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Renee Nicole Good è stata uccisa a Minneapolis da un’agente dell’ICE, la polizia
anti-immigrazione. Questa agenzia, come dimostra la sua campagna per il
reclutamento, promuove un’ideologia profondamente razzista e sessista e un’idea
di mascolinità basata su violenza e sopraffazione
Il 7 gennaio scorso, a Minneapolis, Renee Nicole Good, una donna americana di 37
anni, è stata uccisa a colpi di pistola da Jonathan E Ross, un agente dell’ICE,
l’agenzia federale per il controllo delle frontiere e dell’immigrazione. Da
settimane la città è oggetto di pesanti rastrellamenti contro migranti e persone
senza documenti, cosa che ha spinto molti cittadini, tra cui Good, a vigilare
sui comportamenti degli agenti e a filmarli per documentare abusi e violenze.
L’auto di Good è stata fermata da un gruppo di poliziotti che le hanno chiesto
di scendere. Mentre Good faceva piano retromarcia per andare via, Ross le ha
sparato, sostenendo che la donna volesse investirlo e che temeva per la sua
vita. L’auto si è poi schiantata contro un albero.
Alcuni esponenti del governo, tra cui J.D. Vance, hanno diffuso un video come
“prova” della presunta pericolosità di Good. “Va tutto bene, non sono arrabbiata
con te”, si vede Good dire all’agente con calma ma risolutezza. Pochi istanti
dopo l’uomo si avvicina al finestrino e le spara in volto. Una voce maschile
fuori campo, probabilmente quella di Ross, risponde: “Fottuta puttana”.
> Il video non solo contraddice la versione ufficiale secondo cui Good avrebbe
> voluto uccidere l’uomo, ma mostra una donna tranquilla e innocua uccisa senza
> alcun motivo dalla violenza brutale e misogina che l’ICE incarna
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COS’È L’ICE E CHI SONO I SUOI AGENTI
L’ICE, che sta per United States Immigration and Customs Enforcement, è
un’agenzia nata nel 2002 con Homeland Security Act, la legge sulla sicurezza
promulgata in seguito agli attacchi terroristici dell’11 settembre. Questa
agenzia si occupa dei crimini internazionali, come il traffico di droga, ma
soprattutto dell’identificazione e della deportazione degli immigrati irregolari
o delle persone senza documenti. La sua attività è sempre stata oggetto di
controversie, ma sia durante il primo mandato di Trump che nel secondo l’ICE è
stata spesso paragonata a una “polizia segreta” se non addirittura a una
“Gestapo” del governo.
> Gli agenti infatti operano con grande discrezionalità, hanno pochissimi
> vincoli sulle loro condotte e possono arrestare e deportare chiunque senza
> processo
Oltre a numerosi casi documentati di cittadini statunitensi arrestati per
sbaglio, gli agenti dell’ICE sono noti per la loro violenza: secondo il sito
investigativo The Trace, prima dell’omicidio di Good ci sarebbero state almeno
altre 16 sparatorie contro civili disarmati.
Quest’estate Trump ha aumentato il budget dell’ICE a centosettanta miliardi di
dollari nell’arco di quattro anni, più di quanto allocato per tutte le altre
forze di polizia locali e statali del Paese messe insieme. Cento milioni sono
indirizzati al reclutamento di nuovi agenti, con l’obiettivo di trovarne 14mila
per deportare un milione di immigrati l’anno. Stando alla stessa ICE, di recente
l’agenzia ha assunto 12mila nuovi dipendenti, un aumento del 120% della propria
forza lavoro. Secondo un’inchiesta del Washington Post, ciò è stato possibile
grazie a una campagna di marketing particolarmente aggressiva, indirizzata
soprattutto ai giovani, sebbene l’agenzia abbia eliminato il limite d’età per
favorire le nuove assunzioni.
Due agenti federali
LA PROPAGANDA MASCOLINISTA DELL’ICE E IL FEMMINICIDIO DI RENEE NICOLE GOOD
Anche se il sito dell’ICE ha un’intera sezione dedicata alle donne che lavorano
nell’agenzia e afferma che l’ICE “dà la priorità al reclutamento di candidate
donne”, la comunicazione della nuova campagna ruota tutta intorno a un’idea di
mascolinità aggressiva e tradizionale. Non solo il target è composto da
conservatori, appassionati d’armi e di arti marziali, ma una grossa fetta di
budget è stata riservata per comprare spazi pubblicitari nei podcast e nei video
YouTube di influencer mascolinisti. L’iconografia riprende quella della seconda
guerra mondiale, dove l’America è rappresentata come una damigella in pericolo
da salvare, oppure ammicca al mondo dei meme e dello shitposting.
L’immagine dell’agente ICE che emerge da questa campagna è quindi quella di un
uomo coraggioso e patriottico, pronto a tutto pur di “salvare il Paese”. Una
persona “che vuole lavorare con questi ragazzi pronti ad arrestarti, sbatterti
la faccia sul pavimento e rimandarti a casa”, come ha detto un aspirante agente
(ed ex lottatore di arti marziali miste) al Washington Post.
Proteste a Minneapolis in seguito all’omicidio di Renee Nicole Good
L’ICE incarna un’ideologia profondamente sessista e razzista, perfettamente in
linea con la politica muscolare del presidente, che al dialogo sostituisce la
sopraffazione e nega ogni forma di cura e vulnerabilità.
> L’omicidio di Renee Nicole Good è la rappresentazione più esplicita di questo
> atteggiamento: un uomo aggredisce senza motivo una donna che cerca una
> conciliazione e la insulta con epiteti misogini dopo averla uccisa
La sua morte è un femminicidio, e il prodotto della cultura misogina alimentata
da Trump.
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femminicidio appeared first on The Wom.
Tag - Attualità
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Avvertite anche voi quella stanchezza un po’ frustrante, quella rassegnazione
che sa di amaro in bocca? Non è solo disillusione, non è solo una serie di
appuntamenti andati male e non è la conseguenza del download dell’ennesima app
di incontri. Questa sensazione adesso a quanto pare un nome, coniato nelle
accademie ma vissuto nei nostri gruppi WhatsApp, nelle cene tra amiche dove le
risate diventano isteriche: si chiama eterofatalismo
Eterofatalismo, ovvero la consapevolezza, amara e cristallina, che il gioco
dell’eterosessualità sia truccato, ma che il tavolo sia l’unico in città. Amiamo
gli uomini, certo, ci piacciono, ma quanto ci fanno penare? Questo perché ormai
riconosciamo il sistema stereotipato che ci vorrebbe compagne-tate in relazioni
troppo spesso a senso unico, eppure ci sentiamo fatalmente in trappola, perché
il desiderio, l’abitudine, la norma sociale ci legano a quel copione.
È il sapore di un futuro che sembra già scritto: polveroso, ineguale, e
infinitamente faticoso. Una prigione di affetto dolente di cui abbiamo,
finalmente, trovato la chiave. Sembra eccessivamente drammatico, mi rendo conto,
e in effetti la rappresentazione più pop dell’eterofatalismo arriva direttamente
dal grande schermo. Basta osservare lo sguardo rassegnato e ironico di Shailene
Woodley in certi ruoli, o l’aurea di splendida, serena autosufficienza che
celebrità come Emma Watson o Renée Zellweger incarnano – donne che non sembrano
per nulla in crisi per la mancanza di un partner ufficiale – diventando per noi
icone involontarie.
> Non stanno “aspettando il principe”. Stanno vivendo. È l’immagine specchiata
> del nostro desiderio più profondo: uscire dalla narrazione della “mancanza” e
> scoprirci abbastanza
ETEROFATALISMO E L’ETERNO ADOLESCENTE INTELLETTUALIZZATO
Il sintomo più lampante di questa malattia dei nostri tempi ha il volto di un
fantasma ben educato. Non è più il naschio tossico d’altri tempi, quello per cui
la fatica la facevi volentieri, perché almeno la sua era una crudeltà chiara, un
archetipo riconoscibile come quello del Christian Grey di Cinquanta Sfumature –
un problema concentrato e, in fondo, prevedibile, riconoscibile. No. Oggi il
nemico è l’evanescenza. È il “male withdraw”: la sparizione dello
maschio-stronzo sostituita dalla crisi esistenziale del bravo ragazzo. Sono
uomini “pretesi evoluti”, progressisti nelle app e nel linguaggio (sono loro che
ti parlano di quanto è brutto essere ghostati o friendzonati) ma emotivamente
inerti nella vita, incapaci di desiderare con convinzione, paralizzati di fronte
al peso di tre scambi di messaggi. Personaggi apparentemente usciti da una
commedia di Noah Baumbach, eterni adolescenti intellettualizzati che analizzano
tutto tranne le proprie responsabilità. Insomma tutto pur di non andare in
terapia.
Noi donne etero, intanto, siamo condannate al “lavoro ermeneutico”: siamo le
archeologhe del non-detto, traduttrici di pause e sospiri rumorosi, ingegnere di
significati ricavati dal nulla. Facciamo il pane con le briciole, come Pollicino
che, nella speranza di trovare una via d’uscita, trova solo altro bosco.
> Ci chiediamo: era meglio quando sparivano senza dir nulla, o adesso che
> spiegano diffusamente perché non ce la fanno, in monologhi degni di un podcast
> su mindset e crescita personale?
LA CRISI DEL MASCHIO ETERO
Di chi è la colpa? La diagnosi ce l’abbiamo: a quanto pare si tratta della crisi
del maschio etero, che da decennio glorioso e territorio di crescita (di fatti
ogni momento di crisi rappresenta un punto di inevitabile svolta), si è
trasformata in uno stato permanente di incapacità relazionali: eterni Peter Pan
terrorizzati dalla responsabilità e dalle discussioni complicate. Ma se fosse
anche il veleno sottile dell’epoca digitale: se tutto è a disposizione, senza
sforzo e senza narrazione, che importa se ti piace? Siamo diventate tutte e
tutti personaggi in una gigantesca “lista dei preferiti di Netflix”: un catalogo
infinito di possibilità, in cui ognuna può essere scartata dopo pochi secondi se
non intrattiene subito. Il dating moderno ha la stessa ansia da scorrimento
infinito: Forse la prossima volta sarà meglio.
È la logica distopica di un episodio di Black Mirror, vissuta ogni giorno nelle
nostre dita che scrollano. E nel frattempo, cresciuti in un mondo che dice loro
di essere roccia e non vulcano, di essere fornitori e non comunicatori, molti
uomini sono emotivamente analfabeti. Noi siamo socializzate a curare, a
interpretare, a costruire ponti, come terapiste involontarie. Loro, spesso, sono
socializzati a stare dall’altra parte del fiume, a guardare l’acqua scorrere,
indecisi se costruire una barca o semplicemente cambiare fiume. Il risultato?
Dialoghi che sembrano monologhi intensi, potenti, umani ma rivolti a un muro di
gomma.
ETEROFATALISMO COME CRISI CULTURALE NECESSARIA?
Allora, che facciamo? Ci rassegniamo a relazioni deludenti? Ammettiamo che
“vincono sempre loro”? No. Perché questa stanchezza collettiva, questo
eterofatalismo, non è il punto finale. È il sintomo di una rottura culturale
necessaria. È il corpo che dice basta, dopo troppi tentativi di rattoppare un
abito che non ci sta più. Non è un addio agli uomini, è un arrivederci a un
certo modo di essere in coppia: rigido, sbilanciato, logoro come certe dinamiche
tossiche tipiche delle prime stagioni di Grey’s Anatomy. È il rifiuto di fare la
tata emotiva per l’ennesimo adulto che non sa allacciarsi le scarpe dei
sentimenti. È la presa di coscienza, feroce e poetica, che forse siamo noi, con
la nostra rabbia stanca, a poter riscrivere le regole.
Un upgrade dell’eterosessualità non arriverà da solo. Forse inizia proprio qui,
dalle nostre risate isteriche, dalla nostra solidarietà digitale, dal nostro
rifiuto di fare più il pane con le briciole. Forse inizia quando smettiamo di
dare centralità a un partner, e iniziamo a costruirci le nostre costellazioni di
affetti, di sorellanza e di amore, splendenti e autonome, non in attesa che
qualcuno, forse, impari a raggiungerci alla nostra altezza, ma in modo radicale
e permanente.
Non siamo condannate a essere le Penelope in attesa di un Odisseo che forse è
solo un ragazzo perso nelle storie di Instagram. Siamo le artefici di un nuovo
mito. E il primo capitolo lo scriviamo noi.
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ridefinendo i rapporti appeared first on The Wom.
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Un viaggio nella vita quotidiana delle donne, dalla casa agli spazi pubblici,
dai trasporti alla cultura e al digitale per indagare come disuguaglianze e
stereotipi di genere si riproducano in ogni ambito della società, contribuendo a
ricreare e legittimare la violenza: la ricerca “Perché non accada. La
prevenzione primaria come politica di cambiamento strutturale” curata da
ActionAid, insieme Osservatorio di Pavia e B2Research, raccoglie e mette nero su
bianco le percezioni della violenza e delle discriminazioni in Italia. Dai dati
raccolti, emerge una priorità chiara: la prevenzione primaria non può aspettare
Finché si continuerà a intervenire solo dopo, la violenza continuerà a
riprodursi: la prevenzione primaria non è un’opzione idealistica, ma una
necessità politica, sociale ed economica. È quanto evidenzia il rapporto “Perché
non accada. La prevenzione primaria come politica di cambiamento strutturale”,
realizzato da ActionAid con Osservatorio di Pavia e 2B Research. La ricerca si
basa su un’indagine su un campione rappresentativo di 1.801 persone, uomini
(48%) e donne (52%) di tutte le età, e analizza come le disuguaglianze di genere
e gli stereotipi continuino a strutturare la percezione sociale della violenza.
Le disuguaglianze non sono un effetto collaterale della violenza, ma una delle
sue cause profonde: da questo punto di partenza, il report attraversa le
generazioni andando a fondo su stereotipi e pregiudizi. Un quadro che va dalla
generazione over 60 dei Boomer, che spesso nega la violenza di genere e non sa
vederne le diverse forme, agli uomini più giovani, che pur riconoscendola, la
legittimano.
LA VIOLENZA È LEGITTIMATA E NORMALIZZATA
Nonostante negli ultimi anni la violenza maschile contro le donne sia entrata
con forza nel dibattito pubblico italiano, suscitando un’ondata di indignazione
e di partecipazione collettiva, la rottura del silenzio sul tema non ha
migliorato la situazione. L’hype mediatico – che, come nota il rapporto, si
genera però unicamente in seguito ai casi di femminicidio – restituisce un
quadro ancora preoccupante. Persistono forme diffuse di legittimazione e di
minimizzazione della violenza: comportamenti di controllo, linguaggi offensivi,
pratiche di svalutazione o limitazione della libertà femminile continuano a
essere percepiti da una parte significativa della popolazione come
“comprensibili” o “giustificabili” in certe circostanze.
> Per un uomo su quattro la violenza verbale e quella psicologica sono
> ampiamente motivate da provocazioni e comportamenti “scorretti” delle donne
La maggioranza (55%) dei Millennials ritiene legittimo il controllo sulla
partner, soprattutto in caso di tradimento o di mancata cura della casa e dei
figli. Anche la violenza fisica è giustificabile per quasi 2 maschi adulti su
10. La violenza economica è considerata accettabile da un uomo su tre, e lo è
per quasi la metà dei maschi Millennial e quelli della Gen Z. Convinzioni
radicate che inibiscono l’azione: solo il 34% del campione ha dichiarato di aver
agito di fronte a episodi di violenza, mentre il 57% afferma di non aver mai
assistito o saputo di casi simili. La propensione ad agire cresce tra la
popolazione giovanile (50% Gen Z; 45% Millennials) e cala con l’avanzare
dell’età (29% Gen X; 25% Boomers).
LA FRATTURA DELLE DISEGUAGLIANZE E GLI STEREOTIPI CHE PERSISTONO
La violenza cresce su un terreno fertile per la sopraffazione maschile. Ogni
spazio, ruolo sociale e privato che le donne vivono è attraversato da
disuguaglianze di genere, dove si riproducono ruoli tradizionali e squilibri di
potere che limitano l’autonomia delle donne. A casa, per esempio, il rapporto
indica che il 74% delle donne si occupa da sola dei lavori domestici, contro il
40% degli uomini, con divari ancora più ampi tra le generazioni più anziane (80%
delle Boomer e 83% delle donne della Gen X).
> Nella genitorialità il carico resta sbilanciato: il 41% delle madri si occupa
> da sola dei figli e delle figlie, contro appena il 10% dei padri
Fuori dalle mura domestiche, la situazione non migliora: le città non sono a
misura di donne: il 52% di loro ha provato paura negli spazi pubblici (contro il
35% degli uomini), una quota che sale al 79% tra le più giovani e resta alta
anche tra le Boomers (55%).
Quello che può sembrare un gesto di routine, per le donne diventa un potenziale
pericolo: il 38% delle persone ha avuto paura almeno una volta di viaggiare sui
mezzi pubblici, ma tra le giovani donne della Gen Z il dato sale al 65,5%.
IL DIGITALE NON È UNO SPAZIO CONSIDERATO SICURO
Come altri ambiti della società, anche il digitale non è un terreno neutro: le
piattaforme, gli algoritmi e i linguaggi che lo abitano riflettono e amplificano
disuguaglianze preesistenti.
> Accanto alle opportunità di visibilità e di empowerment, l’ambiente online può
> trasformarsi quindi in uno spazio di esclusione, discriminazione e violenza
Quattro persone su dieci (40%) dichiarano di aver avuto “spesso” o “a volte”
timore di ricevere reazioni sessiste ai propri contenuti online. La paura è più
alta tra le donne (41% contro 39%) e cresce nelle fasce più giovani: tra le
ragazze della Gen Z raggiunge il 59,3%, mentre scende al 29,1% tra le Boomers.
Anche tra gli uomini si osserva un andamento simile ma con valori inferiori
(52,4% Gen Z; 24,9% Boomers), a indicare che il clima ostile online colpisce
entrambi i generi, pur colpendo maggiormente le ragazze e le donne. Le evidenze
raccolte dalla ricerca mostrano come il digitale, pur essendo uno spazio di
partecipazione e di possibilità, continui a riprodurre schemi di potere e
visioni parziali.
A riguardo, negli ultimi anni. l’Unione europea ha compiuto passi significativi
nel definire un quadro normativo per la tutela dei diritti delle donne e delle
persone più vulnerabili nello spazio online. La Direttiva (UE) 2024/1385140,
rappresenta un punto di svolta: per la prima volta riconosce la violenza online,
inclusa quella connessa all’uso delle tecnologie e della comunicazione, come
parte integrante della violenza contro le donne, imponendo agli Stati membri di
garantire protezione effettiva anche contro pratiche come la diffusione non
consensuale di materiale intimo o manipolato, la stalking online, le molestie
online, l’istigazione alla violenza e all’odio online.
In Italia, il Codice Rosso, introdotto nel 2019 e successivamente aggiornato, ha
ampliato la tutela penale includendo nuove forme di violenza digitale, come la
diffusione non consensuale di immagini o video sessualmente espliciti. Più
recentemente, la legge n. 132/2025 ha introdotto nel codice penale l’articolo
612-quater, che istituisce il reato di illecita diffusione di contenuti generati
o alterati mediante sistemi di intelligenza artificiale, volto a sanzionare la
condivisione non autorizzata di immagini, video o registrazioni vocali
manipolate con IA, comprese le forme di deepfake a contenuto sessuale.
PREVENZIONE PRIMARIA, NECESSARIA A TUTTA LE ETÀ E IN OGNI AMBITO
Affinché le leggi possano agire in modo efficace, serve cambiare la cultura. Un
cambio di rotta possibile attraverso la prevenzione.
Il termine “prevenzione” è polisemico e racchiude differenti significati
operativi, la cui distinzione è essenziale per la corretta elaborazione delle
norme, nonché progettazione e attuazione degli interventi:
* la prevenzione primaria agisce prima che la violenza si manifesti,
intervenendo sulle cause strutturali e culturali che la rendono possibile;
* la prevenzione secondaria interviene quando emergono i primi segnali di
rischio, per proteggere tempestivamente le donne;
* la prevenzione terziaria è quella che opera dopo la violenza, concentrandosi
sulla riduzione dei danni e sulla prevenzione della recidiva attraverso
percorsi di responsabilizzazione degli autori.
La prevenzione primaria, sottolinea il rapporto ActionAid, rappresenta la
dimensione più ampia e trasformativa delle politiche di contrasto alla violenza
maschile contro le donne: mira a impedire che la violenza si verifichi,
intervenendo sulle cause strutturali, promuovendo uguaglianza di genere, il
rispetto reciproco e relazioni non violente.
> Non è un mero settore di intervento, ma una prospettiva di governo del
> cambiamento
Riconoscerla come tale significa consolidare un approccio fondato su conoscenza,
partecipazione e responsabilità, capace di incidere nel tempo sui fattori che
generano e legittimano la violenza. «Non si può prevenire la violenza senza
promuovere uguaglianza, e non si può costruire uguaglianza senza assumere la
prospettiva di genere in ogni politica pubblica. Significa intervenire sulle
cause profonde, non solo sugli effetti – spiega Katia Scannavini, Co-Segretaria
Generale ActionAid Italia – ActionAid chiede al Governo e al Parlamento che
almeno il 40% delle risorse annuali del Piano antiviolenza sia vincolato alla
prevenzione primaria insieme all’adozione di un piano strategico e operativo ad
hoc, con risorse certe, obiettivi verificabili e responsabilità condivise».
Affinché possa funzionare concretamente, aggiunge Scannavini, «La prevenzione
primaria non si può fermare alla necessaria educazione nelle scuole, ma deve
coinvolgere le persone di ogni età, con azioni dirette a tutti gli ambiti della
vita quotidiana, perché solo un cambiamento culturale può fermare la violenza
maschile contro le donne».
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e violenza appeared first on The Wom.
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Dopo Giorgia Soleri e Big Mama, è Jolanda Renga la nuova voce di Scomode, il
format di The Wom dedicato agli argomenti più caldi dell’attualità femminile.
Nell’ultima puntata, Jolanda racconta una vicenda personale di ricatto online e
violenza digitale, portando al centro del discorso il tema dell’educazione
sessuo-affettiva
C’è un momento esatto in cui la violenza digitale smette di essere un concetto
astratto e prende forma concreta. Per Jolanda Renga coincide con l’arrivo di un
messaggio che l’ha scossa profondamente: quello di qualcuno che sosteneva di
essere in possesso di sue foto di nudo minacciandola di diffonderle.
Nella nuova puntata di Scomode, Jolanda sceglie di raccontare questa esperienza
personale, trasformandola in un discorso collettivo. Perché ciò che le è
accaduto non è un’eccezione, ma parte di un fenomeno sempre più diffuso che
colpisce soprattutto ragazze e donne.
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JOLANDA RENGA SU SCOMODE: VERGOGNA, COLPA E SILENZIO
Nel suo racconto emergono emozioni che molte conoscono fin troppo bene: la paura
improvvisa, il senso di esposizione, la vergogna che arriva anche quando non c’è
nulla di cui vergognarsi. Una reazione quasi automatica, alimentata da una
cultura che continua a spostare la responsabilità su chi subisce, invece che su
chi esercita la violenza.
Jolanda lo dice con chiarezza: la vergogna non appartiene mai a chi viene
ricattata, ma a chi minaccia, manipola, usa il digitale come strumento di
controllo. Dare un nome a queste emozioni è il primo passo per smontare il
meccanismo che tiene molte persone in silenzio.
CHIEDERE AIUTO, DENUNCIARE, PARLARE
Un altro punto centrale del suo racconto è l’importanza di chiedere aiuto
subito. Non isolarsi, non minimizzare, non pensare di dover affrontare tutto da
sole.
> Denunciare non è un atto di debolezza, ma una forma di protezione e di presa
> di parola, soprattutto in un contesto in cui la violenza online viene ancora
> spesso sottovalutata
In Scomode, la testimonianza individuale diventa così uno strumento di
consapevolezza: raccontare serve a riconoscere i segnali, a sapere che esistono
alternative al silenzio.
Qui la versione integrale dell’intervista:
CAMBIARE LA NARRAZIONE
Il messaggio più potente che emerge dal video è forse questo: non siamo noi a
doverci difendere sempre. Non può essere una responsabilità individuale
proteggersi continuamente da una violenza sistemica. È chi condivide, produce o
minaccia violenza — online come nello spazio pubblico — che deve imparare a
rispettare.
“Nessuno ha il diritto di farti sentire sbagliata”, non è solo una frase di
conforto, ma un invito a ripensare il modo in cui parliamo di violenza digitale,
tecnologia e responsabilità. Verso una società più consapevole, emotivamente
educata e, finalmente, sicura per tutte.
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sbagliata” appeared first on The Wom.
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Da bambina camminava nei cimiteri stringendo la mano del padre, da un lato, e i
fiori con l’altra. Ascoltava i racconti, guardava le foto ovali, gli epitaffi
antichi e le tombe dimenticate. Oggi Maria Veronica Zinnia – nata a Bologna il 5
aprile 1995 – per tutti Beccamorta, con centinaia di migliaia di follower su
Instagram e Tik Tok – torna in quegli stessi luoghi per un motivo diverso:
restituire voce e dignità a chi la storia ha sepolto due volte, nella terra e
nell’oblio
Maria Veronica Zinnia si definisce “la custode dei dimenticati”, ma non è
un’immagine poetica: è il suo lavoro. Divulgatrice di memorie sepolte. “Quando
rispolvero una tomba, rispolvero una memoria.” La sua è un’educazione alla morte
– e quindi alla vita – che passa dai social ma si fonda su metodo, rigore e una
ferrea etica. Il risultato non è un racconto della morte, ma un affresco di
umanità: storie che parlano meno di lutto e più di memoria, meno di paura e più
di vita. «Ogni volta che racconto un morto, ricordo ai vivi che esistere
significa lasciare traccia».
Perché Beccamorta non è la ragazza che parla con i morti: è la donna che
restituisce loro la voce.
INTERVISTA A VERONICA ZINNIA, AKA “BECCAMORTA”
Puoi raccontarci com’è iniziato tutto? Era solo attrazione o una vocazione?
Avevo cinque o sei anni. Mio padre mi portava a trovare mio nonno al cimitero.
Io non avevo paura: teschi, fantasmi, film “particolari” mi incuriosivano invece
di spaventarmi. Guardavo le tombe fatiscenti e mi chiedevo chi fossero, perché
nessuno le curasse. La curiosità è nata lì, sul campo.
Ricordi il momento in cui la bambina con i fiori ha incontrato la donna che sei?
Dopo anni difficili. A 19 anni mi diagnosticano un disturbo borderline di
personalità. Tra il 2017 e il 2018 tocco il fondo: quattro ricoveri
psichiatrici. Lì mi sono chiesta cosa volessi davvero. Ho capito che volevo
prendermi cura di chi non c’è più. All’inizio era un rifugio dai vivi che mi
avevano ferita. Ma da quel gesto è nato molto di più.
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“Beccamorta”: perché questo nome?
Nasce nel 2019, quando lavoravo in un cimitero con una borsa lavoro come
operatrice cimiteriale. In quel periodo ho aperto un canale YouTube per sfatare
i luoghi comuni sul settore funebre e sui cimiteri.
Il nome è a metà tra arte e professione: ero davvero una “beccamorta” e volevo
mostrare sui social quel mondo dall’interno.
Quanto hanno contato le tue “estetiche altre” (Tim Burton, scheletri,
dinosauri)?
Tantissimo. Ma non è stato solo Tim Burton: è stato soprattutto mio padre.
Appassionato di storia, mi parlava di tragedie, misteri, Pompei, Titanic. Mentre
le mie compagne giocavano con le Barbie e i maschi parlavano di Dragon Ball, io
ero quella “strana” che amava i dinosauri e i film ambientati nei cimiteri. Quel
lato lo nascondevo, perché non veniva capito.
Poi è arrivata la mia maestra di italiano e storia: grazie a lei la memoria è
diventata casa. La mia scuola portava il nome di un partigiano morto a 18 anni,
e ogni 25 aprile ci portava sul luogo della fucilazione. Esperienze fortissime
che mi hanno formata.
Quando hai capito che il silenzio dei cimiteri non è vuoto ma pieno di vita da
restituire?
Nel 2021 indagando sulla morte del cugino di mio padre. Guardavo la sua lapide:
una iscrizione delicata ma enigmatica diceva che “voleva provare a volare ed è
caduto dalla Torre degli Asini”. In archivio ho trovato l’articolo con i
dettagli. Ho riportato a mio padre ricordi che neppure lui ricordava. Ho capito
che le storie dei defunti si intrecciano con la storia di una città. Da lì non
mi sono più fermata.
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Hai vissuto bullismo, depressione e giudizio: in che modo prenderti cura dei
defunti ha riscritto la tua storia?
Mi ha guarito la parte che si sentiva abbandonata e “strana”. Io parlo
soprattutto di persone comuni, come siamo noi. Ridare loro dignità ha dato
dignità anche a me.
Sei tra le poche formate in tanato-estetica. In cosa consiste?
Ho l’attestato, ma non ho mai lavorato davvero nel settore: ho messo le mani su
una salma solo durante il corso. In Italia la tanatoestetica è una libera
professione, non un lavoro dipendente. È un mestiere che richiede tecnica,
rigore e un’enorme empatia: dare un volto riconoscibile a una persona che non
c’è più significa restituire conforto a chi resta.
Nel mio corso eravamo otto donne e un solo uomo, ma quando provi a entrare nel
settore trovi ancora un mondo molto maschile. La cura però non ha genere: ha
sensibilità. E quella, in qualsiasi forma, parla da sola.
Cosa significa stare ogni giorno a contatto con la morte?
Per me la morte non è la fine, ma la seconda parte del viaggio.
> L’esistenza è un ciclo: siamo fatti della stessa sostanza delle stelle, e come
> le stelle non smettiamo di esistere, ci trasformiamo
Non seguo una religione precisa, ma credo nell’energia dell’universo: il corpo
si ferma, l’energia no. Ciò che siamo continua altrove.
Quando entro in un cimitero non racconto una fine, ma il punto in cui
quell’energia si è fatta storia. Restituire una storia significa rimettere in
circolo quella stessa energia, farla uscire dalla lapide e tornare nel mondo.
Dal marmo all’archivio: com’è il tuo percorso d’indagine?
Vado spesso nei sotterranei dei cimiteri monumentali, tra i loculi dei primi del
’900. Mi attirano le foto d’epoca, epitaffi e date. Un tempo gli epitaffi
dicevano molto sulla causa della morte; oggi sono frasi uguali.
Il mio metodo parte da un dettaglio: quando leggo “crudele destino”, “tragica
fine”, “funesto caso”, so quasi sempre che non è morte naturale. Scatto una foto
alla lapide e inizio l’indagine. Vado negli archivi dei quotidiani locali,
chiedo i microfilm dell’anno di morte e li scorro finché non arrivo ai giorni
successivi all’evento. È lì che, quasi sempre, trovo la notizia pubblicata e la
verità. Raccolgo i dati, li scrivo, registro la voce. E mentre lo faccio,
pulisco quella lapide: il gesto diventa racconto.
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Spolverare una tomba è storia, rito o gentilezza? Cosa resta in te?
Tutte e tre. Tolgo fisicamente ragnatele per vedere meglio il volto, ma
soprattutto “rispolvero” simbolicamente la memoria e la sua dignità. Dopo mi
sento bene, come se quella persona non fosse più sola e parlasse attraverso me e
chi guarda il video.
“Memorie di marmo”: com’è nato il libro?
Nel 2021. All’inizio le ricerche erano meno approfondite di oggi, ma la storia
di famiglia che ho inserito (quel cugino) mi ha dato l’input a cercare di più e
meglio. Il libro non si trova più, ma erano ricerche più semplici, tratte da
Google. Dal 2023 il lavoro d’archivio è la spina dorsale del mio metodo.
Come scegli chi raccontare? Ti capita che una storia “ti chiami”?
Mi chiamano le foto, gli epitaffi, le formule che lasciano intravedere cosa è
accaduto. È un’attrazione precisa: mi fermo finché e mi dico che devo capire
cosa è successo.
Tra tutte le vite che ho riportato alla luce, ce n’è una che ti ha cambiata?
Sì: quella di Giorgio Giardini, 13 anni. È la storia con cui ho empatizzato di
più, forse perché alla sua età potevo essere io. Sulla lapide c’era scritto che
era “morto mentre si addestrava alla ginnastica”: una frase che non mi
convinceva. All’inizio avevo solo la foto della tomba e, grazie a un follower,
l’atto di morte, dove compariva la parola “soffocamento”.
Per mesi non ho trovato nulla, finché nei microfilm dell’Avvenire d’Italia non è
comparsa la verità: Giorgio non stava facendo ginnastica. Si era legato una
corda al collo. Un suicidio nascosto con delicatezza, perché inaccettabile per
un bambino. Quando l’ho letto, ho sentito un gelo improvviso: come se lui
stesso, quasi un secolo dopo, mi chiedesse di non essere dimenticato. Nella
verità che ho trovato, c’era una fragilità che riconoscevo. Un dolore che
parlava anche a me.
Un’altra storia che porto dentro è quella di Dino, il bambino del concorso di
bellezza. Sembrava una vicenda tenera, e invece nascondeva una ferita: quei
concorsi esponevano i bambini a cosmetici tossici, usandoli di fatto come cavie.
Dino era uno di loro.
La sua morte è il simbolo di un’ingiustizia normalizzata, mai raccontata
davvero. Giorgio mi ha toccata per la sua fragilità, Dino per l’ingiustizia. Due
ferite diverse, ma con la stessa richiesta: non lasciatemi nell’oblio.
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Ti rivedi nei volti che incontri?
Sì. A volte nelle foto ceramiche, a volte in coincidenze di date, come ad
esempio la data del mio compleanno, il 5 aprile. Certe storie risuonano dentro,
e non è paranormale: è umanissimo.
C’è un profumo, un suono o un dettaglio sensoriale che associ ai tuoi momenti di
solitudine tra le lapidi?
L’odore di terra bagnata. E di crisantemi freschi, soprattutto a inizio
novembre.
Che messaggio vuoi dare a chi ti vede prenderti cura delle tombe dimenticate?
Che nei cimiteri si studia tantissima storia. Non sono solo il luogo dove “c’è
il nonno”: sono archivi a cielo aperto.
Il necro-turismo cresce: quali regole etiche per non trasformare i cimiteri in
set?
Tutti i luoghi vanno rispettati, soprattutto quelli pieni di storia. Il problema
non è mai il luogo, ma come ci stai. Entri per imparare, non per metterti in
scena. È anche questo che cerco di trasmettere alle persone con i miei video.
I cimiteri sono luoghi d’arte e di pace. Dalle foto post-mortem alla cultura
pop: come dialogano oggi arte funeraria e immaginario?
I monumenti storici andrebbero preservati: raccontano un’idea di lutto e di
bellezza che oggi stiamo perdendo. Nei cimiteri monumentali trovi sculture
straordinarie; nei campi moderni, invece, tutto è più neutro e asettico. È lo
specchio di come viviamo la morte: abbassando il volume, cercando di renderla
invisibile.
> Un tempo il lutto era pubblico e condiviso, oggi c’è uno stigma su come
> “dovresti” soffrire. Ma il dolore non si standardizza
In altre culture la morte è ancora parte della vita – dal Día de los Muertos ai
villaggi che spolverano le ossa dei defunti – mentre in Italia sta scomparendo
dalla vista. L’arte funeraria continua a influenzare la cultura pop – statue
usate per copertine, videoclip, estetiche gotiche – ma nella quotidianità
abbiamo perso la capacità di guardarla senza paura.
Ed è un peccato: i cimiteri potrebbero essere ancora luoghi d’arte, memoria e
pace.
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Perché abbiamo così paura della morte? È davvero la morte a spaventarci o l’idea
di essere dimenticati?
Temiamo l’ignoto e viviamo distratti dagli affanni. Dimentichiamo che il nostro
tempo, prima o poi, finisce: questo rende più spaventoso guardarlo in faccia. E
allora la morte diventa un tabù. Non la guardiamo, non la nominiamo. E più la
evitiamo, più ci spaventa.
Che rapporto hai tu con la morte?
Sono serena. Mi spaventa più la sofferenza. Temo solo i rimpianti: arrivare alla
fine senza aver fatto ciò che sentivo e aver vissuto con la paura del giudizio
degli altri. Non dobbiamo passare la vita a compiacere gli altri.
Se un giorno qualcuno dovesse ricordarti, quale traccia vorresti lasciare?
Vorrei che dicessero: “Ha cambiato il modo di guardare i cimiteri. Ha insegnato
che la storia di una città e di una civiltà si impara anche dai suoi defunti”.
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Racconti la morte online con rigore e delicatezza: è una forma di educazione
emotiva a guardare la morte senza paura, a riconoscerne altre valenze oltre
all’idea di fine?
Sì. Perché ogni storia racchiude davvero un mondo intero. Quando racconto una
vita dimenticata, non parlo solo di morte: parlo di memoria, umanità e ciò che
resta. E questo aiuta le persone a guardare la morte da un altro punto di vista,
meno spaventoso. In un certo senso è anche educazione antropologica: attraverso
queste storie si capisce come vivevano, amavano e soffrivano le persone prima di
noi. La morte diventa un modo per comprendere meglio la vita.
Le reazioni più frequenti?
Tantissimi grazie: “Pensavo di essere l’unico a chiedermi chi fosse quel ‘povero
Cristo’ con la tomba abbandonata”. C’è chi torna a trovare un parente e mi dice:
“Adesso lo vedo con occhi diversi”.
E tutto il lavoro che fai sui social – il passaggio dal cimitero come luogo
fisico al digitale come spazio di racconto – ti fa sentire parte di una nuova
cultura della memoria? Una sorta di memoria digitale che sostituisce quei
racconti che una volta ci facevano i nonni, mano nella mano tra le lapidi?
Sì. È proprio questo: un racconto collettivo digitale. Sto dando voce a persone
che non possono più farlo, e lo faccio in un luogo, i social, dove quella voce
arriva lontano, molto più lontano di quanto potessero immaginare.
Cosa diresti alla te di dieci anni fa?
La abbraccerei. “Non sei sbagliata. Hai valore. Tieni duro: arriveranno persone
capaci di amarti.”
Cosa ti hanno insegnato le persone che ti seguono?
Che i miei “valori” c’erano anche quando non venivano visti. Non ero “strana”:
ero diversamente talentuosa.
Questo lavoro ha cambiato il rapporto con te stessa?
Sì. Le mie fatiche di salute mentale venivano anche dal giudizio degli altri.
Trovare la mia strada mi ha tolto la benda dagli occhi: non devo essere chi non
sono per compiacere nessuno.
Il sogno che non hai ancora realizzato?
Portare questo progetto in televisione, raggiungere ancora più persone. E farne
un lavoro stabile che mi dia indipendenza.
The post Veronica Zinnia, custode dei dimenticati: “racconto i morti per
ricordare ai vivi di vivere intensamente” appeared first on The Wom.
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Come sottolineano vari report di organizzazioni internazionali, l’anno che si
sta chiudendo è stato cruciale per le donne di tutto il mondo, tra piccole
vittorie e molti passi indietro. Dall’aborto alla violenza di genere, ecco cosa
è cambiato nel 2025
“Contraccolpo”, “svolta”, “punto critico”. Sfogliando i report annuali delle
organizzazioni che monitorano i diritti delle donne, queste sono le parole più
utilizzate per descrivere questo 2025. Nel trentesimo anniversario della
conferenza dell’Onu di Pechino, quando 189 Paesi si misero d’accordo fra di loro
per garantire l’empowerment femminile a livello globale, i tanti passi avanti
fatti negli ultimi anni cominciano a essere messi in discussione.
MENO DONNE IN POLITICA
Per la prima volta nella storia, nel 2025 è diminuito il numero di
rappresentanti politiche donne a livello globale. Secondo UN Women,
l’organizzazione per i diritti delle donne delle Nazioni Unite, solo il 22,9%
dei posti in parlamento è occupato da donne, una cifra in calo rispetto al 2024,
quando erano il 23,3%.
> Lo scorso anno, i Paesi che avevano una perfetta parità fra i sessi erano 15,
> mentre nel 2025 sono calati a 9
Si tratta di un segnale preoccupante, bilanciato però da un aumento delle donne
nei ruoli esecutivi: le presidenti e capi di stato sono passate da 21 a 27 nel
giro di cinque anni, anche se ben 103 Paesi continuano a non aver mai avuto una
donna alla propria guida. La buona notizia è che l’Europa segue la rotta
inversa: il numero delle deputate dei parlamenti del nostro continente è
aumentato del 9,4% tra il 2010 e il 2024.
COME CAMBIANO LE LEGGI SULLA VIOLENZA DI GENERE IN ITALIA
Per quanto riguarda la lotta alla violenza di genere in Italia, il 2025 è stato
un anno segnato da grandi dibattiti, che hanno portato ad alcuni miglioramenti
come l’introduzione del reato di femminicidio nel codice penale, ma anche
all’importante dietrofront sulla modifica della legge sulla violenza sessuale
attraverso l’introduzione del criterio del consenso, bocciata dal Senato dopo il
sì della Camera. Resta invece ancora in sospeso la legge che imporrebbe il
consenso informato dei genitori ai corsi di educazione sessuale e affettiva
nelle scuole, sostenuta fortemente dalla destra, e che per ora è stata approvata
solo alla Camera. Nonostante l’Italia sia uno dei pochi Paesi in Europa in cui
questi corsi, fondamentali per prevenire la violenza di genere, non sono
obbligatori, il governo vuole imporre un’ulteriore stretta, e accusa i promotori
dell’educazione affettiva di promuovere la cosiddetta “ideologia gender”.
NUOVE DEFINIZIONI DI “DONNA” E LA CANCELLAZIONE DEI DIRITTI TRANS
Sempre a proposito di gender, l’anno si è aperto con l’inaugurazione della
presidenza Trump e una sfilza di ordini esecutivi che, tra le altre cose, hanno
imposto la cancellazione di molti termini “inclusivi” dai documenti ufficiali
del governo statunitense e l’imposizione di nuove definizioni di “uomo” e
“donna”, basate sulla biologia. Lo stesso è accaduto ad aprile nel Regno Unito,
quando la Corte Suprema ha emesso una sentenza sulla legge sulle pari
opportunità in cui ha stabilito che è donna solo chi è nata come tale. Negli
stessi giorni, l’Ungheria approvava un emendamento alla Costituzione che prevede
il riconoscimento di soli due sessi nel Paese, maschile e femminile. Queste
decisioni hanno avuto un forte impatto soprattutto sui diritti delle persone
transgender, che secondo il Trans Rights Index stanno attraversando un “momento
critico” e un “passo indietro senza precedenti” non solo negli Stati Uniti, ma
anche nel nostro continente.
L’ANNO DELLA “MASCHIOSFERA”
Il 2025 è stato l’anno in cui l’opinione pubblica ha cominciato a fare i conti
con la normalizzazione della cosiddetta “maschiosfera”, gli ambienti della
misoginia online che dalle periferie di Internet sono stati progressivamente
integrati nel mainstream. Gli influencer mascolinisti Andrew Tate e suo fratello
Tristan, accusati di stupro e traffico di esseri umani in Romania, sono stati
accolti a braccia aperte negli Stati Uniti dove, come ha rivelato una recente
inchiesta del New York Times, sarebbero stati aiutati da importanti esponenti
del governo. Proprio Tate viene nominato nella serie tv che è riuscita a portare
questo tema nel dibattito pubblico, Adolescence, che racconta la caduta di un
tredicenne inglese nel vortice della propaganda incel. Anche se la storia
raccontata da Stephen Graham è inventata, l’ambientazione è più che mai
realistica. Molti sondaggi a livello globale confermano infatti che i giovani
uomini sono sempre più influenzati da queste figure: anche in Italia crescono i
maschi che non condividono gli ideali femministi e credono che la parità di
genere sia già stata raggiunta.
ALCUNE IMPORTANTI VITTORIE PER IL DIRITTO DI SCELTA
Negli ultimi anni il tema dell’aborto è tornato a mobilitare le piazze di tutto
il mondo, dagli Stati Uniti (uno dei quattro Paesi al mondo che negli ultimi
trent’anni è tornato indietro sul diritto di interrompere la gravidanza)
all’America Latina, dove grazie al movimento della Marea Verde molti Paesi sono
riusciti a depenalizzare la procedura. Secondo il Center for Reproductive
Rights, il 40% delle donne in età riproduttiva vive però ancora in un Paese in
cui l’aborto è illegale. Proprio alla luce dei recenti cambiamenti sul tema,
l’Europa si è attivata per proteggere i diritti delle sue cittadine: molti Paesi
(ma non l’Italia) hanno ampliato i termini per interrompere la gravidanza,
mentre il Regno Unito ha eliminato ogni forma di criminalizzazione delle donne
che abortiscono. A dicembre il Parlamento Europeo ha poi approvato con una larga
maggioranza l’iniziativa dei cittadini europei My Voice, My Choice, che
istituirà un fondo comune europeo per assistere le donne che vivono in Paesi in
cui l’aborto è ostacolato. Sempre a livello legislativo bisogna segnalare due
vittorie: il consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, attraverso due
sentenze, ha stabilito che negare cure abortive è una violazione dei diritti
umani. La posizione dell’Onu è stata ribadita anche in una risoluzione approvata
lo scorso ottobre sulla prevenzione della mortalità materna.
The post Il 2025 delle donne, tra contraccolpi (tanti) e conquiste (poche)
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Una stanchezza che non passa dormendo. Né che si risolve con un weekend libero o
qualche ora di ferie. Quella che attraversa la vita delle donne è una stanchezza
strutturale, cronica, che ridisegna i confini della quotidianità: i dati
dell’ultimo report della School of Gender Economics, “Determinanti strutturali e
meccanismi di riproduzione delle disuguaglianze di genere”, diretto da Azzurra
Rinaldi, fotografano con precisione questa fatica diffusa. E raccontano una
realtà che non riguarda solo il benessere individuale, ma il funzionamento
stesso della nostra società
La stanchezza femminile non è una sensazione passeggera, né un problema
individuale di cattiva organizzazione. È un dato strutturale. Lo certifica il
report “Determinanti strutturali e meccanismi di riproduzione delle
disuguaglianze di genere”, realizzato dalla School of Gender Economics
dell’Università Unitelma Sapienza e diretto da Azzurra Rinaldi, con la
collaborazione di Claudia Pitteo e il supporto del ricercatore Dawid Dawidowicz.
IL TEMPO NON È UNA VARIABILE NEUTRA
Nel lavoro della School of Gender Economics il tempo smette di essere una
variabile neutra. Diventa un indicatore capace di misurare la profondità delle
disuguaglianze di genere. La ricerca, condotta su un campione di 2.456 donne,
mostra come la scarsità di tempo condizioni l’accesso al lavoro, alla
formazione, alla salute e, più in generale, alla possibilità di
autodeterminazione.
> Quando il tempo manca, le opportunità si restringono. E questo ha un costo non
> solo individuale, ma collettivo
I numeri non parlano di scelte individuali, né di una presunta incapacità di
organizzarsi. Parlano di un sistema che continua a scaricare sulle donne la
gestione del tempo, della cura, dell’energia emotiva. La stanchezza femminile,
ci dice il report, non è una questione privata: è un indicatore economico e
sociale.
STANCHEZZA CRONICA, NON INDIVIDUALE
La stanchezza che emerge dal report non è legata a momenti specifici della vita,
ma attraversa le diverse fasce d’età.
> Tra le più giovani, nella fascia 25-35 anni, oltre otto donne su dieci
> dichiarano una stanchezza costante, che incide sulla concentrazione, sulla
> capacità decisionale e sulla progettualità
Non si tratta di un disagio temporaneo, ma di una condizione che si sedimenta e
accompagna le donne negli anni centrali della vita lavorativa e familiare.
IL TEMPO SOTTRATTO ALLA SALUTE
Uno degli effetti più evidenti della scarsità di tempo riguarda la salute. Quasi
il 45% delle donne intervistate afferma di non riuscire a prendersi cura del
proprio benessere fisico per mancanza di tempo.
> Ancora più rilevanti sono i dati sul piano psicologico: circa il 70 % segnala
> livelli elevati di stress e difficoltà di recupero delle energie
La rinuncia alla salute non è una scelta, ma una conseguenza diretta di
un’organizzazione sociale che continua a scaricare sulle donne il peso della
cura.
IL LAVORO DI CURA CHE NON SCOMPARE
A incidere in modo decisivo sulla disponibilità di tempo è il lavoro di cura non
retribuito. Il 53 % delle donne dichiara di occuparsi completamente da sola
della gestione domestica e familiare. Solo una minoranza può contare su una
reale condivisione con il partner. Anche quando le donne lavorano, il carico
invisibile dell’organizzazione quotidiana continua a gravare su di loro,
producendo una sovrapposizione costante di ruoli che riduce il tempo disponibile
per sé.
LAVORO E FLESSIBILITÀ: UN ACCESSO DISEGUALE
Sul fronte lavorativo, il report evidenzia un accesso fortemente diseguale agli
strumenti di flessibilità. Tra le donne tra i 26 e i 35 anni, il 70 % non ha la
possibilità di usufruire dello smart working. Una percentuale che diminuisce
solo con l’avanzare dell’età, quando però il carico familiare tende ad
aumentare.
> La mancanza di flessibilità penalizza soprattutto le più giovani, rendendo più
> difficile investire sulla formazione e sulla crescita professionale
UN DIVARIO CHE SI TRASMETTE
La scarsità di tempo non è solo una fotografia del presente, ma un meccanismo
che contribuisce alla riproduzione delle disuguaglianze. Crescere in contesti in
cui il tempo delle donne è sistematicamente sacrificato normalizza una
distribuzione asimmetrica delle responsabilità. Il rischio è che la mancanza di
tempo diventi un modello interiorizzato, difficile da scardinare anche nelle
generazioni successive.
UN’ORA CHE MISURA L’AUTONOMIA
Il dato più simbolico resta quello sull’assenza di un’ora quotidiana per sé.
> Per l’81 % delle donne tra i 36 e i 45 anni, quello spazio minimo non esiste.
> Eppure è proprio da quell’ora che passa la possibilità di prendersi cura di
> sé, formarsi, immaginare alternative
Come sottolinea il report, quando le donne possono investire sul proprio tempo e
sulla propria salute, sono più presenti nella vita economica, prendono decisioni
più informate e contribuiscono alla costruzione di un modello di sviluppo più
equo e sostenibile. Al contrario, quando una donna non ha tempo, perde margini
di autonomia. Non solo perché rinuncia al riposo o al piacere, ma perché
rinuncia – spesso senza accorgersene – alla formazione, alla salute, alla
possibilità di progettare.
> La scarsità di tempo diventa così una delle principali leve attraverso cui le
> disuguaglianze di genere si riproducono.
Restituire tempo alle donne non è una questione privata. È una scelta economica
e politica. Virginia Woolf scriveva che per creare servono una stanza tutta per
sé e un reddito. A distanza di quasi un secolo, quella stanza resta ancora un
privilegio per molte: a mancare è il tempo. Mentale, fisico, continuo.
The post Una stanza e un’ora tutta per sé: ancora un miraggio per le donne
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Non ci sarebbe Natale senza il lavoro delle donne, che puliscono, cucinano,
comprano regali e li incartano per tutti. Ma questo impegno viene riconosciuto
raramente
Nel 1951 il famoso antropologo francese Claude Lévi-Strauss rimase colpito da un
articolo di giornale in cui si raccontava che a Digione, il giorno della vigilia
di Natale, Babbo Natale era stato impiccato e bruciato nella cattedrale della
città, di fronte a un pubblico di bambini. La Francia, uscita da poco dalla
guerra, stava come tanti altri Paesi europei importando le tradizioni americane,
che la Chiesa vedeva però come una forma di paganizzazione.
Partendo da questa storia, nel suo saggio Babbo Natale giustiziato, Lévi-Strauss
giunge alla conclusione che, a differenza di riti precedenti (ma ancora
diffusi), in cui ci si doveva ingraziare il favore dei morti, la moderna
celebrazione del Natale è un attaccamento alla vita, che consiste nei sacrifici
che facciamo per rendere questa festività bella per i bambini, ad esempio
mantenendo viva l’illusione che Babbo Natale esiste.
IL NATALE È DONNA
Quello che Lévi-Strauss non dice, però, è che gran parte di questi sacrifici
sono compiuti dalle donne. “Il Natale è largamente femminilizzato”, scrivono le
ricercatrici Sheena Vachhani e Alison Pullen. “La gran parte del lavoro che
associamo al Natale è svolto dalle donne e non si crede vada retribuito”. Le
donne preparano da mangiare, decorano la casa, si occupano dei bambini,
organizzano le feste, vanno a comprare i regali per tutti e li impacchettano.
> Anche se il nostro immaginario natalizio è dominato da un anziano signore con
> la barba, la magia del Natale è quasi sempre da attribuire al lavoro non
> pagato e non riconosciuto di tutte le donne, non solo delle madri
Se c’è da organizzare un Secret Santa con i colleghi, sarà molto probabile che a
occuparsene sia una donna. Se c’è da scegliere un regalo per i genitori, è più
facile che a farlo sia la figlia femmina e non il figlio maschio.
IL NATALE COME SPECCHIO DELLA SOCIETÀ
Secondo Vachhani e Pullen, ciò è dovuto al fatto che Natale è un rito e, come
tutti i riti, la sua funzione è quella di mettere in scena in maniera più
intensa ciò che normalmente accade nella società. A livello globale, le donne
svolgono più del doppio del lavoro di cura svolto dagli uomini, per un totale di
16 miliardi di ore al giorno che, se venissero pagate, varrebbero più del 40%
del PIL di molte nazioni. Queste stime includono l’educazione dei figli, il
lavoro domestico, l’assistenza ad anziani e disabili, mentre è difficile
quantificare il cosiddetto “lavoro emotivo”, che riguarda invece tutte quelle
forme di impegno mentale e affettivo che ci si aspetta che le donne rivolgano
agli altri.
> Essere disponibili, sorridere, consolare, risolvere i conflitti; ma anche
> pianificare e organizzare la vita familiare per renderla più piacevole per
> tutti, ma non per forza anche per loro
Le festività natalizie riproducono all’ennesima potenza questi meccanismi, con
la differenza che nel rito del Natale la femminilità ha un ruolo di
protagonismo. Se da un lato questo consente alle donne di usare i giorni di
festa come un’occasione di creatività ed espressione – ad esempio cucinando
qualcosa che non preparano normalmente o costruendo decorazioni – dall’altro
carica queste giornate di maggiori aspettative e preoccupazioni. E infatti
diversi studi mostrano come il Natale, che già di per sé è un periodo dell’anno
complesso da gestire dal punto di vista emotivo, rappresenta una maggiore fonte
di stress per le donne che gli uomini.
IL LAVORO INVISIBILE DELLE DONNE
L’importanza della dimensione domestica è sottolineata anche dall’iconografia
natalizia. Mrs. Claus, uno dei pochi personaggi femminili natalizi nonché moglie
di Babbo Natale, che comparve per la prima volta in una novella del 1849
intitolata A Christmas Legend, è spesso ritratta a casa, in attesa che il marito
torni dal suo giro di consegna dei doni. Non è un caso se una delle sue prime
descrizioni complete apparve sulla celebre rivista per casalinghe Good
Housekeeping, dove viene ritratta mentre trasporta cestini pieni di pane.
L’autore, probabilmente senza farlo apposta, definisce il suo contegno
“appassionato ma nervoso”. Evidentemente anche Mrs. Claus fa parte di quel 51%
di donne che definiscono “stressante” il Natale (contro il 35% degli uomini).
Mrs. Claus è però una figura marginale dell’iconografia delle feste, surclassata
dalle renne (di cui conosciamo il nome, a differenza sua), elfi, pupazzi di neve
e ultimamente anche dal Grinch, un odiatore del Natale.
> La marginalità della signora Claus riflette la caratteristica principale del
> lavoro che le donne svolgono durante il Natale, ovvero la sua invisibilità
Forse ancor più del segreto dell’inesistenza di Babbo Natale, che per
Lévi-Strauss costituisce il senso profondo e il motivo per cui si continua a
celebrare questa festa nell’età moderna, il segreto del lavoro delle donne viene
custodito ancor più gelosamente. Ogni Natale, la famiglia riunita si siede in
una casa pulita e addobbata da loro, mangia cibo cucinato da loro, scarta
pacchetti realizzati da loro che contengono regali scelti e acquistati da loro.
E ogni Natale sarà soprattutto compito della donna far sì che il segreto venga
custodito per un altro anno, così che Babbo Natale non rischi di essere
giustiziato.
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Formazione continua, intelligenza artificiale come alleato e purpose autentico:
secondo l’analisi di 24ORE Business School, il futuro del lavoro passa da un
cambio di paradigma nelle strategie HR. Non più solo trattenere i talenti, ma
prevenirne il disingaggio, investendo su competenze, senso e responsabilità
condivisa
Il mercato del lavoro italiano si avvicina al 2026 con una tensione strutturale
sempre più evidente. Da un lato il talent shortage, ovvero la difficoltà delle
aziende a reperire profili qualificati; dall’altro un alto tasso di inattività e
un profondo disallineamento tra competenze disponibili e ruoli richiesti.
A fotografare questo scenario è un’analisi di 24ORE Business School, digital
business school del Gruppo Digit’Ed, che individua tre grandi trend destinati a
ridefinire le priorità delle direzioni HR e il modo stesso di intendere il
lavoro.
DALLA RETENTION ALLA PREVENTION: LA FORMAZIONE COME LEVA STRUTTURALE
Il primo cambio di passo riguarda il superamento della logica della retention,
centrata sul trattenere i talenti, a favore di una strategia di prevention:
prevenire il disingaggio, l’obsolescenza delle competenze e l’uscita delle
persone prima che si trasformino in criticità.
In questo contesto, la formazione continua smette di essere un benefit
accessorio e diventa una leva strategica. “Secondo l’Inapp, l’Istituto Nazionale
per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, in Italia circa un lavoratore su cinque
(21%) è under-qualified, mentre i dati Istat mostrano che solo il 66% della
popolazione è potenzialmente impiegabile: una persona su tre è inattiva”, spiega
Christian Guerrini, coordinatore scientifico dei Master HR di 24ORE Business
School e Senior HR Director di JAKALA. “Questo quadro alimenta il talent
shortage, ovvero la carenza di professionisti in settori chiave, che finisce per
rallentare la crescita del Paese. Per questo la formazione non può più essere
solo responsabilità e iniziativa individuale: deve diventare una leva
strutturale di impresa, capace di rafforzare engagement, senso di appartenenza e
sostenibilità organizzativa nel lungo periodo”.
Christian Guerrini
La risposta dunque, secondo Guerrini, non può più essere affidata alla sola
iniziativa individuale: le aziende sono chiamate ad assumere un ruolo attivo,
investendo in upskilling e reskilling come strumenti di sostenibilità
organizzativa e responsabilità sociale. Formare significa oggi rafforzare
engagement, senso di appartenenza e inclusione.
INTELLIGENZA ARTIFICIALE: DA MINACCIA A OPPORTUNITÀ DIFFUSA
Il secondo trend riguarda l’impatto dell’intelligenza artificiale, sempre più
pervasiva nei contesti lavorativi. Se da un lato l’AI solleva interrogativi
legati alla trasformazione dei ruoli, dall’altro apre a una grande opportunità:
la sua democratizzazione.
“L’intelligenza artificiale restituisce tempo e valore alla professione”,
sottolinea Guerrini. “Libera dalle attività ripetitive e consente di
concentrarsi su ciò che rende umano il lavoro: relazioni, cura, attenzione,
pensiero critico”.
In questa visione, l’AI non sostituisce il lavoro umano, ma ne ridefinisce il
contributo, valorizzando competenze trasversali e capacità distintive. Il futuro
non è una sfida tra uomo e macchina, ma una collaborazione intelligente.
DAL LAVORO COME ESPERIENZA AL LAVORO COME SENSO
Il terzo trend intercetta un cambiamento culturale profondo, amplificato dal
fenomeno del quiet quitting: il lavoro non può più essere vissuto come un
semplice scambio prestazione–retribuzione.
Le organizzazioni sono chiamate a spiegare perché esistono, quale impatto
generano e quale contributo offrono alla società. Nel 2026, le direzioni HR
evolveranno sempre più verso il ruolo di architetti di sistemi orientati alla
human experience, andando oltre la tradizionale employee experience.
Purpose autentico, coerenza valoriale e narrazione credibile diventano elementi
chiave per attrarre e attivare le persone, soprattutto le nuove generazioni.
Performance management partecipativo, pratiche di speak up e un uso consapevole
della tecnologia permettono di costruire percorsi più personalizzati e
inclusivi, anche nelle grandi organizzazioni.
INTELLIGENZA ARTIFICIALE E INTELLIGENZA ARTIGIANALE
Il messaggio che emerge è chiaro: il futuro del lavoro si giocherà
sull’equilibrio tra intelligenza artificiale e intelligenza artigianale, fatta
di competenze, relazioni e responsabilità condivisa.
Un equilibrio delicato ma decisivo, che determinerà la capacità delle imprese
non solo di restare competitive, ma di crescere in modo sostenibile e generativo
nel lungo periodo.
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lavoro nel 2026 appeared first on The Wom.
Entro giugno 2026, l’Italia dovrà recepire la direttiva europea sulla
trasparenza salariale, pensata per ridurre il divario retributivo tra uomini e
donne. Ma il Paese è in ritardo rispetto agli altri Stati membri e il gender pay
gap resta tra i più alti d’Europa. In occasione della Giornata europea della
parità salariale, lo scorso 17 novembre, ecco un’analisi dello stato dell’arte e
delle opportunità – ancora poco esplorate – che la pay transparency può offrire
a imprese e lavoratrici
Dal 17 novembre e fino al 31 dicembre, simbolicamente, le donne europee smettono
di essere pagate. È l’effetto concreto del gender pay gap, che nell’Unione
europea si attesta in media al 12%, ma che in Italia arriva al 16% nel settore
privato. Un dato che torna puntualmente al centro dell’attenzione in occasione
della Giornata europea della parità salariale, ma che racconta una
disuguaglianza strutturale, tutt’altro che episodica. E che rende necessarie
delle politiche sulla trasparenza salariale.
Nonostante un lento miglioramento negli ultimi anni, il divario retributivo
continua a penalizzare le donne lungo tutto l’arco della vita lavorativa, con
conseguenze dirette su autonomia economica, pensioni e possibilità di carriera.
LA DIRETTIVA UE SULLA TRASPARENZA SALARIALE
Per affrontare questa disuguaglianza, nel maggio 2023 l’Unione europea ha
approvato la direttiva sulla Pay Transparency, che dovrà essere recepita dagli
Stati membri entro il 7 giugno 2026. L’obiettivo è chiaro: garantire la parità
di retribuzione per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore.
La norma introduce obblighi precisi: durante le selezioni, le aziende dovranno
indicare il livello retributivo o una fascia salariale e non potranno chiedere
informazioni sugli stipendi precedenti. Una volta assunti, lavoratrici e
lavoratori avranno diritto a conoscere i livelli salariali medi, aggregati per
genere e categoria, mentre le imprese saranno chiamate a monitorare e
rendicontare i propri divari retributivi.
TRASPARENZA NON SIGNIFICA VIOLARE LA PRIVACY
Un punto spesso frainteso riguarda la riservatezza: la direttiva non autorizza
in alcun modo la diffusione delle retribuzioni individuali. I dati dovranno
essere condivisi in forma aggregata, nel rispetto delle normative sulla privacy.
L’obiettivo non è esporre i singoli, ma rendere visibili le disuguaglianze
sistemiche.
In caso di violazioni, sono previste sanzioni economiche proporzionate al
fatturato e, nei casi più gravi, l’esclusione dagli appalti pubblici. Le
lavoratrici e i lavoratori potranno inoltre richiedere il risarcimento degli
arretrati.
ITALIA FANALINO DI CODA IN EUROPA
A pochi mesi dalla scadenza, il quadro europeo è disomogeneo. Paesi come Svezia,
Belgio, Paesi Bassi e Irlanda hanno già presentato leggi o proposte legislative
che recepiscono – e in alcuni casi superano – gli standard minimi fissati da
Bruxelles. L’Italia, invece, resta indietro.
Dopo la legge approvata nel febbraio 2024 che delega il governo al recepimento
della direttiva, non risultano ancora provvedimenti concreti avviati. Un ritardo
che rischia di tradursi in un’ennesima occasione mancata sul fronte della parità
di genere.
PERCHÉ LE AZIENDE DOVREBBERO MUOVERSI SUBITO
In attesa delle norme nazionali, molte imprese scelgono di non intervenire.
Secondo Sabrina Testori, Pay Equity and Transparency Advisor di Winning Women
Institute – società benefit che promuove la parità di genere nel mondo del
lavoro e collabora con istituzioni e imprese – è un errore strategico. “I
princìpi della direttiva sono già chiari. Le aziende possono e dovrebbero
iniziare subito dall’analisi dei divari retributivi, dalla revisione delle
politiche di selezione e dalla comunicazione interna”.
La trasparenza salariale, infatti, non è solo un obbligo normativo, ma un
cambiamento culturale che può tradursi in benefici concreti: migliori
performance, minore turnover, maggiore attrattività per talenti e investitori,
reputazione più solida.
IL PESO DEL PART-TIME E DELLE CARRIERE DISCONTINUE
In Italia il problema del gender pay gap si amplifica se si guarda oltre la
retribuzione oraria. Il ricorso al part-time – che riguarda oltre il 64% delle
donne – e le carriere più frammentate fanno salire il divario medio fino al 20%,
con punte superiori al 35% in alcuni settori tecnico-scientifici.
Dati che mostrano come la disuguaglianza salariale sia intrecciata a modelli
organizzativi, carichi di cura e stereotipi di genere ancora profondamente
radicati.
PARITÀ SALARIALE COME LEVA DI SVILUPPO
Ridurre il gender pay gap non è solo una questione di giustizia sociale. Secondo
la Commissione europea, ogni punto percentuale in meno di divario retributivo
può generare un aumento dello 0,1% del Pil. “La parità di genere è una leva
strategica per crescita, innovazione e competitività”, sottolinea Paola Corna
Pellegrini, presidente di Winning Women Institute.
Il conto alla rovescia è iniziato. La domanda, oggi, non è più se intervenire,
ma quanto rapidamente l’Italia saprà colmare il divario che la separa dal resto
d’Europa.
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farà bene a tutti appeared first on The Wom.