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La morale della favola
L’ ultimo libro di Enrico Terrinoni, Leggere libri non serve (2025) potrebbe essere definito un libro etico, che intesse fra loro dei racconti “eretici”, parlando di letteratura come forma di resistenza. Qualche giorno fa, al Firenze Rivista, festival delle riviste e della piccola editoria indipendente, Vera Gheno, linguista, saggista e, come Terrinoni, impegnata nella cosiddetta terza missione (che molti accademici rifuggono, per usare un termine eufemistico), ha utilizzato il termine “pruriginoso” in un talk a proposito del linguaggio applicato al corpo delle donne (“Il corpo della donna come terreno di battaglia”). Gheno ha riflettuto con le altre due interlocutrici sulla necessità di uscire da schemi di pensiero binomiali, lasciare la logica strutturante alle necessità espressive per abbracciare la complessità del mondo. Potenzialmente pruriginosa è anche la parola etica. Stuzzica e prude la nostra coscienza, sollecitando dei quesiti e delle associazioni lessicali importanti: etica del lavoro, deontologica, etica di ascendenza aristotelica poi passata sulla penna latina come morale, mos, moris. Sul sito dell’Accademia della Crusca si può trovare una pagina dedicata a “disambiguare” i termini “etica” e “morale”, che sono stretti fra loro da un cappio storico e filosofico, ma la cui distinzione desta dubbi nei parlanti, chi maneggia e dà voce alla lingua parlata. Senza scendere nei dettagli sfumati di questa distinzione, si potrebbe dire, magari dando voce in realtà a una fenomenologia dei concetti pregiudicata dall’uso, per cui non a priori, che etica suona meglio di morale nella percezione del nostro orecchio linguistico-concettuale moderno, perché sulla morale grava la pesante oscillazione del “giudizio di valore”. Il saggio di Terrinoni parla di letteratura e libertà, di un’etica della resistenza espressa adottando un metodo interpretativo e critico “quantistico” (ne ha parlato di recente Alessandro Beretta su La Lettura), che è al centro della sua precedente opera La letteratura come materia oscura (2024). Leggere libri non serve è un saggio di questa nuova, provocatoria, specialmente sul fronte accademico, proposta di lettura del testo letterario, e non a caso al rapporto fra letteratura e scienza viene dedicato un post scriptum, versione “amichevole” del classico epilogo. Il sottotitolo del libro, Sette brevi lezioni di letteratura, stabilisce un dichiarato legame con il testo di Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica (2014). > Il saggio di Terrinoni parla di letteratura e libertà, di un’etica della > resistenza espressa adottando un metodo interpretativo e critico > “quantistico”, che è al centro della sua precedente opera La letteratura come > materia oscura. Al polo cartografico opposto della postilla, nell’introduzione, Terrinoni scrive: “mi sia consentito di dire che a volte, nella vita, dello sconforto bisogna accettare l’inesorabilità […] sapersi confortati è spesso un’illusione bella, ma inutile e disutile allo stesso tempo. Questo perché l’esistenza, nella sua complessità, non è riducibile a formulette; e soprattutto, ci insegna persino che ogni tanto agire o non agire può portare alle stesse conseguenze. Fare e non fare, non è detto che producano risultati alternativi”. Questa affermazione può sembrare paradossale, ma chiama in realtà in causa un’impasse propria di questo momento storico, che ci invita urgentemente all’azione, ma allo stesso tempo ci interroga sull’astensione dalla stessa. L’impasse non è solo della coscienza individuale ma ha a che vedere piuttosto con una coscienza collettiva. Non è un caso se Terrinoni ci esorta più volte ad attendere, ad attraversare con fiducia le parole che ha disposto sul testo, comunicandoci già, silenziosamente, due dei puntelli che il suo lavoro intellettuale ci sta offrendo: da una parte, l’abbandono temporaneo del raziocinio, di cui si parlerà più avanti, perché “l’indagine, lo scavo, il tentativo di tuffarsi in questo ignoto, se viene fatto a parole, e soprattutto attraverso strutture linguistiche che fanno tornare i conti, diviene una menzogna costruita sulla originaria menzogna di volerci davvero capire”; dall’altra un senso di collettività che è insieme un progetto, civico, letterario e anche, per l’appunto, etico. Quest’ultima frase è esattamente una struttura linguistica binomiale che non esaurisce la complessità del testo di Terrinoni. Ecco quello che questo articolo proverà a fare: “tuffarsi nell’ignoto” adoperando per necessità “strutture linguistiche che fanno tornare i conti”. Tornando brevemente sui passi del progetto collettivo, ci si potrebbe chiedere perché sia anche etico, da ethos, che riguarda il costume, le abitudini in cui viviamo. Terrinoni comunica senza spiegare pedissequamente, lasciando dei silenzi parlanti che mettono in connessione i capitoli sparsi e apparentemente irrelati ‒ quantici ‒ prendendoci per mano nell’introduzione, di cui si parlava poco fa. “Non abbiate paura. Seguitemi. Fidiamoci gli uni degli altri” e “Va bene: urge che mi spieghi” non sono esortativi vuoti, automatismi pluralizzanti didascalici, ma sono la struttura profonda di un progetto intellettuale che vuole ridare voce a una collettività corrosa come dalla bava di un Alien che noi stessi abbiamo creato; potrebbero essere definiti dei “vocativi solidali”. > Terrinoni comunica senza spiegare pedissequamente, lasciando dei silenzi > parlanti che mettono in connessione i capitoli sparsi e apparentemente > irrelati ‒ quantici ‒ prendendoci per mano nell’introduzione. Sempre durante lo stesso talk in cui ha fatto ricorso al termine “pruriginoso”, Gheno ha anche parlato della tendenza classificatoria del cervello umano, facendo l’esempio degli schemi ad albero di Linneo, per dare voce a una riflessione che è molto vicina a quella cui Terrinoni, a sua volta, dà voce: la sistematizzazione e la tassonomia ci consentono di dare una forma ai pensieri, ai concetti (così come la narrazione narra), ma se tale tendenza classificatoria si inserisce nei concetti irregimentandoli, se li corrode della sua acida sterilità e diventa forma mentis, tutto è perduto. L’inerzia delle strutture linguistiche applicate alle possibilità del nostro essere nel mondo ci rende rigidi (parla di un dilemma simile anche Giovanni Bottiroli nel testo La ragione flessibile, 2013). L’incontro fra le parole di Gheno e di Terrinoni è accaduto “quantisticamente” nella mente di chi scrive questo articolo, che vorrebbe proseguire all’insegna dello stesso “spirito” quantico-associativo per riflettere, a partire da Leggere libri non serve, su cosa si intenda con incontro fra particelle che rimarranno collegate fra loro per sempre, nella speranza di “profondere nei sentimenti” della letteratura, secondo l’insegnamento di Bruno tanto caro a Terrinoni. Tutto parte, forse, dall’assunto che una parola può stabilire una connessione con un’altra detta in un luogo e in un contesto differente, lasciando una “traccia”, accade così nella fisica e pure in letteratura, pur con le dovute differenze: “Scienza e arte […] nascono da una istanza simile […]. Ma poi, da una parte, nella scienza, interviene la logica, dall’altra nell’arte, interviene un tipo di speculazione ancorata nell’inconscio […] una discordia concors”. Proprio su questo tipo di scambio si basa il testo di Terrinoni, che nel post scriptum dedicato al rapporto fra scienza e letteratura lancia un invito alla collettività, in questo caso specialmente quella accademica, a non chiudersi in specialismi stantii: “nessuno dovrebbe essere acclamato perché sa ben rinchiudersi in degli steccati, ossia nei giardinetti della propria disciplina”. > Nel post scriptum dedicato al rapporto fra scienza e letteratura Terrinoni > lancia un invito alla collettività, in questo caso specialmente quella > accademica, a non chiudersi in specialismi stantii. Tornando un’ultima volta sui rami di Linneo e al dilemma fra “fare e non fare” con cui si apre il saggio, ecco che Terrinoni, passando per il dilemma amletico, affrontato in modo divagante-quantico attraverso una storia di epoca più o meno confuciana, trae la seguente “morale della favola” sul dubbio operativo e di senso fra “servire o non servire”, dilemma alla base del suo libro: “oscure […] sono le dinamiche in grado di dirci se il nostro comportamento serva o meno. Chi mai può asserire se tutti noi, nel modo in cui agiamo, in quello che facciamo, serviamo davvero”. Continua poi scrivendo: “Se decliniamo il dilemma enucleato (servire o non servire) non più nella sfera dell’azione […] ma in quella dell’inazione come nel campo della scrittura – che è certo più pensiero che azione – l’intrico si infittisce alquanto” e si chiede se sia “possibile ipotizzare una preminenza nelle nostre vite di ciò che è invisibile, immaterico, intangibile”? A cosa serve scrivere e leggere insomma, se il reale ci chiama ad agire. Quattro versi di T.S. Eliot, dalla poesia The Hollow Men (“Gli uomini vuoti”, 1925), potrebbero esprimere questo quesito in modo differenziale: “Between the idea / and the reality / between the motion / and the act / falls the Shadow”, dove l’ombra che cala fra idea e realtà, ma soprattutto fra “motion” e “act”, è il nocciolo residuale alla base dello scarto fra “servire e non servire” di “Leggere libri non serve” e del corrosivo corsivo con cui “non” è provocatoriamente e silenziosamente riportato. “Se leggere libri non serve a diventare potenti […] a cosa serve davvero?”, prosegue Terrinoni. A non essere asserviti al diktat dell’azione, che è il termine con cui cominciano molti partiti oscuri e fascisti, a pronunciare quel non serviam – “non servirò” – su cui Beretta si sofferma nella sua recensione. È lo stesso diktat che dice “agli studenti […] che devono perseguire un tipo di istruzione sempre più mirato a trovare un impiego lavorativo, e anche il prima possibile”, sporcando di sangue la coscienza etica della collettività dietro diciture edificanti come “alternanza scuola-lavoro”. A questo punto, ci si vuole porre una domanda quantisticamente, divagatoriamente ispirata alla lezione interpretativa terrinoniana: cos’hanno a che vedere il libro di Terrinoni e The Man in the High Castle di Philip Dick? Il romanzo di Philip Dick The Man in the High Castle (1962) è tradotto in Italia con due titoli diversi: La svastica sul sole (Fanucci) e L’uomo nell’alto castello (Mondadori). In quest’ultima edizione l’introduzione è a cura di Emmanuel Carrère, autore della biografia di Dick Io sono vivo, voi siete morti (1993). Carrère parla dei principali riferimenti presenti nella mente di Dick prima della stesura di The Man in the High Castle: l’I Ching. Il libro dei mutamenti  (edito in Italia da Adelphi) e il nazismo, destinati a incontrarsi lasciando una “traccia” indelebile. Facendo un salto mortale nelle “connessioni inattese” e nei “nessi radicali, eretici […] tra autori e autori, tra libri e libri, tra libri e autori” con cui, scrive Terrinoni, “possiamo scoprire […] nuove forme di resistenza”, si potrebbe paragonare il rapporto fra i testi di Dick e di Terrinoni a quello apparentemente inesistente fra l’I Ching e il nazismo nella mente di Dick. L’uomo nell’alto castello è un’ucronia, ovvero un racconto ambientato in un tempo mai esistito (da qui la differenza con Utopia, “in nessun luogo”, come quella di Thomas More). Quasi tutti i personaggi di questa ucronia sono mossi e smossi, in “motion” e “act”, in “servire e non servire”, da un libro dal titolo biblico che circola illegalmente nei domini del Reich e nel territorio in mano ai giapponesi, La cavalletta si trascinerà a stento, a sua volta un’ucronia che descrive un mondo alternativo, una fantastoria dove la Seconda guerra mondiale è stata vinta dalle potenze alleate e non da quelle dell’Asse, come è accaduto invece nel romanzo di Dick. Uno dei protagonisti del romanzo di Dick, l’alto funzionario giapponese Nobusuke Tagomi, parla del “dilemma dell’uomo civilizzato: corpo mobilitato, ma pericolo oscuro”, che sembra richiamare, in un gioco di echi differenziali, la shadow che cade fra “motion” e “act” e il terrinoniano “immateriale inservibile” che sta fra “servire e non servire”, “inutile/disutile” e “utile”. L’uomo cieco d’azione distrugge e devasta, con la sua “scienza esatta persuasa allo sterminio”, cui fa riferimento Terrinoni con delle piccole ed eloquenti note ‘pruriginose’ per la nostra coscienza collettiva riguardanti l’attualità politica. I personaggi di Dick errano “nei luoghi per trovare e intuire qualcosa”, quell’errare che Terrinoni trova alla radice dell’atto del tradurre e che ha che vedere con lo “sprigionare l’impossibile”. Nell’introduzione all’edizione Mondadori del romanzo di Dick, Carrère scrive che nel 1982, anno della morte di Dick (coincidenza numerica che non passerebbe inosservata a Terrinoni), sta lavorando su un saggio il cui titolo italiano è, per l’appunto, Ucronia. Bisogna a questo punto premettere che Dick, come ci riferisce Carrère, si è servito dell’I Ching per scrivere il suo romanzo, mentre Carrère stesso se n’è servito per scrivere la biografia di Dick e consiglia a chi legge The Man in the High Castle di cominciare a usarlo prima di iniziare la lettura. Nel capitolo dedicato a Svevo, Terrinoni ci racconta che il fratello minore di sua moglie aveva tradotto l’I Ching e la traduzione Adelphi è proprio quella di Bruno Veneziani (e di A.G. Ferrara). Poco più avanti, ci parla di cosa significhi per Svevo il termine coscienza: “un magma sconosciuto e forse inconoscibile” il cui “scavo […] se viene fatto a parole, e soprattutto attraverso strutture linguistiche che fanno tornare i conti, diviene una menzogna costruita sulla originaria menzogna di volerci davvero capire”. Forse il voler far “tornare i conti” di cui parla Terrinoni ha a che vedere con la scollatura fra razionalismo e percettivismo, che ha proprio a che vedere con lo spirito dell’I Ching. Da qui forse anche il parziale fallimento di alcune terapie cognitive di parola, che falsano e coprono “il magma sconosciuto”. Carrère, parallelamente, parla dell’ombra d’attesa che precede la scrittura di Dick: “intuisce che alcune di quelle immagini [dell’I Ching], alcuni di quei pensieri troveranno il loro posto nel libro, però occorre pazienza. Bisogna lasciare che vadano alla deriva, dice il Tao, in balia della corrente”. > I personaggi di Dick errano “nei luoghi per trovare e intuire qualcosa”, > quell’errare che Terrinoni trova alla radice dell’atto del tradurre e che ha > che vedere con lo “sprigionare l’impossibile”. Anche il signor Tagomi ricorre all’I Ching, e così pure Juliana Frink, protagonista femminile del romanzo, che intuisce che Hawthorne Abendsen se n’è servito per scrivere La cavalletta si trascinerà a stento. “Bisogna lasciare che vadano alla deriva, dice il Tao, in balia della corrente”.  L’entanglement richiede una spiegazione collettiva delle particelle, dice Terrinoni, e così pure la letteratura che può essere decontestualizzata e ricontestualizzata a fini liberatori, conoscitivi e quasi mistici per divenire esercizio di libertà collettiva. Procediamo quindi con “l’errare”, “errando” fra i testi e i contesti. Sempre nella sua introduzione, Terrinoni scrive che “è nei libri che risiede davvero la vita, non al di fuori”, passando in rassegna sette “vite letteraturizzate”, per ricordare che la letteratura è vitalizzata dalla vita e che la vita può essere rivitalizzata dalla letteratura, in un entanglement infinito. Seguendo questa “onda” interpretativa, si può affermare che la lezione terrinoniana consista nel ricordarci che la letteratura è una forma di resistenza politica che si apre proprio nel margine buio da cui, come dal Tao, esce la luce, al limitare fra servire e non servire. Nel romanzo di Dick ci sono personaggi che non cambiano rotta grazie alla lettura, come quegli stessi potenti di cui parla l’introduzione di Leggere libri non serve, come l’ambasciatore americano del Reich, Hugo Reiss, che riflette sul sorprendente “potere evocativo della finzione narrativa, perfino di quella popolare e a buon mercato”, non stupendosi del fatto che “questo romanzo sia proibito in tutto il Reich”. Ma la rigidità di pensiero, la sua inflessibilità, è ormai talmente radicata nelle sue strutture mentali e linguistiche che la tendenza classificatoria con cui questo articolo è cominciato non è un mezzo ma una forma mentis del tutto impenetrabile al dubbio: “Reiss chiuse il libro e restò seduto per un po’. Suo malgrado era sconvolto. Si sarebbe dovuta esercitare più pressione sui giap, si disse, affinché quel maledetto libro fosse eliminato”. Reiss esclude una “letteraturizzazione” della sua vita e delle sue strutture di pensiero-parola e bandisce il libro dalla sua mente, dalla sua coscienza: per questo i libri fanno paura, per questo “gli assassini temono i poeti” come scrive Terrinoni, riportando le parole dello scrittore Chris Hedges in memoria del poeta palestinese Refaat Alareer. > La lezione terrinoniana consiste nel ricordarci che la letteratura è una forma > di resistenza politica che si apre proprio nel margine buio da cui, come dal > Tao, esce la luce, al limitare fra servire e non servire. Per questo stesso motivo “la vita è nei libri e non fuori”, perché è un’ucronia fuori dal reale possibile, il ruolo residuale della coscienza, e permette di “surclassare il potere con l’uso dell’immaginazione” (che evoca il titolo di un libro di Azar Nafisi, non casualmente intitolato La Repubblica dell’immaginazione, 2014). La filosofia letteraria quantistica che Terrinoni ci invita ad abbracciare è una forma di comparatistica mentale e letteraria che sfida gli steccati imposti dagli specialismi accademici a fini liberatori, di resistenza, facendosi una forma di attivismo e sciogliendo l’equivoco, molto attuale, per cui scrivere e ragionare, riflettere, farsi colpire nei “sentimenti e non nell’intelletto”, per usare le parole del cattivo Reiss la cui “scienza esatta è persuasa allo sterminio”, è inteso come un togliere tempo all’azione. Per ricordarsi sempre che fra l’azione e il movimento “falls a Shadow”; quella stessa pausa che precede l’azione nel motto gramsciano “istruitevi, agitatevi, organizzatevi”. Il romanzo di Dick si interroga su un’alternativa virtuale errando sulle strade della Storia, come fanno anche l’I Ching e in generale l’abbandono del raziocinio di cui parla Terrinoni. Ci si potrebbe chiedere come mai Terrinoni abbia scelto proprio i nove autori di cui ha parlato, al di là delle sottili, quantiche e più o meno misteriose vie che li legano. La risposta si potrebbe cercare nell’introduzione all’edizione Fanucci del romanzo di Dick, stavolta a cura di Carlo Pagetti quando scrive: > Dick ormai convinto di dover trasferire nella fantascienza la sua carica di > scrittore sovversivo […] negli anni della conquista della luna non dà grande > peso all’epopea del viaggio interplanetario, ma questo costituisce la prova > lampante che il discorso narrativo segue intuizioni e invenzioni autonome > rispetto alla linearità della cronaca e dei suoi resoconti più puntuali […]. > Solo i libri offrono la possibilità di guardare alla realtà con occhi nuovi > per lacerare il velo dell’inganno che la propaganda politica e l’incapacità di > ogni individuo di cercare dentro di sé risposte convincenti ai dilemmi > dell’esistenza generano come un vapore esistenziale. Questo è quello che mette in pratica la (non-)teoria critica di Terrinoni: leggere con la lente dell’errare, spaziando fra autori che apparentemente non hanno niente a che vedere fra di loro ma che sono quantisticamente (“gli entanglement letterari proposti”), correlati non soltanto, certamente, nella mente dello scrittore, ma anche più sottilmente dagli eventi, “dal leggere con la lente dell’errare”, dalla storia variante, dal Tao, “dalla luce che esce dall’oscurità”, dal loro essere eretici, dissenters verso qualcosa o qualcuno, rimanendo a loro modo e in modi diversi ‘resistenti’. Il sottotitolo “Sette brevi lezioni di letteratura” che sono anche sette vite “letteraturizzate” unite da legami detti e non detti e dalla loro resistenza a non “far tornare i conti”, è un invito a riconoscersi nell’ucronica coordinata letteraria coniata da Terrinoni: “noi leggiamo libri per non servire, e non servire significa capire altro per capire gli altri. Certo, anche per capire noi stessi, ma pure per non capirci, se questo vuol dire cogliere quello che di noi non sappiamo ancora, perché forse è situato al di fuori. La coordinata geografica della lettura dovrebbe essere chiamata ‘altritudine’”. L'articolo La morale della favola proviene da Il Tascabile.
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“Assalto alle piattaforme”, il libro!
“Assalto alle piattaforme” è il libro di Kenobit, uscito settimana scorsa per Agenzia X. Di sperimentazioni come queste ne sentivamo il bisogno e ci piace leggere la testimonianza diretta da un artista che nei social c’è cresciuto e ad oggi condivide una visione mondiale di “via d’uscita”. O come dice lui nella sua newsletter: > Parla del rapporto tossico che abbiamo con le piattaforme commerciali, > analizza i meccanismi che ci rubano il tempo, racconta il grande inganno della > content creation e propone un percorso concreto per smettere di sostenere il > capitalismo digitale e rivendicare una dimensione online che non inquini il > mondo e le nostre vite. È frutto di due anni di sperimentazione (cominciati > proprio qui, sulla Settimana Sovversiva), tecnologica e umana, e spiega nel > modo più semplice possibile le alternative e le pratiche che possono > liberarci. Leggi la recensione su cavallette.noblogs.org
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G iunge dicembre, e ogni categoria commerciale che si rispetti ha già dovuto dare il massimo in termini di proposta. Non è da meno il mondo del libro, che dopo tanti affanni sa che in questo periodo dovrà ritirare le sue reti e raccogliere la gran parte del pescato annuale. L’ansia non è poca, e la costellazione di esternazioni del mondo editoriale si riproduce già a partire dalle settimane che precedono dicembre, ciascuna col malcelato intento di generare qualche moto di vendita significativo nelle ore via via più disperate che ci avvicinano al Natale. Non mancano, fra le dette esternazioni, quelle che potremmo definire interventi ‘metaculturali’, ovvero interventi del mondo della cultura che ragiona di sé stesso; questi vanno da riflessioni complessive sullo stato dell’arte a interventi di denuncia sui social in un certo senso aspecifici, laddove non è chiaro in cosa identifichino la radice del proprio turbamento, forse finendo per segnalare un disagio più individuale che non di categoria, che pur merita di essere indagato. Tutti questi moti ricorrenti, a ben vedere, possiedono, in qualche modo, tre distinte ma concorrenti caratteristiche che meritano di essere isolate. La prima è che quasi sempre compiono una cosiddetta ‘fallacia di composizione’, tracciando un’identità impropria tra mondo editoriale librario (anzi, nella sostanza solo quel mondo che si occupa dei libri di ‘varia’, non di libri scolastici, non di pubblicazioni scientifiche, non di periodici né di quotidiani) e mondo culturale tutto. È evidente che il mondo editoriale rappresenta solo una parte del ‘mondo culturale’: non abbiamo in tasca i dati per capire quanto grande o piccola sia questa parte, ma basta rifletterci un attimo per cogliere che i settori della cultura sono innumerevoli e spesso non a contatto tra loro. Eppure chi lavora in questo campo editoriale tende a compiere un’indebita identificazione in forma di sineddoche con la cultura tout-court, e questo la dice lunga sull’altisonante percezione che il mondo editoriale ha di sé. L’immediata conseguenza di questa innocente fallacia è il secondo aspetto da isolare: si tratta di questioni che vengono discusse in una comunità ristretta, quella delle persone che lavorano nel detto campo editoriale. Queste non sono molte (a conferma del fatto che c’è poco lavoro) e si conoscono un po’ tutte tra loro. Non hanno contezza dell’oceanica indifferenza che il resto del mondo ha per certe questioni, e questa noncuranza, da un lato e dall’altro, è di certo parte di un problema di un settore che ama i propri perimetri e le proprie esclusività. > Le esternazioni del mondo editoriale che ragiona di sé stesso sembrano > ritornelli che ruotano, con variazioni, intorno agli stessi accordi e appaiono > più una postura letteraria che un’analisi strutturale. La terza caratteristica di queste esternazioni è tutta interna – come volevasi dimostrare – al suddetto mondo editoriale. La si potrebbe sintetizzare così: nel guardare a queste dichiarazioni, prima ancora di rifletterci davvero, ciò che salta agli occhi a chiunque da un po’ sguazzi nel settore è che, se il mondo editoriale fosse una canzone, questi sarebbero ritornelli. Ritornelli che, siccome vengono da menti per definizione creative, prendono di volta in volta forme un po’ diverse, ma ruotano intorno agli stessi accordi: 1. Il mondo editoriale quest’anno è in crisi; 2. Non ci sono i soldi; 3. La gente legge sempre meno. È subito evidente che i tre aspetti sono tra loro interdipendenti, anche se trattati spesso in ambiti separati, e rispettivamente affrontati più o meno da tre distinte categorie di persone: il primo punto spetta a chi lavora nelle case editrici, il secondo alle persone che scrivono, il terzo a intellettuali e docenti. Di solito non si fa molto per vedere l’interconnessione dei tre aspetti, e ancora più di rado ci si chiede non solo come fare a venirne fuori, ma come rompere il circolo vizioso che ci fa cantare sempre la stessa canzone. Il fatto che abbiamo a che fare con dei ritornelli, in effetti, fa venire il sospetto che i loro contenuti siano solo buoni per continuare a cantare, e non per rimarcare condizioni spiacevoli dalle quali si dovrebbe uscire. In sintesi: il solo lamento porta poco lontano, come dice anche chi si occupa da più vicino di lavoro, e sembra più una postura letteraria che un’analisi strutturale. Eppure, questi tre punti sono indiscutibilmente veri. Magari, facendo un passo indietro, possiamo verificarne le condizioni di realtà. 1. Il mondo editoriale è in crisi da sempre Chi lavora in campo editoriale conosce bene questa faccenda della crisi perenne: ogni anno i dati sono sconfortanti, eppure le case editrici sono sempre lì. Come è possibile? È possibile a vari livelli, da un lato non sono solo le entrate del mercato librario a tenere in piedi una realtà editoriale, dall’altro si creano fenomeni di sopravvivenza al ribasso, ovvero si riduce il personale al lavoro all’interno della casa editrice per ridurre i costi (a questo ci arriviamo dopo), ma soprattutto la baracca è tenuta su da un metodo di fornitura che consente di rilanciare continuamente la posta in gioco. Il metodo è lo stesso di cui si lamenta tutta l’editoria, ed è quello che chiameremo il metodo distributivo. Chi ha confidenza con le lamentele editoriali può saltare questa parte, ma chi non le conosce deve sapere che il mondo editoriale incolpa della propria condizione sempre la distribuzione, e lo fa con una costanza e una pertinenza che la distribuzione, in verità reale responsabile tanto della miseria quanto della sopravvivenza del settore editoriale, è diventata il cane che si è mangiato i compiti. Vorrei provare a sostenere invece che non è tanto la distribuzione, quanto la sua obsolescenza ad aver smantellato la sostenibilità del mondo editoriale, e ad averlo ricacciato in un angolo da cui non può uscire se non diabolicamente sopravvivendo sulle spalle di una forza lavoro praticamente illimitata. Ma veniamo prima al meccanismo, provando a sintetizzarlo in modo brutale. Chi produce i libri deve venderli, per venderli deve distribuirli alle librerie (categoria che comprende svariati generi di punti vendita, ma che definiremo con questo termine sovraesteso), per poterli distribuire o fa tutto da sé naufragando coi costi logistici o si affida a delle distribuzioni. Le distribuzioni sono non solo realtà logistiche, ma anche realtà di gestione del credito: vendono i libri per conto delle case editrici, e in seguito retribuiscono loro i proventi, decurtandoli della percentuale che spetta a tutte le varie operazioni (trasporto, magazzino, percentuale spettante alla libreria). Fin qui l’andamento è piuttosto comprensibile, ma le cose si complicano subito perché quando si produce un titolo lo si crea innanzitutto come ‘progetto’, idea; e la distribuzione non si limita ad aspettare che il libro esca ma attiva la cosiddetta ‘promozione editoriale’, un apparato che può essere sia interno alla stessa corporazione distributiva sia (diciamo così) autonomo. La promozione (che pure prende una sua percentuale) percorre le librerie d’Italia, compresi buyer di grandi catene e l’innominabile Amazon, presentando le uscite imminenti e raccogliendo prenotazioni. Le dette prenotazioni non sono vendite, perché il libro non esiste ancora, ma diventano immediatamente numeri, quantità, valore: sono di fatto la base di quello che si chiama il fornito, ovvero le copie che la distribuzione fisicamente consegnerà alle varie realtà di rivendita il giorno del lancio, e che i rivenditori pagheranno al momento del lancio stesso. A questo punto il sistema registra un incasso, una fattura, un movimento. È il punto esatto in cui nelle statistiche annuali si immettono cifre, e il settore risulta produttivo. > Non è tanto la distribuzione, quanto la sua obsolescenza ad aver smantellato > la sostenibilità del mondo editoriale, e ad averlo ricacciato in un angolo da > cui non può uscire se non diabolicamente sopravvivendo sulle spalle di una > forza lavoro praticamente illimitata. Ma questo è solo il primo giro, perché la parte decisiva arriva dopo: il reso. Le librerie hanno il diritto di restituire ciò che non vendono entro un periodo che corrisponde all’incirca a tre-quattro mesi. A quel punto, passato il tempo stabilito, le copie tornano indietro, e rappresenta invece un flusso di cifre con segno negativo, che verranno detratte all’editore che prima in fase di fornitura aveva gioiosamente incassato. Il percorso è lineare, ma soprattutto è il coerente risultato di un processo industriale che si è sviluppato lungo la seconda metà del Ventesimo secolo, in cerca di una formula che tenesse in equilibrio la produzione di nuovi titoli e la sostenibilità della vendita in libreria. Tuttavia questo processo, alla lunga, è destinato a generare mostri. Prendiamo un dato che fa dirizzare le antenne a molte persone che lavorano o desiderano lavorare in campo editoriale: secondo le statistiche del 2024 il fatturato editoriale è di più di tre miliardi di euro – mica male. C’è tuttavia il sospetto che sia una cifra creata da movimenti di fornitura, che poi sono destinati a sgonfiarsi. A meno che non si producano altri libri per coprire quella cifra negativa con nuove forniture. Cosa che puntualmente avviene, anche perché ne va letteralmente della sopravvivenza del settore. La fornitura pertanto genera movimento, e il movimento genera sopravvivenza. È questo il punto che l’editoria, lamentandosi della distribuzione, finge di dimenticare: senza questo metodo non avrebbe modo di rilanciare continuamente la propria attività. Se il libro X ha avuto un ritorno disastroso, e quindi tutte o quasi le entrate del lancio sono state riassorbite dai resi, tanto vale spazzare i residui del libro X sotto al tappeto e passare al libro Y. Si ricomincia daccapo: nuova promozione, nuove prenotazioni, nuovo fornito, nuovo periodo di grazia. Sotto il tappeto, nel frattempo, c’è di tutto. Il ciclo non si basa sull’idea di vendere libri, ma sull’idea di produrre abbastanza movimento da poter continuare a esistere, e se vi chiedete chi guadagna realmente da questo processo avrete la risposta segnandovi quanti movimenti hanno fatto i libri: sono andati a un magazzino, da quel magazzino sono andati a una libreria, da quella libreria sono tornati al magazzino. Tutti questi passaggi sono costi di distribuzione, tutti questi passaggi hanno generato profitto per chi distribuisce, non per chi vende. È un sistema, insomma, che si autosostiene proprio grazie alla sua inefficienza: ogni perdita viene compensata dal libro successivo, ogni ritorno a zero viene colmato dall’uscita seguente. È la logica per cui, paradossalmente, più il settore soffre nella realtà (La gente legge sempre meno, ci arriviamo più avanti) più è costretto a produrre, spingere, immettere titoli nel ciclo. Infatti a diminuzione della domanda corrisponde un aumento dell’offerta: in Italia si stima che i titoli prodotti all’anno siano più di ottantamila – per capirci, equivale a dire che escono intorno ai dieci libri ogni ora che passa, una cifra insostenibile a ogni livello. Ecco perché si parla (sempre lamentandosene, ci mancherebbe) di sovrapproduzione. Ma non è l’effetto collaterale di un settore ingordo che ‘non ha più filtri’, non è un’emergenza recente né un vizio ideologico, è la condizione necessaria al funzionamento del sistema. Se smetti di produrre, si ferma la fornitura; se si ferma la fornitura, si ferma il flusso di cassa; se si ferma il flusso di cassa, emergono improvvisamente tutti i buchi che il ciclo maschera; se emergono, la struttura collassa. L’editoria è qui rappresentata nel ruolo di Sisifo e la pietra sono, evidentemente, i libri; il bello è che le distribuzioni sono poche e inglobano numerosissime case editrici che così condividono il fardello di spingere quella pietra immettendo quante più novità possibili nell’anno per giocare a vivacchiare. > Il sistema si autosostiene proprio grazie alla sua inefficienza: ogni perdita > viene compensata dal libro successivo. È la logica per cui, paradossalmente, > più il settore soffre nella realtà più è costretto a produrre, spingere, > immettere titoli nel ciclo. Se solo ci si soffermasse, si vedrebbe qui un paradosso deontologico: se l’editoria è il mestiere della scelta (lo diceva pure Gian Arturo Ferrari, una delle persone che ha contribuito a creare questo meccanismo, in Libro. Vita e miracoli di un oggetto straordinario, 2023), ovvero è proprio scegliendo che mette in pratica il suo senso di esistere, con questo meccanismo tutto porta a scegliere il meno possibile, e produrre esclusivamente per esistere. Eppure, una buona retorica ci viene in soccorso: da quando esiste l’idea di ‘bibliodiversità’, da quando si nobilita il libro come oggetto di valore a prescindere, mai da mettere in discussione a patto di non farsi bollare come ignoranti, ogni titolo ha ragione di esistere per il solo motivo di essere un prodotto aprioristicamente virtuoso. Viene il sospetto che questa retorica in realtà vada in soccorso proprio del meccanismo di fornitura, e vada in soccorso di manifestazioni che inneggiano a Più libri come qualcosa di incrollabilmente valoroso, quando invece sono probabilmente la trave nell’occhio di chi gestisce apicalmente l’editoria in Italia, un navigare in mezzo a scelte mai fatte e a tonnellate di carta che quotidianamente vanno al macero in qualche capannone della Pianura padana, in barba a quello che recano scritto dentro, magari sensatissime riflessioni che ci ricordano di prestare attenzione all’ecologia e agli sprechi. Ed è esattamente per questo che si può dire che l’editoria è in crisi da sempre, e al tempo stesso constatare che non muore mai. Sembra un paradosso, ma non lo è: è un sistema che ruota incessantemente su sé stesso, che rigenera continuamente la propria massa critica, che può vivere in perdita finché resta in movimento. Se poi a tutto questo aggiungiamo che abbiamo un problema di monopolio, il quadro è completo. Dobbiamo infatti specificare che con i primi decenni del millennio le distribuzioni sul suolo nazionale si sono ridotte a tre sole realtà principali, che sono realtà operativamente logistiche a loro volta possedute da realtà editoriali, anzi, dai principali gruppi editoriali del Paese, perché nel frattempo non esistono più le grandi case editrici ma delle grandi corporazioni editoriali che si sono fuse tra loro, proprio perché il meccanismo distributivo le conduceva alla crisi da cui si sono salvate aggregandosi e spartendo dividendi. Questo significa, in breve, che le principali realtà che in Italia producono i libri li distribuiscono anche, coprendo due terzi della filiera. Ma attenzione: i tre principali gruppi editoriali del Paese (non li si nominerà in quanto qui elegantemente ellittici, ma è l’ellissi di Pulcinella) possiedono a loro volta le principali catene librarie del Paese. E così il cerchio è chiuso: in Italia ci sono tre realtà che producono la maggior parte dei libri sul mercato, oltre a distribuirli e anche venderli. Insomma: tutta la filiera è esaurita da tre colossi. Questo è a tutti gli effetti un monopolio (oligopolio, se proprio vogliamo), quello di cui costantemente si lamentano le case editrici che nel frattempo da quel monopolio dipendono. Se sommiamo, dunque, questo dato al ragionamento di prima, vediamo che questo monopolio non è affatto destinato a tramontare, anzi è l’unica solida realtà che tiene in vita il settore, fintanto che resta ancorato a questo parossistico circolo vizioso. Giusto per non mancare in completezza: l’Italia è uno dei pochissimi Paesi in cui la distribuzione libraria nazionale è controllata direttamente dai gruppi editoriali: altrove, in Europa come nel mondo anglosassone, la funzione distributiva è svolta soprattutto da operatori logistici e grossisti indipendenti, e là dove se ne occupano invece anche realtà editoriali (succede, per dire, in Francia) esistono al loro fianco altri apparati di distribuzione libraria che almeno, nel quadro liberista in cui sceglie di giocare chi fa il mestiere editoriale, rappresentano una concorrenza, la possibilità di dire ‘ho un’alternativa’, processo che secondo certi ottimisti teorici di un’epoca lontana si potrebbe rivelare perfino virtuoso. Da noi l’alternativa, semplicemente, non c’è. Dunque si gioca al liberismo senza i vantaggi del liberismo. Charles Ponzi ne sarebbe orgoglioso. > Se l’editoria è il mestiere della scelta, ovvero è proprio scegliendo che > mette in pratica il suo senso di esistere, con questo meccanismo tutto porta a > scegliere il meno possibile, e produrre esclusivamente per esistere. C’è da dire che questo approccio ha avuto una sua funzione ‘compiuta’ e non deteriore in periodi in cui il commercio aveva una sua velocità coerente, i punti vendita e il potere d’acquisto (nonché la pratica stessa dell’acquisto) erano piuttosto stabili, e gestire le tirature senza affrontare grandi perdite era una buona idea in campo editoriale. Il punto è un po’ che questo meccanismo ha raggiunto la sua massima compiutezza intorno all’inizio del Terzo millennio, e nei venticinque anni che sono seguiti poco o nulla si è fatto per metterci mano, considerandolo l’unico meccanismo possibile e al limite affrontando le inevitabili grandi crisi operando, come visto, fusioni tra aziende colossali, che cercano di inglobare tutto il possibile col sostegno di una robusta retorica settoriale e rendendo l’ambiente poco permeabile (dall’egemonia al monopolio il passo sembra dover essere breve). Con il nuovo millennio si è creato, come nella migliore tradizione, il terrore per il nemico straniero (Amazon che viene a rubarci il lavoro e ad amare le nostre donne) che tuttavia agiva esattamente come gli altri colossi, anzi a loro differenza non dispensava privilegi al suo interno perché, in effetti, non era un gruppo editoriale. Mentre guardavamo Amazon con terrore abbiamo continuato incrollabilmente a seguire il meccanismo distributivo e le sue sciagurate conseguenze, certo difendendo la nobiltà del libro, abusando di parole come ‘qualità’ che adesso non possiamo più usare da quanto le abbiamo sciupate, e assistendo al contempo a un altro straordinario fenomeno: l’enorme offerta lavorativa che sopravanzava, ogni anno di più, alla domanda. 2. Non ci sono i soldi Lo abbiamo appena visto: i soldi in editoria ci sono, ma il sospetto è che siano virtuali. Pertanto le aziende, perfino le più grosse, mosse da caute politiche interne, tendono a non rischiare. Nel frattempo, negli stessi anni in cui non si metteva mano a un meccanismo di fornitura destinato a ingigantirsi, si formavano in campo umanistico tantissime persone che, puntualmente, non trovavano lavoro in campo umanistico. In questo senso è utile dare un’occhiata a quello che dice Raffaele Alberto Ventura in merito al suo principale oggetto d’indagine, la generazione millennial che si è appunto formata in campo culturale, ossia “una delle percentuali più alte di laureati in discipline umanistiche, quelle più difficili da valorizzare sul mercato del lavoro […]. E proprio a causa delle famiglie, dei loro piccoli patrimoni, del loro sostegno […], ci si permetteva di accettare salari da fame e di prolungare la fase di inserimento nella vita attiva, partecipando a creare un drammatico ‘collo di bottiglia’ all’ingresso del mercato del lavoro” (La conquista dell’infelicità, 2025, p. 139). In editoria questo processo ha effettivamente creato l’abitudine a una forza lavoro illimitata, file di persone disposte a partecipare di un lavoro basato sulla continua produzione e senza la prospettiva di poter generare profitto tale da poter considerare quel lavoro come qualcosa degno di quel nome. Questa consuetudine ha a sua volta creato il costume alla considerazione di questo settore come un luogo al contempo molto e poco redditizio, paradosso creato proprio dai dati che abbiamo visto: fatturati altissimi ma profitti inesistenti. Di contro, il settore difendeva l’unico capitale che aveva accumulato: la mai troppo citata nobiltà della cultura, quella sorta di plusvalore culturale che si conferisce d’ufficio a un settore produttivo che non ha davvero chiaro come possa sostenersi. Dunque, l’offerta è diventata quella di lavorare per un meraviglioso sogno che paga non in denaro, e nemmeno in visibilità, ma in prestigio. Cosa che, di fatto, succede. C’è chi se ne accorge e silenziosamente, nell’ambiente editoriale, passa di lavoro in lavoro spendendo il prestigio accumulato nel settore cercando di approdare, con perseveranza, a una posizione sostenibile, che può presentarsi con molta rarità dopo numerosi anni trascorsi senza stipendio. > Nel campo editoriale l’offerta è diventata quella di lavorare per un > meraviglioso sogno che paga non in denaro, e nemmeno in visibilità, ma in > prestigio: si passa di lavoro in lavoro spendendo il prestigio accumulato nel > settore, cercando di approdare a una posizione sostenibile. In breve, la forza lavoro nelle redazioni è condannata a un trattamento iniquo, in senso etico addirittura impraticabile, per via di un disavanzo crescente tra offerta e domanda. La presa di coscienza in questo senso ha fatto passi avanti, ma le condizioni di base restano un campo troppo sterminato a cui attingere, e le imprese editoriali, perfino le più piccole, devono far leva sulla propria coscienza, e non sulle pratiche di mercato, per evitare il dipanarsi di questa abitudine. Capita che alcune realtà lo facciano, è vero, e capita sempre con più frequenza per una ragione banale: la stretta del meccanismo su chi produce pochi libri è asfissiante, e dunque si preferisce giocare alla puntata minima, anche se il gioco è penalizzante, più che rischiare grosso con l’aiuto di un esercito di persone a costo zero. Per dirla altrimenti: le case editrici a conduzione familiare o individuale o poco più sono realtà che in questo momento esistono e perdurano. Potremmo individuare per questo tipo di case editrici una categoria abbandonata troppo tempo fa: l’editoria artigianale, una categoria che non si basa sulle fumose distinzioni che distinguono l’editoria tra ‘grande’, ‘media’ e ‘piccola’ sulla base dei fatturati (e che generano grandi confusioni nonché grandi abusi di parole quali ‘indipendente’), ma che fa riferimento alla produzione annuale: pochi titoli, in radicale controtendenza con la richiesta del mercato. Le case editrici artigianali non sono moltissime, generano appunto pochi lanci all’anno e non fanno salti per entrare in un giro di produzione superiore perché non vogliono rischiare, ma allo stesso tempo non assumono né si avvalgono di personale; rendono interno tutto il lavoro editoriale, mantenendosi da sé, massimizzando il proprio lavoro e riducendo il rischio. Il risultato è che meno persone vengono impiegate a costo zero, ma in generale meno persone vengono impiegate e basta. Il problema dell’impiego, insomma, perdura. Il potenziale di crescita di questo settore ci sarebbe, e forse potrebbe rappresentare un’interessante rottura dell’ingranaggio, ma come abbiamo visto la sopravvivenza di quel meccanismo deve potersi avvalere anche di queste case editrici per poter perdurare. C’è poi l’altro lato del settore, rappresentato dalle persone che scrivono. In pratica, la base del settore tutto. Tuttavia le persone che scrivono, in mancanza di entrate chiare e programmabili, sono costrette ad accumulare il capitale con cui paga l’industria editoriale – il prestigio – per anni, e non sorprende che infine esista chi inizi a lottare per una conversione di quel capitale in qualcosa di spendibile altrimenti (soldi) o in qualcosa di più importante per il proprio tempo (fama), che magari faccia da ponte alla medesima conversione in danaro, che arriverà poi in un futuro anteriore. Da un punto di vista meramente pratico, nel processo editoriale esposto poco prima, la persona che scrive nella stragrande maggioranza dei casi viene retribuita con una percentuale delle vendite, percentuale che per i libri di carta (che rappresentano ancora la gran parte del mercato) si aggira comunque sotto il dieci per cento del prezzo di copertina (salvo ovviamente eccezioni che non fanno testo). Ricordiamoci però che alla persona che ha scritto il libro verranno liquidate non le copie fornite (ricordate il meccanismo?), ma quelle effettivamente vendute, cioè quelle che usciranno vive dal meccanismo del reso. Perfino il meccanismo di conteggio delle vendite, in Italia, ha in realtà dei problemi di monopolio, ma ve lo risparmio per una prossima occasione. Limitiamoci a dire che il rendiconto delle copie effettivamente vendute di un libro solitamente è molto più misero di quanto ci si può aspettare, e genera il grande dilemma della comunicazione di quel dato: se si divulga la sua entità usando un dato onesto o perfino al ribasso, risulterà chiara la difficoltà della persona che ha scritto o pubblicato il libro, e l’unica forma di prestigio su cui si potrà far leva è la resilienza, se si dichiara invece la sua entità al rialzo si risulterà vincenti e dunque appetibili ma allo stesso tempo si avrà la necessità di confermare o migliorare quello standard in altre occasioni. > Chiunque scriva o pubblichi i libri ha molteplici ragioni per mentire > sull’effettivo numero di vendite che un libro ha generato. L’unico dato che > avremo per certo è che una persona che scrive i libri non può vivere della > sola vendita dei propri libri. Affianchiamo a questo processo il fatto che non è facilissimo accedere ai dati di vendita ufficiali dei libri, perché sono servizi a pagamento e peraltro non sono del tutto veridici, laddove molte delle effettive vendite in librerie più marginali e sprovviste di un sistema gestionale ufficiale non entreranno in quel computo. La conseguenza è una: chiunque scriva o pubblichi i libri ha molteplici ragioni per mentire sull’effettivo numero di vendite che un libro ha generato. Non credeteci, mai. L’unico dato che avremo per certo da questo procedimento è che una persona che scrive i libri non può vivere della sola vendita dei propri libri. Senza considerare tutto l’apparato di spese da sostenere per promuovere la propria opera nell’augurio che venda abbastanza da farci sopra dei progetti di sopravvivenza: spesso quella spesa è caricata sulle spalle della stessa persona che ha scritto il libro, e dunque andrà a detrazione del suo già misero rendiconto annuale. Si salva, anzi sta proprio in un’altra categoria, chi scrive dei libri che poi diventano best seller, ma nemmeno con quelli, talvolta, si ha la certezza di una pianificazione economica coerente della propria esistenza. Cosa richiede esattamente, dunque, chi scrive? Di avere un principio retributivo simile a chi ha un altro tipo di lavoro, o almeno che abbia quella coerenza? Di avere una mappatura delle proprie possibilità al di fuori dalla semplice vendita dei libri? Non è davvero chiaro. Di una cosa possiamo dare certezza quasi granitica: non sarà dalla vendita dei libri che chi scrive tratterà mai un compenso sufficiente per vivere come una persona con reddito medio. Non con questo sistema, perlomeno. È per questo che esiste tutto un altro mercato ‘culturale’ che riguarda chi scrive, tanto che chi scrive fa di tutto per diventare persona esposta, divulgatrice o opinionista, per partecipare a eventi che possono garantire una valida copertura economica, per produrre corsi per insegnare a scrivere, a loro volta, ad altre persone che nella migliore delle ipotesi riprodurranno quel percorso. Il patrimonio di prestigio accumulato nel tempo può trasformarsi in una sorta di automatismo: la persona che scrive viene invitata a intervenire su qualunque tema, oppure cerca occasioni per farlo perché si tratta spesso di interventi retribuiti. Può accadere che si esprima anche su questioni che non rientrano nelle proprie competenze dirette, magari non per mancanza di attenzione ma perché il meccanismo editoriale ha normalizzato questa figura di presenza pubblica chiamata a parlare sempre e comunque. Non è necessariamente una persona che ha il tempo di approfondire, ma una che si trova a generare opinioni in un circuito dove l’espressione tende a sostituire progressivamente lo studio, e da cui transitano le possibilità di guadagno. In seno a questo processo nasce anche quella che è l’esclusività della cultura: se i soldi sono pochi, se il patrimonio è ridotto e la concorrenza è grande, il prestigio con cui si è ricevuto per anni lo stipendio è anche una dotazione per impedire alle voci altrui di prendersi una fetta di retribuzione danarosa. Da qui si fa trincea, e le voci che si esprimono diventano le solite, e diventano a loro modo monotone, prive di guizzo perché il gran lavoro svolto è stato piuttosto edificare un perimetro esclusivo per la propria figura, non tanto dire qualcosa che fosse effettivamente significativo. > Esiste tutto un altro mercato ‘culturale’ che riguarda chi scrive, tanto che > chi scrive fa di tutto per diventare persona esposta, divulgatrice o > opinionista, per partecipare a eventi che possono garantire una valida > copertura economica. Meriterebbe fare anche un rapido passaggio dal mestiere di scrittura giornalistica, chiamando in causa quell’altra parte, non certo piccola, del mondo editoriale che si occupa di periodici e quotidiani. Per non addentrarsi troppo nelle specificità di un settore che è mosso da ingranaggi non proprio simili a quelli dell’editoria libraria, basti accennare a come anche in questo campo l’effetto del ‘collo di bottiglia’ si faccia sentire da decenni: sempre in virtù di una sterminata disponibilità di forza lavoro si è reso consueto l’impiego di chi scrive per compensi insignificanti, e l’immediata conseguenza di questo è che si è reso impossibile il costruirsi o il consolidarsi di carriere individuali, e dunque di voci riconoscibili, livellando sempre più l’atto della scrittura a qualcosa di dedicato all’informazione pura, alla funzionalità immediata nei confronti di una non meglio specificata utenza. A lungo andare, anche questo approccio ha finito per determinare il drastico calo di pubblico leggente (per i quotidiani i dati sono impietosi), e il conseguente gioco di cessioni dei vari gruppi editoriali. Ci sarebbe infatti da guardare anche cosa viene richiesto a chi produce testi, cosa possa servire in termini di consumo la produzione testuale contemporanea, e che genere di profitto, fuori dalla sola vendita delle copie, possa generare un simile mestiere. Il punto, insomma, non è tanto come guadagnare scrivendo, ma per cosa si scrive: per generare informazioni, per stare al passo con la produzione editoriale, per essere parte di un mercato o per effettivamente produrre pensiero, con la sua dotazione di curiosità, fragilità, parzialità? Sappiamo bene che se ragioniamo in termini di funzioni testuali, in un’epoca che ci ha donato dispositivi in grado di generare testi estremamente complessi in pochi secondi, quello che è in gioco è molto di più del semplice chiedere a un’entità superiore una retribuzione adeguata al proprio valore. Se tuttavia nel frattempo l’uditorio è stato abituato a richiedere forme testuali solo funzionali, solo a guisa di informazioni da immettere in un sistema, il rischio di considerare del tutto accessoria la figura di chi scrive è altissima. 3. La gente non legge più Alla luce di quanto detto finora verrebbe da rispondere con una frase piuttosto diretta a questo ritornello: e vorrei pure vedere. C’è un eccesso di offerta di libri rispetto alla domanda, la domanda continua a decrescere e come si risponde? Aumentando l’offerta. Del resto, se l’eccesso di offerta di forza lavoro sopravanza l’esigenza delle case editrici, quell’eccesso servirà proprio a produrre di più. Tutto torna, dal lato del ragionamento industriale. Il grande escluso, oltre a tutte le fasce non retribuite, è il pubblico. Lo abbiamo visto: se l’editoria smette di fare il proprio mestiere, ovvero di scegliere, come ci si aspetta che reagisca il pubblico? Percependo una mancanza di scelta, pare evidente. Eppure non sembra essere questa la domanda che ci si pone in questo settore, occupati come si è a far girare la ruota da criceto. Quel che ci si chiede è come recuperare marginalità, come chiedere allo Stato degli aiuti per produrre ancora di più (ho davvero sentito con le mie orecchie chi chiedeva degli sgravi fiscali sul costo della carta per agevolare la produzione come soluzione a un mercato in crisi). > C’è un eccesso di offerta di libri rispetto alla domanda, la domanda continua > a decrescere e come si risponde? Aumentando l’offerta. Se l’editoria smette di > fare il proprio mestiere, ovvero di scegliere, come ci si aspetta che reagisca > il pubblico? Nel frattempo, soffocato da un’offerta soverchiante, il pubblico attraversa una crescente confusione, che culmina con l’impressione che la produzione sia sempre meno buona, sempre più casuale. Come risposta, invece di farsi venire il sospetto che il pubblico abbia le sue buone ragioni per raggiungere queste conclusioni, nell’ambiente ci si affretta a liquidarlo come ignorante, qualunquista, illetterato, e a ricacciarlo in quel magma di persone che rende deteriore il Paese. Si mostrano le classifiche dei libri più venduti per dimostrare quanto sia bue il popolo italiano che vuol leggere solo le ‘porcate’, laddove le ‘porcate’ sono alcune produzioni dozzinali, scelte e coniate con la medesima cura e il medesimo principio della gran parte della produzione di libri che si vorrebbero considerare nobili, perché come abbiamo visto il meccanismo è per tutte le realtà lo stesso, e fa necessariamente venire meno il principio stesso della scelta. Quella che di contro viene esibita come ‘qualità’, termine dirimente nel distinguere il buono dal cattivo, non è, di conseguenza, il frutto di un processo di produzione mirata, ma solo la formulazione di un apparato critico, il più delle volte composto da persone che a loro volta scrivono i libri e che, come abbiamo visto, hanno dovuto curare e perimetrare la propria posizione per poter esprimere opinioni in modo dirimente, ma che al contempo non hanno alcun interesse a perdere tempo in ricerca e in curiosità. I progetti di lettura, l’incentivo alla lettura come processo valido e virtuoso di per sé, non tengono conto di come la lettura sia in questo momento storico una dinamica anzitutto di consumo, e solo in seguito un principio di scoperta e conoscenza. Chi propone contenuti vede in chi legge, prima di tutto, un soggetto consumatore, e solo in seguito un essere che da quei contenuti potrà trarre qualcosa. È un principio funzionale, ed è la coerente conseguenza del processo distributivo: se si fornisce materiale produttivo, la selezione sarà fatta in base a un principio di consumo, che è diverso da quello di scelta. Ed è in questa dinamica che finiamo quando, coerentemente, ci accorgiamo dell’accuratissima riproducibilità stilistica di ogni personalità scrivente tramite le nuove intelligenze artificiali generative. Il punto è che, molto prima che arrivassero quelle intelligenze artificiali, noi abbiamo fatto di tutto per assomigliare sempre più a loro: chiedendo alla scrittura di essere funzionale, standardizzata, intercambiabile, di riempire spazi di contenuto, di produrre testi il cui contenuto non era davvero determinante. Se l’obbiettivo editoriale è fornire contenuti, non ci si può stupire dell’arrivo di tecnologie perfettamente adatte a svolgere esattamente questo compito, e a costi infinitamente più bassi. > Invece di farsi venire il sospetto che il pubblico abbia le sue buone ragioni > nell’ambiente ci si affretta a liquidarlo come ignorante, qualunquista, > illetterato, e a ricacciarlo in quel magma di persone che rende deteriore il > Paese. La pratica della lettura si è resa di conseguenza un valore di consumo, e la retorica della lettura come qualcosa di acriticamente buono in sé e per sé non fa che aumentare la percezione di discrasia tra ciò che viene promesso e ciò che viene realmente offerto. Il pubblico, di fronte a questo scarto, non solo non si sente chiamato in causa, ma ha l’impressione di essere continuamente rimproverato per non aver aderito a un rituale di cui non comprende fino in fondo il senso. Un settore che non sceglie, che non filtra, che produce per mantenere in movimento la macchina del fornito-reso, che si affida per l’andamento a dati via via sempre più standardizzati senza soffermarsi a saperli leggere con occhio umano, pretende che l’atto della lettura appaia come una scelta virtuosa, consapevole e quasi ascetica – quasi a ricordare che quel processo stesso di lettura, quella prettamente umana, è già una favola. Ma la lettura, nel modo in cui l’editoria la propone, non è un percorso di senso: è una prestazione. È un gesto che, per essere riconosciuto come valido, deve aderire a un immaginario di qualità che spesso coincide con il prestigio di chi lo certifica, non con l’esperienza di chi legge. Il ritornello La gente non legge più, allora, non sta lì a segnalare tanto un problema culturale quanto a indicare il cortocircuito della filiera. È una frase che non descrive il pubblico, bensì descrive l’incapacità di un settore di comprendere che la sovrapproduzione, l’autoreferenzialità e la dispersione non sono anomalie, ma esiti prevedibili di un sistema che ha smesso di avere un rapporto sensato con chi dovrebbe raggiungere. Se il pubblico smette di leggere, o legge meno, non è perché è diventato ottuso o pigro: è perché la filiera, occupata a sostenere sé stessa, ha smesso di offrire un terreno su cui il gesto della lettura abbia un senso. La domanda finale, dunque, non è come riportiamo le persone alla lettura, ma cosa renderebbe oggi la lettura un gesto significativo, fuori dalla retorica, fuori dalla prestazione, fuori dalla vocazione sacrificale che il settore pretende. > Un settore che non sceglie, che non filtra, che produce per mantenere in > movimento la macchina del fornito-reso, che si affida per l’andamento a dati > via via sempre più standardizzati pretende che l’atto della lettura appaia > come una scelta virtuosa, consapevole e quasi ascetica. È qui che andrebbe riaperto l’intero discorso: non ripensando il pubblico, ma ripensando il ruolo del libro. Quale spazio gli viene concesso? Quale esperienza propone? Quale tipo di relazione crea? Perché, se il libro continua a essere prodotto come mero carburante del ciclo distributivo, nessuna politica, nessuna campagna, nessun lamento stagionale potrà mai invertire la rotta. A ben vedere, insomma, il problema non è che la gente non legge più: il problema è che non riconosce più, in ciò che il mondo editoriale ha finito per propinarle, un motivo per farlo. E adesso abbiamo anche chiara la ragione per cui il resto del mondo riserva a queste faccende un’oceanica indifferenza. L'articolo Mai più libri proviene da Il Tascabile.
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La lettura e la crisi del piacere
N on passa praticamente settimana senza che qualche inchiesta, ricerca o statistica, non certifichi lo stato di crisi, in alcuni casi comatoso, che colpisce la lettura e l’editoria in generale. Dopo i consueti desolanti dati sulla vendita dei libri che da anni indicano un calo continuo, la cui rotta appare impossibile da essere invertita, ora secondo una ricerca guidata dall’Università della Florida e dall’University College di Londra, la lettura quotidiana per piacere negli Stati Uniti, risulta essere diminuita del 40% negli ultimi due decenni. I risultati pubblicati da iScience indicano un vero e proprio disamoramento alla lettura: non solo si legge meno, ma soprattutto se ne ha meno piacere. Abbiamo così interpellato Chiara Faggiolani, docente di biblioteconomia presso l’Università la Sapienza di Roma, dove dirige il Laboratorio di biblioteconomia BIBLAB e il master in editoria. Presidente del Forum del libro, Chiara Faggiolani ha recentemente pubblicato, Libri insieme (2025). Il suo ultimo libro è un interessantissimo e colto saggio/reportage sulle comunità della conoscenza. Un viaggio e un’indagine nei luoghi dove non solo si sta resistendo, reinventando e immaginando nuovi spazi per la lettura, mentali e reali, architettonici e sociali insieme, ma dove si sta anche promuovendo in maniera capillare e dal basso un piacere essenziale e una pratica necessaria per il nostro benessere e per la nostra vita in generale. COME È CAMBIATO IL CONCETTO DI PIACERE RISPETTO ALL’APPROFONDIMENTO CULTURALE SECONDO LEI? La lettura è un vizio e non una virtù, aspetto che tende a essere dimenticato. Il piacere della lettura non è scomparso ma compete con forme di intrattenimento più immediate: negli anni Sessanta ad esempio la lettura era legata a una dimensione di piacere, scoperta e persino emancipazione che oggi sembra non avere. I libri rappresentavano un varco verso mondi lontani, una forma di accesso al sapere in un’epoca in cui però le alternative di intrattenimento e di informazione erano decisamente più limitate. Il libro era un oggetto più “raro”, per questo forse più desiderato, simbolo di crescita culturale e di libertà individuale. Quello della lettura è un piacere che ha bisogno di lentezza e di immersione esattamente come allora, ma sentiamo di vivere in un’epoca che celebra la velocità e l’accumulo. Per questa ragione sembra una pratica controcorrente… la mia personale idea è che proprio per questo la lettura sia esattamente ciò di cui abbiamo bisogno. SECONDO I DATI PROPOSTI DA UNO STUDIO CONDOTTO DA RICERCATORI DELLO UNIVERSITY COLLEGE DI LONDRA E DELL’UNIVERSITÀ DELLA FLORIDA, SI EVIDENZIA ‒ OLTRE CHE UN GENERALE E ANCHE SOSTANZIALE CALO DELLA LETTURA ‒ UN VERO E PROPRIO CROLLO DELLA LETTURA COME FORMA DI PIACERE. IL LIBRO NON È DUNQUE PIÙ UN’OCCASIONE DI SVAGO E APPROFONDIMENTO INSIEME? I dati sulla lettura, anche in Italia, non sono incoraggianti. Ma con le statistiche bisogna essere prudenti: la prima domanda da porsi è sempre che cosa stiamo misurando e come. I numeri non sempre restituiscono la portata della trasformazione che stiamo vivendo. Dal mio punto di vista, il libro resta ancora un luogo di piacere e di approfondimento, ma non più in maniera lineare. Oggi il libro è diventato una soglia: leggerezza e profondità non si escludono, anzi coesistono e si contaminano. Il nodo non è il libro, ma il tempo che siamo disposti a concedergli. Si è già affermata una nuova forma di lettura “aumentata”, che alterna al libro l’uso di secondi schermi e linguaggi diversi, intrecciando tempi lenti e tempi veloci. A questa si affianca la lettura “socializzata”, che trova nei gruppi di lettura, ad esempio, la possibilità di moltiplicare e trasformare l’esperienza individuale. Forse la sfida, oggi, non è difendere un modello unico di lettura, ma imparare a coglierne la metamorfosi. Proprio su queste trasformazioni si concentrano due ricerche che sto conducendo: la prima, nell’ambito del progetto PRIN NEREIDE (NEw Reading Experiences in the Digital Ecosystem), insieme a Gino Roncaglia, dedicata alle forme della lettura aumentata; la seconda, S.T.O.R.I.E. (Storie Trasformative, Opportunità, Relazioni, Inclusione ed Emozioni), che indaga la lettura come esperienza condivisa e generativa di comunità. Una ricerca promossa dall’Associazione degli editori indipendenti (ADEI) e dal Centro per il libro e la lettura (Cepell), e realizzata dal Laboratorio di biblioteconomia sociale e ricerca applicata alle biblioteche (BIBLAB) della Sapienza, che dirigo. APPARE INVECE ANCORA SOLIDO IL MONDO DELLA LETTURA PER L’INFANZIA. QUALI DINAMICHE SI POSSONO ATTIVARE PER EVITARE DI PERDERE LETTORI NELL’ADOLESCENZA E SUCCESSIVAMENTE NELL’ETÀ ADULTA? La mia sensazione è che negli ultimi venticinque anni sia stata dedicata un’attenzione straordinaria alla promozione della lettura e, più in generale, alla salute culturale della prima infanzia. Penso al lavoro prezioso di Nati per leggere e a esperienze come Cultura per crescere della Fondazione Compagnia di San Paolo in Piemonte: oggi le giovani famiglie e i nuovi genitori hanno piena consapevolezza di quanto sia fondamentale inserire la lettura nella quotidianità dei bambini nei primi mille giorni di vita. In questa fase, la lettura è accompagnata: diventa un rituale intimo e familiare, un’esperienza condivisa che segna i ritmi della crescita e che si colloca pienamente in quella che potremmo definire una “zona prossimale di sviluppo”, per richiamare Vygotskij. Quando però si entra nell’adolescenza, il quadro cambia radicalmente. La lettura smette di essere un gesto accompagnato e si trasforma in un atto solitario. Se non ci sono modelli adulti di riferimento, se mancano comunità e spazi dedicati, il libro rischia di perdersi, lasciando un vuoto difficilmente colmabile. È in questa frattura che si gioca la grande sfida del nostro tempo. Per questo, con il Forum del libro, da molti anni portiamo avanti una vera e propria battaglia a favore delle biblioteche scolastiche: è lì che nascono e crescono i lettori. La mia sensazione è che manchi una continuità sociale della lettura: luoghi, gruppi, comunità capaci di trasformare un gesto individuale in un’esperienza collettiva, che dia senso, sostegno e riconoscimento al lettore. Senza questa continuità, la lettura rischia di restare confinata a un tempo fragile, esposto alla dispersione. NEL SUO ULTIMO SAGGIO LIBRI INSIEME, LEI INDICA NELLA VISIONE CONTEMPORANEA DEL TEMPO FINANZIARIZZATO COME LOGICA E MERO STRUMENTO, UNO DEGLI ELEMENTI DI CRISI ANCHE DELLA LETTURA. COME LIBERARE DUNQUE IL TEMPO? È POSSIBILE RITORNARE AL PIACERE DEL TEMPO PERSO? Sì, come ho già anticipato, sono fermamente convinta che il vero problema della lettura oggi sia la mancata valorizzazione di un tempo umano. È sotto gli occhi di tutti: il tempo libero è lasciato al caso, disperso, consumato senza direzione. Negli anni Sessanta non era così, e da quel periodo abbiamo ancora molto da imparare. Liberare il tempo significa restituirgli un valore autentico. La lettura, infatti, viene spesso percepita come un’attività improduttiva, perché non “serve” a nulla nell’immediato. Ma è proprio lì che risiede il suo potere: nel suo sottrarsi alla logica della performance. Parlare di tempo perso è, in realtà, un paradosso, perché ciò che appare improduttivo ci restituisce pienezza, densità e respiro. È esattamente ciò che accade con quelle che nel mio libro chiamo “comunità della conoscenza”: gruppi, spazi, rituali che non producono utilità immediata, ma che hanno la forza di “prendere tempo al tempo”, di piegarlo, trasformarlo e renderlo abilitante. L’ASSENZA DI CONCENTRAZIONE CHE SEMBRA ESSERE DENOTATA COME UN ECCESSO DI DISTRAZIONE, NON È INVECE FRUTTO DI UNA REALE IMPOSSIBILITÀ ALLA DISTRAZIONE? ESISTE FORSE UNA DISTRAZIONE BUONA E UNA CATTIVA? PENSO ANCHE ALL’INFINITO SCROLL SUI SOCIAL CHE SEGNA LE GIORNATE DI MOLTI: UNA DISTRAZIONE CATTIVA, SE VOGLIAMO, CHE DIVIENE IN REALTÀ UN’IMPOSSIBILITÀ ALLA DISTRAZIONE. Ricordiamoci sempre che, quando abbiamo a che fare con gli strumenti, è da noi che dipende l’uso che ne facciamo. Io credo che sia esattamente come stava dicendo: esiste una “distrazione buona”, quella che permette alla mente di divagare, di aprire connessioni inaspettate, di generare visioni nuove. Non a caso parlavo prima di lettura aumentata: leggere significa anche lasciarsi attraversare da pensieri laterali, da deviazioni che non interrompono il senso, ma lo arricchiscono. Per questo trovo sbagliatissimo il divieto assoluto degli smartphone a scuola. Non entro qui nel merito – sarebbe un discorso lungo – ma credo che quella proibizione rappresenti un enorme fallimento educativo. Certo, esiste anche una “distrazione cattiva”: quella del rumore incessante, dello scrolling infinito che ci tiene agganciati senza darci alcun nutrimento. Ma attenzione: non è corretto pensare che questa forma di distrazione sia legata solo al digitale. Non è così. Ci si può disperdere anche in altre attività apparentemente “innocue” se mancano attenzione, coinvolgimento e presenza mentale. La vera differenza non sta nello strumento, ma nel livello di attivazione e di protagonismo che riusciamo a mettere in ciò che facciamo. Una distrazione è sterile quando ci rende del tutto passivi, fertile quando ci apre possibilità, connessioni e immaginazione. Ed è proprio qui che entrano in gioco gli educatori, i mediatori, la scuola: non per proibire, ma per guidare, per aiutare a trasformare gli strumenti in occasioni, per insegnare a distinguere tra dispersione e divagazione creativa. Ma se non lo fa la scuola chi lo deve fare? LA CRISI DELLA LETTURA E DEL LIBRO COME PIACERE FORSE INDICA ANCHE UN DISAGIO CULTURALE PIÙ TRASVERSALE, CHE VA OLTRE LE DINAMICHE TECNOLOGICHE ODIERNE? Sì, la crisi della lettura rivela una difficoltà più profonda: abbiamo confuso il piacere con il consumo. Leggere, invece, non intrattiene soltanto, moltiplica il pensiero. È un gesto esigente – il nostro cervello non è nato per leggere, lo ha imparato con fatica, va ricordato – ma proprio per questo è anche un piacere che apre, sorprende, talvolta inquieta e che ci restituisce complessità. La lettura di libri ci educa a sostare nella complessità delle storie. Questo aspetto è fondamentale rispetto alla nostra essenza di esseri narrativi. IN LIBRI INSIEME LEI CITA IL CASO DEI SILENT BOOK CLUB. COME FUNZIONANO E COME AGISCONO SULLA VITA DELLE PERSONE E SULLA QUALITÀ DI LETTURA QUESTE NUOVE COMUNITÀ DELLA CONOSCENZA? È uno degli esempi più interessanti di comunità della conoscenza. Spesso descritti come una moda – Silent reading party o Silent book club che dir si voglia – sono invece una pratica molto seria. Si tratta di persone che si ritrovano per leggere in silenzio, insieme. Ognuno con il proprio libro, ma immersi nello stesso spazio-tempo: quello della lettura profonda. Non si discute del libro letto come avviene con i gruppi di lettura: l’esperienza principale è proprio la condivisone del silenzio della lettura profonda. Si tratta quindi di un rituale semplice che restituisce alle persone la possibilità di entrare nello stato di flusso di cui parla Mihály Csíkszentmihályi, quel momento in cui la mente si concentra, il tempo si contrae e si espande allo stesso tempo e ci si sente pienamente presenti. Alla fine, magari, si condividono piccoli pezzi di brani letti, si scambiano riflessioni e impressioni. È un piccolo miracolo: se fatto bene è una forma contemporanea di resistenza al rumore del mondo. GLI EDITORI E GLI STESSI QUOTIDIANI COSÌ COME LE RIVISTE SEMBRANO NON RIUSCIRE ‒ NONOSTANTE QUALCHE SFORZO ‒ A COGLIERE LA SPECIFICITÀ DEI GRUPPI DI LETTURA E IN SENSO PIÙ AMPIO LE COMUNITÀ DELLA CONOSCENZA INTEGRANDOLE IN DISCORSI PIÙ AMPI. COME PUÒ IL LIBRO ESISTERE ALL’INFUORI DI UN MERCATO? QUALI PROSPETTIVE SI POSSONO IMMAGINARE CONSIDERATO CHE PARLIAMO DI UN MOVIMENTO MOLTO DIFFUSO E NATO DAL BASSO? Il libro è certamente un prodotto, l’editoria un’impresa e un mercato. Non dobbiamo dimenticarlo. Ma il libro non è solo un bene da vendere: è un bene relazionale. Ogni libro porta con sé idee che circolano, immaginari che si condividono, legami che si creano. I gruppi di lettura e le comunità della conoscenza lo dimostrano chiaramente. Con la ricerca S.T.O.R.I.E. che ho citato prima, abbiamo mappato in un mese e mezzo 1.253 gruppi di lettura in Italia, che a mio avviso rappresentano circa il 10% di quelli esistenti. Per il 95% di questi, la partecipazione al gruppo genera benefici che vanno oltre la lettura stessa, con ricadute positive sulla salute mentale, sul benessere individuale e collettivo. Credo che sia questa la prospettiva nuova da abbracciare: guardare non solo al libro come oggetto, ma alle relazioni e agli effetti che la lettura è in grado di generare. Il suo potere trasformativo. MOLTI ESEMPI CHE LEI PORTA IN AMBITO DI CULTURA DELLA LETTURA RAPPRESENTANO NICCHIE DI UN SISTEMA ESTREMAMENTE DIFFUSO LA CUI COMPLESSITÀ È DIFFICILE PERÒ DA SINTETIZZARE E QUINDI DA MODELLARE. ECONOMICAMENTE ABBIAMO A CHE FARE CON ELEMENTI FRAGILISSIMI EPPURE CAPACI DI MUOVERE LETTORI E DARE CORPO A PERCORSI DI ELABORAZIONE MAI BANALI. UN PENSARE I LIBRI CHE PRECEDE IL FARLI, COME AVREBBE DETTO ROBERTO CERATI. MA ORA COME FARLI PER DAVVERO? Ripartire dal pensiero, dal progetto culturale, e non dalla produzione “in serie”. Roberto Cerati, straordinario e storico direttore commerciale di Einaudi, sosteneva che una casa editrice dovesse essere pronta a perdere economicamente su alcuni libri, perché erano necessari per la cultura e per il sistema del libro stesso. In Einaudi, il tavolo del mercoledì, dove si discuteva dei libri, si dice fosse separato da quello del giovedì, dove si parlava di conti: un gesto che mostrava chiaramente come il profitto non potesse essere l’unico criterio. Chi legge potrà obiettare che, da questo punto di vista, la storia della Einaudi non è stata certo brillante. Ma è un rischio da considerare a partire dalla convinzione che la qualità paga sempre. Nel libro che uscirà a breve, esito della ricerca S.T.O.R.I.E., scrivo che i gruppi di lettura vanno considerati attori autonomi del sistema del libro, non appendici di biblioteche o librerie. Proprio per questa ragione: possono diventare laboratori di pensiero collettivo, spazi in cui il libro diventa esperienza condivisa, generativa di relazioni, idee e innovazione culturale, dimostrando che il valore di un libro non si misura solo in copie vendute, ma nella capacità di connettere e trasformare. L’INEVITABILE CRISI DELLE LIBRERIE UNITA ALLA CAPILLARITÀ DEI CANALI ON-LINE E ALLA VELOCITÀ DI STAMPA ‒ ANCHE DI POCHE COPIE ‒ IMPONGONO FORSE UNA NEGAZIONE DI QUELLO CHE È STATO IL MANTRA NEL NOVECENTO, OVVERO LA NECESSITÀ DI DIFFONDERE IL LIBRO? IN FONDO OGGI POCHE COPIE POSSONO GIÀ DETERMINARE UN MOVIMENTO CULTURALE IMPORTANTE E AGIRE SOTTERRANEAMENTE. I GRUPPI DI LETTURA SONO COME GLI UOMINI LIBRO IMMAGINATI DA RAY BRADBURY IN FAHRENHEIT 451? CONNETTERE I LETTORI FORSE OGGI È PIÙ URGENTE IN SOSTANZA CHE DIFFONDERE I LIBRI? Non credo che la crisi delle librerie ‒ anche legata al caro affitti e alla trasformazione delle città, credo vada ricordato ‒, la capillarità dei canali on-line e la velocità di stampa impongano una negazione della necessità di diffondere il libro. Al contrario, credo che ci obblighino a ripensare cosa significa “diffusione”. Il libro non è solo un oggetto da vendere, come dicevo prima, è un veicolo di idee, visioni e relazioni. I gruppi di lettura svolgono oggi un ruolo cruciale in questo ecosistema rendendo viva la circolazione culturale. Connettere i lettori, creare comunità in cui il libro diventa esperienza condivisa, è oggi più urgente che mai. Nel mio libro ho cercato di mostrare il potenziale trasformativo della lettura in questo senso: il ruolo che può avere nel contrasto alla solitudine, nella rigenerazione urbana e nel ripensare la costruzione della salute. COME DEVE ESSERE OGGI UN LUOGO PER LA LETTURA? Tutti i luoghi possono diventare luoghi di lettura. Questa è una delle lezioni principali che ho imparato nel mio viaggio tra le nuove comunità della conoscenza: parchi pubblici, portinerie dei condomini, e così via. I veri luoghi della lettura sono quelli in cui il tempo della lettura viene rispettato, dove leggere significa poterlo fare senza fretta e senza distrazioni, trasformando l’atto in un’esperienza piena e condivisa. Questa consapevolezza sembra quasi ovvia, eppure apre una prospettiva nuova: la lettura, quando diventa protagonista di un luogo, può riabilitarlo e restituirgli un significato completamente nuovo. Nel libro parlo, per esempio, della lettura nei luoghi di cura: cosa accade quando, in un reparto ospedaliero, la domenica pomeriggio che non passa mai per i pazienti ricoverati si riempie di storie e di incontri attorno ai libri? Ci sono però spazi che più di altri dovrebbero porsi l’obiettivo di rendere evidente il potenziale trasformativo della lettura, e di volerla dinamizzare: penso alle librerie, alle biblioteche, e in particolare alle biblioteche scolastiche. Per quanto riguarda le biblioteche, inutile dirlo, una riflessione sugli orari di apertura diventa persino più urgente della progettazione dello spazio, su cui invece, mi pare, siamo più attrezzati. E INFINE COSA È PER LEI IL PIACERE DI LEGGERE UN LIBRO? E IL PRIMO LIBRO CHE RICORDA E L’ULTIMO CHE LE HA DATO PIÙ PIACERE E PERCHÉ? Leggere per me significa riconnettermi autenticamente con me stessa, riscoprire parti di me che la vita quotidiana a volte non mi permette di frequentare. Avere una profonda consapevolezza del potere della lettura e di ciò che attiva dentro di noi mi ha permesso di rendermene conto pienamente… ed è esattamente ciò che vedo accadere spesso con i miei studenti e le mie studentesse. Leggere mi aiuta ad allenare la mia capacità di comprendere il mondo, le persone, le emozioni. Mi permette di sperimentare sensazioni e stati d’animo, anche quelli sgradevoli o inquietanti, che pur non volendo sentire mi arricchiscono profondamente. Mi piace la sensazione di essere messa in difficoltà da una lettura: a volte è come una caduta libera, ma sapendo di avere un paracadute. Il primo libro che ricordo nitidamente da bambina è Il giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne: un’avventura piena di descrizioni e meraviglia, che mi lasciò con una sensazione di stupore e di entusiasmo difficile da dimenticare. Pur essendo un amante della saggistica, tra gli ultimi libri letti, voglio citare due romanzi molto diversi che mi hanno nutrita di emozioni completamente contrastanti: Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, romanzo d’esordio di Michele Ruol pubblicato da TerraRossa, è un libro che mi ha profondamente emozionato, provocando quell’effetto scomodo al quale facevo riferimento che a volte la lettura riesce a dare. L’anno in cui parlammo con il mare di Andrés Montero, pubblicato da Edicola Ediciones, è stato come una medicina: celebra il valore delle storie, esattamente quello che hanno per me. L'articolo La lettura e la crisi del piacere proviene da Il Tascabile.
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5 libri di Stefano Benni che vanno assolutamente letti
Da leggere e rileggere, i titoli per conoscere e ricordare il grande scrittore italiano. LIBRI DA (RI)LEGGERE DI STEFANO BENNI Se n’è andato alla fine dell’estate, il 9 settembre 2025. Stefano Benni, scrittore, satirico, giornalista, poeta e drammaturgo, aveva 78 anni e da tempo si era ritirato dalla vita pubblica. Nato il 12 agosto 1947 a Bologna, città che non ha mai lasciato, Stefano Benni – soprattutto con i suoi libri – ha costruito un universo letterario abitato da personaggi indimenticabili, unendo l’immaginazione alla fotografia degli anni vissuti, immerso nella satira sociale e nello humor tragicomico. Una cartolina dell’Italia e della storia degli ultimi cinquant’anni. Partito come giovane collaboratore sui mensili umoristici come Il Mago, ha conquistato il grande pubblico con titoli rimasti cult, da “Bar Sport” a“Saltatempo”, “Elianto” e “Margherita Dolcevita”. Fra i più amati proprio “Bar Sport”, una galleria irresistibile di personaggi grotteschi e situazioni da bar di provincia che ancora oggi ci fanno sorridere e riflettere.  Amico di Daniel Pennac, fra i due c’era un rapporto speciale. Tutto inizia con un romanzo: quando Benni, seduto su una panchina in un parco a Parigi, lesse La fata carabina, pensò che Pennac fosse un autore che l’Italia si stava perdendo. Si alzò, chiamò l’editore Feltrinelli e disse: “Se non traducete questo scrittore, siete dei pazzi” — ed è proprio così che i primi libri dello scrittore francese arrivarono in Italia. Lo stile di Stefano Benni, capace di intrecciare surreale e lettura sociale, fra gioco linguistico e critica tagliente, lo ha reso un maestro dell’ironia e dell’immaginazione. Nei suoi libri il mestiere di immaginare diventa capacità di usare l’elemento surreale per far riflettere e scuotere la coscienza, parlare della realtà, riflettere sulle ingiustizie e le contraddizioni del nostro tempo. “Il senso dell’umorismo mi ha salvato la vita molte volte”, disse: ridere e sorridere come atto di resistenza, come risposta intelligente e antidoto alla rabbia, un modo per restare libero e insegnarci a immaginare la libertà. “BAR SPORT” Ancora oggi uno dei libri più venduti e amati, “Bar Sport” di Stefano Benni, attraverso i personaggi di un bar di provincia, mette in scena l’Italia intera. Dalla “Luisona”, la brioche eterna che nessuno mangia ma tutti nominano, ai suoi personaggi, leggerlo oggi è un viaggio nel tempo. Ordinalo adesso “LA COMPAGNIA DEI CELESTINI” Pubblicato nel 1992, racconta la formidabile fuga dall’orfanotrofio dei Celestini e la stravagante folla incontrata da Memorino, Lucifero e Alì. Una satira pungente della società, raccontata come un’avventura grottesca e insieme poetica. Una lettura anche per i giovanissimi. Leggilo subito “L’ORA PIÙ BELLA” Brevissimo, numero caratteri: 6.852. Una meditazione sull’esistenza da leggere in un attimo, tutto d’un fiato. Per fermarsi un attimo. Da leggere su Kindle “IL BAR SOTTO IL MARE” In certi posti tutto può accadere: “Il bar sotto il mare” è uno di questi, un luogo improbabile che solo un sognatore poteva immaginare. Peerché lo sappiamo, al bancone di un bar passano le storie più incredibili, i baristi (e gli scrittori!) sono i magici custodi di questi attimi eterni portati dai viaggiatori. Leggilo… o rileggilo “LE BEATRICI” Otto monologhi, otto donne che si raccontano. Un’altra galleria di Stefano Benni che resta scolpita nella memoria e ci invita a riflettere sul senso del tempo, sulla società in cui viviamo e sui nostri sogni. Trovalo qui The post 5 libri di Stefano Benni che vanno assolutamente letti appeared first on The Wom.
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Coscienza politica, letteratura e industria
La loro mancanza di umanità appariva come un prodigio di coscienza di classe (Boris Pasternak) S ettimane fa, su questa rivista, un articolo di Christian Raimo (“La polemica si risolve con la politica”) ha preso il via da due polemiche recenti per sollevare alcune questioni a detta di Raimo centrali. La prima polemica verte sull’inutilità delle presentazioni di libri, alle quali non va mai nessuno; la seconda riguarda la scuola Holden di Torino che venderebbe a caro prezzo non tanto competenze autoriali quanto appartenenza all’ambiente dell’editoria (relazioni e stato sociale). Da un lato le due polemiche sollevano, secondo Raimo, la questione della “sostenibilità di due pezzi fondamentali della filiera dell’industria editoriale, la formazione degli scrittori e la promozione dei libri”; dall’altro, e soprattutto, sono sintomi di una terza questione che non è più possibile ignorare: “in Italia si leggono sempre meno libri, un pezzo consistente del settore editoriale è in crisi e una parte non piccola rischia di chiudere. Ma non è questa la notizia peggiore. La notizia peggiore è che una società che legge di meno peggiora da tanti punti di vista”. Raimo è uno scrittore democratico e progressista, molto attento alle questioni italiane; i suoi contributi sulla storia recente o sui casi di cronaca, i suoi interventi pubblici e le sue lucide prese di posizione antifasciste rappresentano oggi uno dei pochi casi di quello che un tempo si chiamava impegno civile. Lo ammiro per questo da tanti anni e a maggior ragione il suo articolo mi ha sorpreso per tre motivi. Uno, Raimo sostiene che la formazione degli scrittori e la salute del settore editoriale siano questioni centrali. Due, una questione centrale c’è davvero ma Raimo non sembra vederla. Tre, l’articolo tenta di conciliare l’inconciliabile e questo lo rende confuso, a tratti difficile da seguire. Raimo è uno scrittore colto. Nel suo orizzonte ci sono Joyce e De Felice, non il cinema dei fratelli Vanzina. Per questo è sorprendente che nel parlare di scrittura pensi all’editoria aziendale (che da decenni mercifica e standardizza la scrittura banalizzandola) e ne impieghi la lingua (“la filiera dell’industria editoriale”) come se fosse un intellettuale organico nel senso di Gramsci. Per Raimo chi scrive è un addetto di settore, un “pezzo” da formare a scopi industriali nell’ambito della filiera così come il libro va promosso tramite il marketing. Chi conosce le pratiche dell’industria editoriale sa bene quanto poco abbiano a che fare con la letteratura: ci sono agenti che discutono preventivamente la trama con gli autori, redattori che premono per eliminare passi potenzialmente scoraggianti, amministratori delegati che approdando all’editoria dichiarano di voler mettere la propria esperienza al servizio della promozione del brand. “Our portfolio is particularly exciting, with a wider selection of books than usual”, dicono le newsletter degli editori; presto – se non sta già avvenendo – l’intelligenza artificiale verrà usata per le traduzioni e per creare intrecci. Questa mercificazione industriale è in corso da decenni, il suo ambito specifico viene chiamato “la cultura” e il suo progresso è inarrestabile. Non è questo a sorprendere ma il fatto che anche un intellettuale come Raimo arrivi a identificare scrittura e industria editoriale, lettura e vendita, prosperità del capitalismo aziendale e progresso sociale. > Nell’ambito di una “filiera” un calo di fatturato va letto in termini > economici e industriali: la veste dell’umanista preoccupato, che deplora la > scarsa attitudine degli italiani alla lettura e denuncia l’inevitabile > regresso di una società che non legge, finisce per avere qualcosa di > involontariamente oscurantista. In realtà non è affatto ovvio che più case editrici significhino più lettura, né che la salute della “filiera” comporti una società migliore. Anni fa Gianluigi Simonetti scrisse sul Sole 24Ore che le pubblicazioni di narrativa italiana erano aumentate del 1800% rispetto a venticinque anni prima: ciò non significa che per ogni cento scrittori/scrittrici del passato ce ne siano oggi milleottocento, significa che il libro è una merce industrialmente prodotta e che come tale è soggetto alle oscillazioni del mercato (“due milioni netti di libri in meno, un calo di fatturato di 31 milioni”, si rammarica Raimo come se fosse anche lui un consigliere d’amministrazione). In tale contesto il calo di vendite indica una crisi di sovrapproduzione alla quale l’industria reagisce abbassando il prezzo della merce e contestualmente, se possibile, il costo della forza-lavoro necessaria a produrla; i periodi in cui il costo di produzione è superiore al prezzo di mercato sono compensati dai periodi in cui il prezzo torna a superare il costo grazie all’innovazione tecnologica, una grande azienda è per ovvi motivi meglio attrezzata a superare le oscillazioni del mercato e le crisi. Qualora infine il mercato persista in una fase critica, gli investimenti si ritraggono dalla produzione di quella merce per dirigersi in altri settori. Nell’ambito di una “filiera” un calo di fatturato va letto in termini economici e industriali: la veste dell’umanista preoccupato, che deplora la scarsa attitudine degli italiani alla lettura e denuncia l’inevitabile regresso di una società che non legge, finisce per avere qualcosa di involontariamente oscurantista. Altrettanto oscurantista, o fuorviante, è il lungo excursus storico e letterario con cui Raimo ripercorre lo sviluppo dell’editoria, della politica e del capitalismo in Italia a partire dal 1994, anno di fondazione della scuola Holden di Torino e della “discesa in campo” di Berlusconi. Raimo menziona la fine del rigore tragico novecentesco, il crollo dei regimi e delle vecchie ideologie, il disimpegno, l’ironia postmoderna. Mentre l’ideologia neoliberale antepone l’individuo alla società, mentre la filosofia rinuncia alla ricerca dell’essenza e si volge al relativismo scettico, la letteratura riscopre la narrazione: Wu Ming inaugura il progetto letterario-politico di una nuova epica italiana, Baricco si volge allo “storytelling” perché “condivide questa visione che, in nome della laicità e del postmoderno, sostituisce la narrazione all’interpretazione come modello principale per aver a che fare con il mondo”. Lo storytelling – cui viene qui conferita la dignità di pendant letterario della riflessione filosofica postmoderna – è inteso da Raimo da un lato come ritorno al narrare dopo il secolo delle avanguardie, della frantumazione formale e dell’opera aperta, dall’altro come giornalismo narrativo di cui Baricco (che Raimo cita lungamente) è stato in Italia un pioniere. Se come giornalismo narrativo lo storytelling si fa promotore di una liberazione dalla pesantezza degli articoli scritti secondo canoni novecenteschi, come recupero della narrazione letteraria esso, a detta di Raimo, si rivela dotato di potere politico: “Le storie hanno un potere. Un potere di liberazione estetica, per Baricco; un potere di emancipazione politica per Wu Ming. Quello che ovviamente non era stato preso in considerazione era che la consapevolezza del potere delle storie viene incamerata presto dal capitalismo più aggressivo”. > Avanguardie a parte, la letteratura ha sempre raccontato storie: in epoca > moderna a queste storie è stato dato in Italia il nome di romanzi, poi di > narrativa; oggi l’editoria aziendale mutua per lo più i termini inglesi > “fiction” e “storytelling”. L’adozione di una nuova parola per una cosa che veniva percepita e nominata anche in precedenza indica in genere che si è cominciato a percepire quella cosa in modo diverso. Avanguardie a parte, la letteratura ha sempre raccontato storie (e Raimo se ne mostra consapevole quando dice che ridurre il Novecento a un secolo di mutismo narrativo è una semplificazione). In epoca moderna a queste storie è stato dato in Italia il nome di romanzi, poi di narrativa; oggi l’editoria aziendale mutua per lo più i termini inglesi “fiction” e “storytelling” (per meglio dire, la fiction è narrativa che si avvale tipicamente dello storytelling come risorsa tecnica). Essi non significano semplicemente il raccontare una storia: anche Manzoni raccontò una storia, ma sarebbe ridicolo pensare a lui come a un rappresentante dello storytelling. Le definizioni abituali sono talmente corrive e generiche che non ci aiutano a individuarne il significato («storytelling is the social and cultural activity of sharing stories», «the art of using narratives […] to communicate information, ideas or experiences in an engaging and memorable way»); è però sufficiente leggere i libri dei suoi rappresentanti per vedere che il termine – proveniente dall’industria editoriale statunitense – denota una pratica del racconto che si concentra esclusivamente su certi valori drammaturgici a scapito di quelli linguistici: raccontare in modo avvincente, creare attese, punti di tensione, conflitti che verranno risolti nel corso della narrazione. Evitare digressioni troppo lunghe e non parlare in modo complicato (Gadda non faceva storytelling). La lingua come potenziale rivelatrice di mondo e di esperienza non viene presa in considerazione. Lo storytelling è per un pubblico di massa. In questo senso la ricostruzione di Raimo – lo storytelling liberatorio e antagonista delle origini viene in seguito fagocitato dal capitalismo che lo piega ai propri interessi – è dissonante perché contrappone quanto è in realtà affine: da un lato il capitalismo mediatico odierno che scopre e incamera il potere della narrazione, dall’altro lo storytelling estetico e politico lanciato dall’editoria degli anni Novanta. Invece lo storytelling, come risorsa tecnico-retorica rivolta a un pubblico di massa, è stato fin dall’inizio organico a quell’editoria che proprio negli anni Novanta cominciava a diventare aziendale: è una modulazione capitalista del racconto (il racconto-merce ideale) così come il “flusso” digitale odierno è modulazione capitalista delle poetiche avanguardistiche (“il paradigma del senso, scientifico, logico, narrativo, rischia di venire sostituito dalla frammentazione, la ricerca della verità dalla nonverità, la critica dall’eristica, il senso dal nonsenso”, scrive Raimo parlando del capitalismo digitale). La stessa ambiguità appare nei testi di Baricco citati da Raimo: lo storytelling degli anni Novanta, quello fatto da Baricco stesso su commissione di Ezio Mauro, è stato lodevole perché metteva fine alla noia del giornalismo novecentesco, il capitalismo mediatico-digitale invece lo ha impiegato a scopi perversi. Ma Ezio Mauro, al pari della narrativa aziendale, è già capitalismo editoriale che si avvale dello storytelling, anche se nel mistificatorio resoconto di Baricco diventa “un genio”: “Se sai gestire lo storytelling puoi anche anticipare un fatto di un paio di giorni, ma anche di una settimana. Se sei molto bravo un mesetto prima guarderanno la cometa che non c’è neanche ma è come se la vedessero. Ma non perché sono scemi. No. Perché tu sei bravo in quella circostanza lì” (Baricco citato da Raimo). Rappresentare lo storytelling come una piccola rivoluzione editoriale forse non è falso, ma è stata fin dall’inizio una rivoluzione capitalista, una delle tante. Se proprio deve significare qualcosa che scuola Holden e “discesa in campo” di Berlusconi siano coeve, il parallelo da individuare è quello tra l’incipiente capitalismo mediatico che nel 1994 prende il potere raccontando una storia con parole semplici (“L’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato da mio padre e dalla vita il mio mestiere di imprenditore. Qui ho anche appreso la passione per la libertà”) e una modulazione del narrare omologa fin dalle origini agli interessi dell’editoria aziendale, così omologa che oggi la Scuola Holden fa parte del Gruppo Feltrinelli (la “filiera” si è dotata di uno strumento diretto con cui formare scrittori adeguati alle proprie esigenze). > Rappresentare lo storytelling come una piccola rivoluzione editoriale forse > non è falso, ma è stata fin dall’inizio una rivoluzione capitalista, una delle > tante. Raimo tutto questo sembra vederlo e non vederlo. A tratti sembra alludere senza poter dire, come se nel suo articolo parlassero – disturbandosi reciprocamente – due personalità inconciliabili: dalla parte del capitale editoriale sembra parlare un addetto dell’industria (la perdita di trentuno milioni di fatturato, i “consumi culturali»), dalla parte della letteratura parla l’intellettuale e scrittore che depreca la mercificazione del libro (“la vulgata per cui l’editoria […] sia un luogo in cui è bello lavorare, che accoglie progetti, desideri, e fa da volano all’emancipazione individuale e collettiva, è una narrazione con sempre più passaggi difettosi e illusori”). Questa inconciliabilità percorre quasi tutto l’articolo; l’addetto dell’industria vuole anacronisticamente credere che l’editoria aziendale e le tradizionali istituzioni di formazione siano omogenee e osmotiche (“le infrastrutture culturali che pensavamo solide, la scuola, l’università, il sistema bibliotecario, il sistema istituzionale di sostegno all’editoria, vengono costantemente indebolite attraverso definanziamenti e cattiva gestione, mancano di norme che guidino un cambiamento radicale”), l’intellettuale assume toni da umanista in lotta contro l’ingiustizia che hanno in questo contesto qualcosa di stravagante: “la buona battaglia per gli intellettuali o per chi riconosce le ingiustizie e le storture dell’industria culturale è di lottare per la scuola pubblica e l’università pubblica libera e di qualità prima di tutto. È lì che si impara a essere una comunità di lettori, e anche di artisti. E a pensare che questo porti anche a un miglioramento della vita democratica”. È probabilmente a questo conflitto irrisolto che va ascritto il lapsus calami con cui Raimo afferma e al tempo stesso nega che i libri siano una merce (“descrivere il mondo dei libri, della lettura e della scrittura, come un universo felicemente esperienziale, ha eliminato in buona parte l’idea che i libri siano un prodotto diverso dagli altri”). Quanto alla questione politica: se – indipendentemente dalle oscillazioni del mercato e dalle crisi di sovrapproduzione – è vero che si legge meno (che i libri vengano comprati, rubati, fotocopiati o presi in prestito), quel che dovrebbe interessarci è per quale motivo le persone abbiano meno voglia di leggere, per quale motivo gli insegnanti non possano più persuadere alla lettura e i ragazzi abbiano smesso di consigliarsi libri. Facendo coincidere la crescita spirituale delle persone con la salute dell’editoria aziendale, Raimo non può immaginare che si legga meno anche perché i troppi libri (prodotti standard il cui basso costo di produzione è premessa di maggiori introiti) hanno fatto venir meno la fiducia in chi scrive e in chi pubblica. La nostra generazione è stata l’ultima a imparare e credere che si diventi scrittori in un difficile percorso personale fatto tra l’altro di tirocinio linguistico e narrativo, esposizione al mondo, resoconto letterariamente sincero, rifiuto del conformismo, sguardo non pregiudiziale; che tutto ciò possa essere acquisito in un percorso formativo scolastico appare in questa prospettiva paradossale e canzonatorio. Agli occhi della nuova generazione invece si è scrittori come si è propagandisti sui social media; alle scuole di scrittura creativa si aggiungono da qualche tempo quelle per influencer e gli stessi media incoraggiano tale nuova percezione banalizzando interessatamente l’arte dello scrivere (anni fa Walter Siti fece notare che le trasmissioni televisive onorano chiunque della qualifica di scrittore: “giornalista e scrittore”, “sindaco e scrittore”, “architetto e scrittore”. Mi sento, commentava Siti, come se mi avessero portato via una cosa alla quale ho creduto per tutta la vita). > Se è vero che si legge meno, quel che dovrebbe interessarci è per quale motivo > le persone abbiano meno voglia di leggere, gli insegnanti non possano più > persuadere alla lettura e i ragazzi abbiano smesso di consigliarsi libri. Si lamenta spesso che la tecnologia audiovisiva abbia distrutto il libro, che TikTok sia ostile alla civiltà della scrittura: ma anche il libro – nella percezione, nell’uso, nel marketing, nel profitto – appartiene oggi in gran parte all’universo mediatico, tanto che un corso alla scuola di scrittura introduce all’industria. Ecco, mi sembra che le persone leggano meno anche perché se ne sono accorte, e in questo senso il calo della lettura è addirittura consolante. Come se la gente si fosse svegliata. C’è del resto qualcosa di classista nel credere che una società che non legge sia una società peggiore: secondo Raimo gli ignoranti sono, in quanto tali e senz’altro, peggiori di quelli che leggono. Sembra quasi che per lui l’Occidente fascista, razzista, misogino, neoimperialista e autoritario del Ventunesimo secolo sia da addebitare alle persone incolte. A Berlino, dove vivo da tanti anni, ho conosciuto persone semplici che – per parlare come le statistiche – un libro non lo leggono nemmeno in tre anni. Ma sono persone adorabili, percepiscono con chiarezza la devastazione capitalista e detestano il fascismo senza avere letto Rosa Luxemburg. Pochi giorni fa The Guardian ha pubblicato un articolo (“Quality of scientific papers questioned as academics ‘overwhelmed’ by the millions published”) secondo il quale l’attendibilità dei contributi scientifici sulle riviste specialistiche, anche le più prestigiose, sta rapidamente venendo meno. In un sistema di ricerca che fa dipendere l’avanzamento in carriera dal numero degli articoli pubblicati e delle citazioni ottenute, i ricercatori fanno ricerche rapide, semplici e spesso ripetitive che tendono poi a pubblicare, rimaneggiandole, su più riviste. Negli ultimi dieci anni il numero di contributi (spesso scritti usando l’intelligenza artificiale) è aumentato del 48% e ha superato i due milioni, gli scienziati incaricati della “peer review” sono sommersi da testi inutili e spesso contraffatti. Gli editori – decine di migliaia – trovano più lucrativo offrire al pubblico l’accesso gratuito e chiedere agli autori una tassa di pubblicazione che può arrivare a 11.000 euro (tra il 2015 e il 2018 i ricercatori hanno pagato oltre un miliardo di dollari ai cinque più grandi editori accademici). “Everybody agrees that the system is kind of broken and unsustainable”, ha dichiarato il premio Nobel Venki Ramakrishnan. Tutto questo ha favorito lo sviluppo di quelle che in gergo vengono chiamate “cartiere” (imprese che pubblicano a pagamento contributi scadenti o fasulli con veste di autenticità) e sta minando ciò che a partire dal Diciassettesimo secolo fondò il successo della scienza: la fiducia nella sua attendibilità. “Eventually these papers will all be written by an AI agent and then another AI agent will actually read them, analyse them and produce a summary for humans” (Ramakrishnan). Impressionante, ai fini della presente riflessione, è lo sviluppo parallelo, industrialmente condizionato, dell’editoria scientifica e di quella letteraria. La crescita esponenziale delle pubblicazioni che si accompagna alla loro banalità e inutilità, la priorità data al profitto, l’intervento dell’intelligenza artificiale, la fine della fiducia da parte di chi legge. Anni fa un addetto dell’editoria mi spiegò che i ringraziamenti alla fine del romanzo fanno curriculum: più vieni ringraziato e più fai carriera nell’industria (“dove e quanto spesso un ricercatore pubblica, e quante citazioni ottiene il suo contributo, è decisivo per la carriera”, dice l’articolo di cui sopra). Ci sono nel frattempo negli Stati Uniti anche scuole di scrittura creativa per scienziati: una di esse – frequentata da accademici della Cornell University, dell’Imperial College di Londra, del Karlsruhe Institut of Technology e dell’Università di Heidelberg – pubblicizza i propri corsi dicendo “if you incorporate storytelling in your scientific research paper, your reader will find it easier to read and remember. And your journal editor will find a well-written story more persuading than a simple report of the scientific data you obtained. The result? Your scientific paper will be more likely to get published in a top-tier journal when you tell a story”. > Il problema politico è che da decenni l’editoria aziendale ci sommerge di > banalità e con questo ha messo fine al rapporto di fiducia tra chi scrive e > chi legge (una comunità spirituale è venuta meno senza essere sostituita da > una nuova). Nell’epoca del suo trionfo, applicata a ogni campo dell’attività umana, la razionalità economica si risolve nell’autodistruzione del sapere e dell’arte. È questo che dovrebbe interessarci, ed è sintomatico che un intellettuale limpido e attento come Raimo possa invece ricondurre il problema politico a una questione di finanziamenti, aspettandosi un “cambiamento radicale” dalla buona gestione e dalle norme. Il problema politico è che da decenni l’editoria aziendale ci sommerge di banalità e con questo ha messo fine al rapporto di fiducia tra chi scrive e chi legge (una comunità spirituale è venuta meno senza essere sostituita da una nuova); che tanti intellettuali sono organici agli interessi della “filiera” o trovano ovvio che essa provveda alla formazione scolastica degli scrittori; che nella letteratura come nella scienza l’epoca del capitalismo mediatico invita a pratiche estensive, a bassa densità conoscitiva oltre che emotiva, e che nel segno della semplificazione e della ripetizione si sta realizzando una Gleichschaltung delle coscienze. Parafrasando Pasternak si potrebbe dire che la nevrotica relazione di Raimo con l’industria editoriale appare come un prodigio di virtù civica: in verità, nell’attuale stato di capitalismo mediatico e tramonto della democrazia, la produzione editoriale indiscriminata è parte di una questione sistemica e i troppi libri fanno parte di un movimento storico verso l’omologazione e il fascismo. Se ce ne sono di meno dovremmo esserne solo contenti. L'articolo Coscienza politica, letteratura e industria proviene da Il Tascabile.
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La polemica si risolve con la politica
N egli ultimi mesi si sono sviluppati due dibattiti che hanno saturato la bolla del mondo di chi si occupa, a vario titolo, di scrittura. Il 10 aprile Grazia Verasani pubblica un post su Facebook, che poi viene ripreso sul Resto del Carlino e poi da diversi giornali, in cui lamenta il fatto che le presentazioni di libri sono uno sforzo notevole per chi scrive e per chi le organizza ma forse servono sempre meno: > La domanda è: perché ci ostiniamo a presentare, o a cercare recensioni, quando > è diventato quasi umiliante, e non parlo tanto o solo di me, ma in generale: > ho assistito a troppe presentazioni di scrittori anche piuttosto noti vuote di > gente. E ogni volta che gli scrittori vedono una platea semideserta assumono > espressioni da ego ferito che fanno male al cuore. Dobbiamo accettare di > essere un’elite e stare a casa con i nostri animali da compagnia? Accettare > che non legge quasi più nessuno? Chi ce lo fa fare di macinare chilometri per > toccare la triste realtà con mano? Eh, me lo chiedo sempre più seriamente… Le reazioni che seguono e che continuano anche oggi sono state letteralmente migliaia, segno che al di là dello sfogo estemporaneo, c’è un nodo che è stato scoperto. Di che si tratta, però? Il 16 giugno scorso su Substack e poi su che Instagram, su Tik Tok e sul suo blog, una donna con il nickname di Kants Exhibition scrive un post critico nei confronti della scuola Holden. Si chiede se la frequentazione della scuola – lei è un’ex allieva del triennio 2018-21 – e i 20.000 euro di spesa per il corso principale siano davvero utili ad apprendere le tecniche di scrittura o servano invece a conferire uno status e a favorire delle relazioni sociali che si potrebbero acquisire anche in altri modi meno costosi. Anche qui ovviamente ci sono state molte reazioni, compresa quella della scuola Holden stessa, che ha pubblicato un reel che aveva realizzato qualche tempo prima, in cui provava a ironizzare sulla critica, soprattutto riguardo al costo economico. Il video è stato poi rimosso perché le reazioni ancora più urticate hanno investito anche questa difesa d’ufficio. I post sollevano due questioni importanti: la sostenibilità di due pezzi fondamentali della filiera dell’industria editoriale, la formazione degli scrittori e la promozione dei libri. Ma al di là del merito, le due questioni sono soprattutto sintomatiche di un’altra questione, grande quanto un elefante sempre più imponente in una stanza sempre più stretta. In Italia si leggono sempre meno libri, un pezzo consistente del settore editoriale è in crisi e una parte non piccola rischia di chiudere. Ma non è questa la notizia peggiore. La notizia peggiore è che una società che legge di meno peggiora da tanti punti di vista. I dati degli ultimi mesi sono agghiaccianti. Nelle prime 24 settimane del 2025 sono stati comprati due milioni netti di libri in meno, un calo di fatturato di 31 milioni: un dato che equivale al 5% di lettori persi, uno su venti. Le statistiche sul lettorato del 2024 ci davano già conto di una condizione rovinosa. L’Istat rilevava che solo il 40% legge almeno un libro l’anno. Altre statistiche – Eurostat – mostravano che l’Italia è il Paese in Europa dove si legge meno dopo Cipro e la Romania. La percentuale di chi legge almeno un libro l’anno, secondo Eurostat, è del 35%, a confronto di una media europea del 53%. Nel Nord Europa si arriva almeno al 70%, in Francia, Germania e Spagna siamo abbondantemente sopra il 50. Anche nelle rilevazioni dell’AIE (Associazione italiana editori), che sono più confortanti (anche a fronte di una diversa concezione della lettura e di una diversa selezione del campione), restano però alcuni indici significativi, come quello del tempo medio usato per la lettura: quello settimanale si riduce, secondo i dati AIE del 2024 a 2 ore e 47 minuti contro le 3 ore e 16 minuti del 2023 e le 3 e 32 minuti del 2022. > In Italia si leggono sempre meno libri, un pezzo consistente del settore > editoriale è in crisi e una parte non piccola rischia di chiudere. Ma non è > questa la notizia peggiore. La notizia peggiore è che una società che legge di > meno peggiora da tanti punti di vista. Perché si legge meno? Come invertire questa tendenza? Può diventare comprensibile, alla luce di questi dati, come la questione della formazione degli scrittori e la promozione dei libri siano degli epifenomeni, rispetto a problemi sistemici e di lunga durata. Ma la sintomatologia non è da sottovalutare. È chiaro che la vulgata per cui l’editoria, nella sua accezione più ampia – la creazione e la confezione di contenuti – sia un luogo in cui è bello lavorare, che accoglie progetti, desideri, e fa da volano all’emancipazione individuale e collettiva, è una narrazione con sempre più passaggi difettosi e illusori. I social in questo hanno esasperato una tendenza di lunga durata. Descrivere il mondo dei libri, della lettura e della scrittura, come un universo felicemente esperienziale, ha eliminato in buona parte l’idea che i libri siano un prodotto diverso dagli altri. I mondi che contengono possono essere complessi, problematici, conflittuali, inutili, difformi, respingenti, contraddittori. La delusione per una scuola di scrittura che promette una realizzazione delle proprie aspirazioni e richieste e che poi invece non mantiene, o per delle presentazioni che al posto di essere una festa della relazione con i lettori sono solitarie e frustranti, non sono tanto segreti di Pulcinella (di una comunità che fa finta di non essere aspirazionale, in cui il proprio successo dipende tanto dall’impegno prestazionale quanto dall’insuccesso dei propri colleghi, in un mercato che non solo non si allarga ma si restringe); ma è piuttosto l’esito della trasformazione dell’industria culturale dagli anni Novanta in poi. La scuola Holden nasce nel 1994. È lo stesso anno dell’inizio della più grande narrazione politica italiana contemporanea, il berlusconismo: il video con la calza sulla camera, “questo è il Paese che amo, qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti”. Caduto il muro di Berlino, indebolite le Grandi interpretazioni del mondo, basta un bauscia che si spaccia per self made man per rendere credibile politicamente una svolta regressiva spacciata per rivoluzione liberale. Ma il berlusconismo rende chiaro un bisogno: la smania di uscire dal Novecento della serietà e del rigore. Il nuovo miracolo italiano è una grande fiera dell’autoincantamento. Come era accaduto per la televisione commerciale, il modello pubblicitario può costituire uno standard di verità collettivo con il quale identificarsi facilmente, mentre crollano i regimi, i partiti, le ideologie. Alessandro Baricco nel 1994 ha 36 anni, e ha studiato filosofia a Torino. È l’università di Luigi Pareyson, di Umberto Eco, di Gianni Vattimo, la culla del pensiero ermeneutico italiano. Gli anni Settanta sono stati gli anni della svolta ermeneutica. Il conflitto delle interpretazioni (come si intitolava il libro di Paul Ricoeur del 1969) è diventato un conflitto a tutto campo, di massimalismi delle critiche, di ideologie contrapposte, un conflitto anche aspro e persino sanguinario, in cui gli intellettuali hanno pensato che non fosse possibile essere disimpegnati, che ha determinato grandi trasformazioni, ma anche lasciato sul campo morti, feriti, e infine riflusso, e fraintendimenti spacciati per rovesciamenti interpretativi. Il desiderio di demistificazione, ironia, alleggerimento, laicità, sembra emergere di pari passo con la risoluzione emergenziale del contrasto alla lotta armata e alle rivoluzioni postcolonialiste, la repressione delle lotte operaie. Il thatcherismo e il reaganismo per la prima volta rendono suadente la narrazione del potere esaltando i desideri individuali e non le istanze collettive. > Negli anni Novanta il nuovo miracolo italiano è una grande fiera > dell’autoincantamento. Come era accaduto per la televisione commerciale, il > modello pubblicitario può costituire uno standard di verità collettivo con il > quale identificarsi facilmente, mentre crollano i regimi, i partiti, le > ideologie. Decretata la sconfitta della classe operaia, la fine dei gloriosi Trenta, la fede nella narrativa ingloba il disincanto per la politica. Per dire, nel numero di Granta dei best younger novelist del 1983 ci sono scrittori che, di fronte alla degenerazione thatcheriana, mostreranno cosa vuol dire diventare esemplari maestri di questa capacità di trasfigurazione del romanzo politico e sociale in altri generi (romanzo storico, thriller, fantascienza, noir…): Salman Rushdie, Ian McEwan, Kazuo Ishiguro, Martin Amis. Anche per l’Italia la fine del decennio dei Settanta ha un che di funesto. Il 1980 arriva dopo il sequestro e l’omicidio Moro, è il momento in cui le Brigate Rosse si alleano con la Nuova camorra organizzata, è l’anno della marcia dei 40.000. A mettere un punto a quel decennio arriva la pubblicazione del più venduto romanzo italiano del Novecento, Il nome della rosa, 55 milioni di copie in tutto il mondo: una messa in pratica delle idee narratologiche sviluppate da Eco negli anni Settanta in Opera aperta, nel Superuomo di massa o in Lector in fabula, e riprese con precisione nelle Postille al Nome della rosa del 1983, con la consapevolezza che nel giro di vent’anni si è passati dalle idiosincrasie del Gruppo ’63 alla autolegittimazione del postmoderno. Il famoso passaggio: > Ma arriva il momento che l’avanguardia (il moderno) non può più andare oltre, > perché ha ormai prodotto un metalinguaggio che parla dei suoi impossibili > testi (l’arte concettuale). La risposta post-moderna al moderno consiste nel > riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto, perché la sua > distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non > innocente. Penso all’atteggiamento post-moderno come a quello di chi ami una > donna, molto colta, e che sappia che non può dirle “ti amo disperatamente”, > perché lui sa che lei sa (e che lei sa che lui sa) che queste frasi le ha già > scritte Liala. Tuttavia c’è una soluzione. Potrà dire: “Come direbbe Liala, ti > amo disperatamente”. A questo punto, avendo evitata la falsa innocenza, avendo > detto chiaramente che non si può più parlare in modo innocente, costui avrà > però detto alla donna ciò che voleva dirle: che la ama, ma che la ama in > un’epoca di innocenza perduta. Se la donna sta al gioco, avrà ricevuto una > dichiarazione d’amore, ugualmente. Nessuno dei due interlocutori si sentirà > innocente, entrambi avranno accettato la sfida del passato, del già detto che > non si può eliminare, entrambi giocheranno coscientemente e con piacere al > gioco dell’ironia… Ma entrambi saranno riusciti ancora una volta a parlare > d’amore. Comunque, quello che è accaduto è che il più importante intellettuale italiano si è trasformato in un romanziere popolare, il quale confessa come ogni decostruzione faccia venir voglia di costruzione, soprattutto quando la realtà viene sequestrata dalle narrazioni complottarde come era accaduto con il racconto della stagione del terrorismo italiano. Il dispositivo più efficace è quello di inglobare gli scetticismi e cimentarsi con una letteratura che riesca a mantenere un orizzonte demistificatorio nella mistificazione, stabilendo con il lettore un patto più laico, democratico, aperto, in cui si mescolano ironia e credulità, mosse dell’autore e contromosse del lettore. Nel Pendolo di Foucault (1988) questo intento sarà ancora più manifesto. Con il senno di poi, ma forse anche di allora, poteva essere il modo di uscire dal cul-de-sac di chi aveva creduto nelle utopie politiche e ora si trovava ad avere a che fare più che con il sol dell’avvenire con le rovine ridicole di regimi al collasso. Ma anche una mossa del cavallo generativa dopo la morte dell’autore decretata dai vari Paul De Man, Roland Barthes, Michel Foucault. A prendere la parola all’inizio degli anni Ottanta sono nuovi autori, che si riconoscono già in una generazione disincantata, escapista, che diserta, che ama viaggi, naufragi, deragliamenti, digressioni, narrazioni picaresche: Enrico Palandri, Pier Vittorio Tondelli, Andrea De Carlo, Aldo Busi, Daniele Del Giudice… > Non si sa se Baricco abbia letto La filosofia dopo la filosofia o l’ancora più > radicale Verità e progresso di Rorty. Ma condivide questa visione che, in nome > della laicità e del postmoderno, sostituisce la narrazione all’interpretazione > come modello principale per aver a che fare con il mondo. Nel 1989, mentre prende forma questa mutazione, viene pubblicato Contingency, irony and solidarity, un libro di Richard Rorty che verrà tradotto in italiano come La filosofia dopo la filosofia. Dentro appare l’esito prevedibile della ricerca della filosofia ermeneutica. La ricerca della verità viene spogliata di ogni orizzonte fondazionalistico. Non c’è alcun motivo, dice Rorty di privilegiare l’epistemologia rispetto, poniamo, all’estetica o alla teoria della letteratura una volta introdotto il concetto di ineffabilità della verità. La filosofia come critica per la ricerca della verità, quel modello che nel bene e nel male, abbiamo fatto nostro dall’illuminismo in poi, qui viene invece sostituito da una prospettiva scettica che vede la verità come successo. Non si sa se Baricco abbia letto La filosofia dopo la filosofia o l’ancora più radicale Verità e progresso di Rorty. Ma sappiamo dalle cose che scriverà di lì a poco che condivide questa visione che, in nome della laicità e del postmoderno, sostituisce la narrazione all’interpretazione come modello principale per aver a che fare con il mondo. È lui stesso a raccontare anni dopo questa sua svolta, e indica come data finalmente periodizzante il 1997, quando si autocommissiona per Repubblica un articolo sul passaggio della cometa Hale-Bopp. Il direttore di Repubblica è Ezio Mauro, con cui Baricco ha già cominciato a collaborare alla Stampa e con cui condivide un’idea di giornalismo narrativo. Lo storytelling. > […] Hale-Bopp, sembra un nome inventato e invece erano i due astronomi > semidilettanti che avvistarono per primi questa cometa che ad un certo punto, > nel 1997, passò molto vicina alla terra […] > Al tempo lavoravo, ma anche adesso, per un giornale, italiano, quotidiano, > Repubblica, […] Non il tipo di giornalismo che si faceva quando io ero > piccolo… Quando io ero piccolo i giornali erano di una noia sconfortante. > Questo è un giornalismo creato negli anni ’90 e uno di quelli che lo hanno > inventato, non il solo, ma uno di quelli che lo hanno inventato era il mio > direttore del giornale in quel momento. Quindi era uno che c’aveva l’istinto, > c’aveva la velocità, proprio il senso, proprio il sentimento per l’aspetto > narrativo del mondo. È lui con gli altri che hanno tirato fuori dalla cronaca > del mondo il potere dello storytelling e delle storie… Un genio, a suo modo. E > difatti quando sentì che alla gente piaceva questa storia della cometa […] > tirò su il telefono e telefonò a me, e mi disse […]potresti andarla a vedere e > fare un bel pezzo, di quelli tuoi, così un po’… da scrittore, così no… Erano > gli anni ’90, adesso siamo più smaliziati, allora questo era ancora > abbastanza…non dico rivoluzionario, ma era nuovo in un certo modo. > E lì era praticamente 4/5 giorni prima del giorno fatidico, che era il 24 > marzo che era il giorno della massima vicinanza della cometa. L’attesa per > questa cometa era stata tale che alcune città più New Age di altre, avevano > perfino deciso quel venerdì 24 Marzo, di spegnere una parte delle luci della > città di modo che la gente con lo sguardo su vedesse in cielo passare senza > troppo inquinamento di luci questa cometa. > Intere città che si oscuravano per la bellezza di vederla passare, il 24 > marzo. > Cosi quando il direttore mi disse ‘valla a vedere, scrivi un pezzo’, gli dissi > ‘sì volentieri’ […] ok vado venerdì poi ti faccio il pezzo il giorno dopo, > d’accordo […] > E sentii un lungo silenzio dall’altra parte del telefono… Ero anche stupito > perché avevo detto di sì una volta tanto, perché spesso dicevo di no, ma avevo > detto di sì… Di solito lui era entusiasta […] e poi sento lui che dice ‘beh un > po’ tardino però’ […] ‘no io pensavo che potevi andare stasera a vederla’ > erano tipo quattro giorni prima. > […] Io gli dico ‘ma insomma la cometa passa il 24 Marzo’. Ed ecco cosa mi > rispose lui, un genio… Mi rispose ‘la cometa passa quando lo diciamo noi’. > Adesso detto così voi dite ‘ma chi è questo essere immondo’… No guarda, invece > aveva capito esattamente. […] La sera alle 11 ero in collina fuori Torino a > vedere questa roba piccolissima che si vedeva anche male ero nel nulla non > c’era nessuno che la guardava, la gente pensava ad altro, c’era una macchina > con una lucina, una stradina… > […] Scrivo il pezzo e Repubblica esce effettivamente in anticipo sul giorno > della cometa, cioè il giorno prima del giorno della cometa, ed esce con queste > paginate bellissime in cui c’era anche il mio pezzo […] E quel giorno dato che > poi i media si ispirano l’uno con l’altro, tu non potevi aprire il giornale > che c’erano paginate sulla cometa, la cometa, la cometa… Quella sera tutti col > naso su, a guardare la cometa. > Il giorno dopo, 24, giorno della cometa le città spengono la luce… La gente > sacramenta dice ma cos’è ’sta storia che avete spento le luci, perché la > cometa non esisteva già più se l’erano vista il giorno prima ‘la cometa passa > quando lo diciamo noi’. Fatti senza storytelling non esistono. Se sai gestire > lo storytelling puoi anche anticipare un fatto di un paio di giorni, ma anche > di una settimana. Se sei molto bravo un mesetto prima guarderanno la cometa > che non c’è neanche ma è come se la vedessero. Ma non perché sono scemi. No. > Perché tu sei bravo in quella circostanza lì. Ma il passaggio che Baricco descrive e che contribuisce a produrre non è solo un cambiamento di tipo sociale e culturale, ma vuol essere anche un turn teorico. Questa consapevolezza Baricco la spiega nelle pagine di curatela del testo di Walter Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov. Si tratta di un saggio del 1936 che Einaudi ripubblica nel 2010 con note e commento di Baricco, che è – a suo stesso dire – una sorta di manifesto politico letterario di Baricco e della scuola Holden. > Anni fa, quando la Scuola Holden era appena nata, questo testo ne era per cosí > dire la Bibbia. Lo si studiava con grande lentezza e cura, in un lettorato che > durava l’intero primo anno di studi e che era tenuto dal preside, cioè da me. > La ragione era semplice: la Holden è una scuola di narrazione, e Benjamin è > colui che meglio di ogni altro ti può introdurre a riflettere su cosa mai > voglia dire, veramente, quel termine. Cos’ha di sacro questo testo di Benjamin è presto detto: è un antidoto al Novecento della Crisi, delle Avanguardie, della dialettica dell’illuminismo, delle Grandi Interpretazioni. Sempre Baricco: > La prima cosa che va detta è che Benjamin ha il merito di riportare la > narrazione al posto che le spetta, dandole una centralità, nell’umano > pellegrinaggio, che non è scontata. Oggi noi ci troviamo a vivere in una > società fortemente segnata dalle narrazioni, ma bisogna ricordare che non > sempre è stato cosí. Se vogliamo essere piú precisi, non ci deve sfuggire che > dall’inizio del Novecento fino almeno a tutti gli anni Ottanta del secolo, > narrare è stato, in Occidente, un gesto minore, e spesso misconosciuto. Tutta > l’esperienza delle avanguardie (a cui proprio l’entourage intellettuale di > Benjamin aveva dato un fortissimo sostegno ideologico), aveva in qualche modo > imposto una sostanziale equazione tra valore dell’opera e suo mutismo > narrativo. L’Ulisse di Joyce, i quadri di Mondrian, la musica di Schönberg, > per fare degli esempi, determinavano una concreta eclisse del narrare, > indicando come direzione della ricerca obiettivi completamente differenti. > Nello scrivere letterario si è arrivati a un estremismo antinarrativo che fino > agli anni Ottanta ha preteso, e a volte ottenuto, di confinare a pratica > kitsch qualsiasi desiderio, semplice, di raccontare storie. E nello stesso > cinema, che per le sue radici plebee da luna park aveva una sorta di > lasciapassare per la volgare pratica del narrare, è rimasta comunque a lungo > una linea di demarcazione tra prodotto commerciale e film d’arte dove > l’accesso all’arte era spesso fatto risalire al rattrappirsi dell’enfasi > narrativa. Nel cuore di un simile processo, nel 1936, Benjamin innalza il > narratore nella cerchia dei maestri e dei saggi. Di piú, lo ricostruisce come > forza originaria, come mito di fondazione, come pietra angolare > nell’architettura dell’umano. In realtà ridurre, come fa Baricco, il Novecento a un secolo di mutismo narrativo e fare di Benjamin un militante contro le avanguardie è una semplificazione se non una forzatura. Nel 1936 Benjamin reagiva a György Lukács e alla sua Teoria del romanzo, in cui veniva contrapposta la scrittura epica a quella romanzesca. Leskov è per Benjamin un esempio della permanenza della possibilità del racconto originario, l’epica, il racconto collettivo, dentro e contro le pastoie del romanzo borghese dell’Ottocento. Insomma Leskov per Benjamin non è contro le avanguardie, ma è avanguardia. Nel 2009 esce, sempre per Einaudi, il saggio-manifesto sulla letteratura italiana a firma di Wu Ming, intitolato New Italian Epic. Anche tra i numi tutelari di Wu Ming c’è Walter Benjamin e in particolare Il dramma barocco tedesco (che Baricco liquida come testo incomprensibile in una nota del Narratore). Wu Ming scrive: > Portando il discorso alla sua inevitabile conseguenza, si può dire che tutte > le opere narrative siano ambientate nel passato. Anche quando il tempo verbale > è il presente, si tratta di una forma di presente storico: il lettore legge > di cose già pensate, già scritte, già oggettivate nel libro che ha in mano. > Dunque tutte le narrazioni sono allegorie del presente, per quanto indefinite. > La loro indeterminatezza non è assenza: le allegorie sono «bombe a tempo», > letture potenziali che passano all’atto quando il tempo giunge. La definizione > dell’allegoria come «espediente retorico» si mostra del tutto inadeguata, e > infatti Walter Benjamin, nel suo Il dramma barocco tedesco (1928), descrisse > l’allegoria come una serie di rimbalzi imprevedibili, triangolazione fra > quello che si vede nell’opera, le intenzioni di chi l’ha creata e i > significati che l’opera assume a prescindere dalle intenzioni.  Questo livello > dell’allegoria è privo di una “chiave” da trovare una volta per tutte. È > l’allegoria metastorica […] ciò che diverse narrazioni hanno in comune sotto > le apparenze, e sotto i livelli più vicini alla superficie. Per Baricco e per Wu Ming la lezione di Eco sull’opera aperta e la rilettura di Benjamin come precursore di questioni contemporanee porta a esiti differenti ma avvicinabili, con una convinzione comune: le storie hanno un potere. Un potere di liberazione estetica, per Baricco; un potere di emancipazione politica per Wu Ming. Quello che ovviamente non era stato preso in considerazione era che la consapevolezza del potere delle storie viene incamerata presto dal capitalismo più aggressivo. È Baricco stesso che citando Christian Salmon, nel 2008 sul Corriere della sera, ha già risposto in un’intervista sul dilagare dello storytelling che lui stesso aveva sdoganato soltanto dieci anni prima. > Adesso tutto è narrativo: vai in una macelleria e il modo di esporre le carni > è narrativo. Ormai è impossibile sentir parlare uno scienziato normalmente: > anche lui narra. Lo stesso vale per i giornali, che hanno sostituito al > settanta per cento l’informazione con la narrazione. E poi c’è la > contaminazione con il marketing. Lì comincia il pericolo, così come quando > lo storytelling entra nella comunicazione politica. Adesso sono diventati > così bravi da riuscire a vendere quello che vogliono se riescono ad azzeccare > la storia giusta. Siamo alla fine degli anni zero, e i social network sono appena nati. La pervasività e la violenza del capitalismo digitale non è ancora così evidente. La crisi delle ermeneutiche che si pensava potesse essere attraversata da una nuova considerazione della narrazione ha invece portato a un esito più problematico e allarmante: una palmare crisi epistemica. Il paradigma del senso, scientifico, logico, narrativo, rischia di venire sostituito dalla frammentazione, la ricerca della verità dalla nonverità, la critica dall’eristica, il senso dal nonsenso. Sicuramente Rorty non l’aveva immaginato, quando difendeva la figura dell’ironico liberale come nuovo modello dell’intellettuale. Quell’ironico liberale si è trasformato in un pagliaccesco imbonitore mistificatore autoritario. Quale è il posto per la letteratura al tempo della narrativa che diventa marketing o propaganda? > Le storie hanno un potere. Un potere di liberazione estetica, per Baricco; un > potere di emancipazione politica per Wu Ming. Quello che ovviamente non era > stato preso in considerazione era che la consapevolezza del potere delle > storie viene incamerata presto dal capitalismo più aggressivo. Baricco scrive The game nel 2018, Wu Ming1 scrive La Q di Qomplotto nel 2021. Anche questi saggi sono accostabili. Complessi e articolati. Il primo, semplificando molto, invita a una mutazione antropologica. La rivoluzione del web è inaggirabile, occorre riconoscerne i codici e provare a farli interagire con quelli che abbiamo imparato dalle pratiche artistiche e estetiche precedenti. Il secondo è una ricognizione meno pacificata. Riconosce una enshittificazione ormai avvenuta della rete, e di fatto invita a una critica e un’analisi che è al tempo stesso sottrazione. Nel 2019 Wu Ming aveva già pubblicato in rete un lungo saggio in due puntate in cui annunciava l’abbandono dei social, L’amore è fortissimo. Il corpo no. Dieci anni di esplorazione tra Giap e Twitter (2009-2019). Arriviamo a oggi. Questa lunga, disomogeneissima, escursione nel passato prossimo della riflessione sulla narrativa italiana, può concludersi con le due polemiche da cui eravamo partiti: la manifestazione d’insofferenza e delusione di un’ex allieva della scuola Holden per la formazione allo storytelling, a cui sono seguite molte reazioni dello stesso segno o di segno contrario; la manifestazione di insofferenza e delusione di una scrittrice per le presentazioni, a cui sono seguite molte reazioni dello stesso segno o di segno contrario. Le due lamentele sembrano il segnale di una questione sistemica, come dicevamo all’inizio. La bolla dei lettori si è ristretta. Le infrastrutture culturali che pensavamo solide, la scuola, l’università, il sistema bibliotecario, il sistema istituzionale di sostegno all’editoria, vengono costantemente indebolite attraverso definanziamenti e cattiva gestione, mancano di norme che guidino un cambiamento radicale. In altri Paesi, come la Spagna per esempio, è accaduto, già negli anni zero. Un disfacimento che si è mostrato anche in momenti grotteschi e avvilenti come l’ultima fiera di Francoforte dove l’Italia come Paese ospite è riuscita a presentarsi senza un progetto di sistema, con uno status immiserito dall’arroganza del potere, perdendo del tutto un’occasione di esposizione e riflessione internazionale. > Le infrastrutture culturali che pensavamo solide, la scuola, l’università, il > sistema bibliotecario, il sistema istituzionale di sostegno all’editoria, > vengono costantemente indebolite attraverso definanziamenti e cattiva > gestione, mancano di norme che guidino un cambiamento radicale. Il mondo di chi scrive e legge e produce e compra e dà importanza ai libri è in umiliante contrazione. E quindi, che si fa? Le reazioni sono spesso pavloviane e controproducenti. Solidificare delle posizioni di rendita, come spesso fanno le case editrici, le società di distribuzione o di vendita, non risolve ma amplifica il problema più urgente: come arrivare ai nonlettori, ai lettori deboli, a chi non può permettersi consumi culturali. Sembra significativo che la risposta di Baricco e della Holden a questione sistemica sia, nel piccolo, esemplarmente, di ripensare la dimensione live dell’esperienza estetica. L’ultima iniziativa della scuola Holden, ideata da Baricco con Enrico Melozzi, è la Traviata da cortile, che prevede la trasformazione della scuola Holden in uno spazio scenico. Wu Ming è più esplicito nel programma che segue e che propone per ripensare e rinnovare la relazione con la comunità dei lettori. Nell’intervista che Wu Ming 1 ha rilasciato a Loredana Lipperini per Lucy, c’è una importante considerazione di sistema che risponde alla manifestazione d’insofferenza e prova a politicizzarla: > Allora il problema è a monte: è quello delle vite logoranti, della fatica > mentale, dei lavori di merda. Senza queste premesse, l’attività predatoria > delle piattaforme di Big Tech, il loro estrattivismo, sarebbe molto più > difficile. Aggiungiamoci i salari bassi, le pensioni da fame… Molte persone i > libri non riescono più a comprarli. Le presentazioni dei libri per Wu Ming sono il pretesto per fare delle assemblee, per avere dei momenti di confronto politico in senso lato, allora: > Presentare è ciò che più fa vivere un libro, e nei casi migliori lo trasforma > proprio in un utensile, tipo coltellino svizzero, a disposizione di chi vive i > territori. In questi mesi Gli uomini pesce – certo, per i temi che tocca e per > come lo fa, ma anche perché lo sto portando in giro a più non posso – è > diventato un dispositivo per catalizzare energie e far convergere soggetti > diversi. Alle presentazioni di questo libro sono nate collaborazioni, alleanze > e amicizie. E questo non è esclusivo dei libri di Wu Ming: mutatis mutandis, > può accadere con altri libri, è accaduto, accade. > […] Incontrare lettrici e lettori è già politico, mi spingo a dire che è già > lotta. La letteratura non è politica tanto per il suo contenuto, quanto per i > legami che può stabilire. I colleghi e le colleghe che pensano di sostituire > questo con una presenza – e una vanvera tuttologica – a getto continuo sui > social si stanno consegnando all’irrilevanza. Irrilevanza non a livello > mediatico: irrilevanza nella vita delle persone in carne e ossa. La rivendicazione e la riscoperta di momenti di confronto pubblico, della dimensione dal vivo, come la crescita pur con tutte le difficoltà dei festival letterari, è anche l’indice però di un vuoto che si aperto altrove. Esattamente quella crisi del welfare culturale pubblico italiano. Sono le scuole, le biblioteche, e soprattutto le università i luoghi dove questa dimensione pubblica, e questo confronto collettivo sui testi, a partire dai testi, può avvenire in modo continuo, aperto a tutti, approfondito. Quello che queste strategie di resistenza, più o meno efficaci, più o meno politiche, cercano di fare è un lavoro – spesso strenuo – di supplenza rispetto allo svuotamento di quei luoghi. A metà degli anni Novanta, facevo filosofia all’università, mi ritrovai a frequentare tutti i venerdì pomeriggio gli incontri di una rivista. Uno studente di lettere Emiliano Caprio aveva partecipato a un bando dell’Università La Sapienza di Roma ed era riuscito a farsi finanziarsi una rivista che aveva chiamato Liberatura, rivista di libera scrittura. Per tre anni dal 1995 al 1999, ci riunimmo nelle stanze del dipartimento di filologia romanza, per leggere e discutere di testi che scrivevamo. Una microscopica selezione di questi testi poi veniva raccolta nel numero annuale che veniva pubblicato; pubblicare non era il primo dei nostri interessi. Vederci e discutere erano un’esperienza già coinvolgente di per sé. Questi incontri settimanali erano lunghi, popolati, e ogni volta diversi: piano piano venne fuori un gruppo che era una composita redazione allargata di studenti e ex studenti, narratori, poeti, drammaturghi, di cui quasi nessuno aveva pubblicato nemmeno in fanzine. Alcuni che animavano questi incontri sarebbero diventati poi degli autori pubblicati, professionisti, anche un po’ noti, in campi della scrittura molto diversi, dalla saggistica alla poesia al teatro alla narrativa al fumetto. Giordano Tedoldi, Paolo Pecere, Marco Mantello, Simone Consorti, Veronica Raimo, Francesco Longo, Sara Ventroni, Fabio La Piana, Angela Maria Rucco alias Veronika Bekkabunga, Laura Cingolani, Adriano Marenco, Lucio Del Corso, Paolo Pagnoncelli… Altri, con un talento cristallino, avrebbero smesso di scrivere, Leonardo Pafi, Francesco Russo. C’era anche chi, come Martina Testa, si sarebbe messa a lavorare come traduttrice e editor nell’editoria. Sicuramente me ne dimentico molti altri. > La buona battaglia per gli intellettuali o per chi riconosce le ingiustizie e > le storture dell’industria culturale è di lottare per la scuola pubblica e > l’università pubblica libera e di qualità prima di tutto. È lì che si impara a > essere una comunità di lettori, e anche di artisti. Quello che non dimentico è la libertà che l’università pubblica diede a dei poco più che ventenni per così tanto tempo, finanziando poco ma intelligentemente e soprattutto concedendo spazi, per dare vita e inventare una rivista indipendente. Una rivista indipendente voleva dire soprattutto una scuola di formazione letteraria: imparammo sul campo, consigliandoci libri da leggere, scambiandoci bibliografie, e soprattutto facendo un lavoro militante di lettura e revisione dei testi degli altri. Allora immaginavo fosse quello che accadeva normalmente nelle università pubbliche. Di lì a poco mi resi conto che invece ero stato fortunato, perché avevo vissuto quella che era una parentesi temporale che sarebbe terminata a breve: l’università sarebbe rimasta vittima di definanziamenti e della involuzione neoliberista. Lo realizzai bene proprio quando cominciai a leggere Mark Fisher che raccontava come l’università – nel suo caso Warwick – era stata la fucina di laboratori di riflessione teorica e pratiche artistiche d’avanguardia. Nel 1995 Sadie Plant a Warwick aveva fondato la CCRU, la Cybernetic Culture Research Unit, un leggendario gruppo matrice di molte delle cose più interessanti della cultura cosiddetta alternativa inglese dei decenni successivi. Fisher partiva dalla sua esperienza per ragionare di come il capitalismo neoliberista avesse attaccato proprio questo tipo di funzione dell’università, rendendole dei luoghi di competizione e conformismo. Per questo la buona battaglia per gli intellettuali o per chi riconosce le ingiustizie e le storture dell’industria culturale è di lottare per la scuola pubblica e l’università pubblica libera e di qualità prima di tutto. È lì che si impara a essere una comunità di lettori, e anche di artisti. E a pensare che questo porti anche a un miglioramento della vita democratica. L'articolo La polemica si risolve con la politica proviene da Il Tascabile.
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“L’intelligenza artificiale è un impero: il potere in mano a pochi che sfruttano le risorse della comunità”: la scenario devastante descritto da Karen Hao
L’esperta di tecnologia ha pubblicato un libro - Empire of AI | Inside the reckless race for total domination - che descrive un nuovo imperialismo in cui poche aziende tech si arricchiscono sfruttando dati comuni e risorse naturali “L’intelligenza artificiale è come un impero dove il potere è accentrato nelle mani di pochi che si arricchiscono sfruttando le risorse delle comunità più vulnerabili. Il rischio più grande di permettere a questi imperi di IA di continuare ad operare è una completa perdita di potere di autodeterminazione del nostro futuro. In quel mondo la democrazia non può sopravvivere”. Karen Hao è un’esperta di tecnologia (ex direttrice della rivista MIT Tech Review e corrispondente tech da Hong Kong per il Wall Street Journal) ed è arrivata a questa conclusione dopo essere stata embedded per tre giorni dentro OpenAI e aver condotto 300 interviste a personaggi che gravitano attorno al suo fondatore Sam Altman, oltre ad ex dirigenti ed impiegati di Meta, Microsoft, Google, DeepMind e Anthropic. Gli imperatori. * UNA NUOVA ERA COLONIALE * INTELLIGENZA INSOSTENIBILE * CERVELLI AI-DIPENDENTI * LA SOLUZIONE? Leggi l'articolo
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Prompt di Fine Mondo - il nuovo romanzo di Agnese Trocchi
Disponibile da maggio 2025 il nuovo romanzo di Agnese Trocchi: Prompt di Fine Mondo. Come andarono veramente le cose nell’attentato multiplo del 2 marzo 2027 che vide la distruzione dei principali data center statunitensi? Una gestazione di sei anni, un romanzo di fantascienza ucronica, un viaggio attraverso le capitali d’Europa e del Sud America, vite che si intersecano ad alta quota, un archivio digitale in cui distinguere racconti artefatti da memorie vissute… fino a vedere oltre tutti gli strati. Cosa successe veramente nell’attentato multiplo del 2 marzo 2027 che vide la distruzione dei principali data center statunitensi? Scopritelo leggendo Prompt di Fine Mondo, ma fate attenzione perché è un romanzo ricorsivo! Una spirale mitopoietica! Leggi la sinossi e come ottenere il libro sul sito di C.I.R.C.E
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Pedagogia Hacker, online il testo completo del libro
Il libro di Carlo Milani e Davide Fant, edito da elèuthera è leggibile online sul sito dell'editore, rilasciato in licenza creative commons CC BY-NC-SA (condividi, riusa allo stesso modo per scopi non commerciali, attribuendo l'opera all'autore). I dispositivi digitali oggi più diffusi limitano i nostri spazi di autonomia, ci sottraggono tempo ed energie, riducono le persone a profili mercificati. In un contesto del genere è sempre più urgente sviluppare strumenti educativi e autoeducativi capaci di aprire nuovi spazi di consapevolezza e libertà. Per ridurre l'alienazione tecnica, la pedagogia hacker ci propone di indagare le nostre relazioni con le tecnologie, guardando dietro lo schermo per riconoscere le dinamiche oppressive e sperimentare pratiche di immaginazione liberatoria. È un approccio critico e creativo che procede per attivazioni grazie alle quali gli schermi incontrano i corpi, la tecnologia è interrogata anche attraverso l'arte, il teatro, la poesia, e il gioco torna a essere spazio di emancipazione. Questa esplorazione invita a costruire relazioni appropriate con il digitale, rivolgendosi in particolare a chi educa e insegna, a chi si cura della psiche, a chi fa arte, a chi lavora con la tecnica, ma anche a chiunque sia alla ricerca di pratiche concrete per decolonizzarsi e abitare la tecnologia con un'attitudine conviviale. Leggi il testo intero
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