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Rainbow washing: cosa rimane dopo il Pride Month?
Ogni anno durante il mese giugno, insieme alle zanzare tornano gli arcobaleni. Di per sé è un momento atteso e bellissimo, ma nasconde qualche fastidiosa insidia. Mentre nelle città vengono esposte bandiere sugli edifici, i loghi di aziende e multinazionali si tingono dei colori “inclusivi” per il mese del Pride. Ma cosa resta, a luglio, ad agosto e nel resto dell’anno, di queste promesse di equità e diritti? Chi ha usato l’arcobaleno per posizionarsi, nei mesi successivi, cosa fa? Quasi sempre la risposta è: nulla. La prassi è chiara, è la cara vecchia strumentalizzazione dei movimenti sociali per aprire il proprio commercio a nuove fette di mercato. E così il Pride, nato come rivolta contro la repressione, capita che oggi sia ridotto a una passerella per i brand in cerca di consensi e profitto, mentre il nome di Marsha P. Johnson appare nei post social delle aziende, le stesse che finanziano politici omolesbobitransfobici e governi violenti e sfruttano lavoratori in condizioni precarie. Questo è il rainbow washing: appropriazione e svuotamento politico. LA SVENDITA DEI SIMBOLI POLITICI DEL PRIDE Facciamo attenzione, non è solo ipocrisia, è vera e propria strategia: le aziende utilizzano il linguaggio dei diritti civili come leva di marketing. Non lo fanno per convinzione, lo fanno semplicemente perché, in termini di introito economico, conviene. Quando una multinazionale dell’abbigliamento tappezza i propri negozi con bandiere arcobaleno mentre sfrutta manodopera in paesi dove l’omosessualità è criminalizzata, non sta celebrando il Pride, ne sta vendendo consapevolmente i simboli politici. E ciò vale per tutto il comparto commerciale: le manifestazioni del Pride sono sempre più invase – in quasi tutte le città in cui vengono organizzati – da sponsor di vario tipo. Banche, assicurazioni, compagnie telefoniche, riviste, società di consulenze. > Ma cosa fanno queste aziende quando si spengono i riflettori? Dove sono quando una persona trans viene discriminata sul posto di lavoro? Dove sono quando una famiglia arcobaleno non viene riconosciuta dallo Stato? Usano la sensibilità acquisita durante il mese del Pride per adottare pratiche e soluzioni efficaci? Negativo. Troppo spesso, di nuovo, non accade nulla. Uno scatto dall’ultimo Pride di Milano IL RANBOW WASHING DOPO IL PRIDE MONTH Essendo una pratica redditizia, ovviamente il washing non si ferma a giugno. Durante tutto l’anno, le stesse aziende praticano una specie di “diversity washing” più sottile ma altrettanto tossico. Lo fanno le agenzie di comunicazione che curano l’immagine dei brand inserendo, per esempio, una persona queer in una pubblicità. Magari una persona nera o disabile per giocare sull’empatia della clientela progressista e far discutere invece i clienti più reazionari, seguendo la logica del “nel bene o nel male, purchè se ne parli”, ma al loro interno non promuovono reali politiche inclusive. Anzi: continuano e precarizzare, licenziano, reprimono l’attivismo interno agendo politiche antisindacali. Le lotte per i diritti, in questo modo, vengono disinnescate, neutralizzate, digerite da un sistema che vive proprio grazie alle disuguaglianze. > Il capitalismo, che per sua natura ha bisogno di gerarchie e oppressioni, usa > questo farlocco interesse per la diversità come operazione di facciata: > accetta la differenza solo quando può trarne profitto In questo senso non esiste brandizzazione buona. Un’identità non può essere un prodotto, e un diritto non può essere un gadget. È per questo che ogni lotta sociale che voglia essere efficace all’interno di questo sistema corrotto alla base deve interrogarsi sul tema dell’anticapitalismo. Non basta chiedere inclusione nei modelli esistenti, bisogna lavorare per cambiarli, perchè la questione non è solo fare in modo che tutte le persone vengano “incluse” nel sistema-società, la questione è l’ingiustizia del  sistema stesso. Come scrive Giulia Blasi “non serve un posto al tavolo del potere, serve rovesciare il tavolo.” Le lotte queer, transfemministe, antirazziste, ecologiste e decoloniali condividono un nemico comune. > Non possiamo parlare di liberazione senza parlare di lavoro, di casa, di > stipendio, di salute, di scuola, di classe E non possiamo parlare di questi diritti se non analizziamo chi li nega sistematicamente per garantirsi profitti (ed extraprofitti). Il capitalismo non tollera l’autodeterminazione, perché l’autodeterminazione mette in discussione le sue fondamenta: lo sfruttamento, il dominio, il controllo. RIPERCORRERE LE RADICI DEL PRIDE, UN ATTO SEMPRE PIÙ URGENTE E NECESSARIO Per questo, sempre più spesso, c’è bisogno di ricordarci da dove veniamo. Il Pride non è nato da una campagna pubblicitaria, ma da una rivolta. Nel 1969, le persone queer – soprattutto donne trans, nere, povere e precarie – si ribellarono contro le retate della polizia allo Stonewall Inn di New York. Non chiedevano accettazione, chiedevano giustizia. Non portavano sponsor, ma rabbia. Oggi abbiamo il dovere di recuperare quella rabbia e darle nuova forza, senza farci ingannare da chi promette inclusività un mese all’anno, non possiamo accettare che il Pride sia uno spazio sicuro solo per chi consuma. > Dobbiamo renderlo di nuovo un atto politico, radicale, disobbediente, sulla > scia dei comitati e collettivi indipendenti che negli ultimi anni stanno auto > organizzando manifestazioni indipendenti e antagoniste per dare un segnale > politico forte alle associazioni che organizzano i Pride più “istituzionali” Questo significa unirsi al boicottaggio delle aziende che fanno rainbow washing e dire loro che l’inganno è stato ormai svelato e che non faremo più il loro gioco, al costo di spostarci in un’altra piazza. Meglio altrove che accanto ad una multinazionale rivestita di bandiere arcobaleno. La liberazione non può avvenire all’interno dei confini del mercato, la liberazione è incompatibile con lo sfruttamento. E questo tipo di visibilità è una trappola, perchè non è accompagnata da trasformazione. RICONOSCERE L’INTERSEZIONALITÀ DELLE LOTTE L’intersezionalità non è una sterile teoria o una moda della cosiddetta cultura woke: è una pratica di lotta concreta. Chi è oppresso su più fronti – per genere, orientamento, classe, etnia – sa che non può scegliere una sola battaglia. > Non si può combattere il patriarcato senza combattere il capitalismo, né si > può combattere il razzismo senza abbattere il sistema che lo ha creato Poiché nessuno di noi è solo una cosa, e siamo tutte e tutti il risultato di più caratteristiche identitarie, le istanze politiche che ci attraversano saranno tante e tutte ugualmente valide. Le lotte sociali non devono competere tra loro, devono allearsi per destabilizzare il potere. E no, non basta inserire più persone della comunità LGBTQ+ nelle pubblicità in tv o avere addirittuea un Amministratore Delegato gay, serve redistribuire il potere e lavorare tutto l’anno sulla formazione dentro e fuori i luoghi di lavoro. > Serve rivendicare spazi pubblici, tutele reali, politiche di welfare aziendale > e statale, serve battersi per il diritto alla casa e alla salute per tutte e > tutti Forse, allora, è tempo di tornare a pretendere un Pride month scomodo, segnale e sintomo di una società arrabbiata, che chiede di essere vista non solo come forza lavoro o come clientela ma come insieme di persone diverse che hanno bisogni, desideri. Fare del Pride un momento di rottura, non di pacificazione è quello che dobbiamo a chi, prima di noi, ha lottato con forza perchè si creasse uno spazio di visibilità. Non vogliamo più brand, vogliamo giustizia sociale. Non accettiamo più che le nostre vite vengano usate per coprire lo sporco delle multinazionali. Il Pride è della comunità, non loro, e la comunità non si svende. La lotta che vogliamo – a giugno e tutto l’anno – è incompatibile col mercato, fiera della propria rabbia, alleata di ogni corpo oppresso. The post Rainbow washing: cosa rimane dopo il Pride Month? appeared first on The Wom.
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I diritti delle donne al tempo delle crisi umanitarie: le differenze tra Iran e Afghanistan
Donne, bambine e ragazze: sono loro a pagare il prezzo più alto delle crisi umanitarie, che non colpiscono tutte le persone allo stesso modo ma impattano maggiormente su chi vive in condizioni di vulnerabilità. È quanto emerge dal rapporto “Her future at risk. The cost of humanitarian crises on women and girls” di WeWorld, organizzazione umanitaria che da oltre 50 anni lavora in 26 Paesi inclusa l’Italia, per portare al centro chi è ai margini, geografici e sociali. Dall’Iran all’Afghanistan, l’apartheid di genere si aggrava e consolida con le crisi umanitarie. Tuttavia, per contrastare concretamente le oppressioni sistemiche delle donne in tutto il mondo, serve un’alleanza globale che tenga conto della specificità di ogni contesto Come sottolinea Osservatorio Afghanistan, la complessità di regimi che impiegano regole e strumenti a più livelli per applicare una discriminazione sistemica prolungata richiede una lotta altrettanto complessa, multiforme e perseverante. Le donne afghane e iraniane, ad esempio, hanno fatto squadra per lottare contro i sistemi di discriminazione di genere in cui vivono. Ma per quanto riguarda i diritti delle donne in Iran e in Afghanistan, ci sono alcune differenze che vanno considerate. CONOSCERE LA SPECIFICITÀ DELLE LOTTE, MULTIFORMI E COMPLESSE Sia in Afghanistan che in Iran il tentativo in corso da parte dei regimi è quello di sottomettere le donne al potere dei leader uomini. E, in entrambi i casi, la reazione delle donne è di resistenza. In svariate forme. Dalle proteste che hanno portato nelle piazze il messaggio “donna, vita, libertà!” alla disobbedienza civile messa in atto nella quotidianità, la vita delle donne è una continua lotta che non si assesta in entrambi i Paesi. Ma, come testimoniato dalle Ong che lavorano sui territori – tra cui Nove Caring Humans, tra le poche Ong rimaste attive in Afghanistan – ci sono delle differenze che è necessario conoscere per comprendere la situazione reale evitando il rischio di appiattire la narrazione dietro gli stereotipi. Ad esempio, le donne iraniane godono di libertà che non sono consentite alle donne afghane. Le donne in Iran hanno il diritto alla partecipazione politica: non è uguale a quella degli uomini in tutti gli aspetti – le donne non possono diventare presidenti – ma possono impegnarsi in attività politiche a vari livelli, tra cui votare ed essere elette. In Iran le donne fanno anche parte delle principali strutture di leadership politica, compreso l’esecutivo. In Afghanistan, invece, le donne non sono libere di partecipare a tutto lo spettro della rappresentanza politica. La situazione non migliora sul fronte dell’istruzione. I talebani – tornati al potere nell’agosto 2021 — hanno proibito alle bambine afghane di frequentare la scuola oltre il sesto grado. Un divieto che, nel marzo 2023, è stato poi esteso anche al livello secondario e all’università. L’Iran, invece, ha uno dei tassi di alfabetizzazione femminile più alti della regione. Ci sono tantissime giovani donne laureate, soprattutto nelle materie STEM. «I più fondamentalisti avrebbero anche voluto negare la possibilità di studiare alle bambine e alle ragazze, ma per fortuna non ci sono riusciti», spiega l’attivista iraniana Pegah Moshir Pour nel suo contributo al dossier InDifesa di Terre des Hommes, che evidenzia come il tasso di alfabetizzazione delle iraniane superi l’80%. Anche nei media, sia a livello statale che privato, le donne sono rappresentate. > In Afghanistan sono state bandite da quasi tutte le rappresentazioni e > posizioni di potere nei media. Lo stesso accade nella vita sociale e > culturale: se le iraniane possono viaggiare e guidare liberamente, alle donne > afghane è vietato viaggiare senza un accompagnatore maschio e persino visitare > i parchi nazionali A gravare ulteriormente sui diritti di donne e ragazze in Afghanistan, è la sospensione degli aiuti umanitari di Usaid. In questo contesto ong e associazioni della società civile sono l’ultima ancora di salvezza per la popolazione, in primis per le donne di cui molte sono capofamiglia. «Siamo riusciti a salvare la piccola Deeba, figlia di Munisa, da un matrimonio precoce. Ci sono ancora molte storie che possiamo cambiare. Proprio in questo momento dobbiamo rimanere in Afghanistan e proseguire tutte le nostre attività», riferiva ad Agi lo scorso 8 marzi Nove Caring Humans, ong italiana attiva da 13 anni nel Paese asiatico, una delle poche ancora operative nell’emirato talebano. Nonostante la gravità della situazione, la crisi afghana è quasi del tutto uscita dai radar dell’informazione mainstream e dall’agenda della comunità internazionale: per questo motivo Nove ha lanciato un apposito “Fondo Emergenza Donne Afghane”. L’ALLEANZA DELLE DONNE IRANIANE E AFGHANE CONTRO L’APARTHEID DI GENERE «Riconoscere l’apartheid di genere in Afghanistan è fondamentale per le lotte delle donne a livello globale e sosterrà anche le lotte delle donne in Iran, mentre le donne afghane possono beneficiare dell’esperienza, dell’energia e della consapevolezza delle donne iraniane contro la discriminazione», sottolinea Osservatorio Afghanistan. > Le donne lo hanno capito e nel riconoscimento delle loro storie, individuali e > collettive insieme, fanno rete «Riconoscere questa differenza nello status delle donne tra Iran e Afghanistan è importante per qualsiasi alleanza contro l’apartheid di genere» conclude l’Osservatorio. Dal regime dei talebani a quello degli Ayatollah. Dalle proteste fuori dall’Università di Kabul, da cui le donne sono state espulse, alle rivolte scoppiate a Theran dopo l’uccisione di Mahsa Amini. Lo slogan delle donne curde “donna, vita, libertà!” diventa un grido collettivo di resistenza: superando i confini, ha ricordato al resto del mondo come l’oppressione delle donne sia una componente strutturale dei regimi. Che, per essere contrastati, vanno conosciuti nelle loro specificità. The post I diritti delle donne al tempo delle crisi umanitarie: le differenze tra Iran e Afghanistan appeared first on The Wom.
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L’evoluzione di Greta Thunberg: se la difesa dell’ambiente passa anche dalla lotta per i diritti umani
Quando pensiamo a Greta Thunberg, ci tornano in mente le sue proteste silenziose davanti al Parlamento svedese, i suoi discorsi infuocati alle conferenze sul clima e quel cartello: “Skolstrejk för klimatet” che ha ispirato un’intera generazione. Però, dietro la figura simbolo della lotta ambientale, si nasconde una visione più ampia e profonda: la consapevolezza che la crisi climatica è, prima di tutto, una crisi dei diritti umani. Oggi scopriremo insieme come queste due crisi sono interconnesse ed in che modo è evoluta la figura di Greta Greta Thunberg nasce a Stoccolma nel 2003 e, ancora adolescente, sceglie di non restare in silenzio. A 15 anni inizia a scioperare per il clima ogni venerdì, dando vita al movimento globale “Fridays for Future”. Da lì in poi, prende parte ai più importanti summit internazionali, affronta lunghe traversate in barca a vela per recarsi alle COP, pronuncia frasi diventate storiche, ma soprattutto dimostra che l’attivismo non ha età e non si è mai troppo piccoli o troppo grandi per fare la differenza. LA TRASFORMAZIONE DELL’IMPEGNO POLITICO DI GRETA THUNBERG Negli ultimi anni, la sua lotta si è evoluta diventando una lotta sociale e forse, anche per questo, è scomparsa dalle scene mediatiche. Nel 2023, Greta partecipa a una serie di proteste in Norvegia contro la costruzione di parchi eolici su territori tradizionalmente utilizzati dal popolo Sámi per l’allevamento delle renne. Nonostante una sentenza della Corte Suprema norvegese del 2021 avesse dichiarato quegli impianti illegali, le turbine erano ancora lì, a girare. In quell’occasione, Greta è chiara: “I diritti indigeni e i diritti umani devono andare di pari passo con la protezione del clima. Altrimenti, non è giustizia climatica”. Il messaggio è potente e pone una domanda scomoda: > può davvero esistere una transizione ecologica che ignora i popoli che vivono > più a stretto contatto con la natura e anche i primi che ne stanno pagando le > conseguenze? Le proteste in difesa del popolo Sámi diventano un simbolo di tutte quelle battaglie in cui l’ambiente e i diritti delle comunità locali si incontrano o si scontrano. A seconda dei punti di vista. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Greta Thunberg (@gretathunberg) E ancora, nel febbraio 2025, durante un intervento all’Università di Oslo, Greta ribadisce il concetto: “Come possiamo aspettarci che il mondo si preoccupi del clima se non si preoccupa delle persone?” Una frase che racchiude tutta la visione del suo attivismo, fatto non solo di numeri e CO₂, ma anche di empatia, inclusione e rispetto. LA SPACCATURA NEL MOVIMENTO FRIDAYS FOR FUTURE Greta però non si è fermata a questo e ha abbracciato anche la causa palestinese fondendola alla lotta ambientale. Durante una manifestazione dei Fridays for Future a Milano ha guidato il corteo indossando una Kefiah e camminadno dietro ad uno striscione che recitava: “Stop Genocide, Stop Ecocide”. A questo, ha affiancato diverse partecipazioni a proteste pro-palestinesi in diverse città europee, tra cui Berlino e Copenaghen. Tutto questo ha portato ad una inevitabile spaccatura e presa di distanza da parte del movimento Fridays for Future e di molti attivisti, con la leader del movimento tedesco Luisa Neubauer che si è detta “delusa dal fatto che Greta Thunberg non abbia nulla di concreto da dire sulle vittime ebree del massacro del 7 ottobre”. Tuttavia, Greta continua a sostenere la propria posizione. Greta Thunberg a una manifestazione pro-Palestina in Germania Se da un lato, oggi più che mai, è fondamentale ricordare che non si può salvare il pianeta senza prendersi cura delle persone che lo abitano, dall’altro è altrettanto importante evitare di mescolare la scienza (e una battaglia che su di essa si fonda) con questioni storiche, politiche o ideologiche di qualunque tipo, in qualunque tempo e di qualunque forma. Il motivo è semplice: così facendo, la lotta per un futuro più verde smette di appartenere indistintamente a tutti. Il risultato è una frattura inevitabile, che indebolisce un movimento nato per essere inclusivo e privo di appartenenze. In un mondo in cui la medicina viene presa molto più sul seriamente rispetto alla crisi climatica (nonostante le due cose siano interdipendenti, come abbiamo visto nell’articolo sulla biodiversità), è necessario stare molto attenti a non confondere le proprie idee con quelle di un movimento globale. Detto questo, oggi Greta è molto più di una semplice attivista climatica. È una voce scomoda, che prende posizioni polarizzanti nello scenario geopolitico mondiale, ma necessaria, che ci ricorda come non si possa salvare il pianeta senza prima prendersi cura delle persone che lo abitano. Perché la giustizia climatica, in fondo, è anche e soprattutto giustizia sociale. The post L’evoluzione di Greta Thunberg: se la difesa dell’ambiente passa anche dalla lotta per i diritti umani appeared first on The Wom.
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Ostinati e contrari: 10 anni di Festival dei diritti Umani
Dal 5 al 7 maggio 2025, tra il Parco di via Binda e l’Università Statale di Milano, la decima edizione del Festival dei Diritti Umani affronta disuguaglianze, libertà di espressione e multilateralismo, tra testimonianze potenti e linguaggi artistici. Tra gli ospiti più attesi, Gino Cecchettin Un traguardo importante, ma senza trionfalismi. Il Festival dei Diritti Umani spegne dieci candeline e sceglie come titolo di questa edizione “Ostinati e contrari”, parafrasando De André, per ribadire la necessità di andare controcorrente in un’epoca segnata da egoismi, disuguaglianze crescenti e diritti minacciati. Dal 5 al 7 maggio 2025, nelle due sedi milanesi del Parco di via Binda e dell’Università Statale, la manifestazione si snoda tra incontri pubblici, eventi per le scuole, film, mostre e concerti. A inaugurare le giornate, un confronto serrato sui temi più urgenti: libertà di espressione, violenza di genere, crisi del multilateralismo, diritti LGBTQIA+ e giustizia climatica. I 10 ANNI DEL FESTIVAL DEI DIRITTI UMANI In dieci anni, il Festival ha coinvolto oltre 22.000 studenti, 700 docenti, 723 ospiti – tra cui Nadia Murad, Ai Weiwei, Michelangelo Pistoletto e Rula Jebreal – diventando uno spazio di incontro tra attivismo, cultura e educazione. «In dieci anni il mondo si è incattivito», ha dichiarato il direttore del Festival e della della Fondazione Diritti Umani Danilo De Biasio, «l’egoismo dei singoli e delle nazioni ha preso il sopravvento, il rischio climatico è stato derubricato a fastidioso inconveniente, la forbice delle disuguaglianze si è allargata. Proprio per queste ragioni c’è bisogno del nostro Festival: per proporre visioni e azioni che vanno in direzione ostinata e contraria». Una dichiarazione supportata da vari report di osservatori internazionali, come quello di Human Rights Watch del febbraio 2025, secondo cui il il 20% della popolazione più ricca d’Italia detiene due terzi della ricchezza nazionale, mentre il 60% della popolazione più povera ne detiene solo il 13,5%. Sul fronte della violenza di genere, poi, si registra un aumento costante dal 2021 al 2023 dei casi di violenza domestica contro le donne, aggressioni sessuali e altri atti di violenza e molestie di genere; e l’Italia è scesa dal 34° al 36° posto su 49 paesi europei nella valutazione di ILGA Europe sulle politiche e le leggi a tutela delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT).  IL PROGRAMMA DEL FESTIVAL Il programma del Festival dei Diritti Umani alterna momenti di formazione per le scuole, tra cui un referendum simbolico sulla cittadinanza rivolto a studenti under 18, e incontri pubblici pomeridiani e serali. A parlare dell’abolizione da parte di Trump dei programmi aziendali DEI (Diversity Equity Inclusion) saranno Paola Profeta, vicerettrice dell’Università Bocconi, e Gabriella Crafa, vicepresidente di Diversity, insieme a Marilucy Saltarin, Global Diversity, Inclusion and Belonging Manager Golden Goose; e Aaron Pugliesi, Head of Advocacy & Strategy Implementation – American Chamber of Commerce in Italy. Protagonista sarà poi l’ONU con alcuni dei suoi principali rappresentanti, come Maurizio Massari, rappresentante permanente dell’Italia all’ONU, Paolo Lembo, docente di Science PO, ex capo missione ONU, e Volker Turk, Alto Commissario ONU per i diritti umani, che parteciperanno al dibattito sulla crisi del multilateralismo. Gino Cecchettin, dopo aver incontrato gli studenti al mattino, dedicherà un’intera serata, quella di chiusura di mercoledì 7 maggio, all’incontro con il pubblico del Festival dei Diritti Umani per parlare di violenza di genere insieme a Irene Pellizzone, associata di Diritto Costituzionale e delegata alla prevenzione del fenomeno della violenza di genere, Università degli Studi di Milano, e Danilo De Biasio, Direttore della Fondazione Diritti Umani. Gino Cecchettin ARTE E MUSICA PER I DIRITTI Non mancheranno poi le arti, con un concerto in collaborazione con il festival Voci per la Libertà di Amnesty International, che porterà sul palco Obi, Punkreas e Lotta; la proiezione del film-documentario “Come se non ci fosse un domani”; e una mostra fotografica che ripercorre i dieci anni del Festival. In parallelo sarà presentato un progetto visivo con il fumettista Gianluca Costantini e dieci giovani illustratori dell’Accademia di Bologna, che interpretano in chiave grafica i binomi che definiscono la nostra epoca: diritti/privilegi, pace/guerre, verità/fake news. A rifocillare il pubblico, poi, saranno i piatti preparati da Luna Blu, fondazione che forma giovani con disturbo dello spettro autistico all’inserimento nel settore turistico. The post Ostinati e contrari: 10 anni di Festival dei diritti Umani appeared first on The Wom.
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Il divieto del Pride in Ungheria mette a rischio i diritti LGBTQIA+ in Europa
Il parlamento ungherese ha votato un emendamento che vieterà la marcia del Pride. È l’ennesimo attacco alla comunità LGBTQ+ nel Paese, oltre che alla libertà di protesta, che riflette un clima sempre più difficile per i diritti arcobaleno in Europa Con 136 voti a favore e 27 contro, il parlamento ungherese ha approvato una legge che introdurrà in Ungheria il divieto dei Pride, le manifestazioni per l’orgoglio LGBTQ+. Si tratta soltanto dell’ultima iniziativa del governo di Orbán contro la comunità arcobaleno, dopo che nel 2021 approvò una legge contro “la propaganda gay” nei confronti dei minori, simile a quella già in vigore in Russia da oltre dieci anni. Anche in questo caso il divieto della parata è stato giustificato come una forma di protezione verso i bambini, in quanto promuoverebbe l’omosessualità e la transizione di genere. Secondo la legge, possono tenersi soltanto manifestazioni che “rispettino il diritto dei bambini a un corretto sviluppo fisico, mentale e morale”. Proteste a Budapest, 18 marzo GLI ATTACCHI DELL’UNGHERIA CONTRO LA COMUNITÀ LGBTQ+ La stretta sui Pride in Ungheria è stata inserita come emendamento alla legge sul diritto di assemblea e prevede multe contro chi li organizza o li promuove. Inoltre il governo ha annunciato che verranno utilizzati software di riconoscimento facciale per identificare i partecipanti, imponendo uno stretto controllo nei confronti degli attivisti per i diritti civili. Come hanno ricordato gli organizzatori del Pride di Budapest, riecheggiando l’opinione della portavoce della Commissione europea Eva Hrncirova, si tratta di una messa in discussione della libertà di manifestazione che non riguarda soltanto la comunità LGBTQ+, ma il diritto di tutti a manifestare. La Commissione nel frattempo ha bloccato alcuni dei fondi europei destinati all’Ungheria, la cui erogazione prevede il rispetto dei diritti fondamentali dell’Unione. Il Paese era già stato multato nel 2023, proprio a causa della legge sulla propaganda gay che, secondo un rapporto di Amnesty International, ha “creato un nugolo di paura, ha limitato l’accesso all’informazione, soprattutto ai danni dei giovani [e ha] contribuito a rafforzare stereotipi negativi e attitudini discriminatorie”. La legge ha portato anche diversi casi di censura: > nel 2023, una catena di librerie era stata multata e costretta a coprire le > copertine di libri a tematica gay, anche per adulti Da anni il partito di estrema destra Fidesz è impegnato nel combattere contro i diritti LGBTQ+: nel 2012 ha modificato la Costituzione per definire il matrimonio soltanto come un’unione fra un uomo e una donna e nel 2020 ha approvato una legge che impedisce di cambiare il genere sui documenti. Nello stesso anno, l’Ungheria non ha ratificato la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne perché contiene la parola “genere” e, a detta degli esponenti di governo, promuoverebbe l’inesistente “ideologia gender”. Proteste a Budapest I DIRITTI LGBTQ+ IN BILICO NELL’UNIONE EUROPEA Secondo il presidente ungherese Orbán, l’Unione Europea infatti vorrebbe imporre un’agenda omosessualista agli stati membri, in spregio dei “valori tradizionali”. La società ungherese è ancora piuttosto ostile alle persone LGBTQ+, con solo il 36% dei cittadini che ne sostiene i diritti civili e politici. Anche l’ampia maggioranza del voto del 18 marzo e ancor più quella sulla legge contro la propaganda gay, che aveva visto un solo voto contrario, lo dimostra. Secondo il Rainbow Index di ILGA, la rete europea delle associazioni arcobaleno, > l’Ungheria è tra gli ultimi posti della classifica dei Paesi dell’Ue per > protezione dei diritti della comunità LGBTQ+. L’Italia, se possibile, è ancora > peggio, trovandosi al trentacinquesimo posto Per la FRA, l’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali, i diritti delle persone gay, lesbiche e trans e intersex nel nostro continente si trovano a un crocevia: da un lato, vengono approvate nuove leggi e regolamenti che li tutelano e sempre più persone vivono apertamente il proprio orientamento o la propria identità sessuale, ma dall’altro i membri di questa comunità stanno sperimentando picchi di violenza e bullismo. Questo clima ha un impatto negativo soprattutto per le persone transgender, che sono al centro di numerosi attacchi anche da parte della classe politica e dell’opinione pubblica e che negli Stati Uniti – fino a poco tempo fa considerati all’avanguardia su questo fronte – stanno subendo una vera e propria cancellazione. Non solo ogni giorno vengono approvate norme che ne limitano diritti e autodeterminazione, ma per le persone trans sta diventando sempre più difficile viaggiare, curarsi, lavorare e condurre una vita normale. > Il Pride non è una semplice manifestazione di protesta, ma un’occasione per > ribadire che le persone LGBTQ+ esistono, e non c’è legge o governo che possa > cancellarle o eliminarle Vietando il Pride, Orbán pensa di poterle nascondere come le copertine dei libri censurati nelle librerie di Budapest. Il problema è che il libro continua a esserci, anche quando viene nascosto dalla vista: gli organizzatori della marcia hanno annunciato che sono pronti a sfidare la legge. Con l’augurio che tutta la società europea li sostenga.  The post Il divieto del Pride in Ungheria mette a rischio i diritti LGBTQIA+ in Europa appeared first on The Wom.
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Tra negazioni del patriarcato e offuscamento dei diritti, quali nuovi sfide per i movimenti femministi oggi?
Ormai è sotto gli occhi di tutte: durante l’8 marzo, e non solo, le istituzioni si dilettano in quella che a tutti gli effetti rappresenta una passerella virtuale, una sfilata di buone intenzioni condita da vecchi slogan e inutili selfie. Sembra che, per chi ci rappresenta come cittadine, la giornata rappresenti solo l’ennesimo momento proficuo per elogiare il coraggio delle donne, la loro resilienza e passione, identificandole come degli esseri angelici che, in qualche modo, vivono tra noi. Ignorando o, nella migliore delle ipotesi, dimenticandosi che vivere in questa società in quanto donne è difficile solo nella misura in cui non abbiamo gli strumenti per smontare il sistema patriarcale un pezzo alla volta. In quanto istituzioni, il loro compito dovrebbe essere fornirci gli strumenti per farci vivere meglio, non celebrarci perchè nonostante tutto ce la facciamo lo stesso  Le disuguaglianze e le violenze contro le donne continuano a essere una realtà quotidiana: la questione della parità di genere è una battaglia reale, che dovrebbe occuparci ogni giorno dell’anno nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle famiglie, nelle strade. Così, gli stessi movimenti femministi che hanno lottato per ottenere il diritto di voto, il diritto al divorzio, l’accesso all’istruzione, il diritto di lavorare senza discriminazioni, oggi passano il testimone a nuove generazioni di persone ancora in lotta per decidere sui loro corpi e sulle loro menti. > Ogni conquista è stata il risultato di una mobilitazione incessante, > storicamente situata ma allo stesso tempo perpetua, di uno spirito di > resistenza che non si è mai arreso davanti alle reazioni dei governi > conservatori Infatti, se pur con degli apparenti rallentamenti, la lotta femminista non è mai stata una battaglia destinata a scomparire, ma piuttosto un movimento in continua evoluzione. Le battaglie sono state tradotte secondo i nuovi linguaggi, dando vita per esempio al movimento del #MeToo e alle mobilitazioni digitali delle femministe americane dopo il rovesciamento della sentenza “Roe v. Wade” in materia di aborto. Tutte queste sono testimonianze di un cambiamento profondo, che sta scuotendo le società in tutto il mondo. Non possiamo dimenticare che ogni vittoria, anche quella apparentemente più piccola, contribuisce a rendere il mondo un posto migliore per tutte. Ma se da una parte c’è un movimento che non si arrende, dall’altra ci si prospetta una grande sfida: l’avanzamento delle destre a livello internazionale. Le forze politiche di estrema destra stanno guadagnando terreno in molti Paesi, e con esse si rafforzano le voci di chi vuole ridurre i diritti civili e aumentare il controllo sui nostri corpi. L’inizio di un nuovo corso politico in molti Paesi ha spesso significato un’inversione di rotta nei confronti dei diritti acquisiti con fatica e le destre, storicamente, promuovono una visione conservatrice, patriarcale e pure un filo superata della società. Dal taglio dei fondi per le politiche di parità di genere nelle scuole alla messa in discussione dei diritti sessuali e riproduttivi, passando per la negazione della violenza patriarcale. > E mentre ci parlano di tutela alla sicurezza, quello che sembra essere in atto > è un attacco diretto alla nostra libertà Ci stiamo avvicinando al punto in cui ciò che abbiamo conquistato con sudore e lotta rischia di essere spazzato via, lasciando spazio a una visione sociale che ci relega a un ruolo secondario e subordinato. Ed è proprio in un contesto così drammatico che dobbiamo guardare con orrore ai fatti di Berlino, accaduti proprio l’8 marzo di quest’anno. La violenza delle forze dell’ordine contro le manifestanti femministe pro-Palestina è l’ennesimo segno di quanto il potere muscolare e machista sia disposto a fare per sopprimere le voci di chi lotta per i diritti delle donne e dei popoli oppressi. Non possiamo ignorare l’immagine delle attiviste che sono state picchiate, arrestate, brutalizzate, trattate come criminali solo perché si trovavano nelle strade per difendere i più basilari diritti umani. E tutto questo mentre si celebrava la Giornata Internazionale della Donna, sempre quella che loro chiamano “festa”. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Paola Michelini (@paolmichelini) La brutalità con cui la polizia ha reagito alle manifestazioni non è solo una manifestazione di abuso di potere, ma anche un segno inquietante della crescente repressione delle voci dissidenti in un contesto politico sempre più autoritario. Questo episodio è l’ennesima macchia indelebile, che ci ricorda che le battaglie per i diritti non sono mai davvero “vittorie complete” e che la lotta non finisce mai. > Insomma: non possiamo abbassare la guardia. Non possiamo pensare che tutto > stia migliorando solo perché un giorno all’anno i nostri politici si mettono a > parlare di parità Le destre stanno avanzando con l’intento di cancellare conquiste fondamentali per le donne e per tutte le soggettività. Non possiamo più accettare di vivere in una società che celebra la nostra forza senza fare nulla di concreto a nostra tutela. E non possiamo più pensare che la lotta sia finita quando le violenze continuano a crescere. Se vogliamo che le conquiste ottenute non diventino polvere, dobbiamo porci come forza attiva contro il passivo scivolamento verso il regresso, non possiamo più permettere che l’8 marzo resti solo un giorno da ricordare, dobbiamo lavorare ogni giorno e ovunque. Il futuro che vogliamo è ancora ricco di speranza, determinazione e abbondanza e gli stiamo andando incontro a passi sicuri e senza lasciare nessuna indietro. I movimenti femministi non sono mai stati così interconnessi con le lotte globali, la solidarietà tra le donne di tutto il mondo è più forte che mai, e le voci di militanti e attiviste risuonano con forza nelle piazze, sui social media, e arriveranno anche nelle istituzioni. > Siamo di fronte a una nuova ondata di attivismo che non si ferma di fronte a > nulla, che rifiuta di essere silenziata e che combatte ogni giorno per un > mondo migliore Siamo pronte a portare avanti il testimone e a combattere per un futuro in cui ogni donna possa vivere libera, sicura e uguale. Non siamo sole, e mai lo saremo. The post Tra negazioni del patriarcato e offuscamento dei diritti, quali nuovi sfide per i movimenti femministi oggi? appeared first on The Wom.
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