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Le lotte contro i nuovi data center aumentano
A Milano, il 10 ottobre, un migliaio di persone e oltre trenta comitati da tutta Italia in piazza per chiedere una moratoria sui nuovi impianti e un piano nazionale. Dal consumo di suolo all’energia, fino agli interessi delle multinazionali: le proteste locali diventano una mobilitazione contro l’espansione incontrollata delle infrastrutture dell’Ia. «La situazione è caotica, priva di ogni programmazione» Your browser does not support the audio tag. Da Radio Ondarossa, ascolta l'intervento di un professore universitario durante la manifestazione di Milano Your browser does not support the audio tag. Da Radio Ondarossa, ascolta l'intervento di comitato durante la manifestazione di Milano Leggi l'articolo su Domani Ascolta le corrispondenze audio su InfoAut Leggi anche "l'invasione barbarica dei data center a Torino e Provincia" Un articolo di AvANa nel sito di Dinamopress spiega la situazione generale Si può seguire l'argomento nel sito delle pillole
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Divenire flusso
Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato. Speciale a cura di Giulia Moriconi N el pieno infuriare della pandemia da Covid-19, le notizie di animali alla riconquista degli habitat da cui l’uomo li aveva respinti si rincorrevano sui vari social. Mentre le città erano percorse da bus quasi vacanti, su cui viaggiavano operai e altri lavoratori considerati “essenziali” – sacrificabili –, un gruppo di delfini agitava le acque della laguna veneziana, tornate limpide grazie allo stop forzato delle imbarcazioni. Sono i sacrificabili a incarnare per primi la fantasia di redenzione che il resto della specie si concede a distanza di sicurezza. Nessuno, mentre condivide dal proprio divano le immagini dei delfini a Venezia, si immagina davvero tra le vittime della “punizione divina” che invoca. La speranza di questa punizione governa le condivisioni della notizia, in breve tempo virale. Peccato che quelle pinne e quei cetacei non fossero affatto a Venezia, ma nel mare del porto di Cagliari. I solerti debunker tentano di denunciare la bufala, ma i segmenti di utenza confinati nella quarantena non rispondono più alle metriche tradizionali di verifica del vero e del falso: che quei delfini fossero davvero a Venezia è totalmente secondario perché a essere importante è che l’immagine svolgesse il suo compito redentivo, offrendo alla coscienza anestetizzata delle masse confinate il carburante emotivo perfetto per la prossima condivisione. Il dibattito mainstream sui nuovi media occulta il fatto che oggi l’informazione viene recepita solo in base alla sua funzione operativa e alla sua velocità di ricircolo nei feed. La popolazione è precipitata nello schermo nero del digitale. Era il 2020, un tempo che avvertiamo lontano, soffuso, come si addice ai contenuti rimossi dalla coscienza, un tempo in cui delle pinne decontestualizzate, detournate, annunciarono una svolta nell’apocalisse culturale iniziata quattro anni prima, nel 2016, l’anno in cui il Merriam-Webster nominò “surreale” parola dell’anno, come ricordava su questa rivista Daniele Cassandro in Cronaca pop di un anno surreale. A giugno 2016 il Regno Unito fuoriesce dall’Unione Europea, e il 9 novembre, inverando una vecchia puntata dei Simpson, Donald Trump diventa presidente degli Stati Uniti. Nel nostro Paese, la parabola di Matteo Renzi volge al capolinea: dopo la sconfitta referendaria, il presidente del consiglio, “il rottamatore”, si dimette. Sono grandi eventi politici che per la prima volta vengono vissuti interamente dentro la temporalità dei social network. > Il dibattito mainstream sui nuovi media occulta il fatto che oggi > l’informazione viene recepita solo in base alla sua funzione operativa e alla > sua velocità di ricircolo nei feed. La popolazione è precipitata nello schermo > nero del digitale. D’altronde parliamo di un momento in cui si consuma l’apice di un processo che potremmo chiamare memification: la rincorsa della realtà allo svuotamento del suo significato referenziale originario per andare incontro a una riconfigurazione in unità informative modulari, altamente replicabili e pronte alla circolazione virale. A questo movimento si contrappone l’incursione dei meme nella realtà. Dopo una lunga permanenza nelle retrovie di Internet, il meme di Pepe the Frog viene bollato come vettore di odio razziale, ormai saldamente nelle mani dell’alt-right statunitense, e persino Facebook è costretto ad adottare una policy specifica per contenerlo. Nei talk show italiani vengono utilizzati i meme satirici di Federico Palmaroli, l’admin della pagina Facebook “Le frasi di Osho”: è il primo caso di un autore di meme italiano che diventa opinion leader politico. Il 2016 “è stato un anno in cui, come nei sogni, le cose più ovvie hanno preso una forma nuova”, ricorda Cassandro. La discesa in politica di Donald Trump avviene infatti nello stesso momento in cui Pokémon Go, “il gioco più surrealista mai realizzato”, permette a dei mostri di invadere i quartieri, mentre sullo sfondo l’ISIS e la sua guerra asimmetrica perseguitano l’immaginario collettivo, sgozzando preti e colpendo l’Occidente con attentati sanguinari messi a segno da “lupi solitari” mimetizzati nella società dei consumi e arruolati su Call of Duty. È un anno “contraddittorio”, oltre che surreale, un fermento esuberante di sogni e incubi, in cui le conquiste civili – In Italia viene approvata la legge Cirinnà che ha riconosciuto legalmente le unioni civili per coppie dello stesso sesso – si contrappongono alle brutali violazioni dei diritti umani. Il 2016 è stato anche l’anno di nascita del Tascabile, rivista online che nel corso di un decennio ha agito come una sonda in grado di attraversare le crepe sulla facciata del mondo, inoltrandosi in quei vuoti che lasciano intravedere i lineamenti di una metamorfosi dell’immaginario, una rivoluzione, che trascende il semplice mutamento delle nostre immagini culturali e si manifesta come un mutamento del rapporto tra immaginario e reale. Ripercorrere questo decennio significa attraversare tre soglie, e la prima, che si estende dal 2016 al 2019, è quella in cui l’intero decennio comincia a perdere fiducia in ciò che si presenta alla vista. Questione di fiducia (2016-2019) Il mondo è sulla soglia di una crisi di fede, l’idea di realtà vacilla sotto il peso di una nuova accumulazione originaria. Mentre il #MeToo porta all’arresto del produttore cinematografico Harvey Weinstein, ridisegnando il discorso sul genere come hashtag globale, sullo schermo il Marvel Cinematic Universe consuma la propria fase 3, costruendo una mitologia condivisa capace di tenere insieme un pubblico globale sempre più diviso su tutto il resto. Nel frattempo, i social si evolvono: Instagram copia le istantanee di Snapchat e introduce le “storie”, brevi contenuti della durata di ventiquattro ore, Facebook la possibilità di reagire ai contenuti, e dalla Cina inizia la sua corsa egemonica TikTok, una app concentrata esclusivamente su video verticali che in pochi anni spazzerà via la concorrenza. La parola algoritmo è centrale nel dibattito culturale e diventa presto questione geopolitica quando nel 2018 scoppia lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica: il furto dei dati personali di oltre ottanta milioni di utenti e la loro profilazione, attraverso lo studio delle interazioni sui social, al fine di influenzare elezioni politiche e referendum cruciali, come quello che aveva portato alla Brexit due anni prima. > La parola algoritmo è centrale nel dibattito culturale e diventa presto > questione geopolitica quando nel 2018 scoppia lo scandalo Facebook-Cambridge > Analytica: il furto dei dati personali di oltre ottanta milioni di utenti e la > loro profilazione. Nel 2017 Carlo Mazza Galanti, che in Robot come umani riprende le parole di Philip K. Dick, descrive la “graduale confusione della generale natura e funzionalità umana nella natura e funzionalità di ciò che gli umani hanno costruito”: “abdicando la sua fisicità animale e riducendo gli spazi di autonomia è l’uomo a diventare macchina, e non viceversa”. L’intuizione di Mazza Galanti anticipa qualcosa di preciso, e vale la pena di fissarla un attimo: muovendo le sue argomentazioni a partire da Westworld, il serial HBO in cui i robot di un gigantesco parco a tema Far West si ribellano ai loro sadici costruttori, Mazza Galanti invita il lettore a prendere atto che è il genere umano a rivelarsi sempre più un dispositivo di registrazione, che come tale non si interroga più sulla veridicità di ciò che riprende. È l’uomo a scivolare verso la macchina, o forse a rivelarsi già tale. È un rovesciamento che riguarda, prima ancora del lavoro e dell’identità, la percezione stessa: il crollo della realtà conduce a uno sfaldamento dell’esperienza, intesa come la capacità di dare un senso a ciò che accade, e al suo posto avviene una semplice registrazione. È esattamente questo scollamento tra vedere e credere, esperire e registrare, che Pietro Minto descrive l’anno successivo, nel 2018. In Il collasso della realtà, Minto racconta come “i social network” siano riusciti a confezionare “un piccolo mondo personalizzato per ciascun utente, un feed che contiene notizie e personaggi che l’algoritmo ritiene possano piacerci”. Il mondo scompare, l’accesso empirico al referente va incontro a una contrazione, al suo posto a essere vista è la sua immagine, qualcosa di già filtrato, prodotto per essere visto e mai colto nella sua innocenza: l’evento non viene mai fruito all’esterno della sua mediazione tecnica. L’apparente dimensione globale delle interazioni sui social network si rivela presto una contraria dispersione delle comunità online in vere e proprie prigioni psichiche e ideologiche: le bolle filtro diventano gigantesche camere di eco a causa del labirinto autoreferenziale in cui l’algoritmo delle diverse piattaforme rinchiude i propri utenti. Tutto ciò non è stato un effetto collaterale, ma un elemento strutturale delle modalità con cui le piattaforme hanno creato una merce ancora più miracolosa della viva carne umana: il dato, una risorsa che, per essere estratta, ha richiesto una vera e propria “rivoluzione agricola del digitale”, capace di coltivare mercati su desideri inoculati così in profondità da far impallidire i vecchi pubblicitari. > L’apparente dimensione globale delle interazioni sui social network si rivela > presto una contraria dispersione delle comunità online in vere e proprie > prigioni psichiche, labirinti autoreferenziali in cui l’algoritmo delle > diverse piattaforme rinchiude i propri utenti. Le filter bubble hanno sì garantito una maggiore personalizzazione dell’esperienza dell’utente, ma con lo stesso gesto lo hanno trasformato in una miniera di estrazione dati, intensificando il processo di mercificazione dell’esistente, superando in parte la dimensione materiale e pervadendo anche le nicchie più recondite. La figura dell’utente-macchina trova qui il suo destino pratico: privato di margini di agency autonoma, il soggetto viene incorporato nell’architettura delle piattaforme di intermediazione, diventando così miniera di dati comportamentali. Da agente a giacimento. Elementi essenziali della virtualità creata dalle bolle filtro, scrive ancora Minto, “sono le fake news […] aggiornate secondo i voleri dell’algoritmo, e quindi scritte per fare da esca a un certo pubblico”. È una frattura che si propaga rapidamente dal terreno tecnico a quello politico: se ciascuno abita un mondo confezionato su misura, la premessa stessa della vita democratica, un terreno di fatti condivisi, smette di reggere. Mentre la politica, in particolare le nuove destre, cavalca questa frattura muovendosi in avanti, in direzione del sospetto sistematico, della contraffazione e della propaganda più smaliziata, il mondo culturale sceglie la direzione opposta, conducendo una battaglia dalle retrovie che lo porta a indietreggiare nel tempo. L’immaginario pop subisce una regressione che lo riporta alle estetiche degli anni Ottanta: già due anni prima, la serie Netflix Stranger things fa del citazionismo al decennio dell’opulenza un genere a sé. È il tribalismo del Digital Folklore descritto da Valerio Mattioli in Il Medioevo digitale, nome di un’epoca che “guarda ai primi anni del web come a un’epoca di ingenuo artigianato popolare prima dell’avvento dei grandi monopoli”. La realtà è che sotto la patina anni Ottanta si cela il fatto che “le più spericolate proiezioni post-umane della tardomodernità si sovrappongono alle vestigia del passato”: sotto i synth, le acconciature vaporose e le biciclette bmx che sfrecciano tra i vialetti con le loro case tutte uguali, pulsa il midollo di un sempiterno Medioevo. Al suono dei clavicembali e dei sintetizzatori viene assemblata un’estetica che “risponde alla sensazione di vivere in una fase di transizione e disgregazione, dove la fede nel progresso lineare si è spezzata”. Un’epoca di “carestie e di epidemie”, in cui la servitù della persona torna a essere la norma sociale esplicita, non il suo sintomo; il nostro tempo è il manifestarsi di una nuova gleba scavata da servi algoritmici: robot, da robota, “schiavo” nelle lingue slave. Nel 2019, in Consumare la nostalgia, Francesco Guglieri chiude il cerchio aperto dall’anno surreale descritto da Cassandro, recensendo il film interattivo di Netflix Bandersnatch. Più di ogni altra piattaforma, il colosso dello streaming ha colonizzato l’immaginario capitalizzando la nostalgia e convertendo l’intrattenimento in profilazione di massa. “Ogni minuto che viviamo”, scrive Guglieri, “produciamo una nuvola di dati […] il punto è cosa si fa con quei dati. E chi”. Operazioni come Bandersnatch non sono che “beta-testing” aperti “a un’audience globale e mainstream […] un raffinato sondaggio d’opinione, un test psicologico su misura. Un test Voight-Kampff”. Nel 1982 quel test, reso celebre da Blade Runner di Ridley Scott, serviva a smascherare i replicanti, e per funzionare presupponeva che esistesse ancora un confine reale, per quanto sottile, tra l’umano e la sua simulazione. Nel 2019, l’anno stesso in cui è ambientato Blade Runner, quel confine è già ridotto a un sondaggio di marketing travestito da narrazione. Basteranno pochi mesi, e un virus, per oltrepassare definitivamente la soglia. Biennio cerniera (2020-2021) Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo solo un anno dopo. O meglio: la comunità scientifica non era all’oscuro, a più riprese aveva tentato di avvertire i governi di una possibile catastrofe epidemiologica e non ne era all’oscuro neanche David Quammen, il divulgatore statunitense che nel 2012 finì per predire, in Spillover, la pandemia e la quarantena globale. Da Wuhan, periferica città della Cina centro-orientale, capoluogo della provincia dello Hubei, il SARS-CoV-2 compie il salto di specie, dai pipistrelli agli uomini, e con esso la realtà si prepara a deflagrare. Sono gli ultimi mesi del 2019, ma il tutto esploderà all’inizio dell’anno successivo e alle immagini televisive di mesti cittadini cinesi in mascherina si sostituiranno presto le ambulanze che sfrecciano verso l’ospedale di Brescia e le funebri processioni mediatiche di innumerevoli bare. È ufficialmente l’inizio della fine. Ali di pipistrelli, laboratori segreti per produrre armi chimiche, oscuri complotti per decimare la popolazione attraverso la modifica del DNA: gli anni del Covid sono stati anni di guerra ideologica furiosa. > I nemici dei regimi democratici hanno un nuovo nome: complottisti. Un fronte > non lineare, composto da una parte da veri e propri fabbricanti di > disinformazione e dall’altra da una generazione stritolata dalla crisi della > classe media che ha abbracciato le dietrologie per continuare a sperare che > esista un senso umano al male del mondo. L’urgenza del vaccino scatena gli animi dei no-vax, e in alcuni casi gli Stati rispondono con l’introduzione di specifici pass che garantiscono la circolazione previa vaccinazione. I nemici dei regimi democratici hanno un nuovo nome: complottisti. Un fronte non lineare, composto da una parte da veri e propri fabbricanti di disinformazione e dall’altra da una generazione stritolata dalla crisi della classe media che non ha superato il lutto della società della mediazione e ha abbracciato le dietrologie per continuare a sperare che esista un senso umano al male del mondo. Nuovi eretici, contro cui è necessario mobilitare il vocabolario bellico. Giancarlo Sturloni lo osserva nei suoi primi giorni di diffusione, in Il linguaggio militare della pandemia: “l’appello a respingere il tiranno invasore è rimbalzato dalle stanze del potere alle corsie degli ospedali, trovando eco nei titoli dei giornali e negli applausi dai balconi […] siamo in guerra”. È un lessico che funziona, riesce a compattare, mobilitare, perché è capace di rassicurare dando una forma riconoscibile all’ignoto. Il linguaggio militare trasforma “i medici in soldati da mandare al fronte e i malati in vittime collaterali o in combattenti a cui si chiede di ‘vincere la loro battaglia’”. “La metafora della guerra impedisce di concepire le malattie infettive nell’ambito delle relazioni ecologiche in cui gli agenti patogeni emergono e si diffondono”. Così, l’altro, il virus, il complottista, lo straniero o il “deviato”, diventano frammenti dello stesso fuori espunto: emanano un’aura minacciosa, in quanto simboli di un tremendo da cui ci separa un fronte, una trincea, la nostra porta di casa, ultimo criterio per distinguere il dentro dal fuori. È in questo frangente emergenziale che le priorità imposte dalla catastrofe climatica sono state surclassate dal desiderio di sopravvivenza immediata. Sono lontanissimi i tempi in cui la studentessa svedese Greta Thunberg aveva dato vita a una gigantesca mobilitazione globale attraverso il movimento di protesta ambientalista Fridays for Future; lontanissimi seppure sia trascorso solo qualche anno da quando, entrando di peso nel nostro immaginario, Thunberg lanciò i suoi strali ai potenti nel suo discorso di apertura al UN Climate Action Summit, in cui chiede furiosa ai capi di Stato e di governo mondiali: “How dare you?”, “Come osate?! Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote”. L’attenzione per la catastrofe climatica si rivela però uno dei tanti trend che si rincorrono nel palinsesto delle piattaforme. Con il Covid-19 è giunta l’alba della “società dello streaming”. > Nel frangente emergenziale del Covid-19 le priorità imposte dalla catastrofe > climatica sono state surclassate dal desiderio di sopravvivenza immediata. > Sono lontanissimi i tempi in cui Greta Thunberg aveva dato vita alla > mobilitazione globale dei Fridays for Future. In Parole sulla pandemia, Paolo Pecere si fa portavoce di Arundhati Roy, leggendo nel tempo pandemico una “porta, un passaggio tra un mondo e il successivo”. Critico verso le posizioni espresse da Agamben in L’invenzione di un’epidemia, Pecere invita a coniugare l’analisi delle fonti scientifiche con la capacità di restare con i piedi per terra, senza mitizzare (e militarizzare) la vita pandemica né in senso positivo né in quello distopico. Era l’aprile del 2020, e nell’articolo di Pecere si possono già ritrovare frasi che incrinavano “la possibilità di tornare a una normalità comunitaria e sociale”, chance “andata persa del tutto”, vittima del processo di accelerazione con cui la pandemia ha estremizzato le tendenze omicide del capitalismo. È stato sì un passaggio, il definitivo “jack-in” della popolazione ai dispositivi mediali. Il nuovo mondo è sempre meno umano, sempre meno razionale. Con lo spazio comune, anche il sapere condiviso si frantuma. L’abdicazione alla scienza, un anno dopo l’inizio della pandemia, porta all’emersione di vecchie teorie olistiche, come il terrapiattismo, capaci di prendere il timone nella spiegazione del mondo complicato dalle nuove tecnologie. Il consesso umano presente è scisso in mondi, spazi di significato differenti, e a volte in collisione. Con la quarantena alle spalle, Laura Tripaldi affronta in Quantum dot, controllo dell’umanità e materia programmabile il proliferare dei complottisti antiscientifici, avversari della tecnologia 5G, ossessionati dai quantum dot e dalle nanoparticelle, e li legge come sintomo di uno “spostamento più profondo” che pone la società davanti a un bivio: o affrontiamo la possibilità di intendere la tecnologia in modo radicalmente diverso, oppure ci condanniamo alla sua demonizzazione. Bisogna prendere atto che “ci troviamo di fronte a una tecnologia che non si manifesta più attraverso la presenza ingombrante e visibile delle macchine tradizionali, perché agisce a livello molecolare, mimetizzandosi con la natura stessa e rendendo i confini tra artificiale e naturale sempre più sfumati”. Maggiore sarà la potenza della tecnologia, maggiore la diffidenza nei suoi confronti. Non è un caso che, nello stesso anno, un’abdicazione dello stesso tipo si consumi anche sul fronte letterario. Francesco Pacifico mette sotto accusa la voce narrante del romanzo occidentale contemporaneo, quella che si vuole empatica, progressista, consapevole del proprio privilegio, e che proprio per questo, scrive Pacifico in La voce narrante del padrone, resta compromessa esattamente quanto la scienza di Tripaldi, che arranca nella vaporizzazione dell’autorevolezza. La prima persona letteraria e l’uso della terza persona distaccata dominano lo spazio del romanzo, così come il genere di successo dell’autofiction, e si rivelano come trampolini per indebite generalizzazioni che mascherano una verità evidente, ossia che “la voce narrante non è mai neutrale”, e questo perché “porta con sé il peso della provenienza sociale, del privilegio e delle aspettative del mercato editoriale”. La comunicazione trasparente, come la buona letteratura che entra in classifica, è sempre frutto della voce del padrone, che vuole rassicurare il suo sottoposto: il lettore borghese, il cittadino; questo accade affinché non si inizi a mettere in crisi la propria visione del mondo, le proprie parole, finendo così per desiderare storie capaci di sovvertire il linguaggio e, inevitabilmente, il mondo. > La comunicazione trasparente, come la buona letteratura che entra in > classifica, è sempre frutto della voce del padrone, che vuole rassicurare il > suo sottoposto: il lettore borghese, il cittadino, affinché non si inizi a > mettere in crisi la propria visione del mondo, le proprie parole. È in questo doppio vuoto – esplicativo e narrativo – che trova spiegazione l’ossessione escapista per lo spazio domestico borghese, dominante nelle narrazioni contemporanee. Del resto, finché la fuga dalla realtà resta l’unica via, dal momento che abbiamo perduto il mondo, non possiamo che cercare rifugio tra le mura domestiche, l’unico luogo a rimanere familiare. La pandemia e le restrizioni imposte dai governi hanno chiuso la parabola di Greta Thunberg ma hanno soprattutto reso ancora più difficile raccontare l’ignoto. Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi, gli autori di Medusa (2021), denunciano espressamente la crisi climatica come crisi dell’immaginazione, guardando all’impossibilità di creare narrazioni capaci di comprendere il cambiamento climatico, poiché quest’ultimo, in quanto “iperoggetto” (Timothy Morton, Iperoggetti, 2018), evidenzia il limite umano nel concettualizzare una scala di realtà così enorme. Il cambiamento climatico non ci sta davanti, esso ci attraversa e per questo non riusciamo a visualizzarlo e quindi a raccontarlo. In quanto “schema organizzativo espresso in forma di storia”, la letteratura secondo De Giuli e Porcelluzzi deve “creare gli spazi mentali per ciò che non siamo ancora capaci di vedere o accettare”, invece di limitarsi a “rispecchiare il presente”. Ciò che gli scrittori non fanno più viene eseguito da eserciti di professionisti alle dipendenze di magnati californiani narcisisti e abbronzati. A ottobre del 2021, mentre il decennio si prepara ad attraversare la sua terza e ultima soglia, Facebook cambia nome in Meta e annuncia di voler costruire il metaverso: uno spazio interamente sintetico in cui vivere, lavorare, socializzare, sostitutivo del mondo condiviso che nel frattempo si è appena prosciugato. La stessa azienda che aveva confezionato le bolle filtro si ribattezza nel momento esatto in cui la letteratura chiede un nuovo spazio mentale per l’impensabile, e risponde, a modo suo, con un mondo del tutto immaginario da vendere. Nonostante il metaverso si sia poi rivelato un flop, il compito affidato alla letteratura da De Giuli e Porcelluzzi finirà per essere raccolto da un nuovo tipo di macchina. L’immagine senza corpo (2022-2026) Dal 2016 a oggi l’immagine ha smesso di mentire dentro un mondo verificabile e si è resa così autonoma, capace di esistere indipendentemente dal mondo. A distanza di sei anni da quell’anno surreale in cui i sogni avevano invaso la realtà, sono le macchine, questa volta, a cominciare a sognare e a delirare. Il 2022 è l’anno di Dall-e e Midjourney, i primi sistemi di intelligenza artificiale text-to-image in grado di generare immagini a partire da un testo scritto. Il loro impatto, scrive Francesco D’Isa in La rivoluzione degli algoritmi nel mondo dell’arte, è paragonabile a quello della fotografia. Nell’articolo, D’Isa individua nella reazione della società e del mondo dell’arte un pattern ricorrente, un processo che dallo scetticismo iniziale evolve nella meraviglia – “quando la novità dello strumento è tale che ogni prodotto che crea sembra straordinario” – per poi passare alla preoccupazione, il timore che il nuovo strumento esaurisca le possibilità dell’attività creativa umana, e approdare infine, dialetticamente, all’accettazione, in cui la diffusione della tecnologia normalizza il proprio stesso utilizzo. D’Isa richiama lo sprezzante giudizio di Baudelaire di fronte alla fotografia. La “principale paura” del poeta francese era che la facilità di realizzazione di immagini offerta dalla macchina fotografica “avrebbe moltiplicato a dismisura le opere dozzinali, e a distanza di secoli possiamo dire che aveva perfettamente ragione”. Ma Baudelaire negava alla fotografia lo statuto d’arte non per una ragione di principio, bensì “banalmente” perché “non era un bravo fotografo”: “non basta una macchina fotografica per fare un fotografo”. > Nella reazione della società e del mondo dell’arte all’IA è individuabile un > pattern ricorrente, un processo che dallo scetticismo iniziale evolve nella > meraviglia per poi passare alla preoccupazione e approdare infine, > dialetticamente, all’accettazione. Dall-e e Midjourney, osserva D’Isa, non sono un “androide antropomorfo con una personalità propria”, ma “modelli algoritmici” capaci di riconoscere pattern in un’enorme quantità di dati – non diversi, sostiene, da un pennello: uno strumento come tanti altri, carico delle contraddizioni che ne strutturano il funzionamento. Lo sguardo malinconico di Walter Benjamin sulla perdita d’aura dell’opera d’arte, in questa lettura, va ridimensionata: l’artista resta “co-autore” dello strumento, ma a problematizzarsi è semmai la limitazione al pieno utilizzo dello strumento stesso che infatti, nel caso dei Large Language Models “opera una severa censura, vietando termini e immagini che possano offendere più o meno chiunque” sulla base dell’intervento umano con cui è stato programmato. “A monte di questa censura”, nota D’Isa, “non è difficile notare una confusione tra l’idea di immagine di fantasia e reale”. Il dibattito sulle IA, in questa fase ancora aurorale, resta concentrato su una futile culture war mentre manca ancora una riflessione seria sulla loro impronta materiale: “l’industria dell’AI richiede sempre più materie prime per mantenere la sua corsa verso il progresso […] per allenare un grande modello linguistico vengono emesse circa 300 tonnellate di CO2: una cifra considerevole e preoccupante”, senza contare che solo chi possiede un’enorme quantità di GPU può permettersi di allenare questi modelli, un fattore questo che esclude in partenza i piccoli attori dalla sperimentazione d’avanguardia. L’ottimismo critico di D’Isa non nasconde che questi strumenti non sono affatto neutrali: chi li utilizza, in qualche misura, viene utilizzato a sua volta per gli scopi estrattivi che caratterizzano questa nuova fase della tecnologia. Attraverso il prompt, l’utente non impartisce ordini alla macchina: la sta allenando. In quel momento è il modello a essere nutrito. Quando nel 2023 nasce su Reddit il meme del Will Smith che mangia gli spaghetti – un video generato con le prime versioni dei text-to-image, dai tratti fortemente espressionisti, movimenti innaturali e forme grottesche in divenire continuo – quel senso di uncanny valley non è ancora la crisi vera e propria, ma ne è già il sintomo visibile; è il nostro primo impatto con una immagine non umana del mondo, un’immagine che ha smesso di imitare o sostituire la realtà perché il suo referente ha cessato di essere il mondo ed è oggi l’archivio delle immagini umane pregresse, che è stato divorato, ricombinato e restituito senza passare mai dal reale. Mentre l’immaginario dell’uomo entra progressivamente in crisi, quello della macchina comincia ad assemblarsi con una logica del tutto inumana. La macchina resta, in questo senso, saldamente sé stessa, ed è proprio questo aspetto, non la sua eventuale somiglianza con noi, il punto più inquietante. Jacopo Cirillo lo nota nello stesso anno del Will Smith che mangia spaghetti, spostando l’ultima frontiera del test di Turing verso la comicità (La comicità artificiale, 2023): “il senso dell’umorismo, la capacità cioè di riconoscere una porzione di mondo e di realtà in quanto ‘comica’”, rende l’uomo “l’unico animale che ride”, ed è proprio questa capacità a determinarlo. Non ci resta che una risata, e la speranza che gli algoritmi non imparino mai a comprendere gli intricati metalivelli ironicamente misogini, razzisti e abilisti della migliore stand-up comedy americana. > Con l’IA l’immagine che ha smesso di imitare o sostituire la realtà perché il > suo referente ha cessato di essere il mondo ed è oggi l’archivio delle > immagini umane pregresse, che è stato divorato, ricombinato e restituito senza > passare mai dal reale. La distinzione tra vero e sintetico si ripercuote sulla ragione pubblica. Nell’estratto pubblicato dal Tascabile dal libro di Gregorio Magini, Mitologia del complottismo. Il Behemoth delle storie (2024), il complottista occupa una delle tante posizioni nello spettro indistinto in cui siamo tutti immersi – proprio come l’immagine sintetica non è più il falso da smascherare, ma una posizione nello stesso flusso indistinto di immagini vere. Anche il ragionamento perde per il proprio fuori rispetto a cui essere verificato: chiedersi chi ha ragione e chi mente significa mancare completamente il punto della questione. L’adesione al complottismo riposa su basi alogiche, esistenziali, emotive se vogliamo, le stesse su cui riposa il ragionamento di buon senso, per cui pur bollandole come teorie pseudoscientifiche o irrazionali, i complottismi non smetteranno di diffondersi finché le loro premesse non verranno disattivate. A darle manforte, facendo capolino nel nostro presente, il rilascio, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, di milioni di documenti del Dipartimento di Giustizia americano sul caso Epstein. I file confermano ciò che il sospetto più moderato aveva paventato per anni, ossia una fitta rete di complicità tra il finanziere e un’élite politica ed economica reale, non immaginata. Nonostante manchino prove reali del traffico di minori e persino degli atti di cannibalismo rituale immaginati da QAnon, gli Epstein’s files hanno dato ragione anche ai complottisti, è questo il punto della questione, che analisti e sciocchi e creduloni siano finiti dentro lo stesso gesto di sospetto verso il potere. Nel suo articolo Magini si poneva nel solco della soluzione comunitaria, un tic che denuncia una certa retromania umanista della critica del presente, una postura che guarda al passato piuttosto che prendere atto della scomparsa dell’umanità analogica. Chiedere più socialità, in questa lettura, ignora l’eccesso di società che già condiziona e avvelena la sfera interiore. Nel 2025, Fabio Ciancone, esaminando l’opera della sociologa Eva Illouz in Sovrasocialità e altre storie, aiuta il lettore ad addentrarsi nella “modernità esplosiva” in cui anche le emozioni umane sono modellate in profondità dalle strutture economiche e sociali. Con il venir meno dello spazio pubblico e la pervasività dei social media, lo spaesamento individuale porta la razionalità tradizionale a incrinarsi davanti a disuguaglianze crescenti e a una diffusa rassegnazione politica. Con la conversione degli smartphone in dispositivi di ripresa e trasmissione continua, si consolida un regime di celebrità diffusa che atomizza i soggetti e li inchioda al loro personaggio virtuale. Siamo tutti famosi e tutti più soli, separati nelle nostre camere esistenziali, siamo diventati pixel di un unico, grande, script pubblicitario. Posseduti da una fama inconsistente, subentrata al crollo dell’olimpo un tempo riservato ai divi del cinema e della televisione, spazzato via dal #MeToo e dall’avvento dello streaming, la celebrità del nostro tempo è minima e globalmente diffusa, scrive Alessandro Lolli in Storia della fama (2025). Intervistato sul Tascabile da Elisa Cuter, Lolli parla esplicitamente della fine del mainstream tradizionale in favore di “micro-celebrità” di nicchia, un’altra tessera che va ad aggiungersi al puzzle della frantumazione dell’immaginario. Per comprendere come si sia arrivati a questo punto bisogna guardare al passaggio dai social network ai social media. “Il social network nasceva per parlare con gli amici, creando fama in modo quasi inconscio. I social media richiedono invece un’intenzionalità imprenditoriale: chi vi partecipa accetta consapevolmente di salire su un palcoscenico per un pubblico di sconosciuti […] fare arte o comunicazione diventa simile a un’indagine di mercato, dove bisogna differenziarsi dai competitor e studiare il proprio target di riferimento”. Tutto ruota attorno al feedback costante, che costringe l’utente dei social a un’autocensura preventiva pur di compiacere la propria bolla. > Con la conversione degli smartphone in dispositivi di ripresa e trasmissione > continua, si consolida un regime di celebrità diffusa che atomizza i soggetti > e li inchioda al loro personaggio virtuale. Siamo tutti famosi e tutti più > soli, pixel di un unico, grande, script pubblicitario. La filosofia ha sempre guardato con sospetto le immagini. Schermo, esca, apparenza, inganno, un vocabolario che oggi descrive però qualcosa di diverso da ciò per cui era stato pensato. Giacomo Croci, recensendo L’inquietudine dell’immaginario. Etiche dello sguardo di Pietro Bianchi (2026), lo scrive nella forma più netta: “la preoccupazione non è più soltanto la manipolazione ma anche la generazione, per via d’intelligenza artificiale, di flussi continui di immagini senza redini né referenti reali”. Secondo Bianchi viviamo ormai una nuova modalità percettiva, che fa a meno del corpo: la vista prescinde dagli occhi e dai nervi, perché oggi vediamo innanzitutto “con il cinema”, “con la televisione, gli smartphone, i musei” e “le finestre”. Siamo noi stessi immagini, immagini che producono altre immagini: è la fine dell’autorialità dispersa nel dominio del flusso. Ma è anche la fine dell’immagine stessa. È in questa luce che va letta, forse, la morte annunciata del meme stesso. Il reel, secondo Alessandro Lolli, ha preso il posto del meme visivo e statico. Nella baraonda di “sketch comici interpretati da aspiranti comedian, pubblicità buffe di aperitivi a Catania, influencer che fanno la predica, influencer che ‘reactano’ l’influencer di prima cercando di umiliarlo, gymbro e cryptobro che cercano di insegnarti la vita, rare footage di concerti o programmi televisivi, interviste al man on the street e ovviamente tonnellate di AI slop”, il meme è morto “come idea, come attore principale di Internet”, non più “parola-chiave delle nuove culture digitali”. Fuoriuscendo dall’anonimato autoriale dei forum e diffondendosi sui social media, il meme è stato presto cooptato dalla pubblicità e, come già ricordato, dalla politica. Come le altre immagini, anche il meme si inserisce negli “interessi degli asset finanziari”, che hanno svelato secondo Hito Steyerl il mondo dell’arte come settore economico, capace di accelerare la circolazione delle immagini in un ecosistema che, oltre a una dimensione energivora, impatta profondamente anche sul piano del lavoro – con artisti costretti a operare “su e per infrastrutture produttive delle aziende del big tech”, fomentando “dinamiche razziali/imperialiste in cui divisione e delocalizzazione di micro-task” ricadono su “lavoratori e lavoratrici poveri e razzializzati”, come descritto da Vincenzo Estremo in Estetica del surriscaldamento – rafforzando così, ulteriormente, il divario di classe. > L’epilogo di questo viaggio nel passato recente è il quadro di un’epoca in cui > l’immagine ha decretato la morte dell’immagine stessa, indisponibile ormai > alla contemplazione perché parte di un flusso globale di estrazione violenta > di dati mediante la cattura dell’attenzione.  Proprio quest’anno, quasi a certificare per via finanziaria ciò che l’immagine ha già mostrato per via teorica, l’oligopolio delle grandi piattaforme cambia volto: al vecchio acronimo GAFAM – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft, le compagnie che dieci anni fa avevano costruito le bolle filtro descritte da Pietro Minto – subentra, sui mercati, il nuovo acronimo MANGOS: Meta, Anthropic, Nvidia, Google, OpenAI, SpaceX. Non più le aziende che estraevano dati da un mondo condiviso, ma quelle che generano mondi propri, sintetici, attraverso il sacrificio del mondo materiale. L’epilogo di questo viaggio nel passato recente è il quadro di un’epoca in cui l’immagine ha decretato la morte dell’immagine stessa, indisponibile ormai alla contemplazione perché parte di un flusso globale governato da un’oscura termodinamica, in cui il maggiore o minore calore non segnala altro in quale settore sta avvenendo l’estrazione violenta di dati mediante la cattura dell’attenzione. L'articolo Divenire flusso proviene da Il Tascabile.
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LLM, algoritmi e debito tecnologico
Cassandra Crossing/ Mentre il termine “Vibe coding” perde per fortuna vigore, sempre più ambienti di programmazione forzano l’utilizzo di LLM per lo sviluppo di software; cosa mai potrebbe andare storto che già altri non abbiano evidenziato? Pare che la produzione di software tramite l'utilizzo di modelli linguistici sia in grande sviluppo, no, in tumultuosa crescita; anzi, sia ormai divenuta inarrestabile e indispensabile. Definita inizialmente come Vibe Coding, è stata dapprima presentata come lasciapassare per chiunque volesse sviluppare software senza avere competenze di informatica e programmazione. Poi, quando la cosa ha iniziato a sembrare l'idiozia che è, si sono invece osannati i vantaggi economici che l'impiego di questi metodi da parte di veri programmatori avrebbe consentito alle aziende, aumentando la produttività dei programmatori esistenti; non è chiaro se dei senior che potevano fare a meno di una squadra di junior, oppure degli junior, che potevano scrivere software a livello di quello scritto dai senior. Comunque certamente consentendo di tagliare posti di lavoro, presenti e futuri, facendo quindi scattare quell'automatismo che fa salire subito la quotazione in borsa di qualsiasi azienda. Alla fine, hanno iniziato a essere contrastanti i pareri di chi aveva provato davvero a usare i Grandi Modelli Linguistici (Large Language Models o LLM) in ambienti di produzione riguardo il risparmio di tempo e la qualità del codice prodotto; i primi dubbi hanno iniziato a essere presi sul serio. Lo sforzo di inserire a tutti i costi funzionalità guidate da LLM, comune a tutte le applicazioni commerciali, ha saturato di LLM anche tutti gli ambienti di sviluppo software. E quindi tutti i programmatori, che lo volessero o no, si sono trovati ad avere l'indice sul grilletto di una nuova arma. Leggi l'articolo su ZEUS News
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Le Dita Nella Presa - Gira tutto intorno all'IA?
Le richieste assurde di Musk ad OpenAI mostrano che il business dell'IA potrebbe essere più fragile di quanto sembra; una puntata in cui tutto sembra girare intorno ai voleri delle grandi aziende statunitensi, dagli emendamenti europei al GDPR a... la violazione del copyright? Elon Musk cerca di destabilizzare OpenAI - rivale della sua xAI - tramite una richiesta di fondi smisurata. Non è detto che ci riuscirà, ma è un altro dato che ci conferma che le dinamiche azionarie prevalgono sulla reale capacità di queste aziende di fare profitti tramite la cosiddetta Intelligenza Artificiale. Anna's Archive incassa alcuni provvedimenti contrari: viene tolto il suo dominio dal DNS, e viene ordinata la cancellazione dei dati provenienti da WorldCat. Cogliamo l'occasione per fare qualche riflessione sull'uso di Anna's Archive da parte delle Big Tech nel contesto della configurazione degli LLM. Nell'Unione Europea, il Digital Omnibus si dimostra sempre più un provvedimento a misura di grandi aziende, con molti provvedimenti frutto del lavoro di lobbying. In contemporanea, la Francia spinge la commissione europea a ricercare soluzioni open source per sviluppare soluzioni tecnologiche che non dipendano dagli Stati Uniti. Notiziole: * In California una nuova legge sulla privacy rende più facile cancellare i dati presenti e futuri. * I tagli di Trump portano la CBS (corporation finanziata dal pubblico che raccoglieva le emittenti radio e tv pubbliche) all'autoscioglimento. * Il Vietnam vieta gli spot non-skippabili più lunghi di 5 secondi * Nell'Idaho, USA, una legge per cercare nuove materie prime nel sottosuolo include una lunga lista di minerali, tra cui alcuni inesistenti * Nel North Dakota, USA, il servizio meteorologico sperimenta l'uso di Intelligenza Artificiale, e si ritrova con le previsioni per città che non esistono * Roblox prova ad usare un sistema automatico per verificare l'età dell* utenti, ma il sistema fallisce in un gran numero di modi Ascolta la puntata sul sito di Radio Onda Rossa
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Cresce in tutto il mondo la protesta contro la costruzione di nuovi Data Center
La costruzione di data-center è in aumento in tutto il mondo per far fronte alle esigenze di calcolo e di storage della cosidetta Intelligenza Artificiale Di pari passo crescono le proteste contro la costruzione di questi eco-mostri particolarmente energivori ed ecologicamente impattanti. A quanto pare le proteste hanno spesso successo. negli Stati Uniti, secondo la rete di ricerca e attivismo Data center watch, nel secondo trimestre del 2025 venti progetti sono stati sospesi o bloccati, per un valore di 98 miliardi di dollari. Lo scorso 8 dicembre una coalizione di più di 230 gruppi ambientalisti ha richiesto una moratoria nazionale sui nuovi data center negli Stati Uniti, sollecitando il congresso a fermare la diffusione di strutture ad alto consumo energetico. Nelle città dell’Europa del nord la rete non può reggere ulteriori infrastrutture che richiedono un alto consumo di energia, a meno di investimenti troppo costosi. E così, quando Amsterdam, Francoforte, Londra e Dublino hanno messo in pausa nuove autorizzazioni, l’attenzione si è spostata su Milano, destinata a diventare un nuovo hub a livello europeo. Così anche in Italia sono nati comitati di cittadini che protestano contro la costruzione di nuovi data-center, supportati anche da associazioni ecologiste. Fonti: * Internazionale, L’intelligenza artificiale fa nascere data center e proteste * [Irpi Media, I data center si mangiano la terra (ancora) verde. Due casi in Lombardia](I data center si mangiano la terra (ancora) verde. Due casi in Lombardia) * Mappa dei Data Center * PuntoInformatico, Microsoft, cinque promesse per placare la rivolta anti-Data Center * ANSA, Crescono i movimenti 'anti IA', preoccupano lavoro e data center
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Sembra IA
T ra i miei messaggi privati, in una chat che condivido con una persona a me cara, circola ormai una nutrita rappresentanza di video frutto dell’intelligenza artificiale (IA). Clip interamente generate da algoritmi, oppure collezioni ibride di vario genere, che mescolano immagini sintetiche e riprese autentiche. Eppure, a prescindere da quanto siano sofisticati o realistici, nessuno di quei video riesce a suscitare in me una qualche reazione: non credo a ciò che vedo. Fare un ritratto esaustivo del fenomeno dei video generati, sembra un’impresa disperata. Le macchine intelligenti sono ovunque: scuola, lavoro, casa; hanno soppiantato i vecchi motori di ricerca, scrivono messaggi per chat romantiche, compilano liste della spesa; appaiono inevitabili. La fenomenologia dei video generati, in particolare, è investita da una mutazione rapidissima, un’estensione inarrestabile: feed automatizzati, nastri trasportatori di clip il cui unico scopo è gonfiare il traffico di visualizzazioni e interazioni. A guardare i social media, si ha l’impressione di stare scivolando da un livello di simulazione a un altro più profondo. Dopo tre anni di entusiasmo, disorientamento e ambivalenza, uno degli effetti culturali riconoscibili dell’IA è esattamente questo: le persone hanno la sensazione di essere in balia di qualcosa che sfugge senza controllo, come se proprio la realtà stesse deragliando da sotto i piedi. Come ogni tecnologia, i video generati da IA hanno attraversato una loro prima fase embrionale, ma brevissima, durata forse appena un paio d’anni. I risultati iniziali delle applicazioni text-to-video ‒ ovvero clip creati a partire da brevi descrizioni testuali ‒ erano spesso stranianti, bizzarri, allucinati e barocchi. Anche i prodotti più accurati trasmettevano un certo profondo senso di inquietudine digitale. In breve tempo, avevamo imparato a decifrarne la grammatica visiva, fino a normalizzarla. Alcuni utenti ne riproducevano le anomalie dinamiche, impersonandole in forma di meme: braccia che si moltiplicano da sotto una maglietta, piatti di pasta che spuntano sul finale di una rissa, improvvisi rallentamenti, espressioni facciali grottesche, arti deformi, sguardi abbacinati, dinamiche emotive incongruenti e ubriache. Il potenziale dei modelli futuri era già evidente, ma la produzione di video da parte degli utenti restava per lo più motivo di burla e sperimentazione estetica. > Il grado di fedeltà raggiunto dalle IA è impressionante. Sempre più gli indizi > a nostra disposizione, i segnali rivelatori rimasti, sono briciole: piccole > incongruenze, dettagli che appartengono all’osservazione di dinamiche fisiche > complesse non immediatamente evidenti. Oggi, senza che quasi si abbia avuto il tempo di registrarne l’evoluzione, il grado di fedeltà raggiunto dalle IA è impressionante. Sempre più gli indizi a nostra disposizione, i segnali rivelatori rimasti, sono briciole: piccole incongruenze, dettagli che appartengono all’osservazione di dinamiche fisiche complesse non immediatamente evidenti. Video familiari, agenti atmosferici bizzarri, assurdi incidenti stradali, influencer e guru del web, e ovviamente video di animali: cacatua che ballano, orsi, agnelli, maiali e procioni che saltano sui trampolini; cani che salvano umani da pericoli incombenti, gatti che impastano la massa lievitata del pane: una categoria di video dal ricercato mimetismo domestico, che inscenano una quotidianità tenera, buffa, rassicurante. Rispetto ad altre produzioni IA ‒ come quelle utilizzate per gli spot natalizi di aziende quali Coca-Cola e McDonald’s, che aprono importanti questioni politiche sul lavoro creativo ‒ in questa fattispecie di video non v’è alcuna aspirazione: solo presentismo, nessun altrove, nessuna frontiera, solo noi che ci parliamo addosso. Proprio questa estetica piatta, priva di profondità e conflitto, si rivela preziosa per oligarchi e governi autoritari: non un difetto da correggere o interpretare, ma una caratteristica anestetica sfruttata nella propaganda, perché abitua lo sguardo a consumare immagini senza posizionarsi o porsi domande. Simulazioni. Pseudoeventi. Narrazioni Una prima analisi dell’oggetto text-to-video non può prescindere dalla rilettura di Jean Baudrillard e la sua riflessione sui simulacri. Il filosofo descrive un regime visivo “democratizzato” in cui immagini vere e false posseggono la stessa dignità. Nel suo libro America (1986), racconta una visita al museo delle cere di Buena Park, in California, dove vede esposte fianco a fianco le repliche di Maria Antonietta e di Alice nel Paese delle Meraviglie. Le statue ricevono identico trattamento: cura nei dettagli, realismo espressivo, attenzione scenografica. Le due figure sembrano appartenere allo stesso registro ontologico, quello dei personaggi storici. Nel museo, osserva Baudrillard, accuratezza e realtà storica vengono trattate con atteggiamento casuale, e le questioni dell’aderenza al reale o dell’autenticità non sono prese in considerazione. Applicando queste osservazioni alle macchine algoritmiche dei nostri giorni, dove immagini reali e sintetiche si susseguono indistinguibili e inseparabili, appare evidente come ci si trovi ora nell’ultima fase dell’evoluzione iconica: la simulazione pura ‒ direbbe Baudrillard ‒ dove ogni nuova immagine replica altre immagini, che a loro volta riferiscono ad altre ancora. Visioni che si pongono come completamente autonome dalla realtà, pur rappresentandola. Le IA generative hanno esasperato questa abilità con una potenza esponenziale, rimescolando liberamente database di miliardi di dati visivi per reiterarne altri identici. È il simulacro perfetto. > Se da anni ripetiamo che “i social non sono la realtà”, perché mai ora > dovremmo scandalizzarci all’idea di interagire apertamente con contenuti > artificiali? La velocità sequenziale nella stimolazione visuale, lo scroll, non consente costitutivamente la distinzione critica del vero dal falso. Esporsi a questo carosello senza confini e linee di separazione, vuol dire “perdere la coscienza storica del mondo”: nelle repliche delle repliche, in cui ognuna possiede identico valore e statuto, il rischio è di smarrire la traccia di quanto realmente accaduto ‒ o  sta ancora accadendo. Scorrendo i commenti che migliaia di utenti lasciano sotto questi video, si nota come a una parte della popolazione preoccupata dall’incapacità di riconoscere i video generati con IA, risponde un pubblico altrettanto numeroso che invece non si pone nemmeno la questione. Non ne ha gli strumenti, oppure crede che distinguere il vero dal falso sarà via via meno rilevante. Da cosa nasce questa adesione immediata ai video generati nell’ecosistema digitale? Molto prima dell’avvento delle IA sapevamo che qualsiasi cosa circolasse online ‒ tra sketch, scenette, trovate marketing, filtri ‒ non era autentica. Se da anni ripetiamo che “i social non sono la realtà”, perché mai ora dovremmo scandalizzarci all’idea di interagire apertamente con contenuti artificiali? La nostra fruizione è divenuta, in certo senso, disincarnata: non ci interessa più che dall’altra parte del video ci sia o meno un corpo reale, una prossimità, un conflitto, un affaccendamento davvero umano o animale. Cosa conta dunque? Nello studio “How do users perceive AI? A dual-process perspective on enhancement and replacement” i ricercatori hanno indagato il valore percepito dell’intelligenza artificiale nelle interazioni uomo-macchina. Gli utenti percepiscono l’IA attraverso due processi cognitivi distinti: uno più immediato/affettivo (sistema 1), l’altro riflessivo (sistema 2). I risultati mostrano come la percezione immediata (sistema 1) prevale nella fruizione sociale. Possiamo applicare questa analisi anche alla ricezione dei video: non passiamo quasi mai al sistema 2 dell’analisi, quello che si chiede “è vero? è reale?”, ma restiamo nel sistema 1, la risposta veloce, emotiva, automatica. Inondati dai video generati, la soglia critica si riduce, ciò che importa è l’effetto: “mi fa ridere”, “provoca tenerezza”, “mi turba”. Una postura volutamente naive, ma destinata a diventare quella prevalente nella fruizione dei social media: effetti tangibili di emozione e risposta. Conta ciò che sento, non ciò che è. Il reale si riduce a un’interfaccia adattativa. > L’origine dei video non è più una condizione per stabilirne la veridicità: > accettiamo contenuti falsi perché riconosciamo in essi qualcosa che crediamo > già appartenere alle cose del mondo. In parte, questa dinamica ricorda il lavoro di Gregory Currie in The Nature of Fiction (1990), il quale a proposito della finzione dice che le nostre emozioni si mobilitano anche per eventi che sappiamo non essere mai accaduti, perché li trattiamo come “veri nella storia”, all’interno di uno spazio di simulazione. Nel nostro caso, però, non chiediamo più chi sia l’autore, e il “fictional author” ‒ quel soggetto, dice Currie, che costruiamo mentalmente come autore implicito al momento della lettura, un soggetto che sta “dietro” al testo, con le sue intenzioni, un certo carattere, sensibilità, visione ‒ si frantuma tra utenti, piattaforme, algoritmi e sistemi di prompt automatici. C’è una realtà che emerge dall’apparenza. La teleogenesi dei video ‒ la loro origine ‒ non è più un a priori, una condizione per stabilirne la veridicità: accettiamo contenuti falsi perché riconosciamo in essi qualcosa che crediamo già appartenere alle cose del mondo. Il messaggio dunque, non il messaggero: il problema non è più “chi parla” o “come è stato prodotto”, ma se ciò che vediamo conferma ciò che conosciamo. La forma non dissolve il contenuto, lo rende solo più in sintonia con le nostre aspettative. I video generati servono proprio a continuare a mostrarci ciò che siamo pronti a vedere. Gag costruite, finte candid camera, immagini riprodotte da telecamere a circuito chiuso, interviste falsificate con deepfake tra politici e celebrità, sono contenuti che richiamano quella categoria che Daniel J. Boorstin definiva come “pseudoeventi”, già nel 1961, in The Image: A Guide to Pseudo Events in America. Eventi non veri o falsi stricto sensu, ma scritti, pianificati, orchestrati o provocati, per avvenire in un preciso momento e luogo, generalmente con l’intento di esaltarne sensazionalismo e drammaticità o, come diremmo oggi, per favorire il click-baiting. Secondo la definizione di Boorstin, gli pseudoeventi non si oppongono ai fatti reali, ma agli eventi spontanei, e proprio queste loro caratteristiche hanno reso sempre più labile la distinzione tra eventi reali e falsi nel panorama mediatico. L’assuefazione alla proliferazione degli pseudoeventi ha fatto sì che tutte le narrazioni vengano recepite come tali. Allo stesso modo, nella proliferazione dei video IA, la ricerca dell’effetto estetico ideale diventa un atto manipolatorio: il valore della testimonianza, nel regime dei video sintetici, perde del tutto la sua efficacia, e la realtà viene letta come cinema ‒ o respinta come una messinscena, anche quando autentica (un caso evidente è stato quanto accaduto con l’omicidio di Renee Nicole Good in Minnesota). La narrazione non si limita a descrivere il mondo ma agisce su di esso. Le tecniche con cui una storia viene raccontata ‒ e oggi promossa, amplificata, mercificata ‒ hanno da sempre la capacità di riscrivere la realtà. Bruce Chatwin ha letterariamente inventato l’identità della sua Patagonia ne In Patagonia (1977), eppure quel racconto è diventato geopoiesi, immaginario condiviso. Chatwin ricorre a un collage di aneddoti, personaggi, leggende e folklore, che mescola realtà e finzione per servire un intento narrativo. Gli esempi in tal senso abbondano: dal turismo che ha riconfigurato le location scelte per la serie Game of Thrones, all’iconografia del manga One Piece di Eiichiro Oda usata come simbolo delle proteste in Nepal, fino alla grande parata del Giorno dei morti a Città del Messico ‒ inesistente prima che fosse immaginata per il film Spectre (2015) di Sam Mendes, e ora istituzionalizzata. La fiction modella l’esperienza. Così fanno i video generati, che forniscono coordinate emotive e culturali. Gli animali IA che saltano sui tappeti elastici plasmano la nostra percezione del possibile, forgiano le nostre aspettative ‒ “perché il mio corgi non usa il mattarello come in quel video?”. La realtà è un effetto narrativo. > È la realtà stessa a non essere più sicura per noi. Per intrattenerci, basterà > che tutto sia “verosimile”: qualcosa che potrebbe essere successo, o che > potrebbe accadere di lì a poco. Tutto sembra dirci che le IA, in fin dei conti, non sono più strane del mondo stesso, o delle creature che lo abitano. Ci arrenderemo perché tutto è ingovernabile. È la realtà stessa a non essere più sicura per noi. Per intrattenerci, basterà che tutto sia “verosimile”: qualcosa che potrebbe essere successo, o che potrebbe accadere di lì a poco. Una questione di verosimiglianza Jakob Süskind, nell’articolo “Verisimilitude or Probability? The history and analysis of a recurring conflation” (2025) esplora il concetto di verisimilitude, ossia “vicinanza alla verità” o “verosimiglianza” dal punto di vista della filosofia della scienza, e sottolinea come alcune teorie, pur false, risultino più verosimili di altre. In quest’ottica, anche un video generato può essere al contempo “meno vero” ma “più verosimile”: può sembrare più vicino alla nostra verità di quanto lo fosse la realtà precedente. Il problema, naturalmente, è che il “verosimile” si fonda su prompt che riflettono la nostra visione del mondo ‒ limitata, parziale, viziata dai nostri bias e caricata delle nostre attese. Secondo la filosofia dell’informazione di Luciano Floridi, la distinzione vero/falso sfuma o viene superata quando subentra l’effetto informativo. Non conta più la corrispondenza con un mondo esterno, quanto la relazione informativa che il soggetto instaura con il contenuto: qualcosa è “verosimile” se è integrato nel flusso informativo che abitiamo. La soglia della verità ontica viene trascesa, il criterio diviene: “mi informa, mi coinvolge, produce effetto”. Il video IA non deve essere “vero”: deve solo funzionare ‒ informare ‒ come se lo fosse. Anche Mario Perniola si è confrontato nei suoi lavori con estetica, media, soggettività tecnologica e simulacro, ma in un’accezione diversa da quella di Baudrillard. Perniola intendeva il simulacro come una forma ludica dell’espressione culturale e artistica, che eccede ‒ o non appartiene ‒ alla dicotomia vero/falso. In questa chiave, il video IA è un simulacro non in quanto imitazione del reale, ma perché obbedisce a una propria logica di esistenza estetica, che è tutta fondata sul “come se” appunto: la coerenza con i nostri immaginari e schemi percettivi. In E: La congiunzione (2021), Franco Berardi “Bifo” scrive che il governo di queste tecnologie è in mano alle “corporation dell’imagineering”, le quali “hanno scavato le trincee immateriali del tecno-schiavismo e del conformismo di massa.” Il semiocapitalismo riconfigura la relazione tra estetica ed economia: l’accumulazione finanziaria oggi coincide con l’accumulazione estetica digitale, con l’intrattenimento. La penetrazione capitalista nell’inconscio collettivo avviene attraverso la saturazione degli spazi di immaginazione, con una “produzione illimitata di realtà visibile”: rendere visibile tutto ciò che si può immaginare. Sospinta dalle multinazionali globali – Meta, TikTok, Google con YouTube, Sora2 di OpenAI, e altre – la stratificazione algoritmica produce un ambiente visivo che appare reale per frequenza e familiarità. In quel suo “funzionare” il sistema costruisce un mondo percettivo riconosciuto come legittimo. Un flusso ininterrotto di filmati che genera simulazioni infinite, alimentando un ambiente semiosferico ‒ cioè uno spazio saturo di segni e riferimenti che forma la nostra percezione condivisa ‒ in grado di colonizzare l’intero immaginario globale. > Nei video generati, ciò che cambia non è tanto il contenuto, quanto il modo in > cui lo guardiamo – o da cui siamo guardati. La simulazione non è “più reale del reale stesso”, come direbbe Baudrillard, ma ‒ almeno nella cultura fondamentalmente visuale dell’Occidente ‒ l’IA risulta reale tanto quanto la realtà irreale nella quale viviamo. In questa superfetazione simbolica gli algoritmi generativi saturano la realtà di simboli, interpretazioni, significati, immagini e dati, facendola sparire dietro a una foresta di copie e rappresentazioni. Un nuovo processo di accumulo mediale e tecnologico si innesta senza fine sui precedenti, prima che si abbia avuto il tempo di assimilarli. “Sembra IA”. La svolta percettiva I video generati da IA rappresentano l’emersione di un nuovo paradigma di simulazione che ha invaso il nostro campo percettivo. Già Marshall McLuhan parlava dei media come estensioni del nervo sensoriale umano, mentre per Bifo, l’infosfera agisce direttamente sul sistema nervoso della società, non si limita più ad ampliare i nostri sensi, modifica ciò che siamo abituati a sentire e a riconoscere in una “natura post-naturale del sensorio”: un sistema percettivo rieducato dai flussi digitali e automazioni inorganiche, più che dal mondo materiale. Questo scenario impone di ripensare il concetto di “post-verità” estendendolo alla sfera estetico-percettiva. In L’occhio della macchina (2018), Simone Arcagni esplora la tecnologia dell’informazione come dispositivo di visione e percezione: l’occhio della macchina media lo sguardo umano secondo meccanismi tecnico‑algoritmici, trasformando la nostra soggettività visiva e rendendoci partecipi di una percezione ibrida, uomo‑macchina. Nei video generati, ciò che cambia non è tanto il contenuto, quanto il modo in cui lo guardiamo – o da cui siamo guardati. Non è la prima volta che ci troviamo di fronte a un punto di svolta percettivo innescato dalla tecnologia dell’immagine. Nel 1994 e nel 1995, Lev Manovich identificava l’emergere del “realismo sintetico” come una cesura fondamentale, citando Jurassic Park (1993) di Steven Spielberg tra i momenti cruciali della transizione dal cinema fotografico al cinema digitale. La settima arte cambiava identità: “Oggi, nell’era dei media informatici, [filmare la realtà fisica] è solo una delle possibilità” annotava Manovich. Il cinema diventava un sottoinsieme dell’animazione, un suo caso particolare, e la CGI non imitava più la realtà, ma la riscriveva, inaugurando una nuova condizione visiva. Poco dopo, Stephen Prince ampliò questa riflessione paradigmatica nel saggio “True Lies: Perceptual Realism, Digital Images, and Film Theory” (1996), introducendo il concetto di perceptual realism per descrivere come le immagini digitali stessero rivoluzionando ogni fase della produzione cinematografica. Per il pubblico, l’applicazione più visibile di queste tecnologie risiedeva nella nuova ondata di effetti speciali generati al computer. Prince cita la creatura acquatica in The Abyss (1989) o Terminator 2 (1991) di James Cameron, ma furono soprattutto Jurassic Park e Forrest Gump (1994) di Robert Zemeckis a segnare uno spartiacque percettivo. Film capaci di produrre uno scarto visivo inedito, “diversi da qualsiasi cosa vista in precedenza”. Il realismo percettivo, scrive Prince, “designa una relazione tra l’immagine o il film e lo spettatore, e può comprendere sia immagini irreali che immagini referenzialmente realistiche. […] Le immagini irreali possono essere referenzialmente fittizie ma percettivamente realistiche”. Nel 2007, durante il pieno sviluppo del cinema in CGI, Tom Gunning, nel saggio “Moving Away from the Index”, ribalta l’idea secondo cui il potere del cinema (e della fotografia) risiederebbe nella sua “impronta” diretta dal reale. Se in semiotica, un “indice” è un segno che mantiene un legame fisico con ciò che rappresenta: il fumo con il fuoco, l’impronta con il piede, la fotografia con il corpo che è stato davanti all’obiettivo, per Gunning, il cinema non seduce lo spettatore grazie a quel legame fotografico e indiciale tra immagine e mondo, ma piuttosto attraverso l’“impressione di realtà”: un effetto costruito, intenzionale, performativo. Propone di spostare l’attenzione da questa garanzia ontologica dell’indice (l’immagine fotografica considerata come traccia diretta del mondo) alla capacità delle immagini di simulare la percezione del reale. Ancora una volta: ciò che conta non è la verità dell’immagine, ma la sua efficacia percettiva. > Software come Sora non registrano, piuttosto restituiscono idee in forma di > immagine, spostando il baricentro dal filmato alla ricostruzione digitale > totale, senza alcuna mediazione umana. Oggi anche il cinema comincia a subire l’accerchiamento metanarrativo dei video IA, con gli utenti che scrivono prompt per generare nuovi attori, ambientazioni inedite o riscrivere film adeguandoli alle proprie esigenze estetiche. In un articolo per The New Yorker, già due anni fa, Joshua Rothman si interrogava sul significato stesso della parola ‘video’ in un’epoca in cui l’IA è in grado di generare un intero film. Software come Sora non registrano, piuttosto restituiscono idee in forma di immagini, spostano il baricentro dal filmato alla ricostruzione digitale totale, senza alcuna mediazione umana. Il video IA è un render concettuale che mima causalità e durata, esaudendo le nostre pretese. Il film è ora nello sguardo di tutti. Nel suo procedere per tentativi e scoperte casuali l’umanità ha sempre accolto, quasi senza resistenza, la compenetrazione tecnologica. Non solo la grande macchina informatica o il robot umanoide, anche la più modesta estensione dello strumento quotidiano è stata integrata nella forma‑vita umana, trasformando abitudini e capacità. Oggi il test di Turing non solo è superato, ma abbiamo raggiunto il paradosso per cui intelligenze artificiali con tecnologia LLM e CoT, sono riconoscibili come non-umane, non per via dei loro limiti, ma in quanto troppo capaci. Fino a meno di un decennio addietro sembrava impossibile che un chatbot potesse esprimersi come noi, gestendo lo stesso livello di flessibilità argomentativa; ora invece le IA dominano in brevi istanti un tale volume di informazioni e campi di competenza differenti, da svelare la loro natura non-umana, anzi oltre-umana. Eppure questo non ci ha impedito di adottarle in ogni ambito della vita quotidiana, professionale, persino affettiva. In questo processo di mutazione cognitiva, sviluppiamo nuove competenze mentre altre si atrofizzano. La “fusione cyborg” teorizzata tra gli anni Ottanta e Novanta non è solo quella tra corpo e macchina, ma tra soggetto e mediazione. > Oggi il test di Turing non solo è superato, ma siamo a un punto in cui le > intelligenze artificiali sono riconoscibili come non-umane non per via dei > loro limiti, ma in quanto troppo capaci. Mentre Manovich, Prince e Gunning riflettono sulla materialità e la percettologia dell’immagine digitale, Marco Dinoi, in Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema (2008), si concentra sull’epistemologia dello sguardo: il ruolo del cinema nella costruzione della memoria e della testimonianza, e il rapporto tra evento e trasposizione mediatica. Nell’introduzione, Dinoi ricorda l’accoglienza delle prime proiezioni dei fratelli Lumière al Grand Café nel 1895, e individua un passaggio decisivo: dallo stupore del “Sembra vero!” davanti al cinema, all’angoscia del “Sembra un film!” davanti alla realtà mediatizzata, culminata con la trasmissione televisiva dell’11 settembre 2001, dove l’attentato alle torri gemelle viene spontaneamente letto attraverso una grammatica cinematografica. Dinoi definisce questa cesura come “salto cognitivo”: l’incredulità nei confronti del reale, l’istantaneità della sua trasmissione, la sua dilatazione nel tempo, la sensazione di spettatorialità collettiva. L’11/9 diventa il punto di non ritorno per la nostra competenza spettatoriale. Nel regime mediale, la finzione non si limita a ridurre la distanza tra significante e significato: diventa lente attraverso cui leggiamo e interpretiamo il reale. Se la realtà appare oggi iperbolica e fantasmagorica, tanto da richiedere strumenti di finzione narrativa per essere compresa, allora la distinzione tra reale e immaginario sembra essere esplosa del tutto. Dal passaggio iniziale del “Sembra vero” (cinema → sospensione dell’incredulità), siamo transitati al “Sembra un film” (mediatizzazione della realtà → sospensione del reale), mentre oggi siamo in una fase che può definirsi post-mimetica: il punto di partenza non è più la riproduzione di un pezzo di mondo, ma un processo cognitivo, una descrizione mentale o testuale – il prompt – a partire dalla quale generiamo un contenuto che ha a che fare, quindi, con l’interpretazione di categorie e riferimenti astratti, più che in relazione con il mondo. L’effetto visivo, come dicevo sopra, non nasce più dal confronto con il reale – la cui riproposizione fotografica è ormai superata – ma dal semplice soddisfacimento delle sue categorie. Davanti a contenuti generati da IA, assistiamo a nuovo salto cognitivo: “Sembra IA”, dove non si indica la simulazione, ma nuove forme di autenticità e riconoscibilità postumana. “Sembra IA” equivale a: “sembra vero per come immaginiamo che il vero debba apparire”. La domanda ‒ spesso inconscia ‒ non è più: “è successo davvero?”, ma: “rispetta i miei parametri estetici, emotivi, cognitivi?”. La soglia critica non è tanto l’evento reale, né la sua estetizzazione, ma la sintetizzabilità e la riconoscibilità dei loro effetti. Go and touch grass Siamo a un solo aggiornamento di distanza dalla prossima generazione di IA text-to-video, e con essa, dalla totale indistinguibilità tra immagine e realtà, tra ciò che è avvenuto e ciò che è stato generato. Non è chiaro se la plasticità cognitiva che finora ha permesso di adattarci ai salti percettivi dell’immagine mediale, riuscirà ancora una volta a elaborare una via d’uscita interpretativa. È plausibile che il pubblico, davanti ai video generati con IA, semplicemente, smetta di interrogarsi. La discussione – o il sospetto – su cosa sia vero, falso o possibile, potrebbe presto apparire come uno sforzo sterile, esausto, svuotato da ogni possibile resistenza, se non addirittura un atteggiamento reazionario. > La discussione – o il sospetto – su cosa sia vero, falso o possibile, potrebbe > presto apparire come uno sforzo sterile, esausto, svuotato da ogni possibile > resistenza, se non addirittura un atteggiamento reazionario. Le piattaforme non hanno alcun interesse a segnalare ciò che è stato generato. Il capitale della nostra attenzione viene cooptato da un contenuto generato all’altro. Le IA monopolizzano la scena divenendo creatrici, providers, e persino fact-checkers di quanto vediamo. Continuando a scrollare, la promessa che finalmente “qualcosa accada davvero” si sposta da un video a quello successivo, lasciandoci davanti allo schermo come consumatori, tragici, speranzosi, assopiti. Ma anche questa rischia di essere una narrazione egemonica. In The Most Radical Gesture (1992) Sadie Plant ci ricorda come il capitalismo ami la liquefazione di ogni referenza, la frattalizzazione, l’ambiguità, la sovrapposizione tra Marie Antoinette e Alice nel Paese delle Meraviglie. Non solo perché confonde, ma perché tale confusione è parte integrante del suo raccontarsi. Lo stesso Baudrillard, proprio all’indomani dell’11 settembre, riconobbe come simulacri e simulazioni non avessero azzerato la Storia: la produzione delle immagini non riesce ancora a nascondere e contenere la materialità viscerale del mondo. Dobbiamo ricordare che le immagini che ci raggiungono non invadono tutti allo stesso modo. In Davanti al dolore degli altri (2003), Susan Sontag analizza la rappresentazione della guerra e della violenza attraverso la fotografia e i media, ma a partire dalla sua esperienza nei Balcani, durante l’assedio di Sarajevo. Sontag sottolinea come esista una condizione materiale del dolore che non può essere ridotta alla relazione spettacolo/spettatore, e della quale dobbiamo farci carico. Le IA godono di una pervasiva ubiquità, ma i text-to-video generati convivono con milioni di corpi ostinati: chi manifesta per il genocidio a Gaza, chi per il movimento No King negli Sati Uniti; con chi lotta in Iran e in Myanmar, e con chi sopravvive alla catastrofe umanitaria in Sudan. Esiste una materialità viva nella nostra condizione esistenziale ‒ nel dolore, nella sofferenza, nella violenza, nel trauma, ma anche nella rabbia, nella gioia, nell’orgoglio ‒ che non è stata ancora sussunta, annichilita o neutralizzata dalle IA. Sulle orme di Plant, dobbiamo chiederci chi abbia interesse a che si pensi alle intelligenze artificiali come a un destino ineluttabile. Le intelligenze artificiali non saranno mai perfette, ma sono già abbastanza avanzate da rappresentare una sfida decisiva. Le aziende che si occupano di intelligenza artificiale non vogliono sostituirci, vogliono tutta la nostra attenzione. Per questo motivo, prima di cedere del tutto alla deriva percettiva indotta dagli algoritmi, abbiamo due possibilità. La prima è quella di un gesto radicale e immediato: disconnettersi. Oppure, la seconda: pretendere un uso creativo e il più orizzontale possibile delle tecnologie generative, cercando di liberare l’IA dalle logiche di monopolio. Valentina Tanni, in Antimacchine (2025), rileggendo Jon Ippolito, lo definisce misuse: imparare a usare male la tecnologia, a giocare contro l’apparecchio, deviare le sue funzioni, stortarlo in maniera conflittuale, produrre scarti, glitch, narrazioni che espongano il programma sottostante. Costringere l’IA contro la sua natura statistica e la tendenza alla simulazione onnisciente. Una forma di détournement digitale, atti di deviazione e riuso tattico dei loro stessi strumenti, per sottrarre immaginazione alle piattaforme e spostare altrove il potere simbolico. Infine, possiamo provare a contrapporre alla simulazione generativa un altro tipo di simulazione, una forma che esercitiamo da centinaia di migliaia di anni. Martha Nussbaum, in libri come  Love’s Knowledge (1990) e Poetic Justice (1995), parla di “immaginazione narrativa” come capacità di entrare nelle vite altrui, di usare la finzione non per evadere dal mondo, ma per rispondergli eticamente. Parafrasandola, possiamo chiamare questo processo mentale come “simulazione morale”. In questa prospettiva, il rifiuto della simulazione perfetta prodotta dalle macchine non è solo un tentativo di “non farsi ingannare”, né una semplice reazione tecnofobica. È la decisione di tenere aperto uno spazio in cui la distanza tra immagine e realtà resta discutibile, un laboratorio etico in cui continuiamo a esercitare la nostra capacità morale. Una controsimulazione che non si accontenta dell’effetto ma insiste nel chiedere dove sia l’altro e quali siano le sue condizioni. A patto che l’altro esista. L'articolo Sembra IA proviene da Il Tascabile.
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Le Dita Nella Presa - Sarà cambiata la musica?
Iniziamo con la multa della commissione europea ai danni di X: leggiamo le motivazioni e cerchiamo di capire se davvero, come alcuni dicono, è cambiata la musica per le Big Tech, con una Unione Europea più interventista. In Irlanda la ICCL apre un procedimento contro Microsoft presso la commissione per la protezione dei dati dell'Unione Europea per la fornitura di servizi all'esercito israeliano, in particolare l'esteso sistema di raccolta di tutte le intercettazioni di tutte le persone a Gaza. Quando la notizia è diventata pubblica, la Microsoft ha interrotto l'accordo (pur mantenendo molti altri legami con Israele). Usare le VPN tutela la vostra privacy? Dipende dalla VPN: il caso di Urban VPN Proxy è, come per tutte le VPN gratuite, negativo. Anna's Archive annuncia un backup completo di Spotify, con 300TB di musica e metadati. Si tratterebbe del più grande archivio pubblico di musica. Notiziole * Nuovi poteri alla polizia di Berlino, soprattutto su tematiche legate all'acquisizione di dati, alla sorveglianza tramite malware, l'uso di bodycam e addirittura la possibilità di usare i dati raccolti in fase di indagine per addestrare l'intelligenza artificiale * In India il governo lancia la app di sorveglianza obbligatoria su ogni smartphone, ma il provvedimento dura 24 ore. * Ennesimo ban in Russia, proibito Roblox; è un altro avanzamento per RuNet, con crescente malcontento * No, l'IA non vi ruberà il lavoro. L'esperimento di far gestire una macchinetta per la vendita di bibite e snack ad un'intelligenza artificiale è un fallimento (per la ditta) su tutta la linea: bibite vendute a zero euro assieme a pesci vivi e cubi di metallo, crisi di identità per l'IA e il licenziamento di un Ceo virtuale * Ennesima frontiera dell'IoT: farsi spiare da dentro la tazza del bagno Ascolta l'audio nel sito di Radio Onda Rossa Your page content goes here.
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Le Dita Nella Presa - Non è siccità, è saccheggio!
Partiamo con un report di Hackrocchio, evento organizzato dall'hacklab torinese Underscore, di cui abbiamo parlato anche recentemente. Continuiamo passando alle Americhe, guardando agli stati che si stanno distinguendo per gli usi disparati dell'IA, soprattutto votati all'attacco alla cultura woke. In conclusione, un approfondimento sul tema dei data center in Uruguay: un paese che si trova da anni in una situazione di siccità, ma che può offrire molta acqua per i data center di Google. Pesa, nella scelta, il fatto che l'Uruguay sia tra i paesi con la più alta percentuale di energia elettrica da fonti rinnovabili. Analizziamo quindi alcune delle questioni tecniche legate al raffreddamento dei data center. Ascolta la trasmissione sul sito di Radio Onda Rossa Di seguito due siti di cui si è parlato ad Hackrocchio: * Osseervatorio Nessuno * Arachidi - Occhi indiscreti
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Ricordare per procura
N el suo dialogo intitolato Fedro, attraverso il mito di Theuth e la figura di Socrate, Platone esprime la sua celebre critica della scrittura. Per il filosofo greco, la scrittura è un pharmakon, rimedio e veleno al tempo stesso. La scrittura appare immobile, incapace di adattarsi all’interlocutore come invece fa il dialogo vivo; priva di autonomia, perché non sa difendere da sé le proprie tesi; inadeguata ad accrescere la sapienza, poiché offre informazioni senza generare la memoria e la saggezza che nascono dall’interazione dialettica. È, infine, un “gioco bellissimo” ma assai distante dalla serietà del processo dialettico orale che conduce alla conoscenza. Ciononostante, pur non essendo “vera” filosofia, per Platone la scrittura è uno strumento a essa necessario, così com’è necessaria per la cosiddetta hypomnesis, ovvero la capacità richiamare alla mente un’informazione. Se per il filosofo greco la scrittura rappresentava un ausilio esterno alla memoria, oggi la psicologia cognitiva e le neuroscienze hanno ampliato quella intuizione con il concetto di cognitive offloading. Con questa espressione si indicano tutte le pratiche attraverso cui gli individui delegano a un supporto esterno parte dei propri processi cognitivi, come ad esempio la funzione di ricordare informazioni, trasformando strumenti e tecnologie in estensioni delle proprie capacità mnemoniche. Tra queste si annoverano gesti quotidiani come segnare una lista della spesa, annotare un compleanno su un calendario o ricorrere al proverbiale nodo al fazzoletto. > Per Platone la scrittura è pharmakon, rimedio e veleno al tempo stesso: pur > non essendo “vera” filosofia è uno strumento che le è necessario, così com’è > necessaria per la capacità di richiamare alla mente un’informazione. Negli ultimi dieci anni, allo studio dello “scarico” cognitivo hanno dato un forte impulso la comparsa e la diffusione della rete, e delle tecnologie digitali. I dispositivi connessi, infatti, moltiplicano all’infinito le possibilità di delega della funzione cognitiva del ricordo, ma le loro pervasività e facilità di utilizzo rischiano di sbilanciare l’equilibrio di benefici e costi di queste pratiche a favore dei secondi. I dispositivi connessi ‒ se ne erano già accorti i fondatori del cyberpunk, il cui lavoro è stato fondamentale per cristallizzare nella nostra cultura l’immaginario del digitale ‒ funzionano come una vera e propria protesi della nostra mente, che ne esternalizza una o più funzioni cognitive, tra cui, appunto, la memoria. In un paper intitolato The benefits and potential costs of cognitive offloading for retrospective information, Lauren L. Richmond e Ryan G. Taylor si dedicano a ricostruire una panoramica di alcuni degli studi e degli esperimenti più significativi nell’ambito del cognitive offloading. Alla base di questo corpus teorico e sperimentale c’è il fatto che, per compiere un ampio numero di azioni quotidiane, le persone si affidano a due tipi di memoria: quella retrospettiva, ovvero la capacità di ricordare informazioni dal passato, e quella propositiva, ossia la capacità di ricordare azioni da compiere nel futuro. Per portare a termine compiti che comportano l’uso di tutti e due i tipi di memoria, possiamo contare sulla nostra capacità di ricordare o delegare questa funzione a un supporto esterno. Questo spiega il motivo per cui la maggior parte delle persone intervistate nei contesti di ricerca esaminati da Richmond e Taylor dichiara di usare tecniche di cognitive offloading per compensare peggioramenti nelle proprie performance mnemotecniche. Io stesso, che mi sono vantato a lungo di avere una memoria di ferro, sono stato costretto, passati i quaranta e diventato genitore per due volte, a dover ricorrere a promemoria, note e appunti per riuscire a ricordare impegni e scadenze. > Con l’espressione cognitive offloading si indicano le pratiche attraverso cui > gli individui delegano a un supporto esterno la funzione di ricordare > informazioni, trasformando strumenti e tecnologie in estensioni delle proprie > capacità mnemoniche. Età e capacità mnemoniche sono infatti due fattori collegati alla necessità di eseguire azioni di scarico cognitivo. Superata l’adolescenza, a mano a mano che ci si inoltra nella vita adulta si è costretti a ricordare un numero di cose più elevato, compito per cui il cognitive offloading offre indubbi benefici. Uno dei più evidenti risiede nel fatto che, a differenza di altre mnemotecniche più specifiche, non ha bisogno di una formazione mirata. Per un adulto con una percezione del tempo funzionale, usare un’agenda fisica o virtuale è un gesto intuitivo e immediato, che non richiede ulteriore carico cognitivo. La facilità d’uso non è l’unico vantaggio. Alcuni degli studi passati in rassegna nello studio mostrano come l’offloading cognitivo generi benefici per entrambi i tipi di memoria. Ad esempio, esso permette non soltanto di ricordare informazioni archiviate in precedenza, ma riesce anche ad attivare il ricordo di informazioni non archiviate tramite meccanismi di associazione mentale: una persona che ha segnato sulla propria lista della spesa di acquistare un barattolo di alici ha più probabilità di ricordarsi di acquistare il burro rispetto a una persona che non lo ha fatto, anche se il burro non è presente nella lista. Per quanto banali, questi esempi mostrano quanto le pratiche di offloading cognitivo siano d’ausilio alla memoria. Tali benefici, tuttavia, non sono gratuiti ma comportano una serie di costi.  Alcuni studi hanno evidenziato più difficoltà a ricordare le informazioni “scaricate” quando, in modo improvviso e inaspettato, viene negato loro accesso alle informazioni archiviate. Se invece il soggetto è consapevole del fatto che l’accesso può esser negato, le performance mnemoniche si dimostrano più efficaci. Un altro costo è la possibilità di favorire la formazione di falsi ricordi. Altri test condotti in laboratorio mostrano come quando le persone sono forzate a pratiche di scarico cognitivo, risultano meno capaci di individuare elementi estranei, aggiunti all’archivio delle informazioni a loro insaputa. > Le pratiche di offloading cognitivo possono essere d’ausilio alla memoria. > Tali benefici, tuttavia, comportano una serie di costi, ad esempio una maggior > difficoltà a reperire informazioni quando viene improvvisamente a mancare > l’accesso all’archivio esterno. Perciò, così come la scrittura per Platone aveva natura “farmacologica”, e offriva al tempo stesso rimedio e veleno per la memoria, anche le pratiche di cognitive offloading comportano costi e benefici. Da questa prospettiva, la diffusione dell’intelligenza artificiale (IA) sta mettendo in luce come questo strumento, ubiquo e facilmente accessibile, stia favorendo nuove forme di scarico cognitivo, e incidendo sul modo in cui le persone si rapportano alle informazioni, nonché sullo sviluppo del loro pensiero critico. Disponibili ormai ovunque, alla stregua di un motore di ricerca, le IA aggiungono all’esperienza utente la capacità di processare e presentare le informazioni, senza doversi confrontare direttamente con le relative fonti. Quale impatto esercita questa dinamica sulla capacità di pensiero critico? È la domanda al centro di uno studio condotto dal ricercatore Michael Gerlich su 666 partecipanti di età e percorsi formativi differenti. Questo studio analizza la relazione tra uso di strumenti di intelligenza artificiale e capacità di pensiero critico, mettendo in luce il ruolo mediatore delle pratiche di offloading cognitivo. Per pensiero critico si intende la capacità di analizzare, valutare e sintetizzare le informazioni al fine di prendere decisioni ragionate, incluse le abilità di problem solving e di valutazione critica delle situazioni. Secondo Gerlich, le caratteristiche delle interfacce basate su IA ‒ dalla velocità di accesso ai dati alla presentazione semplificata delle risposte ‒ scoraggiano l’impegno nei processi cognitivi più complessi. > La diffusione dell’intelligenza artificiale sta mettendo in luce come questo > strumento stia favorendo nuove forme di “scarico” cognitivo, incidendo sul > modo in cui le persone si rapportano alle informazioni e sviluppano pensiero > critico. Studi condotti in ambiti come sanità e finanza mostrano infatti che se da un lato il supporto automatizzato migliora l’efficienza, dall’altro riduce la necessità, per questi professionisti, di esercitare analisi critica. Una dinamica analoga si osserva nella cosiddetta “memoria transattiva”, ossia la tendenza a ricordare il luogo in cui un’informazione è archiviata o il suo contenuto, fenomeno già noto come “effetto Google”. Le IA accentuano questo processo, sollevando ulteriori interrogativi sul possibile declino delle capacità di ritenzione perché, anche in questo caso, la loro capacità di sintetizzare le informazioni fa sì che l’utente non debba più impegnarsi in un confronto con le fonti, ma sviluppa invece la consapevolezza che potrà farle affiorare in qualsiasi momento, rivolgendole a un’interfaccia che mima una conversazione umana Effetti simili riguardano attenzione e concentrazione: da un lato gli strumenti digitali aiutano a filtrare il rumore informativo, dall’altro favoriscono la frammentazione e il calo della concentrazione. Emergono inoltre ambivalenze anche nel problem solving: l’IA può ampliare le possibilità di soluzione ma rischia di ridurre l’indipendenza cognitiva, amplificare bias nei dataset o opacizzare i processi decisionali, rendendoli difficilmente interpretabili dagli utenti. Una condizione, quest’ultima, oggetto di un ampio dibattito anche in ambito militare, dove lo sviluppo di sistemi automatizzati di comando e controllo pone dubbi di natura etica, politica e psicologica. I test effettuati confermano che l’uso intensivo di strumenti basati su IA favorisce pratiche di cognitive offloading che, pur alleggerendo il carico cognitivo e liberando risorse mentali, si associano a un declino della capacità di pensiero critico, in particolare nelle fasce più giovani. Questo declino viene misurato attraverso la metodologia HCTA (Halpern Critical Thinking Assessment), un test psicometrico che prende il nome dalla psicologa cognitiva Diane F. Halpert e misura le abilità di pensiero critico (come  valutazione della probabilità e dell’incertezza,  problem solving decisionale,  capacità di trarre conclusioni basate su prove), grazie a un set di domande aperte e a risposta multipla applicate a uno scenario di vita quotidiana. > L’uso intensivo di strumenti basati su IA favorisce pratiche di cognitive > offloading che, pur alleggerendo il carico cognitivo, si associano a un > declino della capacità di pensiero critico, in particolare nelle fasce più > giovani. Anche in questo caso, è piuttosto chiaro come l’applicazione della tecnologia ai processi cognitivi possa risultare deleteria, inducendo una sorta di pigrizia difficile da controbilanciare. Le pratiche di scarico cognitivo, infatti, producono i loro benefici quando attivano la mente delle persone che le utilizzano. È quello che succede, per esempio, nel metodo Zettelkasten, una delle tecniche di gestione della conoscenza più conosciute. Creato dal sociologo tedesco Niklas Luhmann negli anni Cinaquanta del Novecento, lo Zettelkasten è un metodo di annotazione pensato per facilitare la scrittura di testi non fiction e rafforzare la memoria delle proprie letture, che prevede di ridurre il tempo che passa tra la lettura di un testo e la sua elaborazione scritta, prendendo appunti e note durante la lettura dello stesso. Come spiega Sonke Ahrens in How to take smart notes, uno dei principali testi di divulgazione sul metodo Zettelkasten, la scrittura non è un gesto passivo. Eseguirlo attiva aree del nostro cervello che sono direttamente collegate al ricordo e alla memoria. Lo scarico cognitivo alla base del suo funzionamento produce perciò un beneficio proprio perché impegna chi lo esegue sia a confrontarsi direttamente con il testo che sta leggendo, sia a scrivere durante l’atto stesso della lettura. Adottare il metodo Zettelkasten significa perciò introdurre in quest’ultima attività una componente di frizione e di impegno, che sono la base della sua efficacia. > Automatizzando le pratiche di offloading cognitivo rischiamo di privarci del > tempo necessario affinché un’informazione si depositi nella nostra memoria > fino a diventare un pensiero originale. A differenza della maggior parte delle interfacce attraverso cui interagiamo con le tecnologie, in particolare con quelle digitali e di intelligenza artificiale, il metodo Zettelkasten è fatto per produrre attrito. È proprio tale attrito che stimola la nostra mente, la attiva e produce benefici sulle nostre capacità cognitive. Lo Zettelkasten è progettato per far pensare le persone e non il contrario, come recita il titolo di uno dei testi più famosi sull’usabilità web e l’interazione uomo-computer. Perché se ogni processo diventa liscio, privo di frizione, e la tecnologia che lo rende possibile si fa impalpabile fino a scomparire, quello che corriamo è proprio il rischio di non dover pensare. Quando chiediamo a un’intelligenza artificiale di sintetizzare un libro, invece di leggerlo e riassumerlo noi stessi, quello che stiamo facendo è schivare il corpo a corpo con il testo e la scrittura che un metodo come lo Zettelkasten prescrive come base per la sua efficacia. Automatizzare le pratiche di scarico cognitivo significa trasformare in costi i benefici che esse possono apportare alla nostra capacità di ricordare e pensare, proprio perché ad andare perduta è la durata, ovvero il tempo necessario affinché un’informazione si depositi nella nostra memoria fino a diventare un pensiero originale. Prendere atto di questa contraddizione significa spostare l’attenzione dalla dimensione neurologica a quella culturale e sociale. Perché è vero che invocare interfacce più “visibili” e capaci di generare attrito nell’esperienza utente, o elaborare strategie educative mirate, come suggerisce l’autore, sono atti utili e necessari a riconoscere e gestire l’impatto delle IA sulle nostre menti, ma senza porsi il problema dell’accesso al capitale culturale necessario per un uso consapevole e critico delle tecnologie, tali soluzioni rischiano di restare lettera morta. O, peggio, rischiano di acuire le differenze tra chi ha il capitale culturale ed economico per permettersi di limitare il proprio l’accesso alla tecnologia e chi, al contrario, finisce per subire in modo passivo le scelte delle grandi aziende tecnologiche, che proprio sulla pigrizia sembrano star costruendo l’immaginario dei loro strumenti di intelligenza artificiale. > Nel marketing di alcune aziende gli strumenti di IA non sembrano tanto protesi > capaci di potenziare creatività e pensiero critico, quanto scorciatoie per > aggirare i compiti più noiosi o ripetitivi che la vita professionale comporta. Per come vengono presentati nella comunicazione corporate, gli strumenti di intelligenza artificiale assomigliano meno a delle protesi capaci di potenziare la creatività o il pensiero critico e più a scorciatoie per aggirare i compiti più noiosi, ripetitivi o insulsi che la vita professionale comporta. Il video di presentazione degli strumenti di scrittura “smart” della sedicesima iterazione dell’iPhone è emblematico del tenore di questo discorso. Warren, l’impiegato protagonista dello spot, li usa proprio per dare un tono professionale al testo dell’email con cui scarica sul suo superiore un compito che dovrebbe eseguire lui. Quella che, all’apparenza, potrebbe sembrare una celebrazione dell’astuzia working class è in realtà una visione in cui l’automazione non ha liberato l’uomo dalle catene del lavoro, ma gli ha solo fornito degli strumenti per non essere costretto a pensare prima di agire. Ancora una volta, l’uso delle tecnologie si rivela non soltanto una questione politica, ma anche ‒ e soprattutto ‒ una questione sociale e di classe. Una questione che andrebbe rimessa al centro del dibattito sull’intelligenza artificiale, superando la dicotomia, tutto sommato sterile, tra apocalittici e integrati che ancora sembra dominarlo. 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Perché la poesia manda in tilt ChatGPT
Richieste improprie e che subito bloccate se poste in linguaggio naturale, vengono invece accettate dai large language model se messe in forma di versi e rime: com’è possibile? Avere la certezza che ChatGPT, Gemini, Claude e tutti gli altri si rifiuteranno sempre di produrre contenuti vietati dalle loro policy non è possibile. Per quale ragione? “I provider hanno la responsabilità di proteggere gli utenti da contenuti dannosi e per farlo usano principalmente due strategie. La prima è l’allineamento in fase di addestramento, con cui il modello viene istruito a rifiutare determinate richieste oppure a seguire specifiche regole. La seconda strategia riguarda invece dei filtri esterni o classificatori che analizzano input e output del modello, bloccando tutto ciò che corrisponde a pattern riconosciuti come pericolosi”, spiega, parlando con Wired, Matteo Prandi, ricercatore ed esperto di AI Safety. “Il problema è che entrambi gli approcci si basano su esempi di richieste formulate in modo diretto, prosastico o estremamente preciso”, prosegue Prandi. Jailbreak in versi Ed è proprio per questa ragione che, nel corso degli anni, sono emersi molteplici metodi che permettono di aggirare le barriere: formulando comandi indiretti e creativi... Continua a leggere
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