La rivoluzione dell’ingegnera spaziale Michaela Benthaus, prima persona con disabilità a volare nello spazio

- The Wom - Friday, October 24, 2025
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Michaela Benthaus parteciperà presto a una missione suborbitale a bordo del razzo New Shepard di Blue Origin. La data del lancio è ancora top secret, ma la sua storia, quella sì, è già una spinta potentissima verso il futuro

“Potrei essere la prima, ma non intendo essere l’ultima“. Ho letto questa frase e mi si è stretto il cuore. Perché quando a pronunciarla è una donna come Michaela Benthaus, ingegnera dell’Agenzia Spaziale Europea, tedesca, 33 anni, e in sedia a rotelle, capisci che non è solo una notizia di scienza. È un simbolo. È una rivoluzione silenziosa che arriva fino alle stelle.

Una nuova traiettoria dopo l’incidente

Dopo una laurea in meccatronica e un master in ingegneria aerospaziale, Michaela Benthaus lavora all’Esa occupandosi di radio-occultazioni marziane. Poi, nel 2018, un terribile incidente in mountain bike. Da quel giorno la sedia a rotelle diventa parte della sua quotidianità.

“Ho deciso di non definirmi attraverso ciò che avevo perso”, racconta. E in quella frase c’è tutto. C’è la forza di chi sceglie di non smettere di sognare. C’è la consapevolezza che la disabilità non è una fine, ma una nuova traiettoria.

Inclusione significa costruire un mondo (anzi uno spazio) che si adatti a tutte e tutti

Come lei, anch’io so cosa significa convivere con un corpo “diverso”, che la società spesso interpreta come un limite. Ma la verità è che la diversità non è fragilità: è potenza, è creatività, è futuro.
E mentre leggevo della sua cintura speciale, progettata con velcro e supporti per restare stabile in assenza di gravità, ho pensato che forse è proprio questo il senso più profondo dell’inclusione: non chiedere alle persone di adattarsi al mondo, ma costruire un mondo che si adatti a tutte le persone anche per andare nello spazio!

Quello che Michaela porterà nello spazio non è solo il suo corpo o la sua mente brillante di ingegnera: porterà con sé tutte le persone che ogni giorno lottano per un posto nel mondo, per un diritto, per un sogno che sembra troppo lontano.

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Lo spazio come metafora per una terraferma più accessibile

Mentre sulla terraferma troviamo ancora ascensori rotti, parcheggi per disabili occupati da chi non ne ha diritto e sguardi di compassione non richiesti, mi piace pensare che, lassù, nello spazio, oltre all’assenza di gravità possa esserci anche un’assenza di pregiudizi.

La missione di Michaela Benthaus non è solo un traguardo tecnologico: è una domanda che ci riguarda tutti. Perché se un team di ingegneri è riuscito a rendere accessibile persino un viaggio nello spazio, come mai, qui sulla Terra, facciamo ancora così fatica a garantire l’accessibilità nella vita di ogni giorno?

Le persone con disabilità non chiedono privilegi, ma diritti fondamentali: poter muoversi, lavorare, studiare, viaggiare, sognare, proprio come chiunque altro.

E forse è proprio questo il messaggio che il volo di Michaela porta con sé: se l’inclusione è possibile nello spazio, allora non abbiamo più scuse sulla Terra

Perché mentre il suo razzo salirà verso il cielo, saliranno anche le nostre speranze. Perché vedere una donna in sedia a rotelle nello spazio non è solo un traguardo tecnico: è una promessa di libertà per tutte e tutti.

Non pietismo ma competenze

La futura astronauta Michaela Benthaus vanta una formazione accademica d’eccellenza: laureata in Ingegneria Meccanica e con un Master in Ingegneria Aerospaziale, ha dedicato la sua vita allo studio e alla ricerca. Nel 2022 ha sperimentato per la prima volta l’assenza di gravità partecipando a un volo parabolico con AstroAccess, un programma internazionale che promuove l’accessibilità dello spazio alle persone con disabilità.

La sua determinazione l’ha poi portata, nel 2024, a partecipare a una missione analogica alla base Lunares in Polonia, un’esperienza che simulava la vita su Marte: “Due settimane senza finestre né luce naturale, solo comunicazioni via email. Era come vivere su un altro pianeta”, racconta.

Ma la storia di Michaela non è fatta di pietismo: è fatta di competenza, preparazione e visione.
La sua è una conquista collettiva, che dimostra come le difficoltà possano diventare una spinta verso nuove possibilità.
Per questo ripete spesso che “lo spazio deve essere per tutti” e invita a non smettere mai di sognare.

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Dalla Terra alle stelle, un sogno che parla di libertà

Accanto alla sua carriera scientifica, Michaela si impegna con passione per l’inclusione delle persone con disabilità nelle discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), contribuendo a costruire un futuro in cui la ricerca e l’innovazione siano davvero accessibili a tuttɜ.

La sua storia ci ricorda che il progresso non è solo una questione di scienza, ma di umanità, coraggio e visione. Perché non basta andare nello spazio: serve imparare a guardare il mondo da un’altra prospettiva, dove la diversità non è più un’eccezione, ma una ricchezza.

Mi auguro che presto questa conquista diventi la normalità, partendo, come sempre, con i cosiddetti “piedi per terra”, ma con lo sguardo rivolto verso le stelle.

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