
Beauty burnout, quanto costa alle donne la pressione estetica sui loro corpi
- The Wom - Wednesday, June 11, 2025
Il “beauty burnout” nasce da un’esperienza comune e logorante: il dover corrispondere in modo costante e obbligato a standard estetici irrealistici. La costante e violenta convinzione per cui la bellezza per le donne sia un dovere. Secondo il sondaggio realizzato da WeWorld e Ipsos nel febbraio 2025 su un campione rappresentativo di 1.000 persone, il 59% ritiene che le donne subiscano più pressioni degli uomini per mantenere un certo aspetto fisico, percentuale che sale al 69% tra le persone laureate. Solo il 4% pensa che siano gli uomini a subirne di più.
La pressione estetica colpisce entrambi i generi, ma ha un impatto più profondo e sistemico sulla vita delle donne: si insinua nel quotidiano, erode l’autostima, condiziona le scelte e influisce sull’economia personale. Un ideale estetico inaccessibile diventa così una gabbia dorata da cui è difficile uscire senza sentirsi inadeguate.
Quando la bellezza diventa un obbligo: il burnout invisibile
Tra i più comuni standard estetici imposti ci sono la magrezza, la bianchezza, un corpo che sembri giovane e privo di imperfezioni, che rientri nelle categorie binarie di mascolinità e femminilità.
Negli ultimi decenni, l’ideale di magrezza si è trasformato: non si tratta più dell’estetica estrema degli anni ’80, in cui dominava un’immagine scheletrica e androgina, ma di un ideale più sottile e pervasivo. Oggi la magrezza viene associata a tonicità, controllo, performance: è la “diet culture”, ovvero quel sistema di valori che continua a esercitare un giudizio normativo sui corpi, promuovendo pratiche di sorveglianza costante come il conteggio ossessivo delle calorie, l’eliminazione di interi gruppi alimentari (come i carboidrati), la glorificazione dell’allenamento estremo e una costante ricerca dell’“autodisciplina”.
Questo modello, descritto come “sano” o “fit”, è in realtà solo una versione aggiornata della stessa logica: il valore della persona viene misurato anche — e soprattutto — attraverso la forma del suo corpo
Ed è proprio questa pressione normalizzante a essere riconosciuta come una delle principali cause dei Disturbi del Comportamento Alimentare. Soprattutto tra le giovani generazioni.
Il trend #SkinnyTok è diventato così popolare su TikTok negli ultimi mesi da destare le preoccupazioni della Commissione europea e del regolatore dei contenuti digitali francese Arcom. Su loro richiesta, TikTok ha deciso di bloccare l’hashtag a livello mondiale, «poiché è stato collegato a contenuti malsani sulla perdita di peso», come è stato stato dichiarato da un portavoce.
Lo confermano i racconti riportati nello studio: «Non ho mai avuto un buon rapporto con il mio corpo, e penso che non lo avrò mai, però ho fatto pace con questa consapevolezza. Come? Iniziando a prendermene più cura. Per tanto tempo l’ho trattato male, l’ho rifiutato, non l’ho amato. Questo non significa che ora lo ami – racconta la testimonianza di una donna di 41 anni raccolta dal report – Ancora oggi, non va mai davvero bene. Anche nei momenti in cui ero “in forma”, anche adesso che mi alleno, che sono dimagrita molto — e l’ho fatto soprattutto per motivi di salute, di benessere, più che per estetica — resta comunque il mio punto debole. E, allo stesso tempo, una forma di forza. Il mio corpo è sempre stata una cosa che potevo controllare, su cui esercitare un potere mentale fortissimo: se decidevo di non mangiare, non mangiavo; se volevo inondarmi di cibo, lo facevo; se volevo cambiarlo, in un senso o nell’altro, lo trasformavo.»
Negli ultimi decenni, questi ideali utopici di perfezione hanno iniziato a essere legati anche all’idea di essere persone “in salute”, in perfetta forma, abili, che conducono uno stile di vita sano e sono in grado di essere efficienti e produttive nel contesto sociale e lavorativo. Seppure anche gli uomini e altre identità di genere siano sempre più soggetti a forme di pressione estetica — soprattutto negli ultimi anni — le donne rimangono la categoria più colpita.
Le pressioni estetiche non riguardano solo la bellezza. Ma diventano un potente strumento di controllo sociale che incrocia il genere, la provenienza, il colore della pelle, la disabilità e la classe sociale. In questo contesto, la bellezza non è più una questione di scelta personale o piacere, ma un mezzo per creare una gerarchia sociale, dove chi non rispetta gli standard imposti viene marginalizzato, soprattutto le donne.
Il costo di essere considerate “belle”
In un contesto in cui il loro valore viene misurato in base alla loro apparenza, le donne sono indotte a investire risorse considerevoli in trattamenti estetici, cosmetici, abbigliamento e attività fisica, in una forma di consumo crescente. Secondo il rapporto Eurispes “Piacersi e piacere. Il rapporto delle donne con il loro corpo”, per curare la propria bellezza una donna su 4 destina oltre 100 euro al mese. Oltre un terzo dedica 10-30 minuti al giorno per curare il proprio aspetto: poco meno della metà dedica oltre mezz’ora, mentre una su 5 più di un’ora.
La bellezza è ancora percepita come un mezzo per ottenere vantaggi sociali e professionali. Ne è un esempio il concetto di “body work”: un insieme di tecniche per modificare e abbellire il corpo, che possono portare a migliorare la propria posizione professionale
Questo accade in un contesto culturale che, radicando l’idea che la bellezza sia l’unico obiettivo delle donne, vuole trasformarla nella loro risorsa principale per ottenere visibilità e riscatto sociale.
Le pressioni sociali per le donne non si fermano all’aspetto esteriore
Ben oltre il corpo. Il sondaggio evidenzia come le aspettative sociali sul corpo femminile non si fermino all’aspetto esteriore. Il 27% delle donne dichiara di aver subito pressioni per diventare madri, contro il 17% degli uomini; il 23% ha avvertito pressioni per sposarsi (contro il 15% degli uomini). La libertà di scelta viene continuamente monitorata, giudicata, normalizzata.
Quasi 9 donne su 10 (84%) dichiarano di sentire il peso dello sguardo sociale sulle scelte riproduttive. Per oltre la metà di loro (51%), questa pressione è vissuta come schiacciante
Il 62% del campione crede che le donne incinte debbano seguire rigidamente le raccomandazioni mediche; il 66% dei giovani tra i 18 e i 30 anni ritiene che le donne abbiano poca voce nelle decisioni sul parto.
L’invecchiamento non è neutro: l’ageismo di genere
Il corpo delle donne non è solo bello o brutto: è anche giovane o vecchio. E quando invecchia, diventa invisibile. Solo 1 persona su 3 considera l’invecchiamento una fase naturale della vita; per il resto, prevale una narrazione legata al declino.
Il 71% ritiene che una donna anziana rischi di essere esclusa dai ruoli sociali e professionali, contro il 51% che pensa lo stesso per un uomo
Il 51% del campione pensa che una donna anziana sia più criticata per l’abbigliamento rispetto a un uomo. Tra le donne, più della metà (57%) lo conferma. Questi dati parlano di un doppio standard radicato: mentre agli uomini è concesso di invecchiare, alle donne viene richiesto di restare giovani per essere considerate visibili, credibili, desiderabili.
In Italia e in Europa, la discriminazione basata sull’età è vietata dalla legge. La Costituzione italiana stabilisce il principio di uguaglianza (art. 3), che vieta ogni forma di discriminazione, inclusa quella legata all’età. Questo significa che l’ageismo, ovvero la discriminazione legata all’età, è considerato illegale. Anche a livello europeo, le leggi sono chiare.
La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che è diventata vincolante nel 2009, proibisce ogni forma di discriminazione basata sull’età. Inoltre, l’articolo 20 della Carta Sociale Europea garantisce pari opportunità e trattamento per tutte le persone, indipendentemente dall’età, nel lavoro e nelle condizioni di impiego, come stipendi e promozioni. Ciò nonostante, nella cultura occidentale, molte donne interiorizzano ideali di eterna giovinezza, alimentati da media, standard estetici e pressioni sociali, che rendono il naturale processo di invecchiamento un’esperienza carica di vergogna.
La menopausa come confine culturale
Mentre viene richiesta la perfezione, della salute e del corpo delle donne si studia poco. La menopausa rappresenta uno spartiacque biologico e culturale, troppo spesso ridotto al silenzio.
Il 39% del campione considera la menopausa un argomento ancora tabù; 1 persona su 3 pensa che parlarne al lavoro sia poco professionale. Più di 1 uomo su 4 ritiene che le donne in menopausa non dovrebbero ricoprire ruoli di leadership per via dei cambiamenti ormonali.
Il 56% del campione crede che la menopausa renda le donne più emotive o instabili. Questo stereotipo, oltre a essere infondato, contribuisce a marginalizzare ulteriormente le donne in una fase delicata della vita, che dovrebbe invece essere accompagnata da supporto medico, ascolto e rappresentazione.
Dalla diagnosi alla dignità: dati, bisogni e diritti
Il sondaggio evidenzia un bisogno urgente di informazione e cura. Quasi 7 donne su 10 (69%) vorrebbero ricevere più informazioni sulla menopausa, ma solo il 35% si fida della competenza del personale sanitario nel riconoscere i sintomi.
Il 40% ha cercato aiuto, spesso trovandolo su Internet. Il 38% ha riscontrato difficoltà nel reperire supporto medico, mentre il 18% spende più di 50 euro all’anno per gestire i sintomi
Durante la perimenopausa, sintomi come vampate (52%), aumento di peso (37%), insonnia (36%) e ansia (20%) condizionano la qualità della vita. Più di una donna su cinque ha rinunciato ad attività sociali, 1 su 10 a impegni lavorativi.
In media, si perdono 9 giorni di lavoro all’anno per questi disturbi. Eppure, troppo spesso si tace.
Le raccomandazioni di WeWorld: per un cambiamento strutturale e culturale
Per garantire il diritto alla salute, al benessere e all’autodeterminazione delle donne – e di tutte le soggettività marginalizzate – WeWorld propone una serie di raccomandazioni fondamentali:
- Rafforzare l’educazione alla salute e all’autonomia corporea in tutte le fasi della vita, con particolare attenzione alla menopausa e al climaterio.
- Garantire una formazione adeguata del personale sanitario, per riconoscere i bisogni specifici delle donne, anche in relazione all’invecchiamento e alla salute sessuale e riproduttiva.
- Contrastare l’ageismo e i pregiudizi legati all’età, attraverso politiche attive per l’inclusione e la valorizzazione delle donne anziane nella società e nel lavoro.
- Rivedere l’impostazione comunicativa e mediatica del corpo femminile, promuovendo rappresentazioni realistiche, inclusive e plurali.
- Integrare il tema della cura collettiva nei servizi pubblici e nei luoghi di lavoro, con misure concrete di welfare e sostegno psicologico.
- Riconoscere il valore politico dell’esperienza corporea, creando spazi dove le donne possano raccontarsi e ritrovare potere a partire dal proprio vissuto.
Solo così sarà possibile trasformare il corpo da oggetto di controllo a soggetto di resistenza e autodeterminazione.
Il corpo politico: consapevolezza, resistenza, trasformazione
Dal costante body monitoring alla pressione estetica: la sorveglianza sui corpi delle donne non riguarda solo lo specchio, ma il potere.
I corpi femminili restano uno spazio controllato, sorvegliato, normalizzato. Sono ancori corpi politici. Ma anche resistenti.
Raccontare, ascoltare, creare spazi di cura collettiva è un atto di trasformazione. Promuovere l’autonomia corporea, il diritto a invecchiare, a scegliere, a essere imperfette, è oggi una battaglia urgente. Perché nessuna donna debba più sentirsi inadeguata solo per il fatto di esistere nel proprio corpo.
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