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Braccia invisibili
S aleem si avvicina al portone e fa un cenno con la mano. Le labbra si increspano in un impercettibile “Ciao”. È vestito di tutto punto, come non lo si vede spesso. Possiamo immaginare che fino a due anni fa non avesse mai indossato una camicia all’occidentale. In Pakistan, durante le celebrazioni importanti, indossava la kurta, il lungo camice tradizionale che arriva alle ginocchia, quello che si abbina a pantaloni larghi dello stesso tessuto e a ciabatte di pelle. Oggi però l’appuntamento lo richiede: una camicia di cotone, pantaloni color crema, un paio di scarpe chiuse. Non è la prima volta che Saleem percorre la lunga via di casa verso il centro per un appuntamento con il suo avvocato. Negli ultimi mesi lo ha incontrato spesso, prima per la raccolta degli elementi in sua difesa, poi per la stesura delle memorie e infine per l’udienza preliminare. Per un periodo Saleem ha lavorato per Rajid Muhammad, un signore pakistano in partita IVA che fa affari nella provincia di Udine. Rajid Muhammad, “il capo” come Saleem lo chiama, non gli ha corrisposto lo stipendio di due mesi di lavoro, per un totale di 1.300 euro. Saleem lo ha sollecitato più volte, ma Rajid gli ha risposto sempre allo stesso modo: per lui, quelle ore non sono mai state lavorate. Non risultano da nessuna parte. Ma Saleem è sicuro di averle lavorate, eccome. Le ha segnate su un pezzo di carta giorno per giorno, con la meticolosità di chi si aspettava una mossa del genere. Anche quel foglio è finito nello studio del suo avvocato, insieme a tutto il resto. Quando Saleem ha capito che i soldi non sarebbero arrivati con l’insistenza, ha segnalato questo fatto al sindacato. Un mese dopo lo hanno perquisito. I carabinieri sono piombati in casa sua alle 7 del mattino e il commissario gli ha fatto firmare un decreto che lo autorizzava a controllare nei cassetti, nelle valigie, nell’armadio, sotto il letto, dappertutto. Poi ha caricato Saleem sull’auto di servizio e lo ha portato in questura. Lì Saleem ha scoperto di essere indagato per furto e aggressione ai danni di una persona. Ed è cominciata questa storia. A somma non zero L’economia informale o semi formale, come un liquido, prende la forma dei contenitori che trova; i sistemi e le gerarchie che ne nascono si adattano alle faglie, sempre diverse e sempre le stesse, del mercato formale. Nel Sud Italia lo sfruttamento del lavoro prospera nelle grandi estensioni di colture di pomodori, negli oliveti e negli aranceti. I braccianti, in gran parte romeni e nordafricani, raccolgono frutti per più di dieci ore sotto il sole torrido dell’estate o si dedicano alla brucatura degli oliveti in autunno. A fine giornata dormono in insediamenti informali che di anno in anno, di stagione in stagione, assumono la forma di vere e proprie baraccopoli o ghetti, come alcuni li chiamano. > L’economia informale, come un liquido, prende la forma dei contenitori che > trova; i sistemi e le gerarchie che ne nascono si adattano alle faglie del > mercato formale. Nella piana di Catania e di Gioia Tauro, nel foggiano e nel trapanese, i braccianti non se ne vanno alla fine della stagione. Trovano altri piccoli impieghi sul territorio, e così le baracche non vengono dismesse mai. Anzi, diventano un piccolo paese fatto di appartamenti a piano terra in plastica e lamiera, in cui si utilizzano bombole a gas e generatori a benzina per cucinare, illuminare, riscaldare acqua, ricaricare i cellulari. Questi servizi vengono forniti e goduti da chi vive all’interno delle baracche: braccianti, barbieri, lavoratrici del sesso. Ciascuno a proprio modo. Nasce una comunità di persone che lavorano per mandare avanti la vita quotidiana in un ecosistema chiuso. A volte accade che, nella povertà di questa vita di sussistenza, il ghetto si trasformi in luogo di relazioni e che un po’ diventi casa. Chi ci è entrato spesso fatica a uscirne per un posto nel sistema di accoglienza. In Friuli-Venezia Giulia lo sfruttamento ha altre codificazioni. La gran parte dei caporali sono pakistani e si inseriscono nel mercato regolare aprendo una partita IVA agricola. Stando ai dati, il numero di partite IVA agricole in questa regione è aumentato a dismisura negli ultimi anni. Si passa dalle 5 partite IVA del 2018 alle 95 del 2023. Questo numero continua a crescere. “Da fuori farsi imprenditori agricoli può sembrare complicato”, spiega Stefano Gobbo, segretario generale della FAI CISL del Friuli-Venezia Giulia, “in realtà bastano 500 euro per aprire una partita IVA”. Il costo dell’apertura di una partita IVA individuale va dai 400 ai 600 euro e non sono necessari dei particolari requisiti formativi. “Chi è in Italia da non molto… sei, sette, otto anni ha capito dove infilarsi per fare profitti”, prosegue Gobbo. Dopo aver aperto una partita IVA, l’imprenditore pakistano va in supporto di aziende locali per la conduzione di specifiche fasi della produzione agricola. Si reca dall’azienda italiana e offre la propria disponibilità per la potatura o la vendemmia proponendo un prezzo. Naturalmente l’azienda italiana trova questo prezzo conveniente e tramite contratto gli cede in appalto un segmento della produzione. Del resto, oltre a buoni risultati a un prezzo economico, il pakistano garantisce al produttore italiano il reclutamento della manodopera: vincono entrambi. Ma gli effetti di questo gioco del miglior prezzo si propagano verso il basso, rovesciandosi a cascata sull’ultimo anello della catena. Colpirne uno Saleem si è presentato nello studio dell’avvocato con tutte le carte che possono essere utili alla difesa: il contratto di lavoro con Rajid Muhammad, il famoso foglio con la traccia di tutte le ore lavorate e non pagate, le buste paga, la segnalazione in CISL. L’avvocato legge le condizioni del contratto di lavoro. Le mansioni di Saleem rientravano in “attività di supporto alla produzione vegetale”. È il codice Ateco classico con cui i datori di lavoro assumono i braccianti. La busta paga di agosto è per 42 ore di lavoro, 250 euro netti. Ma quel mese Saleem ha lavorato tutti i giorni di bel tempo: ben più di 42 ore. Ogni giornata è durata dalle 8 alle 10 ore. L’avvocato scorre quelle carte e poi le ripone in un angolo della scrivania. Non è compito suo venire a capo di quella particolare faccenda: il sindacato ha preso in carico la segnalazione per sfruttamento, e chi vivrà ne vedrà gli esiti. Lui deve difendere Saleem dall’accusa di furto e aggressione. Ma in questa storia tutto si tiene insieme. Dopo la perquisizione in casa, il commissario aveva notificato a Saleem la denuncia in maniera sbrigativa e senza un mediatore linguistico. A parole semplici, l’avvocato gli spiega di nuovo il senso di quel documento. La denuncia era stata sporta dal signor Zahid Shah, cittadino pakistano nato il 6 marzo 1989. Quasi un anno fa, il 24 luglio 2024, intorno alle 19, camminando in via Monterosso nei pressi della stazione ferroviaria di Udine, il signor Zahid Shah sarebbe stato aggredito con un pugno alla schiena. L’aggressore lo avrebbe poi derubato di 600 euro e di un orologio da polso. Nel documento, Zahid Shah accusa Saleem di averlo colpito e derubato. > Gli effetti di questo gioco del miglior prezzo si propagano verso il basso, > rovesciandosi a cascata sull’ultimo anello della catena. L’avvocato scorre i documenti sotto gli occhi di Saleem. In coda alla denuncia c’è un referto medico. Stando al referto, il giorno dopo l’aggressione il denunciante si è presentato al pronto soccorso per un livido alla schiena che gli causava una “lieve dolorabilità alla palpazione”. Sempre secondo il referto, la visita in ospedale era durata circa quindici minuti. Il signor Zahid Shah era stato dimesso quasi subito e senza particolari prescrizioni. L’avvocato si mette al lavoro per costruire la difesa. Spiega a Saleem gli scenari. Nel caso peggiore, se Saleem venisse condannato rischierebbe fino a quattro anni di detenzione. Ci sono delle possibilità per richiedere un’attenuazione della pena. Saleem si massaggia le tempie. Ha l’espressione assente di chi ha intuito che il processo sarà doloroso. Dopo qualche secondo sembra riprendersi. Dice all’avvocato di non essere mai stato in via Monterosso, ma non ricorda cosa abbia fatto il 24 luglio 2024, e non sa se ci siano delle persone in grado di testimoniare che quel giorno a quell’ora si trovava altrove. È passato tanto tempo. L’avvocato gli mostra la foto del denunciante e Saleem lo riconosce immediatamente. “Sì, lo conosco. È Master.” Braccia affamate di lavoro L’avvocato rilegge il verbale scritto in casa di Saleem quel mattino dopo la perquisizione. L’operazione era risultata negativa: nessuna traccia dei soldi e dell’orologio. “Chi è questo signore?”, chiede l’avvocato. Con voce pacata e ferma, Saleem spiega chi è Zahid Shah, la persona che lo accusa di averlo aggredito e derubato. Il primo giorno di lavoro presso la ditta di Rajid Muhammad, questo Zahid gli si era presentato come il fratello di Rajid. Saleem spiega all’avvocato che in Pakistan un fratello non è necessariamente un fratello di sangue. Spesso si chiama “fratello” un amico, un compagno, un socio in affari, una persona particolarmente fidata. “Io non conoscevo il suo vero nome”, spiega Saleem, “noi lo chiamavamo Master”. Noi braccianti, si intende. Zahid, soprannominato Master, deve essere una sorta di braccio destro del caporale. L’avvocato scrive degli appunti sull’agenda e congeda Saleem. Secondo i dati ISTAT forniti nell’ultimo Censimento generale dell’agricoltura, oltre il 70% della superficie agricola utilizzabile del Friuli-Venezia Giulia si trova nelle province di Udine e Pordenone. A eccezione della zona montana nel Nord della regione in cui prevalgono prati e pascoli, l’area collinare e pianeggiante circondata dal Tagliamento, dal Torre e dall’Isonzo viene coltivata a vite, cereali e piante industriali. Nella provincia di Udine poco meno della metà degli operai agricoli sono stranieri, e nella vicina Pordenone lo è quasi i due terzi del totale. Sempre nella provincia di Udine nel 2024 sono stati registrati 6.524 operai agricoli a tempo determinato. Di questi, 399 sono pakistani e 421 sono bengalesi. Come abbiamo già visto, si tratta in prevalenza di persone in accoglienza, richiedenti asilo arrivati in Italia attraverso la rotta balcanica non più di quattro anni fa. La facilità nell’agganciare e reclutare questa particolare categoria dipende dalla loro precarietà. Sono titolari di un permesso di soggiorno di breve durata che li esclude da assunzioni di lungo periodo. Hanno un estremo bisogno di trovare un impiego e non conoscono i canali e le norme che potrebbero tutelarli come lavoratori: per un signore straniero che vive da anni in Italia e conosce le regole abbastanza da riuscire a evaderle, queste persone sono braccia preziose per la sua attività. Il gancio è la provenienza: arrivando dagli stessi Paesi, dagli stessi distretti, a volte dagli stessi villaggi dei richiedenti asilo più giovani, questi signori diventano caporali di un bracciantato cucito su di loro, sfruttabile perché bisognoso, manipolabile perché ignorante, ricattabile perché fidato. > Arrivando dagli stessi Paesi, a volte dagli stessi villaggi dei richiedenti > asilo più giovani, questi signori diventano caporali di un bracciantato cucito > su di loro, sfruttabile perché bisognoso, manipolabile perché ignorante, > ricattabile perché fidato. Secondo i dati della Camera di commercio di Pordenone-Udine, il primo Paese di provenienza dei titolari di ditte individuali è il Pakistan. Negli ultimi due anni, in Friuli-Venezia Giulia sono state aperte quasi 200 partite IVA individuali, per la maggior parte da cittadini pakistani. È un trend nuovo, che si impone su quello che fino a quattro anni fa vedeva impiegati nell’agricoltura prevalentemente lavoratori dell’Europa dell’Est, romeni e albanesi ai primi posti. Dati di fatto “Con l’aumento dei prezzi del prodotto finito, anche il valore di tutti gli anelli della filiera alimentare dovrebbe aumentare. È un dato di fatto.” A., agricoltore friulano, gestisce un’azienda vitivinicola a conduzione familiare. Ha assunto più volte degli operai agricoli, ma lo ha sempre fatto in maniera diretta, senza intermediari. Gli è capitato più volte di dire no a qualche straniero presentatosi per l’appalto della vendemmia. “Non mi fido di loro”, racconta. “Non mi serve chiedere quanto pagherebbero la manodopera, lo immagino dall’offerta che mi fanno. E chi lavora in questo settore lo sa: se con 15 euro all’ora i soldi arrivano anche ai braccianti, quando questi iniziano a costare 10 euro qualche domanda te la fai”. Le aziende cedono segmenti di produzione ai pakistani in partita IVA agricola tramite dei contratti di appalto. Solitamente queste cooperative “senza terra” propongono un prezzo alle aziende italiane, come è successo ad A. Ma a differenza di A., molte altre aziende accettano il gioco del caporale. “Fanno un’offerta conveniente”, prosegue Gobbo. “Facciamo un esempio: prima di iniziare la vendemmia, un produttore agricolo stima quanto spenderebbe senza intermediari per portare a termine il lavoro in due mesi. Supponiamo che tra le spese dei macchinari e lo stipendio agli operai gli costerebbe cento. Il signore pakistano gli garantisce di fare lo stesso lavoro al costo di settanta. È chiaro che la maggior parte dei produttori scelgono di appoggiarsi a lui”. I signori pakistani non sono tenuti a giustificare al produttore in che modo intendono allocare i soldi dell’appalto. L’azienda si limita a verificare che i documenti del suo intermediario siano in regola, dal suo permesso di soggiorno all’iscrizione alla Camera di commercio e al Registro delle imprese. Il primo nodo di questa storia è questo: l’intermediario presenta all’azienda dei documenti puliti. “Come riuscirà a fare il lavoro a quel costo, però, non ci vuole una laurea per capirlo”, prosegue Gobbo. Il produttore, quando appalta l’attività a un intermediario, sa che il segreto della sua convenienza viene direttamente dallo sfruttamento della manodopera. I contratti di lavoro dei braccianti immigrati sono apparentemente in regola: contratti a tempo determinato, spesso a chiamata. Ma il numero di giornate dichiarate dal caporale risulta nettamente inferiore al numero di giornate effettivamente lavorate. I braccianti ricevono una parte dello stipendio in busta paga e il resto in contanti. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte: dichiarando in busta paga una minima parte delle ore lavorate, il caporale è in grado di assicurarsi dei contratti di assunzione apparentemente in regola; allo stesso tempo, se gran parte del costo dei braccianti viene pagato in contanti, il caporale non paga le imposte sulla gran parte della forza lavoro. > Il produttore, quando appalta l’attività a un intermediario, sa che il segreto > della sua convenienza viene direttamente dallo sfruttamento della manodopera. Il secondo nodo di questa storia è che l’azienda appaltante non è tenuta a verificare le condizioni di lavoro dei braccianti: se e quante giornate di lavoro vengono dichiarate dal datore, le modalità di pagamento della manodopera e quello che succede in campagna. Nell’ottica di un produttore italiano, appaltare il lavoro agricolo a intermediari significa avere manodopera efficiente e conveniente e il contratto di appalto è una perfetta copertura: il lavoro sporco viene delegato a stranieri furbi e disposti ad assumersi un rischio. Il terzo nodo è la vulnerabilità umana, giuridica e contrattuale dei braccianti. I caporali stranieri attingono a un bacino di persone che farebbero tutto pur di mettere insieme 600 euro al mese. È il fortunato e atroce incontro tra la domanda di imprenditori senza scrupoli e l’offerta di una categoria di immigrati povera e facilmente ricattabile. I signori pakistani vanno a cercare braccia nei centri di accoglienza per richiedenti asilo. La maggior parte di questi luoghi garantisce i servizi minimi, ma non fa un’informativa su come si legge una busta paga o sugli indicatori dello sfruttamento lavorativo. Gli ospiti di questi posti sono arrivati in Italia da poco. Non parlano l’italiano, non conoscono la normativa che regola il lavoro in Italia, non vedono l’ora di mandare soldi alle famiglie nel Paese di origine. I caporali sanno di poter sempre contare sul loro lavoro a basso costo, e quando si mettono sul mercato sfruttano a proprio vantaggio i gap culturali e i bisogni dei connazionali più giovani. Promettendo un’assunzione immediata e senza particolari requisiti attraggono immigrati affamati di lavoro. Integrando nelle condizioni contrattuali la fornitura di ulteriori servizi come il trasporto nei campi fidelizzano le proprie vittime. I codici Ateco utilizzati il più delle volte nei contratti di lavoro firmati dai braccianti sono due: “attività di supporto alla produzione vegetale” e “servizi di supporto per la silvicoltura”. Con questi codici-copertura che camuffano le reali attività, questi signori pakistani si presentano sul mercato legale con bilanci apparentemente in regola, nascondendo pratiche di intermediazione illecita e di sfruttamento sistemico. Per passare inosservati, poi, si spostano da una regione all’altra facendo sparire i propri movimenti. Le aziende “senza terra” nate da questi signori pakistani in partita IVA hanno una vita media di 18 mesi, dopo i quali si dissolvono per sfuggire al fisco. Gli elenchi annuali pubblicati dall’INPS a inizio 2025 sui lavoratori agricoli a tempo determinato dichiarano che nel 2024 nella provincia di Udine i pakistani e i bengalesi hanno lavorato in media tra le 50 e le 90 giornate. Considerato che per sopravvivere un operaio agricolo dovrebbe lavorare almeno 150 giornate all’anno, vivere con 80 giornate è impensabile. Questi numeri da soli non indicano necessariamente dei fenomeni di sfruttamento: data la natura stagionale delle attività agricole, è plausibile che uno straniero rimbalzi da un impiego come bracciante a un impiego come lavapiatti o come operaio in fabbrica, per poi tornare bracciante con la vendemmia, e che a fine anno le giornate lavorate nei campi siano davvero poche, concentrate in brevi periodi di lavoro stagionale. Ma a confermare quanto suggeriscono i dati sono le storie delle persone. Abdullah, Jaherul, Fazal Abdullah è un ragazzetto pakistano poco più che ventenne. È arrivato in Europa nel 2022, è entrato in Italia dalla frontiera di Tarvisio e ha fatto richiesta di asilo a Udine. Ha imparato l’italiano come ha potuto ‒ le videolezioni su YouTube, le ore di lavoro fianco a fianco con i compagni italiani, i colloqui con gli operatori del centro di accoglienza ‒ e si è inserito nel mercato del lavoro dove ha trovato delle opportunità. È giovane e intelligente. Più volte, nei periodi in cui un rapporto di lavoro si era concluso e un nuovo impiego non era ancora arrivato, ha provato a frequentare dei corsi di formazione, specializzarsi, imparare un mestiere, ma le pressioni della famiglia lo hanno costretto ogni volta a trovare in fretta un nuovo lavoro. Mostra i contratti che ha firmato da quando è in Italia. Tutti quelli come bracciante sono alle dipendenze di datori pakistani, titolari di imprese agricole della tipologia che abbiamo appena descritto. > È il fortunato e atroce incontro tra la domanda di imprenditori senza scrupoli > e l’offerta di una categoria di immigrati povera e facilmente ricattabile. “Ho trovato questo lavoro tramite un amico che in passato ha lavorato con lo stesso capo”, mi spiega Jaherul. Parla del suo capo come di un pezzo grosso nella cerchia dei suoi connazionali. Dice che questo signore ha tante attività per le mani, sparse per il Friuli e oltre. “Nel campo dove lavoro siamo trentacinque [dipendenti]”, spiega. Sfila il telefono dalla tasca e mi mostra il posto su Maps. È stagione di potatura e i campi cominciano di nuovo a riempirsi di lavoratori. A quanto pare il signore pakistano ha accordi con varie aziende italiane per la produzione vitivinicola. Dal baretto in cui ci troviamo, Jaherul indica in direzione di Venezia. Il signore pakistano ha dei terreni anche di là. In questi anni ha lavorato per tre diversi datori pakistani, e a molti altri si è presentato chiedendo le condizioni di lavoro. Mi ha spiegato che funziona così. Tutti questi signori pagano la manodopera con l’obiettivo di risparmiare sui contributi: al netto delle imposte che gravano sullo stipendio di un operaio agricolo comune, un bracciante riceve in busta paga 300/350 euro a prescindere da quante giornate ha effettivamente lavorato. Il datore dichiara quindi che il suo operaio ha lavorato circa quaranta ore, corrispondenti a sei giornate. Le restanti venti giornate del mese vengono pagate “fuori busta”, in contanti perché non restino tracce. “Alle sei il furgone raccoglie i braccianti in giro per Udine”, racconta in urdu Fazal, un quarantenne pakistano arrivato in Italia soltanto un anno fa. Ci sono degli hub, punti di ritrovo specifici noti all’intera rete pakistana che vive in zona. Tra via Roma, viale 23 Marzo 1948 e via Cividale, i braccianti si fanno trovare pronti per una nuova giornata di lavoro. I “drivers”, come li chiama Fazal, hanno di solito un rapporto molto stretto con il signore pakistano che organizza i turni e smista i braccianti nei campi. Fazal racconta che i drivers fanno parte del gruppo di lavoro, che spesso si fermano nei campi e “li aiutano” nella potatura. Incrociando le storie delle persone con i report scritti negli ultimi anni da ricercatori e giornalisti, sembra chiaro che in alcuni casi ci sono catene di intermediari: il signore pakistano che tiene i rapporti con l’azienda italiana non recluta direttamente i braccianti, ma appalta questo lavoro a un suo diretto sottoposto, un intermediario di serie B che si occupa di mansioni più operative rimanendo però a stretto contatto con il caporale ‒ un modo per filtrare le pratiche illegali e renderne più difficile la ricostruzione, ma anche per gerarchizzare delle organizzazioni che, quando le attività diventano molte, possono essere complesse da coordinare da un solo uomo. “A volte non facciamo nemmeno una pausa, a volte facciamo una pausa di mezz’ora”, continua Fazal. Anche lui ha lavorato con più di un signore, anche lui ha preso contatti con i caporali tramite conoscenti pakistani. Quando i braccianti lasciano l’alloggio in accoglienza e vanno a vivere in autonomia, spesso stanno in dieci in un piccolo appartamento a Borgo Stazione, il quartiere di Udine dove risiedono le comunità asiatiche. Le case costano molto, e tra compagni ci si aiuta a pagare le spese di affitto. Abdullah, Jaherul e Fazal hanno la fortuna di vivere ancora in accoglienza: se decidessero di lasciare il lavoro, non dovrebbero fare i conti a fine mese per bollette e affitto, e alla sera avrebbero comunque una casa dove tornare. In altri casi, il caporale offre ai braccianti una sistemazione di fortuna e li lega a doppio nodo alle proprie attività: se perdono il lavoro, perdono tutto. Il primo anello Le operatrici che hanno raccolto la segnalazione di Saleem appartengono a una rete nata appositamente per rilevare forme di sfruttamento lavorativo. Insieme ai sindacati fanno un lavoro di monitoraggio sul territorio regionale, raccolgono le storie e poi incrociano i racconti delle persone con i dati prodotti dall’INPS sulle giornate di lavoro dichiarate dai datori. Prima di Saleem, Rajid è stato citato nelle segnalazioni di altre persone, braccianti che avevano avuto il coraggio di denunciare delle forme di lavoro irregolare. Alcuni hanno denunciato di aver lavorato per mesi senza percepire lo stipendio, altri di aver chiesto giustizia al caporale ed essere stati minacciati. “Avevamo già delle informazioni interessanti su di lui”, raccontano. Le operatrici delineano un ritratto delle vittime di queste intermediazioni. Sanno chi sono le principali vittime, sanno che il settore più colpito è quello vitivinicolo e sanno come agiscono i caporali. A pochi giorni dall’udienza preliminare, Saleem era stato raggiunto da una brutta chiamata del suo aguzzino. Una proposta di patteggiamento. Gli aveva proposto di ritirare la denuncia se lui avesse ritirato la segnalazione in CISL. > Non bastano le segnalazioni dei braccianti, non basta il lavoro delle > operatrici che le raccolgono, non basta il lavoro della guardia di finanza che > manda una volante ogni tanto per un sopralluogo. Non ci sono abbastanza > risorse. “C’è un motivo se le segnalazioni aperte da questi braccianti arrivano prima o poi a un punto morto”, spiegano le operatrici. “I caporali minacciano le proprie vittime, le legano a sé. I braccianti non hanno le forze per sottrarsi a questo trattamento o semplicemente hanno paura”. “Manca un lavoro a più teste”, spiega Stefano Gobbo. Non bastano le segnalazioni dei braccianti, non basta il lavoro delle operatrici che le raccolgono, non basta il lavoro della guardia di finanza che manda una volante ogni tanto per un sopralluogo. “Dovremmo lavorare in maniera integrata, ognuno su un pezzetto. Dovremmo fare appostamenti quotidiani. Un appostamento al giorno, per due mesi. E poi dovremmo confrontare le dichiarazioni che i caporali fanno all’INPS con le osservazioni sul campo. Solo così troveremmo le falle del sistema”. Ma non ci sono abbastanza risorse, e l’INPS pubblica i dati a distanza di mesi dai periodi di lavoro, lasciandoli disponibili in rete per pochi giorni. Le partite IVA individuali nell’ambito delle attività agricole nate in supporto alla produzione si sono diffuse e moltiplicate negli ultimi cinque anni.  Ma le realtà locali, che da generazioni sono sul territorio e sostengono la filiera, facendo il gioco di questi imprenditori hanno riscritto le regole della produzione e i prezzi della manodopera. A risalire la filiera, avere braccia economiche significa vendere prodotti a prezzi inferiori ed essere più competitivi sul mercato. Se la rete di sfruttamento dei caporali pakistani prospera è perché molti altri, dagli agricoltori ai commercialisti ai consulenti del lavoro, li hanno appoggiati. Nel primo e più silente anello di questa catena ci sono loro. Il privilegio di avere dei diritti All’ultimo incontro prima dell’udienza preliminare l’avvocato riceve Saleem con un’ora di ritardo. Saleem entra nel polveroso studio che ha imparato a conoscere nei mesi. L’avvocato lo saluta e gli tende la mano, ma non nasconde uno sguardo più pensieroso del solito. C’è un fatto che non torna. Continua a ripetersi nella mente quella storia: il 24 luglio Saleem viene denunciato da Master di averlo aggredito e derubato. Il 12 agosto Saleem apre una formale segnalazione al sindacato per le ore di lavoro non pagate da Rajid, il capo della ditta, persona vicinissima a Master. Il 23 agosto c’è la perquisizione nell’appartamento di Saleem. I carabinieri sperano di trovare soldi e orologio, ma non trovano nulla. Sulla chat di Whatsapp tra Master e Saleem ci sono svariati messaggi vocali che l’avvocato ha fatto tradurre da una persona fidata. Dalla fine di quel maggio i messaggi non riguardano più i turni di lavoro, i giorni di riposo e i punti di ritrovo per andare nei campi. In quel periodo Saleem ha lasciato il lavoro con Rajid e ha iniziato a chiedere a Master di essere pagato per le ore lavorate. “Chiedevamo a Master per questo genere di cose”, spiega Saleem all’avvocato, “il capo non ci ha mai dato il suo numero di telefono. Noi parlavamo con Master e Master parlava con il capo.” > Le realtà locali, che da generazioni sono sul territorio e sostengono la > filiera, facendo il gioco di questi imprenditori hanno riscritto le regole > della produzione e i prezzi della manodopera. L’avvocato scorre di nuovo la traduzione dei vocali. Un messaggio richiama la sua attenzione. Saleem lo aveva inviato a Master la mattina del 24 luglio intorno alle 9, poche ore prima della presunta aggressione. Nel messaggio, Saleem diceva letteralmente “Master, non ho altro da dire. Se non mi paghi entro questa mattina, vado a segnalarvi in sindacato. Lo faccio davvero.” Risalendo alla data e all’orario di invio, l’avvocato chiede a Saleem di riprodurre l’originale in lingua urdu: è la solita voce di Saleem, pacata ma ferma. L’avvocato non ha dubbi che il mandante della denuncia è Rajid, spalleggiato e coperto da Master. Quando Saleem aveva minacciato di intraprendere un’azione legale per lo stipendio non pagato, Master non aveva esitato a presentare una finta denuncia, con tanto di referto di pronto soccorso, per costringere Saleem a tacere non soltanto davanti alla legge, ma anche con i compagni, e quel vocale ne era la prova. Soltanto una punizione veramente esemplare come un processo penale poteva riportare le cose allo status quo e mettere a tacere una voce scomoda. Ci sono braccianti a cui basterebbe un solo esempio di disobbedienza per disertare il lugubre gioco del caporalato, pertanto occorre punire quello che ha alzato la testa per primo. È la strategia del “colpirne uno per educarne cento”. Con il rischio di quattro anni di carcere, chi denuncerebbe il proprio sfruttatore? L’ultimo tassello di questa storia riguarda la relazione che intercorre tra braccianti e caporali. “Si tratta di etnie chiuse”, racconta Stefano Gobbo. “Le vittime di questi raggiri sono braccianti pakistani che se la prendono con il capo pakistano, braccianti afghani che se la prendono con il capo dell’Afghanistan. Sono bolle che non parlano neanche fra loro”. Come abbiamo visto, le conversazioni su WhatsApp tra Saleem e Zahid sono in urdu. Sono in urdu i vocali che si sono scambiati. Aldilà di un contratto a chiamata, tutte le persone di questa storia hanno detto e fatto in una lingua diversa dalla nostra. Potrebbe sembrare una cosa di poco conto ‒ in fondo basterebbe tradurre quei messaggi. Ma quando le condizioni di un accordo sono state discusse in codici diversi dai nostri, la traduzione non basta. Perché Saleem ha accettato questo impiego sapendo dal principio che parte dello stipendio sarebbe stato pagato fuori busta? Cosa si sono detti Saleem e Rajid al momento della firma? E soprattutto: cosa non si sono detti? Cosa è rimasto implicito? La ricattabilità di questi immigrati non è solo economica, è anche culturale: molti di loro accettano questi contratti perché 700 euro al mese sono meglio di niente, ma anche perché non sono messi nelle condizioni di distinguere tra un impiego regolare e un impiego non contrattualizzato e di tutelarsi quando accettano un impiego. Interiorizzare il sentimento di avere dei diritti non è un gesto muscolare, mnemonico come imparare la grammatica italiana, è uno sforzo di testa e cuore, richiede una posa di anni prima di diventare parte di un’etica e di un paradigma di vita, e si riempie tanto più di senso quanto più è collettivo. Il processo di emersione da una condizione di precarietà lavorativa ha più forza se un gruppo di lavoratori, riconoscendosi nelle stesse sofferenze, decide di lottare per rivendicare i propri diritti, e se quelli più anziani coinvolgono nella lotta i compagni meno esperti. Al contrario, il sistema delle etnie chiuse, predominante nelle campagne del Friuli, volontariamente o meno riproduce gli stessi confini culturali che discriminano tra bianchi e stranieri alle frontiere dell’Europa. Marginalizzati da questo sistema, i nuovi operai agricoli arrivati da poco in Italia si condannano a una battaglia individuale e solitaria nelle trincee del lavoro, su una zattera precaria che alla fine resta inghiottita dagli interessi di chi ha maggior potere contrattuale. Non è casuale se i lavoratori stranieri sfruttati permangono più spesso nella condizione di sfruttamento. E anche quando uno di loro decide di fare un passo in direzione contraria, come nella storia di Saleem, spesso manca la solidarietà di amici e compagni, italiani e stranieri. L’avvocato arriva un po’ trafelato con un pacco di carte sotto il braccio. Saleem è già lì, vestito di tutto punto. Vedendolo arrivare gli fa un cenno con la mano. Le labbra si increspano in un impercettibile “Ciao”. L’avvocato gli chiede come si sente e lui annuisce senza dire nulla. Ha l’espressione di uno che sta soffrendo il mal di mare. “Hai fatto una cosa importante”, gli dice l’avvocato. Gli dà una pacca sulla spalla e gli fa cenno di entrare. Saleem non sembra confortato. Scompaiono dietro il portone del tribunale. L'articolo Braccia invisibili proviene da Il Tascabile.
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Ospiti indesiderati
I marciapiedi che costeggiano il quartiere della stazione ferroviaria di Udine sono un pullulare di negozi etnici e mercatini di frutta esotica. Le strade minori tra via Aquileia e viale Ungheria sono punteggiate di barber shops e minimarket gestiti da cittadini pakistani. I banglabazar si riconoscono da lontano perché, a differenza delle grandi catene commerciali europee, qui la disposizione del cibo ricorda ancora i fruttivendoli del Sud Italia, piccoli locali colmi di frutti che strabordano sul marciapiede, punteggiando le strade di colori vivaci. Nur, bengalese, è arrivato in Italia nel 2008. Il suo bazar ha pomodori, banane e clementine in bella mostra. Dalle vetrine si intravede la disposizione apparentemente caotica e casuale di shampoo, verdura  e spezie nella minuscola stanza del locale; in fondo, in un angolo, la cassa e una radiolina che manda hindi hip-hop a tutto spiano. Sulle prime Nur ha uno sguardo quasi difensivo, poi si scioglie. Non è certo il primo arrivato in Italia. I bengalesi sono qui dagli anni Novanta. Il maggiore dei suoi fratelli è arrivato a Monfalcone nei primi mesi del 2000. “Io sono venuto in Italia per lavorare e per vivere una vita decente”, racconta Nur. Se ne sta in cima ai tre scalini del minimarket, braccia conserte, orgoglioso del suo piccolo impero. La famiglia se l’è costruita in Italia. Nei primi anni ha incontrato una donna bengalese e si sono sposati. Adesso vivono con i figli in un appartamento di Borgo Stazione. Nur racconta che la situazione abitativa in città non è sempre stata questa. “Anni fa era più facile”. Cosa è cambiato? “Prima”, spiega, “non ti chiedevano tante garanzie. Adesso vogliono sapere tutto della tua situazione: il tuo contratto di lavoro, la durata del tuo permesso di soggiorno… vogliono essere sicuri che pagherai fino all’ultimo. E se hanno dei dubbi, danno l’appartamento a qualcun altro”. Nel raccontare la sua storia, Nur nomina alcuni amici della comunità bengalese di Udine; giovani uomini arrivati in Italia non più di tre anni fa, che si stanno facendo strada come possono nel mercato del lavoro. Per ora nessuno di loro spera di poter prendere in affitto anche il più modesto dei monolocali. Di solito vivono in cinque o sei in piccoli appartamenti. In questo modo spendono meno e riescono a mandare una parte dello stipendio alle famiglie in Bangladesh. Gli stranieri che sono in Italia da meno di cinque anni fanno sempre più fatica a trovare un posto dove dormire. Ma per comprendere tutti i tasselli che tengono insieme questa fragile filiera, bisogna risalire il percorso andando a ritroso, al momento in cui queste persone mettono piede in Italia. Fuori dall’accoglienza Nel 1998 la legge Turco-Napolitano mette la parola fine alla possibilità per le persone straniere di entrare nel territorio italiano in maniera non clandestina. Ad oggi l’unico modo per assumere uno statuto regolare è presentarsi agli uffici delle questure e manifestare la volontà di chiedere asilo. Il 99% dei richiedenti asilo non hanno soldi per mantenersi, pertanto trascorrono i primi anni in strutture di accoglienza governative facenti capo al ministero dell’Interno. Che sia in una grande ex caserma o in un appartamento, finché vivono in accoglienza non devono preoccuparsi di trovare una casa dove stare. Hanno diritto a un alloggio, ricevono del cibo e una piccola quota mensile in contanti. Trascorsi 60 giorni dalla formalizzazione della richiesta di asilo in questura possono lavorare. Ma nel percorso di un richiedente asilo la vita in accoglienza è una breve parentesi. Il ministero dell’Interno, tramite le prefetture territorialmente competenti, dispone la revoca delle misure di accoglienza per tutti coloro che, con la somma degli stipendi guadagnati dall’inizio dell’anno solare, superano l’importo dell’assegno sociale annuo, una sorta di tetto finanziario sopra il quale, per lo Stato, non sei più indigente. > Nel percorso di un richiedente asilo la vita in accoglienza è una breve > parentesi. Il passaggio alla vita autonoma è traumatico e violento. Da un giorno all’altro i richiedenti asilo si ritrovano alla ricerca di una camera o di un posto letto in affitto senza disporre di alcun aiuto o sussidio. Tutta questa storia non sarebbe un grande problema se l’offerta di appartamenti in affitto fosse adeguata alla domanda. Ma il mercato immobiliare è congelato, e le regole per accedervi stanno diventando sempre più selettive e spietate. Gli stranieri non hanno né la forza contrattuale né le garanzie finanziarie per sostenere un conflitto sociale definito da regole borghesi e razziste. Le condizioni del mercato immobiliare Nel comparto alloggiativo la maggior parte delle persone straniere sembrano relegate a un mercato parallelo a quello regolare: le reti dei connazionali, un posto letto in subaffitto, un buco in una casa piccola e già affollata. Cosa li costringe a ripiegare su queste soluzioni? “Il problema è almeno su due livelli”, spiega G., rappresentante di un ente di accoglienza. “Il primo è congiunturale: i prezzi degli affitti sono alle stelle per tutti. A queste condizioni una compagine così precaria come quella degli stranieri non può sostenere le spese. Il secondo livello è ideologico: i locatori non vogliono fare contratti con gli stranieri”. E questo tendenzialmente prescinde dalle loro condizioni economiche. Stando alle testimonianze delle persone immigrate in Friuli negli ultimi due anni, non basta presentarsi ai proprietari degli immobili con delle referenze. Non basta più neanche un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Questa crescente diffidenza potrebbe derivare da una percezione di instabilità: complici le traversie giuridiche legate ai permessi di soggiorno, che rendono il labirinto burocratico sempre più fitto e impenetrabile, la popolazione immigrata viene vista come una categoria inaffidabile, in continua carenza di prospettive a lungo termine. Perché arrischiarsi con locatari che possono perdere il lavoro e smettere di pagare? Ma non si tratta soltanto di questo. Dai racconti di G. emerge che gli stessi enti di accoglienza vengono respinti da agenti immobiliari e locatori. “Ci rispondono che non sono interessati a questo tipo di clientela”, spiega G. “E allora non è un fatto di garanzie. Gli enti di accoglienza sono aziende: pagano le spese di affitto, le utenze e tutte le caparre come qualsiasi azienda che prende in affitto un immobile”. Il problema non riguarda il cliente, ma il fruitore ultimo delle case: l’immigrato. È lui il tipo di clientela che tutti, dalle agenzie immobiliari ai gruppi dei privati in rete, cercano di tenere lontano dagli appartamenti. Nelle faglie del labirinto “Per trovare un posto in affitto ci sono i nostri canali e ci sono i loro canali”, racconta Luigina Perosa, attivista e operatrice legale. Luigina segue da tempo i percorsi di molti stranieri a Pordenone. Da venticinque anni Rete Solidale Pordenone lotta al fianco delle persone migranti che arrivano dalla rotta balcanica. Ci sono i transitanti, che hanno ricevuto dai solidali una coperta o una zuppa nelle notti di bivacco al parcheggio dell’Inail. Ma alcuni a Pordenone ci sono rimasti. Hanno studiato l’italiano, hanno imparato un mestiere. “Alcuni ragazzi sono arrivati nel 2000, erano con noi nei primi mesi del lavoro in strada e sono ancora qui. In questi anni abbiamo partecipato insieme a decine di mobilitazioni davanti alla prefettura o al comune. Le cose si fanno insieme o non si fanno”. > I locatori non vogliono fare contratti con gli stranieri. E questo > tendenzialmente prescinde dalle loro condizioni economiche. Luigina racconta che quello dell’abitare è un tema drammatico. “Gli immigrati che cercano una stanza in affitto sanno già che non la troveranno su Immobiliare.it o nei gruppi dei privati su Facebook. Loro hanno altre vie”. Nella maggior parte dei casi chi riceve la revoca dell’accoglienza si rivolge alle reti dei connazionali, alle conoscenze che si fanno in fabbrica o durante la giornata nei campi. Di solito vivono da amici in attesa di trovare una sistemazione più stabile. “Che poi, sistemazione stabile… Di solito si tratta di un posto letto in subaffitto in appartamenti affittati ad altri stranieri”. Luigina spiega che “in genere sono appartamenti vecchissimi, dove non sono stati fatti lavori di manutenzione; case dove gli italiani non vivrebbero mai”.  Gli stranieri con più anzianità in Italia, dunque, da intestatari di vecchi contratti di affitto accolgono in casa i più giovani. I racconti di chi vive fuori dal circuito dell’accoglienza combaciano con le testimonianze degli attivisti. “Io mi sono sistemato nella casa del capo”, racconta Saddam, che lavora in uno dei tanti kebabbari della città. I datori di lavoro, specie se connazionali, contando su una situazione alloggiativa più stabile, offrono un posto letto ai propri dipendenti – richiedenti asilo più giovani, arrivati in Italia nel pieno della crisi abitativa. “Alcuni hanno cercato per mesi. Nel frattempo sono andati a dormire a casa di amici. C’è sempre spazio per un materasso in più.” Finché quel materasso non è diventato il loro materasso. Prima di desistere cercano per mesi una soluzione più stabile. A un certo punto l’amico inizia a chiedere un contributo per l’affitto e le utenze e il desiderio di privacy e di stabilità sfuma. Spesso è ancora più difficile. In certe case si entra solo in cambio di una quota pagata in nero. Nelle faglie della crisi abitativa si creano microclimi che consentono a business illegali di nascere e prosperare, gestiti da affittuari che lucrano sull’ospitalità di connazionali disperati. Se la mensilità per un tricamere è 1500 euro, l’”affittuario principale” mette tre, quattro, cinque persone in ogni camera, chiedendo a ciascuno una quota di trecento euro. In questo modo a fine mese l’affitto viene pagato interamente dagli abusivi e l’intestatario del contratto intasca anche qualcosa. “Almeno non dormo in strada”, prosegue Saddam. “Quando mi hanno ordinato di uscire dall’accoglienza avevo un contratto di lavoro fino ad aprile. Poi il capo me lo ha rinnovato per altri quattro mesi.” Saddam guadagna mille euro al mese, di cui almeno trecento vanno alla famiglia in Kashmir tramite Western Union. Quando la prefettura ha disposto la revoca dell’accoglienza, aver ricevuto una mano dal datore per l’alloggio è stato fondamentale. Quanto al rinnovo del contratto di lavoro: una fortuna. Con proroghe del contratto di quattro mesi in quatto mesi, Saddam è regolarmente assunto in questo locale da quasi un anno – una rarità nella categoria dei migranti, abituati a una fortissima mobilità negli impieghi. > Nelle faglie della crisi abitativa si creano microclimi che consentono a > business illegali di nascere e prosperare. Se il nostro mercato del lavoro è estremamente precario, quello dei richiedenti asilo è un rimbalzare nevrotico e senza sosta: finti contratti a chiamata, situazioni di grigio o di nero, contratti brevi o brevissimi. Nella giungla del mercato del lavoro a tempo determinato, le persone migranti occupano il più buio dei sottoboschi. Anche se il lavoro è pesante, a singhiozzi e in condizioni indegne, resta fermo un punto: in una casa, la sera, bisogna tornare. Ma avere un posto letto o una camera senza contratto di affitto, per quanto ti salvi dalla strada, ti esclude da decine di diritti. Ad esempio non puoi dichiarare la residenza. Per l’anagrafe smetti di esistere, e non ti rinnovano più il permesso di soggiorno. La bilancia dei diritti Analizzare concetti giuridici come il permesso di soggiorno e la residenza diventa interessante in rapporto al nostro modo di concepire e possedere il diritto di vivere in Italia e di essere fisicamente reperibili. Il diritto di muoversi nel territorio italiano deriva dal fatto stesso di discendere da cittadini italiani, è un frammento del DNA giuridico che ci trapassa di generazione in generazione come una fisarmonica estendibile all’infinito. Data la natura così intima e costitutiva di questo diritto, per un cittadino italiano il domicilio o la residenza sono talmente scontati da essere evanescenti come l’aria che respiriamo. Per un cittadino extracomunitario in Italia, invece, avere accesso o meno a questi stessi diritti è una questione dirimente, le cui conseguenze pervadono fino al più concreto aspetto dell’esistenza. Sul diritto alla residenza anagrafica l’associazione Avvocato di strada, che dal 2000 lavora a tutela delle persone senza dimora, afferma che “nel tempo, l’istituto della residenza ha assunto un ruolo molto significativo venendo a rappresentare il legame non solo giuridico, ma anche politico e sociale tra il singolo e la comunità territoriale alla quale egli appartiene.” A fronte di questo, un apparato amministrativo che nega il diritto alla residenza nega alle persone straniere la possibilità di un reale radicamento nel Paese. Gli avvocati di strada sostengono che “la residenza rappresenta un elemento integrante dello stato individuale della persona, garantendo al soggetto una precisa identità. Più che la cittadinanza, infatti, è la residenza ad esprimere il legame reale dell’individuo al territorio, anche in termini di partecipazione e contribuzione all’economia del paese”. Dalla residenza, poi, discendono diritti fondamentali come il diritto alla salute mentale. La dichiarazione di residenza, ad esempio, è condizione necessaria per beneficiare delle tutele assistenziali nei nostri territori, ma ad oggi sono tantissime le persone straniere bisognose di assistenza che non hanno una dimora fissa – men che meno un indirizzo di residenza. T., ad esempio, è un cittadino tunisino con una diagnosi di schizofrenia. Arrivato in Italia dalla Libia, dopo un percorso frastagliato in Friuli tra centri di accoglienza straordinaria, dormitori per senza fissa dimora e i bordi delle strade di Latisana, è stato riconosciuto titolare di protezione internazionale e inserito nelle liste di attesa per progetti dedicati a persone vulnerabili. Dopo otto mesi queste liste non accennano ad accorciarsi. Nel frattempo T., ormai fuori dal circuito di accoglienza dei richiedenti asilo, ha ricominciato una vita nomade tra i centri diurni e i dormitori. Se durante il periodo in accoglienza si curava nel centro di salute mentale e veniva supportato dagli operatori dell’appartamento dove viveva, da senza dimora ha perso la residenza, e senza residenza gli assistenti sociali non lo prendono in carico. Se gli stranieri restano inchiodati ai cortocircuiti del labirinto, gli stranieri più deboli ne restano bruciati. Ospiti a casa Il testo più importante che norma il diritto di asilo in Italia, il decreto legislativo 286 del 1998, obbliga chiunque ospiti una persona straniera a rilasciare alla questura una formale dichiarazione entro le prime 48 ore. “Si chiama comunicazione di ospitalità”, spiega Luigina. Come tanti altri documenti che le persone straniere devono produrre, anche la comunicazione di ospitalità non è un vezzo formale. Molti dei cortocircuiti in cui finiscono le persone straniere dipendono da questo documento. Se il cittadino straniero non presenta una formale comunicazione di ospitalità che attesti dove abita, quando il permesso di soggiorno giunge a scadenza la questura non lo rinnova. Senza permesso di soggiorno non può rinnovare la tessera sanitaria (che per un richiedente asilo ha durata semestrale): perde dunque il medico di base e il diritto all’assistenza sanitaria. Se ha un contratto di lavoro, prima o poi il datore scoprirà che è irregolare e lo manderà a casa. Come in un domino, un solo documento può far saltare il fragile castello burocratico che riconosce agli stranieri i diritti di base. A partire da un solo documento mancante si scivola nell’irregolarità e, se vieni scoperto dalle autorità di pubblica sicurezza, sei passibile di un provvedimento di rimpatrio. > Come in un domino, un solo documento può far saltare il fragile castello > burocratico che riconosce agli stranieri i diritti di base. “Pensare che un tempo la dichiarazione di ospitalità non era obbligatoria”, prosegue Luigina. “Nel 2015 le condizioni per rinnovare un permesso non erano così severe.” Ospitalità, residenza, permesso di soggiorno, assegno sociale annuo… Accanto alla normativa, poi, ci sono le procedure amministrative. Le prassi delle questure e degli enti territoriali diventano sempre più ottuse e discriminatorie. Nel labirinto di carte che sbloccano diritti aumentano le vie cieche. Nascono tunnel sotterranei che possano aprire varchi. Per non perdere il permesso di soggiorno, anche le dichiarazioni di ospitalità sono diventate un prodotto commerciale. “Se dove vivi non ti rilasciano la dichiarazione di ospitalità, di solito qualcun altro può fartene una fittizia in cambio di denaro”, raccontano M. e I. “In pratica compilano il modulo con i tuoi dati e con l’indirizzo di casa loro. Ti prestano quell’indirizzo. Tu non abiti lì, potresti non aver mai visto quel posto, ma all’occorrenza puoi inserire l’indirizzo nei tuoi documenti. Una sorta di pied-à-terre burocratico.” Stando alle testimonianze delle persone intervistate, una comunicazione di ospitalità può costare fino a quattrocento euro. Di recente alcune questure non richiedono solo la dichiarazione di ospitalità, ma anche l’attestazione di idoneità abitativa. “Possono chiederti quante persone vivono in casa con te, quanto è grande l’appartamento… per capire se il tuo alloggio è idoneo”. I criteri che stabiliscono l’idoneità abitativa sono dati nel decreto ministeriale del 5 luglio 1975, in cui è scritto che “per ogni abitante deve essere assicurata una superficie abitabile non inferiore a 14 metri quadrati per i primi quattro abitanti, e a 10 metri quadri per ciascuno dei successivi”. Ma chi teme di dormire in strada non si formalizza. È chiaro che pur di stare all’asciutto ci si accontenta anche di un terzo dello spazio previsto dalla normativa. L’emergenza abitativa coinvolge tutti, ma le persone straniere ne risentono nella forma più severa. Innanzitutto perché, statisticamente, ricoprono i comparti lavorativi meno retribuiti o più esposti allo sfruttamento della manodopera: le fabbriche, la ristorazione, l’agricoltura. Quando i periodi di lavoro sono brevi e senza un vincolo formale tra le parti, se il datore non ti paga lo stipendio non puoi farci molto. E poi i richiedenti asilo non possono contare su una rete familiare o su altri paracaduti sociali che i cittadini italiani hanno in ragione del loro radicamento in Italia. Gli italiani in precarietà alloggiativa si appoggiano ad amici e parenti. Per i richiedenti asilo, invece, l’alternativa alla strada è data dagli alloggi senza contratto in un mercato clandestino che corrode quello regolare. È tutto noto, è tutto prevedibile. E allora, se le amministrazioni vincolano il rinnovo di un permesso di soggiorno a un’improbabile idoneità alloggiativa, il sottotesto sembra essere: “vogliamo stanarvi”. Tornare a casa Se i Centri di accoglienza straordinaria (CAS), pensati per accogliere in regime di emergenza (ma di fatto divenuti maggioritari rispetto al sistema ordinario di accoglienza, il cosiddetto SAI, Sistema Accoglienza Immigrazione), non hanno le risorse per accompagnare le persone all’autonomia, in alcuni territori ci sono dei progetti virtuosi che provano a colmare i vuoti lasciati da un mercato impoverito e dalla questione abitativa. Ad esempio, alcuni progetti facenti capo a fondi comunali o europei cercano di scongiurare il rischio della strada per le persone immigrate che vivono in Italia da poco. Alcuni enti gestori di progetti SAI, ad esempio, da bando di progetto hanno la possibilità di aiutare chi va verso l’autonomia lavorativa e abitativa. > Anche il nuovo Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo, ponendo delle > condizioni a quello che dovrebbe essere un diritto fondamentale, intende > creare un filtro tra le persone che entrano nell’Unione e la possibilità di > restarci, di lavorare e di abitare i nostri territori. “Alcuni ragazzi hanno ottimi contratti di lavoro, ma senza una casa dove dormire non vanno lontano”, raccontano. “Da bando la nostra organizzazione può garantire ai proprietari il pagamento dei primi sei mesi di affitto, nella prospettiva di una piena autonomia dopo questo periodo”. In altri casi è possibile sperimentare soluzioni più elastiche. All’uscita dall’accoglienza si può pattuire un periodo di sostegno solo in caso di bisogno. In questo modo, le persone possono sperimentare la vita autonoma a partire dal giorno uno. “Ad esempio possiamo contribuire alle spese di affitto con una percentuale che concordiamo con il ragazzo sulla base di una proiezione delle spese che avrà”. Ci sono poi i progetti di co-housing o di housing sociale. Ma accedere a percorsi di vera inclusione è sempre più difficile. Basti pensare che la percentuale di centri di accoglienza straordinaria rispetto ai progetti SAI è in aumento e che la normativa più recente, la legge 50/2023, preclude l’accesso ai progetti di accoglienza ordinaria ai richiedenti asilo a eccezione di poche (arbitrarie) eccezioni, riservando questa modalità di accoglienza soltanto a coloro che sono già titolari di protezione. In questo modo i richiedenti asilo hanno diritto alla forma più povera di accoglienza, spesso in grandi strutture simili a ospedali o a caserme, parcheggi in cui non si può far altro che aspettare il momento in cui verrà distribuito un pasto in vaschette di plastica o fare la fila per un gabinetto sudicio. Anche il nuovo Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo, ponendo delle condizioni a quello che dovrebbe essere un diritto fondamentale, la richiesta di asilo, intende creare un filtro tra le persone che entrano nell’Unione e la possibilità di restarci, di lavorare e di abitare i nostri territori. Qualsiasi cosa succeda, a fine giornata i bazar, le officine e i ristoranti devono chiudere. Gli operai, i cuochi, i braccianti e i lavapiatti impegnati per ore nelle loro attività escono a respirare l’aria della sera, che da chiara diventa scura e fa cambiare umore alla città. Alcuni si incamminano su una strada sterrata e raggiungono gli amici, qualcun altro recupera una videochiamata con la moglie in Pakistan. Alcuni prendono il Corano e recitano una sura mentre il sole tramonta. Altri crollano appena arrivati in camera. Domani è un nuovo giorno di lavoro. Non c’è tempo per gustare la fatica del corpo che si rilassa che il sonno è già sopraggiunto. Non si vuole altro che tornare in una casa, in una tana, in un baricentro. Chi l’ha persa o non l’ha mai avuta la pensa. Magari mentendo ai familiari lontani sulla propria condizione, per non allarmarli o deluderli. Chi è ancora in un CAS conta gli stipendi per stimare tra quanto tempo sarà costretto a cercare un’alternativa. Allora arriverà la parte più difficile. Cercare una casa, chiedere aiuto a un amico, pagare una finta dichiarazione di ospitalità. Mentre il labirinto si stringe intorno ai loro percorsi, aziende grandi e piccole li vogliono riposati e in forze per una nuova giornata di lavoro. “Farebbe comodo a molti italiani se di questi stranieri potessero arrivare solo le braccia”, osserva Luigina con amarezza. Il problema è che arrivano interi: le braccia, i bisogni, i desideri. L'articolo Ospiti indesiderati proviene da Il Tascabile.
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