O gni anno, in Europa, quasi 60 milioni di tonnellate di cibo finiscono nella
spazzatura: oltre 130 chili per persona. Una parte consistente si accumula lungo
la filiera, dalla produzione alla distribuzione, mentre l’altra metà si
trasforma in scarto nelle nostre case, nei ristoranti, nelle mense. In Italia,
ad esempio, l’industria del pomodoro genera ogni estate migliaia di tonnellate
di bucce e semi che non per forza devono diventare semplici rifiuti. Oggi,
grazie a nuove tecniche di estrazione sostenibile, da quei residui si possono
infatti ottenere composti ad alto potere antiossidante, riutilizzati in
alimenti, cosmetici o integratori: è la scienza dell’upcycling.
Numerosi studi ne evidenziano da anni la solidità e le analisi del ciclo di
vita, nella maggior parte dei casi, segnalano un impatto ambientale positivo. Ma
il cosiddetto upcycling alimentare, ovvero i cibi “rigenerati”, prodotti nati
dal recupero di scarti o eccedenze alimentari, può essere una risposta efficace
alla riduzione degli sprechi solo se si riesce a garantire sostenibilità dei
processi, sicurezza del prodotto, misurazione dei risultati e opportune economie
di scala. In tutto questo, come vedremo nel corso dell’articolo, la fiducia di
chi consuma è un ingrediente decisivo. Non basta che un alimento sia
sostenibile: deve anche apparire tale, e ispirare sicurezza. Superare queste
resistenze richiede una comunicazione chiara e coerente: servono dati condivisi,
confrontabili, raccontati in modo comprensibile, e un linguaggio capace di
costruire fiducia più che distanza, spiegando come e perché certi ingredienti
vengono recuperati, e quale valore aggiunto porta questa scelta.
Genealogia della circolarità
In ambito agroalimentare, il concetto di economia circolare non è certamente
nuovo. Esistono da millenni pratiche agronomiche e di trasformazione alimentare
orientate alla circolarità, anche a livello domestico: tradizionalmente si è
sempre cercato di riutilizzare tutto, limitando lo spreco di prodotti non più
salubri. Esistono molti esempi, nella storia dell’alimentazione umana, che si
basano su un uso oculato delle risorse e dei cosiddetti prodotti di scarto
alimentare: basti pensare alla ricotta, ottenuta dal siero residuo della
lavorazione del formaggio; ma anche al riuso delle vinacce, cioè le bucce e i
residui solidi dell’uva, che venivano e vengono ancora riutilizzate per produrre
distillati o come combustibile. Si tratta, in tutti i casi, di forme di economia
circolare ante litteram, che tendono a un principio di equilibrio tra ciò che si
produce, si consuma e si restituisce al ciclo naturale.
> Oggi circa la metà della superficie abitabile del pianeta è destinata
> all’agricoltura, e tra il 2000 e il 2022 la produzione di colture primarie è
> più che raddoppiata, generando una quantità crescente di residui e scarti
> lungo la filiera.
Oggi, questo pensiero secolare riemerge nel panorama della bioeconomia, portando
con sé l’urgenza della scarsità di risorse in un mondo di oltre otto miliardi di
persone, e segnalandoci che ciò che chiamiamo “scarto” è spesso una miniera di
composti bioattivi che la scienza ha imparato a estrarre, stabilizzare e
trasformare, per incorporarli in prodotti con maggiori benefici per la salute.
Da secoli, il modello economico dominante si fonda sul principio del
take-make-dispose, traducibile in italiano come preleva, produci, consuma e
getta. È un paradigma che ha plasmato l’agricoltura e l’industria alimentare, e
che oggi mostra tutti i suoi limiti. Con una popolazione mondiale destinata a
superare i nove miliardi di persone entro il 2050, non è più sostenibile
continuare a utilizzare risorse naturali come se fossero infinite. Oggi circa la
metà della superficie abitabile del pianeta è destinata all’agricoltura, per un
totale di 48 milioni di chilometri quadrati di suolo, e tra il 2000 e il 2022 la
produzione di colture primarie è più che raddoppiata, generando una quantità
crescente di residui e scarti lungo la filiera. L’upcycling alimentare, come
altre tecniche di bioeconomia, nasce dal bisogno di rivedere il rapporto fra
produzione e consumo, in un’era in cui un terzo del cibo prodotto diventa scarto
contribuendo al 58% delle emissioni di metano nell’atmosfera.
> Nel panorama alimentare l’upcycling non è sinonimo di riciclo. Se riciclare
> implica il recupero di materia per usi differenti, l’upcycling la restituisce
> al cibo, reintroducendola nella filiera con un valore nutrizionale o
> funzionale più elevato.
Secondo la definizione della Upcycled Food Association, nata nel 2019 come rete
di poche aziende pionieristiche, con l’obiettivo di dare una definizione
condivisa a ciò che fino ad allora era solo una pratica frammentaria, si
considerano upcycled foods quei prodotti che utilizzano ingredienti altrimenti
destinati a non essere consumati dall’uomo, provenienti da filiere tracciabili e
verificabili, e che generano un impatto ambientale positivo. Nel panorama
alimentare, l’upcycling non è quindi, come si potrebbe pensare, sinonimo di
riciclo. Perché se riciclare implica il recupero di materia per usi differenti,
l’upcycling la restituisce al cibo, reintroducendola nella filiera con un valore
nutrizionale o funzionale più elevato. Proviamo quindi a capire come funziona un
ciclo di processo completo.
Come funziona un ciclo completo
Valorizzare uno scarto, in ambito agroalimentare, significa prima di tutto
conoscerlo: analizzarne la composizione nutrizionale per capire quali componenti
possano essere recuperati e riutilizzati. Da qui parte un processo che unisce
ricerca scientifica, tecnologie sostenibili e controllo della qualità.
L’estrazione dei componenti utili avviene oggi attraverso tecniche che si stanno
muovendo verso un sempre minore impatto ambientale, come l’uso di solventi green
o processi biotecnologici basati su enzimi e fermentazioni controllate. È così
che, per citare uno dei tanti casi di ricerca italiani, residui oggi poco
sfruttati, come quelli della coltivazione delle giovani piantine di ortaggi
(microgreen) raccolte pochi giorni dopo la germinazione, vengono trasformati in
ingredienti funzionali per alimenti come pane o yogurt, o in molecole bioattive
per nuovi prodotti.
> L’upcycling può essere un valido alleato nel raggiungimento degli obiettivi
> globali di sostenibilità, come ridurre le disuguaglianze nell’accesso al cibo
> e rallentare il cambiamento climatico.
Una delle sfide maggiori è stata negli anni di rendere sempre più sostenibili le
tecniche di estrazione. Ad esempio, il settore sa bene che la produzione dei
derivati industriali del pomodoro genera elevate quantità di scarti – quali
bucce, semi e residui di polpa – che rappresentano circa il 2-5% della materia
prima. Tuttavia, per ottenere questi composti si utilizzano ancora processi che
fanno uso di sostanze chimiche non propriamente sostenibili. Per cui, al fine di
ridurre l’impatto, vengono impiegate diverse tecniche di estrazione alternative
e con minori ricadute ambientali. Tra queste, è stato valutato l’utilizzo di
anidride carbonica (CO2) per il recupero degli scarti di pomodoro. Gli estratti
ottenuti da bucce, semi e cascami interi sono stati analizzati per valutare il
quantitativo di carotenoidi. I risultati hanno evidenziato che gli estratti
ottenuti mediante l’utilizzo della CO2 avevano un elevato potere antiossidante,
con rese elevate.
Le buone ragioni dell’upcycling
L’upcycling può essere un valido alleato nel raggiungimento degli obiettivi
globali di sostenibilità, come ridurre le disuguaglianze nell’accesso al cibo e
rallentare il cambiamento climatico. Questi sistemi possono inoltre avere un
bilancio di carbonio negativo: assorbono più CO₂ di quanta ne emettano,
soprattutto quando le operazioni si basano su fonti rinnovabili e filiere
locali.
Da questo punto di vista, la scienza dell’upcycling si sta ben radicando: le
ricerche sono solide e le tecnologie sempre più affidabili. I metodi di
estrazione sostenibile (ultrasuoni, campi elettrici pulsati, anidride carbonica
supercritica), ad esempio, permettono già da tempo di recuperare da vinacce,
bucce o crusche sostanze di grande valore biologico, tra cui fibre, polifenoli e
antiossidanti. Parliamo di procedure che sono arrivate a garantire rendimenti
elevati e un’efficienza energetica competitiva.
> Uno studio condotto dall’Università di Pisa ha dimostrato che un estratto
> ottenuto dai residui del melograno possiede effetti cardiovascolari benefici,
> paragonabili a quelli di un farmaco antipertensivo.
Anche i cosiddetti bioprocessi stanno dimostrando che la fermentazione
selezionata (ad esempio con lieviti, batteri lattici, funghi) aumenta la
biodisponibilità di minerali e vitamine e migliora la digeribilità delle
proteine. Le sperimentazioni condotte in Italia lungo le filiere del vino e del
riso ci dicono che la sinergia tra agricoltura, industria e ricerca può
tracciare percorsi di innovazione sia dal punto di vista tecnico, sia da quello
economico e della sostenibilità ambientale. Inoltre sono sempre più documentati
gli effetti benefici sulla salute. Uno studio condotto dall’Università di Pisa
ha dimostrato che un estratto ottenuto dai residui del melograno possiede
effetti cardiovascolari paragonabili a quelli di un farmaco antipertensivo.
Il panorama dell’upcycling italiano
Una recente ricerca pubblicata sul Journal of Environmental Chemical Engineering
mostra come l’Italia disponga già di un sistema articolato di pratiche e
tecnologie per trasformare scarti agricoli e alimentari in risorse di valore, da
compost e biogas fino a bioplastiche e biocarburanti. Accanto ai processi
industriali più consolidati, come il compostaggio e la digestione anaerobica,
stanno emergendo filiere innovative basate su pirolisi, gassificazione o
fermentazioni biologiche, spesso sviluppate in centri di ricerca del centro e
del sud Italia. Queste nuove soluzioni, ancora in fase pilota, promettono di
ridurre sprechi, emissioni e dipendenza da fonti fossili, ma richiedono molti
investimenti, coordinamento tra territori e un quadro normativo capace di
favorirne la diffusione.
> La transizione alimentare non è solo una questione di tecnologie o ricette
> sostenibili: è, prima di tutto, una questione di fiducia.
Insomma: la tecnologia funziona, ed è a ridotto impatto ambientale, ma il
passaggio a una scala più ampia rimane una sfida per niente scontata. Occorre
garantire flussi continui, tenere sotto controllo le spese energetiche e
integrare in modo coerente tutta la filiera. Per quanto l’upcycling sia pronto a
decollare, senza un’infrastruttura adeguata non potrà crescere.
Fiducia, neofobia e linguaggio
La transizione alimentare non è solo una questione di tecnologie o ricette
sostenibili: è, prima di tutto, una questione di fiducia. Quando si parla di
cibi “rigenerati” le difficoltà non stanno tanto nei costi o nelle norme, ma
nella percezione. Lo mostra chiaramente un’analisi internazionale pubblicata nel
2024 sulla rivista Food Quality and Preference: a frenare l’upcycling alimentare
non sono i regolamenti, ma le persone. O meglio, alcune paure radicate, come la
neofobia alimentare, cioè la diffidenza verso i cibi nuovi o poco familiari, e
la tecnofobia, la paura che dietro certi processi si nascondano manipolazioni
poco naturali.
Eppure, l’interesse c’è. Più di un consumatore su due, soprattutto tra i più
giovani, è curioso di assaggiare prodotti upcycled. Ma la curiosità si traduce
in acquisto solo se il racconto è convincente. Funzionano le etichette chiare, i
dati trasparenti, un linguaggio diretto che spiega come e perché certi
ingredienti vengano recuperati. Al contrario, quando la comunicazione è ambigua
o troppo moralistica, scatta il sospetto.
> Quando il valore degli scarti viene spiegato bene, la gente non lo respinge:
> lo riconosce come una forma di intelligenza collettiva, un modo concreto e
> contemporaneo di pensare al futuro del cibo.
Non è lo “scarto” a spaventare, ma il modo in cui se ne parla. Le persone
reagiscono più all’ambiguità che all’origine del prodotto. Ciò che convince
davvero è la coerenza: sapere da dove arriva il cibo, come è stato trattato,
perché è sicuro. Serve un’esperienza sensoriale credibile e la sensazione che
dietro ci sia un progetto autentico, non una trovata di marketing. E qui entra
in gioco il linguaggio. Raccontare il valore del recupero in modo sobrio, legato
alla concretezza ambientale e alla tradizione del “non sprecare”, colpisce più
di qualsiasi slogan sulla virtù o sul senso di colpa. Quando il valore degli
scarti viene spiegato bene, la gente non lo respinge: lo riconosce come una
forma di intelligenza collettiva, un modo concreto e contemporaneo di pensare al
futuro del cibo.
Il discorso politico
Anche la dimensione politica e il dibattito d’opinione contribuiscono a
modellare le percezioni dei consumatori. Nel contesto italiano, l’innovazione
alimentare è oggi filtrata attraverso una lente marcatamente identitaria. Si
tende a privilegiare il valore simbolico del “cibo vero” e della filiera
nazionale, e si è cauti se non avversi alle forme di innovazione percepite come
“non tradizionali”, dai novel food (cioè alimenti o ingredienti nuovi per il
mercato europeo, non consumati in modo significativo prima del 1997), alla carne
coltivata, fino all’upcycling. Pur senza opposizione esplicita, il rischio è che
i cibi rigenerati vengano relegati a soluzioni tecnologiche estranee alla
cultura del made in Italy, quando in realtà, come abbiamo visto, rappresentano
una continuità con la tradizione del riuso e della frugalità tipica delle
culture locali. Il dibattito attuale riflette ancora una tensione ideologica e
irrisolta tra la necessità di innovare e la volontà di preservare, più che una
reale integrazione tra le due prospettive.
> Il rischio è che i cibi rigenerati vengano relegati a soluzioni tecnologiche
> estranee alla cultura del made in Italy, quando in realtà rappresentano una
> continuità con la tradizione del riuso e della frugalità tipica delle culture
> locali.
Nel complesso, la traiettoria politica e culturale attuale mostra un
rallentamento della spinta trasformativa: la transizione agroalimentare non è
ferma, ma procede in modo più frammentato e difensivo. Soprattutto dopo le
elezioni europee del 2019, quando l’agenda del Green deal, il patto verde che
mira alla neutralità climatica entro il 2050, ha subito un processo di revisione
per cui la Commissione ha spostato l’accento dalla spinta ambientale alla
semplificazione normativa e alla competitività delle imprese agricole,
introducendo margini di flessibilità che rallentano le ambizioni iniziali.
Anche nel dibattito sugli organismi geneticamente modificati e sulle nuove
tecniche genomiche, come l’editing con CRISPR-Cas9 o il prime editing, sono
emersi chiari segnali di ambivalenza. Mentre la Commissione e il Consiglio
europeo hanno aperto, nel 2025, a una regolamentazione più flessibile per le New
genomic techniques (NGT), una parte dell’opinione pubblica e del mondo politico
continua a guardare con sospetto a ogni intervento percepito come “artificiale”.
Cosa dice (e non dice) la legge
Sul piano regolatorio la situazione è ancora più complessa. Per gli alimenti
upcycled non esiste oggi una categoria giuridica specifica né a livello europeo
né nazionale: non c’è una norma che li definisca esplicitamente, né un percorso
autorizzativo dedicato. Questo significa che tali prodotti rientrano nel
perimetro della legislazione alimentare generale (sicurezza, tracciabilità,
etichettatura, igiene) e, quando necessario, nelle regole sui novel food, se gli
ingredienti derivati dal recupero non hanno un uso alimentare documentato prima
del 1997. In altre parole, l’upcycling vive in un terreno di normativa
implicita: tutto ciò che non è vietato è possibile, purché sia sicuro e conforme
ai requisiti esistenti.
> Nei laboratori italiani stanno prendendo forma tecnologie capaci di cambiare
> il destino degli scarti agroalimentari: dalla pirolisi che “cuoce” residui
> agricoli, alle larve di mosca che trasformano rifiuti organici in proteine e
> fertilizzanti.
Parallelamente, però, agiscono cornici concettuali che, pur non avendo valore
giuridico, influenzano la percezione pubblica e le strategie industriali. È il
caso del sistema NOVA, una classificazione sviluppata in ambito accademico per
studiare il rapporto tra grado di processazione e salute, sempre più citata nel
dibattito pubblico. Secondo questo schema molti prodotti upcycled possono essere
assimilati ai cibi ultraprocessati non per la loro qualità nutrizionale o
ambientale, ma per la natura dei processi utilizzati.
Oltre la tecnologia
L’upcycling, più che di nuove tecnologie, ha bisogno di infrastrutture di
conoscenza: osservatori, banche dati, criteri comuni di rendicontazione e
soprattutto informazioni chiare. È qui che si gioca la partita tra
sperimentazione e sistema. L’innovazione, fuori dalle retoriche soluzioniste, è
un processo collettivo che coinvolge saperi, politiche e responsabilità diffuse.
È la capacità di costruire connessioni stabili tra ricerca, impresa e
istituzioni, di trasformare la sperimentazione in infrastruttura e la tecnologia
in cultura.
E in effetti l’innovazione circolare del cibo procede. Nei laboratori e nei
distretti sperimentali italiani stanno prendendo forma tecnologie capaci di
cambiare il destino degli scarti agroalimentari: la pirolisi, che “cuoce”
residui agricoli per ottenere biochar, una sorta di carbone vegetale utile a
restituire carbonio e fertilità ai suoli; le larve della mosca soldato nera, che
trasformano rifiuti organici in proteine e fertilizzanti; e poi ancora i
bioprocessi microbici, le fermentazioni controllate, le estrazioni con CO₂
supercritica. Tutto questo disegna una nuova idea di produzione più circolare e
responsabile.
Ma la transizione non può poggiare solo sull’efficienza tecnica. Ha bisogno di
una strategia condivisa, sostenuta da politiche industriali coerenti, incentivi
mirati e norme capaci di evolvere con l’innovazione, e soprattutto di una
relazione di fiducia con i consumatori. E per costruire questa fiducia serve un
cambio di prospettiva culturale. Vale per l’upcycling come per tutta la
transizione ecologica: senza un nuovo modo di pensare il valore delle risorse,
anche le soluzioni più avanzate rischiano di non uscire dai cassetti dei
laboratori.
L'articolo Non si butta via niente proviene da Il Tascabile.
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L e monumentali rovine del sito maya di Calakmul sono completamente immerse
nella giungla, che le ha nascoste e protette fino a pochi decenni fa. Salendo in
cima all’Estructura II, il più alto edificio maya conosciuto, lo sguardo spazia
sopra il mare verde delle chiome degli alberi. Calakmul è stata un tempo la
capitale del regno di Kaan, il regno della testa di serpente. Città
inespugnabile, dominava un territorio sconfinato che arrivava fino all’attuale
Guatemala, dove era situata Tikal, la città-Stato che contendeva a Calakmul il
predominio sull’area. Il destino, beffardo, ha voluto che proprio a Calakmul, la
capitale del regno della testa di serpente, sorgesse una delle 34 stazioni del
Tren Maya, il “grande serpente metallico” che attraverserà la penisola dello
Yucatán. 1554 chilometri, 34 stazioni, 42 treni, collegamento con 7 aeroporti e
26 aree archeologiche, per un costo stimato che sfiora i 30 miliardi di dollari.
Questi sono i numeri essenziali che raccontano il progetto nato dalla fantasia
dell’ormai ex presidente, Andrés Manuel López Obrador, all’indomani della sua
elezione, nel 2018.
Ripetutamente dipinto dal presidente come un grande progetto di speranza e
sviluppo, una volta completato, il Tren Maya rappresenterà l’imperitura
testimonianza del passaggio di López Obrador nella storia del Paese
centroamericano. Ma non si tratta solo di aspirare all’immortalità. Un
megaprogetto è soprattutto un formidabile generatore di consenso politico, a
livello centrale e locale. Il paradigma che emerge dalla vicenda del Tren Maya è
universale. Che si tratti di una linea ferroviaria o di un ponte, che avvenga in
Messico o in Italia. Quando le grandi opere nate “in alto”, nelle stanze del
potere centrale, vengono calate “in basso”, su territori spesso impreparati o
inadeguati, in nome del progresso e dello sviluppo, i costi ambientali, sociali
e culturali rischiano di diventare enormi.
Il Tren Maya inizia il suo viaggio con una promessa: trasportare i turisti
attraverso la Regione Maya e, così facendo, offrire opportunità economiche e
benessere ad alcune delle comunità più povere del Paese, che non hanno case in
muratura né un sistema fognario, guadagnano meno del salario minimo e spesso non
proseguono gli studi oltre le scuole elementari.
> Il Tren Maya è molto di più di una linea ferroviaria: è un vero progetto di
> riordinamento territoriale e di trasformazione strutturale della regione, che
> porta con sé resort, lotti residenziali, centri commerciali e impianti di
> produzione energetica.
È il presidente stesso a esporsi in prima persona promettendo che il treno
porterà posti di lavoro e sviluppo per pagare il “debito morale” dello Stato
messicano nei confronti del suo Sud-Est, storicamente trascurato. “Il Tren Maya
è un atto di giustizia”, ha detto López Obrador, originario del vicino Stato di
Tabasco, nel corso di un incontro con le comunità locali.
Un progetto di trasformazione strutturale
In realtà il Tren Maya è molto di più di una linea ferroviaria: è un vero
progetto di riordinamento territoriale e di trasformazione strutturale della
regione. La ferrovia porta con sé resort, lotti residenziali, centri
commerciali, impianti di produzione energetica. In corrispondenza delle 20
stazioni principali è prevista la costruzione dei cosiddetti “poli di sviluppo”,
destinati a ospitare ognuno 50.000 persone, con allevamenti di maiali e polli
per soddisfare le necessità dei turisti. Ma c’è di più. Il progetto del Tren
Maya prevede il collegamento diretto con un altro megaprogetto fortemente voluto
da López Obrador e in gran parte già realizzato: il Corredor interoceánico, una
ferrovia che mette in collegamento il Pacifico e l’Atlantico nel punto più
stretto del Messico, offrendo un’alternativa terrestre più economica e più
veloce al Canale di Panama. Nell’intenzione del presidente anche questo
progetto, con i suoi parchi industriali, raffinerie e porti, contribuirà allo
sviluppo della regione e darà una spinta a tutta l’economia messicana.
Il tracciato del Tren Maya si snoda attraverso tutti e cinque gli Stati che
costituiscono la penisola dello Yucatán: Chiapas, Tabasco, Campeche, Yucatán e
Quintana Roo. Il percorso del treno, più volte modificato, a partire da quello
originario lungo 900 chilometri, ha il suo cuore nell’anello ferroviario che,
toccando i maggiori siti archeologici, le città coloniali e le località balneari
della costa caraibica, parte e torna a Cancún, la capitale turistica della
penisola.
Cancún è una città artificiale, letteralmente costruita a tavolino dal governo
messicano per favorire la nascita di un polo turistico alternativo ad Acapulco.
Quando il 23 gennaio 1970 fu avviato il progetto di sviluppo, l’area contava
solo tre residenti, i custodi della locale piantagione di cocco. Oggi, dopo 50
anni, Cancún ha quasi 900.000 abitanti e ogni anno viene visitata da oltre 20
milioni di turisti. Un vero eldorado, soprattutto per i tour operator stranieri,
le catene alberghiere internazionali e i gestori messicani di discoteche e
parchi dei divertimenti. Ad attirare i turisti nello Yucatán non sono solo la
sabbia bianca e l’acqua turchese delle spiagge caraibiche, ma anche gli
spettacolari siti archeologici della civiltà Maya e l’immenso patrimonio di
biodiversità delle sue sconfinate foreste e della seconda più grande barriera
corallina al mondo.
Gran parte degli abitanti della penisola dello Yucatán sono di origine indigena,
per lo più discendenti dai Maya. Le popolazioni indigene, con la loro cultura e
il loro modo di rapportarsi all’ambiente, sostengono e preservano la
biodiversità dello Yucatán ma spesso non traggono benefici dallo sviluppo
turistico. Al massimo, hanno accesso ai lavori più umili, come quelli da
personale delle pulizie negli hotel. È così che si comprende perché, nonostante
lo sfruttamento turistico, lo Yucatán rimane un’area depressa nel quadro
nazionale. In quattro dei cinque Stati che lo compongono, le famiglie, in
particolare quelle indigene, hanno un reddito medio di gran lunga inferiore a
quello nazionale, oltre 7 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà e
più di 2 milioni in condizioni di indigenza.
> Un gruppo di accademici ha firmato un appello per chiedere al governo di
> fermare i piani di costruzione: il treno è considerato una minaccia ambientale
> “su scala planetaria” con effetti potenzialmente devastanti.
La costruzione del Tren Maya è avvenuta con tempi da record e ad opera di
imprese quasi esclusivamente messicane: un vanto per la nazione. I primi 500
chilometri del tratto Campeche-Cancún sono stati inaugurati il 15 dicembre 2023,
poco più di mille giorni dopo l’inizio dei lavori. Il completamento effettivo
della linea, inizialmente previsto per la fine del 2024, dovrebbe avvenire entro
la fine del 2025.
Un’opera ad alto impatto ambientale
Appena dopo la presentazione del progetto, sono cominciate le critiche. Nel 2018
l’organizzazione ambientalista tedesca Salviamo la foresta ha lanciato una
petizione per sensibilizzare l’opinione pubblica sugli impatti ambientali che
avrebbe avuto il Tren Maya, ottenendo una buona risonanza sia in Messico sia a
livello internazionale con quasi 300.000 firme raccolte. Nel 2020 attraverso la
voce del subcomandante Moises si sono duramente espressi anche gli zapatisti,
definendo il Tren Maya “l’ennesima grande opera con la quale il Governo voleva
distruggere il territorio”. Da quel momento le voci contrarie si sono
moltiplicate. Tra queste quelle degli archeologi, preoccupati che la ricchezza,
in gran parte ancora inesplorata, di resti di antiche civiltà presente lungo il
tracciato venga irrimediabilmente distrutta o resa inaccessibile.
Ma la maggior parte delle critiche si è concentrata sugli impatti ambientali
dell’opera. A luglio del 2020, un gruppo di 85 accademici, molti dei quali
messicani, ha firmato un appello per chiedere al governo di fermare i piani di
costruzione, individuando nel treno una minaccia ambientale “su scala
planetaria” e avvertendo degli effetti potenzialmente devastanti sulla falda
acquifera, già sottoposta a una forte pressione a causa dell’urbanizzazione. Va
considerato che geologicamente lo Yucatán è un’immensa distesa calcarea,
praticamente priva di acqua in superficie, ma caratterizzata dal più grande
sistema di fiumi sotterranei al mondo. Una vasta rete interconnessa che forma la
Grande falda acquifera Maya, fonte di acqua potabile per circa cinque milioni di
messicani. Gli speleologi locali hanno ripetutamente denunciato gli effetti del
passaggio della linea ferroviaria sopra il sistema di gallerie carsiche e i
danni ai cenotes, formazioni geologiche uniche al mondo, costituite da piscine
di acqua cristallina scoperte dal crollo della volta rocciosa sovrastante,
considerate dai Maya luoghi sacri di accesso al mondo degli inferi.
A dare un’idea concreta di quello che sta avvenendo sono gli speleologi di
Cenotes urbanos, un gruppo locale impegnato nel mappare il maggior numero di
queste formazioni calcaree, nel tentativo di impedirne la distruzione: “Le
grotte non sono solo dei tubi, vuoti, brutti e bui. Sono ecosistemi pieni di
vita che lavorano in squadra con gli ecosistemi della giungla. La rotta
ferroviaria attraversa almeno un centinaio di cenotes. Qui il terreno calcareo
si sbriciola, perciò i binari non poggiano direttamente a terra ma vengono
sopraelevati a 17 metri d’altezza, su centinaia di pali del diametro di oltre un
metro conficcati a 25 metri di profondità; è come costruire su gusci d’uovo. Gli
scavi distruggono alghe e batteri essenziali per la sopravvivenza
dell’ecosistema e inquinano l’acqua. A volte, per procedere più in fretta, le
ruspe tappano i cenotes con la terra. È un danno incalcolabile, irreversibile”.
> Secondo il Tribunale internazionale per i diritti della natura, il Tren Maya
> rappresenta una violazione dei diritti della Natura e dei diritti bioculturali
> del popolo maya, il che costituirebbe un crimine di ecocidio ed etnocidio.
Un’altra fonte di preoccupazione è l’impronta che il passaggio del Tren Maya e
le opere complementari lasceranno sulla foresta e la fauna che la abita.
All’atto della presentazione del progetto il presidente López Obrador si era
lasciato un po’ andare all’entusiasmo assicurando nei comizi che non sarebbe
stato abbattuto un solo albero. Nella realtà, l’apertura di un corridoio, che a
volte raggiunge i 60 metri di larghezza, all’interno della foresta pluviale, ha
richiesto l’abbattimento di molti alberi, difficilmente compensabili con le
piantumazioni e le risemine previste dal progetto. Le stime più accreditate
parlano di una superficie deforestata compresa tra 6.000 e 10.000 ettari. Tutto
sommato, però, questa cifra impallidisce al confronto con i 100.000 ettari di
foresta persi solo nel 2023 nella regione, a causa di pratiche agricole non
sostenibili, dell’espansione degli allevamenti e dell’urbanizzazione della
costa.
Più della deforestazione è la frammentazione degli habitat naturali il vero
rischio per la seconda più grande foresta pluviale dell’America Latina. Specie
animali che si muovono su grandi estensioni di territorio, in particolare grandi
carnivori come il giaguaro, o specie a rischio di estinzione, come il tapiro di
Baird, potrebbero subire forti limitazioni alle possibilità di movimento per
effetto di barriere artificiali come la ferrovia. Per mitigare questi impatti,
il governo ha previsto la costruzione di attraversamenti per la fauna selvatica,
ma purtroppo la maggior parte di essi è costituita da sottopassi, anziché da
cavalcavia aperti, più costosi ma molto più funzionali.
I costi e le minacce sociali
Anche il Tribunale internazionale per i diritti della natura si è occupato del
Tren Maya. Il tribunale, formato da cittadini e istituito nel 2014 per
rappresentare i “diritti soggettivi della natura”, ha deciso di occuparsi del
caso dopo che l’Assemblea del territorio Maya dello Yucatán ha richiesto il suo
intervento il 5 giugno 2022. A marzo del 2023, i cinque giudici del tribunale
hanno raccolto le testimonianze di 23 diverse comunità indigene. La sentenza
emessa non lascia posto a fraintendimenti: “Il Tren Maya – si legge nel testo ‒
rappresenta in modo inconfutabile una violazione dei diritti della Natura e dei
diritti bioculturali del Popolo Maya, il che costituisce un crimine di ecocidio
ed etnocidio”.
Al Tren Maya non sono mancate anche le critiche di chi lamenta che i costi
sociali per la realizzazione del progetto saranno principalmente a carico delle
comunità locali, mentre i benefici economici andranno per lo più ai grandi
operatori internazionali del settore turistico. L’ONG messicana Prodesc,
inoltre, ha denunciato ripetuti episodi di esproprio illegale degli ejidos, le
terre comunitarie istituite dopo la Rivoluzione messicana, nonostante le
affermazioni iniziali del governo che il progetto avrebbe interessato solo
territori di proprietà federale. “Il cosiddetto Tren Maya non è un treno e non è
maya, perché non è pensato per la popolazione ma per gli interessi del governo e
delle imprese che sfruttano le risorse locali” ripetono gli esponenti del
Congresso nazionale indigeno, organismo che riunisce le comunità indigene del
Messico.
> Tra espropri, gentrificazione e impatti ecologici, i costi sociali per la
> realizzazione del progetto saranno principalmente a carico delle comunità
> locali, mentre i benefici economici andranno per lo più ai grandi operatori
> internazionali del settore turistico.
E intanto, nelle zone di passaggio del treno, si è già innescato un processo di
gentrificazione (vale a dire di trasformazione di un’area abitativa popolare in
una più esclusiva), che ha fatto lievitare i prezzi dei beni essenziali e delle
case.
Anche il processo di consultazione delle popolazioni locali è stato ritenuto, da
più parti, insufficiente e poco trasparente. Il presidente López Obrador e i
suoi emissari sono stati apertamente accusati di manipolare le comunità indigene
facendo leva sulla loro condizione di povertà e utilizzando metodi scorretti per
ottenere il loro assenso al progetto. Alle accuse di mancato coinvolgimento
delle popolazioni indigene nella decisione il presidente ha risposto con l’esito
del referendum indetto per approvare il Tren Maya, stravinto con il 90% dei
consensi. Un referendum, però, votato da meno dell’1% degli aventi diritto e
dichiarato non conforme agli standard internazionali dagli osservatori dell’Alto
commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani. López Obrador ha
sistematicamente ignorato o denigrato, attraverso i media governativi, tutte le
critiche al progetto, riuscendo nell’intento di depotenziarle. Gli ambientalisti
sono stati ripetutamente tacciati di essere “radical chic, corrotti e pagati
dagli Stati Uniti”, e il mondo accademico scientifico di essere formato da
“intellettuali borghesi che non conoscono la realtà”.
> Molti albergatori, tassisti, guide turistiche sembrano consapevoli del prezzo
> che il territorio pagherà con l’arrivo del Tren Maya, ma tra loro prevale
> l’opinione che si tratti di un sacrificio necessario sull’altare dello
> sviluppo economico.
Le cause intentate dagli ambientalisti e dai gruppi indigeni e le sentenze dei
tribunali messicani hanno inizialmente bloccato i lavori e introdotto modifiche
al percorso originale. La minaccia di ulteriori rallentamenti ha indotto López
Obrador nel 2021 a conferire, per decreto, lo status di “progetto di sicurezza
nazionale” al Tren Maya e ad affidarne la realizzazione all’esercito,
un’istituzione con una lunga storia di violazioni dei diritti umani. Con questo
sistema sono state scavalcate tutte le autorizzazioni e le valutazioni di
impatto ambientale e sociale, molte delle quali ancora in corso. All’esercito è
passata anche la gestione diretta di diversi cantieri e la supervisione del
funzionamento del Tren Maya, testimoniata in modo evidente dalla massiccia
presenza di uomini in mimetica con armi di grosso calibro in tutte le stazioni e
nei maggiori cantieri.
Il viejito
Ma cosa pensano i messicani del Tren Maya? Molti reporter europei hanno cercato
di cogliere il pensiero dei locali parlando con loro mentre percorrevano, come
semplici passeggeri, le prime tratte aperte. Tutti più o meno hanno raccontato
una realtà simile. Salendo a bordo è evidente lo stato di eccitazione dei
messicani che per la prima volta prendono il treno. Un selfie dietro l’altro e
video a raffica dal finestrino anche quando fuori non c’è nulla da vedere. Alla
richiesta di un parere sugli impatti ambientali del progetto, la maggior parte
delle opinioni si assomigliano: “Non è un problema, ma quale deforestazione?,
non sono impatti così gravi come dicono, qualche impatto è inevitabile se
vogliamo lo sviluppo”. Nessuno sembra essere particolarmente interessato agli
aspetti economici e sociali o ai diritti degli indigeni. D’altronde, basta
entrare in una delle 34 stazioni per capire lo sforzo che il governo sta facendo
affinché i messicani si approprino del treno e lo sentano come parte
dell’identità nazionale. “Todas y todos somos Tren Maya”, recita il messaggio
che compare ovunque, sui video, sui social, sulle riviste, sui gadget per i
viaggiatori.
Tra le popolazioni locali, i consensi maggiori al progetto arrivano dalle classi
basse e medie, attratte dalla prospettiva di nuovi posti di lavoro. Qualcuno,
perfettamente allineato col governo, parla addirittura di interessi economici
che manipolano la gente per contrastare il treno. Molti albergatori, tassisti,
guide turistiche sembrano consapevoli del prezzo che il territorio pagherà con
l’arrivo del Tren Maya, ma tra loro prevale l’opinione che si tratti di un
sacrificio necessario sull’altare dello sviluppo economico.
Eletto con il consenso più alto della storia messicana recente, López Obrador è
un politico di sinistra incline al tradizionale populismo messicano, che ha
sempre coltivato un’immagine da “uomo del popolo”. Il subcomandante Marcos,
all’epoca della sua prima elezione, lo definì “l’uovo del serpente”, per
indicare la sua indole liberista sotto il guscio progressista. Sospinto dal
consenso popolare, il presidente si è permesso di usare il pugno di ferro con i
detrattori del progetto a cui, nel 2019 durante un comizio nello Stato del
Campeche, ha inviato un messaggio esplicito: “Con la pioggia, i tuoni o i lampi,
che lo vogliate o meno, il Tren Maya lo faremo”.
Il rapporto tra il presidente le classi popolari è stato efficacemente descritto
dal reporter cubano Dario Alemán: “I poveri, indubbiamente, vedono in lui un
paladino contro l’oligarchia. Potremmo azzardare che gli vogliano addirittura
bene, lo chiamano affettuosamente viejito (“nonnetto”) […]. Difficile
biasimarli. Mai nessun altro politico ha portato avanti un programma sociale
come quello di López Obrador, che ha aumentato le pensioni minime degli anziani,
ha garantito sussidi bimestrali agli handicappati. E sebbene non si stia
parlando di cifre astronomiche, nelle zone più arretrate del Messico fanno la
differenza”.
La nuova presidente
E la neopresidente Claudia Sheinbaum? Cosa pensa del Tren Maya la donna, prima
nella storia messicana, che il 1° ottobre del 2024 ha preso il posto di López
Obrador? Considerata da tutti gli osservatori una “delfina” del vecchio
presidente, Sheinbaum ha iniziato il mandato in piena continuità con il suo
predecessore, continuando a inaugurare nuove tratte del Tren Maya senza perdere
l’occasione di ribadire le prodigiose ricadute economiche e di sviluppo che
l’opera porterà con sé. La neopresidente, scienziata del clima, ha anche
continuato a sminuire le preoccupazioni ambientali legate al treno e ha
contrattaccato chiedendosi dove fossero gli stessi ambientalisti che oggi
contrastano il Tren Maya quando, nei decenni passati, lo sviluppo turistico ha
trasformato la Riviera Maya causando enormi impatti ambientali.
> Quella del Tren Maya è una vicenda esemplare dell’affermazione di un modello
> “estrattivista” di trasformazione del territorio, in cui gli interessi
> commerciali e finanziari sono predominanti rispetto a quelli collettivi.
Ora però il suo governo sembra aver cambiato posizione. All’inizio di aprile di
quest’anno, durante un incontro con i media, Alicia Bárcena, capo del ministero
dell’Ambiente e delle Risorse naturali, ha riconosciuto pubblicamente i danni
causati dal Tren Maya agli ecosistemi della regione del Quintana Roo e
comunicato che il suo ministero sta effettuando sopralluoghi nell’area colpita
con l’obiettivo di sviluppare misure di compensazione per i danni alle
infrastrutture ed eventuali cambi di destinazione d’uso del territorio, per
rispondere alle esigenze e alle preoccupazioni delle comunità locali.
Bárcena ha preannunciato l’avvio di un piano di ripristino ambientale che
dovrebbe riguardare l’intero tracciato del treno e i cui costi, a detta del
sottosegretario alla Biodiversità e al Ripristino ambientale del governo, Marina
Robles García, dovranno essere assunti da “chi ha eseguito i lavori”. Tra le
azioni più importanti del piano annunciate da Bárcena si prevede l’eliminazione
delle recinzioni metalliche che ostacolano il libero transito della fauna, la
protezione di caverne e cenotes e il divieto di costruire strade secondarie
nella giungla per le attività turistiche: “Possono essere le comunità stesse ad
aiutarci a ripristinare l’ecosistema forestale, invece di appaltare ai consorzi
che sono coinvolti nel Treno Maya, aziende che vengono, piantano un albero e il
giorno dopo muore”.
Una vicenda esemplare
In attesa che questa nuova sensibilità del governo messicano nei confronti
dell’ambiente e delle comunità locali diventi realtà, il sogno del populista
López Obrador prosegue spedito. Il prossimo obiettivo è l’estensione del
tracciato del treno per raggiungere la città maya di Tikal, in Guatemala, e il
15 agosto scorso i leader di Messico, Guatemala e Belize si sono incontrati a
Calakmul proprio per discutere dell’ampliamento della linea ferroviaria.
Nell’occasione hanno anche annunciato la creazione di un’area protetta
sovranazionale per proteggere l’intera foresta pluviale Maya. Con gli impatti
del megaprogetto in Messico davanti agli occhi e il greenwashing in agguato, la
cautela è d’obbligo.
Quella del Tren Maya è una vicenda esemplare, che assomiglia a tante altre che
in America Latina e nel resto del mondo raccontano l’affermazione di un modello
“estrattivista” di trasformazione del territorio, in cui gli interessi
commerciali e finanziari, quasi sempre di pochi, sono predominanti rispetto ai
diritti collettivi di natura ambientale, sociale e culturale. Un modello che ha
i suoi esempi anche in Europa, dallo sfruttamento minerario dei territori Sami
in Lapponia al ponte sullo stretto di Messina, e che afferma una visione
produttivistica in cui il patrimonio culturale e naturale è usato come merce,
come prodotto e in cui la sostenibilità dei megaprogetti viene valutata in
termini quasi esclusivamente economici. Un modello di sviluppo che nega o
nasconde qualsiasi discussione sulle conseguenze, in cui le grandi opere sono
imposte senza un reale consenso, senza una coprogettazione con le comunità
locali, generando forti divisioni al loro interno e una spirale di
criminalizzazione e repressione di chi vi si oppone. Un modello che irrompe nei
territori promettendo condizioni di vita migliori e finisce per alterarne
profondamente gli equilibri, producendo enormi impatti sociali e ambientali che
spesso si manifestano pienamente nel medio e lungo termine, quando ormai è
impossibile porvi rimedio.
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