Q ualche mese fa un amico, T., mi ha raccontato di aver partecipato a una
sessione dei Love and Sex Addicts Anonymous, uno di quei gruppi di auto-aiuto in
dodici passi per liberarsi dalle dipendenze, proprio come gli Alcolisti Anonimi,
ma centrato sulla dipendenza sessuale e sulle dipendenze affettive. T. mi ha
fatto leggere le “caratteristiche della dipendenza da sesso e amore”, una lista
di dodici punti che descrive una serie di atteggiamenti e comportamenti
“problematici” legati al sesso o alle relazioni: “sessualizziamo lo stress, il
senso di colpa, la solitudine, la rabbia, la vergogna, la paura e l’invidia”;
“usiamo il sesso o la dipendenza emotiva come sostituti delle cure amorevoli e
del sostegno”; “rimaniamo gravemente distratti da ossessioni o fantasie
romantiche o sessuali” e “schiavi […] delle attività sessuali compulsive”. I
love and sex addict eviterebbero di assumersi le proprie responsabilità
legandosi a persone emotivamente non disponibili; attribuirebbero “qualità quasi
magiche” agli altri, li idealizzerebbero, per poi accusarli di non aver
soddisfatto le loro aspettative.
Mi sembrava bizzarro questo accorpamento tra i due concetti, amore e sesso.
Sotto la stessa etichetta, venivano raggruppate la sessualità compulsiva, la
dipendenza affettiva, l’idealizzazione romantica, la paura dell’abbandono e vari
modi di affrontare lo stress e la solitudine. Mi sembravano tutte fonti di
sofferenza, difficoltà relazionali e sessuali, ma al tempo stesso una serie di
affermazioni piuttosto generiche.
Ma soprattutto, perché T. si era diagnosticato una dipendenza dal sesso? Lo
conoscevo da un paio d’anni e il suo comportamento sessuale, in effetti, poteva
sembrare estremo, ma non era poi così diverso da quello dei tanti uomini gay che
conoscevo, che avevano una libido alta e la cui promiscuità sessuale era più o
meno socialmente approvata. T. mi inviava spesso video in cui faceva cruising
nei bagni pubblici, nei parchi. Vari miei amici ci avevano fatto sesso e lo
avevano descritto come un grande amante. Quando gli chiesi il perché di questa
(auto)diagnosi, mi rispose che, semplicemente, era dovuto al fatto che il suo
rapporto con il sesso stava influenzando tutte le altre aree della sua vita,
proprio come farebbe qualsiasi altra dipendenza. Lo portava ad assumersi grandi
rischi, come quello di contrarre l’HIV e altre infezioni sessualmente
trasmissibili, a mentire ai propri partner, a sperperare risorse economiche.
> Sotto la stessa etichetta, venivano raggruppate la sessualità compulsiva, la
> dipendenza affettiva, l’idealizzazione romantica, la paura dell’abbandono e
> vari modi di affrontare lo stress e la solitudine.
Nel mondo scientifico c’è un dibattito aperto sul concetto di “dipendenza
sessuale”. È più facile identificare le altre dipendenze, che siano
comportamentali come il gioco d’azzardo o da sostanze: assumere alcol, cocaina,
o altre sostanze in modo costante è quasi sempre la spia di una dipendenza, che
alla persona causi disagio o meno. Con il sesso è più difficile: si tratta di un
bisogno primario della maggior parte degli esseri umani; ci si può masturbare e
fare sesso più volte al giorno e comunque vivere una vita completa e
soddisfacente. Eppure, mi sembrava indubbio che per alcune persone il sesso
fosse fonte di sofferenza, qualcosa che sentono di non riuscire a controllare e
che si porta dietro ansia e vergogna.
Mentre molti esperti sono scettici riguardo all’esistenza di una vera e propria
“dipendenza sessuale”, su Internet proliferano i contenuti sul tema: decine di
TEDx Talk con titoli come “Superare le dipendenze: la mia storia con il porno” o
“Sfuggire alla dipendenza dal porno”; test fai-da-te che permettono di
autodiagnosticarsi come dipendenti sessuali; di tweet virali che recitano: “la
dipendenza da sesso/porno/masturbazione è visibile, non ignorarne i segnali” – a
cui segue una lista piuttosto vaga di sintomi e cambiamenti fisici che
riguarderebbero gli interessati da questa condizione, da “non riesci a guardare
le persone negli occhi” a “ti senti come se avessi il cervello sott’acqua”.
Facendo un passo molto indietro, Psychopathia Sexualis, celebre saggio sulla
sessualità “deviante” pubblicato nel 1886 dallo psichiatra austriaco Richard von
Krafft-Ebing, presenta una sezione dedicata ai comportamenti sessuali compulsivi
e incontrollabili. Krafft-Ebing classificò questi comportamenti nell’ambito
delle “nevrosi cerebrali” e utilizzò vari termini per descrivere ciò che oggi
alcuni identificano come dipendenza sessuale: “iperestesia”, per indicare un
desiderio sessuale ossessivo e anomalo che porta ad atti compulsivi;
“satiriasi”, per classificare gli impulsi sessuali incontrollabili negli uomini;
e il più noto “ninfomania”, applicabile invece alle donne.
Se in passato questi comportamenti erano considerati deviazioni dalla norma, in
tempi recenti si è passati ad affrontarli come problemi di salute mentale. È
importante sottolineare che, nell’edizione più recente del Manuale diagnostico e
statistico dei disturbi mentali (DSM), il cosiddetto disturbo da ipersessualità
non è stato incluso per mancanza di prove empiriche.
> Mentre molti esperti sono scettici riguardo all’esistenza di una vera e
> propria “dipendenza sessuale”, su Internet proliferano i contenuti sul tema.
Il disturbo da ipersessualità avrebbe previsto che, affinché si potesse
effettuare una diagnosi, la persona dovesse sperimentare, per almeno sei mesi,
fantasie, impulsi o comportamenti sessuali ricorrenti e intensi, associati a:
dedicare tanto tempo al sesso a scapito di altre attività e responsabilità;
ricorrere al sesso per gestire stati emotivi negativi o situazioni di stress;
mettere in atto tentativi ripetuti e fallimentari per ridurre il comportamento;
continuare a praticarlo nonostante i possibili rischi fisici o emotivi. Sotto lo
stesso ombrello, ci sarebbero i comportamenti legati alla masturbazione, al
porno, al sesso (con altre persone, online, telefonico). Non sarebbe quindi la
quantità di sesso, di per sé, a definire il problema, quanto la perdita di
controllo, l’interferenza con la propria vita (sociale, lavorativa, altre aree)
e la sofferenza associata al comportamento, proprio come mi raccontava T.
Due prospettive contrastanti sul tema sono affrontate in una raccolta di saggi
del 1996, Taking Sides: Clashing Views on Controversial Issues in Human
Sexuality, che ha un capitolo dedicato alla domanda: la dipendenza sessuale è un
mito? A sostenere che si tratta di un mito – così come il più recente The Myth
of Sex Addiction (2012) di David Ley – è lo psicoterapeuta William A. Henkin. A
sostenere il punto di vista opposto c’è Patrick Carnes, sessuologo, a cui è
attribuita la diffusione del termine sex addiction. Secondo Henkin, il concetto
di dipendenza sessuale è figlio di una cultura, quella americana, ostile al
sesso e alla sessualità. I criteri di questa diagnosi sono soggettivi, labili,
e, mentre per alcune persone fare tanto sesso può essere considerato frustrante,
sbagliato e immorale, per altre fa semplicemente parte della propria sessualità
– il rischio è quindi quello di patologizzare variazioni normali nel
comportamento e desiderio sessuale.
Riprendendo i sociologi Martin P. Levine e Richard R. Troiden, Henkin descrive
tre modi di pensare il sesso e di vivere la sessualità: quello procreativo,
secondo cui il sesso è un atto legato al matrimonio con il fine di fare figli;
quello relazionale, secondo cui il sesso è da circoscrivere all’interno di una
relazione romantica; e quello ricreativo, secondo cui il sesso è finalizzato al
piacere e al divertimento. Tutte e tre queste posizioni fanno leva su valori
incompatibili fra loro e concettualizzano il comportamento sessuale “fuori
controllo” in modo diverso. Un altro punto riguarda la leggerezza con cui usiamo
il termine “dipendenza” per riferirci a inclinazioni e passioni. Henkin sembra
preferire il termine “compulsione”, per designare una serie di comportamenti,
piuttosto che caratteristiche identitarie di una persona.
> Non sarebbe quindi la quantità di sesso, di per sé, a definire il problema,
> quanto la perdita di controllo, l’interferenza con la propria vita (sociale,
> lavorativa, altre aree) e la sofferenza associata al comportamento.
Carnes, invece, sostiene che è fondamentale riconoscere che quella legata al
sesso può essere una dipendenza a tutti gli effetti, non un comportamento
compulsivo né “ipersessualità”. Criticando il DSM, dice che “è da prendere come
un lavoro in evoluzione, piuttosto che come la Bibbia”. Secondo Carnes, il
pubblico è restio a definire dipendenza quella dal sesso perché consapevole che
il sesso è essenziale, potente, spaventoso. Carnes presenta una serie di casi
dalla sua esperienza clinica: un uomo che tradiva per anni la moglie con degli
uomini nelle saune e nei bagni pubblici, contraendo l’HIV; un prete che spendeva
migliaia di dollari in prostitute, arrivando a rubare dalla cassa della chiesa
per potersele permettere; una donna che abbandonava i propri neonati per poter
incontrare i propri amanti.
La letteratura sul tema si basa principalmente su aneddoti e casi clinici,
mentre i dati epidemiologici sono ancora preliminari. In uno studio condotto dal
gruppo di ricerca della professoressa Beáta Bőthe dell’Université de Montréal –
che ha l’obiettivo di studiare il rapporto tra sessualità, tecnologia e
dipendenze – la prevalenza della compulsività sessuale in un campione di 42
Paesi con circa 82.000 partecipanti era intorno al 5%. In un altro studio, gli
uomini gay o bisessuali sono stati identificati come il gruppo con la prevalenza
più alta di ipersessualità.
Ho parlato di questo tema con Émilie Gaudet, una dottoranda della professoressa
Bőthe. Secondo Gaudet, anche se molte persone fanno tantissimo sesso, ciò non è
da considerare necessariamente “problematico”. “Dobbiamo fare attenzione a non
rendere questo concetto mainstream”, dice Gaudet, “perché si tratta di una
condizione reale che causa tanta sofferenza.” Mi spiega che, a prescindere da
come si chiami questa condizione, e al di là delle preoccupazioni morali e
religiose (la religiosità è uno dei fattori maggiormente associati
all’autoidentificazione come sex addict), è vero che può comportare, oltre a
problemi con le relazioni, il rischio di perdere il lavoro e una forte ideazione
suicidaria.
Con Gaudet parliamo delle tre prospettive principali su questa condizione:
quella della compulsività, quella del controllo degli impulsi e quella della
dipendenza. La prima lega l’ipersessualità al disturbo ossessivo-compulsivo
(DOC). In questa prospettiva, il comportamento sessuale sarebbe preceduto da
pensieri, immagini o impulsi ricorrenti e difficili da frenare, accompagnati da
una crescente tensione che trova sollievo nel momento in cui il comportamento
viene messo in atto. Secondo Gaudet, il paragone con il DOC non regge perché di
solito, nelle ossessioni, i pensieri sono vissuti come intrusivi, indesiderati e
fonte di ansia, mentre nell’ipersessualità l’esperienza sessuale può essere
anche desiderata e gratificante, almeno inizialmente.
> C’è il rischio concreto di patologizzare variazioni normali nel comportamento
> e desiderio sessuale. Ai fini della diagnosi, non basta un’incongruenza morale
> del soggetto, né un’autoidentificazione come sex addict.
Un secondo modo di interpretare il fenomeno è quello del controllo degli
impulsi, “come la cleptomania o la piromania”, mi spiega Gaudet. L’International
Classification of Diseases (ICD-11) classifica proprio il disturbo da
comportamento sessuale compulsivo tra i disturbi del controllo degli impulsi –
le persone che ne soffrirebbero avrebbero difficoltà a resistere a un impulso
sessuale o a rimandarne la gratificazione. Ai fini della diagnosi, non basta
un’incongruenza morale del soggetto, né un’autoidentificazione come sex addict.
Anche questo modello, però, lascia alcune questioni aperte: molte condotte
sessuali che vengono definite problematiche possono essere pianificate,
ricercate e perseguite nel tempo, e non sembrano quindi riducibili a un impulso
improvviso e irrefrenabile.
Gaudet mi dice che, nel caso del sesso, il comportamento è molto gratificante
all’inizio, per poi diventare fonte di turbamenti, frustrazioni, malessere, come
vediamo nel caso di altre dipendenze – pensiamo a chi usa l’alcol o altre droghe
per stare meglio, affrontare momenti ed emozioni difficili, finché non diventa
un problema. La terza prospettiva è proprio quella dell’addiction, che traccia
un parallelo con le dipendenze da sostanze e, più in generale, con le dipendenze
comportamentali, come il gioco d’azzardo. In questo caso, il punto centrale
sarebbe la progressiva perdita di controllo sul comportamento e il suo crescente
spazio nella vita della persona. Elementi ricorrenti sono la difficoltà a
interrompere o ridurre l’attività sessuale, il tempo investito nella ricerca di
partner o di occasioni sessuali, la progressiva sottrazione di tempo ad altre
attività e la persistenza del comportamento nonostante le conseguenze negative,
per esempio sulla relazione di coppia, sul lavoro o sulla salute. Alcune persone
riferiscono inoltre stati di disagio quando cercano di interrompere il
comportamento, tra cui ansia, tristezza, rimuginio o senso di colpa.
Capire come classificare questa condizione ha delle implicazioni per il suo
trattamento. Quando chiedo a Gaudet cosa come trattarla, mi risponde che non è
semplice e che in questo momento storico non abbiamo una terapia ideale. Non ci
sono abbastanza prove che si tratti di una dipendenza, senza contare l’assenza
di forme di terapia evidence-based. Cosa bisogna trattare poi? Il comportamento
impulsivo? Il rapporto con il sesso? Far sì che le persone smettano di farlo? O
le emozioni sottostanti? Molte persone ricorrono al sesso e alla masturbazione
come strategia di coping, per affrontare lo stress, la noia, le emozioni
negative.
Gaudet suggerisce di trattare la disregolazione emotiva e affettiva alla base,
combinata con dei modelli per trattare le altre dipendenze. Le strategie
d’intervento hanno spesso preso in prestito strumenti utilizzati per le
dipendenze: psicoterapia individuale o di gruppo, tecniche
cognitivo-comportamentali per riconoscere le situazioni che precedono il
comportamento, strategie per prevenirne la ricaduta, lavoro sulle cause
psicologiche sottostanti e trattamento delle eventuali condizioni associate. A
questi approcci si sono aggiunti i gruppi di auto-aiuto come Love and Sex
Addicts Anonymous e interventi farmacologici destinati più che altro a ridurre
alcuni aspetti del comportamento. Negli Stati Uniti sono nati anche diversi
programmi di recupero in ambito religioso, spesso rivolti a persone che si
identificano come sex addict, in cui il comportamento sessuale “sano” viene
definito nei termini del matrimonio e dell’astinenza fuori da esso.
> Cosa bisogna trattare? Il comportamento impulsivo? Il rapporto con il sesso?
> Far sì che le persone smettano di farlo? O le emozioni sottostanti?
Come dicevamo fu proprio Carnes, all’inizio degli anni Ottanta, con Out of the
Shadows, a contribuire alla diffusione, negli Stati Uniti, dell’idea che alcuni
comportamenti sessuali potessero essere compresi attraverso il modello delle
dipendenze, con un approccio che riprendeva le caratteristiche e la struttura
degli Alcolisti Anonimi: riconoscere il problema, individuare i comportamenti
che lo alimentano, evitare le situazioni considerate ad alto rischio e costruire
un percorso di “recupero”, da intendersi in chiave spirituale.
Questo approccio, tuttavia, non si limita a descrivere una perdita di controllo
sul comportamento sessuale, ma porta con sé anche un’idea precisa di quale
sessualità dovrebbe essere considerata sana, guardando con sospetto il sesso al
di fuori di una relazione, l’uso della sessualità per gestire le emozioni
spiacevoli, i tradimenti e alcune pratiche sessuali non convenzionali. Il
rischio è quello di confondere la sofferenza prodotta da un comportamento con la
natura stessa di quel comportamento, patologizzando non solo la perdita di
controllo, ma anche una determinata idea di sessualità. Un modello costruito
attorno alla coppia monogama ed eterosessuale rischia così di leggere come
“deviante” ciò che, in altri contesti, può essere semplicemente un modo diverso
di vivere la sessualità: essere single, avere rapporti senza una relazione
sentimentale, vivere relazioni non monogame, avere una sessualità gay o
praticare forme consensuali di kink.
Una prospettiva diversa è quella dell’out of control sexual behavior, sviluppato
da Douglas Braun-Harvey e colleghi. Secondo questo approccio, il problema va
ricercato nell’ambito della salute sessuale e nel rapporto che la persona ha con
il sesso. Invece di chiedere soltanto quanto sesso faccia una persona, quanto
spesso si masturbi o quanta pornografia consumi, occorre ricostruire il quadro
individuale: come regola le proprie emozioni? Quali sono i suoi schemi
relazionali e di attaccamento? Quali conflitti vive intorno alla sessualità?
Quali sono i suoi valori? Quanto il comportamento sessuale interferisce con la
sua vita e, soprattutto, che cosa vorrebbe effettivamente cambiare? Ne deriva
quindi un approccio terapeutico più individualizzato che cerca di capire quale
funzione svolga quel comportamento: se serve a evitare emozioni difficili, a
regolare la noia o la solitudine, a gestire conflitti relazionali, a ricercare
gratificazione oppure a rispondere ad altri problemi psicologici o di salute. Il
comportamento sessuale, in questa prospettiva, non è necessariamente il
bersaglio da eliminare, ma può essere il punto attraverso cui comprendere un
problema più ampio.
> Un approccio terapeutico più individualizzato vede il comportamento sessuale
> non necessariamente come il bersaglio da eliminare, ma come il punto
> attraverso cui comprendere un problema più ampio.
Ricapitolando: siamo al buio rispetto a se, come e quando parlare di “dipendenza
sessuale”. Non abbiamo un consenso sulla definizione, né trattamenti di
comprovata efficacia. Ma la mancanza di una risposta non cancella la domanda di
chi sta male, come T. di cui scrivevo all’inizio. T. l’etichetta se l’è data da
solo, per poi liberarsene. È andato a una sola sessione dei Love and Sex Addicts
Anonymous – gli è bastata. Ha iniziato a frequentare un ragazzo di cui si è
innamorato – ora stanno insieme da qualche anno e sono monogami – e il desiderio
di non compromettere questa relazione importante ha fatto sì che cambiasse il
suo rapporto con il sesso. Quando abbiamo riparlato, mi ha detto di aver
“spostato” la sua “dipendenza” sessuale con chiunque a quella con il suo
fidanzato, con cui c’è molta chimica.
Non so se avesse ragione a chiamarla dipendenza. Voglio dargli il beneficio del
dubbio; gli credo quando dice che qualcosa non andava, anche se non mi era mai
sembrato una persona che vive il sesso con angoscia. Penso che avesse bisogno di
un linguaggio per comunicarlo, e che quello a disposizione fosse quello della
dipendenza e della diagnosi psichiatrica.
Si può essere aperti alla sessualità in varie forme, alle componenti positive
del sesso, del porno, della masturbazione, come lo è T. e come lo sono Gaudet e
il team di cui fa parte, pur riconoscendo che talvolta questa sessualità può
diventare “problematica”. Gaudet mi dice chiaramente che la posizione del suo
gruppo è che le persone che soffrono vanno prese sul serio e curate, e che non
tutti quelli che si definiscono sex addict lo sono. Queste due cose possono
coesistere ed è forse questa la parte più difficile da accettare, sia per chi
cerca di patologizzare alcune espressioni della sessualità umana, sia per chi,
al contrario, non vede nessuna patologia.
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“L a sete non si placa masticando un pezzo di pane. Si vince bevendo”. È con
questa immagine che la psicologa dello sviluppo Daniela Lucangeli si è rivolta,
durante l’incontro “Empatia e coraggio. Superare l’ansia insieme” a La fiera
delle parole di Padova, a chi le chiedeva come si potesse combattere l’ansia. Se
cerchiamo di convincerci razionalmente a non avere paura, suggeriva, agiamo sul
piano sbagliato. Se la paura nasce come un’esperienza emotiva, è attraverso
un’altra esperienza che possiamo trasformarla.
Nonostante sia un’idea intuitiva, per molto tempo la psicologia scientifica si è
occupata soprattutto di altre domande: come nasce la paura? Quali circuiti
cerebrali la generano? Perché in alcune persone diventa ansia cronica, fobia,
panico? Molto meno spazio è stato dedicato a un interrogativo complementare: che
cosa succede quando una persona, pur continuando ad avere paura, decide di
vivere comunque ciò che teme? Se la paura è un’emozione, il coraggio non può
essere semplicemente la sua assenza. Nessuno definirebbe coraggioso chi
attraversa un precipizio senza rendersi conto del pericolo.
Cos’è, davvero, il coraggio
Per secoli questa è sembrata una questione più adatta alla filosofia che ai
laboratori. Aristotele collocava il coraggio tra le virtù morali, a metà strada
fra la codardia e la temerarietà. Il coraggioso, scriveva nell’Etica Nicomachea
(libro III), è chi riconosce il pericolo senza lasciarsene dominare. Solo negli
ultimi decenni gli psicologi hanno iniziato a trattare il coraggio come un
fenomeno osservabile. Stanley Rachman, uno dei maggiori studiosi dei disturbi
d’ansia, propose di definirlo, in termini strettamente comportamentali, come
l’atto di avvicinarsi a qualcosa che suscita paura.
L’idea è stata poi messa alla prova in laboratorio. In uno degli studi
sperimentali più significativi relativamente a questo argomento, gli psicologi
Peter Norton e Brandon Weiss misero alla prova il coraggio di alcuni
partecipanti, tutti aracnofobici, chiedendo loro di avvicinare progressivamente
la mano a quattro tarantole imbalsamate. Pur provando livelli simili di paura,
le persone mostravano comportamenti diversi: alcune evitavano di avvicinarsi,
altre riuscivano a spingersi più vicino all’oggetto temuto. Era un cambiamento
di prospettiva importante. Significava che paura e coraggio non sono gli estremi
della stessa linea, come caldo e freddo, ma che possono coesistere. Anzi, il
secondo esiste soltanto in presenza della prima.
> Attraversare una strada trafficata per superare una fobia e denunciare un
> abuso sul lavoro sono entrambi esempi di avvicinamento alla paura. Ma soltanto
> il secondo soddisfa anche la definizione morale del coraggio.
Non tutti gli studiosi concordano su questa definizione. La psicologa Cynthia
Pury distingue oggi due modi diversi di intendere il coraggio. Il primo, quello
della psicologia sperimentale, si limita a osservare il comportamento: se una
persona affronta ciò che teme, sta manifestando coraggio, indipendentemente dal
motivo. Il secondo conserva invece un’eredità filosofica: affinché si possa
parlare davvero di coraggio, non è sufficiente affrontare un rischio, occorre
farlo per qualcosa che valga quel rischio.
Attraversare una strada trafficata per superare una fobia e denunciare un abuso
sul lavoro sono entrambi esempi di avvicinamento alla paura. Ma soltanto il
secondo soddisfa anche la definizione morale del coraggio. Le neuroscienze,
almeno per ora, riescono a studiare molto meglio il primo che il secondo.
Possono osservare come il cervello si sposta dall’evitamento all’avvicinamento,
ma fanno molta più fatica a misurare il significato che attribuiamo a quella
scelta. Ed è proprio qui che la domanda diventa ancora più interessante: quando
il cervello smette di leggere una situazione come qualcosa da cui fuggire e
inizia a considerarla qualcosa che vale la pena affrontare?
Il dialogo tra allarme e valutazione
Per gran parte del Novecento, la paura è stata intesa come una reazione quasi
automatica. Compare una minaccia, il cervello la riconosce e mette in moto
risposte che aumentano le probabilità di sopravvivere: il battito accelera, i
muscoli si tendono, l’attenzione si restringe a un solo oggetto e il corpo si
prepara alla fuga o al combattimento. Era un modello sostenuto da decenni di
ricerca sull’amigdala, una piccola struttura situata in profondità nel cervello
che attribuisce un significato specifico agli stimoli esterni.
Gran parte di ciò che sappiamo su questo circuito si deve al neuroscienziato
Joseph LeDoux. A partire dagli anni Ottanta, i suoi esperimenti hanno mostrato
che l’amigdala è fondamentale per apprendere la paura. Se uno stimolo neutro
viene associato ripetutamente a un evento spiacevole, il cervello lo tratterà
come un segnale di pericolo. È un meccanismo straordinariamente efficiente, che
permette di imparare dall’esperienza e che a volte si attiva anche quando il
pericolo non c’è più. Nel suo libro Anxious: Using the Brain to Understand and
Treat Fear and Anxiety (2015), LeDoux ha proposto di chiamare questi sistemi
survival circuits (circuiti di sopravvivenza): meccanismi evolutivi per rilevare
minacce e organizzare risposte difensive.
La domanda che negli ultimi anni ha iniziato ad animare il dibattito nelle
neuroscienze è, però, diversa: una volta che l’allarme è scattato, che cosa
rende possibile fare comunque un passo avanti?
> Per molto tempo si è pensato che il controllo razionale consistesse nel
> mettere a tacere le emozioni. Oggi l’immagine è più sfumata. La corteccia
> prefrontale non elimina la paura ma la integra con altre informazioni.
La risposta non risiede in un singolo “centro del coraggio”. Le neuroscienze
moderne parlano piuttosto di reti: sistemi di aree che dialogano continuamente
tra loro, influenzandosi a vicenda. Fra queste reti, un ruolo centrale spetta
alla corteccia prefrontale, la regione anteriore del cervello coinvolta nella
pianificazione, nella valutazione delle conseguenze e nella regolazione delle
emozioni. Se l’amigdala segnala l’urgenza del pericolo, la corteccia prefrontale
contribuisce a contestualizzarlo. Non spegne l’allarme, si chiede se sia ancora
necessario.
Per molto tempo si è pensato che il controllo razionale consistesse nel mettere
a tacere le emozioni. Oggi l’immagine è più sfumata. La corteccia non elimina la
paura ma la integra con altre informazioni. Confronta il segnale di allarme con
il contesto e con le esperienze passate, aiutandoci a distinguere fra un cane
aggressivo e quello del vicino che incontriamo ogni mattina. Allo stesso modo,
ci permette di riconoscere che parlare in pubblico può esporci al giudizio degli
altri, ma che quel giudizio non rappresenta una minaccia per la nostra
sopravvivenza.
Questo dialogo continuo fra allarme e valutazione è emerso in una serie di
esperimenti condotti allo Stanford Wu Tsai Neurosciences Institute. Studiando il
comportamento dei topi di fronte a una minaccia simulata (l’ombra di un
predatore proiettata sopra la gabbia), i ricercatori hanno individuato un
circuito che coinvolge il talamo della linea mediana ventrale (ventral Midline
Thalamus, vMT), una struttura fondamentale nel mettere in comunicazione diverse
aree cerebrali.
Il talamo viene spesso descritto come una centrale di smistamento delle
informazioni sensoriali, ma il suo ruolo pare essere più sofisticato. Le
informazioni sulla minaccia vengono distribuite contemporaneamente verso
l’amigdala e verso la corteccia prefrontale mediale, due sistemi che tendono a
orientare il comportamento in direzioni diverse. Da una parte l’urgenza di
proteggersi, dall’altra la possibilità di valutare se quella minaccia richieda
davvero una fuga immediata.
> Fra lo stimolo e la risposta esiste uno spazio di elaborazione, uno spazio
> brevissimo, ma sufficiente a spiegare perché due persone possano reagire in
> modo opposto davanti alla stessa situazione.
Lungi dal dimostrare che il coraggio “si trova” nel talamo, lo studio mostra
qualcosa di più interessante: fra lo stimolo e la risposta esiste uno spazio di
elaborazione, un circuito in cui il cervello pesa informazioni diverse prima di
scegliere come comportarsi. È uno spazio minuscolo, che si misura in frazioni di
secondo, ma è sufficiente a spiegare perché due persone possano reagire in modo
opposto davanti alla stessa situazione, o perché la stessa persona riesca ad
affrontare con relativa tranquillità qualcosa che prima la paralizzava. Il
coraggio è il risultato di una negoziazione continua fra sistemi cerebrali con
priorità differenti in cui l’allarme emotivo non ha più l’ultima parola.
Il cervello non cancella, aggiorna
Se il coraggio nasce da un dialogo fra circuiti cerebrali, questo dialogo può
cambiare. Possiamo allenare il cervello a non considerare minaccioso ciò che
oggi ci paralizza. La risposta più convincente arriva dalla terapia
dell’esposizione, uno dei pilastri della terapia cognitivo-comportamentale, che
prevede di avvicinarsi progressivamente e in modo controllato allo stimolo che
provoca ansia.
L’intuizione risale agli anni Cinquanta. Lo psicologo Orval Hobart Mowrer mostrò
come l’evitamento, pur offrendo un sollievo immediato, finisca per mantenere e
rafforzare la paura. Su questo principio, lo psichiatra Joseph Wolpe sviluppò la
terapia dell’esposizione, mostrando che affrontare gradualmente ciò che temiamo
permette di costruire un nuovo apprendimento. Ogni volta che scappiamo da ciò
che ci spaventa, infatti, il cervello registra che è stato l’evitamento a
proteggerci, non che quella situazione fosse in realtà innocua. È un meccanismo
perfettamente adattivo dal punto di vista evolutivo, ma spesso disfunzionale
nella vita quotidiana: più evitiamo, più cresce il numero delle situazioni che
impariamo a temere.
L’esposizione funziona perché interrompe questo circolo vizioso. Per decenni si
è parlato di “estinzione della paura”, come se il cervello cancellasse il
ricordo della minaccia. Oggi sappiamo che non è così. Uno degli esperimenti che
hanno cambiato questa prospettiva è stato pubblicato sulla rivista Neuron da
Elizabeth Phelps, Joseph LeDoux e colleghi della New York University. Ai
partecipanti veniva insegnato ad associare un’immagine neutra a una lieve scossa
elettrica. Bastavano poche ripetizioni perché quell’immagine provocasse una
risposta di paura. Successivamente la stessa immagine veniva mostrata molte
altre volte, ma senza alcuna scossa.
> Non si tratta di smettere di avere paura bensì di imparare che quella paura
> non descrive più fedelmente la realtà. Il cervello cambia soprattutto quando
> l’esperienza contraddice le sue aspettative.
I ricercatori osservarono che, mentre diminuiva l’attività dell’amigdala,
aumentava quella della corteccia prefrontale ventromediale, l’area coinvolta
nella regolazione delle emozioni. Il cervello non stava eliminando il vecchio
apprendimento, ne stava costruendo uno nuovo, capace di competere con il
precedente. È una distinzione che cambia il modo di pensare il coraggio: non si
tratta di smettere di avere paura bensì di imparare che quella paura non
descrive più fedelmente la realtà.
Le neuroscienze parlano infatti sempre più spesso di inhibitory learning
(apprendimento inibitorio). Ogni esposizione riuscita aggiunge una prova contro
le previsioni catastrofiche del cervello. Quando le conseguenze temute non si
verificano, il cervello acquisisce un’informazione nuova: è possibile
attraversare quella situazione senza che accada ciò che aveva previsto.
È il meccanismo osservato anche da Andrea Reinecke e dai suoi collaboratori
dell’Università di Oxford. In uno studio pubblicato su Translational Psychiatry,
i ricercatori hanno seguito pazienti con disturbo di panico sottoposti a quattro
sedute settimanali di terapia dell’esposizione. I risultati erano sorprendenti
per la rapidità: dopo appena quattro sedute, il 71% dei pazienti trattati
raggiungeva livelli sintomatologici da persona non ansiosa. Le immagini di
risonanza magnetica funzionale mostravano una netta diminuzione
dell’iperattivazione dell’amigdala e di specifiche aree della corteccia
prefrontale, in particolare le regioni dorsomediale e dorsolaterale, coinvolte
nel monitoraggio della minaccia, senza implicare una riduzione dell’attività
prefrontale nel suo insieme. Visto da questa prospettiva, il coraggio somiglia
sempre più a un processo di aggiornamento che dipende dall’esperienza.
La scuola e il cervello predittivo
Quando Daniela Lucangeli sostiene che l’ansia non possa essere combattuta
soltanto con la ragione, ma vada bilanciata attraverso esperienze emotive di
segno opposto, sta traducendo in linguaggio pedagogico un’idea centrale della
psicologia dell’apprendimento: il cervello cambia soprattutto quando
l’esperienza contraddice le sue aspettative.
> Il cervello non aspetta passivamente gli stimoli del mondo, li anticipa.
> Costruisce continuamente ipotesi su ciò che accadrà e le confronta con la
> realtà.
Uno studente che entra in classe convinto che ogni interrogazione sarà
un’umiliazione e ogni errore una prova della propria incapacità sta formulando
una previsione che tenderà ad autoalimentarsi. Se evita di esporsi e rinuncia
prima ancora di provare, non raccoglierà mai le informazioni necessarie per
correggerla.
Questa dinamica viene descritta oggi attraverso il paradigma del predictive
brain (il cervello predittivo), sviluppato fra gli altri da Karl Friston e Lisa
Feldman Barrett. Il cervello non aspetta passivamente gli stimoli del mondo, li
anticipa. Costruisce continuamente ipotesi su ciò che accadrà e le confronta con
la realtà. Imparare significa, in larga misura, aggiornare queste previsioni
quando si rivelano sbagliate. Anche la paura funziona così. Se il cervello
prevede che parlare in pubblico porterà al rifiuto, ogni occasione evitata
confermerà quella previsione. Quando invece l’esperienza mostra che il giudizio
degli altri è meno catastrofico del previsto, il modello interno comincia a
modificarsi.
La scuola, in questo senso, può essere un laboratorio di apprendimento
predittivo. Un ambiente in cui l’errore viene sistematicamente punito o
ridicolizzato tende a rafforzare le aspettative di minaccia. Al contrario, un
contesto in cui l’errore viene trattato come parte del processo di apprendimento
moltiplica le occasioni in cui il cervello può generare un “errore di previsione
positivo” e aggiornare i propri schemi.
È questo il senso profondo della metafora di Lucangeli. La sete non si placa
mangiando pane perché il corpo ha bisogno di un’esperienza diversa. Allo stesso
modo, il cervello necessita di vivere, più volte, esperienze sufficientemente
sicure da spingerlo a rivedere le proprie aspettative, sfruttando la plasticità,
ovvero la capacità del sistema nervoso di modificare le proprie connessioni in
risposta all’esperienza.
Il coraggio come spazio di libertà
Se nell’Etica Nicomachea Aristotele descriveva il coraggio come una virtù
dell’equilibrio, molti secoli dopo il filosofo esistenzialista Søren Kierkegaard
ha spostato l’attenzione più in profondità. La paura, scriveva in Il concetto
dell’angoscia (1844), ha quasi sempre un oggetto: un animale, una malattia, un
esame. L’angoscia, invece, è la “vertigine della libertà”, il disagio che
accompagna ogni possibilità e l’incertezza stessa.
> Possiamo osservare come il cervello impara a non reagire a uno stimolo che si
> rivela innocuo, ma è molto più difficile studiare ciò che accade quando la
> minaccia coincide con l’incertezza stessa.
Questa distinzione non è lontana da quella utilizzata oggi dalla psicologia
clinica. Le paure specifiche hanno un bersaglio identificabile e possono essere
affrontate con l’esposizione graduale. L’ansia generalizzata, invece, non si
concentra su una minaccia ben definita. Chi ne soffre vive nella costante
anticipazione che qualcosa possa andare storto (anticipazione apprensiva). È una
differenza che aiuta a capire i limiti attuali delle neuroscienze. Possiamo
osservare come il cervello impara a non reagire a uno stimolo che si rivela
innocuo, ma è molto più difficile studiare ciò che accade quando la minaccia
coincide con l’incertezza stessa.
Forse è per questo che il coraggio continua a interessare tanto gli scienziati
quanto i filosofi. Per gli uni è un insieme di processi neurobiologici che
possono essere osservati e modificati. Per gli altri è una qualità
dell’esperienza umana, inseparabile dalle ragioni per cui scegliamo di
affrontare un rischio. Le neuroscienze possono spiegare come il cervello renda
possibile un atto di coraggio, ma difficilmente potranno dire perché, in una
determinata situazione, qualcuno ritenga che quel gesto valga la pena.
Le evidenze accumulate raccontano che la paura è la condizione di esistenza del
coraggio. Il cervello sembra funzionare così: non elimina il ricordo del
pericolo, ma impara ad affiancargli un’altra informazione: questa volta posso
restare, posso resistere. Ogni esposizione riuscita, ogni passo compiuto
nonostante il desiderio di tornare indietro aggiunge una piccola correzione alle
previsioni con cui interpretiamo il mondo.
Dopo alcuni tentativi, ciò che sembrava impossibile diventa soltanto difficile,
poi impegnativo, infine normale. Il cervello non impara che una paura è
affrontabile perché qualcuno glielo spiega: lo impara attraversandola. Il
coraggio è, allora, il nome che diamo al momento in cui l’esperienza riesce,
lentamente, a convincere il cervello che il futuro non deve per forza
assomigliare al passato.
L'articolo Il coraggio come medicina proviene da Il Tascabile.
L a mattina del 22 aprile 2024, l’allieva maresciallo Beatrice Belcuore non si
presenta in servizio nella Scuola Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri di
Firenze. Ha venticinque anni, frequenta il secondo anno di corso per diventare
sottufficiale. Quando i colleghi cominciano a cercarla, trovano il suo corpo in
un’aula dell’istituto. L’arma d’ordinanza è accanto a lei. Non ha lasciato
messaggi, almeno non nel senso convenzionale del termine. O forse l’ha fatto, ma
in un linguaggio che nessuno intorno a lei era stato formato a decifrare:
silenzi, ritiri, piccole crepe nell’armatura quotidiana che nessuno ha saputo
riconoscere come sintomi, perché si impara a leggere il pericolo esterno, non
quello che cresce dentro.
La notizia occupa poche righe nei quotidiani locali. Un comunicato dell’Arma
parla di cordoglio. I familiari chiedono riserbo, che viene accordato con quella
rapidità che la società riserva alle morti scomode. Qualche giorno dopo, in
un’altra città, un’altra uniforme, un altro corpo, un’altra pistola d’ordinanza.
Poi un altro ancora. Il suicidio in divisa emerge sempre come evento isolato,
tragedia privata che si consuma nel silenzio delle caserme. Ma quando qualcuno
comincia a contare – e qualcuno conta, da anni – emerge un pattern che ha la
precisione dei fenomeni sistemici e la persistenza delle malattie endemiche.
Non c’è un momento preciso in cui la divisa smette di essere stoffa e diventa
identità. Accade attraverso la ripetizione dei gesti, l’assimilazione dei
codici, l’interiorizzazione del ruolo. L’uniforme è un dispositivo semiotico
potente: stabilisce chi sei prima che tu parli, determina le aspettative, crea
una distanza tra chi la indossa e chi la osserva. Chi veste l’autorità deve
incarnarla. E l’autorità, nella costruzione simbolica collettiva, non ammette
fragilità. Se chi deve proteggere ha paura, se chi garantisce ordine è nel caos,
l’intero edificio vacilla.
Il problema è che sotto ogni divisa c’è un corpo con un limite. Quando quel
limite viene raggiunto in silenzio, quando il carico diventa insostenibile ma il
sistema non offre modi legittimi per dirlo, quando chiedere aiuto significa
mettere a rischio l’identità professionale, il gesto estremo smette di essere
incomprensibile. Diventa, in una logica perversa, l’unica via d’uscita da una
contraddizione che non ammette mediazioni.
> Il suicidio in divisa emerge sempre come evento isolato, tragedia privata che
> si consuma nel silenzio delle caserme. Ma quando si comincia a contare, emerge
> un pattern che ha la precisione dei fenomeni sistemici e la persistenza delle
> malattie endemiche.
Beatrice Belcuore è una persona con una storia che non conosceremo. Ma è anche
un sintomo. Nelle forze dell’ordine italiane – Carabinieri, polizia, Guardia di
finanza, penitenziaria – il tasso di suicidi è significativamente più alto della
popolazione generale. Non marginalmente: molto più alto. E non da ieri: da
decenni. Nel 2023 si sono registrati 39 suicidi tra le forze dell’ordine, con un
tasso che continua a mantenersi costantemente superiore rispetto alla
popolazione civile. La letteratura internazionale documenta lo stesso fenomeno
in Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia. Paesi diversi, culture
organizzative diverse, stessa costante: la divisa come fattore di rischio.
Eppure ogni volta la narrazione pubblica procede per rimozione. Si parla di
fragilità individuale, problemi personali, gesti imprevedibili. Si evita di
guardare alla struttura che produce quelle condizioni, di interrogarne i
meccanismi. Come se il suicidio fosse un evento casuale, anziché l’esito di
processi che la scienza ha cominciato a mappare con precisione: dalla psicologia
del trauma alla sociologia delle organizzazioni, dalla psichiatria occupazionale
alle neuroscienze dello stress.
La domanda non è perché Beatrice Belcuore abbia compiuto quel gesto. È perché il
sistema che l’ha formata, inquadrata, armata non abbia saputo vedere che stava
per compierlo. La risposta non sta nella sua storia personale che, come detto,
non conosceremo; ma nell’architettura psicosociale delle istituzioni totali,
nella costruzione culturale dell’invulnerabilità, nei meccanismi organizzativi
che trasformano il disagio in tabù e il tabù in tragedia. Quella mattina di
aprile non è morta solo una persona. È collassato, ancora una volta, un sistema
di protezioni che forse non era mai esistito.
L’architettura del rischio: stress traumatico e carico allostatico
La psicologia occupazionale ha un termine preciso per descrivere ciò che accade
quando un individuo è esposto, ripetutamente e professionalmente, a situazioni
di forte intensità emotiva: stress traumatico secondario. A differenza del
trauma acuto – quello che si sperimenta durante un singolo evento critico – il
trauma secondario è cumulativo, progressivo, e spesso difficile da riconoscere
perché si confonde con la routine. Non c’è un momento preciso in cui “accade”. È
piuttosto un’erosione silenziosa della capacità di regolazione emotiva.
> Nelle forze dell’ordine italiane – Carabinieri, polizia, Guardia di finanza,
> penitenziaria – il tasso di suicidi è significativamente più alto della
> popolazione generale. Non marginalmente: molto più alto. E non da ieri: da
> decenni.
Gli operatori delle forze dell’ordine sono esposti quotidianamente a situazioni
che per la maggior parte delle persone rappresenterebbero eventi eccezionali:
incidenti mortali, interventi su violenze domestiche, gestione di soggetti in
stato di alterazione psicofisica, minacce dirette alla propria incolumità. La
ricerca epidemiologica ha documentato come questa esposizione prolungata produca
tassi significativamente più alti di disturbo post-traumatico da stress (PTSD,
Post-Traumatic Stress Disorder), depressione maggiore, disturbi d’ansia e abuso
di sostanze rispetto alla popolazione generale. Negli Stati Uniti, le prevalenze
di PTSD tra gli agenti raggiungono il 35%, contro il 6-8% della popolazione
civile.
Ma c’è un aspetto ancora più insidioso che la neuroscienza dello stress ha
cominciato a illuminare negli ultimi anni: il concetto di carico allostatico.
L’allostasi è il processo attraverso cui il corpo mantiene la stabilità
attraverso il cambiamento – è, in altre parole, il modo in cui ci adattiamo allo
stress. Ma quando lo stress diventa cronico, i sistemi di adattamento cominciano
a logorarsi. Il carico allostatico è il prezzo biologico che paghiamo per
un’attivazione continua dei sistemi di risposta allo stress: alterazioni
dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, infiammazione cronica, disfunzioni del
sistema immunitario, modificazioni nella struttura e nella funzionalità
dell’ippocampo e della corteccia prefrontale.
In termini più diretti: il corpo e la mente di chi lavora costantemente in
condizioni di allarme si trasformano. E questa trasformazione non è
semplicemente “psicologica” ma profondamente biologica. Gli studi condotti su
veterani di guerra e su operatori delle forze di polizia hanno mostrato pattern
simili di alterazione neuroendocrina, con conseguenze sulla capacità
decisionale, sulla regolazione degli impulsi, sulla percezione del futuro.
L’esposizione cronica a situazioni di pericolo produce una desensibilizzazione
paradossale: da un lato, un’ipervigilanza costante; dall’altro, un appiattimento
della risposta emotiva che rende difficile riconoscere i propri stati interni.
Ciò che rende questo meccanismo particolarmente pericoloso nelle forze
dell’ordine è la mancanza di riconoscimento. A differenza di altre professioni
ad alto carico emotivo – si pensi agli infermieri di terapia intensiva o ai
vigili del fuoco – dove l’esaurimento professionale (burnout) è ormai ampiamente
discusso, nelle forze armate e di polizia permane l’idea che il disagio
psicologico sia un segno di inadeguatezza. La cultura organizzativa non facilita
la narrazione del proprio malessere. Al contrario, la reprime.
La costruzione sociale dell’invulnerabilità
Per comprendere davvero il fenomeno del suicidio nelle forze dell’ordine,
dobbiamo fare un passo indietro e guardare a come la società costruisce
simbolicamente la figura dell’autorità in divisa. Non si tratta solo di un
lavoro: è un ruolo sociale ad alto contenuto performativo. Nelle scienze
sociali, il concetto di “performance di ruolo” – elaborato da Erving Goffman in
The Presentation of Self in Everyday Life (1959; trad. it. La vita quotidiana
come rappresentazione, 1969) – descrive come gli individui mettano in scena,
letteralmente, il personaggio sociale che sono chiamati a interpretare.
> L’esposizione cronica a situazioni di pericolo produce una desensibilizzazione
> paradossale: da un lato, un’ipervigilanza costante; dall’altro, un
> appiattimento della risposta emotiva che rende difficile riconoscere i propri
> stati interni.
La divisa è uno dei più potenti dispositivi di performance sociale. Segna
immediatamente una differenza: chi la indossa non è più semplicemente un
cittadino, ma un rappresentante dello Stato, un detentore di autorità legittima,
un garante dell’ordine pubblico. Questa posizione simbolica implica aspettative
molto rigide: controllo emotivo, capacità decisionale anche sotto pressione,
forza fisica e psicologica, impermeabilità alla paura.
Il problema nasce quando questa performance diventa totale, quando cioè non è
più possibile distinguere tra il ruolo pubblico e l’identità privata. Goffman
parla anche di “istituzioni totali” in Asylums (1961; trad. it. 1968) per
descrivere quegli ambienti – carceri, conventi, caserme – in cui tutti gli
aspetti della vita quotidiana sono condotti nello stesso luogo, sotto la stessa
autorità, e secondo un programma razionale unico. Le forze dell’ordine non sono
istituzioni totali nel senso pieno del termine, ma ne condividono alcune
caratteristiche fondamentali: la gerarchia rigida, la separazione simbolica dal
mondo civile, l’enfasi sulla disciplina e sull’obbedienza, l’idea che la vita
professionale abbia la precedenza su quella personale.
Questa configurazione produce un effetto paradossale: da un lato, crea un forte
senso di appartenenza e identità collettiva – il “corpo” come comunità di
destino; dall’altro, rende estremamente difficile esprimere vulnerabilità. La
vulnerabilità è percepita come una contraddizione logica rispetto al ruolo. Se
sei chiamato a proteggere gli altri, come puoi ammettere di aver bisogno di
protezione? Se devi garantire ordine, come puoi dichiarare che il tuo mondo
interiore è nel caos?
La sociologa Raewyn Connell, in Masculinities (1995), ha mostrato come nelle
professioni tradizionalmente maschili – e le forze dell’ordine lo sono ancora in
larga misura – si costruisca una “mascolinità egemonica” basata su forza,
autocontrollo, stoicismo, rifiuto della dipendenza emotiva. Anche se il numero
di donne nelle forze di polizia è aumentato, la cultura organizzativa continua a
premiare questi tratti. Il risultato è una socializzazione professionale che
scoraggia sistematicamente la richiesta di aiuto. La ricerca di Michelle R.
Tuckey e collaboratori (2012) sulla cultura del silenzio nelle forze di polizia
ha documentato come la maggioranza degli agenti con sintomi depressivi non
cerchi aiuto professionale, citando la paura dello stigma come motivazione
principale.
> Quando una persona interiorizza completamente l’identità professionale, ogni
> segno di debolezza non viene percepito solo come una minaccia alla carriera,
> ma come una minaccia al senso stesso di sé.
E qui entra in gioco un meccanismo psicologico cruciale: l’internalizzazione del
ruolo. Quando una persona interiorizza completamente l’identità professionale,
ogni segno di debolezza non viene percepito solo come una minaccia alla
carriera, ma come una minaccia al senso stesso di sé. La psicologia del sé, da
Kohut in poi, ha mostrato come l’identità sia costruita attraverso narrazioni
coerenti. Se la mia narrazione identitaria è “sono un agente forte, affidabile,
sempre in controllo”, riconoscere un momento di crisi diventa un atto
destabilizzante. Non è solo dire “sto soffrendo”, è dire “forse non sono chi
credevo di essere”.
La gerarchia come ostacolo alla comunicazione del disagio
Le organizzazioni militari e paramilitari funzionano secondo una logica
verticale molto precisa. La catena di comando è il principio organizzativo
fondamentale: ordini discendono dall’alto, responsabilità salgono dal basso.
Questo modello è funzionale in situazioni operative, dove la rapidità
decisionale e l’esecuzione coordinata sono essenziali. Ma quando si tratta di
salute mentale, la gerarchia diventa un ostacolo strutturale.
Gli studi sulle organizzazioni ad alta affidabilità (high reliability
organizations) – ospedali, centrali nucleari, aviazione civile – hanno mostrato
che uno dei principali fattori di rischio è la difficoltà nella comunicazione
ascendente. Quando un subordinato percepisce che segnalare un problema potrebbe
essere interpretato come incompetenza, è molto più probabile che taccia. Nelle
forze dell’ordine, questo effetto è amplificato da una cultura che valorizza
l’autonomia operativa e la capacità di “farcela da soli”. Ricerche addirittura
precedenti sull’apprendimento organizzativo hanno introdotto il concetto di
“sicurezza psicologica” (psychological safety): la percezione condivisa che sia
possibile assumersi rischi interpersonali – come ammettere un errore, fare
domande, esprimere preoccupazioni – senza essere puniti o umiliati. Gli ambienti
con alta sicurezza psicologica sono quelli in cui le persone imparano più
velocemente, collaborano meglio, e gestiscono meglio lo stress.
Nelle organizzazioni gerarchiche tradizionali, la sicurezza psicologica tende a
essere bassa. E questo ha conseguenze dirette sulla salute mentale. Un agente
che sta attraversando una fase di forte stress – problemi familiari, esposizione
a eventi traumatici, sintomi depressivi – difficilmente comunicherà il proprio
stato al superiore, per paura di essere considerato “non idoneo”, di vedere
sospeso il porto d’armi, di essere destinato a mansioni amministrative percepite
come degradanti rispetto al gruppo.
> Gli ambienti con alta sicurezza psicologica sono quelli in cui le persone
> imparano più velocemente, collaborano meglio, e gestiscono meglio lo stress.
> Nelle organizzazioni gerarchiche tradizionali, la sicurezza psicologica tende
> a essere bassa.
Il paradosso è che proprio quando il supporto sarebbe più necessario i
meccanismi organizzativi lo rendono inaccessibile. E questo non per malafede, ma
per una logica istituzionale che fatica a integrare la dimensione della
vulnerabilità umana. Ma c’è qualcosa di più profondo su cui dovremmo
interrogarci: la struttura gerarchica non è solo un ostacolo neutrale alla
comunicazione. È un sistema che produce e mantiene relazioni di potere
asimmetriche, dove l’obbedienza viene premiata più della cura, dove la
conformità prevale sulla consapevolezza critica. E in questo sistema il disagio
individuale diventa funzionale al mantenimento dell’ordine: chi soffre in
silenzio non disturba, non rallenta, non mette in discussione.
L’arma come presenza costante e fattore di rischio
C’è un elemento materiale che differenzia gli operatori delle forze dell’ordine
dalla maggior parte dei lavoratori: la disponibilità quotidiana di un’arma da
fuoco. Questo aspetto è raramente discusso apertamente, ma la letteratura
scientifica sul suicidio è molto chiara: l’accesso immediato a mezzi letali
aumenta drasticamente la probabilità che un impulso suicidario si traduca in
morte. La suicidologia distingue tra ideazione suicidaria, pianificazione e
tentativo. Non tutte le persone che pensano al suicidio lo pianificano, e non
tutte quelle che lo pianificano lo tentano. Ma uno dei fattori più predittivi
del passaggio dall’idea all’azione è la disponibilità di un metodo altamente
letale. Le armi da fuoco hanno un tasso di letalità superiore al 90%, contro il
3% per l’overdose di farmaci da banco e il 23% per l’impiccagione secondo i dati
del Centers for Disease Control statunitense.
Gli studi epidemiologici condotti negli Stati Uniti – dove la disponibilità di
armi è molto più diffusa che in Europa – hanno documentato una correlazione
significativa tra possesso di armi e rischio di suicidio, con un aumento del
rischio del 300% rispetto a case senza armi, soprattutto tra gli uomini. Il 90%
dei tentativi di suicidio con arma da fuoco risulta fatale entro pochi minuti,
contro una media del 15% per altri metodi, che lasciano tempo per soccorso e
pentimento.
> La struttura gerarchica produce e mantiene relazioni di potere asimmetriche,
> dove l’obbedienza viene premiata più della cura, dove la conformità prevale
> sulla consapevolezza critica. E in questo sistema il disagio individuale
> diventa funzionale al mantenimento dell’ordine.
Ma nelle forze dell’ordine la situazione è ancora più complessa: l’arma non è
solo disponibile, è parte integrante dell’identità professionale. È uno
strumento di lavoro, un simbolo di autorità, un oggetto familiare. I dati
raccolti da John Violanti e Andrea Steege (2021) sul Federal Bureau of
Investigation’s National Incident-Based Reporting System mostrano che tra gli
agenti di polizia statunitensi il 93% dei suicidi completati avviene con l’arma
d’ordinanza. In Italia, secondo i dati parziali raccolti dall’Osservatorio
Nazionale sul Disagio e il Benessere nelle Forze di Polizia, tra il 2018 e il
2023 l’85% dei suicidi nelle forze dell’ordine è avvenuto con arma da fuoco,
contro una media nazionale del 12% per la popolazione comune.
La psicologia dell’azione suicidaria mostra che molti suicidi avvengono in
momenti di crisi acuta, spesso preceduti da poche ore o minuti di
pianificazione. In questi momenti, la presenza di un’arma può ridurre il tempo
tra l’impulso e l’azione a una frazione di secondo. Non c’è tempo per la
riflessione, per il pentimento, per la ricerca di aiuto: nel 24% dei casi di
suicidio con arma da fuoco il tempo tra la decisione e l’azione è inferiore a
cinque minuti.
Ciò che rende questo aspetto particolarmente delicato è la relazione emotiva con
l’arma. Per un agente, l’arma d’ordinanza non è solo uno strumento: è il segno
tangibile della fiducia istituzionale, della capacità di esercitare autorità,
del diritto-dovere di proteggere. Ma è anche il mezzo attraverso cui lo Stato
delega l’uso legittimo della violenza. E questa violenza, che nelle operazioni
quotidiane viene diretta verso l’esterno – verso il sospetto, il criminale, il
deviante – può, in momenti di crisi, rivolgersi verso l’interno. L’arma diventa
il punto di convergenza tra l’autorità dello Stato e la fragilità
dell’individuo, tra il mandato di controllare e l’impossibilità di farlo.
Rimuovere temporaneamente l’arma a qualcuno che sta attraversando una crisi è
percepito come una sospensione dell’identità professionale. E questo rende
estremamente difficile implementare protocolli preventivi che includano la
gestione temporanea dell’armamento. Ma c’è una questione più profonda: l’arma
non è solo un oggetto pericoloso per chi la porta. È il simbolo di un sistema
che affida la risoluzione dei conflitti alla minaccia della forza, che forma le
persone all’uso della violenza come strumento ordinario, e poi si sorprende
quando quella violenza, non più contenibile, si riversa su chi dovrebbe
esercitarla.
> Nelle forze dell’ordine l’arma non è solo disponibile, è parte integrante
> dell’identità professionale. È uno strumento di lavoro, un simbolo di
> autorità, un oggetto familiare.
Eppure, i programmi di prevenzione più avanzati includono proprio questo
elemento: la possibilità di un ritiro temporaneo e non punitivo dell’arma in
situazioni di stress acuto, accompagnato da supporto psicologico intensivo. In
Norvegia, il protocollo implementato dal 2016 prevede che qualsiasi agente possa
richiedere volontariamente un periodo di allontanamento dall’arma, fino a trenta
giorni, senza conseguenze sulla carriera e con accesso immediato a supporto
psicologico specializzato. I dati preliminari mostrano una riduzione del 40% nei
suicidi tra agenti nei primi cinque anni di implementazione. Ma perché questo
sia accettabile è necessario un cambio culturale profondo: l’arma deve essere
vista come uno strumento professionale, non come un’estensione dell’identità. E
questo significa interrogare l’intera relazione tra autorità e violenza.
Modelli di prevenzione: cosa dice la ricerca
La psicologia della prevenzione del suicidio ha fatto enormi progressi negli
ultimi trent’anni. Sappiamo che il suicidio, contrariamente a credenze diffuse,
è spesso prevedibile e prevenibile. Ma per farlo efficacemente, è necessario
agire su più livelli: individuale, relazionale, organizzativo, culturale. I
programmi di prevenzione più efficaci nelle organizzazioni ad alto rischio – e
qui la ricerca si basa su esperienze maturate nelle forze armate, nei corpi di
polizia, nei servizi di emergenza – condividono alcune caratteristiche
fondamentali.
Primo livello: la formazione alla consapevolezza. Non si tratta solo di
insegnare ai singoli operatori a riconoscere i propri sintomi, ma di formare i
superiori e i colleghi a intercettare segnali precoci di disagio. Gli studi sul
peer support – il supporto tra pari – mostrano che le persone sono molto più
propense a confidarsi con un collega che con un superiore gerarchico o con un
professionista esterno. I programmi più avanzati includono la formazione di peer
supporters: colleghi che ricevono una formazione specifica per ascoltare,
orientare, e facilitare l’accesso a risorse professionali.
Secondo livello: la supervisione strutturata. Nelle professioni cliniche –
psicologi, psicoterapeuti – la supervisione è obbligatoria e continua. Nelle
forze dell’ordine, invece, il debriefing psicologico dopo eventi critici è
spesso facoltativo o limitato a situazioni estreme. La ricerca mostra invece che
una supervisione regolare, non legata a eventi specifici, riduce
significativamente il rischio di accumulo di stress traumatico. Non si tratta di
“terapia”, ma di uno spazio protetto in cui elaborare le esperienze operative,
normalizzare le reazioni emotive, condividere strategie di coping.
Terzo livello: la destigmatizzazione del supporto psicologico. Finché chiedere
aiuto sarà percepito come un segno di debolezza, i programmi di prevenzione
avranno un’efficacia limitata. Alcune forze di polizia – ad esempio in Canada e
nei paesi scandinavi – hanno integrato la figura dello psicologo direttamente
nei team operativi, non come valutatore ma come risorsa. Questo cambia
radicalmente la percezione: lo psicologo non è più qualcuno a cui si va quando
“si ha un problema”, ma un professionista che accompagna costantemente il lavoro
operativo.
Quarto livello: i protocolli di gestione dell’arma. Alcuni dipartimenti di
polizia hanno introdotto protocolli che permettono un ritiro temporaneo e
volontario dell’arma da parte dell’operatore, o un ritiro deciso dal comando ma
non punitivo, legato esclusivamente a situazioni di stress documentato.
L’importante è che questa misura sia accompagnata da supporto intensivo e da un
percorso chiaro di reintegrazione.
Quinto livello: la leadership consapevole. Lo stile di leadership è uno dei più
potenti predittori del benessere psicologico nei gruppi di lavoro: una
leadership autoritaria e distante aumenta il rischio; una leadership supportiva
e orientata alle persone lo riduce. Formare i comandanti a riconoscere e
rispondere al disagio psicologico dei subordinati non è un optional, ma una
competenza essenziale.
Oltre l’individuo: ripensare la cultura organizzativa
Tutti i programmi elencati sopra sono importanti, ma rischiano di rimanere
interventi superficiali se non si accompagnano a un cambiamento più profondo
della cultura organizzativa. E qui entriamo in un terreno più complesso, perché
non si tratta semplicemente di aggiungere servizi o protocolli, ma di mettere in
discussione alcuni assunti di fondo.
Il primo assunto è che la forza emotiva sia una caratteristica stabile e
individuale. In realtà, la psicologia contemporanea ci dice che la resilienza –
la capacità di affrontare lo stress senza esserne sopraffatti – non è un tratto
di personalità, ma una competenza che si costruisce in un contesto relazionale e
organizzativo favorevole. Nessuno è “naturalmente” resiliente in qualsiasi
condizione: la resilienza emerge quando ci sono risorse adeguate, reti di
supporto, possibilità di recupero.
Il secondo assunto è che l’espressione della vulnerabilità sia incompatibile con
l’efficienza operativa. Anche questo è falso. Gli studi sulle high performing
teams – dai Navy SEAL alle unità speciali – mostrano che i gruppi più efficaci
sono quelli in cui esiste fiducia reciproca, comunicazione aperta, capacità di
ammettere errori e limiti. L’idea che la durezza emotiva produca prestazioni
migliori è un mito. Produce solo isolamento.
Il terzo assunto è che il benessere psicologico sia responsabilità esclusiva
dell’individuo. Questa concezione neoliberale della salute mentale – “sta a te
prenderti cura di te stesso” – ignora completamente il ruolo delle condizioni
strutturali. Se un’organizzazione espone sistematicamente i suoi membri a stress
cronico, carichi di lavoro insostenibili, turni massacranti, e poi offre qualche
seduta di mindfulness come soluzione, sta semplicemente spostando la
responsabilità dal sistema all’individuo. Come ha documentato Byung-Chul Han in
La società della stanchezza (2012; nuova ed. 2020), la psicologizzazione del
disagio sociale è uno dei principali meccanismi di occultamento delle
responsabilità sistemiche.
> La capacità di affrontare lo stress senza esserne sopraffatti non è un tratto
> di personalità, ma una competenza che si costruisce in un contesto relazionale
> e organizzativo favorevole. Nessuno è “naturalmente” resiliente: la resilienza
> emerge quando ci sono risorse adeguate, reti di supporto, possibilità di
> recupero.
Per un vero cambiamento, è necessario che le istituzioni si assumano la
responsabilità del benessere psicologico come parte integrante della missione
organizzativa. Questo significa investire in personale sufficiente per ridurre
il sovraccarico, garantire tempi di recupero adeguati, costruire ambienti di
lavoro psicologicamente sicuri, valorizzare la comunicazione del disagio come
segno di consapevolezza e non di debolezza. Ma significa anche interrogare la
funzione stessa di queste istituzioni. Perché se il problema fosse solo
organizzativo – questione di protocolli, di risorse, di formazione – i Paesi con
maggiori investimenti in welfare e salute mentale non dovrebbero mostrare gli
stessi pattern. Eppure li mostrano. Il che suggerisce che c’è qualcosa di
strutturale nel rapporto tra autorità, violenza e sofferenza psichica che
nessuna riforma organizzativa può risolvere da sola.
L’autorità come sistema di violenza: oltre Milgram
Quando si parla di forze dell’ordine, c’è un elefante nella stanza che i
discorsi sul benessere psicologico raramente affrontano: il fatto che queste
istituzioni sono, per definizione, agenzie di violenza legittima. Non è un
giudizio morale, è una constatazione sociologica. Max Weber lo disse
chiaramente: lo Stato moderno rivendica il monopolio dell’uso legittimo della
forza fisica. Le forze dell’ordine sono lo strumento attraverso cui questo
monopolio viene esercitato quotidianamente.
Gli esperimenti di Stanley Milgram (1963, 1974) sulla obbedienza all’autorità
hanno mostrato qualcosa di profondamente disturbante: nelle giuste condizioni
strutturali, persone ordinarie sono disposte a infliggere sofferenza ad altri
semplicemente perché un’autorità legittima glielo ordina. L’esperimento è noto:
i partecipanti credevano di somministrare scariche elettriche sempre più intense
a un’altra persona (in realtà un attore) ogni volta che sbagliava una risposta.
Il 65% arrivò a somministrare la scossa massima, potenzialmente letale, solo
perché lo sperimentatore in camice bianco diceva “continui, per favore”.
> Se un’organizzazione espone sistematicamente i suoi membri a stress cronico,
> carichi di lavoro insostenibili, turni massacranti, e poi offre qualche seduta
> di mindfulness come soluzione, sta semplicemente spostando la responsabilità
> dal sistema all’individuo.
Milgram identificò diversi fattori che facilitavano l’obbedienza: la legittimità
dell’autorità, la presenza di una struttura gerarchica chiara, la distanza dalla
vittima, la frammentazione della responsabilità, l’assenza di modelli di
disobbedienza. Tutti questi fattori sono presenti, in forma amplificata, nelle
organizzazioni militari e di polizia. L’uniforme conferisce legittimità, la
catena di comando è rigidissima, le vittime della violenza sono spesso “altri”
(criminali, devianti, stranieri), la responsabilità è diffusa nel “corpo”, e la
cultura organizzativa punisce sistematicamente chi si discosta dagli ordini.
Ma quello che Milgram ha documentato era la capacità dell’autorità di far
compiere violenza ad altri. Cosa succede quando quella stessa struttura richiede
agli individui di essere pronti a subire violenza, o a infliggerla a sé stessi
attraverso il sacrificio della propria salute mentale? Quello che Philip
Zimbardo (2007) ha chiamato “l’effetto Lucifero”: sistemi malati trasformano
persone sane in agenti e vittime di violenza contemporaneamente. Nel famoso
esperimento della prigione di Stanford (1971), Zimbardo assegnò casualmente
alcuni studenti universitari al ruolo di guardie o prigionieri in una prigione
simulata. In sei giorni, le “guardie” svilupparono comportamenti sadici, i
“prigionieri” mostrarono segni di grave stress psicologico, e l’esperimento
dovette essere interrotto. La conclusione di Zimbardo è devastante: non serve
una predisposizione personale alla crudeltà. Bastano strutture di potere
asimmetriche, ruoli rigidi, assenza di responsabilità esterna, e la
deindividuazione che l’uniforme produce.
Nelle forze dell’ordine reali, questi meccanismi non durano sei giorni. Durano
anni, decenni, intere carriere. E la violenza non è simulata: è reale,
interiorizzata, costante. Chi indossa la divisa è chiamato a infliggere ordine,
ma paga il prezzo di una disciplina che normalizza il sacrificio di sé.
Una questione di potere, non di cura
C’è dunque un ultimo livello di analisi, quello che rende davvero scomodo
guardare in faccia questo fenomeno: il suicidio nelle forze dell’ordine non
interroga solo le istituzioni che lo producono, ma anche la società che quelle
istituzioni ha costruito e continua a legittimare. La retorica pubblica sulle
forze dell’ordine oscilla tra due estremi apparentemente opposti ma
strutturalmente complementari: l’esaltazione dell’eroe in divisa, sempre pronto
al sacrificio estremo, e la demonizzazione del repressore, strumento di un
potere oppressivo. Entrambe le narrazioni, per quanto politicamente
contrapposte, condividono lo stesso meccanismo di rimozione: disumanizzano.
L’eroe non può avere paura perché la paura contraddirebbe l’eroismo, il
repressore non merita compassione perché la compassione contraddirebbe la
condanna. In entrambi i casi, la persona concreta che indossa la divisa scompare
dietro la sua funzione simbolica.
> Il suicidio nelle forze dell’ordine non interroga solo le istituzioni che lo
> producono, ma anche la società che quelle istituzioni ha costruito e continua
> a legittimare.
Il potere moderno non opera principalmente attraverso la repressione violenta ma
attraverso la produzione di soggettività normalizzate. Le istituzioni
disciplinari – scuole, ospedali, caserme, prigioni – non si limitano a
controllare i corpi dall’esterno: producono individui che interiorizzano il
controllo, che lo fanno proprio fino al punto di esercitarlo su sé stessi.
L’agente che nasconde il proprio disagio per non apparire inadeguato non lo fa
principalmente perché teme sanzioni esterne, ma perché ha interiorizzato così
profondamente i criteri di valutazione istituzionali da applicarli a sé stesso
prima ancora che lo faccia qualcun altro. Questa è la forma più efficace e più
brutale di dominio: quella che trasforma i dominati in sorveglianti di sé
stessi.
Quando Beatrice Belcuore ha deciso che la sua sofferenza era incompatibile con
la divisa che indossava, quando ha scelto di usare l’arma che lo Stato le aveva
affidato per proteggere gli altri rivolgendola contro sé stessa, non ha compiuto
un atto di follia individuale. Ha portato a compimento la logica implicita del
sistema che l’aveva formata: se non sei all’altezza, se non reggi, se la tua
fragilità emerge, allora non meriti di far parte del corpo. Il sistema non
gliel’ha detto esplicitamente – nessun comandante le ha ordinato di suicidarsi –
ma gliel’ha fatto capire attraverso mille segnali quotidiani, attraverso una
cultura che valorizza la resistenza fino all’autodistruzione e che interpreta
ogni richiesta di aiuto come ammissione di sconfitta.
Riconoscere la dimensione umana delle forze dell’ordine non significa esonerarle
da responsabilità per gli abusi che compiono, non significa giustificare le
violenze che talvolta perpetrano, non significa chiudere gli occhi sulla
funzione repressiva che oggettivamente svolgono in determinati contesti sociali
e politici. Significa qualcosa di più complesso e più difficile: accettare che
l’autorità non è una proprietà degli individui ma una relazione sociale, che chi
esercita potere è anche sempre, simultaneamente, sottomesso a un potere
superiore, che la catena di comando funziona tanto verso il basso quanto verso
l’alto, e che le persone in divisa sono insieme agenti e vittime di un sistema
che le usa e le consuma.
La condizione umana è intrinsecamente esposta alla dipendenza e alla fragilità,
e la negazione politica di questa vulnerabilità produce violenza – verso gli
altri, ma anche e inevitabilmente verso sé stessi. Le società occidentali
contemporanee hanno costruito un’idea di soggettività basata sull’autonomia
assoluta, sulla capacità di bastare a sé stessi, sul rifiuto di ogni forma di
dipendenza. Questa ideologia raggiunge il suo apice nelle professioni che
incarnano l’autorità: chi deve proteggere non può aver bisogno di protezione,
chi deve essere forte non può ammettere debolezza, chi rappresenta lo Stato non
può mostrare che anche lo Stato, in fondo, è fatto di corpi fragili e mortali.
> Riconoscere la dimensione umana delle forze dell’ordine non significa
> esonerarle da responsabilità per gli abusi che compiono, non significa
> giustificare le violenze che talvolta perpetrano, non significa chiudere gli
> occhi sulla funzione repressiva che oggettivamente svolgono.
Ma è proprio questo rifiuto della vulnerabilità che la trasforma in patologia.
Quando una società pretende che alcuni suoi membri incarnino un’invulnerabilità
impossibile, quando costruisce istituzioni che puniscono sistematicamente ogni
manifestazione di fragilità, quando offre come unica alternativa alla perfezione
l’espulsione o l’autodistruzione, sta esercitando una forma di violenza
strutturale che non è meno letale di quella fisica. I venticinque anni di
Beatrice Belcuore, la pistola d’ordinanza accanto al suo corpo, il silenzio che
ha avvolto la sua morte: tutto questo non è un’eccezione, un caso sfortunato, un
destino individuale. È il funzionamento normale di un sistema che produce morte
per poter continuare a pretendere vita.
Cambiare paradigma significherebbe ammettere che le istituzioni armate non
proteggono chi le serve, che la retorica del sacrificio maschera lo sfruttamento
sistematico della salute mentale, che ogni suicidio in divisa è anche un
omicidio istituzionale. Significherebbe riconoscere che il problema non è la
debolezza degli individui ma la violenza delle strutture, non la mancanza di
resilienza ma l’eccesso di pretese, non l’inadeguatezza di chi cede ma la
brutalità di chi pretende resistenza infinita. E significherebbe, soprattutto,
accettare che garantire sicurezza agli altri richiede prima di tutto garantirla
a chi è chiamato a produrla, che proteggere i cittadini passa necessariamente
attraverso la protezione di chi indossa la divisa, che un sistema che consuma i
propri servitori non è un sistema efficiente ma un sistema che ha cessato di
distinguere tra l’uso e l’abuso delle persone.
Finché questo rovesciamento non avverrà, i turni resteranno massacranti, i
segnali d’allarme continueranno a essere ignorati, le pistole d’ordinanza
finiranno troppo spesso dove non dovrebbero essere. E ogni volta ci racconteremo
che è stato un gesto isolato, un dramma personale, invece di riconoscere ciò che
è davvero: il risultato prevedibile di un sistema che chiede agli individui di
pagare con la propria vita ciò che l’istituzione si rifiuta di mettere in
discussione.
L'articolo Il silenzio della divisa proviene da Il Tascabile.
Sembra che l’esistenza dello scrittore sia legata a un mercimonio col
demone. Che gli scrittori siano indemoniati, pare cosa evidente: invischiati col
male, cercano di adescare le trombe del mondo basso. Farlo in poesia è più
semplice: la brevità del verso rende fuggevole l’incontro. Esclusi Omero,
Virgilio, Dante e Baudelaire, l’inferno è una sala d’attesa per epigoni. Quanto
al romanzo, il vertice luciferino lo ha toccato Thomas Mann: misurarsi con la
perfezione significa saggiare tutte le spigolature del caso. Basta leggere
il Doctor Faustus per accorgersi di quanto uno scrittore, prima ancora di
forgiare, deve essere forgiato dalla materia del libro.
Divagazioni a parte, rendere letterario il male è sempre stato il cesello
preferito di molti artisti: si disinnesca un morbo che scalpita a suon di
metafore e aggettivi. Wallace Stevens, quel presocratico della poesia che
talvolta s’improvvisava Eraclito, scriveva che “la realtà è un cliché da cui
fuggiamo con la metafora”.
Per lo più, la letteratura è una forma di adattamento al male subito, in attesa
che il miracolo dell’opera si compia.
Per una sorta di scherzo del diavolo, Il vescovo e il ciarlatano di Manganelli,
impressionante per intelligenza, uscito per Sellerio poco più di un anno fa, è
passato inosservato.
Letteratura e psicoanalisi, nonostante nobili tentativi di risanamento,
continuano a pungolarsi in un senso e nell’altro, con esiti più terapeutici che
letterari. Eppure, non capita spesso di trovare uno scrittore, perlopiù
umbratile e refrattario alla luce, che si reca spontaneamente da uno
psicoanalista, come a seguire l’ultimo dettato del labirinto.
Ma con Manganelli andò esattamente così: consigliato da Cristina Campo, che era
rimasta colpita da Bernhard perché iniziava le sue sedute chiedendo “a che punto
è della sua tradizione?”, Manganelli decise infine di recarsi da un analista. Ma
siccome era Manganelli, si recò, se non dal migliore, almeno dal più primitivo
degli psicoanalisti: Ernst Bernhard.
Nell’intervista che apre il libro, un incendio di arguzia, Manganelli spiega
sinteticamente cosa significa avere a che fare con un uomo come Bernhard.
Incalzato dall’intervistatrice, argomenta che «la letteratura trattata come
centrale diventa molesta, perché tutto ciò che è centrale è intollerabile. La
letteratura è centrale solo quando si capisce che è periferica». Poi, senza
soluzione di continuità, passa in rassegna la figura di Bernhard, l’uomo che gli
ha insegnato a mentire. Dice che Bernhard amava le cartografie, che iniziava le
sedute con la lettura delle linee delle mani e con lo studio del quadro
astrologico del paziente. Tutto quello che il mondo offriva era una chiave di
lettura della realtà, priva di gerarchia: «una completa psicologizzazione del
materiale che maneggiava». Non ultimo: la lettura e consultazione continua
dell’I Ching. Non è un caso che fin dai primi incontri Manganelli si rende conto
di «avere a che fare con una impostazione topograficamente anomala dello spazio
psicologico. Improvvisamente ci si accorgeva che non si viveva in due dimensioni
ma si viveva in una quantità di dimensioni impressionanti».
La soluzione di questa terapia, come non tardò a scoprire, era innovativa, e
spalancava scenari mentali – e quindi letterari – fino ad allora impensati. Se
prima Manganelli credeva di dover affrontare un problema per risolverlo, con
Bernhard si accorse che la mossa più astuta era «portare la convivenza mentale
in luoghi imprevedibili e imprevisti». Iniziò così un colloquio in cui era in
gioco la salvezza di tutto ciò per cui esiste un individuo: il suo retaggio
simbolico, il precipitato delle sue credenze. Infine – ed è forse la cosa più
interessante, considerando la cifra stilistica di Manganelli – il suo
linguaggio. Con Bernhard l’esistenza diventava una carta geografica in cui
l’inesattezza era il criterio di interpretazione. La malattia fungeva solamente
come coordinata della nostra salute:
> «il pericolo non è di essere malati, perché credo che, in un certo senso,
> esistere sia essere malati, ma di avere una malattia non pertinente,
> incongrua. Il problema è di sostituirla con una malattia pertinente. La
> malattia giusta è ciò che noi possiamo chiamare qualche volta in un momento di
> distrazione anche “salute”».
Quando gli chiedono cosa sia rimasto di quell’incontro con Bernhard, Manganelli
non ha dubbi: il gusto della casualità. E poi: «la capacità di sostituire
sistematicamente la fede con la superstizione». Per lo scrittore la letteratura
è una sorta di superstizione, perché sa rinunciare alla verità quando serve,
«cosa che la fede non sa mai fare». Da questo punto di vista, la letteratura è
un patto con la menzogna. Come scrittore, Manganelli, che aveva già
pubblicato La letteratura come menzogna, sceglie di essere estraneo alla verità:
«la verità non ci riguarda, questa è una mia personale convinzione. La
superstizione, invece, è fatta a nostra misura».
Il vescovo e il ciarlatano è proprio questo: una mescolanza tra sacro e profano,
tra psicoanalista e scrittore, una spudorata inclinazione alla menzogna che
trasforma la verità in racconto, perché «il mentitore è il proprietario di tutte
le favole possibili» e la Storia non nacque «dall’ira di Dio, ma dalla menzogna
di Caino».
Da qui, da questo incontro pericoloso nasce quell’incrocio di possibilità che è
la letteratura. Nonostante il libro raccolga materiali eterogenei – articoli,
recensioni, interviste – il punto focale è “Jung e la letteratura”. Siamo nel
centro di convergenza di tutti i mascheramenti possibili: nel 1973 Manganelli,
invitato come professore universitario ad un convegno su psicologia e
letteratura, lancia un guanto di sfida ai relatori e persino a sé stesso,
sostenendo che la cultura distrugge la letteratura, e che la psicologia,
esplorata nelle sue ramificazioni, è l’ultima ancora di salvezza per chi vuole
ancora fondare la propria opera sul mercimonio col demone.
> «Se io trovo nella letteratura qualche cosa di vitale, di inquieto, di
> violento, appunto di eversivo perché ha a che fare con delle forze inconsce
> estremamente forti, la cultura cerca di spiegarmi che tutto questo non è
> assolutamente vero».
Questa requisitoria, lunga appena ventisei pagine, è il vero capolavoro del
Manganelli libellista: tutti i generi danzano una sarabanda infernale, tutte le
parole indossano una maschera. Potrebbe essere la trascrizione di una semplice
conferenza o l’appunto preliminare, ma anche una versione teatrale della
reazione degli ascoltatori o una confessione schizofrenica di quello che si
vorrebbe sempre dire in pubblico. Ma fondamentalmente è questo: l’atto d’accusa
della letteratura verso chi vorrebbe addomesticarla.
Andrea Muratore
L'articolo La malattia giusta. Ovvero: ecco perché leggere continuamente
Manganelli fa bene proviene da Pangea.
Voler dormire molto nei periodi difficili è più comune di quanto pensi: ecco
cosa rivela la psicologia su questo meccanismo di difesa emotiva
Ti senti sempre stanca quando la vita si fa dura? Non è solo stress: voler
dormire molto nei momenti difficili può essere una risposta del cervello alle
emozioni forti. Scopri cosa succede davvero nella mente quando il letto diventa
l’unico rifugio sicuro (e quando preoccuparsi).
DORMIRE TANTO NEI MOMENTI DIFFICILI: PIÙ COMUNE DI QUANTO IMMAGINI
Quando tutto sembra troppo, la stanchezza si impadronisce del corpo come una
coperta pesante. Capita di voler dormire sempre: appena si arriva a casa si
sente il desiderio di infilarsi subito sotto le lenzuola, la sveglia diventa un
nemico da rimandare più volte, e anche durante il giorno gli sbadigli non si
contano più. Non è solo pigrizia o svogliatezza, ma qualcosa di molto più
profondo e spesso legato a come la mente reagisce alle fatiche emotive.
In certi periodi difficili – un esame, una rottura, una crisi improvvisa – la
voglia di sonno cresce esattamente come cresce l’ansia o la preoccupazione. Un
po’ come se il letto diventasse il rifugio preferito: ci si sente al sicuro, ci
si nasconde dai pensieri che corrono troppo veloci. Dormire, a volte, è l’unico
modo per bussare il meno possibile alla porta del dolore.
LEGGI ANCHE – Stanchezza, sonnolenza e astenia: sintomi, cause e rimedi
PERCHÉ IL SONNO DIVENTA UNA VALVOLA DI SFOGO
Non sempre il corpo ha bisogno di più riposo fisico. Spesso è la mente a
crollare sotto il peso dello stress. Il cervello – incredibile come un motore
mai spento – chiede “pausa” e lo fa così: spegnendosi. Cercare rifugio nel sonno
può essere la versione umana del tasto “riavvio”, un tentativo di cancellare per
qualche ora l’ansia che tormenta i pensieri.
Ecco i motivi principali per cui, nei momenti difficili, si dorme di più:
* Il corpo prova a difendere la mente mettendola “offline”, anche solo
temporaneamente, abbassando la tensione.
* Durante il sonno si producono sostanze come la serotonina, che regalano una
specie di anestesia naturale alle emozioni pesanti.
* Sognare può aiutare, anche a livello inconscio, a rielaborare ciò che fa male
o spaventa.
Non sempre dormire molto risolve i problemi, ma per un attimo sembra di staccare
la spina. La testa si svuota, il cuore rallenta.
QUANDO IL SONNO PARLA DI DISAGIO PSICOLOGICO
Va detto che dietro al desiderio di dormire tanto possono nascondersi segnali
importanti. L’ipersonnia, cioè la tendenza a dormire troppe ore, spesso è
connessa a periodi di disagio emotivo o disturbi come la depressione. Non tutti
lo sanno, ma nella depressione il sonno non manca mai: o non si dorme per
niente, oppure ci si addormenta troppo.
Il bisogno di rifugiarsi nel letto può essere una risposta a:
* Momenti di lutto, rotture sentimentali, traumi improvvisi che svuotano le
energie emotive.
* Stress cronico, come quello lavorativo o scolastico, che si accumula piano
piano finché non esplode.
* Fuga dall’ansia: invece di affrontare la fonte del disagio, si cerca una
scorciatoia sul cuscino.
Insomma, il sonno diventa una sorta di scudo. Solo che, a lungo andare, il
rischio è quello di restare prigionieri tra le coperte e perdere il contatto con
la realtà quotidiana.
LEGGI ANCHE – Cosa è il vamping
COME DISTINGUERE TRA BISOGNO E CAMPANELLO D’ALLARME
Esiste una linea sottile tra voler dormire per ricaricarsi e nascondersi davvero
sotto il piumone dalla vita di tutti i giorni. Ogni tanto serve prendersi una
pausa, nulla di male. Ma se il sonno diventa la sola risposta a ogni difficoltà,
e la voglia di alzarsi dal letto svanisce per giorni, forse è un segnale da non
sottovalutare.
Alcuni segnali che indicano che il bisogno di dormire forse nasconde qualcosa di
più:
* Le ore di sonno aumentano troppo e al risveglio ci si sente comunque
stanchissimi.
* Si cominciano a perdere interesse o piacere in attività che prima si amavano.
* Anche le cose più semplici diventano insormontabili: cucinare, studiare,
parlare con gli altri.
La soluzione? Parlare con qualcuno di fidato può essere un primo passo. Se il
sonno sembra l’unico modo per sopravvivere ai giorni difficili, può essere utile
confrontarsi anche con un esperto. Non per forza “perché si è deboli”, ma perché
tutti – davvero tutti – meritano di vivere giornate in cui la sveglia non suona
come una sentenza. Capito?
The post Letto, coperta e… fuga? Ecco cosa significa voler dormire molto nei
periodi no appeared first on The Wom.
Perché alcune persone si sentono a disagio con i complimenti? La psicologia
svela cosa si nasconde dietro questa reazione sorprendente.
Ti fanno un complimento e tu… sei a disagio e vorresti scomparire? Non sei sola!
Dietro quel disagio che scatta quando qualcuno ci loda, si nascondono
insicurezze, educazione e schemi mentali profondi. Scopri cosa dice la
psicologia e come (forse) imparare a godersi un po’ di luce!
COMPLIMENTI? NO GRAZIE: PERCHÉ C’È CHI PROPRIO NON LI SOPPORTA
Ricevere un complimento, sulla carta, dovrebbe essere una buona cosa. Un piccolo
regalo che fa piacere a chiunque, almeno così si pensa. In realtà, per alcune
persone, i complimenti suonano un po’ come una nota stonata durante la canzone
preferita: invece di generare gioia o soddisfazione, scatenano imbarazzo,
disagio o addirittura fastidio. Non è semplice insicurezza, non è solo modestia.
Dietro questa difficoltà, la psicologia racconta un mondo molto più profondo.
Ci sono tanti motivi, tutti diversi, per cui ognuno di noi può sentirsi a
disagio quando qualcuno nota il nostro talento o ci fa un apprezzamento. Non è
solo una questione di carattere. Spesso entrano in gioco:
* Abitudini familiari: se da bambini si cresce in un ambiente in cui i
complimenti erano rari come la neve ad agosto, diventa quasi naturale vivere
lodi e parole gentili con distanza o sospetto.
* Paura del giudizio: a volte, dietro il disagio, c’è il timore che un
complimento sia l’inizio di aspettative troppo alte. Meglio tenersi bassi,
no?
* Autostima ballerina: chi non crede davvero in sé tende a pensare che chi lo
elogia lo stia prendendo in giro oppure abbia secondi fini. La fiducia, in
questi casi, è un vestito troppo grande.
Insomma, non tutti vivono i complimenti come una caramella che si scioglie in
bocca. Per alcuni il sapore può essere decisamente più amaro.
COSA SUCCEDE NELLA TESTA DI CHI “SCHIVA” I COMPLIMENTI
Davanti a un complimento, c’è chi si illumina e chi si chiude come una vongola.
La differenza sta, molto spesso, negli schemi mentali che ognuno porta dentro.
La psicologia mostra che in certe persone, un giudizio positivo rischia di
scontrarsi con un’idea di sé costruita nel tempo e difficile da scalfire. È come
se qualcuno suonasse al campanello di casa, ma il proprietario preferisse non
aprire.
Molte persone che reagiscono male ai complimenti lo fanno quasi senza
accorgersene. Non è sempre timidezza, quanto un meccanismo automatico che si
attiva per “protezione”. In pratica, si pensa: meglio non fidarsi troppo delle
parole altrui, magari un complimento serve solo a “prepararmi” alla critica
successiva. Ecco alcune possibili reazioni tipiche:
* Sminuire: “No dai, avevo solo fortuna”.
* Cambiare discorso: tagliare corto prima ancora di rispondere.
* Restituirlo subito: “Brava tu! Sei tu quella speciale”.
* Sentirsi subito a disagio, come se uno stesse rubando la scena.
In fondo, dietro questa ritrosia c’è quasi sempre l’abitudine a mettersi in
discussione. Chi si sente sempre un po’ sotto esame, tende a non “reggere” il
peso di un riconoscimento positivo. Un vero cortocircuito emotivo.
ORIGINI DEL DISAGIO: TRA AUTOSTIMA, EDUCAZIONE E SOCIETÀ
Non tutti partono dallo stesso punto. Alcuni sono cresciuti a suon di
incoraggiamenti, altri più con le “bacchettate”. Dove nascono, quindi, le
difficoltà a gestire un complimento e il conseguente disagio? La psicologia
sottolinea almeno tre terreni fertili.
* L’autostima, quella vera: se la fiducia in sé stessi è fragile, ricevere un
elogio mette in crisi. Come se dovesse reggere la torre dei pregi altrui,
mentre la base sotto vacilla. Chi si sente “mai abbastanza”, finisce col
pensare di non meritarsi davvero un apprezzamento.
* L’educazione: quando si cresce pensando che bisogna sempre “restare umili” o,
peggio, che la vanità sia un peccato, la tendenza è a schivare qualsiasi
parola gentile come fosse una finta, magari per non sembrare presuntuosi.
* Il confronto sociale: nella società dei social, ogni cosa sembra sempre
troppo. A volte basta un complimento per scatenare l’ansia da prestazione: e
se poi deludo?
In tutto questo, l’incapacità di accettare i complimenti non è un difetto, ma il
risultato di meccanismi interiori costruiti piano piano, spesso senza che ce ne
si accorga. E ognuno li vive a modo suo.
IMPARARE (SE SI VUOLE) AD ACCETTARE UN COMPLIMENTO: LA STRADA NON È IMPOSSIBILE
Accettare un complimento non significa diventare improvvisamente vanitosi o
“montarsi la testa”, come tanti temono. Vuol dire, piuttosto, riconoscere il
valore di sé, anche attraverso lo sguardo degli altri. Sembra facile sulla
carta, no? Poi nella pratica… un altro paio di maniche!
LEGGI ANCHE – Perché (e come) dovremmo imparare ad accettare i complimenti
Per riuscirci, a volte, basta davvero poco. Alcuni consigli semplici:
* Prendersi un secondo prima di rispondere: anche solo un mezzo sorriso o un
grazie sincero può bastare.
* Evitare di giustificarsi o sminuirsi ogni volta: chi fa il complimento non
sta mentendo, almeno il più delle volte.
* Provare a “stare” nel disagio: se fa strano, pazienza. Passa.
* Ricordarsi che si può essere umili anche accettando un apprezzamento, senza
scusarsi né nascondersi dietro una battuta.
Insomma, non è obbligatorio diventare fan dei complimenti, però accettarli
potrebbe essere come allenare un muscolo troppo poco usato. Ci si sente diversi,
magari, ma si scopre che il mondo non finisce e, forse, la fiducia in sé cresce
un pochino. D’altronde, anche accettare un sorriso può essere il modo più
semplice per regalarne un altro.
The post Se ricevere un complimento ti mette a disagio, leggi questo (ti aprirà
gli occhi) appeared first on The Wom.
C‘è una domanda che facciamo spesso ma che non è solo gentilezza: nasconde
insicurezze, bisogno di conferme e desiderio di connessione autentica. Ecco qual
è.
Quante volte, dopo aver ascoltato o dato un consiglio, scappa la fatidica
domanda: “Ti sono stato d’aiuto?”. Dietro queste parole c’è molto più di
cortesia: si celano insicurezze, bisogno di conferme e un desiderio profondo di
sentirsi utili e riconosciuti. Ma a che prezzo?
LA DOMANDA CHE NON SMETTE MAI: PERCHÉ CHIEDIAMO SEMPRE SE SIAMO STATI D’AIUTO?
C’è chi, dopo aver dato un consiglio o anche solo ascoltato uno sfogo, conclude
sempre con: “Sono stato d’aiuto?”. Non è solo una routine gentile. Dietro a
questa domanda apparentemente semplice, si nasconde un mondo di sfumature
emotive. Forse ansia, forse bisogno di conferme, forse semplicemente il
desiderio genuino di non aver fatto gaffe. Fare sempre questa domanda è come
lanciare un salvagente nella speranza di vedere qualcuno aggrapparsi: ci si
mette in gioco e spesso si teme di aver fatto troppo, troppo poco, o di aver
proprio mancato il punto.
A volte non è solo un modo per assicurarsi di aver fatto la cosa giusta. Sotto
sotto, può essere una richiesta velata di approvazione. Tipo: “Dimmi che sono
prezioso, almeno un pochino”. E poi c’è chi, invece, vuole solo evitare
l’imbarazzo del silenzio che scende dopo la condivisione di qualcosa di
difficile. Insomma, ogni volta che parte quella domanda, c’è molto di più di
quanto sembri. Basta ascoltarsi un attimo: sentirsi utili non è così scontato, è
una di quelle cose che fanno sentire vivi, cioè connessi agli altri.
LEGGI ANCHE – Dal buongiorno all’amore: queste sono le frasi belle da dedicare
in ogni occasione
COSA SI CERCA DAVVERO QUANDO SI CHIEDE SE SI È STATI D’AIUTO
Non si tratta solo del piacere di essere utili, no. È qualcosa di più profondo,
più sottile. Spesso la domanda “sono stato d’aiuto?” arriva direttamente da un
certo bisogno di sicurezza emotiva: ricevere un feedback chiaro su cosa si è
dato, rassicura. Alle volte è come bussare delicatamente e guardare attraverso
la serratura nella speranza di scorgere una faccia soddisfatta.
In molti casi, si cercano almeno tre cose:
* Conferma di non aver fatto danni: paura di aver detto la cosa sbagliata
oppure di aver peggiorato la situazione.
* Desiderio di controllare l’impatto delle proprie parole. Una sorta di micro
gestione emotiva, anche inconsapevole.
* Voler ricevere gratitudine, anche minuscola, per sentirsi riconosciuti e
legittimati nel proprio ruolo.
Capita che chi chiede sempre questo tipo di conferma viva spesso nella zona
grigia tra autostima traballante e la sensazione di non essere mai abbastanza
per gli altri. Non tutti, eh, ma succede. È così facile perdersi in quello
spazio in cui si ha paura di essere invisibili: forse proprio lì nasce questo
bisogno di domanda-risposta, quasi come fosse un rituale per dare senso alle
proprie interazioni.
EFFETTI COLLATERALI: QUANDO LA DOMANDA DIVENTA UN PESO
Chiedere ossessivamente se si è stati d’aiuto può sembrare una richiesta
innocua, ma col tempo diventa sabbia fastidiosa negli ingranaggi delle
relazioni. Da una parte c’è il rischio di spostare il focus dalla persona che ha
bisogno all’ansia di chi soccorre. Insomma, a forza di interrogarsi su quanto si
è stati utili, si rischia di rendere tutto troppo personale – e alle volte chi
riceve, si sente costretto a rassicurare anche quando non vorrebbe.
E poi, andiamo, c’è anche quel retrogusto amaro: chi ascolta la domanda ripetuta
finisce quasi sempre per pensare di dover rincuorare chi dovrebbe supportare,
invece che il contrario. Gli effetti sono questi:
* Sensazione di colpa o pressione in chi riceve aiuto, che si sente obbligato a
rispondere in modo positivo, anche se in realtà non lo pensa davvero.
* Dinamiche sbilanciate, dove chi “aiuta” cerca alla fine una gratificazione
che suona un po’ forzata.
* Rischio di rendere meno spontanei e autentici i momenti di ascolto, che
invece dovrebbero essere, almeno in teoria, liberi da aspettative e giudizi.
A lungo andare, questa abitudine può generare piccoli cortocircuiti emotivi. Un
po’ come quando un regalo viene fatto per sentirsi a posto con se stessi più che
per l’altro. E qui si perde un po’ il senso della solidarietà vera, quella
gratuita.
CAMBIARE PROSPETTIVA: ASCOLTO AUTENTICO E AUTOCONSAPEVOLEZZA
Spezzare il ciclo non è impossibile. Magari, invece di chiedere sempre se si è
stati d’aiuto, si potrebbe provare a restare nel silenzio, scavando un attimo
dentro la propria insicurezza e mettendo da parte il bisogno di conferme
immediate. Non tutto quello che diamo agli altri ha bisogno di un’etichetta, di
un voto, di una stellina di approvazione.
Per trasformare le proprie relazioni in connessioni più autentiche può essere
utile:
* Allenare la capacità di ascolto senza aspettarsi nulla in cambio.
* Accettare che non sempre si può risolvere tutto, e va bene così.
* Dare spazio all’altro, lasciando che sia chi riceve a decidere se è il
momento di ringraziare o di restare in silenzio.
A volte, il vero aiuto ha il sapore delle cose non dette, dei silenzi un po’
sospesi e della fiducia che chi abbiamo di fronte possa trovare le proprie
risposte. Smettere di chiedere sempre se si è stati utili non vuol dire essere
distaccati, vuol dire dare valore anche al mistero dell’incontro umano, quello
che non si può misurare o etichettare. E, qualche volta, fa molto più bene di
qualsiasi risposta.
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più appeared first on The Wom.
Eviti certi luoghi perché ti fanno stare male? La psicologia spiega perché
alcuni spazi diventano trappole emotive.
Ci sono posti che sembrano parlare troppo forte: luoghi che evocano ricordi
difficili e ci fanno cambiare strada. Ma perché succede? La psicologia ci guida
tra emozioni, inneschi invisibili e strategie per affrontare quei posti che il
cuore, più che i piedi, vorrebbe evitare.
LA MEMORIA È UNA MAPPA EMOTIVA: PERCHÉ CERTI LUOGHI RISVEGLIANO IL PASSATO
Certe volte un bar, una panchina o addirittura un semplice portone sembrano
gridare forte ricordi che si preferirebbe lasciar dormire. La mente lavora come
una radio vintage: capita che alcune stazioni, cioè i luoghi, trasmettano
canzoni del passato a volume troppo alto. Gli spazi fisici finiscono spesso per
intrecciarsi agli stati d’animo che si sono vissuti lì, creando un cortocircuito
tra ambiente e emozioni che sembra quasi impossibile aggirare.
Si potrebbe pensare che sia colpa della memoria, ma in realtà il meccanismo è
assai più raffinato (e beffardo): il cervello collega posti e ricordi come fili
elettrici scoperti, pronti a darti una scossa non appena ti riavvicini. Succede
con:
* Ristoranti dove si è chiusa una storia
* Piazze dove si è ricevuta una notizia difficile
* Angoli della città che portano segni invisibili di qualcosa che è cambiato
Cioè, non è semplicemente “ricordare” un episodio. È proprio sentirlo
riaffiorare nella pelle, forse nel cuore che batte più forte o nello stomaco che
si chiude improvviso. Trovarsi davanti a un luogo legato a un’esperienza forte
equivale ad aprire una porta su ciò che ancora non si è pronti ad affrontare—e
il corpo, non solo la testa, se ne accorge prima di chiunque altro.
EVITARE LUOGHI O EVITARE EMOZIONI? LA FUGA INVISIBILE
Scappare da certi posti sembra solo una questione pratica: “basta evitare quella
via e tutto torna normale”. Ma in realtà si sta mettendo in scena una piccola
fuga emotiva. Il corpo e la mente sanno riconoscere il pericolo emotivo e
preferiscono prendere una via più lunga, pur di non rientrare dentro vecchi
dolori o imbarazzi.
Di solito, le ragioni che stanno dietro questo meccanismo sono:
* Paura di soffrire di nuovo, anche se il rischio è solo nella propria testa
* Sensazione di non avere il “controllo” su ricordi e reazioni
* Bisogno di proteggersi quando ci si sente ancora fragili rispetto al passato
In pratica, le strade diventano labirinti col minotauro in agguato: cioè, si
gira largo per non incontrare occhi, odori o immagini che ricordano pezzi della
propria storia più difficile. Tutto finisce per essere orientato verso la
autoprotezione, anche se all’apparenza sembra solo un cambio di percorso
casuale. O forse no.
IL POTERE SOTTOVALUTATO DEGLI INNESCHI EMOTIVI
Piccole scintille, si accende tutto. Un profumo, un colore, una canzone diffusa
da una finestra—gli inneschi emotivi sono come matrioske che nascondono
esperienze passate. Basta poco perché un luogo familiare si trasformi nel set di
un film già visto, in cui si è costretti a rivestire un ruolo che si sperava
archiviato.
Molto spesso gli inneschi funzionano così:
* Agiscono all’improvviso, senza preavviso né controllo
* Rievocano non solo immagini, ma sensazioni fisiche e umori
* Possono spiazzare: cioè si può ridere senza motivo o commuoversi solo
passando davanti a un portone
Quello che si sottovaluta, però, è che il cervello lo fa per proteggerci. Non è
debolezza evitare certi luoghi: è il modo in cui si cerca di riequilibrare la
propria emotività, perfino quando sembra una piccola vigliaccheria quotidiana.
In realtà è il cervello che cerca di evitare sovraccarichi, come una presa
multipla già piena che rischia di surriscaldarsi.
LEGGI ANCHE – Ti rifugi spesso nei ricordi? Ecco cosa dice di te la psicologia
SI PUÒ DAVVERO SUPERARE L’EVITAMENTO? MICRO-STRATEGIE PER GESTIRE I LUOGHI
DIFFICILI
La domanda resta sempre impressa, tipo post-it attaccato alla coscienza: si può
imparare a non fuggire? Evitare per sempre non porta sollievo: spesso è la
distanza che rende i luoghi ancora più potenti. Per molti, il vero cambiamento
arriva a piccoli passi, sfiorando il luogo fastidioso senza pretesa di
“risolvere” tutto in una volta.
Strategie utili, senza pressioni, da provare:
* Fermarsi qualche minuto dall’altra parte della strada, senza avvicinarsi
troppo
* Pensare a un dettaglio positivo legato a quel posto, anche piccolissimo
* Trovare qualcuno con cui attraversare insieme il luogo “vietato”, per
sentirsi più sicuri
* Scrivere ciò che si prova subito dopo, così il vissuto non rimane “tutto
dentro”
* Dare un obiettivo pratico alla visita (es: “vado solo a comprare il pane”)
per ridurre la carica emotiva
Affrontare i luoghi che ci fanno paura non è mai semplice né veloce. Non serve
rassegnarsi se tutto richiede più tempo di quanto si pensasse. Il vero segreto?
Darsi il permesso di sentire tutto quello che quel luogo risveglia—anche quando
sembrerebbe più comodo scappare via con le scarpe slacciate.
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Rifugiarsi nei ricordi è dolce ma rischioso: la psicologia svela cosa si
nasconde dietro questa abitudine emotiva.
C’è chi nei momenti di stress trova conforto nei ricordi, come fosse una coperta
emotiva. Ma cosa dice la psicologia di chi si rifugia nei ricordi o nel passato?
Tra nostalgia, idealizzazione e ruminazione, scopriamo cosa si nasconde dietro
questa abitudine (apparentemente innocua).
QUANDO I RICORDI DIVENTANO RIFUGIO: LA MENTE CHE SI AGGRAPPA AL PASSATO
C’è chi, appena il presente si fa troppo rumoroso o scomodo, trova nella memoria
una sorta di tana segreta. Un porto dove fermare la corsa, anche solo per un
attimo. La psicologia ha una marea di cose da dire su questa abitudine, che sì,
può sembrare innocua, ma spesso nasconde desideri, paure, a volte anche veri e
propri meccanismi di difesa. Rifugiarsi nei ricordi non vuol dire solo “essere
nostalgici”: può essere un modo per proteggersi da una realtà che fa troppo male
o per ritrovare un senso di sicurezza.
Capita a tutti, prima o poi: una canzone che riporta “là”, il profumo di pane
che spalanca una porta mai chiusa davvero. Eppure, non si tratta sempre di
semplice dolcezza. Per molti, tornare nel passato è quasi una specie di sport
mentale. Un’abitudine automatica, soprattutto in momenti di solitudine o stress.
Ma perché succede? E cosa svela davvero di chi la pratica così spesso?
NOSTALGIA, RIMPIANTO O FUGA? LE FACCE DI CHI VIVE TRA I RICORDI
Occhio: non tutti si rifugiano nel passato per gli stessi motivi. Nella testa,
il viaggio nei ricordi prende mille strade diverse. Per alcuni è una coccola,
una specie di “coperta di Linus” emotiva; per altri, invece, rischia di
diventare una prigione dorata. La psicologia parla di meccanismi come la
“ruminazione” e l’“idealizzazione” del passato:
* Le persone che rimuginano ripassano all’infinito vecchie scene o
conversazioni, spesso con un retrogusto amaro. Qui, la memoria non consola:
diventa terreno fertile per autocritiche e rimpianti.
* Chi idealizza il passato tende a dimenticare i dettagli spiacevoli, rifinendo
i ricordi come fossero vecchie fotografie sbiadite ma perfette.
* Ci sono poi quelli che, in fuga da ansie o noie quotidiane, preferiscono
perdersi in ciò che è stato invece di affrontare ciò che è.
C’è un filo sottile tra “ricordo che mi fa stare bene” e “ricordo in cui mi
rifugio per non vedere la realtà”… Spesso si passa all’estremo senza nemmeno
accorgersene.
PERCHÉ RIFUGIARSI NEI RICORDI PUÒ DIVENTARE UNA TRAPPOLA
A volte la memoria è come un lenzuolo pulito appena lavato. Altre volte, però,
rischia di diventare una coperta troppo corta: più ci si avvolge, meno si sente
il presente. Cosa succede quando il tuffo nei ricordi non è più uno svago sano,
ma un modo per evitare di vivere?
* La psicologia sottolinea che quando la nostalgia è “eccessiva” si rischia di
sviluppare un vero attaccamento al passato che può portare:
* Difficoltà a prendere decisioni nel presente, perché ogni scelta viene
confrontata con “com’era una volta”.
* Una sensazione di “perdita”, come se la felicità fosse un treno già passato.
* Blocco delle emozioni: preferire i ricordi invece di investire su nuove
esperienze può congelare la crescita personale.
E in più, l’“effetto social” amplifica tutto: i feed pieni di “ricordi di
Facebook” o le vecchie foto su Instagram non fanno che alimentare questa voglia
di “tornare indietro”, anche solo per un momento. Ma attenti, perché la memoria
seleziona, lascia nelle retrovie i dettagli scomodi e trasforma il passato in
qualcosa che forse… non è mai esistito davvero.
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guardiamo?
RITROVARE LA PRESENZA: COME USARE I RICORDI SENZA FARSI USARE
I ricordi sono come spezie: basta un pizzico per aggiungere sapore alla vita.
Troppa nostalgia, però, può coprire tutti gli altri gusti. Nessuna regola
precisa, certo, ma qualche dritta per non perdere l’equilibrio può aiutare:
* Allenare la “presenza mentale”, cioè fermarsi, respirare e sentire davvero
dove si è (non solo dove si era).
* Usare i ricordi come fonte d’ispirazione, non di immobilità: il passato può
insegnare, ma il futuro non si vive cercandolo nello specchietto retrovisore.
* Raccontarsi che sì, i momenti belli esistono ancora e che vale la pena
crearne altri, nuovi, diversi.
La psicologia non demonizza il rifugio nei ricordi, anzi: spesso è un segnale,
un bisogno da ascoltare, una pausa legittima. L’importante è non trasformare il
passato in un labirinto senza uscita, imparando, invece, a portare con sé solo
ciò che davvero serve per vivere meglio, adesso.
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Perché facciamo liste che non rispettiamo mai? Tra psicologia, emozioni e
strategie reali, scopri il vero motivo dietro le to-do list fantasma.
Fai mille liste e non ne porti a termine nemmeno una? Tranquilla, non sei sola!
Dietro quelle to-do mai spuntate si nascondono emozioni, autoinganni e
perfezionismo. Ma anche soluzioni concrete per riprendere il controllo (senza
sensi di colpa). Pronta a riscrivere tutto?
LA MANIA DELLE LISTE: TRA BUONE INTENZIONI E REALTÀ
Cosa c’è di più umano che fare liste? Liste della spesa, to do list appese
ovunque, note sul telefono piene di punti mai spuntati. L’idea, in fondo, è
semplice: ordinare il caos, dare una logica ai pensieri che corrono senza sosta.
A volte però le liste diventano una specie di rituale, quasi un portafortuna
scaramantico: se lo scrivi forse succede, se fai l’elenco magari cambia
qualcosa. Ma poi succede che quelle stesse liste restano lì, intatte. Poco più
di macchie d’inchiostro o pixel. E allora viene da chiedersi: perché si fanno
liste che non si rispettano mai?
La risposta non è una sola, ovvio. Si fa la lista quando si sente il bisogno di
controllo, dentro una vita che va a cento all’ora; si scrive nero su bianco
sperando di tenere tutto insieme, proprio come chi raccoglie biglie in una
scatola bucata. E poi capita che scrivere la lista dà una soddisfazione
immediata, la sensazione di aver già agito, prima ancora di aver fatto. Tipo
quando immagini già il successo solo pensando all’allenamento, senza esserti
ancora alzato dal divano.
IL CERVELLO E LA TENDENZA A RIMANDARE
Qui entra in gioco la testa, cioè il cervello che – suo malgrado – ama
risparmiare energie. Succede spesso che il solo atto di elencare gli impegni
attivi il “centro della ricompensa”: un assaggio di soddisfazione, anche se il
lavoro vero deve ancora cominciare. E, paradossalmente, questo piccolo sballo
mentale può diventare un motivo perfetto per rimandare.
Basta pensarci: ogni volta che si compila una lista si prova una punta di
piacere, ma concretamente?
* La lista rimane in attesa mentre si scrolla Instagram
* Le attività si accavallano e la motivazione evapora come pioggia d’estate
* Il senso di colpa bussa, le crocette mancano
Un altro colpo di scena? Il perfezionismo – sì, proprio lui, quello che ogni
volta spinge a voler fare tutto (e bene). Alla fine si fa una lista troppo lunga
e ci si sente già in trappola: meglio allora niente, meglio rimandare.
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essere felice)
LE EMOZIONI CHE SABOTANO LE NOSTRE LISTE
Dietro una lista disattesa spesso c’è qualcosa che va oltre la pigrizia. Ogni
punto scritto può portarsi dietro un’ombra, tipo ansia, insicurezza, paura di
fallire. A volte si fanno liste solo per mettere ordine alle idee, ma quando
arriva il momento di agire l’immaginazione si trasforma in ostacolo.
Quante volte si è tentati di scrivere anche i compiti più banali – bere acqua,
mandare una mail – solo per sentirsi attivi? Succede che queste micro-azioni
rubano la scena a ciò che davvero conta, cioè le scelte difficili, quelle che
richiedono energia emotiva. In fondo, le liste diventano dei rifugi temporanei,
un modo per raccontarsi che si sta procedendo.
E poi ci sono le emozioni che narrano storie. Magari ogni punto non spuntato è
una piccola sconfitta, oppure un promemoria silenzioso che, alla fine, si può
sempre riprogrammare domani. Tanto la lista resta lì, ferma ma immutabile.
STRATEGIE REALI PER SPUNTARE DAVVERO (O LASCIAR PERDERE)
Una lista che funziona davvero non è una lista infinita né un elenco di sogni.
Serve concretezza e, soprattutto, un pizzico di onestà. Più che riempire fogli,
conta allenarsi a selezionare – tipo fare pulizia nell’armadio e tenere solo i
capi che indossi davvero. Qualche idea pratica, niente fumo:
* Scrivere solo ciò che è davvero urgente e importante – il resto può aspettare
* Dividere i compiti in micro-azioni, che diano risultati subito visibili
* Abbandonare il perfezionismo e accettare che qualcosa resterà indietro
* Premiare ogni piccolo passo, tipo regalarsi una pausa dopo una spunta reale
In fondo, la verità è che non tutte le liste meritano di essere rispettate fino
in fondo. A volte, imparare a lasciarle andare – o riscriverle mille volte –
serve più di qualsiasi crocetta. Perché la vita non è solo una questione di
punti da spuntare, ma di storie da vivere, anche se un po’ disordinate.
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