Tag - diritti civili

Liberare il Minotauro
“L o crederesti, Arianna?” disse Teseo. “Il Minotauro non s’è quasi difeso”. La casa di Asterione (in L’Aleph, 1949), si conclude così: rivisitando il mito, Jorge Luis Borges immagina l’eroe, attonito, raccontare all’amata di una disfatta troppo semplice, mentre il sole luccica sulla spada di bronzo con cui ha offerto la morte. Un dono per Asterione, che da tempo aspettava il suo redentore (così chiama Teseo) perché lo liberasse. Lo ha ripetuto più volte lungo il racconto, che – prima d’esser rovesciato nelle ultime due righe in cui a parlare è Teseo – ha la forma di un monologo tutto del Minotauro che spiega sé stesso, il suo esistere a Cnosso e mai fuori, non perché non possa uscire: lo ha fatto, ma le persone lo hanno respinto, l’hanno preferito nell’isolamento dove l’orrore della sua immagine non può raggiungerle. Lui rimane, allora, in quella che è ormai diventata la sua casa, sperando nell’arrivo di chi finalmente – spera – lo porterà in un posto “con meno corridoi e meno porte”. Questa è la sua idea di pace; di qui il suo benvenuto a Teseo. Nessuno lo chiamerebbe un finale felice, ma potremmo concordare sul fatto che sia un epilogo di libertà: non una libertà di, ma una libertà da – il dolore, lo stigma, l’immobilità. La morte di Asterione, nel racconto di Borges perde i connotati violenti del mito originale e sembra rifrangere i bagliori di un’eutanasia. Ripassiamo: la parola greca eu-thanasia (ευθανασια) significa semplicemente “buona morte”. Sembra un ossimoro e lo è, perché la morte è totale annullamento e questo non può, per i vivi, coincidere con qualcosa di buono. Potremmo allora parlare di “buon morire”, collocandoci più precisamente sulla soglia della fine, dove i vivi sono morenti, ma appunto, ancora vivi. A seconda dell’interpretazione che scegliamo, è un intervallo di tempo più o meno lungo: un istante, quando la morte arriva fulminea; un periodo coincidente con la nostra intera vita, se siamo d’accordo con Martin Heidegger per il quale iniziamo a morire dal momento in cui nasciamo; uno spazio che aumenta in maniera proporzionale al dolore, per una persona che considera l’idea di darsi – o di dare – medicalmente la morte. I nomi delle stanze Quando si parla di morte medicalmente assistita ci sono almeno tre termini da tenere a mente per orientarci, e il primo – l’ordine non è casuale – è sospensione dei trattamenti sanitari. Rifiutare le cure – farmaci, assistenza, nutrizione e idratazione artificiale – è un diritto previsto dalla Costituzione che, oltre ad affermare l’inviolabilità della libertà personale, contiene anche un articolo preciso, il trentaduesimo: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”; a questo si aggiunge la legge 219 del 2017: “nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata, tranne che nei casi espressamente previsti dalla legge”. Ora, revocare il proprio consenso a un trattamento può non avere un effetto immediato sulla propria morte (decido di smettere la chemioterapia perché è troppo debilitante e non mi offre più dei benefici significativi: il tumore continuerà la sua evoluzione), oppure può averlo (ho un’insufficienza respiratoria cronica e scelgo di interrompere la ventilazione artificiale: essendo un trattamento che sostiene una funzione vitale, morire sarà questione di minuti. Chiaramente ciò accade in sedazione profonda). In entrambi casi è una – complicatissima, s’intende – questione di autodeterminazione, di scegliere per sé. Le nostre scelte, però, possono essere programmate con molto anticipo. E, benché i dati raccolti dall’osservatorio – continuamente aggiornato – dell’Associazione Luca Coscioni indichino che solo lo 0,45% della popolazione italiana lo faccia, compilare le DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento) servono proprio a questo. Si tratta di un documento redatto liberamente o seguendo un pro forma scaricabile online (per esempio sul sito dell’Associazione) dove indichiamo in modo esplicito i trattamenti sanitari che vorremmo o non vorremmo ricevere in una situazione in cui non fossimo più in grado di comunicare o esercitare la nostra volontà, nominando anche un fiduciario che faccia rispettare questo nostro testamento. È molto difficile avere le idee chiare in anticipo, eppure vale la pena di farci una bella pensata adesso, in un momento di salute e lucidità. > Non una libertà di, ma una libertà da: dal dolore, dallo stigma, > dall’immobilità. “E se, ammalandomi, la pensassi diversamente?”: allora, tu o un delegato potreste tornare nel comune della tua città – è lì che si depositano le DAT – e mettere mano alle disposizioni, che sono revocabili, modificabili e rinnovabili in qualsiasi momento. “E se cambiassi idea un minuto prima di poterlo comunicare?”: questa è un’ipotesi. Al contempo, è ragionevole pensare che una decisione su cui hai meditato con lunga calma rappresenti davvero la tua volontà profonda, rispetto a un ipotetico ripensamento improvviso, magari in condizioni in cui non sei più pienamente presente. E se anche lo fossi, se il ripensamento dell’ultimo minuto fosse autentico, l’idea che possa succedere non sembra comunque un buon motivo per preferire il vuoto decisionale, delegando ad altri la responsabilità di intuire cosa avresti voluto. Le DAT non eliminano la libertà, ma la preservano finché è possibile esercitarla con lucidità. Con la stessa lucidità di chi decide, a un certo punto, di ricorrere al suicidio medicalmente assistito: questo è il secondo termine da tenere bene a mente e indica l’atto di una persona che, nella pienezza delle proprie capacità cognitive, si autosomministra un farmaco letale, e pone fine alla sofferenza. In Italia, ciò è possibile a patto di essere maggiorenni e pienamente capaci di autodeterminarci; di essere affetti da una patologia irreversibile che causa sofferenze fisiche e psichiche che noi riteniamo intollerabili; di essere sottoposti a trattamenti di sostegno vitale (che nel 2024 la Corte costituzionale ha definito come supporti respiratori o nutrizionali, ma anche terapie farmacologiche e assistenza quotidiana senza le quali la persona non sopravviverebbe); di aver attraversato un iter procedurale adeguato fatto di accertamenti medici, valutazioni etiche e psicologiche. Potremmo trovarci, però, nelle stesse condizioni ma non essere in grado di performare il gesto – l’autosomministrazione del farmaco – perché le nostre capacità motorie sono compromesse, le mani non rispondono più, la forza è insufficiente o la malattia impedisce materialmente qualsiasi azione. Ed è qui che, per la legge italiana, il nostro diritto all’autodeterminazione finisce: con il movimento. Anche se non siamo fisicamente in grado di portare il farmaco alla bocca o attivare un dispositivo che lo metta in circolo, l’intervento di un medico nella somministrazione del farmaco letale è infatti punibile con la reclusione da cinque a dodici anni ai sensi degli articoli 580 e 579 del codice penale, che disciplinano rispettivamente il reato di “istigazione o aiuto al suicidio” e di “omicidio del consenziente”. Parliamo di quella pratica conosciuta come eutanasia, la buona morte a cui accennavamo all’inizio e l’ultimo termine da registrare bene, non solo in testa ma anche nel quadro giuridico italiano, da cui viene condannato: qui il labirinto legislativo arriva a un punto cieco. Il mito della morte naturale È una lunga storia, percorrerla vuol dire porre innanzitutto una domanda: che cosa significa morire? Rispondere non è semplice quanto sembra. Se a farlo fosse un dottore del Basso Medioevo, direbbe che morto è ciò che non si muove – si racconta del morso con cui i becchini verificavano di avere tra le mani un cadavere, poiché infliggere dolore era il modo più immediato per assicurarsi l’assenza di qualsiasi reazione. Se invece a rispondere fosse un medico del Diciottesimo secolo ragionerebbe diversamente, perché un criterio immediato non gli basterebbe più: non è sufficiente che un corpo non si muova per dirlo morto. Il decesso, per lui, è una condizione che si rivela nella materia e coincide con l’inizio della decomposizione: è il concetto di morte biologica. Ma se quello stesso medico fosse vissuto un secolo dopo, allora ci parlerebbe di sistema critico, che nel Diciannovesimo secolo viene individuato nel tripode vitale: l’insieme integrato composto da cervello, polmoni e cuore. Nelle cosiddette “morti naturali” (le virgolette sono importanti e qui rimandano a un decesso non violento) veniva osservato questo: prima la cessazione degli impulsi cerebrali ai polmoni, poi il venir meno dell’attività respiratoria che, infine, porta all’interruzione dell’attività cardiaca. Ecco che il medico del Diciannovesimo secolo direbbe: si muore quando si ferma il cuore, perché se smette di battere il resto del tripode è già fuori uso, dunque che importa se restano segni di vita residua (le unghie o la barba che crescono, una mancanza di rigidità, addirittura la presenza di piccoli movimenti riflessi dei muscoli), perché dalla morte cardiaca non si torna indietro. > Le Disposizioni anticipate di trattamento non eliminano la libertà, ma la > preservano finché è possibile esercitarla con lucidità. Ma a sentir questo, una neurochirurga degli anni Cinquanta del Novecento si arrabbierebbe parecchio, direbbe che il solo arresto cardiaco non è più sufficiente a definire la fine. Ricorderebbe i successi della Rianimazione Cardio-Polmonare (RCP) e dei moderni defibrillatori, preciserebbe che si muore quando muore il cervello. Tanto più che, appena pochi anni dopo, nel 1967, Christian Barnard esegue il primo trapianto di cuore su un essere umano: se si tratta di un organo sostituibile, come si fa a sostenere che la cessazione del battito metta il punto? Si apre, inoltre, un’altra questione: per effettuare un trapianto di successo, il cuore da espiantare dal donatore non deve essere danneggiato dalla necrosi causata dalla mancanza di ossigeno; deve essere un organo ben funzionante al momento del prelievo. Di qui il dilemma: ammettere che il decesso del donatore viene anticipato di qualche istante, oppure rivedere la definizione stessa di fine della vita e sostenere che il donatore è già morto prima dell’espianto? È esattamente ciò che accade. Nell’agosto del 1968 una commissione medico-scientifica convocata dalla Harvard Medical School introduce una nuova definizione: la morte cerebrale. Quando cessano le funzioni di tutto il cervello, si dissolve l’organismo come unità integrata. Una persona è definitivamente deceduta se vi è assenza totale e irreversibile di ogni funzione dell’encefalo, tronco compreso. Così il dilemma si scioglie: il donatore, pur con un cuore che continua a battere grazie ai supporti vitali, è già morto sul piano clinico e giuridico a causa della distruzione del suo cervello. Capita però che a spegnersi sia soltanto la parte superiore dell’encefalo (quella sede della coscienza, delle percezioni e di tutto ciò che rende una vita umana consapevole). In queste condizioni – oggi le chiamiamo stati vegetativi permanenti – il tronco encefalico (la parte inferiore) può ancora funzionare, quindi la persona respira da sola, mantiene la temperatura corporea, presenta cicli sonno-veglia. Il corpo è vivo, ma ciò che intendiamo quando parliamo di “vita umana” nel senso pieno del termine non c’è più. La medicina contemporanea sa descrivere bene questa differenza, ma sul piano etico rimane un’area grigia: è difficile accettare come “morto” qualcuno che respira autonomamente, eppure è altrettanto difficile sostenere che la vita umana coincida con il semplice mantenimento di una fisiologia automatica priva di qualunque esperienza. > Per la legge italiana il nostro diritto all’autodeterminazione finisce con il > movimento. In un testo fondamentale per orientarsi nella riflessione bioetica, Manuale di bioetica. Verso una civiltà biomedica secolarizzata (2013), Maurizio Mori propone un esempio: immaginiamo un piccolo dispositivo, un chip capace di sostituire le funzioni della parte inferiore dell’encefalo, cioè quelle che regolano respiro e omeostasi. Un simile supporto sarebbe prezioso per chi ha perso soltanto la capacità di respirare ma conserva pienamente coscienza e capacità cognitive; ma non avrebbe alcun significato in chi ha perduto irreversibilmente proprio quelle funzioni superiori che rendono un’esistenza riconoscibile come umana. È un esperimento mentale utile, perché mostra una cosa: ciò che conta davvero non è la possibilità di mantenere un corpo in funzione, ma la presenza o l’assenza dell’attività superiore dell’encefalo, quella che permette di essere qualcuno e non soltanto qualcosa. Dunque, perché non accettare che qui sta la soglia e permettere a chi l’ha già oltrepassata di congedarsi? Perché avvolgere in un dedalo legislativo chi non ha più stanze da attraversare? Perché insistere a confinare Asterione nel labirinto? Perché Asterione ha sangue reale. Seppur centro dello scandalo, è sempre il figlio di Pasifae, moglie di Minosse, il re di Creta; la sua vita è considerata superiore. Guardiamola da questa prospettiva: la nozione di morte cerebrale si impone nella pratica medica e viene progressivamente accolta nelle legislazioni di molti Paesi, tra cui l’Italia. Il criterio neurologico, però, vale soltanto per gli animali umani e non per gli altri, per i quali la dichiarazione di morte non passa attraverso la valutazione dell’encefalo, ma si constata con l’arresto cardiaco. Insomma, l’essere umano – secondo l’essere umano – è eccezionale, la sua vita è considerata sacra. Lo è, in origine, nel giuramento di Ippocrate che col tempo modifichiamo nella formulazione ma ancora fatichiamo ad abbandonare nei principi: medico come sacerdote della vita, che mai compirà atti finalizzati a provocare la morte o comunque mai interferirà con il finalismo vitale, ovvero quella percepita direzione naturale dell’esistenza; è eccezionale per le religioni rivelate (non soltanto quella cristiana), che rafforzano questa percezione rendendoci creature, figli di Dio, a cui la nostra vita appartiene; è eccezionale perfino per quella religione naturale che Rudolf Otto descriveva come il sentimento del mysterium tremendum et fascinans, la vertigine di fronte a qualcosa che ci sovrasta e che, proprio per questo, appare intoccabile, indisponibile, sacra – la vita in sé, il cui principio originario rimane tutt’ora un enigma; ed è eccezionale finché Darwin ci permette di pensarlo, e in effetti non ce lo permette. Il 24 novembre 1859 Charles Darwin pubblica L’origine delle specie. È una data difficile da dimenticare perché quello è il giorno in cui la specie umana viene calciata giù dal podio della centralità ontologica, anzi è il podio a esser calciato via, ché una posizione di supremazia sugli altri esseri viventi diventa una pretesa sciocca. La sua teoria dell’evoluzione mostra infatti che non siamo il vertice di nulla, né il fine di un disegno: siamo il risultato provvisorio di un processo cieco di selezione genetica, proprio come il resto delle specie. Dunque non è il mondo che è stato creato per l’uomo, ma è l’uomo – la specie umana – che si è evoluto per adattarsi al mondo, all’ambiente. Insomma, per dirla con le parole dello zoologo Desmond Morris in The Naked Ape (1967; trad. it. 1974), “I viewed my fellow man not as a fallen angel, but as a risen ape”. A questo punto, come rispondere alla domanda sul senso della vita: perché siamo qui? > Ciò che conta non è la possibilità di mantenere un corpo in funzione, ma la > presenza o l’assenza dell’attività superiore dell’encefalo, quella che > permette di essere qualcuno e non soltanto qualcosa. Siamo qui, direbbe Darwin, “perché ci siamo evoluti”. E la vita, di per sé, non ha uno scopo ultimo. Al contempo non è contraddittorio pensare che possa essere vissuta in modo felice. In un libro fondamentale e anche piuttosto spassoso, Darwin, dio e il senso della vita (2010, nuova trad. it. 2020), Steve Stewart-Williams osserva che c’è “una differenza significativa tra l’idea che la vita sia in ultima analisi priva di significato e la sensazione che la propria vita sia priva di significato”. Si tratta allora di un impegno diverso: rinunciare alla ricerca di un senso della vita, ma assumersi la responsabilità di dare un senso alla vita. E questo ci restituisce una libertà che desideriamo esercitare con gioia, e che vogliamo tenerci stretti fino alla fine: quel momento sempre in ridefinizione che è il nostro morire. Lo abbiamo visto, la morte è un processo, e arrivati a questo stadio (quello che lo storico Philippe Ariès chiama l’epoca della “morte medicalizzata”) ci troviamo immersi in contesto medico dove ogni funzione può essere prolungata artificialmente, dunque non c’è una soglia oggettiva tra vita e morte, solo una serie di scelte terapeutiche. Ma ecco che, pensando alla tecnologia in contesto ospedaliero sale, insidiosa, quella nostalgia per una morte “naturale”, a cui preghiamo come di fronte a una reliquia. C’è solo un problema: il concetto di morte naturale (se esiste) è piuttosto frainteso. Ancora Stewart-Williams, in Darwin, dio e il senso della vita: > La maggior parte degli animali, compresi gli esseri umani rimasti in un > ambiente naturale (cioè in quello dei nostri antenati prima che diventassero > agricoltori), muore non già per le cosiddette “cause naturali”, ma per ferite > o malattie, o anche perché diventati prede di altri animali. Nella nostra > società altamente tecnologica, poi, le persone hanno una vita innaturalmente > lunga; in quelle parti del mondo in cui la gente ha adottato positive pratiche > igieniche, gli innaturali livelli di pulizia raggiunti hanno prodotto livelli > altrettanto innaturali di buona salute: noi manteniamo i denti innaturalmente > puliti e di conseguenza la frequenza di caduta dei denti è innaturalmente > bassa. I farmaci antidolorifici sono innaturali, ma quasi tutti siamo ben > felici di usarli quando abbiamo il mal di testa o quando dobbiamo affrontare > un intervento chirurgico. Probabilmente ognuno di noi è in grado di allungare > la lista di questi esempi. Ciò che essi dimostrano è che non c’è nulla di > intrinsecamente sbagliato (o giusto) nell’interferire con l’ordine “naturale” > delle cose. Anzi, sarà bene ricordare che la nostra capacità di interferire > rientra anch’essa nell’ordine della natura. Eppure l’idea dei tubi e dei macchinari fatichiamo ad accettarla, e aprendo il dizionario capiamo un poco meglio l’origine della nostra intolleranza: per “morte naturale” si intende un decesso non provocato da azioni o eventi violenti. Il punto, come dimostra uno studio pubblicato alla fine degli anni Novanta da Jane Elizabeth Seymour, è che la tecnologia applicata al fine vita non è vissuta come violenta a priori, ma lo diventa se non soddisfa le nostre aspettative. Se la macchina allevia la sofferenza e permette un congedo dignitoso, viene vissuta come parte di una “morte naturale”. Se invece fallisce, o appare incomprensibile e fuori controllo, diventa l’elemento che rovina la morte, rendendola innaturale. È ciò che il Comitato nazionale per la bioetica ha definito accanimento terapeutico, ovvero un’ostinazione irragionevole nel somministrare trattamenti medici che non portano benefici al paziente e ne peggiorano la qualità di vita, prolungando inutilmente sofferenze in caso di malattia terminale. La legge italiana 219/2017 vieta questa pratica e garantisce al paziente il diritto di rifiutare le cure attraverso il consenso informato e le Disposizioni anticipate di trattamento – promemoria. > Rinunciare alla ricerca di un senso della vita, ma assumersi la responsabilità > di dare un senso alla vita. Abbiamo trovato l’uscita del labirinto? Forse. Come Asterione, però, una volta fuori veniamo rimandati indietro dallo spavento che taglia il fiato alla gente: l’accanimento viene infatti riconosciuto solo rispetto alle terapie (è infatti terapeutico), non al prolungamento forzato della vita biologica. Insomma, suicidio assistito ed eutanasia restano esclusi dal nostro testamento biologico. Molti bioeticisti sostengono però che continuare a mantenere in vita qualcuno che vorrebbe morire e che non può farlo autonomamente produce a tutti gli effetti una forma di violenza. Non è “accanimento terapeutico” nel senso tecnico del Comitato, ma è una coercizione a vivere contro i propri desideri: un accanimento normativo. Il filo di Arianna Fuori dai confini italiani, la mappa del fine vita racconta in molti casi una storia diversa. Eutanasia e suicidio assistito sono legalmente praticati in Canada, Colombia, Cuba, Nuova Zelanda, Uruguay e in undici Stati americani (California, Colorado, Hawaii, Maine, Montana, New Jersey, New Mexico, Oregon, Vermont, Washington State e Washington DC), mentre in Australia è ammesso il solo suicidio assistito. In Europa, invece, dare medicalmente la morte è legale nei Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Portogallo e Spagna e, in forma più limitata, in Austria. In Svizzera – destinazione nota – è permesso soltanto il suicidio assistito. Ci sono poi Paesi in cui l’aiuto al morire è tollerato ma non legiferato, come Danimarca, Svezia e Norvegia; e Paesi che lo considerano invece un crimine assimilabile all’omicidio: Grecia, Serbia, Polonia. In Italia, come sappiamo, l’eutanasia resta vietata e il suicidio assistito è ammesso solo in condizioni rigidissime stabilite dalla Corte costituzionale, condizioni che non sono state spontaneamente decise dal nostro Parlamento ma che sono il risultato di numerosi episodi di disobbedienza civile, quella di chi prova a tessere la propria via d’uscita. Piergiorgio Welby, malato di distrofia muscolare, nel 2006 chiese pubblicamente di poter interrompere la ventilazione meccanica: Mario Riccio, anestesista e rianimatore all’ospedale di Cremona, scelse di aiutarlo. Se ne assunse la responsabilità morale e giuridica, e infatti affrontò un procedimento giudiziario da cui fu poi assolto, perché aveva rispettato il diritto fondamentale del paziente a rifiutare un trattamento sanitario. Questa scelta aprì, di fatto, la modernità del dibattito italiano sul fine vita. > Non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato (o giusto) nell’interferire con > l’ordine “naturale” delle cose. Eluana Englaro, in stato vegetativo permanente dal 1992, ottenne nel 2009 – diciassette anni dopo – la sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione artificiali dopo un lunghissimo iter giudiziario guidato dal padre Beppino, che voleva far rispettare le volontà espresse precedentemente dalla figlia: non essere mantenuta artificialmente in vita. È grazie a questa battaglia che nasce l’idea delle Disposizioni anticipate di trattamento, formalizzate poi con la legge 219/2017. Fabiano Antoniani (DJ Fabo), tetraplegico e cieco dopo un incidente stradale, nel 2017 scelse di accedere al suicidio assistito e Marco Cappato, dirigente dell’Associazione Luca Coscioni, lo accompagnò in Svizzera e al ritorno si autodenunciò. Dal processo derivò la sentenza 242/2019, con cui la Corte costituzionale ha stabilito le coordinate precise per il suicidio assistito, ampliando così la possibilità per molti pazienti di esercitare la propria autodeterminazione senza dover lasciare il Paese. Ma si va avanti sentenza dopo sentenza, ché il Parlamento ha il motore a scoppio, e ci vuole sempre una nuova esplosione per mandarlo avanti di qualche metro: prendiamo in esempio il caso di Libera, affetta da una sclerosi multipla progressiva che le ha tolto tutto, tranne la lucidità e il movimento degli occhi. Desidera accedere al suicidio medicalmente assistito, ma siccome per la legge italiana il farmaco letale deve essere autosomministrato, non può farlo. Quindi? Secondo la decisione del tribunale di Firenze, verrà appositamente costruito un dispositivo capace di tradurre un comando oculare in un segnale elettrico che avvii l’infusione endovenosa del farmaco. Ci vorranno circa 90 giorni. Una donna totalmente immobilizzata è costretta ad attendere lo sviluppo di una tecnologia sofisticatissima per poter compiere un gesto che potrebbe fare un medico. È allora comprensibile come nell’assurdità del dedalo spalancato dallo Stato (“tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa è un altro luogo”) alcune regioni – prima la Toscana, poi la Sardegna – abbiano scelto di regolamentare autonomamente il suicidio assistito, basandosi entrambe sulla proposta “Liberi subito” dell’associazione Luca Coscioni, che affida al servizio sanitario il compito di garantire farmaco, supporti tecnici e monitoraggio, e impone che l’intero iter si chiuda in poche settimane. Ma come mai lo Stato non decide? > Non è “accanimento terapeutico”, ma è una coercizione a vivere contro i propri > desideri: un accanimento normativo. Perché finché è la Corte costituzionale a intervenire, il Parlamento può evitare l’impopolarità di una legge e, al tempo stesso, beneficiare dei suoi effetti: lascia che siano i giudici ad aprire varchi, senza assumersi la responsabilità politica di attraversarli. È una convenienza strutturale, aggravata dai conflitti interni ai partiti e da un argomento ricorrente: il timore del cosiddetto slippery slope, ovvero il terrore che un piccolo passo porterà inevitabilmente a una serie di conseguenze gravi. Tradotto: l’idea che una legge sul fine di vita, nata per persone con malattie irreversibili e in fase terminale, finirebbe col tempo per includere una quota sempre più ampia di soggetti fragili che potrebbero sentirsi spinti a morire, trasmettendo l’idea che alcune vite siano meno degne di essere vissute – questo è uno dei motivi per cui, nel 2022, la stessa Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile il referendum che avrebbe depenalizzato l’omicidio del consenziente. Ora, basta aprire il manuale di logica per rendersi conto che lo slippery slope, quando viene usato come deduzione necessaria, è una fallacia, un errore logico per cui confondiamo il possibile con il certo, in un ragionamento basato sulla paura, anziché sulle evidenze. Ma appena riportiamo la discussione dal futuro ipotetico (e pure un po’ distopico) ai dati attuali, passando dal piano emotivo a quello concreto (che è molto meno scivoloso), il nesso inevitabile sfuma. Sulla base delle esperienze internazionali, sappiamo che quando il perimetro è chiaro e il controllo è rigoroso, la pratica resta circoscritta, vigilata, e questo capita per esempio in Belgio. Uno studio del 2025, che analizza tutti i casi di eutanasia nel Paese dal 2002 al 2023, mostra che sì, i casi di eutanasia e suicidio assistito sono aumentati nel tempo, ma che questo aumento non è indice di alcuna deriva, si spiega invece con l’assestamento di una legge nuova – il tempo necessario a medici e cittadini per imparare a usarla – e con l’invecchiamento della popolazione: nel 2003 i casi erano 236; nel 2023 sono 3.423, circa il 3% dei decessi. Ma non c’è stato nessun allargamento improprio dei criteri: un terzo della crescita è dovuto semplicemente al grande numero di persone tra i settanta e gli ottant’anni, la fascia in cui l’eutanasia è più richiesta. Inoltre uno degli scenari più temuti, l’esplosione delle richieste per disturbi psichiatrici, non si è verificato: in vent’anni queste rappresentano appena l’1,3% dei casi, una percentuale rimasta stabile; anche le richieste per demenza restano sotto l’1%. Questo succede perché non tutte le persone optano per la morte medicalmente assistita se viene data loro la possibilità, soprattutto quando hanno accesso a un sistema di cure palliative efficace, meglio ancora se precoci. Il termine palliativo deriva dal latino pallium, “mantello”, e ci restituisce un gesto di protezione, qualcosa che avvolge, dà sollievo. Si tratta di quell’insieme di interventi medici, psicologici e sociali che colgono la differenza tra “non c’è più niente da fare” e “non è più necessario fare niente”. È, riprendendo la definizione dell’IAHPC (International Association for Hospice and Palliative Care), “la cura olistica e attiva di persone di ogni età con sofferenze gravi correlate alla salute, specialmente nel fine vita” e non mira a guarire la malattia, ma a ridurre la sofferenza, controllare i sintomi, sostenere la qualità della vita e accompagnare il paziente e la famiglia nelle fasi avanzate o terminali. > Finché è la Corte costituzionale a intervenire, il Parlamento può evitare > l’impopolarità di una legge e, al tempo stesso, beneficiare dei suoi effetti. Un episodio interessante riguarda Eduardo Bruera, oncologo e palliativista dell’MD Anderson Cancer Center di Houston, che all’inizio degli anni Duemila si accorse che la parola palliative – che sebbene abbia un’etimologia più felice, nel linguaggio comune intende un rimedio di ripiego – spaventava i pazienti e ne ritardava l’accesso; così rinominò il reparto “Supportive Care” (cure di supporto e riabilitazione). I consulti aumentarono del 41% e l’invio dei pazienti avvenne molto prima nella traiettoria della malattia. Bruera ammise che quel cambio di nome sì, assecondava un pregiudizio, ma permise a molte più persone di ricevere quanto prima un sostegno che riduce sofferenza e solitudine, e questo è cruciale: uno studio del 2024 condotto dallo stesso Bruera dimostra che quando le persone ricevono un accompagnamento tempestivo – controllo dei sintomi, sostegno psicologico, spazio di parola – il desiderio di ricorrere alla morte medicalmente assistita spesso si attenua o scompare. Nel campione analizzato, infatti, il 15,9% dei pazienti chiedeva inizialmente il suicidio, ma dopo circa un anno di EPC (Early Palliative Care) abbandonava l’idea. Non perché qualcuno li avesse convinti, ma perché la loro vita era diventata meno dolorosa, più abitabile. Insomma, nessuno vuole togliere di mezzo nessuno; il tema è riconoscere il diritto alla scelta in condizioni di piena consapevolezza e rispetto, da entrambi i lati: una vita dignitosa o una buona morte. Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d’uomo? O sarà come me? Nella lettura di Borges, Asterione non è affatto un mostro: è la mostruosità proiettata su di lui a renderlo figura scandalosa. Allo stesso modo, nel discorso contemporaneo sul fine vita, ciò che viene giudicato “mostruoso” non sono le persone che soffrono, ma la loro richiesta di autodeterminazione sulla morte – e, spesso, anche chi si avvicina per ascoltare e accompagnare. Capita perché noi, e dunque la legge, abbiamo finito per elevare la pura sopravvivenza biologica al di sopra della qualità del vivere stesso. Eppure, se prendiamo sul serio la lezione di Darwin per cui l’esistenza umana non ha un valore assoluto di per sé, non c’è motivo di pensare che il dovere di preservarla debba sempre prevalere su altro: la felicità della persona, la sua dignità, il suo desiderio di evitare sofferenze. Un desiderio che, messo da parte dio, è genuinamente umano, e ha molto più a che fare con l’amore per la vita, che con il suo disprezzo. Dice Asterione: “So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse […] sono ridicole”. L'articolo Liberare il Minotauro proviene da Il Tascabile.
Società
filosofia
diritti civili
fine vita
Rainbow washing: cosa rimane dopo il Pride Month?
Ogni anno durante il mese giugno, insieme alle zanzare tornano gli arcobaleni. Di per sé è un momento atteso e bellissimo, ma nasconde qualche fastidiosa insidia. Mentre nelle città vengono esposte bandiere sugli edifici, i loghi di aziende e multinazionali si tingono dei colori “inclusivi” per il mese del Pride. Ma cosa resta, a luglio, ad agosto e nel resto dell’anno, di queste promesse di equità e diritti? Chi ha usato l’arcobaleno per posizionarsi, nei mesi successivi, cosa fa? Quasi sempre la risposta è: nulla. La prassi è chiara, è la cara vecchia strumentalizzazione dei movimenti sociali per aprire il proprio commercio a nuove fette di mercato. E così il Pride, nato come rivolta contro la repressione, capita che oggi sia ridotto a una passerella per i brand in cerca di consensi e profitto, mentre il nome di Marsha P. Johnson appare nei post social delle aziende, le stesse che finanziano politici omolesbobitransfobici e governi violenti e sfruttano lavoratori in condizioni precarie. Questo è il rainbow washing: appropriazione e svuotamento politico. LA SVENDITA DEI SIMBOLI POLITICI DEL PRIDE Facciamo attenzione, non è solo ipocrisia, è vera e propria strategia: le aziende utilizzano il linguaggio dei diritti civili come leva di marketing. Non lo fanno per convinzione, lo fanno semplicemente perché, in termini di introito economico, conviene. Quando una multinazionale dell’abbigliamento tappezza i propri negozi con bandiere arcobaleno mentre sfrutta manodopera in paesi dove l’omosessualità è criminalizzata, non sta celebrando il Pride, ne sta vendendo consapevolmente i simboli politici. E ciò vale per tutto il comparto commerciale: le manifestazioni del Pride sono sempre più invase – in quasi tutte le città in cui vengono organizzati – da sponsor di vario tipo. Banche, assicurazioni, compagnie telefoniche, riviste, società di consulenze. > Ma cosa fanno queste aziende quando si spengono i riflettori? Dove sono quando una persona trans viene discriminata sul posto di lavoro? Dove sono quando una famiglia arcobaleno non viene riconosciuta dallo Stato? Usano la sensibilità acquisita durante il mese del Pride per adottare pratiche e soluzioni efficaci? Negativo. Troppo spesso, di nuovo, non accade nulla. Uno scatto dall’ultimo Pride di Milano IL RANBOW WASHING DOPO IL PRIDE MONTH Essendo una pratica redditizia, ovviamente il washing non si ferma a giugno. Durante tutto l’anno, le stesse aziende praticano una specie di “diversity washing” più sottile ma altrettanto tossico. Lo fanno le agenzie di comunicazione che curano l’immagine dei brand inserendo, per esempio, una persona queer in una pubblicità. Magari una persona nera o disabile per giocare sull’empatia della clientela progressista e far discutere invece i clienti più reazionari, seguendo la logica del “nel bene o nel male, purchè se ne parli”, ma al loro interno non promuovono reali politiche inclusive. Anzi: continuano e precarizzare, licenziano, reprimono l’attivismo interno agendo politiche antisindacali. Le lotte per i diritti, in questo modo, vengono disinnescate, neutralizzate, digerite da un sistema che vive proprio grazie alle disuguaglianze. > Il capitalismo, che per sua natura ha bisogno di gerarchie e oppressioni, usa > questo farlocco interesse per la diversità come operazione di facciata: > accetta la differenza solo quando può trarne profitto In questo senso non esiste brandizzazione buona. Un’identità non può essere un prodotto, e un diritto non può essere un gadget. È per questo che ogni lotta sociale che voglia essere efficace all’interno di questo sistema corrotto alla base deve interrogarsi sul tema dell’anticapitalismo. Non basta chiedere inclusione nei modelli esistenti, bisogna lavorare per cambiarli, perchè la questione non è solo fare in modo che tutte le persone vengano “incluse” nel sistema-società, la questione è l’ingiustizia del  sistema stesso. Come scrive Giulia Blasi “non serve un posto al tavolo del potere, serve rovesciare il tavolo.” Le lotte queer, transfemministe, antirazziste, ecologiste e decoloniali condividono un nemico comune. > Non possiamo parlare di liberazione senza parlare di lavoro, di casa, di > stipendio, di salute, di scuola, di classe E non possiamo parlare di questi diritti se non analizziamo chi li nega sistematicamente per garantirsi profitti (ed extraprofitti). Il capitalismo non tollera l’autodeterminazione, perché l’autodeterminazione mette in discussione le sue fondamenta: lo sfruttamento, il dominio, il controllo. RIPERCORRERE LE RADICI DEL PRIDE, UN ATTO SEMPRE PIÙ URGENTE E NECESSARIO Per questo, sempre più spesso, c’è bisogno di ricordarci da dove veniamo. Il Pride non è nato da una campagna pubblicitaria, ma da una rivolta. Nel 1969, le persone queer – soprattutto donne trans, nere, povere e precarie – si ribellarono contro le retate della polizia allo Stonewall Inn di New York. Non chiedevano accettazione, chiedevano giustizia. Non portavano sponsor, ma rabbia. Oggi abbiamo il dovere di recuperare quella rabbia e darle nuova forza, senza farci ingannare da chi promette inclusività un mese all’anno, non possiamo accettare che il Pride sia uno spazio sicuro solo per chi consuma. > Dobbiamo renderlo di nuovo un atto politico, radicale, disobbediente, sulla > scia dei comitati e collettivi indipendenti che negli ultimi anni stanno auto > organizzando manifestazioni indipendenti e antagoniste per dare un segnale > politico forte alle associazioni che organizzano i Pride più “istituzionali” Questo significa unirsi al boicottaggio delle aziende che fanno rainbow washing e dire loro che l’inganno è stato ormai svelato e che non faremo più il loro gioco, al costo di spostarci in un’altra piazza. Meglio altrove che accanto ad una multinazionale rivestita di bandiere arcobaleno. La liberazione non può avvenire all’interno dei confini del mercato, la liberazione è incompatibile con lo sfruttamento. E questo tipo di visibilità è una trappola, perchè non è accompagnata da trasformazione. RICONOSCERE L’INTERSEZIONALITÀ DELLE LOTTE L’intersezionalità non è una sterile teoria o una moda della cosiddetta cultura woke: è una pratica di lotta concreta. Chi è oppresso su più fronti – per genere, orientamento, classe, etnia – sa che non può scegliere una sola battaglia. > Non si può combattere il patriarcato senza combattere il capitalismo, né si > può combattere il razzismo senza abbattere il sistema che lo ha creato Poiché nessuno di noi è solo una cosa, e siamo tutte e tutti il risultato di più caratteristiche identitarie, le istanze politiche che ci attraversano saranno tante e tutte ugualmente valide. Le lotte sociali non devono competere tra loro, devono allearsi per destabilizzare il potere. E no, non basta inserire più persone della comunità LGBTQ+ nelle pubblicità in tv o avere addirittuea un Amministratore Delegato gay, serve redistribuire il potere e lavorare tutto l’anno sulla formazione dentro e fuori i luoghi di lavoro. > Serve rivendicare spazi pubblici, tutele reali, politiche di welfare aziendale > e statale, serve battersi per il diritto alla casa e alla salute per tutte e > tutti Forse, allora, è tempo di tornare a pretendere un Pride month scomodo, segnale e sintomo di una società arrabbiata, che chiede di essere vista non solo come forza lavoro o come clientela ma come insieme di persone diverse che hanno bisogni, desideri. Fare del Pride un momento di rottura, non di pacificazione è quello che dobbiamo a chi, prima di noi, ha lottato con forza perchè si creasse uno spazio di visibilità. Non vogliamo più brand, vogliamo giustizia sociale. Non accettiamo più che le nostre vite vengano usate per coprire lo sporco delle multinazionali. Il Pride è della comunità, non loro, e la comunità non si svende. La lotta che vogliamo – a giugno e tutto l’anno – è incompatibile col mercato, fiera della propria rabbia, alleata di ogni corpo oppresso. The post Rainbow washing: cosa rimane dopo il Pride Month? appeared first on The Wom.
Attualità
diritti
diritti civili
I diritti delle donne al tempo delle crisi umanitarie: le differenze tra Iran e Afghanistan
Donne, bambine e ragazze: sono loro a pagare il prezzo più alto delle crisi umanitarie, che non colpiscono tutte le persone allo stesso modo ma impattano maggiormente su chi vive in condizioni di vulnerabilità. È quanto emerge dal rapporto “Her future at risk. The cost of humanitarian crises on women and girls” di WeWorld, organizzazione umanitaria che da oltre 50 anni lavora in 26 Paesi inclusa l’Italia, per portare al centro chi è ai margini, geografici e sociali. Dall’Iran all’Afghanistan, l’apartheid di genere si aggrava e consolida con le crisi umanitarie. Tuttavia, per contrastare concretamente le oppressioni sistemiche delle donne in tutto il mondo, serve un’alleanza globale che tenga conto della specificità di ogni contesto Come sottolinea Osservatorio Afghanistan, la complessità di regimi che impiegano regole e strumenti a più livelli per applicare una discriminazione sistemica prolungata richiede una lotta altrettanto complessa, multiforme e perseverante. Le donne afghane e iraniane, ad esempio, hanno fatto squadra per lottare contro i sistemi di discriminazione di genere in cui vivono. Ma per quanto riguarda i diritti delle donne in Iran e in Afghanistan, ci sono alcune differenze che vanno considerate. CONOSCERE LA SPECIFICITÀ DELLE LOTTE, MULTIFORMI E COMPLESSE Sia in Afghanistan che in Iran il tentativo in corso da parte dei regimi è quello di sottomettere le donne al potere dei leader uomini. E, in entrambi i casi, la reazione delle donne è di resistenza. In svariate forme. Dalle proteste che hanno portato nelle piazze il messaggio “donna, vita, libertà!” alla disobbedienza civile messa in atto nella quotidianità, la vita delle donne è una continua lotta che non si assesta in entrambi i Paesi. Ma, come testimoniato dalle Ong che lavorano sui territori – tra cui Nove Caring Humans, tra le poche Ong rimaste attive in Afghanistan – ci sono delle differenze che è necessario conoscere per comprendere la situazione reale evitando il rischio di appiattire la narrazione dietro gli stereotipi. Ad esempio, le donne iraniane godono di libertà che non sono consentite alle donne afghane. Le donne in Iran hanno il diritto alla partecipazione politica: non è uguale a quella degli uomini in tutti gli aspetti – le donne non possono diventare presidenti – ma possono impegnarsi in attività politiche a vari livelli, tra cui votare ed essere elette. In Iran le donne fanno anche parte delle principali strutture di leadership politica, compreso l’esecutivo. In Afghanistan, invece, le donne non sono libere di partecipare a tutto lo spettro della rappresentanza politica. La situazione non migliora sul fronte dell’istruzione. I talebani – tornati al potere nell’agosto 2021 — hanno proibito alle bambine afghane di frequentare la scuola oltre il sesto grado. Un divieto che, nel marzo 2023, è stato poi esteso anche al livello secondario e all’università. L’Iran, invece, ha uno dei tassi di alfabetizzazione femminile più alti della regione. Ci sono tantissime giovani donne laureate, soprattutto nelle materie STEM. «I più fondamentalisti avrebbero anche voluto negare la possibilità di studiare alle bambine e alle ragazze, ma per fortuna non ci sono riusciti», spiega l’attivista iraniana Pegah Moshir Pour nel suo contributo al dossier InDifesa di Terre des Hommes, che evidenzia come il tasso di alfabetizzazione delle iraniane superi l’80%. Anche nei media, sia a livello statale che privato, le donne sono rappresentate. > In Afghanistan sono state bandite da quasi tutte le rappresentazioni e > posizioni di potere nei media. Lo stesso accade nella vita sociale e > culturale: se le iraniane possono viaggiare e guidare liberamente, alle donne > afghane è vietato viaggiare senza un accompagnatore maschio e persino visitare > i parchi nazionali A gravare ulteriormente sui diritti di donne e ragazze in Afghanistan, è la sospensione degli aiuti umanitari di Usaid. In questo contesto ong e associazioni della società civile sono l’ultima ancora di salvezza per la popolazione, in primis per le donne di cui molte sono capofamiglia. «Siamo riusciti a salvare la piccola Deeba, figlia di Munisa, da un matrimonio precoce. Ci sono ancora molte storie che possiamo cambiare. Proprio in questo momento dobbiamo rimanere in Afghanistan e proseguire tutte le nostre attività», riferiva ad Agi lo scorso 8 marzi Nove Caring Humans, ong italiana attiva da 13 anni nel Paese asiatico, una delle poche ancora operative nell’emirato talebano. Nonostante la gravità della situazione, la crisi afghana è quasi del tutto uscita dai radar dell’informazione mainstream e dall’agenda della comunità internazionale: per questo motivo Nove ha lanciato un apposito “Fondo Emergenza Donne Afghane”. L’ALLEANZA DELLE DONNE IRANIANE E AFGHANE CONTRO L’APARTHEID DI GENERE «Riconoscere l’apartheid di genere in Afghanistan è fondamentale per le lotte delle donne a livello globale e sosterrà anche le lotte delle donne in Iran, mentre le donne afghane possono beneficiare dell’esperienza, dell’energia e della consapevolezza delle donne iraniane contro la discriminazione», sottolinea Osservatorio Afghanistan. > Le donne lo hanno capito e nel riconoscimento delle loro storie, individuali e > collettive insieme, fanno rete «Riconoscere questa differenza nello status delle donne tra Iran e Afghanistan è importante per qualsiasi alleanza contro l’apartheid di genere» conclude l’Osservatorio. Dal regime dei talebani a quello degli Ayatollah. Dalle proteste fuori dall’Università di Kabul, da cui le donne sono state espulse, alle rivolte scoppiate a Theran dopo l’uccisione di Mahsa Amini. Lo slogan delle donne curde “donna, vita, libertà!” diventa un grido collettivo di resistenza: superando i confini, ha ricordato al resto del mondo come l’oppressione delle donne sia una componente strutturale dei regimi. Che, per essere contrastati, vanno conosciuti nelle loro specificità. The post I diritti delle donne al tempo delle crisi umanitarie: le differenze tra Iran e Afghanistan appeared first on The Wom.
Attualità
gender equality
gender gap
diritti civili
L’evoluzione di Greta Thunberg: se la difesa dell’ambiente passa anche dalla lotta per i diritti umani
Quando pensiamo a Greta Thunberg, ci tornano in mente le sue proteste silenziose davanti al Parlamento svedese, i suoi discorsi infuocati alle conferenze sul clima e quel cartello: “Skolstrejk för klimatet” che ha ispirato un’intera generazione. Però, dietro la figura simbolo della lotta ambientale, si nasconde una visione più ampia e profonda: la consapevolezza che la crisi climatica è, prima di tutto, una crisi dei diritti umani. Oggi scopriremo insieme come queste due crisi sono interconnesse ed in che modo è evoluta la figura di Greta Greta Thunberg nasce a Stoccolma nel 2003 e, ancora adolescente, sceglie di non restare in silenzio. A 15 anni inizia a scioperare per il clima ogni venerdì, dando vita al movimento globale “Fridays for Future”. Da lì in poi, prende parte ai più importanti summit internazionali, affronta lunghe traversate in barca a vela per recarsi alle COP, pronuncia frasi diventate storiche, ma soprattutto dimostra che l’attivismo non ha età e non si è mai troppo piccoli o troppo grandi per fare la differenza. LA TRASFORMAZIONE DELL’IMPEGNO POLITICO DI GRETA THUNBERG Negli ultimi anni, la sua lotta si è evoluta diventando una lotta sociale e forse, anche per questo, è scomparsa dalle scene mediatiche. Nel 2023, Greta partecipa a una serie di proteste in Norvegia contro la costruzione di parchi eolici su territori tradizionalmente utilizzati dal popolo Sámi per l’allevamento delle renne. Nonostante una sentenza della Corte Suprema norvegese del 2021 avesse dichiarato quegli impianti illegali, le turbine erano ancora lì, a girare. In quell’occasione, Greta è chiara: “I diritti indigeni e i diritti umani devono andare di pari passo con la protezione del clima. Altrimenti, non è giustizia climatica”. Il messaggio è potente e pone una domanda scomoda: > può davvero esistere una transizione ecologica che ignora i popoli che vivono > più a stretto contatto con la natura e anche i primi che ne stanno pagando le > conseguenze? Le proteste in difesa del popolo Sámi diventano un simbolo di tutte quelle battaglie in cui l’ambiente e i diritti delle comunità locali si incontrano o si scontrano. A seconda dei punti di vista. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Greta Thunberg (@gretathunberg) E ancora, nel febbraio 2025, durante un intervento all’Università di Oslo, Greta ribadisce il concetto: “Come possiamo aspettarci che il mondo si preoccupi del clima se non si preoccupa delle persone?” Una frase che racchiude tutta la visione del suo attivismo, fatto non solo di numeri e CO₂, ma anche di empatia, inclusione e rispetto. LA SPACCATURA NEL MOVIMENTO FRIDAYS FOR FUTURE Greta però non si è fermata a questo e ha abbracciato anche la causa palestinese fondendola alla lotta ambientale. Durante una manifestazione dei Fridays for Future a Milano ha guidato il corteo indossando una Kefiah e camminadno dietro ad uno striscione che recitava: “Stop Genocide, Stop Ecocide”. A questo, ha affiancato diverse partecipazioni a proteste pro-palestinesi in diverse città europee, tra cui Berlino e Copenaghen. Tutto questo ha portato ad una inevitabile spaccatura e presa di distanza da parte del movimento Fridays for Future e di molti attivisti, con la leader del movimento tedesco Luisa Neubauer che si è detta “delusa dal fatto che Greta Thunberg non abbia nulla di concreto da dire sulle vittime ebree del massacro del 7 ottobre”. Tuttavia, Greta continua a sostenere la propria posizione. Greta Thunberg a una manifestazione pro-Palestina in Germania Se da un lato, oggi più che mai, è fondamentale ricordare che non si può salvare il pianeta senza prendersi cura delle persone che lo abitano, dall’altro è altrettanto importante evitare di mescolare la scienza (e una battaglia che su di essa si fonda) con questioni storiche, politiche o ideologiche di qualunque tipo, in qualunque tempo e di qualunque forma. Il motivo è semplice: così facendo, la lotta per un futuro più verde smette di appartenere indistintamente a tutti. Il risultato è una frattura inevitabile, che indebolisce un movimento nato per essere inclusivo e privo di appartenenze. In un mondo in cui la medicina viene presa molto più sul seriamente rispetto alla crisi climatica (nonostante le due cose siano interdipendenti, come abbiamo visto nell’articolo sulla biodiversità), è necessario stare molto attenti a non confondere le proprie idee con quelle di un movimento globale. Detto questo, oggi Greta è molto più di una semplice attivista climatica. È una voce scomoda, che prende posizioni polarizzanti nello scenario geopolitico mondiale, ma necessaria, che ci ricorda come non si possa salvare il pianeta senza prima prendersi cura delle persone che lo abitano. Perché la giustizia climatica, in fondo, è anche e soprattutto giustizia sociale. The post L’evoluzione di Greta Thunberg: se la difesa dell’ambiente passa anche dalla lotta per i diritti umani appeared first on The Wom.
Attualità
ambiente
diritti civili
Ostinati e contrari: 10 anni di Festival dei diritti Umani
Dal 5 al 7 maggio 2025, tra il Parco di via Binda e l’Università Statale di Milano, la decima edizione del Festival dei Diritti Umani affronta disuguaglianze, libertà di espressione e multilateralismo, tra testimonianze potenti e linguaggi artistici. Tra gli ospiti più attesi, Gino Cecchettin Un traguardo importante, ma senza trionfalismi. Il Festival dei Diritti Umani spegne dieci candeline e sceglie come titolo di questa edizione “Ostinati e contrari”, parafrasando De André, per ribadire la necessità di andare controcorrente in un’epoca segnata da egoismi, disuguaglianze crescenti e diritti minacciati. Dal 5 al 7 maggio 2025, nelle due sedi milanesi del Parco di via Binda e dell’Università Statale, la manifestazione si snoda tra incontri pubblici, eventi per le scuole, film, mostre e concerti. A inaugurare le giornate, un confronto serrato sui temi più urgenti: libertà di espressione, violenza di genere, crisi del multilateralismo, diritti LGBTQIA+ e giustizia climatica. I 10 ANNI DEL FESTIVAL DEI DIRITTI UMANI In dieci anni, il Festival ha coinvolto oltre 22.000 studenti, 700 docenti, 723 ospiti – tra cui Nadia Murad, Ai Weiwei, Michelangelo Pistoletto e Rula Jebreal – diventando uno spazio di incontro tra attivismo, cultura e educazione. «In dieci anni il mondo si è incattivito», ha dichiarato il direttore del Festival e della della Fondazione Diritti Umani Danilo De Biasio, «l’egoismo dei singoli e delle nazioni ha preso il sopravvento, il rischio climatico è stato derubricato a fastidioso inconveniente, la forbice delle disuguaglianze si è allargata. Proprio per queste ragioni c’è bisogno del nostro Festival: per proporre visioni e azioni che vanno in direzione ostinata e contraria». Una dichiarazione supportata da vari report di osservatori internazionali, come quello di Human Rights Watch del febbraio 2025, secondo cui il il 20% della popolazione più ricca d’Italia detiene due terzi della ricchezza nazionale, mentre il 60% della popolazione più povera ne detiene solo il 13,5%. Sul fronte della violenza di genere, poi, si registra un aumento costante dal 2021 al 2023 dei casi di violenza domestica contro le donne, aggressioni sessuali e altri atti di violenza e molestie di genere; e l’Italia è scesa dal 34° al 36° posto su 49 paesi europei nella valutazione di ILGA Europe sulle politiche e le leggi a tutela delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT).  IL PROGRAMMA DEL FESTIVAL Il programma del Festival dei Diritti Umani alterna momenti di formazione per le scuole, tra cui un referendum simbolico sulla cittadinanza rivolto a studenti under 18, e incontri pubblici pomeridiani e serali. A parlare dell’abolizione da parte di Trump dei programmi aziendali DEI (Diversity Equity Inclusion) saranno Paola Profeta, vicerettrice dell’Università Bocconi, e Gabriella Crafa, vicepresidente di Diversity, insieme a Marilucy Saltarin, Global Diversity, Inclusion and Belonging Manager Golden Goose; e Aaron Pugliesi, Head of Advocacy & Strategy Implementation – American Chamber of Commerce in Italy. Protagonista sarà poi l’ONU con alcuni dei suoi principali rappresentanti, come Maurizio Massari, rappresentante permanente dell’Italia all’ONU, Paolo Lembo, docente di Science PO, ex capo missione ONU, e Volker Turk, Alto Commissario ONU per i diritti umani, che parteciperanno al dibattito sulla crisi del multilateralismo. Gino Cecchettin, dopo aver incontrato gli studenti al mattino, dedicherà un’intera serata, quella di chiusura di mercoledì 7 maggio, all’incontro con il pubblico del Festival dei Diritti Umani per parlare di violenza di genere insieme a Irene Pellizzone, associata di Diritto Costituzionale e delegata alla prevenzione del fenomeno della violenza di genere, Università degli Studi di Milano, e Danilo De Biasio, Direttore della Fondazione Diritti Umani. Gino Cecchettin ARTE E MUSICA PER I DIRITTI Non mancheranno poi le arti, con un concerto in collaborazione con il festival Voci per la Libertà di Amnesty International, che porterà sul palco Obi, Punkreas e Lotta; la proiezione del film-documentario “Come se non ci fosse un domani”; e una mostra fotografica che ripercorre i dieci anni del Festival. In parallelo sarà presentato un progetto visivo con il fumettista Gianluca Costantini e dieci giovani illustratori dell’Accademia di Bologna, che interpretano in chiave grafica i binomi che definiscono la nostra epoca: diritti/privilegi, pace/guerre, verità/fake news. A rifocillare il pubblico, poi, saranno i piatti preparati da Luna Blu, fondazione che forma giovani con disturbo dello spettro autistico all’inserimento nel settore turistico. The post Ostinati e contrari: 10 anni di Festival dei diritti Umani appeared first on The Wom.
Attualità
diritti
diritti civili
Il divieto del Pride in Ungheria mette a rischio i diritti LGBTQIA+ in Europa
Il parlamento ungherese ha votato un emendamento che vieterà la marcia del Pride. È l’ennesimo attacco alla comunità LGBTQ+ nel Paese, oltre che alla libertà di protesta, che riflette un clima sempre più difficile per i diritti arcobaleno in Europa Con 136 voti a favore e 27 contro, il parlamento ungherese ha approvato una legge che introdurrà in Ungheria il divieto dei Pride, le manifestazioni per l’orgoglio LGBTQ+. Si tratta soltanto dell’ultima iniziativa del governo di Orbán contro la comunità arcobaleno, dopo che nel 2021 approvò una legge contro “la propaganda gay” nei confronti dei minori, simile a quella già in vigore in Russia da oltre dieci anni. Anche in questo caso il divieto della parata è stato giustificato come una forma di protezione verso i bambini, in quanto promuoverebbe l’omosessualità e la transizione di genere. Secondo la legge, possono tenersi soltanto manifestazioni che “rispettino il diritto dei bambini a un corretto sviluppo fisico, mentale e morale”. Proteste a Budapest, 18 marzo GLI ATTACCHI DELL’UNGHERIA CONTRO LA COMUNITÀ LGBTQ+ La stretta sui Pride in Ungheria è stata inserita come emendamento alla legge sul diritto di assemblea e prevede multe contro chi li organizza o li promuove. Inoltre il governo ha annunciato che verranno utilizzati software di riconoscimento facciale per identificare i partecipanti, imponendo uno stretto controllo nei confronti degli attivisti per i diritti civili. Come hanno ricordato gli organizzatori del Pride di Budapest, riecheggiando l’opinione della portavoce della Commissione europea Eva Hrncirova, si tratta di una messa in discussione della libertà di manifestazione che non riguarda soltanto la comunità LGBTQ+, ma il diritto di tutti a manifestare. La Commissione nel frattempo ha bloccato alcuni dei fondi europei destinati all’Ungheria, la cui erogazione prevede il rispetto dei diritti fondamentali dell’Unione. Il Paese era già stato multato nel 2023, proprio a causa della legge sulla propaganda gay che, secondo un rapporto di Amnesty International, ha “creato un nugolo di paura, ha limitato l’accesso all’informazione, soprattutto ai danni dei giovani [e ha] contribuito a rafforzare stereotipi negativi e attitudini discriminatorie”. La legge ha portato anche diversi casi di censura: > nel 2023, una catena di librerie era stata multata e costretta a coprire le > copertine di libri a tematica gay, anche per adulti Da anni il partito di estrema destra Fidesz è impegnato nel combattere contro i diritti LGBTQ+: nel 2012 ha modificato la Costituzione per definire il matrimonio soltanto come un’unione fra un uomo e una donna e nel 2020 ha approvato una legge che impedisce di cambiare il genere sui documenti. Nello stesso anno, l’Ungheria non ha ratificato la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne perché contiene la parola “genere” e, a detta degli esponenti di governo, promuoverebbe l’inesistente “ideologia gender”. Proteste a Budapest I DIRITTI LGBTQ+ IN BILICO NELL’UNIONE EUROPEA Secondo il presidente ungherese Orbán, l’Unione Europea infatti vorrebbe imporre un’agenda omosessualista agli stati membri, in spregio dei “valori tradizionali”. La società ungherese è ancora piuttosto ostile alle persone LGBTQ+, con solo il 36% dei cittadini che ne sostiene i diritti civili e politici. Anche l’ampia maggioranza del voto del 18 marzo e ancor più quella sulla legge contro la propaganda gay, che aveva visto un solo voto contrario, lo dimostra. Secondo il Rainbow Index di ILGA, la rete europea delle associazioni arcobaleno, > l’Ungheria è tra gli ultimi posti della classifica dei Paesi dell’Ue per > protezione dei diritti della comunità LGBTQ+. L’Italia, se possibile, è ancora > peggio, trovandosi al trentacinquesimo posto Per la FRA, l’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali, i diritti delle persone gay, lesbiche e trans e intersex nel nostro continente si trovano a un crocevia: da un lato, vengono approvate nuove leggi e regolamenti che li tutelano e sempre più persone vivono apertamente il proprio orientamento o la propria identità sessuale, ma dall’altro i membri di questa comunità stanno sperimentando picchi di violenza e bullismo. Questo clima ha un impatto negativo soprattutto per le persone transgender, che sono al centro di numerosi attacchi anche da parte della classe politica e dell’opinione pubblica e che negli Stati Uniti – fino a poco tempo fa considerati all’avanguardia su questo fronte – stanno subendo una vera e propria cancellazione. Non solo ogni giorno vengono approvate norme che ne limitano diritti e autodeterminazione, ma per le persone trans sta diventando sempre più difficile viaggiare, curarsi, lavorare e condurre una vita normale. > Il Pride non è una semplice manifestazione di protesta, ma un’occasione per > ribadire che le persone LGBTQ+ esistono, e non c’è legge o governo che possa > cancellarle o eliminarle Vietando il Pride, Orbán pensa di poterle nascondere come le copertine dei libri censurati nelle librerie di Budapest. Il problema è che il libro continua a esserci, anche quando viene nascosto dalla vista: gli organizzatori della marcia hanno annunciato che sono pronti a sfidare la legge. Con l’augurio che tutta la società europea li sostenga.  The post Il divieto del Pride in Ungheria mette a rischio i diritti LGBTQIA+ in Europa appeared first on The Wom.
WomFactor
diritti
diritti civili
LGBTQIA+
Tra negazioni del patriarcato e offuscamento dei diritti, quali nuovi sfide per i movimenti femministi oggi?
Ormai è sotto gli occhi di tutte: durante l’8 marzo, e non solo, le istituzioni si dilettano in quella che a tutti gli effetti rappresenta una passerella virtuale, una sfilata di buone intenzioni condita da vecchi slogan e inutili selfie. Sembra che, per chi ci rappresenta come cittadine, la giornata rappresenti solo l’ennesimo momento proficuo per elogiare il coraggio delle donne, la loro resilienza e passione, identificandole come degli esseri angelici che, in qualche modo, vivono tra noi. Ignorando o, nella migliore delle ipotesi, dimenticandosi che vivere in questa società in quanto donne è difficile solo nella misura in cui non abbiamo gli strumenti per smontare il sistema patriarcale un pezzo alla volta. In quanto istituzioni, il loro compito dovrebbe essere fornirci gli strumenti per farci vivere meglio, non celebrarci perchè nonostante tutto ce la facciamo lo stesso  Le disuguaglianze e le violenze contro le donne continuano a essere una realtà quotidiana: la questione della parità di genere è una battaglia reale, che dovrebbe occuparci ogni giorno dell’anno nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle famiglie, nelle strade. Così, gli stessi movimenti femministi che hanno lottato per ottenere il diritto di voto, il diritto al divorzio, l’accesso all’istruzione, il diritto di lavorare senza discriminazioni, oggi passano il testimone a nuove generazioni di persone ancora in lotta per decidere sui loro corpi e sulle loro menti. > Ogni conquista è stata il risultato di una mobilitazione incessante, > storicamente situata ma allo stesso tempo perpetua, di uno spirito di > resistenza che non si è mai arreso davanti alle reazioni dei governi > conservatori Infatti, se pur con degli apparenti rallentamenti, la lotta femminista non è mai stata una battaglia destinata a scomparire, ma piuttosto un movimento in continua evoluzione. Le battaglie sono state tradotte secondo i nuovi linguaggi, dando vita per esempio al movimento del #MeToo e alle mobilitazioni digitali delle femministe americane dopo il rovesciamento della sentenza “Roe v. Wade” in materia di aborto. Tutte queste sono testimonianze di un cambiamento profondo, che sta scuotendo le società in tutto il mondo. Non possiamo dimenticare che ogni vittoria, anche quella apparentemente più piccola, contribuisce a rendere il mondo un posto migliore per tutte. Ma se da una parte c’è un movimento che non si arrende, dall’altra ci si prospetta una grande sfida: l’avanzamento delle destre a livello internazionale. Le forze politiche di estrema destra stanno guadagnando terreno in molti Paesi, e con esse si rafforzano le voci di chi vuole ridurre i diritti civili e aumentare il controllo sui nostri corpi. L’inizio di un nuovo corso politico in molti Paesi ha spesso significato un’inversione di rotta nei confronti dei diritti acquisiti con fatica e le destre, storicamente, promuovono una visione conservatrice, patriarcale e pure un filo superata della società. Dal taglio dei fondi per le politiche di parità di genere nelle scuole alla messa in discussione dei diritti sessuali e riproduttivi, passando per la negazione della violenza patriarcale. > E mentre ci parlano di tutela alla sicurezza, quello che sembra essere in atto > è un attacco diretto alla nostra libertà Ci stiamo avvicinando al punto in cui ciò che abbiamo conquistato con sudore e lotta rischia di essere spazzato via, lasciando spazio a una visione sociale che ci relega a un ruolo secondario e subordinato. Ed è proprio in un contesto così drammatico che dobbiamo guardare con orrore ai fatti di Berlino, accaduti proprio l’8 marzo di quest’anno. La violenza delle forze dell’ordine contro le manifestanti femministe pro-Palestina è l’ennesimo segno di quanto il potere muscolare e machista sia disposto a fare per sopprimere le voci di chi lotta per i diritti delle donne e dei popoli oppressi. Non possiamo ignorare l’immagine delle attiviste che sono state picchiate, arrestate, brutalizzate, trattate come criminali solo perché si trovavano nelle strade per difendere i più basilari diritti umani. E tutto questo mentre si celebrava la Giornata Internazionale della Donna, sempre quella che loro chiamano “festa”. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Paola Michelini (@paolmichelini) La brutalità con cui la polizia ha reagito alle manifestazioni non è solo una manifestazione di abuso di potere, ma anche un segno inquietante della crescente repressione delle voci dissidenti in un contesto politico sempre più autoritario. Questo episodio è l’ennesima macchia indelebile, che ci ricorda che le battaglie per i diritti non sono mai davvero “vittorie complete” e che la lotta non finisce mai. > Insomma: non possiamo abbassare la guardia. Non possiamo pensare che tutto > stia migliorando solo perché un giorno all’anno i nostri politici si mettono a > parlare di parità Le destre stanno avanzando con l’intento di cancellare conquiste fondamentali per le donne e per tutte le soggettività. Non possiamo più accettare di vivere in una società che celebra la nostra forza senza fare nulla di concreto a nostra tutela. E non possiamo più pensare che la lotta sia finita quando le violenze continuano a crescere. Se vogliamo che le conquiste ottenute non diventino polvere, dobbiamo porci come forza attiva contro il passivo scivolamento verso il regresso, non possiamo più permettere che l’8 marzo resti solo un giorno da ricordare, dobbiamo lavorare ogni giorno e ovunque. Il futuro che vogliamo è ancora ricco di speranza, determinazione e abbondanza e gli stiamo andando incontro a passi sicuri e senza lasciare nessuna indietro. I movimenti femministi non sono mai stati così interconnessi con le lotte globali, la solidarietà tra le donne di tutto il mondo è più forte che mai, e le voci di militanti e attiviste risuonano con forza nelle piazze, sui social media, e arriveranno anche nelle istituzioni. > Siamo di fronte a una nuova ondata di attivismo che non si ferma di fronte a > nulla, che rifiuta di essere silenziata e che combatte ogni giorno per un > mondo migliore Siamo pronte a portare avanti il testimone e a combattere per un futuro in cui ogni donna possa vivere libera, sicura e uguale. Non siamo sole, e mai lo saremo. The post Tra negazioni del patriarcato e offuscamento dei diritti, quali nuovi sfide per i movimenti femministi oggi? appeared first on The Wom.
WomPower
diritti
diritti civili