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Perché abbiamo bisogno di prevenzione primaria per abbattere stereotipi e violenza
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Un viaggio nella vita quotidiana delle donne, dalla casa agli spazi pubblici, dai trasporti alla cultura e al digitale per indagare come disuguaglianze e stereotipi di genere si riproducano in ogni ambito della società, contribuendo a ricreare e legittimare la violenza: la ricerca “Perché non accada. La prevenzione primaria come politica di cambiamento strutturale” curata da ActionAid, insieme Osservatorio di Pavia e B2Research, raccoglie e mette nero su bianco le percezioni della violenza e delle discriminazioni in Italia. Dai dati raccolti, emerge una priorità chiara: la prevenzione primaria non può aspettare Finché si continuerà a intervenire solo dopo, la violenza continuerà a riprodursi: la prevenzione primaria non è un’opzione idealistica, ma una necessità politica, sociale ed economica. È quanto evidenzia il rapporto “Perché non accada. La prevenzione primaria come politica di cambiamento strutturale”, realizzato da ActionAid con Osservatorio di Pavia e 2B Research. La ricerca si basa su un’indagine su un campione rappresentativo di 1.801 persone, uomini (48%) e donne (52%) di tutte le età, e analizza come le disuguaglianze di genere e gli stereotipi continuino a strutturare la percezione sociale della violenza. Le disuguaglianze non sono un effetto collaterale della violenza, ma una delle sue cause profonde: da questo punto di partenza, il report attraversa le generazioni andando a fondo su stereotipi e pregiudizi. Un quadro che va dalla generazione over 60 dei Boomer, che spesso nega la violenza di genere e non sa vederne le diverse forme, agli uomini più giovani, che pur riconoscendola, la legittimano. LA VIOLENZA È LEGITTIMATA E NORMALIZZATA Nonostante negli ultimi anni la violenza maschile contro le donne sia entrata con forza nel dibattito pubblico italiano, suscitando un’ondata di indignazione e di partecipazione collettiva, la rottura del silenzio sul tema non ha migliorato la situazione. L’hype mediatico – che, come nota il rapporto, si genera però unicamente in seguito ai casi di femminicidio – restituisce un quadro ancora preoccupante. Persistono forme diffuse di legittimazione e di minimizzazione della violenza: comportamenti di controllo, linguaggi offensivi, pratiche di svalutazione o limitazione della libertà femminile continuano a essere percepiti da una parte significativa della popolazione come “comprensibili” o “giustificabili” in certe circostanze. > Per un uomo su quattro la violenza verbale e quella psicologica sono > ampiamente motivate da provocazioni e comportamenti “scorretti” delle donne La maggioranza (55%) dei Millennials ritiene legittimo il controllo sulla partner, soprattutto in caso di tradimento o di mancata cura della casa e dei figli. Anche la violenza fisica è giustificabile per quasi 2 maschi adulti su 10. La violenza economica è considerata accettabile da un uomo su tre, e lo è per quasi la metà dei maschi Millennial e quelli della Gen Z. Convinzioni radicate che inibiscono l’azione: solo il 34% del campione ha dichiarato di aver agito di fronte a episodi di violenza, mentre il 57% afferma di non aver mai assistito o saputo di casi simili. La propensione ad agire cresce tra la popolazione giovanile (50% Gen Z; 45% Millennials) e cala con l’avanzare dell’età (29% Gen X; 25% Boomers). LA FRATTURA DELLE DISEGUAGLIANZE E GLI STEREOTIPI CHE PERSISTONO La violenza cresce su un terreno fertile per la sopraffazione maschile. Ogni spazio, ruolo sociale e privato che le donne vivono è attraversato da disuguaglianze di genere, dove si riproducono ruoli tradizionali e squilibri di potere che limitano l’autonomia delle donne. A casa, per esempio, il rapporto indica che il 74% delle donne si occupa da sola dei lavori domestici, contro il 40% degli uomini, con divari ancora più ampi tra le generazioni più anziane (80% delle Boomer e 83% delle donne della Gen X). > Nella genitorialità il carico resta sbilanciato: il 41% delle madri si occupa > da sola dei figli e delle figlie, contro appena il 10% dei padri Fuori dalle mura domestiche, la situazione non migliora: le città non sono a misura di donne: il 52% di loro ha provato paura negli spazi pubblici (contro il 35% degli uomini), una quota che sale al 79% tra le più giovani e resta alta anche tra le Boomers (55%). Quello che può sembrare un gesto di routine, per le donne diventa un potenziale pericolo: il 38% delle persone ha avuto paura almeno una volta di viaggiare sui mezzi pubblici, ma tra le giovani donne della Gen Z il dato sale al 65,5%.   IL DIGITALE NON È UNO SPAZIO CONSIDERATO SICURO Come altri ambiti della società, anche il digitale non è un terreno neutro: le piattaforme, gli algoritmi e i linguaggi che lo abitano riflettono e amplificano disuguaglianze preesistenti. > Accanto alle opportunità di visibilità e di empowerment, l’ambiente online può > trasformarsi quindi in uno spazio di esclusione, discriminazione e violenza Quattro persone su dieci (40%) dichiarano di aver avuto “spesso” o “a volte” timore di ricevere reazioni sessiste ai propri contenuti online. La paura è più alta tra le donne (41% contro 39%) e cresce nelle fasce più giovani: tra le ragazze della Gen Z raggiunge il 59,3%, mentre scende al 29,1% tra le Boomers. Anche tra gli uomini si osserva un andamento simile ma  con valori inferiori (52,4% Gen Z; 24,9% Boomers), a indicare che il clima ostile online colpisce entrambi i generi, pur colpendo maggiormente le ragazze e le donne. Le evidenze raccolte dalla ricerca mostrano come il digitale, pur essendo uno spazio di partecipazione e di possibilità, continui a riprodurre schemi di potere e visioni parziali. A riguardo, negli ultimi anni. l’Unione europea ha compiuto passi significativi nel definire un quadro normativo per la tutela dei diritti delle donne e delle persone più vulnerabili nello spazio online. La Direttiva (UE) 2024/1385140, rappresenta un punto di svolta: per la prima volta riconosce la violenza online, inclusa quella connessa all’uso delle tecnologie e della comunicazione, come parte integrante della violenza contro le donne, imponendo agli Stati membri di garantire protezione effettiva anche contro pratiche come la diffusione non consensuale di materiale intimo o manipolato, la stalking online, le molestie online, l’istigazione alla violenza e all’odio online. In Italia, il Codice Rosso, introdotto nel 2019 e successivamente aggiornato, ha ampliato la tutela penale includendo nuove forme di violenza digitale, come la diffusione non consensuale di immagini o video sessualmente espliciti. Più recentemente, la legge n. 132/2025 ha introdotto nel codice penale l’articolo 612-quater, che istituisce il reato di illecita diffusione di contenuti generati o alterati mediante sistemi di intelligenza artificiale, volto a sanzionare la condivisione non autorizzata di immagini, video o registrazioni vocali manipolate con IA, comprese le forme di deepfake a contenuto sessuale. PREVENZIONE PRIMARIA, NECESSARIA A TUTTA LE ETÀ E IN OGNI AMBITO Affinché le leggi possano agire in modo efficace, serve cambiare la cultura. Un cambio di rotta possibile attraverso la prevenzione. Il termine “prevenzione” è polisemico e racchiude differenti significati operativi, la cui distinzione è essenziale per la corretta elaborazione delle norme, nonché progettazione e attuazione degli interventi: * la prevenzione primaria agisce prima che la violenza si manifesti, intervenendo sulle cause strutturali e culturali che la rendono possibile; * la prevenzione secondaria interviene quando emergono i primi segnali di rischio, per proteggere tempestivamente le donne; * la prevenzione terziaria è quella che opera dopo la violenza, concentrandosi sulla riduzione dei danni e sulla prevenzione della recidiva attraverso percorsi di responsabilizzazione degli autori. La prevenzione primaria, sottolinea il rapporto ActionAid, rappresenta la dimensione più ampia e trasformativa delle politiche di contrasto alla violenza maschile contro le donne: mira a impedire che la violenza si verifichi, intervenendo sulle cause strutturali, promuovendo uguaglianza di genere, il rispetto reciproco e relazioni non violente. > Non è un mero settore di intervento, ma una prospettiva di governo del > cambiamento Riconoscerla come tale significa consolidare un approccio fondato su conoscenza, partecipazione e responsabilità, capace di incidere nel tempo sui fattori che generano e legittimano la violenza. «Non si può prevenire la violenza senza promuovere uguaglianza, e non si può costruire uguaglianza senza assumere la prospettiva di genere in ogni politica pubblica. Significa intervenire sulle cause profonde, non solo sugli effetti – spiega Katia Scannavini, Co-Segretaria Generale ActionAid Italia – ActionAid chiede al Governo e al Parlamento che almeno il 40% delle risorse annuali del Piano antiviolenza sia vincolato alla prevenzione primaria insieme all’adozione di un piano strategico e operativo ad hoc, con risorse certe, obiettivi verificabili e responsabilità condivise». Affinché possa funzionare concretamente, aggiunge Scannavini, «La prevenzione primaria non si può fermare alla necessaria educazione nelle scuole, ma deve coinvolgere le persone di ogni età, con azioni dirette a tutti gli ambiti della vita quotidiana, perché solo un cambiamento culturale può fermare la violenza maschile contro le donne». The post Perché abbiamo bisogno di prevenzione primaria per abbattere stereotipi e violenza appeared first on The Wom.
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Jolanda Renga da Scomode: “Nessuno ha il diritto di farti sentire sbagliata”
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Dopo Giorgia Soleri e Big Mama, è Jolanda Renga la nuova voce di Scomode, il format di The Wom dedicato agli argomenti più caldi dell’attualità femminile. Nell’ultima puntata, Jolanda racconta una vicenda personale di ricatto online e violenza digitale, portando al centro del discorso il tema dell’educazione sessuo-affettiva C’è un momento esatto in cui la violenza digitale smette di essere un concetto astratto e prende forma concreta. Per Jolanda Renga coincide con l’arrivo di un messaggio che l’ha scossa profondamente: quello di qualcuno che sosteneva di essere in possesso di sue foto di nudo minacciandola di diffonderle. Nella nuova puntata di Scomode, Jolanda sceglie di raccontare questa esperienza personale, trasformandola in un discorso collettivo. Perché ciò che le è accaduto non è un’eccezione, ma parte di un fenomeno sempre più diffuso che colpisce soprattutto ragazze e donne. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da The Wom (@thewom) JOLANDA RENGA SU SCOMODE: VERGOGNA, COLPA E SILENZIO Nel suo racconto emergono emozioni che molte conoscono fin troppo bene: la paura improvvisa, il senso di esposizione, la vergogna che arriva anche quando non c’è nulla di cui vergognarsi. Una reazione quasi automatica, alimentata da una cultura che continua a spostare la responsabilità su chi subisce, invece che su chi esercita la violenza. Jolanda lo dice con chiarezza: la vergogna non appartiene mai a chi viene ricattata, ma a chi minaccia, manipola, usa il digitale come strumento di controllo. Dare un nome a queste emozioni è il primo passo per smontare il meccanismo che tiene molte persone in silenzio. CHIEDERE AIUTO, DENUNCIARE, PARLARE Un altro punto centrale del suo racconto è l’importanza di chiedere aiuto subito. Non isolarsi, non minimizzare, non pensare di dover affrontare tutto da sole. > Denunciare non è un atto di debolezza, ma una forma di protezione e di presa > di parola, soprattutto in un contesto in cui la violenza online viene ancora > spesso sottovalutata In Scomode, la testimonianza individuale diventa così uno strumento di consapevolezza: raccontare serve a riconoscere i segnali, a sapere che esistono alternative al silenzio. Qui la versione integrale dell’intervista: CAMBIARE LA NARRAZIONE Il messaggio più potente che emerge dal video è forse questo: non siamo noi a doverci difendere sempre. Non può essere una responsabilità individuale proteggersi continuamente da una violenza sistemica. È chi condivide, produce o minaccia violenza — online come nello spazio pubblico — che deve imparare a rispettare. “Nessuno ha il diritto di farti sentire sbagliata”, non è solo una frase di conforto, ma un invito a ripensare il modo in cui parliamo di violenza digitale, tecnologia e responsabilità. Verso una società più consapevole, emotivamente educata e, finalmente, sicura per tutte. The post Jolanda Renga da Scomode: “Nessuno ha il diritto di farti sentire sbagliata” appeared first on The Wom.
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Violenze e molestie al Teatro Due di Parma: rompiamo il silenzio.
VIOLENZE E MOLESTIE AL TEATRO DUE DI PARMA: ROMPIAMO IL SILENZIO. Negli ultimi mesi il Tribunale del Lavoro di Parma ha condannato il Teatro Due di Parma e un regista – il cui nome è oscurato da sentenza, ma il mondo teatrale italiano è piccolo e il nome è ormai noto, si tratta di Walter Le Moli – a risarcire due attrici per  molestie e violenze sessuali, per il danno professionale, biologico e esistenziale subito. Per quanto crediamo profondamente che la giustizia e la lotta alla violenza di genere non si facciano nei tribunali, bisogna ammettere che si tratta di una sentenza storica che apre un precedente importante per il mondo teatrale italiano: per la prima volta viene infatti riconosciuta la responsabilità del Teatro come datore di lavoro nel non aver fatto niente per prevenire le violenze e le molestie. Inoltre, è stato riconosciuto per la prima volta nel mondo del teatro italiano il risarcimento psicologico per le violenze subite. È nelle realtà auto organizzate, dal basso, che le attrici hanno trovato ascolto, supporto e aiuto: se si è arrivati ad aprire il vaso di Pandora del #MeToo del teatro italiano, lo si deve – oltre alla forza e alla consapevolezza delle due attrici Federica Ombrato e Veronica Stecchetti  – ad Amleta e Differenza Donna, collettive impegnate nella lotta contro la violenza di genere nel mondo dello spettacolo. Dalla denuncia delle due attrici, si è ricostruito un pattern di violenze sessuali, molestie e soprusi a opera di Le Moli che va avanti dal 1998, indisturbato. Sono tante le attrici che, vedendo finalmente accolte le richieste di ascolto di due colleghe, hanno deciso di condividere la loro esperienza. MA COSA È SUCCESSO? ANDIAMO PER STEP. Nel 2019 le due attrici partecipano a Casa degli Artisti, un corso di alta formazione, finanziato con fondi della Regione Emilia-Romagna, organizzato dalla Fondazione Teatro Due di Parma e destinato a giovani attori e attrici. Il regista docente era Walter Le Moli, membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione. Gli orari previsti erano dalle 15 alle 19, ma il docente si presentava puntualmente in ritardo, costringendo – chi poteva – a trattenersi fino a notte inoltrata, con il benestare del Teatro, nonostante le lamentele portate avanti dall3 partecipant3. Non tutt3 potevano trattenersi, e per questo spesso il regista si trovava solo con poche allieve. Da buon figlio del patriarcato, il violento Le Moli da subito mette in atto comportamenti manipolatori e violenti con alcune studentesse, che arriveranno fino allo stupro, azioni che non riporteremo qui (la pornografia del dolore non ci riguarda) ma ci sono 59 pagine di testimonianze a questo LINK per chi volesse approfondire. Basta dire che Le Moli approfittava del suo ruolo di potere nella relazione docente-student3, e della giovane età delle attrici, dando loro false speranze di lavoro, manipolandole e minacciandole di non farle lavorare mai nel mondo del Teatro, essendo lui una personalità – a suo dire – molto influente. E IL TEATRO? Il Teatro ha dichiarato di non aver mai saputo niente, e si è limitato ad allontanare il regista nel 2021, dopo una diffida da parte dei legali dello studio “Lavoro Vivo”. Le testimonianze però, riportano un’altra realtà dei fatti: un dipendente dell’Ufficio Comunicazione aveva messo in guardia una ragazza dicendo di stare lontana da lui per evitare “situazioni spiacevoli”, citiamo testualmente. E in più occasioni le vessazioni verbali e gli insulti erano urlati nel corso delle lezioni: è quindi altamente improbabile che nessuno sentisse. C’è un episodio particolare, che mette nero su bianco come il Teatro se ne sia lavato le mani, diventando automaticamente complice: dalle testimonianze emerge che una sera una ragazza arrivò in Teatro e parlando a voce molto alta, alla presenza di membri della Fondazione, chiese “dove fosse quel porco che se la fa con le ragazzine, per dirgliene quattro”. I membri del direttivo si limitarono a fare un vergognoso sorriso di circostanza. Le due attrici, prima di trovare il supporto di Amleta e Differenza Donna, avevano già provato a denunciare, ma – come ci si può aspettare – non sono state ascoltate. Le violenze e i soprusi raccontati erano stati archiviati come “non adeguatamente provati” e si assumeva l’insistenza di un rapporto di lavoro. Ed è qui che entra in gioco Amleta, collettivo femminista intersezionale che da anni è un osservatorio vigile e costante per combattere violenza e molestie nei luoghi di lavoro dello spettacolo dal vivo. Grazie alle testimonianze raccolte, all’appoggio legale di Differenza Donna, e alla consigliera di Parità dell’Emilia-Romagna Sonia Alvisi, si tenta un ricorso. I tempi della giustizia però sono restrittivi, ed erano già scaduti i dodici mesi per avviare il processo penale. Si è riusciti tuttavia a fare leva sul fatto che il corso fosse una sorta di selezione, e quindi una fase della vita lavorativa, azione che ha permesso di arrivare in Tribunale di Parma, che il 20 settembre 2025 accerta dal punto di vista legale le molestie e le violenze.   Sono passati più di 6 anni di silenzio su questa storia di violenze, ricatti e abusi anzi, quasi 30 anni di silenzio, se teniamo conto che la prima testimonianza risale al 1998, ma è importante riportare le parole di una delle due attrici: «Non gioisco per la sentenza perché so che tutte le persone all’interno di quel teatro sono rimaste in silenzio: hanno omesso di rispondere alle mail e alle richieste di aiuto che abbiamo mandato, hanno voltato lo sguardo di fronte alla vista di giovani attrici in lacrime, non hanno risposto ai dubbi e alle manifestazioni di disagio, mentre si sono impegnate a mandare avanti l’immagine glorificata di un regista che veniva descritto come geniale, potente, intellettualmente affascinante. E proprio in virtù di quest’immagine la violenza si è compiuta, tutelata da una narrazione che mette subito in chiaro le cose: voi siete nulla, lui è il Re, e dovete solo ringraziare di essere al suo cospetto.»   Il silenzio è continuato anche dopo la sentenza, e ancora una volta è dal basso che arriva una risposta di solidarietà, un urlo a squarciare il silenzio che avvolge la città di Parma, il Teatro italiano, i giornali, le istituzioni. La Casa delle Donne di Parma infatti indice per il 6 dicembre un incontro pubblico per chiedere le dimissioni dei vertici del teatro e per dare voce a questa storia di violenza, incontro a cui hanno partecipato le attrici Federica Ombrato, Veronica Stecchetti e Cinzia Spanò dell’associazione Amleta, insieme a Chiara Colasurdo e Maria Teresa Manente dell’associazione Differenza Donna. Nello stesso giorno, il Teatro Due pubblica un vergognoso comunicato stampa di innocenza – in cui non si legge nemmeno una parola di solidarietà alle attrici – e in cui annunciano un ricorso alla sentenza.   Un gruppo di student3 dello stesso corso di formazione – riunitisi nel collettivo Dieci teatranti – qualche giorno dopo chiedono di incontrare la direttrice Paola Donati pretendendo chiarezza e scuse. La direttrice non cambia posizione, dichiarando che a chiedere scusa deve essere il regista. Dal 9 dicembre 2025, l3 student3 entrano – e sono tutt’ora (7 gennaio) – in sciopero.  Il 18 dicembre 2025 il Teatro ha indetto un incontro per presentare delle deboli scuse per non “aver valutato adeguatamente i comportamenti del regista”, ma continua a rifiutare ogni tipo di responsabilità: è ben chiaro come non si tratti di una posizione sentita, quanto piuttosto di un tentativo di ripulirsi l’immagine, dato che – specialmente tra i giovani – la reputazione del Teatro rischia di arrivare ai minimi storici.  L’assessora regionale alla Cultura e alle Pari Opportunità, Gessica Allegni, aveva fatto sapere che sarebbe iniziato un iter per verificare se c’erano i presupposti che avrebbero portato ad una revoca dei finanziamenti pubblici al teatro. Sarà un caso che il 5 gennaio 2026 la direttrice si è autosospesa? Dal comunicato ufficiale leggiamo che, senza alcuna vergogna, è lei stessa a dichiarare che si autosospende “per mantenere salda la fiducia da parte degli Enti che sostengono il Teatro”. Si autosospende per non perdere i finanziamenti, non per ammissione di colpevolezza e incapacità nel gestire la situazione. Anche in questo comunicato, non mezza parola di solidarietà alle attrici, né da lei, né da nessun’altro membro del direttivo. Imbarazzante il sostegno dal comune, che esprime solidarietà “alla sensibilità di Paola Donati” e elogia la Fondazione Teatro Due per come ha gestito l’allontanamento del regista: come se allontanare un abuser fosse un fatto eccezionale, e non il minimo.   Non sappiamo come andrà avanti la storia, quello di cui siamo cert3 è che il sistema patriarcale non conosce limiti, e che anche nel mondo della cultura e dello spettacolo, la violenza machista agisce con il benestare di un sistema che li tutela: se le attrici ci hanno messo volto e nome, il nome del regista viene ben nascosto, a tutela della sua immagine, impedendo di fatto che le violenze si ripetano. Se non si divulga il nome, come potranno altre attrici sapere se sono al sicuro nei futuri corsi di formazione, workshop e laboratori che seguiranno? Quanta fiducia si chiede di avere alle giovani attrici che si affacciano al mondo del teatro, se non si ha nemmeno il coraggio di divulgare il nome di un abuser? è per questo che serve aprire un discorso collettivo nel mondo dello spettacolo dal vivo, un discorso in cui le istituzioni devono mettersi in discussione e ammettere che per anni si è protetto un sistema con modalità patriarcali e machiste.   Sono pochi, pochissimi, i teatri che si sono espressi sulla vicenda, in un clima di omertà vergognoso – ma che non ci stupisce. Sappiamo che l’abuser ha potuto agire indisturbato, in maniera sistematica e continuata, perché tutti intorno a lui hanno preferito chiudere gli occhi, e perché il sistema teatrale italiano porta ancora i segni di un retaggio secondo cui il sessismo e le molestie sono considerate quasi “parte del processo”, e comunque faccende di poco conto, da minimizzare. Dagli stessi Teatri ora silenti, aspettiamo con ansia spettacoli, monologhi e iniziative in sala per l’8 marzo o il 25 novembre. A Federica, Veronica, e tutte le sorelle che hanno dovuto, devono e dovranno lottare per farsi sentire, tutta la nostra solidarietà: urleremo insieme, con amore e rabbia. SE SEI UN ARTISTA ricordiamo che l’Osservatoria di Amleta raccoglie segnalazioni di abusi, discriminazioni o violenze nel mondo dello spettacolo: tutte le informazioni sul loro sito amleta.org. Le segnalazioni vengono gestite con discrezione e valutando le azioni da intraprendere a seconda del caso da affrontare.
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Il 2025 delle donne, tra contraccolpi (tanti) e conquiste (poche)
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Come sottolineano vari report di organizzazioni internazionali, l’anno che si sta chiudendo è stato cruciale per le donne di tutto il mondo, tra piccole vittorie e molti passi indietro. Dall’aborto alla violenza di genere, ecco cosa è cambiato nel 2025 “Contraccolpo”, “svolta”, “punto critico”. Sfogliando i report annuali delle organizzazioni che monitorano i diritti delle donne, queste sono le parole più utilizzate per descrivere questo 2025. Nel trentesimo anniversario della conferenza dell’Onu di Pechino, quando 189 Paesi si misero d’accordo fra di loro per garantire l’empowerment femminile a livello globale, i tanti passi avanti fatti negli ultimi anni cominciano a essere messi in discussione. MENO DONNE IN POLITICA Per la prima volta nella storia, nel 2025 è diminuito il numero di rappresentanti politiche donne a livello globale. Secondo UN Women, l’organizzazione per i diritti delle donne delle Nazioni Unite, solo il 22,9% dei posti in parlamento è occupato da donne, una cifra in calo rispetto al 2024, quando erano il 23,3%. > Lo scorso anno, i Paesi che avevano una perfetta parità fra i sessi erano 15, > mentre nel 2025 sono calati a 9 Si tratta di un segnale preoccupante, bilanciato però da un aumento delle donne nei ruoli esecutivi: le presidenti e capi di stato sono passate da 21 a 27 nel giro di cinque anni, anche se ben 103 Paesi continuano a non aver mai avuto una donna alla propria guida. La buona notizia è che l’Europa segue la rotta inversa: il numero delle deputate dei parlamenti del nostro continente è aumentato del 9,4% tra il 2010 e il 2024. COME CAMBIANO LE LEGGI SULLA VIOLENZA DI GENERE IN ITALIA Per quanto riguarda la lotta alla violenza di genere in Italia, il 2025 è stato un anno segnato da grandi dibattiti, che hanno portato ad alcuni miglioramenti come l’introduzione del reato di femminicidio nel codice penale, ma anche all’importante dietrofront sulla modifica della legge sulla violenza sessuale attraverso l’introduzione del criterio del consenso, bocciata dal Senato dopo il sì della Camera. Resta invece ancora in sospeso la legge che imporrebbe il consenso informato dei genitori ai corsi di educazione sessuale e affettiva nelle scuole, sostenuta fortemente dalla destra, e che per ora è stata approvata solo alla Camera. Nonostante l’Italia sia uno dei pochi Paesi in Europa in cui questi corsi, fondamentali per prevenire la violenza di genere, non sono obbligatori, il governo vuole imporre un’ulteriore stretta, e accusa i promotori dell’educazione affettiva di promuovere la cosiddetta “ideologia gender”.  NUOVE DEFINIZIONI DI “DONNA” E LA CANCELLAZIONE DEI DIRITTI TRANS Sempre a proposito di gender, l’anno si è aperto con l’inaugurazione della presidenza Trump e una sfilza di ordini esecutivi che, tra le altre cose, hanno imposto la cancellazione di molti termini “inclusivi” dai documenti ufficiali del governo statunitense e l’imposizione di nuove definizioni di “uomo” e “donna”, basate sulla biologia. Lo stesso è accaduto ad aprile nel Regno Unito, quando la Corte Suprema ha emesso una sentenza sulla legge sulle pari opportunità in cui ha stabilito che è donna solo chi è nata come tale. Negli stessi giorni, l’Ungheria approvava un emendamento alla Costituzione che prevede il riconoscimento di soli due sessi nel Paese, maschile e femminile. Queste decisioni hanno avuto un forte impatto soprattutto sui diritti delle persone transgender, che secondo il Trans Rights Index stanno attraversando un “momento critico” e un “passo indietro senza precedenti” non solo negli Stati Uniti, ma anche nel nostro continente. L’ANNO DELLA “MASCHIOSFERA” Il 2025 è stato l’anno in cui l’opinione pubblica ha cominciato a fare i conti con la normalizzazione della cosiddetta “maschiosfera”, gli ambienti della misoginia online che dalle periferie di Internet sono stati progressivamente integrati nel mainstream. Gli influencer mascolinisti Andrew Tate e suo fratello Tristan, accusati di stupro e traffico di esseri umani in Romania, sono stati accolti a braccia aperte negli Stati Uniti dove, come ha rivelato una recente inchiesta del New York Times, sarebbero stati aiutati da importanti esponenti del governo. Proprio Tate viene nominato nella serie tv che è riuscita a portare questo tema nel dibattito pubblico, Adolescence, che racconta la caduta di un tredicenne inglese nel vortice della propaganda incel. Anche se la storia raccontata da Stephen Graham è inventata, l’ambientazione è più che mai realistica. Molti sondaggi a livello globale confermano infatti che i giovani uomini sono sempre più influenzati da queste figure: anche in Italia crescono i maschi che non condividono gli ideali femministi e credono che la parità di genere sia già stata raggiunta. ALCUNE IMPORTANTI VITTORIE PER IL DIRITTO DI SCELTA Negli ultimi anni il tema dell’aborto è tornato a mobilitare le piazze di tutto il mondo, dagli Stati Uniti (uno dei quattro Paesi al mondo che negli ultimi trent’anni è tornato indietro sul diritto di interrompere la gravidanza) all’America Latina, dove grazie al movimento della Marea Verde molti Paesi sono riusciti a depenalizzare la procedura. Secondo il Center for Reproductive Rights, il 40% delle donne in età riproduttiva vive però ancora in un Paese in cui l’aborto è illegale. Proprio alla luce dei recenti cambiamenti sul tema, l’Europa si è attivata per proteggere i diritti delle sue cittadine: molti Paesi (ma non l’Italia) hanno ampliato i termini per interrompere la gravidanza, mentre il Regno Unito ha eliminato ogni forma di criminalizzazione delle donne che abortiscono. A dicembre il Parlamento Europeo ha poi approvato con una larga maggioranza l’iniziativa dei cittadini europei My Voice, My Choice, che istituirà un fondo comune europeo per assistere le donne che vivono in Paesi in cui l’aborto è ostacolato. Sempre a livello legislativo bisogna segnalare due vittorie: il consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, attraverso due sentenze, ha stabilito che negare cure abortive è una violazione dei diritti umani. La posizione dell’Onu è stata ribadita anche in una risoluzione approvata lo scorso ottobre sulla prevenzione della mortalità materna. The post Il 2025 delle donne, tra contraccolpi (tanti) e conquiste (poche) appeared first on The Wom.
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Legge femminicidio, pubblicata in Gazzetta ufficiale: cosa prevede (e cosa cambia)
Preferisci ascoltare il riassunto audio? La legge sul femminicidio è stata pubblicata in Gazzetta ufficiale: approvata definitivamente dalla Camera il 25 novembre, diventerà operativa dal 17 dicembre. La norma segna una svolta nel sistema penale italiano, introducendo per la prima volta in modo autonomo il delitto di femminicidio, punito con la pena dell’ergastolo Il femminicidio sarà un reato autonomo: nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la Camera dei deputati ha approvato con una maggioranza trasversale il disegno di legge voluto dal governo che introduce nel codice penale il reato di femminicidio, punito con l’ergastolo. IL RICONOSCIMENTO DEL FEMMINICIDIO COME REATO AUTONOMO Il disegno di legge sul femminicidio – inserito in Gazzetta ufficiale e operativo dal prossimo 17 dicembre – introduce un nuovo articolo nel codice penale, il 577 bis, che prevede di punire con l’ergastolo chiunque uccida una donna come atto di odio, discriminazione, prevaricazione, di controllo verso di lei, per limitarne la libertà o in relazione al suo rifiuto di instaurare o mantenere un rapporto affettivo. > La legge italiana prevede già un’aggravante specifica per la maggior parte > delle uccisioni che possono essere definite femminicidi, ma non un reato a sé: > il nuovo testo legislativo, articolato in 14 disposizioni, nomina > esplicitamente il femminicidio a livello penale Un’introduzione, quella del termine “femminicidio”, che chiarisce come non si tratti di un qualsiasi omicidio di una donna. Ma dell’omicidio di una donna in quanto donna e alla cui origine c’è una dinamica di sopraffazione, controllo o possesso derivata dal ruolo di subordinazione rispetto agli uomini. La norma recepisce le direttive della Convenzione di Istanbul, il trattato internazionale nato con l’obiettivo di prevenire la violenza, favorire la protezione delle vittime ed impedire l’impunità dei colpevoli. STOP AL LIMITE DEI 45 GIORNI PER LE INTERCETTAZIONI Tra le novità introdotte dalla legge sul femminicidio c’è l’esclusione dei reati del Codice rosso dal limite di 45 giorni per le intercettazioni: il limite non si applica quando si procede per i delitti di femminicidio, nonché per i reati di maltrattamenti contro familiari e conviventi, omicidio preterintenzionale, interruzione di gravidanza non consensuale, violenza sessuale, atti persecutori e diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti nelle forme aggravate che ricorrono quando il fatto è commesso con gli stessi elementi qualificanti del femminicidio. Tra gli strumenti di prevenzione e indagine, ci sono cambiamenti anche per il braccialetto elettronico che raddoppia la sua “distanza di sicurezza”, attivandosi già a un chilometro (invece che a 500 metri). CONDANNATI PER FEMMINICIDIO, BENEFICI SOLO DOPO VALUTAZIONE ACCURATA DELLA CONDOTTA La legge sul femminicidio interviene anche sui benefici carcerari per i condannati per femminicidio: saranno concessi solo dopo una valutazione accurata della condotta, basata su un’osservazione di almeno un anno da parte di professionisti. Per i minori responsabili di tali reati, la durata dei permessi premio viene ridotta. E in caso di modifiche alle misure cautelari, non solo la vittima ma anche i suoi familiari verranno informati dal giudice: un’attenzione in più per chi resta esposto al rischio. ACCESSO AI CENTRI ANTIVIOLENZA E PATROCINIO DELLO STATO Altre novità riguardano i centri violenza e il patrocinio dello Stato. Le ragazze dai 14 anni in su potranno rivolgersi ai centri antiviolenza senza l’autorizzazione dei genitori e, la nuova legge, inserisce il femminicidio tra i reati per i quali è prevista per le persone offese l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato in deroga ai limiti di reddito. Estensione anche per i delitti tentati di omicidio contro un parente diretto, contro il coniuge (anche legalmente separato), contro l’altra parte dell’unione civile o contro la persona stabilmente convivente con il colpevole o ad essa legata da relazione affettiva. La legge modifica anche il reato di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.), allargando la lista delle persone che possono essere considerate vittime. Inoltre, la legge introduce un’aggravante specifica: la pena aumenta se i maltrattamenti sono commessi con le stesse modalità del femminicidio. C’è poi una novità sul versante economico: se una persona viene condannata per maltrattamenti, scatta la confisca obbligatoria dei beni che sono serviti per commettere il reato. TUTELE PER GLI ORFANI DI FEMMINICIDIO Per la tutela degli orfani di femminicidio il testo di iniziativa governativa contiene quindici obiettivi legislativi. Tra le misure più rilevanti l’istituzione di un registro nazionale o banca dati per conoscere quanti siano e in quali condizioni vivano; l’accesso semplificato ai fondi economici e sanitari; il supporto psicologico strutturato, il diritto alla deindicizzazione (per tutelare la privacy dei minori), la previsione del difensore d’ufficio. > Queste tutele restano valide anche per i figli di donne sopravvissute a > tentativi di femminicidio, ma gravemente compromesse tanto da non poter più > prendersi cura dei figli IL RUOLO CHIAVE DELLA PREVENZIONE «L’Italia sarà il primo Paese in Europa a prevedere il femminicidio come delitto autonomo e non solo come circostanza aggravante» aveva già osservato Paola Di Nicola Travaglini, magistrata e consulente della precedente commissione parlamentare sui femminicidi.  Per la prima volta nel Codice penale si nominano per quel che sono gli atti di discriminazione e di odio rispetto ai diritti e alle libertà delle donne. > Ma per cambiare le cose nel profondo, insieme al riconoscimento del reato del > femminicidio, servono investimenti in formazione, educazione e prevenzione I dati pubblicati dall’Istat lo scorso 25 novembre parlano chiaro: nel 2024 gli omicidi volontari consumati in Italia sono stati 327, in lieve calo rispetto al 2023.  La diminuzione riguarda però gli uomini, con 211 vittime, un 2,8% in meno rispetto al 2023. Gli omicidi di donne restano invece pressoché stabili, con 116 vittime (una sola in meno rispetto all’anno precedente). > Di questi, 106 sono considerati femminicidi, pari al 91,4% e in aumento > rispetto all’incidenza del 82,1% del 2023: sono 62 le donne uccise da un > partner o un ex partner Una delle critiche principali mosse dagli esperti rispetto alla nuova legge è che una specifica fattispecie di reato non garantisce automaticamente una diminuzione effettiva di femminicidi in Italia, rischiando di delegare al diritto penale e alla sola repressione problemi legati a fenomeni strutturali. Per agire più efficacemente, invece, servirebbe promuovere una politica di prevenzione che intervenga e ragioni sull’insieme delle pratiche sociali, politiche, pubbliche e istituzionali che legittimano la violenza maschile sulle donne: un fenomeno strutturale che, per essere estirpato, come tale va trattato. 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Violenza maschile contro le donne, serve trasparenza: la campagna che chiede al Governo dati completi e consultabili
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Una mobilitazione congiunta, che chiede al governo di rispettare le leggi sulla trasparenza dei dati e di renderla prassi: è questo l’obiettivo della campagna #dativiolenzadigenere, promossa da Dati bene comune, insieme alla rete D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza e con la collaborazione di Period Think Tank. In Italia una donna su tre ha subito violenza: i dati dovrebbero raccontarlo con chiarezza. Invece mancano informazioni puntuali che consentano di prevenire e contrastare la violenza di genere In Italia non esiste una banca dati istituzionale sui femminicidi. I dati considerati ufficiali sono contenuti nei report dell’Istat e in quelli del ministero dell’Interno: il Servizio Analisi Criminale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza diffonde report trimestrali sugli omicidi volontari, con un focus sui casi riconducibili alla violenza contro le donne. Tuttavia, la qualità e il livello di dettaglio di questi dati restano molto bassi, rendendoli di fatto poco fruibili per analisi approfondite o per valutare l’efficacia delle politiche pubbliche. SENZA DATI NON SI PUÒ COMPRENDERE E PREVENIRE LA VIOLENZA «Senza dati aperti non possiamo comprendere né prevenire la violenza. Quando i dati non sono pubblici, la conoscenza resta nelle mani di pochi. E senza conoscenza non ci può essere né responsabilità né prevenzione», afferma Patrizia Caruso, responsabile dell’Unità Resilienza per ActionAid Italia e portavoce di #DatiBeneComune: la campagna #dativiolenzadigenere, insieme alla rete D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza e con la collaborazione di Period Think Tank, chiede al Governo di garantire la pubblicazione regolare, completa e accessibile dei dati sulla violenza maschile contro le donne e di genere, compresi i femminicidi. La richiesta prende le mosse da quanto previsto dalla legge 53/2022 e dalla Direttiva (UE) 2024/1385: nonostante quanto indicato dalle legge e dalla direttiva europea, ad oggi le informazioni sono aggregate e prive della documentazione necessaria per comprendere in modo chiaro le relazioni tra vittima e autore, il contesto dei reati e la loro distribuzione territoriale. «NON È UNA RICHIESTA SIMBOLICA: È UN DIRITTO E UN OBBLIGO DI LEGGE» La campagna #dativiolenzadigenere sottolinea una mancanza grave: non avere accesso ai dati sui femminicidi significa limitare la percezione del fenomeno. Al momento il database più completo e è quello realizzato da Non una di meno, con l’Osservatorio nazionale femminicidi, lesbicidi e transicidi. «Il Governo sostiene che i dati siano disponibili, ma non è così – spiega Caruso – L’accesso è limitato e temporaneo. Per capire e contrastare la violenza contro le donne e di genere servono dati aperti, aggiornati e consultabili nel tempo. Non è una richiesta simbolica: è un diritto e un obbligo di legge» > A novembre 2024, Dati Bene Comune aveva già denunciato la situazione, > evidenziando come la mancanza di accesso ai dati renda impossibile qualsiasi > analisi approfondita A inizio 2025, in collaborazione con Period Think Tank, la campagna ha presentato una richiesta FOIA alla Direzione Centrale della Polizia Criminale: la risposta, arrivata il 9 maggio 2025, ha fornito per la prima volta dati più completi, finora esclusi dal dibattito pubblico. Un passo avanti, ma isolato. UNA MOBILITAZIONE PER LA TRASPARENZA Non una questione tecnica, ma una scelta politica e di responsabilità democratica: la mobilitazione per la trasparenza, lanciata dalla campagna, invita tutte le organizzazioni civiche, i centri di ricerca, le associazioni e i media indipendenti ad aderire alla lettera aperta indirizzata alla Presidenza del Consiglio, al Ministero dell’Interno e a quello della Giustizia, inviando una mail con oggetto “Vogliamo i dati sulla violenza di genere” all’indirizzo info@datibenecomune.it. «Il contrasto e la prevenzione della violenza maschile contro le donne e di genere sono un fatto politico – sottolinea Cristina Carelli, presidente D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza. Crediamo che ormai questa affermazione sia inconfutabile. Per questo, chiediamo di raccogliere e restituire – in tempi rapidi – dati sulla violenza contro le donne che siano puntuali e trasparenti». Cittadine e cittadini possono firmare la petizione online su datibenecomune.it e partecipare alla mobilitazione digitale con gli hashtag #dativiolenzadigenere, #liberiamolitutti, #datibenecomune. Per far fronte a un fenomeno strutturale e radicato nella cultura, come lo è la violenza maschile contro le donne, serve un impegno sinergico. Che riguardi la società e le istituzioni: «Ampliare l’accesso e la completezza dei dati sul fenomeno della violenza maschile alle donne e di genere nelle sue diverse forme dovrebbe essere una priorità di tutte le istituzioni, a partire dal Ministero dell’Interno, sia per elaborare politiche più efficaci di prevenzione basate sui dati, sia per permettere a tanti soggetti diversi di pianificare interventi più mirati» spiega Giulia Sudano, Presidente Period Think Tank. In questa direzione, la campagna vuole rappresentare «un punto di svolta molto importante per ottenere un maggiore impegno istituzionale per la trasparenza e la completezza dei dati necessari alla prevenzione e al contrasto della violenza maschile alle donne e di genere». The post Violenza maschile contro le donne, serve trasparenza: la campagna che chiede al Governo dati completi e consultabili appeared first on The Wom.
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Quando il victim blaming diventa stupro mediatico
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Recentemente, la Corte D’Appello ha confermato le condanne per i sette ragazzi colpevoli dello stupro di gruppo avvenuto nel luglio del 2023 ai danni di Asia Vitale. Benissimo, direte voi: giustizia è stata fatta. E invece, mentre si è chiusa una battaglia legale, ne è stata riaperta una, più feroce e forse profonda, una guerriglia culturale nell’arena pubblica La vicenda dello stupro di Asia Vitale, ormai raccontata in qualsiasi sede di dibattito, sia online che offline, ha sconvolto l’opinione pubblica italiana per i motivi sbagliati, in quanto non è più solo la cronaca di un brutale crimine sessuale e del relativo processo, ma è diventata il drammatico specchio di una società che fatica a fare i conti con i propri pregiudizi. La condanna degli imputati e la lettura delle rispettive pene da scontare, infatti, non è riuscita a scagionare la vittima dal processo parallelo e spietato del victim blaming (o vittimizzazione secondaria) e dell’hate speech (in italiano: linguaggio d’odio). STUPRO E VICTIM BLAMING: IL CASO DI ASIA VITALE In sostanza il tribunale ha stabilito in via definitiva che Asia Vitale, diciannovenne all’epoca dei fatti, fu vittima di uno stupro di gruppo da parte di sette ragazzi. La dinamica, ricostruita in aula, parla di una giovane donna evidentemente alterata e in stato di ubriachezza, condotta sul ciglio di una strada, nei pressi di un cantiere, e abusata in una situazione di totale vulnerabilità e incapacità di prestare un consenso valido. Le condanne a pene detentive sanciscono, sul piano giuridico, la verità dei fatti: quello che è avvenuto è stato un reato, un atto di violenza sessuale di gravissima entità che avuto ripercussioni materiali sulla vita della ragazza da lì in poi. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Il Messaggero (@ilmessaggero.it) Ma, a quanto pare, nonostante il verdetto della giustizia, l’opinione pubblica e i social media hanno imbastito un processo alternativo, i cui capi d’accusa contro Vitale rappresentano un catalogo aggiornato degli stereotipi misogini e sessisti più radicati. Si va dal sempreverde “Era ubriaca” (obiezione in cui l’aver bevuto viene usato sistematicamente per insinuare una sua corresponsabilità, stravolgendo il principio giuridico per cui lo stato di incapacità di intendere e di volere della vittima aggrava il reato, non lo giustifica), al “Ci è andata volontariamente”, in quanto, come si evince dalle carte del processo, Vitale aveva inizialme dato consenso ad avere un rapporto, ma poi ha legittimamente cambiato idea, comunicandolo chiaramente al gruppo di ragazzi, che hanno ignorato i “No” e i “Basta”. Vale a questo punto la pena ricordare che il consenso non è un atto unico e globale, ma specifico e revocabile. In più, in analisi davanti al feroce tribunale mediatico c’è anche la “condotta social” della giovane, il suo essere una creator e condividere video espliciti, il suo modo di vestire, di parlare. Tutte queste “prove”, unite alla sua vita affettiva passata sono state brandite come elementi di una moralità dubbia, riproponendo l’arcaico e tossico mito della “donna perbene” a cui certe cose non capitano. Questo meccanismo di colpevolizzazione secondaria ha un obiettivo preciso: preservare l’illusione del controllo. Se si può biasimare la vittima per un suo comportamento (aver bevuto o essersi fidata), allora si può illudersi che, evitando quei comportamenti, la violenza sia prevenibile. È una rassicurazione falsa e crudele, che scarica sulla vittima il peso di una sicurezza che spetterebbe alla collettività garantire. > Dobbiamo allenarci a dire le cose come stanno: Asia Vitale ha subito una > doppia violenza, quella fisica dello stupro e quella digitale, di > massa, incessante, che ha attaccato la sua persona, la sua dignità e la sua > salute mentale Senza neanche parlare delle numerose teorie del complotto che hanno preso forma per mettere in dubbio la sua testimonianza nonostante la sentenza, perché sembra sempre più facile inventare scenari fantasiosi piuttosto che credere semplicemente ad una donna che denuncia. LE DINAMICHE CULTURALI DIFFICILI DA SCARDINARE Questo sessismo strisciante e questa gogna pubblica rappresentano, di fatti, un monito per tutte le altre vittime potenziali: denunciare significa esporsi non solo al trauma del processo, ma a un linciaggio sociale che può essere altrettanto devastante. Sono dinamiche culturali da cui si esce solo se lo sforzo è collettivo, attivo e costante, perchè la reazione al caso “Asia Vitale” non è un’anomalia, ma la logica conseguenza di una società che ancora fatica a comprendere il concetto di consenso e a smantellare il mito dello “stupro perfetto” – quello cioè commesso da un estraneo armato in un vicolo buio. La realtà, come dimostrato anche in questo caso, è che > la maggior parte delle violenze avviene in ambienti e con persone considerate > familiari, per mano di conoscenti, e si annida nell’ambiguità creata da una > società che normalizza certi comportamenti e sminuisce la parola delle donne > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da The Wom (@thewom) Le condanne emesse dal tribunale sono senza dubbio un segnale importante. Tuttavia, la vera sentenza che dobbiamo emettere è quella culturale, dobbiamo cambiare le domande che poniamo. Smettiamo di chiedere “Perché era ubriaca?” e iniziamo a chiedere “Perché hanno approfittato di una persona che non riusciva a reggersi in piedi?”. Smettiamo di scandagliare il passato o il presente della vittima e iniziamo a indagare la cultura della prevaricazione che ha guidato i carnefici, distruggendole il futuro. Le donne che denunciano e che urlano la loro vendetta nei tribunali, nelle piazze, nei social e nei servizi Tv, non devono starci simpatiche e non devono rispettare alcun modello di comportamento. Non bisogna eseguira la performance della “vittima perfetta” per avere giustizia ed essere lasciate in pace.  > Onorare il coraggio di Asia Vitale, che ha portato fino in fondo il suo > calvario giudiziario nonostante l’inferno mediatico, significa impegnarci a > costruire una società in cui una vittima di violenza trovi ascolto, > protezione, giustizia e cura, non un secondo, morboso, processo Solo quando il victim blaming sarà guardato con la stessa riprovazione sociale dello stupro, potremo dire di aver compreso la lezione. Ma fino ad allora, non saremo assolti. Esattamente come gli stupratori. The post Quando il victim blaming diventa stupro mediatico appeared first on The Wom.
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Sorellanze Festival: una giornata di yoga, comunità e attivismo per sostenere CADMI
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Il 22 novembre 2025 a Milano torna Sorellanze Festival, l’evento solidale dedicato alla Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Una pratica collettiva di yoga, un bagno di gong, talk, laboratori e un forte invito alla responsabilità condivisa: sostenere CADMI, la Casa delle Donne Maltrattate che da quasi quarant’anni protegge e accompagna chi vive situazioni di violenza. In Italia la violenza contro le donne è una realtà che continua a mostrarsi in tutta la sua gravità. Nel 2024 sono stati registrati 111 omicidi di donne, di cui 96 in ambito familiare o affettivo, con 59 femminicidi commessi dal partner o dall’ex partner. Un quadro che si conferma anche nel 2025: secondo l’Osservatorio Femminicidi Lesbicidi Transcidi di Non Una Di Meno, al 15 ottobre le donne uccise in contesti familiari o affettivi sono già 70. Sono numeri che raccontano una violenza strutturale e persistente, aggravata dal dramma degli orfani: 54 tra figlie e figli minori hanno perso la madre in seguito a un femminicidio. È in questo scenario che il Sorellanze Festival assume un significato ancora più profondo, trasformando una giornata di pratiche condivise in un momento collettivo di consapevolezza e sostegno concreto. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Sorellanze Festival (@sorellanze_festival) L’EVENTO FISICO: PRATICHE DI BENESSERE PER GENERARE CONSAPEVOLEZZA Il festival torna a Milano il 22 novembre 2025, dalle 11 alle 16.30, negli spazi di via Giovanni da Udine 45. La giornata si apre con una pratica di yoga accessibile a tutti i livelli, seguita da un bagno di gong pensato per favorire rilassamento e presenza. Il programma prosegue con una serie di talk e laboratori che esplorano temi legati al benessere, alla prevenzione della violenza e alla costruzione di comunità più consapevoli. Per partecipare è richiesta una donazione a CADMI e la registrazione sulla piattaforma ufficiale dell’evento, www.sorellanze.com L’EVENTO ONLINE: PRATICARE PER UNA CAUSA L’edizione 2025 amplia la sua portata grazie al supporto di ReYoga, main partner della manifestazione. Attraverso la piattaforma Yoga for a Reason sarà infatti possibile aderire anche da remoto, acquistando una pratica dedicata al progetto Yoga e Gong per CADMI. Tutto il ricavato, sia dell’evento fisico che di quello digitale, verrà interamente devoluto all’associazione. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Sorellanze Festival (@sorellanze_festival) CHI C’È DIETRO AL FESTIVAL Il cuore pulsante di Sorellanze Festival è l’iniziativa di Sabrina Trevisan, insegnante di yoga e organizzatrice di retreat in Italia e in Europa, e di Sara Usai, sound healing trainer, life coach e vocal coach. Le due professioniste hanno costruito un progetto che unisce cura, attivismo e comunità, trasformando discipline corporee e sonore in strumenti di consapevolezza e solidarietà. OSPITI, LABORATORI E NUOVE NARRAZIONI Anche quest’anno la manifestazione accoglie voci capaci di ampliare la conversazione sulla violenza di genere da prospettive diverse. Tra le ospiti e gli ospiti partecipano Michela Conti e Francesca Vidali, fondatrici di Ugo e Carvoilà, il Collettivo Mica Macho, impegnato nella costruzione di una nuova idea di mascolinità, e Khadija Cirafici, che guiderà un laboratorio di difesa personale. A loro si aggiunge il contributo fondamentale delle psicologhe di CADMI, che porteranno uno sguardo radicato nell’esperienza quotidiana dell’accoglienza e del sostegno alle donne. CADMI: QUASI QUARANT’ANNI AL FIANCO DELLE DONNE Fondata nel 1986, CADMI è il primo centro antiviolenza nato in Italia. Da allora ha accolto più di 30.000 donne e ne ha ospitate oltre 700 nelle case rifugio, offrendo sostegno psicologico, supporto legale, orientamento professionale e un luogo sicuro per chi non lo è nella propria casa. Il loro lavoro rappresenta un punto di riferimento imprescindibile per Milano e per tutto il Paese. UN SUCCESSO CHE CRESCE ANNO DOPO ANNO Dalla sua nascita nel 2020, Sorellanze Festival ha raccolto oltre 15.000 euro a favore di CADMI, contribuendo a consolidare una rete di solidarietà sempre più ampia. La scorsa edizione ha coinvolto 120 persone e ha superato i 6.000 euro in donazioni. Il 2025 punta a fare ancora meglio, con l’obiettivo di trasformare il benessere individuale in un gesto collettivo di responsabilità e cura reciproca. The post Sorellanze Festival: una giornata di yoga, comunità e attivismo per sostenere CADMI appeared first on The Wom.
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Le Inspiring companies di Fondazione Libellula: oltre 150 aziende unite contro la violenza di genere
Preferisci ascoltare il riassunto audio? La rete di Fondazione Libellula continua a crescere e a generare impatto reale: nel 2025 conta oltre 150 aziende aderenti e più di 300 persone formate come ambassador contro la violenza di genere. A Milano, la terza edizione del Premio Inspiring Company ha celebrato i progetti più virtuosi nelle categorie empowerment economico, inclusione intersezionale e cambiamento culturale, con una novità: il Libellula Effect, riconoscimento dedicato agli individui che incarnano ogni giorno i valori di rispetto e parità all’interno delle organizzazioni Con il premio Inspiring Company, Fondazione Libellula chiude il 2025 con un risultato tangibile: oltre 150 aziende e più di 370 persone formate all’interno del Percorso Ambassador, un programma che trasforma colleghi e colleghe in punti di riferimento attivi contro la violenza e le discriminazioni di genere nei luoghi di lavoro. Una rete sempre più capillare, oggi la più estesa in Europa sul tema, che nasce da una convinzione precisa: il cambiamento culturale si costruisce nei luoghi che abitiamo ogni giorno — gli uffici, i reparti, le chat aziendali — dove il linguaggio e le relazioni possono diventare strumenti di rispetto e consapevolezza. INSPIRING COMPANY 2025 DI FONDAZIONE LIBELLULA: QUANDO I VALORI DIVENTANO PRATICHE Il 4 novembre, a Milano, si è svolta la terza edizione del Premio Inspiring Company, il riconoscimento di Fondazione Libellula che celebra le aziende impegnate nella costruzione di una cultura aziendale equa e rispettosa. Più di 50 candidature hanno raccontato esperienze e pratiche concrete di diversity, equity e inclusion, premiate in tre aree strategiche — a cui quest’anno si è aggiunta una categoria dedicata alle persone. I PROGETTI VINCITORI: TRA SOSTEGNO, AUTONOMIA E INCLUSIONE A scegliere i vincitori dell’edizione 2025 è stata una giuria trasversale, composta da voci autorevoli del mondo istituzionale, giornalistico e sociale: Diana De Marchi, Presidente della Commissione Pari Opportunità del Comune di Milano (e Presidente di Giuria), Stefano Arduini, Direttore di VITA, Tonia Cartolano, Caporedattrice e conduttrice di Sky TG24, Paola Barretta, Portavoce dell’Associazione Carta di Roma, Nicoletta Labarile, giornalista di Alley Oop – Il Sole 24 Ore e The Wom, e Giorgia Ortu La Barbera, psicologa e co-founder di SupportHER. La giuria ha premiato aziende capaci di trasformare la responsabilità sociale in pratiche quotidiane di rispetto e inclusione. Nella categoria Cambiamento culturale e contrasto alla violenza di genere, si è distinta TIM con la policy “Sussidi: La Parità Non Può Aspettare”, che offre un sostegno economico alle dipendenti vittime di violenza domestica per contribuire alle spese di affitto e garantire una casa sicura — una misura concreta che unisce supporto finanziario e sensibilizzazione interna. Per la sezione Empowerment economico e indipendenza finanziaria, il riconoscimento è andato al Consorzio Blu con il progetto “Ribaltare le S. Dall’accolto SOS al corso OSS”: un percorso che trasforma l’emergenza in opportunità, offrendo corsi gratuiti con garanzia occupazionale per persone in condizione di fragilità, favorendo così autonomia e reinserimento lavorativo. Infine, nella categoria Intersezionalità e cultura della cura, ha vinto Sodexo Italia S.p.A. con il programma “Donne Vulnerabili”, sviluppato insieme al Consorzio Desio Brianza per sostenere donne migranti, vittime di violenza, madri sole o disoccupate di lunga durata attraverso orientamento, formazione e inserimento professionale. Ospite d’onore della premiazione è stato Fabio Roia, Presidente del Tribunale di Milano e figura da sempre impegnata nella tutela dei diritti e nel contrasto alla violenza di genere, che ha ricordato come il cambiamento culturale inizi proprio dai luoghi in cui lavoriamo e viviamo ogni giorno. La conversazione con Fabio Roia LIBELLULA EFFECT: LA FORZA DEL CAMBIAMENTO INDIVIDUALE Novità del 2025 è il Premio Libellula Effect, pensato per valorizzare l’impegno quotidiano delle persone che, dentro le aziende, costruiscono una cultura del rispetto. La prima vincitrice è Barbara Guidi, Culture, Engagement, Transformation & DEI Expert di Fastweb + Vodafone, premiata per la sua capacità di diffondere, con sensibilità e coraggio, una cultura dell’ascolto. Come ha dichiarato Guidi: > Per me l’inclusione non è solo un principio, ma una responsabilità: la > capacità di vedere davvero la persona che abbiamo davanti > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Consorzio Blu | Cooperativa Sociale (@consorzioblu) UNA RETE DI ASCOLTO E CURA CHE CRESCE OGNI GIORNO Il Percorso Ambassador è il cuore del progetto di Fondazione Libellula: una rete di colleghi e colleghe formati per intercettare segnali di disagio, offrire ascolto e orientare verso risorse adeguate, interne o esterne al contesto aziendale. “Il cambiamento culturale non nasce solo nelle piazze o nelle aule istituzionali, ma nei luoghi che viviamo ogni giorno”, spiega Debora Moretti, Presidente e Fondatrice di Fondazione Libellula. “Le aziende possono diventare spazi di cura, rispetto e responsabilità condivisa. Il Premio Inspiring Company e il Percorso Ambassador rappresentano due facce dello stesso impegno: riconoscere chi agisce concretamente e moltiplicare le presenze che portano questo impegno nella vita quotidiana”. VERSO UN FUTURO DI ALLEANZE E CONSAPEVOLEZZA Con l’edizione 2025, Fondazione Libellula rinnova il suo impegno a fianco delle aziende, guardando al 2026 con nuovi progetti di formazione e sensibilizzazione. Un lavoro quotidiano che parte da un principio semplice ma potente: la prevenzione della violenza si costruisce attraverso ogni relazione consapevole e ogni luogo di lavoro che sceglie di essere alleato del cambiamento. The post Le Inspiring companies di Fondazione Libellula: oltre 150 aziende unite contro la violenza di genere appeared first on The Wom.
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Reati sui minori, superata la cifra record di 7.000 casi nel 2024: bambine e ragazze le più colpite
Sono stati 7.204 i reati a danno di minori in Italia nel 2024. Per la prima volta è stata superata la cifra record di 7.000 reati. Le bambine e le ragazze si confermano le più colpite: nel 2024 rappresentano il 63% delle vittime È quanto emerge dai dati elaborati dal Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale Polizia Criminale, resi noti dalla Fondazione Terre des Hommes in occasione della presentazione del dossier “La condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo”: un quadro chiaro che allarma sull’urgenza di mettere in campo azioni rapide e integrate contro i reati sui minori, soprattutto sulle bambine. Un record negativo: sono stati oltre settemila casi di reati ai danni dei minori nel 2024, con vittime soprattutto femminili, in aumento rispetto all’anno precedente. > L’anno scorso si sono contati 7.204 reati a danno di minori in Italia nel > 2024, 252 casi in più rispetto all’anno precedente: una crescita del 4%. Su > base decennale, invece, l’aumento è del 35% In aumento i reati connessi al digitale – pornografia minorile e detenzione di materiale pedopornografico – che aumentano rispettivamente su base annua del 63% e del 36%. Come emerge dal dossier di Terre des Hommes, la rete non è un posto sicuro per i più giovani. REATI SUI MINORI, BAMBINE E RAGAZZE LE PIÙ COLPITE: “NON POSSIAMO PIÙ RIMANERE A GUARDARE” “I dati di quest’anno relativi ai reati sui minori sembrano, purtroppo, mostrare una maggiore fragilità del tessuto sociale” –  ha dichiarato Paolo Ferrara, direttore generale di Terre des Hommes – “Un allentamento dei vincoli morali fino alla rottura di alcuni tabù sociali e un crescente ritorno di fiamma di quella cultura patriarcale che, lungi dall’essere mai definitivamente sconfitta in questo Paese, sembra piuttosto riappropriarsi pericolosamente di spazi di ‘legittimità sociale’ che sono poi lo stesso luogo di coltura della violenza di genere e nei confronti dei minorenni. Non possiamo più rimanere a guardare”. > I numeri fotografano una situazione di emergenza soprattutto per bambine e > ragazze: le più colpite dai reati a danno di minori. Nel 2024 rappresentano, > infatti, il 63% delle vittime, con un aumento sia in termini assoluti sia in > termini relativi (nel 2023 erano il 61% delle vittime, su un totale di 6.952) È nei reati a sfondo sessuale che la sproporzione si fa sentire in maniera più evidente, con punte dell’88% di vittime femminili per il reato di violenza sessuale, dell’86% per la violenza sessuale aggravata e dell’85% per gli atti sessuali con minorenni. Nel 2024, per la prima volta, i casi di violenza sessuale non aumentano e restano stabili a 912, come nel 2023. Questa fattispecie di reato rimane tra quelli a sfondo sessuale la più frequente. Aumentano di poco invece le violenze sessuali aggravate mentre su dieci anni la crescita risulta più consistente, del 75%. Gli atti sessuali con minorenne, invece, segnano un aumento del 15% su base annua.  ONLINE E OFFLINE: I GIOVANI NON SONO AL SICURO Non solo offline. Anche nei reati sul digitale è netta la prevalenza di vittime femminili: 86% nella detenzione di materiale pedopornografico e 74% nella pornografia minorile. Tra i reati a sfondo sessuale, il dato interessante è la finora inedita parità di genere tra le vittime di prostituzione minorile, in calo sia a livello annuo (-7%) sia a livello decennale (-64%). > I reati più frequenti rimangono quelli che avvengono all’interno del nucleo > familiare I maltrattamenti in famiglia sono i più frequenti: nel 2024 hanno sfiorato quota 3.000 vittime, per la precisione sono state 2.975, con leggera prevalenza femminile e un aumento del 5% su base annua e una crescita esponenziale del 101%, ovvero un raddoppio, su base decennale.  CRESCONO GLI OMICIDI VOLONTARI DEI MINORI: NEL 76% DEI CASI BAMBINI E RAGAZZI  Nel 2024 si registra anche un aumento, inconsueto, degli omicidi volontari consumati. Dopo anni di costante diminuzione dei casi, coerentemente con il calo generale degli omicidi in Italia, nel 2024 si arriva a 21 casi, con un aumento del 75 per cento. Nonostante numeri assoluti molto più bassi delle altre fattispecie di reati, è un dato che desta molta apprensione. L’omicidio volontario è, inoltre, uno dei reati che ha una componente con netta prevalenza maschile con il 76% dei casi che ha come vittime bambini e ragazzi. “Il fenomeno dei reati a danno dei minori, in ogni loro forma, è molto complesso. Occorre porre la massima attenzione non solo nella prevenzione e nel contrasto, ma anche ai più piccoli segnali indicatori di violenza – spiega il generale Antonio Basilicata, direttore del Servizio analisi criminale della direzione centrale della Polizia Criminale – Di strategica rilevanza risultano essere anche l’accoglienza e il supporto alle vittime, nonché la realizzazione di campagne informative volte ad accrescere la consapevolezza di tutti e a rimuovere gli ostacoli socio-culturali in cui la violenza trova terreno fertile”. SPORT4RIGHTS: IL RUOLO STRATEGICO DELLO SPORT PER PREVENIRE A VIOLENZA Lo sport come luogo di crescita, prevenzione e rispetto: davanti a numeri così preoccupanti sulla violenza a danno di minori, Terre des Hommes rilancia il valore dell’esperienza sportiva per i giovani. Durante l’evento in cui sono stati presentati i dati, alla Presidenza del Consiglio dei ministri, la Fondazione ha presentato il progetto Sport4Rights: co-progettato insieme a Fondazione EOS – Edison Orizzonte Sociale e Specchio Magico. Sport4Rights promuove il benessere, la sicurezza e l’inclusività dei minorenni nel contesto sportivo, mirando a prevenire violenze, discriminazioni e maltrattamenti con azioni integrate sui territori e online.   Con l’utilizzo di una piattaforma di e-learning basata sull’intelligenza artificiale e supervisionata da un team di esperti, il progetto fornirà alle società sportive, allenatori, educatori, giuristi, psicologi e altri professionisti del settore attività di formazione e sensibilizzazione su tutela dei minorenni e sul benessere dei bambini e delle bambine nello sport a livello nazionale. Sono già circa 20 le realtà sportive formate dai promotori del progetto: il primo corso innovativo assistito dall’AI verrà pubblicato verrà pubblicato sulla piattaforma di Sport4Rights nel mese di novembre. “Servono azioni rapide, concertate e integrate, che agiscano in maniera organica sia sugli aspetti culturali che su quelli normativi di contrasto alla violenza e alla violenza di genere” – sottolinea il direttore generale di Terre des Hommes, Ferrara – “A chiedercelo sono soprattutto loro, le vittime di questa ondata di violenza che rischia di diventare, sempre di più, un’epidemia”. The post Reati sui minori, superata la cifra record di 7.000 casi nel 2024: bambine e ragazze le più colpite appeared first on The Wom.
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