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Indebitamento, guerre e aziende contadine
Fragilità strutturale e nuove pressioni geopolitiche (Antonio Onorati, Rivista Contadina, Numero 9) L’officina contadina si distingue per alcuni elementi: vi regna il caos basato su una precisa confusione tra vecchi attrezzi in riparazione, chiavi, trapani, compressori e altro che sai trovare quando ti serve e un piccolo locale dove prima di cominciare la giornata si […] L'articolo Indebitamento, guerre e aziende contadine proviene da Rivista Contadina.
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Numero 9
Storie spaziali per Maschi del futuro: se la decostruzione degli stereotipi di genere parte a scuola
Decostruire gli stereotipi di genere nella scuola primaria, perché i pregiudizi non nascono con i bambini: si assorbono dalle storie che ascoltano, dai modelli che osservano, dalle aspettative che gli adulti proiettano su di loro fin dai primi anni di vita. Da questa consapevolezza nasce il progetto “Storie Spaziali per Maschi del Futuro – Scuola Edition”: ecco cosa prevede Il primo progetto italiano su larga scala dedicato alla decostruzione degli stereotipi di genere nella scuola primaria: presentato lo scorso 20 gennaio, alla Camera dei deputati, “Storie Spaziali per Maschi del Futuro – Scuola Edition” è un percorso educativo che porta nelle scuole primarie italiane strumenti concreti per lavorare su equità, rispetto ed educazione emotiva fin dall’infanzia, includendo anche il punto di vista degli stereotipi che danneggiano non solo le bambine, ma anche i bambini maschi. In testa al progetto c’è Fondazione Libellula, insieme a Francesca Cavallo – autrice di riferimento internazionale sui temi dell’educazione e degli immaginari per l’infanzia – e al partner ScuolAttiva Onlus, da anni si impegnato in percorsi educativi e sociali nelle scuole. «La violenza di genere non nasce all’improvviso: si costruisce nel tempo, spesso a partire da stereotipi e modelli relazionali appresi molto presto. La scuola primaria è il luogo in cui si formano le prime idee su sé stessi, sugli altri, sulle emozioni e sulle relazioni» afferma Francesca Panigutto, Head of Communications & Fundraising di Fondazione Libellula. Da qui l’esigenza di creare un progetto culturale, di lungo periodo, che agisca sull’educazione e sugli immaginari per intervenire prima che i ruoli di genere si irrigidiscano e gli stereotipi diventino regole non scritte. STORIE SPAZIALI PER MASCHI DEL FUTURO: UN PROTOCOLLO PIONIERISTICO DI PREVENZIONE DELLA VIOLENZA DI GENERE “Storie Spaziali per Maschi del Futuro”, scritto e pubblicato nel 2024 da Francesca Cavallo, è una raccolta di fiabe che, per la prima volta a livello internazionale, affronta gli stereotipi di genere che danneggiano non solo le bambine, ma anche i bambini maschi, mettendo in discussione modelli tradizionali di maschilità legati all’ideale del principe azzurro e del supereroe. > Attraverso la narrazione, il libro apre spazi nuovi per immaginare un maschile > capace di fragilità, ascolto ed empatia, offrendo a bambine e bambini modelli > più liberi e inclusivi Da questo lavoro narrativo nasce il progetto didattico “Storie Spaziali per Maschi del Futuro – Scuola Edition”, con l’obiettivo di offrire all’Italia un protocollo pionieristico di prevenzione della violenza di genere, sviluppato nelle scuole primarie e replicabile su larga scala. «Per anni, dopo ‘Storie della buonanotte per bambine ribelli’, mi sentivo chiedere: “E per i maschi?”. Era una domanda che trovavo irritante, e ci ho messo qualche anno a capire che segnalava un bisogno enorme» spiega Francesca Cavallo, che sottolinea: «Lavorare sul maschile significa liberarlo da modelli che fanno male anche ai bambini. Con questo progetto chiediamo ai maschi di essere pionieri: non di aderire a un modello, ma di immaginarne uno nuovo, che non abbia paura della gentilezza, della vulnerabilità e dell’ascolto. Vogliamo offrire a genitori, famiglie, educatori ed educatrici di tutta Italia una visione diversa, per vivere il viaggio verso la parità di genere non come una lotta delle donne contro gli uomini, ma come un viaggio di liberazione reciproca». COSA PREVEDE IL PROGETTO EDUCATIVO NAZIONALE PER LA SCUOLA PUBBLICA Per agire in modo trasversale, Il progetto si avvale di diversi strumenti: * un kit educativo completo per docenti, alunni e comunità educante, a partire da 6 storie tratte da Storie Spaziali per Maschi del Futuro, selezionate e corredate da una parte educativa, con esercizi, giochi, spunti di riflessione per un uso didattico; * un corso di formazione accreditato sulla piattaforma S.O.F.I.A., dedicato al corpo docente; * eventi e laboratori con Francesca Cavallo e pedagogiste di Fondazione Libellula. La fase pilota dell’iniziativa coinvolgerà 250 classi delle scuole primarie entro il 2026 in tutta Italia, con particolare attenzione alle aree più periferiche e vulnerabili. > Un intervento che raggiungerà 12.500 bambine e bambini, 5.000 docenti e oltre > 50.000 persone appartenenti alla comunità educante, con l’obiettivo di > generare un impatto culturale capillare e duraturo PERCHÉ PARTIRE DALLE SCUOLE La scuola pubblica, presidio fondamentale del tessuto sociale italiano, diventa il luogo da cui partire per costruire un cambiamento culturale profondo e condiviso. «Crediamo che la scuola rappresenti il primo e più importante spazio di costruzione delle relazioni umane – afferma Daniela Pontecorvo, Head of Communication & Social Impact, ScuolAttiva Onlus – Per questo deve diventare sempre di più un ambiente educativo capace di accompagnare i più piccoli nella scoperta di sé e nella costruzione di relazioni consapevoli». Un obiettivo comune, da raggiungere in sinergia: «Siamo felici di poter affiancare Fondazione Libellula e Francesca Cavallo in questo ambizioso progetto – aggiunge Pontecorvo – Da anni ScuolAttiva ONLUS è impegnata nel promuovere, nelle scuole di ogni ordine e grado, l’educazione all’affettività, tema oggi più che mai attuale». GLI SVILUPPI DEL PROGETTO NEL 2026 La presentazione del progetto in Parlamento – a cui hanno partecipato Stefania Ascari, deputata che ha sostenuto l’iniziativa favorendo il dialogo tra le istituzioni; il senatore Filippo Sensi e la deputata Francesca Ghirra – segna l’avvio ufficiale di un percorso che accompagnerà il progetto per tutto il 2026. Dopo il lancio istituzionale, “Storie Spaziali per Maschi del Futuro – Scuola Edition” entrerà concretamente nelle scuole e nei territori attraverso un roadshow nazionale previsto per il mese di aprile, con tre tappe rappresentative: Milano, Roma e Lecce. In ciascuna città, Francesca Cavallo incontrerà bambine e bambini, corpo docenti, famiglie e comunità educante, portando le fiabe al centro del dialogo educativo e accompagnando i e le partecipanti in un percorso di riflessione condivisa sugli stereotipi di genere e sull’importanza di intervenire fin dall’infanzia. Parallelamente, le scuole coinvolte nella fase pilota del 2026 prenderanno parte a un’analisi di impatto, realizzata in collaborazione con una prestigiosa università italiana, con l’obiettivo di raccogliere e analizzare il punto di vista degli insegnanti. Lo studio osserverà il vissuto del corpo docente prima dell’avvio del progetto e dopo la sua implementazione, per individuare cambiamenti ed evidenze concrete sull’approccio educativo. I risultati confluiranno in un paper di ricerca, pensato per contribuire alla valutazione scientifica del progetto e supportarne la futura replicabilità. «Portiamo nelle scuole il primo grande progetto italiano dedicato alla decontrazione degli stereotipi di genere nella scuola primaria – conclude Panigutto di Fondazione Libellula – Lavoriamo su rispetto, consenso, ascolto ed empatia, usando il linguaggio più vicino ai bambini e alle bambine: quello delle storie. Educare fin dall’infanzia significa investire nel lungo periodo e costruire le basi per relazioni più sane, libere e consapevoli». The post Storie spaziali per Maschi del futuro: se la decostruzione degli stereotipi di genere parte a scuola appeared first on The Wom.
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stereotipi di genere
A saperlo prima: le lettere che avremmo voluto ricevere da adolescenti
Parlare di sesso, amore e identità non è mai stato semplice, soprattutto durante l’adolescenza. A saperlo prima, uscito per Rizzoli illustrati, è un’antologia che rompe il silenzio generazionale attraverso lettere intime e autentiche, in cui persone adulte si rivolgono al proprio io adolescente. Curato da Francesca Mudanò e Norma Rossetti, il libro intreccia educazione emotiva e sessuale, memoria e narrazione, aprendo uno spazio di dialogo necessario su ciò che nessuno ci ha mai insegnato Ti ricordi quando eri adolescente? Quali domande ti abitavano il corpo, quali paure, quali desideri non trovavano linguaggio? A saperlo prima nasce proprio da qui: da tutto quello che avremmo voluto sapere – o sentirci dire – prima. Prima di fare errori, prima di soffrire, semplicemente prima. Il libro raccoglie una serie di lettere scritte da persone adulte che si rivolgono alla propria versione adolescente, in un gesto di cura retroattiva e di riconciliazione con il passato. > Ne emerge un racconto corale fatto di prime volte, identità in costruzione, > errori, scoperte, imbarazzi, ma anche ironia e tenerezza Ogni lettera diventa uno spazio sicuro in cui il non detto trova finalmente voce. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Mondadori Electa (@mondadorielecta) A SAPERLO PRIMA, UN DIARIO COLLETTIVO TRA EDUCAZIONE E NARRAZIONE Più che un semplice libro, A saperlo prima è un “diario a cuore aperto” che unisce divulgazione sessuale ed emotiva e scrittura autobiografica. Le lettere parlano di sesso, amore, consenso, desiderio, corpo e relazioni senza moralismi, con uno sguardo inclusivo e intersezionale. Il valore dell’antologia sta proprio nella sua capacità di attraversare i tabù intergenerazionali, offrendo strumenti di comprensione piuttosto che risposte preconfezionate. È un invito ad ascoltare – e ad ascoltarsi – e a costruire un nuovo vocabolario affettivo, più libero e consapevole. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Norma Rossetti Imprenditrice del cambiamento > (@norma.rossetti) NORMA ROSSETTI: LIBERARE IL PIACERE COME ATTO CULTURALE Tra le curatrici del progetto c’è Norma Rossetti, imprenditrice, fotografa e attivista che ha profondamente influenzato il modo in cui in Italia si parla di sessualità. Nel 2014 ha fondato MySecretCase, la più grande community italiana dedicata alla liberazione sessuale, basata su educazione, inclusività e accesso consapevole al piacere. Prima a proporre un modello di impresa ibrida tra attivismo culturale e business, Rossetti ha contribuito a trasformare i sex toys da oggetti tabù a strumenti di empowerment. Riconosciuta da Fortune come Business Person of the Year e inserita da Forbes tra le Donne Vincenti, ha portato il tema dell’educazione affettiva e sessuale al centro del dibattito pubblico, anche attraverso progetti inclusivi come Disabile DesiderAbile. Parallelamente, utilizza la fotografia sociale come strumento politico e narrativo, esplorando corpo, identità e rappresentazione. FRANCESCA MUDANÒ: CAMBIARE L’IMMAGINARIO, UNA CAMPAGNA ALLA VOLTA Accanto a lei, Francesca Mudanò, copywriter e Direttrice Creativa femminista, fondatrice di Cookies Agency, agenzia indipendente che lavora per sfidare lo status quo attraverso la comunicazione. Dopo una formazione in Media Arts a Londra e esperienze tra Los Angeles e Milano, Mudanò ha costruito una carriera che intreccia creatività e responsabilità sociale. Ha lavorato per brand e organizzazioni come eBay, PayPal, easyJet, Unicef, Banca Etica e MySecretCase, ed è docente di pubblicità e creatività in NABA. È anche mentor per startup guidate da donne e speaker in eventi dedicati alla comunicazione etica. Per MySecretCase ha firmato Scoprire Scopare. Manuale per sesso da manuale (Sonzogno), confermando il suo impegno nel ripensare il linguaggio con cui raccontiamo sesso e relazioni. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Francesca Mudanó (@francescamudano) UN DIALOGO NECESSARIO TRA GENERAZIONI A saperlo prima non parla solo agli adolescenti, ma anche agli adulti che sono stati adolescenti — e che forse portano ancora addosso quelle domande senza risposta. È un libro che invita a guardarsi indietro senza giudizio, per costruire un presente più consapevole e un futuro in cui educazione sessuale ed emotiva non siano più un’eccezione, ma una pratica condivisa. Perché, a volte, le parole giuste arrivano tardi. Ma arrivano. E possono ancora fare la differenza. The post A saperlo prima: le lettere che avremmo voluto ricevere da adolescenti appeared first on The Wom.
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educazione sessuale
Il dietrofront sul reato di violenza sessuale: si passa dal “consenso” al “dissenso”
La Commissione Giustizia del Senato ha approvato le modifiche proposte da Giulia Bongiorno sul reato di violenza sessuale: dall’introduzione del criterio del consenso si passa al suo contrario, il dissenso. Un voltafaccia che rischia di peggiorare la legge anziché migliorarla Dopo l’annuncio dello scorso novembre a pochi giorni dalla Giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne, c’è stato un clamoroso dietrofront da parte del governo sul disegno di legge per introdurre il criterio del consenso nei casi di violenza sessuale: dal consenso “libero e attuale” si è passati a quello “riconoscibile” per approdare infine alla “volontà contraria”, cioè l’esatto opposto. > Un voltafaccia pericoloso, che rischia di peggiorare la legge anziché > migliorarla e rendere i processi più difficili per le vittime Nonostante le critiche e le proteste delle opposizioni e dei movimenti femministi, martedì scorso la commissione giustizia del senato ha infatti approvato le modifiche al testo proposte da Giulia Bongiorno. DAL CONSENSO AL DISSENSO Il 12 novembre la Camera aveva approvato all’unanimità un emendamento al disegno di legge per modificare il reato di violenza sessuale proposto da Laura Boldrini, che avrebbe introdotto il criterio del consenso. La legge attuale definisce lo stupro come la costrizione a compiere atti sessuali mediante “violenza o minaccia o mediante abuso di autorità”, oppure quando si abusa “delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa”. Da molti anni però la giurisprudenza riconosce che questi criteri rischiano di escludere tutti quei casi in cui la vittima non reagisce o non si difende, o casi in cui l’intimidazione non è così esplicita, come avviene ad esempio tra persone sposate o che hanno una relazione. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da thePeriod (@theperiodoff) Di fatto, anche se non è menzionato nel codice penale, il criterio del consenso viene già ampiamente adottato nei processi. È violenza se la vittima non ha dato il proprio consenso all’atto sessuale, non se ha urlato, si è difesa o se ha opposto resistenza. La proposta di modificare il reato serviva proprio a colmare la discrepanza tra la legge e la sua applicazione nei tribunali, che senza un riferimento giuridico chiaro era lasciata in mano all’interpretazione dei giudici. Inoltre, negli ultimi cinque anni ben tredici Paesi europei hanno introdotto il criterio del consenso. L’ultimo è la Francia, che ha deciso di cambiare la legge dopo il caso di Gisele Pelicot, la donna che per vent’anni è stata fatta stuprare mentre era incosciente dal marito che reclutava gli aggressori su Internet. UN DIETROFRONT INACCETTABILE Nonostante l’accordo tra Meloni e Schlein, la proposta di modificare la legge sulla violenza sessuale è stata subito criticata da Matteo Salvini e da altri esponenti della Lega, che sostenevano che l’introduzione del criterio del consenso, a detta loro scarsamente verificabile, avrebbe dato adito a false accuse di stupro. In realtà questo fenomeno non è diffuso come si pensa, anche se è abbastanza difficile da quantificare. Studi comparativi tra vari Paesi riferiscono tra il 2 e il 10% del totale delle denunce, ma bisogna considerare che questi numeri non riguardano solo casi di cui è stata accertata la falsità, ma anche denunce archiviate per insufficienza di prove o che non sono mai arrivate a processo. A ciò va aggiunto il fatto che solo il 10-12% delle violenze sessuali viene denunciato. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza > (@direcontrolaviolenza) UNA LEGGE PEGGIORATIVA La legge attuale non è affatto perfetta, ma l’introduzione del riferimento alla “volontà contraria” della persona offesa rischia di caricare ancora di più su di lei il compito di dimostrare in sede processuale di essersi opposta all’atto sessuale. Che si sia arrivati a un testo che va nella direzione completamente opposta di quella approvata all’unanimità dalla Camera, dopo l’annuncio in pompa magna di un accordo straordinario tra tutte le parti politiche, fa pensare che non è affatto nell’interesse della destra impegnarsi a combattere la violenza sulle donne, come ripetuto più e più volte. > Piuttosto che approdare a una legge peggiore di quella attuale, sarebbe più > saggio lasciar perdere, come chiesto dalle opposizioni e dai movimenti > femministi C’è ancora tempo: se il Senato approverà il nuovo testo, sarà necessario un nuovo passaggio alla Camera prima che la legge entri in vigore. E sarà bello vedere come si giustificherà il fatto che solo un paio di mesi fa tutti i quattrocento deputati avevano approvato l’esatto contrario, festeggiando il loro impegno per la tutela delle donne. The post Il dietrofront sul reato di violenza sessuale: si passa dal “consenso” al “dissenso” appeared first on The Wom.
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violenza di genere
Ripples, la talent agency di YeSeul Kim che vuole colmare il divario di genere nella leadership intellettuale
Dalla Corea al MIT, da Procter & Gamble al Web3: YeSeul Kim ha attraversato mondi e continenti diversi, lontanissimi, prima di fermarsi a Treviso e fondare la Ripples Talent Agency. Non un’agenzia di personal branding tradizionale, ma un’azienda che affronta il grande tema del gender gap nella leadership del pensiero. Perché di donne competenti e brillanti è pieno il mondo. Il problema è che nessuno le vede abbastanza Il divario di genere nella leadership del pensiero YeSeul Kim lo ha esperito sulla propria pelle. Panel composti solo da uomini che discutono di parità di genere; fondi di venture capital che ignorano le fondatrici; media che raccontano le professioniste attraverso le loro relazioni familiari, mai attraverso i loro risultati. E lei, imprenditrice e manager di origini asiatiche, che viene scambiata per l’assistente dei suoi collaboratori uomini. Coreano-americana, laureata al MIT, imprenditrice seriale e angel investor, Kim ha costruito la propria carriera attraversando il corporate globale di Procter & Gamble, l’innovazione sociale, l’educazione internazionale a H-FARM, fino all’ecosistema Web3. Tutto senza mai lasciarsi definire da un ruolo professionale. Oggi vive a Treviso, ma la sua visione è dichiaratamente internazionale: creare le condizioni affinché le donne possano essere viste, ascoltate e riconosciute come leader intellettuali. È da questa consapevolezza, maturata tra Stati Uniti, Asia ed Europa, che nel gennaio 2025 ha fondato Ripples Talent Agency. Non una semplice agenzia di personal branding, ma una realtà virtuosa che si è data l’obiettivo di colmare il divario di genere nella leadership del pensiero, intervenendo laddove la sottorappresentazione femminile continua a essere strutturale. Ovvero nei media, nei luoghi decisionali, nei panel pubblici, nelle conferenze, nei consigli di amministrazione. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Ripples Talent & Speaker Agency (@ripplesagency) In Italia, poi, la questione è ancora più evidente: le donne vengono spesso raccontate attraverso relazioni familiari – “moglie di”, “figlia di” – mentre i risultati professionali restano sullo sfondo. E non è raro che dibattiti televisivi o politici su temi che incidono direttamente sulla vita femminile, dal lavoro di cura al gender pay gap, siano composti esclusivamente da uomini. Ripples nasce per rompere questo schema. L’agenzia rappresenta dirigenti e fondatrici, accompagnandole nella costruzione del loro capitale reputazionale: accesso ai board, opportunità di speaking, pubblicazioni, visibilità internazionale. Allo stesso tempo, lavora con donne nelle fasi iniziali o di transizione della carriera attraverso percorsi di consulenza personalizzata e masterclass su comunicazione e leadership. > L’obiettivo non è “insegnare a esporsi”, ma creare le condizioni perché > competenze e visioni già esistenti possano diventare autorevoli nello spazio > pubblico La storia di YeSeul Kim — professionista cosmopolita abituata a reinventarsi, fondatrice che ha scelto di costruire un’impresa mentre diventava madre — incarna la missione di Ripples: trasformare l’influenza da privilegio a responsabilità. Perché la visibilità non è un vezzo individuale, ma uno strumento collettivo. Perché non si tratta di diventare l’eccezione, ma di cambiare la regola per tutte. YeSeul Kim INTERVISTA A YESEUL KIM, FONDATRICE DI RIPPLES Identità è una parola che ricorre spesso quando si parla di leadership femminile. Per te, che hai vissuto tra continenti e culture diverse, cosa significa? È una domanda complicata. Ho molte identità e ho vissuto in tanti luoghi diversi, dunque non esiste una risposta univoca. Tecnicamente sono nata in Corea, ma quando avevo due anni la mia famiglia si è trasferita a Guam, un’isola nel Pacifico che è territorio degli Stati Uniti. Guam è un punto di incontro tra Oriente e Occidente: un territorio americano con una cultura locale fortissima, quella dei Chamorro. La mia famiglia è coreana, ma sull’isola convivono persone da moltissimi Paesi asiatici. Per me la diversità era la norma. Poi sono tornata in Corea per un anno, e successivamente negli Stati Uniti per le scuole medie. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Ripples Talent & Speaker Agency (@ripplesagency) Che tipo di ragazza eri e quali ambizioni avevi? Ero una ragazza a cui non era permesso sognare davvero in grande. Mi hanno insegnato che l’istruzione era l’unica strada verso il successo, quindi il mio unico sogno era entrare all’università. A 18 anni sono stata ammessa al MIT, la mia prima scelta. Avrei dovuto sentirmi al culmine di un traguardo, invece ho provato una specie di vuoto: quello era il mio unico sogno, e l’avevo già raggiunto. > È stato allora che ho capito una cosa fondamentale: bisogna imparare a sognare > più in grande È in quel momento che è nato il tuo primo progetto imprenditoriale? Sì. Al MIT ho iniziato a chiedermi che tipo di impatto volessi creare nel mondo. Ho fondato così il Leadership Training Institute, un’organizzazione non profit basata sul principio del pay it forward. Formavamo studenti del MIT come mentor per lavorare con ragazzi delle scuole superiori di Boston su progetti a impatto sociale. Quei progetti, a loro volta, aiutavano altre persone. Mi sono resa conto che l’impatto individuale è lineare, ma se aiuti qualcuno che poi aiuta altri, allora si crea una catena. Sono passati 15 anni e l’organizzazione esiste ancora. È questo il potere di un’idea costruita per durare: metti da parte l’ego e pensi all’eredità di un progetto. Dopo questa esperienza sei entrata poi nel mondo corporate… Sì, ho seguito il percorso che la società considera “giusto”. Dopo il MIT ho lavorato in Procter & Gamble, ma in 14-15 anni non ho mai ricoperto lo stesso ruolo né lavorato nello stesso settore. Il mio ultimo incarico da dipendente è stato in Italia, a H-FARM, come General Manager delle scuole internazionali. Nonostante questo percorso, però, nessuno dava per scontato che fossi io la persona in comando. Sono alta 1,54, asiatica, sembro più giovane della mia età. Spesso scambiavano il mio collaboratore – uomo, bianco, più grande di me – per il mio capo. Queste cose non mi hanno mai fermata e mi hanno insegnato a reinventarmi continuamente. Come ci sei riuscita? In gran parte grazie al personal branding. > Non ho mai voluto identificarmi con un titolo, perché i titoli possono essere > tolti. La reputazione no: quella è tua Quando ho lasciato H-FARM ho deciso di diventare imprenditrice. Mi sono avvicinata al Web3, ho iniziato a comunicare in modo visibile ciò che stavo facendo, e le aziende hanno iniziato a fidarsi di me. A un certo punto ho capito che il capitale finanziario non era ciò che mi interessava davvero. La mia vera passione è il capitale sociale: creare connessioni, relazioni, valore condiviso. Da lì è nato il concetto di capitale reputazionale. Ed è così che hai fondato Ripples... Esatto. Ripples nasce dalla mia storia. È ciò che ho costruito per me stessa e che ora voglio aiutare altre donne a costruire. Aiutiamo le donne a diventare visibili come thought leader, perché la visibilità genera impatto e permette di restituire qualcosa alle generazioni successive. Perché questa realtà è particolarmente necessaria per le donne? Perché le donne hanno più bisogno di capitale reputazionale rispetto agli uomini. Quando pensiamo alle “influencer”, ci viene in mente la moda, il beauty, la maternità. Ambiti importanti, ma considerati “non pericolosi” e prettamente femminili. > I veri thought leader — in politica, economia, tecnologia — sono quasi sempre > uomini. Siamo metà della popolazione mondiale, ma rappresentiamo solo un > quarto delle voci nei media E quando veniamo citate, raramente lo siamo sui temi più importanti e decisionali. Ho una figlia di quattro mesi e ho fondato Ripples quando ho scoperto di essere incinta. Non voglio che cresca in un mondo in cui è facilissimo nominare cinque CEO uomini, ma quasi impossibile fare lo stesso con scienziate, economiste o giudici. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Ripples Talent & Speaker Agency (@ripplesagency) Che tipo di donne rappresentano il target di Ripples? Il nostro target principale sono donne tra i 40 e i 60 anni: dirigenti che hanno toccato – ma non sfondato – il soffitto di cristallo, fondatrici di startup, soprattutto in ambito AI e tecnologia. Molte di loro stanno vivendo una transizione o una crisi identitaria. Quando sei stata “la CMO di…” per anni, chi sei senza quel titolo? Le aiutiamo a riscoprire la propria identità e a comunicarla in modo autorevole. Come funziona concretamente Ripples? Ripples è una talent agency, ma ribalta il modello tradizionale. Non lavoriamo per le aziende: lavoriamo per il talento. Il percorso è in tre fasi: consulenza di personal branding, costruzione della leadership di pensiero – attraverso contenuti, posizionamento, visibilità – e infine rappresentanza attraverso opportunità di speaking, board, scrittura, insegnamento. Prima di rappresentare una persona, la aiutiamo a definire il proprio “grande tema”. Io lo chiamo: qual è il tuo TED Talk? Sul vostro sito scrivete: “Essere influenti non è un lusso, è una responsabilità”. Cosa intendi? La visibilità ha un costo e un rischio, soprattutto per le donne. Ma se rinunciamo a essere visibili, lasciamo che il mondo continui a essere raccontato solo da una prospettiva. Con l’AI questo problema si amplifica: se i dati di partenza sono maschili, anche le risposte lo saranno. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Ripples Talent & Speaker Agency (@ripplesagency) A un anno dalla nascita di Ripples, che bilancio ti senti di fare? È stato un anno di apprendimento e sperimentazione, anche grazie alla maternità, che mi ha insegnato molto. La cosa più potente è che non devo spiegare alle donne perché Ripples è necessaria: lo sentono nel corpo. E l’idea di avere qualcuno “dalla loro parte”, e non in una relazione transazionale, è ciò che le colpisce di più. Ci teniamo molto, poi, a far capire alle donne leader una cosa importante: chiedere aiuto non è una debolezza, ma una strategia. E noi siamo qui per crearla insieme. The post Ripples, la talent agency di YeSeul Kim che vuole colmare il divario di genere nella leadership intellettuale appeared first on The Wom.
Attualità
gender equality
gender gap
Difendere lo smartworking significa difendere le donne (e il futuro delle aziende)
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Preservare la flessibilità non è una concessione alle persone, ma una scelta strutturale che rende le organizzazioni più agili, attrattive e capaci di includere davvero. Anche grazie alle donne. Ecco perché Alle 8.17 Francesca è già in riunione su Teams. Alle 8.45 accompagna un figlio a scuola. Alle 9.30 è in macchina, nel traffico, con un senso di colpa che non compare mai nei job description. Non sta “facendo smartworking”. Sta lavorando attraverso i luoghi della sua vita. C’è poi un’altra storia. Non è un’eccezione, e non è nemmeno così rara. È quella di una persona che ha deciso di trasferirsi in un altro Paese, ma non in modo lineare. Una fase intermedia, fatta di incastri e sperimentazione: tre giorni a settimana in una città diversa da quella in cui vive la sua famiglia. In una giornata tipo apre la mattina con una call dall’ufficio di Parigi, segue un corso di inglese online dalla lounge di un aeroporto e la sera è seduta in prima fila alla recita di Natale di sua figlia a Milano. > Non è multitasking eroico. È organizzazione resa possibile da un lavoro che ha > smesso di pretendere di abitare in un solo luogo LO SMARTWORKING COME CAMBIO DI PARADIGMA ORGANIZZATIVO Negli ultimi anni abbiamo imparato qualcosa che prima sembrava impensabile: che il lavoro può essere svolto da ovunque, che la produttività non abita in un indirizzo preciso, che la presenza non coincide necessariamente con una scrivania. Ma soprattutto abbiamo imparato che lo smartworking non è solo una modalità operativa. È un cambio di paradigma organizzativo. Per decenni, per lavorare nel corporate di un’azienda bisognava essere fisicamente basati nell’headquarter. La carriera aveva un indirizzo stabile, spesso coincidente con una grande città e con una disponibilità totale allo spostamento. Oggi sappiamo che quel limite non è naturale, ma culturale. Superarlo significa ripensare le organizzazioni come reti e non come luoghi, aprendo possibilità prima inaccessibili: per chi vive lontano dai centri decisionali, per chi ha vincoli familiari, per chi sarebbe stato costretto a scegliere tra ambizione e sostenibilità. Non è solo una questione di conciliazione. È una questione di accesso. IL MITO DELLA NEUTRALITÀ Il lavoro in presenza viene raccontato come una scelta organizzativa neutra: migliora la produttività, rafforza la cultura aziendale, stimola la collaborazione. Tutto vero, forse. Ma incompleto. Perché il lavoro non avviene nel vuoto. Avviene dentro vite reali, attraversate da responsabilità che non sono distribuite in modo equo. > Quando un’azienda riduce o elimina la flessibilità, non sta solo scegliendo > dove si lavora. Sta implicitamente scegliendo per chi quel lavoro è > sostenibile PERCHÉ IL LAVORO PESA PIÙ SULLE DONNE (ANCHE QUANDO LAVORANO QUANTO GLI UOMINI) Durante la pandemia lo smartworking ha mostrato limiti evidenti, ma ha anche prodotto un effetto chiaro: ha ridotto l’uscita delle donne dal mercato del lavoro. Non perché abbia risolto il problema del carico domestico, ma perché ha reso possibile tenere insieme ciò che prima era strutturalmente inconciliabile. Quando quella flessibilità viene meno, il prezzo non si distribuisce equamente. Non è che le donne siano meno ambiziose. È che il sistema continua a chiedere loro di assorbire l’impatto di decisioni organizzative pensate come se la cura fosse un tema privato. > Non è che le donne preferiscano lavorare da casa. È che spesso non hanno > alternative realistiche SE IL POTERE DI SCEGLIERE NON È DISTRIBUITO EQUAMENTE C’è poi una variabile di cui si parla ancora troppo poco: il potere contrattuale. Chi può davvero dire “no” al rientro totale? Chi può negoziare giorni di flessibilità senza che questo venga letto come un segnale di minore impegno? Chi è senior, chi non ha carichi di cura, chi è già dentro i luoghi del potere ha più margine di manovra. Per molte donne, invece, la flessibilità resta una richiesta e non un diritto. E ogni richiesta ha un costo simbolico. La libertà di tornare in ufficio è reale solo per chi può permettersela. UN PASSO INDIETRO TRAVESTITO DA PROGRESSO Il rischio, oggi, è che il ritorno in presenza venga raccontato come un segnale di maturità post-pandemia, quando in realtà rischia di essere un passo indietro. Verso modelli di lavoro pensati su vite lineari, senza interruzioni, senza carichi invisibili. Modelli costruiti storicamente su biografie maschili e su un’idea di disponibilità totale che non riflette la realtà. Ne abbiamo parlato con Laura Savarese, Regulatory & External Director Southern Europe and EUANZ Capabilities di Reckitt, multinazionale in ambito FMCG e Consumer Health. Una carriera costruita prima in Italia e poi estendendo le proprie responsabilità a livello internazionale. Così racconta: “A favore delle donne, dei caregiver, di chi ha il coraggio e l’assertività di non rinunciare a una parte di sé ma, allo stesso tempo, ambisce a una carriera verticale e internazionale, cominciano a esistere contesti in cui il lavoro non è ‘smart’, ma realmente agile. Questo ha reso possibile, per lo sviluppo della mia carriera, una traiettoria internazionale senza la necessità di trasferirmi stabilmente, consentendomi di crescere su mercati, culture e categorie diverse, pur non distaccandomi del tutto dal mio quotidiano di madre che sceglie di essere presente”. Laura Savarese Un elemento molto importante, quello della flessibilità, che ha permesso a Laura Savarese di essere una leader ancora migliore. “Per un leader globale è indispensabile essere esposti a culture diverse” – prosegue – “prendere decisioni rapide e restituire valore e, nella mia realtà, il lavoro agile in un’azienda che valorizza il talento e non la totale disponibilità logistica mi ha permesso di farlo senza rinunciare a radici familiari e alla presenza accanto alla mia bambina, che merita un esempio e non un compromesso. Non mi è stato chiesto di rinunciare a una parte di me per fare carriera, e la mia scelta personale è stata rispettata come elemento identitario, senza la sottile presunzione che fosse invece una fragilità da compensare. Questo genera un contesto così ricco di opportunità e di fiducia reciproca da essermi sentita sostenuta, a casa e in ufficio, nel dare luogo al vero cambio di paradigma, comune a tante donne: autorizzare me stessa a desiderare una carriera internazionale senza rinunciare a parti di me, accettando il carico e la responsabilità che questo comporta”. Responsabilità, sul piano personale, di costruire un equilibrio imperfetto di una famiglia che non rinuncia ma estende gli orizzonti, coopera, trova risorse ed energie in sacche nascoste e rivelate dall’entusiasmo dato dalla possibilità. Responsabilità anche sul piano professionale: > le aziende davvero lungimiranti creano lo spazio, le leader hanno la > responsabilità di abitarlo con assertività e risultati, trasformando una > scelta individuale in un precedente collettivo La flessibilità del lavoro diventa quindi un ponte che ci riconosce come umani e ci permette di fare scelte che includano le gioie e le ambizioni della vita. Quando le aziende lo comprendono, le persone non fuggono. Restano, crescono e restituiscono un valore doppio, nato dalla consapevolezza di rappresentare un caso virtuoso che ancora troppo poco spesso accade e, in quanto tale, può costituire un solido esempio di ambizione e di umanità, di influenza e di innovazione, per tutte le donne e le aziende che verranno. In un momento in cui le aziende parlano di inclusione, talent retention e competitività, ridurre la flessibilità significa restringere il perimetro delle possibilità. E perdere, ancora una volta, talento femminile e diversità in senso più ampio. SMARTWORKING: TORNARE INDIETRO NON È UN’OPZIONE Il problema, dunque, non è il lavoro in ufficio. Il problema è un lavoro che continua a ignorare come vivono le persone. Abbiamo visto che si può lavorare da ovunque. Che si può essere presenti senza essere fermi. Che si possono costruire organizzazioni più aperte, più accessibili, più capaci di accogliere differenze. > Difendere lo smartworking oggi non significa difendere una comodità, ma una > visione di azienda più agile, più dinamica, più diversa Alle 8.17 Francesca è già in riunione. E, da qualche parte tra un ufficio, un aeroporto e un teatro scolastico, qualcun’altra chiude il laptop e applaude sua figlia. Non stanno chiedendo eccezioni. Stanno semplicemente lavorando dentro un mondo che è già cambiato. La vera domanda, allora, non è se tornare alla normalità: è quale normalità scegliamo di difendere. The post Difendere lo smartworking significa difendere le donne (e il futuro delle aziende) appeared first on The Wom.
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Il 2016 è davvero un anno da rimpiangere?
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Sui social spopola il trend 2016, con cui tutti condividono ricordi di dieci anni fa. Ma quell’anno è stato davvero così memorabile come lo ricordiamo o la nostalgia ha preso il sopravvento? Nelle ultime due settimane, i feed di Instagram di persone comuni, celebrità ma anche aziende si sono riempiti di post a tema 2016. Caroselli di foto scattate con l’iPhone 6, rigorosamente quadrate come volevano allora le regole dei social, filtri sparatissimi e prodotti iconici dell’epoca, come i lip kit di Kylie Jenner, usciti proprio quell’anno. Alcuni ne hanno approfittato per mostrare la propria crescita personale negli ultimi dieci anni; altri semplicemente si sono fatti prendere dalla nostalgia. > Ma perché proprio il 2016? Secondo Harper’s Bazaar, la risposta è semplice: il > 2016 è stato l’ultimo anno decente, dopo il quale è cominciato il crescente > disastro in cui ci troviamo > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da The Wom (@thewom) IL 2016 È STATO DAVVERO UNO SPARTIACQUE? Se ripenso al mio 2016 mi viene subito in mente questo ricordo. All’epoca, armata di sopracciglia decisamente troppo marcate, frequentavo il terzo anno di Lettere alla Statale di Milano e seguivo un bellissimo corso di Letteratura Inglese sul bianco e il nero. Il giorno delle elezioni americane, quando Trump vinse il primo mandato, il professore decise di sospendere la lezione su Shakespeare e ci fece un discorso duro e memorabile. “Si aprono tempi molto bui”, ci disse. Anche se non mancò di leggere qualche passaggio dell’Otello, la tragedia che più di tutte mostra quanto è sottile il confine tra bene e male, si lasciò andare dicendo che era in momenti come quello che insegnare sembrava impossibile. Quelle due ore mi crearono molta angoscia, ma forse per la prima volta mi sentii testimone di un evento storico, di cui forse noi studenti sottovalutavamo le conseguenze, ma la cui gravità era molto chiara al nostro saggio professore. Questa sensazione, dal 2016 in poi, è diventata la nostra quotidianità, ed è forse per questo che oggi – dopo una pandemia, una guerra ai confini di casa nostra, un genocidio in diretta e il rovesciamento dell’ordine mondiale che aveva miracolosamente retto per mezzo secolo – quell’anno ci sembra qualcosa da rimpiangere. > Quello che è venuto dopo ci ha fatto dimenticare quanto in realtà il 2016 sia > stato terribile: l’elezione di Trump, la Brexit, la diffusione delle teorie > del complotto, la morte di icone culturali come David Bowie, George Michael o > Carrie Fisher. E, a dirla tutta, anche la moda non aveva nulla di memorabile A Londra, un tributo a David Bowie pochi giorni dopo la sua morte, il 10 gennaio 2016 AGGRAPPARSI ALLA NOSTALGIA PER ANDARE AVANTI La nostalgia è diventata un motivo dominante della nostra epoca. Quasi tutti i film che escono al cinema sono sequel, reboot di franchise del passato o si basano su proprietà intellettuali ben consolidate. Una delle opere dall’impatto culturale più rilevante degli ultimi anni, Stranger Things, si basa sul citazionismo sfrenato degli anni Ottanta, per di più riletti attraverso lo sguardo specifico dei nerd che si prendono la loro rivincita. Il mercato del vintage e del second hand ormai non è più una nicchia. Sui red carpet le attrici sfoggiano pezzi d’archivio, a volte replicando fedelmente i look iconici del passato, e anche i brand di lusso puntano tutto sull’heritage. Ma come sostiene il critico musicale Simon Reynolds nel suo libro Retromania, la nostalgia è un’arma a doppio taglio: da un lato, la facilità con cui oggi possiamo accedere al passato rappresenta un’enorme ricchezza, ma dall’altro rischia di impoverire e impigrire la creatività. Basandosi sulla premessa che i tempi che ci hanno preceduti sono migliori del presente, si crede di essere innovativi semplicemente ripetendo ciò che c’è già stato, senza andare da nessuna parte. E a chi non conosce bene la storia, sembrerà di assistere a qualcosa di completamente nuovo. Se questo meccanismo nelle arti e nella cultura pop al massimo ci consegna opere mediocri, nella politica diventa molto pericoloso. L’idealizzazione del passato è la benzina che alimenta conservatori e reazionari, omettendo però di dire che i “bei tempi” non erano belli per tutti. Ogni decennio ha avuto il suo revival. Alla fine degli anni Settanta, ad esempio, in un momento di grande incertezza e confusione nella politica americana, con Grease e Happy Days, la gente si rifugiò nella versione edulcorata degli anni Cinquanta, percepiti come un’epoca felice e ordinata. Olivia Newton-John e John Travolta in Grease Ma gli anni Cinquanta non somigliavano affatto a quelli rappresentati sullo schermo quasi trent’anni dopo: furono un’epoca altrettanto turbolenta e segnata da grandi tensioni sociali, specie quelle razziali, che però nel revival degli anni Ottanta sembrano non essere mai esistite. Oggi la finestra della nostalgia si è ristretta, e rimpiangiamo non un’epoca lontana, ma quello che è successo appena dieci anni fa. O meglio, quello che scegliamo di ricordare di dieci anni fa: i nostri post di Instagram, che già allora erano frutto di una selezione che mostrava solo gli aspetti positivi della nostra vita. Non ho foto con filtri Retrica da condividere su quella famosa lezione di Letteratura inglese in cui il professore ci preannunciava l’ingresso in una nuova epoca, eppure è la cosa che ricordo meglio del 2016. The post Il 2016 è davvero un anno da rimpiangere? appeared first on The Wom.
Attualità
Perché le chat tossiche delle mamme nascono (ancora) da un grande problema culturale
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Qualche giorno fa, Ashley Tisdale, l’attrice che due generazioni fa ci insegnava a essere cattivelle con piume e glitter nei panni di Sharpay Evans in High School Musical, ha pubblicato un articolo-memoir sul magazine The Cut dal titolo inequivocabile: Breaking Up With My Toxic Mom Group. Ha raccontato dell’inesorabile declino della chat di gruppo tra sue coetanee, tutte mamme di uno o più figli: chat parallele in cui ci si parla alle spalle, foto su Instagram di eventi privati a cui non era invitata, della sensazione, a 40 anni suonati, di essere “di nuovo al liceo”. Il gossip ha infuriato, concentrandosi su chi fossero le altre mamme (Hilary Duff? Meghan Trainor? Mandy Moore?) e sul marito di una di loro che ha postato una storia insinuante. E noi ci siamo fatti prendere dalla caccia alla celebrità, perdendo completamente il punto Perché Ashley Tisdale non ha scoperto l’America: ha solo avuto una piattaforma e il coraggio per dire ad alta voce ciò che milioni di donne in Italia sussurrano ogni giorno, stanche, guardando la notifica di un altro messaggio vocale nella chat di mamme su WhatsApp “Mamme Classe 2°B”. > Quel gruppo non è un semplice strumento di organizzazione. È la cartina di > tornasole più precisa, banale e devastante delle disuguaglianze di genere che > ancora governano la genitorialità nel nostro paese È il luogo digitale dove il “lavoro emotivo” – quel lavoro invisibile, non retribuito e socialmente femminilizzato, di gestione, mediazione, preoccupazione e organizzazione della prole – prende forma, si moltiplica e, troppo spesso, si incancrenisce fino all’esasperazione. LE CHAT TOSSICHE DELLE MAMME RACCONTANO MEGLIO DI TUTTI LE DISUGUAGLIANZE DI GENERE Questo divario non è un’astrazione: ha un indirizzo IP e un avatar di profilo. Si chiama “Chat Mamme Scuola Calvino”, oppure “Gruppo mamme catechismo”, ed è lì che quella disparità si traduce in migliaia di messaggi. Chi porta i biscotti per la festa di fine anno? Chi prenota il pulmino per la gita? Chi ricorda che domani serve il costume da bagno per educazione motoria? Chi organizza il regalo collettivo per la maestra che va in pensione? Era proprio vero che il nostro welfare si fonda sulle mamme. Il gruppo nasce da un bisogno reale, sacrosanto: creare un villaggio virtuale, un gruppo di supporto contro la solitudine spesso opprimente della maternità, talvolta esacerbata (come nel caso delle star hollywoodiane) da una gravidanza sotto pandemia. > Ma in una società che carica sulle spalle delle madri l’intero onere > organizzativo ed emotivo della famiglia, quella chat degenera rapidamente in > un campo di addestramento all’ansia performativa Diventa il palcoscenico dove si consuma una silenziosa guerra di status sociali: chi ha preparato la merenda più Instagrammabile, chi ha organizzato il compleanno a tema più elaborato, chi ha trovato il tutor più bravo per il recupero in matematica. Insomma le chat incriminate di cui parla Tisdale non sono un’invenzione hollywoodiana; sono la naturale conseguenza di un ambiente saturo di pressione sociale malcelata. Dinamiche che ti giudicano e ti escludono non (solo) per cattiveria, ma perché la tua inadeguatezza percepita – non aver fatto il corso di primo soccorso pediatrico, aver comprato i sacchetti per la festa invece di cucirli a mano – minaccia l’equilibrio precario di un sistema costruito su una perfezione di facciata necessaria a portare avanti la narrazione stereotipata. I COMPITI DEI PADRI: SEMPRE MINORI DI QUELLI DELLE DONNE Ed ecco che arriva la domanda che punge, quella che svela il trucco di questo intero sistema: e i papà in tutto questo dove sono? La domanda, posta così, è già una trappola. È la domanda che si fa la mamma esausta, guardando il telefono che non smette di vibrare, mentre il padre del suo bambino è tranquillamente sprofondato in una pennica sul divano. È la domanda che rafforza lo stereotipo che sia compito suo occuparsene. > Allora, forse, sarebbe più giusto chiederci per quale motivo la nostra cultura > ha strutturato questi spazi come territori esclusivamente o prevalentemente > femminili? La risposta è un intreccio: da un lato abbiamo molti padri che si sentono legittimati a non partecipare, che si autoescludono poiché lo stereotipo culturale del “papà spettatore” è potentissimo. C’è l’uomo che “aiuta”, quello che “fa il suo dovere quando glielo si chiede” o che dà una mano, ma che raramente c’è il padre che si assume la responsabilità proattiva del management globale della vita del figlio. Se portarlo a nuoto è un’attività eroica, ricordarsi di comprare i quaderni a righe per l’intera classe è un dettaglio amministrativo invisibile. Dall’altro lato, le stesse madri – spesso inconsapevoli portatrici dello stesso stereotipo – potrebbero compiere quella che chiameremo eteroesclusione. Quando si forma una nuova chat, chi si prende la briga di aggiungere i contatti? Quasi sempre una mamma, che aggiunge automaticamente le altre mamme che conosce. Il padre viene inserito come un ripensamento, se viene inserito. Le istituzioni – la scuola su tutte – sono complici fondamentali. Quante circolari iniziano con il dantesco “Cari Genitori” per poi essere recapitate sistematicamente all’indirizzo email o al numero della madre? Quante maestre, di fronte a un problema, chiedono “Potrei parlare con la mamma?”, quante madri hanno le password del registro elettronico dei figli e delle figlie? LE RAGIONI DELLA DISPARITÀ GENITORIALE Ma attenzione: questo non è un destino biologico. È una costruzione sociale che, nel 2026, suona non solo ingiusta, ma clamorosamente controproducente. Sovraccarica le donne, spesso costrette a una doppia o tripla presenza (lavoro, casa e ora anche chat), ed infantilizza gli uomini, escludendoli da interi segmenti della relazione con i propri figli e dalla comunità di supporto genitoriale. Perché, sì, esiste un lato maschile della medaglia dell’isolamento. Mentre le mamme, tra ansie e competizioni, costruiscono pur sempre una rete (tossica o meno che sia), molti padri si ritrovano senza alcun spazio di confronto o sostegno sulla genitorialità, relegati al ruolo di bancomat ambulante o di arbitro nelle liti più grosse. Eppure, cambiare è possibile, forse addirittura necessario. Ma richiede un atto di consapevolezza prima che di rivoluzione. Per le madri: provare, con fatica, a delegare veramente, non solo il compito, ma la responsabilità organizzativa di quel compito. Non dire “puoi andare tu a prendere il latte per la festa?”, ma “tu pensi all’approvvigionamento per la festa, io al resto”. Per i padri: farsi avanti, non aspettare l’invito o il foglietto con le istruzioni. Chiedere di essere aggiunti alla chat, prendersi carico di un’intera organizzazione (dalla gita al regalo per gli insegnanti) dall’inizio alla fine, senza attendere ulteriori ordini. Per le istituzioni, a partire dalla scuola: normalizzare la comunicazione diretta e paritaria con entrambi i genitori. Smetterla con il “chiami la mamma” appena qualcuno lamenta un mal di pancia. IL VERO PROBLEMA DELLE CHAT DELLE MAMME L’esperienza di Ashley Tisdale, dunque, ci racconta molto di più di una semplice storiella da rotocalco, come potrebbe sembrare. È un potente riflettore puntato sul quotidiano di milioni di persone. Ci mostra che il vero scandalo non è che una star sia stata esclusa da un gruppo di mamme antipatiche. Il vero scandalo è che, nel 2026, esistano ancora “gruppi di mamme” come unico pilastro organizzativo della vita dei loro figli.  Allora, la prossima rivoluzione potrebbe iniziare con un semplice, radicale gesto: creare, e rendere obbligatorio, il gruppo “Genitori della 2°B“. E vedere finalmente, in quella bacheca digitale come il fiorire di un nuovo modello, in cui la cura smetta di essere un dovere di genere e diventi, finalmente, un linguaggio comune. The post Perché le chat tossiche delle mamme nascono (ancora) da un grande problema culturale appeared first on The Wom.
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gender gap
Iran, la GenZ guida le proteste: le vite spezzate non fermano le piazze
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Sono soprattutto i giovani e le giovani under 30 a scendere in piazza a Teheran: la crisi economica, con l’ennesimo recente crollo del rial, ha innescato dal 28 dicembre le serrate e gli scioperi dei bazar, riaccendendo le istanze sistemiche contro il regime islamico guidato da Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran dal 1989. Potere economico, libertà, dignità: le manifestazioni in Iran vogliono cambiare il Paese unendo le istanze. E, in prima linea, ci sono i ragazzi e le ragazze La crisi economica in Iran ha rappresentato l’acceleratore del diffuso malcontento e della stanchezza pervasiva rispetto alle oppressioni del regime islamico: dal 28 dicembre 2025, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per reclamare migliori condizioni di vita, diritti, libertà e la fine della Repubblica islamica. Le autorità iraniane hanno scatenato una repressione mortale contro le proteste scoppiate in tutto il Paese, ricorrendo all’uso illegale della forza, alle armi da fuoco e ad arresti di massa. Il numero delle vittime è ancora difficile da stabilire: dall’8 gennaio il regime iraniano ha imposto un blocco quasi totale di Internet e comunicare all’esterno del Paese è sempre più difficile. Per l’agenzia di notizie per i diritti umani Hrana, basata negli Usa, fino al 14 gennaio (17esima giornata di proteste) erano almeno 2.403 i manifestanti uccisi dal 28 dicembre, cui si aggiungevano 147 agenti delle forze dell’ordine e sostenitori del regime, per un totale di 2.550. Il New York Times, invece, indica la cifra di circa 3.000 morti, inclusi centinaia di agenti di sicurezza, citando due funzionari governativi che parlavano in condizioni di anonimato. Ma, secondo altre fonti stampa, i numeri potrebbero essere ancora più gravi: 12mila vittime, secondo il sito di opposizione Iran International. E addirittura 20mila secondo la CBS. Molte delle vite spezzate sono di giovani ragazzi e ragazze: in piazza per chiedere un futuro migliore. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da The Wom (@thewom) RUBINA AMINIAN, UN VOLTO DIVENTATO SIMBOLO Rubina Aminian aveva 23 anni e studiava design tessile e moda allo Shariati College di Teheran. L’8 gennaio 2026, subito dopo aver lasciato le lezioni, stava partecipando a una manifestazione antigovernativa quando, secondo le associazioni per i diritti umani, è stata colpita alla testa da un proiettile sparato a distanza ravvicinata. > Rubina Aminian non era un’attivista conosciuta, ma una giovane creativa, > appassionata di moda, che sui social si mostrava sorridente e piena di > progetti Un’immagine di futuro luminoso spezzata della repressione. Una vita interrotta mentre chiedeva diritti e dignità. Anche dopo la sua morte, la violenza non si è fermata. La famiglia, arrivata da Kermanshah a Teheran per riconoscere il corpo, ha dovuto affrontare l’intervento delle forze di sicurezza, che hanno ostacolato il seppellimento nella città natale. Rubina è stata infine sepolta lungo una strada tra Kermanshah e Kamyaran. Il suo nome, diventato un hashtag condiviso migliaia di volte, racconta la storia di una generazione che chiede futuro. IL MASSACRO DELLA GENZ CHE NON HA PAURA Rubina Aminian non è stata l’unica. E le informazioni sulle vittime trapelano lentamente dalle informazioni che le organizzazioni per i diritti umani stanno cercando di raccogliere e comunicare abbattendo il blackout. Yasin Mirzaei Ghaleh-Zanjiri, giovane studente curdo e seguace della fede Yarsan, aveva studiato all’Università di Messina ed era rientrato in Iran per visitare la famiglia. L’8 gennaio partecipava ai sit-in di protesta nel quartiere Darreh Deraz di Kermanshah quando è stato colpito a morte dalle forze governative. La sua uccisione ha attirato l’attenzione internazionale, riaccendendo le richieste di indagini indipendenti e imparziali sull’uso della forza contro i civili. Tra le vittime c’è anche Amir Ali Haydari, 17 anni, ucciso mentre protestava in piazza accanto ai suoi compagni di scuola. Secondo il racconto del cugino Diako, Amir Ali sarebbe stato colpito al cuore e poi alla testa con il calcio di una pistola mentre stava morendo. Una versione che contrasta con quella ufficiale, secondo cui il ragazzo sarebbe caduto accidentalmente da una grande altezza. Una ricostruzione già adottata in molti altri casi, che accompagna la repressione armata alla cancellazione della verità. UNA SIGARETTA ACCESA PER PARLARE AL MONDO Di fronte alla violenza e al silenzio imposto dal regime, la protesta trova nuovi linguaggi per farsi vedere e ascoltare. I gesti di solidarietà arrivano soprattutto dall’estero, dove le donne iraniane della diaspora scelgono simboli semplici ma potentissimi per raccontare ciò che in Iran non può essere mostrato. Sui social circolano le immagini di giovani donne che accendono una sigaretta con la foto di Ali Khamenei in fiamme. In Iran, fumare in pubblico per una donna è considerato una violazione della morale. > Trasformare questa presunta trasgressione in un atto politico significa > ribadire, ancora una volta, che il controllo sui corpi femminili è uno dei > pilastri del regime È la stessa battaglia iniziata con Donna, Vita, Libertà: ieri con i veli bruciati e i capelli tagliati, oggi con una sigaretta accesa. Le donne iraniane continuano a lottare per la libertà dell’intero Paese, anche da lontano. Anche quando non possono scendere in piazza. The post Iran, la GenZ guida le proteste: le vite spezzate non fermano le piazze appeared first on The Wom.
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Jolanda Renga parla di bodyshaming da Scomode: “Non nasciamo per essere uguali ai nostri genitori”
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Crescere sotto uno sguardo che osserva, commenta e giudica può cambiare profondamente il modo in cui impariamo a stare nel nostro corpo. Nella seconda sessione di Scomode, Jolanda Renga riflette su corpo, autostima ed esposizione precoce, ribaltando la narrazione che lega il valore personale all’aspetto fisico. Un racconto intimo e politico insieme, che ci invita a riprendere possesso della nostra storia corporea Non tutte cresciamo nello stesso modo. Alcune lo fanno sotto uno sguardo pubblico che arriva prima del tempo, quando l’identità è ancora fragile e il corpo non è ancora diventato un territorio consapevole. Nella nuova sessione di Scomode, Jolanda Renga parla di bodyshaming e di come ha imparato a costruire la propria autostima nonostante il giudizio esterno. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da The Wom (@thewom) JOLANDA RENGA SU SCOMODE: IL BODYSHAMING E IL CORPO COME BERSAGLIO DEL CONFRONTO Con l’esposizione arrivano i commenti. Sul corpo, sull’aspetto, sulle forme. Sguardi che non sono mai neutri e che spesso costringono a vedersi dall’esterno. Sono parole che fanno male perché colpiscono punti già sensibili, perché si innestano in un confronto continuo: con gli standard estetici dominanti, con le aspettative altrui, con i propri genitori, con altri corpi che sembrano sempre più accettabili del nostro. Un confronto che non nasce da dentro, ma viene imposto da fuori. In questa seconda puntata di Scomode, Jolanda dà voce a una sensazione condivisa da molte: quella di dover rispondere a un ideale che cambia continuamente, senza mai coincidere davvero con chi siamo. RIBALTARE LA PROSPETTIVA: IL CORPO COME STORIA Ma è proprio qui che Scomode fa un passo in più. Jolanda ribalta la prospettiva e lo fa con parole chiare: non siamo qui per essere “abbastanza” per qualcuno. Non nasciamo per assomigliare ai nostri genitori, né a un modello imposto, né a un ideale estetico. Il corpo non è un confronto, non è un giudizio, non è una colpa. È una storia. Una storia fatta di esperienze, cambiamenti, ferite e trasformazioni. Ed è nostra. RIPRENDERSI LO SPAZIO DI ESISTERE Questa seconda sessione di Scomode è un invito a sottrarsi allo sguardo che definisce e a riprendersi lo spazio di esistere senza dover continuamente dimostrare qualcosa. Un dialogo che parla di corpo, sì, ma soprattutto di libertà: quella di abitarsi senza chiedere permesso. La versione completa dell’intervista è disponibile sul canale YouTube di The Wom e su Spotify. The post Jolanda Renga parla di bodyshaming da Scomode: “Non nasciamo per essere uguali ai nostri genitori” appeared first on The Wom.
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