“G randezza e progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in
cui tratta gli animali”. Questo diceva Gandhi, ma è una lezione alla quale la
modernità dell’umano fa ancora orecchie da mercante. Se neanche tra loro gli
esseri umani riescono a evitare violenze e massacri, figuriamoci con gli
animali: in tempi odierni questi ultimi sono sempre più vulnerabili, sfruttati e
in costante pericolo di sparire dalla circolazione. Ci permettiamo a questo
proposito di aggiungere una postilla al detto di Ghandi: che la grandezza di una
nazione si può giudicare anche dal ruolo che ha la poesia nel sensibilizzare su
questi temi. Teodora Mastrototaro, poetessa (premio speciale della giuria a
Bologna in lettere con il suo scritto Legati i maiali del 2021), drammaturga e
attivista animalista, è per l’ appunto una di quelle poche personalità che si
prendono sulle spalle la responsabilità poetica di dare voce alle vittime di un
sacrificio gratuito in nome del dio “progresso”, che questo Paese non sembra
riconoscere a giudicare dal discorso legislativo (basti pensare alle leggi sulla
caccia, che non hanno nessuna cura delle specie protette) e dal punto di vista
empatico (si legge sempre di più di maltrattamenti aberranti su animali inermi),
e potremmo continuare per ore. Preferiamo però parlarne direttamente con
Teodora, facendo il punto della situazione attraverso l’analisi del suo nuovo
libro, Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia) (2025), edito da Marco
Saya Edizioni.
TEODORA, LA PRIMA DOMANDA È MOLTO DIRETTA: TU FAI POESIA ANTISPECISTA. VUOI
SPIEGARLA A GRANDI LINEE PER I NON AVVEZZI AL TEMA?
Certamente. Per sintesi definisco la mia “un’arte antispecista”, che si declini
attraverso la poesia, monologhi o testi teatrali più ampi. Andando più nello
specifico, direi che io faccio poesia e arte di denuncia dello specismo, che è
un’ideologia oppressiva invisibile poiché normalizzata e naturalizzata. Molte
persone non sanno cosa sia lo specismo e non sanno di essere speciste, che non è
un insulto, ma soltanto il disvelamento del modo in cui ci relazioniamo agli
altri animali, negandogli soggettività e considerandoli solo in funzione dei
nostri interessi. Invece gli altri animali sono soggetti della loro stessa vita,
vale a dire che hanno coscienza, esperienza del mondo, lo interrogano, lo
attraversano, in quando individui pienamente senzienti e desideranti.
RACCONTACI DI COSA PARLA IL LIBRO LE MUCCHE SE NON LE MUNGI ESPLODONO (DI GIOIA)
E SOPRATTUTTO A CHI È INDIRIZZATO.
Questo libro, come recita il sottotitolo, è un inventario della crudeltà sugli
animali, frutto di una ricerca ampia durata anni. Una ricerca che mi ha messo
emotivamente a dura prova perché mi sono imposta di ricordare fatti che sarebbe
stato meglio dimenticare e pratiche che non avrei mai voluto conoscere. Quando
si indaga nelle pratiche che coinvolgono gli animali e che chiamiamo “progresso”
è come spalancare un luogo buio e terrificante e bisogna entrarci, camminarci,
trovare il coraggio di capire cosa accade e spesso, troppo spesso, ci ritroviamo
a chiederci “perché?”. Un “perché” che racchiude tutte le domande sul male del
mondo, che non è un male metafisico, ma reale, che ci appartiene, che produciamo
noi. Mi viene in mente lo sguardo attonito del piccolo Useppe, il protagonista
del romanzo La storia di Elsa Morante, affetto da epilessia, che dopo l’ennesima
visita in ospedale, con la sua innocenza alza il viso verso la madre e le chiede
“A ma’, perché?”. La madre non sa rispondergli, ma capisce che è la stessa
domanda che si è posta anche lei incrociando per caso un treno che stava
deportando gli ebrei ai campi di concentramento.
ESISTONO DELLE RISPOSTE A QUESTO “PERCHÉ”?
Riguardo gli altri animali le risposte ci sono, e la fine di questa violenza
agita dipende anche da noi, almeno di quella legalizzata. Andando a ritroso nel
tempo e arrivando fino ai giorni nostri, ho messo insieme oltre un’ottantina di
fatti in cui individui di specie diverse sono stati vittime di crudeltà: episodi
protratti nel tempo in cui la morte, in alcuni casi, è arrivata,
paradossalmente, come una liberazione, o episodi brutali che hanno colto gli
animali nel pieno delle loro esistenze, spezzandole ferocemente. Ogni episodio è
composto da un trafiletto breve in prosa che lo descrive brevemente e poi da una
composizione in versi che ne rende possibili interpretazioni altre, facendone
esplodere il senso, talvolta tramite l’uso del sarcasmo, altre ancora obbligando
il lettore o soffermarsi con sguardo inedito.
IL TESTO HA UN OBIETTIVO BEN PRECISO, GIUSTO?
Si, è quello di sottrarre all’anonimato e alla dimenticanza questi individui che
sono stati vittime di crudeltà; che si tratti di violenza sistemica (e
sistematica), quindi legalizzata, o di violenza compiuta da singoli, a me
interessava porre al centro lo squilibrio di potere tra le persone umane e “le
piccole persone” (citando Anna Maria Ortese) che sono totalmente alla nostra
mercé e per cui solo una minoranza reclama giustizia. Ogni giorno vengono uccisi
miliardi di individui nell’invisibilità più totale, spesso dopo una vita di
continue sofferenze e noi di loro non sappiamo, non abbiamo saputo, non sapremo
mai nulla. Il singolo fatto che per qualche ragione esce dall’anonimato e
diviene fatto di cronaca si configura come atto paradossale, poiché è solo nella
morte che riusciamo a vederli per un attimo: stelle cadenti che hanno concluso
il loro ciclo vitale e che per pochi secondi, forse, illuminano la nostra
coscienza e ci mostrano chi siamo; ma anche l’opposto: chi possiamo rifiutare di
essere accogliendo il principio del rispetto delle altre specie.
LE MUCCHE SE NON LE MUNGI ESPLODONO (DI GIOIA) È UN LIBRO MOLTO DIFFICILE DA
LEGGERE, POICHÉ È DIFFICILE SOSTENERE LA BRUTALITÀ DEI FATTI CHE DIVENTANO
PAROLA E POESIA. I FATTI, COME GIÀ SOTTOLINEATO, SONO LA CRUDELTÀ GRATUITA SUGLI
ANIMALI, CHE IN UN CERTO SENSO TU RESTITUISCI AL LETTORE CHE SI TRASFORMA NELLA
VITTIMA ANIMALE NEL TESTO. PERCHÉ NOI SIAMO TUTTI ANIMALI, GIUSTO?
Noi siamo animali e dirò di più: non siamo animali speciali, ma in continuità
evolutiva con le altre specie. Il nostro DNA ha il 98% in comune con quello di
uno scimpanzé, il 90% con quello di un gatto, il 60% con quello di un moscerino.
Eppure tendiamo a prendere le distanze per quel minimo che ci differenzia
anziché avvicinarci al tanto ciò che ci accomuna. Il semiologo Dario Martinelli
definisce questo processo di allontanamento, rimozione e persino negazione della
nostra animalità con il termine “antropoteosi”, vale a dire la valorizzazione
delle nostre differenze e peculiarità, anche se minime, per autoproclamare la
nostra superiorità, che invece, in termini evoluzionistici, non ha proprio
senso, in quanto l’evoluzione non procede in linea retta e verticistica, ma
semmai è come un insieme in cui specie diverse si intrecciano dando vita a
speciazioni differenti. Noi siamo animali differenti dagli altri nella misura in
cui tutti lo sono, ma differenza non significa superiorità. Lo diventa nel
momento in cui usiamo le diversità come parametro assoluto per giudicare il
resto degli attributi che posseggono pure le altre specie; un meccanismo questo
che abbiamo già visto altre volte nella storia, ad esempio nei confronti delle
altre culture, di abitudini e costumi di etnie altre rispetto a quella bianca
occidentale, delle donne, ma anche dei bambini stessi, non considerati come
“piccole persone”, ma estensione degli adulti che li hanno messi al mondo; credo
che tutti conosciamo le teorie razziste e sessiste di Cesare Lombroso, per
citarne uno, in cui le diversità biologiche del cranio delle donne, ad esempio,
venivano usate per dimostrarne l’inferiorità; non ce ne accorgiamo, ma con gli
altri animali facciamo la stessa cosa. Detto questo, più che far immedesimare il
lettore nei vari individui ricordati nel libro, a me interessa che il lettore li
veda sotto una luce diversa; non più risorse alimentari, non più materia
organica da sfruttare, ma nella loro individualità e quindi unicità.
L’ERMETISMO PERÒ BILANCIA LA QUESTIONE ARRIVANDO AL PUNTO COME UNA PALLOTTOLA
NEL CRANIO: SI HA LA SENSAZIONE DI ESSERE GIUSTIZIATI IN MANIERA DOLCE. HO COLTO
OPPURE STO DICENDO UNA ERESIA? AVEVI PENSATO A QUESTO ASPETTO SUBLIMINALMENTE
“POP”?
In quanto versi di denuncia, non è assente l’elemento di “giustizia”, ma non per
“giustiziare”, bensì, appunto, per chiedere giustizia per queste vittime
altrimenti dimenticate e per porre la questione animale al centro di un
dibattito non più soltanto morale, ma pienamente politico. Se c’è un aspetto
“pop” è di contenuto, ossia nell’urgenza di attualizzare un discorso che per
troppo tempo è stato ridotto a sentimentalismo, restando sul piano della
sensibilità personale e di un vago amore per gli animali in quanto preferenza
soggettiva. Invece la portata della sofferenza animale è attorno a noi, ovunque
e in ogni momento poiché tutta la nostra cultura – intesa in senso
antropologico, come risultato di tutto ciò che la nostra specie produce, di
materiale, artistico, intellettuale, politico ecc. ‒ è stata costruita sul falso
binomio uomo-animale, autorizzando quindi qualsiasi uso delle altre specie,
senza porsi limiti di alcun tipo e, al contempo, gli animali, trasformati in
oggetti, prodotti, rimangono però referenti assenti sotto l’aspetto individuale.
Se penso alla Pop art, mi viene in mente il processo con cui Andy Warhol ha
elevato a oggetto artistico un prodotto di consumo banale e quotidiano e nel
farlo ne ha anche denunciato il consumismo fine a sé stesso che diviene modo di
vita, anche delle nostre stesse vite, emozioni, relazioni. La lattina di fagioli
o di pomodoro diventa paradigma esistenziale di un modo di vivere e trasforma un
elemento della natura in un processo industriale di cui perdiamo l’origine.
È IL SUCCO DEL CAPITALISMO, FONDAMENTALMENTE.
Mi colpì molto un’ articolo letto alcuni anni fa che parlava di come i bambini
non conoscessero gli animali che mangiano e se gli si chiede cos’è un pollo,
anziché raffigurarsi mentalmente l’animale pollo (peraltro frutto di una
selezione genetica, in natura non esiste la specie “pollo broiler”, che è quella
di consumo comune), ricorrono all’immagine del pollo confezionato nella
vaschetta di polistirolo, privo di piume, talvolta della testa e delle zampe,
cioè reso di fatto un prodotto industriale, come se non fosse mai esistito nel
mondo in quanto essere vivente e senziente, ma fosse uscito direttamente da una
fabbrica. E così per i fagioli in lattina, i pomodori, il tonno. Oggetti pop,
appunto, non elementi del mondo naturale a cui apparteniamo anche noi. Gli
animali vengono resi oggetti, acquisiscono lo status di risorse rinnovabili a
causa del nostro dominio e sfruttamento. Processo che richiede violenza
nell’atto stesso anche solo a livello progettuale. Ecco perché noi antispecisti
diciamo che tutti gli allevamenti sono violenti, e non solo quelli intensivi. La
violenza non è nel metodo, o nel numero di individui allevati, ma nell’idea
stessa di usare qualcuno. Quando facciamo la spesa al supermercato non ci
chiediamo la storia della fettina di carne nella vaschetta di polistirolo perché
l’individuo animale è un referente assente, cioè magari è nominato
sull’etichetta (fettina di vitello), ma quel vitello unico è fuori dalla nostra
immaginazione. Lo è ontologicamente, fuori dalla portata della nostra cognizione
e soprattutto coscienza. Quindi i miei versi fanno in un certo senso l’opposto,
cioè mirano a restituirgli l’integrità sottratta, rendono i loro corpi
nuovamente soggetti del discorso e non oggetti. E nemmeno oggetti d’arte, ma
solo soggetti, protagonisti. La mia è una voce narrante, poetica, che si pone
totalmente al servizio degli animali.
UN’ALTRA COSA FONDAMENTALE È L’IRONIA NERA, CHE È UN ALTRO ELEMENTO CHE PER
QUANTO DISTURBANTE, DERIDE E DEPOTENZIA I CARNEFICI FACENDO EMERGERE LA LORO
IDIOZIA SENZA APPELLO. NON PENSI CHE OGGI CI SIA POCO SPAZIO PER L’IRONIA, CHE
NON VIENE PIÙ CAPITA O ACCETTATA, E CHE FARNE USO SIA OLTREMODO CORAGGIOSO?
Più che ironia nera, come già detto, utilizzo il sarcasmo. Ossia cerco di
spostare la prospettiva affinché chi legge possa avere una visione diversa di un
fatto, individuando la responsabilità del gesto, ma certamente non faccio
sconti, non sono accondiscendente e non voglio essere indulgente o rassicurante.
Mostro quello che la società rimuove, sposta, anche semanticamente,
linguisticamente, o addirittura nega. Uso le parole come una clava per spaccare
il muro che copre, che nasconde, che protegge e che ci separa cognitivamente ed
empaticamente dagli altri animali. La cronaca racconta gli incidenti stradali in
cui sono coinvolti i TIR che trasportano gli animali al mattatoio o anche gli
incendi che spesso avvengono dentro gli allevamenti (a causa dell’eccessivo
calore e malfunzionamento delle ventole di aerazione, ma anche per altri motivi)
come dei fatti casuali, tragedie, disgrazie; ma non sono disgrazie dettate dal
fato, bensì il risultato delle nostre pratiche e azioni. Io richiamo le persone
a questa responsabilità.
TU PENSI CHE ALLA GENTE PIACCIA SENTIRSI COMPLICE DELLA VIOLENZA SUGLI ANIMALI?
No, perché ognuno di noi si riconosce in un preciso sistema di valori, dove,
immagino, soprusi e oppressioni non abbiano posto; ma parlare di quello che
accade agli animali invece ci chiama in causa, disturbando l’idea che abbiamo di
noi, perché tutti siamo o siamo stati complici del loro sfruttamento e violenza.
A questo punto la maggior parte si rifugia nella dissonanza cognitiva, ossia
nega o si racconta una storiella diversa, ad esempio che gli animali non si
rendano conto di ciò che gli accade, che non abbiano coscienza della loro
condizione, che la loro esperienza del mondo sia limitata e non complessa quanto
la nostra e che esista un modo “umano, gentile ed etico” per trasformarli in
prodotti. Meccanismi individuali supportati dalla propaganda della “carne
felice”.
C’È UN ASPETTO RELIGIOSO IN QUESTO LIBRO SECONDO ME, CHE OVVIAMENTE HA A CHE
VEDERE COL SACRIFICIO. QUELLO ANIMALE, A PRESCINDERE DALLA CRUDELTÀ DI FONDO,
UNA VOLTA ERA ALMENO UN DONO A DIO, IL QUALE ADDIRITTURA SACRIFICA SUO FIGLIO,
PER CUI C’ERA UNA COERENZA NELDISCORSO, UN CERTO TIPO DI “RISPETTO” PER LE
VITTIME. ORA INVECE QUESTI SACRIFICI SONO COMPLETAMENTE PRIVI DI SENSO E DI
CONTESTO, SONO FIGLI DEL PIENO – NEANCHE DELNULLA, CHE SPIRITUALMENTE HA UNA
MOTIVAZIONE ALTA ‒, SONO FIGLI DELL’ABBONDANZA, DEL CONSUMO, INSOMMA DI ASSENZA
DI UN QUALSIVOGLIA “MOTORE IMMOBILE”. SI PUÒ ANCORA FARE POESIA “SPIRITUALE” IN
UNO SCENARIO SIMILE?
Il sacrificio richiede un consenso del soggetto oppure il soggetto lo subisce
perché qualcun altro ha deciso per lui e magari lo ha convinto che fosse un
onore sacrificarsi, che ci fosse un fine (Gesù accetta il sacrificio perché si
affida al Padre e crede nella resurrezione, nel regno dei cieli, nella
redenzione dell’umanità, secondo i Vangeli), ma io citerei le parole di
Ceronetti, che aveva capito tutto, proprio sul concetto di sacrificio: “Dicono
di avere abolito i sacrifici animali! Soltanto il rito hanno abolito: li
sterminano ininterrottamente, illimitatamente, senza bisogno: il sacerdote si è
fatto industria”. Vale a dire che i sacrifici, anche allora, per quanto
ammantati di significati altri, erano comunque violenza, sopraffazione, cioè si
sceglieva di sacrificare qualcuno per fare gli interessi di altri, che sia il
popolo che chiede protezione a un Dio, o che sia per preservare i privilegi di
caste sociali elevate ai danni di quelle meno avvantaggiate. Non so quanto,
anche in riferimento ai sacrifici religiosi, si possa parlare di “rispetto”:
secondo me, oggi come allora, è un termine molto abusato poiché usato
indiscriminatamente anche per esprimere comportamenti del tutto contrari al suo
significato profondo, un po’ come oggi “etico”.
Rispettare qualcuno significa riconoscere innanzitutto il suo valore inerente,
significa rifiutarsi di ledere i suoi diritti, quindi non nuocergli, non
danneggiarlo, non calpestare i suoi interessi, tra cui, il precipuo, quello di
vivere. Sacrificare qualcuno a un ente divino significa riconoscere un principio
gerarchico nel creato che, onestamente, non solo oggi non ha più senso, ma che
io rifiuto fermamente. Quindi, quando uso il termine “sacrificio”, lo uso in
termini assolutamente sarcastici, ironici, a evidenziare la menzogna che la
gente si racconta ammantando la violenza di significati spirituali e nobili,
dandogli finalità e quindi senso. Ma la violenza non ha un senso ultimo, tanto
meno nobile, essa trova la sua ragione in sé stessa in quanto mero esercizio di
sopraffazione del più forte sul più debole. Può avere senso, semmai, come
reazione, come risposta per sopravvivere, ma non è questo il caso perché gli
animali non ci minacciano, non ci hanno mai minacciato, siamo noi che gli
abbiamo mosso guerra solo per interessi economici.
LE PAROLE DI QUESTO LIBRO HANNO UN SAPORE PITTORICO/MATERICO, IN UN CERTO SENSO
SEMBRA DI RICEVERE LE IMMAGINI DI HERMANN NITSCH: FRA TE E LUI È UN PO’ COME
PASOLINI CON CARAVAGGIO?
Direi che tra me e Hermann Nitsch, se relazione deve esserci, non può che essere
di contrasto. Ecco, il mio lavoro, la mia arte, è proprio l’opposto di quello
che fanno artisti come Nitsch, ma anche Damien Hirst: loro usano i corpi degli
animali per sublimarli a oggetti culturali densi di significati, mentre io
rifiuto e denuncio questo processo antropocentrico proprio per affermare
l’opposto. Gli altri animali sono individui con una loro storia, unica e
irripetibile, con una loro mente, dei loro desideri, aspirazioni, bisogni e
motivazioni. Non sono simboli o oggetti culturali da usare per i nostri discorsi
sull’arte, la natura, il senso della vita, la morte, su cui proiettare desideri
e aspirazioni o dolori dell’umano. Ogni individuo animale ha un proprio mondo
interiore ed elevarne il corpo materico, ormai distrutto (e magari ucciso
all’uopo) a simbolo di altro è proprio un’operazione che io non voglio fare e
che contesto. Di recente un’artista ha usato il corpo tassidermizzato di un
gatto per esporlo in un museo e lo ha posto su una macchina fotocopiatrice così
che ognuno dei visitatori potesse portarsi via la propria fotocopia. Ecco, a
prescindere dalle letture che si possono dare a questa installazione, per me è
un grande “NO”. Quel gatto era un individuo, aveva una sua storia in relazione
con il mondo.
Pasolini e Caravaggio portano nell’arte la gente del popolo, le persone umili,
che fino a quel momento, nei rispettivi campi, erano state trascurate o comunque
mai rappresentate in quanto soggetti al centro di una narrazione. Caravaggio
eleva gli umili e al tempo stesso li dipinge nella loro corporeità reale, pieni
di lividi, di sofferenza, che è la sofferenza dell’essere corpi mortali,
destinati a perire. Io metto al centro dei miei versi i corpi degli altri
animali, talvolta descrivendoli anche negli aspetti più triviali, fisici (in
Legati i maiali, pubblicato sempre da Marco Saya, li rappresento dando precise
indicazioni sensoriali, il fetore degli escrementi in cui sono immersi, le carni
dei maiali vivi congelate durante il trasporto che restano attaccate alle pareti
dei TIR, le mammelle delle mucche putride di pus e così via). A ricordare che
siamo tutti corpi, nient’altro che corpi che vogliono vivere e fuggire il
dolore. Ed è questa consapevolezza basilare che dovrebbe accomunarci agli altri
animali, che ci rende diversi eppure uguali nel dolore, nella sofferenza.
QUINDI I TUOI VERSI METTONO I CORPI AL CENTRO?
Sì, ma non per farne materia organica su cui proiettare significati altri, ma
per sottrarli all’indefinitezza, all’indistinto, all’insieme multiforme e vago
in cui li rinchiudiamo già solo nel nome animali (usando quindi un termine a
racchiuderli tutti), quando sono milioni di specie, miliardi di individui,
ognuno diverso perché ognuno ha la sua storia e un mondo interiore diverso da
quello degli altri. Nei miei versi racconto un pezzetto della loro storia,
l’ultimo pezzetto, quello che, per quanto tragico e orrendo, ci è dato
conoscere. Racconto la loro morte, mostro i loro corpi nell’ultimo atto, negli
spasmi finali, ma almeno sappiamo che c’è stato molto di più, anche perché,
banalmente, non si può morire senza vivere, cioè, muore chi vive e gli animali,
innanzitutto, esistono e vivono. Non nella mente dell’artista, ma nella realtà.
I miei versi in questo libro sono di memoria, per ricordarli, non per
proiettarci le mie elucubrazioni intellettuali. Una balena che viene arpionata e
uccisa non è simbolo della lotta dell’uomo contro la natura (senza nulla
togliere al capolavoro di Melville, ma erano altri tempi), bensì è un essere
compiuto, un individuo, una creatura (in senso laico) che vuole vivere.
A PROPOSITO DI ARTE, IL LIBRO È IMPREZIOSITO DALLE ILLUSTRAZIONI DI ALESSANDRA
ANTONINI, CHE RENDONO IL TUO LIBRO UN PO’ COME UN LIBRO DI FIABE. ED È UN
CONTRASTO INTERESSANTE VISTO IL CONTENUTO: È LO SGUARDO DELL’INNOCENZA ANIMALE
CHE SI CONFRONTA COL BARATRO MALIZIOSO DELL’ESSERE UMANO?
Alessandra Antonini, che ringrazio ancora, è una ritrattista meravigliosa perché
coglie proprio il carattere, in senso ampio, del singolo individuo; gli animali
che disegna non sono un archetipo, non sono un codice grafico in cui tutti
riconosciamo, ad esempio, l’individuo appartenente alla specie cinghiale,
elefante, o gatto, ma sono proprio “quel cinghiale lì”, “quell’elefante lì”,
“quel gatto lì”; dietro c’è un grande studio e osservazione (almeno per quel che
ci è dato conoscere dalla cronaca) dei singoli animali che vengono commemorati.
Il suo tratto è nervoso, a scatti, quasi espressionista, proprio a cogliere
l’individuo nella sua espressività vitale o vitalità espressiva, che si esprime.
Di nuovo: non sono oggetti statici, ma soggetti che vivevano e che la brutalità
umana ha spezzato, ucciso.
QUANTO C’È DI ARTAUDIANO NELLA TUA SCRITTURA? PER LUI GLI ANIMALI ERANO ESSERI
CON CUI L’UOMO DOVEVA ASSOLUTAMENTE CONFRONTARSI, LA BESTIALITÀ UN MODO PER
RAGGIUNGERE L’ILLUMINAZIONE. LA PENSI ANCHE TU COSÌ?
C’è intanto nel termine bestialità un significato di degradazione rispetto
all’umano. Artaud riconosce e mette in discussione questo, ma il suo intento
rimane ancora, a mio avviso, antropocentrico, cioè ad Artaud interessa ancora
una volta l’umano. Non è una critica, ma solo un dato di fatto. Io non scrivo di
bestie per capire meglio noi stessi, o meglio, non solo, ma per capire meglio le
bestie stesse e dargli dignità. Gli animali non esistono per noi, ma
indipendentemente da noi.
QUALI SONO LE TUE POETESSE DI RIFERIMENTO? C’È QUALCUNO IN PARTICOLARE CHE TI HA
ISPIRATA PER SCRIVERE IL LIBRO?
Credo che un’artista prenda ispirazione da tutto quel che legge, ma soprattutto
da tutto quello che vive e io non faccio eccezioni. Certamente c’è “qualcuno”
che mi ha ispirata a scrivere il libro: l’elefantessa Mali, Caracas il gatto
randagio legato ai binari, l’orsa Daniza, l’orso M49, i macachi torturati nel
laboratorio di Parma, il gatto Green, il gorilla Riù, la lista è infinita,
considerando poi tutti i senza nome negli allevamenti. Le mucche se non le mungi
esplodono (di gioia) è un testo che nasce nella mia mente molto tempo fa, almeno
a livello subliminale. Negli anni ho provato dolore e struggimento per tutti gli
individui la cui morte è divenuta fatto di cronaca e ovviamente per tutti quelli
che a milioni vengono fatti nascere per diventare prodotti, accessori (individui
che non ho mai visto, identificati da una targhetta sull’orecchio o da un
tatuaggio sulla pelle, ma che so aver vissuto e sofferto). Mi sono poi resa
conto che anche nel nostro ambiente, quello dell’attivismo, si tende a
dimenticare e semplicemente perché le morti violente e le ingiustizie che si
susseguono una dietro l’altra non ci consentono di fermarci più di tanto a
piangere un singolo individuo e a volte diventa anche necessità psicologica
“dimenticare”, per non impazzire di dolore. Quindi io ho voluto invece
ricordare, riaprire la ferita, sì, anche di noi attivisti. Perché quegli animali
lo meritano. Meritano tutto quello che non siamo riusciti a dargli.
IL TUO LIBRO ESCE PER MARCO SAYA EDIZIONI, CHE È PROBABILMENTE UN CASO:
NONOSTANTE SIA UNA PICCOLA CASA EDITRICE RIESCE A TENERE TESTA AL MAINSTREAM.
PENSI CHE IL SUO SIA UN ESEMPIO CHE POSSA PORTARE A UN’ESPLOSIONE DI UN CERTO
TIPO DI POESIA “ALTRA” ANCHE IN ZONE NORMALMENTE BLINDATE, SOPRATTUTTO
COMMERCIALMENTE? È VERO CHE SI STA CONSOLIDANDO UNA “NUOVA ONDA POETICA” IN
ITALIA?
Marco Saya è una piccola casa editrice, sì, ma concentrandosi prevalentemente
sulla poesia, ha saputo ritagliarsi un suo spazio nel panorama editoriale
italiano; soprattutto pubblicando opere di qualità, di livello alto, in cui lo
studio e la cura del verso sono evidenti. La poesia è un genere particolare
perché credo che tutti, sin da bambini, la acquisiamo come postura, cioè un
certo modo di guardare al mondo e dentro noi stessi, ma poi la differenza tra la
postura e lo scrivere veramente poesia, la fa lo studio, il lavoro, l’impegno,
la cura; non basta avere uno sguardo poetico, bisogna saper tradurre quello
sguardo in versi, con una loro metrica e autosufficienza narrativa. Ecco, Marco
Saya questa differenza la conosce bene e quindi ciò che premia la sua casa
editrice è proprio la selezione. Ovviamente, anche con la nascita del premio
Strega Poesia, la poesia è diventata di nuovo un genere appetibile. Ma ecco,
bisogna sempre guardare alla qualità, più che al numero. Non basta tornare a
pubblicare molta poesia, bisogna che sia in grado di imprimere il proprio segno
nella società attuale.
RISPETTO ALLE PRECEDENTI PROVE COSA SENTI SIA CAMBIATO NELLA TUA SCRITTURA? DOVE
TI STA PORTANDO?
Penso che ogni opera abbia una sua forma che meglio esprime il contenuto; in
questo senso la mia poesia cambia e cambierà di volta in volta perché ogni
evento, fatto, sentimento, riflessione, esperienza, emozione che racconto si fa
strada tra le varie possibilità e trova una sua forma.
DA ATTIVISTA: COME VEDI LA SENSIBILIZZAZIONE SUI TEMI ANIMALISTI OGGI?
Penso che siamo ancora fermi a un approccio morale e a forme di attivismo
obsolete, quando invece la questione esige che diventi politica e che si
configuri come forma di lotta contro un’ingiustizia; certamente il fatto che
siamo noi animali umani a chiedere diritti per le altre specie è un fatto unico
nella Storia, ma credo che se vogliamo avere successo dobbiamo necessariamente
guardare ai movimenti di lotta in generale e trovare alleanze comuni. Parlare di
alimentazione vegetale o protezionismo non basta perché il punto non è cosa
mangiamo noi, ma CHI mangiamo e CHI vogliamo liberare dallo sterminio
sistematico. Gli altri animali devono essere posti al centro del discorso in
quanto soggetti oppressi. Credo poi che sia necessario un approccio
multiculturale, cioè che spetti ai professionisti di ogni settore dare il loro
contributo, nelle scuole, nelle università, in medicina, nella scienza. Io, in
quanto artista, sto cercando di portare gli animali nel nostro ambiente.
SU CHE PROGETTI STAI LAVORANDO? COSA C’È NEL FUTURO DI TEODORA?
Quest’anno ho avuto un lutto importante, ho perso Bernie, il mio compagno di
vita canino. Quando ho annunciato la sua morte sui social ho ricevuto tantissima
vicinanza, non solo affettiva, ma anche di testimonianza, cioè molte persone,
amici e conoscenti, mi hanno parlato dei loro lutti, del loro dolore; ho deciso
così di scrivere dei versi per ognuno di loro, sempre accompagnati dai disegni
di Alessandra Antonini. Un libro in memoria di Bernie, ma non solo, in memoria
di tutti coloro che sono stati amati. Ovviamente questo è un libro di segno
opposto a Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia) perché qui la morte non
spezza esistenze che mai hanno avuto possibilità di esprimersi, bensì esistenze
riconosciute, rispettate, che sono state piene di amore. La morte è sempre uno
strappo, un nonsense, è difficile trovargli significato e poi c’è il dolore
dell’assenza, ma ricordare, l’esercizio della memoria, è un filo che ci tiene
ancora legati a queste creature, che ci consente quindi di andare avanti,
elaborare, mai dimenticare, ma trasformare in amore, empatia, sempre. Infatti,
tra la vita e la morte c’è lo spazio dell’amore e la mia poesia, i miei versi
dedicati a questi animali rendono questo spazio ancora più concreto, reale, un
promemoria che si può aprire, sfogliare, in cui il lutto trova modo di essere
accolto e compreso. Infatti, al dolore per la perdita di un animale amato spesso
si accompagna l’incomprensione della società, il mancato riconoscimento sociale
del lutto, che invece è uguale a quello che segue la perdita di una persona
umana. Non è un lutto “minore”, ma anzi, poiché ogni relazione è unica e
peculiare, è un lutto ben definito. Il ricavato di questo libricino sarà
devoluto al Rifugio Speranza, canile di Francavilla Fontana.
Poi uscirà anche Il piano finale che tratta dell’ennesima aberrazione per il
profitto che la nostra specie è stata capace di congegnare, vale a dire un
grattacielo di ventisei piani di maiali, ovverosia la costruzione di un
mega-allevamento verticale (per risparmio di suolo, ma non di violenza) in Cina.
Il testo sarà bilingue, italiano e inglese, tradotto da Helen Moor, scrittrice e
poetessa scozzese che fa parte del movimento Ecopoesia. Questa volta sarà
impreziosito dalle tavole della pittrice e scultrice Franca Finocchiaro, mia
madre. Le poesie sono ventisei, quanti sono i piani di questa struttura
mastodontica, più una di apertura e una in chiusura. Annuncio anche Lune
spezzate, opera dedicata agli orsi cosiddetti della luna per via di una macchia
sul petto a forma di mezzaluna, vittime di un’industria terrificante che ha
luogo in Oriente, quella per l’estrazione della bile. Gli orsi trascorrono tutta
la loro vita imprigionati in gabbie minuscole dove a malapena riescono a fare
qualche movimento minimo con un ago conficcato nella cistifellea per estrarne la
bile, che si crede avere proprietà benefiche (trattasi ovviamente di una
credenza popolare, ma se anche fosse vero, sarebbe comunque un trattamento
orrorifico ai danni di questi animali). L’opera si configura come monologo a più
voci e i disegni sono dell’artista Valeria D’Addabbo.
ULTIMA DOMANDA: SE TU POTESSI ESSERE UN “ANIMALE” CHI VORRESTI ESSERE?
Io sono già animale, femmina adulta appartenente alla specie Homo Sapiens;
vorrei solo esserne più fiera, ecco. Come ho detto all’inizio, i miei versi
svelano l’orrore che siamo capaci di compiere e quindi rivelano chi siamo; ma
anche, soprattutto, chi potremmo essere rifiutando dominio e sopraffazione sulle
altre creature; gli animali migliori che potremmo diventare, parte di un tutto,
e non al vertice di una piramide di devastazione e morte.
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Tag - Linguaggi
G iunge dicembre, e ogni categoria commerciale che si rispetti ha già dovuto
dare il massimo in termini di proposta. Non è da meno il mondo del libro, che
dopo tanti affanni sa che in questo periodo dovrà ritirare le sue reti e
raccogliere la gran parte del pescato annuale. L’ansia non è poca, e la
costellazione di esternazioni del mondo editoriale si riproduce già a partire
dalle settimane che precedono dicembre, ciascuna col malcelato intento di
generare qualche moto di vendita significativo nelle ore via via più disperate
che ci avvicinano al Natale. Non mancano, fra le dette esternazioni, quelle che
potremmo definire interventi ‘metaculturali’, ovvero interventi del mondo della
cultura che ragiona di sé stesso; questi vanno da riflessioni complessive sullo
stato dell’arte a interventi di denuncia sui social in un certo senso
aspecifici, laddove non è chiaro in cosa identifichino la radice del proprio
turbamento, forse finendo per segnalare un disagio più individuale che non di
categoria, che pur merita di essere indagato. Tutti questi moti ricorrenti, a
ben vedere, possiedono, in qualche modo, tre distinte ma concorrenti
caratteristiche che meritano di essere isolate.
La prima è che quasi sempre compiono una cosiddetta ‘fallacia di composizione’,
tracciando un’identità impropria tra mondo editoriale librario (anzi, nella
sostanza solo quel mondo che si occupa dei libri di ‘varia’, non di libri
scolastici, non di pubblicazioni scientifiche, non di periodici né di
quotidiani) e mondo culturale tutto. È evidente che il mondo editoriale
rappresenta solo una parte del ‘mondo culturale’: non abbiamo in tasca i dati
per capire quanto grande o piccola sia questa parte, ma basta rifletterci un
attimo per cogliere che i settori della cultura sono innumerevoli e spesso non a
contatto tra loro. Eppure chi lavora in questo campo editoriale tende a compiere
un’indebita identificazione in forma di sineddoche con la cultura tout-court, e
questo la dice lunga sull’altisonante percezione che il mondo editoriale ha di
sé.
L’immediata conseguenza di questa innocente fallacia è il secondo aspetto da
isolare: si tratta di questioni che vengono discusse in una comunità ristretta,
quella delle persone che lavorano nel detto campo editoriale. Queste non sono
molte (a conferma del fatto che c’è poco lavoro) e si conoscono un po’ tutte tra
loro. Non hanno contezza dell’oceanica indifferenza che il resto del mondo ha
per certe questioni, e questa noncuranza, da un lato e dall’altro, è di certo
parte di un problema di un settore che ama i propri perimetri e le proprie
esclusività.
> Le esternazioni del mondo editoriale che ragiona di sé stesso sembrano
> ritornelli che ruotano, con variazioni, intorno agli stessi accordi e appaiono
> più una postura letteraria che un’analisi strutturale.
La terza caratteristica di queste esternazioni è tutta interna – come volevasi
dimostrare – al suddetto mondo editoriale. La si potrebbe sintetizzare così: nel
guardare a queste dichiarazioni, prima ancora di rifletterci davvero, ciò che
salta agli occhi a chiunque da un po’ sguazzi nel settore è che, se il mondo
editoriale fosse una canzone, questi sarebbero ritornelli. Ritornelli che,
siccome vengono da menti per definizione creative, prendono di volta in volta
forme un po’ diverse, ma ruotano intorno agli stessi accordi: 1. Il mondo
editoriale quest’anno è in crisi; 2. Non ci sono i soldi; 3. La gente legge
sempre meno. È subito evidente che i tre aspetti sono tra loro interdipendenti,
anche se trattati spesso in ambiti separati, e rispettivamente affrontati più o
meno da tre distinte categorie di persone: il primo punto spetta a chi lavora
nelle case editrici, il secondo alle persone che scrivono, il terzo a
intellettuali e docenti. Di solito non si fa molto per vedere l’interconnessione
dei tre aspetti, e ancora più di rado ci si chiede non solo come fare a venirne
fuori, ma come rompere il circolo vizioso che ci fa cantare sempre la stessa
canzone. Il fatto che abbiamo a che fare con dei ritornelli, in effetti, fa
venire il sospetto che i loro contenuti siano solo buoni per continuare a
cantare, e non per rimarcare condizioni spiacevoli dalle quali si dovrebbe
uscire. In sintesi: il solo lamento porta poco lontano, come dice anche chi si
occupa da più vicino di lavoro, e sembra più una postura letteraria che
un’analisi strutturale. Eppure, questi tre punti sono indiscutibilmente veri.
Magari, facendo un passo indietro, possiamo verificarne le condizioni di realtà.
1. Il mondo editoriale è in crisi da sempre
Chi lavora in campo editoriale conosce bene questa faccenda della crisi perenne:
ogni anno i dati sono sconfortanti, eppure le case editrici sono sempre lì. Come
è possibile? È possibile a vari livelli, da un lato non sono solo le entrate del
mercato librario a tenere in piedi una realtà editoriale, dall’altro si creano
fenomeni di sopravvivenza al ribasso, ovvero si riduce il personale al lavoro
all’interno della casa editrice per ridurre i costi (a questo ci arriviamo
dopo), ma soprattutto la baracca è tenuta su da un metodo di fornitura che
consente di rilanciare continuamente la posta in gioco. Il metodo è lo stesso di
cui si lamenta tutta l’editoria, ed è quello che chiameremo il metodo
distributivo.
Chi ha confidenza con le lamentele editoriali può saltare questa parte, ma chi
non le conosce deve sapere che il mondo editoriale incolpa della propria
condizione sempre la distribuzione, e lo fa con una costanza e una pertinenza
che la distribuzione, in verità reale responsabile tanto della miseria quanto
della sopravvivenza del settore editoriale, è diventata il cane che si è
mangiato i compiti. Vorrei provare a sostenere invece che non è tanto la
distribuzione, quanto la sua obsolescenza ad aver smantellato la sostenibilità
del mondo editoriale, e ad averlo ricacciato in un angolo da cui non può uscire
se non diabolicamente sopravvivendo sulle spalle di una forza lavoro
praticamente illimitata.
Ma veniamo prima al meccanismo, provando a sintetizzarlo in modo brutale. Chi
produce i libri deve venderli, per venderli deve distribuirli alle librerie
(categoria che comprende svariati generi di punti vendita, ma che definiremo con
questo termine sovraesteso), per poterli distribuire o fa tutto da sé
naufragando coi costi logistici o si affida a delle distribuzioni. Le
distribuzioni sono non solo realtà logistiche, ma anche realtà di gestione del
credito: vendono i libri per conto delle case editrici, e in seguito
retribuiscono loro i proventi, decurtandoli della percentuale che spetta a tutte
le varie operazioni (trasporto, magazzino, percentuale spettante alla libreria).
Fin qui l’andamento è piuttosto comprensibile, ma le cose si complicano subito
perché quando si produce un titolo lo si crea innanzitutto come ‘progetto’,
idea; e la distribuzione non si limita ad aspettare che il libro esca ma attiva
la cosiddetta ‘promozione editoriale’, un apparato che può essere sia interno
alla stessa corporazione distributiva sia (diciamo così) autonomo. La promozione
(che pure prende una sua percentuale) percorre le librerie d’Italia, compresi
buyer di grandi catene e l’innominabile Amazon, presentando le uscite imminenti
e raccogliendo prenotazioni. Le dette prenotazioni non sono vendite, perché il
libro non esiste ancora, ma diventano immediatamente numeri, quantità, valore:
sono di fatto la base di quello che si chiama il fornito, ovvero le copie che la
distribuzione fisicamente consegnerà alle varie realtà di rivendita il giorno
del lancio, e che i rivenditori pagheranno al momento del lancio stesso. A
questo punto il sistema registra un incasso, una fattura, un movimento. È il
punto esatto in cui nelle statistiche annuali si immettono cifre, e il settore
risulta produttivo.
> Non è tanto la distribuzione, quanto la sua obsolescenza ad aver smantellato
> la sostenibilità del mondo editoriale, e ad averlo ricacciato in un angolo da
> cui non può uscire se non diabolicamente sopravvivendo sulle spalle di una
> forza lavoro praticamente illimitata.
Ma questo è solo il primo giro, perché la parte decisiva arriva dopo: il reso.
Le librerie hanno il diritto di restituire ciò che non vendono entro un periodo
che corrisponde all’incirca a tre-quattro mesi. A quel punto, passato il tempo
stabilito, le copie tornano indietro, e rappresenta invece un flusso di cifre
con segno negativo, che verranno detratte all’editore che prima in fase di
fornitura aveva gioiosamente incassato. Il percorso è lineare, ma soprattutto è
il coerente risultato di un processo industriale che si è sviluppato lungo la
seconda metà del Ventesimo secolo, in cerca di una formula che tenesse in
equilibrio la produzione di nuovi titoli e la sostenibilità della vendita in
libreria. Tuttavia questo processo, alla lunga, è destinato a generare mostri.
Prendiamo un dato che fa dirizzare le antenne a molte persone che lavorano o
desiderano lavorare in campo editoriale: secondo le statistiche del 2024 il
fatturato editoriale è di più di tre miliardi di euro – mica male. C’è tuttavia
il sospetto che sia una cifra creata da movimenti di fornitura, che poi sono
destinati a sgonfiarsi. A meno che non si producano altri libri per coprire
quella cifra negativa con nuove forniture. Cosa che puntualmente avviene, anche
perché ne va letteralmente della sopravvivenza del settore. La fornitura
pertanto genera movimento, e il movimento genera sopravvivenza. È questo il
punto che l’editoria, lamentandosi della distribuzione, finge di dimenticare:
senza questo metodo non avrebbe modo di rilanciare continuamente la propria
attività. Se il libro X ha avuto un ritorno disastroso, e quindi tutte o quasi
le entrate del lancio sono state riassorbite dai resi, tanto vale spazzare i
residui del libro X sotto al tappeto e passare al libro Y. Si ricomincia
daccapo: nuova promozione, nuove prenotazioni, nuovo fornito, nuovo periodo di
grazia. Sotto il tappeto, nel frattempo, c’è di tutto.
Il ciclo non si basa sull’idea di vendere libri, ma sull’idea di produrre
abbastanza movimento da poter continuare a esistere, e se vi chiedete chi
guadagna realmente da questo processo avrete la risposta segnandovi quanti
movimenti hanno fatto i libri: sono andati a un magazzino, da quel magazzino
sono andati a una libreria, da quella libreria sono tornati al magazzino. Tutti
questi passaggi sono costi di distribuzione, tutti questi passaggi hanno
generato profitto per chi distribuisce, non per chi vende. È un sistema,
insomma, che si autosostiene proprio grazie alla sua inefficienza: ogni perdita
viene compensata dal libro successivo, ogni ritorno a zero viene colmato
dall’uscita seguente. È la logica per cui, paradossalmente, più il settore
soffre nella realtà (La gente legge sempre meno, ci arriviamo più avanti) più è
costretto a produrre, spingere, immettere titoli nel ciclo. Infatti a
diminuzione della domanda corrisponde un aumento dell’offerta: in Italia si
stima che i titoli prodotti all’anno siano più di ottantamila – per capirci,
equivale a dire che escono intorno ai dieci libri ogni ora che passa, una cifra
insostenibile a ogni livello.
Ecco perché si parla (sempre lamentandosene, ci mancherebbe) di
sovrapproduzione. Ma non è l’effetto collaterale di un settore ingordo che ‘non
ha più filtri’, non è un’emergenza recente né un vizio ideologico, è la
condizione necessaria al funzionamento del sistema. Se smetti di produrre, si
ferma la fornitura; se si ferma la fornitura, si ferma il flusso di cassa; se si
ferma il flusso di cassa, emergono improvvisamente tutti i buchi che il ciclo
maschera; se emergono, la struttura collassa. L’editoria è qui rappresentata nel
ruolo di Sisifo e la pietra sono, evidentemente, i libri; il bello è che le
distribuzioni sono poche e inglobano numerosissime case editrici che così
condividono il fardello di spingere quella pietra immettendo quante più novità
possibili nell’anno per giocare a vivacchiare.
> Il sistema si autosostiene proprio grazie alla sua inefficienza: ogni perdita
> viene compensata dal libro successivo. È la logica per cui, paradossalmente,
> più il settore soffre nella realtà più è costretto a produrre, spingere,
> immettere titoli nel ciclo.
Se solo ci si soffermasse, si vedrebbe qui un paradosso deontologico: se
l’editoria è il mestiere della scelta (lo diceva pure Gian Arturo Ferrari, una
delle persone che ha contribuito a creare questo meccanismo, in Libro. Vita e
miracoli di un oggetto straordinario, 2023), ovvero è proprio scegliendo che
mette in pratica il suo senso di esistere, con questo meccanismo tutto porta a
scegliere il meno possibile, e produrre esclusivamente per esistere. Eppure, una
buona retorica ci viene in soccorso: da quando esiste l’idea di
‘bibliodiversità’, da quando si nobilita il libro come oggetto di valore a
prescindere, mai da mettere in discussione a patto di non farsi bollare come
ignoranti, ogni titolo ha ragione di esistere per il solo motivo di essere un
prodotto aprioristicamente virtuoso.
Viene il sospetto che questa retorica in realtà vada in soccorso proprio del
meccanismo di fornitura, e vada in soccorso di manifestazioni che inneggiano a
Più libri come qualcosa di incrollabilmente valoroso, quando invece sono
probabilmente la trave nell’occhio di chi gestisce apicalmente l’editoria in
Italia, un navigare in mezzo a scelte mai fatte e a tonnellate di carta che
quotidianamente vanno al macero in qualche capannone della Pianura padana, in
barba a quello che recano scritto dentro, magari sensatissime riflessioni che ci
ricordano di prestare attenzione all’ecologia e agli sprechi. Ed è esattamente
per questo che si può dire che l’editoria è in crisi da sempre, e al tempo
stesso constatare che non muore mai. Sembra un paradosso, ma non lo è: è un
sistema che ruota incessantemente su sé stesso, che rigenera continuamente la
propria massa critica, che può vivere in perdita finché resta in movimento.
Se poi a tutto questo aggiungiamo che abbiamo un problema di monopolio, il
quadro è completo. Dobbiamo infatti specificare che con i primi decenni del
millennio le distribuzioni sul suolo nazionale si sono ridotte a tre sole realtà
principali, che sono realtà operativamente logistiche a loro volta possedute da
realtà editoriali, anzi, dai principali gruppi editoriali del Paese, perché nel
frattempo non esistono più le grandi case editrici ma delle grandi corporazioni
editoriali che si sono fuse tra loro, proprio perché il meccanismo distributivo
le conduceva alla crisi da cui si sono salvate aggregandosi e spartendo
dividendi. Questo significa, in breve, che le principali realtà che in Italia
producono i libri li distribuiscono anche, coprendo due terzi della filiera.
Ma attenzione: i tre principali gruppi editoriali del Paese (non li si nominerà
in quanto qui elegantemente ellittici, ma è l’ellissi di Pulcinella) possiedono
a loro volta le principali catene librarie del Paese. E così il cerchio è
chiuso: in Italia ci sono tre realtà che producono la maggior parte dei libri
sul mercato, oltre a distribuirli e anche venderli. Insomma: tutta la filiera è
esaurita da tre colossi. Questo è a tutti gli effetti un monopolio (oligopolio,
se proprio vogliamo), quello di cui costantemente si lamentano le case editrici
che nel frattempo da quel monopolio dipendono.
Se sommiamo, dunque, questo dato al ragionamento di prima, vediamo che questo
monopolio non è affatto destinato a tramontare, anzi è l’unica solida realtà che
tiene in vita il settore, fintanto che resta ancorato a questo parossistico
circolo vizioso. Giusto per non mancare in completezza: l’Italia è uno dei
pochissimi Paesi in cui la distribuzione libraria nazionale è controllata
direttamente dai gruppi editoriali: altrove, in Europa come nel mondo
anglosassone, la funzione distributiva è svolta soprattutto da operatori
logistici e grossisti indipendenti, e là dove se ne occupano invece anche realtà
editoriali (succede, per dire, in Francia) esistono al loro fianco altri
apparati di distribuzione libraria che almeno, nel quadro liberista in cui
sceglie di giocare chi fa il mestiere editoriale, rappresentano una concorrenza,
la possibilità di dire ‘ho un’alternativa’, processo che secondo certi ottimisti
teorici di un’epoca lontana si potrebbe rivelare perfino virtuoso. Da noi
l’alternativa, semplicemente, non c’è. Dunque si gioca al liberismo senza i
vantaggi del liberismo. Charles Ponzi ne sarebbe orgoglioso.
> Se l’editoria è il mestiere della scelta, ovvero è proprio scegliendo che
> mette in pratica il suo senso di esistere, con questo meccanismo tutto porta a
> scegliere il meno possibile, e produrre esclusivamente per esistere.
C’è da dire che questo approccio ha avuto una sua funzione ‘compiuta’ e non
deteriore in periodi in cui il commercio aveva una sua velocità coerente, i
punti vendita e il potere d’acquisto (nonché la pratica stessa dell’acquisto)
erano piuttosto stabili, e gestire le tirature senza affrontare grandi perdite
era una buona idea in campo editoriale. Il punto è un po’ che questo meccanismo
ha raggiunto la sua massima compiutezza intorno all’inizio del Terzo millennio,
e nei venticinque anni che sono seguiti poco o nulla si è fatto per metterci
mano, considerandolo l’unico meccanismo possibile e al limite affrontando le
inevitabili grandi crisi operando, come visto, fusioni tra aziende colossali,
che cercano di inglobare tutto il possibile col sostegno di una robusta retorica
settoriale e rendendo l’ambiente poco permeabile (dall’egemonia al monopolio il
passo sembra dover essere breve).
Con il nuovo millennio si è creato, come nella migliore tradizione, il terrore
per il nemico straniero (Amazon che viene a rubarci il lavoro e ad amare le
nostre donne) che tuttavia agiva esattamente come gli altri colossi, anzi a loro
differenza non dispensava privilegi al suo interno perché, in effetti, non era
un gruppo editoriale. Mentre guardavamo Amazon con terrore abbiamo continuato
incrollabilmente a seguire il meccanismo distributivo e le sue sciagurate
conseguenze, certo difendendo la nobiltà del libro, abusando di parole come
‘qualità’ che adesso non possiamo più usare da quanto le abbiamo sciupate, e
assistendo al contempo a un altro straordinario fenomeno: l’enorme offerta
lavorativa che sopravanzava, ogni anno di più, alla domanda.
2. Non ci sono i soldi
Lo abbiamo appena visto: i soldi in editoria ci sono, ma il sospetto è che siano
virtuali. Pertanto le aziende, perfino le più grosse, mosse da caute politiche
interne, tendono a non rischiare. Nel frattempo, negli stessi anni in cui non si
metteva mano a un meccanismo di fornitura destinato a ingigantirsi, si formavano
in campo umanistico tantissime persone che, puntualmente, non trovavano lavoro
in campo umanistico. In questo senso è utile dare un’occhiata a quello che dice
Raffaele Alberto Ventura in merito al suo principale oggetto d’indagine, la
generazione millennial che si è appunto formata in campo culturale, ossia “una
delle percentuali più alte di laureati in discipline umanistiche, quelle più
difficili da valorizzare sul mercato del lavoro […]. E proprio a causa delle
famiglie, dei loro piccoli patrimoni, del loro sostegno […], ci si permetteva di
accettare salari da fame e di prolungare la fase di inserimento nella vita
attiva, partecipando a creare un drammatico ‘collo di bottiglia’ all’ingresso
del mercato del lavoro” (La conquista dell’infelicità, 2025, p. 139).
In editoria questo processo ha effettivamente creato l’abitudine a una forza
lavoro illimitata, file di persone disposte a partecipare di un lavoro basato
sulla continua produzione e senza la prospettiva di poter generare profitto tale
da poter considerare quel lavoro come qualcosa degno di quel nome. Questa
consuetudine ha a sua volta creato il costume alla considerazione di questo
settore come un luogo al contempo molto e poco redditizio, paradosso creato
proprio dai dati che abbiamo visto: fatturati altissimi ma profitti inesistenti.
Di contro, il settore difendeva l’unico capitale che aveva accumulato: la mai
troppo citata nobiltà della cultura, quella sorta di plusvalore culturale che si
conferisce d’ufficio a un settore produttivo che non ha davvero chiaro come
possa sostenersi. Dunque, l’offerta è diventata quella di lavorare per un
meraviglioso sogno che paga non in denaro, e nemmeno in visibilità, ma in
prestigio. Cosa che, di fatto, succede. C’è chi se ne accorge e silenziosamente,
nell’ambiente editoriale, passa di lavoro in lavoro spendendo il prestigio
accumulato nel settore cercando di approdare, con perseveranza, a una posizione
sostenibile, che può presentarsi con molta rarità dopo numerosi anni trascorsi
senza stipendio.
> Nel campo editoriale l’offerta è diventata quella di lavorare per un
> meraviglioso sogno che paga non in denaro, e nemmeno in visibilità, ma in
> prestigio: si passa di lavoro in lavoro spendendo il prestigio accumulato nel
> settore, cercando di approdare a una posizione sostenibile.
In breve, la forza lavoro nelle redazioni è condannata a un trattamento iniquo,
in senso etico addirittura impraticabile, per via di un disavanzo crescente tra
offerta e domanda. La presa di coscienza in questo senso ha fatto passi avanti,
ma le condizioni di base restano un campo troppo sterminato a cui attingere, e
le imprese editoriali, perfino le più piccole, devono far leva sulla propria
coscienza, e non sulle pratiche di mercato, per evitare il dipanarsi di questa
abitudine. Capita che alcune realtà lo facciano, è vero, e capita sempre con più
frequenza per una ragione banale: la stretta del meccanismo su chi produce pochi
libri è asfissiante, e dunque si preferisce giocare alla puntata minima, anche
se il gioco è penalizzante, più che rischiare grosso con l’aiuto di un esercito
di persone a costo zero. Per dirla altrimenti: le case editrici a conduzione
familiare o individuale o poco più sono realtà che in questo momento esistono e
perdurano. Potremmo individuare per questo tipo di case editrici una categoria
abbandonata troppo tempo fa: l’editoria artigianale, una categoria che non si
basa sulle fumose distinzioni che distinguono l’editoria tra ‘grande’, ‘media’ e
‘piccola’ sulla base dei fatturati (e che generano grandi confusioni nonché
grandi abusi di parole quali ‘indipendente’), ma che fa riferimento alla
produzione annuale: pochi titoli, in radicale controtendenza con la richiesta
del mercato.
Le case editrici artigianali non sono moltissime, generano appunto pochi lanci
all’anno e non fanno salti per entrare in un giro di produzione superiore perché
non vogliono rischiare, ma allo stesso tempo non assumono né si avvalgono di
personale; rendono interno tutto il lavoro editoriale, mantenendosi da sé,
massimizzando il proprio lavoro e riducendo il rischio. Il risultato è che meno
persone vengono impiegate a costo zero, ma in generale meno persone vengono
impiegate e basta. Il problema dell’impiego, insomma, perdura. Il potenziale di
crescita di questo settore ci sarebbe, e forse potrebbe rappresentare
un’interessante rottura dell’ingranaggio, ma come abbiamo visto la sopravvivenza
di quel meccanismo deve potersi avvalere anche di queste case editrici per poter
perdurare.
C’è poi l’altro lato del settore, rappresentato dalle persone che scrivono. In
pratica, la base del settore tutto. Tuttavia le persone che scrivono, in
mancanza di entrate chiare e programmabili, sono costrette ad accumulare il
capitale con cui paga l’industria editoriale – il prestigio – per anni, e non
sorprende che infine esista chi inizi a lottare per una conversione di quel
capitale in qualcosa di spendibile altrimenti (soldi) o in qualcosa di più
importante per il proprio tempo (fama), che magari faccia da ponte alla medesima
conversione in danaro, che arriverà poi in un futuro anteriore. Da un punto di
vista meramente pratico, nel processo editoriale esposto poco prima, la persona
che scrive nella stragrande maggioranza dei casi viene retribuita con una
percentuale delle vendite, percentuale che per i libri di carta (che
rappresentano ancora la gran parte del mercato) si aggira comunque sotto il
dieci per cento del prezzo di copertina (salvo ovviamente eccezioni che non
fanno testo).
Ricordiamoci però che alla persona che ha scritto il libro verranno liquidate
non le copie fornite (ricordate il meccanismo?), ma quelle effettivamente
vendute, cioè quelle che usciranno vive dal meccanismo del reso. Perfino il
meccanismo di conteggio delle vendite, in Italia, ha in realtà dei problemi di
monopolio, ma ve lo risparmio per una prossima occasione. Limitiamoci a dire che
il rendiconto delle copie effettivamente vendute di un libro solitamente è molto
più misero di quanto ci si può aspettare, e genera il grande dilemma della
comunicazione di quel dato: se si divulga la sua entità usando un dato onesto o
perfino al ribasso, risulterà chiara la difficoltà della persona che ha scritto
o pubblicato il libro, e l’unica forma di prestigio su cui si potrà far leva è
la resilienza, se si dichiara invece la sua entità al rialzo si risulterà
vincenti e dunque appetibili ma allo stesso tempo si avrà la necessità di
confermare o migliorare quello standard in altre occasioni.
> Chiunque scriva o pubblichi i libri ha molteplici ragioni per mentire
> sull’effettivo numero di vendite che un libro ha generato. L’unico dato che
> avremo per certo è che una persona che scrive i libri non può vivere della
> sola vendita dei propri libri.
Affianchiamo a questo processo il fatto che non è facilissimo accedere ai dati
di vendita ufficiali dei libri, perché sono servizi a pagamento e peraltro non
sono del tutto veridici, laddove molte delle effettive vendite in librerie più
marginali e sprovviste di un sistema gestionale ufficiale non entreranno in quel
computo. La conseguenza è una: chiunque scriva o pubblichi i libri ha molteplici
ragioni per mentire sull’effettivo numero di vendite che un libro ha generato.
Non credeteci, mai. L’unico dato che avremo per certo da questo procedimento è
che una persona che scrive i libri non può vivere della sola vendita dei propri
libri. Senza considerare tutto l’apparato di spese da sostenere per promuovere
la propria opera nell’augurio che venda abbastanza da farci sopra dei progetti
di sopravvivenza: spesso quella spesa è caricata sulle spalle della stessa
persona che ha scritto il libro, e dunque andrà a detrazione del suo già misero
rendiconto annuale. Si salva, anzi sta proprio in un’altra categoria, chi scrive
dei libri che poi diventano best seller, ma nemmeno con quelli, talvolta, si ha
la certezza di una pianificazione economica coerente della propria esistenza.
Cosa richiede esattamente, dunque, chi scrive? Di avere un principio retributivo
simile a chi ha un altro tipo di lavoro, o almeno che abbia quella coerenza? Di
avere una mappatura delle proprie possibilità al di fuori dalla semplice vendita
dei libri? Non è davvero chiaro. Di una cosa possiamo dare certezza quasi
granitica: non sarà dalla vendita dei libri che chi scrive tratterà mai un
compenso sufficiente per vivere come una persona con reddito medio. Non con
questo sistema, perlomeno. È per questo che esiste tutto un altro mercato
‘culturale’ che riguarda chi scrive, tanto che chi scrive fa di tutto per
diventare persona esposta, divulgatrice o opinionista, per partecipare a eventi
che possono garantire una valida copertura economica, per produrre corsi per
insegnare a scrivere, a loro volta, ad altre persone che nella migliore delle
ipotesi riprodurranno quel percorso.
Il patrimonio di prestigio accumulato nel tempo può trasformarsi in una sorta di
automatismo: la persona che scrive viene invitata a intervenire su qualunque
tema, oppure cerca occasioni per farlo perché si tratta spesso di interventi
retribuiti. Può accadere che si esprima anche su questioni che non rientrano
nelle proprie competenze dirette, magari non per mancanza di attenzione ma
perché il meccanismo editoriale ha normalizzato questa figura di presenza
pubblica chiamata a parlare sempre e comunque. Non è necessariamente una persona
che ha il tempo di approfondire, ma una che si trova a generare opinioni in un
circuito dove l’espressione tende a sostituire progressivamente lo studio, e da
cui transitano le possibilità di guadagno.
In seno a questo processo nasce anche quella che è l’esclusività della cultura:
se i soldi sono pochi, se il patrimonio è ridotto e la concorrenza è grande, il
prestigio con cui si è ricevuto per anni lo stipendio è anche una dotazione per
impedire alle voci altrui di prendersi una fetta di retribuzione danarosa. Da
qui si fa trincea, e le voci che si esprimono diventano le solite, e diventano a
loro modo monotone, prive di guizzo perché il gran lavoro svolto è stato
piuttosto edificare un perimetro esclusivo per la propria figura, non tanto dire
qualcosa che fosse effettivamente significativo.
> Esiste tutto un altro mercato ‘culturale’ che riguarda chi scrive, tanto che
> chi scrive fa di tutto per diventare persona esposta, divulgatrice o
> opinionista, per partecipare a eventi che possono garantire una valida
> copertura economica.
Meriterebbe fare anche un rapido passaggio dal mestiere di scrittura
giornalistica, chiamando in causa quell’altra parte, non certo piccola, del
mondo editoriale che si occupa di periodici e quotidiani. Per non addentrarsi
troppo nelle specificità di un settore che è mosso da ingranaggi non proprio
simili a quelli dell’editoria libraria, basti accennare a come anche in questo
campo l’effetto del ‘collo di bottiglia’ si faccia sentire da decenni: sempre in
virtù di una sterminata disponibilità di forza lavoro si è reso consueto
l’impiego di chi scrive per compensi insignificanti, e l’immediata conseguenza
di questo è che si è reso impossibile il costruirsi o il consolidarsi di
carriere individuali, e dunque di voci riconoscibili, livellando sempre più
l’atto della scrittura a qualcosa di dedicato all’informazione pura, alla
funzionalità immediata nei confronti di una non meglio specificata utenza. A
lungo andare, anche questo approccio ha finito per determinare il drastico calo
di pubblico leggente (per i quotidiani i dati sono impietosi), e il conseguente
gioco di cessioni dei vari gruppi editoriali.
Ci sarebbe infatti da guardare anche cosa viene richiesto a chi produce testi,
cosa possa servire in termini di consumo la produzione testuale contemporanea, e
che genere di profitto, fuori dalla sola vendita delle copie, possa generare un
simile mestiere. Il punto, insomma, non è tanto come guadagnare scrivendo, ma
per cosa si scrive: per generare informazioni, per stare al passo con la
produzione editoriale, per essere parte di un mercato o per effettivamente
produrre pensiero, con la sua dotazione di curiosità, fragilità, parzialità?
Sappiamo bene che se ragioniamo in termini di funzioni testuali, in un’epoca che
ci ha donato dispositivi in grado di generare testi estremamente complessi in
pochi secondi, quello che è in gioco è molto di più del semplice chiedere a
un’entità superiore una retribuzione adeguata al proprio valore. Se tuttavia nel
frattempo l’uditorio è stato abituato a richiedere forme testuali solo
funzionali, solo a guisa di informazioni da immettere in un sistema, il rischio
di considerare del tutto accessoria la figura di chi scrive è altissima.
3. La gente non legge più
Alla luce di quanto detto finora verrebbe da rispondere con una frase piuttosto
diretta a questo ritornello: e vorrei pure vedere. C’è un eccesso di offerta di
libri rispetto alla domanda, la domanda continua a decrescere e come si
risponde? Aumentando l’offerta. Del resto, se l’eccesso di offerta di forza
lavoro sopravanza l’esigenza delle case editrici, quell’eccesso servirà proprio
a produrre di più. Tutto torna, dal lato del ragionamento industriale. Il grande
escluso, oltre a tutte le fasce non retribuite, è il pubblico. Lo abbiamo visto:
se l’editoria smette di fare il proprio mestiere, ovvero di scegliere, come ci
si aspetta che reagisca il pubblico? Percependo una mancanza di scelta, pare
evidente. Eppure non sembra essere questa la domanda che ci si pone in questo
settore, occupati come si è a far girare la ruota da criceto. Quel che ci si
chiede è come recuperare marginalità, come chiedere allo Stato degli aiuti per
produrre ancora di più (ho davvero sentito con le mie orecchie chi chiedeva
degli sgravi fiscali sul costo della carta per agevolare la produzione come
soluzione a un mercato in crisi).
> C’è un eccesso di offerta di libri rispetto alla domanda, la domanda continua
> a decrescere e come si risponde? Aumentando l’offerta. Se l’editoria smette di
> fare il proprio mestiere, ovvero di scegliere, come ci si aspetta che reagisca
> il pubblico?
Nel frattempo, soffocato da un’offerta soverchiante, il pubblico attraversa una
crescente confusione, che culmina con l’impressione che la produzione sia sempre
meno buona, sempre più casuale. Come risposta, invece di farsi venire il
sospetto che il pubblico abbia le sue buone ragioni per raggiungere queste
conclusioni, nell’ambiente ci si affretta a liquidarlo come ignorante,
qualunquista, illetterato, e a ricacciarlo in quel magma di persone che rende
deteriore il Paese. Si mostrano le classifiche dei libri più venduti per
dimostrare quanto sia bue il popolo italiano che vuol leggere solo le ‘porcate’,
laddove le ‘porcate’ sono alcune produzioni dozzinali, scelte e coniate con la
medesima cura e il medesimo principio della gran parte della produzione di libri
che si vorrebbero considerare nobili, perché come abbiamo visto il meccanismo è
per tutte le realtà lo stesso, e fa necessariamente venire meno il principio
stesso della scelta. Quella che di contro viene esibita come ‘qualità’, termine
dirimente nel distinguere il buono dal cattivo, non è, di conseguenza, il frutto
di un processo di produzione mirata, ma solo la formulazione di un apparato
critico, il più delle volte composto da persone che a loro volta scrivono i
libri e che, come abbiamo visto, hanno dovuto curare e perimetrare la propria
posizione per poter esprimere opinioni in modo dirimente, ma che al contempo non
hanno alcun interesse a perdere tempo in ricerca e in curiosità.
I progetti di lettura, l’incentivo alla lettura come processo valido e virtuoso
di per sé, non tengono conto di come la lettura sia in questo momento storico
una dinamica anzitutto di consumo, e solo in seguito un principio di scoperta e
conoscenza. Chi propone contenuti vede in chi legge, prima di tutto, un soggetto
consumatore, e solo in seguito un essere che da quei contenuti potrà trarre
qualcosa. È un principio funzionale, ed è la coerente conseguenza del processo
distributivo: se si fornisce materiale produttivo, la selezione sarà fatta in
base a un principio di consumo, che è diverso da quello di scelta. Ed è in
questa dinamica che finiamo quando, coerentemente, ci accorgiamo
dell’accuratissima riproducibilità stilistica di ogni personalità scrivente
tramite le nuove intelligenze artificiali generative. Il punto è che, molto
prima che arrivassero quelle intelligenze artificiali, noi abbiamo fatto di
tutto per assomigliare sempre più a loro: chiedendo alla scrittura di essere
funzionale, standardizzata, intercambiabile, di riempire spazi di contenuto, di
produrre testi il cui contenuto non era davvero determinante. Se l’obbiettivo
editoriale è fornire contenuti, non ci si può stupire dell’arrivo di tecnologie
perfettamente adatte a svolgere esattamente questo compito, e a costi
infinitamente più bassi.
> Invece di farsi venire il sospetto che il pubblico abbia le sue buone ragioni
> nell’ambiente ci si affretta a liquidarlo come ignorante, qualunquista,
> illetterato, e a ricacciarlo in quel magma di persone che rende deteriore il
> Paese.
La pratica della lettura si è resa di conseguenza un valore di consumo, e la
retorica della lettura come qualcosa di acriticamente buono in sé e per sé non
fa che aumentare la percezione di discrasia tra ciò che viene promesso e ciò che
viene realmente offerto. Il pubblico, di fronte a questo scarto, non solo non si
sente chiamato in causa, ma ha l’impressione di essere continuamente
rimproverato per non aver aderito a un rituale di cui non comprende fino in
fondo il senso. Un settore che non sceglie, che non filtra, che produce per
mantenere in movimento la macchina del fornito-reso, che si affida per
l’andamento a dati via via sempre più standardizzati senza soffermarsi a saperli
leggere con occhio umano, pretende che l’atto della lettura appaia come una
scelta virtuosa, consapevole e quasi ascetica – quasi a ricordare che quel
processo stesso di lettura, quella prettamente umana, è già una favola. Ma la
lettura, nel modo in cui l’editoria la propone, non è un percorso di senso: è
una prestazione. È un gesto che, per essere riconosciuto come valido, deve
aderire a un immaginario di qualità che spesso coincide con il prestigio di chi
lo certifica, non con l’esperienza di chi legge.
Il ritornello La gente non legge più, allora, non sta lì a segnalare tanto un
problema culturale quanto a indicare il cortocircuito della filiera. È una frase
che non descrive il pubblico, bensì descrive l’incapacità di un settore di
comprendere che la sovrapproduzione, l’autoreferenzialità e la dispersione non
sono anomalie, ma esiti prevedibili di un sistema che ha smesso di avere un
rapporto sensato con chi dovrebbe raggiungere. Se il pubblico smette di leggere,
o legge meno, non è perché è diventato ottuso o pigro: è perché la filiera,
occupata a sostenere sé stessa, ha smesso di offrire un terreno su cui il gesto
della lettura abbia un senso. La domanda finale, dunque, non è come riportiamo
le persone alla lettura, ma cosa renderebbe oggi la lettura un gesto
significativo, fuori dalla retorica, fuori dalla prestazione, fuori dalla
vocazione sacrificale che il settore pretende.
> Un settore che non sceglie, che non filtra, che produce per mantenere in
> movimento la macchina del fornito-reso, che si affida per l’andamento a dati
> via via sempre più standardizzati pretende che l’atto della lettura appaia
> come una scelta virtuosa, consapevole e quasi ascetica.
È qui che andrebbe riaperto l’intero discorso: non ripensando il pubblico, ma
ripensando il ruolo del libro. Quale spazio gli viene concesso? Quale esperienza
propone? Quale tipo di relazione crea? Perché, se il libro continua a essere
prodotto come mero carburante del ciclo distributivo, nessuna politica, nessuna
campagna, nessun lamento stagionale potrà mai invertire la rotta. A ben vedere,
insomma, il problema non è che la gente non legge più: il problema è che non
riconosce più, in ciò che il mondo editoriale ha finito per propinarle, un
motivo per farlo. E adesso abbiamo anche chiara la ragione per cui il resto del
mondo riserva a queste faccende un’oceanica indifferenza.
L'articolo Mai più libri proviene da Il Tascabile.
L’ intero universo e tutti i suoi fenomeni fisici possono essere ricondotti a un
unico modello matematico? C’è stato un tempo in cui ci si illuse che fosse
possibile, quando a Stephen Hawking veniva assegnata la cattedra, che in epoca
moderna era stata di Isaac Newton, all’Università di Cambridge. Nel 1979,
insieme al suo gruppo di ricerca, Hawking lavorava alla teoria del tutto,
chiamata anche TOE (Theory Of Everything). Quello stesso anno, si scatenò una
tempesta improvvisa, che nessuna stazione meteorologica era stata in grado di
prevedere. Nonostante l’attivazione di imponenti operazioni di soccorso, lo
scrittore irlandese James Gordon Farrell perse la vita nella Baia di Bantry. Era
l’autore della cosiddetta Trilogia dell’Impero (1970-1978), una serie di romanzi
sulle conseguenze del colonialismo britannico nel mondo. Qualche mese prima,
Margaret Thatcher vinceva le elezioni e diventava primo ministro del Regno
Unito, incarico che ricoprì per undici anni consecutivi.
Come Hawking, anche Thatcher aveva una sua teoria totalizzante e un metodo per
dimostrarla, ma anche uno scopo ben preciso da raggiungere. La teoria implica
che il capitalismo sia l’unico sistema economico praticabile, al quale non è
possibile contrapporre un’alternativa, ed è sintetizzata nello slogan “There is
no alternative”, contratto in TINA. Il metodo prevede l’attuazione di misure
come le privatizzazioni e il monetarismo, e l’obiettivo era quello di cambiare
la psicologia dei suoi conterranei per portarli a rivivere i grandi fasti del
passato, quando il Regno Unito era la più grande potenza al mondo.
Thatcher intendeva condurre il suo Paese verso il futuro, tornando al passato, e
rafforzare l’orgoglio identitario nazionale attraverso la promozione di una
società atomizzata e individualista. Secondo la sua prospettiva, i cittadini
britannici avrebbero dovuto emanciparsi dall’assistenzialismo statale a partire
dalla questione abitativa: ognuno avrebbe dovuto possedere una casa di proprietà
e questo sarebbe stato possibile attraverso l’erogazione di mutui a tasso
variabile. Nella sua visione, il mondo intero si riconduceva a un unico modello
economico, sociale e politico, secondo i precetti del conservatorismo.
Prometteva di cambiare tutto senza cambiare niente, glorificando le tradizioni e
feticizzando ciò che la storia avrebbe lasciato in eredità al suo popolo.
> Nell’ultima docuserie realizzata per la BBC, Shifty, Curtis mixa filmati
> d’archivio come tracce di un set di musica elettronica, caotico e stordente,
> ripercorrendo gli ultimi vent’anni del Regno Unito, a ridosso del nuovo
> millennio.
Per il giornalista e regista inglese Adam Curtis, Hawking e Thatcher sono due
delle personalità principali connesse dal filo conduttore che percorre gli
ultimi vent’anni del Regno Unito, a ridosso del nuovo millennio. Nell’ultima
docuserie realizzata per la BBC, Curtis mixa filmati d’archivio come tracce di
un set di musica elettronica, caotico e stordente, adottando il tipo di
montaggio caratteristico dei suoi ultimi lavori prodotti per la medesima
emittente. Si intitola Shifty (2025) e condensa in cinque episodi da circa
un’ora molti dei temi cari all’autore, approfonditi in altre produzioni come
HyperNormalisation (2016), il documentario nel quale sostiene che, dagli anni
Settanta in poi, governi, finanzieri e imprenditori dell’industria hi-tech
abbiano progressivamente rinunciato ad affrontare le complessità del reale,
scegliendo di fabbricare un mondo artificiale, più semplice da gestire e
rassicurante da abitare. L’idea di fondo è che la reiterazione di questa
finzione collettiva finisca per trasformarsi in una nuova normalità: un universo
al quale tutti si adeguano, pur di evitare il confronto con il disordine del
presente.
Il concetto di reiterazione (inteso come prassi per rafforzare l’immaginario
egemonico della società dei consumi) è stato indagato anche da Lauren Berlant
nel saggio Cruel Optimism (2011). L’autrice interpreta il presente storico come
un tempo sospeso in cui il desiderio di una “vita buona”, una vita normale, è
paradossalmente condizionato dalla sua impossibilità strutturale di essere
esaudito. L’ottimismo crudele, cifra della condizione neoliberale, nasce proprio
da questo cortocircuito: l’adesione alla normatività e la fede nelle sue
promesse, mantengono i soggetti ancorati a un presente logorante, fatto di
rituali ripetitivi e di speranze differite, come traguardi irraggiungibili e
lontani. In questo senso, sotto la lente di Berlant si teorizza la tenuta del
modello economico capitalistico e la sua forza conservatrice, capace di
perpetuarsi attraverso la produzione di affetti e aspettative.
Semplificare la realtà, ridurla a un’unica interpretazione e creare un
immaginario, una fantasia: è stato esattamente quello che ha prodotto la
leadership di Thatcher, durante l’ascesa e il declino della Lady di ferro,
mostrato in Shifty da Curtis. Quando si producono orizzonti immaginifici, si
manipola anche la realtà, nella sua accezione, più prettamente umana di Storia.
Non a caso, il primo episodio della docuserie è intitolato The land of make
believe, il mondo delle favole, e mette al centro l’illusione politica con la
quale ha incantato i suoi elettori per un decennio. L’episodio si apre con una
breve sequenza, estrapolata dal vastissimo archivio della BBC, che mostra la
Thatcher sull’uscio di una sala da pranzo mentre incoraggia un gruppo di bambini
a entrare nella stanza, assieme a una celebrity discutibile: Jimmy Savile.
> Semplificare la realtà, ridurla a un’unica interpretazione e creare un
> immaginario, una fantasia: è stato esattamente quello che ha prodotto la
> leadership di Thatcher, durante l’ascesa e il declino della Lady di ferro.
Si trattava di un personaggio vicino alla leader dei conservatori, il quale
aveva percorso una parabola che dalle miniere di carbone lo aveva portato a
diventare DJ, conduttore radiofonico e televisivo molto famoso nel Regno Unito.
Solo dopo la sua morte, emersero delle accuse di stupro che intaccarono la sua
memoria. Per molti aspetti, Jimmy Savile incarnava la storia del suo Paese: le
miniere di carbone vennero dismesse a partire dagli anni Ottanta, così come le
fabbriche e le industrie, per essere sostituite da un altro modello economico,
regolato dai mercati finanziari, basato sulla vendita di servizi e sulla
speculazione immobiliare. Era lo stadio germinale del sistema tardocapitalista
nel quale oggi sprofonda l’Occidente, trascinando con sé il resto del mondo.
Curtis mostra agli spettatori il veloce declino politico della storia recente
del suo Paese, ma a differenza dei progetti precedenti, il commento del regista
alle riprese d’archivio non è in voice over, bensì sotto forma di didascalie
narrative. La tesi di fondo del regista è suggerita e mai davvero del tutto
approfondita: sfugge e si dissolve, esattamente come il sistema sociale che
racconta. Ne risulta un vortice caleidoscopico e stordente, accentuato da un
accompagnamento sonoro che va dai Joy Division a Gigi D’Agostino, passando dalla
guerra delle Falkland agli scontri con l’IRA e alla censura della BBC di Relax
(1984) dei Frankie Goes to Hollywood. I cinque episodi di Shifty tengono insieme
house party e storia economica, cultura pop e guerre imperialiste; accennano a
cospirazioni e segreti, massoneria e aristocrazia, nuovi poveri e false
promesse, come quelle di Thatcher ai suoi elettori, ma anche di Tony Blair e
Gordon Brown. Si allude anche alla “Stalker Inquiry”, la commissione
parlamentare istituita per indagare sugli abusi delle forze di polizia
britanniche in Irlanda del Nord, immediatamente archiviata. Dalla visione
dell’intera serie, si potrebbe dedurre che Curtis volesse trasferire al suo
pubblico il comune sentire di quelle due decadi di fine Novecento, sospese verso
un futuro inconsistente, vuoto come le ragioni che spinsero all’edificazione del
Millennium Dome, l’arena polifunzionale che fu costruita a Londra per ospitare
una grande esposizione celebrativa del terzo millennio.
> I cinque episodi di Shifty tengono insieme house party e storia economica,
> cultura pop e guerre imperialiste; accennano a cospirazioni e segreti,
> massoneria e aristocrazia, nuovi poveri e false promesse.
La docuserie è costellata di personalità ambigue, oggetto di scandali, come
Geoffrey Prime, un’ex spia britannica, condannato per abusi sessuali su minori e
per aver rivelato informazioni riservate all’Unione Sovietica. Curtis si
sofferma anche su Cecil Parkinson, segretario di Stato sotto il primo governo
Thatcher, costretto a dimettersi dall’incarico quando la sua relazione
extraconiugale venne a galla. Poi, la corruzione di alcuni esponenti dei Tory,
uno fra tutti Ian Greer, coinvolto in prima persona nel “cash-for-questions
affair” insieme all’imprenditore egiziano Mohamed Al-Fayed, che aveva rilevato
il famoso centro commerciale di lusso Harrods. Curtis si sofferma su Al-Fayed in
diversi episodi di Shifty e nell’ultimo monta un estratto di un’intervista
durante la quale l’imprenditore afferma, senza alcun rimpianto, di aver fatto
affari con Greer semplicemente perché voleva fare soldi. Infine, si autoassolve
e dichiara, con parecchio sdegno, che un grande paese come il Regno Unito si era
ridotto a essere amministrato da un gruppo di delinquenti senza morale né etica.
Oltre agli scandali, le clip selezionate da Curtis raccontano anche i grandi
eventi cardine del suo Paese alla fine del Novecento, come il Big Bang: il boom
dei consumi fondato sul debito e destinato a provocare molto presto l’ennesima
crisi delle borse britanniche. Un’altra tempesta violenta e improvvisa si
scatena sui cieli del Regno Unito, proprio quando la bolla esplode e arriva al
culmine con il Black Monday, uno dei crash finanziari più drammatici del
ventesimo secolo. La transizione verso i nuovi assetti economici e produttivi
non comporta una rivoluzione reale nelle configurazioni del potere, che resta
nelle mani di quelli che lo hanno sempre detenuto. Eppure, rispetto ai rapporti
di forze, Curtis registra un cambiamento di equilibri: è la cultura ad
allontanarsi dal mondo della politica per divenire parte dell’industria del
tempo libero, del lifestyle e dell’intrattenimento. L’arte diventa merce e le
fabbriche sono trasformate in loft dagli imprenditori del mercato immobiliare.
Si gentrifica il sapere così come i quartieri, demolendo ricordi personali e
memoria collettiva per fare spazio alle catene della grande distribuzione
organizzata, come Netto e Tesco.
> Rispetto ai rapporti di forze, Curtis registra un cambiamento di equilibri: è
> la cultura ad allontanarsi dal mondo della politica per divenire parte
> dell’industria del tempo libero, del lifestyle e dell’intrattenimento. Si
> gentrifica il sapere così come i quartieri.
Rispetto al ruolo dell’arte e della cultura, sia indipendente sia mainstream,
Curtis aveva esplorato tematiche affini nella docuserie Can’t Get You Out Of My
Head (2021), in cui l’attenzione si spostava sull’individuo occidentale odierno,
immerso in un mondo privo di grandi narrazioni collettive. L’emancipazione dai
miti, che in passato orientavano il senso di appartenenza al sistema sociale
egemonico, istiga i singoli individui a generare autonarrazioni proprie per
interpretare e condizionare la realtà. Tuttavia, queste storie personali non
sono mai totalmente originali; al contrario, restano intrecciate alle strutture
di potere e ai modelli del passato, mostrando come il soggetto atomizzato
continui a operare entro i limiti dei sistemi che lo trascendono.
Anche in questa docuserie, l’analisi di Curtis si muove a partire da una visione
materialista della storia: le trasformazioni dei rapporti di produzione e delle
dinamiche di potere globali costituiscono lo sfondo su cui si regge l’intero
racconto, articolato in otto ore di filmati d’archivio. Allo stesso tempo, il
regista non riduce la complessità degli ultimi decenni a un’etichetta unica come
“neoliberalismo”, preferendo argomentare come l’intera classe politica abbia
delegato progressivamente all’apparato finanziario il governo della società,
trasformando il denaro nell’unica misura possibile della realtà, anche in campo
artistico e culturale. In questo scenario, gli individui, pur credendo di essere
liberi, sono intrappolati in una gabbia entro la quale tutto è quantificato e
strumentalizzato secondo criteri economici e di utilità.
Dalla fine del Novecento a oggi, molte cose sono cambiate e la gabbia ha
cominciato a farsi sempre più stretta, inadatta a contenere la complessità della
realtà odierna, ossia quella di un mondo globalizzato e iperconnesso. La
frattura nell’immaginario neoliberista in crisi è mostrata nel quarto episodio
di Shifty anche attraverso la messa in discussione della Teoria del tutto
elaborata da Hawking, superata da quella del multiverso. Secondo Curtis si può
evidenziare una corrispondenza dinamica fra le scoperte scientifiche e i sistemi
sociali che le generano: associa la rivoluzione scientifica a quella
industriale, la Theory of everything all’individualismo estremo della
massificazione dei costumi di fine Novecento, mentre la teoria del multiverso
riflette la complessità e la frammentazione del mondo contemporaneo segnato
dall’avvento di Internet.
> La frattura nell’immaginario neoliberista in crisi è mostrata anche attraverso
> la messa in discussione della Teoria del tutto elaborata da Hawking, superata
> da quella del multiverso, in una corrispondenza dinamica fra scoperte
> scientifiche e sistemi sociali.
L’ultimo episodio della serie termina con un estratto di un’intervista a David
Bowie, il quale sosteneva come almeno fino alla metà degli anni Settanta, la
percezione comune fosse quella di essere sotto l’egida di una società modellata
da una cultura di massa, monolitica e univoca. Verso gli anni Novanta, il
paradigma dominante iniziò a sgretolarsi in molteplici narrazioni. Rispetto a
Internet e alla sua diffusione, Bowie lo definì come una “forma di vita aliena”
dal potenziale “inimmaginabile, esaltante e terrificante” allo stesso tempo. Le
parole del Duca bianco si perdono nelle note di Absolute Beginners. La docuserie
termina con una successione di commenti scritti, nella forma di intertitoli, con
i quali il regista si domanda se l’individualismo nel quale la società
occidentale è stata catapultata sarà mai rovesciato dalle persone che
scopriranno un nuovo senso di unità; oppure se aspirare alla rivoluzione possa
essere solamente un retaggio nostalgico, innescato dal loop storico nel quale
oggi si trova l’umanità.
Nonostante l’ampia risonanza ottenuta, una parte della critica britannica ha
espresso giudizi più cauti su Shifty, ritenendola meno originale rispetto ai
lavori precedenti di Curtis. Alcuni hanno osservato che la docuserie non apporta
nuove prospettive, limitandosi a reiterare temi già esplorati. In alcuni
passaggi, la narrazione è risultata persino ingenua, specialmente quando il
regista si lascia andare ad affermazioni improbabili, come quando sentenzia che
le privatizzazioni sono state inventate dai nazisti. Altri interventi critici
più equilibrati hanno riconosciuto il valore estetico e simbolico della serie,
sottolineando la sua capacità di costruire suggestioni visive e sonore, ma ne
hanno comunque evidenziato la difficoltà nel produrre un discorso inedito
rispetto al corpus complessivo delle produzioni precedenti.
L’impressione generale è che Shifty riproponga un universo concettuale già noto
agli spettatori più avvezzi alle sue opere, senza offrire una vera e propria
evoluzione concettuale o teorica. Se non altro, l’ultima docuserie di Curtis ha
il merito di accendere l’attenzione su un tema: il capitalismo non è affatto il
sistema migliore possibile, da auspicare quasi come se fosse una conseguenza
necessaria nella progressione dei fatti storici. Credere che sia il modello più
efficace è semplicemente una credenza, un mito. Per certi aspetti, è esattamente
ciò che sosteneva Mark Fisher quando definiva il capitalismo come una forma di
dominio ideologico, capace di colonizzare ogni aspetto della vita.
> La docuserie di Curtis ha il merito di accendere l’attenzione su un tema: il
> capitalismo non è affatto il sistema migliore possibile, da auspicare quasi
> come se fosse una conseguenza necessaria nella progressione dei fatti storici.
E se persino la storiografia e l’analisi dei fatti storici fosse stata
colonizzata dal pensiero egemonico capitalista? L’antropologo David Graeber e
l’archeologo David Wengrow, autori di L’alba di tutto. Una nuova storia
dell’umanità (2021), riprendono la tesi dello storico delle religioni Mircea
Eliade secondo la quale la concezione lineare del tempo è un’invenzione
relativamente recente, che può essere ricondotta principalmente a due fattori
interconnessi: il pensiero escatologico delle religioni abramitiche residuale
nella concezione evoluzionistica della storia umana di derivazione positivista.
Parafrasando Eliade, Graeber e Wengrow sostengono che la prospettiva temporale
progressiva ha spodestato quella ciclica della filosofia greca antica e delle
“società tradizionali”, con “catastrofiche conseguenze sociali e psicologiche”.
Nella concezione lineare del tempo i fatti storici accadono come rivoluzioni che
irrompono e cambiano il corso degli eventi, come in un dipanarsi di “sequenze
cumulative” necessarie all’evoluzione della civiltà umana: si pensi alla
rivoluzione agricola del Neolitico, a quella scientifica in epoca illuminista o
a quella industriale di fine Ottocento. Descrivere la storia come un susseguirsi
di accadimenti radicali improvvisi ha delle conseguenze. La tesi di Graeber e
Wengrow è che questo tipo di approccio storiografico sia ideologico, per non
dire mitologico, e che abbia delle implicazioni politiche, rendendo l’umanità
meno capace di “affrontare le traversie della guerra, dell’ingiustizia e della
sfortuna, gettandoci invece in un’età di ansia senza precedenti e, a lungo
andare, di nichilismo”. Accettare la logica del dominio e considerare
inevitabile che la civiltà umana tenda verso l’accumulo di ricchezze significa
raccontare la specie umana come “molto meno premurosa, creativa e libera” di
quanto non lo sia.
L’ultimo capitolo del saggio L’alba di tutto si conclude con una serie di
considerazioni a proposito del nichilismo insito nella concezione lineare del
tempo, teso verso un progresso inesauribile. Una tale concezione inibisce la
possibilità di considerare la storia come l’insieme di scelte collettive, lente
e stratificate, attraverso le quali le comunità hanno deciso quali pratiche
adottare nella vita quotidiana e quali confinare alla sperimentazione o al rito.
Ciò che vale per la creatività tecnologica vale, naturalmente, ancora più per la
creatività sociale. Il dominio dell’uomo sulla natura, le società gerarchiche e
l’accumulo di ricchezze o la logica del profitto non erano inevitabili. Non è
affatto corretto sostenere che non esista un’alternativa; semmai, per dirla con
Graeber e Wengrow: “Se qualcosa è andato storto nella storia dell’umanità […]
forse prese a farlo proprio quando gli uomini persero la libertà di immaginare e
di attuare altre forme di esistenza sociale […] al punto che ora alcuni
ritengono che questo particolare tipo di libertà non ci sia mai stato, o non sia
mai stato esercitato, per quasi tutta la storia dell’umanità.”
> Descrivere la storia come un susseguirsi di accadimenti radicali improvvisi ha
> delle conseguenze. La tesi di Graeber e Wengrow è che questo tipo di approccio
> storiografico sia ideologico, per non dire mitologico, e che abbia delle
> implicazioni politiche.
Lo stesso sistema neoliberista che incita al pensiero “out of the box”, che
invita a essere non convenzionali (“Stay hungry, stay foolish”), paradossalmente
impone una reductio ad unum, all’omologazione: “siate diversi tutti allo stesso
modo” è il vero slogan di questi tempi. Ancora, si tratta dello stesso sistema
che continua a ignorare proposte realmente alternative a quelle della narrazione
dominante, come il pensiero tentacolare, lo Chthulucene di Donna Haraway, e che
torna indietro invocando valori reazionari e antiscientifici.
Per uscire dal loop è necessario esercitare la libertà, a partire
dall’immaginazione. La vera domanda è se l’umanità possiede ancora le capacità
per farlo.
L'articolo Shifty. Cos’è andato storto? proviene da Il Tascabile.
S e si ascolta musica con abbastanza ossessione e compulsività, può avvenire una
metamorfosi della fruizione. Non basta più solo ascoltarla, ma se ne vuole
comprendere il significato. Questa esigenza viene da un sospetto: la sensazione
che dietro ai suoni ci sia qualcosa di molto più grande, come fossero un istmo
in cui si stringe la maestà di un oceano. Allora, il fruitore scopre la critica
musicale.
Il rock criticism – per intendersi, la critica musicale rivolta alla musica pop
– è un canone di testi soprattutto anglofoni che si è sviluppato a partire dalla
nascita del rock’n’roll in America. Chi ci si immerge incontra presto un
proverbio di dubbia attribuzione che vorrebbe affossare il canone stesso:
“Writing about music is like dancing about architecture”. Oltre al fatto che un
balletto classico ispirato alla Reggia di Versailles, o una coreografia hip-hop
che imiti i volumi del MOPOP, il Museum of pop culture di Seattle, sarebbero
quantomeno una cosa interessante a cui assistere, il proverbio non considera che
questo canone vive proprio dell’impossibilità titanica di afferrare l’ineffabile
che sta tra una forma così sfuggente come la musica e una così articolata come
il linguaggio scritto.
A partire dalla fine degli anni Settanta una particolare stagione della critica
rock inizia a prendere di petto quell’impossibilità. Firme come Paul Morley, Ian
Penman, Barney Hoyskyns, poi David Stubbs, Jon Savage e il più acclamato Simon
Reynolds, si armano di apparati filosofici, sociologici, semiotici per guardare
la musica pop come un oggetto culturale complesso, che è un condensato di
circostanze storiche, umane, tecniche. L’idea è che l’oceano intravisto
riverberarsi nella goccia di una canzone sia nientemeno che il suono di un’epoca
intera.
Valerio Mattioli è tra gli autori che in Italia hanno più coltivato questo
approccio interpretativo, per cui scrivere attorno alla musica pop può diventare
un’impresa letteraria a sé stante, con una sua dignità artistica (per quanto
parassitaria rispetto all’arte di riferimento). In questa intervista traccia le
connessioni esistenti tra suoni, contesti socioeconomici, sviluppi tecnologici,
sottoculture giovanili. Il tutto seguendo le trame dei suoi libri: Superonda
(2016), una storia musicale dell’Italia fra gli anni Sessanta e i Settanta;
Remoria (2019), ritratto espressionista-surrealista delle periferie romane;
Exmachina (2022), colonna sonora della trasformazione antropologica mediante cui
l’umano si ibrida con l’agente informatico-cibernetico, e ne viene poi
fagocitato; l’ultimo Novanta (2025), resoconto della frenesia di politica e
musica passata dai centri sociali italiani nel decennio precedente all’11
settembre.
PARTIAMO DA NOVANTA. VORREI METTERLO IN PROSPETTIVA CON ALTRI LIBRI CHE HAI
SCRITTO IN CUI SI PARLA DI MUSICA. IN NOVANTA SI PARLA TANTO DI MUSICA, CI SONO
SEI CAPITOLI SU SEDICI IN CUI È PROTAGONISTA ASSOLUTA. IL TUO PRIMO LAVORO
UNITARIO DI RICERCA È STATO SUPERONDA, CHE HA UN APPROCCIO STORICO, DI STORIA
DELLA CULTURA MUSICALE. POI EXMACHINA, CHE È UNA COSA MOLTO DIVERSA. LÌ IL SUONO
È LO SFONDO, L’AMBIENTAZIONE A CUI GUARDARE PER CAPIRE UN PEZZO DI STORIA
DELL’UMANITÀ. IN NOVANTA INVECE TORNI DI NUOVO SULL’APPROCCIO STORICO, UNA
STORIA DEI MOVIMENTI E DELLE SOTTOCULTURE, IN CUI LA MUSICA È UN PERSONAGGIO –
NON PIÙ L’AMBIENTAZIONE – SEPPURE MOLTO INGOMBRANTE, CHE PERÒ VIVE ANCHE DELLE
RELAZIONI CON ALTRI PROTAGONISTI: LINGUAGGI, IMMAGINARI, MOVIMENTI POLITICI. SE
IN EXMACHINA I SUONI RACCONTANO UN’EPOCA, IN NOVANTA INVECE I SUONI STANNO
DENTRO UN’EPOCA, E INTERAGISCONO CON MOLTI ALTRI FENOMENI CULTURALI NEL CREARNE
L’AFFRESCO. LA COSA CHE AVVICINA QUESTI DUE LAVORI È CHE IN ENTRAMBI I CASI LA
MUSICA È UN PUNTO DI VISTA PRIVILEGIATO PER COMPRENDERE UNA TEMPERIE. PERCHÉ LA
MUSICA E I MODI ESPRESSIVI CHE LE GIRANO INTORNO – VESTITI, ARTI VISIVE,
ATTEGGIAMENTI, GESTI, IN SINTESI, LE CULTURE SONORE – SONO UN PUNTO DI VISTA
COSÌ PRIVILEGIATO PER COGLIERE LO SPIRITO DEL TEMPO?
La musica pop, nel senso più ampio del termine, intesa come musica non colta –
un cappello in cui ci puoi mettere tanto Taylor Swift quanto, che ne so, un
qualche rumorista giapponese che fa noise assassino – è un sensore. E anche un
laboratorio storico della modernità. Questo l’aveva già messo nero su bianco
Jacques Attali negli anni Settanta, nel suo libro che si chiamava Rumori, se non
sbaglio…
La musica lo è da tanti punti di vista. Innanzitutto per il ruolo che ha avuto
nel dopoguerra all’interno del mondo giovanile, e per via del ruolo che il mondo
giovanile ha avuto nella definizione dei meccanismi valoriali, comportamentali,
anche economici, dell’Occidente. Ovviamente stiamo parlando della sfera
occidentale. Quindi c’è questo doppio passaggio che pone la musica come
linguaggio preferenziale per capire i mutamenti del mondo in atto in Occidente
dal dopoguerra in poi. Lo è per… come dire, la sua economia politica.
Poi lo è per il fatto di assumere un linguaggio molto immediato, istintivo.
Cioè: la musica pop per lo più è il prodotto di generazioni giovani che si
mettono a fare la loro cosa senza filtri, senza dover passare per le trafile e
gli ostacoli che sovradeterminano altre forme espressive. Anche la scrittura è
un linguaggio molto istintivo, prendi e ti metti a scrivere. Ma la scrittura è,
innanzitutto, solitaria come attività, mentre la musica pop vive in un punto
strano che sta tra l’autorialità delle persone che questa musica la fanno, e il
pubblico che la riceve. La musica pop vive in questo interstizio, che è già di
per sé una posizione strana. La scrittura è solitaria e poi è descrittiva per
sua natura, mentre la musica, in qualche modo, riesce a incorporare proprio
nelle sue stesse forme il tempo presente, e lo fa in maniera non mediata. E
anche completa, perché è la forma espressiva che più di tutte si confronta con,
per esempio, i cambiamenti tecnologici.
PERCHÉ LI USA.
Sì, perché fanno proprio parte del suo armamentario, e questo è un altro punto.
Dopodiché la musica, come fatto sociale, visto il ruolo che ha sempre avuto
all’interno delle culture giovanili, riesce a coagulare attorno a sé dei
fenomeni che sono più genericamente sociali, che sono poi le varie culture e
sottoculture che vedono nella musica un perno, un punto di partenza. Poi da
questo punto di partenza si allargano per contemplare un discorso di tipo
comportamentale, attitudinale, estetico, e persino filosofico… a volte anche in
senso molto stretto. Ci sono delle culture musicali che hanno dato il la a delle
piccole filosofie, delle teorie, quasi, molto ben definite.
E poi, se prendiamo gli ultimi venticinque anni, guarda caso, proprio la musica
è stata sempre il campo di sperimentazione di tutti i grandi sconvolgimenti a
cui abbiamo assistito con il dilagare dell’era informazionale. Dalle nuove
tecnologie, al file sharing, alle piattaforme, allo streaming, è sempre la
musica il banco di prova. Infatti a me che lavoro con i libri fa sempre un po’
ridere e mi cascano un po’ le braccia a vedere quanto il mondo editoriale è
sempre indietro…
GLI ARRIVANO PER ULTIMO QUESTE TRANSIZIONI?
Non solo gli arrivano per ultimo, è proprio che, essendo un mondo molto chiuso,
molto ignorante a volte, all’editore raramente gli viene in mente… come dire, il
mondo editoriale vive sempre di queste crisi, è sempre in crisi continua. “E non
si vendono i libri, e la lettura non esiste più…” ma non gli viene mai da dire:
“vediamo un po’ che è successo nel mondo della musica cinque anni fa”. Perché
quello che è successo nella musica cinque anni fa, capiterà anche a te. Ma
sicuro capita. Quindi la musica è un sensore, è un ambito che vale la pena
studiare anche per capire quali sono le forme del presente, le forme che si
stanno sperimentando sul momento e che dopo diventeranno lingua comune.
HAI USATO LA PAROLA SENSORE… È UNA PAROLA CHE HO LETTO IN NOVANTA: A UN CERTO
PUNTO, MOLTO RAPIDAMENTE, CITI QUESTA “TEORIA DEL SENSORE STORICO” DI PRIMO
MORONI, BALLERINO, STUDIOSO, SCRITTORE, LIBRAIO, AGITATORE CULTURALE, UN
PERSONAGGIO CHE POI APPROFONDISCI PIÙ AVANTI. MI È SEMBRATO CHE, DOPO AVERLA
MENZIONATA, ACCANTONASSI QUELLA TEORIA; INVECE LA TENEVI COME PRINCIPIO
ORGANIZZATIVO DEL LIBRO. NEL BELLISSIMO PASSAGGIO IN CUI INTRODUCI MILITANT A,
IL PRIMO A INCIDERE UN PEZZO RAP IN ITALIANO, SCRIVI CHE LA SUA “È LA STORIA DI
UN CATALIZZATORE – INVOLONTARIO, FORTUITO, ACCIDENTALE – LE CUI GESTA
RIUSCIRANNO NIENTEMENO A CAMBIARE L’INTERO CORSO DEGLI EVENTI”. POI CONTINUI:
“VA BENE, VA BENE: GLI EVENTI SAREBBERO CAMBIATI ANCHE SENZA DI LUI. MA, A
VOLTE, È COME SE LA STORIA AVESSE BISOGNO DI PICCOLE, SINGOLE ANTENNE CHE CON LE
LORO SEMPLICI AZIONI IMPRIMONO SVOLTE DAGLI ESITI IMPREVISTI”.
Per Primo Moroni il sensore era il Leoncavallo a Milano. Tu osservando quello
che succedeva al Leoncavallo, in teoria, secondo Moroni, potevi farti un’idea di
quale sarebbe stata la situazione complessiva nell’ambito dei movimenti. Per
quanto riguarda il discorso delle singole antenne… sai, in realtà, nonostante
possa sembrare in contraddizione con quello che hai appena letto, non sono di
mio una persona particolarmente interessata alla mitologia personale, al
personalismo che individua nella personalità X una specie di figura cristologica
che da sola cambia il percorso degli eventi. Per esempio è una figura retorica
che si usa molto spesso in buona parte della critica musicale.
TIPO JON LANDAU CON “HO VISTO IL FUTURO DEL ROCK’N’ROLL E IL SUO NOME È BRUCE
SPRINGSTEEN”.
Per esempio, certo. Hai tutta questa mitologia che ti prende Bob Dylan, Bruce
Springsteen, questi nomi “che da soli incarnano”… a me quella roba non
interessa. Penso sia una roba noiosa, che serve ad alimentare una mitologia
interna. Oltretutto è stata drammaticamente smentita proprio dalla storia: non
ti aiuta in realtà a leggere i fenomeni e gli eventi. Invece è più interessante
leggere l’evento musicale nel suo complesso, depersonalizzandolo e capendo quali
sono gli effetti che ha questo fenomeno musicale sul mondo, come si intreccia
con le forme e le lingue che il mondo sta sperimentando in quel dato momento in
cui quella forma musicale emerge. Detto ciò, questo contraddice quello che dico
a proposito di Militant A o quello che, qualche capitolo prima, dico a proposito
di Angela Valcavi, la fondatrice della fanzine dark e goth Amen negli anni
Ottanta. Un giorno entra al Leoncavallo e chiede se possono organizzare un
concerto lì dentro ed è da quel primo contatto che il Leoncavallo, che fino a
quel momento – metà degli anni Ottanta – era un posto di reduci sconfitti dalla
storia, ridiventa il centro del radicalismo estetico-politico milanese. Quindi,
se non fosse stata Angela Valcavi, probabilmente sarebbe stata qualcun’altra, o
qualcun altro. Non fosse stato Militant A a fare Batti il tuo tempo, sarebbe
stato qualcun’altra, qualcun altro. Non voglio personalizzare, però quegli
esempi, in qualche modo, sono dei piccoli glitch. Quello che mi interessa semmai
è come un semplice, piccolo gesto provochi il famoso effetto farfalla. La
lezione che mi piace prendere da cose del genere, è che a volte basta solo un
piccolo passetto oltre, per poi produrre delle conseguenze che sulle prime non
ci si aspetta.
IL TUO STILE DI SCRITTURA E DI PENSIERO, QUESTO MODO DI STUDIARE LE MUSICHE E LE
CULTURE SONORE, GUARDANDO A COME PARLANO CON IL MONDO FONDENDO STORIA,
FILOSOFIA, RIFLESSIONE PERSONALE, CON NEL TUO CASO – PENSO A EXMACHINA – ANCHE
UNA COMPONENTE ROMANZESCA DI ALLUCINAZIONI IMMAGINIFICHE UN PO’ OSCURE… È UNO
STILE CHE DEVE MOLTO A TUTTO UN FILONE DI GIORNALISTI-TEORICI, OVVIAMENTE
REYNOLDS, MA ANCHE TUTTO IL GRUPPO CHE CON LUI HA INVASO LA RIVISTA NEW MUSICAL
EXPRESS TRA FINE ANNI SETTANTA E INIZIO OTTANTA: STUBBS, PRIMA ANCORA PAUL
MORLEY, IAN PENNIMAN, BARNEY HOSKYNS. QUESTI AUTORI HANNO CREATO UNA VISIONE
SPECIFICA DELLA CRITICA MUSICALE, IL CUI CREDO SUONA PIÙ O MENO COME: LA CRITICA
MUSICALE SCONFINA E STRABORDA PER FORZA NELL’ANALISI E NELLA CRITICA CULTURALE A
TUTTO TONDO, NEL MOMENTO IN CUI SI RENDE CONTO CHE LA MUSICA POP È TALMENTE
INVISCHIATA NEL RIBOLLIRE DEL MONDO CHE VA STUDIATA PER FORZA INSIEME AL MONDO.
CIOÈ SE PARLI DI MUSICA, DEVI PER FORZA PARLARE DI TUTTO IL MONDO. SECONDO ME
QUESTO È PROPRIO UN GENERE LETTERARIO A SÉ STANTE CHE DÀ UNA CERTA COMPRENSIONE
DEL MONDO. ANCHE TU ALLA FINE PARLI DEL MONDO: IN EXMACHINA I CAPITOLI SONO
DEDICATI A APHEX TWIN, AUTECHRE E BOARDS OF CANADA, MA IL TEMA VERO È LA
RIVOLUZIONE INFORMATICA. PERÒ NE PARLI IN MODO DIVERSO DA QUELLO CHE FA UN LIBRO
DI STORIA NORMALE. SECONDO ME, QUESTO GENERE LETTERARIO DÀ UN MODO DI
COMPRENDERE LE COSE ECCEZIONALE, PERÒ MOLTO OBLIQUO, UN PO’ INIZIATICO, PERCHÉ
NOI – NOI CON LA NOSTRA FORMAZIONE SCIENTIFICA – NON SIAMO ABITUATI A RAGIONARE
COSÌ. SE PENSO “VOGLIO COMPRENDERE ‒ CHE NE SO ‒ LA RIVOLUZIONE INFORMATICA,
DEVO STUDIARE DEI DATI, DEI FATTI FISICI ED ECONOMICI, MAGARI. CI SEMBRA STRANO
DI POTERNE CARPIRE DEGLI ASPETTI IMPORTANTI A PARTIRE DALLA DESCRIZIONE DEI
SUONI NEI DISCHI PUBBLICATI IN QUEL PERIODO. UNA DESCRIZIONE SPESSO FANTASIOSA E
PERSONALE. PERDONAMI SE È UNO SVARIONE, MA MI FA PENSARE A QUELLO CHE DARIO
FABBRI – NON SO SE SEI FAN…
Per niente!
BENE. MA, DICEVO, MI RICORDA QUELLO CHE LUI, NEL SUO AMBITO, DICE DI FARE CON LA
“GEOPOLITICA UMANA”; LUI DICE CHE QUELLO CHE GLI INTERESSA NON È SPIEGARE GLI
SCENARI INTERNAZIONALI A PARTIRE DAI RAPPORTI ECONOMICI TRA GLI STATI, GLI
ARSENALI MILITARI, MA A PARTIRE DAL SENTIRE COMUNE DELLE POPOLAZIONI, DAI LORO
APPETITI, LE LORO PAURE… È UNA COSA CHE A LIVELLO DI RIGORE SCIENTIFICO È MOLTO
LABILE.
È “molto zero”, direi, più che labile. Ma non è solo un discorso di rigore
scientifico. Ad esempio lui oggettifica determinate sensazioni, traslandole in
un piano deterministico, si può dire.
ESATTO. PERÒ IL PARAGONE LO FACEVO PERCHÉ MI SEMBRA CHE IN QUESTA DECLINAZIONE
MOLTO AMBIZIOSA DELLA CRITICA MUSICALE LA SCOMMESSA È PRENDERE PROPRIO DELLE
SENSAZIONI, QUELLE LEGATE AI SUONI – CHE OVVIAMENTE NON SONO SOLO SENSAZIONI
SOGGETTIVE PERCHÉ SONO INSERITE IN DEI CODICI E ANCHE IN DELLE CONDIZIONI
MATERIALI – E, SÌ, OGGETTIFICARLE IN UNA CERTA MISURA.
Allora, innanzitutto, c’è da fare un distinguo tra i miei libri di cui stiamo
parlando. Superonda che era, diciamo, una storia degli anni Sessanta e Settanta
in Italia proprio a partire dalle musiche, è il libro che è più parente di
quest’ultimo, Novanta. Sono i miei due saggi, ecco, saggi di… boh, storia
culturale, senza voler sembrare troppo roboante. Mentre Exmachina, come il
precedente Remoria, per me sono due romanzi.
REMORIA NON L’HO CITATO PROPRIO PERCHÉ LO CONSIDERAVO UN CASO A PARTE INFATTI,
NARRATIVA PURA.
Remoria è un romanzo fantasy, Exmachina è un romanzo di fantascienza. Poi
purtroppo l’editore… ho provato a insistere con Minimum Fax, a dire “mettiamoli
tra i romanzi!”, però capisco che la forma e il fatto che si agganciassero a
delle cose reali, troppo reali, li hanno condannati alla saggistica, e vabbè.
Però, di fatto, si tratta di due libri molto allucinatori. Da un punto di vista
scientifico sono smontabili in due minuti, entrambi i libri. Nell’ambito
mitopoietico, magari no. Quello che mi interessava era più un discorso di tipo
mitopoietico rispetto sia al tema di Remoria, che era la periferia romana, sia
al tema dell’Intelligenza artificiale, che in realtà era il tema per me alla
base di Exmachina. In Exmachina però c’è anche un dato storico, reale, concreto
e molto dimostrabile, cioè il ruolo che un certo tipo di musica elettronica ha
avuto nella definizione dell’immaginario e dello sguardo sul mondo della Silicon
Valley, banalmente.
SÌ, INFATTI, SI AGGANCIA ANCHE A DEI RAPPORTI ESISTITI TRA PERSONE.
È un legame che secondo me andava indagato. È stato indagato già all’epoca.
Prendi dei testi cruciali degli anni Novanta, per esempio Techgnosis di Erik
Davis, che abbiamo ristampato nel 2023 con Nero: è fondamentale lo sguardo che
Davis ha nel capire la preoccupante ideologia che stava prendendo forma nella
Silicon Valley proprio negli anni Novanta, e l’analisi di Davis delle musiche
elettroniche che costituiscono l’ambiente umorale immersivo dell’epoca. O se
prendi degli autori stracitati adesso, Mark Fisher, tutto il giro CCRU –
Cybernetic Culture Research Unit – ancora negli anni Novanta, nomi che hanno
analizzato in grandissima profondità l’impatto delle tecnologie informatiche dal
loro apparire fino a oggi… Di quelli, chi è sopravvissuto continua a indagare
quell’ambito là, a volte su posizioni preoccupanti, come Nick Land che è
diventato, come sappiamo, un filosofo di estrema destra.
Se tu ti guardi i loro materiali, di quando nacque la CCRU, l’unità di ricerca
sulla cultura cibernetica nata a Warwick in Inghilterra, praticamente tre quarti
dei materiali su cui loro lavorano sono le musiche della cultura elettronica del
periodo, la jungle, la techno e così via. Quindi effettivamente c’è un legame
molto stretto, per quanto Exmachina sia un romanzo di fantascienza. Studiando
l’evoluzione di quel suono, puoi trarre delle indicazioni su cosa, diciamo, la
civiltà delle macchine cela dietro di sé, o quantomeno di qual è l’ideologia che
la muove. Per me è molto importante in Exmachina la parte in cui io prendo gli
Autechre come esempio – e altri avrebbero potuto prendere altri musicisti – ma
tramite loro parlo dell’idea che le macchine abbiano una loro agentività e che
siano delle entità… non è giusto dire entità senzienti, perché appunto sarebbe
ricondurle a una visione antropocentrica. Diciamo, esce fuori l’idea che la
logica generativa che sta dietro la Macchina è destinata a ingigantirsi sempre
più fino a soverchiare, a prendere il sopravvento sull’elemento umano. Questa è
una cosa che tu hai già in quelle musiche là, e che adesso ti ritrovi a
dibattere nei post, su Instagram, di questo problema dell’Intelligenza
artificiale di queste cagate che ci troviamo davanti.
Il dibattito attorno a questi temi adesso è veramente indietro rispetto a quello
che già era stato instillato in maniera poetica, visionaria dai musicisti
elettronici che per primi si interfacciarono al linguaggio della Macchina e che
lo presero sul serio. Questa roba l’aveva intuita bene proprio tutto il giro di
CCRU, per esempio una figura come Kodwo Eshun, il cui Più brillante del sole
abbiamo ripubblicato sempre con Nero nel 2021. Era una roba che nella critica
musicale dell’epoca già era molto presente. Adesso sono passati trent’anni e
probabilmente se uno riprendesse alcune di quelle fonti capirebbe qualcosa di
più. Ti dico, il mio grande dispiacere ‒ a cui però sapevo che sarei andato
incontro ‒ è che Exmachina per me era un libro sull’Intelligenza artificiale,
quindi alla gente che conosco che si occupa di questi temi dico, “Ma sai che ho
scritto un libro su questo? Leggitelo!”; ma chiaramente essendo un libro che
parte dalla musica è stato considerato solo da quelli che seguono la musica.
Questo è lo scotto che devi pagare quando parli di musica. La musica è un
linguaggio sempre un po’ guardato con sufficienza dagli altri ambiti culturali.
Non da tutti, però per esempio nel mondo delle lettere c’è una presunzione di
partenza che è nei libri che tu trovi il cuore, la verità… ecco, la riflessione.
PERCHÉ CI SONO LE PAROLE CHE SONO IL CONCETTO, INVECE IL SUONO È UNA COSA
AMORFA.
È amorfa, però al tempo stesso il suono ha questa capacità di essere totalmente
immateriale ed estremamente materiale, cioè definisce e costruisce un ambiente
all’interno del quale tu ti ritrovi immerso. Questo potere è strano se ci pensi.
Non puoi toccare il suono, però se io adesso accendo quella cassa e metto una
musica a palla, noi siamo dentro un ambiente, siamo intrappolati dentro una
quinta, definita da questo banale spostamento.
COME DICEVI È IMMEDIATO, DICIAMO, NON C’È UN DISTACCO, NON C’È UN FILTRO, NON
PUOI DIRE “IO SONO IO E CAPISCO QUESTA COSA CHE STA FUORI DI ME”.
Esatto, arriva contemporaneamente al corpo, alle membra, e poi al cervello. In
alcuni casi anche allo sguardo, c’è una qualità sinestetica della musica che a
volte è indagata, a volte sottovalutata, però è un’altra delle sue qualità.
SULLA SOTTOVALUTAZIONE DELLA MUSICA NEGLI AMBITI CULTURALI, C’È UN LIBRO DI CUI
VOI AVETE SCRITTO SU NOT, DIALECTIC OF POP DI AGNÈS GAYRAUD. LÌ LEI, CONTRO
ADORNO, PROPONE UNA DIFESA DEL POP COME LINGUAGGIO ESTETICO UNIVERSALE, CAPACE
DI ARTICOLARE UNA RIFLESSIONE SUL MONDO TECNOLOGICO E SULLE FORME DELLA VITA
CONTEMPORANEA – NON SOLO COME PRODOTTO STANDARDIZZATO DELL’INDUSTRIA CULTURALE,
MA COME LUOGO IN CUI SI MANIFESTANO UNA SERIE DI TENSIONI: TRA INDIVIDUO E
COLLETTIVITÀ, TECNICA E SENSIBILITÀ, MATERIA E FORMA… PER LEI IL POP NON È
L’OPPOSTO DELLA TEORIA, MA È GIÀ UNA TEORIA IN ATTO, È FILOSOFIA CHE PASSA
ATTRAVERSO IL SUONO E IL CORPO. IN EXMACHINA, IN MODO SIMILE, TRATTI L’IDM
(INTELLIGENT DANCE MUSIC) COME UN PENSIERO INCARNATO, UNA FILOSOFIA DELLE
MACCHINE. PENSI CHE IN ITALIA ESISTA UN PREGIUDIZIO ADORNIANO CONTRO LA
RILEVANZA CULTURALE E POLITICA DEL POP? HO L’IMPRESSIONE CHE ALTROVE, IN AMBITO
ANGLOFONO AD ESEMPIO, I POPULAR MUSIC STUDIES ABBIANO CONQUISTATO SPAZIO E
DIGNITÀ ACCADEMICA, MENTRE QUI IL POP SEMBRA RESTARE CONFINATO A UN IMMAGINARIO
DI CONSUMO O DI COSTUME.
È chiaro che nel mondo anglofono il pop ha una sua rilevanza perché l’hanno
inventata loro la cultura pop come la conosciamo oggi… ma non ti pensare, nel
senso che se senti lo stesso Simon Reynolds, ti direbbe anche lui che, trattando
di musica, è considerato un autore di serie B. Però è vero che senz’altro nel
mondo anglofono l’attenzione è maggiore, ma anche in Francia, ma anche nella
stessa Spagna. L’Italia è veramente…
NON ERA PER FARE GLI ESTEROFILI COSÌ GRATIS EH, È UN’OSSERVAZIONE.
No, no, senz’altro in Italia più che un pregiudizio c’è una certa… arretratezza.
Poi pare che stai a fare la cantilena “l’Italia rimane sempre indietro”, ma è
vero. C’è un discorso a monte su come è strutturata la cultura italiana, con
l’imprinting classico idealista. E un discorso su come poi questo è stato messo
in discussione da tutta una serie di nomi: il più famoso è Umberto Eco, che
invece prende e ti analizza anche i fumetti. Ma anche Eco muove da una posizione
che distingue i famosi “alto” e “basso”. Non è che ci si deve mettere a litigare
con una figura come Eco, un gigante del Novecento, ma al tempo stesso anche Eco
si muove all’interno di un panorama culturale ancora segnato da
quell’imprinting.
Su Adorno, in realtà, non so quanto ci sia di adorniano nella diffidenza
italiana verso il pop. Anzi, recuperiamolo un po’. Adorno prese senz’altro delle
cantonate micidiali, cioè le sue pagine sul jazz sono comiche sostanzialmente,
perché ti fanno vedere quanto veramente lui non avesse colto, non capisse di
cosa stava parlando. Al tempo stesso Adorno diceva una cosa non sbagliata, cioè
che le musiche popular sono parte di un’economia capitalistica che è fondata
sulla merce e quindi sono anche merce. Questa merce ha anche un valore
filosofico, come dice Dialectics of Pop, ma ce l’ha proprio perché è interna al
meccanismo merce, non si chiama fuori da quel contesto. Recupererei una briciola
adorniana.
In Superonda, si parla un po’ di questo: l’Italia è un Paese strano, perché uno
dei maggiori eventi socialmediatici, sociologici, che arrivano ogni anno, è il
Festival di Sanremo, basato sulla musica, sulle canzonette. Eppure proprio il
modo in cui viene interpretata la presenza della canzonetta in Italia è sempre
qualcosa a metà tra l’epifenomeno e il guizzo folcloristico, cioè non vale mai
la pena prenderla troppo sul serio.
CHE INTENDI PER EPIFENOMENO?
Un fenomeno secondario, un’espressione secondaria di una cultura. E questo poi
si riflette anche nel modo in cui la canzone italiana viene concepita, cioè ha
delle regole molto ferree, molto rigide, un melodismo esasperato, le produzioni.
Sì, l’Italia non è il caso di scuola.
NEL CAPITOLO DI NOVANTA INTITOLATO UNDERGROUND, OVERGROUND, MAINSTREAM, PARLANDO
DI QUELLO CHE ALL’EPOCA NEL ROCK ITALIANO SI CHIAMAVA “CROSSOVER”, CIOÈ BAND
COME BLUVERTIGO E SUBSONICA, SCRIVI CHE QUEI GRUPPI SAREBBERO STATI
INCONCEPIBILI SENZA IL LAVORO PREPARATORIO DEI CENTRI SOCIALI, E IL FATTO CHE
SIANO ARRIVATI DA LÌ A SANREMO “MOSTRA LA FACILITÀ CON CUI IL SISTEMA SAPEVA
ASSORBIRE QUALSIASI SPINTA PROPULSIVA DAL BASSO PER TRASFORMARLA IN MERA MERCE
STERILIZZATA”, E CHE QUINDI “IL CROSSOVER ERA UN MODO COME UN ALTRO DA PARTE
DELL’INDUSTRIA DI COPRIRE UNA FETTA NUOVA DI MERCATO VENENDO INCONTRO AI GUSTI
DI UN PUBBLICO ‘MIDBROW’, TROPPO GIOVANE PER ACCONTENTARSI, MA TROPPO TIMOROSO
PER SPINGERSI DOVE LA RIVOLUZIONE COLAVA DAVVERO”. ALLA LUCE DEL FATTO CHE
ESISTONO QUESTI MECCANISMI TRAMITE CUI IL MERCATO VAMPIRIZZA I SUOI POTENZIALI
NEMICI UNDERGROUND E LI ASSORBE, SECONDO TE È POSSIBILE UNA CONTROCULTURA OGGI?
IN REALTÀ TI HO SENTITO DIRE CHE PREFERISCI USARE IL TERMINE SOTTOCULTURA,
MAGARI MI SPIEGHERAI PERCHÉ. IN QUESTO CASO LA DOMANDA DIVENTA: È POSSIBILE UNA
SOTTOCULTURA CON UNA CARICA ANTAGONISTICA? SECONDO ME QUELLO CHE ACCADE CON I
SOCIAL MEDIA E GLI ALGORITMI È CHE LE SOTTOCULTURE CHE UN TEMPO, FINO AGLI ANNI
NOVANTA, ERANO MOVIMENTI FONDATI SU DEI VALORI, INTERESSI CONDIVISI E DELLE
COMUNITÀ CONCRETE, SOLIDE E CEMENTATE, INVECE ADESSO SEMBRANO INNANZITUTTO
RIDOTTE AL LORO ASPETTO ESTETICO; IN PIÙ SONO DELLE ESTETICHE EFFIMERE E
DECORATIVE, TANT’È CHE SPESSO VENGONO PRESE DI PESO E USATE A FINI DI MARKETING.
NON È RARO VEDERE UN TIPO DI ESTETICA SOTTOCULTURALE CHE DIVENTA LA MOODBOARD DI
UNA CAMPAGNA PUBBLICITARIA, O PROPRIO DI UN PRODOTTO. POI C’È UN ALTRO ASPETTO:
UN ANTROPOLOGO CHE SI CHIAMA TED POLHEMUS SOSTIENE CHE I GIOVANI NON CREANO PIÙ
SOTTOCULTURE, MA SI MUOVONO COME IN UN SUPERMERCATO, ARRAFFANDO E MESCOLANDO
STILI E SIMBOLI PRESI DA SOTTOCULTURE DIVERSE, PASSATE E PRESENTI, SENZA LEGAMI,
RIDUCENDO LE COMUNITÀ A UN INSIEME DI ELEMENTI VISIVI PRIVI DI IDEOLOGIA
CONDIVISA. ALTRI INVECE, COME TIM STOCK, OSSERVANO LA NASCITA DI NUOVE
MICROSOTTOCULTURE ONLINE, MENO LEGATE A ESTETICHE E PIÙ A DETERMINATE NARRAZIONI
O OPINIONI CONDIVISE… TU COME LA PENSI?
Non conosco Ted Polhemus, è importante?
NON LO SO SE È IMPORTANTE, L’HO TROVATO SU INTERNET COME QUALSIASI COSA.
“Ted Polhemus, antropologo americano…” c’è anche la pagina Wikipedia, è del
1947, insomma… In realtà, quello che dici tu, mettendolo in bocca Ted Polhemus,
ricorda molto quello che dice Hiroki Azuma, un teorico giapponese, di cui Nero
ha pubblicato nel 2024 un altro testo dei primi anni Duemila, Otaku. Tu sai
cos’è un otaku?
NO, E NON CONOSCO AZUMA.
Beh, gli otaku di base… Ma che è ’sta foto qua… di Ted Polhemus dico. No, perché
sembra una rock star…
È LUI DA GIOVANE, FORSE? UN MEZZO HIPPIE.
Sì… comunque, in Giappone gli otaku vengono descritti come giovani ragazzi,
perlopiù maschi, appassionati in maniera maniacale di anime, manga e
videogiochi. Costruiscono la loro totale identità sulla passione maniacale per
questi linguaggi della cultura pop. Azuma notava come gli otaku non fossero
soltanto dei ricettori passivi di questi prodotti, ma adottassero uno spirito
che trasformava questi prodotti culturali in data base, cioè degli archivi dove
ci sono diverse tipologie di personaggi, di storie, di estetiche, che poi
venivano assemblati e riutilizzati dagli otaku stessi, secondo una logica che
Azuma chiama di “accumuladati”. Questo effettivamente è l’approccio che trovi
nelle sottoculture online contemporanee che descrivi anche tu, dove c’è questo
prendere di qua e di là per costruire… e non è una logica passiva. In questo
senso l’elemento sottoculturale c’è, è il patchwork… ed è una pratica attiva,
non la svilirei.
Io preferisco il termine sottocultura a controcultura perché l’unico periodo
storico in cui probabilmente ha senso parlare di controcultura, con la C
maiuscola, è quello in cui proprio la stessa controcultura è nata, cioè negli
anni Sessanta e Settanta, in cui, appunto, la cultura giovanile ha preso delle
strade, e dei linguaggi, la musica rock di allora su tutti, interfacciandosi con
l’epoca delle contestazioni giovanili… La controcultura lì si configurava – come
il nome stesso dice – come una cultura contro e alternativa a quella ufficiale.
La guardava da pari a pari, proponendosi come avversaria alla stessa, quindi con
una funzione dialettica rispetto alla cultura ufficiale, alla quale però,
evidentemente, riconosceva uno statuto ineludibile di interlocuzione. Il
paradosso della controcultura, se vogliamo, è che definendosi come cultura
alternativa a quella ufficiale, finiva per ribadire lo statuto della cultura
ufficiale. In quel momento il mondo giovanile contestatario era talmente forte
che poteva effettivamente proporsi come polo alternativo, polo opposto. Di là ci
siete voi, i vecchi, la cultura ufficiale; di qua ci siamo noi, i giovani, con
la cultura nuova basata su valori alternativi e differenti da quelli che ci
propinate voi.
E questo è un discorso che si esaurisce già con lo spegnersi di quella stagione.
Già il punk, per esempio, è una storia diversa, e tutto quello che è emerso
dagli anni Ottanta in poi difficilmente acquisisce quei crismi così
onnicomprensivi della controcultura degli anni Sessanta e dei primi Settanta. La
sottocultura è diversa perché ragiona soprattutto per logiche tribali, cioè: noi
siamo un gruppo piccolo, medio, grande, ma comunque un gruppo che lavora sotto…
ecco, mi piace prendere l’espressione sotto-culturale in termini non svilenti,
ma concentrandoci su quel “sotto”. Non come subcultura, quindi cultura derivata,
ma cultura che opera sotto quella ufficiale, in maniera totalmente slegata: la
cultura ufficiale può avere i suoi valori, a noi non ce ne frega niente, noi
abbiamo i nostri, siamo totalmente autosufficienti e dobbiamo rispondere solo
alle altre persone che condividono questi codici assieme a noi, quindi agli
altri membri interni della tribù. In questo senso il punk era molto più una
sottocultura che una controcultura. Poi le sottoculture, dal punto di vista –
per così dire – ideologico, naturalmente sono molto più ambigue che la
controcultura, la nobile controcultura di un tempo. Ci sono delle sottoculture
che sono profondamente, apertamente reazionarie. Ce ne sono altre, invece, più
ambigue, in cui magari esteriormente le forme sono reazionarie, conservatrici,
preoccupanti, predatorie, ma poi se vai a vedere i codici interni tutto diventa
più scivoloso e complesso.
Per esempio in Remoria io mi concentravo molto sui coatti come sottocultura,
perché da una parte sono questa specie di esaltazione iperviolenta, machista
della vita di borgata, dall’altra se vai a vedere dentro i comportamenti delle
stesse tribù di coatti, scopri un mondo molto più ambiguo, in termini di
relazioni tra sessi per esempio, in termini di come veniva esplicitata la
mascolinità. L’apparenza esteriore celava un rapporto maschio-femmina molto più
articolato di quello che poteva sembrare a uno sguardo esterno. E poi ci sono le
sottoculture che, a partire dalla logica tribale, si impossessano anche di una
critica radicale all’esistente, e là assomigliano più alla controcultura. Anche
negli anni Novanta possiamo parlare di controcultura in questo senso qua. Poi
negli anni Novanta anche in Italia c’era chi continuamente gettava il ponte tra
gli anni Sessanta degli hippie e gli anni Novanta degli hacker cyberpunk. Io,
nel libro penso sia chiaro, trovo poco precisa questa lettura.
Però perché siamo arrivati a parlare di questo? Parlando dell’oggi, senz’altro
ci sono sottoculture. Fino a tempi recentissimi quella memetica era una
sottocultura. Dico fino a tempi recentissimi perché ormai c’è fior fiore di
critica interna alla sottocultura memer stessa su cosa è diventata da qualche
tempo a questa parte, sul fatto che ormai è pura maniera, è tutto troppo
codificato… però se ci pensi quella dei memer è stata una sottocultura che in
alcuni ambiti ha avuto anche, sia da un lato che dall’altro, delle svolte
radicali. C’è stata la cultura memer di destra, che ha definito tutti gli
immaginari dell’alt-right. Però c’è stato anche il suo contraltare. Non lo so, è
strano, perché quello che definiva una sottocultura tribale fino a non molto
tempo fa era anche l’aspetto molto fisico di condivisione degli spazi, dei
corpi. Naturalmente l’online smaterializza tutto e quindi si diluisce anche il
recinto che definisce. Puoi scivolare da un recinto all’altro senza farlo sapere
agli altri. Le sottoculture aiutavano molto anche a definire l’individuo tra sé
e sé, erano uno strumento di empowerment, adesso invece l’identità è sfumata…
però non so dove si può arrivare con questo discorso. Non mi starei a
preoccupare. Ogni stagione ha bisogno dei propri linguaggi.
UN’ULTIMA DOMANDA, SEMPRE SULLE PROSPETTIVE FUTURE, MA IN QUESTO CASO DELLA
MUSICA. IN FUTUROMANIA, SIMON REYNOLDS PERCORRE TUTTI I SUONI CHE HANNO VISTO
LONTANO, LE MUSICHE DEL PASSATO E DEL PRESENTE CHE HANNO EVOCATO IL FUTURO.
NELLA CONTEMPORANEITÀ, AD ESEMPIO, INDIVIDUA ALCUNI ARTISTI DELLA TRAP AMERICANA
ESEMPI ANCORA FUNZIONANTI DI QUESTA SPINTA INNOVATIVA. IL LIBRO SI PONE COME
CONTROCANTO A RETROMANIA, CHE INVECE MOSTRAVA LA TENDENZA DELLA MUSICA POP A
GUARDARE OSSESSIVAMENTE AL SUO PASSATO – E ALLA HAUNTOLOGY DI FISCHER, CHE
DESCRIVE COME CERTI GENERI MUSICALI SIANO PERSEGUITATI DA FANTASMI DEL PASSATO O
DALLA NOSTALGIA PER UN FUTURO NEGATO. SECONDO TE, QUALI SONO OGGI I SUONI DEL
FUTURO? LA MUSICA CONTEMPORANEA RIESCE ANCORA A PROIETTARSI IN AVANTI?
Beh, è un altro discorso molto scivoloso. Empatizzo con Reynolds: così come
altri autori è cresciuto e si è formato in un periodo storico in cui le musiche
pop sembravano seguire un percorso di progressione continua e quindi c’era
evoluzione costante, secondo un moto lineare. Era una freccia che puntava sempre
avanti, che era poi il moto lineare tipico dello sguardo occidentale e del
progresso come ideologia dell’Occidente. Questa freccia a un certo punto è
entrata in un ambiente alieno, straniero, che è appunto quello della Macchina.
L’esito ultimo dello spingere avanti, avanti, avanti, avanti: alla fine si è
oltrepassata una membrana, una soglia che è quella della Macchina, dove questo
moto lineare del tempo non ha più senso, non ha più senso per come ragiona la
Macchina stessa. Quindi anche i prodotti culturali che nascono dal relazionarsi
con la Macchina lo riflettono.
PERCHÉ LA MACCHINA ASSEMBLA COSE CHE GIÀ ESISTEVANO IN PRECEDENZA?
La temporalità della Macchina è diversa. C’è il fatto di assemblare quello che è
stato fatto in precedenza ma c’è anche un moto più spiraliforme in cui elementi
del futuro vengono proiettati dal passato e viceversa. Da qua si è aperto un
dibattito che ci accompagna da vent’anni: dalla lenta cancellazione del futuro
di cui parlava Mark Fisher alla retromania di Simon Reynolds. Qual è la causa?
Il fatto che Internet permette la compresenza di tanti materiali del passato;
poi c’è una sovrapproduzione di materiali e quindi annaspiamo nella
sovrabbondanza di immaginari che produciamo e abbiamo prodotto nei decenni
passati; c’è il realismo capitalista che, certificando che “there is no
alternative” non lascia spazio al nuovo…
Non lo so, io ad esempio in Exmachina mi concentro più su come la Macchina
stessa opera. Siamo in una temporalità di tipo diverso e quindi ragionare sui
suoni del futuro lascia un po’ il tempo che trova. Cioè, se pensi ai suoni, alle
musiche che negli ultimi anni più sono state considerate futuribili, che siano
la trap, la drill, l’hyperpop o le forme di musica da club decostruita, sono in
realtà dei suoni che riflettono un tempo presente. È difficile paragonarle a
quel future shock che poteva avere l’avvento di un genere nuovo nel 1992, quando
arriva la jungle, una roba mai sentita prima. Fino alla settimana prima quel
suono non c’era, la settimana dopo era ovunque, era qualcosa di totalmente
diverso. Di per sé ti faceva dire: “questa è musica del futuro”. Negli anni
Novanta hai tutti questi linguaggi musicali che solleticano il gusto per la
costante tensione verso l’avvenire che, ripeto, ha un’impostazione da sguardo
sul tempo assoluto occidentale. Se prendi altre tradizioni, lo sguardo sul tempo
è diverso e quindi anche quest’ansia che abbiamo sui suoni del futuro viene
meno, non è un motivo di preoccupazione.
Mi chiederei piuttosto quali sono i suoni più “utili” al presente, quelli che ti
aiutano a decodificare meglio il tempo in cui li trovi. Se domani, per
paradosso, capiamo che la musica fatta a voce e chitarra acustica, la forma più
passatista e retrò immaginabile, è importante per noi, ci sarà un motivo e va
preso sul serio proprio perché la musica è, dicevamo all’inizio, un prodotto
immediato e non mediato di circostanze più ampie.
GIÀ È IMPORTANTE LA FORMULA CHITARRA E VOCE, PER ESEMPIO NELLA LO-FI.
Certo. Naturalmente quello che c’è adesso è una parcellizzazione estrema in
microscene minuscole. Però al tempo stesso hai dei linguaggi diventati così
tanto mainstream… ad esempio il rap nelle sue mille sfaccettature ora è una
lingua franca che può mettere d’accordo dalla ragazzina di undici anni che
guarda, che ne so, Soy Luna in televisione – a undici anni magari non se lo
guarda più – al teppista di strada, il maranza.
Bisogna tenere a mente poi che anche quelli che una volta chiamavano suoni del
futuro erano suoni del presente. Non esistono i suoni del futuro. Come sola idea
è strana: da dove arriverebbe un suono del futuro? Negli anni Novanta questo
suono del presente veniva considerato del futuro perché il futuro stesso era un
tema nel presente dei Novanta. Andrebbe un po’ attorcigliata la questione.
Comunque, la Macchina ragiona diversamente.
L'articolo Che suono ha un’epoca? proviene da Il Tascabile.
L’ 11 novembre 2023 l’account ufficiale del ministero degli Affari esteri
israeliano ha pubblicato il video di un’infermiera, in preda al panico, che
denunciava l’invasione dell’ospedale Al-Shifa a Gaza City da parte di Hamas,
accusato di aver rubato morfina e carburante. Un’esplosione interrompe la sua
denuncia concitata, dando una prova tangibile dell’attacco. Al Jazeera chiederà
l’autenticazione del video a Earshot, la prima organizzazione no profit a
utilizzare il suono per la difesa dei diritti umani. L’analisi acustica rivelerà
che il suono dell’esplosione presenta un profilo completamente diverso rispetto
a quello della voce registrata nella stanza: le frequenze attivate non
coincidono, e pare che il rumore dell’esplosione sia stato aggiunto al video in
un secondo momento. Il video è pertanto un falso.
L’autenticazione è solo una delle modalità di indagine sonora di Earshot,
l’audiobalistica è un’altra. Per Forbidden Stories, un network internazionale di
giornalisti, Earshot ha analizzato l’attacco ai due giornalisti di ArabTV che
stavano filmando un raid israeliano in Cisgiordania nel maggio 2024. L’analisi
acustica ha confermato le testimonianze secondo cui gli spari, entrambi diretti
ai giornalisti, provenivano da più posizioni, da più di un tiratore, e che il
secondo sarebbe stato sparato con alta probabilità dalla posizione in cui si
trovavano i veicoli dell’esercito israeliano. L’analisi prova quindi che
l’esercito israeliano ha aperto il fuoco sui giornalisti.
Earshot pratica anche la profilazione sonora, utile a identificare e isolare le
fonti di suono non visibili nelle registrazioni. Tra il 2007 e il 2022 ha
indagato sulla presenza illecita di aerei militari israeliani sui cieli
libanesi, ha profilato e documentato meticolosamente le 22.355 violazioni aeree
illegali di veicoli israeliani. Ne è nato AirPressure.info, uno studio che ha
permesso di rendere evidente la violazione del territorio e l’esercizio di
sorveglianza e di intimidazione sui milioni di persone che vivono in Libano.
> Earshot pratica la profilazione sonora, utile a identificare e isolare le
> fonti di suono non visibili nelle registrazioni ed è derivato dalla più ampia
> ricerca nel campo delle indagini audio e analisi forensi dell’artista Lawrence
> Abu Hamdan, con l’obiettivo di dare voce alle comunità vulnerabili.
Earshot è derivato dalla più ampia ricerca e dal lavoro nel campo delle indagini
audio e analisi forensi dell’artista Lawrence Abu Hamdan, con l’obiettivo di
dare voce alle comunità vulnerabili. Lawrence Abu Hamdan ha una formazione da
musicista e una profonda conoscenza delle tecnologie che circondano la
produzione musicale, per questo tende a non definirsi propriamente un artista,
piuttosto un “private ear” giocando con l’espressione “private eye”, cioè
detective privato, sostituendo eye (occhio) con ear (orecchio). Al di là delle
definizioni, si pone quindi come testimone di crimini alla soglia della
percettibilità, e a partire dall’osservazione dei confini della visibilità e
dell’udibilità, si propone di documentare e riprodurre gli eventi che li hanno
generati.
Due le premesse di questa pratica, la prima, storico-giuridica, è stata
l’introduzione del Police and Criminal Evidence Act (PACE), la legge introdotta
nel 1984 nel Regno Unito che ha innescato una rivoluzione nelle pratiche
testimoniali e nella definizione legale della “verità”. Questa legge ha imposto
che gli interrogatori di polizia venissero registrati, sostituendo la prassi
della trascrizione scritta da parte degli agenti con le registrazioni. Questo ha
trasformato la testimonianza da forma scritta a orale, aprendo a una nuova
modalità di ascolto che ha inciso profondamente sia sul modo in cui viene
percepita la voce del soggetto interrogato, sia sulle norme che ne regolano
l’uso.
La seconda premessa, filosofica, è stata la svolta materiale nella fenomenologia
dell’ascolto. Il lavoro di Lawrence Abu Hamdan deve molto alle ricerche di Peter
French, docente del Dipartimento di Lingua e scienze linguistiche
dell’Università di York. French inaugura un approccio profondamente materiale al
suono, inteso come un oggetto fisico, con un corpo e una presenza concreta,
qualcosa che si può analizzare, sezionare e replicare. L’ascolto di conseguenza
si offre come strumento capace di comprendere l’anatomia del suono e di farne
emergere una quantità sorprendente di informazioni: il tipo di spazio in cui è
stato registrato, il dispositivo utilizzato, la provenienza geografica di una
voce, e magari anche l’età, le condizioni di salute o l’origine etnica della
persona che parla.
Il suono, che era stato letto dalla tradizione filosofica come un’esperienza
soggettiva, un elemento a-storico e intangibile, rivela nella ricerca di French
e nelle applicazioni di Lawrence Abu Hamdan la sua natura sociale e materiale.
Non si può dire che questo sia stato sufficiente a invertire la centralità del
visivo nella società contemporanea, basti pensare che continuiamo a non avere un
vocabolario per definire il suono, e spesso proviamo a imitare i suoni con la
bocca, o ricorriamo a metafore visive e tattili per descrivere suoni, che
diventano quindi “limpidi”, “aspri”, “morbidi” o “graffianti” sebbene entità che
non si lasciano né vedere né toccare o assaporare. Altrettanto spesso ricorriamo
alle similitudini: “è come se ti passasse un camion sopra la testa”, o “è come
il suono di un trapano che sfonda un cartongesso”.
> Il suono, che era stato letto dalla tradizione filosofica come un’esperienza
> soggettiva, un elemento a-storico e intangibile, rivela nella ricerca di
> French e nelle applicazioni di Lawrence Abu Hamdan la sua natura sociale e
> materiale.
Questi sono due esempi tratti dall’ultimo lavoro di Lawrence Abu Hamdan Zifzafa,
che provano a rendere il suono di 31 turbine eoliche che il governo israeliano
prevede di installare nel Golan. Zifzafa è la simulazione digitale del progetto
di parco eolico proposto da Energix che prevede l’occupazione di un territorio
di circa 430 ettari. Per ricostruire il paesaggio sonoro che potrebbe delinearsi
in seguito all’installazione delle pale, Lawrence Abu Hamdan s’è servito delle
registrazioni del rumore generato dalle turbine eoliche a Gaildorf, un piccolo
comune nel sud della Germania. Quella dell’annessione sonora è solo un capitolo
di una lunga storia di espropriazione e pulizia etnica che la comunità del Golan
sta affrontando da decenni.
Era il 1967 quando Israele ha occupato il 70% del territorio e sfollato i suoi
abitanti, e nell’estate 2023 ha respinto con gas lacrimogeni, proiettili con
punta di spugna e un cannone ad acqua le migliaia di manifestanti contrari
all’attuazione del piano per la costruzione di turbine eoliche, che non ha mai
avuto il consenso dei proprietari terrieri. Come in altri lavori di Lawrence Abu
Hamdan, in Zifzafa ci imbattiamo in posizionamenti filosofici, tematiche
politiche, sistemi legali, questioni riguardanti i confini, la giurisdizione, le
forme di controllo e riflessioni sul potere della ricostruzione sonora,
attraversiamo zone di conflitto geopolitico, cartografie coloniali e subdole
pratiche di ecocidio travestite da futuro decarbonizzato, e tutto nello spazio
di venti minuti.
A circa metà del video viene citata la disavventura di Don Chisciotte contro i
mulini a vento e di come Sancho Panza avesse provato a dissuaderlo dall’impresa.
Come Sancho Panza corriamo il rischio di considerare le pale eoliche innocue,
anzi utili mezzi per un futuro verde e pulito; chi abita le alture del Golan
d’altro canto, come Don Chisciotte, continuerà a vedere in esse una presenza
minacciosa, vorace di terra e mezzi di sostentamento, un pericolo per il tessuto
sociale delle comunità. “Zifzafa” vuol dire questo in arabo: il vento che scuote
e percuote tutto ciò che incontra sul suo cammino.
> Come in altri lavori di Lawrence Abu Hamdan, in Zifzafa ci imbattiamo in
> posizionamenti filosofici, tematiche politiche, sistemi legali, questioni
> riguardanti i confini, la giurisdizione, le forme di controllo e riflessioni
> sul potere della ricostruzione sonora.
Il rumore generato dalle turbine rivendica tutta la sua concretezza, occupa con
violenza lo spazio, interrompe ogni rete comunitaria e frattura ogni possibilità
che il tessuto sociale della comunità possa esistere. La ricostruzione non si
limita a riprodurre il suono delle turbine ma anche l’attuale paesaggio sonoro
di quel territorio: zappe che lavorano la terra, greggi belanti, il ronzio delle
api intorno alle arnie, il silenzio del paesaggio a riposo, voci lontane che si
cercano da una valle all’altra non temendo alcun confine. Questi suoni sono
potenti atti di resistenza e Zifzafa vuole riconoscere loro il diritto
all’autodeterminazione sonora. Sono suoni che rifiutano la morte e cantano per
la loro terra e non smettono mai di raccontarcene la vita. Sono un lascito di
speranza, amore e resistenza.
L'articolo Il suono e la furia proviene da Il Tascabile.
L e prestigiose scuole di economia e management, culle per niente oniriche in
cui vengono assemblate le menti secondo le regole della finanza, pare siano
molto vicine all’introduzione di corsi dedicati all’organizzazione del piacere.
Un solo obiettivo: sviluppare teorie e metodi che nascondano la diretta
correlazione tra divertimento, consumo e guadagno. La profanazione di questo
intreccio rivelerebbe una verità estremamente pericolosa: il tempo trascorso nei
luoghi (reali e virtuali) del piacere o dello svago anestetizza gli utenti
dell’inutilità del lavoro che, offrendo a chi lo svolge una rassicurante
sussistenza quotidiana, arricchisce esclusivamente il sistema capitalistico.
Come sostengono i filosofi postmarxisti del Ventunesimo secolo, tra i punti
all’ordine del giorno del sistema di potere egemonico non è mai stato annoverato
il miglioramento della condizione umana. Il verdetto è abbastanza intuitivo: il
capitalismo avrebbe fatto benissimo a meno dell’esistenza del piacere ma, non
essendoci le condizioni necessarie per l’abrogazione definitiva, ne ha elaborato
una versione subordinata alla logica di mercato. Il piacere è stato
riconfigurato come piacere produttivo: una forma ambigua di godimento indotto,
orientata – direttamente o indirettamente – a produrre utile. Neutralizzando il
potenziale sovversivo, il capitalismo ha reso il piacere un elemento funzionale
alla formazione di soggettività standardizzate.
> Il capitalismo avrebbe fatto benissimo a meno dell’esistenza del piacere ma,
> non essendoci le condizioni necessarie per l’abrogazione definitiva, ne ha
> elaborato una versione subordinata alla logica di mercato.
La ricerca artistica e curatoriale di ATI suffix, collettivo interdisciplinare
nato a Roma nel 2013, interroga e decostruisce le categorie di pensiero del
sistema dominante. I progetti del collettivo, di cui fanno parte architett*,
artist*, filosof* e ricercator*, sono accomunati da un’esasperazione critica e
speculativa degli immaginari urbani, replicabili su scala globale. Attraverso
installazioni, attraversamenti, azioni laboratoriali e pratiche performative,
ATI suffix si insinua all’interno dei dispositivi di sorveglianza, oppressione e
controllo disseminati negli spazi di aggregazione quotidiana, di lavoro e di
piacere. In questo senso, i progetti del collettivo possono essere considerati
come pratiche di invasione, destabilizzazione, apparizione imprevista.
Prima possibilità per attivare il piacere (strategia a lungo termine)
Pensare alla concessione di tempo libero, a cui è possibile accedere
esclusivamente dopo aver prestato servizio a una qualsiasi società che concorra
al raggiungimento degli obiettivi del capitalismo. In questo orizzonte, ogni
soggettività agente è caldamente invitata a esercitare attivamente e senza
tregua il ruolo di lavoratore e di consumatore, oscillando tra due condizioni
che si fagocitano a vicenda.
> Per lungo tempo il desiderio di svago estivo è stato il principale incentivo
> al lavoro. Lavorare per le vacanze. Lavorare per l’estate. Lavorare per la
> spiaggia. Oggi il capitalismo ha messo la sabbia al servizio della produzione.
> La rilevanza fisica degli spazi concepiti per preparare cittadini/consumatori
> all’estate è chiara a tutti. Dalle palestre ai cantieri, la città si trasforma
> in un UrbanBeachScape.
Il progetto, sviluppato al Columbia Global Centers di Istanbul nel 2015, è
concepito come un’installazione site specific per il quartier generale della
società Borusan, tra le principali produttrici di tubi in acciaio nel mondo.
UrbanBeachScape contesta le reti transnazionali dello sponsor della mostra
esplorando il valore della sabbia nel traffico di denaro. Seconda risorsa
naturale più sfruttata dopo l’acqua, la sabbia viene estratta a una velocità
molto maggiore rispetto al tempo necessario affinché si rinnovi. Il valore
economico della sabbia sul mercato globale determina un forte attrito rispetto
all’immaginario esotico pubblicizzato dai resort di lusso.
Il testo curatoriale, redatto nella forma di manifesto programmatico, insiste
sulle logiche pubblicitarie del capitalismo: sigle e acronimi per abbreviare il
tempo della lettura e facilitare il processo di memorizzazione.
> UBS è un business, perché il capitale mette in produzione il desiderio di
> spiaggia
> UBS è edilizia, perché la sabbia è la seconda risorsa naturale più utilizzata
> UBS è estetica, perché i corpi urbani sono sempre pronti per la spiaggia
> UBS è sfruttamento, perché le spiagge scompaiono mentre le città crescono.
Scrive Giorgio Agamben in Mezzi senza fine (1996), “la società nel suo insieme è
consegnata irrevocabilmente alla forma della società di consumo e di produzione
orientata al solo fine del benessere”. Spargendo oltre trenta tonnellate di
sabbia nell’atrio della multinazionale, UrbanBeachScape celebra la relazione
segreta tra sfruttamento e benessere. Una lettera firmata da un immaginario
Beach Liberation Front mette in guardia dalla tentazione di godere del sole
artificiale: non è possibile che alcun sogno appartenga al presente. Chi si
sottrae volontariamente al gioco del capitale rinuncia all’immaginazione
normativa del tempo libero. Eppure anche sviluppare una strategia per garantirsi
l’accesso al futuro senza pagare il dazio del lavoro è un’attitudine produttiva
di stampo capitalista. Non c’è via d’uscita. La spiaggia è una gabbia che
incastra i corpi.
> Spargendo oltre trenta tonnellate di sabbia nell’atrio della multinazionale,
> UrbanBeachScape celebra la relazione segreta tra sfruttamento e benessere.
Il futuro, come raccoglitore di ambizioni, è uno specchio che riflette ed esalta
i bisogni vitali del sistema: poiché siamo condannati ad avere un futuro, siamo
condannati a lavorare, e viceversa. La realizzazione dei sogni – accettando
l’accezione materialista che il capitalismo ha affidato al sogno – dipende dalla
fedeltà al lavoro. Attraverso un monumento effimero realizzato nella forma di
inciampo all’abituale fruizione dello spazio aziendale, ATI suffix ritrae il
dark side del capitalismo.
Seconda possibilità per attivare il piacere (strategia a breve termine)
Risolvere i disturbi causati dal tempo del dovere attraverso espedienti
simbolici e/o concreti messi a disposizione a basso costo dall’efficiente
sistema di produzione.
> White Sheep, una bevanda arricchita di melatonina, si confronta con l’insonnia
> indotta e la seduzione della produttività. La bevanda è disponibile tramite un
> distributore automatico posizionato in uno spazio pubblico ad Amsterdam.
White Sheep è un’installazione nello spazio pubblico, realizzata per Amsterdam
Light Festival nel 2017. Il progetto assume la forma di un distributore di
bibite alla melatonina, caratterizzate da un design patinato che ammicca a
quello delle più famose bevande energetiche. Il rebranding speculativo sovverte
la fascinazione per la cessazione del sonno adottando l’estetica del
distributore h24. Sotto forma di piacere, ovvero bevanda al gusto di caramelle
alla fragola, il capitalismo genera comportamenti che si trasformano in
abitudini e che deformano i corpi. I supporti energetici a cui si fa
affidamento, inizialmente proposti come soluzione rapida per mantenere alte le
prestazioni di uno stile di vita animato dalla concorrenza, mirano a
trasformarsi in un’esigenza radicale. La diffusione di tisane con polveri di
melatonina rappresenta il collasso dello stesso sistema. Allegoria di una classe
di lavoratori e lavoratrici intrappolate tra le maglie di un sistema
claustrofobico e ripiegato su sé stesso, White Sheep è un progetto segretamente
disturbante che ammicca ed esalta lo stesso immaginario che contesta.
> Il progetto White Sheep assume la forma di un distributore di bibite alla
> melatonina, caratterizzate da un design patinato che ammicca a quello delle
> più famose bevande energetiche: un rebranding speculativo che sovverte la
> fascinazione per la cessazione del sonno.
Una simile ambiguità caratterizza La manipolazione onirica del Carrefour, azione
collettiva e performativa realizzata per il festival di teatro Contrabbando di
Roma, nel 2017.
> Con la sua intrusione capillare, il capitalismo sta velocemente erodendo forme
> di comunità ed espressione politica, utilizzando come mezzo di controllo
> l’abolizione della naturale alternanza giorno/notte. Un tempo senza ritmo,
> senza pause, senza sonno.
Probabilmente il più grande desiderio del capitalismo è fare in modo che si
realizzi l’astensione completa dal sonno e che assuma la forma di abdicazione di
massa, scrive Jonathan Crary in 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno
(2015). Dopo aver individuato nelle sostanze energizzanti un rimedio istantaneo
a questa disfunzione ereditaria che “affligge” la specie umana, il sistema
inventa degli spazi collettivi in cui sviluppare esercizi notturni di
divertimento e consumo. Tra questi, i supermercati h24 rappresentano il modello
più riuscito. La manipolazione onirica del Carrefour guida i partecipanti
attraverso un esercizio di concentrazione e critica collettiva dedicata alla non
banalità del potere decisionale che possiamo esercitare sulle azioni routinarie.
Rifiutando la velocità che i pavimenti sempre lucidi dei supermercati impongono
alle suole delle scarpe da trekking urbano, la performance è un attraversamento
lento dei corridoi infestati da trame di potere e sfruttamento interspecie
attuato su scala globale. Percorrere senza fretta uno spazio pensato
esclusivamente per l’acquisto e uscire a mani vuote è un atto di boicottaggio.
> La manipolazione onirica del Carrefour guida i partecipanti attraverso un
> esercizio di concentrazione e critica collettiva dedicata alla non banalità
> del potere decisionale che possiamo esercitare sulle azioni routinarie.
Dopo la spedizione al Carrefour, la performance si conclude con un rituale
onirico nella sala teatrale del Cinema Palazzo. Il sonno, dopo aver abbandonato
la dimensione intima, si rivela ora nella sua temporalità imperitura del 24/7.
La manipolazione onirica del Carrefour assalta i vessilli del capitalismo
applicando segrete e impercettibili modifiche che alterano temporaneamente il
funzionamento. La prefigurazione di immaginari che alterano la scissione
disciplinata tra utopia e distopia è un gesto politico.
Epilogo (stare in guardia)
L’esistenza del tempo libero è incerta.
L’induzione del disturbo del sonno aumenta la capacità estrattiva.
Il benessere concorre al raggiungimento della massimizzazione del profitto.
L'articolo Avvelenare il banchetto capitalista proviene da Il Tascabile.
P ensiamo al suono che potrebbe avere una soluzione chimica sovrasatura: un
suono ronzante, uno sciamare amorfo di atomi carichi di potenziale. Poi
interviene una singolarità, un germe cristallino, un glitch, che innesca uno
stato di tensione talmente eccessivo da non essere più sostenibile. Ecco che il
cristallo si crea, una melodia viene inventata per risolvere lo stato
ipertensivo: assistiamo alla nascita della forma, alla morfogenesi, al farsi
della musica. Ma non c’è neanche il tempo per contemplarla che il nastro scorre
a velocità infinita e l’istante dopo ci ritroviamo improvvisamente all’estremo
opposto del ciclo. La melodia ha girato su sé stessa per secoli, forse millenni,
conservando di sé soltanto una morfologia spettrale, una sorta di resistenza
minima allo sbiadimento completo. È quasi impercettibile, ma riusciamo ancora ad
ascoltarla: è ridotta a un osso leggero, piatto, che oscilla lievemente nella
corrente. Sembra sul punto di sciogliersi del tutto, di sbriciolarsi… sono gli
ultimi istanti di un Chupa Chups nella bocca di un bambino in un altro universo…
ecco: si è liquefatto; ronzio.
Si tratta di Shadows lifted from invisible hands, album realizzato dal musicista
e artista statunitense James Hoff nel 2024 e pubblicato dall’etichetta Shelter
Press, sempre impegnata sul fronte più sperimentale delle possibilità espressive
della musica elettronica. Per descrivere l’album in modo meno metaforico
potremmo dire che si muove tra due estremi che non potrebbero essere più
distanti: da un lato il ronzio stridente, quello che sentiamo nelle orecchie
quando ci concentriamo sul silenzio, e che è amplificato nel caso di alcune
malattie dell’apparato uditivo o quando un eccesso sonoro ha impattato i nostri
timpani lasciando un alone di alte frequenze; dall’altro, motivi pop di tracce
famosissime (e bellissime), i cui motivetti si insinuano nella testa, girando su
loro stessi in modo tanto alieno quanto lo è la percezione del ronzio. Tra
queste tracce troviamo “Heart of Glass” di Blondie, “Space Oddity” di David
Bowie, “Perfect day” di Lou Reed e “Into the Groove” di Madonna. Queste canzoni
sono però rese quasi irriconoscibili per come sono state alterate, ri-suonate o
ri-arrangiate e permane soltanto qualcosa della loro figura, una sorta di
propensione pop alla figura.
Ma tra questi due poli James Hoff dilata e ci rende sensibile l’intermezzo, il
movimento del farsi e disfarsi, il ritornello e il ritornellizzare come processo
sempre sul punto di cristallizzarsi e poi di smembrarsi. È l’inversione di una
comune esperienza di ascolto e forse anche un’inversione del rapporto con la
conoscenza in generale, che in musica è già stata tentata da illustri
sperimentatori del crepitio come William Basinski, Philip Jeck o The Caretaker:
“Cavalieri del medium”, per riprendere un’espressione usata da Rosalind Krauss
nell’ambito delle arti visive. Ma qui il medium non è solo il supporto
dell’opera, non vediamo tanto i bordi del quadro quanto la matrice stessa dentro
cui sprofonda il contorno distinto. Per mantenere il parallelismo col visivo
potremmo dire che l’ascolto di questa musica è simile a quando guardando un
colore ci si ritrova, con Benjamin, ad “affondare lo sguardo in un occhio
estraneo che lo inghiotte dentro di sé”, sono “colori che vedono sé stessi”, in
un mimetismo con la percezione che arriva a far dire: “se fossi materia, mi
colorerei”.
> James Hoff dilata e ci rende sensibile l’intermezzo, il movimento del farsi e
> disfarsi, il ritornello e il ritornellizzare come processo sempre sul punto di
> cristallizzarsi e poi di smembrarsi.
Prendendo sul serio questa inversione musicale della conoscenza potremmo
ritrovarci ad ascoltare qualcosa di simile al mito escatologico raccontato per
bocca di Socrate nel Fedone platonico, ma amputato proprio della sua aspirazione
escatologica alla purezza. Socrate racconta infatti di come la condizione degli
esseri umani sia quella di abitare non sulla terra, bensì nelle sue cavità,
intorno alle quali vivono “come rane o formiche intorno ad uno stagno”. Esiliati
dalla terra vera, luogo puro nell’etere degli astri e del cielo, si trovano a
essere immersi in ciò che dell’etere non è altro che il sedimento vischioso,
ormai degradato in aria, nebbia e acqua e riversatosi nelle cavità della terra.
Ma pare che la loro situazione sia quella di chi, abitando nel mezzo delle
profondità del mare, credesse di abitare invece sulla sua superficie, non
rendendosi conto di vedere il sole e gli altri astri sempre e soltanto
attraverso la densità opaca dell’acqua. Un’acqua che, per effetto della
salsedine, corrode e rovina le pietre e in cui, in generale, non cresce nulla di
buono e niente può essere perfetto. Al massimo ci sono “rocce, arene e immense
distese di melme e pantani”.
Tuttavia Platone, essendo il suo mito escatologico, ammette la possibilità
arrivare all’estremo lembo del mare e… tirarsene fuori. Chi arriva a quel punto
– racconta – e fosse capace “di sostenere una tale visione, conoscerebbe che il
vero cielo, la vera luce e la vera terra sono quelli”. E se invece la verità non
si facesse che sott’acqua e nella corrosione? Che succederebbe se la luce non
fosse altro che quel medium subacqueo, vischioso e opaco attraverso cui e in cui
si manifestano le cose, che corrode e illumina al tempo stesso?
È l’inversione in cui si trova trascinato il cercatore di perle, nella singolare
vicenda raccontata da Georges Didi-Huberman alla fine del suo libro su Aby
Warburg. Proprio questa vicenda può funzionare come immagine vivida del mito
platonico privato dell’escatologia. Ripercorriamola: inizialmente il pescatore
si immerge e, credendo ancora di essere un “detective” del mare, tra i fondali
cerca i suoi tesori come enigmi da risolvere. Un giorno trova una perla, la
porta in superficie e la bandisce come un trofeo. Poi la porta a casa e la mette
in una teca. Compila una scheda che crede definitiva e pensa di aver chiuso con
gli abissi. Molto più tardi, per caso, si accorge di non aver mai davvero
guardato la perla perché ora, contemplandola come in un sogno, la riconosce
immediatamente: “non è altro che l’occhio di suo padre morto, secondo
l’indimenticabile profezia cantata da Ariel, nella Tempesta di Shakespeare:
A cinque teste sott’acqua
Tuo padre giace.
Già corallo
Sono le sue ossa
Ed i suoi occhi
Perle.
Tutto ciò che di lui
Deve perire
Subisce una metamorfosi marina
In qualche cosa
Di ricco e di strano.
Ad ogni ora
Le ninfe del mare
Una campana
Fanno rintoccare”.
Allora il pescatore, preso dall’inquietudine, dalla schisi, dalla ricerca del
tempo perduto non riesce a non rituffarsi. Si immerge in profondità e scopre che
i tesori del mare proliferano, che suo padre gli ha lasciato molte altre
meraviglie oltre a quell’unica perla e tra esse si confondono tutte le perle di
innumerevoli generazioni di antenati, “innumerevoli padri giacciono in
innumerevoli tesori sul fondo del mare”. Ma soprattutto scopre che
> è la materia stessa in cui nuota, è il mare, l’acqua torbida e materna, tutto
> ciò che non è “tesoro” indurito, è lo spazio intermedio tra le cose,
> l’invisibile flusso che passa tra perle e coralli, è proprio questo che, con
> il tempo, ha trasformato gli occhi di suo padre in perle e le sue ossa in
> coralli. È all’intervallo, alla materia del tempo – qui fluente, là stagnante
> – che sono dovute tutte le metamorfosi che fanno di un occhio morto un tesoro
> sopravvivente.
Il desiderio di non tornare più in superficie è forte. È lo stesso spazio
intermedio in cui nuota la musica di James Hoff, quello di una cristallizzazione
dilatata e in continuo movimento, sempre sospesa e al limite con l’amorfo, che
inventa nuove forme modellandosi in relazione all’ambiente esterno, la cui
capacità corrosiva innesca nuove germinazioni. Come “un cristallo corrisponde
alla struttura fissa lasciata da un individuo che avesse vissuto per un solo
istante” (Gilbert Simondon), così le tracce dell’album di Hoff contengono, come
in miniatura o in un fermo immagine, tutto il movimento della vita di una forma.
Dalla nascita della morfogenesi ci portano direttamente alle forme che giacciono
abbandonate sul fondo del mare, ritornelli resi irriconoscibili e mossi dalla
corrente come ossi di seppia. Ma come escludere in fondo che anche in queste
ossa, prima o poi, potrà innescarsi una nuova metamorfosi?
> La musica di James Hoff nuota nello spazio intermedio di una cristallizzazione
> dilatata e in continuo movimento, sempre sospesa e al limite con l’amorfo, che
> inventa nuove forme modellandosi in relazione all’ambiente esterno, la cui
> capacità corrosiva innesca nuove germinazioni.
Mi rendo conto di aver fatto una descrizione molto materica di questo album,
tanto da farlo sembrare quasi un’opera di land art, come può essere
l’eccezionale Spiral Jetty di Robert Smithson. Ma prima di incontrare
direttamente Smithson, è forse un altro lavoro di Hoff che può portarci ancora
più in prossimità di un’arte a contatto con il tempo, con i processi e i luoghi.
Si tratta di HOBO HUFO (v. Cernobyl), un lavoro audio/video pubblicato questa
volta dall’etichetta PAN, nel 2019. Il video del lavoro consiste in una versione
modificata di Google Street view, che aleggia tra le rovine della città ucraina
di Pryp”jat’, determinando i suoi movimenti in relazione alla musica. Pryp”jat’
è una città fantasma, abbandonata dopo il disastro nucleare di Černobyl’, che
rientra nella zona di alienazione di trenta chilometri istituita intorno alla
centrale e che dal 2022 è in mano alle forze russe.
HOBO UFO tiene vertiginosamente insieme numerosi strati: c’è il livello
molecolare delle radiazioni radioattive, invisibili ma la cui forza incoercibile
ha portato a dover abbandonare un’intera area urbana; un’azione della natura che
si riappropria di un luogo affettivamente carico, trasformandolo in materiale
indifferente attraverso cui far nuovamente passare la sua azione rimodellatrice;
un software che con simile indifferenza registra immagini nello stesso modo in
cui farebbe con qualunque altro luogo (in cui il capitalismo è quantomeno
riuscito a far arrivare la Google Car o un drone per fotografare la strada); un
suono che tra il glitch, la malinconia e una solennità cosmica sembra far
passare attraverso di sé tutti questi strati, componendo un’epica che va dalle
molecole alle forme di vita umane alla loro autodistruzione.
Robert Smithson, che oggi avrebbe ottantasette anni se non fosse scomparso
prematuramente all’età di trentacinque, è il grande precursore di questo tipo di
gesti artistici, soprattutto per come è riuscito a riflettere sull’esperienza e
a rendere sensibile nella sua opera questa confusione di scale, in cui il fare
umano e una sorta di entropia cosmica riescono a trovarsi condensati, collidendo
e comunicando. Un lavoro rappresentativo del suo atteggiamento e particolarmente
affine a HOBO UFO è il testo The monuments of Passaic, del 1967. Si tratta di
un’“odissea suburbana” che in realtà non è nulla più che il fotoracconto di un
percorso a piedi nella cittadina industriale di Passaic, in provincia di New
York. Tutta l’avventura nasce a partire dallo sguardo rivolto a Passaic: uno
sguardo che cerca e crea attivamente segnali, monumenti e metafore là dove
sembrerebbe non esserci nulla. “Il tempo – scrive Smithson – trasforma le
metafore in cose, e le accumula in stanze fredde, o le colloca nei parchi giochi
celestiali delle periferie”. Passeggiando per Passaic, la realtà di Smithson si
muove in un sottile confine tra rappresentazione e distruzione, mostrandosi come
“un particolare tipo di eliografia”, “una sorta di cartolina auto-distruggentesi
di un mondo di fallita immortalità e oppressiva smania di grandezza”, «a moving
picture that I couldn’t quite picture». La smania umana di in-formare la materia
e produrre segni appare come un piccolo e comico museo di tentativi per
contrastare l’entropia dell’universo.
Ma la sua più grande opera è senza dubbio Spiral Jetty, uno dei maggiori
risultati della land art americana. Si tratta del gigantesco “molo a spirale”,
tracciato nel 1970 con una ruspa sui bordi del grande lago salato nello Utah,
poi inghiottito dall’innalzamento della marea del lago e, infine, riemerso, come
fosse Atlantide, nel 1999. Ma, dal momento che la spirale era composta di terra
e blocchi di basalto neri, durante il periodo dell’immersione si è ricoperta di
cristalli di sale e quando è risorta si è presentata in una nuova forma, fatta
di un bianco immacolato e scintillante. In un abile gioco di mise-en-abyme il
processo di realizzazione dell’opera è stato anche filmato, entrando a far parte
del materiale di un film omonimo che mischia l’opera alla sua documentazione e
al gesto di documentare in generale.
> Come racconta Smithson, Spiral Jetty non è più distinta dal territorio, non si
> stampa su di esso come su una superficie vergine, emerge e fa tutt’uno con
> esso, ne è cambiata e lo cambia.
Dove comincia Spiral Jetty? Quando comincia? Forse, come un gigantesco rizoma,
“non comincia e non finisce, è sempre nel mezzo, tra le cose, interessere,
intermezzo” (Deleuze e Guattari). Effettivamente, come racconta Smithson,
l’opera non è più distinta dal territorio, non si stampa su di esso come su una
superficie vergine, emerge e fa tutt’uno con esso, ne è cambiata e lo cambia.
Come in un frattale “ogni cristallo cubico di sale fa eco alla Spiral Jetty nei
termini del reticolo molecolare del cristallo. La crescita in un cristallo
procede intorno un punto di dislocazione come una vite. La Spiral Jetty potrebbe
essere considerata uno strato interno del movimento spiraliforme del reticolo
cristallino, ingrandito trilioni di volte”. Smithson gioca realmente e
materialmente con il processo di cristallizzazione che abbiamo utilizzato
metaforicamente per descrivere il primo album di Hoff: Shadows lifted form
invisible hands e Spiral Jetty risuonano insieme.
Tra l’esperienza del luogo che cattura Smithson, l’avventura titanica della
realizzazione, il suo racconto filmato e narrato e l’azione del luogo sull’opera
si realizza un unico continuum, un unico medium, un’unica meteorologia, in cui
vari attori umani e non umani reagiscono uno nell’altro e uno con l’altro,
leggendosi e forzandosi a vicenda. Da un certo punto di vista Spiral Jetty non
esiste, ci sono solo riecheggiamenti e fluttuazioni, “mentre si afferra la
spirale, se ne viene afferrati”: è un gigantesco metabolismo. Mentre filma il
luogo dall’alto Smithson racconta:
> Il suono del motore dell’elicottero è diventato un lamento primordiale
> riecheggiante in inconsistenti visioni aeree. Ero qualcosa di diverso da
> un’ombra in una bolla di plastica fluttuante in un luogo fuori dal mio corpo e
> dalla mia mente? […] Stavo di nuovo scivolando fuori da me stesso,
> dissolvendomi in un inizio unicellulare, cercando di localizzare il nucleo
> alla fine della spirale. Tutto questo sangue in moto ci fa rendere conto di
> soluzioni protoplasmiche, la materia essenziale tra il formato e il non
> formato, masse di cellule fatte prevalentemente di acqua, proteine, lipidi,
> carboidrati e sali inorganici. Ogni goccia che schizzava sopra la Spiral Jetty
> coagulava in un cristallo. L’acqua ondeggiante diffondeva milioni e milioni di
> cristalli sopra il basalto.
Ma, prima di disintegrarci anche noi, fermiamoci un attimo. Cosa resta di tutto
questo? Il sito dell’opera è diventato luogo di migrazione per chi, conquistato
da questo racconto, ha provato a prenderne parte. Lo scrittore Geoff Dyer
ricorda, per esempio, di averlo percepito come “come un luogo abbandonato, ma
non un luogo il cui senso fosse stato abbandonato. Aveva conservato – o generato
– una sua cupa nodalità”.
> Tra l’esperienza del luogo che cattura Smithson, l’avventura titanica della
> realizzazione, il suo racconto filmato e narrato e l’azione del luogo
> sull’opera si realizza un unico continuum, un unico medium, un’unica
> meteorologia, in cui vari attori umani e non umani reagiscono uno nell’altro.
La nodalità è il tentativo umano di collocarsi, di darsi un posto nel tempo
naturale, dandogli una forma tramite strategie diverse, come si fa in modo più
burocratico con i calendari o con i musei: un far tempo del tempo. Tuttavia qui
la forma singolare si perde e quello che si esperisce è la sfasatura tra lo
sfondo e la figura, che non sono più annodati in maniera stabile, facendo
trasparire piuttosto l’annodare come tentativo fluttuante. È un’immersione in un
tempo denso, in un unico medium dentro cui si fanno e si disfano le forme
naturali e culturali. Ma le differenze sono effimere, sono velocità diverse di
impressione che catturano un insetto nell’ambra, il suono in un ritornello pop e
un reperto storico in un museo. Velocità e rallentamenti di una stessa
vetrinizzazione del tempo, che Smithson e Hoff ci rendono sensibile. Un ralenti
insieme umano e cosmico, sospeso tra le cose, un solo fenomeno emotivo “né Eros
né Thanatos, ma Vita-Morte, con un solo pensiero, uno stesso gesto” (Barthes).
Se allora non c’è un luogo fuori da questo intreccio che sia al riparo da
radiazioni e spettri, resta la possibilità di sperimentare con i nodi, per
trovarci tramite e attraverso i legami che scopriamo, muovendoci tra cristalli,
ossa e corrosioni.
L'articolo Cristalli, ossa e corrosioni proviene da Il Tascabile.
È almeno dal 2007 che ogni volta che esce un film di Paul Thomas Anderson è un
evento. L’esordio del 1996, Sydney, poi l’acclamato e piccante Boogie Nights –
L’altra Hollywood (1997). Con Magnolia (1999) ci trovavamo già di fronte a un
regista che affrontava il tema dell’esistenza in maniera sfaccettata, ma capace
anche di parlare diretto con commedie romantiche come Ubriaco d’amore (2002).
Poi il successo e l’ingresso nel pantheon dei grandi registi con una pellicola,
Il petroliere (2007), che parla della ferocia umana e del potere avendo in mente
il capitalismo contemporaneo, ma nel cuore film come Quarto potere. È stato da
quel momento infatti che si è iniziato a parlare del “cinema di Paul Thomas
Anderson”; con il suo perfezionismo tecnico, capace di portare in auge classici
del minimalismo (Fratres di Arvo Pärt), rendendoli ineditamente cinematografici,
epurandoli dallo spiritualismo – quindi secolarizzandoli – per coglierne la
trama insitamente paranoica e schizofrenica.
The Master (2012) ha molti punti in comune con Il petroliere, perlomeno quelle
parti iniziali in cui Anderson fa ambientare molto lentamente lo spettatore,
mostrandogli una serie di eventi e fatti, cose che succedono nel tempo,
raccontate quasi distrattamente, fino a cambiare improvvisamente ritmo, per
costruire dialoghi serrati e sequenze memorabili. Vizio di forma (2014) invece
punta molto sulla psichedelia, sul confine tra realtà e illusione, sull’acidità
della Storia: insomma su Thomas Pynchon. Questa cosa la condivide un po’, anche
se in maniera molto più scanzonata, con Licorice Pizza (2018). Il filo nascosto
(2017) resta il suo film più anomalo e incatalogabile. Intanto non è ambientato
come diversi altri suoi film a San Fernando Valley (dove è realmente cresciuto),
ma in Europa, più precisamente nell’Inghilterra degli anni Cinquanta.
Sembrerebbe un Ubriaco d’amore borghese, ma è quanto di più diverso. È un film
che racconta il lato oscuro dell’amore (e in generale dei rapporti umani),
ovvero i suoi capovolgimenti repentini di potere, irrazionali. Un ricco e
famosissimo stilista (Daniel Day-Lewis) può essere sottomesso da una cameriera
qualunque (Vicky Krieps) che per quasi tutto il film viene umiliata e derisa.
> Paul Thomas Anderson è un grandissimo regista hollywoodiano, capace di
> mescolare grandi e profonde tematiche all’intrattenimento, che non ha
> sbagliato un colpo. Almeno fino a quest’ultimo Una battaglia dopo l’altra.
Non è la favola del ricco che sposa la povera. È un’altra cosa: chiunque può
sottomettere il prossimo solo detenendo i mezzi materiali per farlo. Non conta
la bellezza, l’intelligenza e, addirittura, nemmeno il denaro. Conta la capacità
di costruire il potere, in qualche modo, con qualche mezzo. Anderson lo racconta
attraverso una storia antididascalica che disorienta, e fa interrogare per
giorni, portandoci a fare i conti con la parte oscura di ognuno di noi. È il
Thomas Anderson più dark e scomodo. Come per certi versi lo è anche quello di
Licorice Pizza, film dichiaratamente inattuale, ambientato nel 1973, in cui
sembra suggerire di mettere da parte tutte le mode contemporanee e lasciarsi
guidare dalla vita. Ami qualcuno? Tartassa questa persona fino a provocare un
miracolo, fino a farla innamorare, anche se prima ti considerava uno sfigato.
Fregatene di chi dice che tra trenta, quarant’anni verrai etichettato come
“stalker”. Un film che è un piccolo atto politico.
Un breve commento sulla carriera di Paul Thomas Anderson? È un grandissimo
regista hollywoodiano. Capace di mescolare grandi e profonde tematiche
all’intrattenimento, non ha sbagliato un colpo. Almeno fino a quest’ultimo Una
battaglia dopo l’altra (2025).
Si tratta del suo decimo lungometraggio, ed è senza dubbio il suo progetto più
ambizioso e dispendioso. Un film epico a tinte politiche (il cui titolo proviene
nientemeno che da una frase di Angela Davis), tratto liberamente dal romanzo
Vineland, ancora una volta di Thomas Pynchon, che ha richiesto un investimento
produttivo fuori scala per gli standard del regista. Basti pensare che la Warner
Bros. ha finanziato l’opera con un budget di circa 130-140 milioni di dollari
(su Wikipedia si parla di 130-175 milioni di dollari). Senza dubbio il più alto
mai ricevuto da Anderson in carriera.
Per confronto, la maggior parte dei suoi film precedenti è costata una frazione
di tale cifra (ad esempio Il petroliere ebbe un budget che si aggirava attorno
ai 25 milioni). Questo enorme balzo di risorse è dovuto in parte alla presenza
di Leonardo DiCaprio come protagonista: la star hollywoodiana, alla sua prima
collaborazione con Anderson, avrebbe percepito un cachet di circa 20-25 milioni
di dollari, elemento che ha convinto Warner Bros. a dare semaforo verde al
progetto. Accanto a DiCaprio troviamo un cast di alto profilo che include
veterani come Sean Penn, Benicio Del Toro e Regina Hall, oltre alla
cantante/attrice Teyana Taylor e alla giovane esordiente Chase Infiniti nei
panni dell’importante ruolo della figlia del protagonista.
> Perché Paul Thomas Anderson, autore di film spesso intimi e “senza tempo”, ha
> deciso di cimentarsi con un grande affresco politico d’azione?
Anderson ha scelto di girare il film interamente su pellicola 35mm, utilizzando
in alcune sequenze il formato VistaVision, ovvero una variante rara del 35mm che
sfrutta il fotogramma in orizzontale (8 perforazioni invece delle 4 verticali
standard), capace di offrire maggiore definizione e una resa spettacolare su
grande schermo. Questo contribuisce all’aspetto visivo sontuoso e “analogico”
dell’opera, di caratura seventies, che infatti è la prima del regista ad essere
distribuita anche in sale IMAX per esaltarne la portata spettacolare. Ancora una
volta le musiche vengono affidate a Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead,
che cura le colonne sonore dei film di Anderson dai tempi di Il petroliere,
assumendo nel tempo un ruolo sempre più centrale nel suo cinema. Si va sul
sicuro, perché anche qui conferma la sua audacia, con uno score disarmonico e
monumentale al tempo stesso, che non è legato assolutamente ai sentimenti dei
personaggi e al mood della narrazione, ma anzi, è spesso usato per creare derive
o contrazioni.
Le riprese si sono svolte nel 2024 tra la California (nella contea di Humboldt e
a Sacramento) e il Texas, non senza qualche curiosità: durante i ciak a
Sacramento si è dovuto ad esempio sgomberare un campo di senzatetto che si
trovava nell’area prescelta come set. Insomma, una prima battaglia, cui ne hanno
fatto seguito sicuramente anche delle altre… La domanda sorge infatti spontanea.
Perché Paul Thomas Anderson, autore di film spesso intimi e “senza tempo”, ha
deciso di cimentarsi con un grande affresco politico d’azione? Intendiamoci, ci
sono momenti di cinema nel film, come ad esempio la scena dell’inseguimento tra
i sali e scendi delle strade in mezzo al deserto – ed è un Anderson inedito
questo, quasi da intrattenimento. C’è anche un DiCaprio in grandissima forma. Ma
perché Anderson ha deciso di fare un film esplicitamente politico?
Intanto Vineland, romanzo del 1990 in cui Pynchon, tornando al romanzo dopo
quasi due decenni, rifletteva con toni satirici e malinconici sulla fine delle
utopie rivoluzionarie degli anni Sessanta e sull’apatia dell’era Reagan, era un
testo che aveva in mente da decenni di portare sullo schermo, avendoci lavorato
per circa venti anni. Già nel 2014 il regista ammise che adattare fedelmente
Vineland sarebbe stato troppo complesso e che avrebbe preferito rubarne gli
elementi più stimolanti per farne qualcosa di proprio. Ed è in effetti ciò che
ha fatto, anche perché il film è scritto dal regista ed è invece, come appare
nei titoli, solamente “ispirato” dal libro di Pynchon: Anderson ha trasposto in
chiave contemporanea il conflitto centrale di Vineland, costruendo una storia
originale che ne rielabora temi e personaggi chiave, dal momento che per anni le
vicende di quel romanzo continuavano a tormentarlo creativamente. Un elemento in
particolare gli dava la motivazione per proseguire: il rapporto padre-figlia; un
tema che Anderson – padre di quattro figli nella vita reale – sentiva di poter
esplorare in modo personale: “Se sei un papà e giri un film su un papà che cerca
disperatamente di proteggere sua figlia, lo sentirai in modo profondo”, ha
dichiarato. Questa dimensione intima e familiare è dunque il filo emotivo e
principale che Anderson ha intrecciato attorno alla cornice politico-sociale del
racconto, nel tentativo di umanizzare una storia altrimenti incendiaria.
> Anderson ha trasposto in chiave contemporanea il conflitto centrale di
> Vineland, di Thomas Pynchon costruendo una storia originale che ne rielabora
> temi e personaggi chiave, dal momento che per anni le vicende di quel romanzo
> continuavano a tormentarlo creativamente.
Nonostante il regista non abbia mai palesemente militato in politica, i temi
affrontati in questo film segnano una svolta evidente: immigrazione, razzismo,
abusi del potere e conflitti sociali odierni vengono messi “sotto attacco” già
dalle primissime scene. Anche qui, come almeno in Il petroliere e in The Master,
la prima parte del film racconta episodicamente fatti e scene in maniera veloce,
scorrendo nel tempo, fino ad arrivare al primo snodo importante della
sceneggiatura. Nel mentre vengono mostrate situazioni estreme e volutamente
provocatorie: dal gruppo di guerriglieri anarchici modellati sui Weathermen
degli anni Sessanta, alle retate di immigrati clandestini detenuti, fino alla
caricatura di una setta segreta di fanatici suprematisti bianchi annidata
nell’establishment militare americano.
Anderson non ha mai fatto un film esplicitamente politico, sebbene alcuni suoi
film siano intrinsecamente politici. Eppure qui, non ha avuto timore di prendere
lo spettatore e gettarlo in mezzo al puro caos ideologico. In un’intervista ha
spiegato di non voler fare mera propaganda attuale: “Il più grande errore
sarebbe mettere la politica in primissimo piano”, ha detto, chiarendo che per
reggere un film di quasi tre ore servono personaggi e sentimenti solidi. Una
piccola lezione su come scrivere un film. Il suo obiettivo era intrecciare i
grandi temi con le vicende umane, in modo che lo spettatore si appassionasse
alle sorti dei protagonisti, al di là del messaggio ideologico. Non a caso, il
regista insiste che le dinamiche di Una battaglia dopo l’altra trascendono la
contingenza attuale: “Questa storia poteva essere raccontata 20 anni fa, nel
Medioevo, o persino nello spazio”, afferma Anderson, sottolineando come i
conflitti di fondo tra oppressori e oppressi siano ciclici. “Pensare che le cose
siano cambiate è un errore”, aggiunge, affermando che né il fascismo né la
cattiveria umana passano mai di moda.
> L’obiettivo di Anderson era intrecciare i grandi temi con le vicende umane, in
> modo che lo spettatore si appassionasse alle sorti dei protagonisti, al di là
> del messaggio ideologico.
Proprio questa visione circolare della storia lo ha probabilmente spinto a
realizzare il suo film più politico. Nella pellicola c’è un omaggio a Gillo
Pontecorvo (un frame dal classico del cinema politico italiano La battaglia di
Algeri, 1966). In parole povere: Anderson ha sentito che il momento era maturo
perché vicende di ribellione e repressione che lo affascinavano da anni
risuonassero con forza nel mondo di oggi (“dopo due decenni, non sono mai state
così rilevanti”).
Un aspetto peculiare di Una battaglia dopo l’altra è proprio la sua
ambientazione temporale sfuggente. Il film è dichiaratamente collocato ai giorni
nostri, con allusioni all’America post-Trump, eppure, l’estetica e i riferimenti
culturali richiamano spesso gli anni Sessanta/Settanta: lo stesso gruppo French
75 è modellato sui movimenti radicali di quell’epoca (come detto, gli Weathermen
americani), mentre il personaggio di Perfidia sembra uscito da un film
blaxploitation di inizio anni Settanta, come quelli impersonati da Pam Grier,
con il suo stile aggressivo e slogan incendiari. Anderson ha di proposito creato
un presente “sospeso” e anacronistico, in cui tecnicamente siamo nel Ventunesimo
secolo ma tutto – dai costumi, alle musiche rock psichedeliche, fino ai metodi
da guerriglia vintage – ricorda l’iconografia delle vecchie rivoluzioni. Il
presente appare “macchiato” dal passato, quasi fossimo di fronte a una realtà
parallela in cui il tempo non è progredito.
Da un lato, questa scelta rinforza uno dei messaggi chiave del film – ovvero che
gli ideali e i conflitti di ieri ritornano immutati oggi, in un eterno ciclo. Le
immagini di manifestazioni, repressioni violente e complotti ricordano
volutamente quelle che vediamo nei cinegiornali d’archivio tanto quanto nei
telegiornali attuali. D’altro canto, questa ibridazione temporale rischia di
confondere lo spettatore. La narrazione non chiarisce mai del tutto in che anno
preciso ci si trovi, e alcuni elementi risultano volutamente fuori dal tempo: ad
esempio, le giovani reclute del French 75 comunicano con codici e rituali quasi
da cultura hippie, oppure brandiscono armi analogiche come fossero in un vecchio
film di guerriglia, mentre i loro nemici complottano in salotti massonici rétro.
Questa scelta artistica può essere affascinante – dona al film un’aura da
allegoria universale – ma allo stesso tempo può apparire artificiosa. Una
battaglia dopo l’altra finisce per raffigurare un oggi immaginato tramite il
filtro dei ricordi storici. La battaglia generazionale messa in scena – con
giovani rivoluzionari confusi ma pieni di entusiasmo, contrapposti a vecchi
potenti corrotti e reazionari – sembra quasi figlia di un altro periodo, e non
sempre coglie le specificità del mondo contemporaneo. Sicuramente i giovani
rivoluzionari di oggi sono confusi, ma tanto per cominciare non mettono più le
bombe – nel bene e nel male.
> Una battaglia dopo l’altra finisce per raffigurare un oggi immaginato tramite
> il filtro dei ricordi storici. La battaglia generazionale messa in scena
> sembra quasi figlia di un altro periodo, e non sempre coglie le specificità
> del mondo contemporaneo.
Un elemento centrale del film è infatti proprio la rappresentazione della
gioventù ribelle. I ragazzi del French 75 vengono mostrati come idealisti
appassionati ma disorganizzati. Agiscono più per istinto e furia contro “il
sistema” che con un piano coerente: fanno esplodere bombe, derubano banche,
attaccano simboli del potere in modo quasi casuale. Tutte cose oggi impossibili
da fare, proprio perché non siamo più negli anni Settanta. Questa confusione
strategica, unita alla modalità fantasiosa ispirata al passato, è in parte
voluta: Anderson sembra suggerire che la rabbia giovanile odierna sia autentica
ma priva di una direzione unitaria, frammentata in gesti isolati. In una scena
chiave, Perfidia urla che “la violenza rivoluzionaria è l’unica via”, incitando
i compagni alla lotta armata, ma allo stesso tempo un personaggio osserva
amaramente che “le rivoluzioni iniziano contro dei demoni, e finisce che quei
demoni combattono loro stessi”. È un riconoscimento del rischio insito in questi
movimenti: l’implosione interna, la perdita di vista del nemico originale.
Un altro dei punti deboli del film è proprio l’assenza di un nemico
esplicitamente riconosciuto. O, al contrario, forse semplicemente troppo
riconoscibile. Anderson dice di non voler mettere la politica in primo piano,
facendo di tutto per camuffare il nemico, addirittura provando a confonderci con
la dimensione temporale, eppure ciò che emerge dalla pellicola sembra essere
molto schiettamente un film contro l’era Trump, come tanti altri. Tra l’altro,
Una battaglia dopo l’altra è stato vittima di un selvaggio review bombing da
parte del movimento MAGA (Make America Great Again), la destra trumpiana, che,
evidentemente si è sentita chiamata in causa, e ha iniziato a dare una stelletta
sui vari siti di recensioni cinematografiche, nonostante gli altri voti
altissimi.
> Un altro dei punti deboli del film è proprio l’assenza di un nemico
> esplicitamente riconosciuto. O, al contrario, forse semplicemente troppo
> riconoscibile.
DiCaprio, parlando del film, ha spiegato che Anderson ha voluto mostrare
“l’estremismo da entrambi i lati” dello spettro ideologico per riflettere su
“dove siamo nella società oggi”. Il risultato di questa scelta è che non c’è un
antagonista monolitico e chiaro contro cui tifare: i “cattivi” sono ovviamente
identificabili (il colonnello e i suoi accoliti razzisti), ma anche i “buoni”
rivoluzionari hanno le loro colpe ed eccessi. Potrebbe apparire così sulla
carta, se non fosse che i cattivi sono rappresentati come vecchi bavosi,
razzisti, misogini, omofobi col culto del corpo che però sotto sotto sono anche
attratti dal proprio stesso sesso, e per questo sono repressi, mentre i buoni
sono impersonati da donne “cazzutissime” che aggirano il potere senza il minimo
problema o sforzo. Magari fosse tutto così semplice!
Il personaggio interpretato da Sean Penn è talmente parodistico da risultare
imbarazzante. Non dovrebbe ricordare nessuno di realmente esistito, eppure
quando a un certo punto del film appare sfigurato nel volto somiglia in maniera
impressionante all’ufficiale nazista Otto Skorzeny: colui che fu a capo
dell’Operazione Quercia, ovvero quell’intervento che su ordine di Hitler,
permise la liberazione di Mussolini, tenuto prigioniero a Campo Imperatore, sul
Gran Sasso, dopo essere stato arrestato nel luglio del 1943. Inoltre, dopo le
apparizioni di Sean Penn al festival di Cannes con i soldati dell’esercito
ucraino al suo fianco, coinvolgerlo in progetti rappresenta per certi versi
anche questo un piccolo gesto politico.
Per concludere, se l’intento era quello di fomentare nello spettatore un senso
di urgenza e indignazione verso i mali del presente, questa narrazione rischia
di lasciarlo spiazzato, chiedendogli di parteggiare per una causa che appare
quantomeno confusa – se si cerca, come suggerisce il regista, di andare oltre
alla battutissima critica trumpiana di questi tempi. In altre parole, Paul
Thomas Anderson ha sempre saputo trasformare l’epoca rappresentata in un
dispositivo universale; qui invece è l’oggi a risultare opaco, filtrato da un
immaginario che appartiene ad altri decenni.
L'articolo Una battaglia apolitica dopo l’altra proviene da Il Tascabile.
C hi era veramente Jacques Lacan? Provare ad avvicinarsi alla natura di questa
esistenza potrebbe forse rivelare i segreti sepolti in un pensiero
coraggiosamente oscuro, che procede per folgorazioni e illuminazioni e non
sembra poter essere ridotto alla più tranquillizzante e canonica catena di
causa-effetto. Studiare la parte più sommersa della psiche umana, come ha fatto
Lacan, plasma inevitabilmente anche il modo di raccontarla, ma alla grigia
intransigenza dell’analista fa da controcanto un’esistenza spumeggiante e sempre
tesa al superamento dei limiti, una dissonanza in realtà solo apparente perché
mostra come l’uomo e il suo pensiero non siano del tutto divisibili.
Catherine Millot, allieva e poi compagna di Lacan, nel suo Vita con Lacan
(2017), offre un ritratto inedito dello psicoanalista francese catturato nella
sua esistenza quotidiana, tra lo studio a Parigi nel settimo arrondissement e la
casa di Guitrancourt, tra le corse folli con la macchina (Lacan non sopportava
le code e superava le altre auto in corsia di emergenza o abbandonava la sua in
mezzo alla strada se la cosa era inaggirabile o un semaforo rosso troppo a
lungo) e gli imprescindibili bagni nella piscina della sua casa di campagna
qualsiasi fosse la stagione. Ma scoprendo i tic e le fissazioni di Lacan emerge
pian piano il fondamento che è alla base del suo lavoro, l’idea, cioè, di un
movimento inesorabile verso lo sconosciuto, una spinta sempre in avanti, la
forza di protendersi fino al limite. Così come le forme del desiderio che la sua
psicoanalisi ha mirato a definire, a questo anelito verso l’infinito che muove
l’uomo e il pensatore, Lacan ha offerto, sempre, la sua dedizione più assoluta.
Nell’inverno del 1971, settantenne, affermato già in tutto il mondo come uno dei
più grandi eredi di Sigmund Freud e sempre al centro di critiche che ne
contestano l’insegnamento o la pratica di analisi tanto da venire a un certo
punto scomunicato dall’IPA (International Psychoanalytical Association), Jacques
Lacan viene chiamato all’Ospedale Sainte-Anne di Parigi per tenere una serie di
conferenze per i medici psichiatri dell’istituto. Il Sainte-Anne, situato nel
quattordicesimo arrondissement e dal 1863, per volere di Napoleone III, dedicato
alle cure psichiatriche, di cui usufruiranno anche Antonin Artaud e Paul Celan,
non era un posto qualunque per Lacan perché alla fine degli anni Venti in quelle
sale cominciò a esercitare la professione medica come psichiatra. Tornarci
quindi, dopo quasi mezzo secolo e dopo aver fondato due scuole centrali per la
storia della psicoanalisi e delle scienze umane tutte, l’École freudienne de
Paris che poi scioglie e l’École de la Cause freudienne, significava per Lacan
guardarsi indietro, capire il luogo da dove si era sviluppato il suo pensiero e,
per certi versi, fare i conti con la strada che fino a quel momento aveva
percorso.
> All’interno di un’opera che è quasi esclusivamente orale e basata sui suoi
> seminari affollatissimi Lacan è consapevole dell’insufficienza della parola e
> dell’impossibilità di trasmettere attraverso i suoi significati i segreti
> dell’esistenza psichica umana. Eppure, non esiste altro modo.
La raccolta di quegli interventi ha un titolo emblematico, che nella sua
icasticità rende bene le forme ermetiche, e per certi versi impenetrabili, della
sua opera: Io parlo ai muri, questo il titolo, è infatti un concetto in grado di
restituire l’opacità di una parola che, andando a indagare gli spazi più
reconditi dello spirito umano, quelli dell’inconscio, per sua stessa natura
risulta inafferrabile e inspiegabile, una dichiarazione di poetica che accetta
le difficoltà e ne assume tutto il valore per provare ad andare oltre alla
limitatezza del parlare. Nell’incontro che tiene nella cappella dell’ospedale,
Lacan prova a spiegare al suo uditorio il paradosso di tutta la sua esperienza:
all’interno di un’opera che è quasi esclusivamente orale e basata sui seminari
affollatissimi che tenne per tutta la vita e che videro affollarsi migliaia di
studenti, personalità dell’intellighenzia mondiale e curiosi, Lacan è
consapevole dell’insufficienza della parola e dell’impossibilità di trasmettere
attraverso i suoi significati i segreti dell’esistenza psichica umana. Eppure,
non esiste altro modo.
Perché però provare? Perché tentare di forzare i limiti del linguaggio davanti a
un’impresa che si preannuncia, sin dall’inizio, impossibile? In queste domande è
racchiuso il senso intero di un’opera lanciata verso l’impossibile, sfidare il
monito di Wittgenstein su quello su cui si dovrebbe tacere: nel suo desiderio di
sondare l’insondabile l’opera di Lacan è rivoluzionaria e non solo si ricollega
al magistero di Freud (attraverso il suo celebre e auspicato “ritorno a Freud”)
ma in un certo senso lo oltrepassa perché lo studio dell’inconscio finisce per
superare abbondantemente i confini della psicoanalisi e incrociare proficuamente
la sua strada con altri campi del sapere, dalla letteratura alla filosofia fino
alla matematica. Il segno probabilmente più evidente di questo slancio verso
l’impossibile è testimoniato dalla natura orale e seminariale del suo lavoro:
l’unica opera scritta pubblicata nel corso della sua vita sono i due volumi
degli Scritti (che comunque sono una raccolta di testi già pubblicati altrove o
di discorsi e conferenze pronunciate in giro per il mondo) mentre tutto il cuore
del suo insegnamento e della sua eredità sta proprio nei seminari che tenne a
Parigi tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta e che sono dapprima un’analisi
dei concetti di Freud e poi, a partire dal celebre seminario I quattro concetti
fondamentali della psicoanalisi, una riscrittura di Freud con la lenta e
inesorabile emersione dell’originale pensiero lacaniano.
> Nel suo desiderio di sondare l’insondabile l’opera di Lacan è rivoluzionaria e
> non solo si ricollega al magistero di Freud ma in un certo senso lo oltrepassa
> perché lo studio dell’inconscio finisce per superare i confini della
> psicoanalisi e incrociare la sua strada con altri campi del sapere.
Come uno dei suoi maestri, Alexandre Kojève, le cui lezioni parigine su Hegel
ebbero una ricaduta fondamentale per tutta la cultura del secondo Novecento e a
cui partecipò anche Lacan in compagnia di personaggi come Raymond Queneau,
Georges Bataille, André Breton, Hannah Arendt e molti altri, Lacan ripone una
fiducia massima nell’ambito seminariale che diventa da un lato la messa alla
prova più estrema dell’uso della parola e, dall’altro, l’unico mezzo attraverso
il quale diffondere le proprie idee, difficilissime da ingabbiare sulla pagina
scritta. Riveste quindi un ruolo centrale, che emerge bene anche da Io parlo ai
muri, l’insegnamento, un gesto non riducibile solo alla trasmissione del sapere,
ma che si tinge di una relazione decisiva con chi ascolta, chiamato a
collaborare alla costruzione della conoscenza: “Mi sforzo – dice Lacan –
affinché non abbiate un accesso troppo facile al sapere, così che voi dobbiate
metterne del vostro”. Jacques-Alain Miller, durante una delle conferenze che
tenne in Brasile su Lacan e che sono raccolte nell’importante volume
Delucidazioni su Lacan (2025) spiega bene come l’insegnamento di Lacan
“impedisce di credere che lo si possa comprendere immediatamente”: in questo
senso leggere Lacan, provare a cogliere il mistero più profondo del suo
pensiero, e quindi il segreto intero dell’essere umano, è un atto di fede
assoluto.
La parola è quindi lo strumento fondamentale dell’insegnamento di Lacan
nonostante per lui la verità sia per sua stessa natura impossibile: “Io dico
sempre la verità: non tutta! Perché a dirla tutta non ci si arriva. Dirla tutta
è impossibile materialmente: sono le parole che mancano! È proprio per questo
‘impossibile’ che la verità tocca il reale”. “I muri in fondo sono fatti per
circondare un vuoto” dice Lacan e in effetti insegnare rappresenta proprio lo
sforzo di circoscrivere questo vuoto, di dargli una forma e fare in modo che
nell’aula, nelle quattro mura che la costituiscono e che custodiscono gli
uditori, si possa formare un sapere da condividere che oltrepassi i confini
della verità, la limitatezza del parlare.
In questo senso la parola assume un valore decisivo e un’importanza ancora
maggiore all’interno di un pensiero che considera e studia l’inconscio come un
linguaggio: qui sta la novità assoluta del pensiero di Lacan che riprendendo la
distinzione del linguista De Saussure tra langue e parole (e cioè tra il
linguaggio come sistema e la sua espressione) in un saggio fondamentale,
Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicanalisi, espone come il
linguaggio venga legittimato solamente dall’incontro con l’altro: “non v’è
parola senza risposta, anche se non incontra che il silenzio, purché abbia un
uditore”. Se quindi la langue può esistere anche senza soggetti, la parole
necessita dell’intervento di un altro soggetto per poter funzionare: questo
rivela come per Lacan l’intera esistenza umana, di cui l’analisi e il rapporto
analista-paziente non è che un epifenomeno, sia segnata dalla necessità
dell’Altro.
Negli ultimi anni della sua vita Lacan diventa ostaggio della sua ossessione per
il nodo Borromeo (fa comprare ogni tipo di corde e dissemina il pavimento del
suo studio e della sua camera da letto di questi nodi, oltre a mostrarne tutte
le implicazioni a un Heidegger oramai anziano che non sembra coglierne
l’importanza) e anche i suoi seminari cominciano a scivolare verso un silenzio
che appare molto lontano dalla teatralità degli anni precedenti. Maillot
racconta un evento accaduto in quegli anni che oltre a rivelarsi commovente
testimonia anche lo scivolamento dell’uomo e del suo pensiero verso il silenzio.
Una notte il vecchio Lacan esce dalla sua casa parigina in rue de Lille, per
andare da suo genero, nonché successivamente esecutore testamentario,
Jacques-Alain Miller e dalla figlia Judith per infilarsi nel letto del piccolo
nipote Luc: sembra trattarsi di un’estrema richiesta di compagnia che si tinge,
come ha scritto Massimo Recalcati, della “forma della supplica, della preghiera”
diventando la concretizzazione assoluta di quell’invocazione dell’Altro che
aveva segnato tutta la sua vita.
In questo senso le fasi finali della vita di Lacan sono attraversate da una
lacerazione insanabile: se dal punto di vista teorico lo studio della topologia
dei nodi borromei lo allontana sempre di più dalle spire umanistiche, dall’altro
avverte radicalmente il suo essere inerme e solo, abbandonato a un’afasia
simbolica che trova corrispettivo nell’opera di James Joyce (da ragazzo aveva
assistito, poco prima della pubblicazione francese dell’Ulisse da Shakespeare
and Company, alla lettura di alcuni passi del romanzo) e, in particolare, nel
Finnegans Wake, a cui dedicherà importanti analisi nei suoi ultimi seminari (Il
sinthomo e Ancora), ritrovando in Joyce lo stesso rigore e lo stesso coraggio
con il quale aveva rinnovato la clinica. In una lettera al padre un Lacan
diciassettenne, difendendo la sua strenua opposizione alle idee dello zio,
scrive: “la mia personalità consiste nel fatto che mi rifiuto nel modo più
assoluto di farmi riempire la testa”. Questa ostinata fiducia nel proprio
pensiero trasforma Lacan in Edipo perché il suo desiderio di sapere diventa il
desiderio di conoscersi. Ma questo itinerario non è individuale, non è una lunga
ricerca solitaria perché la mediazione dell’Altro è imprescindibile ed è solo
attraverso un confronto con la sua immagine che può pian piano emergere la
propria.
> Se dal punto di vista teorico lo studio della topologia dei nodi borromei
> allontana Lacan sempre di più dalle spire umanistiche, dall’altro avverte
> radicalmente il suo essere inerme e solo, abbandonato a un’afasia simbolica
> che trova corrispettivo nell’opera di James Joyce.
Il nodo Borromeo che ossessiona Lacan negli ultimi anni della sua vita, quella
in cui, per contrasto, riconosce la natura distruttiva della solitudine, viene
soprannominato “nodo Bo” che, con un gioco di parole assimilabile alle acrobazie
linguistiche del Finnegans Wake, rimanda da un lato al “neud-bo” ma, dall’altro,
al “mont Nébo”, il monte Nebo, il luogo in cui Mosè ebbe la visione della Terra
Promessa e dove, secondo l’Antico Testamento, Dio stesso lo seppellì. Lacan ha
provato a scalare questa montagna per tutta la sua vita in una lotta con il
reale che terminò nel 1981 a causa di un cancro all’intestino a cui, come
raccontò la figlia Judith, decise di non opporre alcuna resistenza “così, per
capriccio”. La morte non lo spaventò mai, tant’è che quando un ladro entrò nel
suo studio durante una supervisione Lacan gli disse di non avere alcuna paura di
morire (alla fine fu il suo paziente a dare i soldi al malvivente e Lacan
cominciò a viaggiare sempre con un tirapugni di ferro), poiché la considerava
non tanto un evento distruttivo quanto una tendenza ultima a ritrovare la quiete
definitiva. Così la sua morte si pone all’ombra di Edipo a Colono, il vecchio
che svanendo lascia al mondo una domanda che non può avere una risposta se non
lo stesso mutismo della fase finale della vita di Lacan. In questo Lacan ricorda
il protagonista di un racconto di Maurice Blanchot in cui un uomo, in attesa
della scarica di fucili del plotone di esecuzione che gli si para davanti,
comprende, per un istante, il tutto: “restava in attesa soltanto della scarica
dei fucili, quella sensazione di leggerezza che non saprei tradurre: liberato
dalla vita? L’infinito che si apre? Né felicità, né infelicità. Né l’assenza di
timore e forse già un passo al di là”.
L'articolo Sono le parole che mancano! proviene da Il Tascabile.
È (già) tempo di tracciare un bilancio per Alex Garland. In relativamente pochi
anni di carriera ha costruito opere di densità e rilevanza imprescindibili, per
presa sulla contemporaneità e coraggio di intraprendere riflessioni filosofiche
in un’epoca ostile al pensiero (libero, ma non solo). Ogni suo film assomiglia a
una profezia, e non di quelle rassicuranti: più vicina a Cassandra che a
Nostradamus, più a un Palantír di Mordor che a una sfera di cristallo. Con quel
sesto senso proprio di chi è stato toccato da un’intelligenza superiore Garland
arriva semplicemente prima degli altri, in virtù di un meccanismo di autodifesa
contro la mediocrità e di un sottile sentimento antiamericano, tipico di una
britishness in via di estinzione. Seppur arrivando per tempo al problema,
Garland non ne esce con delle risposte chiare e distinte. La sua esposizione del
dubbio, la sua “verifica incerta”, testimonia con lucidità la difficoltà estrema
di raccontare il presente, di discernere la verità, di capire da che parte
stare. Il che non significa “fare di viltà il gran rifiuto”, bensì arrendersi
alla insensata e fuggevole complessità di un mondo che è, innanzitutto, troppo
veloce per essere afferrato e compreso.
Ad accomunare Ex Machina (2014), Annientamento (2018) o Civil War (2024) è
l’ipercinesia che non lascia spazio all’elaborazione di un pensiero, che obbliga
a una deriva istintuale, sovente quasi ferina. Uscito in sala con un tempismo
mirabile, Civil War ha suscitato inevitabili discussioni, talora facete – perché
proprio la California very Blue State e il Texas very Red State come alleati in
chiave secessionista? – ma ha saputo tradurre in immagini di rara ferocia quella
deriva autodistruttiva inestricabilmente legata a un Paese-bambino come gli
Stati Uniti, armato fino ai denti e dilaniato da divisioni interne sempre più
esacerbate. Un discorso di cui Warfare (2025, in sala dal 21 agosto in Italia) –
codiretto con il reduce di guerra Ray Mendoza – è la naturale prosecuzione: il
passaggio da un ipotetico scenario di conflitti futuri a uno effettivo del
passato prossimo (la seconda guerra in Iraq) comporta un ulteriore spostamento
della soggettiva. Warfare non è un pamphlet antimilitarista, così come Men
(2022) non è un banale pamphlet contro la mascolinità tossica. L’ambivalenza del
primo – l’immersione nel dettaglio bellico a livello di singolo uomo che altera
il linguaggio, ricco di acronimi fino all’esoterismo – si riflette
nell’ambiguità del secondo (sono gli uomini a essere “tutti uguali” o è la
protagonista a vederli così?).
> Civil War ha saputo tradurre in immagini di rara ferocia quella deriva
> autodistruttiva inestricabilmente legata a un Paese-bambino come gli Stati
> Uniti, armato fino ai denti e dilaniato da divisioni interne sempre più
> esacerbate.
Warfare non è un film sulla guerra o contro la guerra. È un film della guerra.
In cui il conflitto è la soggettiva, ignorante e acritica, così immersa nel
proprio presente eterodiretto da risultare cieca a ogni elemento esterno. Una
forma di alienazione radicale, che può essere “preparata” assumendo dosi di
immagini, attraverso il filtro della distorsione mediatica – il video di Eric
Prydz a cui assistono i soldati e con cui si apre il film. Smettere di pensare e
astenersi dal dover esercitare il libero arbitrio sembra essere l’unica via.
Perché per Garland e Mendoza il videogioco-già-giocato-da-qualcuno è l’unica
metafora possibile per una tecnica e una tattica di combattimento (il titolo è
Warfare, infatti) che hanno rimosso il lato umano fino al puro nonsense. Per i
Navy Seals asserragliati in un’abitazione irachena il passaggio dalla baldanza
al panico è rapido, almeno quanto la transizione da esseri umani a oggetti. Dopo
l’esplosione improvvisa e il ferimento grave di due soldati, avviene la
reificazione. L’insensibilità alle casualties of war è il male necessario di un
conflitto impossibile da osservare nella sua interezza e complessità.
Nascondendosi negli acronimi di un gergo bellico imperscrutabile, i Navy Seals
si rifugiano in un microcosmo alienante quanto serve.
Se Civil War e Warfare esplorano le fratture geopolitiche e il potere
distruttivo delle narrazioni, è anche perché Garland vede il cinema come un
campo di battaglia per le idee. Il suo rifiuto di schierarsi in maniera
didascalica non è neutralità, ma consapevolezza che il linguaggio stesso è
un’arma. In un panorama dominato da franchising e riscritture rassicuranti, la
sua ostinazione a creare mondi autonomi, non negoziabili, lo rende un autore
raro. E se la profezia è una maledizione per chi la formula, Garland sembra
averla accettata come condizione del mestiere: guardare un passo oltre, pur
sapendo che nessuno ascolterà in tempo.
> Garland vede il cinema come un campo di battaglia per le idee. Il suo rifiuto
> di schierarsi in maniera didascalica non è neutralità, ma consapevolezza che
> il linguaggio stesso è un’arma.
Volendo individuare un protagonista incognito e ricorrente delle opere di Alex
Garland, occorre concentrarsi sul libero arbitrio, esplicitamente citato nella
serie TV del 2020 che il regista ci ha costruito attorno: DEVS, con ogni
probabilità la migliore serie degli ultimi dieci anni (e naturalmente inedita in
Italia). Uno spy-thriller sulla Silicon Valley costruito attorno a un’invenzione
misteriosa, che si trasforma gradualmente in riflessione filosofica sul libero
arbitrio e sulla predeterminazione del comportamento umano, come se fosse
possibile calcolare in maniera deterministica azioni e reazioni. Il confine tra
tecnologia, filosofia e magia è felicemente abbattuto, per la gioia di Arthur C.
Clarke (“Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla
magia”). Tecnicamente perfetta, densissima nei dialoghi e impreziosita da una
delle migliori battute sulla capacità tutta americana di nascondere e edulcorare
le peggiori verità, concentrandosi sul messaggio e sminuendo la sostanza, in una
contrapposizione degna di Le Carré con l’onesta nudità del male di matrice
russa.
La poetica di Garland, in fondo, è sempre un laboratorio di esperimenti
concettuali ‒ in cui la trama è un vettore, non il fine ‒, e di interrogativi
insoluti: cosa succede se un’Intelligenza artificiale diventa cosciente (Ex
Machina)? Se la natura riformula le sue leggi (Annientamento)? Se il conflitto
armato viene percepito come routine in cui annullarsi (Warfare)? Se un trauma
personale deforma l’intero spettro delle relazioni (Men)?
> In Annientamento, forse il manifesto della poetica garlandiana,
> l’inaffidabilità dell’immagine è totale, la sua paternità ignota. Forse ciò
> che vediamo è attribuibile a una spora che sembra riformulare la natura e
> ricalcolarla.
In quest’ultimo caso, quello di Men, Garland compie un passo rischioso: spoglia
il racconto di sovrastrutture fantascientifiche e lo riduce a un incubo
allegorico, in cui un solo attore (Rory Kinnear) incarna tutte le figure
maschili, moltiplicando l’effetto perturbante. Forse il lavoro meno riuscito di
Garland, o comunque il più problematico, ha suscitato critiche spesso
fuorvianti, legate alla lettura più superficiale del film. Soffermarsi sulla
parabola MeToo e su come la mascolinità tossica si annidi in ogni maschio
significa dimenticare che osserviamo ogni dettaglio attraverso lo sguardo
deformante e traumatizzato della protagonista, senza altri punti di vista. E
quindi ancora una volta discernere soggettività e oggettività, predeterminazione
e libertà di scelta diviene esercizio impossibile. Allo spettatore resta la
possibilità di osservare attraverso un vetro colorato, opaco. Come per lo Harry
Caul di La conversazione (1974), ottenere la certezza di una visione chiara e
distinta è arduo e opinabile quanto ricavare l’audio di una conversazione
privata priva di manipolazioni.
In Annientamento, forse il manifesto della poetica garlandiana, l’inaffidabilità
dell’immagine è totale, la sua paternità ignota. Forse ciò che vediamo è
attribuibile a una spora che sembra riformulare la natura e ricalcolarla, in
direzione uguale e opposta a quanto elaborato dall’Intelligenza artificiale del
lungometraggio di debutto, Ex Machina. Là era un costrutto artificiale a
divenire “more human than human”, e quindi manipolatorio e bugiardo; in
Annientamento è una forza aliena “ecologista” a cambiare le regole del gioco ed
escludere il fattore umano dall’equazione. La resa a un ordine che sfugge a
qualsiasi mappa razionale rimanda, più ancora che ai sinistri vaticini di H.P.
Lovecraft, al suo maestro Arthur Machen, che celava nel folklore rurale delle
terre britanniche misteri cosmici al di là dell’umana comprensione, tra
ribellioni della natura (The Terror, 1917) e sfoghi di violenta sessualità
pagana (The Great God Pan, 1894). Difficile escludere una influenza esplicita di
Machen quando la protagonista di Men mette piede in una chiesa isolata, in cui
spicca un altare istoriato di inquietanti bassorilievi. Gli strumenti del
terrore misterico rimangono gli stessi: dal tempo dell’inizio Novecento di
Machen al terzo millennio di Garland, più la specie umana si avvicina alla
presunzione di onniscienza e più si allontana dalla conoscenza intima
dell’ignoto, in un ciclo privo di fine apparente.
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