Rainbow washing: cosa rimane dopo il Pride Month?

- The Wom - Friday, July 4, 2025
Ogni anno durante il mese giugno, insieme alle zanzare tornano gli arcobaleni. Di per sé è un momento atteso e bellissimo, ma nasconde qualche fastidiosa insidia. Mentre nelle città vengono esposte bandiere sugli edifici, i loghi di aziende e multinazionali si tingono dei colori “inclusivi” per il mese del Pride. Ma cosa resta, a luglio, ad agosto e nel resto dell’anno, di queste promesse di equità e diritti? Chi ha usato l’arcobaleno per posizionarsi, nei mesi successivi, cosa fa?

Quasi sempre la risposta è: nulla. La prassi è chiara, è la cara vecchia strumentalizzazione dei movimenti sociali per aprire il proprio commercio a nuove fette di mercato. E così il Pride, nato come rivolta contro la repressione, capita che oggi sia ridotto a una passerella per i brand in cerca di consensi e profitto, mentre il nome di Marsha P. Johnson appare nei post social delle aziende, le stesse che finanziano politici omolesbobitransfobici e governi violenti e sfruttano lavoratori in condizioni precarie. Questo è il rainbow washing: appropriazione e svuotamento politico.

La svendita dei simboli politici del Pride

Facciamo attenzione, non è solo ipocrisia, è vera e propria strategia: le aziende utilizzano il linguaggio dei diritti civili come leva di marketing. Non lo fanno per convinzione, lo fanno semplicemente perché, in termini di introito economico, conviene. Quando una multinazionale dell’abbigliamento tappezza i propri negozi con bandiere arcobaleno mentre sfrutta manodopera in paesi dove l’omosessualità è criminalizzata, non sta celebrando il Pride, ne sta vendendo consapevolmente i simboli politici. E ciò vale per tutto il comparto commerciale: le manifestazioni del Pride sono sempre più invase – in quasi tutte le città in cui vengono organizzati – da sponsor di vario tipo. Banche, assicurazioni, compagnie telefoniche, riviste, società di consulenze.

Ma cosa fanno queste aziende quando si spengono i riflettori?

Dove sono quando una persona trans viene discriminata sul posto di lavoro? Dove sono quando una famiglia arcobaleno non viene riconosciuta dallo Stato? Usano la sensibilità acquisita durante il mese del Pride per adottare pratiche e soluzioni efficaci? Negativo. Troppo spesso, di nuovo, non accade nulla.

Uno scatto dall’ultimo Pride di Milano

Il ranbow washing dopo il Pride Month

Essendo una pratica redditizia, ovviamente il washing non si ferma a giugno. Durante tutto l’anno, le stesse aziende praticano una specie di “diversity washing” più sottile ma altrettanto tossico. Lo fanno le agenzie di comunicazione che curano l’immagine dei brand inserendo, per esempio, una persona queer in una pubblicità. Magari una persona nera o disabile per giocare sull’empatia della clientela progressista e far discutere invece i clienti più reazionari, seguendo la logica del “nel bene o nel male, purchè se ne parli”, ma al loro interno non promuovono reali politiche inclusive. Anzi: continuano e precarizzare, licenziano, reprimono l’attivismo interno agendo politiche antisindacali. Le lotte per i diritti, in questo modo, vengono disinnescate, neutralizzate, digerite da un sistema che vive proprio grazie alle disuguaglianze.

Il capitalismo, che per sua natura ha bisogno di gerarchie e oppressioni, usa questo farlocco interesse per la diversità come operazione di facciata: accetta la differenza solo quando può trarne profitto

In questo senso non esiste brandizzazione buona. Un’identità non può essere un prodotto, e un diritto non può essere un gadget. È per questo che ogni lotta sociale che voglia essere efficace all’interno di questo sistema corrotto alla base deve interrogarsi sul tema dell’anticapitalismo. Non basta chiedere inclusione nei modelli esistenti, bisogna lavorare per cambiarli, perchè la questione non è solo fare in modo che tutte le persone vengano “incluse” nel sistema-società, la questione è l’ingiustizia del  sistema stesso. Come scrive Giulia Blasi “non serve un posto al tavolo del potere, serve rovesciare il tavolo.” Le lotte queer, transfemministe, antirazziste, ecologiste e decoloniali condividono un nemico comune.

Non possiamo parlare di liberazione senza parlare di lavoro, di casa, di stipendio, di salute, di scuola, di classe

E non possiamo parlare di questi diritti se non analizziamo chi li nega sistematicamente per garantirsi profitti (ed extraprofitti). Il capitalismo non tollera l’autodeterminazione, perché l’autodeterminazione mette in discussione le sue fondamenta: lo sfruttamento, il dominio, il controllo.

Ripercorrere le radici del Pride, un atto sempre più urgente e necessario

Per questo, sempre più spesso, c’è bisogno di ricordarci da dove veniamo. Il Pride non è nato da una campagna pubblicitaria, ma da una rivolta. Nel 1969, le persone queer – soprattutto donne trans, nere, povere e precarie – si ribellarono contro le retate della polizia allo Stonewall Inn di New York. Non chiedevano accettazione, chiedevano giustizia. Non portavano sponsor, ma rabbia. Oggi abbiamo il dovere di recuperare quella rabbia e darle nuova forza, senza farci ingannare da chi promette inclusività un mese all’anno, non possiamo accettare che il Pride sia uno spazio sicuro solo per chi consuma.

Dobbiamo renderlo di nuovo un atto politico, radicale, disobbediente, sulla scia dei comitati e collettivi indipendenti che negli ultimi anni stanno auto organizzando manifestazioni indipendenti e antagoniste per dare un segnale politico forte alle associazioni che organizzano i Pride più “istituzionali”

Questo significa unirsi al boicottaggio delle aziende che fanno rainbow washing e dire loro che l’inganno è stato ormai svelato e che non faremo più il loro gioco, al costo di spostarci in un’altra piazza. Meglio altrove che accanto ad una multinazionale rivestita di bandiere arcobaleno. La liberazione non può avvenire all’interno dei confini del mercato, la liberazione è incompatibile con lo sfruttamento. E questo tipo di visibilità è una trappola, perchè non è accompagnata da trasformazione.

Riconoscere l’intersezionalità delle lotte

L’intersezionalità non è una sterile teoria o una moda della cosiddetta cultura woke: è una pratica di lotta concreta. Chi è oppresso su più fronti – per genere, orientamento, classe, etnia – sa che non può scegliere una sola battaglia.

Non si può combattere il patriarcato senza combattere il capitalismo, né si può combattere il razzismo senza abbattere il sistema che lo ha creato

Poiché nessuno di noi è solo una cosa, e siamo tutte e tutti il risultato di più caratteristiche identitarie, le istanze politiche che ci attraversano saranno tante e tutte ugualmente valide. Le lotte sociali non devono competere tra loro, devono allearsi per destabilizzare il potere. E no, non basta inserire più persone della comunità LGBTQ+ nelle pubblicità in tv o avere addirittuea un Amministratore Delegato gay, serve redistribuire il potere e lavorare tutto l’anno sulla formazione dentro e fuori i luoghi di lavoro.

Serve rivendicare spazi pubblici, tutele reali, politiche di welfare aziendale e statale, serve battersi per il diritto alla casa e alla salute per tutte e tutti

Forse, allora, è tempo di tornare a pretendere un Pride month scomodo, segnale e sintomo di una società arrabbiata, che chiede di essere vista non solo come forza lavoro o come clientela ma come insieme di persone diverse che hanno bisogni, desideri. Fare del Pride un momento di rottura, non di pacificazione è quello che dobbiamo a chi, prima di noi, ha lottato con forza perchè si creasse uno spazio di visibilità.

Non vogliamo più brand, vogliamo giustizia sociale. Non accettiamo più che le nostre vite vengano usate per coprire lo sporco delle multinazionali. Il Pride è della comunità, non loro, e la comunità non si svende.

La lotta che vogliamo – a giugno e tutto l’anno – è incompatibile col mercato, fiera della propria rabbia, alleata di ogni corpo oppresso.

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