O gni anno, in Europa, quasi 60 milioni di tonnellate di cibo finiscono nella
spazzatura: oltre 130 chili per persona. Una parte consistente si accumula lungo
la filiera, dalla produzione alla distribuzione, mentre l’altra metà si
trasforma in scarto nelle nostre case, nei ristoranti, nelle mense. In Italia,
ad esempio, l’industria del pomodoro genera ogni estate migliaia di tonnellate
di bucce e semi che non per forza devono diventare semplici rifiuti. Oggi,
grazie a nuove tecniche di estrazione sostenibile, da quei residui si possono
infatti ottenere composti ad alto potere antiossidante, riutilizzati in
alimenti, cosmetici o integratori: è la scienza dell’upcycling.
Numerosi studi ne evidenziano da anni la solidità e le analisi del ciclo di
vita, nella maggior parte dei casi, segnalano un impatto ambientale positivo. Ma
il cosiddetto upcycling alimentare, ovvero i cibi “rigenerati”, prodotti nati
dal recupero di scarti o eccedenze alimentari, può essere una risposta efficace
alla riduzione degli sprechi solo se si riesce a garantire sostenibilità dei
processi, sicurezza del prodotto, misurazione dei risultati e opportune economie
di scala. In tutto questo, come vedremo nel corso dell’articolo, la fiducia di
chi consuma è un ingrediente decisivo. Non basta che un alimento sia
sostenibile: deve anche apparire tale, e ispirare sicurezza. Superare queste
resistenze richiede una comunicazione chiara e coerente: servono dati condivisi,
confrontabili, raccontati in modo comprensibile, e un linguaggio capace di
costruire fiducia più che distanza, spiegando come e perché certi ingredienti
vengono recuperati, e quale valore aggiunto porta questa scelta.
Genealogia della circolarità
In ambito agroalimentare, il concetto di economia circolare non è certamente
nuovo. Esistono da millenni pratiche agronomiche e di trasformazione alimentare
orientate alla circolarità, anche a livello domestico: tradizionalmente si è
sempre cercato di riutilizzare tutto, limitando lo spreco di prodotti non più
salubri. Esistono molti esempi, nella storia dell’alimentazione umana, che si
basano su un uso oculato delle risorse e dei cosiddetti prodotti di scarto
alimentare: basti pensare alla ricotta, ottenuta dal siero residuo della
lavorazione del formaggio; ma anche al riuso delle vinacce, cioè le bucce e i
residui solidi dell’uva, che venivano e vengono ancora riutilizzate per produrre
distillati o come combustibile. Si tratta, in tutti i casi, di forme di economia
circolare ante litteram, che tendono a un principio di equilibrio tra ciò che si
produce, si consuma e si restituisce al ciclo naturale.
> Oggi circa la metà della superficie abitabile del pianeta è destinata
> all’agricoltura, e tra il 2000 e il 2022 la produzione di colture primarie è
> più che raddoppiata, generando una quantità crescente di residui e scarti
> lungo la filiera.
Oggi, questo pensiero secolare riemerge nel panorama della bioeconomia, portando
con sé l’urgenza della scarsità di risorse in un mondo di oltre otto miliardi di
persone, e segnalandoci che ciò che chiamiamo “scarto” è spesso una miniera di
composti bioattivi che la scienza ha imparato a estrarre, stabilizzare e
trasformare, per incorporarli in prodotti con maggiori benefici per la salute.
Da secoli, il modello economico dominante si fonda sul principio del
take-make-dispose, traducibile in italiano come preleva, produci, consuma e
getta. È un paradigma che ha plasmato l’agricoltura e l’industria alimentare, e
che oggi mostra tutti i suoi limiti. Con una popolazione mondiale destinata a
superare i nove miliardi di persone entro il 2050, non è più sostenibile
continuare a utilizzare risorse naturali come se fossero infinite. Oggi circa la
metà della superficie abitabile del pianeta è destinata all’agricoltura, per un
totale di 48 milioni di chilometri quadrati di suolo, e tra il 2000 e il 2022 la
produzione di colture primarie è più che raddoppiata, generando una quantità
crescente di residui e scarti lungo la filiera. L’upcycling alimentare, come
altre tecniche di bioeconomia, nasce dal bisogno di rivedere il rapporto fra
produzione e consumo, in un’era in cui un terzo del cibo prodotto diventa scarto
contribuendo al 58% delle emissioni di metano nell’atmosfera.
> Nel panorama alimentare l’upcycling non è sinonimo di riciclo. Se riciclare
> implica il recupero di materia per usi differenti, l’upcycling la restituisce
> al cibo, reintroducendola nella filiera con un valore nutrizionale o
> funzionale più elevato.
Secondo la definizione della Upcycled Food Association, nata nel 2019 come rete
di poche aziende pionieristiche, con l’obiettivo di dare una definizione
condivisa a ciò che fino ad allora era solo una pratica frammentaria, si
considerano upcycled foods quei prodotti che utilizzano ingredienti altrimenti
destinati a non essere consumati dall’uomo, provenienti da filiere tracciabili e
verificabili, e che generano un impatto ambientale positivo. Nel panorama
alimentare, l’upcycling non è quindi, come si potrebbe pensare, sinonimo di
riciclo. Perché se riciclare implica il recupero di materia per usi differenti,
l’upcycling la restituisce al cibo, reintroducendola nella filiera con un valore
nutrizionale o funzionale più elevato. Proviamo quindi a capire come funziona un
ciclo di processo completo.
Come funziona un ciclo completo
Valorizzare uno scarto, in ambito agroalimentare, significa prima di tutto
conoscerlo: analizzarne la composizione nutrizionale per capire quali componenti
possano essere recuperati e riutilizzati. Da qui parte un processo che unisce
ricerca scientifica, tecnologie sostenibili e controllo della qualità.
L’estrazione dei componenti utili avviene oggi attraverso tecniche che si stanno
muovendo verso un sempre minore impatto ambientale, come l’uso di solventi green
o processi biotecnologici basati su enzimi e fermentazioni controllate. È così
che, per citare uno dei tanti casi di ricerca italiani, residui oggi poco
sfruttati, come quelli della coltivazione delle giovani piantine di ortaggi
(microgreen) raccolte pochi giorni dopo la germinazione, vengono trasformati in
ingredienti funzionali per alimenti come pane o yogurt, o in molecole bioattive
per nuovi prodotti.
> L’upcycling può essere un valido alleato nel raggiungimento degli obiettivi
> globali di sostenibilità, come ridurre le disuguaglianze nell’accesso al cibo
> e rallentare il cambiamento climatico.
Una delle sfide maggiori è stata negli anni di rendere sempre più sostenibili le
tecniche di estrazione. Ad esempio, il settore sa bene che la produzione dei
derivati industriali del pomodoro genera elevate quantità di scarti – quali
bucce, semi e residui di polpa – che rappresentano circa il 2-5% della materia
prima. Tuttavia, per ottenere questi composti si utilizzano ancora processi che
fanno uso di sostanze chimiche non propriamente sostenibili. Per cui, al fine di
ridurre l’impatto, vengono impiegate diverse tecniche di estrazione alternative
e con minori ricadute ambientali. Tra queste, è stato valutato l’utilizzo di
anidride carbonica (CO2) per il recupero degli scarti di pomodoro. Gli estratti
ottenuti da bucce, semi e cascami interi sono stati analizzati per valutare il
quantitativo di carotenoidi. I risultati hanno evidenziato che gli estratti
ottenuti mediante l’utilizzo della CO2 avevano un elevato potere antiossidante,
con rese elevate.
Le buone ragioni dell’upcycling
L’upcycling può essere un valido alleato nel raggiungimento degli obiettivi
globali di sostenibilità, come ridurre le disuguaglianze nell’accesso al cibo e
rallentare il cambiamento climatico. Questi sistemi possono inoltre avere un
bilancio di carbonio negativo: assorbono più CO₂ di quanta ne emettano,
soprattutto quando le operazioni si basano su fonti rinnovabili e filiere
locali.
Da questo punto di vista, la scienza dell’upcycling si sta ben radicando: le
ricerche sono solide e le tecnologie sempre più affidabili. I metodi di
estrazione sostenibile (ultrasuoni, campi elettrici pulsati, anidride carbonica
supercritica), ad esempio, permettono già da tempo di recuperare da vinacce,
bucce o crusche sostanze di grande valore biologico, tra cui fibre, polifenoli e
antiossidanti. Parliamo di procedure che sono arrivate a garantire rendimenti
elevati e un’efficienza energetica competitiva.
> Uno studio condotto dall’Università di Pisa ha dimostrato che un estratto
> ottenuto dai residui del melograno possiede effetti cardiovascolari benefici,
> paragonabili a quelli di un farmaco antipertensivo.
Anche i cosiddetti bioprocessi stanno dimostrando che la fermentazione
selezionata (ad esempio con lieviti, batteri lattici, funghi) aumenta la
biodisponibilità di minerali e vitamine e migliora la digeribilità delle
proteine. Le sperimentazioni condotte in Italia lungo le filiere del vino e del
riso ci dicono che la sinergia tra agricoltura, industria e ricerca può
tracciare percorsi di innovazione sia dal punto di vista tecnico, sia da quello
economico e della sostenibilità ambientale. Inoltre sono sempre più documentati
gli effetti benefici sulla salute. Uno studio condotto dall’Università di Pisa
ha dimostrato che un estratto ottenuto dai residui del melograno possiede
effetti cardiovascolari paragonabili a quelli di un farmaco antipertensivo.
Il panorama dell’upcycling italiano
Una recente ricerca pubblicata sul Journal of Environmental Chemical Engineering
mostra come l’Italia disponga già di un sistema articolato di pratiche e
tecnologie per trasformare scarti agricoli e alimentari in risorse di valore, da
compost e biogas fino a bioplastiche e biocarburanti. Accanto ai processi
industriali più consolidati, come il compostaggio e la digestione anaerobica,
stanno emergendo filiere innovative basate su pirolisi, gassificazione o
fermentazioni biologiche, spesso sviluppate in centri di ricerca del centro e
del sud Italia. Queste nuove soluzioni, ancora in fase pilota, promettono di
ridurre sprechi, emissioni e dipendenza da fonti fossili, ma richiedono molti
investimenti, coordinamento tra territori e un quadro normativo capace di
favorirne la diffusione.
> La transizione alimentare non è solo una questione di tecnologie o ricette
> sostenibili: è, prima di tutto, una questione di fiducia.
Insomma: la tecnologia funziona, ed è a ridotto impatto ambientale, ma il
passaggio a una scala più ampia rimane una sfida per niente scontata. Occorre
garantire flussi continui, tenere sotto controllo le spese energetiche e
integrare in modo coerente tutta la filiera. Per quanto l’upcycling sia pronto a
decollare, senza un’infrastruttura adeguata non potrà crescere.
Fiducia, neofobia e linguaggio
La transizione alimentare non è solo una questione di tecnologie o ricette
sostenibili: è, prima di tutto, una questione di fiducia. Quando si parla di
cibi “rigenerati” le difficoltà non stanno tanto nei costi o nelle norme, ma
nella percezione. Lo mostra chiaramente un’analisi internazionale pubblicata nel
2024 sulla rivista Food Quality and Preference: a frenare l’upcycling alimentare
non sono i regolamenti, ma le persone. O meglio, alcune paure radicate, come la
neofobia alimentare, cioè la diffidenza verso i cibi nuovi o poco familiari, e
la tecnofobia, la paura che dietro certi processi si nascondano manipolazioni
poco naturali.
Eppure, l’interesse c’è. Più di un consumatore su due, soprattutto tra i più
giovani, è curioso di assaggiare prodotti upcycled. Ma la curiosità si traduce
in acquisto solo se il racconto è convincente. Funzionano le etichette chiare, i
dati trasparenti, un linguaggio diretto che spiega come e perché certi
ingredienti vengano recuperati. Al contrario, quando la comunicazione è ambigua
o troppo moralistica, scatta il sospetto.
> Quando il valore degli scarti viene spiegato bene, la gente non lo respinge:
> lo riconosce come una forma di intelligenza collettiva, un modo concreto e
> contemporaneo di pensare al futuro del cibo.
Non è lo “scarto” a spaventare, ma il modo in cui se ne parla. Le persone
reagiscono più all’ambiguità che all’origine del prodotto. Ciò che convince
davvero è la coerenza: sapere da dove arriva il cibo, come è stato trattato,
perché è sicuro. Serve un’esperienza sensoriale credibile e la sensazione che
dietro ci sia un progetto autentico, non una trovata di marketing. E qui entra
in gioco il linguaggio. Raccontare il valore del recupero in modo sobrio, legato
alla concretezza ambientale e alla tradizione del “non sprecare”, colpisce più
di qualsiasi slogan sulla virtù o sul senso di colpa. Quando il valore degli
scarti viene spiegato bene, la gente non lo respinge: lo riconosce come una
forma di intelligenza collettiva, un modo concreto e contemporaneo di pensare al
futuro del cibo.
Il discorso politico
Anche la dimensione politica e il dibattito d’opinione contribuiscono a
modellare le percezioni dei consumatori. Nel contesto italiano, l’innovazione
alimentare è oggi filtrata attraverso una lente marcatamente identitaria. Si
tende a privilegiare il valore simbolico del “cibo vero” e della filiera
nazionale, e si è cauti se non avversi alle forme di innovazione percepite come
“non tradizionali”, dai novel food (cioè alimenti o ingredienti nuovi per il
mercato europeo, non consumati in modo significativo prima del 1997), alla carne
coltivata, fino all’upcycling. Pur senza opposizione esplicita, il rischio è che
i cibi rigenerati vengano relegati a soluzioni tecnologiche estranee alla
cultura del made in Italy, quando in realtà, come abbiamo visto, rappresentano
una continuità con la tradizione del riuso e della frugalità tipica delle
culture locali. Il dibattito attuale riflette ancora una tensione ideologica e
irrisolta tra la necessità di innovare e la volontà di preservare, più che una
reale integrazione tra le due prospettive.
> Il rischio è che i cibi rigenerati vengano relegati a soluzioni tecnologiche
> estranee alla cultura del made in Italy, quando in realtà rappresentano una
> continuità con la tradizione del riuso e della frugalità tipica delle culture
> locali.
Nel complesso, la traiettoria politica e culturale attuale mostra un
rallentamento della spinta trasformativa: la transizione agroalimentare non è
ferma, ma procede in modo più frammentato e difensivo. Soprattutto dopo le
elezioni europee del 2019, quando l’agenda del Green deal, il patto verde che
mira alla neutralità climatica entro il 2050, ha subito un processo di revisione
per cui la Commissione ha spostato l’accento dalla spinta ambientale alla
semplificazione normativa e alla competitività delle imprese agricole,
introducendo margini di flessibilità che rallentano le ambizioni iniziali.
Anche nel dibattito sugli organismi geneticamente modificati e sulle nuove
tecniche genomiche, come l’editing con CRISPR-Cas9 o il prime editing, sono
emersi chiari segnali di ambivalenza. Mentre la Commissione e il Consiglio
europeo hanno aperto, nel 2025, a una regolamentazione più flessibile per le New
genomic techniques (NGT), una parte dell’opinione pubblica e del mondo politico
continua a guardare con sospetto a ogni intervento percepito come “artificiale”.
Cosa dice (e non dice) la legge
Sul piano regolatorio la situazione è ancora più complessa. Per gli alimenti
upcycled non esiste oggi una categoria giuridica specifica né a livello europeo
né nazionale: non c’è una norma che li definisca esplicitamente, né un percorso
autorizzativo dedicato. Questo significa che tali prodotti rientrano nel
perimetro della legislazione alimentare generale (sicurezza, tracciabilità,
etichettatura, igiene) e, quando necessario, nelle regole sui novel food, se gli
ingredienti derivati dal recupero non hanno un uso alimentare documentato prima
del 1997. In altre parole, l’upcycling vive in un terreno di normativa
implicita: tutto ciò che non è vietato è possibile, purché sia sicuro e conforme
ai requisiti esistenti.
> Nei laboratori italiani stanno prendendo forma tecnologie capaci di cambiare
> il destino degli scarti agroalimentari: dalla pirolisi che “cuoce” residui
> agricoli, alle larve di mosca che trasformano rifiuti organici in proteine e
> fertilizzanti.
Parallelamente, però, agiscono cornici concettuali che, pur non avendo valore
giuridico, influenzano la percezione pubblica e le strategie industriali. È il
caso del sistema NOVA, una classificazione sviluppata in ambito accademico per
studiare il rapporto tra grado di processazione e salute, sempre più citata nel
dibattito pubblico. Secondo questo schema molti prodotti upcycled possono essere
assimilati ai cibi ultraprocessati non per la loro qualità nutrizionale o
ambientale, ma per la natura dei processi utilizzati.
Oltre la tecnologia
L’upcycling, più che di nuove tecnologie, ha bisogno di infrastrutture di
conoscenza: osservatori, banche dati, criteri comuni di rendicontazione e
soprattutto informazioni chiare. È qui che si gioca la partita tra
sperimentazione e sistema. L’innovazione, fuori dalle retoriche soluzioniste, è
un processo collettivo che coinvolge saperi, politiche e responsabilità diffuse.
È la capacità di costruire connessioni stabili tra ricerca, impresa e
istituzioni, di trasformare la sperimentazione in infrastruttura e la tecnologia
in cultura.
E in effetti l’innovazione circolare del cibo procede. Nei laboratori e nei
distretti sperimentali italiani stanno prendendo forma tecnologie capaci di
cambiare il destino degli scarti agroalimentari: la pirolisi, che “cuoce”
residui agricoli per ottenere biochar, una sorta di carbone vegetale utile a
restituire carbonio e fertilità ai suoli; le larve della mosca soldato nera, che
trasformano rifiuti organici in proteine e fertilizzanti; e poi ancora i
bioprocessi microbici, le fermentazioni controllate, le estrazioni con CO₂
supercritica. Tutto questo disegna una nuova idea di produzione più circolare e
responsabile.
Ma la transizione non può poggiare solo sull’efficienza tecnica. Ha bisogno di
una strategia condivisa, sostenuta da politiche industriali coerenti, incentivi
mirati e norme capaci di evolvere con l’innovazione, e soprattutto di una
relazione di fiducia con i consumatori. E per costruire questa fiducia serve un
cambio di prospettiva culturale. Vale per l’upcycling come per tutta la
transizione ecologica: senza un nuovo modo di pensare il valore delle risorse,
anche le soluzioni più avanzate rischiano di non uscire dai cassetti dei
laboratori.
L'articolo Non si butta via niente proviene da Il Tascabile.
Tag - cibo
> Tu non ti distingui dagli altri uomini per il fatto d’essere uomo, ma per il
> fatto di essere un uomo unico.
>
> Da “L’unico e la sua proprietà”, Max Stirner
Preambolo
“Si crede di non poter essere più che uomini, piuttosto non si può essere meno”,
così Max Stirner quasi due secoli fa, e la questione Uomo resta voragine aperta.
Alla domanda del saggista La Porta “Chi dovremmo ammirare oggi nella vita?” in
un episodio radiofonico dedicato all’umanità ordinaria, segue questa riflessione
su chi siano gli eroi di un presente aggressivo-passivo, magniloquente-misero,
estremizzato a oltranza sull’idea di grandezza e sul recupero di una
spiritualità latente. Così mi è venuto alla mente un uomo dal nome che tanti dei
nostri padri davano al figlio maschio in omaggio all’ideale rivoluzionario. Si
chiama Ivan Fantini, classe 1971, da chef d’alto profilo negli anni 2000, oggi è
definito da poeti e artisti che l’hanno conosciuto un “cuoco dimissionario
eterodosso”; poco più che quarantenne lascia l’osteria del suo sogno esaudito e
comincia a disboscare e zappare un declivio di terra sotto una casa impennata
sulla collina di Gemmano, piccola frazione nel ventre della
Valconca. Boscost’orto è il nome s-composto che Ivan Fantini (da qui solo
Fantini) ha dato al perimetro verde da cui è ripartito, non per produrre, ma per
coltivare una vita dimissionaria, un altro stare al mondo. Siamo in una
provincia ricca della Romagna felix, Rimini, ma dovremo intenderci meglio su
cosa significhi la ricchezza oggi.
*
Mentre
Sento vagare nell’aria parole come dimissionario, anarchico, eterodosso,
riferimenti a una progressiva estinzione del rapporto tra l’individuo e l’ordine
sociale ed economico. Altre espressioni: anima cosmica, rivoluzionario, spirito
libero. Tutte queste espressioni, invocazioni portate ovunque dalla bocca di
tanti nell’ebrezza di affrancarsi da una vita imposta e sacrificata, da quando
ho coscienza dei disagi che la società vetero-capitalista aggiunge a quelli
naturali del vivere, tutte queste parole mi suonano vane, ricreative,
consolatorie. Parole simulacro che di rado conducono all’uscita reale (o anche
solo a una prova d’uscita) da un’esistenza agiata ma agitata, sempre più agita e
automatica, meno povera ma miserevole, prolungata oltre la vita media di un
secolo fa, ma nel dubbio – noi – di esser vivi, di aver dato corso anche a una
vita dopo la nascita.
Sono pochi – una minoranza significativa – quelli che rompono le ordinate
previste dal diagramma capitalistico e deviano a una personale diagonale
anarchica. Fantini è tra questi pochi, che vanno testimoniati, sostenuti come si
sosterrebbe un germe di nuova umanità.
Esiliato nel mio privato, inidoneo a definizioni identitarie, seguo questi
spiriti anarchici con la tensione di un discepolo infedele. Sono uomini e donne
che mi confortano e mi addolorano per quanto rivelano della mia possibile resa,
di una ripresa personale che richiede altra fatica; sono i cuori impavidi che
quelle parole sopra poi “le agiscono”, le onorano. Reagiscono al sopruso e alla
violenza del circo economico con uno spirito ritrovato scavandosi nella carne,
stanando nel sangue la linfa vitale, contro le paure sociali, i biasimi di una
coscienza ereditata e poi estromessa, ma dura a morire. Quei pochi che
riscrivono un compromesso con la storia corrente, da una terra che dona loro
alimento, e dalle botteghe degli sprechi cui dare valore. E riscrivono un
accordo ma a loro favore, proteso alla libertà e alla fede personali, a
nutrimento dello spirito, dei loro intimi bisogni; a detrimento di consumi
indotti, legami futili, compensi consolatori.
Sono quelli che Max Stirner richiama all’Unico, nel solo testo che scrisse nel
furore di un delirio anarchico dalle velleità universali. Persone esempi di un
umano possibile oltre il dettato dello sviluppo; sembianze di umano che si sono
fatte Uomini, evolute da individuo a coscienza viva; persone che si danno poi
alla comunità, alla pluralità, solo dopo aver riscritto il loro codice
d’anima. Vivono ai margini meno contaminati delle periferie, da lì risaltano a
noi, in serafica semplicità.
Li osserviamo da dentro un’esistenza assopita, ritmata da rituali di consumo e
di spreco, silenziosamente corrosa dal digitale, da quello che ormai chiamare
stress è un eufemismo, c’è chi dice burn-out, implosioni che affiorano in disagi
di ogni genere; combustioni che fanno di un giardino-vita terra arsa. Tanta
gente letteralmente scoppia, deflagra in bestialità e scompare in inferni
privati; pressurizzati dentro un oblio stordente, con lo scompenso che si
specchia e si deforma sullo schermo o nella chimica della sertralina coi
suoi effetti desiderati.
Assecondiamo lo scorrimento dei giorni, increduli della vita e delle sue
insipienze, accontentandoci di un’approssimativa identità civica, un ID una
SPID, dispensandoci dalla polis, credendo di fare politica con la carta di
credito o con lo slogan del momento, senza una fedeltà a nulla che non sia
d’immediata ricompensa. Ci votiamo però a resistere, e non sappiamo più nemmeno
a cosa e perché. Una resistenza passiva, impassibile. Ma sembra ancora meglio
così, perché lottare contro il presente è fatica vana, e una volta più liberi
cosa mai potremmo farcene di tutta questa libertà? Riempirla costerebbe troppo.
Ivan Fantini photo Elisabetta Tura
*
L’incontro
Dissidente culinario, rivoltoso della buona tavola e della buona vita,
antagonista del surrogato industriale e culturale, da oltre dodici anni Fantini
vive un’esistenza povera che fonde la pratica della terra alla dedizione a una
cucina spartana, selvatica, ma curata sotto ogni aspetto: cibo solo dai cicli di
natura, che viene condiviso senza che si metta mano ai soldi, cibo che si
spartisce con l’ospite, con lo sconosciuto e con gli animali.
Sono andato al Boscost’orto, a osservare il coraggio di essere interi e con la
lucida intenzione di far germogliare un orto in pendenza, tra lastre di calcare,
infestanti di bosco e parassiti. Pochi giorni prima, ho riletto un articolo di
Goffredo Parise sulla povertà, un pezzo rimesso in circolo sul web fa tra gli
anticorpi alla desertificazione mentale che la rete prevede e allo stesso tempo
scongiura. Lo scrittore de Il padrone e de Il sapore del sangue – in questo
articolo del 1974 – parla di povertà come qualità e misura, opportunità di
salvezza; povertà come risveglio, come ideologia positiva, antidoto al
superfluo, conoscenza di necessità. “La povertà è un segno distintivo
infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza”, così conclude Parise il suo
scritto. Povertà come filosofia esistenziale, retrocessione da consumi indotti,
abiti usa&getta assemblati in Pakistan o Bangladesh, dalle stesse ideologie e
dai frasari confezionati dai media; dalla ristorazione di massa, dai
supermercati onnipresenti, dall’ossessione del food in tutte le declinazioni
(street food, junk food, take away, food delivery) oltre alle app per mangiare
ovunque e di continuo, sempre, per sedare uno scompenso chimico-emotivo, per
stabilizzare la serotonina e poi dover ripiegare su diete fantasiose, a caro
prezzo.
Siamo masticatori ossessivi, feticisti del cibo, lo pensiamo, lo fotografiamo,
lo stocchiamo dappertutto nelle nostre dispense piene di chimica e di plastica
nonostante l’ossessione della green economy; lo adoriamo e non possiamo far
altro che scegliere il vegetarianismo o il percorso alimentare biocalibrato per
dar sollievo morale all’astinenza da endorfine. Questo fenomeno bulimico assieme
all’iperofferta di cibo ovunque, Parise lo aveva già notato mezzo secolo fa e da
allora ad oggi l’ossessione del food si è articolata in intrattenimento, moda,
broadcasting. Parlo di un articolo del 1974, scritto per un giornale reazionario
da un letterato a sua volta dimissionario, che ha vissuto gli ultimi anni di
vita solo, in una casa di campagna, scrivendo i Sillabari a congedo
dall’umanità. Con questo idillio pauperistico nella testa e i segni del
bracciante sui palmi, sono andato verso la Valconca, al Boscost’orto di
Fantini.
Un ampio sorriso mi ha accolto mentre ero ancora dentro l’abitacolo in pendenza
di parcheggio; il sorriso di un uomo che riconosce un altro uomo, che dà fiducia
e dispone più alla fratellanza che al contegno.
Seduti di fronte al bosco in quiete estiva, una bottiglia di Trebbiano da far
scorrere, i gatti intorno a sacralizzare, un ulivo secolare folgorato da una
bomba bellica o da un fulmine, Fantini si racconta tra ciò che è stato e ciò che
è diventato. Nessuna concessione al futuro, nessuna parola rivolta oltre il
respiro del momento. Mentre parla vedo l’uomo e l’animale, inselvatichiti
entrambi, rinsaviti entrambi all’esistenza; passano nel racconto il bambino
caparbio e il giovane ribelle ma solerte lavoratore, l’uomo e le sue spoglie del
prima, i lampi di un daimon irriducibile, riconosciuto e poi domato a nuova
vita. La sua storia è nota, il racconto biografico è già negli archivi del web,
basta un accenno. Come tanti – si potrebbe dire – Fantini ha incontrato una
crisi nel mezzo della vita, un rivolgimento esistenziale, ma diversamente da
tanti, anziché lasciarsi disidratare dal suo intestino, lascia alle spalle la
vita da chef blasonato della Rimini bene, trova per se una casa e un pezzo di
bosco pendente e ricomincia da lì, disboscando e dissodando, riponendo in se
stesso nuovi semi di vita: la scrittura, un orto ostico, la raccolta di scarti
dalla campagna e dalla macelleria, la loro trasformazione in cibi da consumare e
preparati da barattare.
Dopo le prime parole, sono usciti a parlare due occhi lupeschi, capaci di
attraversare le stesse contraddizioni della vita che comunque la rivolgi è una
condanna a soffrire, ad amare; le incrinature necessarie che ogni posizione
eterodossa porta in sé in lui paiono motivo di un superamento continuo del
conflitto interiore. A un certo punto ho capito che qualcosa di muto e potente
mi avrebbe interrogato nei giorni. Oggi, a distanza di due mesi, chiamo quella
cosa “tensione umana”, fede dell’uomo di superare sé stesso, di convertire un
destino assegnato in un nuovo corso; di oltrepassare un confine di paure,
spingersi al di là del tempo e lì trovare una luce somigliante alla gioia.
Quella forza vitale che passa dal dolore e dal buio gelato di tante solitudini,
è quella che mi ha chiamato (ci chiama in molti) al Boscost’orto nonostante ogni
riserva razionale e qualunque facile obiezione da benpensanti. Quella tensione
umana che oggi attrae molte persone la vogliamo vedere, sentire e assorbire, ne
vogliamo far parte, anche da inetti, anche fradici di web e di timori
borghesi: vogliamo tenderci un po’ più in alto del tubo digerente, a una forza
che insidia la caducità e la morte stessa.
Fantini racconta che le persone arrivano da lui e portano viveri da condividere,
portano arte, poesia, musica, stanno a Boscost’orto qualche tempo e ripartono –
come è capitato a me – con la voglia di raccontare l’incontro. Cura rapporti di
scambio e di sostegno con alcuni produttori locali e assieme organizzano
cenacoli, convivi, momenti sociali di confronto ma anche di dibattito serrato
sui temi del contemporaneo. Lo chiamano a raccontare la sua vita diverse
rassegne di cultura eterodossa, così come associazioni culturali e sociali
sparse in tutto il paese. Lui va, parla, legge passi dai suoi testi, mostra ai
giovani come si può ricavare un pranzo con quello che si trova nei campi e nei
boschi intorno, e i suoi compensi li chiede in natura: frutta, verdura, olio,
vino, caffè, tabacco.
Sono davanti a qualcuno che posso riuscire ad ammirare, mi sono detto; un uomo
che l’ironia più caustica non riesce a svilire. Continuando a parlare assieme ho
pensato che lo stesso Parise – che allora denunciava lo spreco, le mode ottuse
del consumo- oggi condannerebbe anche gli stessi poveri, colpevoli di essersi
abbandonati a una miseria interiore, al lamento passivo, alla elemosina di
stato. Non sono più i “poveri che hanno sempre ragione” che sollevarono sullo
scrittore orde infamanti da parte dei media: sono sempre più i poveri d’animo, i
poveri di spirito, i “poveri ricchi” che sognano il denaro come sognano d’esser
felici. Una massa di frustrati che agognano il denaro e che vorrebbero eliminare
anche gli stessi anarchici, simboli viventi di libertà, vessilli di rinuncia e
di rivolta. Il paradosso del lusso della povertà è lo stesso che induce
l’opulenza della società capitalista verso il disagio psichico e un’infelicità
impotente.
Ivan Fantini a Crisalide22
*
Digressione
La famigerata decrescita felice di Latouche e il fiorire di tendenze ecologiste
sempre più esaltate si sono fermate prima di convincere di una reale decrescita
delle logiche di produzione e consumo, trasformando piuttosto la fede green in
una nuova ondata di prodotti sempre più green ma non evergreen, da sostituire ai
grigi (ma più resistenti) prodotti degli anni ’80 e ’90. Ricordo momenti di
esaltazione collettiva sia in senso ecologico, sia in senso strettamente
politico, intervalli della recente storia sociale che hanno illuso molti
rispetto a cosiddetti modelli alternativi di stato democratico a guida popolare.
Illusioni, demagogie, infantilismi della politica, da cui siamo tornati alle
briglie di una destra riabilitata al governo, reazionaria e nazionalista quanto
basta per avere ampio consenso di massa. Ripenso all’uomo dimissionario di
Montaigne che La Porta cita nel suo libro “Elogio della vita ordinaria”: l’uomo
dalla vita elementare, esiliato dalla storia; l’uomo di sola sussistenza, che
non partecipa alla dialettica temporale, che si esclude dal corso del progresso,
si estromette dai gironi umani che hanno scritto conquiste e immani scoperte ma
anche infamie e disastri ammantati da utopie; quest’uomo indifferente ai dogmi
sociali, alla ricerca di se stesso, è sempre esistito ed è stato sempre
osteggiato sia dal potere che dalla massa, indispettita dal doversi confrontare
con una simile – insostenibile – libertà. Biasimato, combattuto e perseguitato
per l’indecenza di obbligare gli altri a sentirsi dei rinunciatari davanti a
lui, l’uomo dimissionario continua a sottrarsi, cammina avanti, anche a costo
della propria vita.
Molti si riducono, riparano a margine dei conflitti della società civile, e da
quel confine osservano chi riesce maggiormente a divincolarsi dal determinismo
economico-digitale. I marginali, a cui si orienta il mio stoicismo rudimentale,
hanno dignità di renitenti, di disertori, ma restano ostaggio del rammarico di
non aver vissuto a pieno la propria natura. Si sono dimessi, ma restano passivi,
nei casi più brillanti dei sognatori, dei lunari ispirati.
Accordata ai ritmi della propria biologia, al ciclo delle stagioni, alla
terra, la vita dei dimissionari anarchici è una vita eroica, che avvicina l’uomo
al mito, spostando un po’ più in alto la “questione umana”. Sono Unici e sono
umani, sono pochi ma possono muovere tanti. Ci insegnano il coraggio di
sottrarsi e rinunciare al conforto della materia e lo fanno senza nessuna
ostentazione, senza far altro che vivere come vivono. Siamo lontani dai
contemporanei influencer del web, dai guru della spiritualità post-cristiana,
maestri confezionati dai social per mitigare il disagio diffuso dello
smarrimento spirituale con le pratiche on line.
Portiamo i nostri mali esistenziali in terapia per potergli dare un nome. Così
diamo anche ai disturbi una loro economia: l’economia del disagio, che provvede
a fornire pillole della felicità e surrogati di umano in forma di pixel. Bisogna
resistere, starci dentro a tutti i costi, perché se ti allontani dall’ordine
devi essere straordinario e pronto, o rischi di soccombere.
Così tanti svaporano mentalmente quando non fisicamente, scompaiono
all’improvviso attraverso misteriose rotte asiatiche o africane, finendo in
pasto alla cronaca locale e al broadcasting psicho-noir. L’over-digitalizzazione
intanto vende, uniforma cervelli e ottunde; crea una dipendenza consolatoria e
annichilente. Mentre avanziamo verso la robotica dell’essere dopo quella
dell’avere in una vertigine disperata e afona, internet è diventato in vent’anni
l’onnipresenza di noi stessi dentro un mondo che indifferenziandoci ci
esalta. Intanto al Boscost’orto osservo da vicino qualcuno che è trasceso a sé
stesso, è uscito dalle guide prestabilite, ha disertato il proprio passato e
annientato l’ansia del futuro. Qualcuno che davanti al bivio tra il morire dove
la vita lo aveva portato e uscirne a rischio sì di cadere ma anche di tornare
vivo, sceglie di uscire, ricominciare dalla terra, dalle proprie mani.
Si è unita poi al tavolo anche Paola Bianchi, silfide in nera eleganza,
danzatrice e performer attivista emersa da tempo alla scena contemporanea e
compagna di vita di Fantini; abbiamo cenato assieme, sentendomi così accolto non
più da una ma da due anime affini. “Ecco il lusso della povertà” dice il cuoco
sparecchiando verdure e cibi cotti che non saranno buttati perché così si
manterranno a lungo. La povertà – torno di nuovo alle lontane parole di Parise –
“è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. […] è una
ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono convinto,
salverà il nostro paese”. C’è qualcosa di utopico in tutto questo, di folle e di
illusorio, profondamente umano? Forse. Forse all’utopia occorre la povertà, la
voglia estrema di cambiare il mondo – diceva Emil Cioran – viene solo al
disperato. Ma esiste ancora, questo sì, una disperazione brillante, facoltosa.
Una disperazione in rivolta.
Anonimo fra gli anonimi (Edizioni Barricate) è il titolo del primo libro di
Fantini quindi il suo primo manifesto, a riconferma di un’idea dell’uomo che si
fonde e si confonde nello scorrere dei cicli e delle stagioni; l’uomo senza nome
e senza più un passato, che onora una vita semplice, separata dai rumori e dalle
lusinghe del presente. Mi racconta di una comunità di persone, amici,
estimatori, artisti che negli anni più duri gli è andata incontro, lo ha
sostenuto e ancora lo sostiene. Oggi quella comunità si è allargata a tanta
gente comune e lo accompagna nel suo cammino verso una forma di autarchia da
baratto, da saccheggio di beni esposti al cielo, tra i boschi, ai confini di aie
agricole o sui campi a fine raccolto. Quella di Fantini è un’anarchia
autarchica, pacifica, ispirata – con riserva e forte senso critico – all’Unico
di Max Stirner, all’uomo che trova in sé stesso il governo del proprio mondo,
senza propaganda, senza intenzioni politiche né pedagogiche. Se si farà mito,
maestro, sarà per interposta azione di un destino inviolabile o della storia,
madre ignara dei suoi eroi negletti.
Dalle sue parole comprendo che questo cuoco dimissionario oggi cercato da
svariati soggetti della ristorazione, non cede al successo e alla celebrazione
della sua figura; respinge ogni proposta a rischio di ricaduta nell’economia di
mercato, si astiene dai social, diffida di qualunque incensamento che lo ascriva
al ruolo di “mental coach” o di “leader”. Semplicemente si espone, si dà corpo e
anima alla gente, si lascia raccontare dagli altri, a rischio di parzialità e
fraintendimenti.
Poco si può aggiungere a ciò che Fantini va dicendo da anni rispetto alle sue
scelte con una coerenza e un’onestà spietate, intransigenti. Bisogna guardarlo
in faccia, negli occhi, per capire che si è davanti a un uomo in rivolta
costante, a un tronco d’albero radicato nel sottosuolo dostoevskiano; che non si
può razionalizzare su nulla di quanto dica, senza sporcare di volgarità anche le
più consapevoli ingenuità di un anarchico di questo tipo, che per giunta vive in
Italia, in questi anni consegnati al “Vuoto”, “all’Abisso” dai residui filosofi
contemporanei. Si è davanti a un corpo e una mente che portano le stimmate della
fatica, dell’impegno, del dolore. Finché lo sguardo si fa bambino e sorride al
mio stupore davanti alla piccola cucina esterna, cabina in legno affollata di
pentole e utensili d’arte culinaria, con dentro ogni arnese per trasformare il
fortuito del giorno in un pasto. “Quella l’ho fatta io assieme agli amici Under
Mungo e Nico”, mi dice con lo sguardo rivolto a quello che sembra un laboratorio
d’artista più che una cucina. Lui prepara dentro quei pochi metri di terra
battuta le cene e i pranzi che condivide con chi lo va a trovare, portandogli
sempre qualcosa da spartire assieme, soprattutto portando umanità, smarrimento,
a volte solo ascolto. C’è un furore giocoso nelle parole di quest’uomo che ha
l’occhio mannaro e il sorriso dell’infanzia, e c’è anche un cristo inverecondo e
disobbediente al padre, a qualunque vangelo imposto; un cristo irriverente,
abdicato a sé stesso, fiero delle sue croci che sono le assi e le mensole della
sua stiva. Nel gesto e nella cura del dettaglio che fa di un vero cuoco un
officiante del rito, un alchimista del sapore, con un’attenzione e una cura
proprie dell’animale che nutre e sa, senza saperlo, anche pregare.
*
Conclusione inconclusa
Oggi la povertà di massa invia più il senso di un minor accesso al superfluo che
della vera mancanza di un sostentamento minimo.
Vorrei ascrivere Fantini, tutti i Fantini che seguono la via autarchica e
dimissionaria, all’espressione di “poveri privilegiati” nel senso più alto del
termine: persone rinsavite all’essenzialità e all’umanità che ancora pochi si
possono permettere: per il timore di “fallire peggio” e precipitare oltre, per
la mancanza di fede nell’Uomo e i suoi Angeli, e per non avere sofferto fino in
fondo e con piena coscienza le oppressioni del presente; di averle in qualche
maniera integrate, digerite, assieme a tutto quello che si ingurgita di
continuo.
Ivan Fantini assieme a Paola Bianchi – simbolo di unione virtuosa e resistente –
mi hanno mostrato e continuano a rivelare che il vero lusso è liberarsi del
superfluo e non rimpiangerlo più: non avere cancelli e porte blindate per
difendersi dai propri simili, non doversi soprattutto proteggere dalle proprie
scelte, accoglierle e dar loro nutrimento e forza, radicarle sotto i passi di
danza e di vita.
Michele Montanari
*In copertina: Ivan Fantini ritratto da Giancarlo Tonti
L'articolo L’Unico e la sua immanenza: viaggio verso Ivan Fantini, cuoco
dimissionario & anarchico proviene da Pangea.
A nna, Simone e Jack fanno il loro ingresso nel Walhalla neoliberale, ad
accoglierli trovano i loro familiari, madri, padri, fratelli, compagni, riuniti
per infondere il coraggio necessario a superare la prova finale. Sulla
balconata, il luogo della salvezza e infine della sconfitta, stanno appollaiati
i concorrenti sconfitti in battaglia. Sono erinni o eumenidi, pronti a
banchettare con le aspirazioni infrante dei finalisti che verranno eliminati per
decretare il vincitore della quattordicesima edizione di MasterChef.
Le tre postazioni dello scontro finale sono pronte a servire il quattordicesimo
menù di una grande abbuffata che va avanti ininterrottamente da più di
vent’anni, in varie parti del mondo. La triplice dea italica, gli chef
Barbieri–Cannavacciuolo-Locatelli, è pronta a divorare l’ultimo fiotto
energetico di questa edizione. La bicromia arancio e blu eleva l’arena fino in
cielo; gli sprazzi di sole tendente al rosso, anticipazione del sangue che
scorrerà, si fondono alla calma di Urano, l’azzurro del cielo, sfondo
autoritario cesellato con le divise dei tre finalisti, bianche, di un candore
che occulta la loro matrice sacrificale: sbianchite dall’eliminazione di altri
diciassette “aspiranti chef”.
Il format televisivo di Sky illustra meglio di qualsiasi altro linguaggio
codificato la materialità e verità del samsara vedico; in questo senso, il
successo di MasterChef, è l’ennesimo segno di una forma circolare del nostro
tempo, se vogliamo, un segno della persistenza del primitivo. La quattordicesima
stagione di Masterchef Italia si è conclusa. Il pubblico ha ottenuto quello che
desiderava: un senso perenne di déjà-vu, nessuna rivoluzione, solo un sapiente
mix “di tradizione e innovazione”.
Il successo di format come MasterChef e la viralità di contenuti legati a cibo,
sesso e animali non sono casuali, ma rispondono a una logica profonda che
intreccia dimensione mitologica e algoritmica. Se MasterChef si fonda su un
rituale antico – la preparazione del cibo come atto di creazione, giudizio e
condivisione – la sua sopravvivenza nel panorama mediatico dipende dalla sua
capacità di essere rimontato, spezzettato e trasformato in contenuti digitali.
Se si vuole, la sua capacità di essere divorato, digerito ed espulso. Questa
dinamica riflette una continuità tra il meccanismo ciclico della ripetizione
mitologica e quello dell’ottimizzazione algoritmica del flusso di attenzione
online.
> Il successo di format come MasterChef e la viralità di contenuti legati a
> cibo, sesso e animali non sono casuali, ma rispondono a una logica profonda
> che intreccia dimensione mitologica e algoritmica.
Cibo, sesso e animali – in particolare i gattini – sono tra i principali
attrattori dell’ecosistema digitale perché attivano risposte emotive profonde e
immediate, legate alla manducazione, alla riproduzione e alla cura, bisogni
primari dell’essere umano. Ma il loro impatto non è solo istintivo: questi temi
si prestano alla variazione continua, un principio chiave sia nella trasmissione
mitologica sia nelle strategie dell’economia dell’attenzione. Ogni video di una
ricetta o di un gattino, così come ogni puntata di MasterChef, pur ripetendo uno
schema noto, introduce sempre una minima variazione che ne mantiene la
freschezza e ne prolunga la circolazione. La viralità diventa quindi un fenomeno
che combina archetipi narrativi e modelli computazionali, mostrando come il
digitale non crei ex novo nuovi miti, ma li riformatti secondo le logiche della
piattaforma. D’altronde, il meme ha garantito una sopravvivenza al programma, al
punto che, nella sua seconda vita sulle piattaforme digitali, l’oggetto di
MasterChef è diventato MasterChef stesso, un continuo e sapiente rimasticamento
del già noto, affinché un flusso costante di cibo, materia viva trasformata in
materia morta, diventi carburante per la diffusione virale degli sponsor dietro
lo show.
A ogni portata che viene poggiata sul bancone del giudizio, lo spettatore,
educato a riconoscere la necessità di un impiattamento architettonico minimale,
è pronto ad urlare “È un mappazzone!” qualora il piatto presentasse i segni di
una volgare quotidianità.
Nonostante alcune novità, come la golden pin che garantisce l’immunità a chi la
conquista, tra continui rimproveri, quasi sempre perché il sale è deficitario o
perché la reazione di Maillard non è stata eseguita alla perfezione ‒ da notare
un costante dispregio della bollitura, tecnica di cottura che viene
costantemente associata al cibo delle mense e degli ospedali che ha la
sventurata funzione di nutrire ‒ MasterChef continua a seguire la sua ricetta
stellata: mistery box, esterne che valorizzano la biodiversità culturale
italiana e pressure test che ricordano a tutti quanti, spettatori e concorrenti,
che il nemico dell’uomo è da sempre il tempo, addomesticato solo dall’ordine e
dalla disciplina.
> Questi temi si prestano alla variazione continua, un principio chiave sia
> nella trasmissione mitologica sia nelle strategie dell’economia
> dell’attenzione.
E allora, a prova che la realtà spezza le reni alle sue simulazioni, una volta
calati nell’arena, si dimentica in qualche modo tutto ciò che si era appreso
come spettatori e alla prima registrazione i concorrenti tremano, sono goffi,
quasi desiderosi di sbagliare, perché infine, come il pubblico a casa, nelle
riprese strette sullo sguardo dei giudici, essi ritrovano la glacialità del
rimprovero paterno: ciò per cui abbandonano carriere avviate è il desiderio di
essere umiliati. Scrivere della finale di questa stagione sarebbe come scrivere
di ogni altra puntata, di ogni altra finale, perché MasterChef è eterno come
eterna è la nostra voglia di vedere i concorrenti spezzati, “cucinati in olio
cottura”, lentamente e a bassa temperatura: è la nostra dose annuale di sadismo
confit.
Anna, la disoccupata di ascendenze cinesi, è pronta a far incontrare i mondi che
l’hanno generata. Il suo personaggio è l’ultimo strato di un classico di
MasterChef Italia, lo straniero e l’italiano di seconda generazione. In Anna
scorrono mille vite: c’è Spyros, il vincitore della prima edizione, Rachida e i
suoi pianti, la barese Jia Bi della decima edizione, ma anche Tracy. Quella che
ha accompagnato Yi Lan “Anna” Zhang è una struttura narrativa che ha mostrato
grande capacità di sopravvivenza all’interno del programma e che nel suo caso si
intreccia a quella dello straniero “integrato”; un occhiolino a Mounir, l’expat
di origini marocchine, un archetipo inevitabilmente più accattivante per il
pubblico piccolo borghese, che in questo modo non deve mettere in discussione le
proprie certezze.
Il menù degustazione in cui eviscererà sé stessa, per darsi in pasto, o meglio,
in assaggio, ai giudici, si chiama “L’eden di Yi Lan”, “un’oasi” in cui la
concorrente vuole accogliere le persone per far scoprire loro le origini che la
caratterizzano. Si inizia con “L’albero della vita e l’elisir di eterna
giovinezza”; dopo sessanta minuti è il primo antipasto a essere annunciato dal
suono della campanella. Si tratta di una chips di riso che nasconde una
capasanta, accompagnata da mela verde, daikon e aioli alla menta, servita con
elisir di kombucha e agrumi. Il moloch tricefalo seduto al tavolo sacrificale,
manda giù l’elisir e assaggia: qualche nota stonata nella polvere di daikon ma
il piatto possiede una “delicatezza disarmante”: Il dio è soddisfatto. La prima
prova di Anna è superata: il sacrificio può continuare.
È il turno di Simone, anch’egli desideroso di essere consumato; gli operatori,
subdoli, lo inquadrano mentre ascolta i giudici elogiare il primo sacrificio di
Anna. Ha scelto fin dall’inizio di indossare la maschera del villain, il
personaggio che si mostra lucido nella competizione, non fa sconti, esulta in
faccia ai perdenti, crolla quando fallisce. Simone è Tiziana Stefanelli,
l’avvocato della seconda edizione, vincitrice odiata da pubblico e concorrenti,
ma è anche Gilberto Neirotti, il bambinone perfettino dell’ottavo ciclo di
rinascita del programma, reincarnato poi in Maria Teresa, finalista della nona
edizione, figlia di una madre esigente incapace di esprimere amore; il dolore ha
plasmato una macchina assassina e spietata. Simone è il volto oscuro di Anna
Zhang: lei, favolosa creatura nel mondo di Amélie, lui, imprenditore con dalla
sua la tecnica e le tendenze fusion, che però sceglie la via della
conservazione, è pronto a raccontare il suo Piemonte e a mostrare che vincere è
l’unica cosa che conta, nel calcio come nella cucina.
Per Simone Grazioso conta solo la competizione in sé, “non ho intenzione di
farmi degli amici a Masterchef”, il suo unico obiettivo è lasciare che i giudici
consumino le sue carni attraverso il menù “Un giro nelle Langhe”. Vuole dar loro
l’autentico gusto della tradizione e della famiglia. Dopo la delicatezza
disarmante dell’antipasto di Anna, è quindi la volta di “Il vitello che
abbraccia il tonno”, un tentativo fallito di rivisitare la tradizione ‒ guai! ‒,
ma il taglio troppo spesso della carne la fa apparire per quello che è: morta.
Furio Jesi riconosceva al cuoco l’abilità di confezionare e far apparire
squisito il cadavere dell’animale, rimarcando il fatto che per apparire
appetitoso il cibo debba simulare una pulsante vitalità, che nulla ha da
spartire con la reale apparenza della materia viva. La gastronomia e la cucina
sono in tal senso dei modi di occultare la morte con l’illusione della vita.
Simone ha fallito questo principio, la sua illusione non è andata a segno e
Locatelli trova inquietante il piatto.
> I concorrenti tremano, sono goffi, quasi desiderosi di sbagliare, perché nelle
> riprese strette sullo sguardo dei giudici, essi ritrovano la glacialità del
> rimprovero paterno: ciò per cui abbandonano carriere avviate è il desiderio di
> essere umiliati.
L’antipasto di Jack è il terzo piatto a essere presentato, si tratta di un
viaggio, “Roadtrip”, che per lo chef Cannavacciuolo finisce per andare un po’
troppo fuori strada. Lo scampo alla griglia che doveva unire il Mediterraneo con
la salsa pil pil di scampi e wasabi, mescolamento tra cultura basca e
giapponese, non riesce ad andare molto in là, rimanendo impigliato tra le
fragranze nordeuropee dell’olio all’aneto e il contrasto troppo azzardato della
crema sweet and sour di zucca e arancia. Manca bilanciamento, segno forse di un
azzardo, che caratterizza da sempre l’archetipo dell’enfant prodige, in cui
prende posto il ruolo di Jack nel cooking show.
Rispetto a narrazioni rassicuranti, come quella di Anna, o rispetto alla
violenza dell’approccio da villain, come quello di Simone, nel giovanissimo
creativo è sempre tutta una questione di equilibrio tra genialità e completo
fallimento; il pubblico vuole l’altalena delle emozioni, schema che ricorda la
figura di Icaro e spinge lo spettatore a voler vedere fino in fondo dove le ali
di cera porteranno il concorrente. Jack è stato comunque in grado di trasformare
personaggi a loro modo tragici, come quello di Valerio Braschi, “strambo” e
geniale ma condizionato da un incidente che lo ha segnato nel fisico, in
un’oscurità camuffata da un aspetto innocente, caratteristica che ha
magnetizzato l’interesse del pubblico. Il conflitto con i genitori e l’assenza
del padre, così come la carriera scolastica turbolenta e il dramma dell’alopecia
nascosto dal trapianto di capelli, rendono il concorrente autore del menù “Ci
vediamo dall’altra parte”, un mix sapiente di instabilità e fragilità, figlio di
un passato aspro che però non traspare nel suo volto rotondo e gioviale.
Parliamo di un concorrente con tutte le carte in regola per vincere l’agognato
montepremi.
Un menù degustazione è, in ultima analisi, un dispositivo di dissipazione
controllata, un’architettura del dispendio che si contrappone alla funzione
primaria del nutrimento. Se, nella sua essenza più pragmatica, il cibo è
destinato a colmare un vuoto, la ricerca culinaria che sottende un menù
degustazione lo amplifica, lo prolunga, lo trasforma in esperienza. In termini
batailliani, il consumo calorico progressivo non risponde a una necessità
biologica, ma a un’economia del lusso, dove l’energia non è investita in
funzione della sopravvivenza, bensì della perdita, dell’eccesso, del superfluo.
MasterChef si erge a paradigma di questa logica, tracciando il percorso della
gastro-civiltà verso un’adesione totale allo spettacolo, la forma più raffinata
del capitalismo. Guardando il programma, e con una minima cognizione della
stupidità intrinseca del mondo naturale, ogni tentativo di opporre capitalismo e
natura si rivela per ciò che è: non una critica, ma un’operazione di
addomesticamento, il tentativo di ridurre l’essere naturale a oggetto da
proteggere, anziché riconoscerne l’agency brutale e insensata, crudele macchina
di morte.
> Il pubblico vuole l’altalena delle emozioni, schema che ricorda la figura di
> Icaro e spinge lo spettatore a voler vedere fino in fondo dove le ali di cera
> porteranno il concorrente.
In principio c’è solo la carne morta, materia inerme e informe, una promessa di
nutrimento che ancora non ha subito la trasfigurazione del fuoco, della mano,
del desiderio. L’entrée è il primo atto della mistificazione: la carne si
dissolve nella rarefazione del boccone, si fa impalpabile, sussurrata nelle
emulsioni, nelle spume, nei brodi chiarificati che ne trattengono il fantasma
senza concederne il peso. È un’evocazione, una traccia. Il corpo dell’animale è
già stato violato, ma la sua carne non è ancora apparsa. Dopo il primo atto del
sacrificio, il rito accelera, inghiotte il tempo. Il coltello non è più
strumento, è estensione del braccio, volontà cieca che incide, divarica, espone
la carne. Il pubblico trattiene il fiato: la separazione è inevitabile, il
taglio deve essere netto, la temperatura perfetta, il sangue deve sapere di sale
e resa. I tre finalisti non cucinano: si scuoiano vivi, si sventrano con
eleganza metodica.
Il primo piatto rappresenta la fase intermedia, il momento in cui il glutine,
con la sua trama elastica e resistente, assume il compito di tenere unito il
sacrificio. Il grano avvolge, contiene, modella. La carne morta si fa ripieno,
si fonde nei legami dell’amido e si nasconde nella struttura della sfoglia,
pronta a rivelarsi solo quando il coltello o i denti spezzeranno l’involucro. E
le salse? Sono il primo accenno di decomposizione sacra, il fluido che ridona
succosità a ciò che ha perso il suo sangue.
> Il primo piatto rappresenta il momento in cui il glutine, con la sua trama
> elastica e resistente, assume il compito di tenere unito il sacrificio. Il
> grano avvolge, contiene, modella. La carne morta si fa ripieno.
Il primo a esporsi al fuoco è Simone. “L’alba nel piatto” è un’illusione
crudele, la pasta un’epidermide tesa, il tuorlo un organo pulsante, sospeso tra
la vita e la coagulazione. Il tartufo lo avvolge con la carezza di un sudario
profumato, la fonduta scorre come plasma dorato. Il primo morso è estasi e
condanna. Simone si apre, si consegna, e i giudici banchettano. Non può più
tornare indietro.
Anna avanza con “Il sorriso di mia madre”. Depone i ravioli come reliquie di un
corpo ancora caldo. La sfoglia è pelle sottile, i garusoli carne scavata dalla
conchiglia, il dashi una pozza amniotica in cui galleggiano ricordi e
fermentazione. Ma c’è un’imperfezione. Minima, invisibile quasi, ma Anna lo sa:
il sacrificio esige precisione.
Jack è il terzo. “Giro nel mondo” è un crocevia di sapori che sfidano il limite.
Il king crab è fibra che si dissolve, il plancton porta il respiro dell’oceano,
il brodo dashi salda ogni legame. Ma il caviale spinge il piatto sull’orlo del
precipizio. Cannavacciuolo approva, Locatelli si irrigidisce. Jack è un
equilibrista che sente la lama della propria audacia premere sul collo.
Il secondo è l’apoteosi della carnalità: né il mare né la terra sono al sicuro,
qui il sacrificio si mostra nella sua pienezza, qui il corpo morto viene
ricomposto in una nuova forma, quella che la cottura trasforma in seduzione. La
pelle si tende sotto la laccatura, il grasso vibra nella temperatura perfetta,
le fibre si rilassano nel tepore degli umori interni. È il momento in cui la
carne si offre per quello che è, un ex corpo che si finge vivo attraverso il
calore, attraverso il colore che richiama l’illusione del sangue ancora
pulsante. Ma è un’illusione crudele, perché proprio nel momento in cui la carne
sembra rinascere, si dispone al consumo definitivo. I secondi piatti sono la
carne vera, il cuore del rito. Il fuoco dev’essere domato, il taglio deve cedere
ma non troppo, la pelle deve resistere e poi arrendersi con la giusta misura.
> Il secondo è l’apoteosi della carnalità: né il mare né la terra sono al
> sicuro, qui il sacrificio si mostra nella sua pienezza, qui il corpo morto
> viene ricomposto in una nuova forma, quella che la cottura trasforma in
> seduzione.
Jack si offre per primo. “Profondo bianco” è un pesce sospeso tra vita e aldilà.
Il beurre blanc lo avvolge come un sudario oleoso, il pepe di Sichuan tenta di
riportarlo alla coscienza con una scossa elettrica. “Il pesce è cotto
benissimo”, sentenzia Cannavacciuolo. Jack respira, ancora in piedi. Ma per
quanto?
Anna segue. “Il potere del tempo” è un pezzo di maiale laccato che racconta la
storia della sua lunga agonia. La pelle è tesa, lucida, promessa di sapore e
morte lenta. Cetrioli e susine fingono una tregua, ma il peperoncino e i ricci
di mare scavano nella carne come un coltello invisibile. Il piatto è potente, ma
qualcosa resiste, si oppone al completo annientamento. I giudici lo notano. Il
sacrificio è imperfetto.
Infine, Simone. “Anatis” è un’anatra che cerca di conservare la memoria del suo
battito. Cotta a bassa temperatura, deve ancora vibrare sotto il coltello. Ma il
fondo è troppo invadente, la carne parla una lingua che gli altri ingredienti
non riescono a domare. Locatelli osserva in silenzio. Il sacrificio sta
crollando. Qualcuno ha sbagliato la formula.
Resta il dessert. L’ultima, ingannevole, carezza. Il dolce è la rivelazione
finale, la manifestazione del superfluo assoluto, il compimento della
dissipazione. Qui l’energia contenuta nella carne morta è stata definitivamente
smaterializzata, sublimata in una zuccherosità senza origine, senza funzione,
senza più alcun legame con il mondo animale o vegetale. Il dessert è puro
eccesso, energia sottratta al ciclo naturale e riconvertita in lusso diabolico.
È il momento in cui le calorie si liberano dalla materia e si fanno astrazione,
divengono essenza iperreale del cibo. Nulla nutre, nulla sazia: tutto brucia,
tutto è superfluo.
L’invenzione del dessert segna l’apocalisse dell’economia del necessario: è la
tavola che si incendia senza riscaldare, il sacrificio che non placa nessun dio
ma alimenta solo la vertigine del troppo. Crema, caramello, liquori infusi,
fritture leggere come l’aria, gelatine che tremano sotto il peso di una colpa
inesistente: ogni elemento del dessert grida la sua natura di spreco. È la
celebrazione estrema della perdita, la consacrazione dell’eccesso al di là del
limite. Nel dessert si tocca il fondo e insieme lo si nega: esso annuncia la
fine del pasto, ma lo riapre su un nuovo appetito, un’avidità che non si spegne,
un piacere che si autoalimenta. È l’ultima luce prima della caduta, la promessa
di un ultimo morso prima dell’abisso.
> Il dessert è puro eccesso, energia sottratta al ciclo naturale e riconvertita
> in lusso diabolico. È il momento in cui le calorie si liberano dalla materia e
> si fanno astrazione, divengono essenza iperreale del cibo.
Anna apre con “Uguale babà, no?”. Un dolce che è spugna di memoria, che assorbe
il rum come un ultimo respiro prima della fine. L’osmanto sfiora il confine tra
nostalgia e oblio, la mousse di mozzarella fluttua tra il dolce e il salato come
un miraggio. Ma il babà pesa. È il ritorno impossibile, il passato che non può
essere ingoiato senza conseguenze. Anna chiude gli occhi.
Nel dessert il sacrificio è consumato del tutto. Non resta più nulla della carne
se non il suo riflesso nell’estasi del glucosio, una dolcezza terminale che,
come ogni atto estremo di spreco, si avvicina alla vertigine della morte. Ultimo
atto della grande liturgia del dispendio, l’innalzamento definitivo dell’inutile
a necessità suprema. Non esiste più il bisogno, non esiste più la fame: il
dessert è l’estasi terminale, l’accumulo sfrenato di zuccheri, grassi e artifici
chimici che non rispondono ad alcun imperativo biologico se non a quello della
dissipazione assoluta. È il punto in cui il pasto, già superfluo, si sublima in
una profanazione eccessiva, una sfida lanciata al corpo, un atto di pura
trasgressione contro il principio della misura.
Jack segue Anna con “Fioritura”. Gelato ai fiori di sambuco, gel di lime e
jalapeño, tulle di moscovado. Il crumble alla vaniglia scricchiola come ossa
sotto il brodo di fragole. Il piatto è un inganno gentile: la carne è stata
macellata, il sangue versato, eppure ora tutto è lieve, etereo. Jack esce dal
rituale con un respiro leggero.
L’ultimo è Simone. “Il mascarpone incontra il Barolo”. Nocciole sbriciolate,
cioccolato colante, mascarpone che si sforza di chiudere la ferita. Ma il Barolo
tradisce tutto. Ferroso, acido, riporta ogni cosa al sangue, alla carne, al
taglio che non può essere nascosto. I giudici deglutiscono. La sentenza è
vicina.
> Il gusto, anziché portare alla sazietà, accende un desiderio ulteriore,
> mantenendo il commensale in uno stato di sospensione, in cui la soddisfazione
> è sempre rimandata.
Tre piatti vuoti, tre corpi svuotati. Ogni portata è una fiammata che non
riscalda, ma brucia senza generare un’utilità immediata. Il gusto, anziché
portare alla sazietà, accende un desiderio ulteriore, mantenendo il commensale
in uno stato di sospensione, in cui la soddisfazione è sempre rimandata. In
questo senso, il menù è una forma di potlatch gastronomico: un sacrificio
simbolico in cui la funzione primaria del cibo (nutrire) viene sovvertita in
nome di una logica dello spreco raffinato. Il sacrificio è consumato.
Mentre l’ultimo boccone si scioglie nella bocca del giudice e il vincitore viene
proclamato, il ciclo è già pronto a ripartire. Ha vinto Anna, ma la MasterChef
della quattordicesima edizione è solo una regina di maggio. Nuove aspirazioni,
nuove carni da sacrificare, nuovi corpi pronti a essere spezzati per il piacere
collettivo. MasterChef non finisce: si replica, si propaga, si moltiplica come
un virus memetico. E noi, spettatori affamati, siamo già pronti per la prossima
stagione.
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