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Il silenzio della divisa
L a mattina del 22 aprile 2024, l’allieva maresciallo Beatrice Belcuore non si presenta in servizio nella Scuola Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri di Firenze. Ha venticinque anni, frequenta il secondo anno di corso per diventare sottufficiale. Quando i colleghi cominciano a cercarla, trovano il suo corpo in un’aula dell’istituto. L’arma d’ordinanza è accanto a lei. Non ha lasciato messaggi, almeno non nel senso convenzionale del termine. O forse l’ha fatto, ma in un linguaggio che nessuno intorno a lei era stato formato a decifrare: silenzi, ritiri, piccole crepe nell’armatura quotidiana che nessuno ha saputo riconoscere come sintomi, perché si impara a leggere il pericolo esterno, non quello che cresce dentro. La notizia occupa poche righe nei quotidiani locali. Un comunicato dell’Arma parla di cordoglio. I familiari chiedono riserbo, che viene accordato con quella rapidità che la società riserva alle morti scomode. Qualche giorno dopo, in un’altra città, un’altra uniforme, un altro corpo, un’altra pistola d’ordinanza. Poi un altro ancora. Il suicidio in divisa emerge sempre come evento isolato, tragedia privata che si consuma nel silenzio delle caserme. Ma quando qualcuno comincia a contare – e qualcuno conta, da anni – emerge un pattern che ha la precisione dei fenomeni sistemici e la persistenza delle malattie endemiche. Non c’è un momento preciso in cui la divisa smette di essere stoffa e diventa identità. Accade attraverso la ripetizione dei gesti, l’assimilazione dei codici, l’interiorizzazione del ruolo. L’uniforme è un dispositivo semiotico potente: stabilisce chi sei prima che tu parli, determina le aspettative, crea una distanza tra chi la indossa e chi la osserva. Chi veste l’autorità deve incarnarla. E l’autorità, nella costruzione simbolica collettiva, non ammette fragilità. Se chi deve proteggere ha paura, se chi garantisce ordine è nel caos, l’intero edificio vacilla. Il problema è che sotto ogni divisa c’è un corpo con un limite. Quando quel limite viene raggiunto in silenzio, quando il carico diventa insostenibile ma il sistema non offre modi legittimi per dirlo, quando chiedere aiuto significa mettere a rischio l’identità professionale, il gesto estremo smette di essere incomprensibile. Diventa, in una logica perversa, l’unica via d’uscita da una contraddizione che non ammette mediazioni. > Il suicidio in divisa emerge sempre come evento isolato, tragedia privata che > si consuma nel silenzio delle caserme. Ma quando si comincia a contare, emerge > un pattern che ha la precisione dei fenomeni sistemici e la persistenza delle > malattie endemiche. Beatrice Belcuore è una persona con una storia che non conosceremo. Ma è anche un sintomo. Nelle forze dell’ordine italiane – Carabinieri, polizia, Guardia di finanza, penitenziaria – il tasso di suicidi è significativamente più alto della popolazione generale. Non marginalmente: molto più alto. E non da ieri: da decenni. Nel 2023 si sono registrati 39 suicidi tra le forze dell’ordine, con un tasso che continua a mantenersi costantemente superiore rispetto alla popolazione civile. La letteratura internazionale documenta lo stesso fenomeno in Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia. Paesi diversi, culture organizzative diverse, stessa costante: la divisa come fattore di rischio. Eppure ogni volta la narrazione pubblica procede per rimozione. Si parla di fragilità individuale, problemi personali, gesti imprevedibili. Si evita di guardare alla struttura che produce quelle condizioni, di interrogarne i meccanismi. Come se il suicidio fosse un evento casuale, anziché l’esito di processi che la scienza ha cominciato a mappare con precisione: dalla psicologia del trauma alla sociologia delle organizzazioni, dalla psichiatria occupazionale alle neuroscienze dello stress. La domanda non è perché Beatrice Belcuore abbia compiuto quel gesto. È perché il sistema che l’ha formata, inquadrata, armata non abbia saputo vedere che stava per compierlo. La risposta non sta nella sua storia personale che, come detto, non conosceremo; ma nell’architettura psicosociale delle istituzioni totali, nella costruzione culturale dell’invulnerabilità, nei meccanismi organizzativi che trasformano il disagio in tabù e il tabù in tragedia. Quella mattina di aprile non è morta solo una persona. È collassato, ancora una volta, un sistema di protezioni che forse non era mai esistito. L’architettura del rischio: stress traumatico e carico allostatico La psicologia occupazionale ha un termine preciso per descrivere ciò che accade quando un individuo è esposto, ripetutamente e professionalmente, a situazioni di forte intensità emotiva: stress traumatico secondario. A differenza del trauma acuto – quello che si sperimenta durante un singolo evento critico – il trauma secondario è cumulativo, progressivo, e spesso difficile da riconoscere perché si confonde con la routine. Non c’è un momento preciso in cui “accade”. È piuttosto un’erosione silenziosa della capacità di regolazione emotiva. > Nelle forze dell’ordine italiane – Carabinieri, polizia, Guardia di finanza, > penitenziaria – il tasso di suicidi è significativamente più alto della > popolazione generale. Non marginalmente: molto più alto. E non da ieri: da > decenni. Gli operatori delle forze dell’ordine sono esposti quotidianamente a situazioni che per la maggior parte delle persone rappresenterebbero eventi eccezionali: incidenti mortali, interventi su violenze domestiche, gestione di soggetti in stato di alterazione psicofisica, minacce dirette alla propria incolumità. La ricerca epidemiologica ha documentato come questa esposizione prolungata produca tassi significativamente più alti di disturbo post-traumatico da stress (PTSD, Post-Traumatic Stress Disorder), depressione maggiore, disturbi d’ansia e abuso di sostanze rispetto alla popolazione generale. Negli Stati Uniti, le prevalenze di PTSD tra gli agenti raggiungono il 35%, contro il 6-8% della popolazione civile. Ma c’è un aspetto ancora più insidioso che la neuroscienza dello stress ha cominciato a illuminare negli ultimi anni: il concetto di carico allostatico. L’allostasi è il processo attraverso cui il corpo mantiene la stabilità attraverso il cambiamento – è, in altre parole, il modo in cui ci adattiamo allo stress. Ma quando lo stress diventa cronico, i sistemi di adattamento cominciano a logorarsi. Il carico allostatico è il prezzo biologico che paghiamo per un’attivazione continua dei sistemi di risposta allo stress: alterazioni dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, infiammazione cronica, disfunzioni del sistema immunitario, modificazioni nella struttura e nella funzionalità dell’ippocampo e della corteccia prefrontale. In termini più diretti: il corpo e la mente di chi lavora costantemente in condizioni di allarme si trasformano. E questa trasformazione non è semplicemente “psicologica” ma profondamente biologica. Gli studi condotti su veterani di guerra e su operatori delle forze di polizia hanno mostrato pattern simili di alterazione neuroendocrina, con conseguenze sulla capacità decisionale, sulla regolazione degli impulsi, sulla percezione del futuro. L’esposizione cronica a situazioni di pericolo produce una desensibilizzazione paradossale: da un lato, un’ipervigilanza costante; dall’altro, un appiattimento della risposta emotiva che rende difficile riconoscere i propri stati interni. Ciò che rende questo meccanismo particolarmente pericoloso nelle forze dell’ordine è la mancanza di riconoscimento. A differenza di altre professioni ad alto carico emotivo – si pensi agli infermieri di terapia intensiva o ai vigili del fuoco – dove l’esaurimento professionale (burnout) è ormai ampiamente discusso, nelle forze armate e di polizia permane l’idea che il disagio psicologico sia un segno di inadeguatezza. La cultura organizzativa non facilita la narrazione del proprio malessere. Al contrario, la reprime. La costruzione sociale dell’invulnerabilità Per comprendere davvero il fenomeno del suicidio nelle forze dell’ordine, dobbiamo fare un passo indietro e guardare a come la società costruisce simbolicamente la figura dell’autorità in divisa. Non si tratta solo di un lavoro: è un ruolo sociale ad alto contenuto performativo. Nelle scienze sociali, il concetto di “performance di ruolo” – elaborato da Erving Goffman in The Presentation of Self in Everyday Life (1959; trad. it. La vita quotidiana come rappresentazione, 1969) – descrive come gli individui mettano in scena, letteralmente, il personaggio sociale che sono chiamati a interpretare. > L’esposizione cronica a situazioni di pericolo produce una desensibilizzazione > paradossale: da un lato, un’ipervigilanza costante; dall’altro, un > appiattimento della risposta emotiva che rende difficile riconoscere i propri > stati interni. La divisa è uno dei più potenti dispositivi di performance sociale. Segna immediatamente una differenza: chi la indossa non è più semplicemente un cittadino, ma un rappresentante dello Stato, un detentore di autorità legittima, un garante dell’ordine pubblico. Questa posizione simbolica implica aspettative molto rigide: controllo emotivo, capacità decisionale anche sotto pressione, forza fisica e psicologica, impermeabilità alla paura. Il problema nasce quando questa performance diventa totale, quando cioè non è più possibile distinguere tra il ruolo pubblico e l’identità privata. Goffman parla anche di “istituzioni totali” in Asylums (1961; trad. it. 1968) per descrivere quegli ambienti – carceri, conventi, caserme – in cui tutti gli aspetti della vita quotidiana sono condotti nello stesso luogo, sotto la stessa autorità, e secondo un programma razionale unico. Le forze dell’ordine non sono istituzioni totali nel senso pieno del termine, ma ne condividono alcune caratteristiche fondamentali: la gerarchia rigida, la separazione simbolica dal mondo civile, l’enfasi sulla disciplina e sull’obbedienza, l’idea che la vita professionale abbia la precedenza su quella personale. Questa configurazione produce un effetto paradossale: da un lato, crea un forte senso di appartenenza e identità collettiva – il “corpo” come comunità di destino; dall’altro, rende estremamente difficile esprimere vulnerabilità. La vulnerabilità è percepita come una contraddizione logica rispetto al ruolo. Se sei chiamato a proteggere gli altri, come puoi ammettere di aver bisogno di protezione? Se devi garantire ordine, come puoi dichiarare che il tuo mondo interiore è nel caos? La sociologa Raewyn Connell, in Masculinities (1995), ha mostrato come nelle professioni tradizionalmente maschili – e le forze dell’ordine lo sono ancora in larga misura – si costruisca una “mascolinità egemonica” basata su forza, autocontrollo, stoicismo, rifiuto della dipendenza emotiva. Anche se il numero di donne nelle forze di polizia è aumentato, la cultura organizzativa continua a premiare questi tratti. Il risultato è una socializzazione professionale che scoraggia sistematicamente la richiesta di aiuto. La ricerca di Michelle R. Tuckey e collaboratori (2012) sulla cultura del silenzio nelle forze di polizia ha documentato come la maggioranza degli agenti con sintomi depressivi non cerchi aiuto professionale, citando la paura dello stigma come motivazione principale. > Quando una persona interiorizza completamente l’identità professionale, ogni > segno di debolezza non viene percepito solo come una minaccia alla carriera, > ma come una minaccia al senso stesso di sé. E qui entra in gioco un meccanismo psicologico cruciale: l’internalizzazione del ruolo. Quando una persona interiorizza completamente l’identità professionale, ogni segno di debolezza non viene percepito solo come una minaccia alla carriera, ma come una minaccia al senso stesso di sé. La psicologia del sé, da Kohut in poi, ha mostrato come l’identità sia costruita attraverso narrazioni coerenti. Se la mia narrazione identitaria è “sono un agente forte, affidabile, sempre in controllo”, riconoscere un momento di crisi diventa un atto destabilizzante. Non è solo dire “sto soffrendo”, è dire “forse non sono chi credevo di essere”. La gerarchia come ostacolo alla comunicazione del disagio Le organizzazioni militari e paramilitari funzionano secondo una logica verticale molto precisa. La catena di comando è il principio organizzativo fondamentale: ordini discendono dall’alto, responsabilità salgono dal basso. Questo modello è funzionale in situazioni operative, dove la rapidità decisionale e l’esecuzione coordinata sono essenziali. Ma quando si tratta di salute mentale, la gerarchia diventa un ostacolo strutturale. Gli studi sulle organizzazioni ad alta affidabilità (high reliability organizations) – ospedali, centrali nucleari, aviazione civile – hanno mostrato che uno dei principali fattori di rischio è la difficoltà nella comunicazione ascendente. Quando un subordinato percepisce che segnalare un problema potrebbe essere interpretato come incompetenza, è molto più probabile che taccia. Nelle forze dell’ordine, questo effetto è amplificato da una cultura che valorizza l’autonomia operativa e la capacità di “farcela da soli”. Ricerche addirittura precedenti sull’apprendimento organizzativo hanno introdotto il concetto di “sicurezza psicologica” (psychological safety): la percezione condivisa che sia possibile assumersi rischi interpersonali – come ammettere un errore, fare domande, esprimere preoccupazioni – senza essere puniti o umiliati. Gli ambienti con alta sicurezza psicologica sono quelli in cui le persone imparano più velocemente, collaborano meglio, e gestiscono meglio lo stress. Nelle organizzazioni gerarchiche tradizionali, la sicurezza psicologica tende a essere bassa. E questo ha conseguenze dirette sulla salute mentale. Un agente che sta attraversando una fase di forte stress – problemi familiari, esposizione a eventi traumatici, sintomi depressivi – difficilmente comunicherà il proprio stato al superiore, per paura di essere considerato “non idoneo”, di vedere sospeso il porto d’armi, di essere destinato a mansioni amministrative percepite come degradanti rispetto al gruppo. > Gli ambienti con alta sicurezza psicologica sono quelli in cui le persone > imparano più velocemente, collaborano meglio, e gestiscono meglio lo stress. > Nelle organizzazioni gerarchiche tradizionali, la sicurezza psicologica tende > a essere bassa. Il paradosso è che proprio quando il supporto sarebbe più necessario i meccanismi organizzativi lo rendono inaccessibile. E questo non per malafede, ma per una logica istituzionale che fatica a integrare la dimensione della vulnerabilità umana. Ma c’è qualcosa di più profondo su cui dovremmo interrogarci: la struttura gerarchica non è solo un ostacolo neutrale alla comunicazione. È un sistema che produce e mantiene relazioni di potere asimmetriche, dove l’obbedienza viene premiata più della cura, dove la conformità prevale sulla consapevolezza critica. E in questo sistema il disagio individuale diventa funzionale al mantenimento dell’ordine: chi soffre in silenzio non disturba, non rallenta, non mette in discussione. L’arma come presenza costante e fattore di rischio C’è un elemento materiale che differenzia gli operatori delle forze dell’ordine dalla maggior parte dei lavoratori: la disponibilità quotidiana di un’arma da fuoco. Questo aspetto è raramente discusso apertamente, ma la letteratura scientifica sul suicidio è molto chiara: l’accesso immediato a mezzi letali aumenta drasticamente la probabilità che un impulso suicidario si traduca in morte. La suicidologia distingue tra ideazione suicidaria, pianificazione e tentativo. Non tutte le persone che pensano al suicidio lo pianificano, e non tutte quelle che lo pianificano lo tentano. Ma uno dei fattori più predittivi del passaggio dall’idea all’azione è la disponibilità di un metodo altamente letale. Le armi da fuoco hanno un tasso di letalità superiore al 90%, contro il 3% per l’overdose di farmaci da banco e il 23% per l’impiccagione secondo i dati del Centers for Disease Control statunitense. Gli studi epidemiologici condotti negli Stati Uniti – dove la disponibilità di armi è molto più diffusa che in Europa – hanno documentato una correlazione significativa tra possesso di armi e rischio di suicidio, con un aumento del rischio del 300% rispetto a case senza armi, soprattutto tra gli uomini. Il 90% dei tentativi di suicidio con arma da fuoco risulta fatale entro pochi minuti, contro una media del 15% per altri metodi, che lasciano tempo per soccorso e pentimento. > La struttura gerarchica produce e mantiene relazioni di potere asimmetriche, > dove l’obbedienza viene premiata più della cura, dove la conformità prevale > sulla consapevolezza critica. E in questo sistema il disagio individuale > diventa funzionale al mantenimento dell’ordine. Ma nelle forze dell’ordine la situazione è ancora più complessa: l’arma non è solo disponibile, è parte integrante dell’identità professionale. È uno strumento di lavoro, un simbolo di autorità, un oggetto familiare. I dati raccolti da John Violanti e Andrea Steege (2021) sul Federal Bureau of Investigation’s National Incident-Based Reporting System mostrano che tra gli agenti di polizia statunitensi il 93% dei suicidi completati avviene con l’arma d’ordinanza. In Italia, secondo i dati parziali raccolti dall’Osservatorio Nazionale sul Disagio e il Benessere nelle Forze di Polizia, tra il 2018 e il 2023 l’85% dei suicidi nelle forze dell’ordine è avvenuto con arma da fuoco, contro una media nazionale del 12% per la popolazione comune. La psicologia dell’azione suicidaria mostra che molti suicidi avvengono in momenti di crisi acuta, spesso preceduti da poche ore o minuti di pianificazione. In questi momenti, la presenza di un’arma può ridurre il tempo tra l’impulso e l’azione a una frazione di secondo. Non c’è tempo per la riflessione, per il pentimento, per la ricerca di aiuto: nel 24% dei casi di suicidio con arma da fuoco il tempo tra la decisione e l’azione è inferiore a cinque minuti. Ciò che rende questo aspetto particolarmente delicato è la relazione emotiva con l’arma. Per un agente, l’arma d’ordinanza non è solo uno strumento: è il segno tangibile della fiducia istituzionale, della capacità di esercitare autorità, del diritto-dovere di proteggere. Ma è anche il mezzo attraverso cui lo Stato delega l’uso legittimo della violenza. E questa violenza, che nelle operazioni quotidiane viene diretta verso l’esterno – verso il sospetto, il criminale, il deviante – può, in momenti di crisi, rivolgersi verso l’interno. L’arma diventa il punto di convergenza tra l’autorità dello Stato e la fragilità dell’individuo, tra il mandato di controllare e l’impossibilità di farlo. Rimuovere temporaneamente l’arma a qualcuno che sta attraversando una crisi è percepito come una sospensione dell’identità professionale. E questo rende estremamente difficile implementare protocolli preventivi che includano la gestione temporanea dell’armamento. Ma c’è una questione più profonda: l’arma non è solo un oggetto pericoloso per chi la porta. È il simbolo di un sistema che affida la risoluzione dei conflitti alla minaccia della forza, che forma le persone all’uso della violenza come strumento ordinario, e poi si sorprende quando quella violenza, non più contenibile, si riversa su chi dovrebbe esercitarla. > Nelle forze dell’ordine l’arma non è solo disponibile, è parte integrante > dell’identità professionale. È uno strumento di lavoro, un simbolo di > autorità, un oggetto familiare. Eppure, i programmi di prevenzione più avanzati includono proprio questo elemento: la possibilità di un ritiro temporaneo e non punitivo dell’arma in situazioni di stress acuto, accompagnato da supporto psicologico intensivo. In Norvegia, il protocollo implementato dal 2016 prevede che qualsiasi agente possa richiedere volontariamente un periodo di allontanamento dall’arma, fino a trenta giorni, senza conseguenze sulla carriera e con accesso immediato a supporto psicologico specializzato. I dati preliminari mostrano una riduzione del 40% nei suicidi tra agenti nei primi cinque anni di implementazione. Ma perché questo sia accettabile è necessario un cambio culturale profondo: l’arma deve essere vista come uno strumento professionale, non come un’estensione dell’identità. E questo significa interrogare l’intera relazione tra autorità e violenza. Modelli di prevenzione: cosa dice la ricerca La psicologia della prevenzione del suicidio ha fatto enormi progressi negli ultimi trent’anni. Sappiamo che il suicidio, contrariamente a credenze diffuse, è spesso prevedibile e prevenibile. Ma per farlo efficacemente, è necessario agire su più livelli: individuale, relazionale, organizzativo, culturale. I programmi di prevenzione più efficaci nelle organizzazioni ad alto rischio – e qui la ricerca si basa su esperienze maturate nelle forze armate, nei corpi di polizia, nei servizi di emergenza – condividono alcune caratteristiche fondamentali. Primo livello: la formazione alla consapevolezza. Non si tratta solo di insegnare ai singoli operatori a riconoscere i propri sintomi, ma di formare i superiori e i colleghi a intercettare segnali precoci di disagio. Gli studi sul peer support – il supporto tra pari – mostrano che le persone sono molto più propense a confidarsi con un collega che con un superiore gerarchico o con un professionista esterno. I programmi più avanzati includono la formazione di peer supporters: colleghi che ricevono una formazione specifica per ascoltare, orientare, e facilitare l’accesso a risorse professionali. Secondo livello: la supervisione strutturata. Nelle professioni cliniche – psicologi, psicoterapeuti – la supervisione è obbligatoria e continua. Nelle forze dell’ordine, invece, il debriefing psicologico dopo eventi critici è spesso facoltativo o limitato a situazioni estreme. La ricerca mostra invece che una supervisione regolare, non legata a eventi specifici, riduce significativamente il rischio di accumulo di stress traumatico. Non si tratta di “terapia”, ma di uno spazio protetto in cui elaborare le esperienze operative, normalizzare le reazioni emotive, condividere strategie di coping. Terzo livello: la destigmatizzazione del supporto psicologico. Finché chiedere aiuto sarà percepito come un segno di debolezza, i programmi di prevenzione avranno un’efficacia limitata. Alcune forze di polizia – ad esempio in Canada e nei paesi scandinavi – hanno integrato la figura dello psicologo direttamente nei team operativi, non come valutatore ma come risorsa. Questo cambia radicalmente la percezione: lo psicologo non è più qualcuno a cui si va quando “si ha un problema”, ma un professionista che accompagna costantemente il lavoro operativo. Quarto livello: i protocolli di gestione dell’arma. Alcuni dipartimenti di polizia hanno introdotto protocolli che permettono un ritiro temporaneo e volontario dell’arma da parte dell’operatore, o un ritiro deciso dal comando ma non punitivo, legato esclusivamente a situazioni di stress documentato. L’importante è che questa misura sia accompagnata da supporto intensivo e da un percorso chiaro di reintegrazione. Quinto livello: la leadership consapevole. Lo stile di leadership è uno dei più potenti predittori del benessere psicologico nei gruppi di lavoro: una leadership autoritaria e distante aumenta il rischio; una leadership supportiva e orientata alle persone lo riduce. Formare i comandanti a riconoscere e rispondere al disagio psicologico dei subordinati non è un optional, ma una competenza essenziale. Oltre l’individuo: ripensare la cultura organizzativa Tutti i programmi elencati sopra sono importanti, ma rischiano di rimanere interventi superficiali se non si accompagnano a un cambiamento più profondo della cultura organizzativa. E qui entriamo in un terreno più complesso, perché non si tratta semplicemente di aggiungere servizi o protocolli, ma di mettere in discussione alcuni assunti di fondo. Il primo assunto è che la forza emotiva sia una caratteristica stabile e individuale. In realtà, la psicologia contemporanea ci dice che la resilienza – la capacità di affrontare lo stress senza esserne sopraffatti – non è un tratto di personalità, ma una competenza che si costruisce in un contesto relazionale e organizzativo favorevole. Nessuno è “naturalmente” resiliente in qualsiasi condizione: la resilienza emerge quando ci sono risorse adeguate, reti di supporto, possibilità di recupero. Il secondo assunto è che l’espressione della vulnerabilità sia incompatibile con l’efficienza operativa. Anche questo è falso. Gli studi sulle high performing teams – dai Navy SEAL alle unità speciali – mostrano che i gruppi più efficaci sono quelli in cui esiste fiducia reciproca, comunicazione aperta, capacità di ammettere errori e limiti. L’idea che la durezza emotiva produca prestazioni migliori è un mito. Produce solo isolamento. Il terzo assunto è che il benessere psicologico sia responsabilità esclusiva dell’individuo. Questa concezione neoliberale della salute mentale – “sta a te prenderti cura di te stesso” – ignora completamente il ruolo delle condizioni strutturali. Se un’organizzazione espone sistematicamente i suoi membri a stress cronico, carichi di lavoro insostenibili, turni massacranti, e poi offre qualche seduta di mindfulness come soluzione, sta semplicemente spostando la responsabilità dal sistema all’individuo. Come ha documentato Byung-Chul Han in La società della stanchezza (2012; nuova ed. 2020), la psicologizzazione del disagio sociale è uno dei principali meccanismi di occultamento delle responsabilità sistemiche. > La capacità di affrontare lo stress senza esserne sopraffatti non è un tratto > di personalità, ma una competenza che si costruisce in un contesto relazionale > e organizzativo favorevole. Nessuno è “naturalmente” resiliente: la resilienza > emerge quando ci sono risorse adeguate, reti di supporto, possibilità di > recupero. Per un vero cambiamento, è necessario che le istituzioni si assumano la responsabilità del benessere psicologico come parte integrante della missione organizzativa. Questo significa investire in personale sufficiente per ridurre il sovraccarico, garantire tempi di recupero adeguati, costruire ambienti di lavoro psicologicamente sicuri, valorizzare la comunicazione del disagio come segno di consapevolezza e non di debolezza. Ma significa anche interrogare la funzione stessa di queste istituzioni. Perché se il problema fosse solo organizzativo – questione di protocolli, di risorse, di formazione – i Paesi con maggiori investimenti in welfare e salute mentale non dovrebbero mostrare gli stessi pattern. Eppure li mostrano. Il che suggerisce che c’è qualcosa di strutturale nel rapporto tra autorità, violenza e sofferenza psichica che nessuna riforma organizzativa può risolvere da sola. L’autorità come sistema di violenza: oltre Milgram Quando si parla di forze dell’ordine, c’è un elefante nella stanza che i discorsi sul benessere psicologico raramente affrontano: il fatto che queste istituzioni sono, per definizione, agenzie di violenza legittima. Non è un giudizio morale, è una constatazione sociologica. Max Weber lo disse chiaramente: lo Stato moderno rivendica il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica. Le forze dell’ordine sono lo strumento attraverso cui questo monopolio viene esercitato quotidianamente. Gli esperimenti di Stanley Milgram (1963, 1974) sulla obbedienza all’autorità hanno mostrato qualcosa di profondamente disturbante: nelle giuste condizioni strutturali, persone ordinarie sono disposte a infliggere sofferenza ad altri semplicemente perché un’autorità legittima glielo ordina. L’esperimento è noto: i partecipanti credevano di somministrare scariche elettriche sempre più intense a un’altra persona (in realtà un attore) ogni volta che sbagliava una risposta. Il 65% arrivò a somministrare la scossa massima, potenzialmente letale, solo perché lo sperimentatore in camice bianco diceva “continui, per favore”. > Se un’organizzazione espone sistematicamente i suoi membri a stress cronico, > carichi di lavoro insostenibili, turni massacranti, e poi offre qualche seduta > di mindfulness come soluzione, sta semplicemente spostando la responsabilità > dal sistema all’individuo. Milgram identificò diversi fattori che facilitavano l’obbedienza: la legittimità dell’autorità, la presenza di una struttura gerarchica chiara, la distanza dalla vittima, la frammentazione della responsabilità, l’assenza di modelli di disobbedienza. Tutti questi fattori sono presenti, in forma amplificata, nelle organizzazioni militari e di polizia. L’uniforme conferisce legittimità, la catena di comando è rigidissima, le vittime della violenza sono spesso “altri” (criminali, devianti, stranieri), la responsabilità è diffusa nel “corpo”, e la cultura organizzativa punisce sistematicamente chi si discosta dagli ordini. Ma quello che Milgram ha documentato era la capacità dell’autorità di far compiere violenza ad altri. Cosa succede quando quella stessa struttura richiede agli individui di essere pronti a subire violenza, o a infliggerla a sé stessi attraverso il sacrificio della propria salute mentale? Quello che Philip Zimbardo (2007) ha chiamato “l’effetto Lucifero”: sistemi malati trasformano persone sane in agenti e vittime di violenza contemporaneamente. Nel famoso esperimento della prigione di Stanford (1971), Zimbardo assegnò casualmente alcuni studenti universitari al ruolo di guardie o prigionieri in una prigione simulata. In sei giorni, le “guardie” svilupparono comportamenti sadici, i “prigionieri” mostrarono segni di grave stress psicologico, e l’esperimento dovette essere interrotto. La conclusione di Zimbardo è devastante: non serve una predisposizione personale alla crudeltà. Bastano strutture di potere asimmetriche, ruoli rigidi, assenza di responsabilità esterna, e la deindividuazione che l’uniforme produce. Nelle forze dell’ordine reali, questi meccanismi non durano sei giorni. Durano anni, decenni, intere carriere. E la violenza non è simulata: è reale, interiorizzata, costante. Chi indossa la divisa è chiamato a infliggere ordine, ma paga il prezzo di una disciplina che normalizza il sacrificio di sé. Una questione di potere, non di cura C’è dunque un ultimo livello di analisi, quello che rende davvero scomodo guardare in faccia questo fenomeno: il suicidio nelle forze dell’ordine non interroga solo le istituzioni che lo producono, ma anche la società che quelle istituzioni ha costruito e continua a legittimare. La retorica pubblica sulle forze dell’ordine oscilla tra due estremi apparentemente opposti ma strutturalmente complementari: l’esaltazione dell’eroe in divisa, sempre pronto al sacrificio estremo, e la demonizzazione del repressore, strumento di un potere oppressivo. Entrambe le narrazioni, per quanto politicamente contrapposte, condividono lo stesso meccanismo di rimozione: disumanizzano. L’eroe non può avere paura perché la paura contraddirebbe l’eroismo, il repressore non merita compassione perché la compassione contraddirebbe la condanna. In entrambi i casi, la persona concreta che indossa la divisa scompare dietro la sua funzione simbolica. > Il suicidio nelle forze dell’ordine non interroga solo le istituzioni che lo > producono, ma anche la società che quelle istituzioni ha costruito e continua > a legittimare. Il potere moderno non opera principalmente attraverso la repressione violenta ma attraverso la produzione di soggettività normalizzate. Le istituzioni disciplinari – scuole, ospedali, caserme, prigioni – non si limitano a controllare i corpi dall’esterno: producono individui che interiorizzano il controllo, che lo fanno proprio fino al punto di esercitarlo su sé stessi. L’agente che nasconde il proprio disagio per non apparire inadeguato non lo fa principalmente perché teme sanzioni esterne, ma perché ha interiorizzato così profondamente i criteri di valutazione istituzionali da applicarli a sé stesso prima ancora che lo faccia qualcun altro. Questa è la forma più efficace e più brutale di dominio: quella che trasforma i dominati in sorveglianti di sé stessi. Quando Beatrice Belcuore ha deciso che la sua sofferenza era incompatibile con la divisa che indossava, quando ha scelto di usare l’arma che lo Stato le aveva affidato per proteggere gli altri rivolgendola contro sé stessa, non ha compiuto un atto di follia individuale. Ha portato a compimento la logica implicita del sistema che l’aveva formata: se non sei all’altezza, se non reggi, se la tua fragilità emerge, allora non meriti di far parte del corpo. Il sistema non gliel’ha detto esplicitamente – nessun comandante le ha ordinato di suicidarsi – ma gliel’ha fatto capire attraverso mille segnali quotidiani, attraverso una cultura che valorizza la resistenza fino all’autodistruzione e che interpreta ogni richiesta di aiuto come ammissione di sconfitta. Riconoscere la dimensione umana delle forze dell’ordine non significa esonerarle da responsabilità per gli abusi che compiono, non significa giustificare le violenze che talvolta perpetrano, non significa chiudere gli occhi sulla funzione repressiva che oggettivamente svolgono in determinati contesti sociali e politici. Significa qualcosa di più complesso e più difficile: accettare che l’autorità non è una proprietà degli individui ma una relazione sociale, che chi esercita potere è anche sempre, simultaneamente, sottomesso a un potere superiore, che la catena di comando funziona tanto verso il basso quanto verso l’alto, e che le persone in divisa sono insieme agenti e vittime di un sistema che le usa e le consuma. La condizione umana è intrinsecamente esposta alla dipendenza e alla fragilità, e la negazione politica di questa vulnerabilità produce violenza – verso gli altri, ma anche e inevitabilmente verso sé stessi. Le società occidentali contemporanee hanno costruito un’idea di soggettività basata sull’autonomia assoluta, sulla capacità di bastare a sé stessi, sul rifiuto di ogni forma di dipendenza. Questa ideologia raggiunge il suo apice nelle professioni che incarnano l’autorità: chi deve proteggere non può aver bisogno di protezione, chi deve essere forte non può ammettere debolezza, chi rappresenta lo Stato non può mostrare che anche lo Stato, in fondo, è fatto di corpi fragili e mortali. > Riconoscere la dimensione umana delle forze dell’ordine non significa > esonerarle da responsabilità per gli abusi che compiono, non significa > giustificare le violenze che talvolta perpetrano, non significa chiudere gli > occhi sulla funzione repressiva che oggettivamente svolgono. Ma è proprio questo rifiuto della vulnerabilità che la trasforma in patologia. Quando una società pretende che alcuni suoi membri incarnino un’invulnerabilità impossibile, quando costruisce istituzioni che puniscono sistematicamente ogni manifestazione di fragilità, quando offre come unica alternativa alla perfezione l’espulsione o l’autodistruzione, sta esercitando una forma di violenza strutturale che non è meno letale di quella fisica. I venticinque anni di Beatrice Belcuore, la pistola d’ordinanza accanto al suo corpo, il silenzio che ha avvolto la sua morte: tutto questo non è un’eccezione, un caso sfortunato, un destino individuale. È il funzionamento normale di un sistema che produce morte per poter continuare a pretendere vita. Cambiare paradigma significherebbe ammettere che le istituzioni armate non proteggono chi le serve, che la retorica del sacrificio maschera lo sfruttamento sistematico della salute mentale, che ogni suicidio in divisa è anche un omicidio istituzionale. Significherebbe riconoscere che il problema non è la debolezza degli individui ma la violenza delle strutture, non la mancanza di resilienza ma l’eccesso di pretese, non l’inadeguatezza di chi cede ma la brutalità di chi pretende resistenza infinita. E significherebbe, soprattutto, accettare che garantire sicurezza agli altri richiede prima di tutto garantirla a chi è chiamato a produrla, che proteggere i cittadini passa necessariamente attraverso la protezione di chi indossa la divisa, che un sistema che consuma i propri servitori non è un sistema efficiente ma un sistema che ha cessato di distinguere tra l’uso e l’abuso delle persone. Finché questo rovesciamento non avverrà, i turni resteranno massacranti, i segnali d’allarme continueranno a essere ignorati, le pistole d’ordinanza finiranno troppo spesso dove non dovrebbero essere. E ogni volta ci racconteremo che è stato un gesto isolato, un dramma personale, invece di riconoscere ciò che è davvero: il risultato prevedibile di un sistema che chiede agli individui di pagare con la propria vita ciò che l’istituzione si rifiuta di mettere in discussione. L'articolo Il silenzio della divisa proviene da Il Tascabile.
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Il braccio armato del potere
N ell’introduzione del saggio Il braccio armato del potere. Storie e idee per conoscere la polizia italiana (2024) Michele Di Giorgio scrive: “Ho adottato un approccio sempre critico, senza avere un’impostazione ‘contro’”. “Pur essendo costruito con un approccio che mette costantemente in discussione le ricerche più allineate e le narrazioni istituzionali, questo è il lavoro di un ricercatore, è un libro di storia della polizia – mi racconta l’autore –. Non avevo alcun interesse a scrivere un opuscolo di denuncia o un ‘libro nero’, non fa parte del mio modo di lavorare, mi interessava costruire un lavoro che aiutasse a comprendere la storia della polizia”. Il volume è sostenuto da ampi riferimenti agli studi esistenti e alle ricerche più aggiornate, non soltanto di storia, ma anche di sociologia e criminologia ed è frutto di lunghi periodi di ricerca sulle fonti primarie d’archivio, a stampa e orali. QUALE SPAZIO INTENDE OCCUPARE QUESTO LIBRO? In una sua pubblicazione recente, Giuseppe Campesi ha evidenziato come in Italia sia mancata, tra gli studiosi delle polizie, la forza e la volontà di veicolare a un pubblico più vasto le conoscenze acquisite nella ricerca. Il mio lavoro cerca di dare una prima risposta anche a questa esigenza divulgativa. SU QUALI STUDI SI BASA QUESTO LIBRO DI DIVULGAZIONE? Ho iniziato a studiare la storia della Pubblica sicurezza, il corpo da cui è nata la Polizia di Stato, già nel corso della mia formazione universitaria. È in quel periodo che mi sono appassionato alla storia del movimento democratico per la smilitarizzazione e del sindacato della polizia negli anni Settanta e successivamente, dopo aver vinto una borsa di dottorato all’Università Ca’ Foscari Venezia, mi sono dedicato a tempo pieno a quel tema per alcuni anni. Ho poi seguito e sviluppato l’interesse per le polizie durante vari incarichi di ricerca, approfondendo le vicende della polizia nella storia unitaria d’Italia dall’Ottocento fino alla riforma, aprendomi anche a un approccio di lavoro più interdisciplinare, poiché sulle polizie possiamo imparare molto dal lavoro fatto dai sociologi e dai criminologi. I miei studi si sono concentrati innanzitutto sulla stampa professionale riservata alla polizia. L’accesso alla documentazione archivistica non è sempre facile e per questo motivo riviste e giornali mi hanno molto aiutato a comprendere la polizia. Si tratta di fonti interessantissime, che sin dalla seconda metà dell’Ottocento raccontano la vita e le visioni dell’istituzione, la mentalità, le culture, le trasformazioni, ma anche i problemi e le difficoltà di chi sceglieva il mestiere di poliziotto. Su questi argomenti è stato fondamentale, naturalmente, anche un lungo e profondo lavoro di scavo e analisi archivistica, che ho svolto principalmente sui materiali che sono in parte disponibili presso l’Archivio centrale dello Stato, che è stato basilare per comprendere i funzionamenti di molti meccanismi istituzionali. Alle ricerche su queste fonti specifiche ho sempre affiancato sguardi diversi sulle polizie, meno istituzionali, come quelli provenienti dalla stampa periodica o dalla pubblicistica coeva, che mi hanno aiutato molto spesso ad avere una visione più articolata delle questioni e a poter collocare meglio la storia della polizia in quella della società italiana. Oltre a queste e ad altre ricerche documentali, c’è naturalmente un vasto lavoro di lettura bibliografica e di confronto con altri esperti della materia. Negli anni ho avuto la fortuna di potermi confrontare con colleghe e colleghi che, a vari livelli e partendo da discipline diverse, si occupano o si sono occupati di polizia. NELLE MODALITÀ DI COMUNICAZIONE DELLE POLIZIE SPESSO CI SI TROVA DI FRONTE A CELEBRAZIONI ACRITICHE, ISTITUZIONALIZZATE, COME SCRIVI, O A NARRATIVE DI FINZIONE CHE RESTITUISCONO UNA IMMAGINE SE NON ALTRO PARZIALE. Queste sono forme di rappresentazione molto forti. Da un lato ci sono le istituzioni, che curano e difendono la loro immagine con tutti gli strumenti che la modernità consente: comunicazione, social media, spot, prodotti televisivi, spazi museali, pubblicazioni. Nell’armamentario propagandistico istituzionale possiamo includere anche gran parte del giornalismo mainstream, che attinge alle fonti ufficiali senza nessun approccio critico. Dall’altro ci sono prodotti di finzione indipendenti (o presunti tali), che sono altrettanto fuorvianti e in parte riflettono e distorcono culture e visioni istituzionali. Si tratta di visioni, immaginari e racconti che ci allontanano dalle vicende delle polizie. Dinanzi a fenomeni complessi e stratificati come quelli delle istituzioni poliziesche, si propongono al contrario chiavi di lettura comode, semplificate e spesso fuorvianti. A farne le spese come sempre è lo spirito critico, la capacità di farsi un’idea articolata del problema. I FATTI DI GENOVA DEL G8 DEL 2001 COME HANNO INCISO SULLA NARRAZIONE DELLE POLIZIE? Le violenze di quei giorni hanno sicuramente segnato con forza l’immagine e la percezione che una parte degli italiani ha della polizia. Non poteva essere altrimenti vista l’enorme esposizione mediatica che ebbero quelle giornate, senza contare il fatto che migliaia di persone subirono la violenza delle forze dell’ordine o furono testimoni di abusi. Si tratta di qualcosa che ha segnato nel profondo anche l’opinione pubblica internazionale, e non certo per la condanna della Corte Europea dei diritti dell’uomo (arrivata quattordici anni dopo), ma per il clamore immediato suscitato da fatti avvenuti davanti alla stampa di mezzo mondo e per i racconti di tanti ragazzi e ragazze stranieri che subirono abusi. Il ricordo di quelle giornate sembra essersi diffuso anche nella memoria delle generazioni più giovani, che di quegli episodi non hanno una memoria diretta. Sull’altro fronte i processi e le successive condanne di agenti hanno lasciato qualche segno anche nelle istituzioni, ma resta ancora da capire se e quanto ci sia stato un dibattito interno su quelle vicende. Sul piano della comunicazione istituzionale, la Polizia di Stato ha tentato di archiviare in maniera piuttosto frettolosa quella pagina, pur riconoscendo “degli errori”. Da parte degli altri corpi coinvolti invece il silenzio è stato quasi totale. IL SISTEMA POLIZIESCO ITALIANO È COMPOSTO DA UNA PLURALITÀ DI CORPI. IL COMPARTO SICUREZZA È FORMATO DA DIVERSI CORPI, MILITARI E CIVILI, DIPENDENTI DA MINISTERI DIFFERENTI, CON FUNZIONI DIVERSE MA ANCHE IN PARTE SOVRAPPOSTE, CHE COOPERANO NELLA GESTIONE DELL’ORDINE PUBBLICO. IL TEMA, O PROBLEMA, DEL COORDINAMENTO DELLE FORZE È ANTICO, COME RICORRE NEL SAGGIO. CHE COSA RAPPRESENTA ANCORA OGGI? Sul fronte del coordinamento alcuni dei problemi che esistevano in passato appaiono oggi superati, almeno in parte. Permane ancora una frammentazione del comparto e con essa una concorrenza tra i corpi, soprattutto a livello dirigenziale e di comando, ma ci sono in parallelo potenti organismi di collegamento che in passato non c’erano. Oltre a ciò, tutte le polizie hanno fatto negli ultimi trent’anni un colossale sforzo informatico, tecnologico e logistico che ha giovato anche sul piano del coordinamento. Per capire a quali strutture mi riferisco, basta pensare ai grossi “uffici” interforze che coordinano l’attività delle tre principali polizie, specialmente su problemi specifici e importanti. Si pensi alla Direzione investigativa antimafia, oppure alla Direzione centrale per i servizi antidroga. QUAL È L’AMBITO PIÙ CRITICO? Se si osserva la storia del comparto negli ultimi trent’anni, si ha l’impressione che ciascun corpo tenda comunque a replicare le funzioni degli altri e a moltiplicare competenze e articolazioni. Carabinieri, Polizia di Stato e Guardia di finanza esprimono comunque poteri, tradizioni, interessi e ambizioni solo in parte convergenti; sarebbe compito della classe politica mettere ordine in questa partita e razionalizzare il comparto, poiché davanti ai numeri imponenti degli organici è difficile dire che il sistema non abbia bisogno di essere riformato. IL GIUDICE ROCCO CHINNICI NEL GIORNO DEL FUNERALE DEL MAGISTRATO CIACCIO MONTALTO, ASSASSINATO DALLA MAFIA, ESPRESSE AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA LA DRAMMATICA URGENZA E IL RITARDO NELLA ISTITUZIONE DELLA BANCA DATI NAZIONALE SULLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA. SAPPIAMO QUANTO SIA DECISIVO IL FLUSSO DELLE INFORMAZIONI. QUAL È LO STATO DELL’ARTE OGGI TRA LE FORZE DI POLIZIA? Da quel momento sono passati più di quarant’anni e molti progressi sono stati fatti. Esistono, per le forme criminali specifiche e più urgenti (è il caso ad esempio di criminalità organizzata e traffico di droga) degli organismi interforze in cui convivono appartenenti di tutte e quattro le polizie, insieme con personale civile del ministero dell’Interno; nel caso specifico della criminalità organizzata esiste dal 1991 la DIA (Direzione Investigativa Antimafia). Accanto alla creazione di questi uffici centrali, lo sforzo compiuto dalle istituzioni sul piano tecnologico e informatico ha giovato enormemente alla circolazione delle informazioni. Rispetto al passato le polizie dispongono di mezzi di indagine e basi informative di dimensioni poderose, interrogabili in maniera rapida ed efficace. Tutto sommato, su questioni gravi e importanti come l’antimafia sembra esserci tra le istituzioni un discreto livello di comunicazione. CHE COSA INTENDE PER “PERVASIVITÀ” DELL’APPARATO POLIZIESCO? È un fenomeno che osservatori e studiosi hanno sottolineato spesso, una deformazione di lungo periodo delle polizie italiane. Si tratta di un modo sintetico per descrivere la tendenza degli apparati a diffondersi e a scivolare, con la loro attività, in molti campi della vita civile che non attengono strettamente al lavoro di polizia. Storicamente se guardiamo alla vasta quantità di mansioni amministrative delle polizie gli esempi abbondano: si pensi soltanto ai passaporti o ai permessi di soggiorno che ancora oggi sono in gran parte di competenza delle questure. Più in generale, se vogliamo fare un esempio meno tecnico che guardi alla contemporaneità, questa pervasività si esprime nella gestione esclusivamente poliziesca di quelli che sono di fatto problemi sociali, che attengono alla carenza di welfare e all’assenza di risposte pubbliche adeguate nei confronti delle categorie più deboli. MOLTE DELLE QUESTIONI AFFRONTATE NEL SAGGIO RICONDUCONO AL RAPPORTO TRA POTERE POLITICO E POLIZIA. SCRIVE CHE IN ITALIA LE FORZE DELL’ORDINE HANNO AVUTO DA SEMPRE UN LEGAME MOLTO STRETTO CON LA POLITICA. COME SI È EVOLUTO QUESTO RAPPORTO E C’È STATO UN MOMENTO DI CESURA? LEI COLLOCA QUESTA FASE IN COINCIDENZA DELLA FINE DELLA PRIMA REPUBBLICA. Un parziale cambiamento ci fu già qualche anno prima della riforma del 1981, in parte perché la situazione politica del Paese iniziava a mutare: il movimento democratico nato all’interno della polizia era riuscito a portare con forza nel dibattito pubblico l’idea di una possibile democratizzazione della polizia. Un’ulteriore discontinuità avvenne in effetti con la fine della Prima Repubblica e nel corso di tutti gli anni Novanta, ma si tratta di una fase ambivalente e ancora piuttosto nebulosa dati i pochi studi sul periodo. Non possiamo pertanto dare una definizione del tutto chiara di come si siano trasformati i rapporti tra i governi e le polizie, anche se il legame resta sempre forte. Alcuni osservatori e studiosi hanno notato una certa capacità, da parte dei vertici di istituzioni e corpi, d’influenzare i ministri di turno riguardo alle politiche di sicurezza e alla gestione del comparto polizie. Condivido in pieno questa visione, anche se sono convinto che ciò sia dipeso più da una sostanziale insipienza delle gestioni politiche del ministero dell’Interno che non dall’attivismo di un presunto “partito della polizia”. “NELLA RIORGANIZZAZIONE POSTBELLICA DELLA POLIZIA PREVALSE IN SOSTANZA UNA VISIONE DI PARTE, FORTEMENTE CONSERVATRICE, E RIENTRARONO IN TUTTI I LIVELLI DELL’ISTITUZIONE UOMINI COMPROMESSI CON IL FASCISMO”. SI TRATTÒ DI UNA RESTAURAZIONE? Ci sono ormai decine di studi importanti che illuminano la continuità e il passaggio di uomini tra fascismo e Repubblica e non soltanto per quanto riguarda le polizie. Innanzitutto è un fatto che la polizia non subì alcuna riforma dopo la caduta del fascismo, se non – in negativo – una militarizzazione emergenziale, che poi divenne permanente. L’unico segno di progresso e di cambiamento al termine del conflitto fu l’immissione nella polizia di un grosso contingente di uomini provenienti dalle file della Resistenza. Migliaia di ex partigiani che a partire dal 1947, dopo l’avvento del ministro democristiano Mario Scelba, furono in gran parte cacciati dal corpo, con le buone o con le cattive. Ne conseguì che dal punto di vista democratico la polizia rimase, come nel passato, uno strumento del partito di maggioranza e la militarizzazione risultò congeniale al suo utilizzo in funzione anticomunista. Questa modalità d’impiego incise molto anche sulla preparazione professionale del personale. D’altro canto, la disciplina militare, l’obbligo al celibato e alla vita di caserma peggiorarono molto le condizioni di vita degli agenti, che per legge furono anche privati di molti diritti civili, tra cui la possibilità di appartenere a un partito politico o a un sindacato. Da un punto di vista democratico, un utilizzo così parziale delle polizie alterò profondamente il loro rapporto con una porzione significativa di cittadini, che mantenne per le istituzioni la stessa diffidenza (e talvolta ostilità) che aveva nutrito durante la dittatura fascista. LA MILITARIZZAZIONE EBBE STORICAMENTE UN IMPATTO PIUTTOSTO PESANTE ANCHE SULLA FORMAZIONE DEL PERSONALE DI POLIZIA. CHE COSA È CAMBIATO NEI DECENNI SOPRATTUTTO CON LA RIFORMA DELLA PUBBLICA SICUREZZA DEL 1981 E LA SUCCESSIVA NASCITA DELLA POLIZIA DI STATO? La riforma del 1981 consentì la smilitarizzazione completa e la creazione di una nuova istituzione civile, la Polizia di Stato, in cui fu garantito alle donne un accesso almeno formalmente paritario. Si trattò di una novità significativa, visto che fino a quel momento il comparto polizie italiano era stato interamente militare, un caso unico tra i Paesi democratici dell’Europa occidentale. QUALI FURONO GLI EFFETTI DELLA SMILITARIZZAZIONE DEL CORPO E LA CREAZIONE DI UNA NUOVA ISTITUZIONE INTERAMENTE CIVILE? Per il personale ci furono benefici quasi immediati e sul piano professionale il sistema del reclutamento, delle scuole e della formazione subì una lenta ma profonda trasformazione, che portò a miglioramenti notevoli nella preparazione dei nuovi agenti. ALL’INIZIO DEGLI ANNI SETTANTA NELLA PUBBLICA SICUREZZA SI FORMÒ UN MOVIMENTO DEMOCRATICO CHE NEL GIRO DI POCHI ANNI GIUNSE A COINVOLGERE MIGLIAIA DI POLIZIOTTI. QUALI FURONO LA NATURA, GLI SCOPI E I PROGRESSI DEL MOVIMENTO DEMOCRATICO CHE SI SVILUPPÒ? Il movimento per la smilitarizzazione, la riforma e il sindacato della Pubblica sicurezza nacque in forma clandestina all’inizio degli anni Settanta. Sorse dal basso, nella base del corpo, tra le guardie e i sottufficiali, e nel corso degli anni raggiunse una dimensione importante, soprattutto grazie al supporto della rivista Ordine pubblico e del suo direttore, Franco Fedeli, un giornalista e fotografo con un passato da partigiano. Al termine della fase clandestina, a partire dalla fine del 1974, i poliziotti scelsero di portare allo scoperto il movimento e condurre la battaglia apertamente, approfittando del grande supporto offerto dalla Federazione sindacale unitaria (CGIL, CISL, UIL) e da alcuni partiti. CHE COSA CHIEDEVANO I POLIZIOTTI DEMOCRATICI? La smilitarizzazione della polizia, una sua riforma profonda, la possibilità di appartenere a un sindacato e di partecipare in pieno alla vita politica e democratica del paese. Dopo un periodo intenso di battaglie con la parte più conservatrice dell’istituzione, non privo di lunghi periodi di stasi e repressione, il movimento riuscì a portare il corpo alla riforma, alla smilitarizzazione e a una parziale sindacalizzazione. QUALI SONO STATI GLI OSTACOLI NELLA CRESCITA DEL SINDACALISMO NELLE FORZE DI POLIZIA? Il sindacalismo di polizia nacque già segnato dal divieto, stabilito dalla legge di riforma del 1981, di legarsi direttamente alle grandi centrali sindacali che avevano supportato gli agenti del movimento democratico. Si volle creare una separazione sindacale, impedendo agli agenti di entrare e appartenere direttamente alle organizzazioni degli altri lavoratori, per limitare in qualche modo i fattori di crescita dal punto di vista politico e democratico. In parte questo divieto venne aggirato creando collegamenti più o meno forti con CGIL, CISL e UIL, ma nel lungo periodo hanno poi prevalso le tendenze autonome. A DISTANZA DI QUARANT’ANNI DALLA RIFORMA COME APPARE IL SETTORE DEI SINDACATI DI POLIZIA? È occupato da una costellazione di sindacati in gran parte autonomi, quasi del tutto privi dello spirito e della carica che aveva contraddistinto l’avvio del processo di sindacalizzazione della polizia. Se invece guardiamo ai Carabinieri e alla Guardia di finanza, non è possibile nemmeno parlare di sindacati, data la natura associazionistica che hanno le sigle nate negli ultimi anni. Difatti per i sindacati delle polizie militari e delle forze armate si è scelta, di recente, una strada normativa ancora più chiusa e restrittiva. La separazione dai sindacati degli altri lavoratori è totale. OGGI NON APPARE LIMITANTE, DAVANTI ANCHE AI DIVERSI LIVELLI DI PROFESSIONALITÀ, UNA LETTURA UNIVOCA E STEREOTIPATA DELLA COMPOSIZIONE DELLA PUBBLICA SICUREZZA ANCORA DIFFUSA? INSOMMA NON È PIÙ SOLO IL FIGLIO DEL POVERO A PRESENTARE LA DOMANDA D’INGRESSO IN POLIZIA. Pur essendo notevolmente aumentata l’attrattiva sociale dei corpi di polizia, rimane vero che i bacini di reclutamento sembrano sempre i soliti. Non parliamo di poveri, ma l’impressione – i dati sul presente sono pochi – è comunque che nei corpi finisca in netta prevalenza, almeno nella base, una grossa quantità di persone che non ha avuto possibilità di accesso a studi superiori e, in generale, a possibilità lavorative migliori. Non si spiegherebbe altrimenti la netta prevalenza, in tutti i corpi, di uomini e donne di provenienza meridionale. Nel volume ho citato le statistiche attuali dell’esercito, che sono pubbliche e offrono un buon metro di paragone: oltre il 70% dei militari di quella forza armata proviene dal Sud e dalle isole. LA POLIZIA FEMMINILE FU CONCEPITA COME UN CORPO CIVILE SEPARATO, CON UN ORGANICO DI POCO PIÙ DI 500 DONNE, DISTINTO SIA DAL RUOLO DEI FUNZIONARI CHE DALLA COMPONENTE MILITARE DELLA POLIZIA, RAPPRESENTATA DAL CORPO DELLE GUARDIE DI PUBBLICA SICUREZZA. DOPO LA RIFORMA E LA CREAZIONE DELLA POLIZIA DI STATO, LE DONNE SONO STATE REALMENTE INSERITE ALL’INTERNO DELL’ISTITUZIONE CON LE STESSE POSSIBILITÀ DI ACCESSO E DI CARRIERA DEGLI UOMINI? Purtroppo a questa domanda dobbiamo ancora oggi rispondere con un netto no. Pur essendo passati quarant’anni dalla riforma, le ricerche recenti sulla presenza femminile nelle polizie – nel volume cito uno studio delle criminologhe Rossella Selmini e Giulia Fabini – ci forniscono ancora una volta percentuali piuttosto basse e nettamente al di sotto dei numeri che si registrano in molti Paesi dell’Unione Europea. La Polizia di Stato è il corpo che presenta il tasso più alto di presenza femminile, in ragione dei molti anni trascorsi dalla riforma, ma si tratta ancora di una percentuale molto bassa. Carabinieri e Guardia di finanza hanno iniziato a fare entrare le donne nei corpi a partire dal 2000 e le percentuali sono tuttora irrisorie. LEI RICORDA GIUSTAMENTE L’ALTISSIMO PREZZO DI SANGUE PAGATO DALLE MIGLIORI FORZE DI POLIZIA NEL CONTRASTO ALLE MAFIE. PENSO A FIGURE COME NINNI CASSARÀ, ASSASSINATO A COLPI DI KALASHNIKOV SULLE SCALE DI CASA, CHE CON LA SUA AZIONE INVESTIGATIVA CONTRIBUÌ IN MODO DECISIVO ALLE CONDANNE DEL MAXIPROCESSO DI PALERMO. COME HA CAMBIATO QUELLA STAGIONE LA PERCEZIONE GENERALE DELLE FORZE DI POLIZIA NEL PAESE? Si tratta di questioni che andrebbero indagate più a fondo, ma l’impressione è che nel corso degli anni Novanta, proprio grazie alle battaglie antimafia e al sacrificio personale di molti agenti, si fosse creato un certo consenso intorno alla polizia. Da studioso posso solo aggiungere che anche quella stagione andrebbe osservata e studiata in maniera critica, con un atteggiamento possibilmente privo di intenti celebrativi. NEI CASI DI ABUSI E VIOLENZE DA PARTE DELLE FORZE DELL’ORDINE, QUANTO ANCORA IL SENSO D’APPARTENENZA VIENE CONFUSO CON L’OMERTÀ? Non credo esistano forme “positive” di senso d’appartenenza o di spirito di corpo, come sarebbe meglio dire parlando di polizie. Si tratta di meccanismi che in passato venivano incentivati dalle istituzioni per creare una mentalità collettiva, favorire una chiusura corporativa e incoraggiare un legame che agisse da fattore di coesione proprio nei momenti più “difficili”. Oggi determinati meccanismi sono più deboli, sono diverse le istituzioni, è cambiato il Paese e spesso le persone che lavorano nelle polizie hanno molti più contatti con la società rispetto al passato, pertanto determinate forme di spirito di corpo sono meno presenti. Nonostante ciò, davanti ai casi di abuso degli ultimi due decenni, si è assistito spesso a forme di chiusura corporativa, di malsana solidarietà interna, talvolta favorite da alcune sigle sindacali. LA CONCLUSIONE DISEGNA UNO SCENARIO COMPLESSO E NEGATIVO RISPETTO AL RUOLO DELLE POLIZIE CHE NELLA LETTURA DEL LIBRO SONO CHIAMATE A INTERPRETARE UN RUOLO DI “PULIZIA SOCIALE”. IL RAPPORTO DIRETTO CON LE MARGINALITÀ E POVERTÀ SOCIALI SULLA STRADA NON DERIVA DALL’ASSENZA DI ALTRE RISPOSTE COME QUELLE DELLA POLITICA? Sì, è essenzialmente questo il problema, da parte politica si è scelto spesso di rispondere in maniera muscolare e repressiva ai problemi sociali, all’immigrazione, alla marginalità e alla povertà. In determinate questioni le polizie sono usate ancora una volta come strumento per sopperire all’assenza di un progetto politico e sociale, spesso mortificando anche la professionalità degli stessi agenti. Tra l’altro, come ha ben evidenziato Enrico Gargiulo nei suoi studi, accanto a questi provvedimenti repressivi, da parte politica si sono perfezionati negli anni anche una serie di strumenti di esclusione di natura amministrativa che vanno a colpire proprio le categorie più deboli. NEL FRONTEGGIARE LE QUESTIONI SOCIALI L’IMMAGINE CHE APPARE DEI POLIZIOTTI È QUELLA DEL PUNCHING BALL O VEDE UN RUOLO ATTIVO? Sociologi e criminologi hanno già scritto e hanno uno sguardo più lucido sul presente. Personalmente, da studioso di storia, posso solo azzardare delle ipotesi. Sembra che nei vertici dei corpi abbia preso piede da tempo una visione del lavoro di polizia legata alla performance e, come per altri settori, le polizie tendano di conseguenza a soddisfare un committente, che in questo caso può essere individuato nella politica di governo e nella parte di società che rappresenta. Per questo motivo, senza dimenticare che le responsabilità maggiori sono attribuibili alla politica, credo che anche le polizie stiano svolgendo un ruolo attivo e consapevole in determinate scelte legate alla gestione della sicurezza. L'articolo Il braccio armato del potere proviene da Il Tascabile.
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