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Perché quello di Renee Nicole Good, uccisa da un agente dell’ICE, è un femminicidio
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Renee Nicole Good è stata uccisa a Minneapolis da un’agente dell’ICE, la polizia anti-immigrazione. Questa agenzia, come dimostra la sua campagna per il reclutamento, promuove un’ideologia profondamente razzista e sessista e un’idea di mascolinità basata su violenza e sopraffazione Il 7 gennaio scorso, a Minneapolis, Renee Nicole Good, una donna americana di 37 anni, è stata uccisa a colpi di pistola da Jonathan E Ross, un agente dell’ICE, l’agenzia federale per il controllo delle frontiere e dell’immigrazione. Da settimane la città è oggetto di pesanti rastrellamenti contro migranti e persone senza documenti, cosa che ha spinto molti cittadini, tra cui Good, a vigilare sui comportamenti degli agenti e a filmarli per documentare abusi e violenze. L’auto di Good è stata fermata da un gruppo di poliziotti che le hanno chiesto di scendere. Mentre Good faceva piano retromarcia per andare via, Ross le ha sparato, sostenendo che la donna volesse investirlo e che temeva per la sua vita. L’auto si è poi schiantata contro un albero.  Alcuni esponenti del governo, tra cui J.D. Vance, hanno diffuso un video come “prova” della presunta pericolosità di Good. “Va tutto bene, non sono arrabbiata con te”, si vede Good dire all’agente con calma ma risolutezza. Pochi istanti dopo l’uomo si avvicina al finestrino e le spara in volto. Una voce maschile fuori campo, probabilmente quella di Ross, risponde: “Fottuta puttana”. > Il video non solo contraddice la versione ufficiale secondo cui Good avrebbe > voluto uccidere l’uomo, ma mostra una donna tranquilla e innocua uccisa senza > alcun motivo dalla violenza brutale e misogina che l’ICE incarna > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Agenzia ANSA (@agenzia_ansa) COS’È L’ICE E CHI SONO I SUOI AGENTI L’ICE, che sta per United States Immigration and Customs Enforcement, è un’agenzia nata nel 2002 con Homeland Security Act, la legge sulla sicurezza promulgata in seguito agli attacchi terroristici dell’11 settembre. Questa agenzia si occupa dei crimini internazionali, come il traffico di droga, ma soprattutto dell’identificazione e della deportazione degli immigrati irregolari o delle persone senza documenti. La sua attività è sempre stata oggetto di controversie, ma sia durante il primo mandato di Trump che nel secondo l’ICE è stata spesso paragonata a una “polizia segreta” se non addirittura a una “Gestapo” del governo. > Gli agenti infatti operano con grande discrezionalità, hanno pochissimi > vincoli sulle loro condotte e possono arrestare e deportare chiunque senza > processo Oltre a numerosi casi documentati di cittadini statunitensi arrestati per sbaglio, gli agenti dell’ICE sono noti per la loro violenza: secondo il sito investigativo The Trace, prima dell’omicidio di Good ci sarebbero state almeno altre 16 sparatorie contro civili disarmati.  Quest’estate Trump ha aumentato il budget dell’ICE a centosettanta miliardi di dollari nell’arco di quattro anni, più di quanto allocato per tutte le altre forze di polizia locali e statali del Paese messe insieme. Cento milioni sono indirizzati al reclutamento di nuovi agenti, con l’obiettivo di trovarne 14mila per deportare un milione di immigrati l’anno. Stando alla stessa ICE, di recente l’agenzia ha assunto 12mila nuovi dipendenti, un aumento del 120% della propria forza lavoro. Secondo un’inchiesta del Washington Post, ciò è stato possibile grazie a una campagna di marketing particolarmente aggressiva, indirizzata soprattutto ai giovani, sebbene l’agenzia abbia eliminato il limite d’età per favorire le nuove assunzioni. Due agenti federali LA PROPAGANDA MASCOLINISTA DELL’ICE E IL FEMMINICIDIO DI RENEE NICOLE GOOD Anche se il sito dell’ICE ha un’intera sezione dedicata alle donne che lavorano nell’agenzia e afferma che l’ICE “dà la priorità al reclutamento di candidate donne”, la comunicazione della nuova campagna ruota tutta intorno a un’idea di mascolinità aggressiva e tradizionale. Non solo il target è composto da conservatori, appassionati d’armi e di arti marziali, ma una grossa fetta di budget è stata riservata per comprare spazi pubblicitari nei podcast e nei video YouTube di influencer mascolinisti. L’iconografia riprende quella della seconda guerra mondiale, dove l’America è rappresentata come una damigella in pericolo da salvare, oppure ammicca al mondo dei meme e dello shitposting. L’immagine dell’agente ICE che emerge da questa campagna è quindi quella di un uomo coraggioso e patriottico, pronto a tutto pur di “salvare il Paese”. Una persona “che vuole lavorare con questi ragazzi pronti ad arrestarti, sbatterti la faccia sul pavimento e rimandarti a casa”, come ha detto un aspirante agente (ed ex lottatore di arti marziali miste) al Washington Post. Proteste a Minneapolis in seguito all’omicidio di Renee Nicole Good L’ICE incarna un’ideologia profondamente sessista e razzista, perfettamente in linea con la politica muscolare del presidente, che al dialogo sostituisce la sopraffazione e nega ogni forma di cura e vulnerabilità. > L’omicidio di Renee Nicole Good è la rappresentazione più esplicita di questo > atteggiamento: un uomo aggredisce senza motivo una donna che cerca una > conciliazione e la insulta con epiteti misogini dopo averla uccisa La sua morte è un femminicidio, e il prodotto della cultura misogina alimentata da Trump.  The post Perché quello di Renee Nicole Good, uccisa da un agente dell’ICE, è un femminicidio appeared first on The Wom.
Attualità
violenza contro le donne
Non sei tu, è l’eterofatalismo. Come la crisi del maschio etero sta ridefinendo i rapporti
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Avvertite anche voi quella stanchezza un po’ frustrante, quella rassegnazione che sa di amaro in bocca? Non è solo disillusione, non è solo una serie di appuntamenti andati male e non è la conseguenza del download dell’ennesima app di incontri. Questa sensazione adesso a quanto pare un nome, coniato nelle accademie ma vissuto nei nostri gruppi WhatsApp, nelle cene tra amiche dove le risate diventano isteriche: si chiama eterofatalismo Eterofatalismo, ovvero la consapevolezza, amara e cristallina, che il gioco dell’eterosessualità sia truccato, ma che il tavolo sia l’unico in città. Amiamo gli uomini, certo, ci piacciono, ma quanto ci fanno penare? Questo perché ormai riconosciamo il sistema stereotipato che ci vorrebbe compagne-tate in relazioni troppo spesso a senso unico, eppure ci sentiamo fatalmente in trappola, perché il desiderio, l’abitudine, la norma sociale ci legano a quel copione. È il sapore di un futuro che sembra già scritto: polveroso, ineguale, e infinitamente faticoso. Una prigione di affetto dolente di cui abbiamo, finalmente, trovato la chiave. Sembra eccessivamente drammatico, mi rendo conto, e in effetti la rappresentazione più pop dell’eterofatalismo arriva direttamente dal grande schermo. Basta osservare lo sguardo rassegnato e ironico di Shailene Woodley in certi ruoli, o l’aurea di splendida, serena autosufficienza che celebrità come Emma Watson o Renée Zellweger incarnano – donne che non sembrano per nulla in crisi per la mancanza di un partner ufficiale – diventando per noi icone involontarie. > Non stanno “aspettando il principe”. Stanno vivendo. È l’immagine specchiata > del nostro desiderio più profondo: uscire dalla narrazione della “mancanza” e > scoprirci abbastanza ETEROFATALISMO E L’ETERNO ADOLESCENTE INTELLETTUALIZZATO Il sintomo più lampante di questa malattia dei nostri tempi ha il volto di un fantasma ben educato. Non è più il naschio tossico d’altri tempi, quello per cui la fatica la facevi volentieri, perché almeno la sua era una crudeltà chiara, un archetipo riconoscibile come quello del Christian Grey di Cinquanta Sfumature – un problema concentrato e, in fondo, prevedibile, riconoscibile. No. Oggi il nemico è l’evanescenza. È il “male withdraw”: la sparizione dello maschio-stronzo sostituita dalla crisi esistenziale del bravo ragazzo. Sono uomini “pretesi evoluti”, progressisti nelle app e nel linguaggio (sono loro che ti parlano di quanto è brutto essere ghostati o friendzonati) ma emotivamente inerti nella vita, incapaci di desiderare con convinzione, paralizzati di fronte al peso di tre scambi di messaggi. Personaggi apparentemente usciti da una commedia di Noah Baumbach, eterni adolescenti intellettualizzati che analizzano tutto tranne le proprie responsabilità. Insomma tutto pur di non andare in terapia. Noi donne etero, intanto, siamo condannate al “lavoro ermeneutico”: siamo le archeologhe del non-detto, traduttrici di pause e sospiri rumorosi, ingegnere di significati ricavati dal nulla. Facciamo il pane con le briciole, come Pollicino che, nella speranza di trovare una via d’uscita, trova solo altro bosco. > Ci chiediamo: era meglio quando sparivano senza dir nulla, o adesso che > spiegano diffusamente perché non ce la fanno, in monologhi degni di un podcast > su mindset e crescita personale?  LA CRISI DEL MASCHIO ETERO Di chi è la colpa? La diagnosi ce l’abbiamo: a quanto pare si tratta della crisi del maschio etero, che da decennio glorioso e territorio di crescita (di fatti ogni momento di crisi rappresenta un punto di inevitabile svolta), si è trasformata in uno stato permanente di incapacità relazionali: eterni Peter Pan terrorizzati dalla responsabilità e dalle discussioni complicate. Ma se fosse anche il veleno sottile dell’epoca digitale: se tutto è a disposizione, senza sforzo e senza narrazione, che importa se ti piace? Siamo diventate tutte e tutti personaggi in una gigantesca “lista dei preferiti di Netflix”: un catalogo infinito di possibilità, in cui ognuna può essere scartata dopo pochi secondi se non intrattiene subito. Il dating moderno ha la stessa ansia da scorrimento infinito: Forse la prossima volta sarà meglio. È la logica distopica di un episodio di Black Mirror, vissuta ogni giorno nelle nostre dita che scrollano. E nel frattempo, cresciuti in un mondo che dice loro di essere roccia e non vulcano, di essere fornitori e non comunicatori, molti uomini sono emotivamente analfabeti. Noi siamo socializzate a curare, a interpretare, a costruire ponti, come terapiste involontarie. Loro, spesso, sono socializzati a stare dall’altra parte del fiume, a guardare l’acqua scorrere, indecisi se costruire una barca o semplicemente cambiare fiume. Il risultato? Dialoghi che sembrano monologhi intensi, potenti, umani ma rivolti a un muro di gomma. ETEROFATALISMO COME CRISI CULTURALE NECESSARIA? Allora, che facciamo? Ci rassegniamo a relazioni deludenti? Ammettiamo che “vincono sempre loro”? No. Perché questa stanchezza collettiva, questo eterofatalismo, non è il punto finale. È il sintomo di una rottura culturale necessaria. È il corpo che dice basta, dopo troppi tentativi di rattoppare un abito che non ci sta più. Non è un addio agli uomini, è un arrivederci a un certo modo di essere in coppia: rigido, sbilanciato, logoro come certe dinamiche tossiche tipiche delle prime stagioni di Grey’s Anatomy. È il rifiuto di fare la tata emotiva per l’ennesimo adulto che non sa allacciarsi le scarpe dei sentimenti. È la presa di coscienza, feroce e poetica, che forse siamo noi, con la nostra rabbia stanca, a poter riscrivere le regole.  Un upgrade dell’eterosessualità non arriverà da solo. Forse inizia proprio qui, dalle nostre risate isteriche, dalla nostra solidarietà digitale, dal nostro rifiuto di fare più il pane con le briciole. Forse inizia quando smettiamo di dare centralità a un partner, e iniziamo a costruirci le nostre costellazioni di affetti, di sorellanza e di amore, splendenti e autonome, non in attesa che qualcuno, forse, impari a raggiungerci alla nostra altezza, ma in modo radicale e permanente. Non siamo condannate a essere le Penelope in attesa di un Odisseo che forse è solo un ragazzo perso nelle storie di Instagram. Siamo le artefici di un nuovo mito. E il primo capitolo lo scriviamo noi. The post Non sei tu, è l’eterofatalismo. Come la crisi del maschio etero sta ridefinendo i rapporti appeared first on The Wom.
Attualità
relazioni
Perché abbiamo bisogno di prevenzione primaria per abbattere stereotipi e violenza
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Un viaggio nella vita quotidiana delle donne, dalla casa agli spazi pubblici, dai trasporti alla cultura e al digitale per indagare come disuguaglianze e stereotipi di genere si riproducano in ogni ambito della società, contribuendo a ricreare e legittimare la violenza: la ricerca “Perché non accada. La prevenzione primaria come politica di cambiamento strutturale” curata da ActionAid, insieme Osservatorio di Pavia e B2Research, raccoglie e mette nero su bianco le percezioni della violenza e delle discriminazioni in Italia. Dai dati raccolti, emerge una priorità chiara: la prevenzione primaria non può aspettare Finché si continuerà a intervenire solo dopo, la violenza continuerà a riprodursi: la prevenzione primaria non è un’opzione idealistica, ma una necessità politica, sociale ed economica. È quanto evidenzia il rapporto “Perché non accada. La prevenzione primaria come politica di cambiamento strutturale”, realizzato da ActionAid con Osservatorio di Pavia e 2B Research. La ricerca si basa su un’indagine su un campione rappresentativo di 1.801 persone, uomini (48%) e donne (52%) di tutte le età, e analizza come le disuguaglianze di genere e gli stereotipi continuino a strutturare la percezione sociale della violenza. Le disuguaglianze non sono un effetto collaterale della violenza, ma una delle sue cause profonde: da questo punto di partenza, il report attraversa le generazioni andando a fondo su stereotipi e pregiudizi. Un quadro che va dalla generazione over 60 dei Boomer, che spesso nega la violenza di genere e non sa vederne le diverse forme, agli uomini più giovani, che pur riconoscendola, la legittimano. LA VIOLENZA È LEGITTIMATA E NORMALIZZATA Nonostante negli ultimi anni la violenza maschile contro le donne sia entrata con forza nel dibattito pubblico italiano, suscitando un’ondata di indignazione e di partecipazione collettiva, la rottura del silenzio sul tema non ha migliorato la situazione. L’hype mediatico – che, come nota il rapporto, si genera però unicamente in seguito ai casi di femminicidio – restituisce un quadro ancora preoccupante. Persistono forme diffuse di legittimazione e di minimizzazione della violenza: comportamenti di controllo, linguaggi offensivi, pratiche di svalutazione o limitazione della libertà femminile continuano a essere percepiti da una parte significativa della popolazione come “comprensibili” o “giustificabili” in certe circostanze. > Per un uomo su quattro la violenza verbale e quella psicologica sono > ampiamente motivate da provocazioni e comportamenti “scorretti” delle donne La maggioranza (55%) dei Millennials ritiene legittimo il controllo sulla partner, soprattutto in caso di tradimento o di mancata cura della casa e dei figli. Anche la violenza fisica è giustificabile per quasi 2 maschi adulti su 10. La violenza economica è considerata accettabile da un uomo su tre, e lo è per quasi la metà dei maschi Millennial e quelli della Gen Z. Convinzioni radicate che inibiscono l’azione: solo il 34% del campione ha dichiarato di aver agito di fronte a episodi di violenza, mentre il 57% afferma di non aver mai assistito o saputo di casi simili. La propensione ad agire cresce tra la popolazione giovanile (50% Gen Z; 45% Millennials) e cala con l’avanzare dell’età (29% Gen X; 25% Boomers). LA FRATTURA DELLE DISEGUAGLIANZE E GLI STEREOTIPI CHE PERSISTONO La violenza cresce su un terreno fertile per la sopraffazione maschile. Ogni spazio, ruolo sociale e privato che le donne vivono è attraversato da disuguaglianze di genere, dove si riproducono ruoli tradizionali e squilibri di potere che limitano l’autonomia delle donne. A casa, per esempio, il rapporto indica che il 74% delle donne si occupa da sola dei lavori domestici, contro il 40% degli uomini, con divari ancora più ampi tra le generazioni più anziane (80% delle Boomer e 83% delle donne della Gen X). > Nella genitorialità il carico resta sbilanciato: il 41% delle madri si occupa > da sola dei figli e delle figlie, contro appena il 10% dei padri Fuori dalle mura domestiche, la situazione non migliora: le città non sono a misura di donne: il 52% di loro ha provato paura negli spazi pubblici (contro il 35% degli uomini), una quota che sale al 79% tra le più giovani e resta alta anche tra le Boomers (55%). Quello che può sembrare un gesto di routine, per le donne diventa un potenziale pericolo: il 38% delle persone ha avuto paura almeno una volta di viaggiare sui mezzi pubblici, ma tra le giovani donne della Gen Z il dato sale al 65,5%.   IL DIGITALE NON È UNO SPAZIO CONSIDERATO SICURO Come altri ambiti della società, anche il digitale non è un terreno neutro: le piattaforme, gli algoritmi e i linguaggi che lo abitano riflettono e amplificano disuguaglianze preesistenti. > Accanto alle opportunità di visibilità e di empowerment, l’ambiente online può > trasformarsi quindi in uno spazio di esclusione, discriminazione e violenza Quattro persone su dieci (40%) dichiarano di aver avuto “spesso” o “a volte” timore di ricevere reazioni sessiste ai propri contenuti online. La paura è più alta tra le donne (41% contro 39%) e cresce nelle fasce più giovani: tra le ragazze della Gen Z raggiunge il 59,3%, mentre scende al 29,1% tra le Boomers. Anche tra gli uomini si osserva un andamento simile ma  con valori inferiori (52,4% Gen Z; 24,9% Boomers), a indicare che il clima ostile online colpisce entrambi i generi, pur colpendo maggiormente le ragazze e le donne. Le evidenze raccolte dalla ricerca mostrano come il digitale, pur essendo uno spazio di partecipazione e di possibilità, continui a riprodurre schemi di potere e visioni parziali. A riguardo, negli ultimi anni. l’Unione europea ha compiuto passi significativi nel definire un quadro normativo per la tutela dei diritti delle donne e delle persone più vulnerabili nello spazio online. La Direttiva (UE) 2024/1385140, rappresenta un punto di svolta: per la prima volta riconosce la violenza online, inclusa quella connessa all’uso delle tecnologie e della comunicazione, come parte integrante della violenza contro le donne, imponendo agli Stati membri di garantire protezione effettiva anche contro pratiche come la diffusione non consensuale di materiale intimo o manipolato, la stalking online, le molestie online, l’istigazione alla violenza e all’odio online. In Italia, il Codice Rosso, introdotto nel 2019 e successivamente aggiornato, ha ampliato la tutela penale includendo nuove forme di violenza digitale, come la diffusione non consensuale di immagini o video sessualmente espliciti. Più recentemente, la legge n. 132/2025 ha introdotto nel codice penale l’articolo 612-quater, che istituisce il reato di illecita diffusione di contenuti generati o alterati mediante sistemi di intelligenza artificiale, volto a sanzionare la condivisione non autorizzata di immagini, video o registrazioni vocali manipolate con IA, comprese le forme di deepfake a contenuto sessuale. PREVENZIONE PRIMARIA, NECESSARIA A TUTTA LE ETÀ E IN OGNI AMBITO Affinché le leggi possano agire in modo efficace, serve cambiare la cultura. Un cambio di rotta possibile attraverso la prevenzione. Il termine “prevenzione” è polisemico e racchiude differenti significati operativi, la cui distinzione è essenziale per la corretta elaborazione delle norme, nonché progettazione e attuazione degli interventi: * la prevenzione primaria agisce prima che la violenza si manifesti, intervenendo sulle cause strutturali e culturali che la rendono possibile; * la prevenzione secondaria interviene quando emergono i primi segnali di rischio, per proteggere tempestivamente le donne; * la prevenzione terziaria è quella che opera dopo la violenza, concentrandosi sulla riduzione dei danni e sulla prevenzione della recidiva attraverso percorsi di responsabilizzazione degli autori. La prevenzione primaria, sottolinea il rapporto ActionAid, rappresenta la dimensione più ampia e trasformativa delle politiche di contrasto alla violenza maschile contro le donne: mira a impedire che la violenza si verifichi, intervenendo sulle cause strutturali, promuovendo uguaglianza di genere, il rispetto reciproco e relazioni non violente. > Non è un mero settore di intervento, ma una prospettiva di governo del > cambiamento Riconoscerla come tale significa consolidare un approccio fondato su conoscenza, partecipazione e responsabilità, capace di incidere nel tempo sui fattori che generano e legittimano la violenza. «Non si può prevenire la violenza senza promuovere uguaglianza, e non si può costruire uguaglianza senza assumere la prospettiva di genere in ogni politica pubblica. Significa intervenire sulle cause profonde, non solo sugli effetti – spiega Katia Scannavini, Co-Segretaria Generale ActionAid Italia – ActionAid chiede al Governo e al Parlamento che almeno il 40% delle risorse annuali del Piano antiviolenza sia vincolato alla prevenzione primaria insieme all’adozione di un piano strategico e operativo ad hoc, con risorse certe, obiettivi verificabili e responsabilità condivise». Affinché possa funzionare concretamente, aggiunge Scannavini, «La prevenzione primaria non si può fermare alla necessaria educazione nelle scuole, ma deve coinvolgere le persone di ogni età, con azioni dirette a tutti gli ambiti della vita quotidiana, perché solo un cambiamento culturale può fermare la violenza maschile contro le donne». The post Perché abbiamo bisogno di prevenzione primaria per abbattere stereotipi e violenza appeared first on The Wom.
Attualità
violenza di genere
Jolanda Renga da Scomode: “Nessuno ha il diritto di farti sentire sbagliata”
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Dopo Giorgia Soleri e Big Mama, è Jolanda Renga la nuova voce di Scomode, il format di The Wom dedicato agli argomenti più caldi dell’attualità femminile. Nell’ultima puntata, Jolanda racconta una vicenda personale di ricatto online e violenza digitale, portando al centro del discorso il tema dell’educazione sessuo-affettiva C’è un momento esatto in cui la violenza digitale smette di essere un concetto astratto e prende forma concreta. Per Jolanda Renga coincide con l’arrivo di un messaggio che l’ha scossa profondamente: quello di qualcuno che sosteneva di essere in possesso di sue foto di nudo minacciandola di diffonderle. Nella nuova puntata di Scomode, Jolanda sceglie di raccontare questa esperienza personale, trasformandola in un discorso collettivo. Perché ciò che le è accaduto non è un’eccezione, ma parte di un fenomeno sempre più diffuso che colpisce soprattutto ragazze e donne. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da The Wom (@thewom) JOLANDA RENGA SU SCOMODE: VERGOGNA, COLPA E SILENZIO Nel suo racconto emergono emozioni che molte conoscono fin troppo bene: la paura improvvisa, il senso di esposizione, la vergogna che arriva anche quando non c’è nulla di cui vergognarsi. Una reazione quasi automatica, alimentata da una cultura che continua a spostare la responsabilità su chi subisce, invece che su chi esercita la violenza. Jolanda lo dice con chiarezza: la vergogna non appartiene mai a chi viene ricattata, ma a chi minaccia, manipola, usa il digitale come strumento di controllo. Dare un nome a queste emozioni è il primo passo per smontare il meccanismo che tiene molte persone in silenzio. CHIEDERE AIUTO, DENUNCIARE, PARLARE Un altro punto centrale del suo racconto è l’importanza di chiedere aiuto subito. Non isolarsi, non minimizzare, non pensare di dover affrontare tutto da sole. > Denunciare non è un atto di debolezza, ma una forma di protezione e di presa > di parola, soprattutto in un contesto in cui la violenza online viene ancora > spesso sottovalutata In Scomode, la testimonianza individuale diventa così uno strumento di consapevolezza: raccontare serve a riconoscere i segnali, a sapere che esistono alternative al silenzio. Qui la versione integrale dell’intervista: CAMBIARE LA NARRAZIONE Il messaggio più potente che emerge dal video è forse questo: non siamo noi a doverci difendere sempre. Non può essere una responsabilità individuale proteggersi continuamente da una violenza sistemica. È chi condivide, produce o minaccia violenza — online come nello spazio pubblico — che deve imparare a rispettare. “Nessuno ha il diritto di farti sentire sbagliata”, non è solo una frase di conforto, ma un invito a ripensare il modo in cui parliamo di violenza digitale, tecnologia e responsabilità. Verso una società più consapevole, emotivamente educata e, finalmente, sicura per tutte. The post Jolanda Renga da Scomode: “Nessuno ha il diritto di farti sentire sbagliata” appeared first on The Wom.
Attualità
violenza di genere
Veronica Zinnia, custode dei dimenticati: “racconto i morti per ricordare ai vivi di vivere intensamente”
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Da bambina camminava nei cimiteri stringendo la mano del padre, da un lato, e i fiori con l’altra. Ascoltava i racconti, guardava le foto ovali, gli epitaffi antichi e le tombe dimenticate. Oggi Maria Veronica Zinnia – nata a Bologna il 5 aprile 1995 – per tutti Beccamorta, con centinaia di migliaia di follower su Instagram e Tik Tok – torna in quegli stessi luoghi per un motivo diverso: restituire voce e dignità a chi la storia ha sepolto due volte, nella terra e nell’oblio Maria Veronica Zinnia si definisce “la custode dei dimenticati”, ma non è un’immagine poetica: è il suo lavoro. Divulgatrice di memorie sepolte. “Quando rispolvero una tomba, rispolvero una memoria.” La sua è un’educazione alla morte – e quindi alla vita – che passa dai social ma si fonda su metodo, rigore e una ferrea etica. Il risultato non è un racconto della morte, ma un affresco di umanità: storie che parlano meno di lutto e più di memoria, meno di paura e più di vita. «Ogni volta che racconto un morto, ricordo ai vivi che esistere significa lasciare traccia». Perché Beccamorta non è la ragazza che parla con i morti: è la donna che restituisce loro la voce. INTERVISTA A VERONICA ZINNIA, AKA “BECCAMORTA” Puoi raccontarci com’è iniziato tutto? Era solo attrazione o una vocazione? Avevo cinque o sei anni. Mio padre mi portava a trovare mio nonno al cimitero. Io non avevo paura: teschi, fantasmi, film “particolari” mi incuriosivano invece di spaventarmi. Guardavo le tombe fatiscenti e mi chiedevo chi fossero, perché nessuno le curasse. La curiosità è nata lì, sul campo. Ricordi il momento in cui la bambina con i fiori ha incontrato la donna che sei? Dopo anni difficili. A 19 anni mi diagnosticano un disturbo borderline di personalità. Tra il 2017 e il 2018 tocco il fondo: quattro ricoveri psichiatrici. Lì mi sono chiesta cosa volessi davvero. Ho capito che volevo prendermi cura di chi non c’è più. All’inizio era un rifugio dai vivi che mi avevano ferita. Ma da quel gesto è nato molto di più. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da 𝐁𝐞𝐜𝐜𝐚𝐦𝐨𝐫𝐭𝐚 𝐋𝐚 𝐜𝐮𝐬𝐭𝐨𝐝𝐞 𝐝𝐞𝐢 > 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢 (@_beccamorta) “Beccamorta”: perché questo nome? Nasce nel 2019, quando lavoravo in un cimitero con una borsa lavoro come operatrice cimiteriale. In quel periodo ho aperto un canale YouTube per sfatare i luoghi comuni sul settore funebre e sui cimiteri. Il nome è a metà tra arte e professione: ero davvero una “beccamorta” e volevo mostrare sui social quel mondo dall’interno. Quanto hanno contato le tue “estetiche altre” (Tim Burton, scheletri, dinosauri)? Tantissimo. Ma non è stato solo Tim Burton: è stato soprattutto mio padre. Appassionato di storia, mi parlava di tragedie, misteri, Pompei, Titanic. Mentre le mie compagne giocavano con le Barbie e i maschi parlavano di Dragon Ball, io ero quella “strana” che amava i dinosauri e i film ambientati nei cimiteri. Quel lato lo nascondevo, perché non veniva capito. Poi è arrivata la mia maestra di italiano e storia: grazie a lei la memoria è diventata casa. La mia scuola portava il nome di un partigiano morto a 18 anni, e ogni 25 aprile ci portava sul luogo della fucilazione. Esperienze fortissime che mi hanno formata. Quando hai capito che il silenzio dei cimiteri non è vuoto ma pieno di vita da restituire? Nel 2021 indagando sulla morte del cugino di mio padre. Guardavo la sua lapide: una iscrizione delicata ma enigmatica diceva che “voleva provare a volare ed è caduto dalla Torre degli Asini”. In archivio ho trovato l’articolo con i dettagli. Ho riportato a mio padre ricordi che neppure lui ricordava. Ho capito che le storie dei defunti si intrecciano con la storia di una città. Da lì non mi sono più fermata. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da 𝐁𝐞𝐜𝐜𝐚𝐦𝐨𝐫𝐭𝐚 𝐋𝐚 𝐜𝐮𝐬𝐭𝐨𝐝𝐞 𝐝𝐞𝐢 > 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢 (@_beccamorta) Hai vissuto bullismo, depressione e giudizio: in che modo prenderti cura dei defunti ha riscritto la tua storia? Mi ha guarito la parte che si sentiva abbandonata e “strana”. Io parlo soprattutto di persone comuni, come siamo noi. Ridare loro dignità ha dato dignità anche a me. Sei tra le poche formate in tanato-estetica. In cosa consiste? Ho l’attestato, ma non ho mai lavorato davvero nel settore: ho messo le mani su una salma solo durante il corso. In Italia la tanatoestetica è una libera professione, non un lavoro dipendente. È un mestiere che richiede tecnica, rigore e un’enorme empatia: dare un volto riconoscibile a una persona che non c’è più significa restituire conforto a chi resta. Nel mio corso eravamo otto donne e un solo uomo, ma quando provi a entrare nel settore trovi ancora un mondo molto maschile. La cura però non ha genere: ha sensibilità. E quella, in qualsiasi forma, parla da sola. Cosa significa stare ogni giorno a contatto con la morte? Per me la morte non è la fine, ma la seconda parte del viaggio. > L’esistenza è un ciclo: siamo fatti della stessa sostanza delle stelle, e come > le stelle non smettiamo di esistere, ci trasformiamo Non seguo una religione precisa, ma credo nell’energia dell’universo: il corpo si ferma, l’energia no. Ciò che siamo continua altrove. Quando entro in un cimitero non racconto una fine, ma il punto in cui quell’energia si è fatta storia. Restituire una storia significa rimettere in circolo quella stessa energia, farla uscire dalla lapide e tornare nel mondo. Dal marmo all’archivio: com’è il tuo percorso d’indagine? Vado spesso nei sotterranei dei cimiteri monumentali, tra i loculi dei primi del ’900. Mi attirano le foto d’epoca, epitaffi e date. Un tempo gli epitaffi dicevano molto sulla causa della morte; oggi sono frasi uguali. Il mio metodo parte da un dettaglio: quando leggo “crudele destino”, “tragica fine”, “funesto caso”, so quasi sempre che non è morte naturale. Scatto una foto alla lapide e inizio l’indagine. Vado negli archivi dei quotidiani locali, chiedo i microfilm dell’anno di morte e li scorro finché non arrivo ai giorni successivi all’evento. È lì che, quasi sempre, trovo la notizia pubblicata e la verità. Raccolgo i dati, li scrivo, registro la voce. E mentre lo faccio, pulisco quella lapide: il gesto diventa racconto. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da 𝐁𝐞𝐜𝐜𝐚𝐦𝐨𝐫𝐭𝐚 𝐋𝐚 𝐜𝐮𝐬𝐭𝐨𝐝𝐞 𝐝𝐞𝐢 > 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢 (@_beccamorta) Spolverare una tomba è storia, rito o gentilezza? Cosa resta in te? Tutte e tre. Tolgo fisicamente ragnatele per vedere meglio il volto, ma soprattutto “rispolvero” simbolicamente la memoria e la sua dignità. Dopo mi sento bene, come se quella persona non fosse più sola e parlasse attraverso me e chi guarda il video. “Memorie di marmo”: com’è nato il libro? Nel 2021. All’inizio le ricerche erano meno approfondite di oggi, ma la storia di famiglia che ho inserito (quel cugino) mi ha dato l’input a cercare di più e meglio. Il libro non si trova più, ma erano ricerche più semplici, tratte da Google. Dal 2023 il lavoro d’archivio è la spina dorsale del mio metodo. Come scegli chi raccontare? Ti capita che una storia “ti chiami”? Mi chiamano le foto, gli epitaffi, le formule che lasciano intravedere cosa è accaduto. È un’attrazione precisa: mi fermo finché e mi dico che devo capire cosa è successo. Tra tutte le vite che ho riportato alla luce, ce n’è una che ti ha cambiata? Sì: quella di Giorgio Giardini, 13 anni. È la storia con cui ho empatizzato di più, forse perché alla sua età potevo essere io. Sulla lapide c’era scritto che era “morto mentre si addestrava alla ginnastica”: una frase che non mi convinceva. All’inizio avevo solo la foto della tomba e, grazie a un follower, l’atto di morte, dove compariva la parola “soffocamento”. Per mesi non ho trovato nulla, finché nei microfilm dell’Avvenire d’Italia non è comparsa la verità: Giorgio non stava facendo ginnastica. Si era legato una corda al collo. Un suicidio nascosto con delicatezza, perché inaccettabile per un bambino. Quando l’ho letto, ho sentito un gelo improvviso: come se lui stesso, quasi un secolo dopo, mi chiedesse di non essere dimenticato. Nella verità che ho trovato, c’era una fragilità che riconoscevo. Un dolore che parlava anche a me. Un’altra storia che porto dentro è quella di Dino, il bambino del concorso di bellezza. Sembrava una vicenda tenera, e invece nascondeva una ferita: quei concorsi esponevano i bambini a cosmetici tossici, usandoli di fatto come cavie. Dino era uno di loro. La sua morte è il simbolo di un’ingiustizia normalizzata, mai raccontata davvero. Giorgio mi ha toccata per la sua fragilità, Dino per l’ingiustizia. Due ferite diverse, ma con la stessa richiesta: non lasciatemi nell’oblio. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da 𝐁𝐞𝐜𝐜𝐚𝐦𝐨𝐫𝐭𝐚 𝐋𝐚 𝐜𝐮𝐬𝐭𝐨𝐝𝐞 𝐝𝐞𝐢 > 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢 (@_beccamorta) Ti rivedi nei volti che incontri? Sì. A volte nelle foto ceramiche, a volte in coincidenze di date, come ad esempio la data del mio compleanno, il 5 aprile. Certe storie risuonano dentro, e non è paranormale: è umanissimo. C’è un profumo, un suono o un dettaglio sensoriale che associ ai tuoi momenti di solitudine tra le lapidi? L’odore di terra bagnata. E di crisantemi freschi, soprattutto a inizio novembre. Che messaggio vuoi dare a chi ti vede prenderti cura delle tombe dimenticate? Che nei cimiteri si studia tantissima storia. Non sono solo il luogo dove “c’è il nonno”: sono archivi a cielo aperto. Il necro-turismo cresce: quali regole etiche per non trasformare i cimiteri in set? Tutti i luoghi vanno rispettati, soprattutto quelli pieni di storia. Il problema non è mai il luogo, ma come ci stai. Entri per imparare, non per metterti in scena. È anche questo che cerco di trasmettere alle persone con i miei video. I cimiteri sono luoghi d’arte e di pace. Dalle foto post-mortem alla cultura pop: come dialogano oggi arte funeraria e immaginario? I monumenti storici andrebbero preservati: raccontano un’idea di lutto e di bellezza che oggi stiamo perdendo. Nei cimiteri monumentali trovi sculture straordinarie; nei campi moderni, invece, tutto è più neutro e asettico. È lo specchio di come viviamo la morte: abbassando il volume, cercando di renderla invisibile. > Un tempo il lutto era pubblico e condiviso, oggi c’è uno stigma su come > “dovresti” soffrire. Ma il dolore non si standardizza In altre culture la morte è ancora parte della vita – dal Día de los Muertos ai villaggi che spolverano le ossa dei defunti – mentre in Italia sta scomparendo dalla vista. L’arte funeraria continua a influenzare la cultura pop – statue usate per copertine, videoclip, estetiche gotiche – ma nella quotidianità abbiamo perso la capacità di guardarla senza paura. Ed è un peccato: i cimiteri potrebbero essere ancora luoghi d’arte, memoria e pace. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da 𝐁𝐞𝐜𝐜𝐚𝐦𝐨𝐫𝐭𝐚 𝐋𝐚 𝐜𝐮𝐬𝐭𝐨𝐝𝐞 𝐝𝐞𝐢 > 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢 (@_beccamorta) Perché abbiamo così paura della morte? È davvero la morte a spaventarci o l’idea di essere dimenticati? Temiamo l’ignoto e viviamo distratti dagli affanni. Dimentichiamo che il nostro tempo, prima o poi, finisce: questo rende più spaventoso guardarlo in faccia. E allora la morte diventa un tabù. Non la guardiamo, non la nominiamo. E più la evitiamo, più ci spaventa. Che rapporto hai tu con la morte? Sono serena. Mi spaventa più la sofferenza. Temo solo i rimpianti: arrivare alla fine senza aver fatto ciò che sentivo e aver vissuto con la paura del giudizio degli altri. Non dobbiamo passare la vita a compiacere gli altri. Se un giorno qualcuno dovesse ricordarti, quale traccia vorresti lasciare? Vorrei che dicessero: “Ha cambiato il modo di guardare i cimiteri. Ha insegnato che la storia di una città e di una civiltà si impara anche dai suoi defunti”. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da 𝐁𝐞𝐜𝐜𝐚𝐦𝐨𝐫𝐭𝐚 𝐋𝐚 𝐜𝐮𝐬𝐭𝐨𝐝𝐞 𝐝𝐞𝐢 > 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢 (@_beccamorta) Racconti la morte online con rigore e delicatezza: è una forma di educazione emotiva a guardare la morte senza paura, a riconoscerne altre valenze oltre all’idea di fine? Sì. Perché ogni storia racchiude davvero un mondo intero. Quando racconto una vita dimenticata, non parlo solo di morte: parlo di memoria, umanità e ciò che resta. E questo aiuta le persone a guardare la morte da un altro punto di vista, meno spaventoso. In un certo senso è anche educazione antropologica: attraverso queste storie si capisce come vivevano, amavano e soffrivano le persone prima di noi. La morte diventa un modo per comprendere meglio la vita. Le reazioni più frequenti? Tantissimi grazie: “Pensavo di essere l’unico a chiedermi chi fosse quel ‘povero Cristo’ con la tomba abbandonata”. C’è chi torna a trovare un parente e mi dice: “Adesso lo vedo con occhi diversi”. E tutto il lavoro che fai sui social – il passaggio dal cimitero come luogo fisico al digitale come spazio di racconto – ti fa sentire parte di una nuova cultura della memoria? Una sorta di memoria digitale che sostituisce quei racconti che una volta ci facevano i nonni, mano nella mano tra le lapidi? Sì. È proprio questo: un racconto collettivo digitale. Sto dando voce a persone che non possono più farlo, e lo faccio in un luogo, i social, dove quella voce arriva lontano, molto più lontano di quanto potessero immaginare. Cosa diresti alla te di dieci anni fa? La abbraccerei. “Non sei sbagliata. Hai valore. Tieni duro: arriveranno persone capaci di amarti.” Cosa ti hanno insegnato le persone che ti seguono? Che i miei “valori” c’erano anche quando non venivano visti. Non ero “strana”: ero diversamente talentuosa. Questo lavoro ha cambiato il rapporto con te stessa? Sì. Le mie fatiche di salute mentale venivano anche dal giudizio degli altri. Trovare la mia strada mi ha tolto la benda dagli occhi: non devo essere chi non sono per compiacere nessuno. Il sogno che non hai ancora realizzato? Portare questo progetto in televisione, raggiungere ancora più persone. E farne un lavoro stabile che mi dia indipendenza. The post Veronica Zinnia, custode dei dimenticati: “racconto i morti per ricordare ai vivi di vivere intensamente” appeared first on The Wom.
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Il 2025 delle donne, tra contraccolpi (tanti) e conquiste (poche)
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Come sottolineano vari report di organizzazioni internazionali, l’anno che si sta chiudendo è stato cruciale per le donne di tutto il mondo, tra piccole vittorie e molti passi indietro. Dall’aborto alla violenza di genere, ecco cosa è cambiato nel 2025 “Contraccolpo”, “svolta”, “punto critico”. Sfogliando i report annuali delle organizzazioni che monitorano i diritti delle donne, queste sono le parole più utilizzate per descrivere questo 2025. Nel trentesimo anniversario della conferenza dell’Onu di Pechino, quando 189 Paesi si misero d’accordo fra di loro per garantire l’empowerment femminile a livello globale, i tanti passi avanti fatti negli ultimi anni cominciano a essere messi in discussione. MENO DONNE IN POLITICA Per la prima volta nella storia, nel 2025 è diminuito il numero di rappresentanti politiche donne a livello globale. Secondo UN Women, l’organizzazione per i diritti delle donne delle Nazioni Unite, solo il 22,9% dei posti in parlamento è occupato da donne, una cifra in calo rispetto al 2024, quando erano il 23,3%. > Lo scorso anno, i Paesi che avevano una perfetta parità fra i sessi erano 15, > mentre nel 2025 sono calati a 9 Si tratta di un segnale preoccupante, bilanciato però da un aumento delle donne nei ruoli esecutivi: le presidenti e capi di stato sono passate da 21 a 27 nel giro di cinque anni, anche se ben 103 Paesi continuano a non aver mai avuto una donna alla propria guida. La buona notizia è che l’Europa segue la rotta inversa: il numero delle deputate dei parlamenti del nostro continente è aumentato del 9,4% tra il 2010 e il 2024. COME CAMBIANO LE LEGGI SULLA VIOLENZA DI GENERE IN ITALIA Per quanto riguarda la lotta alla violenza di genere in Italia, il 2025 è stato un anno segnato da grandi dibattiti, che hanno portato ad alcuni miglioramenti come l’introduzione del reato di femminicidio nel codice penale, ma anche all’importante dietrofront sulla modifica della legge sulla violenza sessuale attraverso l’introduzione del criterio del consenso, bocciata dal Senato dopo il sì della Camera. Resta invece ancora in sospeso la legge che imporrebbe il consenso informato dei genitori ai corsi di educazione sessuale e affettiva nelle scuole, sostenuta fortemente dalla destra, e che per ora è stata approvata solo alla Camera. Nonostante l’Italia sia uno dei pochi Paesi in Europa in cui questi corsi, fondamentali per prevenire la violenza di genere, non sono obbligatori, il governo vuole imporre un’ulteriore stretta, e accusa i promotori dell’educazione affettiva di promuovere la cosiddetta “ideologia gender”.  NUOVE DEFINIZIONI DI “DONNA” E LA CANCELLAZIONE DEI DIRITTI TRANS Sempre a proposito di gender, l’anno si è aperto con l’inaugurazione della presidenza Trump e una sfilza di ordini esecutivi che, tra le altre cose, hanno imposto la cancellazione di molti termini “inclusivi” dai documenti ufficiali del governo statunitense e l’imposizione di nuove definizioni di “uomo” e “donna”, basate sulla biologia. Lo stesso è accaduto ad aprile nel Regno Unito, quando la Corte Suprema ha emesso una sentenza sulla legge sulle pari opportunità in cui ha stabilito che è donna solo chi è nata come tale. Negli stessi giorni, l’Ungheria approvava un emendamento alla Costituzione che prevede il riconoscimento di soli due sessi nel Paese, maschile e femminile. Queste decisioni hanno avuto un forte impatto soprattutto sui diritti delle persone transgender, che secondo il Trans Rights Index stanno attraversando un “momento critico” e un “passo indietro senza precedenti” non solo negli Stati Uniti, ma anche nel nostro continente. L’ANNO DELLA “MASCHIOSFERA” Il 2025 è stato l’anno in cui l’opinione pubblica ha cominciato a fare i conti con la normalizzazione della cosiddetta “maschiosfera”, gli ambienti della misoginia online che dalle periferie di Internet sono stati progressivamente integrati nel mainstream. Gli influencer mascolinisti Andrew Tate e suo fratello Tristan, accusati di stupro e traffico di esseri umani in Romania, sono stati accolti a braccia aperte negli Stati Uniti dove, come ha rivelato una recente inchiesta del New York Times, sarebbero stati aiutati da importanti esponenti del governo. Proprio Tate viene nominato nella serie tv che è riuscita a portare questo tema nel dibattito pubblico, Adolescence, che racconta la caduta di un tredicenne inglese nel vortice della propaganda incel. Anche se la storia raccontata da Stephen Graham è inventata, l’ambientazione è più che mai realistica. Molti sondaggi a livello globale confermano infatti che i giovani uomini sono sempre più influenzati da queste figure: anche in Italia crescono i maschi che non condividono gli ideali femministi e credono che la parità di genere sia già stata raggiunta. ALCUNE IMPORTANTI VITTORIE PER IL DIRITTO DI SCELTA Negli ultimi anni il tema dell’aborto è tornato a mobilitare le piazze di tutto il mondo, dagli Stati Uniti (uno dei quattro Paesi al mondo che negli ultimi trent’anni è tornato indietro sul diritto di interrompere la gravidanza) all’America Latina, dove grazie al movimento della Marea Verde molti Paesi sono riusciti a depenalizzare la procedura. Secondo il Center for Reproductive Rights, il 40% delle donne in età riproduttiva vive però ancora in un Paese in cui l’aborto è illegale. Proprio alla luce dei recenti cambiamenti sul tema, l’Europa si è attivata per proteggere i diritti delle sue cittadine: molti Paesi (ma non l’Italia) hanno ampliato i termini per interrompere la gravidanza, mentre il Regno Unito ha eliminato ogni forma di criminalizzazione delle donne che abortiscono. A dicembre il Parlamento Europeo ha poi approvato con una larga maggioranza l’iniziativa dei cittadini europei My Voice, My Choice, che istituirà un fondo comune europeo per assistere le donne che vivono in Paesi in cui l’aborto è ostacolato. Sempre a livello legislativo bisogna segnalare due vittorie: il consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, attraverso due sentenze, ha stabilito che negare cure abortive è una violazione dei diritti umani. La posizione dell’Onu è stata ribadita anche in una risoluzione approvata lo scorso ottobre sulla prevenzione della mortalità materna. The post Il 2025 delle donne, tra contraccolpi (tanti) e conquiste (poche) appeared first on The Wom.
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Una stanza e un’ora tutta per sé: ancora un miraggio per le donne
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Una stanchezza che non passa dormendo. Né che si risolve con un weekend libero o qualche ora di ferie. Quella che attraversa la vita delle donne è una stanchezza strutturale, cronica, che ridisegna i confini della quotidianità: i dati dell’ultimo report della School of Gender Economics, “Determinanti strutturali e meccanismi di riproduzione delle disuguaglianze di genere”, diretto da Azzurra Rinaldi, fotografano con precisione questa fatica diffusa. E raccontano una realtà che non riguarda solo il benessere individuale, ma il funzionamento stesso della nostra società La stanchezza femminile non è una sensazione passeggera, né un problema individuale di cattiva organizzazione. È un dato strutturale. Lo certifica il report “Determinanti strutturali e meccanismi di riproduzione delle disuguaglianze di genere”, realizzato dalla School of Gender Economics dell’Università Unitelma Sapienza e diretto da Azzurra Rinaldi, con la collaborazione di Claudia Pitteo e il supporto del ricercatore Dawid Dawidowicz. IL TEMPO NON È UNA VARIABILE NEUTRA Nel lavoro della School of Gender Economics il tempo smette di essere una variabile neutra. Diventa un indicatore capace di misurare la profondità delle disuguaglianze di genere. La ricerca, condotta su un campione di 2.456 donne, mostra come la scarsità di tempo condizioni l’accesso al lavoro, alla formazione, alla salute e, più in generale, alla possibilità di autodeterminazione. > Quando il tempo manca, le opportunità si restringono. E questo ha un costo non > solo individuale, ma collettivo I numeri non parlano di scelte individuali, né di una presunta incapacità di organizzarsi. Parlano di un sistema che continua a scaricare sulle donne la gestione del tempo, della cura, dell’energia emotiva. La stanchezza femminile, ci dice il report, non è una questione privata: è un indicatore economico e sociale. STANCHEZZA CRONICA, NON INDIVIDUALE La stanchezza che emerge dal report non è legata a momenti specifici della vita, ma attraversa le diverse fasce d’età. > Tra le più giovani, nella fascia 25-35 anni, oltre otto donne su dieci > dichiarano una stanchezza costante, che incide sulla concentrazione, sulla > capacità decisionale e sulla progettualità Non si tratta di un disagio temporaneo, ma di una condizione che si sedimenta e accompagna le donne negli anni centrali della vita lavorativa e familiare. IL TEMPO SOTTRATTO ALLA SALUTE Uno degli effetti più evidenti della scarsità di tempo riguarda la salute. Quasi il 45% delle donne intervistate afferma di non riuscire a prendersi cura del proprio benessere fisico per mancanza di tempo. > Ancora più rilevanti sono i dati sul piano psicologico: circa il 70 % segnala > livelli elevati di stress e difficoltà di recupero delle energie La rinuncia alla salute non è una scelta, ma una conseguenza diretta di un’organizzazione sociale che continua a scaricare sulle donne il peso della cura. IL LAVORO DI CURA CHE NON SCOMPARE A incidere in modo decisivo sulla disponibilità di tempo è il lavoro di cura non retribuito. Il 53 % delle donne dichiara di occuparsi completamente da sola della gestione domestica e familiare. Solo una minoranza può contare su una reale condivisione con il partner. Anche quando le donne lavorano, il carico invisibile dell’organizzazione quotidiana continua a gravare su di loro, producendo una sovrapposizione costante di ruoli che riduce il tempo disponibile per sé. LAVORO E FLESSIBILITÀ: UN ACCESSO DISEGUALE Sul fronte lavorativo, il report evidenzia un accesso fortemente diseguale agli strumenti di flessibilità. Tra le donne tra i 26 e i 35 anni, il 70 % non ha la possibilità di usufruire dello smart working. Una percentuale che diminuisce solo con l’avanzare dell’età, quando però il carico familiare tende ad aumentare. > La mancanza di flessibilità penalizza soprattutto le più giovani, rendendo più > difficile investire sulla formazione e sulla crescita professionale UN DIVARIO CHE SI TRASMETTE La scarsità di tempo non è solo una fotografia del presente, ma un meccanismo che contribuisce alla riproduzione delle disuguaglianze. Crescere in contesti in cui il tempo delle donne è sistematicamente sacrificato normalizza una distribuzione asimmetrica delle responsabilità. Il rischio è che la mancanza di tempo diventi un modello interiorizzato, difficile da scardinare anche nelle generazioni successive. UN’ORA CHE MISURA L’AUTONOMIA Il dato più simbolico resta quello sull’assenza di un’ora quotidiana per sé. > Per l’81 % delle donne tra i 36 e i 45 anni, quello spazio minimo non esiste. > Eppure è proprio da quell’ora che passa la possibilità di prendersi cura di > sé, formarsi, immaginare alternative Come sottolinea il report, quando le donne possono investire sul proprio tempo e sulla propria salute, sono più presenti nella vita economica, prendono decisioni più informate e contribuiscono alla costruzione di un modello di sviluppo più equo e sostenibile. Al contrario, quando una donna non ha tempo, perde margini di autonomia. Non solo perché rinuncia al riposo o al piacere, ma perché rinuncia – spesso senza accorgersene – alla formazione, alla salute, alla possibilità di progettare. > La scarsità di tempo diventa così una delle principali leve attraverso cui le > disuguaglianze di genere si riproducono. Restituire tempo alle donne non è una questione privata. È una scelta economica e politica. Virginia Woolf scriveva che per creare servono una stanza tutta per sé e un reddito. A distanza di quasi un secolo, quella stanza resta ancora un privilegio per molte: a mancare è il tempo. Mentale, fisico, continuo. The post Una stanza e un’ora tutta per sé: ancora un miraggio per le donne appeared first on The Wom.
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gender gap
La magia del Natale? È il lavoro di cura non retribuito delle donne
Preferisci ascoltare il riassunto audio? Non ci sarebbe Natale senza il lavoro delle donne, che puliscono, cucinano, comprano regali e li incartano per tutti. Ma questo impegno viene riconosciuto raramente Nel 1951 il famoso antropologo francese Claude Lévi-Strauss rimase colpito da un articolo di giornale in cui si raccontava che a Digione, il giorno della vigilia di Natale, Babbo Natale era stato impiccato e bruciato nella cattedrale della città, di fronte a un pubblico di bambini. La Francia, uscita da poco dalla guerra, stava come tanti altri Paesi europei importando le tradizioni americane, che la Chiesa vedeva però come una forma di paganizzazione. Partendo da questa storia, nel suo saggio Babbo Natale giustiziato, Lévi-Strauss giunge alla conclusione che, a differenza di riti precedenti (ma ancora diffusi), in cui ci si doveva ingraziare il favore dei morti, la moderna celebrazione del Natale è un attaccamento alla vita, che consiste nei sacrifici che facciamo per rendere questa festività bella per i bambini, ad esempio mantenendo viva l’illusione che Babbo Natale esiste. IL NATALE È DONNA Quello che Lévi-Strauss non dice, però, è che gran parte di questi sacrifici sono compiuti dalle donne. “Il Natale è largamente femminilizzato”, scrivono le ricercatrici Sheena Vachhani e Alison Pullen. “La gran parte del lavoro che associamo al Natale è svolto dalle donne e non si crede vada retribuito”. Le donne preparano da mangiare, decorano la casa, si occupano dei bambini, organizzano le feste, vanno a comprare i regali per tutti e li impacchettano. > Anche se il nostro immaginario natalizio è dominato da un anziano signore con > la barba, la magia del Natale è quasi sempre da attribuire al lavoro non > pagato e non riconosciuto di tutte le donne, non solo delle madri Se c’è da organizzare un Secret Santa con i colleghi, sarà molto probabile che a occuparsene sia una donna. Se c’è da scegliere un regalo per i genitori, è più facile che a farlo sia la figlia femmina e non il figlio maschio. IL NATALE COME SPECCHIO DELLA SOCIETÀ Secondo Vachhani e Pullen, ciò è dovuto al fatto che Natale è un rito e, come tutti i riti, la sua funzione è quella di mettere in scena in maniera più intensa ciò che normalmente accade nella società. A livello globale, le donne svolgono più del doppio del lavoro di cura svolto dagli uomini, per un totale di 16 miliardi di ore al giorno che, se venissero pagate, varrebbero più del 40% del PIL di molte nazioni. Queste stime includono l’educazione dei figli, il lavoro domestico, l’assistenza ad anziani e disabili, mentre è difficile quantificare il cosiddetto “lavoro emotivo”, che riguarda invece tutte quelle forme di impegno mentale e affettivo che ci si aspetta che le donne rivolgano agli altri. > Essere disponibili, sorridere, consolare, risolvere i conflitti; ma anche > pianificare e organizzare la vita familiare per renderla più piacevole per > tutti, ma non per forza anche per loro Le festività natalizie riproducono all’ennesima potenza questi meccanismi, con la differenza che nel rito del Natale la femminilità ha un ruolo di protagonismo. Se da un lato questo consente alle donne di usare i giorni di festa come un’occasione di creatività ed espressione – ad esempio cucinando qualcosa che non preparano normalmente o costruendo decorazioni – dall’altro carica queste giornate di maggiori aspettative e preoccupazioni. E infatti diversi studi mostrano come il Natale, che già di per sé è un periodo dell’anno complesso da gestire dal punto di vista emotivo, rappresenta una maggiore fonte di stress per le donne che gli uomini. IL LAVORO INVISIBILE DELLE DONNE L’importanza della dimensione domestica è sottolineata anche dall’iconografia natalizia. Mrs. Claus, uno dei pochi personaggi femminili natalizi nonché moglie di Babbo Natale, che comparve per la prima volta in una novella del 1849 intitolata A Christmas Legend, è spesso ritratta a casa, in attesa che il marito torni dal suo giro di consegna dei doni. Non è un caso se una delle sue prime descrizioni complete apparve sulla celebre rivista per casalinghe Good Housekeeping, dove viene ritratta mentre trasporta cestini pieni di pane. L’autore, probabilmente senza farlo apposta, definisce il suo contegno “appassionato ma nervoso”. Evidentemente anche Mrs. Claus fa parte di quel 51% di donne che definiscono “stressante” il Natale (contro il 35% degli uomini). Mrs. Claus è però una figura marginale dell’iconografia delle feste, surclassata dalle renne (di cui conosciamo il nome, a differenza sua), elfi, pupazzi di neve e ultimamente anche dal Grinch, un odiatore del Natale. > La marginalità della signora Claus riflette la caratteristica principale del > lavoro che le donne svolgono durante il Natale, ovvero la sua invisibilità Forse ancor più del segreto dell’inesistenza di Babbo Natale, che per Lévi-Strauss costituisce il senso profondo e il motivo per cui si continua a celebrare questa festa nell’età moderna, il segreto del lavoro delle donne viene custodito ancor più gelosamente. Ogni Natale, la famiglia riunita si siede in una casa pulita e addobbata da loro, mangia cibo cucinato da loro, scarta pacchetti realizzati da loro che contengono regali scelti e acquistati da loro. E ogni Natale sarà soprattutto compito della donna far sì che il segreto venga custodito per un altro anno, così che Babbo Natale non rischi di essere giustiziato. 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gender gap
Non è (solo) una questione di stipendi: cosa chiederemo davvero al lavoro nel 2026
Formazione continua, intelligenza artificiale come alleato e purpose autentico: secondo l’analisi di 24ORE Business School, il futuro del lavoro passa da un cambio di paradigma nelle strategie HR. Non più solo trattenere i talenti, ma prevenirne il disingaggio, investendo su competenze, senso e responsabilità condivisa Il mercato del lavoro italiano si avvicina al 2026 con una tensione strutturale sempre più evidente. Da un lato il talent shortage, ovvero la difficoltà delle aziende a reperire profili qualificati; dall’altro un alto tasso di inattività e un profondo disallineamento tra competenze disponibili e ruoli richiesti. A fotografare questo scenario è un’analisi di 24ORE Business School, digital business school del Gruppo Digit’Ed, che individua tre grandi trend destinati a ridefinire le priorità delle direzioni HR e il modo stesso di intendere il lavoro. DALLA RETENTION ALLA PREVENTION: LA FORMAZIONE COME LEVA STRUTTURALE Il primo cambio di passo riguarda il superamento della logica della retention, centrata sul trattenere i talenti, a favore di una strategia di prevention: prevenire il disingaggio, l’obsolescenza delle competenze e l’uscita delle persone prima che si trasformino in criticità. In questo contesto, la formazione continua smette di essere un benefit accessorio e diventa una leva strategica. “Secondo l’Inapp, l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, in Italia circa un lavoratore su cinque (21%) è under-qualified, mentre i dati Istat mostrano che solo il 66% della popolazione è potenzialmente impiegabile: una persona su tre è inattiva”, spiega Christian Guerrini, coordinatore scientifico dei Master HR di 24ORE Business School e Senior HR Director di JAKALA. “Questo quadro alimenta il talent shortage, ovvero la carenza di professionisti in settori chiave, che finisce per rallentare la crescita del Paese. Per questo la formazione non può più essere solo responsabilità e iniziativa individuale: deve diventare una leva strutturale di impresa, capace di rafforzare engagement, senso di appartenenza e sostenibilità organizzativa nel lungo periodo”. Christian Guerrini La risposta dunque, secondo Guerrini, non può più essere affidata alla sola iniziativa individuale: le aziende sono chiamate ad assumere un ruolo attivo, investendo in upskilling e reskilling come strumenti di sostenibilità organizzativa e responsabilità sociale. Formare significa oggi rafforzare engagement, senso di appartenenza e inclusione. INTELLIGENZA ARTIFICIALE: DA MINACCIA A OPPORTUNITÀ DIFFUSA Il secondo trend riguarda l’impatto dell’intelligenza artificiale, sempre più pervasiva nei contesti lavorativi. Se da un lato l’AI solleva interrogativi legati alla trasformazione dei ruoli, dall’altro apre a una grande opportunità: la sua democratizzazione. “L’intelligenza artificiale restituisce tempo e valore alla professione”, sottolinea Guerrini. “Libera dalle attività ripetitive e consente di concentrarsi su ciò che rende umano il lavoro: relazioni, cura, attenzione, pensiero critico”. In questa visione, l’AI non sostituisce il lavoro umano, ma ne ridefinisce il contributo, valorizzando competenze trasversali e capacità distintive. Il futuro non è una sfida tra uomo e macchina, ma una collaborazione intelligente. DAL LAVORO COME ESPERIENZA AL LAVORO COME SENSO Il terzo trend intercetta un cambiamento culturale profondo, amplificato dal fenomeno del quiet quitting: il lavoro non può più essere vissuto come un semplice scambio prestazione–retribuzione. Le organizzazioni sono chiamate a spiegare perché esistono, quale impatto generano e quale contributo offrono alla società. Nel 2026, le direzioni HR evolveranno sempre più verso il ruolo di architetti di sistemi orientati alla human experience, andando oltre la tradizionale employee experience. Purpose autentico, coerenza valoriale e narrazione credibile diventano elementi chiave per attrarre e attivare le persone, soprattutto le nuove generazioni. Performance management partecipativo, pratiche di speak up e un uso consapevole della tecnologia permettono di costruire percorsi più personalizzati e inclusivi, anche nelle grandi organizzazioni. INTELLIGENZA ARTIFICIALE E INTELLIGENZA ARTIGIANALE Il messaggio che emerge è chiaro: il futuro del lavoro si giocherà sull’equilibrio tra intelligenza artificiale e intelligenza artigianale, fatta di competenze, relazioni e responsabilità condivisa. Un equilibrio delicato ma decisivo, che determinerà la capacità delle imprese non solo di restare competitive, ma di crescere in modo sostenibile e generativo nel lungo periodo. The post Non è (solo) una questione di stipendi: cosa chiederemo davvero al lavoro nel 2026 appeared first on The Wom.
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Trasparenza salariale: entro giugno 2026 dovrà essere realtà. Perché farà bene a tutti
Entro giugno 2026, l’Italia dovrà recepire la direttiva europea sulla trasparenza salariale, pensata per ridurre il divario retributivo tra uomini e donne. Ma il Paese è in ritardo rispetto agli altri Stati membri e il gender pay gap resta tra i più alti d’Europa. In occasione della Giornata europea della parità salariale, lo scorso 17 novembre, ecco un’analisi dello stato dell’arte e delle opportunità – ancora poco esplorate – che la pay transparency può offrire a imprese e lavoratrici Dal 17 novembre e fino al 31 dicembre, simbolicamente, le donne europee smettono di essere pagate. È l’effetto concreto del gender pay gap, che nell’Unione europea si attesta in media al 12%, ma che in Italia arriva al 16% nel settore privato. Un dato che torna puntualmente al centro dell’attenzione in occasione della Giornata europea della parità salariale, ma che racconta una disuguaglianza strutturale, tutt’altro che episodica. E che rende necessarie delle politiche sulla trasparenza salariale. Nonostante un lento miglioramento negli ultimi anni, il divario retributivo continua a penalizzare le donne lungo tutto l’arco della vita lavorativa, con conseguenze dirette su autonomia economica, pensioni e possibilità di carriera. LA DIRETTIVA UE SULLA TRASPARENZA SALARIALE Per affrontare questa disuguaglianza, nel maggio 2023 l’Unione europea ha approvato la direttiva sulla Pay Transparency, che dovrà essere recepita dagli Stati membri entro il 7 giugno 2026. L’obiettivo è chiaro: garantire la parità di retribuzione per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore. La norma introduce obblighi precisi: durante le selezioni, le aziende dovranno indicare il livello retributivo o una fascia salariale e non potranno chiedere informazioni sugli stipendi precedenti. Una volta assunti, lavoratrici e lavoratori avranno diritto a conoscere i livelli salariali medi, aggregati per genere e categoria, mentre le imprese saranno chiamate a monitorare e rendicontare i propri divari retributivi. TRASPARENZA NON SIGNIFICA VIOLARE LA PRIVACY Un punto spesso frainteso riguarda la riservatezza: la direttiva non autorizza in alcun modo la diffusione delle retribuzioni individuali. I dati dovranno essere condivisi in forma aggregata, nel rispetto delle normative sulla privacy. L’obiettivo non è esporre i singoli, ma rendere visibili le disuguaglianze sistemiche. In caso di violazioni, sono previste sanzioni economiche proporzionate al fatturato e, nei casi più gravi, l’esclusione dagli appalti pubblici. Le lavoratrici e i lavoratori potranno inoltre richiedere il risarcimento degli arretrati. ITALIA FANALINO DI CODA IN EUROPA A pochi mesi dalla scadenza, il quadro europeo è disomogeneo. Paesi come Svezia, Belgio, Paesi Bassi e Irlanda hanno già presentato leggi o proposte legislative che recepiscono – e in alcuni casi superano – gli standard minimi fissati da Bruxelles. L’Italia, invece, resta indietro. Dopo la legge approvata nel febbraio 2024 che delega il governo al recepimento della direttiva, non risultano ancora provvedimenti concreti avviati. Un ritardo che rischia di tradursi in un’ennesima occasione mancata sul fronte della parità di genere. PERCHÉ LE AZIENDE DOVREBBERO MUOVERSI SUBITO In attesa delle norme nazionali, molte imprese scelgono di non intervenire. Secondo Sabrina Testori, Pay Equity and Transparency Advisor di Winning Women Institute – società benefit che promuove la parità di genere nel mondo del lavoro e collabora con istituzioni e imprese – è un errore strategico. “I princìpi della direttiva sono già chiari. Le aziende possono e dovrebbero iniziare subito dall’analisi dei divari retributivi, dalla revisione delle politiche di selezione e dalla comunicazione interna”. La trasparenza salariale, infatti, non è solo un obbligo normativo, ma un cambiamento culturale che può tradursi in benefici concreti: migliori performance, minore turnover, maggiore attrattività per talenti e investitori, reputazione più solida. IL PESO DEL PART-TIME E DELLE CARRIERE DISCONTINUE In Italia il problema del gender pay gap si amplifica se si guarda oltre la retribuzione oraria. Il ricorso al part-time – che riguarda oltre il 64% delle donne – e le carriere più frammentate fanno salire il divario medio fino al 20%, con punte superiori al 35% in alcuni settori tecnico-scientifici. Dati che mostrano come la disuguaglianza salariale sia intrecciata a modelli organizzativi, carichi di cura e stereotipi di genere ancora profondamente radicati. PARITÀ SALARIALE COME LEVA DI SVILUPPO Ridurre il gender pay gap non è solo una questione di giustizia sociale. Secondo la Commissione europea, ogni punto percentuale in meno di divario retributivo può generare un aumento dello 0,1% del Pil. “La parità di genere è una leva strategica per crescita, innovazione e competitività”, sottolinea Paola Corna Pellegrini, presidente di Winning Women Institute. Il conto alla rovescia è iniziato. La domanda, oggi, non è più se intervenire, ma quanto rapidamente l’Italia saprà colmare il divario che la separa dal resto d’Europa. The post Trasparenza salariale: entro giugno 2026 dovrà essere realtà. Perché farà bene a tutti appeared first on The Wom.
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