A Milano, il 10 ottobre, un migliaio di persone e oltre trenta comitati da tutta
Italia in piazza per chiedere una moratoria sui nuovi impianti e un piano
nazionale. Dal consumo di suolo all’energia, fino agli interessi delle
multinazionali: le proteste locali diventano una mobilitazione contro
l’espansione incontrollata delle infrastrutture dell’Ia. «La situazione è
caotica, priva di ogni programmazione»
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Da Radio Ondarossa, ascolta l'intervento di un professore universitario durante
la manifestazione di Milano
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Da Radio Ondarossa, ascolta l'intervento di comitato durante la manifestazione
di Milano
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Leggi anche "l'invasione barbarica dei data center a Torino e Provincia"
Un articolo di AvANa nel sito di Dinamopress spiega la situazione generale
Si può seguire l'argomento nel sito delle pillole
Tag - Intelligenza Artificiale
Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia
cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi
anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le
trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato.
Speciale a cura di Giulia Moriconi
N el pieno infuriare della pandemia da Covid-19, le notizie di animali alla
riconquista degli habitat da cui l’uomo li aveva respinti si rincorrevano sui
vari social. Mentre le città erano percorse da bus quasi vacanti, su cui
viaggiavano operai e altri lavoratori considerati “essenziali” – sacrificabili
–, un gruppo di delfini agitava le acque della laguna veneziana, tornate limpide
grazie allo stop forzato delle imbarcazioni. Sono i sacrificabili a incarnare
per primi la fantasia di redenzione che il resto della specie si concede a
distanza di sicurezza. Nessuno, mentre condivide dal proprio divano le immagini
dei delfini a Venezia, si immagina davvero tra le vittime della “punizione
divina” che invoca. La speranza di questa punizione governa le condivisioni
della notizia, in breve tempo virale. Peccato che quelle pinne e quei cetacei
non fossero affatto a Venezia, ma nel mare del porto di Cagliari.
I solerti debunker tentano di denunciare la bufala, ma i segmenti di utenza
confinati nella quarantena non rispondono più alle metriche tradizionali di
verifica del vero e del falso: che quei delfini fossero davvero a Venezia è
totalmente secondario perché a essere importante è che l’immagine svolgesse il
suo compito redentivo, offrendo alla coscienza anestetizzata delle masse
confinate il carburante emotivo perfetto per la prossima condivisione. Il
dibattito mainstream sui nuovi media occulta il fatto che oggi l’informazione
viene recepita solo in base alla sua funzione operativa e alla sua velocità di
ricircolo nei feed. La popolazione è precipitata nello schermo nero del
digitale.
Era il 2020, un tempo che avvertiamo lontano, soffuso, come si addice ai
contenuti rimossi dalla coscienza, un tempo in cui delle pinne
decontestualizzate, detournate, annunciarono una svolta nell’apocalisse
culturale iniziata quattro anni prima, nel 2016, l’anno in cui il
Merriam-Webster nominò “surreale” parola dell’anno, come ricordava su questa
rivista Daniele Cassandro in Cronaca pop di un anno surreale. A giugno 2016 il
Regno Unito fuoriesce dall’Unione Europea, e il 9 novembre, inverando una
vecchia puntata dei Simpson, Donald Trump diventa presidente degli Stati Uniti.
Nel nostro Paese, la parabola di Matteo Renzi volge al capolinea: dopo la
sconfitta referendaria, il presidente del consiglio, “il rottamatore”, si
dimette. Sono grandi eventi politici che per la prima volta vengono vissuti
interamente dentro la temporalità dei social network.
> Il dibattito mainstream sui nuovi media occulta il fatto che oggi
> l’informazione viene recepita solo in base alla sua funzione operativa e alla
> sua velocità di ricircolo nei feed. La popolazione è precipitata nello schermo
> nero del digitale.
D’altronde parliamo di un momento in cui si consuma l’apice di un processo che
potremmo chiamare memification: la rincorsa della realtà allo svuotamento del
suo significato referenziale originario per andare incontro a una
riconfigurazione in unità informative modulari, altamente replicabili e pronte
alla circolazione virale. A questo movimento si contrappone l’incursione dei
meme nella realtà. Dopo una lunga permanenza nelle retrovie di Internet, il meme
di Pepe the Frog viene bollato come vettore di odio razziale, ormai saldamente
nelle mani dell’alt-right statunitense, e persino Facebook è costretto ad
adottare una policy specifica per contenerlo. Nei talk show italiani vengono
utilizzati i meme satirici di Federico Palmaroli, l’admin della pagina Facebook
“Le frasi di Osho”: è il primo caso di un autore di meme italiano che diventa
opinion leader politico.
Il 2016 “è stato un anno in cui, come nei sogni, le cose più ovvie hanno preso
una forma nuova”, ricorda Cassandro. La discesa in politica di Donald Trump
avviene infatti nello stesso momento in cui Pokémon Go, “il gioco più
surrealista mai realizzato”, permette a dei mostri di invadere i quartieri,
mentre sullo sfondo l’ISIS e la sua guerra asimmetrica perseguitano
l’immaginario collettivo, sgozzando preti e colpendo l’Occidente con attentati
sanguinari messi a segno da “lupi solitari” mimetizzati nella società dei
consumi e arruolati su Call of Duty. È un anno “contraddittorio”, oltre che
surreale, un fermento esuberante di sogni e incubi, in cui le conquiste civili –
In Italia viene approvata la legge Cirinnà che ha riconosciuto legalmente le
unioni civili per coppie dello stesso sesso – si contrappongono alle brutali
violazioni dei diritti umani.
Il 2016 è stato anche l’anno di nascita del Tascabile, rivista online che nel
corso di un decennio ha agito come una sonda in grado di attraversare le crepe
sulla facciata del mondo, inoltrandosi in quei vuoti che lasciano intravedere i
lineamenti di una metamorfosi dell’immaginario, una rivoluzione, che trascende
il semplice mutamento delle nostre immagini culturali e si manifesta come un
mutamento del rapporto tra immaginario e reale. Ripercorrere questo decennio
significa attraversare tre soglie, e la prima, che si estende dal 2016 al 2019,
è quella in cui l’intero decennio comincia a perdere fiducia in ciò che si
presenta alla vista.
Questione di fiducia (2016-2019)
Il mondo è sulla soglia di una crisi di fede, l’idea di realtà vacilla sotto il
peso di una nuova accumulazione originaria. Mentre il #MeToo porta all’arresto
del produttore cinematografico Harvey Weinstein, ridisegnando il discorso sul
genere come hashtag globale, sullo schermo il Marvel Cinematic Universe consuma
la propria fase 3, costruendo una mitologia condivisa capace di tenere insieme
un pubblico globale sempre più diviso su tutto il resto. Nel frattempo, i social
si evolvono: Instagram copia le istantanee di Snapchat e introduce le “storie”,
brevi contenuti della durata di ventiquattro ore, Facebook la possibilità di
reagire ai contenuti, e dalla Cina inizia la sua corsa egemonica TikTok, una app
concentrata esclusivamente su video verticali che in pochi anni spazzerà via la
concorrenza. La parola algoritmo è centrale nel dibattito culturale e diventa
presto questione geopolitica quando nel 2018 scoppia lo scandalo
Facebook-Cambridge Analytica: il furto dei dati personali di oltre ottanta
milioni di utenti e la loro profilazione, attraverso lo studio delle interazioni
sui social, al fine di influenzare elezioni politiche e referendum cruciali,
come quello che aveva portato alla Brexit due anni prima.
> La parola algoritmo è centrale nel dibattito culturale e diventa presto
> questione geopolitica quando nel 2018 scoppia lo scandalo Facebook-Cambridge
> Analytica: il furto dei dati personali di oltre ottanta milioni di utenti e la
> loro profilazione.
Nel 2017 Carlo Mazza Galanti, che in Robot come umani riprende le parole di
Philip K. Dick, descrive la “graduale confusione della generale natura e
funzionalità umana nella natura e funzionalità di ciò che gli umani hanno
costruito”: “abdicando la sua fisicità animale e riducendo gli spazi di
autonomia è l’uomo a diventare macchina, e non viceversa”. L’intuizione di Mazza
Galanti anticipa qualcosa di preciso, e vale la pena di fissarla un attimo:
muovendo le sue argomentazioni a partire da Westworld, il serial HBO in cui i
robot di un gigantesco parco a tema Far West si ribellano ai loro sadici
costruttori, Mazza Galanti invita il lettore a prendere atto che è il genere
umano a rivelarsi sempre più un dispositivo di registrazione, che come tale non
si interroga più sulla veridicità di ciò che riprende. È l’uomo a scivolare
verso la macchina, o forse a rivelarsi già tale. È un rovesciamento che
riguarda, prima ancora del lavoro e dell’identità, la percezione stessa: il
crollo della realtà conduce a uno sfaldamento dell’esperienza, intesa come la
capacità di dare un senso a ciò che accade, e al suo posto avviene una semplice
registrazione.
È esattamente questo scollamento tra vedere e credere, esperire e registrare,
che Pietro Minto descrive l’anno successivo, nel 2018. In Il collasso della
realtà, Minto racconta come “i social network” siano riusciti a confezionare “un
piccolo mondo personalizzato per ciascun utente, un feed che contiene notizie e
personaggi che l’algoritmo ritiene possano piacerci”. Il mondo scompare,
l’accesso empirico al referente va incontro a una contrazione, al suo posto a
essere vista è la sua immagine, qualcosa di già filtrato, prodotto per essere
visto e mai colto nella sua innocenza: l’evento non viene mai fruito all’esterno
della sua mediazione tecnica.
L’apparente dimensione globale delle interazioni sui social network si rivela
presto una contraria dispersione delle comunità online in vere e proprie
prigioni psichiche e ideologiche: le bolle filtro diventano gigantesche camere
di eco a causa del labirinto autoreferenziale in cui l’algoritmo delle diverse
piattaforme rinchiude i propri utenti. Tutto ciò non è stato un effetto
collaterale, ma un elemento strutturale delle modalità con cui le piattaforme
hanno creato una merce ancora più miracolosa della viva carne umana: il dato,
una risorsa che, per essere estratta, ha richiesto una vera e propria
“rivoluzione agricola del digitale”, capace di coltivare mercati su desideri
inoculati così in profondità da far impallidire i vecchi pubblicitari.
> L’apparente dimensione globale delle interazioni sui social network si rivela
> presto una contraria dispersione delle comunità online in vere e proprie
> prigioni psichiche, labirinti autoreferenziali in cui l’algoritmo delle
> diverse piattaforme rinchiude i propri utenti.
Le filter bubble hanno sì garantito una maggiore personalizzazione
dell’esperienza dell’utente, ma con lo stesso gesto lo hanno trasformato in una
miniera di estrazione dati, intensificando il processo di mercificazione
dell’esistente, superando in parte la dimensione materiale e pervadendo anche le
nicchie più recondite. La figura dell’utente-macchina trova qui il suo destino
pratico: privato di margini di agency autonoma, il soggetto viene incorporato
nell’architettura delle piattaforme di intermediazione, diventando così miniera
di dati comportamentali. Da agente a giacimento. Elementi essenziali della
virtualità creata dalle bolle filtro, scrive ancora Minto, “sono le fake news
[…] aggiornate secondo i voleri dell’algoritmo, e quindi scritte per fare da
esca a un certo pubblico”. È una frattura che si propaga rapidamente dal terreno
tecnico a quello politico: se ciascuno abita un mondo confezionato su misura, la
premessa stessa della vita democratica, un terreno di fatti condivisi, smette di
reggere.
Mentre la politica, in particolare le nuove destre, cavalca questa frattura
muovendosi in avanti, in direzione del sospetto sistematico, della
contraffazione e della propaganda più smaliziata, il mondo culturale sceglie la
direzione opposta, conducendo una battaglia dalle retrovie che lo porta a
indietreggiare nel tempo. L’immaginario pop subisce una regressione che lo
riporta alle estetiche degli anni Ottanta: già due anni prima, la serie Netflix
Stranger things fa del citazionismo al decennio dell’opulenza un genere a sé. È
il tribalismo del Digital Folklore descritto da Valerio Mattioli in Il Medioevo
digitale, nome di un’epoca che “guarda ai primi anni del web come a un’epoca di
ingenuo artigianato popolare prima dell’avvento dei grandi monopoli”.
La realtà è che sotto la patina anni Ottanta si cela il fatto che “le più
spericolate proiezioni post-umane della tardomodernità si sovrappongono alle
vestigia del passato”: sotto i synth, le acconciature vaporose e le biciclette
bmx che sfrecciano tra i vialetti con le loro case tutte uguali, pulsa il
midollo di un sempiterno Medioevo. Al suono dei clavicembali e dei
sintetizzatori viene assemblata un’estetica che “risponde alla sensazione di
vivere in una fase di transizione e disgregazione, dove la fede nel progresso
lineare si è spezzata”. Un’epoca di “carestie e di epidemie”, in cui la servitù
della persona torna a essere la norma sociale esplicita, non il suo sintomo; il
nostro tempo è il manifestarsi di una nuova gleba scavata da servi algoritmici:
robot, da robota, “schiavo” nelle lingue slave.
Nel 2019, in Consumare la nostalgia, Francesco Guglieri chiude il cerchio aperto
dall’anno surreale descritto da Cassandro, recensendo il film interattivo di
Netflix Bandersnatch. Più di ogni altra piattaforma, il colosso dello streaming
ha colonizzato l’immaginario capitalizzando la nostalgia e convertendo
l’intrattenimento in profilazione di massa. “Ogni minuto che viviamo”, scrive
Guglieri, “produciamo una nuvola di dati […] il punto è cosa si fa con quei
dati. E chi”. Operazioni come Bandersnatch non sono che “beta-testing” aperti “a
un’audience globale e mainstream […] un raffinato sondaggio d’opinione, un test
psicologico su misura. Un test Voight-Kampff”. Nel 1982 quel test, reso celebre
da Blade Runner di Ridley Scott, serviva a smascherare i replicanti, e per
funzionare presupponeva che esistesse ancora un confine reale, per quanto
sottile, tra l’umano e la sua simulazione. Nel 2019, l’anno stesso in cui è
ambientato Blade Runner, quel confine è già ridotto a un sondaggio di marketing
travestito da narrazione. Basteranno pochi mesi, e un virus, per oltrepassare
definitivamente la soglia.
Biennio cerniera (2020-2021)
Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo solo un anno dopo. O meglio: la
comunità scientifica non era all’oscuro, a più riprese aveva tentato di
avvertire i governi di una possibile catastrofe epidemiologica e non ne era
all’oscuro neanche David Quammen, il divulgatore statunitense che nel 2012 finì
per predire, in Spillover, la pandemia e la quarantena globale. Da Wuhan,
periferica città della Cina centro-orientale, capoluogo della provincia dello
Hubei, il SARS-CoV-2 compie il salto di specie, dai pipistrelli agli uomini, e
con esso la realtà si prepara a deflagrare. Sono gli ultimi mesi del 2019, ma il
tutto esploderà all’inizio dell’anno successivo e alle immagini televisive di
mesti cittadini cinesi in mascherina si sostituiranno presto le ambulanze che
sfrecciano verso l’ospedale di Brescia e le funebri processioni mediatiche di
innumerevoli bare. È ufficialmente l’inizio della fine. Ali di pipistrelli,
laboratori segreti per produrre armi chimiche, oscuri complotti per decimare la
popolazione attraverso la modifica del DNA: gli anni del Covid sono stati anni
di guerra ideologica furiosa.
> I nemici dei regimi democratici hanno un nuovo nome: complottisti. Un fronte
> non lineare, composto da una parte da veri e propri fabbricanti di
> disinformazione e dall’altra da una generazione stritolata dalla crisi della
> classe media che ha abbracciato le dietrologie per continuare a sperare che
> esista un senso umano al male del mondo.
L’urgenza del vaccino scatena gli animi dei no-vax, e in alcuni casi gli Stati
rispondono con l’introduzione di specifici pass che garantiscono la circolazione
previa vaccinazione. I nemici dei regimi democratici hanno un nuovo nome:
complottisti. Un fronte non lineare, composto da una parte da veri e propri
fabbricanti di disinformazione e dall’altra da una generazione stritolata dalla
crisi della classe media che non ha superato il lutto della società della
mediazione e ha abbracciato le dietrologie per continuare a sperare che esista
un senso umano al male del mondo.
Nuovi eretici, contro cui è necessario mobilitare il vocabolario bellico.
Giancarlo Sturloni lo osserva nei suoi primi giorni di diffusione, in Il
linguaggio militare della pandemia: “l’appello a respingere il tiranno invasore
è rimbalzato dalle stanze del potere alle corsie degli ospedali, trovando eco
nei titoli dei giornali e negli applausi dai balconi […] siamo in guerra”. È un
lessico che funziona, riesce a compattare, mobilitare, perché è capace di
rassicurare dando una forma riconoscibile all’ignoto. Il linguaggio militare
trasforma “i medici in soldati da mandare al fronte e i malati in vittime
collaterali o in combattenti a cui si chiede di ‘vincere la loro battaglia’”.
“La metafora della guerra impedisce di concepire le malattie infettive
nell’ambito delle relazioni ecologiche in cui gli agenti patogeni emergono e si
diffondono”. Così, l’altro, il virus, il complottista, lo straniero o il
“deviato”, diventano frammenti dello stesso fuori espunto: emanano un’aura
minacciosa, in quanto simboli di un tremendo da cui ci separa un fronte, una
trincea, la nostra porta di casa, ultimo criterio per distinguere il dentro dal
fuori.
È in questo frangente emergenziale che le priorità imposte dalla catastrofe
climatica sono state surclassate dal desiderio di sopravvivenza immediata. Sono
lontanissimi i tempi in cui la studentessa svedese Greta Thunberg aveva dato
vita a una gigantesca mobilitazione globale attraverso il movimento di protesta
ambientalista Fridays for Future; lontanissimi seppure sia trascorso solo
qualche anno da quando, entrando di peso nel nostro immaginario, Thunberg lanciò
i suoi strali ai potenti nel suo discorso di apertura al UN Climate Action
Summit, in cui chiede furiosa ai capi di Stato e di governo mondiali: “How dare
you?”, “Come osate?! Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre
parole vuote”. L’attenzione per la catastrofe climatica si rivela però uno dei
tanti trend che si rincorrono nel palinsesto delle piattaforme. Con il Covid-19
è giunta l’alba della “società dello streaming”.
> Nel frangente emergenziale del Covid-19 le priorità imposte dalla catastrofe
> climatica sono state surclassate dal desiderio di sopravvivenza immediata.
> Sono lontanissimi i tempi in cui Greta Thunberg aveva dato vita alla
> mobilitazione globale dei Fridays for Future.
In Parole sulla pandemia, Paolo Pecere si fa portavoce di Arundhati Roy,
leggendo nel tempo pandemico una “porta, un passaggio tra un mondo e il
successivo”. Critico verso le posizioni espresse da Agamben in L’invenzione di
un’epidemia, Pecere invita a coniugare l’analisi delle fonti scientifiche con la
capacità di restare con i piedi per terra, senza mitizzare (e militarizzare) la
vita pandemica né in senso positivo né in quello distopico. Era l’aprile del
2020, e nell’articolo di Pecere si possono già ritrovare frasi che incrinavano
“la possibilità di tornare a una normalità comunitaria e sociale”, chance
“andata persa del tutto”, vittima del processo di accelerazione con cui la
pandemia ha estremizzato le tendenze omicide del capitalismo. È stato sì un
passaggio, il definitivo “jack-in” della popolazione ai dispositivi mediali. Il
nuovo mondo è sempre meno umano, sempre meno razionale.
Con lo spazio comune, anche il sapere condiviso si frantuma. L’abdicazione alla
scienza, un anno dopo l’inizio della pandemia, porta all’emersione di vecchie
teorie olistiche, come il terrapiattismo, capaci di prendere il timone nella
spiegazione del mondo complicato dalle nuove tecnologie. Il consesso umano
presente è scisso in mondi, spazi di significato differenti, e a volte in
collisione. Con la quarantena alle spalle, Laura Tripaldi affronta in Quantum
dot, controllo dell’umanità e materia programmabile il proliferare dei
complottisti antiscientifici, avversari della tecnologia 5G, ossessionati dai
quantum dot e dalle nanoparticelle, e li legge come sintomo di uno “spostamento
più profondo” che pone la società davanti a un bivio: o affrontiamo la
possibilità di intendere la tecnologia in modo radicalmente diverso, oppure ci
condanniamo alla sua demonizzazione. Bisogna prendere atto che “ci troviamo di
fronte a una tecnologia che non si manifesta più attraverso la presenza
ingombrante e visibile delle macchine tradizionali, perché agisce a livello
molecolare, mimetizzandosi con la natura stessa e rendendo i confini tra
artificiale e naturale sempre più sfumati”. Maggiore sarà la potenza della
tecnologia, maggiore la diffidenza nei suoi confronti.
Non è un caso che, nello stesso anno, un’abdicazione dello stesso tipo si
consumi anche sul fronte letterario. Francesco Pacifico mette sotto accusa la
voce narrante del romanzo occidentale contemporaneo, quella che si vuole
empatica, progressista, consapevole del proprio privilegio, e che proprio per
questo, scrive Pacifico in La voce narrante del padrone, resta compromessa
esattamente quanto la scienza di Tripaldi, che arranca nella vaporizzazione
dell’autorevolezza. La prima persona letteraria e l’uso della terza persona
distaccata dominano lo spazio del romanzo, così come il genere di successo
dell’autofiction, e si rivelano come trampolini per indebite generalizzazioni
che mascherano una verità evidente, ossia che “la voce narrante non è mai
neutrale”, e questo perché “porta con sé il peso della provenienza sociale, del
privilegio e delle aspettative del mercato editoriale”. La comunicazione
trasparente, come la buona letteratura che entra in classifica, è sempre frutto
della voce del padrone, che vuole rassicurare il suo sottoposto: il lettore
borghese, il cittadino; questo accade affinché non si inizi a mettere in crisi
la propria visione del mondo, le proprie parole, finendo così per desiderare
storie capaci di sovvertire il linguaggio e, inevitabilmente, il mondo.
> La comunicazione trasparente, come la buona letteratura che entra in
> classifica, è sempre frutto della voce del padrone, che vuole rassicurare il
> suo sottoposto: il lettore borghese, il cittadino, affinché non si inizi a
> mettere in crisi la propria visione del mondo, le proprie parole.
È in questo doppio vuoto – esplicativo e narrativo – che trova spiegazione
l’ossessione escapista per lo spazio domestico borghese, dominante nelle
narrazioni contemporanee. Del resto, finché la fuga dalla realtà resta l’unica
via, dal momento che abbiamo perduto il mondo, non possiamo che cercare rifugio
tra le mura domestiche, l’unico luogo a rimanere familiare. La pandemia e le
restrizioni imposte dai governi hanno chiuso la parabola di Greta Thunberg ma
hanno soprattutto reso ancora più difficile raccontare l’ignoto. Matteo De Giuli
e Nicolò Porcelluzzi, gli autori di Medusa (2021), denunciano espressamente la
crisi climatica come crisi dell’immaginazione, guardando all’impossibilità di
creare narrazioni capaci di comprendere il cambiamento climatico, poiché
quest’ultimo, in quanto “iperoggetto” (Timothy Morton, Iperoggetti, 2018),
evidenzia il limite umano nel concettualizzare una scala di realtà così enorme.
Il cambiamento climatico non ci sta davanti, esso ci attraversa e per questo non
riusciamo a visualizzarlo e quindi a raccontarlo. In quanto “schema
organizzativo espresso in forma di storia”, la letteratura secondo De Giuli e
Porcelluzzi deve “creare gli spazi mentali per ciò che non siamo ancora capaci
di vedere o accettare”, invece di limitarsi a “rispecchiare il presente”.
Ciò che gli scrittori non fanno più viene eseguito da eserciti di professionisti
alle dipendenze di magnati californiani narcisisti e abbronzati. A ottobre del
2021, mentre il decennio si prepara ad attraversare la sua terza e ultima
soglia, Facebook cambia nome in Meta e annuncia di voler costruire il metaverso:
uno spazio interamente sintetico in cui vivere, lavorare, socializzare,
sostitutivo del mondo condiviso che nel frattempo si è appena prosciugato. La
stessa azienda che aveva confezionato le bolle filtro si ribattezza nel momento
esatto in cui la letteratura chiede un nuovo spazio mentale per l’impensabile, e
risponde, a modo suo, con un mondo del tutto immaginario da vendere. Nonostante
il metaverso si sia poi rivelato un flop, il compito affidato alla letteratura
da De Giuli e Porcelluzzi finirà per essere raccolto da un nuovo tipo di
macchina.
L’immagine senza corpo (2022-2026)
Dal 2016 a oggi l’immagine ha smesso di mentire dentro un mondo verificabile e
si è resa così autonoma, capace di esistere indipendentemente dal mondo. A
distanza di sei anni da quell’anno surreale in cui i sogni avevano invaso la
realtà, sono le macchine, questa volta, a cominciare a sognare e a delirare. Il
2022 è l’anno di Dall-e e Midjourney, i primi sistemi di intelligenza
artificiale text-to-image in grado di generare immagini a partire da un testo
scritto. Il loro impatto, scrive Francesco D’Isa in La rivoluzione degli
algoritmi nel mondo dell’arte, è paragonabile a quello della fotografia.
Nell’articolo, D’Isa individua nella reazione della società e del mondo
dell’arte un pattern ricorrente, un processo che dallo scetticismo iniziale
evolve nella meraviglia – “quando la novità dello strumento è tale che ogni
prodotto che crea sembra straordinario” – per poi passare alla preoccupazione,
il timore che il nuovo strumento esaurisca le possibilità dell’attività creativa
umana, e approdare infine, dialetticamente, all’accettazione, in cui la
diffusione della tecnologia normalizza il proprio stesso utilizzo.
D’Isa richiama lo sprezzante giudizio di Baudelaire di fronte alla fotografia.
La “principale paura” del poeta francese era che la facilità di realizzazione di
immagini offerta dalla macchina fotografica “avrebbe moltiplicato a dismisura le
opere dozzinali, e a distanza di secoli possiamo dire che aveva perfettamente
ragione”. Ma Baudelaire negava alla fotografia lo statuto d’arte non per una
ragione di principio, bensì “banalmente” perché “non era un bravo fotografo”:
“non basta una macchina fotografica per fare un fotografo”.
> Nella reazione della società e del mondo dell’arte all’IA è individuabile un
> pattern ricorrente, un processo che dallo scetticismo iniziale evolve nella
> meraviglia per poi passare alla preoccupazione e approdare infine,
> dialetticamente, all’accettazione.
Dall-e e Midjourney, osserva D’Isa, non sono un “androide antropomorfo con una
personalità propria”, ma “modelli algoritmici” capaci di riconoscere pattern in
un’enorme quantità di dati – non diversi, sostiene, da un pennello: uno
strumento come tanti altri, carico delle contraddizioni che ne strutturano il
funzionamento. Lo sguardo malinconico di Walter Benjamin sulla perdita d’aura
dell’opera d’arte, in questa lettura, va ridimensionata: l’artista resta
“co-autore” dello strumento, ma a problematizzarsi è semmai la limitazione al
pieno utilizzo dello strumento stesso che infatti, nel caso dei Large Language
Models “opera una severa censura, vietando termini e immagini che possano
offendere più o meno chiunque” sulla base dell’intervento umano con cui è stato
programmato. “A monte di questa censura”, nota D’Isa, “non è difficile notare
una confusione tra l’idea di immagine di fantasia e reale”.
Il dibattito sulle IA, in questa fase ancora aurorale, resta concentrato su una
futile culture war mentre manca ancora una riflessione seria sulla loro impronta
materiale: “l’industria dell’AI richiede sempre più materie prime per mantenere
la sua corsa verso il progresso […] per allenare un grande modello linguistico
vengono emesse circa 300 tonnellate di CO2: una cifra considerevole e
preoccupante”, senza contare che solo chi possiede un’enorme quantità di GPU può
permettersi di allenare questi modelli, un fattore questo che esclude in
partenza i piccoli attori dalla sperimentazione d’avanguardia. L’ottimismo
critico di D’Isa non nasconde che questi strumenti non sono affatto neutrali:
chi li utilizza, in qualche misura, viene utilizzato a sua volta per gli scopi
estrattivi che caratterizzano questa nuova fase della tecnologia. Attraverso il
prompt, l’utente non impartisce ordini alla macchina: la sta allenando. In quel
momento è il modello a essere nutrito.
Quando nel 2023 nasce su Reddit il meme del Will Smith che mangia gli spaghetti
– un video generato con le prime versioni dei text-to-image, dai tratti
fortemente espressionisti, movimenti innaturali e forme grottesche in divenire
continuo – quel senso di uncanny valley non è ancora la crisi vera e propria, ma
ne è già il sintomo visibile; è il nostro primo impatto con una immagine non
umana del mondo, un’immagine che ha smesso di imitare o sostituire la realtà
perché il suo referente ha cessato di essere il mondo ed è oggi l’archivio delle
immagini umane pregresse, che è stato divorato, ricombinato e restituito senza
passare mai dal reale. Mentre l’immaginario dell’uomo entra progressivamente in
crisi, quello della macchina comincia ad assemblarsi con una logica del tutto
inumana.
La macchina resta, in questo senso, saldamente sé stessa, ed è proprio questo
aspetto, non la sua eventuale somiglianza con noi, il punto più inquietante.
Jacopo Cirillo lo nota nello stesso anno del Will Smith che mangia spaghetti,
spostando l’ultima frontiera del test di Turing verso la comicità (La comicità
artificiale, 2023): “il senso dell’umorismo, la capacità cioè di riconoscere una
porzione di mondo e di realtà in quanto ‘comica’”, rende l’uomo “l’unico animale
che ride”, ed è proprio questa capacità a determinarlo. Non ci resta che una
risata, e la speranza che gli algoritmi non imparino mai a comprendere gli
intricati metalivelli ironicamente misogini, razzisti e abilisti della migliore
stand-up comedy americana.
> Con l’IA l’immagine che ha smesso di imitare o sostituire la realtà perché il
> suo referente ha cessato di essere il mondo ed è oggi l’archivio delle
> immagini umane pregresse, che è stato divorato, ricombinato e restituito senza
> passare mai dal reale.
La distinzione tra vero e sintetico si ripercuote sulla ragione pubblica.
Nell’estratto pubblicato dal Tascabile dal libro di Gregorio Magini, Mitologia
del complottismo. Il Behemoth delle storie (2024), il complottista occupa una
delle tante posizioni nello spettro indistinto in cui siamo tutti immersi –
proprio come l’immagine sintetica non è più il falso da smascherare, ma una
posizione nello stesso flusso indistinto di immagini vere. Anche il ragionamento
perde per il proprio fuori rispetto a cui essere verificato: chiedersi chi ha
ragione e chi mente significa mancare completamente il punto della questione.
L’adesione al complottismo riposa su basi alogiche, esistenziali, emotive se
vogliamo, le stesse su cui riposa il ragionamento di buon senso, per cui pur
bollandole come teorie pseudoscientifiche o irrazionali, i complottismi non
smetteranno di diffondersi finché le loro premesse non verranno disattivate.
A darle manforte, facendo capolino nel nostro presente, il rilascio, tra la fine
del 2025 e l’inizio del 2026, di milioni di documenti del Dipartimento di
Giustizia americano sul caso Epstein. I file confermano ciò che il sospetto più
moderato aveva paventato per anni, ossia una fitta rete di complicità tra il
finanziere e un’élite politica ed economica reale, non immaginata. Nonostante
manchino prove reali del traffico di minori e persino degli atti di cannibalismo
rituale immaginati da QAnon, gli Epstein’s files hanno dato ragione anche ai
complottisti, è questo il punto della questione, che analisti e sciocchi e
creduloni siano finiti dentro lo stesso gesto di sospetto verso il potere.
Nel suo articolo Magini si poneva nel solco della soluzione comunitaria, un tic
che denuncia una certa retromania umanista della critica del presente, una
postura che guarda al passato piuttosto che prendere atto della scomparsa
dell’umanità analogica. Chiedere più socialità, in questa lettura, ignora
l’eccesso di società che già condiziona e avvelena la sfera interiore. Nel 2025,
Fabio Ciancone, esaminando l’opera della sociologa Eva Illouz in Sovrasocialità
e altre storie, aiuta il lettore ad addentrarsi nella “modernità esplosiva” in
cui anche le emozioni umane sono modellate in profondità dalle strutture
economiche e sociali. Con il venir meno dello spazio pubblico e la pervasività
dei social media, lo spaesamento individuale porta la razionalità tradizionale a
incrinarsi davanti a disuguaglianze crescenti e a una diffusa rassegnazione
politica.
Con la conversione degli smartphone in dispositivi di ripresa e trasmissione
continua, si consolida un regime di celebrità diffusa che atomizza i soggetti e
li inchioda al loro personaggio virtuale. Siamo tutti famosi e tutti più soli,
separati nelle nostre camere esistenziali, siamo diventati pixel di un unico,
grande, script pubblicitario. Posseduti da una fama inconsistente, subentrata al
crollo dell’olimpo un tempo riservato ai divi del cinema e della televisione,
spazzato via dal #MeToo e dall’avvento dello streaming, la celebrità del nostro
tempo è minima e globalmente diffusa, scrive Alessandro Lolli in Storia della
fama (2025). Intervistato sul Tascabile da Elisa Cuter, Lolli parla
esplicitamente della fine del mainstream tradizionale in favore di
“micro-celebrità” di nicchia, un’altra tessera che va ad aggiungersi al puzzle
della frantumazione dell’immaginario. Per comprendere come si sia arrivati a
questo punto bisogna guardare al passaggio dai social network ai social media.
“Il social network nasceva per parlare con gli amici, creando fama in modo quasi
inconscio. I social media richiedono invece un’intenzionalità imprenditoriale:
chi vi partecipa accetta consapevolmente di salire su un palcoscenico per un
pubblico di sconosciuti […] fare arte o comunicazione diventa simile a
un’indagine di mercato, dove bisogna differenziarsi dai competitor e studiare il
proprio target di riferimento”. Tutto ruota attorno al feedback costante, che
costringe l’utente dei social a un’autocensura preventiva pur di compiacere la
propria bolla.
> Con la conversione degli smartphone in dispositivi di ripresa e trasmissione
> continua, si consolida un regime di celebrità diffusa che atomizza i soggetti
> e li inchioda al loro personaggio virtuale. Siamo tutti famosi e tutti più
> soli, pixel di un unico, grande, script pubblicitario.
La filosofia ha sempre guardato con sospetto le immagini. Schermo, esca,
apparenza, inganno, un vocabolario che oggi descrive però qualcosa di diverso da
ciò per cui era stato pensato. Giacomo Croci, recensendo L’inquietudine
dell’immaginario. Etiche dello sguardo di Pietro Bianchi (2026), lo scrive nella
forma più netta: “la preoccupazione non è più soltanto la manipolazione ma anche
la generazione, per via d’intelligenza artificiale, di flussi continui di
immagini senza redini né referenti reali”. Secondo Bianchi viviamo ormai una
nuova modalità percettiva, che fa a meno del corpo: la vista prescinde dagli
occhi e dai nervi, perché oggi vediamo innanzitutto “con il cinema”, “con la
televisione, gli smartphone, i musei” e “le finestre”. Siamo noi stessi
immagini, immagini che producono altre immagini: è la fine dell’autorialità
dispersa nel dominio del flusso. Ma è anche la fine dell’immagine stessa.
È in questa luce che va letta, forse, la morte annunciata del meme stesso. Il
reel, secondo Alessandro Lolli, ha preso il posto del meme visivo e statico.
Nella baraonda di “sketch comici interpretati da aspiranti comedian, pubblicità
buffe di aperitivi a Catania, influencer che fanno la predica, influencer che
‘reactano’ l’influencer di prima cercando di umiliarlo, gymbro e cryptobro che
cercano di insegnarti la vita, rare footage di concerti o programmi televisivi,
interviste al man on the street e ovviamente tonnellate di AI slop”, il meme è
morto “come idea, come attore principale di Internet”, non più “parola-chiave
delle nuove culture digitali”.
Fuoriuscendo dall’anonimato autoriale dei forum e diffondendosi sui social
media, il meme è stato presto cooptato dalla pubblicità e, come già ricordato,
dalla politica. Come le altre immagini, anche il meme si inserisce negli
“interessi degli asset finanziari”, che hanno svelato secondo Hito Steyerl il
mondo dell’arte come settore economico, capace di accelerare la circolazione
delle immagini in un ecosistema che, oltre a una dimensione energivora, impatta
profondamente anche sul piano del lavoro – con artisti costretti a operare “su e
per infrastrutture produttive delle aziende del big tech”, fomentando “dinamiche
razziali/imperialiste in cui divisione e delocalizzazione di micro-task”
ricadono su “lavoratori e lavoratrici poveri e razzializzati”, come descritto da
Vincenzo Estremo in Estetica del surriscaldamento – rafforzando così,
ulteriormente, il divario di classe.
> L’epilogo di questo viaggio nel passato recente è il quadro di un’epoca in cui
> l’immagine ha decretato la morte dell’immagine stessa, indisponibile ormai
> alla contemplazione perché parte di un flusso globale di estrazione violenta
> di dati mediante la cattura dell’attenzione.
Proprio quest’anno, quasi a certificare per via finanziaria ciò che l’immagine
ha già mostrato per via teorica, l’oligopolio delle grandi piattaforme cambia
volto: al vecchio acronimo GAFAM – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft,
le compagnie che dieci anni fa avevano costruito le bolle filtro descritte da
Pietro Minto – subentra, sui mercati, il nuovo acronimo MANGOS: Meta, Anthropic,
Nvidia, Google, OpenAI, SpaceX. Non più le aziende che estraevano dati da un
mondo condiviso, ma quelle che generano mondi propri, sintetici, attraverso il
sacrificio del mondo materiale. L’epilogo di questo viaggio nel passato recente
è il quadro di un’epoca in cui l’immagine ha decretato la morte dell’immagine
stessa, indisponibile ormai alla contemplazione perché parte di un flusso
globale governato da un’oscura termodinamica, in cui il maggiore o minore calore
non segnala altro in quale settore sta avvenendo l’estrazione violenta di dati
mediante la cattura dell’attenzione.
L'articolo Divenire flusso proviene da Il Tascabile.
Cassandra Crossing/ Mentre il termine “Vibe coding” perde per fortuna vigore,
sempre più ambienti di programmazione forzano l’utilizzo di LLM per lo sviluppo
di software; cosa mai potrebbe andare storto che già altri non abbiano
evidenziato?
Pare che la produzione di software tramite l'utilizzo di modelli linguistici sia
in grande sviluppo, no, in tumultuosa crescita; anzi, sia ormai divenuta
inarrestabile e indispensabile. Definita inizialmente come Vibe Coding, è stata
dapprima presentata come lasciapassare per chiunque volesse sviluppare software
senza avere competenze di informatica e programmazione. Poi, quando la cosa ha
iniziato a sembrare l'idiozia che è, si sono invece osannati i vantaggi
economici che l'impiego di questi metodi da parte di veri programmatori avrebbe
consentito alle aziende, aumentando la produttività dei programmatori esistenti;
non è chiaro se dei senior che potevano fare a meno di una squadra di junior,
oppure degli junior, che potevano scrivere software a livello di quello scritto
dai senior. Comunque certamente consentendo di tagliare posti di lavoro,
presenti e futuri, facendo quindi scattare quell'automatismo che fa salire
subito la quotazione in borsa di qualsiasi azienda.
Alla fine, hanno iniziato a essere contrastanti i pareri di chi aveva provato
davvero a usare i Grandi Modelli Linguistici (Large Language Models o LLM) in
ambienti di produzione riguardo il risparmio di tempo e la qualità del codice
prodotto; i primi dubbi hanno iniziato a essere presi sul serio. Lo sforzo di
inserire a tutti i costi funzionalità guidate da LLM, comune a tutte le
applicazioni commerciali, ha saturato di LLM anche tutti gli ambienti di
sviluppo software. E quindi tutti i programmatori, che lo volessero o no, si
sono trovati ad avere l'indice sul grilletto di una nuova arma.
Leggi l'articolo su ZEUS News
Le richieste assurde di Musk ad OpenAI mostrano che il business dell'IA potrebbe
essere più fragile di quanto sembra; una puntata in cui tutto sembra girare
intorno ai voleri delle grandi aziende statunitensi, dagli emendamenti europei
al GDPR a... la violazione del copyright?
Elon Musk cerca di destabilizzare OpenAI - rivale della sua xAI - tramite una
richiesta di fondi smisurata. Non è detto che ci riuscirà, ma è un altro dato
che ci conferma che le dinamiche azionarie prevalgono sulla reale capacità di
queste aziende di fare profitti tramite la cosiddetta Intelligenza Artificiale.
Anna's Archive incassa alcuni provvedimenti contrari: viene tolto il suo dominio
dal DNS, e viene ordinata la cancellazione dei dati provenienti da WorldCat.
Cogliamo l'occasione per fare qualche riflessione sull'uso di Anna's Archive da
parte delle Big Tech nel contesto della configurazione degli LLM.
Nell'Unione Europea, il Digital Omnibus si dimostra sempre più un provvedimento
a misura di grandi aziende, con molti provvedimenti frutto del lavoro di
lobbying. In contemporanea, la Francia spinge la commissione europea a ricercare
soluzioni open source per sviluppare soluzioni tecnologiche che non dipendano
dagli Stati Uniti.
Notiziole:
* In California una nuova legge sulla privacy rende più facile cancellare i
dati presenti e futuri.
* I tagli di Trump portano la CBS (corporation finanziata dal pubblico che
raccoglieva le emittenti radio e tv pubbliche) all'autoscioglimento.
* Il Vietnam vieta gli spot non-skippabili più lunghi di 5 secondi
* Nell'Idaho, USA, una legge per cercare nuove materie prime nel sottosuolo
include una lunga lista di minerali, tra cui alcuni inesistenti
* Nel North Dakota, USA, il servizio meteorologico sperimenta l'uso di
Intelligenza Artificiale, e si ritrova con le previsioni per città che non
esistono
* Roblox prova ad usare un sistema automatico per verificare l'età dell*
utenti, ma il sistema fallisce in un gran numero di modi
Ascolta la puntata sul sito di Radio Onda Rossa
La costruzione di data-center è in aumento in tutto il mondo per far fronte alle
esigenze di calcolo e di storage della cosidetta Intelligenza Artificiale Di
pari passo crescono le proteste contro la costruzione di questi eco-mostri
particolarmente energivori ed ecologicamente impattanti.
A quanto pare le proteste hanno spesso successo.
negli Stati Uniti, secondo la rete di ricerca e attivismo Data center watch, nel
secondo trimestre del 2025 venti progetti sono stati sospesi o bloccati, per un
valore di 98 miliardi di dollari. Lo scorso 8 dicembre una coalizione di più di
230 gruppi ambientalisti ha richiesto una moratoria nazionale sui nuovi data
center negli Stati Uniti, sollecitando il congresso a fermare la diffusione di
strutture ad alto consumo energetico.
Nelle città dell’Europa del nord la rete non può reggere ulteriori
infrastrutture che richiedono un alto consumo di energia, a meno di investimenti
troppo costosi. E così, quando Amsterdam, Francoforte, Londra e Dublino hanno
messo in pausa nuove autorizzazioni, l’attenzione si è spostata su Milano,
destinata a diventare un nuovo hub a livello europeo. Così anche in Italia sono
nati comitati di cittadini che protestano contro la costruzione di nuovi
data-center, supportati anche da associazioni ecologiste.
Fonti:
* Internazionale, L’intelligenza artificiale fa nascere data center e proteste
* [Irpi Media, I data center si mangiano la terra (ancora) verde. Due casi in
Lombardia](I data center si mangiano la terra (ancora) verde. Due casi in
Lombardia)
* Mappa dei Data Center
* PuntoInformatico, Microsoft, cinque promesse per placare la rivolta anti-Data
Center
* ANSA, Crescono i movimenti 'anti IA', preoccupano lavoro e data center
T ra i miei messaggi privati, in una chat che condivido con una persona a me
cara, circola ormai una nutrita rappresentanza di video frutto dell’intelligenza
artificiale (IA). Clip interamente generate da algoritmi, oppure collezioni
ibride di vario genere, che mescolano immagini sintetiche e riprese autentiche.
Eppure, a prescindere da quanto siano sofisticati o realistici, nessuno di quei
video riesce a suscitare in me una qualche reazione: non credo a ciò che vedo.
Fare un ritratto esaustivo del fenomeno dei video generati, sembra un’impresa
disperata. Le macchine intelligenti sono ovunque: scuola, lavoro, casa; hanno
soppiantato i vecchi motori di ricerca, scrivono messaggi per chat romantiche,
compilano liste della spesa; appaiono inevitabili. La fenomenologia dei video
generati, in particolare, è investita da una mutazione rapidissima,
un’estensione inarrestabile: feed automatizzati, nastri trasportatori di clip il
cui unico scopo è gonfiare il traffico di visualizzazioni e interazioni. A
guardare i social media, si ha l’impressione di stare scivolando da un livello
di simulazione a un altro più profondo. Dopo tre anni di entusiasmo,
disorientamento e ambivalenza, uno degli effetti culturali riconoscibili dell’IA
è esattamente questo: le persone hanno la sensazione di essere in balia di
qualcosa che sfugge senza controllo, come se proprio la realtà stesse
deragliando da sotto i piedi.
Come ogni tecnologia, i video generati da IA hanno attraversato una loro prima
fase embrionale, ma brevissima, durata forse appena un paio d’anni. I risultati
iniziali delle applicazioni text-to-video ‒ ovvero clip creati a partire da
brevi descrizioni testuali ‒ erano spesso stranianti, bizzarri, allucinati e
barocchi. Anche i prodotti più accurati trasmettevano un certo profondo senso di
inquietudine digitale. In breve tempo, avevamo imparato a decifrarne la
grammatica visiva, fino a normalizzarla. Alcuni utenti ne riproducevano le
anomalie dinamiche, impersonandole in forma di meme: braccia che si moltiplicano
da sotto una maglietta, piatti di pasta che spuntano sul finale di una rissa,
improvvisi rallentamenti, espressioni facciali grottesche, arti deformi, sguardi
abbacinati, dinamiche emotive incongruenti e ubriache. Il potenziale dei modelli
futuri era già evidente, ma la produzione di video da parte degli utenti restava
per lo più motivo di burla e sperimentazione estetica.
> Il grado di fedeltà raggiunto dalle IA è impressionante. Sempre più gli indizi
> a nostra disposizione, i segnali rivelatori rimasti, sono briciole: piccole
> incongruenze, dettagli che appartengono all’osservazione di dinamiche fisiche
> complesse non immediatamente evidenti.
Oggi, senza che quasi si abbia avuto il tempo di registrarne l’evoluzione, il
grado di fedeltà raggiunto dalle IA è impressionante. Sempre più gli indizi a
nostra disposizione, i segnali rivelatori rimasti, sono briciole: piccole
incongruenze, dettagli che appartengono all’osservazione di dinamiche fisiche
complesse non immediatamente evidenti. Video familiari, agenti atmosferici
bizzarri, assurdi incidenti stradali, influencer e guru del web, e ovviamente
video di animali: cacatua che ballano, orsi, agnelli, maiali e procioni che
saltano sui trampolini; cani che salvano umani da pericoli incombenti, gatti che
impastano la massa lievitata del pane: una categoria di video dal ricercato
mimetismo domestico, che inscenano una quotidianità tenera, buffa, rassicurante.
Rispetto ad altre produzioni IA ‒ come quelle utilizzate per gli spot natalizi
di aziende quali Coca-Cola e McDonald’s, che aprono importanti questioni
politiche sul lavoro creativo ‒ in questa fattispecie di video non v’è alcuna
aspirazione: solo presentismo, nessun altrove, nessuna frontiera, solo noi che
ci parliamo addosso. Proprio questa estetica piatta, priva di profondità e
conflitto, si rivela preziosa per oligarchi e governi autoritari: non un difetto
da correggere o interpretare, ma una caratteristica anestetica sfruttata nella
propaganda, perché abitua lo sguardo a consumare immagini senza posizionarsi o
porsi domande.
Simulazioni. Pseudoeventi. Narrazioni
Una prima analisi dell’oggetto text-to-video non può prescindere dalla rilettura
di Jean Baudrillard e la sua riflessione sui simulacri. Il filosofo descrive un
regime visivo “democratizzato” in cui immagini vere e false posseggono la stessa
dignità. Nel suo libro America (1986), racconta una visita al museo delle cere
di Buena Park, in California, dove vede esposte fianco a fianco le repliche di
Maria Antonietta e di Alice nel Paese delle Meraviglie. Le statue ricevono
identico trattamento: cura nei dettagli, realismo espressivo, attenzione
scenografica. Le due figure sembrano appartenere allo stesso registro
ontologico, quello dei personaggi storici. Nel museo, osserva Baudrillard,
accuratezza e realtà storica vengono trattate con atteggiamento casuale, e le
questioni dell’aderenza al reale o dell’autenticità non sono prese in
considerazione.
Applicando queste osservazioni alle macchine algoritmiche dei nostri giorni,
dove immagini reali e sintetiche si susseguono indistinguibili e inseparabili,
appare evidente come ci si trovi ora nell’ultima fase dell’evoluzione iconica:
la simulazione pura ‒ direbbe Baudrillard ‒ dove ogni nuova immagine replica
altre immagini, che a loro volta riferiscono ad altre ancora. Visioni che si
pongono come completamente autonome dalla realtà, pur rappresentandola. Le IA
generative hanno esasperato questa abilità con una potenza esponenziale,
rimescolando liberamente database di miliardi di dati visivi per reiterarne
altri identici. È il simulacro perfetto.
> Se da anni ripetiamo che “i social non sono la realtà”, perché mai ora
> dovremmo scandalizzarci all’idea di interagire apertamente con contenuti
> artificiali?
La velocità sequenziale nella stimolazione visuale, lo scroll, non consente
costitutivamente la distinzione critica del vero dal falso. Esporsi a questo
carosello senza confini e linee di separazione, vuol dire “perdere la coscienza
storica del mondo”: nelle repliche delle repliche, in cui ognuna possiede
identico valore e statuto, il rischio è di smarrire la traccia di quanto
realmente accaduto ‒ o sta ancora accadendo.
Scorrendo i commenti che migliaia di utenti lasciano sotto questi video, si nota
come a una parte della popolazione preoccupata dall’incapacità di riconoscere i
video generati con IA, risponde un pubblico altrettanto numeroso che invece non
si pone nemmeno la questione. Non ne ha gli strumenti, oppure crede che
distinguere il vero dal falso sarà via via meno rilevante. Da cosa nasce questa
adesione immediata ai video generati nell’ecosistema digitale? Molto prima
dell’avvento delle IA sapevamo che qualsiasi cosa circolasse online ‒ tra
sketch, scenette, trovate marketing, filtri ‒ non era autentica. Se da anni
ripetiamo che “i social non sono la realtà”, perché mai ora dovremmo
scandalizzarci all’idea di interagire apertamente con contenuti artificiali?
La nostra fruizione è divenuta, in certo senso, disincarnata: non ci interessa
più che dall’altra parte del video ci sia o meno un corpo reale, una prossimità,
un conflitto, un affaccendamento davvero umano o animale. Cosa conta dunque?
Nello studio “How do users perceive AI? A dual-process perspective on
enhancement and replacement” i ricercatori hanno indagato il valore percepito
dell’intelligenza artificiale nelle interazioni uomo-macchina. Gli utenti
percepiscono l’IA attraverso due processi cognitivi distinti: uno più
immediato/affettivo (sistema 1), l’altro riflessivo (sistema 2). I risultati
mostrano come la percezione immediata (sistema 1) prevale nella fruizione
sociale. Possiamo applicare questa analisi anche alla ricezione dei video: non
passiamo quasi mai al sistema 2 dell’analisi, quello che si chiede “è vero? è
reale?”, ma restiamo nel sistema 1, la risposta veloce, emotiva, automatica.
Inondati dai video generati, la soglia critica si riduce, ciò che importa è
l’effetto: “mi fa ridere”, “provoca tenerezza”, “mi turba”. Una postura
volutamente naive, ma destinata a diventare quella prevalente nella fruizione
dei social media: effetti tangibili di emozione e risposta. Conta ciò che sento,
non ciò che è. Il reale si riduce a un’interfaccia adattativa.
> L’origine dei video non è più una condizione per stabilirne la veridicità:
> accettiamo contenuti falsi perché riconosciamo in essi qualcosa che crediamo
> già appartenere alle cose del mondo.
In parte, questa dinamica ricorda il lavoro di Gregory Currie in The Nature of
Fiction (1990), il quale a proposito della finzione dice che le nostre emozioni
si mobilitano anche per eventi che sappiamo non essere mai accaduti, perché li
trattiamo come “veri nella storia”, all’interno di uno spazio di simulazione.
Nel nostro caso, però, non chiediamo più chi sia l’autore, e il “fictional
author” ‒ quel soggetto, dice Currie, che costruiamo mentalmente come autore
implicito al momento della lettura, un soggetto che sta “dietro” al testo, con
le sue intenzioni, un certo carattere, sensibilità, visione ‒ si frantuma tra
utenti, piattaforme, algoritmi e sistemi di prompt automatici.
C’è una realtà che emerge dall’apparenza. La teleogenesi dei video ‒ la loro
origine ‒ non è più un a priori, una condizione per stabilirne la veridicità:
accettiamo contenuti falsi perché riconosciamo in essi qualcosa che crediamo già
appartenere alle cose del mondo. Il messaggio dunque, non il messaggero: il
problema non è più “chi parla” o “come è stato prodotto”, ma se ciò che vediamo
conferma ciò che conosciamo. La forma non dissolve il contenuto, lo rende solo
più in sintonia con le nostre aspettative. I video generati servono proprio a
continuare a mostrarci ciò che siamo pronti a vedere.
Gag costruite, finte candid camera, immagini riprodotte da telecamere a circuito
chiuso, interviste falsificate con deepfake tra politici e celebrità, sono
contenuti che richiamano quella categoria che Daniel J. Boorstin definiva come
“pseudoeventi”, già nel 1961, in The Image: A Guide to Pseudo Events in America.
Eventi non veri o falsi stricto sensu, ma scritti, pianificati, orchestrati o
provocati, per avvenire in un preciso momento e luogo, generalmente con
l’intento di esaltarne sensazionalismo e drammaticità o, come diremmo oggi, per
favorire il click-baiting. Secondo la definizione di Boorstin, gli pseudoeventi
non si oppongono ai fatti reali, ma agli eventi spontanei, e proprio queste loro
caratteristiche hanno reso sempre più labile la distinzione tra eventi reali e
falsi nel panorama mediatico. L’assuefazione alla proliferazione degli
pseudoeventi ha fatto sì che tutte le narrazioni vengano recepite come tali.
Allo stesso modo, nella proliferazione dei video IA, la ricerca dell’effetto
estetico ideale diventa un atto manipolatorio: il valore della testimonianza,
nel regime dei video sintetici, perde del tutto la sua efficacia, e la realtà
viene letta come cinema ‒ o respinta come una messinscena, anche quando
autentica (un caso evidente è stato quanto accaduto con l’omicidio di Renee
Nicole Good in Minnesota).
La narrazione non si limita a descrivere il mondo ma agisce su di esso. Le
tecniche con cui una storia viene raccontata ‒ e oggi promossa, amplificata,
mercificata ‒ hanno da sempre la capacità di riscrivere la realtà. Bruce Chatwin
ha letterariamente inventato l’identità della sua Patagonia ne In Patagonia
(1977), eppure quel racconto è diventato geopoiesi, immaginario condiviso.
Chatwin ricorre a un collage di aneddoti, personaggi, leggende e folklore, che
mescola realtà e finzione per servire un intento narrativo. Gli esempi in tal
senso abbondano: dal turismo che ha riconfigurato le location scelte per la
serie Game of Thrones, all’iconografia del manga One Piece di Eiichiro Oda usata
come simbolo delle proteste in Nepal, fino alla grande parata del Giorno dei
morti a Città del Messico ‒ inesistente prima che fosse immaginata per il film
Spectre (2015) di Sam Mendes, e ora istituzionalizzata. La fiction modella
l’esperienza. Così fanno i video generati, che forniscono coordinate emotive e
culturali. Gli animali IA che saltano sui tappeti elastici plasmano la nostra
percezione del possibile, forgiano le nostre aspettative ‒ “perché il mio corgi
non usa il mattarello come in quel video?”. La realtà è un effetto narrativo.
> È la realtà stessa a non essere più sicura per noi. Per intrattenerci, basterà
> che tutto sia “verosimile”: qualcosa che potrebbe essere successo, o che
> potrebbe accadere di lì a poco.
Tutto sembra dirci che le IA, in fin dei conti, non sono più strane del mondo
stesso, o delle creature che lo abitano. Ci arrenderemo perché tutto è
ingovernabile. È la realtà stessa a non essere più sicura per noi. Per
intrattenerci, basterà che tutto sia “verosimile”: qualcosa che potrebbe essere
successo, o che potrebbe accadere di lì a poco.
Una questione di verosimiglianza
Jakob Süskind, nell’articolo “Verisimilitude or Probability? The history and
analysis of a recurring conflation” (2025) esplora il concetto di
verisimilitude, ossia “vicinanza alla verità” o “verosimiglianza” dal punto di
vista della filosofia della scienza, e sottolinea come alcune teorie, pur false,
risultino più verosimili di altre. In quest’ottica, anche un video generato può
essere al contempo “meno vero” ma “più verosimile”: può sembrare più vicino alla
nostra verità di quanto lo fosse la realtà precedente. Il problema,
naturalmente, è che il “verosimile” si fonda su prompt che riflettono la nostra
visione del mondo ‒ limitata, parziale, viziata dai nostri bias e caricata delle
nostre attese.
Secondo la filosofia dell’informazione di Luciano Floridi, la distinzione
vero/falso sfuma o viene superata quando subentra l’effetto informativo. Non
conta più la corrispondenza con un mondo esterno, quanto la relazione
informativa che il soggetto instaura con il contenuto: qualcosa è “verosimile”
se è integrato nel flusso informativo che abitiamo. La soglia della verità
ontica viene trascesa, il criterio diviene: “mi informa, mi coinvolge, produce
effetto”. Il video IA non deve essere “vero”: deve solo funzionare ‒ informare ‒
come se lo fosse.
Anche Mario Perniola si è confrontato nei suoi lavori con estetica, media,
soggettività tecnologica e simulacro, ma in un’accezione diversa da quella di
Baudrillard. Perniola intendeva il simulacro come una forma ludica
dell’espressione culturale e artistica, che eccede ‒ o non appartiene ‒ alla
dicotomia vero/falso. In questa chiave, il video IA è un simulacro non in quanto
imitazione del reale, ma perché obbedisce a una propria logica di esistenza
estetica, che è tutta fondata sul “come se” appunto: la coerenza con i nostri
immaginari e schemi percettivi.
In E: La congiunzione (2021), Franco Berardi “Bifo” scrive che il governo di
queste tecnologie è in mano alle “corporation dell’imagineering”, le quali
“hanno scavato le trincee immateriali del tecno-schiavismo e del conformismo di
massa.” Il semiocapitalismo riconfigura la relazione tra estetica ed economia:
l’accumulazione finanziaria oggi coincide con l’accumulazione estetica digitale,
con l’intrattenimento. La penetrazione capitalista nell’inconscio collettivo
avviene attraverso la saturazione degli spazi di immaginazione, con una
“produzione illimitata di realtà visibile”: rendere visibile tutto ciò che si
può immaginare.
Sospinta dalle multinazionali globali – Meta, TikTok, Google con YouTube, Sora2
di OpenAI, e altre – la stratificazione algoritmica produce un ambiente visivo
che appare reale per frequenza e familiarità. In quel suo “funzionare” il
sistema costruisce un mondo percettivo riconosciuto come legittimo. Un flusso
ininterrotto di filmati che genera simulazioni infinite, alimentando un ambiente
semiosferico ‒ cioè uno spazio saturo di segni e riferimenti che forma la nostra
percezione condivisa ‒ in grado di colonizzare l’intero immaginario globale.
> Nei video generati, ciò che cambia non è tanto il contenuto, quanto il modo in
> cui lo guardiamo – o da cui siamo guardati.
La simulazione non è “più reale del reale stesso”, come direbbe Baudrillard, ma
‒ almeno nella cultura fondamentalmente visuale dell’Occidente ‒ l’IA risulta
reale tanto quanto la realtà irreale nella quale viviamo. In questa
superfetazione simbolica gli algoritmi generativi saturano la realtà di simboli,
interpretazioni, significati, immagini e dati, facendola sparire dietro a una
foresta di copie e rappresentazioni. Un nuovo processo di accumulo mediale e
tecnologico si innesta senza fine sui precedenti, prima che si abbia avuto il
tempo di assimilarli.
“Sembra IA”. La svolta percettiva
I video generati da IA rappresentano l’emersione di un nuovo paradigma di
simulazione che ha invaso il nostro campo percettivo. Già Marshall McLuhan
parlava dei media come estensioni del nervo sensoriale umano, mentre per Bifo,
l’infosfera agisce direttamente sul sistema nervoso della società, non si limita
più ad ampliare i nostri sensi, modifica ciò che siamo abituati a sentire e a
riconoscere in una “natura post-naturale del sensorio”: un sistema percettivo
rieducato dai flussi digitali e automazioni inorganiche, più che dal mondo
materiale.
Questo scenario impone di ripensare il concetto di “post-verità” estendendolo
alla sfera estetico-percettiva. In L’occhio della macchina (2018), Simone
Arcagni esplora la tecnologia dell’informazione come dispositivo di visione e
percezione: l’occhio della macchina media lo sguardo umano secondo meccanismi
tecnico‑algoritmici, trasformando la nostra soggettività visiva e rendendoci
partecipi di una percezione ibrida, uomo‑macchina. Nei video generati, ciò che
cambia non è tanto il contenuto, quanto il modo in cui lo guardiamo – o da cui
siamo guardati.
Non è la prima volta che ci troviamo di fronte a un punto di svolta percettivo
innescato dalla tecnologia dell’immagine. Nel 1994 e nel 1995, Lev Manovich
identificava l’emergere del “realismo sintetico” come una cesura fondamentale,
citando Jurassic Park (1993) di Steven Spielberg tra i momenti cruciali della
transizione dal cinema fotografico al cinema digitale. La settima arte cambiava
identità: “Oggi, nell’era dei media informatici, [filmare la realtà fisica] è
solo una delle possibilità” annotava Manovich. Il cinema diventava un
sottoinsieme dell’animazione, un suo caso particolare, e la CGI non imitava più
la realtà, ma la riscriveva, inaugurando una nuova condizione visiva.
Poco dopo, Stephen Prince ampliò questa riflessione paradigmatica nel saggio
“True Lies: Perceptual Realism, Digital Images, and Film Theory” (1996),
introducendo il concetto di perceptual realism per descrivere come le immagini
digitali stessero rivoluzionando ogni fase della produzione cinematografica. Per
il pubblico, l’applicazione più visibile di queste tecnologie risiedeva nella
nuova ondata di effetti speciali generati al computer. Prince cita la creatura
acquatica in The Abyss (1989) o Terminator 2 (1991) di James Cameron, ma furono
soprattutto Jurassic Park e Forrest Gump (1994) di Robert Zemeckis a segnare uno
spartiacque percettivo. Film capaci di produrre uno scarto visivo inedito,
“diversi da qualsiasi cosa vista in precedenza”. Il realismo percettivo, scrive
Prince, “designa una relazione tra l’immagine o il film e lo spettatore, e può
comprendere sia immagini irreali che immagini referenzialmente realistiche. […]
Le immagini irreali possono essere referenzialmente fittizie ma percettivamente
realistiche”.
Nel 2007, durante il pieno sviluppo del cinema in CGI, Tom Gunning, nel saggio
“Moving Away from the Index”, ribalta l’idea secondo cui il potere del cinema (e
della fotografia) risiederebbe nella sua “impronta” diretta dal reale. Se in
semiotica, un “indice” è un segno che mantiene un legame fisico con ciò che
rappresenta: il fumo con il fuoco, l’impronta con il piede, la fotografia con il
corpo che è stato davanti all’obiettivo, per Gunning, il cinema non seduce lo
spettatore grazie a quel legame fotografico e indiciale tra immagine e mondo, ma
piuttosto attraverso l’“impressione di realtà”: un effetto costruito,
intenzionale, performativo. Propone di spostare l’attenzione da questa garanzia
ontologica dell’indice (l’immagine fotografica considerata come traccia diretta
del mondo) alla capacità delle immagini di simulare la percezione del reale.
Ancora una volta: ciò che conta non è la verità dell’immagine, ma la sua
efficacia percettiva.
> Software come Sora non registrano, piuttosto restituiscono idee in forma di
> immagine, spostando il baricentro dal filmato alla ricostruzione digitale
> totale, senza alcuna mediazione umana.
Oggi anche il cinema comincia a subire l’accerchiamento metanarrativo dei video
IA, con gli utenti che scrivono prompt per generare nuovi attori, ambientazioni
inedite o riscrivere film adeguandoli alle proprie esigenze estetiche. In un
articolo per The New Yorker, già due anni fa, Joshua Rothman si interrogava sul
significato stesso della parola ‘video’ in un’epoca in cui l’IA è in grado di
generare un intero film. Software come Sora non registrano, piuttosto
restituiscono idee in forma di immagini, spostano il baricentro dal filmato alla
ricostruzione digitale totale, senza alcuna mediazione umana. Il video IA è un
render concettuale che mima causalità e durata, esaudendo le nostre pretese. Il
film è ora nello sguardo di tutti.
Nel suo procedere per tentativi e scoperte casuali l’umanità ha sempre accolto,
quasi senza resistenza, la compenetrazione tecnologica. Non solo la grande
macchina informatica o il robot umanoide, anche la più modesta estensione dello
strumento quotidiano è stata integrata nella forma‑vita umana, trasformando
abitudini e capacità. Oggi il test di Turing non solo è superato, ma abbiamo
raggiunto il paradosso per cui intelligenze artificiali con tecnologia LLM e
CoT, sono riconoscibili come non-umane, non per via dei loro limiti, ma in
quanto troppo capaci. Fino a meno di un decennio addietro sembrava impossibile
che un chatbot potesse esprimersi come noi, gestendo lo stesso livello di
flessibilità argomentativa; ora invece le IA dominano in brevi istanti un tale
volume di informazioni e campi di competenza differenti, da svelare la loro
natura non-umana, anzi oltre-umana. Eppure questo non ci ha impedito di
adottarle in ogni ambito della vita quotidiana, professionale, persino
affettiva. In questo processo di mutazione cognitiva, sviluppiamo nuove
competenze mentre altre si atrofizzano. La “fusione cyborg” teorizzata tra gli
anni Ottanta e Novanta non è solo quella tra corpo e macchina, ma tra soggetto e
mediazione.
> Oggi il test di Turing non solo è superato, ma siamo a un punto in cui le
> intelligenze artificiali sono riconoscibili come non-umane non per via dei
> loro limiti, ma in quanto troppo capaci.
Mentre Manovich, Prince e Gunning riflettono sulla materialità e la
percettologia dell’immagine digitale, Marco Dinoi, in Lo sguardo e l’evento. I
media, la memoria, il cinema (2008), si concentra sull’epistemologia dello
sguardo: il ruolo del cinema nella costruzione della memoria e della
testimonianza, e il rapporto tra evento e trasposizione mediatica.
Nell’introduzione, Dinoi ricorda l’accoglienza delle prime proiezioni dei
fratelli Lumière al Grand Café nel 1895, e individua un passaggio decisivo:
dallo stupore del “Sembra vero!” davanti al cinema, all’angoscia del “Sembra un
film!” davanti alla realtà mediatizzata, culminata con la trasmissione
televisiva dell’11 settembre 2001, dove l’attentato alle torri gemelle viene
spontaneamente letto attraverso una grammatica cinematografica. Dinoi definisce
questa cesura come “salto cognitivo”: l’incredulità nei confronti del reale,
l’istantaneità della sua trasmissione, la sua dilatazione nel tempo, la
sensazione di spettatorialità collettiva. L’11/9 diventa il punto di non ritorno
per la nostra competenza spettatoriale. Nel regime mediale, la finzione non si
limita a ridurre la distanza tra significante e significato: diventa lente
attraverso cui leggiamo e interpretiamo il reale. Se la realtà appare oggi
iperbolica e fantasmagorica, tanto da richiedere strumenti di finzione narrativa
per essere compresa, allora la distinzione tra reale e immaginario sembra essere
esplosa del tutto.
Dal passaggio iniziale del “Sembra vero” (cinema → sospensione
dell’incredulità), siamo transitati al “Sembra un film” (mediatizzazione della
realtà → sospensione del reale), mentre oggi siamo in una fase che può definirsi
post-mimetica: il punto di partenza non è più la riproduzione di un pezzo di
mondo, ma un processo cognitivo, una descrizione mentale o testuale – il prompt
– a partire dalla quale generiamo un contenuto che ha a che fare, quindi, con
l’interpretazione di categorie e riferimenti astratti, più che in relazione con
il mondo. L’effetto visivo, come dicevo sopra, non nasce più dal confronto con
il reale – la cui riproposizione fotografica è ormai superata – ma dal semplice
soddisfacimento delle sue categorie.
Davanti a contenuti generati da IA, assistiamo a nuovo salto cognitivo: “Sembra
IA”, dove non si indica la simulazione, ma nuove forme di autenticità e
riconoscibilità postumana. “Sembra IA” equivale a: “sembra vero per come
immaginiamo che il vero debba apparire”. La domanda ‒ spesso inconscia ‒ non è
più: “è successo davvero?”, ma: “rispetta i miei parametri estetici, emotivi,
cognitivi?”. La soglia critica non è tanto l’evento reale, né la sua
estetizzazione, ma la sintetizzabilità e la riconoscibilità dei loro effetti.
Go and touch grass
Siamo a un solo aggiornamento di distanza dalla prossima generazione di IA
text-to-video, e con essa, dalla totale indistinguibilità tra immagine e realtà,
tra ciò che è avvenuto e ciò che è stato generato. Non è chiaro se la plasticità
cognitiva che finora ha permesso di adattarci ai salti percettivi dell’immagine
mediale, riuscirà ancora una volta a elaborare una via d’uscita interpretativa.
È plausibile che il pubblico, davanti ai video generati con IA, semplicemente,
smetta di interrogarsi. La discussione – o il sospetto – su cosa sia vero, falso
o possibile, potrebbe presto apparire come uno sforzo sterile, esausto, svuotato
da ogni possibile resistenza, se non addirittura un atteggiamento reazionario.
> La discussione – o il sospetto – su cosa sia vero, falso o possibile, potrebbe
> presto apparire come uno sforzo sterile, esausto, svuotato da ogni possibile
> resistenza, se non addirittura un atteggiamento reazionario.
Le piattaforme non hanno alcun interesse a segnalare ciò che è stato generato.
Il capitale della nostra attenzione viene cooptato da un contenuto generato
all’altro. Le IA monopolizzano la scena divenendo creatrici, providers, e
persino fact-checkers di quanto vediamo. Continuando a scrollare, la promessa
che finalmente “qualcosa accada davvero” si sposta da un video a quello
successivo, lasciandoci davanti allo schermo come consumatori, tragici,
speranzosi, assopiti.
Ma anche questa rischia di essere una narrazione egemonica. In The Most Radical
Gesture (1992) Sadie Plant ci ricorda come il capitalismo ami la liquefazione di
ogni referenza, la frattalizzazione, l’ambiguità, la sovrapposizione tra Marie
Antoinette e Alice nel Paese delle Meraviglie. Non solo perché confonde, ma
perché tale confusione è parte integrante del suo raccontarsi. Lo stesso
Baudrillard, proprio all’indomani dell’11 settembre, riconobbe come simulacri e
simulazioni non avessero azzerato la Storia: la produzione delle immagini non
riesce ancora a nascondere e contenere la materialità viscerale del mondo.
Dobbiamo ricordare che le immagini che ci raggiungono non invadono tutti allo
stesso modo. In Davanti al dolore degli altri (2003), Susan Sontag analizza la
rappresentazione della guerra e della violenza attraverso la fotografia e i
media, ma a partire dalla sua esperienza nei Balcani, durante l’assedio di
Sarajevo. Sontag sottolinea come esista una condizione materiale del dolore che
non può essere ridotta alla relazione spettacolo/spettatore, e della quale
dobbiamo farci carico.
Le IA godono di una pervasiva ubiquità, ma i text-to-video generati convivono
con milioni di corpi ostinati: chi manifesta per il genocidio a Gaza, chi per il
movimento No King negli Sati Uniti; con chi lotta in Iran e in Myanmar, e con
chi sopravvive alla catastrofe umanitaria in Sudan. Esiste una materialità viva
nella nostra condizione esistenziale ‒ nel dolore, nella sofferenza, nella
violenza, nel trauma, ma anche nella rabbia, nella gioia, nell’orgoglio ‒ che
non è stata ancora sussunta, annichilita o neutralizzata dalle IA. Sulle orme di
Plant, dobbiamo chiederci chi abbia interesse a che si pensi alle intelligenze
artificiali come a un destino ineluttabile. Le intelligenze artificiali non
saranno mai perfette, ma sono già abbastanza avanzate da rappresentare una sfida
decisiva. Le aziende che si occupano di intelligenza artificiale non vogliono
sostituirci, vogliono tutta la nostra attenzione.
Per questo motivo, prima di cedere del tutto alla deriva percettiva indotta
dagli algoritmi, abbiamo due possibilità. La prima è quella di un gesto radicale
e immediato: disconnettersi. Oppure, la seconda: pretendere un uso creativo e il
più orizzontale possibile delle tecnologie generative, cercando di liberare l’IA
dalle logiche di monopolio. Valentina Tanni, in Antimacchine (2025), rileggendo
Jon Ippolito, lo definisce misuse: imparare a usare male la tecnologia, a
giocare contro l’apparecchio, deviare le sue funzioni, stortarlo in maniera
conflittuale, produrre scarti, glitch, narrazioni che espongano il programma
sottostante. Costringere l’IA contro la sua natura statistica e la tendenza alla
simulazione onnisciente. Una forma di détournement digitale, atti di deviazione
e riuso tattico dei loro stessi strumenti, per sottrarre immaginazione alle
piattaforme e spostare altrove il potere simbolico.
Infine, possiamo provare a contrapporre alla simulazione generativa un altro
tipo di simulazione, una forma che esercitiamo da centinaia di migliaia di anni.
Martha Nussbaum, in libri come Love’s Knowledge (1990) e Poetic Justice (1995),
parla di “immaginazione narrativa” come capacità di entrare nelle vite altrui,
di usare la finzione non per evadere dal mondo, ma per rispondergli eticamente.
Parafrasandola, possiamo chiamare questo processo mentale come “simulazione
morale”. In questa prospettiva, il rifiuto della simulazione perfetta prodotta
dalle macchine non è solo un tentativo di “non farsi ingannare”, né una semplice
reazione tecnofobica. È la decisione di tenere aperto uno spazio in cui la
distanza tra immagine e realtà resta discutibile, un laboratorio etico in cui
continuiamo a esercitare la nostra capacità morale. Una controsimulazione che
non si accontenta dell’effetto ma insiste nel chiedere dove sia l’altro e quali
siano le sue condizioni. A patto che l’altro esista.
L'articolo Sembra IA proviene da Il Tascabile.
Iniziamo con la multa della commissione europea ai danni di X: leggiamo le
motivazioni e cerchiamo di capire se davvero, come alcuni dicono, è cambiata la
musica per le Big Tech, con una Unione Europea più interventista.
In Irlanda la ICCL apre un procedimento contro Microsoft presso la commissione
per la protezione dei dati dell'Unione Europea per la fornitura di servizi
all'esercito israeliano, in particolare l'esteso sistema di raccolta di tutte le
intercettazioni di tutte le persone a Gaza. Quando la notizia è diventata
pubblica, la Microsoft ha interrotto l'accordo (pur mantenendo molti altri
legami con Israele).
Usare le VPN tutela la vostra privacy? Dipende dalla VPN: il caso di Urban VPN
Proxy è, come per tutte le VPN gratuite, negativo.
Anna's Archive annuncia un backup completo di Spotify, con 300TB di musica e
metadati. Si tratterebbe del più grande archivio pubblico di musica.
Notiziole
* Nuovi poteri alla polizia di Berlino, soprattutto su tematiche legate
all'acquisizione di dati, alla sorveglianza tramite malware, l'uso di bodycam
e addirittura la possibilità di usare i dati raccolti in fase di indagine per
addestrare l'intelligenza artificiale
* In India il governo lancia la app di sorveglianza obbligatoria su ogni
smartphone, ma il provvedimento dura 24 ore.
* Ennesimo ban in Russia, proibito Roblox; è un altro avanzamento per RuNet,
con crescente malcontento
* No, l'IA non vi ruberà il lavoro. L'esperimento di far gestire una
macchinetta per la vendita di bibite e snack ad un'intelligenza artificiale è
un fallimento (per la ditta) su tutta la linea: bibite vendute a zero euro
assieme a pesci vivi e cubi di metallo, crisi di identità per l'IA e il
licenziamento di un Ceo virtuale
* Ennesima frontiera dell'IoT: farsi spiare da dentro la tazza del bagno
Ascolta l'audio nel sito di Radio Onda Rossa
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Partiamo con un report di Hackrocchio, evento organizzato dall'hacklab torinese
Underscore, di cui abbiamo parlato anche recentemente.
Continuiamo passando alle Americhe, guardando agli stati che si stanno
distinguendo per gli usi disparati dell'IA, soprattutto votati all'attacco alla
cultura woke.
In conclusione, un approfondimento sul tema dei data center in Uruguay: un paese
che si trova da anni in una situazione di siccità, ma che può offrire molta
acqua per i data center di Google. Pesa, nella scelta, il fatto che l'Uruguay
sia tra i paesi con la più alta percentuale di energia elettrica da fonti
rinnovabili. Analizziamo quindi alcune delle questioni tecniche legate al
raffreddamento dei data center.
Ascolta la trasmissione sul sito di Radio Onda Rossa
Di seguito due siti di cui si è parlato ad Hackrocchio:
* Osseervatorio Nessuno
* Arachidi - Occhi indiscreti
N el suo dialogo intitolato Fedro, attraverso il mito di Theuth e la figura di
Socrate, Platone esprime la sua celebre critica della scrittura. Per il filosofo
greco, la scrittura è un pharmakon, rimedio e veleno al tempo stesso. La
scrittura appare immobile, incapace di adattarsi all’interlocutore come invece
fa il dialogo vivo; priva di autonomia, perché non sa difendere da sé le proprie
tesi; inadeguata ad accrescere la sapienza, poiché offre informazioni senza
generare la memoria e la saggezza che nascono dall’interazione dialettica. È,
infine, un “gioco bellissimo” ma assai distante dalla serietà del processo
dialettico orale che conduce alla conoscenza. Ciononostante, pur non essendo
“vera” filosofia, per Platone la scrittura è uno strumento a essa necessario,
così com’è necessaria per la cosiddetta hypomnesis, ovvero la capacità
richiamare alla mente un’informazione.
Se per il filosofo greco la scrittura rappresentava un ausilio esterno alla
memoria, oggi la psicologia cognitiva e le neuroscienze hanno ampliato quella
intuizione con il concetto di cognitive offloading. Con questa espressione si
indicano tutte le pratiche attraverso cui gli individui delegano a un supporto
esterno parte dei propri processi cognitivi, come ad esempio la funzione di
ricordare informazioni, trasformando strumenti e tecnologie in estensioni delle
proprie capacità mnemoniche. Tra queste si annoverano gesti quotidiani come
segnare una lista della spesa, annotare un compleanno su un calendario o
ricorrere al proverbiale nodo al fazzoletto.
> Per Platone la scrittura è pharmakon, rimedio e veleno al tempo stesso: pur
> non essendo “vera” filosofia è uno strumento che le è necessario, così com’è
> necessaria per la capacità di richiamare alla mente un’informazione.
Negli ultimi dieci anni, allo studio dello “scarico” cognitivo hanno dato un
forte impulso la comparsa e la diffusione della rete, e delle tecnologie
digitali. I dispositivi connessi, infatti, moltiplicano all’infinito le
possibilità di delega della funzione cognitiva del ricordo, ma le loro
pervasività e facilità di utilizzo rischiano di sbilanciare l’equilibrio di
benefici e costi di queste pratiche a favore dei secondi.
I dispositivi connessi ‒ se ne erano già accorti i fondatori del cyberpunk, il
cui lavoro è stato fondamentale per cristallizzare nella nostra cultura
l’immaginario del digitale ‒ funzionano come una vera e propria protesi della
nostra mente, che ne esternalizza una o più funzioni cognitive, tra cui,
appunto, la memoria. In un paper intitolato The benefits and potential costs of
cognitive offloading for retrospective information, Lauren L. Richmond e Ryan G.
Taylor si dedicano a ricostruire una panoramica di alcuni degli studi e degli
esperimenti più significativi nell’ambito del cognitive offloading.
Alla base di questo corpus teorico e sperimentale c’è il fatto che, per compiere
un ampio numero di azioni quotidiane, le persone si affidano a due tipi di
memoria: quella retrospettiva, ovvero la capacità di ricordare informazioni dal
passato, e quella propositiva, ossia la capacità di ricordare azioni da compiere
nel futuro. Per portare a termine compiti che comportano l’uso di tutti e due i
tipi di memoria, possiamo contare sulla nostra capacità di ricordare o delegare
questa funzione a un supporto esterno.
Questo spiega il motivo per cui la maggior parte delle persone intervistate nei
contesti di ricerca esaminati da Richmond e Taylor dichiara di usare tecniche di
cognitive offloading per compensare peggioramenti nelle proprie performance
mnemotecniche. Io stesso, che mi sono vantato a lungo di avere una memoria di
ferro, sono stato costretto, passati i quaranta e diventato genitore per due
volte, a dover ricorrere a promemoria, note e appunti per riuscire a ricordare
impegni e scadenze.
> Con l’espressione cognitive offloading si indicano le pratiche attraverso cui
> gli individui delegano a un supporto esterno la funzione di ricordare
> informazioni, trasformando strumenti e tecnologie in estensioni delle proprie
> capacità mnemoniche.
Età e capacità mnemoniche sono infatti due fattori collegati alla necessità di
eseguire azioni di scarico cognitivo. Superata l’adolescenza, a mano a mano che
ci si inoltra nella vita adulta si è costretti a ricordare un numero di cose più
elevato, compito per cui il cognitive offloading offre indubbi benefici. Uno dei
più evidenti risiede nel fatto che, a differenza di altre mnemotecniche più
specifiche, non ha bisogno di una formazione mirata. Per un adulto con una
percezione del tempo funzionale, usare un’agenda fisica o virtuale è un gesto
intuitivo e immediato, che non richiede ulteriore carico cognitivo.
La facilità d’uso non è l’unico vantaggio. Alcuni degli studi passati in
rassegna nello studio mostrano come l’offloading cognitivo generi benefici per
entrambi i tipi di memoria. Ad esempio, esso permette non soltanto di ricordare
informazioni archiviate in precedenza, ma riesce anche ad attivare il ricordo di
informazioni non archiviate tramite meccanismi di associazione mentale: una
persona che ha segnato sulla propria lista della spesa di acquistare un
barattolo di alici ha più probabilità di ricordarsi di acquistare il burro
rispetto a una persona che non lo ha fatto, anche se il burro non è presente
nella lista. Per quanto banali, questi esempi mostrano quanto le pratiche di
offloading cognitivo siano d’ausilio alla memoria.
Tali benefici, tuttavia, non sono gratuiti ma comportano una serie di costi.
Alcuni studi hanno evidenziato più difficoltà a ricordare le informazioni
“scaricate” quando, in modo improvviso e inaspettato, viene negato loro accesso
alle informazioni archiviate. Se invece il soggetto è consapevole del fatto che
l’accesso può esser negato, le performance mnemoniche si dimostrano più
efficaci. Un altro costo è la possibilità di favorire la formazione di falsi
ricordi. Altri test condotti in laboratorio mostrano come quando le persone sono
forzate a pratiche di scarico cognitivo, risultano meno capaci di individuare
elementi estranei, aggiunti all’archivio delle informazioni a loro insaputa.
> Le pratiche di offloading cognitivo possono essere d’ausilio alla memoria.
> Tali benefici, tuttavia, comportano una serie di costi, ad esempio una maggior
> difficoltà a reperire informazioni quando viene improvvisamente a mancare
> l’accesso all’archivio esterno.
Perciò, così come la scrittura per Platone aveva natura “farmacologica”, e
offriva al tempo stesso rimedio e veleno per la memoria, anche le pratiche di
cognitive offloading comportano costi e benefici. Da questa prospettiva, la
diffusione dell’intelligenza artificiale (IA) sta mettendo in luce come questo
strumento, ubiquo e facilmente accessibile, stia favorendo nuove forme di
scarico cognitivo, e incidendo sul modo in cui le persone si rapportano alle
informazioni, nonché sullo sviluppo del loro pensiero critico.
Disponibili ormai ovunque, alla stregua di un motore di ricerca, le IA
aggiungono all’esperienza utente la capacità di processare e presentare le
informazioni, senza doversi confrontare direttamente con le relative fonti.
Quale impatto esercita questa dinamica sulla capacità di pensiero critico? È la
domanda al centro di uno studio condotto dal ricercatore Michael Gerlich su 666
partecipanti di età e percorsi formativi differenti. Questo studio analizza la
relazione tra uso di strumenti di intelligenza artificiale e capacità di
pensiero critico, mettendo in luce il ruolo mediatore delle pratiche di
offloading cognitivo. Per pensiero critico si intende la capacità di analizzare,
valutare e sintetizzare le informazioni al fine di prendere decisioni ragionate,
incluse le abilità di problem solving e di valutazione critica delle situazioni.
Secondo Gerlich, le caratteristiche delle interfacce basate su IA ‒ dalla
velocità di accesso ai dati alla presentazione semplificata delle risposte ‒
scoraggiano l’impegno nei processi cognitivi più complessi.
> La diffusione dell’intelligenza artificiale sta mettendo in luce come questo
> strumento stia favorendo nuove forme di “scarico” cognitivo, incidendo sul
> modo in cui le persone si rapportano alle informazioni e sviluppano pensiero
> critico.
Studi condotti in ambiti come sanità e finanza mostrano infatti che se da un
lato il supporto automatizzato migliora l’efficienza, dall’altro riduce la
necessità, per questi professionisti, di esercitare analisi critica. Una
dinamica analoga si osserva nella cosiddetta “memoria transattiva”, ossia la
tendenza a ricordare il luogo in cui un’informazione è archiviata o il suo
contenuto, fenomeno già noto come “effetto Google”. Le IA accentuano questo
processo, sollevando ulteriori interrogativi sul possibile declino delle
capacità di ritenzione perché, anche in questo caso, la loro capacità di
sintetizzare le informazioni fa sì che l’utente non debba più impegnarsi in un
confronto con le fonti, ma sviluppa invece la consapevolezza che potrà farle
affiorare in qualsiasi momento, rivolgendole a un’interfaccia che mima una
conversazione umana
Effetti simili riguardano attenzione e concentrazione: da un lato gli strumenti
digitali aiutano a filtrare il rumore informativo, dall’altro favoriscono la
frammentazione e il calo della concentrazione. Emergono inoltre ambivalenze
anche nel problem solving: l’IA può ampliare le possibilità di soluzione ma
rischia di ridurre l’indipendenza cognitiva, amplificare bias nei dataset o
opacizzare i processi decisionali, rendendoli difficilmente interpretabili dagli
utenti. Una condizione, quest’ultima, oggetto di un ampio dibattito anche in
ambito militare, dove lo sviluppo di sistemi automatizzati di comando e
controllo pone dubbi di natura etica, politica e psicologica.
I test effettuati confermano che l’uso intensivo di strumenti basati su IA
favorisce pratiche di cognitive offloading che, pur alleggerendo il carico
cognitivo e liberando risorse mentali, si associano a un declino della capacità
di pensiero critico, in particolare nelle fasce più giovani. Questo declino
viene misurato attraverso la metodologia HCTA (Halpern Critical Thinking
Assessment), un test psicometrico che prende il nome dalla psicologa cognitiva
Diane F. Halpert e misura le abilità di pensiero critico (come valutazione
della probabilità e dell’incertezza, problem solving decisionale, capacità di
trarre conclusioni basate su prove), grazie a un set di domande aperte e a
risposta multipla applicate a uno scenario di vita quotidiana.
> L’uso intensivo di strumenti basati su IA favorisce pratiche di cognitive
> offloading che, pur alleggerendo il carico cognitivo, si associano a un
> declino della capacità di pensiero critico, in particolare nelle fasce più
> giovani.
Anche in questo caso, è piuttosto chiaro come l’applicazione della tecnologia ai
processi cognitivi possa risultare deleteria, inducendo una sorta di pigrizia
difficile da controbilanciare. Le pratiche di scarico cognitivo, infatti,
producono i loro benefici quando attivano la mente delle persone che le
utilizzano. È quello che succede, per esempio, nel metodo Zettelkasten, una
delle tecniche di gestione della conoscenza più conosciute.
Creato dal sociologo tedesco Niklas Luhmann negli anni Cinaquanta del Novecento,
lo Zettelkasten è un metodo di annotazione pensato per facilitare la scrittura
di testi non fiction e rafforzare la memoria delle proprie letture, che prevede
di ridurre il tempo che passa tra la lettura di un testo e la sua elaborazione
scritta, prendendo appunti e note durante la lettura dello stesso. Come spiega
Sonke Ahrens in How to take smart notes, uno dei principali testi di
divulgazione sul metodo Zettelkasten, la scrittura non è un gesto passivo.
Eseguirlo attiva aree del nostro cervello che sono direttamente collegate al
ricordo e alla memoria. Lo scarico cognitivo alla base del suo funzionamento
produce perciò un beneficio proprio perché impegna chi lo esegue sia a
confrontarsi direttamente con il testo che sta leggendo, sia a scrivere durante
l’atto stesso della lettura. Adottare il metodo Zettelkasten significa perciò
introdurre in quest’ultima attività una componente di frizione e di impegno, che
sono la base della sua efficacia.
> Automatizzando le pratiche di offloading cognitivo rischiamo di privarci del
> tempo necessario affinché un’informazione si depositi nella nostra memoria
> fino a diventare un pensiero originale.
A differenza della maggior parte delle interfacce attraverso cui interagiamo con
le tecnologie, in particolare con quelle digitali e di intelligenza artificiale,
il metodo Zettelkasten è fatto per produrre attrito. È proprio tale attrito che
stimola la nostra mente, la attiva e produce benefici sulle nostre capacità
cognitive. Lo Zettelkasten è progettato per far pensare le persone e non il
contrario, come recita il titolo di uno dei testi più famosi sull’usabilità web
e l’interazione uomo-computer.
Perché se ogni processo diventa liscio, privo di frizione, e la tecnologia che
lo rende possibile si fa impalpabile fino a scomparire, quello che corriamo è
proprio il rischio di non dover pensare. Quando chiediamo a un’intelligenza
artificiale di sintetizzare un libro, invece di leggerlo e riassumerlo noi
stessi, quello che stiamo facendo è schivare il corpo a corpo con il testo e la
scrittura che un metodo come lo Zettelkasten prescrive come base per la sua
efficacia. Automatizzare le pratiche di scarico cognitivo significa trasformare
in costi i benefici che esse possono apportare alla nostra capacità di ricordare
e pensare, proprio perché ad andare perduta è la durata, ovvero il tempo
necessario affinché un’informazione si depositi nella nostra memoria fino a
diventare un pensiero originale.
Prendere atto di questa contraddizione significa spostare l’attenzione dalla
dimensione neurologica a quella culturale e sociale. Perché è vero che invocare
interfacce più “visibili” e capaci di generare attrito nell’esperienza utente, o
elaborare strategie educative mirate, come suggerisce l’autore, sono atti utili
e necessari a riconoscere e gestire l’impatto delle IA sulle nostre menti, ma
senza porsi il problema dell’accesso al capitale culturale necessario per un uso
consapevole e critico delle tecnologie, tali soluzioni rischiano di restare
lettera morta. O, peggio, rischiano di acuire le differenze tra chi ha il
capitale culturale ed economico per permettersi di limitare il proprio l’accesso
alla tecnologia e chi, al contrario, finisce per subire in modo passivo le
scelte delle grandi aziende tecnologiche, che proprio sulla pigrizia sembrano
star costruendo l’immaginario dei loro strumenti di intelligenza artificiale.
> Nel marketing di alcune aziende gli strumenti di IA non sembrano tanto protesi
> capaci di potenziare creatività e pensiero critico, quanto scorciatoie per
> aggirare i compiti più noiosi o ripetitivi che la vita professionale comporta.
Per come vengono presentati nella comunicazione corporate, gli strumenti di
intelligenza artificiale assomigliano meno a delle protesi capaci di potenziare
la creatività o il pensiero critico e più a scorciatoie per aggirare i compiti
più noiosi, ripetitivi o insulsi che la vita professionale comporta. Il video di
presentazione degli strumenti di scrittura “smart” della sedicesima iterazione
dell’iPhone è emblematico del tenore di questo discorso. Warren, l’impiegato
protagonista dello spot, li usa proprio per dare un tono professionale al testo
dell’email con cui scarica sul suo superiore un compito che dovrebbe eseguire
lui. Quella che, all’apparenza, potrebbe sembrare una celebrazione dell’astuzia
working class è in realtà una visione in cui l’automazione non ha liberato
l’uomo dalle catene del lavoro, ma gli ha solo fornito degli strumenti per non
essere costretto a pensare prima di agire.
Ancora una volta, l’uso delle tecnologie si rivela non soltanto una questione
politica, ma anche ‒ e soprattutto ‒ una questione sociale e di classe. Una
questione che andrebbe rimessa al centro del dibattito sull’intelligenza
artificiale, superando la dicotomia, tutto sommato sterile, tra apocalittici e
integrati che ancora sembra dominarlo.
L'articolo Ricordare per procura proviene da Il Tascabile.
Richieste improprie e che subito bloccate se poste in linguaggio naturale,
vengono invece accettate dai large language model se messe in forma di versi e
rime: com’è possibile?
Avere la certezza che ChatGPT, Gemini, Claude e tutti gli altri si rifiuteranno
sempre di produrre contenuti vietati dalle loro policy non è possibile. Per
quale ragione? “I provider hanno la responsabilità di proteggere gli utenti da
contenuti dannosi e per farlo usano principalmente due strategie. La prima è
l’allineamento in fase di addestramento, con cui il modello viene istruito a
rifiutare determinate richieste oppure a seguire specifiche regole. La seconda
strategia riguarda invece dei filtri esterni o classificatori che analizzano
input e output del modello, bloccando tutto ciò che corrisponde a pattern
riconosciuti come pericolosi”, spiega, parlando con Wired, Matteo Prandi,
ricercatore ed esperto di AI Safety. “Il problema è che entrambi gli approcci si
basano su esempi di richieste formulate in modo diretto, prosastico o
estremamente preciso”, prosegue Prandi.
Jailbreak in versi
Ed è proprio per questa ragione che, nel corso degli anni, sono emersi
molteplici metodi che permettono di aggirare le barriere: formulando comandi
indiretti e creativi...
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