L a mattina del 22 aprile 2024, l’allieva maresciallo Beatrice Belcuore non si
presenta in servizio nella Scuola Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri di
Firenze. Ha venticinque anni, frequenta il secondo anno di corso per diventare
sottufficiale. Quando i colleghi cominciano a cercarla, trovano il suo corpo in
un’aula dell’istituto. L’arma d’ordinanza è accanto a lei. Non ha lasciato
messaggi, almeno non nel senso convenzionale del termine. O forse l’ha fatto, ma
in un linguaggio che nessuno intorno a lei era stato formato a decifrare:
silenzi, ritiri, piccole crepe nell’armatura quotidiana che nessuno ha saputo
riconoscere come sintomi, perché si impara a leggere il pericolo esterno, non
quello che cresce dentro.
La notizia occupa poche righe nei quotidiani locali. Un comunicato dell’Arma
parla di cordoglio. I familiari chiedono riserbo, che viene accordato con quella
rapidità che la società riserva alle morti scomode. Qualche giorno dopo, in
un’altra città, un’altra uniforme, un altro corpo, un’altra pistola d’ordinanza.
Poi un altro ancora. Il suicidio in divisa emerge sempre come evento isolato,
tragedia privata che si consuma nel silenzio delle caserme. Ma quando qualcuno
comincia a contare – e qualcuno conta, da anni – emerge un pattern che ha la
precisione dei fenomeni sistemici e la persistenza delle malattie endemiche.
Non c’è un momento preciso in cui la divisa smette di essere stoffa e diventa
identità. Accade attraverso la ripetizione dei gesti, l’assimilazione dei
codici, l’interiorizzazione del ruolo. L’uniforme è un dispositivo semiotico
potente: stabilisce chi sei prima che tu parli, determina le aspettative, crea
una distanza tra chi la indossa e chi la osserva. Chi veste l’autorità deve
incarnarla. E l’autorità, nella costruzione simbolica collettiva, non ammette
fragilità. Se chi deve proteggere ha paura, se chi garantisce ordine è nel caos,
l’intero edificio vacilla.
Il problema è che sotto ogni divisa c’è un corpo con un limite. Quando quel
limite viene raggiunto in silenzio, quando il carico diventa insostenibile ma il
sistema non offre modi legittimi per dirlo, quando chiedere aiuto significa
mettere a rischio l’identità professionale, il gesto estremo smette di essere
incomprensibile. Diventa, in una logica perversa, l’unica via d’uscita da una
contraddizione che non ammette mediazioni.
> Il suicidio in divisa emerge sempre come evento isolato, tragedia privata che
> si consuma nel silenzio delle caserme. Ma quando si comincia a contare, emerge
> un pattern che ha la precisione dei fenomeni sistemici e la persistenza delle
> malattie endemiche.
Beatrice Belcuore è una persona con una storia che non conosceremo. Ma è anche
un sintomo. Nelle forze dell’ordine italiane – Carabinieri, polizia, Guardia di
finanza, penitenziaria – il tasso di suicidi è significativamente più alto della
popolazione generale. Non marginalmente: molto più alto. E non da ieri: da
decenni. Nel 2023 si sono registrati 39 suicidi tra le forze dell’ordine, con un
tasso che continua a mantenersi costantemente superiore rispetto alla
popolazione civile. La letteratura internazionale documenta lo stesso fenomeno
in Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia. Paesi diversi, culture
organizzative diverse, stessa costante: la divisa come fattore di rischio.
Eppure ogni volta la narrazione pubblica procede per rimozione. Si parla di
fragilità individuale, problemi personali, gesti imprevedibili. Si evita di
guardare alla struttura che produce quelle condizioni, di interrogarne i
meccanismi. Come se il suicidio fosse un evento casuale, anziché l’esito di
processi che la scienza ha cominciato a mappare con precisione: dalla psicologia
del trauma alla sociologia delle organizzazioni, dalla psichiatria occupazionale
alle neuroscienze dello stress.
La domanda non è perché Beatrice Belcuore abbia compiuto quel gesto. È perché il
sistema che l’ha formata, inquadrata, armata non abbia saputo vedere che stava
per compierlo. La risposta non sta nella sua storia personale che, come detto,
non conosceremo; ma nell’architettura psicosociale delle istituzioni totali,
nella costruzione culturale dell’invulnerabilità, nei meccanismi organizzativi
che trasformano il disagio in tabù e il tabù in tragedia. Quella mattina di
aprile non è morta solo una persona. È collassato, ancora una volta, un sistema
di protezioni che forse non era mai esistito.
L’architettura del rischio: stress traumatico e carico allostatico
La psicologia occupazionale ha un termine preciso per descrivere ciò che accade
quando un individuo è esposto, ripetutamente e professionalmente, a situazioni
di forte intensità emotiva: stress traumatico secondario. A differenza del
trauma acuto – quello che si sperimenta durante un singolo evento critico – il
trauma secondario è cumulativo, progressivo, e spesso difficile da riconoscere
perché si confonde con la routine. Non c’è un momento preciso in cui “accade”. È
piuttosto un’erosione silenziosa della capacità di regolazione emotiva.
> Nelle forze dell’ordine italiane – Carabinieri, polizia, Guardia di finanza,
> penitenziaria – il tasso di suicidi è significativamente più alto della
> popolazione generale. Non marginalmente: molto più alto. E non da ieri: da
> decenni.
Gli operatori delle forze dell’ordine sono esposti quotidianamente a situazioni
che per la maggior parte delle persone rappresenterebbero eventi eccezionali:
incidenti mortali, interventi su violenze domestiche, gestione di soggetti in
stato di alterazione psicofisica, minacce dirette alla propria incolumità. La
ricerca epidemiologica ha documentato come questa esposizione prolungata produca
tassi significativamente più alti di disturbo post-traumatico da stress (PTSD,
Post-Traumatic Stress Disorder), depressione maggiore, disturbi d’ansia e abuso
di sostanze rispetto alla popolazione generale. Negli Stati Uniti, le prevalenze
di PTSD tra gli agenti raggiungono il 35%, contro il 6-8% della popolazione
civile.
Ma c’è un aspetto ancora più insidioso che la neuroscienza dello stress ha
cominciato a illuminare negli ultimi anni: il concetto di carico allostatico.
L’allostasi è il processo attraverso cui il corpo mantiene la stabilità
attraverso il cambiamento – è, in altre parole, il modo in cui ci adattiamo allo
stress. Ma quando lo stress diventa cronico, i sistemi di adattamento cominciano
a logorarsi. Il carico allostatico è il prezzo biologico che paghiamo per
un’attivazione continua dei sistemi di risposta allo stress: alterazioni
dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, infiammazione cronica, disfunzioni del
sistema immunitario, modificazioni nella struttura e nella funzionalità
dell’ippocampo e della corteccia prefrontale.
In termini più diretti: il corpo e la mente di chi lavora costantemente in
condizioni di allarme si trasformano. E questa trasformazione non è
semplicemente “psicologica” ma profondamente biologica. Gli studi condotti su
veterani di guerra e su operatori delle forze di polizia hanno mostrato pattern
simili di alterazione neuroendocrina, con conseguenze sulla capacità
decisionale, sulla regolazione degli impulsi, sulla percezione del futuro.
L’esposizione cronica a situazioni di pericolo produce una desensibilizzazione
paradossale: da un lato, un’ipervigilanza costante; dall’altro, un appiattimento
della risposta emotiva che rende difficile riconoscere i propri stati interni.
Ciò che rende questo meccanismo particolarmente pericoloso nelle forze
dell’ordine è la mancanza di riconoscimento. A differenza di altre professioni
ad alto carico emotivo – si pensi agli infermieri di terapia intensiva o ai
vigili del fuoco – dove l’esaurimento professionale (burnout) è ormai ampiamente
discusso, nelle forze armate e di polizia permane l’idea che il disagio
psicologico sia un segno di inadeguatezza. La cultura organizzativa non facilita
la narrazione del proprio malessere. Al contrario, la reprime.
La costruzione sociale dell’invulnerabilità
Per comprendere davvero il fenomeno del suicidio nelle forze dell’ordine,
dobbiamo fare un passo indietro e guardare a come la società costruisce
simbolicamente la figura dell’autorità in divisa. Non si tratta solo di un
lavoro: è un ruolo sociale ad alto contenuto performativo. Nelle scienze
sociali, il concetto di “performance di ruolo” – elaborato da Erving Goffman in
The Presentation of Self in Everyday Life (1959; trad. it. La vita quotidiana
come rappresentazione, 1969) – descrive come gli individui mettano in scena,
letteralmente, il personaggio sociale che sono chiamati a interpretare.
> L’esposizione cronica a situazioni di pericolo produce una desensibilizzazione
> paradossale: da un lato, un’ipervigilanza costante; dall’altro, un
> appiattimento della risposta emotiva che rende difficile riconoscere i propri
> stati interni.
La divisa è uno dei più potenti dispositivi di performance sociale. Segna
immediatamente una differenza: chi la indossa non è più semplicemente un
cittadino, ma un rappresentante dello Stato, un detentore di autorità legittima,
un garante dell’ordine pubblico. Questa posizione simbolica implica aspettative
molto rigide: controllo emotivo, capacità decisionale anche sotto pressione,
forza fisica e psicologica, impermeabilità alla paura.
Il problema nasce quando questa performance diventa totale, quando cioè non è
più possibile distinguere tra il ruolo pubblico e l’identità privata. Goffman
parla anche di “istituzioni totali” in Asylums (1961; trad. it. 1968) per
descrivere quegli ambienti – carceri, conventi, caserme – in cui tutti gli
aspetti della vita quotidiana sono condotti nello stesso luogo, sotto la stessa
autorità, e secondo un programma razionale unico. Le forze dell’ordine non sono
istituzioni totali nel senso pieno del termine, ma ne condividono alcune
caratteristiche fondamentali: la gerarchia rigida, la separazione simbolica dal
mondo civile, l’enfasi sulla disciplina e sull’obbedienza, l’idea che la vita
professionale abbia la precedenza su quella personale.
Questa configurazione produce un effetto paradossale: da un lato, crea un forte
senso di appartenenza e identità collettiva – il “corpo” come comunità di
destino; dall’altro, rende estremamente difficile esprimere vulnerabilità. La
vulnerabilità è percepita come una contraddizione logica rispetto al ruolo. Se
sei chiamato a proteggere gli altri, come puoi ammettere di aver bisogno di
protezione? Se devi garantire ordine, come puoi dichiarare che il tuo mondo
interiore è nel caos?
La sociologa Raewyn Connell, in Masculinities (1995), ha mostrato come nelle
professioni tradizionalmente maschili – e le forze dell’ordine lo sono ancora in
larga misura – si costruisca una “mascolinità egemonica” basata su forza,
autocontrollo, stoicismo, rifiuto della dipendenza emotiva. Anche se il numero
di donne nelle forze di polizia è aumentato, la cultura organizzativa continua a
premiare questi tratti. Il risultato è una socializzazione professionale che
scoraggia sistematicamente la richiesta di aiuto. La ricerca di Michelle R.
Tuckey e collaboratori (2012) sulla cultura del silenzio nelle forze di polizia
ha documentato come la maggioranza degli agenti con sintomi depressivi non
cerchi aiuto professionale, citando la paura dello stigma come motivazione
principale.
> Quando una persona interiorizza completamente l’identità professionale, ogni
> segno di debolezza non viene percepito solo come una minaccia alla carriera,
> ma come una minaccia al senso stesso di sé.
E qui entra in gioco un meccanismo psicologico cruciale: l’internalizzazione del
ruolo. Quando una persona interiorizza completamente l’identità professionale,
ogni segno di debolezza non viene percepito solo come una minaccia alla
carriera, ma come una minaccia al senso stesso di sé. La psicologia del sé, da
Kohut in poi, ha mostrato come l’identità sia costruita attraverso narrazioni
coerenti. Se la mia narrazione identitaria è “sono un agente forte, affidabile,
sempre in controllo”, riconoscere un momento di crisi diventa un atto
destabilizzante. Non è solo dire “sto soffrendo”, è dire “forse non sono chi
credevo di essere”.
La gerarchia come ostacolo alla comunicazione del disagio
Le organizzazioni militari e paramilitari funzionano secondo una logica
verticale molto precisa. La catena di comando è il principio organizzativo
fondamentale: ordini discendono dall’alto, responsabilità salgono dal basso.
Questo modello è funzionale in situazioni operative, dove la rapidità
decisionale e l’esecuzione coordinata sono essenziali. Ma quando si tratta di
salute mentale, la gerarchia diventa un ostacolo strutturale.
Gli studi sulle organizzazioni ad alta affidabilità (high reliability
organizations) – ospedali, centrali nucleari, aviazione civile – hanno mostrato
che uno dei principali fattori di rischio è la difficoltà nella comunicazione
ascendente. Quando un subordinato percepisce che segnalare un problema potrebbe
essere interpretato come incompetenza, è molto più probabile che taccia. Nelle
forze dell’ordine, questo effetto è amplificato da una cultura che valorizza
l’autonomia operativa e la capacità di “farcela da soli”. Ricerche addirittura
precedenti sull’apprendimento organizzativo hanno introdotto il concetto di
“sicurezza psicologica” (psychological safety): la percezione condivisa che sia
possibile assumersi rischi interpersonali – come ammettere un errore, fare
domande, esprimere preoccupazioni – senza essere puniti o umiliati. Gli ambienti
con alta sicurezza psicologica sono quelli in cui le persone imparano più
velocemente, collaborano meglio, e gestiscono meglio lo stress.
Nelle organizzazioni gerarchiche tradizionali, la sicurezza psicologica tende a
essere bassa. E questo ha conseguenze dirette sulla salute mentale. Un agente
che sta attraversando una fase di forte stress – problemi familiari, esposizione
a eventi traumatici, sintomi depressivi – difficilmente comunicherà il proprio
stato al superiore, per paura di essere considerato “non idoneo”, di vedere
sospeso il porto d’armi, di essere destinato a mansioni amministrative percepite
come degradanti rispetto al gruppo.
> Gli ambienti con alta sicurezza psicologica sono quelli in cui le persone
> imparano più velocemente, collaborano meglio, e gestiscono meglio lo stress.
> Nelle organizzazioni gerarchiche tradizionali, la sicurezza psicologica tende
> a essere bassa.
Il paradosso è che proprio quando il supporto sarebbe più necessario i
meccanismi organizzativi lo rendono inaccessibile. E questo non per malafede, ma
per una logica istituzionale che fatica a integrare la dimensione della
vulnerabilità umana. Ma c’è qualcosa di più profondo su cui dovremmo
interrogarci: la struttura gerarchica non è solo un ostacolo neutrale alla
comunicazione. È un sistema che produce e mantiene relazioni di potere
asimmetriche, dove l’obbedienza viene premiata più della cura, dove la
conformità prevale sulla consapevolezza critica. E in questo sistema il disagio
individuale diventa funzionale al mantenimento dell’ordine: chi soffre in
silenzio non disturba, non rallenta, non mette in discussione.
L’arma come presenza costante e fattore di rischio
C’è un elemento materiale che differenzia gli operatori delle forze dell’ordine
dalla maggior parte dei lavoratori: la disponibilità quotidiana di un’arma da
fuoco. Questo aspetto è raramente discusso apertamente, ma la letteratura
scientifica sul suicidio è molto chiara: l’accesso immediato a mezzi letali
aumenta drasticamente la probabilità che un impulso suicidario si traduca in
morte. La suicidologia distingue tra ideazione suicidaria, pianificazione e
tentativo. Non tutte le persone che pensano al suicidio lo pianificano, e non
tutte quelle che lo pianificano lo tentano. Ma uno dei fattori più predittivi
del passaggio dall’idea all’azione è la disponibilità di un metodo altamente
letale. Le armi da fuoco hanno un tasso di letalità superiore al 90%, contro il
3% per l’overdose di farmaci da banco e il 23% per l’impiccagione secondo i dati
del Centers for Disease Control statunitense.
Gli studi epidemiologici condotti negli Stati Uniti – dove la disponibilità di
armi è molto più diffusa che in Europa – hanno documentato una correlazione
significativa tra possesso di armi e rischio di suicidio, con un aumento del
rischio del 300% rispetto a case senza armi, soprattutto tra gli uomini. Il 90%
dei tentativi di suicidio con arma da fuoco risulta fatale entro pochi minuti,
contro una media del 15% per altri metodi, che lasciano tempo per soccorso e
pentimento.
> La struttura gerarchica produce e mantiene relazioni di potere asimmetriche,
> dove l’obbedienza viene premiata più della cura, dove la conformità prevale
> sulla consapevolezza critica. E in questo sistema il disagio individuale
> diventa funzionale al mantenimento dell’ordine.
Ma nelle forze dell’ordine la situazione è ancora più complessa: l’arma non è
solo disponibile, è parte integrante dell’identità professionale. È uno
strumento di lavoro, un simbolo di autorità, un oggetto familiare. I dati
raccolti da John Violanti e Andrea Steege (2021) sul Federal Bureau of
Investigation’s National Incident-Based Reporting System mostrano che tra gli
agenti di polizia statunitensi il 93% dei suicidi completati avviene con l’arma
d’ordinanza. In Italia, secondo i dati parziali raccolti dall’Osservatorio
Nazionale sul Disagio e il Benessere nelle Forze di Polizia, tra il 2018 e il
2023 l’85% dei suicidi nelle forze dell’ordine è avvenuto con arma da fuoco,
contro una media nazionale del 12% per la popolazione comune.
La psicologia dell’azione suicidaria mostra che molti suicidi avvengono in
momenti di crisi acuta, spesso preceduti da poche ore o minuti di
pianificazione. In questi momenti, la presenza di un’arma può ridurre il tempo
tra l’impulso e l’azione a una frazione di secondo. Non c’è tempo per la
riflessione, per il pentimento, per la ricerca di aiuto: nel 24% dei casi di
suicidio con arma da fuoco il tempo tra la decisione e l’azione è inferiore a
cinque minuti.
Ciò che rende questo aspetto particolarmente delicato è la relazione emotiva con
l’arma. Per un agente, l’arma d’ordinanza non è solo uno strumento: è il segno
tangibile della fiducia istituzionale, della capacità di esercitare autorità,
del diritto-dovere di proteggere. Ma è anche il mezzo attraverso cui lo Stato
delega l’uso legittimo della violenza. E questa violenza, che nelle operazioni
quotidiane viene diretta verso l’esterno – verso il sospetto, il criminale, il
deviante – può, in momenti di crisi, rivolgersi verso l’interno. L’arma diventa
il punto di convergenza tra l’autorità dello Stato e la fragilità
dell’individuo, tra il mandato di controllare e l’impossibilità di farlo.
Rimuovere temporaneamente l’arma a qualcuno che sta attraversando una crisi è
percepito come una sospensione dell’identità professionale. E questo rende
estremamente difficile implementare protocolli preventivi che includano la
gestione temporanea dell’armamento. Ma c’è una questione più profonda: l’arma
non è solo un oggetto pericoloso per chi la porta. È il simbolo di un sistema
che affida la risoluzione dei conflitti alla minaccia della forza, che forma le
persone all’uso della violenza come strumento ordinario, e poi si sorprende
quando quella violenza, non più contenibile, si riversa su chi dovrebbe
esercitarla.
> Nelle forze dell’ordine l’arma non è solo disponibile, è parte integrante
> dell’identità professionale. È uno strumento di lavoro, un simbolo di
> autorità, un oggetto familiare.
Eppure, i programmi di prevenzione più avanzati includono proprio questo
elemento: la possibilità di un ritiro temporaneo e non punitivo dell’arma in
situazioni di stress acuto, accompagnato da supporto psicologico intensivo. In
Norvegia, il protocollo implementato dal 2016 prevede che qualsiasi agente possa
richiedere volontariamente un periodo di allontanamento dall’arma, fino a trenta
giorni, senza conseguenze sulla carriera e con accesso immediato a supporto
psicologico specializzato. I dati preliminari mostrano una riduzione del 40% nei
suicidi tra agenti nei primi cinque anni di implementazione. Ma perché questo
sia accettabile è necessario un cambio culturale profondo: l’arma deve essere
vista come uno strumento professionale, non come un’estensione dell’identità. E
questo significa interrogare l’intera relazione tra autorità e violenza.
Modelli di prevenzione: cosa dice la ricerca
La psicologia della prevenzione del suicidio ha fatto enormi progressi negli
ultimi trent’anni. Sappiamo che il suicidio, contrariamente a credenze diffuse,
è spesso prevedibile e prevenibile. Ma per farlo efficacemente, è necessario
agire su più livelli: individuale, relazionale, organizzativo, culturale. I
programmi di prevenzione più efficaci nelle organizzazioni ad alto rischio – e
qui la ricerca si basa su esperienze maturate nelle forze armate, nei corpi di
polizia, nei servizi di emergenza – condividono alcune caratteristiche
fondamentali.
Primo livello: la formazione alla consapevolezza. Non si tratta solo di
insegnare ai singoli operatori a riconoscere i propri sintomi, ma di formare i
superiori e i colleghi a intercettare segnali precoci di disagio. Gli studi sul
peer support – il supporto tra pari – mostrano che le persone sono molto più
propense a confidarsi con un collega che con un superiore gerarchico o con un
professionista esterno. I programmi più avanzati includono la formazione di peer
supporters: colleghi che ricevono una formazione specifica per ascoltare,
orientare, e facilitare l’accesso a risorse professionali.
Secondo livello: la supervisione strutturata. Nelle professioni cliniche –
psicologi, psicoterapeuti – la supervisione è obbligatoria e continua. Nelle
forze dell’ordine, invece, il debriefing psicologico dopo eventi critici è
spesso facoltativo o limitato a situazioni estreme. La ricerca mostra invece che
una supervisione regolare, non legata a eventi specifici, riduce
significativamente il rischio di accumulo di stress traumatico. Non si tratta di
“terapia”, ma di uno spazio protetto in cui elaborare le esperienze operative,
normalizzare le reazioni emotive, condividere strategie di coping.
Terzo livello: la destigmatizzazione del supporto psicologico. Finché chiedere
aiuto sarà percepito come un segno di debolezza, i programmi di prevenzione
avranno un’efficacia limitata. Alcune forze di polizia – ad esempio in Canada e
nei paesi scandinavi – hanno integrato la figura dello psicologo direttamente
nei team operativi, non come valutatore ma come risorsa. Questo cambia
radicalmente la percezione: lo psicologo non è più qualcuno a cui si va quando
“si ha un problema”, ma un professionista che accompagna costantemente il lavoro
operativo.
Quarto livello: i protocolli di gestione dell’arma. Alcuni dipartimenti di
polizia hanno introdotto protocolli che permettono un ritiro temporaneo e
volontario dell’arma da parte dell’operatore, o un ritiro deciso dal comando ma
non punitivo, legato esclusivamente a situazioni di stress documentato.
L’importante è che questa misura sia accompagnata da supporto intensivo e da un
percorso chiaro di reintegrazione.
Quinto livello: la leadership consapevole. Lo stile di leadership è uno dei più
potenti predittori del benessere psicologico nei gruppi di lavoro: una
leadership autoritaria e distante aumenta il rischio; una leadership supportiva
e orientata alle persone lo riduce. Formare i comandanti a riconoscere e
rispondere al disagio psicologico dei subordinati non è un optional, ma una
competenza essenziale.
Oltre l’individuo: ripensare la cultura organizzativa
Tutti i programmi elencati sopra sono importanti, ma rischiano di rimanere
interventi superficiali se non si accompagnano a un cambiamento più profondo
della cultura organizzativa. E qui entriamo in un terreno più complesso, perché
non si tratta semplicemente di aggiungere servizi o protocolli, ma di mettere in
discussione alcuni assunti di fondo.
Il primo assunto è che la forza emotiva sia una caratteristica stabile e
individuale. In realtà, la psicologia contemporanea ci dice che la resilienza –
la capacità di affrontare lo stress senza esserne sopraffatti – non è un tratto
di personalità, ma una competenza che si costruisce in un contesto relazionale e
organizzativo favorevole. Nessuno è “naturalmente” resiliente in qualsiasi
condizione: la resilienza emerge quando ci sono risorse adeguate, reti di
supporto, possibilità di recupero.
Il secondo assunto è che l’espressione della vulnerabilità sia incompatibile con
l’efficienza operativa. Anche questo è falso. Gli studi sulle high performing
teams – dai Navy SEAL alle unità speciali – mostrano che i gruppi più efficaci
sono quelli in cui esiste fiducia reciproca, comunicazione aperta, capacità di
ammettere errori e limiti. L’idea che la durezza emotiva produca prestazioni
migliori è un mito. Produce solo isolamento.
Il terzo assunto è che il benessere psicologico sia responsabilità esclusiva
dell’individuo. Questa concezione neoliberale della salute mentale – “sta a te
prenderti cura di te stesso” – ignora completamente il ruolo delle condizioni
strutturali. Se un’organizzazione espone sistematicamente i suoi membri a stress
cronico, carichi di lavoro insostenibili, turni massacranti, e poi offre qualche
seduta di mindfulness come soluzione, sta semplicemente spostando la
responsabilità dal sistema all’individuo. Come ha documentato Byung-Chul Han in
La società della stanchezza (2012; nuova ed. 2020), la psicologizzazione del
disagio sociale è uno dei principali meccanismi di occultamento delle
responsabilità sistemiche.
> La capacità di affrontare lo stress senza esserne sopraffatti non è un tratto
> di personalità, ma una competenza che si costruisce in un contesto relazionale
> e organizzativo favorevole. Nessuno è “naturalmente” resiliente: la resilienza
> emerge quando ci sono risorse adeguate, reti di supporto, possibilità di
> recupero.
Per un vero cambiamento, è necessario che le istituzioni si assumano la
responsabilità del benessere psicologico come parte integrante della missione
organizzativa. Questo significa investire in personale sufficiente per ridurre
il sovraccarico, garantire tempi di recupero adeguati, costruire ambienti di
lavoro psicologicamente sicuri, valorizzare la comunicazione del disagio come
segno di consapevolezza e non di debolezza. Ma significa anche interrogare la
funzione stessa di queste istituzioni. Perché se il problema fosse solo
organizzativo – questione di protocolli, di risorse, di formazione – i Paesi con
maggiori investimenti in welfare e salute mentale non dovrebbero mostrare gli
stessi pattern. Eppure li mostrano. Il che suggerisce che c’è qualcosa di
strutturale nel rapporto tra autorità, violenza e sofferenza psichica che
nessuna riforma organizzativa può risolvere da sola.
L’autorità come sistema di violenza: oltre Milgram
Quando si parla di forze dell’ordine, c’è un elefante nella stanza che i
discorsi sul benessere psicologico raramente affrontano: il fatto che queste
istituzioni sono, per definizione, agenzie di violenza legittima. Non è un
giudizio morale, è una constatazione sociologica. Max Weber lo disse
chiaramente: lo Stato moderno rivendica il monopolio dell’uso legittimo della
forza fisica. Le forze dell’ordine sono lo strumento attraverso cui questo
monopolio viene esercitato quotidianamente.
Gli esperimenti di Stanley Milgram (1963, 1974) sulla obbedienza all’autorità
hanno mostrato qualcosa di profondamente disturbante: nelle giuste condizioni
strutturali, persone ordinarie sono disposte a infliggere sofferenza ad altri
semplicemente perché un’autorità legittima glielo ordina. L’esperimento è noto:
i partecipanti credevano di somministrare scariche elettriche sempre più intense
a un’altra persona (in realtà un attore) ogni volta che sbagliava una risposta.
Il 65% arrivò a somministrare la scossa massima, potenzialmente letale, solo
perché lo sperimentatore in camice bianco diceva “continui, per favore”.
> Se un’organizzazione espone sistematicamente i suoi membri a stress cronico,
> carichi di lavoro insostenibili, turni massacranti, e poi offre qualche seduta
> di mindfulness come soluzione, sta semplicemente spostando la responsabilità
> dal sistema all’individuo.
Milgram identificò diversi fattori che facilitavano l’obbedienza: la legittimità
dell’autorità, la presenza di una struttura gerarchica chiara, la distanza dalla
vittima, la frammentazione della responsabilità, l’assenza di modelli di
disobbedienza. Tutti questi fattori sono presenti, in forma amplificata, nelle
organizzazioni militari e di polizia. L’uniforme conferisce legittimità, la
catena di comando è rigidissima, le vittime della violenza sono spesso “altri”
(criminali, devianti, stranieri), la responsabilità è diffusa nel “corpo”, e la
cultura organizzativa punisce sistematicamente chi si discosta dagli ordini.
Ma quello che Milgram ha documentato era la capacità dell’autorità di far
compiere violenza ad altri. Cosa succede quando quella stessa struttura richiede
agli individui di essere pronti a subire violenza, o a infliggerla a sé stessi
attraverso il sacrificio della propria salute mentale? Quello che Philip
Zimbardo (2007) ha chiamato “l’effetto Lucifero”: sistemi malati trasformano
persone sane in agenti e vittime di violenza contemporaneamente. Nel famoso
esperimento della prigione di Stanford (1971), Zimbardo assegnò casualmente
alcuni studenti universitari al ruolo di guardie o prigionieri in una prigione
simulata. In sei giorni, le “guardie” svilupparono comportamenti sadici, i
“prigionieri” mostrarono segni di grave stress psicologico, e l’esperimento
dovette essere interrotto. La conclusione di Zimbardo è devastante: non serve
una predisposizione personale alla crudeltà. Bastano strutture di potere
asimmetriche, ruoli rigidi, assenza di responsabilità esterna, e la
deindividuazione che l’uniforme produce.
Nelle forze dell’ordine reali, questi meccanismi non durano sei giorni. Durano
anni, decenni, intere carriere. E la violenza non è simulata: è reale,
interiorizzata, costante. Chi indossa la divisa è chiamato a infliggere ordine,
ma paga il prezzo di una disciplina che normalizza il sacrificio di sé.
Una questione di potere, non di cura
C’è dunque un ultimo livello di analisi, quello che rende davvero scomodo
guardare in faccia questo fenomeno: il suicidio nelle forze dell’ordine non
interroga solo le istituzioni che lo producono, ma anche la società che quelle
istituzioni ha costruito e continua a legittimare. La retorica pubblica sulle
forze dell’ordine oscilla tra due estremi apparentemente opposti ma
strutturalmente complementari: l’esaltazione dell’eroe in divisa, sempre pronto
al sacrificio estremo, e la demonizzazione del repressore, strumento di un
potere oppressivo. Entrambe le narrazioni, per quanto politicamente
contrapposte, condividono lo stesso meccanismo di rimozione: disumanizzano.
L’eroe non può avere paura perché la paura contraddirebbe l’eroismo, il
repressore non merita compassione perché la compassione contraddirebbe la
condanna. In entrambi i casi, la persona concreta che indossa la divisa scompare
dietro la sua funzione simbolica.
> Il suicidio nelle forze dell’ordine non interroga solo le istituzioni che lo
> producono, ma anche la società che quelle istituzioni ha costruito e continua
> a legittimare.
Il potere moderno non opera principalmente attraverso la repressione violenta ma
attraverso la produzione di soggettività normalizzate. Le istituzioni
disciplinari – scuole, ospedali, caserme, prigioni – non si limitano a
controllare i corpi dall’esterno: producono individui che interiorizzano il
controllo, che lo fanno proprio fino al punto di esercitarlo su sé stessi.
L’agente che nasconde il proprio disagio per non apparire inadeguato non lo fa
principalmente perché teme sanzioni esterne, ma perché ha interiorizzato così
profondamente i criteri di valutazione istituzionali da applicarli a sé stesso
prima ancora che lo faccia qualcun altro. Questa è la forma più efficace e più
brutale di dominio: quella che trasforma i dominati in sorveglianti di sé
stessi.
Quando Beatrice Belcuore ha deciso che la sua sofferenza era incompatibile con
la divisa che indossava, quando ha scelto di usare l’arma che lo Stato le aveva
affidato per proteggere gli altri rivolgendola contro sé stessa, non ha compiuto
un atto di follia individuale. Ha portato a compimento la logica implicita del
sistema che l’aveva formata: se non sei all’altezza, se non reggi, se la tua
fragilità emerge, allora non meriti di far parte del corpo. Il sistema non
gliel’ha detto esplicitamente – nessun comandante le ha ordinato di suicidarsi –
ma gliel’ha fatto capire attraverso mille segnali quotidiani, attraverso una
cultura che valorizza la resistenza fino all’autodistruzione e che interpreta
ogni richiesta di aiuto come ammissione di sconfitta.
Riconoscere la dimensione umana delle forze dell’ordine non significa esonerarle
da responsabilità per gli abusi che compiono, non significa giustificare le
violenze che talvolta perpetrano, non significa chiudere gli occhi sulla
funzione repressiva che oggettivamente svolgono in determinati contesti sociali
e politici. Significa qualcosa di più complesso e più difficile: accettare che
l’autorità non è una proprietà degli individui ma una relazione sociale, che chi
esercita potere è anche sempre, simultaneamente, sottomesso a un potere
superiore, che la catena di comando funziona tanto verso il basso quanto verso
l’alto, e che le persone in divisa sono insieme agenti e vittime di un sistema
che le usa e le consuma.
La condizione umana è intrinsecamente esposta alla dipendenza e alla fragilità,
e la negazione politica di questa vulnerabilità produce violenza – verso gli
altri, ma anche e inevitabilmente verso sé stessi. Le società occidentali
contemporanee hanno costruito un’idea di soggettività basata sull’autonomia
assoluta, sulla capacità di bastare a sé stessi, sul rifiuto di ogni forma di
dipendenza. Questa ideologia raggiunge il suo apice nelle professioni che
incarnano l’autorità: chi deve proteggere non può aver bisogno di protezione,
chi deve essere forte non può ammettere debolezza, chi rappresenta lo Stato non
può mostrare che anche lo Stato, in fondo, è fatto di corpi fragili e mortali.
> Riconoscere la dimensione umana delle forze dell’ordine non significa
> esonerarle da responsabilità per gli abusi che compiono, non significa
> giustificare le violenze che talvolta perpetrano, non significa chiudere gli
> occhi sulla funzione repressiva che oggettivamente svolgono.
Ma è proprio questo rifiuto della vulnerabilità che la trasforma in patologia.
Quando una società pretende che alcuni suoi membri incarnino un’invulnerabilità
impossibile, quando costruisce istituzioni che puniscono sistematicamente ogni
manifestazione di fragilità, quando offre come unica alternativa alla perfezione
l’espulsione o l’autodistruzione, sta esercitando una forma di violenza
strutturale che non è meno letale di quella fisica. I venticinque anni di
Beatrice Belcuore, la pistola d’ordinanza accanto al suo corpo, il silenzio che
ha avvolto la sua morte: tutto questo non è un’eccezione, un caso sfortunato, un
destino individuale. È il funzionamento normale di un sistema che produce morte
per poter continuare a pretendere vita.
Cambiare paradigma significherebbe ammettere che le istituzioni armate non
proteggono chi le serve, che la retorica del sacrificio maschera lo sfruttamento
sistematico della salute mentale, che ogni suicidio in divisa è anche un
omicidio istituzionale. Significherebbe riconoscere che il problema non è la
debolezza degli individui ma la violenza delle strutture, non la mancanza di
resilienza ma l’eccesso di pretese, non l’inadeguatezza di chi cede ma la
brutalità di chi pretende resistenza infinita. E significherebbe, soprattutto,
accettare che garantire sicurezza agli altri richiede prima di tutto garantirla
a chi è chiamato a produrla, che proteggere i cittadini passa necessariamente
attraverso la protezione di chi indossa la divisa, che un sistema che consuma i
propri servitori non è un sistema efficiente ma un sistema che ha cessato di
distinguere tra l’uso e l’abuso delle persone.
Finché questo rovesciamento non avverrà, i turni resteranno massacranti, i
segnali d’allarme continueranno a essere ignorati, le pistole d’ordinanza
finiranno troppo spesso dove non dovrebbero essere. E ogni volta ci racconteremo
che è stato un gesto isolato, un dramma personale, invece di riconoscere ciò che
è davvero: il risultato prevedibile di un sistema che chiede agli individui di
pagare con la propria vita ciò che l’istituzione si rifiuta di mettere in
discussione.
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Tag - Società
I l 15 di novembre decine di migliaia di persone marciano per le strade della
città brasiliana di Belém, in Brasile, dove è in corso la trentesima conferenza
dell’ONU sul clima (COP, Conference of the Parties). L’hanno chiamata la COP del
popolo, la COP dell’Amazzonia, la COP delle popolazioni indigene. C’è del vero
in questo, dal momento che gli attivisti hanno occupato numerosi spazi della
città e, in varie forme, hanno fatto di tutto per farsi ascoltare. È la COP del
popolo, ma gran parte del popolo è fuori dai cancelli della Zona blu, sede dei
negoziati, e, soprattutto, è lontano dai metal detector e dalle pareti
bianco-grigie della COP ufficiale che i popoli possono lanciare i propri
messaggi di rabbia e disperazione. È la controCOP del popolo, che ha dovuto
ritagliarsi i suoi spazi.
In manifestazione le rivendicazioni scritte con cura sui cartelloni, sugli
striscioni e sulle magliette sono variegate: “Non esiste il capitalismo verde:
Amazzonia viva, popolo forte”; “Agro è veleno”; “Protezione animale mondiale”;
“Il sistema deve cambiare”; “Hanno rubato le nostre terre e ora vogliono rubare
il nostro futuro”. Un cartellone verde mi colpisce più degli altri: “Il Rio
Tapajós chiede soccorso”. È tenuto alle due estremità da due giovani donne
indigene, entrambe truccate nella maniera tradizionale, ferme immobili fra il
caos di persone che occupa la strada. Alle persone che le fotografano indicano
la propria maglietta bianca: “Mulheres indigenas As Karuana”. Le parole scritte
sul loro cartellone mi si fissano in testa, e ancora vi rimangono, perché
risuonano con le lacrime di una donna con cui ho parlato qualche giorno prima
nel quartiere periferico di Guamá. Indicando la propria casa fatta di palafitte
e travi di legno, l’immondizia disseminata per terra e suo figlio, aveva detto:
“Continuiamo a chiedere aiuto, ma nessuno ci ascolta. Vi prego, aiutateci”.
Immagino che queste tre donne non si conoscano, ma le loro parole tessono un
filo che le unisce e che unisce la resistenza indigena alla resistenza di coloro
che abitano i quartieri più poveri e dimenticati.
Tuttavia, se da un lato le popolazioni native sono riuscite in occasione di
questa COP a far sentire la propria voce, gridando più forte del silenzio gelido
emanato dalla Zona blu, dall’altro il grande evento climatico dell’anno invadeva
la città, portando miglioramenti estetici e strutturali, turismo, denaro, mentre
chi abita le zone più povere e in difficoltà è rimasto ai margini, escluso dalla
maggior parte dei dibattiti. Forse è questo il più grande fallimento della COP,
come accade a tanti grandi eventi. L’importanza degli spazi che l’evento va a
occupare viene narrata solo a livello geopolitico, geografico, ambientale, e non
chiama a consulta la maggior parte delle persone che quegli spazi li camminano
ogni giorno, le persone che chiamano casa quella città o quello Stato. In questo
caso, persone che vivono ogni giorno gli effetti dei cambiamenti climatici.
La manifestazione del 15 novembre 2025 fuori dal mercato di São Brás, Belém
(fot. Sophia Grew).
La “COP dei popoli”
André Corrêa do Lago, il presidente della COP30, ha parlato del grande evento
usando il concetto braziliano di mutirão, assimilabile allo spagnolo minga:
definisce il lavoro di una comunità che si riunisce per lavorare a uno scopo
comune, generalmente per il bene di tutti, senza compenso economico ma per il
supporto reciproco. Mutirão è una parola originaria della famiglia di lingue
indigene tupí-guaraní e il presidente della COP30 ha voluto usarla per invitare
il mondo a mobilitarsi in maniera collettiva nell’azione contro i cambiamenti
climatici: “Condividendo questa conoscenza ancestrale e la tecnologia sociale,
la presidenza della COP30 invita la comunità internazionale a unirsi al Brasile
in un mutirão globale contro i cambiamenti climatici, uno sforzo globale di
cooperazione fra popoli per il progresso dell’umanità”. Ma bastava passare fuori
dai cancelli della Zona blu, fra le persone benvestite che si scattavano foto di
gruppo e selfie davanti alla scritta “Cop30”, per sentire che il vero mutirão,
la vera minga, non stava avvenendo lì. E forse non stava avvenendo neanche nella
Zona verde o nella Free zone. Negli auditorium delle università, leader indigeni
e attivisti raccontavano la lotta per proteggere i propri territori, in Brasile,
Ecuador, Perù e Colombia ma anche in angoli più lontani del mondo.
> Se da un lato le popolazioni native sono riuscite in occasione di questa COP a
> far sentire la propria voce, dall’altro il grande evento climatico dell’anno
> ha portato turismo e denaro, mentre chi abita le zone più povere della città è
> rimasto ai margini, escluso dai dibattiti.
Gli occhi del mondo si sono rivolti ai popoli indigeni arrivati fino a Belém,
vestiti da capo a piedi con i loro abiti tipici, una rivendicazione della
propria cultura che partiva dalla propria presentazione estetica. Il governo
brasiliano ha organizzato un villaggio, Aldeia, per accogliere le popolazioni
indigene di tutto il mondo durante la conferenza, allestita in una delle sedi
dell’Università federale di Pará. Alla serata di apertura alcuni gruppi di
persone indigene, fra cui famiglie intere, hanno inaugurato lo spazio con danze
e canti. Intorno, una schiera di fotografi li circondava. Alla fine, in effetti,
la COP30 è stata la COP con la maggiore partecipazione indigena della storia,
con almeno tremila rappresentanti. “Finora, il numero massimo è stato di 350
indigeni provenienti da tutto il mondo, alla COP21 di Parigi nel 2015 e anche
alla COP28 di Dubai. Ora stiamo richiedendo, insieme alla presidenza della COP,
la partecipazione di 500 indigeni dal Brasile e 500 indigeni da tutte le altre
parti del mondo. In altre parole, stiamo parlando di mille indigeni accreditati
nella Zona blu”, aveva affermato Sonia Guajajara, ministra dei Popoli indigeni
del Brasile.
Dunque, solo una parte delle persone indigene presenti ha potuto effettivamente
accedere all’area dei negoziati. Una mattina osservo una famiglia avvicinarsi
alle transenne che separano il cortile dalla Zona blu, con i metal detector, le
pareti bianco-grigie e le luci al neon. Il padre indossa un copricapo di piume.
Si avvicina alle guardie che sorvegliano l’ingresso, ma viene rimandato
indietro: non ha un pass per entrare. L’uomo comprende, non protesta, ma tira
fuori il telefono dalla tasca e scatta una foto alla scritta: “Welcome to
COP30”.
Gli occhi del mondo, dunque, si sono rivolti a quelle popolazioni che vivono a
stretto contatto con l’ambiente naturale e che percepiscono, soffrendole, le sue
alterazioni. Spesso la cosmovisione e la spiritualità di questi popoli ha un
legame essenziale con i fiumi, le montagne, i boschi, il sole, la luna; ma,
soprattutto, i popoli originari vivono di questi elementi stessi. Se utilizzano
l’acqua dei fiumi per bere, per lavarsi, per cucinare, nel momento in cui il
fiume viene contaminato dal petrolio, perdono la loro principale forma di
sussistenza. Ad esempio, gli sversamenti di crudo nelle zone amazzoniche sono
tanti e ognuno di essi finisce per impattare sulla salute e sull’economia
familiare delle comunità che vivono vicino ai pozzi e ai tubi che trasportano il
petrolio. Nonostante l’esplicita decisione del governo brasiliano di mettere le
popolazioni indigene al centro di questa COP, non tutti coloro che partecipano
si sentono ascoltati e giustamente rappresentati. Nei confronti dei negoziati
percepisco un generale senso di sfiducia, e a ragione, dal momento che il
sistema di pressione e trasparenza implicito in accordi come quelli di Parigi
del 2015 ha dimostrato la sua fallibilità: gli Stati non hanno rispettato le
promesse sottoscritte. Le temperature globali continuano a innalzarsi e chi vive
in Amazzonia ne percepisce da tempo le conseguenze.
E, soprattutto, nemmeno a livello locale le popolazioni impattate hanno visto
miglioramenti. “Veniamo qui per ascoltare”, mi dice un leader indigeno della
nazionalità Shuar dell’Ecuador, mentre si accinge a varcare l’ingresso della
Zona blu. “Sappiamo che quello che diranno ci riguarda e ci impatta, dunque
veniamo per ascoltare e per comprendere”. A tutti chiedo la stessa cosa: se
sentono che la loro presenza qui possa avere un impatto. E tanti rispondono che
dentro i negoziati non c’è speranza, ma che fuori, fra comunità e attivisti, si
può smuovere qualcosa. “A volte torniamo a casa con la sensazione che siamo
stati qua, ma non è cambiato nulla, non cambierà nulla nel sistema e ancora una
volta torneremo alla vita di sempre”, mi dice un attivista. Da trent’anni lotta
contro le estrazioni petrolifere nella sua comunità e ha l’aria stanca.
> In effetti, la COP30 è stata la COP con la maggiore partecipazione indigena
> della storia, con almeno tremila rappresentanti.
Un partecipante su 25 nella COP30 rappresenta l’industria dei combustibili
fossili, stando a un’analisi della coalizione Kick Big Polluters Out (KBPO), per
un totale di 1600 lobbisti del fossile. Il Paese che ha una delegazione più
folta è il Paese ospitante, il Brasile. D’altronde, gli ultimi tre vertici erano
stati ospitati da Stati petrolieri: Azerbaijan, Emirati Arabi Uniti ed Egitto,
con un record di 2456 lobbisti di olio e gas presenti alla COP28. E ancora, una
ventina di giorni prima dell’inizio della conferenza climatica in Brasile, le
autorità hanno rilasciato alla compagnia petrolifera Petrobras una licenza per
perforare un pozzo esplorativo nel bacino di Foz do Amazonas, la foce del Rio
delle Amazzoni. Questa è l’area geografica in cui il fiume più lungo del mondo
sfocia nell’Oceano Atlantico; è un luogo ricco di biodiversità ed è la casa di
diversi popoli indigeni. Martedì 11 novembre un gruppo di persone indigene
valica i cancelli e la sicurezza della Zona blu, rompendo una barriera simbolica
piuttosto importante. Il venerdì della stessa settimana, una cinquantina di
persone della popolazione Munduruku protestano bloccando pacificamente
l’ingresso ai negoziati. Dopo qualche ora, non vi è traccia di loro, ma davanti
alla Zona blu marciano le forze dell’ordine, mentre volontari del WWF
distribuiscono ventagli.
Alcune manifestanti il 15 novembre: «Amazzonia libera da petrolio e gas»,
«Delimitare i territori è combattere i cambiamenti climatici», Belém (fot.
Sophia Grew).
Qualcun altro mi fa notare che esistono spazi di condivisione e di creazione di
soluzioni, come la Cupola dos povos, la People’s summit, dove si può provare una
sensazione del tutto diversa. Nei giardini e nelle aule dell’Università che
ospita il controevento si respira il confluire di numerose lotte. Oltre
cinquemila persone e duecento imbarcazioni hanno riempito il fiume Guamá durante
la Barqueata di inaugurazione e oltre venticinquemila persone si sono registrate
per partecipare a dibattiti, seminari, eventi. Nella dichiarazione finale, le
istanze emergono con chiarezza. No alle false soluzioni del mercato, perché
“aria, foreste, acqua, terra, minerali e fonti di energia non possono essere
proprietà privata”. E ancora: “Chiediamo la partecipazione e la leadership dei
popoli nella costruzione di soluzioni climatiche, riconoscendo il sapere
ancestrale”. Chiedono dunque la fine dei combustibili fossili, il sostegno
all’agroecologia, i diritti territoriali degli indigeni, città senza
segregazione e razzismo ambientale, e che finalmente cessi il dominio delle
grandi aziende multinazionali. È una lotta che non aspetta, ma che si organizza,
punta il dito contro i responsabili e propone soluzioni eterogenee, il vero
mutirão di questa COP30.
Silenzio in periferia
“Chiediamo la lotta contro il razzismo ambientale e la costruzione di città e
periferie vivibili attraverso l’attuazione di politiche e soluzioni ambientali.
L’edilizia abitativa, i servizi igienico-sanitari, l’accesso e l’uso dell’acqua,
il trattamento dei rifiuti solidi, il rimboschimento e l’accesso alla terra e ai
programmi di regolarizzazione fondiaria devono tenere conto dell’integrazione
con la natura”. È uno dei punti della dichiarazione finale del People’s summit.
Le periferie cittadine hanno preso poco spazio sui media, anche se molte persone
si sono attivate a riguardo ed erano presenti sul territorio a Belém. La
narrazione di questa COP ha giocato molto intorno ai concetti di “centro” e di
“periferia”: è la prima conferenza sul clima che si tiene in Amazzonia, il
polmone del mondo, una delle zone più fragili e più importanti per la
regolazione delle temperature, troppo spesso lasciata da parte e dimenticata.
Qui, al centro del globo, dopo anni di silenzio convergono a una COP coloro che
sono marginalizzati. È la COP delle periferie del mondo, al centro del mondo.
Ciò che è centro e ciò che è periferia si scambiano, per una manciata di giorni,
a Belém. In realtà, appunto, il distacco fra le istanze popolari e ciò che
avviene nei negoziati sembra prevalere, e questa distanza pare ancora più forte
per quanto riguarda le periferie, che non trovano nei media e nella discussione
pubblica lo stesso spazio trovato dalle comunità indigene.
Eppure, l’Amazzonia non è solo una terra naturale di popolazioni originarie,
palme, fiumi e cascate. In Amazzonia oggi ci sono grandi città, come Belém,
nella cui area metropolitana vivono due milioni e mezzo di persone: la maggior
parte di loro vive in baraccopoli. Qui, i cambiamenti climatici da tempo
impattano la vita quotidiana. In occasione della COP il governo dello Stato del
Pará ha avviato progetti infrastrutturali per lo sviluppo urbano e per
accogliere i turisti, come il Parque da cidade, Parco della Città,
cinquecentomila metri quadrati con museo, ristoranti, percorsi pedonali e
ciclabili. Un primo punto critico è che il progetto è in mano al gigante
minerario Vale, responsabile di due disastri ambientali: nel 2015 e nel 2019
erano crollate le dighe di scorie nello Stato di Minas Gerais, causando la morte
291 persone e contaminando i fiumi per centinaia di chilometri. Inoltre, anche
se il parco dopo la COP diventerà un luogo pubblico, il rischio di queste
innovazioni urbane è che finiscano per contribuire a un generale aumento dei
prezzi, quindi escludendo i ceti popolari.
> Gli Stati non hanno rispettato le promesse sottoscritte. Le temperature
> globali continuano a innalzarsi e chi vive in Amazzonia ne percepisce da tempo
> le conseguenze.
Già in passato l’espansione della città non è stata neutrale, ma ha
prioritizzato gli interessi del mercato immobiliare, relegando le classi meno
abbienti in zone fatiscenti. C’è il rischio che anche gli abbellimenti portati
dalla COP attraggano nei quartieri investimenti e abitanti più ricchi,
innescando il meccanismo di espulsione dei ceti bassi che è tipico della
gentrificazione. Sta già succedendo. “Sebbene l’inflazione in Brasile e a Belém
non sia significativamente diversa (rispettivamente 4,68% e 4,87% su 12 mesi),
le voci dalla COP30 raccontano una storia diversa. I prezzi degli alloggi in
Brasile, ad esempio, sono aumentati del 10,33%, mentre l’aumento a Belém ha
raggiunto il 19,17% nello stesso periodo”, riporta Valor International. Chi non
ha già un contratto di affitto a lungo termine dovrà sottoscrivere un contratto
che sarà inevitabilmente influenzato da questo andamento dei prezzi. In poche
parole, le case sono già diventate più care per i residenti di Belém.
Un’altra infrastruttura figlia della COP30 è il nuovo mercato di São Brás. È
stato ristrutturato per la COP30 e ora ha un aspetto nuovo e moderno, con le
pareti tutte bianche. Perfetto per accogliere i turisti. Qui c’è la sensazione
che il grande evento climatico stia portando cose buone, principalmente
ricchezza. Anche nei dintorni, addentrandosi nel quartiere di Guamá, uno dei più
grandi e popolosi della città, si sente dire che la città è migliorata. Canali
che un tempo erano pieni di immondizie sono adesso ben costruiti e non gettano
più un cattivo odore tutt’intorno. Ma più mi addentro nel quartiere, più le case
intorno a me si fanno povere, più mi si appiccica addosso un senso di abbandono,
riflesso dalle parole delle persone che incontro. Proprio quando imbocco uno dei
primi vicoli che porta verso le case di legno costruite su palafitte, là dove
l’acqua lambisce le porte delle case portando con sé immondizie e malattie,
proprio addentrandomi in questa zona incontro un signore che mi dice che sì, la
COP30 ha cambiato molte cose, “ma per me non ha ancora cambiato niente”. Alla
prossima pioggia, tutto il quartiere si allagherà. Anche le strade principali
saranno coperte d’acqua, le moto ci sfrecceranno dentro, quasi del tutto
sommerse. Le case di legno sulle palafitte, dove vive la parte più povera della
popolazione, si inonderanno e, ancora, l’acqua sporca trascinerà con sé
bottiglie di plastica, tappi, batteri.
Uno scorcio della parte più periferica del quartiere di Guamá, Belém (fot.
Sophia Grew).
È da tempo che le classi più povere, relegate nelle periferie da meccanismi di
questo tipo, soffrono i cambiamenti climatici. A questo proposito, cinquanta
collettivi e mille leader comunitari di São Paulo hanno firmato la “Lettera di
impegno – Periferie per il clima”, denunciando gli impatti ambientali sofferti
nelle periferie e proponendo soluzioni; hanno portato le loro analisi e le loro
istanze alla COP30. “Nel corso degli anni, queste comunità hanno vissuto
tragedie causate da piogge intense, inondazioni e smottamenti. Se già prima
questi disastri compromettevano le condizioni di vita delle persone, facendo
loro perdere i propri beni e persino le proprie abitazioni, oggi hanno un
impatto anche sulla loro salute fisica e mentale”. È dunque necessario che i
cittadini siano coinvolti nelle decisioni che riguardano il loro territorio.
E poi non ampliare le discariche nei quartieri più poveri, responsabilizzare le
imprese che inquinano, migliorare la gestione dei rifiuti, l’educazione
ambientale, l’edilizia popolare e i servizi igienico-sanitari di base. Scrivono:
“Ci sono già morti nei quartieri per questioni ambientali. La leptospirosi, la
dissenteria e la polmonite sono diventate frequenti e la nostra salute mentale
sta crollando. Non può essere altrimenti per chi convive con fogne a cielo
aperto e inquinamento dell’aria e dell’acqua. A questo si aggiunge il problema
cronico della gestione dei rifiuti: inceneritori che avvelenano l’aria con gas
tossici, discariche che contaminano il suolo e le falde acquifere, senza alcun
tipo di pianificazione ambientale né attenzione per le popolazioni vicine.
Questa politica di abbandono trasforma i nostri territori in zone di sacrificio,
dove la vita della popolazione vale meno dei profitti delle aziende e della
negligenza del potere pubblico”.
> Quando imbocco uno dei vicoli che portano verso le case di legno dove l’acqua
> lambisce le porte portando immondizie e malattie, incontro un signore che mi
> dice che sì, la COP30 ha cambiato molte cose, “ma per me non ha ancora
> cambiato niente”.
La mobilitazione che è avvenuta in occasione della COP30 è forte, tocca dritto
al cuore. Ciò che avviene dentro i negoziati, ad esempio il fatto che il testo
finale non menzioni affatto una strada per l’abbandono progressivo dei
combustibili fossili, non stupisce e sembra perdere di importanza. Ma nei
quartieri e nelle foreste, le persone e i fiumi lanciano comunque grida di
aiuto. I quartieri si inondano e si ammalano. Nella biodiversa Amazzonia che ha
ospitato l’evento continuano le estrazioni petrolifere e la terra continua a
essere contaminata da quello stesso petrolio che, bruciando, contribuisce al
riscaldamento globale. Per quanto valorosa, questa lotta a oggi non basta a far
cambiare rotta ai governi e alle multinazionali: le persone impattate dovranno
essere coinvolte affinché non si trovino a chiedere, ancora una volta, aiuto. I
decisori chiusi dentro alla Zona blu devono aprire le porte o, ancora una volta,
toccherà entrare con la forza.
L'articolo Belém: voci fuori dalla COP30 proviene da Il Tascabile.
U na massa inarrestabile. Senza volto, senza voce. Avanza a scatti: afferra,
dilania, consuma. Non pensa, non decide, non sente. È ovunque. Si può solo
cercare di non esserne contagiati. Oggi, questo è il nostro mostro. Non è
elegante, né seducente: non ha una storia da raccontare. Lo zombie non è
l’affascinante, tragica e ambigua creatura simbolo del male che per secoli ha
incarnato desiderio, solitudine e tormento, vale a dire il vampiro. Al centro di
molte narrazioni horror contemporanee troviamo un corpo disattivato nella sua
soggettività, ma ancora funzionante: non è più luogo di conflitto interiore, ma
meccanismo che reagisce, si muove, infetta. È una presenza che agisce senza
coscienza, senza desiderio, senza direzione.
Tra zombie e vampiri, è il primo ad aver conquistato l’immaginario
contemporaneo: non per fascino, ma per necessità. Dove il vampiro rifletteva
l’io, lo zombie riflette il noi che si disgrega. Il primo era dramma dell’anima,
il secondo è sintomo della fine di una società. In nessun luogo questa
transizione è stata più radicale che nel cinema asiatico, dove il genere zombie
è esploso con una varietà di forme e significati, mentre il vampiro è rimasto
bloccato nel folklore o in variazioni d’autore marginali. La cultura
dell’estremo oriente ha trasformato il morto vivente in un linguaggio per
raccontare crisi collettive, vulnerabilità sistemiche, tensioni invisibili ma
onnipresenti.
> Tra zombie e vampiri, è il primo ad aver conquistato l’immaginario
> contemporaneo: dove il vampiro rifletteva l’io, lo zombie riflette il noi che
> si disgrega. Il primo era dramma dell’anima, il secondo è sintomo della fine
> di una società.
Non si tratta solo di una moda, ma di una mutazione profonda dell’immaginario.
Il vampiro apparteneva a un mondo ossessionato dalla soggettività e
dall’interiorità. Lo zombie è il prodotto – e simbolo – di un mondo in cui il
soggetto si frantuma dentro la collettività. Un mondo che ha smesso di chiedersi
chi siamo, e ha cominciato a temere di essere già diventati qualcosa d’altro.
Il corpo come specchio della crisi
Per capire il successo dello zombie e il declino del vampiro, bisogna partire
dal corpo e il corpo, oggi, è un campo di battaglia. Secondo Dennis Waskul
(professore di sociologia alla Minnesota State University di Mankato) che si
occupa di interazione simbolica, corporeità, sensorialità, sessualità e fenomeni
del soprannaturale) e Phillip Vannini (docente e ricercatore presso la Royal
Roads University di Victoria in Canada, che lavora tra sociologia, antropologia
ed etnografia visiva, occupandosi soprattutto di semiotica del corpo e
interazione simbolica), il corpo umano non può essere ridotto a una semplice
entità biologica: è un costrutto sociale e simbolico, modellato
dall’interazione, dalla cultura e dai processi di significazione che lo
attraversano.
Il corpo è un sito in cui si negoziano identità, si riflettono dinamiche di
potere e si esprime – anche attraverso il silenzio o la malattia – la condizione
del soggetto, scrivono i due studiosi in Body/Embodiment: Symbolic Interaction
and the Sociology of the Body (2006). Non possiamo quindi considerare il corpo
come un’entità biologica, ma occorre prenderlo in considerazione come punto
d’incontro tra significati, relazioni e aspettative sociali. Ogni corpo è, in
qualche misura, una biografia vivente: qualcosa che parla anche quando tace, che
significa anche quando sembra solo subire.
Il vampiro è un corpo riflesso: performa la propria identità in relazione allo
sguardo altrui, si costruisce attraverso il desiderio, il giudizio, l’alterità.
È, potremmo dire, un corpo-specchio: non riflette direttamente ciò che gli altri
pensano, ma si plasma su segnali e aspettative sociali. E, in questo senso, è
profondamente moderno: costruisce sé stesso nel conflitto tra ciò che è e ciò
che appare. È il corpo dell’individualismo tardo-romantico, dell’interiorità
tormentata. Seduce perché mette in scena la soggettività in crisi, il desiderio
che non può essere appagato senza colpa.
Lo zombie, al contrario, è corpo svuotato. Non ha più agency (cioè la capacità
di un soggetto di agire nel mondo in modo intenzionale e consapevole,
esercitando scelta e influenza sulla realtà), né riflesso. È un caso di vero
fallimento drammaturgico: un corpo che ha smesso di recitare, che non prende più
parte al gioco rituale della socialità. Non si limita a essere escluso: è
semplicemente caduto fuori. I corpi, normalmente, si costruiscono dentro codici
condivisi, attraverso convenzioni culturali e performance quotidiane. Lo zombie,
invece, è un’interruzione di quel codice: non rappresenta più nulla, non negozia
più nulla, non comunica. Lo zombie è ciò che resta quando tutto questo si
interrompe.
> Il vampiro è un corpo riflesso: performa la propria identità in relazione allo
> sguardo altrui, si costruisce attraverso il desiderio, il giudizio,
> l’alterità. È un corpo-specchio che si plasma su segnali e aspettative
> sociali.
Nel mondo contemporaneo, segnato dalla perdita di certezze, dal collasso delle
narrazioni collettive e dalla crisi dell’identità, il corpo zombificato diventa
una metafora potente. È il corpo che ha perso la capacità di costruire senso,
che si muove senza meta in uno spazio disordinato, dove i codici sociali sono
collassati. Come ha osservato Stefano Vernamonti nel suo articolo “Staccando la
coscienza da terra”, la contemporaneità immagina sempre più spesso una coscienza
astratta, disincarnata – separabile dal corpo, caricabile su server o algoritmi.
È l’orizzonte della mente digitalizzata, della soggettività algoritmica,
dell’identità smaterializzata.
In questo scenario, lo zombie sembra una figura fuori tempo, residuale. E invece
è proprio qui che diventa interessante. Lo zombie rappresenta l’opposto esatto
di quella visione disincarnata: un corpo che continua ad agire senza coscienza,
svuotato di soggettività ma ancora vincolato al mondo, un resto muto della
coscienza – non più pensante, ma ancora pulsante. È il simbolo di ciò che resta
quando la coscienza se n’è andata ma il corpo non può smettere di muoversi. Lo
zombie, con la sua passività attiva, la sua esistenza senza soggetto, riesce a
restituirci con spietata precisione la condizione contemporanea: quella di
un’umanità che agisce per inerzia, lavora senza scopo, comunica senza ascolto,
vive senza presenza.
Nel cinema asiatico questo corpo senza soggetto è diventato il simbolo perfetto
della crisi. Train to Busan (2016), diretto da Yeon Sang-ho, non è solo un film
di zombie: è una radiografia della Corea del Sud contemporanea. Il treno che
corre verso la catastrofe è metafora di una modernità che ha perso controllo,
umanità, direzione. I personaggi sono tipologie sociali: il manager egoista, la
madre incinta, il senzatetto. E il virus è l’evento che li costringe a mostrarsi
per ciò che sono, senza maschere, senza ruolo, senza protezioni. Come osserva
Seoulbeats, il film ha raccolto le paure post-trauma del disastro del traghetto
Sewol e le ha trasformate in narrazione collettiva. Il treno diventa allora una
capsula sociale, una metafora accelerata della nazione, un dispositivo narrativo
che comprime tensioni familiari, economiche e morali.
In The Sadness (2021), diretto da Rob Jabbaz e ambientato a Taipei, l’orrore si
radicalizza: il virus non uccide, ma libera gli istinti peggiori. Gli infetti
restano coscienti, ma si trasformano in sadici. Non è solo la società che
crolla, ma anche il codice morale. Il film è una parabola estrema sul potere
della repressione sociale e sull’ipocrisia dell’ordine pubblico. è un’opera che,
nella sua grottesca esagerazione, rivela l’instabilità dell’intero sistema
culturale asiatico contemporaneo. Il corpo infetto non è più solo mostruoso: è
sociale. È trauma puro, incarnazione dell’assenza di senso e specchio fedele di
una società in cui la promessa di coesione sociale si è dissolta nella
competizione feroce e nella solitudine di massa.
> Lo zombie rappresenta un corpo che continua ad agire senza coscienza, svuotato
> di soggettività ma ancora vincolato al mondo, un resto muto della coscienza –
> non più pensante, ma ancora pulsante.
Se lo zombie è diventato il corpo collettivo dell’esclusione, il vampiro, al
contrario, rimane una figura centrata sul sé, sul desiderio, sull’autonomia
(qualità che appaiono dissonanti in molte narrazioni asiatiche contemporanee).
In un immaginario dominato dalla pressione del conformismo sociale e
dall’instabilità delle strutture istituzionali, il vampiro non trova un
ecosistema culturale favorevole. Certo, esistono eccezioni significative.
Thirst (2009) di Park Chan-wook, per esempio, è un film straordinario. Il
protagonista, un prete cattolico trasformato in vampiro da una trasfusione
sperimentale, è l’incarnazione vivente del paradosso tra purezza e desiderio. La
pellicola fonde erotismo e senso di colpa, trascendenza e istinto. Ma il suo
vampiro è tutt’altro che collettivo: è un individuo scisso, tragicamente
solitario. Come nota una recensione su Booker Horror, Thirst opera come dramma
metafisico più che come horror di consumo. È un film che riflette sulle
dinamiche del desiderio e della fede, ma non riesce a diventare specchio della
società nel suo complesso. Non sorprende che non abbia generato imitatori.
Al contrario, le apparizioni del jiangshi (il “vampiro saltellante” della
tradizione cinese) appartengono a un registro più folklorico e comico. Questi
esseri, rigidi e quasi caricaturali, sono il prodotto di un’altra sensibilità:
evocano lo scompenso tra mondo dei vivi e dei morti, ma senza l’introspezione o
il simbolismo erotico del vampiro occidentale. Non sono mai protagonisti
tragici, ma antagonisti da neutralizzare.
Il vampiro asiatico, dunque, appare come un corpo simbolico senza presa sul
presente. Incarna un’idea di soggettività individuale, seduttiva e
autoreferenziale, inadeguata a rappresentare le dinamiche di una società in
crisi sistemica. Dove lo zombie offre un linguaggio collettivo, il vampiro è
ridotto al sussurro del singolo.
> Il vampiro asiatico appare come un corpo simbolico senza presa sul presente.
> Incarna un’idea di soggettività individuale, seduttiva e autoreferenziale,
> inadeguata a rappresentare le dinamiche di una società in crisi sistemica.
E, anche nell’immaginario occidentale, il vampiro ha smesso di incarnare la
trasgressione per eccellenza. Come osserva Giovanni Padua in “Un vero conte
transilvano morto”, ha perso la sua carica perturbante: non mette più in crisi
l’ordine, lo decora. Le sue apparizioni recenti sembrano oscillare tra due poli
ugualmente depotenziati: da un lato la domesticazione adolescenziale, dall’altro
la restaurazione folklorica. Anche il Nosferatu (2024) di Robert Eggers,
attesissimo remake uscito alla fine dello scorso anno, rinuncia a ogni forma di
rinnovamento incomodante, radicandolo nella filologia culturale più che
nell’inquietudine contemporanea. Il vampiro, così, smette di interrogare
l’ordine per trasformarsi in monumento. Lungi dall’essere simbolo di rottura,
diventa una figura rassicurante, storicizzata, utile più a evocare nostalgia che
a disturbare.
Lo zombie come semiotica dell’esclusione
Il corpo “zombificato” è il corpo fuori senso, fuori discorso. Non ha più
narrazione. È ciò che resta dopo la perdita della coerenza esistenziale, il
punto in cui il linguaggio si spezza, il segno non si decifra, il potere che
diventa biologico. È, in altre parole, la radicalizzazione del soggetto
precario. Nell’Asia contemporanea, dove le strutture sociali sono attraversate
da una tensione costante tra rapidità dello sviluppo e fragilità istituzionale,
lo zombie diventa specchio e denuncia. Il suo successo culturale è legato anche
alla sua flessibilità simbolica: può essere disoccupato o consumatore, migrante
o cittadino medio, studente o manager. In ogni caso, rappresenta un corpo che
non partecipa più, che non ha più diritto alla narrazione. Non è più soggetto di
senso, ma resto biologico. Lo zombie non è escluso: è eccedente, inutile,
residuo.
Come nota Graziano Graziani in “Gli zombi e noi”, lo zombie si distingue da
tutte le altre figure del pantheon horror proprio per questa sua natura
collettiva e degradante. È il mostro della moltitudine, non dell’individuo: non
ha l’eleganza del vampiro, né la coscienza tragica del mostro di Frankenstein.
Non appartiene a un ordine simbolico arcaico o mitico, ma è a pieno titolo un
prodotto della società di massa. In questa prospettiva, l’immaginario zombie si
sovrappone sempre più frequentemente alla paura contemporanea dell’“invasione”
migrante. Il corpo “zombificato” è l’incarnazione dell’altro che non
riconosciamo più come umano, che è stato espulso simbolicamente dall’orizzonte
dell’empatia. Se l’alterità non ha nulla in comune con il nostro ordine
simbolico – se non è nemmeno più “umana” – allora tutto diventa giustificabile:
la violenza, l’abbandono, la rimozione. È in questa zona grigia che si colloca
l’efficacia simbolica dello zombie oggi: non è semplicemente il morto vivente,
ma il vivente disumanizzato. Un corpo che non reclama più diritti, ma che non
può essere ignorato. Uno spettro politico.
In questa genealogia del corpo degradato e non riconosciuto, si inserisce anche
il ghoul, come ha evidenziato Gioacchino (Jack) Orlando in “Echi dalle rovine”.
Creatura folklorica marginale, il ghoul si nutre dei resti umani, abita luoghi
desolati, si aggira ai confini del racconto. È simile allo zombie, ma conserva
una coscienza e una lingua: è un mutante, non un morto che ritorna. Questo lo
rende una figura ancora più ambigua, una soglia mobile tra umano e mostruoso. Il
ghoul non rappresenta una degenerazione né un’evoluzione, ma una sopravvivenza
ostinata. Non avanza né regredisce, semplicemente persiste. E come lo zombie, ci
ricorda che l’umanità non è un dato naturale, ma una condizione continuamente
negoziata – e facilmente negata.
> Nell’Asia contemporanea, lo zombie diventa specchio e denuncia, anche grazie
> alla sua flessibilità simbolica: può essere disoccupato o consumatore,
> migrante o cittadino medio, studente o manager. In ogni caso, rappresenta un
> corpo che non partecipa più, che non ha più diritto alla narrazione.
Analizzare la figura dello zombie significa confrontarsi con le fratture del
presente. L’horror è da tempo oggetto di studi approfonditi, non più relegato al
rango di genere minore, ma riconosciuto come specchio delle tensioni sociali.
Mentre altri generi proiettano speranze o nostalgie, l’horror lavora sulle crepe
dell’attualità, rendendo visibile ciò che spesso preferiremmo ignorare. In
particolare, lo zombie asiatico si fa dispositivo critico: il contagio, la
folla, l’inefficienza delle istituzioni, il panico collettivo – tutto converge
per raccontare una società già in crisi, dove la catastrofe non è una rottura,
ma una continuità.
Una sintomatologia globale
L’Asia, nel suo precipitare nel futuro, ci mostra il laboratorio del mondo. Un
luogo in cui il passato si sgretola e il presente non fa in tempo a diventare
memoria. In quel vuoto che si apre tra crisi e connessione, lo zombie cammina.
Ma se guardiamo all’Occidente, il panorama non è poi così diverso. Anche qui il
vampiro (simbolo del tormento individuale, della trasgressione romantica,
dell’erotismo gotico) ha perso centralità. Al suo posto, negli ultimi vent’anni,
si è affermato lo zombie come mostro dominante della cultura visiva: più grezzo,
meno riflessivo, ma incredibilmente efficace nel rappresentare le inquietudini
collettive.
L’inizio degli anni Duemila ha segnato una vera rinascita del genere: 28 Days
Later (2002) di Danny Boyle ha rivoluzionato il linguaggio visivo dello
zombie-movie, introducendo una creatura accelerata, rabbiosa, plasmata
sull’ansia pandemica e la dissoluzione urbana. World War Z di Marc Forster
(2013) ha dato una dimensione globale al contagio. The Walking Dead (2010-2022)
ha costruito una mitologia seriale che ha ridefinito il modo in cui raccontiamo
l’apocalisse: non più un evento improvviso, ma una lenta, dolorosa erosione
della civiltà.
Oggi, quelle stesse narrazioni stanno vivendo una nuova stagione, basti pensare
a 28 Years Later (2025), l’universo di The Walking Dead che continua a
moltiplicarsi con spin-off come The Ones Who Live e Daryl Dixon, in arrivo con
nuove stagioni nel 2025. Anche The Last of Us, dopo aver concluso la seconda
stagione nel 2025, proseguirà con una terza annunciata per il 2027, rinnovando
il suo sguardo sul trauma e sul corpo infetto.
È un rilancio simbolico. Il genere zombie si adatta a un presente frammentato:
ogni declinazione propone nuovi punti di vista, nuovi corpi vulnerabili, nuove
mappe emotive. Non c’è più un eroe a cui affidare il senso: c’è una moltitudine
disorientata che cerca, a fatica, una forma di sopravvivenza.
> Non c’è più un eroe a cui affidare il senso: c’è una moltitudine disorientata
> che cerca, a fatica, una forma di sopravvivenza.
Lo zombie occidentale si confronta con l’ansia del collasso dell’ordine
liberale, della frammentazione delle istituzioni, della perdita del controllo
razionale sul mondo. In Europa e negli Stati Uniti, il morto vivente si aggira
tra rovine riconoscibili: scuole chiuse, città svuotate, famiglie implose. Non è
solo una minaccia: è l’eco di un sistema che non funziona più. Simboleggia la
paura che l’individuo non conti più nulla, che le strutture costruite per
garantire coesione siano diventate inservibili. In Asia, invece, lo zombie
prende forma dentro una modernità estrema: è il sintomo di un mondo
iper-organizzato che produce esclusione sistemica, solitudine, anonimato. Lì, il
morto che cammina non rappresenta la perdita di un’autonomia: incarna il
sospetto che quell’autonomia non sia mai stata concessa del tutto.
Eppure, nella moltiplicazione dei prodotti culturali lo zombie diventa un
archetipo globale. Le sue incarnazioni si ibridano, si aggiornano, si esportano.
Non è più solo un riflesso locale: è una mostruosità mondiale. Porta in sé ansie
postpandemiche, memorie coloniali, precarietà economica, instabilità climatica,
burnout emotivo. Ci racconta di come la società contemporanea, ovunque ci
troviamo, abbia smesso di interrogarsi sull’anima mentre tutto crolla.
L'articolo Sopravvivere al collasso proviene da Il Tascabile.
Scritti o verbali, la sciatteria linguistica e l’analfabetismo di ritorno sono
come la calunnia della cavatina famosa: iniziano in sordina, montano, si
espandono e finalmente producono «un’esplosione – Come un colpo di cannone, –
Come un colpo di cannone, – Un tremuoto, un temporale, – Un tumulto generale –
Che fa l’aria rimbombar».
C’è però una differenza cruciale: mentre spesso calunnia calunniatori e
calunniati, proprio come il temporale, passano, i disastri linguistici restano e
si aggravano, e più che da Sterbini e Rossini, dovremmo toglier da un trattato
d’oncologia o dal Dsm.
Ora isolerò alcuni modi di esprimersi ormai cuciti a doppio fil di ferro sulle
lingue degli italiani, che tali possono essere definiti soltanto in modo
residuale e anagrafico. Li trascelgo, questi macelli, in modo quasi aleatorio e
assai parzialmente: ma a ogni buon conto avremo, con dovizia e tristizia, la
misura della sciagura.
Iniziamo stappando una bottiglia di bollicine.
Sino a non gran tempo addietro ne avremmo sturata una di spumante, ovvero di
vino frizzante o mosso, magari di champagne (sciampagna, pei puristi vecchio
stile). Gli astemii o chi avesse dovuto guidare si sarebbero contentati d’acqua
gassata, o gasata, o frizzante. E siccome fa male bere senza mangiare, sarà
nostro piacere comandare un dolcino, che non è il medievale frate chiliasta, ma,
a esempio, una pannina cotta o, per esser più rigorosi, una pannacottina, come
ho sentito dire, lo giuro, da un pasticcere (o pasticciere: è davvero lo
stesso), per giunta di toschi natali. Ahi Guido! Ahi Cino! Ahi Cecco! E s’i’
fosse foco…
Che sbadato, però. Ho scordato d’annunciare che in precedenza la “bollicina”
serviva di accompagnamento a una pietanza (parola, quest’ultima, definitivamente
sostituita con «piatto», che è poi aggettivo perfettissimo per il linguaggio
attuale), una pietanza, dicevo, di carnina, guarnita con del
succulento prosciuttino e un po’ piccantina(doppietta!) e contorno vegetale. Ma,
o disdetta!, essendo indaffarato a sgorbiare per questo articolo ho dovuto
ripiegare al supermercato e acquistare, leggo sul tubo, una «Salsina per
le verdurine», che rammenta l’omogeneizzato.
A soccorso di chi avesse trascurate le scuole alte e ignorasse o avesse
dimenticato il significato di «frizzante» o «gassata», si precipita un’azienda
imbottigliatrice che tosto ha modificata l’etichetta: un tempo scriveva «Acqua
gassata», ora «Tante bollicine». Non ne faccio il nome per ovvie ragioni, ma vi
assicuro che esiste.
Avanti di sorbire un corroborante caffettino o magari un ginsenghino (ho sentita
anche questa), arrestiamoci un istante ché il pasto si sta facendo greve assai,
e «tra noi parliamo da buoni amici», come invita Scarpia la buona Floria Tosca
offrendole «vin di Spagna» che ignoro se fosse con o senza “bollicine”.
Quand’ero balilla gl’insegnanti e anche qualche adulto di casa, non per forza
laureati alla Normale summa cum laude, ti fulminavano udendo implorare «un
attimino»; e quanti lazzi contro le casalinghe che impetravano «un aiutino,
signor Mike!». Dire e scrivere «tante bollicine» e «pannacottina», oltre a fare
esteticamente schifo, è sintomo di regressione cognitiva, emotiva, psicologica.
È il linguaggio dei e pei bambini, che ora si è tradotto negli “adulti”.
Una traduzione con, a mio giudizio, due origini.
Da una parte la regressione intellettuale e psicologica dei così detti “adulti”
disabituati alla serietà, come già dissi nell’intervento sulla fotografia e le
risate; dall’altra la tendenza, anch’essa scimmiesca come le risate sguaiate, a
imitare il prossimo per farsene accettare.
Se tuttavia lo scimmiottamento è manifestazione del cervello primitivo, non sono
altrettanto certo (non lo sono per nulla) che il rimminchionimento universale
sia il frutto marcio di una ipotetica stanchezza della civiltà e non, più tosto,
il resultato d’un ammaestramento subìto a traverso i mezzi di comunicazione e di
svago, che poi oggi i due pari sono.
Ho ancòra nella memoria le parole d’un dirigente d’una grande televisione
privata, per le quali appresi che progetto lucidamente perseguìto dagli
inventori dei programmi è di somministrare spazzatura e droga a che i cervelli
si atrofizzino. Come si vede i complottisti (accusa di chi non ha argomenti) non
sempre sono complottisti.
Tornando alle “bollicine” e simili è giocoforza che il suo indefesso utilizzo
contribuisca anche all’egerstà di linguaggio, il quale non a caso, giusta
indagini ufficiali, è sempre più limitato banale trasandato.
Pur restando a tavola, andiamo avanti.
Una mattina mia moglie mi annuncia con tono tra il minaccioso e l’accorato, che
la sera sarebbe arrivata a cena una sua amica, che non mi era propriamente
gradita. Non mi sarei potuto opporre neppur volendo ché si era a casa dei
suoceri. La consegna implicita riservatami era: profilo basso, voglio trascorre
una serata piacevole. Obbedisco.
Arriva l’amica e ci accomodiamo attorno al tavolo. La madre di mia moglie ha
preparata la sua solita squisitissima pizza, ma a pranzo ho mangiato un po’
troppa pasta e quindi declino i riquadri di pomodoro e funghi e mi contento di
pan biscotto inzuppato nel latte.
Perché mai non condividevo la succulenta pizza?, chiede l’ospite. Rispondo che
per via della pasta del mezzogiorno, etcoetera. E quella con tono serissimo:
«Uhm… Ma adesso mangi pane… carbo su carbo non va bene». Carbo: una marca di
pane? Mi ero perso un pezzo della conversazione? Macché: carbo stava
per carboidrati, che poi naturalmente, nella testolina della fanciulla, la pizza
non ha.
Mica finita.
Mia moglie, appena udita l’amica, mi scaglia un’occhiata più lancinante della
folgore di Donner: per l’amor del Cielo taci. Io mi limito a replicare
all’ospite con un’alzata di spalle e un’espressione facciale altrettanto
eloquente. Ma quella si ostina e si sente in dovere anche di darmi un
suggerimento: «Dopo, dammi retta, bevi una tisa digerente».
Rimasi col cucchiaio a mezz’aria e qualche goccia di latte mi dové colar per la
barba. Strizzai la faccia in un’espressione di ribrezzo; ma qui, oltre
all’occhiataccia, mi arrivò un calcetto di sotto il tavolo.
Naturalmente tisa stava per «tisana». E c’era poi l’altra
bestialità: digerente in vece di digestiva.
Incassai occhiatacce, calci e insulti alla madrelingua e me ne andai via,
lasciando i carbo sotto forma di pane galleggiare nel latte ormai quasi freddo.
Soffocai anche un rutto, che non era indizio di ribellione gastrica per il
lattosio ma del tutto psicosomatico.
E adesso possiamo andare a parlare d’altro.
Dalla televisione al bar, dall’idraulico al gazzettiere, dall’insegnante al
musicista: s’è pigliato il vizio d’infilare il verbo «andare» ovunque e a
sproposito. Il cuciniere televisivo ai fornelli: «Vado a mettere il sale nella
padella e poi vado a scolare la pasta»; lo “iutuber”: «Andiamo a guardare questo
video» (per inciso non esistono più «filmati» o «riprese»: esistono
solo video e contenuti); il giornalista ci invita: «Andiamo a sentire gli
ospiti» che sono lì a un metro.
Persone più edotte di me in inglese mi spiegano che è una sorta di calco da
quella lingua: «Let’s go to…». Dunque non bastavano gli innumeri intarsi, gli
abusivi, i clandestini verbali imposti nudi e crudi al nostro idioma: adesso c’è
anche un virus che lo aggredisce alla base, corrodendolo polverizzandolo e
spazzandolo via, per infilarci quei cancheri.
Se poi io sia stato informato male o abbia fraintesa la spiegazione, poco
importa: “andare” quando non si va da nessuna parte è da dementi.
Ravviso in questa forma che si pensa elegante il vezzo degli incolti o, razza
ancor più perniciosa, semi-colti, gli orecchianti, gli “studiati” a mezz’aria,
come il cocciuto Willy il Coyote che precipita al fondo del burrone poiché
incapace di spiccare il salto completo. Ma l’irresistibile cartone perlomeno si
schianta da solo e ci dà sollazzo. Quegli altri in vece ci cadono sulla zucca e
ci impestano l’aria.
Per mascherare insipienza e ottusità costoro si annettono espressioni che al
loro cerèbro suonano colte, raffinate. Ma sono come l’innocente gatto un po’
goffo, che tenta di nascondere la cacca raspando nella sabbia. (Per inciso, non
conto più le volte che m’è toccato di sentire sabbietta, parola doppiamente
fessa, ché la sabbia di lettiera ha grani sensibilmente più grandi di quelli
d’arena).
Mi ricordo d’un tanghero che conoscevo una quindicina d’anni fa, proprietario
d’una caffetteria nel centro di Torino, fisiognomicamente – e non è un’iperbole
– assai più prossimo a un gibbone che a un sapiens, e di un’ignoranza da fare
invidia, benché dicesse d’aver studiato e s’accompagnasse a una donna, dicevano,
laureata. Più e più volte lo sentivo dire: «Nel tal caso che Paola arriva
[ovvio], dille…», «Nel tal caso che il fornitore…».
Il vocabolo «tale» era ai suoi orecchi così alato che gli pareva doveroso
infilarlo ovunque; ma è come spruzzarsi un mediocre profumo su stracci
puteolenti.
Che fatica! Ma, insomma, pur tanta roba, no? Ecco un altro mostro.
«Roba mia, vientene con me!», risovviene dai gorghi della memoria insieme alla
spiegazione della maestra (un tempo già alle elementari ci facevano almeno
assaggiare la buona letteratura, oh sì). La spiegazione era seguìta
dall’ammonimento, ribadita alle medie, di non dar di «roba» o «cosa» a
checcheffosse; i dizionari grondano di parole, di sinonimi: che li imparassimo,
che li usassimo, senza ripieghi generalissimi.
Parole al vento per moltissimi, vistoché anche miei coetanei che si suppone
abbiano frequentate almeno buone scuole di base, lardellano il discorso di
quell’espressione grossolana, davanti a ogni vetrina, notizia, sensazione che
colpisca, ma altrettanto a capocchia. Meglio, di questa espressione tappabuchi o
ombrello, una sana imprecazione veneta: greve bensì ma senza che chi la sbuffa
pretenda d’essere alla moda.
Eppoi, suvvia, ogni tanto manifestare lode al cielo con una bestemmia ci sta,
nevvero? Ecco un altro colpo di mannaia ai diti (Leopardi scrive così, non mi
scocciate) dei negletti e defraudati Tommaseo, Prèmoli, Zingarelli, Devoto,
Oli.(Per inciso – questa non me la posso tenere – c’era un di quei professori
laureati col Sessantotto pel quale Devoto e Oli erano una sola persona, anche se
non si capacitava di non aver trovato sulle Pagine Bianche alcun «Oli professor
Devoto». Chissà che non lo stia ancòra cercando: e chi aveva il coraggio di
togliergli la convinzione?).
Ci sta, dicevamo. ‘Sta specie di singhiozzo interiettivo è talmente entrato
nell’uso da aver impestato anche penne che un tempo sapevano stare inclinate
correttamente, e non stravaccate. Me la ritrovo in fatti in un piccolo libro su
Amadeo Bordiga, il comunista più serio d’ogni internazionale e scrittore
abbagliante, di Pietro Basso – docente di sociologia, niente di meno, a Ca’
Foscari – il quale, bontà sua, consapevole dell’anomalia piega le due parolette
in corsivo come usa per gli esterismi (mio pseudoneologismo da «estero» e
«isterismo»), anche se ahimè sempre di meno.
Questo linguaggio giovanilistico (Basso ha ampiamente varcati di settanta) sarà
un modo per cattivarsi i semprinvocati giovani, dovendo trattare d’un soggetto
che in Italia conosceremo non solo per sentito dire in duecento, età media
settant’anni. Se è così, ci sta. O forse no. (Siccome il libro uscì anche in
Gran Bretagna come prefazione a un’antologia bordighiana, mi domando come
accidenti se la siano cavata).
C’è anche il tu distribuito come coriandoli a carnevale. In pratica il Lei è in
via d’abolizione. Dico, si noti, abolizione e non estinzione, ché questa è un
processo spontaneo, naturale, mentre l’altra è deliberata scelta. Non a caso –
conservo ancòra il messaggio di una medichessa – non a caso lo chiamano «tu
inclusivo», e ormai a milioni lo dispensano a ogni categoria e anagrafe. Persone
alle quali avantieri non si sarebbe rivolta parola se non a capo chino e
sull’attenti eccole apostrofate con la seconda persona singolare; nemmeno la
nuora o il capufficio li arpiona così, e adesso arrivano bimbiminkia, anche di
cinquant’anni. E ciò, in parentesi, nell’epoca dell’autismo universale, dove
ognuno si contempla nemmen più allo specchio, ma solo il proprio orifizio anale.
È la compensazione.
E con la medichessa, giustappunto, dovetti altercare, ché nonostante il «tu
inclusivo» non si degnava di rispondermi al telefono, giacché rifiutava per
principio di sentire i pazienti a voce: solo inclusivissimi messaggi.
È però arrivato il momento di fermarci, anche se potremmo davvero seguitare a
lungo.
Vado solo ad aggiungere una noticina, che ci sta.
Che sia saltata la discriminazione tra espressione scritta e parlata, è ormai
ahinoi storia vecchia. Più recente è la sgangheratezza irremeabile insinuatasi
nella carta stampata.
Saranno almeno tre o quattr’anni che mi càpita d’imbattermi in titolazioni di
grandi quotidiani italiani “in rete” privi di punteggiatura, sicché il soggetto
della prima frase sembra passare alla seconda, ma senza concordare col verbo, e
un predicato è conteso tra due frammenti di titolo. Tutto ciò comporta che
occorra mezzo secondo in più per capire che cosa si stia leggendo. Le prime
volte, giuro, per un istante temetti qualche mia microischemia cerebrale, sopra
tutto quando di secondi me ne occorsero ben due o tre per cogliere che accidenti
si volesse comunicare.
Sono le medesime negligenze sintattiche che spesso, sempre più spesso ricevo sul
telefono. Con la differenza che qui mi scrive per solito un idraulico, il
barista cinese, o la donna delle pulizie.
So per certo che i titoli, sulle pagine virtuali dei giornaloni, sono affidati
perlopiù a giovanissimi praticanti (non pagati) o arcigiovanissimi “stagisti”
(non pagati). I quali, tuttavia, stanno lì perché vogliono, poveretti!,
diventare gazzettieri. E che costoro non abbiano le basi per farlo, è evidente.
Ma a chi controlla la titolazione, o sia giornalisti fatti e finiti, quei
“whatsapp” o “sms” non fanno problema e forse nemmeno se ne accorgono. È molto
indisponente che su fogli che ogni santo giorno ammanniscono lezioncine
politiche e morali non si controlli nemmeno la lingua italiana.
Ma questo ennesimo imbarbarimento della stampa va a vantaggio di molti: avete
una ragione in più per non leggerla e per invitare chi possiate a evitare quelle
pattumaie.
Sulle quali, ne sono certo, non vedrete mai comparire un articolo come questo.
Luca Bistolfi
*In copertina e nel testo: opere di Roland Topor
L'articolo “Andiamo” alle “bollicine”: “ci sta”! Note su alcuni orrori del
linguaggio odierno proviene da Pangea.
L e foto di questi luoghi mi affascinano da sempre. Ricordo la prima volta che
vidi quella diapositiva proveniente dalla macchinetta analogica di mio padre,
che ora è la mia. La foto ritraeva i miei genitori davanti a una palafitta
altissima e immersa nella foresta. Quella foresta è la foresta amazzonica
peruviana e quella foto risale al loro viaggio di nozze nell’ormai lontano 1989.
Proprio quest’anno a Palazzo delle Esposizioni a Roma ho visitato la mostra del
World Press Photo e, tra le tante foto strazianti ma necessarie che erano appese
alle pareti bianche, ho trovato anche l’Amazzonia, questa volta stravolta dalla
crisi climatica. Un giovane che per portare il cibo a sua madre in un villaggio
un tempo raggiungibile in barca, ora si trova costretto a percorrere a piedi il
letto di un fiume in secca. Una donna vive con il suo compagno e la loro figlia
di due anni in una “casa galleggiante” che, sempre a causa della siccità, sembra
galleggiare sul deserto più che sul fiume. Sono foto che mostrano gli effetti
del cambiamento climatico come una realtà concreta capace di plasmare il futuro
di comunità vulnerabili strettamente connesse con il mondo naturale.
Con il nome Amazzonia si intende un bioma, ovvero un insieme di ecosistemi, che
si trova nel nord dell’America latina e ne occupa il 40%. È una delle regioni
più estese del pianeta che con i suoi 7,8 milioni di chilometri quadrati risulta
grande due terzi dell’intera Europa. A occhi inesperti, l’Amazzonia potrebbe
sembrare un ambiente umido stabile. In realtà, è caratterizzata da due stagioni
distinte: la stagione delle piogge e la stagione secca. I livelli naturali di
inondazioni e siccità però stanno venendo potenzialmente alterati dal
cambiamento climatico con conseguenze che vanno ben oltre l’equilibrio
dell’ecosistema amazzonico stesso.
Il bacino amazzonico ospita la vasta e diversificata foresta pluviale amazzonica
e il fiume più lungo al mondo, contribuendo così a diversi servizi ecosistemici.
Da un lato, è il polmone verde che immagazzina l’anidride carbonica nella
biomassa vegetale e nel suolo e produce circa il 20% dell’ossigeno mondiale
contribuendo alla regolazione del clima locale e globale. Dall’altro, il Rio
delle Amazzoni è il fiume che trasporta più acqua al mondo. Scorre dalle Ande
all’Atlantico dove riversa ogni giorno circa 17 miliardi di tonnellate di acqua
dolce, un quinto dello scarico mondiale, mantenendo i cicli dell’acqua
attraverso il sistema delle correnti che distribuiscono calore sul pianeta. Il
maestoso fiume sta però affrontando livelli record di acque basse a causa della
grave siccità.
> L’Amazzonia è il polmone verde che produce circa il 20% dell’ossigeno mondiale
> contribuendo alla regolazione del clima locale e globale, mentre il Rio delle
> Amazzoni è il fiume che trasporta più acqua al mondo.
La crisi climatica qua si mostra come una vera e propria crisi ecologica che
minaccia la biodiversità, sconvolge gli ecosistemi e colpisce le comunità locali
che dipendono dai fiumi per la sopravvivenza. La maggior parte della foresta,
quasi i due terzi, è all’interno dei confini brasiliani. Altri Paesi dove si
estende la foresta includono Perù (circa 13%), Colombia (10%) e altri in misura
minore come Bolivia ed Ecuador. Al confine tra Perù, Brasile e Bolivia vive la
più alta concentrazione di tribù isolate al mondo. I confini dei territori che
abitano, la cosiddetta Frontiera incontattata, devono essere sorvegliati per
impedire incursioni di persone non autorizzate. La loro casa, quindi, risulta in
pericolo: la deforestazione, l’inquinamento e le altre pressioni antropiche del
mondo globalizzato sono gravi minacce per la loro sopravvivenza.
Nel 2024 il Brasile ha perso 2,8 milioni di ettari di foresta, due terzi dei
quali a causa degli incendi, spesso appiccati per fare posto alle coltivazioni
di soia o agli allevamenti di bestiame. Nel complesso si sta comunque parlando
di un anno in cui lo Stato brasiliano ha registrato una riduzione della
deforestazione del 32,4% rispetto al 2023 (377.708 ettari). Il calo è
attribuibile alle politiche di controllo dell’attuale governo, ma è ancora
lontano il raggiungimento dell’obiettivo di zero deforestazione entro il 2030,
annunciato dal presidente Lula all’inizio del suo mandato. Il dato riportato,
anche se inferiore all’anno precedente, è comunque allarmante: in media, sono
stati rasi al suolo 1.035 ettari di foresta al giorno, sette alberi ogni
secondo.
A oggi, la deforestazione cumulativa per l’intero bioma amazzonico è stimata in
circa il 18% della sua estensione dal 1987. Questo dato è in costante aumento e
già equivale alla somma delle superfici di Francia, Italia e Portogallo.
Numerosi modelli predittivi indicano il 20% di deforestazione cumulativa come un
punto critico, un vero e proprio punto di non ritorno (o tipping point), la
soglia oltre la quale la foresta si trasformerà in modo irreversibile innescando
cambiamenti che possono autoalimentarsi e avere effetti a cascata su altri
sistemi. La deforestazione incide direttamente sull’ecosistema, creando aree più
asciutte e suscettibili agli incendi. Allo stesso tempo, il cambiamento
climatico rende la foresta intrinsecamente più vulnerabile alla siccità. Quando
queste due forze si combinano, il rischio aumenta esponenzialmente: una foresta
già indebolita dalla deforestazione ha meno capacità di resistere a una siccità
estrema indotta dal clima. Dati satellitari e modelli ecologici hanno dimostrato
che la resilienza della foresta ai disturbi è in diminuzione dai primi anni 2000
e gli ultimi due anni hanno registrato una delle peggiori siccità della storia.
Tra aprile e giugno 2024, ci sono state precipitazioni da record nello stato di
Rio Grande do Sul, in Brasile. Queste hanno causato la peggiore inondazione
nella storia della regione. Più di mezzo milione di persone sono state sfollate
e più di 183 sono morte nelle inondazioni.
Lo scorso 21 maggio il senato brasiliano ha approvato un disegno di legge che
allenta le norme sulle licenze ambientali cancellando ogni regolamentazione per
vari progetti, dalla produzione di carne alla deforestazione. Il disegno di
legge viene chiamato in gergo anche “‘progetto di legge della devastazione’ e
non è un buon segnale ma è solo una conseguenza della situazione politica che
abbiamo in Brasile”. Queste le parole di Emanuela Evangelista, biologa
specializzata nello studio dei mammiferi acquatici, membro dell’Unione
internazionale per la conservazione della natura, presidente di Amazônia ETS e
trustee di Amazon Charitable Trust, organizzazioni che collaborano con i popoli
della foresta per la conservazione dell’ambiente e la tutela dei loro diritti.
> La deforestazione, l’inquinamento e le altre pressioni antropiche del mondo
> globalizzato sono gravi minacce per la sopravvivenza della cosiddetta
> Frontiera incontattata.
L’instabilità politica di cui parla è data da una semplice questione numerica.
Il presidente in carica, Luiz Inácio Lula da Silva, è stato eletto a gennaio
2023, ottenendo solo il 50,89% dei voti contro il 49,11% di Bolsonaro,
trovandosi quindi a rappresentare un Paese profondamente spaccato in due. “C’è
quindi una questione aperta sullo sviluppo della regione amazzonica. Una delle
regioni più povere di tutto il Brasile, con circa il 50% degli abitanti che sta
sotto la soglia della povertà”, continua Evangelista. Il presidente si trova a
governare in un clima politico estremamente teso e polarizzato dove la sua
visione non trova sempre la maggioranza, cedendo così al modello proposto
dall’opposizione. Un modello che da europei conosciamo molto bene, basato sul
raggiungimento di uno sviluppo economico ottenibile con l’aumento di
agricoltura, pascolo, estrazione mineraria e costruzione di infrastrutture.
“L’Amazzonia è destinata al collasso che si può evitare solamente in due modi:
proteggendo le foreste che sono rimaste ancora intatte, come questa in cui vivo,
e riforestando dove la foresta è già stata tolta”. Evangelista ha scelto infatti
di vivere da 25 anni proprio in quello che lei definisce “il cuore della
foresta”. Un cuore che sta iniziando a soffrire in maniera pesante il
cambiamento climatico. Proprio da là ha fondato l’organizzazione no profit
Amazônia ETS per una “visione globale di pianeta perché, quando hai a che fare
con le sfide ambientali, i confini non esistono”.
Tra i tantissimi progetti di sensibilizzazione, conservazione e sviluppo
sostenibile che l’organizzazione propone ce n’è uno, in collaborazione con
l’Istituto brasiliano per lo sviluppo e la sostenibilità (IABS), dal nome
Insieme piantiamo il futuro. Si parla dell’attuazione di un vero e proprio
corridoio ecologico di biodiversità tra gli Stati brasiliani di Maranhão e Pará,
la cui capitale, Belém, ha ospitato la 30ª Conferenza delle Parti della
Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30) dal 10
al 21 novembre 2025. “I corridoi ecologici di biodiversità servono a collegare
frammenti di foresta che, a causa della deforestazione, sono rimasti isolati per
farli diventare di nuovo ambienti possibili per la vita”.
Spostandoci invece nella parte più occidentale dell’area amazzonica raggiungiamo
il Parco nazionale del Yasuní, localizzato nell’Amazzonia ecuadoriana e
designato come patrimonio UNESCO nel 1989. In Ecuador, la foresta amazzonica
copre circa la metà del territorio nazionale, sebbene rappresenti solo il 2% del
bioma amazzonico totale. È una delle aree più ricche di biodiversità al mondo,
nonché la casa di diversi gruppi di popolazioni indigene, tra le quali le
Tagaeri e Taromenane che vivono in isolamento volontario. Un luogo incontaminato
in cui però, da più di mezzo secolo, le aziende petrolifere bruciano il gas
naturale prodotto dall’attività estrattiva emettendo sostanze altamente tossiche
e dannose per l’ambiente e per la salute.
Rappresentando la maggior parte del bilancio generale dello Stato, la questione
petrolifera in Ecuador è stata e continua tutt’ora a essere irrisolta. Per anni
l’azienda Chevron-Texaco ha violato le norme ambientali riversando nei fiumi 16
miliardi di tonnellate di acque reflue: per questo nel 2011 è stata condannata a
pagare all’Ecuador 9,5 miliardi di dollari per il danno ambientale causato. La
compagnia ha poi lasciato il Paese, ma 14 anni dopo il risarcimento non è stato
ancora versato. Ancora oggi, l’Unione delle persone colpite dalla Chevron Texaco
(UDAPT), un’organizzazione che unisce almeno 80 comunità residenti nelle aree
contaminate, ha mappato quasi 500 torri di combustione attive nell’Amazzonia
ecuadoriana, testimoniando e denunciando gli sversamenti che quotidianamente
colpiscono l’area.
All’interno del Parco nazionale del Yasuní ci sono sette blocchi petroliferi,
tra cui il blocco 43, rimasto intatto almeno fino al 2013. Questo, noto anche
come ITT, comprende i giacimenti di Ishpingo, Tambococha e Tiputini ed era stato
oggetto dell’iniziativa Yasuní ITT: una proposta lanciata nel 2007 dal governo
di Rafael Correa che mirava a evitare lo sfruttamento petrolifero nella zona più
remota e meglio conservata del Parco nazionale in cambio di 3,6 miliardi di
dollari di risarcimento da parte della comunità internazionale. Nel 2013, quando
era stato raccolto nemmeno lo 0,5% di quanto previsto, l’iniziativa fallì e
nella zona iniziò l’estrazione. Molti gruppi di giovani attivisti si unirono per
difendere le riserve di petrolio dell’ITT, dando vita al collettivo YASunidos.
Il gruppo si attivò per raccogliere firme e promuovere una consultazione
popolare, ma le diffamazioni subite permisero di indire un referendum abrogativo
solo dieci anni dopo. Così nell’agosto 2023, il 60% degli ecuadoriani ha votato
a favore del mantenimento a tempo indeterminato delle riserve petrolifere nel
sottosuolo e dunque del blocco delle attività estrattive, in un referendum che è
passato alla storia.
> Il presidente Lula si trova a governare in un clima politico estremamente teso
> e polarizzato dove la sua visione non trova sempre la maggioranza, cedendo
> così al modello proposto dall’opposizione.
Oggi, a due anni di distanza, l’Ecuador si trova in una situazione precaria
sotto molti aspetti. A inizio 2024 il governo di Daniel Noboa aveva annunciato
la necessità di mettere in atto misure che consentissero al governo di
riprendere il controllo del Paese. Queste misure includono la promozione
dell’estrazione mineraria su larga scala, che interessa 20 delle 24 regioni
dell’Ecuador, e la moratoria sul risultato del referendum per almeno un altro
anno. Le recenti violenze e i disordini interni hanno fornito al presidente
Noboa, nuovamente rieletto ad aprile di quest’anno, una scusa per continuare le
trivellazioni nei principali giacimenti petroliferi all’interno del Parco
nazionale Yasuní. “Il governo continua con lo sfruttamento illegale del
giacimento petrolifero. In questo momento stanno estraendo circa 40.000 barili
di petrolio da questo blocco in cui ci sono anche più di 30 fuoriuscite di
petrolio”, ci spiega Pedro Bermeo Guarderas, coordinatore legale e portavoce del
collettivo YASunidos, nonché uno tra i promotori ufficiali del referendum del
2023. “Questo è totalmente illegale. Persino lo scorso marzo la Corte
interamericana dei diritti umani (la CIDH), che è la corte più alta della
regione, ha emesso una sentenza che obbliga il governo a rispettare il
referendum” continua Bermeo.
Va inoltre sottolineato che per la costituzione dell’Ecuador l’adempimento dei
referendum è obbligatorio, “Non è qualcosa che il governo può decidere o meno”,
ricorda l’attivista. La Costituzione andina si distingue anche per essere la
prima al mondo a riconoscere la natura come soggetto di diritto. “La stessa
natura che stanno privatizzando e trasformando in un prodotto”, sottolinea
Bermeo, facendo riferimento alla legge organica sul recupero delle aree protette
e la promozione dello sviluppo locale, che è stata pubblicata il 14 luglio nel
registro ufficiale della Repubblica dell’Ecuador. Una legge approvata in tutta
fretta come una questione di urgenza in materia economica e che mette a rischio
la conservazione dell’ambiente, la gestione pubblica dei territori protetti e i
diritti collettivi.
“Stanno violando ancora una volta i diritti. Quindi ci sono due problemi, uno
relativo alla natura e l’altro alle comunità indigene, violando il diritto alla
consultazione preventiva”, denuncia Bermeo. L’attivista fa riferimento a un
altro diritto presente nella Costituzione, che garantisce ai popoli indigeni la
consultazione preventiva sui piani di sfruttamento dei loro territori. E
considerando che “nelle comunità indigene più di 2.000 milioni di ettari di aree
protette si intersecano con i loro territori ancestrali, questa legge è anche
contro di loro”. Una legge contro più di 750.000 indigeni appartenenti a più di
12 gruppi etnici differenti. Oltre le comunità che scelgono di vivere senza
contatti con la società esterna, anche gli altri hanno una forte connessione
culturale e spirituale con la natura e la terra, che considerano fonte di vita e
sostentamento.
Concludo le chiamate con Evangelista e Bermeo con la voglia di viaggiare e
raggiungere queste mete, purtroppo divenute popolari soprattutto nel last chance
tourism, quel turismo che mira unicamente a godersi il privilegio di poter
sfruttare e fotografare le meraviglie della natura prima che scompaiano. Da un
lato vorrei liberarmi da questo peccato originale che è l’occhio coloniale che
ci marchia e mi chiedo se sia veramente possibile parlare di ecoturismo in
queste aree. L’audio della chiamata non era ancora spento e Bermeo mi risponde
prontamente portandomi l’esperienza di una forma di turismo possibile. Mi parla
del turismo comunitario, un turismo ecologico, che rispetta la comunità ed è
gestito dalla comunità stessa. Una ragione anche “per fornire un’alternativa
alle comunità che sono totalmente abbandonate dal governo e che si trovano a
dover collaborare con attività estrattive o minerarie”.
L'articolo Lo sfruttamento antropico dell’Amazzonia proviene da Il Tascabile.
P er degli inspiegabili sommovimenti dell’algoritmo, qualche settimana fa sul
mio feed è comparso un video postato da un anonimo profilo privato, non
dissimile da quello di qualsiasi vostro conoscente o amico. A prima vista il
reel postato da @aaayushh245 – questo il nome dell’account – non è troppo
diverso dai migliaia di contenuti che ogni giorno invadono Instagram o Tik Tok:
una sequenza di spezzoni visivi dalla durata di pochi frame, montati uno di
seguito all’altro, con un breve testo in primo piano e un sottofondo musicale
d’accompagnamento.
Solo che in questo caso, a differenza del solito pattume che dura lo spazio di
uno scroll, il reel si differenziava non solo per la scelta musicale, piuttosto
dissonante rispetto al contesto, ma anche per il messaggio stesso veicolato dal
testo. Sul ritornello di The Winner Takes It All degli Abba, infatti, il video
proponeva una sequenza di palazzi in fiamme, rivolte, scontri con la polizia,
folle che incitano alla devastazione e al linciaggio. È questa una testimonianza
di quanto accaduto in Nepal a inizio settembre, dove, a seguito del divieto di
utilizzo dei social media e in risposta agli altissimi livelli di corruzione,
giovani e giovanissimi sono scesi in piazza, di fatto rovesciando il governo in
carica nell’arco di 48 ore. La “rivolta della Gen Z” – com’è stata denominata a
seguito dell’età della maggior parte dei manifestanti – è, a conti fatti, una
rivoluzione che – attraverso una votazione su Discord! – ha portato Sushila
Karki, ex presidente della Corte suprema, a essere la prima donna premier del
Paese.
Questo risultato, com’è immaginabile, è frutto di un’ingente e incontrollata
dose di violenza, che il summenzionato video non manca di mostrare. Hanno fatto
il giro del web le immagini del ministro delle Finanze che, spogliato, viene
inseguito nel fiume dai manifestanti. Il Parlamento, come la casa del primo
ministro e di altri membri di spicco dell’amministrazione nepalese sono stati
dati alle fiamme. Stessa sorte è toccata all’hotel Hilton di Katmandu, alle sedi
dei media considerati vicini all’establishment, ma anche alla sede del Nepali
Congress, il principale partito di opposizione. Sher Bahadur Deuba, leader
dell’opposizione, e la moglie Arzu Rana Deuba, a capo del ministero degli Affari
esteri, sono stati filmati mentre venivano presi a calci e pugni. Il bilancio
parla di oltre 400 feriti e decine di morti, tra cui anche la moglie dell’ex
primo ministro Jhala Nath Khanal, arsa viva quando la folla ha appiccato fuoco
alla sua casa.
L’elemento di fatale attrazione del video, però, è proprio la consapevolezza
dell’autore dell’ambiguità di una protesta dal basso che si alimenta e ha
successo attraverso la violenza. Infatti, mentre le immagini scorrono, la
scritta in sovrimpressione recita: “Abbiamo vinto! Ma a che prezzo? Forse è
quello che serviva. Dobbiamo accettare questo fatto: rivoluzione e violenza
procedono mano nella mano. Eppure, resta da capire se abbiamo vinto davvero”.
> L’agire esplicitamente violento della protesta nepalese viene situato in una
> zona grigia, in cui affiorano dubbi sulla legittimità e sulla necessità del
> gesto, così come sulle sue conseguenze.
Questa testimonianza è eccezionale non tanto perché mostra la geopolitica
internazionale in presa diretta, quanto perché è una delle rare volte in cui
l’azione politica viene tematizzata in un modo non univoco dai suoi stessi
protagonisti. Di conseguenza, l’agire esplicitamente violento della protesta
viene situato in una zona grigia, in cui affiorano dubbi sulla legittimità e
sulla necessità del gesto, così come sulle sue conseguenze. Il caso
discretamente istruttivo del Nepal riassume una serie di temi che, nonostante lo
strepitio di voci in merito alla violenza fisica e verbale nell’agone politico
contemporaneo, sembrano quasi assenti dal dibattito mainstream sul tema. Al di
là della retorica del giusto-o-sbagliato, il video di @aaayushh245 esemplifica
alcune questioni dirimenti, che toccano non solo le modalità di fruizione della
violenza, ma anche la legittimità e le conseguenze di tale posizionamento.
Fruizione
Sulla scia di Noam Chomsky e del suo classico La fabbrica del consenso. La
politica e i mass media (1988), pare oggi vieppiù lampante che la presunta
neutralità degli organi di informazione sia minata di continuo, anche nei Paesi
considerati fari della democrazia, in un’ottica di costruzione del consenso per
mezzi propagandistici. E d’altra parte pare pienamente compiuta la profezia di
Guy Debord contenuta in La società dello spettacolo (1967), come dimostra il
recente Lo stratega contro (2025) a firma di Gabriele Fadini, che conferma
l’attualità del filosofo francese. In una società in cui la spettacolarizzazione
della vita quotidiana operata dai mezzi di comunicazione ha raggiunto lo zenith,
saturando con la sua presenza ogni momento della vita privata, si decuplicano le
possibilità di essere sottoposti a immagini di violenza mediatizzata, ovvero
veicolata dai media.
Se si considerano insieme la parzialità delle narrazioni mainstream e la
spettacolarizzazione dell’oggetto dell’informazione, mi parrebbe utile, posti di
fronte all’evenienza della violenza, interrogarsi non solo sul cosa, ma sul come
viene veicolata, narrata, propagandata e, spesso, omessa la violenza. Poiché la
presenza del medium a fare da filtro tra noi e l’evento reale – una guerra, un
omicidio, una rissa tra manifestanti e polizia, continuate voi – non è neutra:
provare a capirne la natura parziale e l’effetto che genera sul contenuto
potrebbe essere importante per un’analisi che non si fermi alla violenza in sé,
ma che provi a porla in rapporto causale con il contesto.
È chiaro, per fare un esempio, che le immagini dei militanti dell’Isis che
decapitano i prigionieri politici a favore di telecamere porta lo spettatore
immediatamente a empatizzare col condannato. Tuttavia, il modo in cui quelle
immagini ci sono state proposte, segmentate all’interno al flusso di altre
notizie, programmi e pubblicità, rende complesso ricordare che l’ascesa di
al-Qaeda – da cui poi avrà vita l’Isis – è frutto anche del vuoto di potere
creato dall’invasione statunitense in Iraq nel 2003.
> Il processo di spettacolarizzazione del conflitto comporta un livellamento
> verso il basso del cuore semantico dell’informazione, una riduzione della
> violenza a contenuto mediatico.
Allo stesso modo, le immagini dei bombardamenti in Ucraina generano subito una
risposta emotiva nel pubblico occidentale. Tuttavia, questa ha reso difficoltosa
la ricostruzione del complesso panorama geopolitico che ha fatto da sfondo al
logorio dei rapporti tra Russia e blocco occidentale. Il processo di
spettacolarizzazione del conflitto – iniziato forse da qualche parte tra la
prima Guerra del Golfo e l’attacco alle Torri gemelle – comporta un livellamento
verso il basso del cuore semantico dell’informazione, una riduzione della
violenza a contenuto mediatico, a slide di Instagram, a video di TikTok, creato
velocemente per essere consumato velocemente e altrettanto velocemente gettato
via.
Parlando della cultura promossa dai media, Jean Baudrillard diceva che nella
società odierna “questa diviene oggetto di consumo nella misura in cui […]
diviene sostituibile e omogenea (sebbene gerarchicamente superiore) ad altri
oggetti”. Qualcosa di simile si potrebbe dire per la violenza. Nel cyberspazio
generato dai media, da un punto di vista di fruizione, non c’è praticamente
nessuna differenza, per esempio, tra una guerra e la sintesi di una partita di
calcio. Ma capirne le modalità di fruizione è essenziale per stabilire delle
contronarrazioni che tematizzino la violenza in senso storico, critico e
politico. Il rischio, altrimenti, è quello di relazionarci di fronte a essa
nello stesso modo in cui il tifoso prende parte al rito collettivo della
partita, in cui si amano i buoni – la propria squadra – e si odiano i cattivi –
gli avversari.
Riflessione
L’omicidio dell’attivista della destra americana estrema Charlie Kirk, colpito
da un’arma da fuoco durante un incontro con gli studenti in un campus
universitario nello Utah, è abbastanza esplicativo della reazione dell’opinione
pubblica di fronte alla violenza. Nonostante in Italia fosse già tarda serata,
per puro caso ho avuto l’occasione di seguire in diretta sui media americani la
cronistoria dell’evento. Fin dai primissimi minuti il popolo di Internet si è
spaccato tra chi glorificava Kirk come martire della libertà di pensiero e del
diritto di parola e chi gioiva per l’attentato a danno di un pericoloso
promotore di ideologie intolleranti e violente.
Questa dialettica degli schieramenti opposti è stata subito fatta propria dai
politici statunitensi e poi europei. I repubblicani hanno addossato le colpe
dell’omicidio alla sinistra fintamente liberale, rea di incitare all’odio e di
voler silenziare chi non la pensa come loro. I democratici, pur condannando in
toto l’omicidio, hanno respinto al mittente, dicendo che è invece la destra MAGA
(Make America Great Again) a fomentare un clima di violenza in un Paese in cui
il tema del possesso delle armi è, oggettivamente, un problema. E tutto questo
ben prima che venisse arrestato il presunto autore dell’attentato, il
ventiduenne Tyler Robinson che, stando a quanto si conosce al momento, non
corrisponde all’identikit del pericoloso leftist radicale a cui si pensava nelle
prime ore.
> L’omicidio di Charlie Kirk, colpito da un’arma da fuoco durante un incontro
> con gli studenti in un campus universitario nello Utah, è abbastanza
> esplicativo della reazione dell’opinione pubblica di fronte alla violenza.
Nonostante l’omicidio di Kirk rientri in uno scontro tutto statunitense tra MAGA
e liberals, anche da noi accuse, controaccuse, strumentalizzazioni e propaganda
hanno subito fatto perdere il punto della questione. Il modo in cui l’omicidio è
stato narrato, ha fatto sì che si sia passati immediatamente dal fatto, alle
possibilità strumentali del fatto. Eradicata dal rapporto di causalità con il
contesto americano, la violenza è stata usata solo in senso simbolico per un
fuoco incrociato di slogan – che, per inciso, di certo non stemperano gli animi,
ma anzi li infiammano, trasferendo sul piano verbale la violenza fisica.
Mi pare esplicativo che l’intero spettro della sinistra internazionale abbia
speso molte energie per “prendere le distanze” dal killer. Non solo è un
paradosso logico doversi distanziare da qualcuno con cui non si ha nessuna
vicinanza fattuale, ma farlo per dover ribadire quello che è naturalmente e
giuridicamente un caposaldo del dibattito democratico – la condanna della
violenza – è un’aporia del sistema. Il fatto che io stesso mi senta qui
obbligato a esplicitare la ferma condanna rispetto a quanto accaduto per evitare
di incappare in accuse di giustificazionismo è esplicativo di come la violenza,
anche a sinistra, sia ormai introiettata nel discorso politico solo per la sua
componente spettacolarmente simbolica, mentre manca qualsiasi tipo di analisi
materialista.
Un’operazione di questo genere non rientra, storicamente, né negli interessi,
né, forse, nelle capacità di una destra che trae il suo potere mediatico – e
anche il suo appoggio elettorale – dalla semplificazione per estremi e dalla
polarizzazione del dibattito, per cui l’uso strumentale della violenza è di
supporto alla creazione del consenso e al mantenimento del potere – e qui si
guardi, ancora, al già citato Chomsky. Tuttavia, è lecito aspettarsi da chiunque
afferisca all’ampio spettro della sinistra un approccio alla violenza in campo
politico che sappia interpretarla attraverso l’analisi delle condizioni
materiali, delle basi economiche e delle relazioni tra classi sociali, piuttosto
che attraverso valori e ideali astratti. Un approccio di questo tipo non è solo
legittimo, ma necessario per provare a capire a favore di chi gioca la violenza.
Chi trae vantaggio dall’uso della violenza in campo politico? Quali rapporti di
forza si nascondono dietro l’uso della violenza? E, soprattutto, quale influenza
ha la violenza sull’agentività del nostro schieramento politico nell’ottica di
una rinata (ma forse mai estinta) lotta di classe?
Al di là dei possibili discorsi etici sul personaggio, se analizzato in
quest’ottica, l’omicidio Kirk non sono sicuro vada a vantaggio della sinistra
democratica. L’evento, infatti, fornisce alla destra trumpiana – e poi
internazionale – non solo un martire, ma il lasciapassare ideologico per
l’inasprimento di una retorica securitaria che diventa poi pratica repressiva. E
poco importa se il presunto killer non è un radicale, fricchettone, esaltato di
sinistra, né che, negli ultimi dieci anni, la percentuale degli omicidi
riconducibili alla destra estrema sul numero di azioni violente commesse a fini
ideologici negli Stati Uniti sia di oltre il 75% (dati: Anti Defamation League).
Tutto ciò, tra l’altro, non sposta di una virgola i rapporti di forza rispetto
alle rivendicazioni delle classi sociali povere e delle minoranze nei confronti
della repressione statale.
> Non solo è un paradosso logico doversi distanziare da qualcuno con cui non si
> ha nessuna vicinanza fattuale, ma farlo per dover ribadire quello che è
> naturalmente e giuridicamente un caposaldo del dibattito democratico – la
> condanna della violenza – è un’aporia del sistema.
Dall’altra parte, quello che non si sta riuscendo a fare nel caso di Kirk, è
riuscito, almeno in parte, con Gaza. Dico “in parte”, perché ancora una volta
l’analisi materialista del genocidio è stata condotta pressoché in toto al di
fuori della politica dei partiti e promossa dalla società civile, da attivisti,
da organi di ricerca indipendenti e da un’esigua parte della stampa
internazionale. Questi attori, però, hanno contribuito a mantenere viva
l’attenzione sui crimini commessi da Israele, tanto a livello mediatico che
politico, attraverso un’intensa attività di mobilitazione dal basso. Il
movimento pro-Palestina è stato abile nel tenere insieme tanto la condanna alla
violenza contro i civili, quanto l’analisi degli interessi politici ed economici
che sostanziano l’intento genocidario – poi rilanciati in sede istituzionale dai
report della relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese (Genocide as
Colonial Erasure e From Economy of Occupation to Economy of Genocide).
La condanna ideologica, unita a un’analisi materialista del genocidio, non solo
ha impedito una lenta, ma spesso inesorabile assuefazione alla violenza, ma ha
denunciato in maniera fragorosa la vergognosa complicità nella mattanza di un
Occidente “necrocapitalista”, razzista e imperialista. Il successo, almeno
parziale, di tale narrazione mi pare verificabile se si considera che anche nel
dibattito mainstream molti sono costretti a riconoscere la propaganda sionista
per quello che è. Il “conflitto per la liberazione degli ostaggi” è per tanti –
anche per l’ONU, ma non per molti vessilliferi del moderatismo – un genocidio. I
tentativi di manipolazione dell’opinione pubblica da parte di Israele – come
l’invio di influencer nella Striscia per testimoniare i presunti aiuti umanitari
da parte dell’Idf – risultano grotteschi. Le parole di ministri come Smotrich e
Ben-Gvir non sono più le boutade di qualche estremista, ma le dichiarazioni
d’intenti di criminali di guerra. Questo, come si può vedere, non vuol dire che
la politica assecondi o sostenga le richieste del movimento pro-Pal. Anzi,
tutt’altro. Ma la verità sostanziale dei fatti affiancata a principi di
carattere etico-morale fornisce il fuoco ideologico delle rivendicazioni che,
nell’intento dei manifestanti, non sono destinate a rimanere solo sul piano
simbolico dell’utopia.
Azione
Per quello che se ne capisce, l’approccio fin qui descritto diventa il minimo
comune denominatore necessario nel momento in cui la speculazione teorica vuole
diventare pratica attiva. Come dimostra il prima citato esempio del Nepal, è
possibile che arrivi un momento in cui sarà doveroso interrogarsi sulla
necessità o meno della violenza, su come esercitarla e in che grado. Mi pare
superfluo ribadire – ma di questi tempi non è mai troppo – che l’adesione totale
alla non-violenza è il presupposto minimo per poter partecipare al dibattito
democratico. E tuttavia, il paradosso democratico enunciato da Karl Popper in La
società aperta e i suoi nemici (1945) impone un certo grado di repressione verso
gli intolleranti al fine di salvaguardare lo stesso sistema democratico.
In termini pratici, come ci insegnano innumerevoli esempi di storia, questo si
traduce in una continua negoziazione sulla necessità e sulla legittimità della
violenza in senso politico quando le regole del gioco democratico vengono meno.
Quale dialettica è possibile con un’ipotetica squadraccia fascista che viene a
rastrellare gli oppositori politici? Interrogato sulla questione, Sandro
Pertini, figura che difficilmente potrà essere accusata di populismo, la
risposta pareva averla molto chiara. E tuttavia, nelle nostre società
contemporanee pare un sacrilegio anche solo teorizzare una possibile risposta
violenta, pure laddove questa risponda solamente a scopi difensivi.
> Il movimento pro-Palestina è stato abile nel tenere insieme tanto la condanna
> alla violenza contro i civili, quanto l’analisi degli interessi politici ed
> economici che sostanziano l’intento genocidario.
A questo proposito, vale la pena riprendere le parole del sociologo francese
Nicolas Framont pubblicate nella newsletter di settembre del progetto di
estetica politica Iconografie (@iconografiexxi). Framont sottolinea come, al di
là dell’ordinamento giuridico-costituzionale sulla base del quale giudichiamo
qualsiasi forma di violenza dal basso come intrinsecamente esecrabile, chi
detiene il potere – la “classe borghese”, per lui – esercita nei fatti un grado
di violenza altissimo, giustificato in quanto statalizzato. Le élite del potere
capitalista, dunque, non solo continuano a teorizzare la necessità della
violenza, ma non hanno nessuna remora nell’esercitarla, in spregio a qualsiasi
tipo di ordinamento giuridico.
Di esempi, anche in questo caso, se ne potrebbero fare molti: dalla repressione
violenta delle manifestazioni di piazza da parte della polizia – pratica
talmente diffusa che ormai non fa più notizia – alla violenza nelle carceri,
fino, per venire a un caso specificatamente italiano, al trasferimento forzato
nei centri per migranti in Albania. Per rendersi conto del grado di violenza
introiettato e normalizzato da parte degli apparati statali, basta una lettura
dei report annuali di Amnesty International. Rispetto a questa legittimazione de
facto della violenza da parte di chi detiene il potere – che non vuol dire solo
potere legislativo, ma anche economico – mi sembra significativo il post che
Trump ha pubblicato su Truth in data 6 settembre, con il quale minacciava
Chicago di un inasprimento delle politiche anti-immigrazione e una maggior
repressione da parte delle forze dell’ordine federali. Il post, accompagnato da
un’immagine generata dall’Intelligenza artificiale con il presidente degli Stati
Uniti in panni militari in un chiaro riferimento al film Apocalypse Now,
recitava: “‘Mi piace l’odore delle deportazioni al mattino…’ Chicago sta per
scoprire perché è chiamato Dipartimento della GUERRA”.
Ancora una volta, tuttavia, l’esempio più denso di senso rimane il genocidio in
corso a Gaza, per la sua capacità di dare forma plastica – addirittura
quantificabile, negli oltre 60.000 morti – alla pratica omicida portata avanti
nel nome della “democrazia” israeliana e dell’Occidente “civilizzato”. La
radicalità della violenza perpetrata sulla pelle del popolo palestinese è
esplicativa della morale vergognosa con cui il consesso delle grandi democrazie
dell’Occidente non prova, nei fatti, nessun tipo di moto di fronte all’eccidio
di civili inermi, ma si affretta a gettare strali e biasimo su un manifestante
che tira un sampietrino durante una manifestazione.
Per dirla con le parole di Franco Palazzi, autore di La politica della rabbia
(2021), “da una parte lo stato liberaldemocratico fa manifestamente impiego di
numerose forme di violenza tanto diretta […], quanto indiretta […]; dall’altra
la menzione della violenza appare ammissibile nella sfera pubblica
liberaldemocratica unicamente nel registro retorico della condanna”. Per
Palazzi, “queste contraddizioni sono il frutto della scarsa capacità
contemporanea di pensare la politica al di là dell’ipoteca, a un tempo
istituzionale e concettuale, dello stato moderno”. Ma è proprio da questo tipo
di squilibri che deriverebbe, secondo Framont, la simpatia di larghe fasce della
popolazione verso figure come quella di Luigi Mangione, sospettato di aver
assassinato Brian Thompson, CEO del colosso assicurativo UnitedHealthcare.
Framont – autore di Saint Luigi (2025), un saggio sul culto mediatico e
ideologico riscosso proprio dal presunto killer italoamericano – afferma che di
fronte alla crescente, assidua violenza a cui le classi meno abbienti sono
sottoposte, gesti estremi come quello di Mangione servono a ricordarci che
servirebbe ristabilire un equilibrio tra le parti.
> Le élite del potere capitalista, dunque, non solo continuano a teorizzare la
> necessità della violenza, ma non hanno nessuna remora nell’esercitarla, in
> spregio a qualsiasi tipo di ordinamento giuridico.
Tuttavia, al pari dell’assassinio di Kirk, delitti come l’assassinio di
Thompson, se condannabili da un punto di vista morale, rischiano di essere
perfino controproducenti nell’ottica materialista del conseguimento degli
obiettivi. Che l’uso omicidiario della violenza – ma anche, per esempio, la
devastazione di negozi e beni comuni durante gli scontri di piazza – possa
essere però allo stesso tempo una forma di lotta di classe e un gesto populista
non deve trarre in inganno. Stabilita la legittimità ideologica delle richieste
degli oppressi verso gli oppressori, c’è poi la riflessione sulle strategie.
Fermandosi solo agli esempi fatti fin qui, i gesti eclatanti di Mangione e
Robinson non muovono oltre il piano simbolico, privi di qualsiasi potenzialità
nell’ottica di una rinegoziazione dello status quo. Di fronte al populismo di
questa violenza performativa, è doveroso però che le sinistre internazionali
inizino almeno a tematizzare le strategie attraverso le quali difendersi
rispetto alla violenza del sistema, catalizzando la rabbia popolare in una lotta
dove il nemico non si farà scrupoli ad uccidere se questo assicura il
mantenimento fattuale del potere. In fondo, quello che pare domandarsi
@aaayushh245 nel suo video sul Nepal è: può esistere una violenza generativa?
L'articolo La violenza e noi proviene da Il Tascabile.
N el 2024 a Barcellona è comparso un murale con tre donne. María Soliña,
accusata di stregoneria nel 1621, condannata alla confisca dei beni e costretta
a indossare per sei mesi un abito penitenziale. María Pérez Lacruz, La Jabalina,
attivista fucilata a venticinque anni in seguito alla sentenza di un tribunale
militare, nel 1942. Casilda Hernández, militante del fronte antifascista europeo
durante e dopo la guerra civile spagnola, morta in Francia nel 1992 e autrice
della frase che dà il titolo all’opera: “Dona, ets foc que no s’apaga” (Donna,
sei fuoco che non si spegne). Le loro vicende fanno intravedere le pieghe e le
lacerazioni del tempo. Viste da vicino, non sono né lineari né rassicuranti, ma
rivelano le interrelazioni tra vite distinte. Mostrano la storia come spazio
aperto, modellato anche da tragedie compiute e alternative irrealizzate. Per
questo sono finite sul muro esterno dell’ex istituto penitenziario La Model,
quello che le dittature spagnole del Ventesimo secolo riempirono di dissidenti e
che oggi è un crocevia di memorie. Con i volti di Soliña, Lacruz e Hernández si
possono indagare le sfumature del travagliato percorso per il riconoscimento
dell’autonomia femminile nelle società occidentali.
Un percorso che, se si fosse ragionato solo in termini di realismo politico e
rapporti di forza sociali, avrebbe dovuto essere interrotto nell’istante in cui
fu concepito, prima dell’inizio. Non è casuale che il murale contenga un rimando
a Rosie the Riveter, il poster creato nel 1942 dall’artista Howard Miller per la
compagnia statunitense Westinghouse Electric (con l’operaia in bandana rossa a
pois, tuta da lavoro e manica arrotolata che fa: “We Can Do It!”). Un’icona che,
se durante la Seconda guerra mondiale diede peso simbolico alle lavoratrici in
fabbrica, divenne poi, grazie a un’operazione di risignificazione, un
riferimento visivo del femminismo. La rivettatrice ricorda così l’essenziale: la
storia è una tela cucita da mani diverse in tempi differenti, ragion per cui,
scrutandola, l’angolazione che scegliamo può rivelare trame inaspettate, fili
trascurati e cuciture raffazzonate che coprono gli squarci più larghi.
La storia che scalpita
Dona, ets foc que no s’apaga, dall’artista Levico, fa riemergere il passato nel
presente. È un’iniziativa di Rap for Memories, un progetto di EUROM – European
Observatory on Memories, della Solidarity Foundation dell’Università di
Barcellona – in collaborazione con la scuola popolare itinerante Versembrant e
la scuola di arte La Industrial. Dal 2020 unisce musica, narrazione orale e arte
urbana per ri-raccontare la storia spagnola senza commemorazioni acritiche. Non
è una goccia nel mare, però. I modi per affacciarsi sulla storia stanno
cambiando un po’ dappertutto. Da Barcellona a Roma, a farci caso, il passo non è
lungo. L’associazione Topografia per la storia (TPS) rende accessibile la
documentazione multimediale sul sistema repressivo del fascismo italiano, sui
campi di internamento dell’Italia di Mussolini – i Campi del duce (2019), di cui
parla anche Carlo Spartaco Capogreco. Con portali digitali, mappe interattive e
corsi didattici si amplia lo spettro dello sguardo. Si capisce quanto fosse
elastica, allora, la categoria dei nemici di volta in volta bersagliati. Oppure
per notare che, a dispetto dei tentativi del fascismo di costruire consenso, sia
esistita anche un’Italia produttrice di dissenso, pur latente o minoritario.
Un’Italia che, prima della Resistenza, rifiutò l’idea che l’identità collettiva
dovesse farsi timbrare dal bollo dell’ideologia politica. Fare storia diventa
così un atto plurale di decifrazione, senza dar per scontato che il susseguirsi
delle generazioni, di per sé, equivalga a indurire il nocciolo della
consapevolezza pubblica.
Il punto di partenza di queste iniziative è sempre lo stesso: per essere
sciolti, i nodi della complessità hanno bisogno di mediazioni. Il NEHME (Network
on European and Mediterranean History and Memories), formalizzato a Bari nel
2021, si concentra per questo sugli usi e gli abusi della storia, promuovendo
reti di studio sull’identità europea. Nel frattempo, fuori dalle università
italiane si organizzano convegni, festival, workshop, rievocazioni. La storia
prende corpo in modalità non convenzionali. Un autentico fermento fende la
penisola. Si avverte un risuonare di voci che ha nell’Istituto nazionale
Ferruccio Parri un vivace catalizzatore. Il sapere storico scalpita: prova a
uscire dalle aule, a mescolarsi con quel trova, a democratizzarsi. Molti tra
storici e storiche si interrogano non tanto su come somministrare dall’alto
informazioni verificate, quanto su come rendere la storia, con le sue pratiche,
fruibile e maneggiabile.
> Non si tratta dell’ennesima riverniciatura di noiose forme di divulgazione
> culturale. Dietro alla Public history c’è una postura precisa verso la storia,
> il bisogno di mostrarne la tridimensionalità.
In Italia è arrivata anche la Public history (PH), un settore delle scienze
storiche che vuol portare la storia verso la cittadinanza e che agisce, come
sottolinea il Manifesto dell’AIPH, (Associazione Italiana di Public History),
“tanto all’interno quanto all’esterno degli ambiti accademici e istituzionali,
nel pubblico e nel privato”. Frequentare la Public history – un cantiere in
espansione – significa piantare i piedi nel passato senza separarsi dal
presente. Ricordarsi che si può essere più di semplici spettatori inerti. In
Public history. Discussioni e pratiche (2017), lo storico Lorenzo Bertucelli
scrive che condividere i metodi critici della storiografia, accettando una
negoziazione continua tra punti di vista diversi, può indicare direzioni alla
ricerca e permettere al pubblico di “compiere il cammino intellettuale dal fatto
all’intepretazione”. Creare un collegamento stabile tra disciplina storica e
società civile.
Non si tratta dell’ennesima riverniciatura di noiose forme di divulgazione
culturale. C’è sotto una postura precisa verso la storia, c’è il bisogno di
mostrarne la tridimensionalità. Eppure, nonostante ciò, il discorso pubblico e
politico sulla contemporaneità sembra oggi orientarsi in tutt’altra direzione.
La gabbia geopolitica
Soprattutto dal 2022, con il ritorno compiuto della guerra in Europa, il
successo della geopolitica è stato decisamente più visibile. La geopolitica –
termine dal tratto elegante che fa capolinea nelle rassegna stampa e nella TV
generalista, per non dire dei social media – ha piantato radici. Nella sua
versione mediatica, spolpata fino all’osso, piace molto. Crea ordine nel
disordine. Incasella tessere, offre mappe mentali nitide, traiettorie
calcolabili, risultanze coerenti. Quando si tratta di dover dedicare un po’ di
attenzione alle dinamiche del mondo, pare ormai aver scalzato diciture e
discipline più caute come le relazioni internazionali.
La disinvolta lucidità che esibiscono gli esperti geopolitici, perfino nel tono
della voce, ha però un prezzo teorico molto alto e poco dibattuto. Nella visione
geopolitica la storia viene compressa. L’approccio geopolitico trasforma infatti
lo spazio geografico in una gabbia concettuale capace di appiattire la densità
del passato. Variabili rigide ed elementi cartografici sopprimono quasi del
tutto la temporalità. Singoli contendenti si fanno soggetti meccanici attivi su
un campo delimitato (la scacchiera internazionale), con episodi e avvenimenti
del passato spogliati della propria storicità. La geopolitica meno avvertita –
ma ugualmente sdoganata – glissa sulla necessità di rendere conto dei processi,
delle istanze, delle frizioni, delle continuità e delle discontinuità che danno
concretezza alla storia. Di più: fa quello che la storiografia sconsiglia.
Tratta l’azione selettiva del periodizzare, cioè del dividere in blocchi
logico-temporali il fluire incessante dello scorrere degli anni, più come un
esercizio di suddivisione del tempo da svolgere per scopi prettamente pratici
(operazione utile, ma insufficiente) che non come un atto interpretativo che
condiziona la ricostruzione e la contestualizzazione logico-analitica degli
eventi stessi.
> Quando si tratta di doversi dedicare alle dinamiche del mondo, la geopolitica
> pare ormai aver scalzato diciture e discipline più caute come le relazioni
> internazionali.
La storia, specie quella contemporanea, in molte analisi geopolitiche è un
cappello introduttivo. Viene levigata, smussata o tagliuzzata in funzione
dell’attualità. Le differenti idee di modernità, le dispute filosofiche, le
evoluzioni e le rivoluzioni, le resistenze e le tensioni interne ai singoli
contesti o le mobilitazioni sociali non trovano posto. Oppure, se ci sono, sono
leggerissime. La società civile si polverizza, spuntano categorie impersonali
(la psicologia collettiva, le sfere di influenza) e valutazioni apodittiche
(quasi arcane per i non addetti ai lavori). Dove arriva la geopolitica, lo
sforzo per cavare dei significati intellegibili dalla storia sulla base di
sensibilità, esigenze, ragioni e passioni si interrompe. E si va oltre la
finalità descrittiva. Si indica, si indirizza, si orienta. La “geopolitica da
tabloid”, come ha osservato lo storico Mario del Pero, “rivendica non solo
funzioni analitiche, ma anche capacità predittive e, quindi, un ruolo
prescrittivo: è conoscenza applicata, orientata verso un futuro che le sue leggi
imperiture, validate dal processo storico, permettono di anticipare e se
necessario influenzare”. Questa geopolitica invoca la storia, sì, ma poi la
depotenzia, facendone una sorta di sfondo decorativo dove si alternano – lungo i
decenni, i secoli, i millenni – modelli statici di interazione tra entità
guidate da comportamenti per lo più immutati.
Buona parte della geopolitica, destoricizzando il passato, ci esenta persino dal
cercare qualcosa di simile allo Zeitgeist. Al di là delle esteriorità, infatti,
sembrerebbe esserci, dentro tutta la storia, una non meglio specificata essenza
originale che tempra l’agire collettivo. Il timore è che la vaghezza sia voluta,
quando si lascia intendere che gli esseri umani siano destinati a rimanere
incatenati ai propri vizi e schiavi dei propri demoni, legati a suggestioni
ancestrali che non consentono vie d’uscita praticabili. E allora, che si tratti
della Persia di Ciro il Grande o dell’Iran degli Ayatollah, della Francia del re
Sole o di quella di Charles de Gaulle, della Cina imperiale della dinastia Qing
o della Repubblica popolare di Xi Jinping la storia non ha davvero spessore. È
uno splendido repertorio di figure ricorrenti, un palcoscenico dove i
protagonisti cambiano maschera ma le sceneggiature faticano ad aggiornarsi. Che
poi anche gli stessi studiosi di geografia umana, oggi, come fa l’inglese Paul
Richardson, ci mettono in guardia dalle “bugie delle mappe” e dai “miti” che non
di rado muovono le opinioni pubbliche e le classi dirigenti delle società
occidentali ( su continenti, confini, nazioni), ma questo non sembra intaccare
l’assertività con cui, quasi quotidianamente, ci viene impartita la severissima
lezione geopolitica.
La grammatica del disincanto
Tutto ciò non solo reca tracce di un ingombrante determinismo ma è spesso
funzionale al consolidamento delle identità blindate, dei disegni egemonici e
del potere degli Stati-nazione. Di quali Stati-nazione, nello specifico, è
presto detto: l’analisi geopolitica più in voga si concentra su chi platealmente
primeggia nel presente, dal momento che, per farlo, deve aver dimostrato nel
passato di possedere tutte le carte in regola per vincere la partita. Con
ragionamenti capziosi la geopolitica, che non si espone al principio di
falsificabilità, costruisce narrazioni che non rischiano la smentita: se i fatti
le confermano, diventano prove della validità delle tesi proposte; se invece le
contraddicono, sono ridotte ad anomalie passeggere, rumore di fondo. In ogni
caso, la geopolitica assicura una griglia interpretativa totale e circolare:
retrospettivamente, giustifica ciò che è già accaduto; prospetticamente, rende
plausibile ciò che potrà accadere, ma sulla base degli stessi assunti e delle
stesse premesse già utilizzate.
Minimizzando l’impatto che le culture politiche, le mutazioni interne o la
stessa contingenza possono avere sul movimento della storia, la geopolitica non
si sottrae dal suggerire che se alcuni continuano a dominare e altri a subire
una ragione deve pur esserci. Come ha scritto lo storico statunitense Daniel
Immerwahr, in un articolo pubblicato sul Guardian e tradotto da Internazionale:
“I geopolitici sono bravissimi a spiegare perché le cose non cambiano. Sono meno
capaci di spiegare come e perché le cose cambiano. Questo forse giustifica la
leggerezza con cui parlano di storia”.
> Minimizzando l’impatto che le culture politiche, le mutazioni interne o la
> stessa contingenza possono avere sul movimento della storia, la geopolitica
> suggerisce che se alcuni continuano a dominare e altri a subire una ragione
> deve pur esserci.
L’approccio geopolitico, professandosi avalutativo, esibisce poi un sottile
cinismo analitico, specialmente quando ribadisce, anche in modo indiretto, che
la vittoria di un attore nazionale sulla scena internazionale corrisponde alla
sconfitta di un altro. Quando è così, non sorprende che le organizzazioni
sovranazionali che puntano sulla cooperazione o quelle indipendenti dagli
Stati-nazione non siano esattamente nel cuore della geopolitica. Le distrazioni
non sono consentite. In questo senso tutto quanto si colloca all’infuori della
dimensione della competizione non è storia, ma un accidente della storia.
Un’illusione di cui dovremmo fare a meno. Il modo in cui si argomentano
questioni pressanti come l’opportunità per l’Unione Europea di dotarsi di
maggiori capacità belliche, per fare un esempio, è indicativo. L’ombra della
guerra assomiglia più al frutto avvelenato di una sorte ineludibile, sottratto
al libero arbitrio, che a uno degli sbocchi potenziali a fronte di una serie di
fattori storicamente situati e socialmente e politicamente influenzabili.
Per di più il cuore del pensiero geopolitico viene veicolato con il piglio
condiscendente di chi taglia in due il campo del pensabile: da un lato i
pragmatici, quelli che vanno oltre le retoriche patinate, dall’altro gli
inconsapevoli, sprovveduti o ingenui. La geopolitica, qui, si colloca con quelli
che non se la bevono, per richiamare la “Congregazione degli apoti” di Giuseppe
Prezzolini, delineata appena prima del Ventennio. Il fascino di questa forma di
cinismo deriva tuttavia da una tendenza ormai stratificata e piuttosto
trasversale che si propaga nel corpaccione delle società occidentali. Una
tendenza che non è affatto creata dalla geopolitica, ma spiana la strada della
sua ascesa mediatica.
Un’idea da discutere, insomma, può essere questa: la geopolitica oggi fa parte
di una più ampia grammatica del disincanto. È seducente nella misura in cui il
cinismo è già una delle cifre culturali del presente, in un tempo storico in cui
il pessimismo rasenta la saggezza e la cittadinanza tocca con mano quel
“deconsolidamento democratico” che interroga la politologia. Del resto, anche le
scienze sociali guardano all’estensione e alle implicazioni del zero-sum
thinking, una mentalità secondo cui il vantaggio di un soggetto comporta lo
svantaggio di un altro, il che porta a percepirsi come strutturalmente in
competizione. Un articolo della ricercatrice Patricia Andrews Fearon ha fatto
riferimento addirittura a un “zero-sum mindset”. Un atteggiamento che ostacola
la cooperazione e talvolta si rivela auto-avverante: presupponendo condizioni di
ostilità reciproca e conflitti inevitabili, si possono concretizzare le proprie
aspettative negative trascurando invece le alternative.
Se questi appunti sono fondati, occorre alzare il tiro delle domande. Bisogna
chiedersi se la sintesi geopolitica – quella che vediamo, ascoltiamo, leggiamo,
navighiamo – non sia il puntello più avanzato di un ordine internazionale che va
ricostituendosi su basi teoriche che pensavamo di aver superato. Guardando
infatti alla seconda metà del Novecento come a una progressiva soluzione di
continuità rispetto a dinamiche di esercizio del potere a lungo dominanti,
dovremmo chiederci se l’approccio geopolitico non finisca per lanciare un
messaggio antitrasformativo, proprio mentre gli equilibri contemporanei sembrano
frantumarsi. Perché sia così facile, cioè, bucare lo schermo sostenendo che non
soltanto il mondo è quel che è (oggi) ma che nemmeno può pretendere di essere
molto altro (domani), dal momento che lo scorrere del tempo (ieri) ha già
dimostrato quali siano le più solide direttrici che muovono gli esseri umani,
anche quando si tenta di gestire con accortezza e creatività la convivenza
civile su scala planetaria.
Domande sul presente
Quando si difendono dalle non molte critiche ricevute, i teorici della
geopolitica puntano il dito sulle storture generate dall’uso scorretto che altri
fanno del loro oggetto di studio. Ma se certe semplificazioni si moltiplicano
forse il problema non è soltanto nella banalizzazione di concetti e categorie ma
in limiti epistemologici non ancora oltrepassati. Criticare l’approccio
geopolitico non significa allora negare l’importanza dei rapporti di forza o
delle coordinate geografiche. Vuol dire preservare le peculiarità della storia.
La storia come lente di ingrandimento su una combinazione di circostanze che, se
ha prodotto un certo esito, avrebbe potuto produrne anche altri. Già il fatto di
mettere in evidenza l’esistenza di una geopolitica critica – attenta alle
interdipendenze e capace di decostruire l’eredità della tradizione classica –
può rivelarsi utile per inquadrare questioni che travalicano i confini
nazionali, come la crisi climatica o le migrazioni, e per riconoscere che le
relazioni tra spazio e potere non sono oggettive.
Eppure la geopolitica che imperversa nei canali all-news e dentro i talk show,
negli scaffali delle librerie e nelle teche delle edicole, assomiglia a un
monolite. E non solo: sottolinea di continuo il proprio essere sopra le parti,
lontano da condizionamenti ideologici di qualsiasi tipo. Facendolo coglie
indubbiamente nel segno, dopo decenni di legittimazione della tecnica impolitica
come strumento di ingegneria sociale. L’essere distaccati, anche quando non lo
si è, garantisce infatti autorevolezza. D’altro canto sarebbe complicato
pretendere la formalizzazione di una materia che sfugge alle formalità. Quando
si diventa cultori di geopolitica? Con quali percorsi? Come si problematizza il
sapere accumulato nell’ambito della pratica sperimentata? E chi verifica la
qualità del lavoro di un esperto di geopolitica? Lo scarto tra l’irrilevanza e
la performatività chiama in causa più l’approccio generale che alcuni metodi
codificati, più il modo di porsi nei confronti dell’attualità che precise prassi
da seguire, così come la disponibilità ai giudizi forti e connotati rispetto
alle letture laterali e complementari. Accettare che i saperi della geopolitica
possano essere appresi e trasmessi tramite una sorta di iniziazione gestita da
pochi e caparbi analisti davanti al banco di prova del pubblico può così
portarci ad assuefarci, a sottovalutare tutte le volte in cui la geopolitica
finisce per non essere neutra.
> La geopolitica oggi fa parte di una più ampia grammatica del disincanto. È
> seducente nella misura in cui il cinismo è già una delle cifre culturali del
> presente.
Anche per questo, la geopolitica si muove in senso contrario di fronte al
progetto di aprire la proverbiale cassetta degli attrezzi della storia per
condividere competenze e conoscenze. Adottando la visuale della geopolitica
odierna, la storia va contemplata con il naso all’insù, dal basso verso l’alto.
Se per un verso, anche con la Public history, si vuol avvicinare la storia al
pubblico, fino a farne un soggetto centrale, dall’altro la storia viene posta su
un piedistallo inarrivabile, con i discenti (telespettatori, ascoltatori,
lettori, utenti) sospinti ad affidarsi a valutazioni taglienti e posizioni
ardite che, senza essere troppo spiegate, presuppongono la scarsa incidenza dei
singoli nel quadro dello spietato match contemporaneo. Se l’insieme delle
pratiche che intendono rinnovare il “fare storia” procedono per via orizzontale,
o almeno cercano di farlo, la geopolitica, fuori dagli ambienti in cui un
confronto teorico esiste davvero, è del tutto verticale. Nel racconto
geopolitico, cittadini e cittadine sono comparse passive che non possono non
essere sovrastati.
Con le opportune verifiche, dovremmo dunque iniziare a chiederci se la
geopolitica sia in fondo ancora incapace di dar peso alle molteplici prospettive
del passato. E se quindi non sia il caso di sottrarci dagli orizzonti di un modo
di intendere la realtà che con la storia, a guardar bene, non ha molto a che
fare.
L'articolo La seduzione geopolitica proviene da Il Tascabile.
N el 1998 l’antropologa Clara Gallini pubblicò il libro Il miracolo e la sua
prova. Un etnologo a Lourdes. Il volume è l’unico testo in lingua italiana che
affronta la questione delle apparizioni di Lourdes dal punto di vista
antropologico. Tenendo conto che la data di pubblicazione rasenta il nuovo
millennio, questo ritardo della disciplina è quantomeno bizzarro. Perché non ci
sono altri riferimenti importanti in lingua italiana sul santuario? La
situazione nella letteratura internazionale è migliore, ma non di molto:
esistono dei testi, certo, ma non abbastanza da creare un corpus. Eppure,
Lourdes è un centro sacrale della cristianità europea, un pezzo fondamentale
della sua storia: terzo santuario cristiano al mondo per numero di visitatori,
dopo il Vaticano e la basilica di Guadalupe.
Si dice che ovunque ci siano esseri umani ci sia un antropologo a perseguitarli
con taccuino e registratore. Eppure, l’apparizione della Madonna di Lourdes e la
complessa storia dello sviluppo del santuario non sembra accendere
particolarmente l’interesse degli antropologi, che sembrano, invece, molto più
interessati a mappare le geografie della gentrification nell’ennesimo quartiere
metropolitano.
Ma perché, quindi, gli scienziati sociali hanno lasciato ai margini dei loro
interessi quel centro della cristianità moderna che è Lourdes, con la sua storia
di culto, veggenza e misticismo? Ce lo spiega Gallini stessa, che nel libro si
pone queste domande prima di me. In primis, secondo lei, Lourdes non sarebbe un
campo attrattivo per quelli che lei chiama “sociologi” (ma che qui potremmo
definire anche antropologi urbani), perché il santuario non è sorto in un centro
urbano o industriale, ma in un paesino rurale sui Pirenei francesi. In secondo
luogo, Lourdes non sarebbe nemmeno un campo attrattivo per i folkloristi, poiché
non è sede di un culto antico, radicato nella tradizione millenaria. Infatti,
come è noto, la Madonna è apparsa alla piccola Bernadette solo nel 1858: in
parole povere, più o meno quando il nonno di mio nonno saltava i fossi per il
lungo. In ultimo, Lourdes non si trova in nessun Paese che abbia conosciuto
l’esperienza coloniale: non evoca dunque l’esotismo orientalista che
l’antropologia ama cercare nei suoi oggetti di studio.
Spostandosi su un piano più generale, secondo l’autrice alle apparizioni mariane
europee mancherebbero quelle caratteristiche che rendono un oggetto di studio
interessante per l’antropologia. Il culto della Madonna sembra caratterizzato da
una posizione liminale, che è esattamente quello che ne rende difficile la
definizione. Figura né umana né divina, né antica né moderna, né esotica né
“domestica”, la Vergine Maria risulta difficile da collocare.
> Perché gli scienziati sociali hanno lasciato ai margini dei loro interessi
> quel centro della cristianità moderna che è Lourdes, con la sua storia di
> culto, veggenza e misticismo?
È proprio in un luogo caratterizzato da una forte liminalità che è iniziata la
mia esperienza etnografica nell’ambito delle apparizioni mariane. Più o meno due
anni fa, nel mezzo del tipico paesaggio di wasteland periurbana che chiunque
abbia abitato nella pianura padana conosce bene, ho condotto svariati mesi di
ricerca di campo in una zona dove il confine tra paesaggio urbano e paesaggio
naturale si sfuma. Lì, vicino a un piccolo agglomerato urbano, le casette a
schiera lasciano il posto ai capannoni, ai parcheggi e ai campi sportivi
periferici della zona industriale, che, a loro volta, mutano rapidamente in
quadrati di terra, coltivati a uso agricolo o lasciati incolti: nel mezzo di una
macchia boschiva abbastanza rada, sorge una piazzola di parcheggio a lato della
strada provinciale. La piazzola è conosciuta dagli abitanti della zona per
essere un luogo di scambio di sesso: cruisers, scambisti, clienti e sex workers
si avvicendano nella boscaglia alla ricerca di incontri fugaci tra le braccia di
amanti temporanei.
Sul bordo di questa piazzola, nel 1994, la Madonna è apparsa per la prima volta
a un operaio che si stava dirigendo al lavoro, molto presto la mattina, per
attaccare il primo turno nella catena di montaggio di un’enorme fabbrica situata
a pochi chilometri sulla provinciale.
La Vergine appare al veggente incredulo tra i rami di un albero, avvolta in un
fascio di luce: “Avvicinati, non temere” gli dice. Poi gli chiede di pregare con
lei, prima di congedarlo: “Tornerò qui tutti i lunedì”. E così, la settimana
dopo la Madonna ritorna. E quella dopo ancora. E ancora. Le apparizioni si
susseguono per anni, con ritmi e cadenze diverse. Tutto accade davanti agli
occhi increduli di chi vede cadere l’uomo in ginocchia e riportare le parole
della madre di Gesù, fissando il vuoto col viso pieno di luce. Dapprima piccoli
capannelli, poi centinaia di pullman provenienti da tutta Europa arriveranno per
venerare quel luogo sacro, dove la Madonna ha deciso di apparire a bordo di una
piazzola teatro di perversioni immorali e comportamenti deplorevoli. “Ma perché
è apparsa proprio qui?”, ho chiesto, una volta, a un fedele. “Ma perché la
Madonna appare sempre tra i rifiuti, come a Lourdes!” mi è stato prontamente
risposto.
Questo dualismo apparentemente antitetico tra sacro e profano rappresenta la
messa in scena di quella che Gallini, parlando del santuario di Lourdes,
definisce “la frantumazione del credere, la varietà delle forme di un’adesione
che può modularsi su registri solo in apparenza incompatibili”. Con queste
parole, Gallini si riferisce alle apparenti contraddizioni di Lourdes:
contemporaneamente luogo di purezza miracolosa e Tempio del consumo, dedalo e
crocevia di negozi, alberghi, ristoranti, un piccolo regno del capitalismo
religioso che si sviluppa intorno alla maxicattedrale, punctum narrativo della
scena-cartolina.
> Lourdes: contemporaneamente luogo di purezza miracolosa e Tempio del consumo,
> un piccolo regno del capitalismo religioso che si sviluppa intorno alla
> maxicattedrale, punctum narrativo della scena-cartolina.
In questo piccolo mondo, racconta l’antropologa, giorno e notte, nei pressi
della grotta, va in scena uno spettacolo inaspettato: quello della “kermesse” di
amori clandestini tra pellegrini, prostituzione in tutti gli hotel, tradimenti
seriali, amori proibiti, ma anche abboffate bulimiche, acquisti compulsivi. I
pellegrini, a Lourdes, sembrano vivere una seconda vita, opposta e speculare in
quanto a intensità solo alla fervenza della devozione religiosa che è vettore,
ogni giorno, di guarigioni miracolose e impensabili in ogni altro luogo del
mondo. Queste “desacralizzazioni”, secondo Gallini, non sono antitetiche
rispetto al culto: al contrario, lo costituiscono, rappresentando l’alterità
carnale alla purezza dello spirito.
Solo con questa consapevolezza possiamo comprendere come mai, negli anni
Novanta, la Madonna sarebbe apparsa in quella piazzola di cruisers e scambisti:
un terrain vague, uno spazio liminale, una zona di confine tra le “rovine”
sociali, come l’antropologa Anna Lowenhaupt Tsing definisce le periferie dei
centri di produzione economica, dove l’apparente linearità dei processi di
accumulazione capitalista si scontra con gli assemblaggi discontinui e
imperfetti delle economie marginali (Il fungo alla fine del mondo. La
possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo 2021). Qui, infatti, anche le
economie morali disegnano geografie invisibili e sotterranee: la vita libertina
di un paese di provincia, che si consuma tra le frasche nascoste a lato di una
strada ad alto scorrimento, fa da sfondo scenografico al culto religioso
dell’Immacolata concezione: donna concepita senza peccato, che partorì vergine,
senza mai conoscere la macchia del peccato sessuale.
Quando sono arrivata io, trent’anni dopo la prima apparizione, il veggente non
c’era più. Ormai l’uomo vive lontano e non frequenta più la comunità. Ma il
culto è ancora vivo e resiste alle forze politiche e sociali che cercano di
cacciare la comunità dei fedeli da quella piazzola.
Il veggente non c’è più, ma la Madonna abita ancora il luogo, in modalità più
timide, silenziose. Un uomo mi riferisce di aver sentito dei fruscii nell’erba.
Un altro di aver visto gocciolare dell’olio da una pianta. Un altro mi racconta
di aver ritrovato miracolosamente il suo amato rosario, perso qualche giorno
prima. Una donna mi indica le nuvole, sorridendo: “Lo vedi anche tu, vero?”, mi
chiede. Molti mi raccontano le grazie ricevute: il figlio dell’amico guarito da
una malattia grave, la moglie comparsa in sogno dopo la morte. Le vie della
Madonna sono infinite, come sa bene chi si occupa di apparizioni mariane. La
Madonna è anche una grande frequentatrice di internet: durante la mia
etnografia, ho potuto osservare come la rete non sia solo luogo di creazione di
comunità religiose, ma anche medium specifico che modella il rapporto che le
persone intrattengono con il miracolo.
> Le economie morali disegnano geografie invisibili e sotterranee: la vita
> libertina di un paese di provincia, che si consuma tra le frasche nascoste a
> lato di una strada ad alto scorrimento, fa da sfondo scenografico al culto
> religioso dell’Immacolata Concezione.
La Vergine Maria ricopre un ruolo centrale nella teologia cattolica; eppure, le
forme del suo culto assumono spesso aspetti eterodossi ‒ e un po’ ribelli ‒
rispetto alle istituzioni cattoliche. Questo non capita solo all’ombra di una
grande capitale industriale, nel mezzo della pianura padana: in tutta Italia
ogni tanto una Madonna piange, un’altra sanguina, un’altra fa capolino dalle
nuvole e manda messaggi di pace, un’altra ancora compare agli occhi di qualche
sventurato e annuncia una guerra in arrivo. La Madonna, puntualmente, compare
con modalità e linguaggi indecorosi, goffi, eccessivi, facendo storcere il naso
non solo ai teologi, ma anche all’opinione pubblica mainstream (cattolica e
non). La Madonna si circonda di personaggi ambigui – come la famosa Gisella
Cardia di Trevignano, da anni al centro di bufere mediatiche e indagini per
truffa ai danni dei tanti fedeli che si sono rivolti a lei ‒, oppure se ne esce
con profezie strampalate sulla politica globale, o ancora esaudisce desideri
venali, materiali (nel caso di Gisella, la famosa moltiplicazione delle fette di
pizza). La Madonna non si comporta come ci aspettiamo, e continuamente sfida i
confini teorici ed estetici che distinguono l’ambito del sacro da quello del
profano. Perché, come detto prima, è una figura liminale, una divinità della
soglia.
Le apparizioni della Madonna sono fenomeni culturali importanti da includere a
pieno titolo nell’analisi della complessità antropologica e politica della
contemporaneità europea. Eppure, spesso sono trattate solo come rimanenze
folkloriche curiose e bizzarre, che nel migliore dei casi ci strappano un
sorriso. Ci fa ridere che qualcuno parli con la Madonna, e releghiamo questa
stranezza o all’ambito medico-psichiatrico (“Sarà matto!”) o alla semplice
suggestione della ripetizione del gesto rituale. Prendo in prestito le parole
dell’antropologa Stefania Consigliere quando scrive “La nostra preoccupazione
per chi “vede quel che non c’è” (la Madonna, ad esempio, oppure i jinn, o gli
spiriti della foresta) maschera il fatto che, spessissimo, noi non vediamo quel
che c’è: la violenza, il cinismo, lo sfruttamento, la distruzione” (Favole del
reincanto 2020).
Nel caso del campo che io ho attraversato, “quel che c’è” è la vita nella
periferia periurbana all’ombra di un grande polo produttivo, che all’epoca della
prima apparizione stava iniziando a chiudere i battenti, causando una grossa
crisi occupazionale in tutta l’area circostante: la fine della fabbrica è stata
anche la “fine di un mondo”, utilizzando la famosa espressione demartiniana. Una
modesta ma dirompente apocalisse culturale che ha causato precarizzazione del
tessuto sociale e perdita di sicurezza economica: una crisi dei valori che,
nell’interpretazione dei fedeli, invece che essere imputata alla fabbrica veniva
ricondotta alla cattiva condotta sessuale degli avventori dei boschi.
Uno dei contributi più importanti di Clara Gallini alla letteratura
antropologica italiana è stato quello di sottolineare la modernità del miracolo:
questa antropologa aliena allo scenario antropologico italiano post-demartiniano
voleva liberarsi di quell’ossessione per il “primitivo” che ancora oggi
perseguita molti nella disciplina. “Ha mai visto degli uomini primitivi?
Esistono, invece, uomini moderni che vivono in società moderne che noi chiamiamo
primitive. Ma non lo sono”, sosteneva nel 2014 in un’intervista alla Repubblica.
> Le apparizioni della Madonna sono fenomeni culturali importanti da includere a
> pieno titolo nell’analisi della complessità antropologica e politica della
> contemporaneità europea.
Le apparizioni mariane, secondo l’antropologa, non erano certo eventi
“primitivi”, ovvero rimanenze di culti arcaici e antichi, destinati a scomparire
all’arrivo della modernità. Al contrario, secondo lei erano fenomeni reattivi
rispetto alle sfide della modernità capitalista. La sua analisi brillante,
muovendosi tra le pagine più note della teoria marxista, invita gli antropologi
a concentrarsi sulle condizioni materiali della vita umana nell’approcciarsi
all’analisi dei fenomeni religiosi. Secondo Gallini, in contrasto con la
posizione dominante degli allievi di de Martino e dell’etnologo stesso, la
“magia” non era qualcosa che si limitava agli ambiti rurali; al contrario,
secondo lei magia e religione sono ambiti in continuo mutamento dialettico
rispetto al capitalismo moderno e le sue varie manifestazioni: la società dei
consumi ‒ il piccolo impero capitalista di Lourdes ne è esempio ‒ ma potremmo
aggiungere, oggi, l’avvento del capitalismo digitale (come nel caso del recente
fenomeno Carlo Acutis, il “Santo dei millenial”).
Durante la mia etnografia, sfogliando il grande archivio dei messaggi che la
Madonna riferì al veggente, ne ho trovato uno che diceva: “Lascia che il mondo,
la fabbrica, la stessa Chiesa girino per il loro verso, Io agisco in senso
contrario”. Tracciare le geografie di quel “senso contrario” è uno dei compiti
ermeneutici che un’antropologia coraggiosa dovrebbe saper raccogliere.
L'articolo Dove appare la Madonna? proviene da Il Tascabile.
“C hissà che direbbe se fosse ancora vivo” si sospira pensando a tutti i grandi
maestri che ci hanno lasciato e che, per un motivo o per l’altro, supponiamo
avrebbero tanto da dire sulla nostra povera contemporaneità. L’idea è che i
nostri tempi, che costoro non hanno fatto in tempo a vedere, portino il segno
visibile delle loro intuizioni finalmente avverate oppure che presentino nuove
sfide che sembrano fatte apposta per essere interpretate dalla loro cassetta
degli attrezzi teoretica. Non sono il solo a pensare che entrambe queste
affermazioni siano vere per René Girard, il grande filosofo e antropologo
francese scomparso precisamente dieci anni fa, il 4 novembre 2015.
Non sono il solo a pensare che il mondo che abitiamo da quindici anni a questa
parte sia particolarmente suscettibile di analisi girardiane, un mondo che
Girard ha fatto in tempo a scorgere ma non a commentare: le sue ultime
apparizioni pubbliche risalgono alla fine del primo decennio degli anni Duemila
quando la rivoluzione tecnologica che ci avrebbe costretto a parlare di “capro
espiatorio” quasi ogni santo giorno era appena iniziata. Non sono il solo a
pensare, infine, che proprio i social network siano, da un lato una sorta di
piastra di Petri del pensiero girardiano, dall’altro un acceleratore di queste
dinamiche che rende le sue riflessioni più attuali che mai.
Già ai suoi tempi Girard notò che la diffusione nella società della locuzione
“capro espiatorio”, tanto nel linguaggio giornalistico quanto in quello
quotidiano, comportava importanti conseguenze. A differenza di tanti pensatori
che sono gelosissimi della loro ridefinizione tecnica di un concetto noto a
tutti e passano la loro carriera a squalificare gli usi “barbari” di quella
parola che è diventata il centro del loro programma teorico, Girard riconobbe un
sostanziale accordo tra la sua raffinatissima comprensione del termine, fondata
su una vera e propria Teoria del tutto, e quella del senso comune. Proprio da
questa comprensione generale però, come vedremo, deriva secondo lui la
progressiva perdita di efficacia del meccanismo e, allo stesso tempo, una
proliferazione dei fenomeni ascrivibili allo stesso: di quelli veri e di quelli
falsi.
La chiamo Teoria del tutto perché la teoresi di Girard non mancava certo di
ambizione o di sistematicità. Spaziando tra antropologia, psicologia, sociologia
e storia delle religioni, con un pugno di intuizioni debitamente sviluppate e
interconnesse, Girard pretese di spiegare la condizione umana nel suo insieme e,
quasi en passant, la natura di Dio stesso: di quello vero e di quelli falsi.
Tanto sviluppate e interconnesse sono queste intuizioni ‒ e la Teoria del tutto
che ne segue ‒ che è complicato introdurle quali strumenti di analisi del
presente senza un approfondimento adeguato. Allo stesso tempo, l’originalità di
queste intuizioni fa sì che un’esposizione a volo d’uccello dei principali
assunti del pensiero girardiano risulterebbe, alla meglio, una cascata di
affermazioni arbitrarie e, alla peggio, uno sproloquio da manicomio.
> Girard riconobbe un sostanziale accordo tra la sua raffinatissima comprensione
> del termine, fondata su una vera e propria Teoria del tutto, e quella del
> senso comune.
Sì, le convinzioni di Girard sul mondo sono così radicali che solo enunciarle in
un testo breve come questo rischia solo di scandalizzarvi e farvi scappare
quanto più lontano possibile dal suo universo mentale. Ho pensato quindi di
proporvi tre ipotesi fondamentali e indigeribili del pensiero girardiano e,
insieme a queste, una versione diminuita delle stesse, una sorta di argomento
minore ‒ apocrifo e di mia invenzione ‒ che limita la portata dell’affermazione
originaria ma ci consente di metterle al lavoro sulla contemporaneità senza che
il lettore sia costretto a confrontarsi con l’intera opera girardiana per farsi
un’idea dettagliata, positiva o negativa che sia. Infatti le ho chiamate ipotesi
ma, come ho anticipato, il suo pensiero è così interconnesso che ciascuna di
queste affermazioni può essere fatta discendere dall’altra e viceversa. Girard
stesso, nel corso della sua vita, ha presentato la sua Teoria del tutto partendo
da punti diversi che, con quelli che definiva “ragionamenti a spirale”,
reintegravano e giustificavano quelle che nel saggio precedente erano le
premesse.
L’omicidio collettivo fondativo
Freud e Girard si azzuffano nel fango. Volano botte da orbi retoriche. Il
secondo accusa il primo di aver frainteso tutto quello che ha intuito, che il
triangolo non è edipico, che i tuoi genitori non c’entrano niente, il triangolo
è la base delle relazioni umane punto e basta (ci arriviamo). Rotolando per
terra attraverso i secoli e i millenni, giungono all’alba dei tempi. Lì, in una
radura poco distante, si sta consumando una scena incredibile e spaventosa: una
dozzina di ominidi sta uccidendo a mani nude un loro simile. Il Padre della
psicanalisi punta il dito ed esclama “Guarda! L’omicidio del Padre primordiale
ad opera dei suoi Figli! La nascita della Civiltà”.
> Le convinzioni di Girard sul mondo sono così radicali che enunciarle rischia
> di scandalizzarvi e farvi scappare quanto più lontano possibile dal suo
> universo mentale.
Girard si alza da terra, si ricompone e, con il suo Main Theme che suona in
sottofondo, sussurra: “Sigmund… come al solito non hai capito niente eppure hai
capito tutto”.
Più o meno così ci presenta Girard il suo confronto intellettuale con Sigmund
Freud, in particolare con la sua opera maledetta Totem e tabù (1913). Maledetta
perché, come ci riporta il nostro, già in quegli anni tutti i freudiani la
evitavano come la peste. E se non potevano fare a meno di parlarne, lo facevano
con mille mani avanti e esecrando il più scandaloso passo falso del loro
maestro, questa idea ridicola e preoccupante che l’umanità sia sorta
dall’omicidio di un Padre Primordiale da parte dell’Orda Primitiva composta dai
suoi Figli coalizzati contro di lui. Girard, con una soddisfazione intellettuale
che non riesce a nascondere, dice il contrario: buttate pure tutto Totem e tabù,
se non l’intera opera freudiana, ma lasciatemi l’omicidio collettivo che è
l’unica intuizione assolutamente geniale e assolutamente vera che egli ha avuto.
Anche questa intuizione, a dire il vero, la smussa e la radicalizza insieme. I
legami familiari, dice, non c’entrano nulla. Ogni società è sorta sul cadavere
di un individuo, un individuo qualsiasi, un capro espiatorio, ucciso da tutti i
membri del gruppo che hanno convogliato su di lui tutta la violenza che li
metteva gli uni contro gli altri, trovando finalmente unità. Questo evento non è
accaduto una volta per tutte, come sembra credere Freud, ma più volte per ogni
civiltà umana, in cicli che possiamo sintetizzare così: i rapporti in un gruppo
si guastano progressivamente fino a giungere a un’ostilità diffusa che Girard
chiama “crisi mimetica” (vedremo perché); una volta scatenatasi, questa violenza
può avere due esiti: l’estinzione del gruppo stesso attraverso una catena di
rappresaglie omicide senza fine, oppure l’omicidio collettivo di un membro
scelto a caso che si assume, insieme, la colpa di tutta la violenza che correva
per la società e il merito della pace che segue questa ritrovata unità: il capro
espiatorio. Da questa pace sorgono tutte le istituzioni culturali che
garantiranno la pace interna fino alla prossima crisi mimetica.
Ora vi chiederete: e Girard, tutte queste cose, come le sa? Risponde lui:
analizzando le istituzioni stesse, su tutte i riti e i miti. È pacifico che
questo fenomeno fondamentale non può più essere osservato direttamente ma,
sostiene Girard, le tracce che ha impresso nella storia culturale dell’uomo sono
chiarissime e univoche. Ogni rito è per lui una messa in scena della crisi
originaria e dell’omicidio collettivo che l’ha risolto, che serve a sfogare la
violenza e ripristinare le forze positive che l’hanno seguita “la prima volta”.
Ogni rito, infatti, era in origine un rito di sacrificio, di sacrificio umano
per la precisione, e solo modificazioni successive hanno trasformato la maggior
parte di questi, prima in sacrifici animali e poi in rappresentazioni via via
più allusive o giocose della violenza reale, come l’aggressione collettiva di
fantocci.
I miti, dal canto loro, sono la narrazione mistificata di questo episodio
omicida che informa i riti e, a cascata, tutte le istituzioni religiose e
sociali, cioè il sacro stesso. A subire la violenza, nel mito, è un dio o un
uomo in seguito divinizzato che paga per delle colpe che gli vengono attribuite
nel racconto medesimo. Per Girard, infatti, ogni mito è il racconto di questo
omicidio insensato ma narrato dal punto di vista dei persecutori stessi che si
convincono della colpevolezza della vittima. Proprio come i riti, anche i miti
vedono evoluzioni che marginalizzano o mistificano ulteriormente l’evento reale
da cui traggono origine, trasformandolo in una disputa, un esilio o un
allontanamento/suicidio volontario. Facile formulare un’obiezione ‒ che è stata
effettivamente mossa ‒ a tutto ciò: Girard opera un cherry picking e/o
un’interpretazione forzata dei materiali mitici e rituali al fine di affermare
l’universalità della sua scoperta.
> Ogni società è sorta sul cadavere di un individuo, un individuo qualsiasi, un
> capro espiatorio, ucciso da tutti i membri del gruppo che hanno convogliato su
> di lui tutta la violenza che li metteva gli uni contro gli altri, trovando
> finalmente unità.
Nei limiti di questo articolo, sacrifichiamo volentieri l’universalità per
mantenere la capacità esplicativa di molti miti e rituali che presentano con
inquietante ricorrenza il simulacro di una violenza collettiva. Tra queste
storie, ve n’è una che non consideriamo neppure mito ma realtà storica e che ha
avuto una certa influenza sull’umanità. Girard ci mette gli occhi sopra e
afferma che è, contemporaneamente, sempre la stessa storia e una completamente
diversa.
L’eccezionalità del Cristianesimo
Duemila anni fa un uomo fu ucciso da persone che, a suo dire, non sapevano
quello che facevano. Duemila anni dopo, oltre due miliardi di persone
considerano quell’uomo figlio di Dio e tra queste c’era anche René Girard. In
chiusura de La violenza e il sacro, la sua prima grande opera di taglio
antropologico uscita nel 1972 e dalla quale ho estratto le nozioni che vi ho
sintetizzato prima, Girard lancia al lettore una sorta di cliffhanger,
anticipando che “l’ampliamento di tale teoria in direzione giudeo-cristiano”
sarà rinviata a opere successive.
Niente suggerisce al lettore che la tradizione giudaico-cristiana farà eccezione
all’unità di tutti i riti fin lì tratteggiata dall’autore. Immaginate lo stupore
quando l’opera annunciata si intitola con una suggestiva frase estratta dal
Vangelo. Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo esce nel 1978. Da lì
in poi, l’opera di Girard diventa ‒ o forse si rivela ‒ una serratissima
apologetica cristiana che trae i suoi argomenti dalle precedenti ricerche
antropologiche, sociologiche, psicologiche e letterarie.
Lungi dall’essere la riproposizione del mito del dio ucciso e risorto, per
Girard il cristianesimo è la rivelazione della falsità del mito stesso, l’evento
che una volta per tutte mostra le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo,
ovverosia la mistificazione sacrificale dell’omicidio collettivo. Sì, la storia
è proprio la stessa ma per la prima volta è interpretata correttamente, viene
cioè raccontata dal punto di vista della vittima innocente e non da quello dei
persecutori. Questo è forse il boccone girardiano più difficile da ingoiare,
soprattutto se il lettore fa parte di quei sei miliardi circa che non sono
affatto convinti che quell’uomo lì fosse figlio di Dio. Eppure il centro del
ragionamento girardiano non è quasi toccato dall’effettiva esistenza di un
essere superiore, creatore del cielo e della terra ecc. La rivelazione cristiana
per lui coincide con la rivelazione del meccanismo vittimario e può pertanto
essere “accettata” anche da una prospettiva materialista. L’unico accenno di
“argomento ontologico” a sostegno dell’esistenza di Dio si trova in pochi e
frettolosi passaggi che stabiliscono, sulla logica degli altri argomenti
ontologici, che solo un essere superiore avrebbe potuto svegliare gli uomini e
rivelare loro la radice della propria violenza, attraverso la croce.
In questo senso, l’eccezionalità cristiana in Girard può essere ricevuta come la
pars construens della sua proposta teorica, il Che fare? di fronte a tutta la
violenza del mondo che per Girard coincide con l’aspetto di radicale
non-violenza del messaggio evangelico. Se la Passione racconta per la prima
volta in modo veritiero cos’è un capro espiatorio, colui che viene “odiato senza
ragione”, l’insegnamento di Cristo è tutto orientato a scongiurare con ogni
mezzo l’insorgere di questa violenza. Porgi l’altra guancia; chi è senza peccato
scagli la prima pietra; non giudicate, per non essere giudicati; e infine “Voi
avete udito che fu detto: ‘Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico’. Ma io vi
dico: ‘Amate i vostri nemici’”: Girard legge la novità evangelica come questa
profilassi estrema contro l’innesco della violenza, un pacifismo così radicale
da essere inaccettabile e infatti inaccettato tutt’ora, duemila anni dopo la
rivelazione.
> La rivelazione cristiana per lui coincide con la rivelazione del meccanismo
> vittimario e può pertanto essere “accettata” anche da una prospettiva
> materialista.
Ci resta da capire quale sia l’innesco della violenza per Girard, cos’è che
scatena, dapprima il tutti contro tutti e poi il tutti contro uno. Le basi di
questa risposta le gettò nella sua prima opera, un’opera di critica letteraria
incentrata sul desiderio, quando ancora non sapeva ‒ per sua stessa ammissione ‒
le ramificazioni antropologiche, sociologiche e infine religiose cui quella
singola intuizione lo avrebbe condotto.
Il desiderio mimetico
L’estate scorsa, per un paio di settimane, l’opinione pubblica si è
scandalizzata per un gruppo Facebook chiamato “Mia moglie” in cui decine di
migliaia di mariti italiani pubblicavano foto delle loro consorti ‒ sembra quasi
sempre senza consenso ‒ affinché venissero rese oggetto del desiderio di una
folla di altri uomini sconosciuti. Lo scandalo si è giustamente concentrato non
tanto sul gioco erotico in sé quanto sulla diffusa assenza di consenso al gioco
stesso da parte delle donne coinvolte loro malgrado. Stupisce però che quasi
nessuno si sia comunque interrogato sul perché questi ormai mitici trentaduemila
uomini italiani si trovassero tutti a loro agio in una perversione
apparentemente così specifica e marginale che non ha neppure una vera e propria
traduzione nella nostra lingua ‒ il cuckolding. Quasi nessuno eccetto un’autrice
che, proprio su queste pagine, ha correttamente parlato di “classica diffrazione
di stampo girardiano” per descrivere ciò che stava avvenendo lì.
E infatti non sarebbe poi così esagerato indicare il cuckolding come forma
universale del desiderio secondo Girard. Di questo stavano litigando lui e Freud
mentre si rotolavano nel fango. Il Padre della psicanalisi ha introdotto il
triangolo con il complesso d’Edipo mentre per Girard il triangolo è la forma di
tutte le relazioni e quella edipica è solo la prima di queste ma non ha nessun
primato epistemologico nella genesi del desiderio. Nella sua prima opera,
Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), analizzando un pugno di classici
moderni ‒ Cervantes, Stendhal, Flaubert e Dostoevskij ‒ Girard individua la
struttura fondamentale del desiderio nella triangolazione tra un soggetto, un
mediatore (in seguito chiamato anche modello/ostacolo) e un oggetto. Il
desiderio è mimetico perché imita sempre il desiderio altrui, si fa dire da
altri chi o cosa desiderare. Allo stesso tempo, il desiderio dell’imitatore
riverbera sul mediatore, innescando quella rivalità che è l’origine di ogni
violenza.
Se tutto questo sembra astratto, ritorniamo a ciò che succedeva in quel gruppo:
i mariti tornano a desiderare le proprie mogli solo se le vedono desiderate da
altri e, forse ancora più sconvolgente a ben guardare, gli altri desiderano
queste donne che intravedono in fotografie pessime e male inquadrate solo perché
gli viene detto che appartengono a qualcun altro. Il desiderio degli “aspiranti
bull” del gruppo è, paradossalmente, molto più strano del desiderio dei “cuck”
che cedono la loro donna alla massa. In un mondo in cui la pornografia più
esplicita è ovunque, costoro si eccitano alla vista di mezzo corpo femminile in
costume solo perché un mediatore sconosciuto gli dice: “Questa è mia moglie”.
Non concepisco migliore argomento in favore dell’esistenza del desiderio
mimetico girardiano nella sua purezza che questo.
> Il desiderio è mimetico perché imita sempre il desiderio altrui, si fa dire da
> altri chi o cosa desiderare. Allo stesso tempo, il desiderio dell’imitatore
> riverbera sul mediatore, innescando quella rivalità che è l’origine di ogni
> violenza.
I membri di “Mia moglie”, però, non accedono mai alla rivalità mimetica e quindi
alla violenza proprio in quanto perversi: sono riusciti a dirottare il loro
desiderio rivalitario in una reciprocità collaborativa che, tra le altre cose,
tende a far scomparire l’oggetto del desiderio lasciandoli in balia di un
desiderio reciproco. Pollastrini suggerisce giustamente, sulla scorta del
Challengers di Guadagnino ‒ come del caso Schreber di Freud ‒ che a sedimentarsi
è un desiderio omosessuale.
Ma non va sempre così, anzi, quasi mai. Girard afferma che l’oggetto del
desiderio tende sempre a eclissarsi ma per lasciare spazio a una rivalità che
odia senza neanche più bisogno dell’invidia o della gelosia: è la crisi dei
doppi. I due contendenti, ormai dimentichi dell’oggetto della contesa, si
recriminano l’un l’altro le stesse colpe, le stesse accuse. Niente più li
distingue. Un tipico oggetto del desiderio che, molto più delle mogli, si presta
a questa repentina scomparsa è l’onore. Chi ha offeso chi? Chi per primo, chi
per secondo, chi ha esagerato nella risposta a un’offesa che non era poi così
grave? La disputa verbale precede quella fisica e si allarga a macchia d’olio in
tutta la società: è la crisi mimetica.
Solo una cosa può risolvere questa crisi, già lo sapete, ma ora sapete anche
perché: il capro espiatorio assume su di sé tutte le recriminazioni, tutte le
colpe, tutta la catena di accuse ormai inestricabile che aveva diviso la
collettività. Lui e solo lui è l’origine dell’odio, della frustrazione, della
gelosia che proviamo. Una volta che lo abbiamo ucciso tutti insieme, ci
ritroviamo in pace: “la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la
pietra d’angolo”.
Lungi dall’essere un pretesto per misere liti, per Girard, la mimesi reciproca è
il vero motore dell’ominizzazione, ciò che ci ha resi umani, l’inizio di tutto
il processo. Imitandosi a vicenda, gli ominidi escono dal dominio del “montaggio
istintuale”, accedono a una nuova classe di desideri e quindi di conflitti. Si
scatena la violenza e uccidono uno di loro. Si calmano. Lo seppelliscono con un
cumulo di pietre: una piramide rudimentale, priva di punta, proprio come le più
antiche tombe di cui abbiamo testimonianza. Da qui, attraverso numerosi cicli,
nasce la civiltà con i suoi riti, i suoi miti, le sue istituzioni.
Mi rendo conto ora che forse, ancora più di Cristo morto e risorto, sia questo
il boccone girardiano più ostico, l’idea che la mimesi sia allo stesso tempo il
vero motore del salto compiuto dall’Homo sapiens sapiens e la realtà ultima di
ogni nostro desiderio. Anche qui possiamo però ridurre la portata universale
dell’affermazione girardiana dirigendo l’attenzione su quanti dei nostri
desideri sono mimetici senza che ce ne rendiamo conto. Fino alla fine, da
Menzogna romantica e verità romanzesca in poi, Girard ha difeso la tesi per cui
ogni desiderio è mimetico e il desiderio oggettuale è relegato all’ambito del
“montaggio istintuale”, malamente definito e ricondotto ai più bassi gradini
della piramide di Maslow. Senza cercare di dimostrare l’inesistenza totale del
desiderio oggettuale, noi possiamo fare a meno di questo assolutismo e
ipotizzare che il mimetismo sia una componente fondamentale di tanti nostri
desideri che raramente mettiamo a fuoco. Ora siamo pronti per affrontare la
contemporaneità da girardiani scettici.
I fondamenti dei nostri capri espiatori
In questi ultimi dieci anni tanti hanno evocato Girard, spinti da un mondo che
sembrava sempre più ostinato a dargli ragione. Spesso, però, è stato evocato
superficialmente, senza cioè integrare i fondamenti della sua teoria che,
abbiamo visto, non è d’altronde facile da comunicare. Di fronte al moltiplicarsi
di fenomeni quali le shitstorm, la call out culture, la cancel culture, il
politicamente corretto, a tanti saliva alla bocca la parola “capro espiatorio”
e, con questa, il nome del grande studioso che ci ha intitolato la sua opera più
famosa. All’interno di queste riflessioni, però, il ruolo di Girard si riduce
spesso all’averci genericamente “messo in guardia” contro un fenomeno brutto e
cattivo ‒ il capro espiatorio ‒ che si è stranamente moltiplicato nella nostra
società, chissà perché. Tanto più grande è stato Girard da averci dato gli
strumenti per interpretare le cause profonde del fenomeno e cioè quel meccanismo
di cui abbiamo appena parlato, chiamato mimetismo. Se tutti riconoscono che i
capri espiatori si sono moltiplicati grazie all’imporsi del social network,
Girard ci fornisce la chiave per decifrare che tipo di tendenze sono incentivate
da queste nuove forme di socialità e come queste portino a fenomeni di capro
espiatorio.
> Lungi dall’essere un pretesto per misere liti, per Girard, la mimesi reciproca
> è ciò che ci ha resi umani, l’inizio di tutto il processo. Imitandosi a
> vicenda, gli ominidi escono dal dominio del “montaggio istintuale”, accedono a
> una nuova classe di desideri e quindi di conflitti.
Quando Girard formulava la sua teoria mimetica non era semplice mostrare che
dietro ogni nostro desiderio c’è l’imitazione, cioè l’ammirazione per un modello
che ci indica cosa desiderare. Il cuckolding è il diorama del desiderio mimetico
perché Girard stesso, quando doveva scendere nel dettaglio, tra tutti i desideri
mimetici, selezionava i triangoli amorosi per illustrarne il funzionamento.
Invece, per rendere conto del mimetismo della stragrande maggioranza dei
desideri, Girard deve ricorrere alla dicotomia mediazione interna/mediazione
esterna: i desideri di mediazione interna sono quelli, come i triangoli amorosi,
in cui il modello/ostacolo è vicino a te, in carne ed ossa, un rivale nel senso
proprio del termine; quelli di mediazione esterna sono i desideri ispirati da un
mediatore lontano nello spazio e nel tempo, da un mediatore astratto, come
possono essere i mass-media novecenteschi che ti fanno desiderare di avere una
Ferrari perché ce l’hanno i ricchi. Anticipando le critiche, Girard non riduce
la mediazione esterna a un’innovazione contemporanea, e apre il saggio con
l’esempio del Don Chisciotte che imita il desiderio di Amadigi di Gaula, un
predecessore fittizio inventato da Cervantes come modello di cavaliere errante.
La mediazione esterna, insomma, nasce con la cultura e, a livello cronologico,
segue di poco l’apparizione della mediazione interna, quella che ha destato le
prime rivalità tra gli ominidi che si sono placate solo tramite ricorrenti
omicidi collettivi.
E se il social network comportasse la confusione e il collasso di mediazione
esterna e mediazione interna? I modelli sul social network siamo tutti noi, gli
uni per gli altri, conosciuti e sconosciuti. Mediatori interni e mediatori
esterni sono posti sullo stesso piano, tutti su quel piedistallo chiamato
“profilo” che attira sguardi, attenzioni, amori, odi e invidie. Più di ogni
altra cosa approvazioni pubbliche, quel pulsantino fondamentale nell’economia
del social network chiamato “like” che altro non è che un indice di gradimento,
un indice che indica cosa desiderare, in quanto già desiderato. Il sociologo
Niklas Luhmann chiamava queste dinamiche “osservazione di secondo ordine” e, in
tempi recenti, il filosofo Hans-Georg Moeller ha adoperato la categoria per
descrivere come “profilistica” la nuova tecnologia dell’identità inaugurata dal
social network. In ottica girardiana, il social network è la più perfetta
macchina mimetica perché registra e ci mostra tutti i nostri desideri reciproci.
Sul social network davvero ogni desiderio è desiderio dell’altro.
Insomma, se abbiamo assunto che i fenomeni di capro espiatorio si sono
moltiplicati per via dei social network e possiamo dimostrare indipendentemente
che sono anche uno degli ambienti più mimetici in cui l’umanità si sia trovata a
vivere, possiamo persino rovesciare la domanda e dire che ciò che abbiamo
davanti agli occhi conferma l’intuizione girardiana: il social network è la
prova del nesso tra mimesi e capro espiatorio, la piastra di Petri che rivela la
connessione profonda tra una società che si imita senza sosta e che senza sosta
si ritrova ad odiare collettivamente alcuni membri della società stessa.
L’inconsistenza dei nostri capri espiatori
Abbiamo anticipato che, già nel corso della sua vita, Girard osserva un duplice
e paradossale movimento dei capri espiatori: si moltiplicano ma non funzionano
più. Le ragioni che individua sono due e complementari. Intanto, sempre più
raramente uccidiamo i nostri capri espiatori e quindi non accediamo al momento
catartico che segue un vero e proprio omicidio collettivo, ma se uccidiamo
sempre più di rado è proprio perché non ci crediamo più fino in fondo. La
diffusione del termine “capro espiatorio” testimonia proprio questo: la (lenta)
presa di coscienza che l’umanità sta facendo del suo meccanismo fondatore. Anche
la più approssimativa comprensione del termine rimanda a una violenza che si
scatena senza ragione su un singolo o su un gruppo come “diversivo” o “sfogo” di
determinate energie.
> In ottica girardiana, il social network è la più perfetta macchina mimetica
> perché registra e ci mostra tutti i nostri desideri reciproci. Sul social
> network davvero ogni desiderio è desiderio dell’altro.
D’altro canto, queste “energie” ‒ che Girard inquadra come mimesi ‒ sono ancora
qui e pertanto i capri espiatori continuano ad essere ricercati senza che
nessuno di questi svolga il suo compito fino in fondo. Ancora una volta, la
situazione che osserviamo sui social network sembra confermare ed esasperare il
fenomeno. Se osservate con attenzione una qualsiasi shitstorm noterete non solo
che, ovviamente, non si conclude con un omicidio ma che produce tutta una serie
di shitstorm minori lungo i suoi bordi. I capri espiatori si moltiplicano
letteralmente all’interno dello stesso evento. Alcuni di questi sono
semplicemente i difensori del capro espiatorio originale che, in questo
contesto, diversamente da una lapidazione vera e propria, possono trovare il
coraggio di farsi avanti, rischiando molto ma non la morte immediata.
Altri, ancora più interessanti, fanno parte della cerchia dei persecutori. A
differenza della folla anonima che lapida e che ritrova l’unità in questo gesto
collettivizzante, i persecutori del social network hanno nomi e cognomi, profili
ricchi di storia e contraddizioni, facilmente accessibili. “Come si permette LUI
di parlare?” si chiede a un certo punto qualcuno che sposta lo sguardo dalla
vittima selezionata a un suo collega con la pietra in mano. Pervertendo il senso
ultimo della parabola dell’adultera, ovverosia comprendendolo solo parzialmente,
il lapidatore virtuale scopre che nessuno è senza peccato, nessuno può scagliare
la prima pietra tranne, guarda caso, sé stesso. Il colmo si raggiunge quando,
durante questo spostamento, il persecutore che ha selezionato una vittima
secondaria arriva persino a condannare il meccanismo di “capro espiatorio” per
meglio colpevolizzare il suo nemico, senza rendersi conto di averne appena
eretto un altro. La conoscenza del meccanismo di “capro espiatorio” indebolisce
la pratica ma viene contemporaneamente messa al lavoro per individuare la
vittima perfetta, il colpevole assoluto che finalmente e una volta per tutte
chiuderà il ciclo della violenza. Ma chi è questa vittima?
L’incertezza dei nostri capri espiatori
L’omicidio fondativo, l’eccezionalità cristiana, la mimesi di ogni desiderio:
abbiamo visto che nel pensiero girardiano ce ne sono di affermazioni che un
tempo avremmo definito “problematiche”, prima che questa parola prendesse a
significare “offensive per qualcuno”.
Ma c’è n’è una che potrebbe essere la più problematica di tutte e la sua
problematicità ha a che fare direttamente con una certa permalosità
generalizzata che Girard stesso vedeva crescere già nel suo tempo. Proprio colui
che ha dedicato la sua vita di studioso al riscatto delle vittime sulle quali
abbiamo fondato la civiltà, sin dagli anni Novanta, osserva attorno a sé una
propensione ad occupare il ruolo della vittima in modo indebito. L’idea non
suonerà nuova al lettore italiano perché è la tesi centrale del saggio nostrano
più discusso sul tema, Critica della vittima di Daniele Giglioli, uscito ormai
più di dieci anni fa. Per Girard, questa tendenza a posizionarsi all’interno di
quello che Giglioli chiama “paradigma vittimario” accompagna e cresce insieme
alla consapevolezza generalizzata sul meccanismo del capro espiatorio. Il
ragionamento è semplice: quanto più riconosciamo che alcuni vengono odiati senza
ragione e poi riscattati, tanto più abbiamo la tentazione di identificarci in
costoro e vivere i nostri conflitti come una persecuzione che chiede giustizia.
E a questo punto, sia in Girard sia in Giglioli, compare l’idea problematica che
rischia di squalificare l’intero discorso: la distinzione tra vittime false e
vittime vere. In più punti Girard intrattiene l’idea dell’assoluta innocenza
della vittima quando si trova effettivamente perseguitata. Oltre a Cristo ‒ che
lo è per dogma ‒, lo stesso viene detto di Giobbe, di Edipo, degli ebrei nelle
persecuzioni medievali. In Giglioli, che sembra criticare la posizione della
vittima in quanto tale, compaiono qui e lì delle vittime dichiaratamente false
che sembrano alludere all’esistenza delle vittime vere, o perlomeno “più vere”:
c’è Silvio Berlusconi e la sua persecuzione giudiziaria come simbolo
universalmente condiviso dai suoi lettori di sinistra di vittima falsa, ma anche
il popolo ebraico (di nuovo) che oggi eredita la posizione vittimaria dai
“titolari effettivi”, cioè le autentiche vittime dell’Olocausto.
> Quanto più riconosciamo che alcuni vengono odiati senza ragione e poi
> riscattati, tanto più abbiamo la tentazione di identificarci in costoro e
> vivere i nostri conflitti come una persecuzione che chiede giustizia.
L’errore che si costeggia con questi discorsi non è la volontà di distinguere le
vittime vere da quelle false ‒ cioè riconoscere empiricamente che si sono date,
si danno e si daranno persone completamente innocenti delle accuse loro rivolte
e persone che inventano di sana pianta dei torti mai subiti. L’errore è
immaginare che questa distinzione sia in qualche modo autoevidente, il punto di
partenza del discorso stesso quando invece è il suo precarissimo punto di
arrivo. E non lo dico io ma Girard stesso. Lo dice implicitamente in tutta la
sua opera ma anche esplicitamente: “Non pensiamo che per sfuggire alla
responsabilità della violenza sia sufficiente rinunciare all’iniziativa
violenta. Ma nessuno si accorge mai di prendere questa iniziativa. Perfino i
soggetti più violenti credono di reagire a una violenza che proviene dagli
altri”. Ogni violenza è agita da qualcuno che crede di averla già subita, da
qualcuno che si percepisce come vittima. Di questo ci parla la crisi mimetica
dei doppi che si rilanciano le stesse accuse, da qui viene la violenza per
Girard: non da una generica “aggressività animale” ma da un reciproco senso di
ingiustizia subita. Così in Girard la posizione della vittima è sia quella di
colui che viene infine accerchiato ma anche quella di coloro che l’accerchiano,
i quali si sentono soggettivamente vittime della sua azione.
A riprova dell’attualità di Girard, a pochi anni dalla sua morte, si è diffuso
uno slogan che ha segnato il rapporto irrazionale che stavamo instaurando con il
concetto di vittima, sempre più confusi dal proliferare dei capri espiatori.
“Credere alla vittima” è infatti un’assurdità logica ancora prima di
un’aberrazione etica. Di per sé, non vuol dire nulla. È una delle più brevi
petizioni di principio formulabili. Non puoi chiedere di credere alla vittima
poiché dal momento che la definisci tale, già le credi. Se riusciamo ad
attribuire un senso alla frase, se l’abbiamo fatta operare nel mondo come
significasse qualcosa di compiuto, è perché la vera affermazione al lavoro era
ben più sinistra: credi all’accusatore. Credi a chiunque si presenti come una
vittima di un torto subito, credi alla colpevolezza di colui che indica. Girard
aggiungerebbe qui “senza fare inchieste”, la frase che più lo inquieta nella sua
già citata rilettura del Libro di Giobbe in L’antica via degli empi. Ad agire
“senza fare inchieste” è il dio del massacro che gli accusatori mobilitano
contro Giobbe, ovverosia la folla linciante che si scatena sul primo
malcapitato. Giobbe, dal canto suo, mobilita un avvocato difensore che interceda
per lui presso l’Altissimo, un Paraclito, il vero Dio dei Vangeli che è il Dio
delle vittime.
Sebbene Girard mostri con quanta insistenza le Scritture pongano Satana nel
ruolo dell’accusatore e Cristo in quello del difensore, non stiamo qui
affermando che l’accusa ha sempre torto e la difesa sempre ragione ma che questa
dialettica deve quantomeno darsi per evitare che l’umanità risolva la propria
violenza a spese di una catena di capri espiatori, più o meno innocenti, più o
meno colpevoli, selezionati “senza fare inchieste”. Il luogo in cui questa
dialettica dovrebbe avere luogo esiste già ed è ovviamente il tribunale,
metonimia dello Stato di diritto, la cui elaborazione nel corso dei secoli,
dall’habeas corpus alla presunzione di innocenza, può essere letta come la
progressiva tutela di tutti i potenziali capri espiatori dalle grinfie della
folla.
> Da qui viene la violenza per Girard: non da una generica “aggressività
> animale” ma da un reciproco senso di ingiustizia subita. Così in Girard la
> posizione della vittima è sia quella di colui che viene infine accerchiato ma
> anche quella di coloro che l’accerchiano, i quali si sentono soggettivamente
> vittime della sua azione.
Se la seconda metà del Novecento ha visto l’emergere del “processo mediatico”
come oggettiva regressione resa possibile dai mass-media tradizionali, il social
network allarga la ferita e consente all’intera popolazione di istituire
processi sommari, ciò che di volta in volta abbiamo chiamato shitstorm, cancel
culture, call-out culture etc. C’è davvero da chiedersi, fuori da ogni
formulazione retorica, cosa avrebbe detto Girard se avesse avuto gli ultimi
dieci anni di fronte agli occhi. Dove si sarebbe soffermata la sua critica in
questo mondo che ha globalizzato per davvero il villaggio, in cui le più
primitive dinamiche di linciaggio sono riemerse solo a partire da una
complessiva virtualizzazione della socialità.
Girard ci ha lasciato un problema con due corni: l’assoluta certezza
dell’esistenza delle vittime e il necessario sospetto verso chiunque si presenti
come vittima, poiché farlo è il primo passo per esercitare la violenza. Eppure
non ci ha lasciati privi di strumenti. Con un anticipo spaventoso sui tempi,
mentre siamo immersi in uno Zeitgeist che ci intima di rintracciare nella nostra
storia personale tutti i modi in cui siamo stati vittime per rinfacciarli al
prossimo, Girard afferma che la conversione cristiana è una cosa semplicissima,
quella cosa accaduta a San Paolo sulla famosa via: riconoscere sé stessi in
quanto persecutori.
L'articolo Noialtri girardiani proviene da Il Tascabile.
I l 25 marzo 2023, sui terreni agricoli nei pressi del piccolissimo comune di
Sainte-Soline nell’Ovest della Francia, quasi trentamila manifestanti si sono
scontrati con tremiladuecento gendarmi e poliziotti francesi. La “battaglia di
Sainte-Soline” è stata il culmine di due anni di proteste del movimento dei
Soulèvement de la Terre. La manifestazione, non autorizzata dal governo,
contestava la costruzione di un megabassine, uno dei duecento bacini idrici,
grandi fino a diciotto ettari, voluti dalla grande industria agricola francese
per garantirsi le riserve d’acqua durante i mesi di siccità.
Il progetto, tuttora in fase di attuazione, rischia di avere effetti devastanti
sull’agricoltura: i megabassines raccolgono acqua drenandola dalle falde durante
l’inverno e, di conseguenza, danneggiandole; sono costruiti allo scopo di
irrigare le colture intensive, specie quelle del mais, che richiedono un volume
di acqua superiore a quella naturalmente garantita dai cicli stagionali; fanno
l’interesse esclusivo della grande industria e sono progettati senza tenere
conto della volontà di chi abita quei territori.
Il dispiegamento di forze di polizia quel giorno era enorme, la loro dotazione
di armi adatta a una vera e propria guerriglia: elicotteri, equipaggiamenti
antisommossa, veicoli blindati, cannoni ad acqua, granate. Centinaia di
manifestanti sono stati feriti, alcuni in modo grave, altri gravissimo. Venti
persone sono state mutilate, due sono finite in coma. Dopo la battaglia, i
Soulèvement de la Terre sono stati sciolti dal ministro dell’interno Gérald
Damarnin e dichiarati illegali.
Nato in Francia nel 2021 per contestare le politiche ambientali ed energetiche
del governo Macron e, più in generale, per manifestare in favore di un nuovo
modello sociale ed economico attorno alle questioni che riguardano l’ecologia,
lo sfruttamento del suolo, l’accumulo di risorse e di materie prime, il
movimento riunisce militanti e agricoltori locali e raccoglie la solidarietà di
altri gruppi nazionali ed esteri. Tra il 2021 e il 2023 i Soulèvement de la
Terre hanno organizzato cortei, presidi, azioni di sabotaggio a grandi impianti
e siti di estrazione di materie prime, subendo la progressiva repressione del
governo francese.
> L’Abbecedario permette di riflettere sull’uso del linguaggio in politica
> laddove non si ha a che fare con questioni particolari o identitarie, ma
> collettive e strutturali.
In risposta ai fatti del marzo 2023 è stato pubblicato On ne dissout pas un
soulèvement (“Non si scioglie una rivolta”), tradotto per Orthotes da Giovanni
Fava e Claudia Terra con il titolo Abbecedario dei Soulèvement de la Terre alla
fine del 2024. L’Abbecedario è una raccolta di trentotto brevi interventi di
militanti dei Soulèvement e dei movimenti solidali. Ogni testo è scritto a
partire da una parola chiave: disposte in ordine alfabetico, le parole formano
una costellazione di posizioni e analisi politiche, fino a comporre il manifesto
del movimento stesso. Leggere l’Abbecedario permette di riflettere su quali sono
le questioni pratiche e urgenti che i cambiamenti climatici ci imporranno di
risolvere nell’immediato; su come si organizza la resistenza a scelte politiche
che perpetrano un sistema economico insostenibile; sull’uso del linguaggio in
politica, specie laddove non si ha a che fare con questioni particolari o
identitarie, ma collettive e strutturali.
Partiamo dall’ultima questione. Come dicevamo, l’Abbecedario riunisce interventi
eterogenei, tanto nella forma quanto nei contenuti: la Confédération paysanne,
una confederazione di sindacati che tutelano il lavoro di piccoli agricoltori,
firma la voce “Contadine e contadini”; il collettivo di scienziati Scientifiques
en rébellion scrive di “Urgenza climatica”; gli antropologi Philippe Descola,
titolare della cattedra di antropologia al Collège de France, e Eduardo Viveiros
de Castro, professore universitario a Rio De Janeiro, parlano di
“Accaparramento” e “Indigeno”; la direttrice delle ricerche al CNRS di
Montpellier Virginie Maris firma “Ecofemministe”.
Questo elenco parziale rende l’idea della varietà non solo di temi – il
manifesto tiene insieme questioni architettoniche, sociali, geologiche,
ambientali – ma anche delle molte soggettività che compongono il movimento.
Proprio nella “composizione” sta il farsi soggetto collettivo dei Soulèvement de
la Terre: l’Abbecedario non sintetizza né distingue le varie posizioni, le fa
coesistere e le tiene insieme. Al fondo di ogni testo, la formula “cfr. anche”
rimanda ad altri due o tre interventi nello stesso libro. In questo modo,
l’Abbecedario si può leggere sia in ordine alfabetico sia per connessioni
tematiche, attraversando la rete di posizioni che forma l’impalcatura teorica
del movimento.
Che lingua parla, o deve parlare, la politica militante? È una questione di
enorme importanza, se si tiene conto della strutturale subalternità che i
movimenti sociali di sinistra hanno in relazione all’opinione pubblica, non
tanto per le proposte in sé, spesso largamente condivisibili e condivise, anche
inconsciamente, da moltissime persone, quanto per la loro immagine, per la
narrazione, l’idea che se ne costruisce nel dibattito. L’Abbecedario contiene
molti registri diversi. In alcuni passaggi, ad esempio, la lingua è assertiva,
quasi imperativa:
> Continuare a fare ciò che conosciamo, fare l’inventario dei siti in cui sono
> previsti progetti distruttivi. Rafforzare i nostri legami con gli avvocati.
> Supportare la rete di associazioni militanti. Denunciare gli abusi della
> società di consulenza. Politicizzare le nostre camminate nella natura.
> Diffondere le pratiche naturalistiche. Federare le comunità umane e non umane.
> Disertare. Insediarsi in campagna.
Il brano è contenuto nel capitolo “Naturalistes de Terre”, la lista dei
comandamenti prosegue ancora. Allo stesso tempo, la lingua sa essere
immaginifica, creativa, ironica, come nella “Ricetta per le mense militanti”:
Per cominciare bene, portare a ebollizione in un’assemblea generale gli addetti
e le addette alla mensa per organizzare la giornata di cucina […]. Raggiunto il
bollore, non dimenticate di creare una squadra d’attacco di lavaggio stoviglie e
un’équipe per lo spuntino. Una volta emulsionata a puntino, l’équipe parteciperà
alla manifestazione e rifornirà i manifestanti nel cuore dell’azione, in modo
che tutte e tutti possano recuperare le forze.
In alcuni capitoli si citano dati e percentuali, alcuni contengono persino note
con riferimenti bibliografici, in altri si lascia spazio alle metafore e alle
costruzioni allegoriche. I campi semantici più ricorrenti riguardano la natura
(“essere albero”, “avere radici”, “ramificare”, “creare/appartenere a
ecosistemi”), o il corpo, ad esempio nel rapporto chimerico tra corpo umano e
suolo o tra uomini e animali non umani: “Avere cura delle lotte significa curare
le nostre interdipendenze e le nostre co-affezioni attraverso
personificazioni-chimere, come uomo-anguilla-fiume o umano-tritone-prato”;
“Siamo l’Acqua che si difende e siamo pronti a sommergervi”. La Terra stessa è
personificata in “Gaia”, nome che rimanda a un’idea armoniosa del rapporto tra
uomo e natura. Non manca, ovviamente, il campo semantico del conflitto: le
grandi opere si “disarmano”, le azioni di sabotaggio dei cantieri si fanno per
“autodifesa”, le risorse naturali sono terreno di “conquista”.
> Proprio nella “composizione” sta il farsi soggetto collettivo dei Soulèvement
> de la Terre: l’Abbecedario non sintetizza né distingue le varie posizioni, le
> fa coesistere e le tiene insieme.
Che la lingua sia un campo di battaglia politica, un dispositivo attraverso cui
si stabiliscono le appartenenze, si delimitano i confini dell’identità, si
tracciano le linee di inclusione ed esclusione, è ormai un dato evidente a
chiunque. Più sotterraneo, per ora, è l’uso che si fa della lingua quando si ha
a che fare con questioni sociali. Sempre più repressivo è l’uso dei termini che
identificano i manifestanti politici: qualcuno saprebbe definire chiaramente chi
sia oggi per la legge italiana un “terrorista”? Ogni parola usata nel discorso
politico è oggetto di contesa: dire “ecologista”, “militante”, “resistente”,
“attivista” non è mai neutro, è una scelta di campo.
Anche in Italia il vocabolario istituzionale che definisce le forme di dissenso
è sempre più vago e opaco, e proprio per questo sempre più pericoloso. Categorie
giuridiche nate in contesti storici completamente differenti – pensiamo alla
nozione di “associazione sovversiva con finalità di terrorismo” – vengono oggi
applicate a gruppi ambientalisti o a reti di movimento che contestano
infrastrutture fossili, come i rigassificatori o i metanodotti. Il concetto
stesso di terrorismo viene stirato, piegato, fino a includere chiunque eserciti
un conflitto non autorizzato, chiunque pratichi una forma di opposizione fuori
dai canali istituzionali. Il problema, allora, è anche semantico: è nel potere
di chi assegna i nomi. Se la narrazione istituzionale è capace di imporre
un’etichetta, può cancellare la complessità, fino a devitalizzare il conflitto e
a evitare ogni confronto.
In questo contesto, la riflessione linguistica diventa una questione politica
primaria. Come ci chiamiamo? Come vogliamo essere chiamati? Quali parole ci
vengono imposte, e di quali ci possiamo riappropriare? La battaglia non si gioca
solo nelle piazze o nei tribunali, ma anche nei modi in cui parliamo delle
piazze e dei tribunali. E anche nei modi in cui parliamo tra di noi. Per questo
l’Abbecedario è un oggetto prezioso: perché costruisce una lingua comune senza
imporla. Perché mostra che si può parlare da posizioni diverse, con stili
diversi, ma in una stessa direzione, rompendo la gerarchia tra chi pensa e chi
agisce, tra chi scrive e chi lotta.
Il fatto che l’Abbecedario dei Soulèvement de la Terre sia stato scritto dopo
Sainte-Soline indica che non si tratta di un programma d’azione, ma del
tentativo di capire retroattivamente – con le parole e le forme del pensiero –
ciò che era già stato fatto. Prima il corpo, poi la lingua; prima l’urto, poi la
sintassi. Se la politica dei Soulèvement ha avuto nella presenza fisica, nella
disobbedienza, nel gesto collettivo la sua prima articolazione, è soltanto dopo
lo scontro che si è resa necessaria la costruzione di una grammatica.
L’intelletto viene a posteriori, come forma di sedimentazione, e non come
architettura previa. Questo sovvertimento delle logiche tradizionali del
pensiero militante è forse la chiave più potente dell’Abbecedario: l’azione non
è giustificata dalla teoria, ma la precede. E la teoria non ha lo scopo di
spiegare, ma di accompagnare. Non è una strategia, è una cura.
> Ogni parola usata nel discorso politico è oggetto di contesa: dire
> “ecologista”, “militante”, “resistente”, “attivista” non è mai neutro, è una
> scelta di campo.
In questo senso, l’Abbecedario non è un libro che prepara alla lotta: è il libro
che resta dopo la lotta. E proprio per questo è tanto più prezioso per chi lotta
oggi, altrove. Perché offre un esempio, non un modello. Perché si può prendere,
leggere, copiare, piegare, adattare. E perché contiene una forma di intelligenza
collettiva che non si propone come verità, ma come gesto in comune. In un tempo
in cui la repressione del dissenso si fa ogni giorno più pervasiva, anche in
Italia, e in cui la distanza tra il gesto politico e la sua rappresentazione
pubblica è abissale, l’Abbecedario diventa un oggetto strano e vitale. Una forma
di sapere che non pretende egemonia, ma relazione.
Se oggi chi dissente in modo organizzato – che si tratti di studenti, attivisti
per il clima, operai o lavoratori della cultura – viene schedato, manganellato,
perquisito, accusato di terrorismo, allora ogni parola è già azione, ogni
linguaggio condiviso è già una forma di resistenza, e la pluralità di registri
dell’Abbecedario rispecchia la molteplicità delle condizioni in cui oggi il
dissenso prende corpo: università, assemblee cittadine, campagne, festival,
accampamenti, piazze occupate, reti sindacali, collettivi scientifici.
Questa traiettoria – dall’azione al pensiero, dalla militanza al discorso – è
visibile anche altrove. Nel lavoro teorico di Andreas Malm, ad esempio,
l’urgenza dell’azione contro il cambiamento climatico è posta in forma
dialettica con il pensiero marxista. Come far saltare un oleodotto, pubblicato
in Italia da Ponte alle Grazie nel 2023, è forse l’esempio più esplicito di come
oggi la teoria non possa più restare neutra, e non possa più limitarsi a
descrivere il mondo senza prendere parte alle sue trasformazioni. Malm, come i
Soulèvement, parla delle azioni di sabotaggio (meglio dire “disarmo”) delle
grandi opere come strumento essenziale di lotta climatica e della “violenza”
contro i grandi soggetti industriali come l’unica via per contrastare un sistema
iniquo. Così facendo, l’autore costruisce una giustificazione teorica per gesti
che il sistema giuridico classifica come criminali. E che invece, nella logica
del collasso ambientale, sono azioni di tutela della vita.
La tutela dell’acqua pubblica, il contrasto alla siccità, l’abbandono di un
modello produttivo iniquo sono questioni che non possiamo più ignorare né
sminuire. D’altronde, sono moltissimi gli esempi di letteratura in proposito,
persino troppi in relazione a quanto effettivamente viene fatto dalla politica.
È inquietante, non devo essere io a notarlo ed è persino banale ripeterlo, la
discrasia tra quanto sappiamo e quanto facciamo in merito alla tutela del nostro
ecosistema e degli altri che contribuiamo a invadere o a distruggere.
> L’Abbecedario mostra che si può parlare da posizioni diverse, con stili
> diversi, ma in una stessa direzione, rompendo la gerarchia tra chi pensa e chi
> agisce, tra chi scrive e chi lotta.
Il filosofo giapponese Saito Kohei, nella sua ultima rilettura di successo del
Capitale, pubblicata in Italia da Einaudi, propone un ecomarxismo della
decrescita, vedendo nella rinuncia alla crescita per come è comunemente intesa
in Occidente l’unica possibilità di liberazione. Anche in questo caso il
discorso si fa politico non perché descrive una struttura, ma perché disegna
un’alternativa. Un’ipotesi concreta, capace di parlare non solo agli attivisti
ma anche ai cittadini, ai lavoratori, a chi subisce la crisi climatica senza
strumenti per interpretarla. La teoria non può più essere la premessa
dell’azione: deve essere la sua eco. E proprio come un’eco, portare con sé la
memoria del gesto e allo stesso tempo la sua trasformazione. È un gesto che si
riflette, si moltiplica, si adatta ai contorni di chi ascolta.
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