso. La Fiat alza allora ulteriormente la posta: sospende formalmente la procedura di licenziamento, ma invia a ventitremila lavoratori la comunicazione di cassa integrazione a zero ore. Nelle liste compaiono soprattutto i delegati più combattivi, segnale chiaro della volontà di epurare la fabbrica dalla rappresentanza sindacale più radicale. Il sindacato denuncia trattarsi di una vera e propria “lista di proscrizione”, ma continua a mantenere i presidi. È in queste settimane che la compattezza operaia comincia a incrinarsi. Impiegati, tecnici e capi intermedi, inizialmente rimasti in disparte, avvertono sempre più il conflitto come estraneo e persino dannoso. Temono per la tenuta dell’azienda e guardano con ostilità crescente all’egemonia dei delegati di fabbrica. Nasce così un coordinamento dei quadri, che diffonde comunicati contro i sindacati e arriva persino a scontrarsi fisicamente con i picchetti. Parallelamente, la Fiat affianca alla pressione economica e organizzativa una strategia legale: gli esposti contro i blocchi portano a centinaia di convocazioni per gli operai attivi nei presidi. Alla vigilia del 14 ottobre il conflitto non è più soltanto tra azienda e lavoratori, ma attraversa lo stesso fronte del lavoro: da un lato gli operai di linea, dall’altro il ceto impiegatizio che si prepara a uscire allo scoperto. La marcia dei quarantamila sarà la conseguenza diretta di questa frattura già consumata. Se è vero che in Italia è venuta affermandosi una teorizzazione nuova dell’operaio – quella dell’operaio-massa, elaborata da Mario Tronti –, è vero anche che con la marcia dei quarantamila ci si è ritrovati di fronte a una forma inedita di crumiraggio: per la prima volta, a memoria di operaio, un nutrito schieramento di colletti bianchi scese in piazza contro uno sciopero operaio, mettendosi – di fatto – dalla parte del “padrone”. Questo evento ebbe un enorme impatto simbolico. Durante le lotte degli anni Sessanta-Settanta, pur nelle diversità di ruoli, impiegati e operai avevano spesso mantenuto una forma di solidarietà: i primi raramente scioperavano, ma neppure si sarebbero sognati di sfilare contro i secondi. La “marcia dei capi” (così venne anche chiamata) ruppe questo tabù. Cosa significò? In primo luogo, segnalò l’emergere di interessi divergenti all’interno del mondo del lavoro Fiat: molti impiegati e tecnici – probabilmente timorosi di perdere il posto se la crisi fosse degenerata – sposarono la causa aziendale della ripresa produttiva a ogni costo, mentre gli operai rivendicavano la tutela del posto di lavoro collettivamente e senza concessioni. Era anche uno scontro tra culture del lavoro: da un lato la cultura operaia della solidarietà di classe, dall’altro quella, tipica del ceto medio impiegatizio, dell’individualismo meritocratico e del professionalismo. La marcia rese visibile questa faglia. Di fronte a loro, l’unità di classe proclamata dalle confederazioni si rivelò, in quel frangente, un’illusione impotente. > Alla vigilia del 14 ottobre il conflitto non è più soltanto tra azienda e > lavoratori, ma attraversa lo stesso fronte del lavoro: da un lato gli operai > di linea, dall’altro il ceto impiegatizio che si prepara a uscire allo > scoperto. Molti commentatori sottolinearono come il sindacato avesse sottovalutato quella spaccatura interna. Anni di retorica sull’unità dei lavoratori forse avevano indotto i leader sindacali a credere che impiegati e operai condividessero gli stessi obiettivi. In realtà, nell’autunno 1980, una parte consistente del personale Fiat non si riconosceva più nella linea oltranzista dei delegati di fabbrica. Secondo alcuni osservatori, i sindacalisti avrebbero dovuto intuire per tempo questo malessere e cambiare strategia, evitando di arroccarsi su posizioni estreme “per una falsa unità di classe”. Lo stesso segretario della FIOM (Federazione Impiegati Operai Metallurgici) torinese, Claudio Sabattini, pochi anni dopo ammise che l’errore fu impedire agli operai di rientrare al lavoro per adottare forme di protesta più sostenibili nel lungo periodo. D’altronde non va dimenticato il trauma sociale che la sconfitta causò tra gli stessi operai: oltre alla perdita del posto per migliaia di essi, uno studio ha contato ben 149 suicidi di lavoratori Fiat tra il 1980 e il 1984, un dato agghiacciante che testimonia la disperazione seguita a quella débâcle. La rottura della solidarietà si pagò con ferite profonde nel tessuto operaio torinese. I manifestanti dipinsero sé stessi come cittadini moderati e ragionevoli, stanchi di subire le prepotenze di una minoranza rumorosa (i delegati sindacali, i cassintegrati in perenne sciopero). Si chiedeva il ripristino dei diritti civili, con l’implicita accusa al sindacato di avere instaurato un regime di fatto attorno a Mirafiori, violando i diritti di chi voleva lavorare. Si trattò in parte di una sapiente costruzione retorica – alimentata anche dalla stampa moderata – ma che fece presa su larghi strati dell’opinione pubblica. Per la sinistra fu un duro colpo: significava che il consenso sociale attorno alle lotte operaie si era eroso, non solo tra gli impiegati Fiat ma anche tra i cittadini comuni. La classe operaia apparve isolata, quasi “colpevole” di aver frenato lo sviluppo. In tal modo la marcia sancì la fine di un’alleanza sociale che per decenni aveva visto movimenti studenteschi, intellettuali, ceti medi progressisti e operai combattere fianco a fianco per l’emancipazione collettiva. Nell’Italia del 1980 quell’alleanza era svanita: al suo posto emergeva una ricomposizione degli schieramenti sociali, con il ceto medio produttivo e parte del mondo del lavoro schierati con il capitale in nome della “ripresa” economica. > La marcia sancì la fine di un’alleanza sociale che per decenni aveva visto > movimenti studenteschi, intellettuali, ceti medi progressisti e operai > combattere fianco a fianco per l’emancipazione collettiva. “Con la marcia del 1980 non finì soltanto una dura disputa sindacale, ma – in un’ottica di medio periodo – terminarono anche gli ‘anni ’68’, cioè quel lungo ciclo di conflitti iniziato con le lotte studentesche oltre dieci anni prima”, ha scritto lo storico Fabrizio Loreto. E in un’ottica di lungo periodo, quell’evento segnò davvero la conclusione dell’età del fordismo. Il modello produttivo fordista – basato su grandi fabbriche, produzione di massa standardizzata e una forza-lavoro operaia concentrata e omogenea – entrò in crisi definitiva. Gli anni Ottanta furono infatti gli anni della ristrutturazione. In Italia, come altrove, le imprese colsero la sconfitta operaia come un via libera per innovare profondamente processi e prodotti. Nuove tecnologie fecero il loro ingresso: robotica, automazione, elettronica. La stessa Fiat, dopo il trauma del 1980, avviò un vasto programma di ammodernamento in tutti gli stabilimenti, introducendo sistemi produttivi più flessibili. Nel 1983 lanciò la Uno, la prima utilitaria progettata interamente nell’era post-sciopero, prodotta con linee automatizzate avanzate (il “robogate”). Nel 1986 Gianni Agnelli poté dichiarare concluso il risanamento. La Fiat aveva recuperato una posizione di piena centralità, contendendosi la leadership del mercato europeo con la Volkswagen. La restaurazione manageriale sembrava aver dato i suoi frutti: la produttività era risalita, i bilanci tornati in attivo. La parabola dell’operaio-massa appariva chiusa, sostituita da una nuova centralità del “fattore impresa”. In effetti, la figura dell’operaio di linea quale soggetto collettivo si eclissa dopo il 1980. Nel lessico sociologico fa capolino un nuovo termine: “flessibilità”. Le imprese, per competere in mercati sempre più globali e instabili, adottano modelli organizzativi snelli, sul modello giapponese (toyotismo). La produzione si frammenta in distretti industriali territoriali e filiere di subfornitura (un processo di decentramento produttivo che in Italia era già avanzato in regioni come Veneto ed Emilia). L’occupazione industriale si riduce nelle grandi fabbriche e cresce in piccole e medie imprese. Si affermano nuove categorie di lavoratori: tecnici specializzati, operai interinali, impiegati del terziario avanzato, mentre il tradizionale operaio di catena diventa sempre più raro. Teorici post-operai come Antonio Negri parleranno di operaio sociale per indicare un lavoratore diffuso nella società, non più concentrato solo in fabbrica. Ma soprattutto, dagli anni Ottanta in poi il mito della flessibilità viene esaltato nel discorso pubblico – salvo tradursi, per molti lavoratori, in una condizione cronica di precarietà. Gli anni Ottanta divennero un periodo di espansione economica: dopo la recessione del 1981-82, l’Italia conobbe un deciso rilancio con tassi di crescita annui intorno al 3% a metà decennio. Furono anche gli anni del cosiddetto made in Italy: accanto ai successi dell’auto si affermarono a livello globale prodotti come i computer Olivetti (M24) e l’alta moda italiana – segno di un Paese in trasformazione. Il sociologo Francesco Alberoni parlò addirittura di “nuovo Rinascimento” italiano. > La parabola dell’operaio-massa appariva chiusa, sostituita da una nuova > centralità del “fattore impresa”. Eppure, nonostante la grave perdita di quella figura operaia, quella fu anche dal punto di vista dello sviluppo capitalistico un’occasione perduta: l’euforia degli anni Ottanta non sfociò in riforme strutturali durature. Mancò la “virtù” di investire sul lungo periodo, e il sistema-Italia dissipò in parte quei vantaggi, ritrovandosi fragile alle soglie degli anni Novanta. Resta il fatto che, dal punto di vista sociale, il protagonismo operaio arretrò bruscamente. Il sindacato, scottato dalla sconfitta Fiat, nei decenni successivi assunse quasi sempre posizioni più caute e negoziali, inaugurando la stagione della concertazione tra parti sociali negli anni Novanta. Certamente, nessuna mobilitazione operaia, nei 40-50 anni seguenti, ha più raggiunto la forza d’urto di quelle degli anni Sessanta e Settanta. A più di quarant’anni di distanza, la marcia dei quarantamila resta un evento-simbolo ricco di significati per il presente. Da un lato, essa segnò il tramonto di un modello di conflitto sociale basato sul potere contrattuale concentrato della grande fabbrica. Quel modello – l’operaio-massa fordista, organizzato nel sindacato di fabbrica – aveva ottenuto conquiste importanti, ma mostrava già la corda di fronte ai mutamenti dell’economia. La sconfitta del 1980 certificò che non era più possibile tornare indietro: il capitalismo italiano aveva voltato pagina, aprendosi all’era della flessibilità e della globalizzazione nascente. Dall’altro lato, molti dei nodi irrisolti di allora si ripresentano oggi sotto altre forme. La frattura tra impiegati e operai può ricordare, per certi versi, le nuove divisioni nel mondo del lavoro contemporaneo: da una parte lavoratori garantiti (spesso più qualificati e integrati nei processi globali), dall’altra lavoratori precari o marginali, con minore tutela e potere contrattuale. Il declino della solidarietà di classe che emerse in nuce nel 1980 è oggi amplificato da una frammentazione estrema del lavoro: la fabbrica diffusa e l’outsourcing hanno disperso la forza lavoro in miriadi di piccole unità, rendendo più difficile l’organizzazione collettiva. Allo stesso tempo, l’offensiva neoliberista che negli anni Ottanta muoveva i primi passi è giunta a piena maturazione: deregolamentazione, competitività sfrenata e precarietà sono realtà quotidiane per milioni di persone. In questo senso, la marcia dei quarantamila può essere vista come l’atto iniziale di un lungo processo di ristrutturazione che prosegue ancora oggi. La Waterloo del sindacato è stata vista dall’imprenditoria a trazione liberale come una sconfitta cocente ma forse necessaria per spingere le organizzazioni dei lavoratori a rinnovarsi. Dal punto di vista della storia del lavoro, la marcia dei quarantamila segna un punto di non ritorno. Dopo quell’episodio, la figura dell’operaio-massa – attorno a cui si erano costruite teorie (Tronti, Negri) e strategie politiche – perde centralità, mentre emergono nuovi soggetti e nuove forme di conflitto (si pensi, ad esempio, ai movimenti dei lavoratori precari degli ultimi anni, ben diversi per composizione e rivendicazioni). In definitiva, l’eredità di quell’autunno torinese è duplice: da un lato, il mondo delle fabbriche non fu più lo stesso, dall’altro le questioni del potere e dei diritti nel lavoro assunsero forme più complesse, meno visibili. > La frattura tra impiegati e operai può ricordare, per certi versi, le nuove > divisioni nel mondo del lavoro contemporaneo: da una parte lavoratori > garantiti (spesso più qualificati e integrati nei processi globali), > dall’altra lavoratori precari o marginali, con minore tutela e potere > contrattuale. Beninteso, per Mario Tronti l’operaio-massa non entra in crisi con la marcia dei quarantamila, ma molto prima. Già alla vigilia del Sessantotto, con l’affacciarsi di nuove soggettività politiche e sociali, Tronti aveva colto i segnali di esaurimento di quella figura: un soggetto che era stato centrale nell’organizzazione fordista e nel ciclo di lotte operaie, ma che mostrava crepe evidenti nel momento stesso in cui diventava protagonista. La sua parabola, insomma, era inscritta fin dall’inizio nella trasformazione più ampia dei rapporti di produzione e nelle mutazioni della società industriale. In questo senso la marcia dei quarantamila ebbe un valore simbolico non dissimile, per il mondo operaio occidentale, da quello che la caduta del Muro di Berlino ebbe per l’Unione Sovietica: il gesto che non inaugura la crisi, ma la rende irreversibile e visibile a tutti. Nel bilancio storico-sociologico di quell’evento, dunque, possiamo leggere sia la fine di un’epoca sia l’inizio di contraddizioni nuove. Fu la fine dell’epoca in cui il conflitto capitale-lavoro aveva il volto coriaceo e oleoso dell’operaio di Mirafiori; l’inizio di un’era in cui quel conflitto si sarebbe espresso in maniera più frammentata e diffusa, spesso silenziosa. La marcia dei quarantamila resta lì a ricordarci che anche il “noi” dei lavoratori può andare in frantumi se cambiano le condizioni – e che ogni stagione di lotta, per quanto gloriosa, può conoscere il suo autunno. Un autunno, quello del 1980, che vide cadere le foglie di un’intera cultura operaia, preparando un inverno di cambiamenti da cui sarebbe germogliato il mondo del lavoro contemporaneo. L'articolo La marcia dei quarantamila proviene da Il Tascabile.
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Il concorso di Sara Mesa
S everance è una serie prodotta da Ben Stiller che indaga, nelle sue due stagioni, il rapporto tra lavoro e identità, tra memoria e oblio. La serie si svolge principalmente negli uffici della Lumon Industries, una multinazionale che opera nel campo delle biotecnologie e che utilizza una procedura medica di “scissione” per separare i ricordi personali di alcuni dei suoi dipendenti dai ricordi lavorativi. Durante le ore passate in ufficio, i dipendenti sottoposti a scissione non hanno alcun ricordo della loro vita nel mondo esterno; viceversa, durante le ore trascorse all’esterno, non hanno memoria della loro vita alla Lumon. La scissione è una pratica che rende i lavoratori più efficienti proprio in quanto non turbati da fattori esterni. Anche l’architettura della multinazionale sembra essere piegata a questo scopo: i suoi reparti sono privi di finestre e isolati tra loro, l’impianto è labirintico, claustrofobico. Il concorso – l’ultimo libro di Sara Mesa uscito per La Nuova Frontiera nella traduzione di Elisa Tramontin –, mi ha inevitabilmente fatto pensare a Severance e alla domanda “Chi sei?” rivolta all’attrice Britt Lower nel ruolo di Helly R., che apre il primo episodio. La protagonista del nuovo romanzo di Sara Mesa, si muove quasi interamente negli spazi di un edificio a pianta circolare che richiama per certi aspetti la multinazionale di Severance. È un castello kafkiano senza finestre e privo di vita, come denuncia la presenza dei fiori nella sala conferenze: “crisantemi avvizziti e gigli ai quali nessuno doveva cambiare l’acqua da giorni”. Sara Villalba, così si chiama la protagonista del libro, ha un impiego temporaneo in un ufficio pubblico – il sopranominato castello kafkiano – e studia per un concorso che dovrebbe stabilizzare la sua posizione. Dal suo esordio, l’autrice spagnola ha esplorato diversi generi letterari, passando dalla poesia alla prosa; Il concorso è il suo quarto romanzo pubblicato in Italia dopo Cicatrice (2017), Un amore (2021) – finalista al Premio Strega Europeo –, e La famiglia (2024). È un’opera intima e politica, come quasi tutte le opere dell’autrice, che si interroga sull’identità, sull’obbedienza, sul vuoto di senso che investe sempre più settori lavorativi e sulle possibilità che abbiamo di rompere questo vuoto. Mesa ha dato al personaggio principale del suo ultimo romanzo il proprio nome. E come lei, ha lavorato nella pubblica amministrazione. Non è la prima volta che la scrittrice riflette sul settore pubblico, sulla burocrazia, sulla ricerca di senso. Precede infatti Il concorso un breve ma tagliente saggio intitolato Silencio administrativo (2019) che racconta l’iter di Carmen, una donna invalida e senza fissa dimora che prova a chiedere aiuto agli enti pubblici scontrandosi però con procedure obsolete e macchinose, silenzi, inadempienze. > Come quasi tutte le opere dell’autrice, si interroga sull’identità, > sull’obbedienza, sul vuoto di senso che investe sempre più settori lavorativi > e sulle possibilità che abbiamo di rompere questo vuoto. Sara Mesa traghetta alcuni temi di Silencio administrativo sul terreno della finzione e costruisce Il concorso, una storia che mette a nudo tabù attraverso domande implicite: cosa accade quando un posto di lavoro si trasforma in una trappola silenziosa e la quotidianità in un processo usurante? Come può esserci comunicazione quando la lingua del lavoro è diversa dalla propria? “L’argomento del lavoro è circondato da tabù”, scrive David Graeber nel libro Bullshit Jobs (2018),  pubblicato da Garzanti e tradotto da Albertine Cerutti. Antropologo e teorico di spicco del movimento Occupy Wall Street, Graeber compie un’analisi lucida sulle conseguenze di una società impegnata su larga scala in attività prive di significato. Una società così costituita, sostiene l’autore, sarà tenuta insieme dal sospetto, dall’odio e dal rancore di chi è finito in gabbia. Sarà talmente assuefatta alla mortificazione e al mortifero – i crisantemi avvizziti e i gigli a cui nessuno ha cambiato l’acqua – da non accorgersi neppure quando a mancare sono persone in carne ed ossa. È così che funziona, gli ambienti privi di vita cessano di riconoscere la morte perché quest’ultima li governa, come nel caso riportato da Graeber dell’ispettore fiscale finlandese che nel 2022 morì, seduto alla scrivania del suo ufficio – dell’ufficio tutto suo –, e che rimase così per oltre quarantotto ore perché i trenta colleghi che gli lavoravano attorno non si erano resi conto prima dell’accaduto. Bullshit Jobs esce nel 2018, un anno prima di Silencio administrativo – testo in cui si annidano, in forma embrionale, le pagine de Il concorso. Sara Villalba, personaggio principale de Il concorso, lavora in un’ala vuota dell’ufficio, è sola nella sua postazione. Sola, come l’ispettore fiscale finlandese. La sua scrivania è stata piazzata in mezzo al nulla – vero protagonista del romanzo. Il nulla può essere sinonimo di assenza che, nell’opera di Sara Mesa, si traduce in assenza di relazioni – l’ala vuota dell’ufficio –, assenza di un dialogo col mondo – la mancanza di finestre –, assenza di istruzioni – nessuno spiega a Sara Villalba cosa deve fare. La somma di queste assenze rende la sua condizione esistenziale e professionale disumana. Oltre a raccogliere l’eredità di Graeber e di autori classici come Musil, Kafka, Moravia e Svevo, Mesa si inserisce nella riflessione proposta negli ultimi anni anche dal filosofo Byung-Chul Han, soprattutto attraverso La società della stanchezza (2020), uno dei suoi titoli più noti. > Cosa accade quando un posto di lavoro si trasforma in una trappola silenziosa > e la quotidianità in un processo usurante? Come può esserci comunicazione > quando la lingua del lavoro è diversa dalla propria? La nuova protagonista di Mesa fa parte della galleria di personaggi misteriosi e umbratili che popolano i romanzi precedenti dell’autrice. Nat, protagonista di Un amore, tiene a lungo nascosto il vero motivo per cui si trova nella località rurale di La Escapa. Tutti i personaggi di La famiglia celano gli uni agli altri aspetti della loro personalità, sentimenti, pensieri. Sara Villalba occulta a sua madre come le vanno le cose in ufficio. Ma se c’è qualcosa che non può essere occultato è il malessere, perché prima o poi salta fuori, magari sotto forma di infiltrazioni sul soffitto come quelle che affliggono Nat ogni volta che piove. L’oscenità del dolore consiste proprio in questo, nel suo non poter essere sottratto alla vista degli altri. Restano le infiltrazioni sul soffitto a testimoniare che qualcosa non va nella struttura, che c’è dell’umido, del marcio. E cosa ne fa Sara Villalba del suo malessere? Cerca di non ignorarlo restando in agguato, espressione che compare più volte nel romanzo e cha ha un triplice significato: Sara sta in agguato perché potrebbe ricevere da un momento all’altro istruzioni, compiti, incarichi – lei li aspetta, com’è normale che sia, dal primo giorno che è entrata a lavorare. Sta in agguato per non venire risucchiata dall’ufficio, dalle sue dinamiche, dal suo linguaggio rigido, eufemistico, fatto di parole altisonanti pensate per dare lustro e importanza a ciò che, a ben guardare, non ne ha. Ma sta in agguato soprattutto per riuscire a vedere una gatta con i suoi cuccioli che si nasconde tra gli oleandri, nel giardino dell’ufficio. Quando la scorge, sa di essere viva. Gli animali, nei romanzi di Sara Mesa, incarnano la vita, l’istinto. Vederli, desiderarli, accoglierli, ha un significato tutto simbolico. Significa dare fiducia al corpo, riconoscere la sua intelligenza, capace di anticipare le intenzioni della mente. Nelle pagine finali di Il concorso, le mani di Sara Villalba sanno tutto, sanno prima, e agiscono in autonomia per il bene della protagonista. Sara Villalba è un’eroina involontaria che si ribella alle logiche soffocanti del suo ambiente di lavoro. In fondo, non cerca altro che una risposta alla domanda “Chi sei?” – la stessa domanda di carattere identitario con cui deve fare i conti Helly R. in Severance. La ribellione di Sara Villalba non è ideologica né strutturata. È fatta di gesti minimi, propri di una persona che non vuole sparire. L'articolo Il concorso di Sara Mesa proviene da Il Tascabile.
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narrativa spagnola
In the Belly of AI, il documentario che racconta come milioni di data worker pagano il prezzo nascosto dell’intelligenza artificiale
Presentato durante il DIG Festival di Modena, racconta l'inquietante dietro le quinte di chi sostiene interi sistemi tecnologici. Ne abbiamo parlato con il regista, Henri Poulain L’intelligenza artificiale occupa uno spazio sempre maggiore nel dibattito contemporaneo. Soprattutto al cinema dove è diventato il prisma attraverso cui si riflettono le nostre paure, le nostre speranze e le domande più radicali sull’identità umana, sul controllo della tecnologia e sul futuro della società. L’AI è diventata un vero campo di battaglia politico e sociale, dove si incontrano, e si scontrano, questioni economiche, ambientali e legate ai diritti dei lavoratori. Ancora una volta è il cinema a investigare questo rapporto complesso, mostrando cosa si nasconde dietro dati, cloud e reti digitali, grazie al prezioso documentario In the Belly of AI, diretto da Henri Poulain, presentato durante il DIG Festival di Modena. Un’opera che smonta l’illusione di un’intelligenza artificiale immateriale e trascendente, rivelando invece quale prezzo paghiamo quotidianamente per sostenere interi sistemi tecnologici, infrastrutture che consumano e dilapidano energia, risorse naturali e vite umane. In the Belly of AI parte proprio da questo per raccontare la vita lavorativa dei data worker che, secondo un rapporto della World Bank pubblicato lo scorso anno, si stima che nel mondo siano tra i 150 e i 430 milioni, e che il loro numero sia cresciuto in modo esponenziale nell’ultimo decennio. Leggi l'articolo
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Braccia invisibili
S aleem si avvicina al portone e fa un cenno con la mano. Le labbra si increspano in un impercettibile “Ciao”. È vestito di tutto punto, come non lo si vede spesso. Possiamo immaginare che fino a due anni fa non avesse mai indossato una camicia all’occidentale. In Pakistan, durante le celebrazioni importanti, indossava la kurta, il lungo camice tradizionale che arriva alle ginocchia, quello che si abbina a pantaloni larghi dello stesso tessuto e a ciabatte di pelle. Oggi però l’appuntamento lo richiede: una camicia di cotone, pantaloni color crema, un paio di scarpe chiuse. Non è la prima volta che Saleem percorre la lunga via di casa verso il centro per un appuntamento con il suo avvocato. Negli ultimi mesi lo ha incontrato spesso, prima per la raccolta degli elementi in sua difesa, poi per la stesura delle memorie e infine per l’udienza preliminare. Per un periodo Saleem ha lavorato per Rajid Muhammad, un signore pakistano in partita IVA che fa affari nella provincia di Udine. Rajid Muhammad, “il capo” come Saleem lo chiama, non gli ha corrisposto lo stipendio di due mesi di lavoro, per un totale di 1.300 euro. Saleem lo ha sollecitato più volte, ma Rajid gli ha risposto sempre allo stesso modo: per lui, quelle ore non sono mai state lavorate. Non risultano da nessuna parte. Ma Saleem è sicuro di averle lavorate, eccome. Le ha segnate su un pezzo di carta giorno per giorno, con la meticolosità di chi si aspettava una mossa del genere. Anche quel foglio è finito nello studio del suo avvocato, insieme a tutto il resto. Quando Saleem ha capito che i soldi non sarebbero arrivati con l’insistenza, ha segnalato questo fatto al sindacato. Un mese dopo lo hanno perquisito. I carabinieri sono piombati in casa sua alle 7 del mattino e il commissario gli ha fatto firmare un decreto che lo autorizzava a controllare nei cassetti, nelle valigie, nell’armadio, sotto il letto, dappertutto. Poi ha caricato Saleem sull’auto di servizio e lo ha portato in questura. Lì Saleem ha scoperto di essere indagato per furto e aggressione ai danni di una persona. Ed è cominciata questa storia. A somma non zero L’economia informale o semi formale, come un liquido, prende la forma dei contenitori che trova; i sistemi e le gerarchie che ne nascono si adattano alle faglie, sempre diverse e sempre le stesse, del mercato formale. Nel Sud Italia lo sfruttamento del lavoro prospera nelle grandi estensioni di colture di pomodori, negli oliveti e negli aranceti. I braccianti, in gran parte romeni e nordafricani, raccolgono frutti per più di dieci ore sotto il sole torrido dell’estate o si dedicano alla brucatura degli oliveti in autunno. A fine giornata dormono in insediamenti informali che di anno in anno, di stagione in stagione, assumono la forma di vere e proprie baraccopoli o ghetti, come alcuni li chiamano. > L’economia informale, come un liquido, prende la forma dei contenitori che > trova; i sistemi e le gerarchie che ne nascono si adattano alle faglie del > mercato formale. Nella piana di Catania e di Gioia Tauro, nel foggiano e nel trapanese, i braccianti non se ne vanno alla fine della stagione. Trovano altri piccoli impieghi sul territorio, e così le baracche non vengono dismesse mai. Anzi, diventano un piccolo paese fatto di appartamenti a piano terra in plastica e lamiera, in cui si utilizzano bombole a gas e generatori a benzina per cucinare, illuminare, riscaldare acqua, ricaricare i cellulari. Questi servizi vengono forniti e goduti da chi vive all’interno delle baracche: braccianti, barbieri, lavoratrici del sesso. Ciascuno a proprio modo. Nasce una comunità di persone che lavorano per mandare avanti la vita quotidiana in un ecosistema chiuso. A volte accade che, nella povertà di questa vita di sussistenza, il ghetto si trasformi in luogo di relazioni e che un po’ diventi casa. Chi ci è entrato spesso fatica a uscirne per un posto nel sistema di accoglienza. In Friuli-Venezia Giulia lo sfruttamento ha altre codificazioni. La gran parte dei caporali sono pakistani e si inseriscono nel mercato regolare aprendo una partita IVA agricola. Stando ai dati, il numero di partite IVA agricole in questa regione è aumentato a dismisura negli ultimi anni. Si passa dalle 5 partite IVA del 2018 alle 95 del 2023. Questo numero continua a crescere. “Da fuori farsi imprenditori agricoli può sembrare complicato”, spiega Stefano Gobbo, segretario generale della FAI CISL del Friuli-Venezia Giulia, “in realtà bastano 500 euro per aprire una partita IVA”. Il costo dell’apertura di una partita IVA individuale va dai 400 ai 600 euro e non sono necessari dei particolari requisiti formativi. “Chi è in Italia da non molto… sei, sette, otto anni ha capito dove infilarsi per fare profitti”, prosegue Gobbo. Dopo aver aperto una partita IVA, l’imprenditore pakistano va in supporto di aziende locali per la conduzione di specifiche fasi della produzione agricola. Si reca dall’azienda italiana e offre la propria disponibilità per la potatura o la vendemmia proponendo un prezzo. Naturalmente l’azienda italiana trova questo prezzo conveniente e tramite contratto gli cede in appalto un segmento della produzione. Del resto, oltre a buoni risultati a un prezzo economico, il pakistano garantisce al produttore italiano il reclutamento della manodopera: vincono entrambi. Ma gli effetti di questo gioco del miglior prezzo si propagano verso il basso, rovesciandosi a cascata sull’ultimo anello della catena. Colpirne uno Saleem si è presentato nello studio dell’avvocato con tutte le carte che possono essere utili alla difesa: il contratto di lavoro con Rajid Muhammad, il famoso foglio con la traccia di tutte le ore lavorate e non pagate, le buste paga, la segnalazione in CISL. L’avvocato legge le condizioni del contratto di lavoro. Le mansioni di Saleem rientravano in “attività di supporto alla produzione vegetale”. È il codice Ateco classico con cui i datori di lavoro assumono i braccianti. La busta paga di agosto è per 42 ore di lavoro, 250 euro netti. Ma quel mese Saleem ha lavorato tutti i giorni di bel tempo: ben più di 42 ore. Ogni giornata è durata dalle 8 alle 10 ore. L’avvocato scorre quelle carte e poi le ripone in un angolo della scrivania. Non è compito suo venire a capo di quella particolare faccenda: il sindacato ha preso in carico la segnalazione per sfruttamento, e chi vivrà ne vedrà gli esiti. Lui deve difendere Saleem dall’accusa di furto e aggressione. Ma in questa storia tutto si tiene insieme. Dopo la perquisizione in casa, il commissario aveva notificato a Saleem la denuncia in maniera sbrigativa e senza un mediatore linguistico. A parole semplici, l’avvocato gli spiega di nuovo il senso di quel documento. La denuncia era stata sporta dal signor Zahid Shah, cittadino pakistano nato il 6 marzo 1989. Quasi un anno fa, il 24 luglio 2024, intorno alle 19, camminando in via Monterosso nei pressi della stazione ferroviaria di Udine, il signor Zahid Shah sarebbe stato aggredito con un pugno alla schiena. L’aggressore lo avrebbe poi derubato di 600 euro e di un orologio da polso. Nel documento, Zahid Shah accusa Saleem di averlo colpito e derubato. > Gli effetti di questo gioco del miglior prezzo si propagano verso il basso, > rovesciandosi a cascata sull’ultimo anello della catena. L’avvocato scorre i documenti sotto gli occhi di Saleem. In coda alla denuncia c’è un referto medico. Stando al referto, il giorno dopo l’aggressione il denunciante si è presentato al pronto soccorso per un livido alla schiena che gli causava una “lieve dolorabilità alla palpazione”. Sempre secondo il referto, la visita in ospedale era durata circa quindici minuti. Il signor Zahid Shah era stato dimesso quasi subito e senza particolari prescrizioni. L’avvocato si mette al lavoro per costruire la difesa. Spiega a Saleem gli scenari. Nel caso peggiore, se Saleem venisse condannato rischierebbe fino a quattro anni di detenzione. Ci sono delle possibilità per richiedere un’attenuazione della pena. Saleem si massaggia le tempie. Ha l’espressione assente di chi ha intuito che il processo sarà doloroso. Dopo qualche secondo sembra riprendersi. Dice all’avvocato di non essere mai stato in via Monterosso, ma non ricorda cosa abbia fatto il 24 luglio 2024, e non sa se ci siano delle persone in grado di testimoniare che quel giorno a quell’ora si trovava altrove. È passato tanto tempo. L’avvocato gli mostra la foto del denunciante e Saleem lo riconosce immediatamente. “Sì, lo conosco. È Master.” Braccia affamate di lavoro L’avvocato rilegge il verbale scritto in casa di Saleem quel mattino dopo la perquisizione. L’operazione era risultata negativa: nessuna traccia dei soldi e dell’orologio. “Chi è questo signore?”, chiede l’avvocato. Con voce pacata e ferma, Saleem spiega chi è Zahid Shah, la persona che lo accusa di averlo aggredito e derubato. Il primo giorno di lavoro presso la ditta di Rajid Muhammad, questo Zahid gli si era presentato come il fratello di Rajid. Saleem spiega all’avvocato che in Pakistan un fratello non è necessariamente un fratello di sangue. Spesso si chiama “fratello” un amico, un compagno, un socio in affari, una persona particolarmente fidata. “Io non conoscevo il suo vero nome”, spiega Saleem, “noi lo chiamavamo Master”. Noi braccianti, si intende. Zahid, soprannominato Master, deve essere una sorta di braccio destro del caporale. L’avvocato scrive degli appunti sull’agenda e congeda Saleem. Secondo i dati ISTAT forniti nell’ultimo Censimento generale dell’agricoltura, oltre il 70% della superficie agricola utilizzabile del Friuli-Venezia Giulia si trova nelle province di Udine e Pordenone. A eccezione della zona montana nel Nord della regione in cui prevalgono prati e pascoli, l’area collinare e pianeggiante circondata dal Tagliamento, dal Torre e dall’Isonzo viene coltivata a vite, cereali e piante industriali. Nella provincia di Udine poco meno della metà degli operai agricoli sono stranieri, e nella vicina Pordenone lo è quasi i due terzi del totale. Sempre nella provincia di Udine nel 2024 sono stati registrati 6.524 operai agricoli a tempo determinato. Di questi, 399 sono pakistani e 421 sono bengalesi. Come abbiamo già visto, si tratta in prevalenza di persone in accoglienza, richiedenti asilo arrivati in Italia attraverso la rotta balcanica non più di quattro anni fa. La facilità nell’agganciare e reclutare questa particolare categoria dipende dalla loro precarietà. Sono titolari di un permesso di soggiorno di breve durata che li esclude da assunzioni di lungo periodo. Hanno un estremo bisogno di trovare un impiego e non conoscono i canali e le norme che potrebbero tutelarli come lavoratori: per un signore straniero che vive da anni in Italia e conosce le regole abbastanza da riuscire a evaderle, queste persone sono braccia preziose per la sua attività. Il gancio è la provenienza: arrivando dagli stessi Paesi, dagli stessi distretti, a volte dagli stessi villaggi dei richiedenti asilo più giovani, questi signori diventano caporali di un bracciantato cucito su di loro, sfruttabile perché bisognoso, manipolabile perché ignorante, ricattabile perché fidato. > Arrivando dagli stessi Paesi, a volte dagli stessi villaggi dei richiedenti > asilo più giovani, questi signori diventano caporali di un bracciantato cucito > su di loro, sfruttabile perché bisognoso, manipolabile perché ignorante, > ricattabile perché fidato. Secondo i dati della Camera di commercio di Pordenone-Udine, il primo Paese di provenienza dei titolari di ditte individuali è il Pakistan. Negli ultimi due anni, in Friuli-Venezia Giulia sono state aperte quasi 200 partite IVA individuali, per la maggior parte da cittadini pakistani. È un trend nuovo, che si impone su quello che fino a quattro anni fa vedeva impiegati nell’agricoltura prevalentemente lavoratori dell’Europa dell’Est, romeni e albanesi ai primi posti. Dati di fatto “Con l’aumento dei prezzi del prodotto finito, anche il valore di tutti gli anelli della filiera alimentare dovrebbe aumentare. È un dato di fatto.” A., agricoltore friulano, gestisce un’azienda vitivinicola a conduzione familiare. Ha assunto più volte degli operai agricoli, ma lo ha sempre fatto in maniera diretta, senza intermediari. Gli è capitato più volte di dire no a qualche straniero presentatosi per l’appalto della vendemmia. “Non mi fido di loro”, racconta. “Non mi serve chiedere quanto pagherebbero la manodopera, lo immagino dall’offerta che mi fanno. E chi lavora in questo settore lo sa: se con 15 euro all’ora i soldi arrivano anche ai braccianti, quando questi iniziano a costare 10 euro qualche domanda te la fai”. Le aziende cedono segmenti di produzione ai pakistani in partita IVA agricola tramite dei contratti di appalto. Solitamente queste cooperative “senza terra” propongono un prezzo alle aziende italiane, come è successo ad A. Ma a differenza di A., molte altre aziende accettano il gioco del caporale. “Fanno un’offerta conveniente”, prosegue Gobbo. “Facciamo un esempio: prima di iniziare la vendemmia, un produttore agricolo stima quanto spenderebbe senza intermediari per portare a termine il lavoro in due mesi. Supponiamo che tra le spese dei macchinari e lo stipendio agli operai gli costerebbe cento. Il signore pakistano gli garantisce di fare lo stesso lavoro al costo di settanta. È chiaro che la maggior parte dei produttori scelgono di appoggiarsi a lui”. I signori pakistani non sono tenuti a giustificare al produttore in che modo intendono allocare i soldi dell’appalto. L’azienda si limita a verificare che i documenti del suo intermediario siano in regola, dal suo permesso di soggiorno all’iscrizione alla Camera di commercio e al Registro delle imprese. Il primo nodo di questa storia è questo: l’intermediario presenta all’azienda dei documenti puliti. “Come riuscirà a fare il lavoro a quel costo, però, non ci vuole una laurea per capirlo”, prosegue Gobbo. Il produttore, quando appalta l’attività a un intermediario, sa che il segreto della sua convenienza viene direttamente dallo sfruttamento della manodopera. I contratti di lavoro dei braccianti immigrati sono apparentemente in regola: contratti a tempo determinato, spesso a chiamata. Ma il numero di giornate dichiarate dal caporale risulta nettamente inferiore al numero di giornate effettivamente lavorate. I braccianti ricevono una parte dello stipendio in busta paga e il resto in contanti. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte: dichiarando in busta paga una minima parte delle ore lavorate, il caporale è in grado di assicurarsi dei contratti di assunzione apparentemente in regola; allo stesso tempo, se gran parte del costo dei braccianti viene pagato in contanti, il caporale non paga le imposte sulla gran parte della forza lavoro. > Il produttore, quando appalta l’attività a un intermediario, sa che il segreto > della sua convenienza viene direttamente dallo sfruttamento della manodopera. Il secondo nodo di questa storia è che l’azienda appaltante non è tenuta a verificare le condizioni di lavoro dei braccianti: se e quante giornate di lavoro vengono dichiarate dal datore, le modalità di pagamento della manodopera e quello che succede in campagna. Nell’ottica di un produttore italiano, appaltare il lavoro agricolo a intermediari significa avere manodopera efficiente e conveniente e il contratto di appalto è una perfetta copertura: il lavoro sporco viene delegato a stranieri furbi e disposti ad assumersi un rischio. Il terzo nodo è la vulnerabilità umana, giuridica e contrattuale dei braccianti. I caporali stranieri attingono a un bacino di persone che farebbero tutto pur di mettere insieme 600 euro al mese. È il fortunato e atroce incontro tra la domanda di imprenditori senza scrupoli e l’offerta di una categoria di immigrati povera e facilmente ricattabile. I signori pakistani vanno a cercare braccia nei centri di accoglienza per richiedenti asilo. La maggior parte di questi luoghi garantisce i servizi minimi, ma non fa un’informativa su come si legge una busta paga o sugli indicatori dello sfruttamento lavorativo. Gli ospiti di questi posti sono arrivati in Italia da poco. Non parlano l’italiano, non conoscono la normativa che regola il lavoro in Italia, non vedono l’ora di mandare soldi alle famiglie nel Paese di origine. I caporali sanno di poter sempre contare sul loro lavoro a basso costo, e quando si mettono sul mercato sfruttano a proprio vantaggio i gap culturali e i bisogni dei connazionali più giovani. Promettendo un’assunzione immediata e senza particolari requisiti attraggono immigrati affamati di lavoro. Integrando nelle condizioni contrattuali la fornitura di ulteriori servizi come il trasporto nei campi fidelizzano le proprie vittime. I codici Ateco utilizzati il più delle volte nei contratti di lavoro firmati dai braccianti sono due: “attività di supporto alla produzione vegetale” e “servizi di supporto per la silvicoltura”. Con questi codici-copertura che camuffano le reali attività, questi signori pakistani si presentano sul mercato legale con bilanci apparentemente in regola, nascondendo pratiche di intermediazione illecita e di sfruttamento sistemico. Per passare inosservati, poi, si spostano da una regione all’altra facendo sparire i propri movimenti. Le aziende “senza terra” nate da questi signori pakistani in partita IVA hanno una vita media di 18 mesi, dopo i quali si dissolvono per sfuggire al fisco. Gli elenchi annuali pubblicati dall’INPS a inizio 2025 sui lavoratori agricoli a tempo determinato dichiarano che nel 2024 nella provincia di Udine i pakistani e i bengalesi hanno lavorato in media tra le 50 e le 90 giornate. Considerato che per sopravvivere un operaio agricolo dovrebbe lavorare almeno 150 giornate all’anno, vivere con 80 giornate è impensabile. Questi numeri da soli non indicano necessariamente dei fenomeni di sfruttamento: data la natura stagionale delle attività agricole, è plausibile che uno straniero rimbalzi da un impiego come bracciante a un impiego come lavapiatti o come operaio in fabbrica, per poi tornare bracciante con la vendemmia, e che a fine anno le giornate lavorate nei campi siano davvero poche, concentrate in brevi periodi di lavoro stagionale. Ma a confermare quanto suggeriscono i dati sono le storie delle persone. Abdullah, Jaherul, Fazal Abdullah è un ragazzetto pakistano poco più che ventenne. È arrivato in Europa nel 2022, è entrato in Italia dalla frontiera di Tarvisio e ha fatto richiesta di asilo a Udine. Ha imparato l’italiano come ha potuto ‒ le videolezioni su YouTube, le ore di lavoro fianco a fianco con i compagni italiani, i colloqui con gli operatori del centro di accoglienza ‒ e si è inserito nel mercato del lavoro dove ha trovato delle opportunità. È giovane e intelligente. Più volte, nei periodi in cui un rapporto di lavoro si era concluso e un nuovo impiego non era ancora arrivato, ha provato a frequentare dei corsi di formazione, specializzarsi, imparare un mestiere, ma le pressioni della famiglia lo hanno costretto ogni volta a trovare in fretta un nuovo lavoro. Mostra i contratti che ha firmato da quando è in Italia. Tutti quelli come bracciante sono alle dipendenze di datori pakistani, titolari di imprese agricole della tipologia che abbiamo appena descritto. > È il fortunato e atroce incontro tra la domanda di imprenditori senza scrupoli > e l’offerta di una categoria di immigrati povera e facilmente ricattabile. “Ho trovato questo lavoro tramite un amico che in passato ha lavorato con lo stesso capo”, mi spiega Jaherul. Parla del suo capo come di un pezzo grosso nella cerchia dei suoi connazionali. Dice che questo signore ha tante attività per le mani, sparse per il Friuli e oltre. “Nel campo dove lavoro siamo trentacinque [dipendenti]”, spiega. Sfila il telefono dalla tasca e mi mostra il posto su Maps. È stagione di potatura e i campi cominciano di nuovo a riempirsi di lavoratori. A quanto pare il signore pakistano ha accordi con varie aziende italiane per la produzione vitivinicola. Dal baretto in cui ci troviamo, Jaherul indica in direzione di Venezia. Il signore pakistano ha dei terreni anche di là. In questi anni ha lavorato per tre diversi datori pakistani, e a molti altri si è presentato chiedendo le condizioni di lavoro. Mi ha spiegato che funziona così. Tutti questi signori pagano la manodopera con l’obiettivo di risparmiare sui contributi: al netto delle imposte che gravano sullo stipendio di un operaio agricolo comune, un bracciante riceve in busta paga 300/350 euro a prescindere da quante giornate ha effettivamente lavorato. Il datore dichiara quindi che il suo operaio ha lavorato circa quaranta ore, corrispondenti a sei giornate. Le restanti venti giornate del mese vengono pagate “fuori busta”, in contanti perché non restino tracce. “Alle sei il furgone raccoglie i braccianti in giro per Udine”, racconta in urdu Fazal, un quarantenne pakistano arrivato in Italia soltanto un anno fa. Ci sono degli hub, punti di ritrovo specifici noti all’intera rete pakistana che vive in zona. Tra via Roma, viale 23 Marzo 1948 e via Cividale, i braccianti si fanno trovare pronti per una nuova giornata di lavoro. I “drivers”, come li chiama Fazal, hanno di solito un rapporto molto stretto con il signore pakistano che organizza i turni e smista i braccianti nei campi. Fazal racconta che i drivers fanno parte del gruppo di lavoro, che spesso si fermano nei campi e “li aiutano” nella potatura. Incrociando le storie delle persone con i report scritti negli ultimi anni da ricercatori e giornalisti, sembra chiaro che in alcuni casi ci sono catene di intermediari: il signore pakistano che tiene i rapporti con l’azienda italiana non recluta direttamente i braccianti, ma appalta questo lavoro a un suo diretto sottoposto, un intermediario di serie B che si occupa di mansioni più operative rimanendo però a stretto contatto con il caporale ‒ un modo per filtrare le pratiche illegali e renderne più difficile la ricostruzione, ma anche per gerarchizzare delle organizzazioni che, quando le attività diventano molte, possono essere complesse da coordinare da un solo uomo. “A volte non facciamo nemmeno una pausa, a volte facciamo una pausa di mezz’ora”, continua Fazal. Anche lui ha lavorato con più di un signore, anche lui ha preso contatti con i caporali tramite conoscenti pakistani. Quando i braccianti lasciano l’alloggio in accoglienza e vanno a vivere in autonomia, spesso stanno in dieci in un piccolo appartamento a Borgo Stazione, il quartiere di Udine dove risiedono le comunità asiatiche. Le case costano molto, e tra compagni ci si aiuta a pagare le spese di affitto. Abdullah, Jaherul e Fazal hanno la fortuna di vivere ancora in accoglienza: se decidessero di lasciare il lavoro, non dovrebbero fare i conti a fine mese per bollette e affitto, e alla sera avrebbero comunque una casa dove tornare. In altri casi, il caporale offre ai braccianti una sistemazione di fortuna e li lega a doppio nodo alle proprie attività: se perdono il lavoro, perdono tutto. Il primo anello Le operatrici che hanno raccolto la segnalazione di Saleem appartengono a una rete nata appositamente per rilevare forme di sfruttamento lavorativo. Insieme ai sindacati fanno un lavoro di monitoraggio sul territorio regionale, raccolgono le storie e poi incrociano i racconti delle persone con i dati prodotti dall’INPS sulle giornate di lavoro dichiarate dai datori. Prima di Saleem, Rajid è stato citato nelle segnalazioni di altre persone, braccianti che avevano avuto il coraggio di denunciare delle forme di lavoro irregolare. Alcuni hanno denunciato di aver lavorato per mesi senza percepire lo stipendio, altri di aver chiesto giustizia al caporale ed essere stati minacciati. “Avevamo già delle informazioni interessanti su di lui”, raccontano. Le operatrici delineano un ritratto delle vittime di queste intermediazioni. Sanno chi sono le principali vittime, sanno che il settore più colpito è quello vitivinicolo e sanno come agiscono i caporali. A pochi giorni dall’udienza preliminare, Saleem era stato raggiunto da una brutta chiamata del suo aguzzino. Una proposta di patteggiamento. Gli aveva proposto di ritirare la denuncia se lui avesse ritirato la segnalazione in CISL. > Non bastano le segnalazioni dei braccianti, non basta il lavoro delle > operatrici che le raccolgono, non basta il lavoro della guardia di finanza che > manda una volante ogni tanto per un sopralluogo. Non ci sono abbastanza > risorse. “C’è un motivo se le segnalazioni aperte da questi braccianti arrivano prima o poi a un punto morto”, spiegano le operatrici. “I caporali minacciano le proprie vittime, le legano a sé. I braccianti non hanno le forze per sottrarsi a questo trattamento o semplicemente hanno paura”. “Manca un lavoro a più teste”, spiega Stefano Gobbo. Non bastano le segnalazioni dei braccianti, non basta il lavoro delle operatrici che le raccolgono, non basta il lavoro della guardia di finanza che manda una volante ogni tanto per un sopralluogo. “Dovremmo lavorare in maniera integrata, ognuno su un pezzetto. Dovremmo fare appostamenti quotidiani. Un appostamento al giorno, per due mesi. E poi dovremmo confrontare le dichiarazioni che i caporali fanno all’INPS con le osservazioni sul campo. Solo così troveremmo le falle del sistema”. Ma non ci sono abbastanza risorse, e l’INPS pubblica i dati a distanza di mesi dai periodi di lavoro, lasciandoli disponibili in rete per pochi giorni. Le partite IVA individuali nell’ambito delle attività agricole nate in supporto alla produzione si sono diffuse e moltiplicate negli ultimi cinque anni.  Ma le realtà locali, che da generazioni sono sul territorio e sostengono la filiera, facendo il gioco di questi imprenditori hanno riscritto le regole della produzione e i prezzi della manodopera. A risalire la filiera, avere braccia economiche significa vendere prodotti a prezzi inferiori ed essere più competitivi sul mercato. Se la rete di sfruttamento dei caporali pakistani prospera è perché molti altri, dagli agricoltori ai commercialisti ai consulenti del lavoro, li hanno appoggiati. Nel primo e più silente anello di questa catena ci sono loro. Il privilegio di avere dei diritti All’ultimo incontro prima dell’udienza preliminare l’avvocato riceve Saleem con un’ora di ritardo. Saleem entra nel polveroso studio che ha imparato a conoscere nei mesi. L’avvocato lo saluta e gli tende la mano, ma non nasconde uno sguardo più pensieroso del solito. C’è un fatto che non torna. Continua a ripetersi nella mente quella storia: il 24 luglio Saleem viene denunciato da Master di averlo aggredito e derubato. Il 12 agosto Saleem apre una formale segnalazione al sindacato per le ore di lavoro non pagate da Rajid, il capo della ditta, persona vicinissima a Master. Il 23 agosto c’è la perquisizione nell’appartamento di Saleem. I carabinieri sperano di trovare soldi e orologio, ma non trovano nulla. Sulla chat di Whatsapp tra Master e Saleem ci sono svariati messaggi vocali che l’avvocato ha fatto tradurre da una persona fidata. Dalla fine di quel maggio i messaggi non riguardano più i turni di lavoro, i giorni di riposo e i punti di ritrovo per andare nei campi. In quel periodo Saleem ha lasciato il lavoro con Rajid e ha iniziato a chiedere a Master di essere pagato per le ore lavorate. “Chiedevamo a Master per questo genere di cose”, spiega Saleem all’avvocato, “il capo non ci ha mai dato il suo numero di telefono. Noi parlavamo con Master e Master parlava con il capo.” > Le realtà locali, che da generazioni sono sul territorio e sostengono la > filiera, facendo il gioco di questi imprenditori hanno riscritto le regole > della produzione e i prezzi della manodopera. L’avvocato scorre di nuovo la traduzione dei vocali. Un messaggio richiama la sua attenzione. Saleem lo aveva inviato a Master la mattina del 24 luglio intorno alle 9, poche ore prima della presunta aggressione. Nel messaggio, Saleem diceva letteralmente “Master, non ho altro da dire. Se non mi paghi entro questa mattina, vado a segnalarvi in sindacato. Lo faccio davvero.” Risalendo alla data e all’orario di invio, l’avvocato chiede a Saleem di riprodurre l’originale in lingua urdu: è la solita voce di Saleem, pacata ma ferma. L’avvocato non ha dubbi che il mandante della denuncia è Rajid, spalleggiato e coperto da Master. Quando Saleem aveva minacciato di intraprendere un’azione legale per lo stipendio non pagato, Master non aveva esitato a presentare una finta denuncia, con tanto di referto di pronto soccorso, per costringere Saleem a tacere non soltanto davanti alla legge, ma anche con i compagni, e quel vocale ne era la prova. Soltanto una punizione veramente esemplare come un processo penale poteva riportare le cose allo status quo e mettere a tacere una voce scomoda. Ci sono braccianti a cui basterebbe un solo esempio di disobbedienza per disertare il lugubre gioco del caporalato, pertanto occorre punire quello che ha alzato la testa per primo. È la strategia del “colpirne uno per educarne cento”. Con il rischio di quattro anni di carcere, chi denuncerebbe il proprio sfruttatore? L’ultimo tassello di questa storia riguarda la relazione che intercorre tra braccianti e caporali. “Si tratta di etnie chiuse”, racconta Stefano Gobbo. “Le vittime di questi raggiri sono braccianti pakistani che se la prendono con il capo pakistano, braccianti afghani che se la prendono con il capo dell’Afghanistan. Sono bolle che non parlano neanche fra loro”. Come abbiamo visto, le conversazioni su WhatsApp tra Saleem e Zahid sono in urdu. Sono in urdu i vocali che si sono scambiati. Aldilà di un contratto a chiamata, tutte le persone di questa storia hanno detto e fatto in una lingua diversa dalla nostra. Potrebbe sembrare una cosa di poco conto ‒ in fondo basterebbe tradurre quei messaggi. Ma quando le condizioni di un accordo sono state discusse in codici diversi dai nostri, la traduzione non basta. Perché Saleem ha accettato questo impiego sapendo dal principio che parte dello stipendio sarebbe stato pagato fuori busta? Cosa si sono detti Saleem e Rajid al momento della firma? E soprattutto: cosa non si sono detti? Cosa è rimasto implicito? La ricattabilità di questi immigrati non è solo economica, è anche culturale: molti di loro accettano questi contratti perché 700 euro al mese sono meglio di niente, ma anche perché non sono messi nelle condizioni di distinguere tra un impiego regolare e un impiego non contrattualizzato e di tutelarsi quando accettano un impiego. Interiorizzare il sentimento di avere dei diritti non è un gesto muscolare, mnemonico come imparare la grammatica italiana, è uno sforzo di testa e cuore, richiede una posa di anni prima di diventare parte di un’etica e di un paradigma di vita, e si riempie tanto più di senso quanto più è collettivo. Il processo di emersione da una condizione di precarietà lavorativa ha più forza se un gruppo di lavoratori, riconoscendosi nelle stesse sofferenze, decide di lottare per rivendicare i propri diritti, e se quelli più anziani coinvolgono nella lotta i compagni meno esperti. Al contrario, il sistema delle etnie chiuse, predominante nelle campagne del Friuli, volontariamente o meno riproduce gli stessi confini culturali che discriminano tra bianchi e stranieri alle frontiere dell’Europa. Marginalizzati da questo sistema, i nuovi operai agricoli arrivati da poco in Italia si condannano a una battaglia individuale e solitaria nelle trincee del lavoro, su una zattera precaria che alla fine resta inghiottita dagli interessi di chi ha maggior potere contrattuale. Non è casuale se i lavoratori stranieri sfruttati permangono più spesso nella condizione di sfruttamento. E anche quando uno di loro decide di fare un passo in direzione contraria, come nella storia di Saleem, spesso manca la solidarietà di amici e compagni, italiani e stranieri. L’avvocato arriva un po’ trafelato con un pacco di carte sotto il braccio. Saleem è già lì, vestito di tutto punto. Vedendolo arrivare gli fa un cenno con la mano. Le labbra si increspano in un impercettibile “Ciao”. L’avvocato gli chiede come si sente e lui annuisce senza dire nulla. Ha l’espressione di uno che sta soffrendo il mal di mare. “Hai fatto una cosa importante”, gli dice l’avvocato. Gli dà una pacca sulla spalla e gli fa cenno di entrare. Saleem non sembra confortato. Scompaiono dietro il portone del tribunale. L'articolo Braccia invisibili proviene da Il Tascabile.
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N ella miniserie TV Maid – trasposizione del libro di Stephanie Land ‒, la protagonista Alex, dopo aver trovato riparo dal suo fidanzato violento in un rifugio per donne, inizia a lavorare come addetta alle pulizie. Tra i vari clienti, si ritrova anche a casa di Regina, donna nera, benestante ed eternamente vestita di beige. Alex deve pulire la casa e accudire il neonato di Regina, e può farlo solo se lascia che sia qualcun’altra ‒ il femminile non è casuale ‒ a badare a sua figlia Maddy, in una sorta di staffetta di appalti e subappalti di cura. Ovvero: una madre può lavorare solo se un’altra rinuncia, almeno per un po’, a fare la madre. Il comparto del lavoro di cura – nelle sue varianti di assistenti familiari e collaboratrici domestiche – è un settore perlopiù femminile (e femminilizzato) dove le donne, per garantire un futuro migliore ai propri figli e alle proprie figlie, sono costrette ad allontanarsi dalla propria casa e dalla propria famiglia per prendersi cura delle case e delle famiglie di altri; in pratica, fanno per le altre quello che non possono più fare per sé. Per dirla con Silvia Federici (Il punto zero della rivoluzione, 2014): “L’immensa mole di lavoro domestico retribuito e non retribuito svolto dalle donne in casa è quello che tiene il mondo in movimento”. Una dialettica resa molto chiara dalle oltre 70 testimonianze del reportage Le madri lontane (2024) di Stefania Prandi, testo che prende in considerazione il segmento delle braccianti rumene e bulgare: “casa propria” è il posto da abbandonare e “casa degli altri” rappresenta la forma di reddito: > “Quando andiamo a lavorare alle fragole, lei deve svegliarlo, vestirlo e > portarlo nel soggiorno di un’italiana”. La babysitter accudisce anche altri > bambini, tutti figli del bracciantato rumeno e bulgaro. […] “La mattina la > signora italiana porta i grandi a scuola e i piccoli restano con la cognata. > […] Una situazione comune: il bimbo di una coppia di braccianti rumeni miei > conoscenti, addirittura, chiama mamma la babysitter”. Tanto Maid quanto questo estratto dell’inchiesta etnografica di Prandi illuminano il fenomeno strutturale delle “catene globali della cura” – come le chiama Arlie Russell Hochschild –, sostenute in larga parte da donne razzializzate e migranti, che spesso si trovano a essere simultaneamente madri a distanza e lavoratrici sottoposte a condizioni estenuanti, orari lunghi, salari bassi, abusi raramente denunciati per paura di perdere il lavoro (o, nel caso delle lavoratrici senza documenti, di essere espulse dal Paese). Sottomesse pure al ricatto del lavoro d’amore, nel quale la componente emotiva viene estorta come supposto ingrediente fondamentale all’attività lavorativa. > Una madre può lavorare solo se un’altra rinuncia, almeno per un po’, a fare la > madre. In questo quadro non basta un’analisi di genere. È necessario uno sguardo che tenga conto delle dinamiche di classe, razza, provenienza geografica e status giuridico per comprendere come si intrecciano i rapporti di potere e le disuguaglianze alla base della regolamentazione di questi tipi di lavoro, dell’accesso ai diritti e alle prestazioni di welfare. Perché le lavoratrici gergalmente chiamate “colf” e “badanti” sono spesso donne migranti che si ritrovano in una posizione di doppia subordinazione, se non tripla: da un lato la precarietà lavorativa, dall’altro la dipendenza economica e legale dai datori di lavoro. E, non da ultimo, subiscono anche le conseguenze della discriminazione di genere. L’intersezionalità è quindi in questo caso uno strumento imprescindibile per leggere le condizioni materiali di chi occupa le posizioni più fragili nel mercato del lavoro. Tra queste, il lavoro domestico e di cura rappresenta un osservatorio privilegiato: settori storicamente femminilizzati e oggi sostenuti in larga parte da donne razzializzate, spesso migranti, su cui è facile scaricare le contraddizioni più profonde del sistema socioeconomico contemporaneo, che le vuole lavoratrici essenziali allo stesso tempo non benvenute. Il dibattito femminista sul lavoro domestico Per comprendere a fondo le trasformazioni recenti del lavoro di cura è necessario fare un passo indietro e ricostruire le radici teoriche e politiche del dibattito sul lavoro domestico. È proprio a partire da queste riflessioni, sviluppatesi nel contesto del femminismo degli anni Settanta, che si sono poste le basi per analisi successive, oggi centrali, come quelle sulle catene globali della cura. È a partire dagli anni Settanta infatti che il movimento femminista ha iniziato a interrogarsi in modo radicale sul lavoro domestico, riconoscendolo come nodo centrale nella strutturazione della secolare subordinazione femminile. In quegli anni, l’analisi si è concentrata in particolare sul lavoro di cura svolto tra le mura domestiche, non retribuito, legato al proprio nucleo familiare e tradizionalmente naturalizzato come “compito femminile”. La sua invisibilizzazione e il suo ruolo nel sostenere l’economia capitalistica sono stati al centro delle rivendicazioni politiche dell’epoca, e hanno posto le basi per letture successive, capaci di tenere insieme la dimensione affettiva e quella strutturale del lavoro riproduttivo. > Non basta un’analisi di genere. È necessario tenere conto delle dinamiche di > classe, razza, provenienza geografica e status giuridico. È in questo contesto, ad esempio, che nel 1972 prende forma la campagna internazionale per il salario al lavoro domestico (Wages for housework campaign). Come ricostruisce Cristina Morini in Vite lavorate (2022): > È Mariarosa Dalla Costa colei che ha aperto, con Selma James, agli inizi degli > anni Settanta il dibattito sul lavoro domestico e la sua retribuzione e sulla > famiglia come luogo di produzione e riproduzione della forza lavoro. […] Nel > 1972, a Padova, Mariarosa Dalla Costa, Selma James, Brigitte Galtier e Silvia > Federici costituirono il Collettivo Internazionale Femminista per promuovere > il dibattito sul lavoro di riproduzione tra le mura domestiche. Da lì in > seguito prenderà forma, in molti paesi, la rete di Gruppi Comitati per il > Salario al lavoro domestico. Delle fatiche che si consumano tra quattro mura, nel 1977 Gisela Bock e Barbara Duden offriranno una sistematica lettura storica in Lavoro d’amore – amore come lavoro (2024), saggio in cui le due autrici evidenziano come il lavoro non retribuito della casalinga non sia un residuo arcaico in via di superamento, ma una forma storicamente determinata di sfruttamento, strettamente connessa ai processi di valorizzazione del capitale. Secondo la loro ricostruzione, le radici di questa dinamica risalgono ai secoli Diciassettesimo e Diciottesimo, per poi strutturarsi più compiutamente con l’avvento dell’industrializzazione. In questo passaggio, tutto ciò che concerne il lavoro domestico si trasforma: il suo significato sociale ed economico, la percezione pubblica, la relazione tra attività di cura e organizzazione complessiva del lavoro. Il femminismo marxista è qui al suo massimo dispiegamento: prende l’analisi marxiana della produzione e la porta fuori dalla fabbrica, mostrando come proprio attraverso il lavoro domestico e di cura può rigenerarsi, giorno dopo giorno, la forza-lavoro necessaria al sistema produttivo. La riproduzione degli esseri umani è la condizione fondamentale della produzione di merci. Quella degli anni Settanta è una stagione attraversata da un profluvio di collettivi, iniziative, teorie e pratiche femministe che, nella loro pluralità, hanno contribuito a politicizzare il quotidiano. Una stagione che ha avuto il merito non solo di rendere visibile ciò che era stato a lungo occultato – il lavoro di cura come forza economica strutturale – ma anche di inaugurare un lessico capace di nominare lo sfruttamento là dove era stato confuso con l’amore, il dovere o la natura. È proprio da questa genealogia critica che muovono molte delle riflessioni odierne sui subappalti della cura, dove il lavoro domestico si ridefinisce secondo nuovi profili transnazionali, di mercificazione e disuguaglianze feroci. Lavoro di cura in subappalto È solo in epoca più recente però che l’analisi si è ampliata al fine di includere anche le forme di cura esternalizzate, ovvero quelle attività trasferite a lavoratrici esterne – spesso migranti, come già abbondantemente ricordato – che si occupano di persone e case altrui. Un cambio di paradigma che ha risposto a un’esigenza crescente di “de-familizzazione” della cura – per usare l’espressione di Maria Mezzatesta –, resa necessaria a sua volta dal massiccio ingresso delle donne nel mercato del lavoro e dal ritiro progressivo dello Stato dalle sue funzioni di welfare. La globalizzazione della cura nasce esattamente in questo crocevia: quando le donne dei Paesi più ricchi hanno avuto l’opportunità di uscire dal chiuso delle mura domestiche e irrompere sul mercato del lavoro. Le donne provenienti da Paesi più poveri sono loro subentrate, venendo a creare una mappa intricata, complessa e transnazionale della cura, un lavoro ancora oggi percepito come “naturale” con riferimento alle aspettative di genere. > La globalizzazione della cura nasce quando le donne dei Paesi più ricchi hanno > avuto l’opportunità di uscire dal chiuso delle mura domestiche. Come osserva sempre Morini in Vite lavorate, a distanza di vent’anni dal dibattito sull’operaia della casa, il capitalismo ha scoperto che le donne potevano essere “utilizzabili come casalinghe del capitale anche al di fuori dalle mura domestiche”; e, ancora: “Negli ultimi decenni, il capitalismo ha provato a includere e ad addomesticare le donne per poi tornare, oggi, a emarginarle”. Le fa eco Alisa Del Re in Separate in casa (2020), quando ricostruisce come il capitalismo finanziarizzato abbia abbassato i salari reali, costringendo lavoratori e lavoratrici ad aumentare il numero di ore di lavoro “e spingendo a una corsa disperata per trasferire ad altri il lavoro di cura”. Le catene globali della cura sono dunque l’esito di una trasformazione che affonda le sue radici nella consapevolezza maturata negli anni Settanta, ma che si struttura oggi secondo nuove e più complesse forme di disuguaglianza – lungo assi di classe, razza, genere e cittadinanza. Come ha messo in luce Federici, gran parte delle occupazioni oggi riservate alle donne non sono altro che “estensione della condizione della casalinga in tutte le sue articolazioni”: probabilmente non esiste definizione migliore per parlare del lavoro di colf e badanti. I numeri del lavoro di cura per altri Ma nonostante i numeri sull’occupazione siano solidi, nonostante il settore sia in crescita costante, e nonostante contribuisca in modo rilevante al contenimento della spesa pubblica del nostro Paese, la regolamentazione del lavoro domestico resta limitata, parziale e spesso incoerente. Come mostra il report 2023 di Bollettino Adapt – che ricostruisce l’evoluzione dell’occupazione nel comparto, mettendone in luce le caratteristiche specifiche –, negli ultimi vent’anni il lavoro domestico appare come uno dei principali canali di ingresso nel mercato del lavoro per molte donne, in particolare migranti. Dal 2000 al 2022 l’occupazione in questo settore è cresciuta del 30%; eppure, a questa espansione non è corrisposta una crescita in termini di riconoscimento o protezione. Al contrario, le collaboratrici familiari e le assistenti familiari restano in larga parte escluse dalle misure rivolte ai lavoratori, in nome della “specificità” del lavoro svolto e della natura privata del rapporto, e il risultato è una forza-lavoro fragile, poco tutelata, spesso invisibile, in balia di progressivo invecchiamento per mancanza di fisiologico turnover generazionale. > Le collaboratrici e assistenti familiari restano in larga parte escluse dalle > misure rivolte ai lavoratori, e il risultato è una forza-lavoro fragile, poco > tutelata, spesso invisibile. E se lavoro discontinuo e basso reddito sono la norma (un quarto delle collaboratrici lavora meno di 20 settimane l’anno) il dato più significativo riguarda l’irregolarità: oltre il 50% dei rapporti di lavoro nel settore è sommerso, e da solo rappresenta più di un terzo dell’intero lavoro irregolare italiano. La distribuzione territoriale delle tutele mostra come l’assenza o la presenza di misure pubbliche faccia la differenza: laddove sono presenti (come accade di più nel Nord-Est e in Sardegna), l’emersione del lavoro è più diffusa. Dove mancano, l’irregolarità resta la regola. Anche gli interventi normativi finora attuati si sono rivelati temporanei o parziali: la regolarizzazione messa in campo nel 2020 ha prodotto effetti che oggi si sono già in gran parte esauriti. La legge 33/2023 ha di certo rappresentato una svolta nella riforma dell’assistenza, ma è stata seguita da decreti attuativi che hanno modificato – in peggio – l’impianto originario, come nel caso del decreto legislativo 29/2024, che ha suscitato critiche per aver ridimensionato alcune delle previsioni iniziali della legge, in particolare riguardo al supporto domiciliare e alla semplificazione dei servizi di cura. Tuttavia, il lavoro domestico continua a rivestire un’importanza centrale e rappresenta ancora oggi un pilastro nascosto, ma fondamentale, del sistema di welfare familiare italiano. Secondo il Rapporto Domina dell’Osservatorio sul lavoro domestico, ad esempio, la spesa per la long term care destinata alla popolazione over 65 ammonta complessivamente a 25,5 miliardi di euro, pari al 74,1% del totale delle risorse destinate all’assistenza (34,5 miliardi). Un ruolo centrale in questo sistema lo giocano le famiglie che spendono circa 7,2 miliardi di euro per la gestione delle badanti, includendo anche la componente irregolare. Una spesa essenziale per garantire l’assistenza domiciliare agli anziani: senza di essa, lo Stato sarebbe costretto a investire circa 17,2 miliardi di euro in più per assicurare l’assistenza in struttura a oltre 700.000 anziani. Siamo all’apice di un paradosso insostenibile: il lavoro domestico e di cura è essenziale per garantire la tenuta dell’intero sistema assistenziale, ma la sua gestione resta perlopiù delegata alle famiglie, e in particolare alle donne. Questo scarico sistematico di responsabilità sul privato non è solo inefficace, ma anche profondamente iniquo: produce uno squilibrio strutturale tra sfera pubblica e privata, tra ciò che dovrebbe essere garantito collettivamente e ciò che viene lasciato all’iniziativa individuale, spesso senza tutele né riconoscimenti. Alleanze insperate Dopo aver ripercorso il dibattito femminista sul lavoro domestico, le sue recenti declinazioni transnazionali nelle catene globali della cura, i numeri del settore in Italia e i limiti delle legislazioni esistenti, viene quasi automatico spostare lo sguardo verso un quesito urgente e tutt’altro che semplice: come si può organizzare il lavoro domestico? Se un tempo per organizzare la forza-lavoro si poteva contare sul fatto che gli operai fossero molti e tutti nello stesso luogo, organizzare le lavoratrici domestiche è una sfida – anche teorica – di tutt’altra natura. Il luogo di lavoro è spesso la casa privata di qualcun altro, uno spazio frammentato, isolato, iperconnotato e carico di relazioni affettive, intimità e squilibri di potere. > Il lavoro domestico e di cura è essenziale per garantire la tenuta dell’intero > sistema assistenziale, ma la sua gestione resta perlopiù delegata alle > famiglie, e in particolare alle donne. Eppure, è proprio su questo terreno scivoloso – la casa, il cuore del privato – che si gioca una partita politica tutt’altro che secondaria. In un’intervista di Ariella Verrocchio ad Alisa Del Re, quest’ultima parla del fatto che chi vive l’esperienza di avere una badante in casa si trova spesso a gestire, insieme alla cura, un potere ambiguo e difficile da decifrare: si diventa “padrona di una vita altrui”, in uno spazio dove affetto e autorità si intrecciano fino a confondersi. Storicamente, il femminismo (persino quello marxista) ha faticato a riconoscere le lavoratrici domestiche salariate come soggetto politico: “negli anni Settanta il gruppo del ‘salario al lavoro domestico’ (di cui non ho fatto parte) non ha mai preso in considerazione le lavoratrici domestiche salariate”, chiosa Del Re. È arrivato il momento di colmare questa distanza: perché, come scrive Beatrice Busi nell’introduzione al volume Separate in casa, pensare alle “mancate alleanze del passato” può aiutarci a riconfigurare il presente: non più una frattura tra chi cura per lavoro e chi cura per dovere, tra donne native e migranti, tra datrici di lavoro e lavoratrici, ma una rete di politicizzazione della casa come spazio del lavoro. Una “risignificazione femminista dello strumento classico dello sciopero”, non più soltanto come astensione, ma come gesto collettivo che mette in crisi la supposta normalità del lavoro domestico invisibile. L'articolo Casalinghe del capitale proviene da Il Tascabile.
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