I l 9 ottobre 2015, intorno alle sei del mattino, le forze dell’ordine
sgomberano Atlantide dal Cassero di Porta Santo Stefano, a Bologna. Per
diciassette anni quello spazio ha ospitato collettivi femministi, queer e punk,
iniziative culturali e concerti in cui la corrente saltava e i corpi si
sostenevano a vicenda nella calca. Dopo lo sgombero lo spazio rimane vuoto per
quasi un decennio. Quando riapre durante Art City 2025, infiocchettato, accoglie
Elegy, un’installazione video e audio dell’artista sudafricana Gabrielle Goliath
sulla violenza patriarcale e queerfobica: proprio i temi che avevano
attraversato la vita di Atlantide. Lo spazio viene riutilizzato per esporre i
temi delle pratiche che ne erano state espulse. L’esperienza di Atlantide non
viene menzionata neppure nel post su Instagram che annuncia la mostra.
Salvatore Papa ricostruisce questa vicenda in Bologna non è un’isola felice.
Retoriche e realtà del brand urbano (2026). L’accostamento fra lo sgombero e la
riapertura restituisce il metodo dell’inchiesta. Papa raccoglie dichiarazioni,
segue le destinazioni degli edifici, torna sui luoghi quando l’urgenza invocata
per quei provvedimenti è passata. Il Comune aveva giustificato lo sgombero con
la necessità di destinare lo spazio ai servizi sociali del quartiere. Il Cassero
è però rimasto vuoto per quasi un decennio, un’attesa difficile da conciliare
con l’urgenza proclamata. L’abbandono istituzionale e la successiva
valorizzazione possono essere fasi dello stesso processo: svuotare un luogo
delle attività e delle relazioni che lo sostenevano lo rende più vulnerabile a
nuovi usi imposti dall’esterno. La brandizzazione delle città, il cosiddetto
decoro, la gentrificazione, la questione abitativa, la turistificazione sono
temi che si intrecciano ma al tempo stesso si mostrano come gli ingranaggi di
una macchina che, anno dopo anno, amministrazione dopo amministrazione, divora
luoghi, persone e apparati simbolici.
Il libro ricostruisce il cambiamento attraverso le decisioni con cui Bologna ha
cercato di competere con altre destinazioni per attirare visitatori e
investimenti. In questa competizione, la reputazione culturale ha acquisito un
valore economico: offre ragioni per scegliere una meta, consumare nei suoi
locali, investire nei suoi immobili. Negli ultimi vent’anni le politiche
pubbliche bolognesi si sono progressivamente orientate verso questi obiettivi.
L’attrattività diventa un criterio con cui valutare il successo di
un’amministrazione, mentre resta ben più opaca la distribuzione dei suoi
benefici e, soprattutto, dei suoi costi. La città mette a reddito la propria
differenza culturale mentre restringe le condizioni materiali che l’hanno resa
possibile.
Nel 2013, il progetto Bologna City branding avvia un’indagine su come i turisti
percepiscono la città. Fra i tratti più riconoscibili emergono la cultura,
l’accoglienza e la vita giovanile. La scelta politica cade però sul cibo: l’anno
successivo viene presentato il marchio Bologna City of food, anche in vista
dell’Expo di Milano del 2015, dedicata all’alimentazione. Mortadella e
tortellini diventano gli ambasciatori della città presso il pubblico
internazionale. La dotta e la rossa possono accomodarsi, tocca alla grassa
rappresentare la famiglia.
> L’abbandono istituzionale e la successiva valorizzazione possono essere fasi
> dello stesso processo: svuotare un luogo delle attività e delle relazioni che
> lo sostenevano lo rende più vulnerabile a nuovi usi imposti dall’esterno.
Papa richiama il geografo David Harvey, studioso dei rapporti fra capitalismo e
trasformazioni urbane, per spiegare come la specificità culturale di una città
possa generare una “rendita monopolistica”: una storia costruita
collettivamente, attraverso abitudini e pratiche sedimentate, diventa una
risorsa economica per chi possiede immobili o gestisce attività capaci di
sfruttarne l’attrattiva. Harvey ne sottolinea la contraddizione: la
commercializzazione rende sempre più uniforme proprio ciò che viene venduto come
unico.
Papa racconta la proliferazione dei negozi di mortadella e la sostituzione di
attività indipendenti con catene: l’autenticità locale si presta a un’offerta
ripetibile, riconoscibile e facilmente consumabile. Questa standardizzazione
urbana è anche culturale, normativa: selezionare le attività che possono trovare
spazio significa orientare le abitudini, gli incontri e le esperienze possibili.
Anche mangiare è una pratica collettiva, ma quando diventa il criterio dominante
con cui organizzare un centro urbano, le esigenze di chi lo frequenta per
consumare acquistano un peso crescente rispetto a quelle di chi deve abitarlo.
La promozione dell’identità modifica così la vita quotidiana dalla quale quella
stessa identità scaturiva.
Nel 2018, l’unione delle deleghe alla cultura, al turismo e alla promozione
della città nelle mani di Matteo Lepore dà forma amministrativa all’equivalenza
fra valore culturale e attrattività. La cultura viene così valutata per il suo
contributo alla promozione sulle tratte turistiche, mentre si restringe lo
spazio per il conflitto, la sperimentazione autogestita e i desideri che non
coincidono con gli obiettivi del marketing urbano. Ripercorrendo la successiva
campagna elettorale del 2021, Papa scrive: “Il candidato sindaco sapeva bene che
se il turismo genera denaro, la cultura può trasformarsi nell’olio che fa girare
la macchina producendo un apparato simbolico funzionale allo storytelling”.
Questo rapporto si traduce anche nei criteri di finanziamento: fino al 2025, il
bando di Bologna Estate assegnava un punteggio aggiuntivo alle iniziative
rivolte a un pubblico turistico. Per chi proponeva un progetto, intercettare
quei visitatori significava dunque avere maggiori possibilità di ottenere
sostegno.
Papa sottolinea le conseguenze di questa scelta sulla produzione culturale,
mettendola a confronto con la storia cittadina. Nei decenni passati, il richiamo
esercitato da Bologna doveva molto a esperienze nate fuori dalle logiche del
mercato, in spazi dove era possibile sperimentare senza dover dimostrare
l’utilità economica di ciò che si faceva. Il loro valore comprendeva anche la
possibilità di organizzare la vita insieme: trovare accordi di vicinato,
inventare forme di sostegno, generare occasioni d’incontro, decidere quali
attività e propensioni sostenere. Sono le pratiche ordinarie attraverso cui,
nella lettura di Michel de Certeau, storico e teorico della cultura, gli
abitanti rielaborano gli spazi predisposti da altri, aprendoli a usi non
previsti.
> La commercializzazione rende sempre più uniforme proprio ciò che viene venduto
> come unico.
Lo storico urbano Leo Hollis osserva che riappropriarsi dei luoghi attraverso
l’azione collettiva trasforma anche chi vi partecipa. La cittadinanza diventa
una capacità che si esercita: l’organizzazione delle controculture bolognesi
permetteva a chi vi partecipava di apprendere un’autonomia concreta, di
sperimentare forme di cooperazione, di verificare che una parte della città
poteva funzionare secondo regole elaborate da chi la frequentava. Darsi regole
proprie significava anche poter contestare le scelte dell’amministrazione e
rivendicare una parte del potere di decidere sulla vita urbana. Riconoscere il
contributo di quelle esperienze alla reputazione cittadina può diventare un modo
piuttosto conveniente di apprezzarle: si incassa il prestigio della “città
alternativa”, mentre l’autonomia di chi l’ha resa tale viene trattata come un
intralcio amministrativo.
Il testo con cui le attiviste reagiscono alla mostra del 2025 nel Cassero si
intitola Atlantide non è un museo. Ricordano che lo sgombero resta un conflitto
aperto, ancora da sanare. Nella loro risposta, la memoria dello spazio
sopravvive come un fantasma, inseparabile dalla possibilità di continuare a
praticare ciò che vi era nato. Il ritorno di temi femministi e queer nella
programmazione del Cassero lascia irrisolta questa perdita. La mancata menzione
di Atlantide nel racconto della riapertura sottrae al luogo una radice viva
della sua storia: lo spazio torna disponibile mentre viene omessa la storia di
chi lo aveva fatto vivere. Anche le idee più radicali possono slegarsi dai
corpi. È qui che la memoria diventa una rivendicazione politica: chi ha
costruito quell’esperienza rivendica il diritto di proseguirla e trasformarla.
Il passato rimane aperto perché contiene possibilità che lo sgombero ha
interrotto, senza esaurirle.
Papa segue questa continuità fra persone, pratiche e luoghi anche nella storia
di Xm24, lo spazio autogestito nato nell’ex mercato ortofrutticolo di via
Fioravanti, in Bolognina. Vi trovavano posto la Scuola di Italiano CON Migranti,
una palestra, un laboratorio informatico, il mercato contadino di Campi Aperti e
concerti hardcore. L’elenco restituisce la varietà di bisogni e desideri che
trovavano posto nello stesso edificio. Un’assemblea settimanale organizzava le
attività gratuite e decideva come usare lo spazio. L’autonomia in quel luogo
aveva la forma della quotidianità.
> L’organizzazione delle controculture bolognesi permetteva a chi vi partecipava
> di apprendere un’autonomia concreta, di sperimentare forme di cooperazione, di
> verificare che una parte della città poteva funzionare secondo regole
> elaborate da chi la frequentava.
Attorno a Xm24 però il quartiere cambiava. La nuova sede del Comune, la stazione
Alta velocità e i progetti immobiliari rafforzavano i collegamenti con il centro
e richiamavano gli interessi degli investitori. Nel 2017, il presidente del
quartiere Navile, Daniele Ara, la descriveva come “una zona autentica, che
meglio di altre racconta la vita dei bolognesi”, e dunque, ça va sans dire,
adatta ad accogliere nuovi turisti. Per i futuri visitatori, una promessa di
autenticità; per chi stava dentro Xm24, una raccomandata che intimava di
lasciare i locali “liberi da cose e persone”. Lo sgombero sarebbe arrivato
nell’agosto del 2019, con le ruspe.
Lo scontro coinvolse anche Blu, lo street artist di fama internazionale autore
di Occupy Mordor, il murale sulla parete esterna di Xm24 che raffigurava due
idee contrapposte di città. Nel 2016, con l’aiuto degli attivisti dello spazio,
aveva cancellato i propri murales bolognesi per protestare contro Street Art –
Banksy & Co. L’arte allo stato urbano. Per la mostra, Genus Bononiae, la società
della fondazione bancaria Carisbo, aveva fatto staccare dal muro alcune sue
opere senza il suo consenso.
Il sociologo della cultura Dick Hebdige descrive in Sottocultura (1979) il
processo attraverso cui i segni della ribellione vengono incorporati
nell’offerta commerciale, trasformando uno stile oppositivo in una risorsa
vendibile. La vicenda di Blu mostra questa assimilazione: la fondazione estrae
valore dall’opera dell’artista e si arroga il diritto di decidere dove
un’immagine debba stare e a che cosa debba servire. Nell’estetizzazione del
conflitto la ribellione diventa una qualità dell’offerta culturale e conferisce
prestigio all’istituzione che la espone. La cooptazione opera qui attraverso la
separazione fra i segni dell’antagonismo, messi a valore, e l’autonomia dei suoi
protagonisti, ai quali viene sottratto il controllo sull’uso delle proprie
opere. La reputazione antagonista acquista valore proprio quando si restringono
le possibilità di praticare quell’antagonismo, addomesticato, trasformato in
risorsa economica o addirittura in motivo di prestigio.
> Nell’estetizzazione del conflitto la cooptazione opera attraverso la
> separazione fra i segni dell’antagonismo, messi a valore, e l’autonomia dei
> suoi protagonisti, ai quali viene sottratto il controllo sull’uso delle
> proprie opere.
Cancellando i murales, Blu sottrae le opere rimaste sui muri alla possibilità di
nuove acquisizioni. Il gesto ha un costo anche per la città, che perde le
immagini che contribuivano a renderla riconoscibile. Un’iconoclastia ma per
legittima difesa: riapre il conflitto che l’acquisizione museale pretendeva di
risolvere attraverso la conservazione. In queste vicende torna la disputa sul
potere di decidere: che cosa fare in uno spazio, dove lasciare un’opera, a quali
condizioni collaborare. Che cosa vale il riconoscimento pubblico di una cultura
se chi la produce perde il potere di decidere sul suo uso?
Harvey parla di “capitale simbolico collettivo” per indicare il prestigio che un
luogo accumula attraverso storie e pratiche alle quali molti contribuiscono.
Spostare altrove un’attività non significa trasferire intatta la rete che ne ha
prodotto il valore: servono tempo, risorse e nuove alleanze; una sede più
lontana può rendere più difficile continuare a partecipare, soprattutto per chi
non dispone di tempo e denaro. Anche chi rimane perde qualcosa: un luogo
d’incontro accessibile, una rete di sostegno, la possibilità di proporre e
organizzare un’iniziativa. L’offerta culturale può continuare a crescere mentre
diminuiscono le occasioni per contribuire a costruirla. Celebrare il contributo
di una cultura, lasciando a pochi il controllo degli spazi e delle risorse,
significa assegnare ai suoi protagonisti un posto nella storia cittadina ma poca
voce nel presente.
> Anche chi rimane perde qualcosa: un luogo d’incontro accessibile, una rete di
> sostegno, la possibilità di proporre e organizzare un’iniziativa. L’offerta
> culturale può continuare a crescere mentre diminuiscono le occasioni per
> contribuire a costruirla.
La distribuzione del potere culturale porta l’inchiesta di Papa dai luoghi della
sperimentazione agli enti che, attraverso i finanziamenti, orientano la vita
culturale della città. Carisbo appartiene alle fondazioni di origine bancaria:
enti privati senza scopo di lucro, nati dalla riforma del credito degli anni
Novanta, che impiegano i rendimenti dei propri patrimoni per sostenere attività
di utilità sociale, dalla cultura all’istruzione. Per molti anni, la società
Museo della Città di Bologna s.r.l., creata per gestire Genus Bononiae, il
circuito di musei e spazi culturali promosso da Carisbo, ha assorbito quasi il
60% dei finanziamenti erogati dalla fondazione. Il progetto era stato voluto da
Fabio Roversi Monaco, già rettore dell’Università di Bologna e poi presidente di
Carisbo, che aveva assunto anche la guida della società beneficiaria. Fra chi
finanziava e chi riceveva le risorse, la distanza era dunque piuttosto breve.
Papa ricorda l’origine collettiva dei patrimoni delle fondazioni bancarie,
accumulati attraverso la storia delle casse di risparmio e destinati a finalità
di interesse pubblico. Scegliere a chi distribuirli significa orientare la vita
culturale del territorio: quali edifici restaurare, quali istituzioni sostenere,
quali progetti rendere possibili. Il potere di amministrare non garantisce la
conoscenza di ciò che si amministra. Quando la gestione riduce le attività a
indicatori di prestazione e grafici di bilancio, lascia fuori ciò che quei
numeri non descrivono: le relazioni, gli usi dei luoghi, la continuità delle
esperienze. La concentrazione di questo potere in organismi che non offrono agli
abitanti la possibilità di esprimersi sulla designazione dei vertici pone un
problema democratico, aggravato dal cumulo degli incarichi. Il circuito tende
così a riprodurre la propria autorità. Ne emerge una politica culturale con
pochi decisori e molti richiedenti, chiamati ad adeguarsi a priorità stabilite
altrove.
Una città può diventare smisurata anche senza crescere, quando aumenta la
distanza fra gli abitanti e i luoghi, i servizi o le decisioni da cui dipende la
loro vita. Ridurre questa distanza significa poter raggiungere i servizi, capire
chi decide e sapere come intervenire. Che si tratti di risorse comunali o di
patrimoni privati destinati a finalità collettive, il loro impiego dovrebbe
ampliare le possibilità di prendere parte alla vita urbana. Il sostegno pubblico
dovrebbe garantire a una struttura continuità e margini di autonomia, senza
affidarne interamente la sopravvivenza alla vendita di biglietti, alla
ristorazione o alla ricerca continua di sponsor. Scrivendo del futuro della
Biblioteca Sormani di Milano su Rolling Stone, Alessandro Mantovani distingue la
destinazione culturale di uno spazio dalla sua funzione di servizio pubblico: il
carattere pubblico di un luogo dipende anche dalle risorse destinate ad
aperture, attrezzature e personale: condizioni che rendono effettivo l’accesso.
Anche mantenere un servizio ordinario può essere una scelta culturalmente
ambiziosa.
La possibilità di partecipare alla vita urbana dipende anche dalle condizioni
materiali per abitarla: il costo e la stabilità di un alloggio, la continuità
del lavoro. Di fronte alla sede del Comune, in via Fioravanti, l’emergenza
abitativa aveva preso la forma di un’occupazione: nel dicembre 2014, circa 280
persone, in gran parte famiglie con bambini, occupano una palazzina che un tempo
ospitava gli uffici della compagnia telefonica Telecom. Nell’ottobre dell’anno
successivo l’edificio viene sgomberato. Due anni dopo lo acquista The Student
Hotel, oggi The Social Hub, una catena olandese che combina alloggi per
studenti, soggiorni alberghieri e spazi di lavoro condivisi.
> La concentrazione del potere in organismi che non offrono agli abitanti la
> possibilità di esprimersi sulla designazione dei vertici pone un problema
> democratico, aggravato dal cumulo degli incarichi.
La “community inclusiva” del Social Hub è accessibile a chi può pagare, secondo
i canoni riportati da Papa, almeno 850 euro per una singola e 660 per una
doppia. Questi prezzi rendono concreta la distinzione fra valore d’uso e valore
di scambio, ripresa da David Harvey: per chi abita, una casa permette di
riposare, studiare, prendersi cura di qualcuno, organizzare la propria vita;
nella logica dell’investimento immobiliare, la casa viene valutata soprattutto
per la rendita che può produrre per la proprietà.
La selezione per capacità di spesa ritorna nella figura dei “nuovi abitanti”.
Papa ne parla nelle pagine dedicate alla Città della conoscenza, il piano
bolognese per attirare ricerca e imprese. Al centro c’è il Tecnopolo, il
complesso nell’ex Manifattura Tabacchi dedicato al calcolo avanzato,
all’intelligenza artificiale e alla ricerca industriale. I quartieri interessati
dal piano, Bolognina e San Donato, sono già attraversati da difficoltà
abitative. Le strategie dell’attrattività privilegiano chi ha la capacità di
spesa per sostenere nuovi alloggi, servizi e commerci. Chi non riesce a
sostenere questi costi deve cercare altrove, in aree sempre più periferiche,
comuni più lontani o sistemazioni precarie. Il quartiere perde relazioni di
vicinato e reti di cura, mentre gli alloggi si rivolgono a residenti con redditi
più alti o restano vuoti.
L’urbanista Elena Granata, intervistata da Alessandro Mantovani, parla di un
“club esclusivo” per descrivere la città che assegna priorità a chi porta
capitali. A legittimare la presenza diventa soprattutto la capacità di generare
valore economico, alla quale vengono subordinati bisogni, diritti, aspirazioni.
La rigenerazione tradisce la propria promessa quando il miglioramento degli
edifici impedisce a chi vi abita di restare. In via Michelino Papa racconta il
raddoppio degli affitti e l’allontanamento degli inquilini dopo i lavori
finanziati dal superbonus. I lavori finanziati con risorse pubbliche accrescono
il valore della proprietà, senza garantire a chi vi abita di beneficiarne.
> La rigenerazione tradisce la propria promessa quando il miglioramento degli
> edifici impedisce a chi vi abita di restare. Porre limiti alla rendita e
> garantire alloggi accessibili è una responsabilità democratica dello Stato.
A settembre 2026, a Madrid, lo sfratto di Maricarmen, un’inquilina
ottantasettenne che viveva nella stessa casa da oltre settant’anni, ha provocato
una grande mobilitazione e un accordo per il suo rientro. Il diritto all’abitare
è diventato sempre più fragile. Subordinare la possibilità di restare alla
convenienza della proprietà significa attribuire a quest’ultima un potere sulle
condizioni di vita degli abitanti. L’instabilità della casa restringe anche
l’autonomia necessaria a organizzarsi e partecipare alle decisioni collettive.
Porre limiti alla rendita e garantire alloggi accessibili è dunque una
responsabilità democratica dello Stato.
Attorno al bisogno di una casa si costruiscono anche forme di organizzazione
collettiva. In un’assemblea o in un presidio antisfratto si confrontano
esperienze che permettono di riconoscere cause e responsabilità comuni,
formulare richieste e imparare a sostenerle. L’azione collettiva produce quindi
conoscenza: nel tentativo di cambiare le condizioni dell’abitare si precisano
anche i significati di casa, cura e convivenza. Immaginare usi diversi dei
luoghi può orientare la loro riappropriazione.
Il confronto con altre città permette di verificare come i meccanismi
dell’attrattività si adattino a storie, economie e rapporti di forza differenti.
È la prospettiva aperta da “Sguardi dalle città”, la sezione che chiude il
volume con contributi dedicati ad altre città italiane. A Bari, Antonio Di
Siena, autore di Turisti a casa nostra (2025), parte da una focaccia farcita di
mortadella, un pasto popolare, legato al lavoro nei cantieri e sui pescherecci,
che mette in relazione le due città attraverso un’abitudine quotidiana.
Quell’abitudine è diventata anche un marchio territoriale. Nei panifici
migliori, anche chi vorrebbe soltanto pranzare deve fare la fila insieme ai
turisti.
Di Siena propone di leggere l’espansione dell’economia turistica come un
“welfare surrogato”. Nel quadro che ricostruisce, il ridursi del sostegno
pubblico lascia scoperti bisogni ai quali il turismo offre risposte immediate.
Le imposte di soggiorno alimentano i bilanci comunali, gli affitti brevi
generano redditi, le attività dell’ospitalità assorbono forza lavoro. Questo
aiuta a capire la presa della promessa turistica anche su chi ne subisce i
costi. La possibilità di trovare un impiego può convivere con salari bassi e il
reddito ricavato da un alloggio può sostenere il suo proprietario, mentre
quell’abitazione viene sottratta alle locazioni ordinarie. I benefici del
turismo si distribuiscono quindi in base a risorse di partenza già molto
diseguali.
> Il ridursi del sostegno pubblico lascia scoperti bisogni ai quali il turismo
> offre risposte immediate. Le imposte di soggiorno alimentano i bilanci
> comunali, gli affitti brevi generano redditi, le attività dell’ospitalità
> assorbono forza lavoro. Questo aiuta a capire la presa della promessa
> turistica anche su chi ne subisce i costi.
Nel contributo su Bari il turismo viene chiamato a compensare carenze economiche
e sociali; a Bologna si innesta anche su servizi, istituzioni e pratiche
culturali che hanno contribuito alla reputazione della città.
Una città si forma nel tempo attraverso l’incontro e la mescolanza di persone,
pratiche e immaginari. È una stratificazione di storie e significati. Prende
corpo nelle case, nei trasporti, nei servizi e negli spazi comuni accessibili,
che ne organizzano la vita, ne ampliano o restringono le possibilità. La città
partecipa così alla formazione dei soggetti che la abitano: rende possibili
incontri, stabilisce dipendenze e offre occasioni di autonomia e modi di stare
insieme.
A tenere insieme tutti questi passaggi è una scrittura capace di muoversi fra
scene vissute, ricostruzioni documentarie e affondi polemici. Papa sceglie
dettagli che restituiscono alle trasformazioni urbane il peso che hanno nelle
vite delle persone. L’ironia interviene soprattutto nel confronto fra il
linguaggio delle istituzioni e gli esiti delle loro iniziative. Alla promessa di
inclusione vengono accostati i canoni delle stanze; alla gratuità di un
comodato, i costi della gestione. Rimontate accanto agli esiti delle decisioni,
le dichiarazioni istituzionali mostrano le proprie contraddizioni.
Io a Bologna non ho mai vissuto, a differenza di Papa e di molti miei amici e
amiche, che ci hanno trascorso anni della loro vita o hanno deciso di
stabilirvisi. Ma non occorre abitarci per ricevere in eredità i racconti di una
Bologna gaudente e mondana, trasgressiva, comunitaria e radicale, che non c’è
più. A ogni generazione di studenti, ovunque si trovi, spetta sentir parlare di
quella precedente, quando la città resisteva ancora. Anche questa sembra una
tradizione per chi vive sotto le due torri: arrivare sempre un po’ tardi alla
Bologna giusta.
> Rimontate accanto agli esiti delle decisioni, le dichiarazioni istituzionali
> mostrano le proprie contraddizioni.
Nelle conclusioni di Bologna non è un’isola felice, il tono si fa più
confidenziale e Papa torna al ragazzo che, dal suo paese del Sud, aveva messo
gli occhi su Bologna. Suonava in una band, viveva di musica e amicizie, e nella
città delle controculture sperava di trovare il modo di far crescere quella
vita. Il numero chiuso all’università aveva altri piani e lo dirottò a Roma.
Quattro anni dopo, nel 2009, arrivò finalmente a Bologna e trovò casa al primo
appuntamento: una singola a trecento euro, la stessa cifra che a Roma pagava per
una doppia. Una piccola rivincita, tramandata da fuorisede in fuorisede: una
stanza tutta per sé, a un prezzo che lasciava spazio anche al resto della vita.
Il legame con la città in cui Papa ha scelto di lavorare e mettere su famiglia
resta esplicito nel bilancio dell’inchiesta: “Tuttavia non tutto è andato
perduto. Bologna resta un posto speciale in cui vivere, una città
orgogliosamente antifascista, con un welfare ancora invidiato, servizi che –
seppure in parte – continuano a funzionare e spazi che resistono alla
turistificazione e alla privatizzazione. Ma chi avrà il privilegio di goderne?”.
La sopravvivenza di servizi e spazi collettivi conta se resta possibile
accedervi, continuare a vivere abbastanza vicino da frequentarli.
Chi contribuisce a rendere una città desiderabile può perdere la possibilità di
abitarla. Il libro di Papa porta questa contraddizione sul terreno delle
decisioni: chi dispone degli spazi, chi beneficia degli investimenti, chi può
restare. Un manuale sulla contesa che può ancora permetterci di discutere sulla
riappropriazione degli spazi persi, o di salvaguardarne di nuovi. Difendere
l’abitare, i servizi, gli spazi collettivi significa mantenere aperta anche la
possibilità che nascano esperienze e modalità di convivenza ancora
imprevedibili, su di un’isola felice.
L'articolo Bologna non è un’isola felice di Salvatore Papa proviene da Il
Tascabile.
Source - Il Tascabile
O gni scrittore ha la sua scena primaria. Quella di Ingeborg Bachmann fu
l’ingresso delle truppe naziste a Klagenfurt nel marzo 1938, immortalata prima
nel racconto Giovinezza in una città austriaca, in cui lamentava un Paese che
“sta per vendersi, per vendere anche il cielo che viene tirato da tutte le parti
fino a che non si squarcia mostrando una voragine nera”, e ripercorsa poi nelle
conversazioni di In cerca di frasi vere (1989), dove in “quell’immane brutalità,
quel vociare, quel cantare e marciare” rilevò “il sorgere della [sua] prima
angoscia mortale”. Un contributo decisivo e sui generis a questa mitizzazione si
ha nella biografia atipica che lo scrittore tedesco Uwe Johnson, amico stretto
di Bachmann, tratteggia in Un viaggio a Klagenfurt (1974), resoconto
frammentario e discontinuo sulla memoria collettiva di una città ancora collusa
con i fantasmi del nazismo, un testo dove la lettura del trauma collettivo passa
per l’esperienza e la memoria private, scritto nel tentativo di elaborare il
lutto per l’amica prematuramente scomparsa. Va precisato che la presenza di
Bachmann nel capoluogo carinziano in quel giorno fatale fu successivamente
smentita dalla critica, ma la scelta di collocare l’esperienza fondativa della
paura, del tradimento e della rimozione in un’immagine mnemonica dove la memoria
privata e quella collettiva coincidono divenne centrale non solo per la
biografia, ma anche e soprattutto per l’esegesi delle Todesarten, il ciclo
incompiuto in cui la violenza storica dei totalitarismi si riflette nei traumi
invisibili e nell’annientamento psicologico delle protagoniste all’interno della
sfera privata.
Il primo testo del ciclo, il romanzo Malina (1971), rappresentò sin dalla
pubblicazione un punto di rottura e una sfida per l’interpretazione: parte delle
prime recensioni derubricarono il suo contenuto a “storia di una nevrosi” o
“autobiografia isterica”, ma con il tempo acquisì lo status di culto per la sua
capacità di farsi osservatorio letterario di una serie di dinamiche sociali
passate sotto silenzio nell’Austria degli anni Settanta, esperite nelle loro
conseguenze estreme da un io narrante contraddittorio e sfuggente, colto nella
sua frammentazione. Così, il rapporto tormentato tra la narratrice e l’amato
Ivan, che si consuma sotto lo sguardo indagatore dell’enigmatico coinquilino
ungherese Malina, scompare presto dietro l’intenzione dell’autrice di
rappresentare criticamente e in prima persona la società e le sue storture,
ricorrendo a una voce narrante sempre più ambigua e disgregata, che ricalca
contraddizioni e dilemmi della società stessa.
Il parossismo del male individuale e collettivo giunge nel nucleo perturbante
del romanzo, il capitolo Il terzo uomo, conosciuto anche come Traumkapitel,
sequenza di sogni e visioni al cui centro si staglia la figura di un padre
onnipotente e autoritario che annienta fisicamente e simbolicamente la
figlia-narratrice. Le implicazioni sociali più ampie di questa rappresentazione
sono state messe in luce da studiose come Helgard Mahrdt, che attingendo alla
Scuola di Francoforte ha esteso ai testi in prosa di Bachmann il principio che,
sulla scia di Habermas, vede la violenza e l’oppressione come momenti
strutturali della sfera pubblica e di quella privata, evidenziando similitudini
e continuità nella rappresentazione delle invisibili linee di demarcazione che
escludono le donne dalla prima. La scelta stessa dei luoghi rappresentati
ricalca i confini invisibili che scandiscono la sfera pubblica e le conseguenze
psichiche dell’esclusione: uno su tutti, l’esempio dei Männerstammtisch ritratti
nel racconto Tra pazzi e assassini, le tavolate di aggregazione maschile che
fungevano da pinnacoli dell’omosocialità viennese durante il secondo dopoguerra.
> In Malina il rapporto tormentato tra la narratrice e l’amato Ivan scompare
> dietro l’intenzione dell’autrice di rappresentare criticamente e in prima
> persona la società e le sue storture, ricorrendo a una voce narrante sempre
> più ambigua e disgregata, che ricalca contraddizioni e dilemmi della società
> stessa.
Uno dei passaggi di Malina più frequentemente citati è infatti “La società è il
più grande teatro del delitto”. L’obiettivo di Bachmann, attraverso
l’introduzione di un narratore ibrido caratterizzato da un’identificazione
parziale e a tratti sovrapposta con l’amico e coinquilino Malina, è quello di
trasmettere in tutta la sua gravità “il peso di una cultura che esige una tale
scissione interiore sia dai suoi autori che dai suoi cittadini, una cultura in
cui la riconciliazione tra emozione e intelletto non è più possibile”. In tal
modo, e in tutti i testi delle Todesarten, l’emergere nella sfera privata
dell’esperienza della guerra, del nazismo e dello sterminio di massa rimossi
dalla narrazione pubblica “mette radicalmente in discussione il postulato
centrale della sfera pubblica borghese, la capacità di organizzare la società
secondo regole e leggi razionali e vincolanti”. E benché in una cospicua fetta
di critica la causa della malattia femminile venga spesso rinvenuta nella
dominanza maschile, la letteratura secondaria su Bachmann ha il pregio di
mantenersi vigile sul potenziale patogeno che la società ha sull’individuo e
sulle conseguenze psichiche della sua esclusione dalla sfera pubblica. Manca
tuttavia di porre il rimosso al centro della discussione sociopolitica, e di
osservare come gli elementi che hanno interessato la critica possono facilmente
essere riuniti in una lettura più ampia. I testi delle Todesarten rivelano come
i disturbi delle protagoniste femminili, ascritti spesso a semplice isteria,
siano un prodotto sociale in duplice senso, poiché Bachmann non si limita a
riscontrare l’origine della patologia nelle strutture sociali e nei rapporti di
potere, ma spinge la prosa e l’introspezione fino alla riprova del carattere
sociale codificato della descrizione e della classificazione della malattia.
Analogamente al pensiero di alcuni filosofi come Lacan e Althusser, nelle
Todesarten il soggetto è il prodotto di un discorso, una struttura simbolica che
nondimeno definisce e codifica un determinato legame sociale, al punto che in
Bachmann, rileva Michèle Pommé, dietro i numerosi parallelismi con gli scritti
di Freud emerge un concetto distinto di malattia, che identifica la sofferenza
isterica come una sofferenza causata da strutture di potere predeterminate.
Bachmann attribuisce infatti la malattia non alle donne ma alle strutture
sociali, scegliendo invece di rappresentare l’intreccio di storia individuale e
umana fondato sui sintomi psicosomatici delle sue protagoniste: in tal modo, il
corpo isterico funge da simbolo collettivo del ricordo, da sintomo di una
società malata e corrotta, che quando correttamente esaminato riflette
sull’esclusione sociale guardando non alla patologia in sé, bensì a una
possibile teoria del significato e pratica di decifrazione.
L’esclusione dell’io narrante dal discorso sociale non concerne però il solo
sapere medico. La riflessione sugli effetti di corruzione del discorso interessa
anche le relazioni affettive, investite dello stesso carattere patologico della
diagnosi medica, di quella malattia, scrive Sandra Frieden, caratterizzata dalla
disponibilità della donna ad adattarsi ai desideri dell’uomo, che si aspetta un
simile accomodamento – in altre parole, dallo sforzo destinato a fallire di
adeguarsi ai codici di condotta socialmente accettati e alle prescrizioni
maschili, ma che nel tentativo stesso di restaurare la promessa di totalità
afferma un principio di verità sul reale del mondo che l’ha escluso.
> Bachmann non si limita a riscontrare l’origine della patologia nelle strutture
> sociali e nei rapporti di potere, ma spinge la prosa e l’introspezione fino
> alla riprova del carattere sociale codificato della descrizione e della
> classificazione della malattia.
L’io narrante di Bachmann, quindi, altro non è che il tentativo di istituire un
soggetto che getti le proprie fondamenta fuori dal discorso dominante, fino a
ricusare il discorso stesso: l’identificazione della narratrice senza nome di
Malina come sintomo e scarto della società riconosce nell’infimo punto di
esclusione la falsità della posizione universale (e neutrale) che la
costituisce, proprio come il sintomo, in psicoanalisi, sovverte l’Universale di
cui esso stesso è l’esempio. In Il soggetto scabroso (1999), Slavoj Žižek rileva
come ogni critica politica autentica muova da questo nucleo impossibile, dalla
rivendicazione e dall’identificazione con “il punto di eccezione intrinseco,
l’‘infimo’ dell’ordine positivo concreto”, e sovverta l’egemonia dal suo punto
di esclusione: “In una società strutturata gerarchicamente, la misura della vera
universalità va rintracciata nel modo in cui le parti entrano in rapporto con
quelle che si trovano ‘sul fondo’, escluse da tutte le altre”.
Non a caso, una cospicua parte delle Todesarten tratta la molteplicità delle
politiche di esclusione messe in atto dalla società austriaca. Se è vero che i
personaggi sono vittime di un principio di oppressione di cui il padre è il
rappresentante, bisognerebbe elaborare allo stesso modo un’interpretazione
attenta al contesto e al significato della rivendicazione della vittima in
letteratura e nell’arena politica. Fra i tentativi in tal senso spicca lo studio
Nicht Ich (1990) di Christina von Braun, che vede nel sintomo isterico
l’espressione individuale di una sofferenza collettiva e il tentativo di
combattere la causa di tale sofferenza, e che riscontra nel Traumkapitel e nelle
lamentazioni di un io narrante che non riesce a esprimersi con una logica
diversa da quella del sintomo su avvenimenti, concetti e persone per cui
nell’ordine sociale, nel registro simbolico fondato dal linguaggio, sono da
leggersi come il punto di incontro tra il destino del singolo e la “grande
Storia”, ovvero come ripercussioni degli sviluppi storici sulla psiche
individuale.
Il ciclo delle Todesarten è animato dalla consapevolezza di Bachmann che il
fascismo è, come il discorso del padrone, una forma di organizzazione e
regolazione del desiderio, del potere e delle posizioni da cui i soggetti
parlano o vengono interpellati. Bachmann rompe allora le convenzioni della
prassi autoriale, affranca l’Ich dal ruolo di vittima o complice in cui era
stata costretta dall’ordine paterno e le consente di superare quella follia
causata dalla speranza nel “buon padre” che per contrasto, nella perdita del
padre, causa la perdita della realtà per la figlia.
Se, come dichiarato dall’autrice nel 1973, il fascismo “non comincia con le
prime bombe che vengono lanciate” ma inizia nei rapporti tra le persone, al
punto di essere “l’elemento primo fra uomo e donna”, la scelta di palesare la
violenza insita nel dominio di genere è complementare alla sperimentazione
formale atta a superare questo dualismo nella voce narrante. L’identità ibrida
della voce autoriale, scissa tra l’emotività dell’io e l’identificazione
intellettuale con Malina, ricostruisce l’ordine paterno e rende visibili al
lettore le sue disfunzioni e le sue crepe. La questione dell’autorialità si
risolve con il frapporre un velo tra la donna e l’autrice, nell’anteporre la
trasparenza del meccanismo sociale alla rivendicazione soggettiva: pertanto, le
descrizioni dei turbamenti isterici della narratrice e la denuncia degli orrori
del nazismo e del discorso paterno smascherano la violenza del discorso del
padre, del padrone e della patria proprio perché rappresentati come sogno, e
diventa così possibile leggere il Traumkapitel come una presa di commiato dal
supporto ideologico che fino ad allora dava consistenza alla realtà.
La realizzazione che l’uomo del sogno non è suo padre ma il suo assassino
innesca la perdita di realtà in grado di attraversare il fantasma sociale
intessuto intorno alla nazione e alla figura paterna. Qui ci viene incontro la
psicoanalisi, secondo cui il fantasma ideologico ha la funzione di supportare il
senso di realtà del soggetto, ma se viene meno l’immagine fantasmatica, nota
Žižek, il soggetto subisce una disgregazione, una perdita di realtà, e inizia a
percepire l’esistente come un irreale universo da incubo senza alcuna stabile
fondazione ontologica. La sequenza onirica di Bachmann, che mette in scena la
storia di una distruzione soggettiva nella sua rilevanza collettiva, fa sì che
il soggetto porti a compimento il superamento del padre liberandosi dalla
dipendenza del ruolo di figlia, ma in quella rappresentazione grottesca e
orrorifica dello sterminio di massa, del cimitero delle figlie e dell’omicidio
stesso, a essere raffigurato “non è ‘puro fantasma’, ma ciò che rimane della
realtà dopo che essa è stata privata del suo supporto fantasmatico”.
> Il ciclo delle Todesarten è animato dalla consapevolezza di Bachmann che il
> fascismo è, come il discorso del padrone, una forma di organizzazione e
> regolazione del desiderio, del potere e delle posizioni da cui i soggetti
> parlano o vengono interpellati.
E giacché il fantasma, in Lacan, per essere operativo deve rimanere implicito,
il Traumkapitel rende l’invisibile continuità tra pubblico e privato, tra un
presente di sopraffazione di genere e un passato recente ancora non elaborato,
il nucleo a cui il fantasma ideologico deve sopperire. Se anche nel precursore
Tra pazzi e assassini la situazione narrativa è complicata dal fatto che
“oggigiorno, le persone non possono più essere facilmente classificate come
‘l’una’ o ‘l’altra’ come era possibile durante il regime nazista”, il problema
centrale della dialettica tra carnefici e vittime di Bachmann non diventa più il
tratto unario che demarca la differenza tra le categorie.
La lettura della scena primaria delle truppe a Klagenfurt suggerita dallo
storico austriaco Gerhard Botz propone un’interpretazione dell’avvenimento su
due piani, che ricalcano i livelli testuali della narrazione in Malina e il
processo di interpellanza e riconoscimento che cattura un soggetto in
un’ideologia, ovvero “la rivolta pseudorivoluzionaria dei nazionalsocialisti
austriaci (dall’interno) e l’invasione militare delle truppe tedesche
(dall’esterno)”. E sebbene sia Johnson che una frangia della critica abbiano
attirato delle obiezioni per una versione dei fatti viziata da uno “sguardo
tedesco”, per definizione estraneo e deviante dalla realtà dei fatti austriaca,
ad animare l’interesse di Botz è non soltanto l’irruzione dello straniero
“dall’esterno”, ma anche il suo rispecchiamento “dall’interno”, dall’irruzione
dell’“altra parte” nella loro stessa Carinzia, in Austria, a fornire un esempio
di quella duplicità e di quel misconoscimento feticistico che hanno
caratterizzato la disposizione d’animo austriaca nei confronti della propria
narrazione nazionale nel secondo dopoguerra.
Teorizzato per la prima volta da Octave Mannoni nella distinzione tra foi (fede)
e croyance (credenza), il concetto di misconoscimento feticistico traccia un
discrimine nella compartecipazione o nel distacco rispetto alla sostanza di
quanto creduto, oltre che all’investimento libidico risultante dalla propria
scelta. È un godimento scaturito dall’interazione tra conoscenza e fissazione su
un’illusione alimentata dal desiderio, di chi dispone di una maggiore conoscenza
grazie a cui è possibile prendere le distanze dall’illusione in questione, pur
manifestando nei suoi confronti una certa devozione. Ebbene, Botz rileva la
medesima duplicità nell’Austria del secondo dopoguerra: traslando il punto
d’impossibilità nella scissione tra le tesi ugualmente autoassolutorie
dell’Opfernation (nazione-vittima), che vedeva l’Austria dell’Anschluss come
prima vittima del nazismo, e l’enfasi sulla resistenza al regime totalitario,
egli nota come la nazione avesse “iniziato a risolvere uno dei suoi due problemi
fondamentali alla base della sua fondazione – la ricostruzione dell’identità
statale-nazionale e la democratizzazione sociale – a costo di non affrontare
realmente l’altro”.
La principale differenza con la letteratura del primo dopoguerra, con i campioni
dell’Austria felix del Mito asburgico (1963) di Magris, è l’accettazione della
mancanza strutturale dell’Altro (sul concetto di “Altro barrato” si veda M.
Recalcati, Jacques Lacan La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto, 2016,
pp. 372-74), che gli scrittori e i cittadini dell’Impero assumevano nondimeno
con la giusta leggerezza, consapevoli che non esisteva alcuna narrazione con cui
identificarsi, mentre i contemporanei di Bachmann credono nella nazione
attraverso l’Altro, per procura, e delegando l’impegno che l’elaborazione del
proprio portato collettivo comporta, in un perfetto esempio di interpassività.
Il concetto, teorizzato inizialmente dal filosofo austriaco Robert Pfaller per
spiegare l’inversione di tendenza dall’interattività alla delega nelle arti
performative e multimediali, fu ripreso in accezione politica da Žižek per
definire “il paradosso di chi crede o gode attraverso l’altro”, un atteggiamento
che divide il soggetto tra una falsa pretesa di attività e la verità della
posizione passiva incarnata nell’oggetto del disconoscimento.
> Il concetto di interpassività, teorizzato inizialmente dal filosofo austriaco
> Robert Pfaller per spiegare l’inversione di tendenza dall’interattività alla
> delega nelle arti performative e multimediali, fu ripreso in accezione
> politica da Žižek per definire “il paradosso di chi crede o gode attraverso
> l’altro”.
Anche il mito può prendere la forma dell’illusione dell’altro, poiché grazie al
mito i membri di una cultura possono prendere le distanze dal contenuto
culturale della loro credenza. Esisterebbe, teorizza Pfaller, anche una sorta di
“interpassività” del mito, di un’illusione collettiva che serve da collante
sociale in un’ideologia condivisa come quella fascista. Seguendo questo
ragionamento, si può affermare che la tesi dell’Opfernation facilitò un agile
ripristino delle precedenti strutture di potere sotto il segno dell’assoluzione
collettiva, distogliendo tuttavia la nazione “dal venire a patti con il passato,
includendo autori e vittime in una comunità di vittime austriaca ingannevole”.
Se allora, come afferma la psicoanalisi (S. Žižek, “Lacan’s Four Discourses: A
Political Reading”, in Desire of the Analysts, 2008) quando un gruppo genera un
pazzo trasferisce su di lui – o, nel caso di Bachmann, su di lei – l’obbligo di
sopportare passivamente la sofferenza che spetta a tutti loro, i turbamenti
dell’io narrante di Malina appaiono non più soltanto come prodotto esplicito del
potere impersonale e crudele di un individuo (o due, se al padre si accosta la
figura di Ivan), come sembrerebbe a una prima lettura, ma come la conseguenza
implicita di un disconoscimento sociale di cui lei sola deve portare i segni.
Le strategie adottate da Bachmann nelle Todesarten e, in misura minore ma più
diretta, in Tra pazzi e assassini, servono ad aprire gli occhi sulla coscienza
“scissa” di molti austriaci: nelle parole di Botz
> il rapporto degli austriaci nel loro complesso con il proprio passato nazista
> è ancora frammentato in un duplice senso. Da un lato, la denazificazione
> giudiziaria e amministrativa, almeno per alcuni anni, aveva determinato una
> netta rottura di continuità; per questo motivo, a partire dagli anni ’70 non
> si registravano praticamente più dichiarazioni aperte a favore del
> nazionalsocialismo né fenomeni neonazisti degni di nota. Allo stesso tempo,
> però, nella grande massa della popolazione continuavano a persistere, con
> poche modifiche o del tutto intatti, elementi della visione del mondo nazista
> e di quella mentalità «paranazista», senza la quale il nazionalsocialismo non
> avrebbe avuto un impatto così ampio ed efficiente in tempi di crisi,
> soprattutto nella tradizione popolare dei tavoli da birreria e delle
> associazioni di reduci.
Così, l’elemento fantasmatico culturalmente specifico in Malina, la compresenza
onirica di nazismo, violenza familiare e memoria traumatica, inscena questo
fantasma sociale in un incubo le cui alternative sono morire per mano del padre,
credendo al mito nazionale e riconoscendosi nel ruolo di figlia-vittima, o
riscuotersi da esso, ma privi delle coordinate di realtà, in balia della più
totale incertezza ontologica. Riconoscersi, in quanto soggetto, come il
destinatario della chiamata ideologica permette all’individuo, uomo o donna che
sia (un esempio su tutti è Antoinette Altenwyl, citata di frequente come esempio
del “buon ordine austriaco”) di strutturarsi all’interno di un fantasma
condiviso, sia esso quello della nazione o quello, ben più insidioso, della
solidarietà nella colpa.
Dai Männerstammtisch di Tra pazzi e assassini alla cristallizzazione
dell’autorità nella figura impersonale del Padre-Assassino in Malina, la
ripartizione di Bachmann tra la facciata rispettabile della società e il suo
rovescio osceno dimostra che, come avrebbe spiegato Žižek qualche anno più
tardi, a tenere insieme una comunità non è tanto “l’identificazione con la Legge
che regola i ritmi quotidiani ‘normali’ della comunità, quanto piuttosto
l’identificazione con una forma specifica di trasgressione della Legge. La
comunità nazista si basava sulla stessa solidarietà nel senso di colpa derivante
dalla partecipazione a una trasgressione comune: essa emarginava coloro che non
erano pronti ad assumersi il lato oscuro dell’idilliaca Volksgemeinschaft, i
pogrom notturni, le percosse agli oppositori politici – in breve, tutto ciò che
‘tutti sapevano, ma di cui non volevano parlare ad alta voce’”.
> La figura del padre-prevaricatore in Malina può leggersi come una
> riproposizione delle proiezioni paterne che dopo il 1945 si sostituirono a
> Hitler nella psiche collettiva, rendendo la seconda parte del romanzo un
> allucinatorio “tentativo collettivo di rimozione dei tedeschi e degli
> austriaci nel dopoguerra”.
La solidarietà del gruppo dominante, della nazione, è rafforzata dal
misconoscimento comune dei soggetti, dal momento che le regole non scritte che
fanno da supporto al potere lo sostengono soltanto finché restano nell’ombra,
finché mantengono una distanza rispetto alla trama simbolica visibile che ne
costituisce il fondamento. Se l’esperienza del nazismo e dell’Olocausto è resa
esplicita, come accade nella rappresentazione di Bachmann e, in seconda battuta,
nella ricostruzione di Johnson, nella sua mappa della rimozione nella
toponomastica e nella memoria collettiva di Klagenfurt, viene messa a nudo la
Unfähigkeit zu trauern, l’incapacità di elaborare un lavoro del lutto e, per
estensione, scrive Luigi Reitani nella sua postfazione a Un viaggio a
Klagenfurt, “di investire energie nella politica dopo il tramonto del sogno
criminale nel terzo Reich”.
La figura del padre-prevaricatore in Malina, allora, può leggersi come una
riproposizione delle proiezioni paterne che dopo il 1945 si sostituirono a
Hitler nella psiche collettiva, rendendo la seconda parte del romanzo un
allucinatorio “tentativo collettivo di rimozione dei tedeschi e degli austriaci
nel dopoguerra”, osserva la germanista Monika Albrecht. Il bisogno di
assoggettarsi al padre e il tentativo (fallito) di conformarsi, sono gli impulsi
opposti che attraversano l’io narrante nell’istante esatto dell’interpellanza:
riconoscersi o meno come destinatario della chiamata ideologica permette al
soggetto di strutturarsi all’interno di un sistema ideologico condiviso, sia
esso quello della nazione o quello, ben più insidioso, della solidarietà nella
colpa. La messa in scena del Traumkapitel non segna soltanto la rottura con la
legge paterna; costituisce in primo luogo una cesura con l’organizzazione della
realtà che permette alla legge e al suo supplemento osceno di prosperare.
Bachmann, però, si è spinta oltre l’accusa all’ideologia dominante e alle sue
falle. Se di Malina si interpretano infatti la connivenza e l’accettazione della
violenza patriarcale o delle autorità, di cui è complice anche l’amante Ivan,
come un riconoscersi nel già citato buon ordine austriaco, è necessario
chiedersi quale sia il significato della posizione dell’io narrante, su cui
ricade la violenza dell’istituzione. La chiave è nel fallimento,
nell’impossibilità di conformarsi a quanto richiesto dal fantasma ideologico,
poiché esiste sempre un’esorbitanza, un eccesso del singolo rispetto alla
costituzione, un eccesso che incarna la “discontinuità nel reale”. Il soggetto
di Bachmann, e in un senso più ampio Bachmann stessa, incarna nella poetica ciò
che sfugge all’inclusione nel sistema simbolico, sia esso quello della nazione o
del linguaggio comune.
La sua produzione letteraria resiste all’interpellanza, aspira a “trovare frasi
vere”, aggira la scelta forzata tra l’alienazione fondamentale, la definizione
della propria esistenza attraverso i termini dell’Altro, e con la messa in scena
del Traumkapitel squarcia le condizioni di realtà e separa il soggetto dal suo
fantasma, scuote le fondamenta per consentire una ristrutturazione a monte del
nostro universo simbolico in cui inscrivere un nuovo agire. Al di là
dell’indiscusso merito poetico, nelle Todesarten Bachmann dimostra la propria
lungimiranza nell’avventarsi contro la costituzione discorsiva del mito, di
illustrare il coinvolgimento (inter)passivo degli individui del dopoguerra,
privati della propria identità dalla narrazione collettiva, e presenta
l’urgenza, nella morte simbolica dell’io, scomparso in una crepa nel muro e
nella realtà, di passare per una destituzione soggettiva, l’esperienza radicale
di chi si assume la responsabilità del proprio fantasma fondamentale, in un
inesausto lavorio di cesellatura su quella scena primaria che dà forma al sogno,
o meglio, alla possibilità di sottrarsi all’incubo.
L'articolo Oltre la legge del padre proviene da Il Tascabile.
Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia
cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi
anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le
trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato.
Speciale a cura di Giulia Moriconi
“P rima andavamo su Internet per fuggire dalla realtà, ora andiamo nella realtà
per fuggire da Internet” recita un proverbio contemporaneo, e per proverbio
contemporaneo intendo ovviamente un meme. Di meme mi sono occupato in un libro
che ha ormai quasi dieci anni, ma non è di questo che voglio parlare oggi. Pur
rimanendo in ambito Internet, nel corso del tempo il mio interesse si è
progressivamente spostato dalle cose, come i manufatti digitali, alle persone, o
a ciò che rimane delle persone quando abitano ambienti virtuali. Di questo
passaggio ritrovo l’abbrivio nel primo articolo che scrissi per questa rivista,
anch’essa giunta a spegnere dieci candeline, un’indagine controcorrente sul
fenomeno del ghosting. All’epoca, nel 2019, di ghosting si parlava già da
qualche anno e in modo a mio avviso superficiale. Talmente superficiale che
alcuni discorsi sbrigativi in merito riuscivano a rivelarne la verità per
contrasto.
Tutti associavano correttamente il ghosting al tipo di socialità che passava per
le nuove tecnologie – social media, messaggistica istantanea, dating app e
Internet nel suo insieme – ma poi traevano conclusioni senza senso. Si diceva
che queste tecnologie avessero reso “più facile sparire” e da qui la diffusione
del neologismo. Appare invece evidente il contrario: sparire era facilissimo
quando al massimo ti si poteva raggiungere con una telefonata, magari su fisso.
Ben più difficile quando ogni relazione si estende su una pletora di social
media e applicazioni di messaggistica. Allora il paradosso del ghosting va
inteso in un altro senso, più vicino alla figura del fantasma da cui prende il
nome: chi “ghosta” non scompare davvero, anzi. Insiste ad apparire in tutti gli
ambienti virtuali che continuiamo a condividere con foto, stories, status e
altre manifestazioni di vita. Mi sento “ghostato” solo quando osservo una chat
in cui l’ultimo messaggio è il mio. Per questo il neologismo si è diffuso solo
in questo ecosistema tecnologico, perché è l’unico che consente di sparire
continuando ad apparire. Oggi considero il ghosting come un caso particolare e
acuto di parasocialità, ovverosia il regime di socialità cui siamo costantemente
immersi per via delle nuove tecnologie e il tema di questo articolo.
> L’accelerazione tecnologica è stata tale che epoche da noi vissute sono tanto
> incongruenti con il presente da scolorire nel fiabesco. Non solo il mondo
> pre-Internet, ma anche quella fase intermedia, tra l’imporsi dell’Internet di
> massa e l’alba del moderno social network.
Ad alcuni non sarà sfuggito il riferimento gucciniano del titolo, a Il sociale e
l’antisociale, una delle canzoni meno note del cantautore recentemente
scomparso. Ma a ispirare la stesura di quest’articolo è stata in realtà una
delle sue canzoni più famose, che ho sempre trovato un po’ retorica: Il vecchio
e il bambino. Riascoltandola nella strada verso il mare, a poche ore dalla sua
morte, ho pensato che lo struggente verso finale descrive bene chi si occupa di
new media al giorno d’oggi: “Mi piacciono le fiabe, raccontane altre”. Così ci
sentiamo a fare archeologia del recente, recentissimo, passato del web, ma non
verso un ipotetico vecchio: verso noi stessi. L’accelerazione tecnologica è
stata tale che epoche da noi vissute sono tanto incongruenti con il presente da
scolorire nel fiabesco. Non solo il mondo pre-Internet, ma anche quella fase
intermedia, tra l’imporsi dell’Internet di massa e l’alba del moderno social
network. Ed è lì che ora dobbiamo tornare per capire la situazione in cui ci
troviamo.
Le tre gomitate di Goku
Durante il 22° Torneo Tenkaichi, Goku, il protagonista di Dragon Ball, stende il
suo avversario con una fulminea gomitata alla bocca dello stomaco. O almeno così
sembra. Così sembra ai lettori e agli spettatori meno esperti all’interno della
storia; ma non al suo rivale Tien Shinhan che spiega: le gomitate sono state
tre, ma talmente veloci e fluide da sembrare una sola. Oltre a fondare un topos
immortale del genere, questa scena di Dragon Ball è una splendida metafora
dell’atto creativo, artistico e non; Star Wars non è semplicemente un
blockbuster con effetti speciali inediti per l’epoca, non è semplicemente una
riproposizione del “viaggio dell’Eroe” alla base del folklore occidentale, non è
semplicemente uno sguardo in un mondo che preesiste la storia che racconta e si
estende nello spazio e nel tempo nella mente dello spettatore: è tutte queste
cose insieme, eseguite contemporaneamente. E lo stesso vale per Facebook.
Ho parlato delle sue tre gomitate istantanee in questo articolo (che si è poi
sviluppato in un libro, ci arriviamo), un solo gesto articolato in tre punti che
hanno fondato il social network moderno e, per metonimia, l’Internet
contemporaneo: rete, identità e profilo. L’Internet primordiale cui assesta
questa triplice gomitata era un posto ben strano visto con gli occhi odierni,
simile a una fiaba che non ricordiamo di aver vissuto. Ci aggiravamo per posti
chiamati “forum” e “chat room” e lo facevamo nel più completo anonimato,
mascherati dietro avatar e nomi fittizi. Avevamo paura che a fare altrimenti
saremmo caduti vittime di predatori sessuali e ladri di bancomat. Questi luoghi
di aggregazione erano poi tantissimi e della “rete” promessa dal web che tutto
doveva collegare non vi era traccia.
> Zuckerberg con Facebook in un solo gesto articolato in tre punti fonda il
> social network moderno e, per metonimia, l’Internet contemporaneo: rete,
> identità e profilo.
Arriva la gomitata di Zuckerberg e tutto si riassembla: appare la rete,
ovverosia un solo sito che copre tutta la socialità del web e si struttura non a
partire da spazi comuni ma da profili interconnessi, ognuno con l’identità
anagrafica dell’utente. Nell’articolo di cui sopra, ho analizzato in lungo e in
largo la genialità di questa rivoluzione e cercherò di non ripetermi oltre.
Voglio infatti parlare di quello che gli è mancato, la gomitata che non ha
assestato e che hanno poi inferto i suoi competitor, completando il quadro
parasociale dei social media contemporanei e costringendo il pioniere a
inseguirli sul loro campo.
Parlarne tra amici
Mentre parlavamo della faccenda, della suddetta gomitata mancata di Facebook,
un’amica, una sincera spin doctor di area dem che ha uscite tanto politicamente
scorrette quanto pregnanti, la sintetizzò così: “La home di Facebook è
l’immagine mentale di un ebreo”. Si riferiva alla grafica che compariva
all’utente non ancora iscritto al social: una dozzina di omini disposti ai
quattro angoli del globo su una cartina geografica stilizzata, uniti da linee
tratteggiate. Sopra campeggiava la scritta “Connettiti con i tuoi amici”. Solo
il popolo diasporico per antonomasia, suggeriva la spin doctor, ha amici
letteralmente in tutto il mondo.
Sebbene molto probabilmente la sua origine non sia questa, l’amicocentrismo del
padre fondatore dei social network è un aspetto singolare e a tratti
incomprensibile. È come se Zuckerberg si fosse ritrovato per le mani la chiave
per unire finalmente tutto il mondo sotto un unico sito e avesse deciso di
limitarne la portata alle rispettive cerchie sociali di ciascuno. A ben
guardare, fu un passaggio dialettico necessario. Consapevole o meno non importa.
Ricordate l’Internet pieno di sconosciuti pronti a rubarvi i dati personali nel
quale ci aggiravamo nascosti dietro nickname? Per farci andare in mare aperto
senza protezioni occorreva che questo oceano spaventoso venisse ridotto: su
questo sito ci sono solo i tuoi amici, aggiungi solo chi conosci. Il virtuale
come doppio del reale. Ma appunto fu solo un passaggio dialettico, un gradino
per salire al successivo.
Dapprima furono gli utenti stessi a compiere questo salto, attraverso l’uso
pragmatico che fecero del mezzo. Sin dall’inizio, specialmente i più giovani,
iniziarono ad “aggiungere” anche gli sconosciuti, da quel menù che è tutt’ora
ipocritamente intitolato “Persone che potresti conoscere”. Ma quella di Facebook
non era una mera scelta semantica, quanto un vero e proprio meccanismo:
l’amicizia è reciproca, va “accettata” da entrambi gli utenti. Su questo campo,
tutti e dico tutti i suoi competitor hanno ignorato le direttive del padre
fondatore senza pensarci due volte. Agli amici hanno sostituito i “follower”, i
seguaci. Anche qui non è semantica, giacché non viene richiesta reciprocità e
puoi seguire chi ti pare, che lui lo voglia o meno (sì, lui può bloccarti ma ci
siamo capiti).
> Su Facebook l’amicizia è reciproca, va “accettata” da entrambi gli utenti. Su
> questo campo, tutti e dico tutti i suoi competitor hanno ignorato le direttive
> del padre fondatore senza pensarci due volte. Agli amici hanno sostituito i
> “follower”, i seguaci.
Lo squadernamento completo del mondo, che Facebook aveva aperto per poi
richiudere subito, ha avuto bisogno di un altro passaggio, ovverosia la
distribuzione algoritmica dei contenuti. Nei manuali di storia dei social media
si legge ancora che “l’algoritmo” lo ha implementato Facebook a inizio anni
Dieci, scegliendo di mostrare agli utenti i contenuti non in ordine cronologico
ma secondo altri criteri di preferibilità, tarati sulle loro azioni precedenti,
determinati appunto da un algoritmo. Si tratta però di una verità fuorviante,
visto che l’algoritmo di quei tempi si ostinava comunque a mostrare solo i
contenuti condivisi da questi appiccicosi amici.
La vera distribuzione algoritmica dei contenuti, implementata via via da tutti
gli altri social media, prescinde dal network dell’utente – che sia di amici o
di follower – e gli fa arrivare un certo numero di contenuti “da fuori”, i
cosiddetti “suggeriti”, che sono poi stati la base del social media marketing.
Al punto che il wunder kid dei social media, l’ultimo arrivato, l’infante
prodigio chiamato TikTok, ha proposto come punto forte un algoritmo
programmaticamente fondato sui contenuti esterni, i “PerTe”, con la rete sociale
preesistente trattata alla stregua delle vestigia di un organo inutilizzato, il
coccige di nonno Facebook. Pensate che nonno ha raggiunto figli e nipoti solo
negli ultimi due anni, quando ha finalmente aperto del tutto i rubinetti dei
contenuti esterni, con risultati altalenanti che gli hanno cagionato una sorta
di bizzarra seconda giovinezza. Ma di questo parleremo un’altra volta.
> La vera distribuzione algoritmica dei contenuti, implementata via via da tutti
> gli altri social media, prescinde dal network dell’utente e gli fa arrivare un
> certo numero di contenuti “da fuori”, i cosiddetti “suggeriti”, che sono poi
> stati la base del social media marketing.
Il punto è che con le frontiere aperte ai contenuti alieni si delinea compiuto
il panorama attuale dei social media in cui amici, conoscenti, influencer,
celebrità e sconosciuti sono tutti sullo stesso piano. Un piano particolare
però, un piano parasociale, e ora finalmente spiegherò cosa significa.
Il parasociale
Nel 2025 il Cambridge Dictionary ha eletto “parasociale” parola dell’anno. Lo
stesso dizionario la definisce così:
> involving or relating to a connection that someone feels between themselves
> and a famous person they do not know, a character in a book, film, TV series,
> etc., or an artificial intelligence.
Wow, quanta roba. Celebrità, romanzi, film e addirittura intelligenze
artificiali… davvero un solo tipo di relazione ci lega a tutte queste cose?
Curiosamente, tra tutte queste ne manca una che è invece centrale nell’articolo
scritto per spiegare il premio del 2025:
> Interest in one-sided parasocial relationships that people form with
> celebrities, influencers and AI chatbots has driven Cambridge Dictionary’s
> Word of the Year for 2025.
Eccoli qui, gli influencer, e per estensione i social media. Parasociale vince
nel 2025 e non nel 1774, anno di pubblicazione dei I dolori del giovane Werther
o nel 1963 della Beatlemania, perché i social media hanno centralizzato tutta
una serie di fenomeni, rendendoli visibili. A unire tutte queste esperienze è
l’unilateralità della relazione, vuoi perché l’altro non esiste (romanzi e
film), perché non lo conosciamo e probabilmente non lo conosceremo mai
(celebrità e influencer) o perché il suo statuto di esistenza è ambiguo e
dibattuto (intelligenze artificiali). È l’unilateralità il discrimine, ciò che
aggiunge il prefisso para- a questa inquietante forma di socialità.
La celebrità, o per meglio dire la relazione che instauriamo con questa, il
rapporto di fama, è stato il fondamento storico del concetto di parasocialità,
la prima relazione unilaterale che ha attirato l’attenzione degli studiosi.
Questi studiosi si chiamavano Donald Horton e Richard Wohl e nel 1956 usarono
per la prima volta la locuzione “interazione parasociale” in un paper che ha
avuto un’enorme influenza sulla psicologia e la sociologia degli anni seguenti.
Descrivevano così le reazioni dei primi telespettatori ai convenevoli dei
personaggi televisivi: “Signore e signori, buonasera!” e dal divano si sentivano
salutati per davvero, dimenticando di star osservando un elettrodomestico
luminoso. La relazione parasociale è l’evoluzione di queste prime interazioni,
un attaccamento stabile verso figure che non hanno idea della tua esistenza ma
ti sembra di conoscere per davvero. Quindi, la relazione parasociale nasce per
descrivere il rapporto che ci lega alle celebrità “classiche”, quelle
novecentesche, si estende alle nuove microcelebrità come gli influencer e poi
ingloba personaggi di finzione e i chatbot. Tutto qui? Non proprio.
> Fama e parasociale sono praticamente sinonimi, il primo termine indica un
> fenomeno sociologico e il secondo descrive la natura di questa relazione,
> caratterizzata sostanzialmente da un’asimmetria conoscitiva che produce una
> serie di conseguenze psicologiche e sociali da entrambi i lati della
> barricata.
Ho unito tutti questi puntini dapprima in quell’articolo del 2024 e poi in un
libro uscito a inizio 2025, Storia della fama, Genesi di otto miliardi di
celebrità, portando il ragionamento alle sue estreme conseguenze. La mia tesi
parte dal presupposto che non possiamo legare la definizione di fama – e quindi
la relazione parasociale – ad un criterio quantitativo, perché implica il
paradosso del Sorite (sopra quale soglia uno può considerarsi “davvero” famoso?
Da quante persone deve essere conosciuto? E se fosse una in meno o una in più?
ecc.). Pertanto, la definizione deve essere minimale: essere famoso vuol dire
essere conosciuto da almeno una persona che tu non conosci. La relazione di fama
è quindi definita da tale asimmetria conoscitiva che però si ritrova anche al di
fuori delle relazioni con famosi propriamente detti, le celebrità classiche
novecentesche. In virtù di quanto detto prima sull’architettura dei social
media, questo tipo di relazione è cresciuta a dismisura negli ultimi quindici
anni, al punto che ciascuno di noi è conosciuto da almeno una persona che non
conosce, anche solo come utente e foto profilo. Da qui traevo le mie estreme
conseguenze: siamo diventati otto miliardi di celebrità, ognuno è famoso per
tutta la vita per almeno quindici persone.
Riassumendo, fama e parasociale sono praticamente sinonimi, il primo termine
indica un fenomeno sociologico e il secondo descrive la natura di questa
relazione, caratterizzata sostanzialmente da un’asimmetria conoscitiva che
produce tutta una serie di conseguenze psicologiche e sociali da entrambi i lati
della barricata. E nel mondo dei social media viviamo continuamente su tutti e
due i lati perché la struttura profilistica delle piattaforme ha fornito a
ciascuno un palcoscenico su cui performare e infiniti palchi da ammirare. Se mi
fermassi qui, avrei sostanzialmente rielaborato riflessioni già esposte altrove,
come un dottorato che ricompone la sua tesi per un progetto di ricerca
leggermente diverso. E invece sento che manca qualcosa. Sento che se parasociale
vuole arrivare a descrivere davvero lo straniante tipo di socialità in cui siamo
immersi dopo l’avvento dell’Internet contemporaneo, il concetto va ripensato
completamente.
Onlife e parasocialità totale
Onlife è il fortunato neologismo coniato oltre dieci anni fa dall’italiano
Luciano Floridi per rendere conto della continuità tra online e offline. Se
suona un po’ retorico e vago, torniamo ancora una volta al fiabesco mondo
dell’Internet primordiale. In quel contesto esisteva una classe di individui
chiamata “gli amici di Internet”. Costoro erano quei soggetti – che conoscevamo
primariamente attraverso il loro buffi nickname – che avevamo raccattato in giro
per forum e chat e che di tanto in tanto beccavamo di persona nei cosiddetti
“raduni”, solitamente convocati in una città del centro Italia per dare modo a
tutti di raggiungerla. Il salto tra l’online e il reale era un vero e proprio
evento che riguardava solamente questa eterogenea ciurma di persone che si erano
conosciute sul web e che avevano poi una vita “vera”, con amici “veri”,
completamente separata dal side-project forumistico.
> È parasociale ogni comunicazione che assume l’asincronia come premessa
> dell’interazione. Di converso, la relazione sociale propriamente detta è
> quella che assume la sincronia della comunicazione.
Oggi non solo sarebbe bizzarro chiamare un contatto Instagram o Facebook un
“amico di Internet”, visto che nella maggior parte dei casi è collegato a voi
attraverso uno stuolo di persone “reali” che avete in comune, ben visibile
nell’apposita sezione della piattaforma, ma è vero anche il contrario: chi sono
gli amici “reali”? Tutti i nostri rapporti, compresi quelli con persone che
conosciamo da una vita intera, vivono online tanto quanto offline. Li abbiamo su
tutti i social media che condividiamo – che spesso ci aggiornano sulla loro vita
prima di qualsiasi chiacchierata individuale – e li sentiamo più volte al giorno
sulle app di messaggistica. Certo, con i più vicini ci incontriamo di frequente,
ma pensateci un attimo: se potessimo quantificare le interazioni virtuali e
quelle reali, in quante di queste relazioni vincerebbe il reale? A meno che non
conviviate direi: nessuna, esclusi i colleghi di lavoro (sempre che non siate
“in smart”).
Il grosso della nostra socialità avviene online e segue le modalità comunicative
delle sue infrastrutture. Voglio espandere il senso di parasociale affinché
possa descrivere il quid di tutte queste relazioni, ciò che di straniante hanno
rispetto alla socialità precedentemente conosciuta. In Storia della fama facevo
un passo in questa direzione quando parlavo di “stilizzazione famogena” delle
interazioni con persone che conoscevamo davvero. Portavo l’esempio di una
discussione virtuale che avviene in pubblico, sotto il profilo di qualcuno.
Osservavo come la presenza di spettatori – e dei loro like, dei loro commenti,
delle loro reazioni – trasformasse una conversazione tra amici che si conoscono
da una vita in un dibattito tra un famoso che difende il suo “content” e un
fan/hater che lo contesta. Questo però riguardava appunto solo le interazioni
pubbliche. Cosa ne è di quelle individuali?
Perché avvertiamo qualcosa di parasociale anche nello scambiarci continuamente
reel con amici che conosciamo benissimo, nei lunghi vocali da ascoltare che
diventano impegni di lavoro, nel fidanzato che ti dà la buonanotte e risulta
online due ore dopo? Per rendere conto anche di questo straniante dobbiamo
slegare il parasociale dalla fama e quindi dal criterio che lo fondava:
l’asimmetria/unilateralità della relazione. Fonderemo il più ampio concetto di
parasociale su un altro criterio: l’asincronia.
È parasociale ogni comunicazione che assume l’asincronia come premessa
dell’interazione. Di converso, la relazione sociale propriamente detta è quella
che assume la sincronia della comunicazione. Se vi sembra un criterio arbitrario
e riduttivo, vi faccio notare che per decine di migliaia di anni la socialità
umana non è stata altro che questa. La scrittura inaugura la possibilità
parasociale che rimane per altre svariate migliaia di anni circoscritta alla
comunicazione pubblica (libri, leggi, documenti ecc.) e all’episodico della
comunicazione epistolare.
> Il parasociale prevede l’interazione continua con documenti, documenti magari
> molto recenti, documenti che possono animarsi da un momento all’altro, ma
> comunque documenti. Documenti, scritture, tracce, come le chiamava Derrida.
In questo senso, il parasociale prevede l’interazione continua con documenti,
documenti magari molto recenti, documenti che possono animarsi da un momento
all’altro, ma comunque documenti. Documenti, scritture, tracce, come le chiamava
Derrida. La disseminazione continua di documenti da parte di persone comuni è
una cosa recentissima che merita di essere inquadrata come una nuova forma di
socialità. Quelli del passato erano artefatti culturali prodotti e diffusi dalle
élite – politiche e culturali – e solo in senso molto lato si poteva parlare di
relazione sociale mediata da questi, come il lettore che scorge l’animo
dell’autore e si affina elettivamente a Goethe attraverso Werther. Non a caso,
quando questi documenti si fanno più vivi per mezzo della tecnologia video, ecco
che si attivano i recettori della socialità, rispondiamo al “buongiorno” del
presentatore e gli studiosi individuano quella prima forma di parasocialità.
Faccio notare di passaggio che l’asincronia include anche tutte le relazioni di
fama che abbiamo discusso in precedenza; non le caratterizza profondamente come
l’asimmetria/unilateralità, che è un criterio aggiuntivo e discriminante, ma
nondimeno la comprende.
Il parossismo di questa comunicazione documentale, il luogo paradigmatico che
sembra negarla ma in realtà svela la sua vera natura, è chiaramente la chat.
Wikipedia alza un bel dito medio alla mia teoria e dice che la chat è
formalmente nota come synchronous computer-mediated communication, SCMC. E dice
una cazzata. La chat è sincronica nelle sue intenzioni ma non nella sua
sostanza, non nelle implicazioni delle sue premesse materiali. È sincronica solo
relativamente, solo paragonata ad altre forme di comunicazione telematica che
incorporano una diversa intenzionalità come le e-mail. Di fatto, sono scrittura
sia l’una sia l’altra e pertanto possono essere lette in qualsiasi momento. Come
dicevano gli antichi, solo la voce vola, la scrittura è ciò che rimane. L’unica
vera comunicazione sincronica passa per la voce (sempre che questa non sia
registrata, come i lunghissimi vocali di cui sopra). Dal momento che la
scrittura entra in gioco, siamo nel documentale almeno in potenza. Ed è una
potenza che si fa atto più spesso di quanto vorremmo.
> L’introduzione delle cosiddette spunte blu, ossia dei marcatori dell’avvenuta
> visualizzazione del messaggio in una chat, all’inizio degli anni Dieci è stato
> un atto di terrorismo sociale senza precedenti, una sadica aggressione
> psichica alla popolazione mondiale da parte di Big Tech.
Lo sgarbo più grave e insieme ridicolo che l’uomo moderno può fare al suo
prossimo è “visualizzarlo in faccia”. L’introduzione delle cosiddette spunte
blu, ossia dei marcatori dell’avvenuta visualizzazione del messaggio in una
chat, implementata all’inizio degli anni Dieci è stato un atto di terrorismo
sociale senza precedenti, una sadica aggressione psichica alla popolazione
mondiale da parte di Big Tech. Ancora una volta in contrasto col fiabesco mondo
dell’altro ieri in cui il pioniere di tutte queste applicazioni, MSN Messenger,
aveva messo a disposizione tutta una serie di etichette come “Occupato” o “Non
al computer” per depotenziare l’ambigua presenza online di un contatto. Il
cambio di marcia verso l’iperconnessione permanente, la reperibilità
verificabile, è stato repentino e sconvolgente. Bontà loro, hanno poi consentito
a ciascuno di rimuovere la feature e addirittura gli ultimi accessi online, ma
parallelamente si è diffusa la sensibilità per cui, come chi non beve vino, un
uomo senza spunte blu ha qualcosa da nascondere. Nessuno dal vivo, ma neanche al
telefono, può ascoltarti e non risponderti. La possibilità di questa offesa si
apre solo a partire dell’indecidibilità della tua presenza perché, i tuoi
messaggi come i suoi, altro non sono che documenti, lettera morta, delle
semplici cose.
L’Internet delle cose che noi siamo (la vera Dead Internet Theory)
Ma torniamo da dove siamo partiti: il ghosting come apparizione anziché come
scomparsa. Nessuno ha mai avuto problemi a sparire dalla vita di qualcuno prima
del 2010. Solo da quindici anni a questa parte abbiamo inventato una parola per
inquadrare un fenomeno apparentemente vecchio quanto il mondo, ma in realtà
profondamente diverso. Le persone non spariscono più, lasciano delle tracce, dei
documenti, dei fantasmi. Internet delle cose è un’improbabile locuzione tecnica
dal sapore colloquiale che vuole semplicemente indicare l’ecosistema di aggeggi
connessi alla rete che ci circondano nella nostra vita quotidiana: il telefono
che comunica col pc, che comunica col tablet, che comunica con la TV, che
comunica con l’AirTag nella macchina, che comunica con la lavatrice ecc. La
prendo in prestito per annunciare che le cose siamo noi, quando siamo dentro
Internet. Cose giustapposte ad altre cose in un tentativo di comunicazione.
Siamo messaggi, foto, like, video, condivisioni, parole che si depositano sul
fondo virtuale eternamente visibile in attesa della risposta di altre cose.
Viviamo nella parasocialità quando crediamo di socializzare mentre lasciamo
tracce, segni della nostra presenza non più attuale, semplici cose.
A proposito di locuzioni fortunate e vagamente suggestive, possiamo rubarne una
a un filosofo prestato all’economia chiamato Karl Marx. Critici e seguaci in
egual misura gli hanno sempre riconosciuto una prosa talmente vivida da
trasformare analisi scientifiche in brani letterari memorabili. Ad esempio, nel
tentativo di riportare sulla terra i misteri dell’economia che si presenta come
un eterno scambio di cose chiamate merci, prodotte chissà come e chissà perché,
si inventa l’espressione “lavoro morto” (verstorbene Arbeit), buttandoci dentro
pure un vampiro. Tutto ciò che vediamo, tutta la ricchezza oggettivata, il
capitale, le merci, i mezzi attraverso i quali sono state prodotte, altro non
sono che azioni ormai concluse compiute da esseri umani, lavoro morto
incorporato. Allo stesso modo, dobbiamo intendere il parasociale come socialità
morta, incorporata nelle tracce che di essa abbiamo davanti agli occhi.
Il disagio che viviamo deriva da un dialogo tra morti. La parasocialità è uno
scambio di documenti che alludono alla presenza dell’altro. Ma per quanto ne
sappiamo l’altro potrebbe pure essere morto, morto in senso letterale. Ridi pure
ma accade e ci accadrà. Ognuno di noi scriverà l’ultimo post su Facebook,
l’ultima story di Instagram, l’ultimo messaggio su Whatsapp che non saprà di
essere l’ultimo.
> La parasocialità è uno scambio di documenti che alludono alla presenza
> dell’altro. Ma per quanto ne sappiamo l’altro potrebbe pure essere morto,
> morto in senso letterale.
Chissà come avrebbe descritto “il tipo parasociale” il morto illustre che
abbiamo precedentemente citato. Forse una via di mezzo tra il suo sociale e
antisociale: “Amo oltremodo dissare gli altri, mandare fuochi alle ragazze / A
ottobre vado al Club2Club e condivido diciotto stories / Perché su Insta poi non
conta la presenza, basta ci sia soltanto l’apparenza”. Ma il parasociale non è
un tipo, un carattere proprio di alcuni individui, quanto una dimensione che
attraversiamo tutto il giorno, tutti i giorni, con amici, conoscenti e
sconosciuti. Disertare completamente questa dimensione è senza dubbio possibile,
ma richiede investimenti radicali: comprarsi un telefono antico che manda solo
SMS e abbandonare tutte le piattaforme di social media. Per tutti gli altri,
occorre imparare a navigare la parasocialità dando la giusta importanza alle sue
“cose” che si spacciano per persone. E quando siete sociali, fateci caso.
L'articolo Il sociale e il parasociale proviene da Il Tascabile.
Q ualche mese fa un amico, T., mi ha raccontato di aver partecipato a una
sessione dei Love and Sex Addicts Anonymous, uno di quei gruppi di auto-aiuto in
dodici passi per liberarsi dalle dipendenze, proprio come gli Alcolisti Anonimi,
ma centrato sulla dipendenza sessuale e sulle dipendenze affettive. T. mi ha
fatto leggere le “caratteristiche della dipendenza da sesso e amore”, una lista
di dodici punti che descrive una serie di atteggiamenti e comportamenti
“problematici” legati al sesso o alle relazioni: “sessualizziamo lo stress, il
senso di colpa, la solitudine, la rabbia, la vergogna, la paura e l’invidia”;
“usiamo il sesso o la dipendenza emotiva come sostituti delle cure amorevoli e
del sostegno”; “rimaniamo gravemente distratti da ossessioni o fantasie
romantiche o sessuali” e “schiavi […] delle attività sessuali compulsive”. I
love and sex addict eviterebbero di assumersi le proprie responsabilità
legandosi a persone emotivamente non disponibili; attribuirebbero “qualità quasi
magiche” agli altri, li idealizzerebbero, per poi accusarli di non aver
soddisfatto le loro aspettative.
Mi sembrava bizzarro questo accorpamento tra i due concetti, amore e sesso.
Sotto la stessa etichetta, venivano raggruppate la sessualità compulsiva, la
dipendenza affettiva, l’idealizzazione romantica, la paura dell’abbandono e vari
modi di affrontare lo stress e la solitudine. Mi sembravano tutte fonti di
sofferenza, difficoltà relazionali e sessuali, ma al tempo stesso una serie di
affermazioni piuttosto generiche.
Ma soprattutto, perché T. si era diagnosticato una dipendenza dal sesso? Lo
conoscevo da un paio d’anni e il suo comportamento sessuale, in effetti, poteva
sembrare estremo, ma non era poi così diverso da quello dei tanti uomini gay che
conoscevo, che avevano una libido alta e la cui promiscuità sessuale era più o
meno socialmente approvata. T. mi inviava spesso video in cui faceva cruising
nei bagni pubblici, nei parchi. Vari miei amici ci avevano fatto sesso e lo
avevano descritto come un grande amante. Quando gli chiesi il perché di questa
(auto)diagnosi, mi rispose che, semplicemente, era dovuto al fatto che il suo
rapporto con il sesso stava influenzando tutte le altre aree della sua vita,
proprio come farebbe qualsiasi altra dipendenza. Lo portava ad assumersi grandi
rischi, come quello di contrarre l’HIV e altre infezioni sessualmente
trasmissibili, a mentire ai propri partner, a sperperare risorse economiche.
> Sotto la stessa etichetta, venivano raggruppate la sessualità compulsiva, la
> dipendenza affettiva, l’idealizzazione romantica, la paura dell’abbandono e
> vari modi di affrontare lo stress e la solitudine.
Nel mondo scientifico c’è un dibattito aperto sul concetto di “dipendenza
sessuale”. È più facile identificare le altre dipendenze, che siano
comportamentali come il gioco d’azzardo o da sostanze: assumere alcol, cocaina,
o altre sostanze in modo costante è quasi sempre la spia di una dipendenza, che
alla persona causi disagio o meno. Con il sesso è più difficile: si tratta di un
bisogno primario della maggior parte degli esseri umani; ci si può masturbare e
fare sesso più volte al giorno e comunque vivere una vita completa e
soddisfacente. Eppure, mi sembrava indubbio che per alcune persone il sesso
fosse fonte di sofferenza, qualcosa che sentono di non riuscire a controllare e
che si porta dietro ansia e vergogna.
Mentre molti esperti sono scettici riguardo all’esistenza di una vera e propria
“dipendenza sessuale”, su Internet proliferano i contenuti sul tema: decine di
TEDx Talk con titoli come “Superare le dipendenze: la mia storia con il porno” o
“Sfuggire alla dipendenza dal porno”; test fai-da-te che permettono di
autodiagnosticarsi come dipendenti sessuali; di tweet virali che recitano: “la
dipendenza da sesso/porno/masturbazione è visibile, non ignorarne i segnali” – a
cui segue una lista piuttosto vaga di sintomi e cambiamenti fisici che
riguarderebbero gli interessati da questa condizione, da “non riesci a guardare
le persone negli occhi” a “ti senti come se avessi il cervello sott’acqua”.
Facendo un passo molto indietro, Psychopathia Sexualis, celebre saggio sulla
sessualità “deviante” pubblicato nel 1886 dallo psichiatra austriaco Richard von
Krafft-Ebing, presenta una sezione dedicata ai comportamenti sessuali compulsivi
e incontrollabili. Krafft-Ebing classificò questi comportamenti nell’ambito
delle “nevrosi cerebrali” e utilizzò vari termini per descrivere ciò che oggi
alcuni identificano come dipendenza sessuale: “iperestesia”, per indicare un
desiderio sessuale ossessivo e anomalo che porta ad atti compulsivi;
“satiriasi”, per classificare gli impulsi sessuali incontrollabili negli uomini;
e il più noto “ninfomania”, applicabile invece alle donne.
Se in passato questi comportamenti erano considerati deviazioni dalla norma, in
tempi recenti si è passati ad affrontarli come problemi di salute mentale. È
importante sottolineare che, nell’edizione più recente del Manuale diagnostico e
statistico dei disturbi mentali (DSM), il cosiddetto disturbo da ipersessualità
non è stato incluso per mancanza di prove empiriche.
> Mentre molti esperti sono scettici riguardo all’esistenza di una vera e
> propria “dipendenza sessuale”, su Internet proliferano i contenuti sul tema.
Il disturbo da ipersessualità avrebbe previsto che, affinché si potesse
effettuare una diagnosi, la persona dovesse sperimentare, per almeno sei mesi,
fantasie, impulsi o comportamenti sessuali ricorrenti e intensi, associati a:
dedicare tanto tempo al sesso a scapito di altre attività e responsabilità;
ricorrere al sesso per gestire stati emotivi negativi o situazioni di stress;
mettere in atto tentativi ripetuti e fallimentari per ridurre il comportamento;
continuare a praticarlo nonostante i possibili rischi fisici o emotivi. Sotto lo
stesso ombrello, ci sarebbero i comportamenti legati alla masturbazione, al
porno, al sesso (con altre persone, online, telefonico). Non sarebbe quindi la
quantità di sesso, di per sé, a definire il problema, quanto la perdita di
controllo, l’interferenza con la propria vita (sociale, lavorativa, altre aree)
e la sofferenza associata al comportamento, proprio come mi raccontava T.
Due prospettive contrastanti sul tema sono affrontate in una raccolta di saggi
del 1996, Taking Sides: Clashing Views on Controversial Issues in Human
Sexuality, che ha un capitolo dedicato alla domanda: la dipendenza sessuale è un
mito? A sostenere che si tratta di un mito – così come il più recente The Myth
of Sex Addiction (2012) di David Ley – è lo psicoterapeuta William A. Henkin. A
sostenere il punto di vista opposto c’è Patrick Carnes, sessuologo, a cui è
attribuita la diffusione del termine sex addiction. Secondo Henkin, il concetto
di dipendenza sessuale è figlio di una cultura, quella americana, ostile al
sesso e alla sessualità. I criteri di questa diagnosi sono soggettivi, labili,
e, mentre per alcune persone fare tanto sesso può essere considerato frustrante,
sbagliato e immorale, per altre fa semplicemente parte della propria sessualità
– il rischio è quindi quello di patologizzare variazioni normali nel
comportamento e desiderio sessuale.
Riprendendo i sociologi Martin P. Levine e Richard R. Troiden, Henkin descrive
tre modi di pensare il sesso e di vivere la sessualità: quello procreativo,
secondo cui il sesso è un atto legato al matrimonio con il fine di fare figli;
quello relazionale, secondo cui il sesso è da circoscrivere all’interno di una
relazione romantica; e quello ricreativo, secondo cui il sesso è finalizzato al
piacere e al divertimento. Tutte e tre queste posizioni fanno leva su valori
incompatibili fra loro e concettualizzano il comportamento sessuale “fuori
controllo” in modo diverso. Un altro punto riguarda la leggerezza con cui usiamo
il termine “dipendenza” per riferirci a inclinazioni e passioni. Henkin sembra
preferire il termine “compulsione”, per designare una serie di comportamenti,
piuttosto che caratteristiche identitarie di una persona.
> Non sarebbe quindi la quantità di sesso, di per sé, a definire il problema,
> quanto la perdita di controllo, l’interferenza con la propria vita (sociale,
> lavorativa, altre aree) e la sofferenza associata al comportamento.
Carnes, invece, sostiene che è fondamentale riconoscere che quella legata al
sesso può essere una dipendenza a tutti gli effetti, non un comportamento
compulsivo né “ipersessualità”. Criticando il DSM, dice che “è da prendere come
un lavoro in evoluzione, piuttosto che come la Bibbia”. Secondo Carnes, il
pubblico è restio a definire dipendenza quella dal sesso perché consapevole che
il sesso è essenziale, potente, spaventoso. Carnes presenta una serie di casi
dalla sua esperienza clinica: un uomo che tradiva per anni la moglie con degli
uomini nelle saune e nei bagni pubblici, contraendo l’HIV; un prete che spendeva
migliaia di dollari in prostitute, arrivando a rubare dalla cassa della chiesa
per potersele permettere; una donna che abbandonava i propri neonati per poter
incontrare i propri amanti.
La letteratura sul tema si basa principalmente su aneddoti e casi clinici,
mentre i dati epidemiologici sono ancora preliminari. In uno studio condotto dal
gruppo di ricerca della professoressa Beáta Bőthe dell’Université de Montréal –
che ha l’obiettivo di studiare il rapporto tra sessualità, tecnologia e
dipendenze – la prevalenza della compulsività sessuale in un campione di 42
Paesi con circa 82.000 partecipanti era intorno al 5%. In un altro studio, gli
uomini gay o bisessuali sono stati identificati come il gruppo con la prevalenza
più alta di ipersessualità.
Ho parlato di questo tema con Émilie Gaudet, una dottoranda della professoressa
Bőthe. Secondo Gaudet, anche se molte persone fanno tantissimo sesso, ciò non è
da considerare necessariamente “problematico”. “Dobbiamo fare attenzione a non
rendere questo concetto mainstream”, dice Gaudet, “perché si tratta di una
condizione reale che causa tanta sofferenza.” Mi spiega che, a prescindere da
come si chiami questa condizione, e al di là delle preoccupazioni morali e
religiose (la religiosità è uno dei fattori maggiormente associati
all’autoidentificazione come sex addict), è vero che può comportare, oltre a
problemi con le relazioni, il rischio di perdere il lavoro e una forte ideazione
suicidaria.
Con Gaudet parliamo delle tre prospettive principali su questa condizione:
quella della compulsività, quella del controllo degli impulsi e quella della
dipendenza. La prima lega l’ipersessualità al disturbo ossessivo-compulsivo
(DOC). In questa prospettiva, il comportamento sessuale sarebbe preceduto da
pensieri, immagini o impulsi ricorrenti e difficili da frenare, accompagnati da
una crescente tensione che trova sollievo nel momento in cui il comportamento
viene messo in atto. Secondo Gaudet, il paragone con il DOC non regge perché di
solito, nelle ossessioni, i pensieri sono vissuti come intrusivi, indesiderati e
fonte di ansia, mentre nell’ipersessualità l’esperienza sessuale può essere
anche desiderata e gratificante, almeno inizialmente.
> C’è il rischio concreto di patologizzare variazioni normali nel comportamento
> e desiderio sessuale. Ai fini della diagnosi, non basta un’incongruenza morale
> del soggetto, né un’autoidentificazione come sex addict.
Un secondo modo di interpretare il fenomeno è quello del controllo degli
impulsi, “come la cleptomania o la piromania”, mi spiega Gaudet. L’International
Classification of Diseases (ICD-11) classifica proprio il disturbo da
comportamento sessuale compulsivo tra i disturbi del controllo degli impulsi –
le persone che ne soffrirebbero avrebbero difficoltà a resistere a un impulso
sessuale o a rimandarne la gratificazione. Ai fini della diagnosi, non basta
un’incongruenza morale del soggetto, né un’autoidentificazione come sex addict.
Anche questo modello, però, lascia alcune questioni aperte: molte condotte
sessuali che vengono definite problematiche possono essere pianificate,
ricercate e perseguite nel tempo, e non sembrano quindi riducibili a un impulso
improvviso e irrefrenabile.
Gaudet mi dice che, nel caso del sesso, il comportamento è molto gratificante
all’inizio, per poi diventare fonte di turbamenti, frustrazioni, malessere, come
vediamo nel caso di altre dipendenze – pensiamo a chi usa l’alcol o altre droghe
per stare meglio, affrontare momenti ed emozioni difficili, finché non diventa
un problema. La terza prospettiva è proprio quella dell’addiction, che traccia
un parallelo con le dipendenze da sostanze e, più in generale, con le dipendenze
comportamentali, come il gioco d’azzardo. In questo caso, il punto centrale
sarebbe la progressiva perdita di controllo sul comportamento e il suo crescente
spazio nella vita della persona. Elementi ricorrenti sono la difficoltà a
interrompere o ridurre l’attività sessuale, il tempo investito nella ricerca di
partner o di occasioni sessuali, la progressiva sottrazione di tempo ad altre
attività e la persistenza del comportamento nonostante le conseguenze negative,
per esempio sulla relazione di coppia, sul lavoro o sulla salute. Alcune persone
riferiscono inoltre stati di disagio quando cercano di interrompere il
comportamento, tra cui ansia, tristezza, rimuginio o senso di colpa.
Capire come classificare questa condizione ha delle implicazioni per il suo
trattamento. Quando chiedo a Gaudet cosa come trattarla, mi risponde che non è
semplice e che in questo momento storico non abbiamo una terapia ideale. Non ci
sono abbastanza prove che si tratti di una dipendenza, senza contare l’assenza
di forme di terapia evidence-based. Cosa bisogna trattare poi? Il comportamento
impulsivo? Il rapporto con il sesso? Far sì che le persone smettano di farlo? O
le emozioni sottostanti? Molte persone ricorrono al sesso e alla masturbazione
come strategia di coping, per affrontare lo stress, la noia, le emozioni
negative.
Gaudet suggerisce di trattare la disregolazione emotiva e affettiva alla base,
combinata con dei modelli per trattare le altre dipendenze. Le strategie
d’intervento hanno spesso preso in prestito strumenti utilizzati per le
dipendenze: psicoterapia individuale o di gruppo, tecniche
cognitivo-comportamentali per riconoscere le situazioni che precedono il
comportamento, strategie per prevenirne la ricaduta, lavoro sulle cause
psicologiche sottostanti e trattamento delle eventuali condizioni associate. A
questi approcci si sono aggiunti i gruppi di auto-aiuto come Love and Sex
Addicts Anonymous e interventi farmacologici destinati più che altro a ridurre
alcuni aspetti del comportamento. Negli Stati Uniti sono nati anche diversi
programmi di recupero in ambito religioso, spesso rivolti a persone che si
identificano come sex addict, in cui il comportamento sessuale “sano” viene
definito nei termini del matrimonio e dell’astinenza fuori da esso.
> Cosa bisogna trattare? Il comportamento impulsivo? Il rapporto con il sesso?
> Far sì che le persone smettano di farlo? O le emozioni sottostanti?
Come dicevamo fu proprio Carnes, all’inizio degli anni Ottanta, con Out of the
Shadows, a contribuire alla diffusione, negli Stati Uniti, dell’idea che alcuni
comportamenti sessuali potessero essere compresi attraverso il modello delle
dipendenze, con un approccio che riprendeva le caratteristiche e la struttura
degli Alcolisti Anonimi: riconoscere il problema, individuare i comportamenti
che lo alimentano, evitare le situazioni considerate ad alto rischio e costruire
un percorso di “recupero”, da intendersi in chiave spirituale.
Questo approccio, tuttavia, non si limita a descrivere una perdita di controllo
sul comportamento sessuale, ma porta con sé anche un’idea precisa di quale
sessualità dovrebbe essere considerata sana, guardando con sospetto il sesso al
di fuori di una relazione, l’uso della sessualità per gestire le emozioni
spiacevoli, i tradimenti e alcune pratiche sessuali non convenzionali. Il
rischio è quello di confondere la sofferenza prodotta da un comportamento con la
natura stessa di quel comportamento, patologizzando non solo la perdita di
controllo, ma anche una determinata idea di sessualità. Un modello costruito
attorno alla coppia monogama ed eterosessuale rischia così di leggere come
“deviante” ciò che, in altri contesti, può essere semplicemente un modo diverso
di vivere la sessualità: essere single, avere rapporti senza una relazione
sentimentale, vivere relazioni non monogame, avere una sessualità gay o
praticare forme consensuali di kink.
Una prospettiva diversa è quella dell’out of control sexual behavior, sviluppato
da Douglas Braun-Harvey e colleghi. Secondo questo approccio, il problema va
ricercato nell’ambito della salute sessuale e nel rapporto che la persona ha con
il sesso. Invece di chiedere soltanto quanto sesso faccia una persona, quanto
spesso si masturbi o quanta pornografia consumi, occorre ricostruire il quadro
individuale: come regola le proprie emozioni? Quali sono i suoi schemi
relazionali e di attaccamento? Quali conflitti vive intorno alla sessualità?
Quali sono i suoi valori? Quanto il comportamento sessuale interferisce con la
sua vita e, soprattutto, che cosa vorrebbe effettivamente cambiare? Ne deriva
quindi un approccio terapeutico più individualizzato che cerca di capire quale
funzione svolga quel comportamento: se serve a evitare emozioni difficili, a
regolare la noia o la solitudine, a gestire conflitti relazionali, a ricercare
gratificazione oppure a rispondere ad altri problemi psicologici o di salute. Il
comportamento sessuale, in questa prospettiva, non è necessariamente il
bersaglio da eliminare, ma può essere il punto attraverso cui comprendere un
problema più ampio.
> Un approccio terapeutico più individualizzato vede il comportamento sessuale
> non necessariamente come il bersaglio da eliminare, ma come il punto
> attraverso cui comprendere un problema più ampio.
Ricapitolando: siamo al buio rispetto a se, come e quando parlare di “dipendenza
sessuale”. Non abbiamo un consenso sulla definizione, né trattamenti di
comprovata efficacia. Ma la mancanza di una risposta non cancella la domanda di
chi sta male, come T. di cui scrivevo all’inizio. T. l’etichetta se l’è data da
solo, per poi liberarsene. È andato a una sola sessione dei Love and Sex Addicts
Anonymous – gli è bastata. Ha iniziato a frequentare un ragazzo di cui si è
innamorato – ora stanno insieme da qualche anno e sono monogami – e il desiderio
di non compromettere questa relazione importante ha fatto sì che cambiasse il
suo rapporto con il sesso. Quando abbiamo riparlato, mi ha detto di aver
“spostato” la sua “dipendenza” sessuale con chiunque a quella con il suo
fidanzato, con cui c’è molta chimica.
Non so se avesse ragione a chiamarla dipendenza. Voglio dargli il beneficio del
dubbio; gli credo quando dice che qualcosa non andava, anche se non mi era mai
sembrato una persona che vive il sesso con angoscia. Penso che avesse bisogno di
un linguaggio per comunicarlo, e che quello a disposizione fosse quello della
dipendenza e della diagnosi psichiatrica.
Si può essere aperti alla sessualità in varie forme, alle componenti positive
del sesso, del porno, della masturbazione, come lo è T. e come lo sono Gaudet e
il team di cui fa parte, pur riconoscendo che talvolta questa sessualità può
diventare “problematica”. Gaudet mi dice chiaramente che la posizione del suo
gruppo è che le persone che soffrono vanno prese sul serio e curate, e che non
tutti quelli che si definiscono sex addict lo sono. Queste due cose possono
coesistere ed è forse questa la parte più difficile da accettare, sia per chi
cerca di patologizzare alcune espressioni della sessualità umana, sia per chi,
al contrario, non vede nessuna patologia.
L'articolo Sex addiction? proviene da Il Tascabile.
A ll’inizio hanno pensato a un terremoto. L’impatto cinetico del cedimento delle
pareti strutturali del Langtang Lirung, nel distretto nepalese di Rasuwa, ha
scaricato al suolo un’energia tale da generale un segnale sismico equivalente a
un terremoto di magnitudo 5.2. È la mattina del 26 agosto 2026, sono le 8 e 37
(in Italia sono quasi le cinque del mattino) e dalle pareti del monte si
staccano 20 milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio. È come se tutto il
materiale necessario a riempire 20 volte lo stadio di San Siro precipitasse in
verticale, a una velocità di quasi 200 chilometri all’ora.
Questa miscela fluida e iperconcentrata di roccia polverizzata, ghiaccio e acqua
arriva nei fiumi Lhende Khola, Bhote Koshi e Trishuli. Alle 8 e 44 (ora locale)
le telecamere di sorveglianza del confine tra Cina e Nepal registrano l’arrivo
della massa. L’accumulo dei detriti sbarra temporaneamente il Bhote Khoshi
creando un invaso provvisorio. Alle 9 cede. Il suo improvviso crollo provoca
un’onda di piena alta tra gli 8 e i 10 metri, come un palazzo di tre piani. La
piena si è originata sul versante cinese, per poi riversarsi con furia nel
territorio nepalese attraverso la gola del fiume. In soli trenta minuti il
livello del fiume Trishuli, nella località di Galchhi, si innalza di 9 metri.
Il bilancio umano e materiale è devastante: 1.377 le vittime confermate, più di
1.500 i dispersi lungo l’intero bacino idrografico. I flussi detritici hanno
travolto insediamenti e valichi di confine, spazzando via oltre un decimo della
capacità idroelettrica nazionale e distruggendo per oltre il 90% il grande
impianto Upper Trishuli-1. La stima complessiva delle perdite
economico-infrastrutturali ha rapidamente superato i 5 miliardi di dollari.
Secondo il ministro degli Esteri nepalese Shisir Khanal è come “uno tsunami
calato dall’Himalaya”. La risposta delle istituzioni del Paese è immediata. I
ministeri delle Finanze e dell’Ambiente scrivono una lettera congiunta
indirizzata ai vertici delle Nazioni Unite: servono 20 milioni di dollari e
vanno presi dal Fund for Responding to Loss and Damage (FRLD), il fondo
multilaterale istituito per sostenere le nazioni vulnerabili travolte dagli
impatti climatici irreversibili.
> La catena dell’Himalaya è il “Terzo polo” idrico della Terra, ma sulle sue
> vette le temperature crescono al doppio della velocità della media globale.
La cifra è poco più che simbolica, drammaticamente irrisoria rispetto a un conto
di danni economico-infrastrutturali che supera i 5 miliardi di dollari. Il suo
valore è tutto politico e concettuale: “Le grandi economie inquinanti devono
svegliarsi e accettare una responsabilità condivisa”, ha spiegato Khanal.
È il disastro di un singolo Paese, ma è anche un evento simbolo di uno dei temi
al centro del dibattito internazionale sulla crisi climatica: quello della
giustizia climatica. Il Nepal da solo contribuisce a meno dello 0,1% delle
emissioni di gas serra. Eppure è esposto in prima linea alle conseguenze del
riscaldamento globale: la crisi climatica qui arriva sempre in maniera
distruttiva, tanto più perché i suoi effetti si abbattono su un contesto già
fragile di partenza. La catena dell’Himalaya è il “Terzo polo” idrico della
Terra, ma sulle sue vette le temperature crescono al doppio della velocità della
media globale: i ghiacciai fondono rapidamente, la montagna è destabilizzata. La
richiesta dei ministri nepalesi non è di aiuti umanitari per affrontare
l’emergenza: è un risarcimento per un Paese che sta pagando le conseguenze di un
processo che non ha innescato né alimentato.
Cosa sono la scienza del clima e la scienza dell’attribuzione
Quando avviene la catastrofe non piove, il cielo è terso e non ci sono
sollecitazioni sismiche di nessun tipo. A differenza dei classici disastri
idrogeologici monsonici, dove l’innesco atmosferico è diretto e misurabile, qui
siamo di fronte a una cascata di pericoli multipli il cui combinato disposto
rende la catastrofe del Langtang Lirung non solo un evento che resterà inciso
nella storia del Nepal, ma anche uno snodo epistemologico per la climatologia
contemporanea. Per capire cosa sia successo bisogna “guardare” sotto la
superficie della roccia, dove il permafrost agisce da millenni come una vera e
propria colla naturale. Ad altissima quota, infatti, è proprio questo ghiaccio
invisibile, fino a pochi decenni fa ritenuto eterno, a saldare i versanti
montuosi e a mantenere stabili le pareti rocciose. Questo almeno è accaduto
negli ultimi millenni.
Quando le temperature medie salgono in modo costante per decenni, però, il
calore penetra lentamente nel cuore della montagna. Il ghiaccio sotterraneo
inizia a fondere e si trasforma in acqua liquida. Quest’acqua si infiltra nelle
microfessure della roccia, aumenta la pressione interna e riduce drasticamente
l’attrito che tiene insieme il versante. È come se quelli che conosciamo come
giganti di roccia e di ghiaccio fossero in realtà giganti pieni d’acqua, il cui
volume si sta espandendo. La montagna appare solida ed eterna fino al momento
esatto in cui raggiunge il punto di rottura e cede di schianto, liberando in
pochi secondi milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio.
Ecco perché il disastro del Nepal spiazza le spiegazioni intuitive. Non c’è un
“innesco” atmosferico immediato come una pioggia battente o un temporale estivo
eppure il legame con il riscaldamento globale c’è lo stesso. Ed è precisamente a
questo incrocio che si misura la differenza tra due strumenti concettuali: la
scienza del clima e la scienza dell’attribuzione.
> La regione dell’Himalaya, dal cui equilibrio idrico dipende la vita di circa
> due miliardi di persone, si sta scaldando a un ritmo fino al 50% più rapido
> rispetto alla media globale.
La scienza del clima (climate science) osserva il pianeta con un orizzonte ad
ampissimo raggio: il suo oggetto di studio sono sistemi complessi su scale
temporali decennali, secolari e millenarie. Analizza i trend strutturali di
fondo come l’effetto serra, i cicli biogeochimici, la circolazione atmosferica e
l’evoluzione della criosfera, fornendo la cornice fisica globale dentro la quale
si svolgono le trasformazioni dell’antropocene. Guardando all’Himalaya dal punto
di vista della scienza del clima, il quadro che emerge è quello di
un’accelerazione drammatica. La regione, dal cui equilibrio idrico dipende la
vita di circa due miliardi di persone, si sta scaldando a un ritmo fino al 50%
più rapido rispetto alla media globale. Ad altitudini superiori ai 4.000 metri,
la risposta delle temperature al riscaldamento globale è ancora più marcata a
causa dei fenomeni di amplificazione legati all’elevazione.
Sotto questa spinta termica decennale, i meccanismi di stabilità delle montagne
nepalesi sono stati progressivamente intaccati. Nell’arco di soli trent’anni i
ghiacciai del Nepal hanno perso oltre un terzo del loro volume complessivo,
ritirandosi e assottigliandosi a ritmi mai registrati prima. L’impatto più
insidioso riguarda la degradazione termica del permafrost d’alta quota. Con
l’innalzamento delle temperature estive e l’ampliamento dello “strato attivo”
(la frazione superficiale di suolo roccioso che attraversa continui cicli di
gelo e disgelo), l’acqua liquida penetra in profondità nelle fratture. Il
ghiaccio profondo, fondendosi, perde la sua capacità di coesione meccanica,
aumentando il rischio di disastri come quello dell’agosto 2026. Tutto ciò aiuta
a comprendere come il Langtang Lirung non abbia ceduto per un imprevisto evento
isolato, ma perché decenni di riscaldamento costante ne hanno sistematicamente
minato la struttura interna.
Se la scienza del clima individua il quadro generale e le tendenze strutturali
di fondo, la scienza dell’attribuzione (attribution science) è come la lente
d’ingrandimento e lo strumento diagnostico di precisione della climatologia
contemporanea. Nata all’inizio degli anni Duemila, questa branca specialistica
ricerca il ruolo effettivo delle emissioni antropiche nel rendere ogni evento
specifico più o meno probabile e più o meno violento.
> La scienza dell’attribuzione calcola l’incidenza delle emissioni antropiche
> nell’intensità e probabilità di un determinato evento. Uno strumento
> rivoluzionario, impiegato sempre più di frequente anche nelle aule di
> tribunale.
Lo fa impiegando modelli computazionali complessi e simulazioni controfattuali.
Attraverso i supercomputer, la comunità scientifica ricostruisce due mondi
paralleli: da un lato il mondo reale, caratterizzato dall’attuale concentrazione
di gas serra nell’atmosfera; dall’altro un mondo ipotetico (controfattuale),
esattamente identico al nostro ma del tutto depurato dalle emissioni prodotte
dalla rivoluzione industriale a oggi. Facendo girare decine di migliaia di volte
le simulazioni meteorologiche in entrambi gli scenari, la scienza
dell’attribuzione è in grado di calcolare in termini matematici e probabilistici
l’impronta dell’uomo sul singolo evento estremo.
È uno strumento rivoluzionario, di una portata tale da avere un ruolo di
protagonismo crescente nelle aule di tribunale. Lo fa attraverso tre livelli di
attribuzione. La warming attribution (attribuzione del riscaldamento) dimostra
il nesso causale diretto tra l’accumulo dei gas serra prodotti dall’uomo e
l’innalzamento delle temperature medie globali e regionali. È il pilastro che
conferma che il riscaldamento non è frutto di semplici fluttuazioni naturali ma
diretta conseguenza delle azioni del genere umano negli ultimi secoli. La event
attribution (attribuzione degli eventi estremi) calcola quanto il riscaldamento
globale abbia modificato la frequenza o l’intensità di uno specifico disastro
(un’ondata di caldo, un uragano, un’alluvione). È il campo di ricerca di
consorzi come il World Weather Attribution, capace di stabilire se una pioggia
record sia stata resa in una certa percentuale più intensa a causa delle
emissioni. La source attribution (attribuzione delle fonti), infine, traccia e
quantifica la responsabilità individuale dei singoli attori, siano essi grandi
Stati inquinatori o colossi dei combustibili fossili, assegnando a ciascuno una
percentuale precisa del totale delle emissioni storiche cumulative. È
dall’intreccio di questi tre livelli che la scienza dell’attribuzione trasforma
il cambiamento climatico da minaccia astratta a realtà empiricamente misurabile,
creando un ponte ineludibile tra la fisica dell’atmosfera e la responsabilità
giuridica.
> Il collasso del Langtang Lirung dell’agosto 2026 rientra nei disastri
> criosferici “a cielo sereno”. Il fattore scatenante non è stato un evento
> meteorologico specifico, bensì un aumento costante delle temperature che ha
> minato la stabilità della montagna fino al punto di rottura.
Come questo ponte funzioni nella pratica lo dimostra il confronto tra due
catastrofi che hanno segnato il recente passato del Nepal. Nel settembre 2024,
quando piogge monsoniche record hanno devastato la valle di Kathmandu, World
Weather Attribution, attraverso i classici modelli di event attribution ha
certificato che il riscaldamento globale aveva reso quelle precipitazioni
estreme il 10% più intense e il 70% più probabili. Il collasso del Langtang
Lirung dell’agosto 2026 appartiene a una categoria diversa e più complessa:
quella dei disastri criosferici “a cielo sereno”. Se per il 2024 la scienza
dell’attribuzione ha potuto misurare l’impatto dell’evento meteorologico
istantaneo, per il 2026 essa rivela la warming attribution di lungo periodo:
l’aumento costante delle temperature che mina la stabilità della montagna fino
al punto di rottura.
Giustizia climatica e responsabilità storiche
Quando la scienza riesce a misurare e quantificare i nessi causali legati agli
eventi climatici, questi passano dall’ambito della fisica dell’atmosfera a
quello dell’etica e del diritto, mostrando la natura politica della crisi
climatica attraverso un altro strumento concettuale: quello della giustizia
climatica. Al centro di questo paradigma c’è il principio cardine delle
Responsabilità comuni ma differenziate (CBDR, Common But Differentiated
Responsibilities), sancito nel 1992 dal Vertice della Terra di Rio de Janeiro.
Il principio afferma che anche se la salvaguardia del sistema globale è un
dovere condiviso di tutta la comunità internazionale, la responsabilità
originaria del riscaldamento ricade invece sui Paesi industrializzati visto che,
per più di due secoli, hanno costruito la propria prosperità economica sulla
combustione massiccia dei fossili.
Da questa sproporzione nasce un’asimmetria del rischio. Paesi come il Nepal, che
come abbiamo visto ha contribuito in misura minima alle emissioni serra globali,
sono esposti in prima linea a traumi ambientali irreversibili e improvvisi. Lo
stesso avviene per i piccoli Stati insulari minacciati dall’innalzamento dei
mari. In entrambi i casi, le popolazioni di queste aree subiscono le conseguenze
più severe di un modello di sviluppo da cui non hanno tratto beneficio.
> C’è il rischio che la finanza d’emergenza trasformi il disastro climatico
> nell’ennesimo indebitamento. Per questo le comunità chiedono che le risorse a
> cui accedere non siano aiuti umanitari o beneficenza ma riparazioni dirette
> per i danni subiti.
C’è il lato geopolitico della vicenda, e poi c’è la realtà delle comunità
locali. Tra le vallate travolte dal fango, la devastazione dei terreni agricoli
di sussistenza si intreccia a un dramma burocratico: le persone disperse sono
tantissime e, se non c’è un corpo, non c’è un certificato di morte. Senza un
certificato di morte, la famiglia della persona scomparsa non può accedere al
sussidio di emergenza, all’eventuale eredità o ai titoli dei terreni da
coltivare. È in questo solco che si innesta la mobilitazione dal basso guidata
dall’Unione dei contadini nepalesi (ANPFA, All Nepal Peasants’ Federation,
affiliata a Via Campesina) con la campagna Grants, Not Loans (“Sussidi, non
prestiti”). La denuncia riguarda il rischio che la finanza d’emergenza, erogata
sotto forma di crediti, trasformi il disastro climatico nell’ennesimo
indebitamento del Paese. Le comunità chiedono che le risorse a cui stanno
accedendo e accederanno non siano aiuti umanitari o beneficenza ma riparazioni
dirette per i danni subiti.
Perdite e danni
Quanto accaduto in Nepal è solo l’ultimo caso di una sequela di rimostranze che
parte da lontano e che ha portato, dopo trent’anni di pressioni diplomatiche del
Sud globale, al Fondo multilaterale per la risposta alle perdite e ai danni
(FRLD). Raggiunto con un accordo alla COP27 di Sharm el-Sheikh e reso operativo
alla COP28 di Dubai, il Fondo fin dalla sua genesi si è scontrato con una
profonda frattura concettuale tra Nord e Sud del mondo. Per i Paesi
industrializzati e i grandi emettitori storici, deve operare su base volontaria
in base alla “solidarietà globale”. Le nazioni vulnerabili invece esigono che
chi ha provocato i danni abbia anche l’obbligo di ripararli, e che i
trasferimenti finanziari non siano dunque un gesto di solidarietà ma riparazioni
esigibili per i danni ingiustamente subiti. A questa frattura concettuale si
aggiunge poi un dato matematico: a fronte di impegni finanziari promessi dai
Paesi sviluppati per circa 822 milioni di dollari, la cassa effettivamente
versata nei conti ammonta appena a una cifra compresa tra i 400 e i 449 milioni.
In questi anni la pressione dei Paesi travolti dalle catastrofi è cresciuta a
ritmi vertiginosi. Sono già 119 le nazioni vulnerabili che hanno presentato
formale richiesta di assistenza, per un totale che supera i 2,8 miliardi di
dollari. Questo sbilanciamento impressionante ha spinto il segretariato del
Fondo a lanciare un allarme: senza un afflusso massiccio e continuo di nuove
risorse, la liquidità rischia di azzerarsi del tutto entro il 2027. In questo
contesto, la domanda avanzata dal Nepal arriva come un test per misurare la
reale reattività dell’infrastruttura finanziaria globale. Il Fondo saprà erogare
risorse con la tempestività richiesta da shock improvvisi ed estremi? Su questa
capacità di intervento immediato si gioca la credibilità dell’intero sistema.
Giustizia climatica e aule di tribunale
La debolezza apparente o effettiva del Fondo multilaterale ha spinto molte
comunità ed economie vulnerabili a cercare giustizia nelle aule giudiziarie
aprendo, ormai da un decennio, la stagione delle climate litigation (cause
climatiche). Da un lato ci sono le azioni risarcitorie contro i grandi colossi
industriali, come quella promossa dalla guida alpina peruviana Saúl Luciano
Lliuya contro la multinazionale tedesca RWE. Lliuya chiedeva che RWE pagasse lo
0,38% dei costi di messa in sicurezza del suo Paese dal rischio di esondazione
del lago glaciale Palcacocha; una quota corrispondente al contributo stimato
dell’azienda alle emissioni storiche globali. Nel maggio 2025, la Corte
d’appello di Hamm ha rigettato la richiesta risarcitoria nel merito, valutando
che il rischio di crollo sulla casa del singolo agricoltore avesse una
probabilità troppo bassa (circa l’1%). Tuttavia, i giudici tedeschi hanno
stabilito un principio giuridico rivoluzionario: le grandi imprese possono
essere civilmente responsabili dei danni ambientali provocati all’estero, poiché
le emissioni di CO₂ generano un rapporto di “vicinato globale”.
Dall’altro lato, la pressione giudiziaria si è rivolta direttamente contro la
condotta degli Stati inquinatori. Nei tribunali nazionali, la storica sentenza
Urgenda del 2019 in Olanda ha costretto per la prima volta un governo a tagliare
le emissioni a tutela dei diritti alla vita, seguita dalla Corte Costituzionale
tedesca nel caso Neubauer (2021) sulla tutela delle generazioni future. Davanti
agli organi dell’ONU, la denuncia degli indigeni delle isole dello Stretto di
Torres ha portato nel 2022 alla condanna dell’Australia perché l’inazione
climatica veniva ritenuta una violazione del loro diritto alla cultura, mentre
la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (KlimaSeniorinnen v. Svizzera, 2024) ha
stabilito che l’inazione climatica statale costituisce una violazione diretta
dei diritti umani.
> Le cause climatiche degli ultimi anni hanno stabilito che l’inazione climatica
> costituisce una violazione dei diritti umani, che le imprese possono essere
> ritenute responsabili dei danni prodotti all’estero dalle emissioni, e che la
> mancata mitigazione di queste è un illecito internazionale.
La vera svolta sistemica è arrivata però dalle iniziative coordinate degli
stessi Stati vulnerabili. Sotto la spinta di Vanuatu all’Assemblea generale ONU,
della commissione degli Stati insulari COSIS (guidata da Tuvalu e Antigua &
Barbuda) e della richiesta congiunta di Colombia e Cile, la questione è
approdata alle massime corti internazionali. Tra il 2024 e il 2025, i pareri
consultivi del Tribunale internazionale per il diritto del mare (ITLOS,
International Tribunal for the Law of the Sea), della Corte interamericana
(IACtHR, Inter-American Court of Human Rights) e della Corte internazionale di
giustizia (ICJ, International Court of Justice) hanno tracciato una linea: la
mancata mitigazione delle emissioni non è un’omissione politica, ma un illecito
internazionale che impone un obbligo rigido di riparazione integrale e
risarcimento finanziario agli Stati lesi.
Un nuovo paradigma di giustizia climatica
La catastrofe del Langtang Lirung ha prodotto effetti che si estendono ben oltre
la devastazione fisica. È come se l’intera massa di acqua, roccia e ghiaccio
precipitata per oltre un chilometro si fosse schiantata anche sull’architettura
del diritto internazionale climatico così come lo conosciamo. Per decenni la
risposta ai disastri nei Paesi in via di sviluppo si è configurata come
solidarietà volontaria. Il collasso del permafrost himalayano infrange questo
schema paternalistico e dimostra che i danni subiti dal Sud globale sono
esternalità negative di processi che sono avvenuti altrove.
> La montagna non può più essere raccontata come un fondale inerte o uno
> scenario: è uno spazio dinamico e reattivo, attraversato da tensioni fisiche,
> economiche e giuridiche.
Se i fondi multilaterali come l’FRLD rischiano la paralisi per il costante
deficit di risorse e le resistenze storiche dei grandi emettitori, la via
giudiziaria sta tracciando un nuovo orizzonte normativo. Per la cultura
contemporanea e la divulgazione scientifica, la lezione è altrettanto radicale.
La montagna non può più essere raccontata come un fondale inerte o uno scenario:
è uno spazio dinamico e reattivo, attraversato da tensioni fisiche, economiche e
giuridiche. Le infrastrutture che abbiamo costruito per gestirla, da quelle
concettuali a quelle fisiche, sono modellate su metriche ormai inservibili,
concepite per un pianeta che non esiste più. In questo senso allora la sfida non
è più, soltanto, intervenire mitigando la crisi climatica e riconvertendo le
nostre società. Né è più sufficiente adattare fisicamente i territori agli
impatti che, come stiamo vedendo, arriveranno. Serve uno scarto concettuale, un
salto molto più ambizioso per costruire un’infrastruttura politica e legale
capace di trasformare le evidenze della fisica in riparazioni vincolanti per chi
quelle trasformazioni le ha innescate. Non si tratta, ci insegnano i contadini
nepalesi, di prestiti o di generosità, ma di riparazioni e giustizia.
L'articolo Chi rompe e chi paga proviene da Il Tascabile.
P alazzi sventrati, cumuli di macerie, cadaveri, bambine e bambini insanguinati
che piangono, che urlano o che restano in silenzio intontiti dalla violenza,
dalla perdita, dalla precarietà. Le immagini scorrono sui nostri smartphone,
sugli schermi dei nostri televisori. Proviamo solidarietà, vicinanza,
compassione, il timore che tutta quella disperazione possa toccarci, che arrivi
da noi e ci sommerga. Non ci si rende conto che non esistono confini, che non
basta spegnere i nostri dispositivi digitali, perché la guerra è sempre stata a
casa nostra, perché siamo tutte e tutti abitanti dello stesso pianeta. È il
messaggio che emerge da Guerra alla Terra. Conflitti armati e crisi ecologica
(2026) del biologo e divulgatore scientifico Danilo Zagaria, un’opera che indaga
l’impatto delle attività militari sull’ambiente.
Il saggio si concentra sui conflitti armati compresi tra l’inizio del Ventesimo
secolo e i giorni nostri che hanno coinvolto il continente euroasiatico e gli
Stati Uniti. Vengono così affrontati gli avvenimenti che costituiscono
l’intreccio più evidente dell’attuale situazione geopolitica occidentale e che
hanno da sempre inciso, in modi diversi, sulla protezione di animali e di interi
ecosistemi, sulla gestione delle risorse naturali e sulle emissioni di gas
serra. Trittico della Grande Guerra, Rapsodia del bombardamento aereo,
Contaminazioni e A volo di drone sono le quattro parti in cui è suddiviso il
testo, quattro tappe che ci consegnano le differenti fasi di sviluppo delle
strategie e delle tecnologie di guerra, in un’accelerazione che contagia anche
lo stile espositivo, dal racconto quasi epistolare di alcuni dei protagonisti
della Grande guerra alle istantanee dello sterminio che si è consumato nella
Striscia di Gaza.
> Qual è il peso ambientale dei conflitti? Come incidono sulla salute degli
> ecosistemi, sulla crisi climatica, sullo sfruttamento delle risorse, sull’atto
> stesso di abitare il pianeta? In che modo combattimenti, battaglie, raid,
> esercitazioni militari e tecnologie belliche compromettono – direttamente,
> indirettamente e talvolta volontariamente – le relazioni ecologiche che
> sostengono la presenza della vita sul pianeta. E ancora: può la guerra, il
> fenomeno umano mortifero e distruttivo per eccellenza, aspirare a essere
> ecologica? Oppure incarnerà sempre e in modo insanabile il mito del dominio
> dell’umanità sulla natura?
Sono queste le domande a cui l’autore cerca di rispondere attraverso la
narrazione storica, il supporto di pubblicazioni scientifiche e i dati – troppo
spesso scarsi e incompleti ‒ prodotti grazie al lavoro di alcune organizzazioni
internazionali. Il linguaggio è chiaro e lineare e il ricorso a citazioni
artistiche, letterarie e cinematografiche conferisce una maggiore
tridimensionalità alle pagine del volume. L’analisi della composizione di
Guernica di Pablo Picasso, i brani di opere come Mattatoio N. 5 di Kurt Vonnegut
o di Davanti al dolore degli altri di Susan Sontag, i riferimenti al
documentario Apocalisse nel deserto di Werner Herzog o al libro fotografico
Kuwait. Un deserto in fiamme di Sebastião Salgado e tanti altri rimandi riescono
a coinvolgere emotivamente, in maniera mai pietistica e superficiale.
> La più preoccupante crisi ambientale del nostro secolo, quella climatica, non
> è provocata soltanto da tutte le attività civili che sfruttano fonti
> energetiche basate sui combustibili fossili ma anche da quelle belliche.
Tra le vicende che meglio mostrano gli effetti della guerra sugli ecosistemi ce
ne sono alcune che già dominano la conoscenza e l’immaginario collettivo (e che
più facilmente sono collegabili ai danni ambientali), come l’impiego delle bombe
atomiche a Hiroshima e Nagasaki e l’utilizzo di agenti chimici per eliminare la
copertura vegetale nella guerra del Vietnam. Altri esempi in territorio europeo
sono la modifica della morfologia del paesaggio causata dall’uso delle mine
durante il primo conflitto mondiale ‒ in Italia, sulle Dolomiti della provincia
di Belluno, un’esplosione modificò la forma della vetta del Col di Lana ‒ e le
tempeste di fuoco provocate dai bombardamenti inglesi sulle città tedesche nella
Seconda guerra mondiale, trappole infernali per civili e animali. O ancora, chi
è nato prima degli anni Novanta del secolo scorso ricorderà le immagini dello
sversamento di petrolio da parte degli iracheni nel mare del Golfo Persico, un
disastro che sterminò la fauna acquatica e l’avifauna delle aree raggiunte dal
greggio nel conflitto tra Kuwait e Iraq.
Ci sono poi episodi meno conosciuti o che sembrano meno brutali, meno “sporchi”,
ma non per questo sono meno devastanti. Sono, ad esempio, emblematici i test
nucleari effettuati tra il 1946 e il 1958 nelle Isole Marshall, che hanno
esposto l’intera zona a una consistente ricaduta di materiale radioattivo
(fallout), contaminando così fauna e flora e costringendo le popolazioni locali,
già colpite da problemi di salute gravi e duraturi, ad abbandonare per sempre la
propria terra. Tra i più recenti ci sono l’inquinamento da plastiche in Ucraina,
legato all’utilizzo di droni russi controllati da chilometri di cavi in fibra
ottica, i cui frammenti si disperdono nei boschi e nelle aree rurali; e poi
l’inquinamento atmosferico da gas serra prodotti dalle operazioni belliche, in
guerra così come in tempo di pace. Danilo Zagaria spiega:
> Tutta questa operosità, distruttiva o meno che sia, oltre a provocare i danni
> ecologici che ho raccontato in questo libro, causa anche elevate emissioni di
> gas serra (anidride carbonica, metano e protossido d’azoto), ossia i
> principali responsabili dell’alterazione dell’effetto serra naturale del
> pianeta. La più preoccupante crisi ambientale del nostro secolo, quella
> climatica ‒ i cui effetti stanno diventando evidenti a tutti, compresi i
> negazionisti ‒ non è quindi provocata soltanto da tutte le attività civili che
> sfruttano fonti energetiche basate sui combustibili fossili ma anche da quelle
> belliche.
Giunti quasi alla conclusione del volume è impossibile non sentirsi ancora più
impotenti nei confronti di questi attacchi diretti apparentemente solo contro i
membri della nostra stessa specie ma sferrati, di fatto, alla Terra e a tutti i
suoi abitanti. Ci si chiede se Homo sapiens abbia una propensione per la guerra
che lo condanni a riproporre scenari di morte e devastazione. Da tempo siamo
alla ricerca di una risposta, indagando nel suo passato storico ed evolutivo, in
quest’ultimo caso volgendo lo sguardo agli altri primati. A tal proposito,
recentemente ha suscitato particolare interesse il conflitto tra due gruppi di
scimpanzé di Ngogo, in Uganda, descritto in una pubblicazione su Science e
citato nell’introduzione del libro. Sebbene aiuti la riflessione sulle origini
delle instabilità che possono condurre a scontri violenti, questa vicenda è solo
una parte di un insieme di studi provenienti da numerose discipline, tra cui
l’archeologia, l’etnografia e l’etologia, i cui risultati non consentono ancora
di stabilire definitivamente in quale misura la bellicosità umana sia legata a
fattori biologici o culturali.
> Le formiche combattono guerre che possono ricordare le nostre, ed esistono
> colonie che preferiscono sublimarle, ritualizzando il combattimento: girano
> intorno all’avversario, ne valutano i mezzi e si ritirano nel caso di
> manifesta inferiorità.
Zagaria, però, sempre attingendo all’esperienza animale, propone un esempio di
come sia possibile evitare lo scontro in situazioni di elevata tensione e
controllo delle risorse. Tra le formiche, insetti capaci di guerre che possono
ricordare le nostre, esistono colonie del genere Myrmecocystus che preferiscono
sublimarle, ritualizzando il combattimento: girano intorno all’avversario, ne
valutano i mezzi e si ritirano nel caso di manifesta inferiorità. Potrebbe
sembrare una soluzione non applicabile a una specie come la nostra, ma
comportamenti simili sono stati osservati anche in comunità umane che vivono in
Papua Nuova Guinea, in Etiopia e nella Cordigliera delle Ande.
Nella conclusione di Guerra alla Terra, l’autore non si lascia andare a una
facile utopia di concordia tra nazioni. La sua proposta è un concreto
compromesso tanto elementare quanto oggi apparentemente irraggiungibile, ossia
dare priorità alla tutela del territorio e alla conservazione della natura,
tentando al contempo di prevenire e disinnescare i conflitti attraverso la
diplomazia. Del resto, non abbiamo molta altra scelta:
> In questo fragile equilibrio ecologico e politico, non sono soltanto i popoli
> a invocare una tregua: anche la Terra stessa ha un disperato bisogno di pace.
L'articolo Guerra alla Terra di Danilo Zagaria proviene da Il Tascabile.
C i chiamavamo quasi tutte Francesca, Giulia, Sofia. Più raramente c’erano
Yasmin, Amina, Safa e, ancora più raramente, qualche Marco, Federico, Alberto.
Nei ricoveri tra ospedali, cliniche e comunità terapeutiche, ho conosciuto più
di cento ragazze e donne e forse uno o due uomini. In una clinica in provincia
di Torino eravamo diciannove femmine e un solo uomo. Si chiamava Giovanni. Era
calvo, aveva una quarantina d’anni ed era ossessionato dagli esami del sangue.
Ogni lunedì mattina, quando infermiere e infermieri passavano nelle stanze per i
prelievi, veniva a cercarmi. Si fermava sulla soglia e mi domandava se mi fosse
mai capitato di ricevere una trasfusione. Gli rispondevo sempre di no, senza
riuscire mai a comprendere il significato di quella richiesta stravagante né la
sua insistenza a pormela.
Giovanni trascorreva gran parte del tempo libero da solo. Restava in piedi nella
sala comune, davanti alla televisione, a guardare documentari naturalistici.
Durante i mesi di degenza non mi sono mai fermata a riflettere sulla profonda
solitudine che doveva vivere. Mentre noi dividevamo stanze e bagni, lui dormiva
in una camera singola: il regolamento della clinica non permetteva che
condividesse la stanza con persone dell’altro genere.
In ambito clinico, l’idea che i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione
siano una malattia esclusivamente femminile è ormai superata. In Italia circa
3,5 milioni di persone, pari al 6% della popolazione, soffrono di psicopatologie
alimentari. Le donne rappresentano ancora il 90% dei casi, ma è in costante
aumento il numero degli uomini che si rivolgono a strutture specializzate,
soprattutto nella fascia adolescenziale tra i 12 e i 17 anni. Infatti,
parallelamente al progressivo abbassamento dell’età di insorgenza e
all’emersione di nuove forme di manifestazione clinica, soprattutto a seguito
del lockdown, cresce anche il numero di soggetti maschili ospedalizzati.
Tuttavia, nell’immaginario collettivo, anoressia, bulimia e le tante altre
declinazioni della sofferenza – Binge Eating Disorder, ARFID
(Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder, Disturbo evitante/restrittivo
dell’assunzione di cibo), ortoressia – continuano a essere associate quasi
soltanto all’universo femminile. La stessa percezione affiora anche dalla
narrazione mediatica e dalla letteratura autobiografica dedicata ai disturbi
alimentari, dominata da testimonianze di donne: da Giorni senza fame di Delphine
de Vigan (2001) a Una vita sottile di Chiara Gamberale (1999).
Molti ragazzi e uomini non arrivano a chiedere aiuto perché costantemente
sottoposti alle pressioni di una cultura machista che impedisce loro di
riconoscere le emozioni e di comunicare situazioni di debolezza e fragilità.
Inoltre, i criteri diagnostici internazionali sui disturbi dell’alimentazione –
ad esempio il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5-TR) –
sono stati delineati a partire da studi su soggetti di genere femminile.
In questo contesto, Corpo libero. Il mondo maschile dei disturbi
dell’alimentazione di Eugenio Giannetta, recentemente pubblicato da add editore,
si impone come un contributo raro e necessario, meritevole di ampliare i confini
del discorso e di includere l’esperienza maschile. Giornalista di Avvenire e
autore del programma Rai O anche no su disabilità e diritti, Giannetta
costruisce un racconto corale, in cui una dettagliata indagine sul campo si
intreccia con una dimensione più intima, nata da un personale vissuto di
sofferenza. Leggendo il libro emerge infatti il profondo bisogno di chi scrive
di andare alla ricerca di storie di malattia, interrogandosi sull’esordio,
sull’eventuale ospedalizzazione e sul rischio di morte, come per immergersi
nelle pieghe di una possibilità, di uno scenario che avrebbe potuto attraversare
anche la sofferenza del narratore.
Attraverso la lettura di volumi clinici, le testimonianze di medici,
psicoterapeuti, pazienti e familiari e la visita in spazi ospedalieri e
comunitari, l’autore porta alla luce un universo sommerso, del tutto invisibile
nel discorso mediatico e politico.
IL LIBRO È STATO PRECEDUTO DA UN ARTICOLO PUBBLICATO SULLA RIVISTA LUCY SULLA
CULTURA NEL NOVEMBRE 2024. CHE COS’È SEGUITO ALLA PUBBLICAZIONE DI
QUELL’INTERVENTO E COME HANNO PRESO FORMA L’IDEA E L’ESIGENZA DI ESPLORARE PIÙ A
FONDO IL TEMA IN UN TESTO PIÙ AMPIO?
Parto da prima, da come è nato quell’articolo. Avevo già affrontato il tema dei
disturbi alimentari con un taglio più giornalistico senza espormi in prima
persona. Quando mi è stato proposto di contribuire al numero mensile di Lucy,
dedicato ai corpi, ho deciso di raccontare finalmente anche la mia esperienza. È
stato un passaggio fondamentale. Da una parte, avevo paura di cadere troppo
nell’autobiografico e di espormi in maniera eccessiva; dall’altra, sentivo che
il racconto del mio vissuto avrebbe potuto stimolare un dialogo su un tema
rispetto sul quale avevo più volte riscontrato difficoltà e chiusura. Dopo la
pubblicazione dell’articolo sono rimasto piacevolmente stupito: molte persone
che non conoscevo mi hanno scritto per ringraziarmi di aver messo in luce un
argomento di cui si parla ancora poco. Alcuni mi hanno chiesto persino dei
consigli medici, ma non avevo le competenze per rispondere. Ho capito quindi che
esistevano una curiosità e una necessità collettiva che valeva la pena
esplorare.
NEL VOLUME RICORRE SPESSO IL TERMINE “SOMMERSO”, RIFERITO ALLA DIMENSIONE
MASCHILE DEI DISTURBI DELL’ALIMENTAZIONE, TANTO NELLE SUE RIFLESSIONI QUANTO
NELLE TESTIMONIANZE RACCOLTE. È IL RIFLESSO DI UNA SOCIETÀ ANCORA PROFONDAMENTE
GENDERIZZATA?
Sì, credo che la questione di genere incida profondamente sugli ideali di
bellezza maschili e femminili che sono ancora molto diversi. Allo stesso tempo,
penso che anche le componenti connesse allo sviluppo emotivo e fisico della
persona intervengano sull’età di insorgenza della malattia e sulla sua
manifestazione. Se attualmente nella popolazione femminile si riscontra un
abbassamento drastico dell’età di esordio, almeno dalle mie interviste, emerge
che negli uomini i sintomi compaiono generalmente più tardi. Inoltre, i
meccanismi sono un po’ differenti e negli uomini l’ideale della magrezza è meno
centrale. La malattia assume infatti spesso la forma della vigoressia,
caratterizzata dal controllo eccessivo per la massa magra e grassa e da
un’attenzione sproporzionata all’attività fisica e all’alimentazione.
COME SI INTRECCIANO MALATTIA E SESSUALITÀ NELLA SUA ESPERIENZA PERSONALE E IN
QUELLA DELLE VOCI RACCOLTE?
È un tema che i ragazzi e gli uomini intervistati hanno affrontato poco e, per
delicatezza, ho preferito non insistere su questo aspetto. Alcuni ex pazienti mi
hanno raccontato di essere oggi felicemente fidanzati, uno è da poco diventato
padre, ma nessuno ha approfondito il rapporto tra disturbo alimentare e vita
sessuale. In generale, dalle testimonianze raccolte si nota come spesso sulla
malattia abbiano influito tutta una serie di dubbi e di interrogativi legati
alla propria sessualità. Io stesso nel libro racconto le mie difficoltà,
soprattutto durante l’adolescenza, a restare nudo davanti alla mia partner e a
lasciarmi toccare in determinati punti del corpo. Per superare questa impasse
sessuale ho dovuto affrontare un percorso di psicoterapia e attendere l’incontro
con una persona con cui mi sentissi pienamente a mio agio. Nonostante i passi
avanti, permangono momenti di insicurezza in cui torna a prendere parola la
“vocina nella testa”.
NELLA STANZA ASETTICA E OSCURATA DI VILLA MIRALAGO – LA PIÙ GRANDE COMUNITÀ
TERAPEUTICA ITALIANA PER LA CURA DEI DISTURBI DELL’ALIMENTAZIONE – HA AVUTO MODO
DI INCONTRARE E ASCOLTARE FRANCESCO, TRENTACINQUENNE MALATO DI ANORESSIA, CHE
IDENTIFICA LUCIDAMENTE IL PROPRIO PROBLEMA NELLA SOLITUDINE E NELLA “GESTIONE
DEL VUOTO”. QUANTO QUESTO VUOTO NASCE DAL TERRORE DI NON CONOSCERSI DAVVERO, DI
NON SAPERE CHI SI È E PERCHÉ SI È SU QUESTA TERRA? E QUANTO, INVECE, È LEGATO A
UN’IDENTITÀ SEMPRE PIÙ PLASMATA ATTRAVERSO I SOCIAL, SOPRATTUTTO TRA LE
GENERAZIONI PIÙ GIOVANI?
Centrale è il tema della solitudine. Francesco parla apertamente di “vuoto”, ma
anche gli altri ragazzi e uomini intervistati raccontano momenti di solitudine,
il più delle volte connessi al rapporto con persone amiche che, con l’emergere
della malattia, hanno preso le distanze. Tutti descrivono l’isolamento vissuto
durante l’esperienza di ospedalizzazione dove la sera ci si ritrova da soli
nelle stanze e ci si confronta maggiormente con la propria interiorità. In un
momento storico in cui la vita fuori va molto veloce al punto che a volte
dobbiamo quasi rincorrerla, essere costretti a rallentare e metterci in ascolto
di noi stessi non è sempre facile. Rispetto all’illusione esercitata dal mondo
dei social, soprattutto sui più giovani, nel libro cito il caso di Thiago Elar,
il ragazzo di 27 anni transgender divenuto famoso su TikTok e morto nel luglio
del 2025. Se, attraverso il racconto e l’esposizione mediatica della propria
fragilità, si può avere l’impressione di essere visti e ascoltati e di ricevere
un grande sostegno, in realtà nessun account social è realmente vicino alla
persona che soffre perché non si può cancellare la distanza dello schermo.
NEL LIBRO SI METTE IN ASCOLTO DI STORIE DI FRAGILITÀ NEL TENTATIVO DI “STARE
NELLA COMUNE FRAGILITÀ”. FINO A CHE PUNTO È POSSIBILE ABITARE GLI SPAZI DI UNA
SOFFERENZA COLLETTIVA? E QUANTO È GRANDE IL RISCHIO DI RIPORTARE A GALLA VISSUTI
PERSONALI E ALIMENTARE NUOVE RICADUTE?
Credo che la risposta stia nella frase che ho messo in esergo al mio libro e che
ho ritrovato negli appunti di Martina, la mia compagna scomparsa a fine 2025 a
causa di un tumore. Martina era una psicologa che si occupava in particolare di
lutto. Già prima della stesura del libro, ci confrontavamo spesso su come, nel
mestiere psicoterapeutico, si tende ad assorbire il dolore degli altri: bisogna
essere capaci di fargli spazio senza esserne investiti e, in alcuni momenti, può
essere efficace una self-disclosure, cioè la condivisione, da parte del
terapeuta, di un aspetto di sé quando questo risulta funzionale alla relazione
con il paziente.
Quasi tutte le interviste per il libro sono state svolte quando la mia compagna
era ancora in vita, e a casa l’ho più volte interrogata su quale fosse il modo
migliore di pormi davanti alla sofferenza altrui. Grazie alla sua competenza ho
capito che era necessario presentarsi in modo orizzontale e assolutamente
paritario, con curiosità e senza paura di mostrare anche la mia fragilità.
Questa modalità mi ha aiutato a entrare più rapidamente in empatia con le
persone intervistate. Tuttavia, mi rendo conto che, esponendosi in questo modo,
si rischia di far emergere aspetti della propria personalità che ancora non si è
pronti ad affrontare. Dal punto di vista emotivo, io sono un temerario, mi piace
buttarmi a volte senza salvagente e capire cosa accade dentro di me.
IN CHE MODO L’ESPERIENZA DI PROSSIMITÀ A UNA PERSONA MALATA E IL SUO RUOLO DI
CAREGIVER HANNO MODIFICATO IL SUO SGUARDO SUL CORPO MALATO?
Come spesso accade, sono partito da un’idea di racconto che si è poi modificata
durante la scrittura del libro. All’inizio, l’unico capitolo in cui compariva
Martina, doveva essere quello finale, dedicato alla cura del corpo.
Successivamente, però, la sua figura è entrata in tutto il racconto, soprattutto
quando scrivevo della morte, ma anche del percorso di malattia e di cura
nutrizionale. Le sacche per la nutrizione artificiale, usate per le persone con
anoressia, sono infatti le stesse che io ero solito preparare alla mia compagna.
Anche affrontando il tema della pesante partecipazione del “sistema famiglia”
nel disturbo alimentare di un proprio membro – su questo aspetto, ho avuto
l’occasione di intervistare Francesca Lazzari e Stefano Tavilla, rispettivamente
la madre e il padre di due giovani persone morte a causa delle complicazioni di
un disturbo alimentare – mi sono accorto di come spesso, di fronte a ogni forma
di malattia, la famiglia si attiva e si ricostruisce attorno alla persona in
cura.
Quando ho cominciato ad affrontare il tema da giornalista, non avevo ancora una
percezione chiara di quanto fosse alto il tasso di mortalità nei disturbi
alimentari. Quando mi sono imbattuto nei numeri, ho avuto un effetto di shock.
Mi ha poi particolarmente colpito per la sua precisione la frase di una
psicoterapeuta che ho intervistato: “L’anoressia mima la morte”. Il tema della
mortalità nei disturbi dell’alimentazione si è dunque riflesso nell’esperienza
da me vissuta come caregiver di una persona amata portata dalla malattia a un
dimagrimento molto rapido e vicino alla morte.
L'articolo L’anoressia mima la morte proviene da Il Tascabile.
Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia
cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi
anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le
trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato.
Speciale a cura di Giulia Moriconi
N el pieno infuriare della pandemia da Covid-19, le notizie di animali alla
riconquista degli habitat da cui l’uomo li aveva respinti si rincorrevano sui
vari social. Mentre le città erano percorse da bus quasi vacanti, su cui
viaggiavano operai e altri lavoratori considerati “essenziali” – sacrificabili
–, un gruppo di delfini agitava le acque della laguna veneziana, tornate limpide
grazie allo stop forzato delle imbarcazioni. Sono i sacrificabili a incarnare
per primi la fantasia di redenzione che il resto della specie si concede a
distanza di sicurezza. Nessuno, mentre condivide dal proprio divano le immagini
dei delfini a Venezia, si immagina davvero tra le vittime della “punizione
divina” che invoca. La speranza di questa punizione governa le condivisioni
della notizia, in breve tempo virale. Peccato che quelle pinne e quei cetacei
non fossero affatto a Venezia, ma nel mare del porto di Cagliari.
I solerti debunker tentano di denunciare la bufala, ma i segmenti di utenza
confinati nella quarantena non rispondono più alle metriche tradizionali di
verifica del vero e del falso: che quei delfini fossero davvero a Venezia è
totalmente secondario perché a essere importante è che l’immagine svolgesse il
suo compito redentivo, offrendo alla coscienza anestetizzata delle masse
confinate il carburante emotivo perfetto per la prossima condivisione. Il
dibattito mainstream sui nuovi media occulta il fatto che oggi l’informazione
viene recepita solo in base alla sua funzione operativa e alla sua velocità di
ricircolo nei feed. La popolazione è precipitata nello schermo nero del
digitale.
Era il 2020, un tempo che avvertiamo lontano, soffuso, come si addice ai
contenuti rimossi dalla coscienza, un tempo in cui delle pinne
decontestualizzate, detournate, annunciarono una svolta nell’apocalisse
culturale iniziata quattro anni prima, nel 2016, l’anno in cui il
Merriam-Webster nominò “surreale” parola dell’anno, come ricordava su questa
rivista Daniele Cassandro in Cronaca pop di un anno surreale. A giugno 2016 il
Regno Unito fuoriesce dall’Unione Europea, e il 9 novembre, inverando una
vecchia puntata dei Simpson, Donald Trump diventa presidente degli Stati Uniti.
Nel nostro Paese, la parabola di Matteo Renzi volge al capolinea: dopo la
sconfitta referendaria, il presidente del consiglio, “il rottamatore”, si
dimette. Sono grandi eventi politici che per la prima volta vengono vissuti
interamente dentro la temporalità dei social network.
> Il dibattito mainstream sui nuovi media occulta il fatto che oggi
> l’informazione viene recepita solo in base alla sua funzione operativa e alla
> sua velocità di ricircolo nei feed. La popolazione è precipitata nello schermo
> nero del digitale.
D’altronde parliamo di un momento in cui si consuma l’apice di un processo che
potremmo chiamare memification: la rincorsa della realtà allo svuotamento del
suo significato referenziale originario per andare incontro a una
riconfigurazione in unità informative modulari, altamente replicabili e pronte
alla circolazione virale. A questo movimento si contrappone l’incursione dei
meme nella realtà. Dopo una lunga permanenza nelle retrovie di Internet, il meme
di Pepe the Frog viene bollato come vettore di odio razziale, ormai saldamente
nelle mani dell’alt-right statunitense, e persino Facebook è costretto ad
adottare una policy specifica per contenerlo. Nei talk show italiani vengono
utilizzati i meme satirici di Federico Palmaroli, l’admin della pagina Facebook
“Le frasi di Osho”: è il primo caso di un autore di meme italiano che diventa
opinion leader politico.
Il 2016 “è stato un anno in cui, come nei sogni, le cose più ovvie hanno preso
una forma nuova”, ricorda Cassandro. La discesa in politica di Donald Trump
avviene infatti nello stesso momento in cui Pokémon Go, “il gioco più
surrealista mai realizzato”, permette a dei mostri di invadere i quartieri,
mentre sullo sfondo l’ISIS e la sua guerra asimmetrica perseguitano
l’immaginario collettivo, sgozzando preti e colpendo l’Occidente con attentati
sanguinari messi a segno da “lupi solitari” mimetizzati nella società dei
consumi e arruolati su Call of Duty. È un anno “contraddittorio”, oltre che
surreale, un fermento esuberante di sogni e incubi, in cui le conquiste civili –
In Italia viene approvata la legge Cirinnà che ha riconosciuto legalmente le
unioni civili per coppie dello stesso sesso – si contrappongono alle brutali
violazioni dei diritti umani.
Il 2016 è stato anche l’anno di nascita del Tascabile, rivista online che nel
corso di un decennio ha agito come una sonda in grado di attraversare le crepe
sulla facciata del mondo, inoltrandosi in quei vuoti che lasciano intravedere i
lineamenti di una metamorfosi dell’immaginario, una rivoluzione, che trascende
il semplice mutamento delle nostre immagini culturali e si manifesta come un
mutamento del rapporto tra immaginario e reale. Ripercorrere questo decennio
significa attraversare tre soglie, e la prima, che si estende dal 2016 al 2019,
è quella in cui l’intero decennio comincia a perdere fiducia in ciò che si
presenta alla vista.
Questione di fiducia (2016-2019)
Il mondo è sulla soglia di una crisi di fede, l’idea di realtà vacilla sotto il
peso di una nuova accumulazione originaria. Mentre il #MeToo porta all’arresto
del produttore cinematografico Harvey Weinstein, ridisegnando il discorso sul
genere come hashtag globale, sullo schermo il Marvel Cinematic Universe consuma
la propria fase 3, costruendo una mitologia condivisa capace di tenere insieme
un pubblico globale sempre più diviso su tutto il resto. Nel frattempo, i social
si evolvono: Instagram copia le istantanee di Snapchat e introduce le “storie”,
brevi contenuti della durata di ventiquattro ore, Facebook la possibilità di
reagire ai contenuti, e dalla Cina inizia la sua corsa egemonica TikTok, una app
concentrata esclusivamente su video verticali che in pochi anni spazzerà via la
concorrenza. La parola algoritmo è centrale nel dibattito culturale e diventa
presto questione geopolitica quando nel 2018 scoppia lo scandalo
Facebook-Cambridge Analytica: il furto dei dati personali di oltre ottanta
milioni di utenti e la loro profilazione, attraverso lo studio delle interazioni
sui social, al fine di influenzare elezioni politiche e referendum cruciali,
come quello che aveva portato alla Brexit due anni prima.
> La parola algoritmo è centrale nel dibattito culturale e diventa presto
> questione geopolitica quando nel 2018 scoppia lo scandalo Facebook-Cambridge
> Analytica: il furto dei dati personali di oltre ottanta milioni di utenti e la
> loro profilazione.
Nel 2017 Carlo Mazza Galanti, che in Robot come umani riprende le parole di
Philip K. Dick, descrive la “graduale confusione della generale natura e
funzionalità umana nella natura e funzionalità di ciò che gli umani hanno
costruito”: “abdicando la sua fisicità animale e riducendo gli spazi di
autonomia è l’uomo a diventare macchina, e non viceversa”. L’intuizione di Mazza
Galanti anticipa qualcosa di preciso, e vale la pena di fissarla un attimo:
muovendo le sue argomentazioni a partire da Westworld, il serial HBO in cui i
robot di un gigantesco parco a tema Far West si ribellano ai loro sadici
costruttori, Mazza Galanti invita il lettore a prendere atto che è il genere
umano a rivelarsi sempre più un dispositivo di registrazione, che come tale non
si interroga più sulla veridicità di ciò che riprende. È l’uomo a scivolare
verso la macchina, o forse a rivelarsi già tale. È un rovesciamento che
riguarda, prima ancora del lavoro e dell’identità, la percezione stessa: il
crollo della realtà conduce a uno sfaldamento dell’esperienza, intesa come la
capacità di dare un senso a ciò che accade, e al suo posto avviene una semplice
registrazione.
È esattamente questo scollamento tra vedere e credere, esperire e registrare,
che Pietro Minto descrive l’anno successivo, nel 2018. In Il collasso della
realtà, Minto racconta come “i social network” siano riusciti a confezionare “un
piccolo mondo personalizzato per ciascun utente, un feed che contiene notizie e
personaggi che l’algoritmo ritiene possano piacerci”. Il mondo scompare,
l’accesso empirico al referente va incontro a una contrazione, al suo posto a
essere vista è la sua immagine, qualcosa di già filtrato, prodotto per essere
visto e mai colto nella sua innocenza: l’evento non viene mai fruito all’esterno
della sua mediazione tecnica.
L’apparente dimensione globale delle interazioni sui social network si rivela
presto una contraria dispersione delle comunità online in vere e proprie
prigioni psichiche e ideologiche: le bolle filtro diventano gigantesche camere
di eco a causa del labirinto autoreferenziale in cui l’algoritmo delle diverse
piattaforme rinchiude i propri utenti. Tutto ciò non è stato un effetto
collaterale, ma un elemento strutturale delle modalità con cui le piattaforme
hanno creato una merce ancora più miracolosa della viva carne umana: il dato,
una risorsa che, per essere estratta, ha richiesto una vera e propria
“rivoluzione agricola del digitale”, capace di coltivare mercati su desideri
inoculati così in profondità da far impallidire i vecchi pubblicitari.
> L’apparente dimensione globale delle interazioni sui social network si rivela
> presto una contraria dispersione delle comunità online in vere e proprie
> prigioni psichiche, labirinti autoreferenziali in cui l’algoritmo delle
> diverse piattaforme rinchiude i propri utenti.
Le filter bubble hanno sì garantito una maggiore personalizzazione
dell’esperienza dell’utente, ma con lo stesso gesto lo hanno trasformato in una
miniera di estrazione dati, intensificando il processo di mercificazione
dell’esistente, superando in parte la dimensione materiale e pervadendo anche le
nicchie più recondite. La figura dell’utente-macchina trova qui il suo destino
pratico: privato di margini di agency autonoma, il soggetto viene incorporato
nell’architettura delle piattaforme di intermediazione, diventando così miniera
di dati comportamentali. Da agente a giacimento. Elementi essenziali della
virtualità creata dalle bolle filtro, scrive ancora Minto, “sono le fake news
[…] aggiornate secondo i voleri dell’algoritmo, e quindi scritte per fare da
esca a un certo pubblico”. È una frattura che si propaga rapidamente dal terreno
tecnico a quello politico: se ciascuno abita un mondo confezionato su misura, la
premessa stessa della vita democratica, un terreno di fatti condivisi, smette di
reggere.
Mentre la politica, in particolare le nuove destre, cavalca questa frattura
muovendosi in avanti, in direzione del sospetto sistematico, della
contraffazione e della propaganda più smaliziata, il mondo culturale sceglie la
direzione opposta, conducendo una battaglia dalle retrovie che lo porta a
indietreggiare nel tempo. L’immaginario pop subisce una regressione che lo
riporta alle estetiche degli anni Ottanta: già due anni prima, la serie Netflix
Stranger things fa del citazionismo al decennio dell’opulenza un genere a sé. È
il tribalismo del Digital Folklore descritto da Valerio Mattioli in Il Medioevo
digitale, nome di un’epoca che “guarda ai primi anni del web come a un’epoca di
ingenuo artigianato popolare prima dell’avvento dei grandi monopoli”.
La realtà è che sotto la patina anni Ottanta si cela il fatto che “le più
spericolate proiezioni post-umane della tardomodernità si sovrappongono alle
vestigia del passato”: sotto i synth, le acconciature vaporose e le biciclette
bmx che sfrecciano tra i vialetti con le loro case tutte uguali, pulsa il
midollo di un sempiterno Medioevo. Al suono dei clavicembali e dei
sintetizzatori viene assemblata un’estetica che “risponde alla sensazione di
vivere in una fase di transizione e disgregazione, dove la fede nel progresso
lineare si è spezzata”. Un’epoca di “carestie e di epidemie”, in cui la servitù
della persona torna a essere la norma sociale esplicita, non il suo sintomo; il
nostro tempo è il manifestarsi di una nuova gleba scavata da servi algoritmici:
robot, da robota, “schiavo” nelle lingue slave.
Nel 2019, in Consumare la nostalgia, Francesco Guglieri chiude il cerchio aperto
dall’anno surreale descritto da Cassandro, recensendo il film interattivo di
Netflix Bandersnatch. Più di ogni altra piattaforma, il colosso dello streaming
ha colonizzato l’immaginario capitalizzando la nostalgia e convertendo
l’intrattenimento in profilazione di massa. “Ogni minuto che viviamo”, scrive
Guglieri, “produciamo una nuvola di dati […] il punto è cosa si fa con quei
dati. E chi”. Operazioni come Bandersnatch non sono che “beta-testing” aperti “a
un’audience globale e mainstream […] un raffinato sondaggio d’opinione, un test
psicologico su misura. Un test Voight-Kampff”. Nel 1982 quel test, reso celebre
da Blade Runner di Ridley Scott, serviva a smascherare i replicanti, e per
funzionare presupponeva che esistesse ancora un confine reale, per quanto
sottile, tra l’umano e la sua simulazione. Nel 2019, l’anno stesso in cui è
ambientato Blade Runner, quel confine è già ridotto a un sondaggio di marketing
travestito da narrazione. Basteranno pochi mesi, e un virus, per oltrepassare
definitivamente la soglia.
Biennio cerniera (2020-2021)
Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo solo un anno dopo. O meglio: la
comunità scientifica non era all’oscuro, a più riprese aveva tentato di
avvertire i governi di una possibile catastrofe epidemiologica e non ne era
all’oscuro neanche David Quammen, il divulgatore statunitense che nel 2012 finì
per predire, in Spillover, la pandemia e la quarantena globale. Da Wuhan,
periferica città della Cina centro-orientale, capoluogo della provincia dello
Hubei, il SARS-CoV-2 compie il salto di specie, dai pipistrelli agli uomini, e
con esso la realtà si prepara a deflagrare. Sono gli ultimi mesi del 2019, ma il
tutto esploderà all’inizio dell’anno successivo e alle immagini televisive di
mesti cittadini cinesi in mascherina si sostituiranno presto le ambulanze che
sfrecciano verso l’ospedale di Brescia e le funebri processioni mediatiche di
innumerevoli bare. È ufficialmente l’inizio della fine. Ali di pipistrelli,
laboratori segreti per produrre armi chimiche, oscuri complotti per decimare la
popolazione attraverso la modifica del DNA: gli anni del Covid sono stati anni
di guerra ideologica furiosa.
> I nemici dei regimi democratici hanno un nuovo nome: complottisti. Un fronte
> non lineare, composto da una parte da veri e propri fabbricanti di
> disinformazione e dall’altra da una generazione stritolata dalla crisi della
> classe media che ha abbracciato le dietrologie per continuare a sperare che
> esista un senso umano al male del mondo.
L’urgenza del vaccino scatena gli animi dei no-vax, e in alcuni casi gli Stati
rispondono con l’introduzione di specifici pass che garantiscono la circolazione
previa vaccinazione. I nemici dei regimi democratici hanno un nuovo nome:
complottisti. Un fronte non lineare, composto da una parte da veri e propri
fabbricanti di disinformazione e dall’altra da una generazione stritolata dalla
crisi della classe media che non ha superato il lutto della società della
mediazione e ha abbracciato le dietrologie per continuare a sperare che esista
un senso umano al male del mondo.
Nuovi eretici, contro cui è necessario mobilitare il vocabolario bellico.
Giancarlo Sturloni lo osserva nei suoi primi giorni di diffusione, in Il
linguaggio militare della pandemia: “l’appello a respingere il tiranno invasore
è rimbalzato dalle stanze del potere alle corsie degli ospedali, trovando eco
nei titoli dei giornali e negli applausi dai balconi […] siamo in guerra”. È un
lessico che funziona, riesce a compattare, mobilitare, perché è capace di
rassicurare dando una forma riconoscibile all’ignoto. Il linguaggio militare
trasforma “i medici in soldati da mandare al fronte e i malati in vittime
collaterali o in combattenti a cui si chiede di ‘vincere la loro battaglia’”.
“La metafora della guerra impedisce di concepire le malattie infettive
nell’ambito delle relazioni ecologiche in cui gli agenti patogeni emergono e si
diffondono”. Così, l’altro, il virus, il complottista, lo straniero o il
“deviato”, diventano frammenti dello stesso fuori espunto: emanano un’aura
minacciosa, in quanto simboli di un tremendo da cui ci separa un fronte, una
trincea, la nostra porta di casa, ultimo criterio per distinguere il dentro dal
fuori.
È in questo frangente emergenziale che le priorità imposte dalla catastrofe
climatica sono state surclassate dal desiderio di sopravvivenza immediata. Sono
lontanissimi i tempi in cui la studentessa svedese Greta Thunberg aveva dato
vita a una gigantesca mobilitazione globale attraverso il movimento di protesta
ambientalista Fridays for Future; lontanissimi seppure sia trascorso solo
qualche anno da quando, entrando di peso nel nostro immaginario, Thunberg lanciò
i suoi strali ai potenti nel suo discorso di apertura al UN Climate Action
Summit, in cui chiede furiosa ai capi di Stato e di governo mondiali: “How dare
you?”, “Come osate?! Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre
parole vuote”. L’attenzione per la catastrofe climatica si rivela però uno dei
tanti trend che si rincorrono nel palinsesto delle piattaforme. Con il Covid-19
è giunta l’alba della “società dello streaming”.
> Nel frangente emergenziale del Covid-19 le priorità imposte dalla catastrofe
> climatica sono state surclassate dal desiderio di sopravvivenza immediata.
> Sono lontanissimi i tempi in cui Greta Thunberg aveva dato vita alla
> mobilitazione globale dei Fridays for Future.
In Parole sulla pandemia, Paolo Pecere si fa portavoce di Arundhati Roy,
leggendo nel tempo pandemico una “porta, un passaggio tra un mondo e il
successivo”. Critico verso le posizioni espresse da Agamben in L’invenzione di
un’epidemia, Pecere invita a coniugare l’analisi delle fonti scientifiche con la
capacità di restare con i piedi per terra, senza mitizzare (e militarizzare) la
vita pandemica né in senso positivo né in quello distopico. Era l’aprile del
2020, e nell’articolo di Pecere si possono già ritrovare frasi che incrinavano
“la possibilità di tornare a una normalità comunitaria e sociale”, chance
“andata persa del tutto”, vittima del processo di accelerazione con cui la
pandemia ha estremizzato le tendenze omicide del capitalismo. È stato sì un
passaggio, il definitivo “jack-in” della popolazione ai dispositivi mediali. Il
nuovo mondo è sempre meno umano, sempre meno razionale.
Con lo spazio comune, anche il sapere condiviso si frantuma. L’abdicazione alla
scienza, un anno dopo l’inizio della pandemia, porta all’emersione di vecchie
teorie olistiche, come il terrapiattismo, capaci di prendere il timone nella
spiegazione del mondo complicato dalle nuove tecnologie. Il consesso umano
presente è scisso in mondi, spazi di significato differenti, e a volte in
collisione. Con la quarantena alle spalle, Laura Tripaldi affronta in Quantum
dot, controllo dell’umanità e materia programmabile il proliferare dei
complottisti antiscientifici, avversari della tecnologia 5G, ossessionati dai
quantum dot e dalle nanoparticelle, e li legge come sintomo di uno “spostamento
più profondo” che pone la società davanti a un bivio: o affrontiamo la
possibilità di intendere la tecnologia in modo radicalmente diverso, oppure ci
condanniamo alla sua demonizzazione. Bisogna prendere atto che “ci troviamo di
fronte a una tecnologia che non si manifesta più attraverso la presenza
ingombrante e visibile delle macchine tradizionali, perché agisce a livello
molecolare, mimetizzandosi con la natura stessa e rendendo i confini tra
artificiale e naturale sempre più sfumati”. Maggiore sarà la potenza della
tecnologia, maggiore la diffidenza nei suoi confronti.
Non è un caso che, nello stesso anno, un’abdicazione dello stesso tipo si
consumi anche sul fronte letterario. Francesco Pacifico mette sotto accusa la
voce narrante del romanzo occidentale contemporaneo, quella che si vuole
empatica, progressista, consapevole del proprio privilegio, e che proprio per
questo, scrive Pacifico in La voce narrante del padrone, resta compromessa
esattamente quanto la scienza di Tripaldi, che arranca nella vaporizzazione
dell’autorevolezza. La prima persona letteraria e l’uso della terza persona
distaccata dominano lo spazio del romanzo, così come il genere di successo
dell’autofiction, e si rivelano come trampolini per indebite generalizzazioni
che mascherano una verità evidente, ossia che “la voce narrante non è mai
neutrale”, e questo perché “porta con sé il peso della provenienza sociale, del
privilegio e delle aspettative del mercato editoriale”. La comunicazione
trasparente, come la buona letteratura che entra in classifica, è sempre frutto
della voce del padrone, che vuole rassicurare il suo sottoposto: il lettore
borghese, il cittadino; questo accade affinché non si inizi a mettere in crisi
la propria visione del mondo, le proprie parole, finendo così per desiderare
storie capaci di sovvertire il linguaggio e, inevitabilmente, il mondo.
> La comunicazione trasparente, come la buona letteratura che entra in
> classifica, è sempre frutto della voce del padrone, che vuole rassicurare il
> suo sottoposto: il lettore borghese, il cittadino, affinché non si inizi a
> mettere in crisi la propria visione del mondo, le proprie parole.
È in questo doppio vuoto – esplicativo e narrativo – che trova spiegazione
l’ossessione escapista per lo spazio domestico borghese, dominante nelle
narrazioni contemporanee. Del resto, finché la fuga dalla realtà resta l’unica
via, dal momento che abbiamo perduto il mondo, non possiamo che cercare rifugio
tra le mura domestiche, l’unico luogo a rimanere familiare. La pandemia e le
restrizioni imposte dai governi hanno chiuso la parabola di Greta Thunberg ma
hanno soprattutto reso ancora più difficile raccontare l’ignoto. Matteo De Giuli
e Nicolò Porcelluzzi, gli autori di Medusa (2021), denunciano espressamente la
crisi climatica come crisi dell’immaginazione, guardando all’impossibilità di
creare narrazioni capaci di comprendere il cambiamento climatico, poiché
quest’ultimo, in quanto “iperoggetto” (Timothy Morton, Iperoggetti, 2018),
evidenzia il limite umano nel concettualizzare una scala di realtà così enorme.
Il cambiamento climatico non ci sta davanti, esso ci attraversa e per questo non
riusciamo a visualizzarlo e quindi a raccontarlo. In quanto “schema
organizzativo espresso in forma di storia”, la letteratura secondo De Giuli e
Porcelluzzi deve “creare gli spazi mentali per ciò che non siamo ancora capaci
di vedere o accettare”, invece di limitarsi a “rispecchiare il presente”.
Ciò che gli scrittori non fanno più viene eseguito da eserciti di professionisti
alle dipendenze di magnati californiani narcisisti e abbronzati. A ottobre del
2021, mentre il decennio si prepara ad attraversare la sua terza e ultima
soglia, Facebook cambia nome in Meta e annuncia di voler costruire il metaverso:
uno spazio interamente sintetico in cui vivere, lavorare, socializzare,
sostitutivo del mondo condiviso che nel frattempo si è appena prosciugato. La
stessa azienda che aveva confezionato le bolle filtro si ribattezza nel momento
esatto in cui la letteratura chiede un nuovo spazio mentale per l’impensabile, e
risponde, a modo suo, con un mondo del tutto immaginario da vendere. Nonostante
il metaverso si sia poi rivelato un flop, il compito affidato alla letteratura
da De Giuli e Porcelluzzi finirà per essere raccolto da un nuovo tipo di
macchina.
L’immagine senza corpo (2022-2026)
Dal 2016 a oggi l’immagine ha smesso di mentire dentro un mondo verificabile e
si è resa così autonoma, capace di esistere indipendentemente dal mondo. A
distanza di sei anni da quell’anno surreale in cui i sogni avevano invaso la
realtà, sono le macchine, questa volta, a cominciare a sognare e a delirare. Il
2022 è l’anno di Dall-e e Midjourney, i primi sistemi di intelligenza
artificiale text-to-image in grado di generare immagini a partire da un testo
scritto. Il loro impatto, scrive Francesco D’Isa in La rivoluzione degli
algoritmi nel mondo dell’arte, è paragonabile a quello della fotografia.
Nell’articolo, D’Isa individua nella reazione della società e del mondo
dell’arte un pattern ricorrente, un processo che dallo scetticismo iniziale
evolve nella meraviglia – “quando la novità dello strumento è tale che ogni
prodotto che crea sembra straordinario” – per poi passare alla preoccupazione,
il timore che il nuovo strumento esaurisca le possibilità dell’attività creativa
umana, e approdare infine, dialetticamente, all’accettazione, in cui la
diffusione della tecnologia normalizza il proprio stesso utilizzo.
D’Isa richiama lo sprezzante giudizio di Baudelaire di fronte alla fotografia.
La “principale paura” del poeta francese era che la facilità di realizzazione di
immagini offerta dalla macchina fotografica “avrebbe moltiplicato a dismisura le
opere dozzinali, e a distanza di secoli possiamo dire che aveva perfettamente
ragione”. Ma Baudelaire negava alla fotografia lo statuto d’arte non per una
ragione di principio, bensì “banalmente” perché “non era un bravo fotografo”:
“non basta una macchina fotografica per fare un fotografo”.
> Nella reazione della società e del mondo dell’arte all’IA è individuabile un
> pattern ricorrente, un processo che dallo scetticismo iniziale evolve nella
> meraviglia per poi passare alla preoccupazione e approdare infine,
> dialetticamente, all’accettazione.
Dall-e e Midjourney, osserva D’Isa, non sono un “androide antropomorfo con una
personalità propria”, ma “modelli algoritmici” capaci di riconoscere pattern in
un’enorme quantità di dati – non diversi, sostiene, da un pennello: uno
strumento come tanti altri, carico delle contraddizioni che ne strutturano il
funzionamento. Lo sguardo malinconico di Walter Benjamin sulla perdita d’aura
dell’opera d’arte, in questa lettura, va ridimensionata: l’artista resta
“co-autore” dello strumento, ma a problematizzarsi è semmai la limitazione al
pieno utilizzo dello strumento stesso che infatti, nel caso dei Large Language
Models “opera una severa censura, vietando termini e immagini che possano
offendere più o meno chiunque” sulla base dell’intervento umano con cui è stato
programmato. “A monte di questa censura”, nota D’Isa, “non è difficile notare
una confusione tra l’idea di immagine di fantasia e reale”.
Il dibattito sulle IA, in questa fase ancora aurorale, resta concentrato su una
futile culture war mentre manca ancora una riflessione seria sulla loro impronta
materiale: “l’industria dell’AI richiede sempre più materie prime per mantenere
la sua corsa verso il progresso […] per allenare un grande modello linguistico
vengono emesse circa 300 tonnellate di CO2: una cifra considerevole e
preoccupante”, senza contare che solo chi possiede un’enorme quantità di GPU può
permettersi di allenare questi modelli, un fattore questo che esclude in
partenza i piccoli attori dalla sperimentazione d’avanguardia. L’ottimismo
critico di D’Isa non nasconde che questi strumenti non sono affatto neutrali:
chi li utilizza, in qualche misura, viene utilizzato a sua volta per gli scopi
estrattivi che caratterizzano questa nuova fase della tecnologia. Attraverso il
prompt, l’utente non impartisce ordini alla macchina: la sta allenando. In quel
momento è il modello a essere nutrito.
Quando nel 2023 nasce su Reddit il meme del Will Smith che mangia gli spaghetti
– un video generato con le prime versioni dei text-to-image, dai tratti
fortemente espressionisti, movimenti innaturali e forme grottesche in divenire
continuo – quel senso di uncanny valley non è ancora la crisi vera e propria, ma
ne è già il sintomo visibile; è il nostro primo impatto con una immagine non
umana del mondo, un’immagine che ha smesso di imitare o sostituire la realtà
perché il suo referente ha cessato di essere il mondo ed è oggi l’archivio delle
immagini umane pregresse, che è stato divorato, ricombinato e restituito senza
passare mai dal reale. Mentre l’immaginario dell’uomo entra progressivamente in
crisi, quello della macchina comincia ad assemblarsi con una logica del tutto
inumana.
La macchina resta, in questo senso, saldamente sé stessa, ed è proprio questo
aspetto, non la sua eventuale somiglianza con noi, il punto più inquietante.
Jacopo Cirillo lo nota nello stesso anno del Will Smith che mangia spaghetti,
spostando l’ultima frontiera del test di Turing verso la comicità (La comicità
artificiale, 2023): “il senso dell’umorismo, la capacità cioè di riconoscere una
porzione di mondo e di realtà in quanto ‘comica’”, rende l’uomo “l’unico animale
che ride”, ed è proprio questa capacità a determinarlo. Non ci resta che una
risata, e la speranza che gli algoritmi non imparino mai a comprendere gli
intricati metalivelli ironicamente misogini, razzisti e abilisti della migliore
stand-up comedy americana.
> Con l’IA l’immagine che ha smesso di imitare o sostituire la realtà perché il
> suo referente ha cessato di essere il mondo ed è oggi l’archivio delle
> immagini umane pregresse, che è stato divorato, ricombinato e restituito senza
> passare mai dal reale.
La distinzione tra vero e sintetico si ripercuote sulla ragione pubblica.
Nell’estratto pubblicato dal Tascabile dal libro di Gregorio Magini, Mitologia
del complottismo. Il Behemoth delle storie (2024), il complottista occupa una
delle tante posizioni nello spettro indistinto in cui siamo tutti immersi –
proprio come l’immagine sintetica non è più il falso da smascherare, ma una
posizione nello stesso flusso indistinto di immagini vere. Anche il ragionamento
perde per il proprio fuori rispetto a cui essere verificato: chiedersi chi ha
ragione e chi mente significa mancare completamente il punto della questione.
L’adesione al complottismo riposa su basi alogiche, esistenziali, emotive se
vogliamo, le stesse su cui riposa il ragionamento di buon senso, per cui pur
bollandole come teorie pseudoscientifiche o irrazionali, i complottismi non
smetteranno di diffondersi finché le loro premesse non verranno disattivate.
A darle manforte, facendo capolino nel nostro presente, il rilascio, tra la fine
del 2025 e l’inizio del 2026, di milioni di documenti del Dipartimento di
Giustizia americano sul caso Epstein. I file confermano ciò che il sospetto più
moderato aveva paventato per anni, ossia una fitta rete di complicità tra il
finanziere e un’élite politica ed economica reale, non immaginata. Nonostante
manchino prove reali del traffico di minori e persino degli atti di cannibalismo
rituale immaginati da QAnon, gli Epstein’s files hanno dato ragione anche ai
complottisti, è questo il punto della questione, che analisti e sciocchi e
creduloni siano finiti dentro lo stesso gesto di sospetto verso il potere.
Nel suo articolo Magini si poneva nel solco della soluzione comunitaria, un tic
che denuncia una certa retromania umanista della critica del presente, una
postura che guarda al passato piuttosto che prendere atto della scomparsa
dell’umanità analogica. Chiedere più socialità, in questa lettura, ignora
l’eccesso di società che già condiziona e avvelena la sfera interiore. Nel 2025,
Fabio Ciancone, esaminando l’opera della sociologa Eva Illouz in Sovrasocialità
e altre storie, aiuta il lettore ad addentrarsi nella “modernità esplosiva” in
cui anche le emozioni umane sono modellate in profondità dalle strutture
economiche e sociali. Con il venir meno dello spazio pubblico e la pervasività
dei social media, lo spaesamento individuale porta la razionalità tradizionale a
incrinarsi davanti a disuguaglianze crescenti e a una diffusa rassegnazione
politica.
Con la conversione degli smartphone in dispositivi di ripresa e trasmissione
continua, si consolida un regime di celebrità diffusa che atomizza i soggetti e
li inchioda al loro personaggio virtuale. Siamo tutti famosi e tutti più soli,
separati nelle nostre camere esistenziali, siamo diventati pixel di un unico,
grande, script pubblicitario. Posseduti da una fama inconsistente, subentrata al
crollo dell’olimpo un tempo riservato ai divi del cinema e della televisione,
spazzato via dal #MeToo e dall’avvento dello streaming, la celebrità del nostro
tempo è minima e globalmente diffusa, scrive Alessandro Lolli in Storia della
fama (2025). Intervistato sul Tascabile da Elisa Cuter, Lolli parla
esplicitamente della fine del mainstream tradizionale in favore di
“micro-celebrità” di nicchia, un’altra tessera che va ad aggiungersi al puzzle
della frantumazione dell’immaginario. Per comprendere come si sia arrivati a
questo punto bisogna guardare al passaggio dai social network ai social media.
“Il social network nasceva per parlare con gli amici, creando fama in modo quasi
inconscio. I social media richiedono invece un’intenzionalità imprenditoriale:
chi vi partecipa accetta consapevolmente di salire su un palcoscenico per un
pubblico di sconosciuti […] fare arte o comunicazione diventa simile a
un’indagine di mercato, dove bisogna differenziarsi dai competitor e studiare il
proprio target di riferimento”. Tutto ruota attorno al feedback costante, che
costringe l’utente dei social a un’autocensura preventiva pur di compiacere la
propria bolla.
> Con la conversione degli smartphone in dispositivi di ripresa e trasmissione
> continua, si consolida un regime di celebrità diffusa che atomizza i soggetti
> e li inchioda al loro personaggio virtuale. Siamo tutti famosi e tutti più
> soli, pixel di un unico, grande, script pubblicitario.
La filosofia ha sempre guardato con sospetto le immagini. Schermo, esca,
apparenza, inganno, un vocabolario che oggi descrive però qualcosa di diverso da
ciò per cui era stato pensato. Giacomo Croci, recensendo L’inquietudine
dell’immaginario. Etiche dello sguardo di Pietro Bianchi (2026), lo scrive nella
forma più netta: “la preoccupazione non è più soltanto la manipolazione ma anche
la generazione, per via d’intelligenza artificiale, di flussi continui di
immagini senza redini né referenti reali”. Secondo Bianchi viviamo ormai una
nuova modalità percettiva, che fa a meno del corpo: la vista prescinde dagli
occhi e dai nervi, perché oggi vediamo innanzitutto “con il cinema”, “con la
televisione, gli smartphone, i musei” e “le finestre”. Siamo noi stessi
immagini, immagini che producono altre immagini: è la fine dell’autorialità
dispersa nel dominio del flusso. Ma è anche la fine dell’immagine stessa.
È in questa luce che va letta, forse, la morte annunciata del meme stesso. Il
reel, secondo Alessandro Lolli, ha preso il posto del meme visivo e statico.
Nella baraonda di “sketch comici interpretati da aspiranti comedian, pubblicità
buffe di aperitivi a Catania, influencer che fanno la predica, influencer che
‘reactano’ l’influencer di prima cercando di umiliarlo, gymbro e cryptobro che
cercano di insegnarti la vita, rare footage di concerti o programmi televisivi,
interviste al man on the street e ovviamente tonnellate di AI slop”, il meme è
morto “come idea, come attore principale di Internet”, non più “parola-chiave
delle nuove culture digitali”.
Fuoriuscendo dall’anonimato autoriale dei forum e diffondendosi sui social
media, il meme è stato presto cooptato dalla pubblicità e, come già ricordato,
dalla politica. Come le altre immagini, anche il meme si inserisce negli
“interessi degli asset finanziari”, che hanno svelato secondo Hito Steyerl il
mondo dell’arte come settore economico, capace di accelerare la circolazione
delle immagini in un ecosistema che, oltre a una dimensione energivora, impatta
profondamente anche sul piano del lavoro – con artisti costretti a operare “su e
per infrastrutture produttive delle aziende del big tech”, fomentando “dinamiche
razziali/imperialiste in cui divisione e delocalizzazione di micro-task”
ricadono su “lavoratori e lavoratrici poveri e razzializzati”, come descritto da
Vincenzo Estremo in Estetica del surriscaldamento – rafforzando così,
ulteriormente, il divario di classe.
> L’epilogo di questo viaggio nel passato recente è il quadro di un’epoca in cui
> l’immagine ha decretato la morte dell’immagine stessa, indisponibile ormai
> alla contemplazione perché parte di un flusso globale di estrazione violenta
> di dati mediante la cattura dell’attenzione.
Proprio quest’anno, quasi a certificare per via finanziaria ciò che l’immagine
ha già mostrato per via teorica, l’oligopolio delle grandi piattaforme cambia
volto: al vecchio acronimo GAFAM – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft,
le compagnie che dieci anni fa avevano costruito le bolle filtro descritte da
Pietro Minto – subentra, sui mercati, il nuovo acronimo MANGOS: Meta, Anthropic,
Nvidia, Google, OpenAI, SpaceX. Non più le aziende che estraevano dati da un
mondo condiviso, ma quelle che generano mondi propri, sintetici, attraverso il
sacrificio del mondo materiale. L’epilogo di questo viaggio nel passato recente
è il quadro di un’epoca in cui l’immagine ha decretato la morte dell’immagine
stessa, indisponibile ormai alla contemplazione perché parte di un flusso
globale governato da un’oscura termodinamica, in cui il maggiore o minore calore
non segnala altro in quale settore sta avvenendo l’estrazione violenta di dati
mediante la cattura dell’attenzione.
L'articolo Divenire flusso proviene da Il Tascabile.
N el mito di Er, che conclude l’ultimo libro – il decimo – della Repubblica di
Platone, le anime scelgono il proprio rispettivo modello di vita prima di
reincarnarsi, senza soffrire di alcun limite nella decisione, che è solo
influenzata dalle abitudini che esse avevano nella vita precedente.
Er è un valoroso soldato morto in battaglia e risuscitato proprio mentre stava
per essere messo sulla pira e cremato. Tornato tra i vivi, descrive ciò a cui ha
assistito nell’aldilà: si era ritrovato su un prato ove, da una voragine che
conduceva fino alle viscere della terra, affluivano le anime che essendosi
macchiate di colpe durante la vita terrena avevano dovuto espiarle patendo per
migliaia di anni nell’ipogeo. Da una voragine sospesa nell’atmosfera scendevano
invece le anime pie e rette, che avevano beneficiato di godimenti celesti e
visioni di incredibile bellezza. Dopo sette giorni di permanenza lì, Er e le
altre anime si erano incamminati fino a scorgere, dritto come una colonna e
avvolto in una luce più pura dell’arcobaleno, un fuso su cui ruotavano otto
fusaioli, sostenuto dalle ginocchia di Ananke, la dea della necessità. Vicino a
lei sedevano, ciascuna su un trono, le sue tre figlie: Atropo, Cloto e Lachesi,
le quali, cantando rispettivamente il futuro, il presente e il passato,
accompagnavano con le mani la rotazione del fuso. Un araldo di Lachesi prendeva
quindi dalle ginocchia della divinità vari modelli di vita e li deponeva per
terra, invitando le anime a sceglierne uno in vista della loro reincarnazione,
che sarebbe stata imminente; veniva stabilito a sorte un ordine di scelta, ma i
paradigmi di vita proposti erano così tanti che anche le anime rimaste per
ultime avrebbero avuto a disposizione una rosa abbastanza ampia.
L’araldo spiegava che la responsabilità della scelta incombeva sulla singola
anima e che la scelta stessa sarebbe stata irrevocabile: si trattava di un
momento in altre parole fatidico, che dipendeva interamente dalla intelligenza e
buona volontà della singola anima. Comunque, come riferisce Er, la maggioranza
delle anime sceglieva secondo le abitudini contratte nella vita precedente. Il
riferimento alla vita passata può essere interpretato, essendo credenza
collettiva che si viva una volta sola, come un richiamo alle abitudini che ci
siamo costruiti nel tempo: basta solo accantonarle, in altre parole scrollarsi
di dosso la pigrizia, uscire dalla comfort zone, per cogliere le occasioni messe
a disposizione e diventare chi si desidera.
Il mito può facilmente essere interpretato come una metafora della meritocrazia:
al pari delle anime, anche noi scegliamo la nostra vita, così che ci meritiamo
quello che poi otteniamo in sorte. I modelli di vita offerti dall’araldo sono il
corrispettivo delle pari opportunità sancite da leggi, regolamentazioni e
interventi pubblici; e come le anime svantaggiate dal sorteggio godono comunque
di un’abbondante libertà di scelta, così chi è svantaggiato economicamente può
beneficiare di un’elevata mobilità sociale. Ma è davvero così?
> Si potrebbe interpretare il mito di Er come una metafora della meritocrazia:
> se siamo liberi di scegliere la nostra vita, ci meritiamo quello che otteniamo
> in sorte. Ma è davvero così?
Come sostiene Francesco Codello in L’illusione meritocratica (2024), la
concezione sottostante alla meritocrazia è che ogni essere umano “è padrone del
proprio destino”. In effetti, gli otto fusaioli simboleggiano le stelle fisse,
la luna, il Sole e i pianeti conosciuti ai tempi degli antichi Greci, così che
il fuso di Ananke può essere interpretato come il destino del cosmo, interamente
determinato dagli dei. All’individuo spetta invece il privilegio di sfuggire
alla necessità che governa la natura e di divenire artefice della propria sorte.
Le disuguaglianze sociali che si sviluppano una volta garantite le pari
opportunità dipendono esclusivamente dalla responsabilità dei singoli. A costoro
non resta altro che coltivare talenti e abilità affinché vengano valutati: come
nota Diego Giannone in Lessico del neoliberalismo. Le parole del nemico (2024),
proprio la valutazione implica una misurazione quantitativa, cioè la traduzione
in un linguaggio tecnico-scientifico, delle qualità individuali, che diventano
così comparabili. La comparazione, consentendo di giudicare gli individui e
ripartirli in classi di vincenti e perdenti, è il presupposto della loro
competizione e conflittualità.
Gli sforzi profusi da ciascuno per allenare il proprio talento e vedere
riconosciuto il proprio merito si inscrivono in un processo di individuazione,
cioè un processo nel corso del quale il singolo si forma attraverso delle prove;
queste ultime costituiscono delle porte di accesso alla realtà, nel senso che,
esperendole, l’individuo distingue tra sé, gli altri e il mondo e si costruisce
un’immagine del mondo su cui fare affidamento. Ebbene, una persona che non abbia
fatto altro che competere con gli altri per il successo facilmente si figurerà
una società abitata da monadi-concorrenti e informata da relazioni non tra
persone ma tra persone e cose – cioè tra lavoratori e capitale, tra cittadino e
Stato, tra candidati e valutazione –, in cui le seconde dominano sulle prime. La
meritocrazia assurge così a dispositivo di individuazione, cioè di formazione e
costruzione dell’individuo.
Chi si sottopone a questo dispositivo finisce, dopo un’estenuante contesa, per
collocarsi in un ordine economico-sociale ben gerarchizzato, in cui il posto che
ciascuno occupa è quello che si è meritato: nulla di più né nulla di meno è
dovuto. La meritocrazia contribuisce così allo sviluppo di un tipo di
personalità che non riconosce obblighi reciproci tra gli appartenenti alle
differenti classi sociali. Eppure, la continua messa alla prova che essa
prospetta riesce ad allettare non solo i vincenti, che evidentemente ci
guadagnano, ma anche i perdenti, indotti a credere di poter un giorno evolvere
in vittoriosi.
Contro questo modello, nel saggio Filosofia dell’amicizia (2021) Adriano
Bertollini argomenta che il principale dispositivo di individuazione tramite cui
le persone danno forma a sé stesse è invece l’amicizia, in quanto accidentata da
prove che consentono a ciascun amico di prendere coscienza dei propri limiti e
tracciare il confine tra sé stesso e il mondo; le prove cui gli amici sono
sottoposti alimentano inoltre una fiducia reciproca, in virtù della quale
ciascuno sa che l’altro può contare, in caso di bisogno, sulle sue qualità.
> Una persona che non abbia fatto altro che competere con gli altri facilmente
> si figurerà una società abitata da monadi-concorrenti e informata da relazioni
> tra persone e cose – cioè tra lavoratori e capitale, tra cittadino e Stato –,
> in cui le seconde dominano sulle prime.
Nelle relazioni amicali, così come in quelle cooperative e solidali (il comitato
di quartiere, il gruppo di volontariato ecc.), siamo costantemente messi alla
prova perché non smettiamo mai di “lavorare sulle regole che strutturano la vita
condivisa; quella vita vissuta insieme porta alla modificazione di tratti
idiosincratici individuali”, cioè delle qualità, e al loro mescolamento:
scambiamo, trasmettiamo e apprendiamo qualità gli uni dagli altri. Inoltre,
l’amicizia e le relazioni cooperative e solidali in genere permettono di vivere
la conflittualità che l’incontro con il mondo porta con sé – per esempio,
proprio l’attrito con il meritocratico mondo del lavoro – come un “fattore
unificante”, un’“occasione affinché una pluralità di persone possano trovarsi ad
agire di concerto” e così creare o rafforzare un legame. Viceversa, la
meritocrazia ci relega nelle nostre rispettive isole, ciascuno impegnato a
coltivare il proprio talento.
La condizione di isolamento derivante dalla competizione meritocratica ci
impedisce di percepire la comunità che siamo ed è dunque alla base del crollo di
istanze e azioni organizzate collettive: se infatti imputiamo il nostro successo
esclusivamente alla nostra condotta meritoria e addebitiamo l’insuccesso degli
altri unicamente al loro modo di essere e di agire, fatichiamo a metterci nei
loro panni e, se incespichiamo in questo esercizio, figuriamoci se riusciamo a
sentirci parte di una comunità.
Per superare questa impasse Paolo Godani – nel saggio La vita comune (2016) –
suggerisce di recuperare la capacità di percepire le qualità comuni a noi e agli
altri, che tra l’altro non sono poche in una società massificata come la nostra.
La sua proposta muove da Aristotele, secondo cui le qualità sono i tratti
distintivi dei personaggi della commedia, ma anche le loro caratteristiche
individuali, cioè esclusive: costituiscono in pratica attributi
trans-individuali, che oltrepassano i singoli collegandoli, cioè legandoli gli
uni con gli altri. Così gli individui possono essere equiparati a sostrati
indeterminati sui quali gravitano determinate qualità, che sì li caratterizzano,
ma intanto hanno natura comune. Anche per Honoré de Balzac e Molière le qualità
consistevano in elementi comuni e ricorrenti, la cui aggregazione,
materializzandosi di persona in persona, dava luogo non tanto a un individuo,
quanto a un tipo.
Balzac, in particolare, nella prefazione a La commedia umana (1842-48),
dichiarava esplicitamente che il suo intento era quello di ritrarre l’“umanità
di una certa epoca attraverso la presentazione di personae, cioè di maschere,
ruoli e funzioni”, come chiosa Godani in Il corpo e il cosmo. Per una
archeologia della persona (2021). Il romanziere francese aveva tratto l’idea
della sua sterminata opera – oltre centotrenta scritti tra romanzi, racconti e
saggi – da un’analogia tra il genere animale e quello umano: come l’animale
prende la sua forma peculiare dall’ambiente in cui si sviluppa, così l’essere
umano si differenzia a seconda dell’ambiente in cui svolge la sua attività. La
formazione dell’essere umano è però più complessa, perché le sue abitudini, il
suo linguaggio, le cose concrete della sua vita (dall’abbigliamento
all’abitazione fino al cibo) sono storicamente determinate, mutando di civiltà
in civiltà: l’uomo e la donna sono il prodotto non solo della natura ma anche
della società.
> Le relazioni cooperative e solidali permettono di vivere la conflittualità
> come un’“occasione affinché una pluralità di persone possano trovarsi ad agire
> di concerto”. Viceversa, la meritocrazia ci relega nelle nostre rispettive
> isole, ciascuno impegnato a coltivare il proprio talento.
Questa difficoltà non pare scoraggiare Balzac, tanto conscio della dimensione
del suo progetto da avere calcolato che le figure salienti dell’epoca che ha
scelto di rappresentare ammontano a due o tremila esemplari, tutti bisognosi di
gallerie espositive in cui essere inquadrati; non senza compiaciuta ironia il
romanziere francese nota di aver dovuto fare cento volte ciò che Samuel
Richardson – autore del romanzo epistolare Clarissa (1747-48), la cui eponima
protagonista si distingueva per purezza e virtù – aveva fatto una volta sola.
Comunque, l’approccio tassonomico di Balzac investe non solo gli esseri umani,
ma anche gli eventi principali della vita, a dimostrazione del fatto che non
esistono solo qualità comuni, ma anche situazioni tipiche, che ricorrono durante
ogni esistenza. Se presentiamo o comunque sviluppiamo qualità comuni non dipende
forse dall’affrontare situazioni universali, da cui nessuno va esente?
Quanto a Molière, nella prefazione a Tartuffe ou l’Imposteur raccontava di avere
apportato correzioni all’opera e di averla fatta approvare da principi e
ministri perché una buona fetta di pubblico, sentendosi rappresentata dai ben
poco virtuosi personaggi messi in scena, l’avevano presa di mira. Quelle stesse
persone che si erano riconosciute nei personaggi potevano senz’altro
identificarsi l’una con l’altra e così riconoscere di possedere qualità, anzi
vizi, comuni. Potenzialmente chiunque può essere l’impostore, l’avaro o il
malato immaginario: così le vite personali di questi personaggi si convertono,
assumono il significato di vite comuni.
La filosofia di Godani ci conduce a concepirci come dei mimi, così da mantenere
quella giusta distanza da noi stessi che ci permette di giocare e ridere di ciò
che siamo, e quindi di riconoscere che il proprio sé non è altro che un
carattere comune, incarnabile da chiunque altro, proprio come l’impostore,
l’avaro o il malato immaginario di Molière. Questa rinnovata percezione –
osserva il filosofo in La vita comune – ci libera “dal fardello depressivo
dell’unicità individuale”, consentendoci di vivere la nostra vita come
l’espressione casuale e contingente della vita di tutti.
Riconoscere l’esistenza di una vita comune significa disperdere il peso della
propria in quelle degli altri, ai quali siamo apparentati dalle qualità
condivise e i quali presentano qualità che potremmo o avremmo potuto incarnare
anche noi e viceversa. Questa rinnovata sensibilità consente di accantonare
quell’atteggiamento, figlio del romanticismo, che accorda priorità alla vita
interiore e importanza a eventi e avvenimenti solo se espressione di una
personalità; come sostiene Godani in La vita comune, permette, soprattutto, di
“destituire fin dall’inizio e assolutamente la logica della colpa”, del
disvalore conseguente al fallimento, così come quella del successo, del premio
riconnesso alla buona riuscita, in tal modo sconfessando entrambe le facce del
Giano bifronte meritocratico.
> Secondo Aristotele le qualità costituiscono attributi trans-individuali, che
> oltrepassano i singoli collegandoli, cioè legandoli gli uni con gli altri.
La meritocrazia infatti riduce l’essenza della natura umana, “in sé
perfettamente comune, a proprietà di un individuo”, che assurge così a padrone e
unico responsabile di sé; pertanto, essa è un dispositivo, oltre che di
individuazione, colpevolizzante, poiché isola le persone e narra le forche
caudine del mercato neoliberale del lavoro come imprese in cui la buona riuscita
dipende esclusivamente dalla profusione dell’impegno personale e dal
dispiegamento delle capacità acquisite, del talento allenato.
Se si riconosce che le qualità comuni concorrono tutte alla riproduzione del
genere umano e che dunque costituiscono patrimonio universale, allora non può
esservi spazio per il merito, inteso come lode dovuta a una qualità piuttosto
che a un’altra. Questa presa di coscienza passa attraverso quelle prove che,
dando simultaneamente forma a noi e agli altri, ci permettono di scoprire e far
scoprire le qualità altrui e nostre e favoriscono l’unione in un corpo
collettivo dalle qualità comuni.
Per esempio, aderire a un gruppo di acquisto solidale implica riconoscere
l’esistenza di qualità comuni a noi e agli altri, grazie alle quali possiamo
accontentarci tutti di una rosa di prodotti più ristretta di quella offerta
dalla grande distribuzione organizzata: quest’ultima si fonda sul presupposto
del consumatore-arbitro assoluto, le cui determinazioni, singolari e uniche, non
sono compatibili con quelle altrui se non per puro caso. Lo stesso si può dire
di tutte quelle forme di spontaneismo dal basso in cui ci organizziamo per
godere di rappresentazioni artistiche o discutere di questioni concrete e
urgenti: per esempio, è il nostro interesse personale che ci spinge a vedere
l’ultimo film di Ken Loach o ci fa indignare per la delibera comunale che
dispone la chiusura pomeridiana della biblioteca, ma sono le nostre comuni
qualità che ci permettono di dibattere del film dopo averlo fatto proiettare al
cineforum di quartiere o di delineare una strategia collettiva per opporci alla
restrizione del comune; diversamente, ci limiteremmo ad andare al cinema o a
delegare fin dall’inizio la contesa a un avvocato.
Ancora, creare gruppi di studio per esami universitari o concorsi pubblici
significa riconoscere che siamo soggetti al medesimo destino e dunque alle
stesse paure: le nostre comuni qualità – l’abilità di assorbire i concetti,
rielaborarli e iscriverli in un più grande quadro di senso compiuto, per poi
ripeterli ad altri – ci consentono di fornirci reciproco aiuto e, in un certo
qual modo, di deindividualizzarci, cioè di assumere una razionalità collettiva –
una mentalità di squadra – di fronte a un’occasione di valutazione del merito
atta a metterci l’uno contro l’altro. Questi esempi ci mostrano come le qualità
comuni agli esseri umani forniscano di continuo occasioni per dispiegare la
potenza di costruire strade e sentieri da seguire assieme, svicolando dalla
solitudine imposta dal mercato del lavoro e dalla sua meritocrazia.
Pensiamo ora a quando ci stupiamo di una persona ordinariamente di successo che
incappa in un madornale scivolone o restiamo sorpresi da un’altra, abitualmente
poco brillante, che compie una prodezza: passata l’incredulità, tendiamo a
giudicare negativamente la condotta del primo, a evidenziarne il demerito, e di
converso a esaltare il secondo, ad attribuirgli del merito. Non dovremmo forse
riconoscere che la caduta del primo e la rivincita del secondo sono da imputare
alla comunanza delle qualità, che alle volte trasmigrano dall’uno all’altro? Le
qualità, soprattutto quelle linguistico-relazionali sviluppate nel lavoro di
squadra e nella vita in società, sono molto sensibili allo stato psichico ed
emozionale della persona e dunque, anche se acquisite a seguito di una lunga e
consolidata esperienza, possono rivelarsi volatili.
> Se si riconosce che le qualità comuni concorrono tutte alla riproduzione del
> genere umano e che dunque costituiscono patrimonio universale, allora non può
> esservi spazio per il merito, inteso come lode dovuta a una qualità piuttosto
> che a un’altra.
Quanto alle qualità più rare, dovremmo considerarle, anziché un merito, “una
casualità, una varietà espressiva”, come le definisce Francesco Codello in
L’illusione meritocratica. Non è un caso che nel mito di Er le vite tra cui le
anime possono scegliere si trovino presso Lachesi, cioè presso il passato:
l’insieme delle qualità costituisce un tessuto comune al genere umano e dunque
preesistente al singolo che ne è la contingente estrinsecazione.
È interessante riflettere su come nel mito alcune anime scelgano una vita
opposta a quella in precedenza condotta: Epeo, pugile che partecipò alla guerra
di Troia, vuole divenire una donna operaia, mentre Odisseo un tipo ozioso e
appartato, che non soffre seccature. Questi personaggi sembrano stufi delle
qualità individuali che li hanno distinti e grazie alle quali si sono assicurati
(non senza fatiche, ma è la meritocrazia che le esige) tanti onori: preferiscono
appropriarsi di qualità più comuni e ricorrenti, meno illustri. Nel nostro mondo
meritocratico le qualità meglio remunerate o più apprezzate costano tanti
sacrifici che, se potessimo tornare indietro, forse non ripeteremmo.
Non possiamo reincarnarci in altri corpi ma possiamo mettere le nostre qualità
più rare, quindi socialmente più preziose, al servizio degli altri e lasciare
che loro facciano lo stesso per noi, un po’ come accade con le banche del tempo,
iniziative territoriali tramite cui i membri si scambiano servizi e, quindi,
mettono le proprie qualità al servizio degli altri e al contempo ricevono
benefici dalle qualità altrui. Chi svolge un servizio ottiene infatti un credito
di ore corrispondente al tempo impiegato, a prescindere dalle qualità messe in
campo, e può spendere questo credito per richiedere servizi a qualsiasi altro
iscritto. Il principio che informa questo esperimento di socialità solidale è
semplice: metto le mie qualità più ricercate (saper fornire assistenza legale su
questioni burocratiche come la tassa sui rifiuti) a disposizione degli altri e a
loro mi rivolgerò quando avrò bisogno di qualità che non possiedo (so come si
esce dai labirinti burocratici, ma non so far addormentare il mio bambino). In
tal modo si vive concretamente una vita comune, in cui le qualità di ciascuno
vengono socializzate.
L’araldo di Lachesi sottolinea pure che la virtù non ha padrone: ciò non
dovrebbe voler dire che anche le qualità più ambite o più benefiche appartengono
alla comunità umana e dunque devono intendersi poste al suo servizio? Se non
riusciamo più a immaginare un comunismo dei mezzi di produzione, possiamo
provare a pensarne uno delle qualità.
L'articolo Meritocrazia vs comunismo delle qualità proviene da Il Tascabile.
“L a sete non si placa masticando un pezzo di pane. Si vince bevendo”. È con
questa immagine che la psicologa dello sviluppo Daniela Lucangeli si è rivolta,
durante l’incontro “Empatia e coraggio. Superare l’ansia insieme” a La fiera
delle parole di Padova, a chi le chiedeva come si potesse combattere l’ansia. Se
cerchiamo di convincerci razionalmente a non avere paura, suggeriva, agiamo sul
piano sbagliato. Se la paura nasce come un’esperienza emotiva, è attraverso
un’altra esperienza che possiamo trasformarla.
Nonostante sia un’idea intuitiva, per molto tempo la psicologia scientifica si è
occupata soprattutto di altre domande: come nasce la paura? Quali circuiti
cerebrali la generano? Perché in alcune persone diventa ansia cronica, fobia,
panico? Molto meno spazio è stato dedicato a un interrogativo complementare: che
cosa succede quando una persona, pur continuando ad avere paura, decide di
vivere comunque ciò che teme? Se la paura è un’emozione, il coraggio non può
essere semplicemente la sua assenza. Nessuno definirebbe coraggioso chi
attraversa un precipizio senza rendersi conto del pericolo.
Cos’è, davvero, il coraggio
Per secoli questa è sembrata una questione più adatta alla filosofia che ai
laboratori. Aristotele collocava il coraggio tra le virtù morali, a metà strada
fra la codardia e la temerarietà. Il coraggioso, scriveva nell’Etica Nicomachea
(libro III), è chi riconosce il pericolo senza lasciarsene dominare. Solo negli
ultimi decenni gli psicologi hanno iniziato a trattare il coraggio come un
fenomeno osservabile. Stanley Rachman, uno dei maggiori studiosi dei disturbi
d’ansia, propose di definirlo, in termini strettamente comportamentali, come
l’atto di avvicinarsi a qualcosa che suscita paura.
L’idea è stata poi messa alla prova in laboratorio. In uno degli studi
sperimentali più significativi relativamente a questo argomento, gli psicologi
Peter Norton e Brandon Weiss misero alla prova il coraggio di alcuni
partecipanti, tutti aracnofobici, chiedendo loro di avvicinare progressivamente
la mano a quattro tarantole imbalsamate. Pur provando livelli simili di paura,
le persone mostravano comportamenti diversi: alcune evitavano di avvicinarsi,
altre riuscivano a spingersi più vicino all’oggetto temuto. Era un cambiamento
di prospettiva importante. Significava che paura e coraggio non sono gli estremi
della stessa linea, come caldo e freddo, ma che possono coesistere. Anzi, il
secondo esiste soltanto in presenza della prima.
> Attraversare una strada trafficata per superare una fobia e denunciare un
> abuso sul lavoro sono entrambi esempi di avvicinamento alla paura. Ma soltanto
> il secondo soddisfa anche la definizione morale del coraggio.
Non tutti gli studiosi concordano su questa definizione. La psicologa Cynthia
Pury distingue oggi due modi diversi di intendere il coraggio. Il primo, quello
della psicologia sperimentale, si limita a osservare il comportamento: se una
persona affronta ciò che teme, sta manifestando coraggio, indipendentemente dal
motivo. Il secondo conserva invece un’eredità filosofica: affinché si possa
parlare davvero di coraggio, non è sufficiente affrontare un rischio, occorre
farlo per qualcosa che valga quel rischio.
Attraversare una strada trafficata per superare una fobia e denunciare un abuso
sul lavoro sono entrambi esempi di avvicinamento alla paura. Ma soltanto il
secondo soddisfa anche la definizione morale del coraggio. Le neuroscienze,
almeno per ora, riescono a studiare molto meglio il primo che il secondo.
Possono osservare come il cervello si sposta dall’evitamento all’avvicinamento,
ma fanno molta più fatica a misurare il significato che attribuiamo a quella
scelta. Ed è proprio qui che la domanda diventa ancora più interessante: quando
il cervello smette di leggere una situazione come qualcosa da cui fuggire e
inizia a considerarla qualcosa che vale la pena affrontare?
Il dialogo tra allarme e valutazione
Per gran parte del Novecento, la paura è stata intesa come una reazione quasi
automatica. Compare una minaccia, il cervello la riconosce e mette in moto
risposte che aumentano le probabilità di sopravvivere: il battito accelera, i
muscoli si tendono, l’attenzione si restringe a un solo oggetto e il corpo si
prepara alla fuga o al combattimento. Era un modello sostenuto da decenni di
ricerca sull’amigdala, una piccola struttura situata in profondità nel cervello
che attribuisce un significato specifico agli stimoli esterni.
Gran parte di ciò che sappiamo su questo circuito si deve al neuroscienziato
Joseph LeDoux. A partire dagli anni Ottanta, i suoi esperimenti hanno mostrato
che l’amigdala è fondamentale per apprendere la paura. Se uno stimolo neutro
viene associato ripetutamente a un evento spiacevole, il cervello lo tratterà
come un segnale di pericolo. È un meccanismo straordinariamente efficiente, che
permette di imparare dall’esperienza e che a volte si attiva anche quando il
pericolo non c’è più. Nel suo libro Anxious: Using the Brain to Understand and
Treat Fear and Anxiety (2015), LeDoux ha proposto di chiamare questi sistemi
survival circuits (circuiti di sopravvivenza): meccanismi evolutivi per rilevare
minacce e organizzare risposte difensive.
La domanda che negli ultimi anni ha iniziato ad animare il dibattito nelle
neuroscienze è, però, diversa: una volta che l’allarme è scattato, che cosa
rende possibile fare comunque un passo avanti?
> Per molto tempo si è pensato che il controllo razionale consistesse nel
> mettere a tacere le emozioni. Oggi l’immagine è più sfumata. La corteccia
> prefrontale non elimina la paura ma la integra con altre informazioni.
La risposta non risiede in un singolo “centro del coraggio”. Le neuroscienze
moderne parlano piuttosto di reti: sistemi di aree che dialogano continuamente
tra loro, influenzandosi a vicenda. Fra queste reti, un ruolo centrale spetta
alla corteccia prefrontale, la regione anteriore del cervello coinvolta nella
pianificazione, nella valutazione delle conseguenze e nella regolazione delle
emozioni. Se l’amigdala segnala l’urgenza del pericolo, la corteccia prefrontale
contribuisce a contestualizzarlo. Non spegne l’allarme, si chiede se sia ancora
necessario.
Per molto tempo si è pensato che il controllo razionale consistesse nel mettere
a tacere le emozioni. Oggi l’immagine è più sfumata. La corteccia non elimina la
paura ma la integra con altre informazioni. Confronta il segnale di allarme con
il contesto e con le esperienze passate, aiutandoci a distinguere fra un cane
aggressivo e quello del vicino che incontriamo ogni mattina. Allo stesso modo,
ci permette di riconoscere che parlare in pubblico può esporci al giudizio degli
altri, ma che quel giudizio non rappresenta una minaccia per la nostra
sopravvivenza.
Questo dialogo continuo fra allarme e valutazione è emerso in una serie di
esperimenti condotti allo Stanford Wu Tsai Neurosciences Institute. Studiando il
comportamento dei topi di fronte a una minaccia simulata (l’ombra di un
predatore proiettata sopra la gabbia), i ricercatori hanno individuato un
circuito che coinvolge il talamo della linea mediana ventrale (ventral Midline
Thalamus, vMT), una struttura fondamentale nel mettere in comunicazione diverse
aree cerebrali.
Il talamo viene spesso descritto come una centrale di smistamento delle
informazioni sensoriali, ma il suo ruolo pare essere più sofisticato. Le
informazioni sulla minaccia vengono distribuite contemporaneamente verso
l’amigdala e verso la corteccia prefrontale mediale, due sistemi che tendono a
orientare il comportamento in direzioni diverse. Da una parte l’urgenza di
proteggersi, dall’altra la possibilità di valutare se quella minaccia richieda
davvero una fuga immediata.
> Fra lo stimolo e la risposta esiste uno spazio di elaborazione, uno spazio
> brevissimo, ma sufficiente a spiegare perché due persone possano reagire in
> modo opposto davanti alla stessa situazione.
Lungi dal dimostrare che il coraggio “si trova” nel talamo, lo studio mostra
qualcosa di più interessante: fra lo stimolo e la risposta esiste uno spazio di
elaborazione, un circuito in cui il cervello pesa informazioni diverse prima di
scegliere come comportarsi. È uno spazio minuscolo, che si misura in frazioni di
secondo, ma è sufficiente a spiegare perché due persone possano reagire in modo
opposto davanti alla stessa situazione, o perché la stessa persona riesca ad
affrontare con relativa tranquillità qualcosa che prima la paralizzava. Il
coraggio è il risultato di una negoziazione continua fra sistemi cerebrali con
priorità differenti in cui l’allarme emotivo non ha più l’ultima parola.
Il cervello non cancella, aggiorna
Se il coraggio nasce da un dialogo fra circuiti cerebrali, questo dialogo può
cambiare. Possiamo allenare il cervello a non considerare minaccioso ciò che
oggi ci paralizza. La risposta più convincente arriva dalla terapia
dell’esposizione, uno dei pilastri della terapia cognitivo-comportamentale, che
prevede di avvicinarsi progressivamente e in modo controllato allo stimolo che
provoca ansia.
L’intuizione risale agli anni Cinquanta. Lo psicologo Orval Hobart Mowrer mostrò
come l’evitamento, pur offrendo un sollievo immediato, finisca per mantenere e
rafforzare la paura. Su questo principio, lo psichiatra Joseph Wolpe sviluppò la
terapia dell’esposizione, mostrando che affrontare gradualmente ciò che temiamo
permette di costruire un nuovo apprendimento. Ogni volta che scappiamo da ciò
che ci spaventa, infatti, il cervello registra che è stato l’evitamento a
proteggerci, non che quella situazione fosse in realtà innocua. È un meccanismo
perfettamente adattivo dal punto di vista evolutivo, ma spesso disfunzionale
nella vita quotidiana: più evitiamo, più cresce il numero delle situazioni che
impariamo a temere.
L’esposizione funziona perché interrompe questo circolo vizioso. Per decenni si
è parlato di “estinzione della paura”, come se il cervello cancellasse il
ricordo della minaccia. Oggi sappiamo che non è così. Uno degli esperimenti che
hanno cambiato questa prospettiva è stato pubblicato sulla rivista Neuron da
Elizabeth Phelps, Joseph LeDoux e colleghi della New York University. Ai
partecipanti veniva insegnato ad associare un’immagine neutra a una lieve scossa
elettrica. Bastavano poche ripetizioni perché quell’immagine provocasse una
risposta di paura. Successivamente la stessa immagine veniva mostrata molte
altre volte, ma senza alcuna scossa.
> Non si tratta di smettere di avere paura bensì di imparare che quella paura
> non descrive più fedelmente la realtà. Il cervello cambia soprattutto quando
> l’esperienza contraddice le sue aspettative.
I ricercatori osservarono che, mentre diminuiva l’attività dell’amigdala,
aumentava quella della corteccia prefrontale ventromediale, l’area coinvolta
nella regolazione delle emozioni. Il cervello non stava eliminando il vecchio
apprendimento, ne stava costruendo uno nuovo, capace di competere con il
precedente. È una distinzione che cambia il modo di pensare il coraggio: non si
tratta di smettere di avere paura bensì di imparare che quella paura non
descrive più fedelmente la realtà.
Le neuroscienze parlano infatti sempre più spesso di inhibitory learning
(apprendimento inibitorio). Ogni esposizione riuscita aggiunge una prova contro
le previsioni catastrofiche del cervello. Quando le conseguenze temute non si
verificano, il cervello acquisisce un’informazione nuova: è possibile
attraversare quella situazione senza che accada ciò che aveva previsto.
È il meccanismo osservato anche da Andrea Reinecke e dai suoi collaboratori
dell’Università di Oxford. In uno studio pubblicato su Translational Psychiatry,
i ricercatori hanno seguito pazienti con disturbo di panico sottoposti a quattro
sedute settimanali di terapia dell’esposizione. I risultati erano sorprendenti
per la rapidità: dopo appena quattro sedute, il 71% dei pazienti trattati
raggiungeva livelli sintomatologici da persona non ansiosa. Le immagini di
risonanza magnetica funzionale mostravano una netta diminuzione
dell’iperattivazione dell’amigdala e di specifiche aree della corteccia
prefrontale, in particolare le regioni dorsomediale e dorsolaterale, coinvolte
nel monitoraggio della minaccia, senza implicare una riduzione dell’attività
prefrontale nel suo insieme. Visto da questa prospettiva, il coraggio somiglia
sempre più a un processo di aggiornamento che dipende dall’esperienza.
La scuola e il cervello predittivo
Quando Daniela Lucangeli sostiene che l’ansia non possa essere combattuta
soltanto con la ragione, ma vada bilanciata attraverso esperienze emotive di
segno opposto, sta traducendo in linguaggio pedagogico un’idea centrale della
psicologia dell’apprendimento: il cervello cambia soprattutto quando
l’esperienza contraddice le sue aspettative.
> Il cervello non aspetta passivamente gli stimoli del mondo, li anticipa.
> Costruisce continuamente ipotesi su ciò che accadrà e le confronta con la
> realtà.
Uno studente che entra in classe convinto che ogni interrogazione sarà
un’umiliazione e ogni errore una prova della propria incapacità sta formulando
una previsione che tenderà ad autoalimentarsi. Se evita di esporsi e rinuncia
prima ancora di provare, non raccoglierà mai le informazioni necessarie per
correggerla.
Questa dinamica viene descritta oggi attraverso il paradigma del predictive
brain (il cervello predittivo), sviluppato fra gli altri da Karl Friston e Lisa
Feldman Barrett. Il cervello non aspetta passivamente gli stimoli del mondo, li
anticipa. Costruisce continuamente ipotesi su ciò che accadrà e le confronta con
la realtà. Imparare significa, in larga misura, aggiornare queste previsioni
quando si rivelano sbagliate. Anche la paura funziona così. Se il cervello
prevede che parlare in pubblico porterà al rifiuto, ogni occasione evitata
confermerà quella previsione. Quando invece l’esperienza mostra che il giudizio
degli altri è meno catastrofico del previsto, il modello interno comincia a
modificarsi.
La scuola, in questo senso, può essere un laboratorio di apprendimento
predittivo. Un ambiente in cui l’errore viene sistematicamente punito o
ridicolizzato tende a rafforzare le aspettative di minaccia. Al contrario, un
contesto in cui l’errore viene trattato come parte del processo di apprendimento
moltiplica le occasioni in cui il cervello può generare un “errore di previsione
positivo” e aggiornare i propri schemi.
È questo il senso profondo della metafora di Lucangeli. La sete non si placa
mangiando pane perché il corpo ha bisogno di un’esperienza diversa. Allo stesso
modo, il cervello necessita di vivere, più volte, esperienze sufficientemente
sicure da spingerlo a rivedere le proprie aspettative, sfruttando la plasticità,
ovvero la capacità del sistema nervoso di modificare le proprie connessioni in
risposta all’esperienza.
Il coraggio come spazio di libertà
Se nell’Etica Nicomachea Aristotele descriveva il coraggio come una virtù
dell’equilibrio, molti secoli dopo il filosofo esistenzialista Søren Kierkegaard
ha spostato l’attenzione più in profondità. La paura, scriveva in Il concetto
dell’angoscia (1844), ha quasi sempre un oggetto: un animale, una malattia, un
esame. L’angoscia, invece, è la “vertigine della libertà”, il disagio che
accompagna ogni possibilità e l’incertezza stessa.
> Possiamo osservare come il cervello impara a non reagire a uno stimolo che si
> rivela innocuo, ma è molto più difficile studiare ciò che accade quando la
> minaccia coincide con l’incertezza stessa.
Questa distinzione non è lontana da quella utilizzata oggi dalla psicologia
clinica. Le paure specifiche hanno un bersaglio identificabile e possono essere
affrontate con l’esposizione graduale. L’ansia generalizzata, invece, non si
concentra su una minaccia ben definita. Chi ne soffre vive nella costante
anticipazione che qualcosa possa andare storto (anticipazione apprensiva). È una
differenza che aiuta a capire i limiti attuali delle neuroscienze. Possiamo
osservare come il cervello impara a non reagire a uno stimolo che si rivela
innocuo, ma è molto più difficile studiare ciò che accade quando la minaccia
coincide con l’incertezza stessa.
Forse è per questo che il coraggio continua a interessare tanto gli scienziati
quanto i filosofi. Per gli uni è un insieme di processi neurobiologici che
possono essere osservati e modificati. Per gli altri è una qualità
dell’esperienza umana, inseparabile dalle ragioni per cui scegliamo di
affrontare un rischio. Le neuroscienze possono spiegare come il cervello renda
possibile un atto di coraggio, ma difficilmente potranno dire perché, in una
determinata situazione, qualcuno ritenga che quel gesto valga la pena.
Le evidenze accumulate raccontano che la paura è la condizione di esistenza del
coraggio. Il cervello sembra funzionare così: non elimina il ricordo del
pericolo, ma impara ad affiancargli un’altra informazione: questa volta posso
restare, posso resistere. Ogni esposizione riuscita, ogni passo compiuto
nonostante il desiderio di tornare indietro aggiunge una piccola correzione alle
previsioni con cui interpretiamo il mondo.
Dopo alcuni tentativi, ciò che sembrava impossibile diventa soltanto difficile,
poi impegnativo, infine normale. Il cervello non impara che una paura è
affrontabile perché qualcuno glielo spiega: lo impara attraversandola. Il
coraggio è, allora, il nome che diamo al momento in cui l’esperienza riesce,
lentamente, a convincere il cervello che il futuro non deve per forza
assomigliare al passato.
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