I l 9 ottobre 2015, intorno alle sei del mattino, le forze dell’ordine
sgomberano Atlantide dal Cassero di Porta Santo Stefano, a Bologna. Per
diciassette anni quello spazio ha ospitato collettivi femministi, queer e punk,
iniziative culturali e concerti in cui la corrente saltava e i corpi si
sostenevano a vicenda nella calca. Dopo lo sgombero lo spazio rimane vuoto per
quasi un decennio. Quando riapre durante Art City 2025, infiocchettato, accoglie
Elegy, un’installazione video e audio dell’artista sudafricana Gabrielle Goliath
sulla violenza patriarcale e queerfobica: proprio i temi che avevano
attraversato la vita di Atlantide. Lo spazio viene riutilizzato per esporre i
temi delle pratiche che ne erano state espulse. L’esperienza di Atlantide non
viene menzionata neppure nel post su Instagram che annuncia la mostra.
Salvatore Papa ricostruisce questa vicenda in Bologna non è un’isola felice.
Retoriche e realtà del brand urbano (2026). L’accostamento fra lo sgombero e la
riapertura restituisce il metodo dell’inchiesta. Papa raccoglie dichiarazioni,
segue le destinazioni degli edifici, torna sui luoghi quando l’urgenza invocata
per quei provvedimenti è passata. Il Comune aveva giustificato lo sgombero con
la necessità di destinare lo spazio ai servizi sociali del quartiere. Il Cassero
è però rimasto vuoto per quasi un decennio, un’attesa difficile da conciliare
con l’urgenza proclamata. L’abbandono istituzionale e la successiva
valorizzazione possono essere fasi dello stesso processo: svuotare un luogo
delle attività e delle relazioni che lo sostenevano lo rende più vulnerabile a
nuovi usi imposti dall’esterno. La brandizzazione delle città, il cosiddetto
decoro, la gentrificazione, la questione abitativa, la turistificazione sono
temi che si intrecciano ma al tempo stesso si mostrano come gli ingranaggi di
una macchina che, anno dopo anno, amministrazione dopo amministrazione, divora
luoghi, persone e apparati simbolici.
Il libro ricostruisce il cambiamento attraverso le decisioni con cui Bologna ha
cercato di competere con altre destinazioni per attirare visitatori e
investimenti. In questa competizione, la reputazione culturale ha acquisito un
valore economico: offre ragioni per scegliere una meta, consumare nei suoi
locali, investire nei suoi immobili. Negli ultimi vent’anni le politiche
pubbliche bolognesi si sono progressivamente orientate verso questi obiettivi.
L’attrattività diventa un criterio con cui valutare il successo di
un’amministrazione, mentre resta ben più opaca la distribuzione dei suoi
benefici e, soprattutto, dei suoi costi. La città mette a reddito la propria
differenza culturale mentre restringe le condizioni materiali che l’hanno resa
possibile.
Nel 2013, il progetto Bologna City branding avvia un’indagine su come i turisti
percepiscono la città. Fra i tratti più riconoscibili emergono la cultura,
l’accoglienza e la vita giovanile. La scelta politica cade però sul cibo: l’anno
successivo viene presentato il marchio Bologna City of food, anche in vista
dell’Expo di Milano del 2015, dedicata all’alimentazione. Mortadella e
tortellini diventano gli ambasciatori della città presso il pubblico
internazionale. La dotta e la rossa possono accomodarsi, tocca alla grassa
rappresentare la famiglia.
> L’abbandono istituzionale e la successiva valorizzazione possono essere fasi
> dello stesso processo: svuotare un luogo delle attività e delle relazioni che
> lo sostenevano lo rende più vulnerabile a nuovi usi imposti dall’esterno.
Papa richiama il geografo David Harvey, studioso dei rapporti fra capitalismo e
trasformazioni urbane, per spiegare come la specificità culturale di una città
possa generare una “rendita monopolistica”: una storia costruita
collettivamente, attraverso abitudini e pratiche sedimentate, diventa una
risorsa economica per chi possiede immobili o gestisce attività capaci di
sfruttarne l’attrattiva. Harvey ne sottolinea la contraddizione: la
commercializzazione rende sempre più uniforme proprio ciò che viene venduto come
unico.
Papa racconta la proliferazione dei negozi di mortadella e la sostituzione di
attività indipendenti con catene: l’autenticità locale si presta a un’offerta
ripetibile, riconoscibile e facilmente consumabile. Questa standardizzazione
urbana è anche culturale, normativa: selezionare le attività che possono trovare
spazio significa orientare le abitudini, gli incontri e le esperienze possibili.
Anche mangiare è una pratica collettiva, ma quando diventa il criterio dominante
con cui organizzare un centro urbano, le esigenze di chi lo frequenta per
consumare acquistano un peso crescente rispetto a quelle di chi deve abitarlo.
La promozione dell’identità modifica così la vita quotidiana dalla quale quella
stessa identità scaturiva.
Nel 2018, l’unione delle deleghe alla cultura, al turismo e alla promozione
della città nelle mani di Matteo Lepore dà forma amministrativa all’equivalenza
fra valore culturale e attrattività. La cultura viene così valutata per il suo
contributo alla promozione sulle tratte turistiche, mentre si restringe lo
spazio per il conflitto, la sperimentazione autogestita e i desideri che non
coincidono con gli obiettivi del marketing urbano. Ripercorrendo la successiva
campagna elettorale del 2021, Papa scrive: “Il candidato sindaco sapeva bene che
se il turismo genera denaro, la cultura può trasformarsi nell’olio che fa girare
la macchina producendo un apparato simbolico funzionale allo storytelling”.
Questo rapporto si traduce anche nei criteri di finanziamento: fino al 2025, il
bando di Bologna Estate assegnava un punteggio aggiuntivo alle iniziative
rivolte a un pubblico turistico. Per chi proponeva un progetto, intercettare
quei visitatori significava dunque avere maggiori possibilità di ottenere
sostegno.
Papa sottolinea le conseguenze di questa scelta sulla produzione culturale,
mettendola a confronto con la storia cittadina. Nei decenni passati, il richiamo
esercitato da Bologna doveva molto a esperienze nate fuori dalle logiche del
mercato, in spazi dove era possibile sperimentare senza dover dimostrare
l’utilità economica di ciò che si faceva. Il loro valore comprendeva anche la
possibilità di organizzare la vita insieme: trovare accordi di vicinato,
inventare forme di sostegno, generare occasioni d’incontro, decidere quali
attività e propensioni sostenere. Sono le pratiche ordinarie attraverso cui,
nella lettura di Michel de Certeau, storico e teorico della cultura, gli
abitanti rielaborano gli spazi predisposti da altri, aprendoli a usi non
previsti.
> La commercializzazione rende sempre più uniforme proprio ciò che viene venduto
> come unico.
Lo storico urbano Leo Hollis osserva che riappropriarsi dei luoghi attraverso
l’azione collettiva trasforma anche chi vi partecipa. La cittadinanza diventa
una capacità che si esercita: l’organizzazione delle controculture bolognesi
permetteva a chi vi partecipava di apprendere un’autonomia concreta, di
sperimentare forme di cooperazione, di verificare che una parte della città
poteva funzionare secondo regole elaborate da chi la frequentava. Darsi regole
proprie significava anche poter contestare le scelte dell’amministrazione e
rivendicare una parte del potere di decidere sulla vita urbana. Riconoscere il
contributo di quelle esperienze alla reputazione cittadina può diventare un modo
piuttosto conveniente di apprezzarle: si incassa il prestigio della “città
alternativa”, mentre l’autonomia di chi l’ha resa tale viene trattata come un
intralcio amministrativo.
Il testo con cui le attiviste reagiscono alla mostra del 2025 nel Cassero si
intitola Atlantide non è un museo. Ricordano che lo sgombero resta un conflitto
aperto, ancora da sanare. Nella loro risposta, la memoria dello spazio
sopravvive come un fantasma, inseparabile dalla possibilità di continuare a
praticare ciò che vi era nato. Il ritorno di temi femministi e queer nella
programmazione del Cassero lascia irrisolta questa perdita. La mancata menzione
di Atlantide nel racconto della riapertura sottrae al luogo una radice viva
della sua storia: lo spazio torna disponibile mentre viene omessa la storia di
chi lo aveva fatto vivere. Anche le idee più radicali possono slegarsi dai
corpi. È qui che la memoria diventa una rivendicazione politica: chi ha
costruito quell’esperienza rivendica il diritto di proseguirla e trasformarla.
Il passato rimane aperto perché contiene possibilità che lo sgombero ha
interrotto, senza esaurirle.
Papa segue questa continuità fra persone, pratiche e luoghi anche nella storia
di Xm24, lo spazio autogestito nato nell’ex mercato ortofrutticolo di via
Fioravanti, in Bolognina. Vi trovavano posto la Scuola di Italiano CON Migranti,
una palestra, un laboratorio informatico, il mercato contadino di Campi Aperti e
concerti hardcore. L’elenco restituisce la varietà di bisogni e desideri che
trovavano posto nello stesso edificio. Un’assemblea settimanale organizzava le
attività gratuite e decideva come usare lo spazio. L’autonomia in quel luogo
aveva la forma della quotidianità.
> L’organizzazione delle controculture bolognesi permetteva a chi vi partecipava
> di apprendere un’autonomia concreta, di sperimentare forme di cooperazione, di
> verificare che una parte della città poteva funzionare secondo regole
> elaborate da chi la frequentava.
Attorno a Xm24 però il quartiere cambiava. La nuova sede del Comune, la stazione
Alta velocità e i progetti immobiliari rafforzavano i collegamenti con il centro
e richiamavano gli interessi degli investitori. Nel 2017, il presidente del
quartiere Navile, Daniele Ara, la descriveva come “una zona autentica, che
meglio di altre racconta la vita dei bolognesi”, e dunque, ça va sans dire,
adatta ad accogliere nuovi turisti. Per i futuri visitatori, una promessa di
autenticità; per chi stava dentro Xm24, una raccomandata che intimava di
lasciare i locali “liberi da cose e persone”. Lo sgombero sarebbe arrivato
nell’agosto del 2019, con le ruspe.
Lo scontro coinvolse anche Blu, lo street artist di fama internazionale autore
di Occupy Mordor, il murale sulla parete esterna di Xm24 che raffigurava due
idee contrapposte di città. Nel 2016, con l’aiuto degli attivisti dello spazio,
aveva cancellato i propri murales bolognesi per protestare contro Street Art –
Banksy & Co. L’arte allo stato urbano. Per la mostra, Genus Bononiae, la società
della fondazione bancaria Carisbo, aveva fatto staccare dal muro alcune sue
opere senza il suo consenso.
Il sociologo della cultura Dick Hebdige descrive in Sottocultura (1979) il
processo attraverso cui i segni della ribellione vengono incorporati
nell’offerta commerciale, trasformando uno stile oppositivo in una risorsa
vendibile. La vicenda di Blu mostra questa assimilazione: la fondazione estrae
valore dall’opera dell’artista e si arroga il diritto di decidere dove
un’immagine debba stare e a che cosa debba servire. Nell’estetizzazione del
conflitto la ribellione diventa una qualità dell’offerta culturale e conferisce
prestigio all’istituzione che la espone. La cooptazione opera qui attraverso la
separazione fra i segni dell’antagonismo, messi a valore, e l’autonomia dei suoi
protagonisti, ai quali viene sottratto il controllo sull’uso delle proprie
opere. La reputazione antagonista acquista valore proprio quando si restringono
le possibilità di praticare quell’antagonismo, addomesticato, trasformato in
risorsa economica o addirittura in motivo di prestigio.
> Nell’estetizzazione del conflitto la cooptazione opera attraverso la
> separazione fra i segni dell’antagonismo, messi a valore, e l’autonomia dei
> suoi protagonisti, ai quali viene sottratto il controllo sull’uso delle
> proprie opere.
Cancellando i murales, Blu sottrae le opere rimaste sui muri alla possibilità di
nuove acquisizioni. Il gesto ha un costo anche per la città, che perde le
immagini che contribuivano a renderla riconoscibile. Un’iconoclastia ma per
legittima difesa: riapre il conflitto che l’acquisizione museale pretendeva di
risolvere attraverso la conservazione. In queste vicende torna la disputa sul
potere di decidere: che cosa fare in uno spazio, dove lasciare un’opera, a quali
condizioni collaborare. Che cosa vale il riconoscimento pubblico di una cultura
se chi la produce perde il potere di decidere sul suo uso?
Harvey parla di “capitale simbolico collettivo” per indicare il prestigio che un
luogo accumula attraverso storie e pratiche alle quali molti contribuiscono.
Spostare altrove un’attività non significa trasferire intatta la rete che ne ha
prodotto il valore: servono tempo, risorse e nuove alleanze; una sede più
lontana può rendere più difficile continuare a partecipare, soprattutto per chi
non dispone di tempo e denaro. Anche chi rimane perde qualcosa: un luogo
d’incontro accessibile, una rete di sostegno, la possibilità di proporre e
organizzare un’iniziativa. L’offerta culturale può continuare a crescere mentre
diminuiscono le occasioni per contribuire a costruirla. Celebrare il contributo
di una cultura, lasciando a pochi il controllo degli spazi e delle risorse,
significa assegnare ai suoi protagonisti un posto nella storia cittadina ma poca
voce nel presente.
> Anche chi rimane perde qualcosa: un luogo d’incontro accessibile, una rete di
> sostegno, la possibilità di proporre e organizzare un’iniziativa. L’offerta
> culturale può continuare a crescere mentre diminuiscono le occasioni per
> contribuire a costruirla.
La distribuzione del potere culturale porta l’inchiesta di Papa dai luoghi della
sperimentazione agli enti che, attraverso i finanziamenti, orientano la vita
culturale della città. Carisbo appartiene alle fondazioni di origine bancaria:
enti privati senza scopo di lucro, nati dalla riforma del credito degli anni
Novanta, che impiegano i rendimenti dei propri patrimoni per sostenere attività
di utilità sociale, dalla cultura all’istruzione. Per molti anni, la società
Museo della Città di Bologna s.r.l., creata per gestire Genus Bononiae, il
circuito di musei e spazi culturali promosso da Carisbo, ha assorbito quasi il
60% dei finanziamenti erogati dalla fondazione. Il progetto era stato voluto da
Fabio Roversi Monaco, già rettore dell’Università di Bologna e poi presidente di
Carisbo, che aveva assunto anche la guida della società beneficiaria. Fra chi
finanziava e chi riceveva le risorse, la distanza era dunque piuttosto breve.
Papa ricorda l’origine collettiva dei patrimoni delle fondazioni bancarie,
accumulati attraverso la storia delle casse di risparmio e destinati a finalità
di interesse pubblico. Scegliere a chi distribuirli significa orientare la vita
culturale del territorio: quali edifici restaurare, quali istituzioni sostenere,
quali progetti rendere possibili. Il potere di amministrare non garantisce la
conoscenza di ciò che si amministra. Quando la gestione riduce le attività a
indicatori di prestazione e grafici di bilancio, lascia fuori ciò che quei
numeri non descrivono: le relazioni, gli usi dei luoghi, la continuità delle
esperienze. La concentrazione di questo potere in organismi che non offrono agli
abitanti la possibilità di esprimersi sulla designazione dei vertici pone un
problema democratico, aggravato dal cumulo degli incarichi. Il circuito tende
così a riprodurre la propria autorità. Ne emerge una politica culturale con
pochi decisori e molti richiedenti, chiamati ad adeguarsi a priorità stabilite
altrove.
Una città può diventare smisurata anche senza crescere, quando aumenta la
distanza fra gli abitanti e i luoghi, i servizi o le decisioni da cui dipende la
loro vita. Ridurre questa distanza significa poter raggiungere i servizi, capire
chi decide e sapere come intervenire. Che si tratti di risorse comunali o di
patrimoni privati destinati a finalità collettive, il loro impiego dovrebbe
ampliare le possibilità di prendere parte alla vita urbana. Il sostegno pubblico
dovrebbe garantire a una struttura continuità e margini di autonomia, senza
affidarne interamente la sopravvivenza alla vendita di biglietti, alla
ristorazione o alla ricerca continua di sponsor. Scrivendo del futuro della
Biblioteca Sormani di Milano su Rolling Stone, Alessandro Mantovani distingue la
destinazione culturale di uno spazio dalla sua funzione di servizio pubblico: il
carattere pubblico di un luogo dipende anche dalle risorse destinate ad
aperture, attrezzature e personale: condizioni che rendono effettivo l’accesso.
Anche mantenere un servizio ordinario può essere una scelta culturalmente
ambiziosa.
La possibilità di partecipare alla vita urbana dipende anche dalle condizioni
materiali per abitarla: il costo e la stabilità di un alloggio, la continuità
del lavoro. Di fronte alla sede del Comune, in via Fioravanti, l’emergenza
abitativa aveva preso la forma di un’occupazione: nel dicembre 2014, circa 280
persone, in gran parte famiglie con bambini, occupano una palazzina che un tempo
ospitava gli uffici della compagnia telefonica Telecom. Nell’ottobre dell’anno
successivo l’edificio viene sgomberato. Due anni dopo lo acquista The Student
Hotel, oggi The Social Hub, una catena olandese che combina alloggi per
studenti, soggiorni alberghieri e spazi di lavoro condivisi.
> La concentrazione del potere in organismi che non offrono agli abitanti la
> possibilità di esprimersi sulla designazione dei vertici pone un problema
> democratico, aggravato dal cumulo degli incarichi.
La “community inclusiva” del Social Hub è accessibile a chi può pagare, secondo
i canoni riportati da Papa, almeno 850 euro per una singola e 660 per una
doppia. Questi prezzi rendono concreta la distinzione fra valore d’uso e valore
di scambio, ripresa da David Harvey: per chi abita, una casa permette di
riposare, studiare, prendersi cura di qualcuno, organizzare la propria vita;
nella logica dell’investimento immobiliare, la casa viene valutata soprattutto
per la rendita che può produrre per la proprietà.
La selezione per capacità di spesa ritorna nella figura dei “nuovi abitanti”.
Papa ne parla nelle pagine dedicate alla Città della conoscenza, il piano
bolognese per attirare ricerca e imprese. Al centro c’è il Tecnopolo, il
complesso nell’ex Manifattura Tabacchi dedicato al calcolo avanzato,
all’intelligenza artificiale e alla ricerca industriale. I quartieri interessati
dal piano, Bolognina e San Donato, sono già attraversati da difficoltà
abitative. Le strategie dell’attrattività privilegiano chi ha la capacità di
spesa per sostenere nuovi alloggi, servizi e commerci. Chi non riesce a
sostenere questi costi deve cercare altrove, in aree sempre più periferiche,
comuni più lontani o sistemazioni precarie. Il quartiere perde relazioni di
vicinato e reti di cura, mentre gli alloggi si rivolgono a residenti con redditi
più alti o restano vuoti.
L’urbanista Elena Granata, intervistata da Alessandro Mantovani, parla di un
“club esclusivo” per descrivere la città che assegna priorità a chi porta
capitali. A legittimare la presenza diventa soprattutto la capacità di generare
valore economico, alla quale vengono subordinati bisogni, diritti, aspirazioni.
La rigenerazione tradisce la propria promessa quando il miglioramento degli
edifici impedisce a chi vi abita di restare. In via Michelino Papa racconta il
raddoppio degli affitti e l’allontanamento degli inquilini dopo i lavori
finanziati dal superbonus. I lavori finanziati con risorse pubbliche accrescono
il valore della proprietà, senza garantire a chi vi abita di beneficiarne.
> La rigenerazione tradisce la propria promessa quando il miglioramento degli
> edifici impedisce a chi vi abita di restare. Porre limiti alla rendita e
> garantire alloggi accessibili è una responsabilità democratica dello Stato.
A settembre 2026, a Madrid, lo sfratto di Maricarmen, un’inquilina
ottantasettenne che viveva nella stessa casa da oltre settant’anni, ha provocato
una grande mobilitazione e un accordo per il suo rientro. Il diritto all’abitare
è diventato sempre più fragile. Subordinare la possibilità di restare alla
convenienza della proprietà significa attribuire a quest’ultima un potere sulle
condizioni di vita degli abitanti. L’instabilità della casa restringe anche
l’autonomia necessaria a organizzarsi e partecipare alle decisioni collettive.
Porre limiti alla rendita e garantire alloggi accessibili è dunque una
responsabilità democratica dello Stato.
Attorno al bisogno di una casa si costruiscono anche forme di organizzazione
collettiva. In un’assemblea o in un presidio antisfratto si confrontano
esperienze che permettono di riconoscere cause e responsabilità comuni,
formulare richieste e imparare a sostenerle. L’azione collettiva produce quindi
conoscenza: nel tentativo di cambiare le condizioni dell’abitare si precisano
anche i significati di casa, cura e convivenza. Immaginare usi diversi dei
luoghi può orientare la loro riappropriazione.
Il confronto con altre città permette di verificare come i meccanismi
dell’attrattività si adattino a storie, economie e rapporti di forza differenti.
È la prospettiva aperta da “Sguardi dalle città”, la sezione che chiude il
volume con contributi dedicati ad altre città italiane. A Bari, Antonio Di
Siena, autore di Turisti a casa nostra (2025), parte da una focaccia farcita di
mortadella, un pasto popolare, legato al lavoro nei cantieri e sui pescherecci,
che mette in relazione le due città attraverso un’abitudine quotidiana.
Quell’abitudine è diventata anche un marchio territoriale. Nei panifici
migliori, anche chi vorrebbe soltanto pranzare deve fare la fila insieme ai
turisti.
Di Siena propone di leggere l’espansione dell’economia turistica come un
“welfare surrogato”. Nel quadro che ricostruisce, il ridursi del sostegno
pubblico lascia scoperti bisogni ai quali il turismo offre risposte immediate.
Le imposte di soggiorno alimentano i bilanci comunali, gli affitti brevi
generano redditi, le attività dell’ospitalità assorbono forza lavoro. Questo
aiuta a capire la presa della promessa turistica anche su chi ne subisce i
costi. La possibilità di trovare un impiego può convivere con salari bassi e il
reddito ricavato da un alloggio può sostenere il suo proprietario, mentre
quell’abitazione viene sottratta alle locazioni ordinarie. I benefici del
turismo si distribuiscono quindi in base a risorse di partenza già molto
diseguali.
> Il ridursi del sostegno pubblico lascia scoperti bisogni ai quali il turismo
> offre risposte immediate. Le imposte di soggiorno alimentano i bilanci
> comunali, gli affitti brevi generano redditi, le attività dell’ospitalità
> assorbono forza lavoro. Questo aiuta a capire la presa della promessa
> turistica anche su chi ne subisce i costi.
Nel contributo su Bari il turismo viene chiamato a compensare carenze economiche
e sociali; a Bologna si innesta anche su servizi, istituzioni e pratiche
culturali che hanno contribuito alla reputazione della città.
Una città si forma nel tempo attraverso l’incontro e la mescolanza di persone,
pratiche e immaginari. È una stratificazione di storie e significati. Prende
corpo nelle case, nei trasporti, nei servizi e negli spazi comuni accessibili,
che ne organizzano la vita, ne ampliano o restringono le possibilità. La città
partecipa così alla formazione dei soggetti che la abitano: rende possibili
incontri, stabilisce dipendenze e offre occasioni di autonomia e modi di stare
insieme.
A tenere insieme tutti questi passaggi è una scrittura capace di muoversi fra
scene vissute, ricostruzioni documentarie e affondi polemici. Papa sceglie
dettagli che restituiscono alle trasformazioni urbane il peso che hanno nelle
vite delle persone. L’ironia interviene soprattutto nel confronto fra il
linguaggio delle istituzioni e gli esiti delle loro iniziative. Alla promessa di
inclusione vengono accostati i canoni delle stanze; alla gratuità di un
comodato, i costi della gestione. Rimontate accanto agli esiti delle decisioni,
le dichiarazioni istituzionali mostrano le proprie contraddizioni.
Io a Bologna non ho mai vissuto, a differenza di Papa e di molti miei amici e
amiche, che ci hanno trascorso anni della loro vita o hanno deciso di
stabilirvisi. Ma non occorre abitarci per ricevere in eredità i racconti di una
Bologna gaudente e mondana, trasgressiva, comunitaria e radicale, che non c’è
più. A ogni generazione di studenti, ovunque si trovi, spetta sentir parlare di
quella precedente, quando la città resisteva ancora. Anche questa sembra una
tradizione per chi vive sotto le due torri: arrivare sempre un po’ tardi alla
Bologna giusta.
> Rimontate accanto agli esiti delle decisioni, le dichiarazioni istituzionali
> mostrano le proprie contraddizioni.
Nelle conclusioni di Bologna non è un’isola felice, il tono si fa più
confidenziale e Papa torna al ragazzo che, dal suo paese del Sud, aveva messo
gli occhi su Bologna. Suonava in una band, viveva di musica e amicizie, e nella
città delle controculture sperava di trovare il modo di far crescere quella
vita. Il numero chiuso all’università aveva altri piani e lo dirottò a Roma.
Quattro anni dopo, nel 2009, arrivò finalmente a Bologna e trovò casa al primo
appuntamento: una singola a trecento euro, la stessa cifra che a Roma pagava per
una doppia. Una piccola rivincita, tramandata da fuorisede in fuorisede: una
stanza tutta per sé, a un prezzo che lasciava spazio anche al resto della vita.
Il legame con la città in cui Papa ha scelto di lavorare e mettere su famiglia
resta esplicito nel bilancio dell’inchiesta: “Tuttavia non tutto è andato
perduto. Bologna resta un posto speciale in cui vivere, una città
orgogliosamente antifascista, con un welfare ancora invidiato, servizi che –
seppure in parte – continuano a funzionare e spazi che resistono alla
turistificazione e alla privatizzazione. Ma chi avrà il privilegio di goderne?”.
La sopravvivenza di servizi e spazi collettivi conta se resta possibile
accedervi, continuare a vivere abbastanza vicino da frequentarli.
Chi contribuisce a rendere una città desiderabile può perdere la possibilità di
abitarla. Il libro di Papa porta questa contraddizione sul terreno delle
decisioni: chi dispone degli spazi, chi beneficia degli investimenti, chi può
restare. Un manuale sulla contesa che può ancora permetterci di discutere sulla
riappropriazione degli spazi persi, o di salvaguardarne di nuovi. Difendere
l’abitare, i servizi, gli spazi collettivi significa mantenere aperta anche la
possibilità che nascano esperienze e modalità di convivenza ancora
imprevedibili, su di un’isola felice.
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Tascabile.
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N el mito di Er, che conclude l’ultimo libro – il decimo – della Repubblica di
Platone, le anime scelgono il proprio rispettivo modello di vita prima di
reincarnarsi, senza soffrire di alcun limite nella decisione, che è solo
influenzata dalle abitudini che esse avevano nella vita precedente.
Er è un valoroso soldato morto in battaglia e risuscitato proprio mentre stava
per essere messo sulla pira e cremato. Tornato tra i vivi, descrive ciò a cui ha
assistito nell’aldilà: si era ritrovato su un prato ove, da una voragine che
conduceva fino alle viscere della terra, affluivano le anime che essendosi
macchiate di colpe durante la vita terrena avevano dovuto espiarle patendo per
migliaia di anni nell’ipogeo. Da una voragine sospesa nell’atmosfera scendevano
invece le anime pie e rette, che avevano beneficiato di godimenti celesti e
visioni di incredibile bellezza. Dopo sette giorni di permanenza lì, Er e le
altre anime si erano incamminati fino a scorgere, dritto come una colonna e
avvolto in una luce più pura dell’arcobaleno, un fuso su cui ruotavano otto
fusaioli, sostenuto dalle ginocchia di Ananke, la dea della necessità. Vicino a
lei sedevano, ciascuna su un trono, le sue tre figlie: Atropo, Cloto e Lachesi,
le quali, cantando rispettivamente il futuro, il presente e il passato,
accompagnavano con le mani la rotazione del fuso. Un araldo di Lachesi prendeva
quindi dalle ginocchia della divinità vari modelli di vita e li deponeva per
terra, invitando le anime a sceglierne uno in vista della loro reincarnazione,
che sarebbe stata imminente; veniva stabilito a sorte un ordine di scelta, ma i
paradigmi di vita proposti erano così tanti che anche le anime rimaste per
ultime avrebbero avuto a disposizione una rosa abbastanza ampia.
L’araldo spiegava che la responsabilità della scelta incombeva sulla singola
anima e che la scelta stessa sarebbe stata irrevocabile: si trattava di un
momento in altre parole fatidico, che dipendeva interamente dalla intelligenza e
buona volontà della singola anima. Comunque, come riferisce Er, la maggioranza
delle anime sceglieva secondo le abitudini contratte nella vita precedente. Il
riferimento alla vita passata può essere interpretato, essendo credenza
collettiva che si viva una volta sola, come un richiamo alle abitudini che ci
siamo costruiti nel tempo: basta solo accantonarle, in altre parole scrollarsi
di dosso la pigrizia, uscire dalla comfort zone, per cogliere le occasioni messe
a disposizione e diventare chi si desidera.
Il mito può facilmente essere interpretato come una metafora della meritocrazia:
al pari delle anime, anche noi scegliamo la nostra vita, così che ci meritiamo
quello che poi otteniamo in sorte. I modelli di vita offerti dall’araldo sono il
corrispettivo delle pari opportunità sancite da leggi, regolamentazioni e
interventi pubblici; e come le anime svantaggiate dal sorteggio godono comunque
di un’abbondante libertà di scelta, così chi è svantaggiato economicamente può
beneficiare di un’elevata mobilità sociale. Ma è davvero così?
> Si potrebbe interpretare il mito di Er come una metafora della meritocrazia:
> se siamo liberi di scegliere la nostra vita, ci meritiamo quello che otteniamo
> in sorte. Ma è davvero così?
Come sostiene Francesco Codello in L’illusione meritocratica (2024), la
concezione sottostante alla meritocrazia è che ogni essere umano “è padrone del
proprio destino”. In effetti, gli otto fusaioli simboleggiano le stelle fisse,
la luna, il Sole e i pianeti conosciuti ai tempi degli antichi Greci, così che
il fuso di Ananke può essere interpretato come il destino del cosmo, interamente
determinato dagli dei. All’individuo spetta invece il privilegio di sfuggire
alla necessità che governa la natura e di divenire artefice della propria sorte.
Le disuguaglianze sociali che si sviluppano una volta garantite le pari
opportunità dipendono esclusivamente dalla responsabilità dei singoli. A costoro
non resta altro che coltivare talenti e abilità affinché vengano valutati: come
nota Diego Giannone in Lessico del neoliberalismo. Le parole del nemico (2024),
proprio la valutazione implica una misurazione quantitativa, cioè la traduzione
in un linguaggio tecnico-scientifico, delle qualità individuali, che diventano
così comparabili. La comparazione, consentendo di giudicare gli individui e
ripartirli in classi di vincenti e perdenti, è il presupposto della loro
competizione e conflittualità.
Gli sforzi profusi da ciascuno per allenare il proprio talento e vedere
riconosciuto il proprio merito si inscrivono in un processo di individuazione,
cioè un processo nel corso del quale il singolo si forma attraverso delle prove;
queste ultime costituiscono delle porte di accesso alla realtà, nel senso che,
esperendole, l’individuo distingue tra sé, gli altri e il mondo e si costruisce
un’immagine del mondo su cui fare affidamento. Ebbene, una persona che non abbia
fatto altro che competere con gli altri per il successo facilmente si figurerà
una società abitata da monadi-concorrenti e informata da relazioni non tra
persone ma tra persone e cose – cioè tra lavoratori e capitale, tra cittadino e
Stato, tra candidati e valutazione –, in cui le seconde dominano sulle prime. La
meritocrazia assurge così a dispositivo di individuazione, cioè di formazione e
costruzione dell’individuo.
Chi si sottopone a questo dispositivo finisce, dopo un’estenuante contesa, per
collocarsi in un ordine economico-sociale ben gerarchizzato, in cui il posto che
ciascuno occupa è quello che si è meritato: nulla di più né nulla di meno è
dovuto. La meritocrazia contribuisce così allo sviluppo di un tipo di
personalità che non riconosce obblighi reciproci tra gli appartenenti alle
differenti classi sociali. Eppure, la continua messa alla prova che essa
prospetta riesce ad allettare non solo i vincenti, che evidentemente ci
guadagnano, ma anche i perdenti, indotti a credere di poter un giorno evolvere
in vittoriosi.
Contro questo modello, nel saggio Filosofia dell’amicizia (2021) Adriano
Bertollini argomenta che il principale dispositivo di individuazione tramite cui
le persone danno forma a sé stesse è invece l’amicizia, in quanto accidentata da
prove che consentono a ciascun amico di prendere coscienza dei propri limiti e
tracciare il confine tra sé stesso e il mondo; le prove cui gli amici sono
sottoposti alimentano inoltre una fiducia reciproca, in virtù della quale
ciascuno sa che l’altro può contare, in caso di bisogno, sulle sue qualità.
> Una persona che non abbia fatto altro che competere con gli altri facilmente
> si figurerà una società abitata da monadi-concorrenti e informata da relazioni
> tra persone e cose – cioè tra lavoratori e capitale, tra cittadino e Stato –,
> in cui le seconde dominano sulle prime.
Nelle relazioni amicali, così come in quelle cooperative e solidali (il comitato
di quartiere, il gruppo di volontariato ecc.), siamo costantemente messi alla
prova perché non smettiamo mai di “lavorare sulle regole che strutturano la vita
condivisa; quella vita vissuta insieme porta alla modificazione di tratti
idiosincratici individuali”, cioè delle qualità, e al loro mescolamento:
scambiamo, trasmettiamo e apprendiamo qualità gli uni dagli altri. Inoltre,
l’amicizia e le relazioni cooperative e solidali in genere permettono di vivere
la conflittualità che l’incontro con il mondo porta con sé – per esempio,
proprio l’attrito con il meritocratico mondo del lavoro – come un “fattore
unificante”, un’“occasione affinché una pluralità di persone possano trovarsi ad
agire di concerto” e così creare o rafforzare un legame. Viceversa, la
meritocrazia ci relega nelle nostre rispettive isole, ciascuno impegnato a
coltivare il proprio talento.
La condizione di isolamento derivante dalla competizione meritocratica ci
impedisce di percepire la comunità che siamo ed è dunque alla base del crollo di
istanze e azioni organizzate collettive: se infatti imputiamo il nostro successo
esclusivamente alla nostra condotta meritoria e addebitiamo l’insuccesso degli
altri unicamente al loro modo di essere e di agire, fatichiamo a metterci nei
loro panni e, se incespichiamo in questo esercizio, figuriamoci se riusciamo a
sentirci parte di una comunità.
Per superare questa impasse Paolo Godani – nel saggio La vita comune (2016) –
suggerisce di recuperare la capacità di percepire le qualità comuni a noi e agli
altri, che tra l’altro non sono poche in una società massificata come la nostra.
La sua proposta muove da Aristotele, secondo cui le qualità sono i tratti
distintivi dei personaggi della commedia, ma anche le loro caratteristiche
individuali, cioè esclusive: costituiscono in pratica attributi
trans-individuali, che oltrepassano i singoli collegandoli, cioè legandoli gli
uni con gli altri. Così gli individui possono essere equiparati a sostrati
indeterminati sui quali gravitano determinate qualità, che sì li caratterizzano,
ma intanto hanno natura comune. Anche per Honoré de Balzac e Molière le qualità
consistevano in elementi comuni e ricorrenti, la cui aggregazione,
materializzandosi di persona in persona, dava luogo non tanto a un individuo,
quanto a un tipo.
Balzac, in particolare, nella prefazione a La commedia umana (1842-48),
dichiarava esplicitamente che il suo intento era quello di ritrarre l’“umanità
di una certa epoca attraverso la presentazione di personae, cioè di maschere,
ruoli e funzioni”, come chiosa Godani in Il corpo e il cosmo. Per una
archeologia della persona (2021). Il romanziere francese aveva tratto l’idea
della sua sterminata opera – oltre centotrenta scritti tra romanzi, racconti e
saggi – da un’analogia tra il genere animale e quello umano: come l’animale
prende la sua forma peculiare dall’ambiente in cui si sviluppa, così l’essere
umano si differenzia a seconda dell’ambiente in cui svolge la sua attività. La
formazione dell’essere umano è però più complessa, perché le sue abitudini, il
suo linguaggio, le cose concrete della sua vita (dall’abbigliamento
all’abitazione fino al cibo) sono storicamente determinate, mutando di civiltà
in civiltà: l’uomo e la donna sono il prodotto non solo della natura ma anche
della società.
> Le relazioni cooperative e solidali permettono di vivere la conflittualità
> come un’“occasione affinché una pluralità di persone possano trovarsi ad agire
> di concerto”. Viceversa, la meritocrazia ci relega nelle nostre rispettive
> isole, ciascuno impegnato a coltivare il proprio talento.
Questa difficoltà non pare scoraggiare Balzac, tanto conscio della dimensione
del suo progetto da avere calcolato che le figure salienti dell’epoca che ha
scelto di rappresentare ammontano a due o tremila esemplari, tutti bisognosi di
gallerie espositive in cui essere inquadrati; non senza compiaciuta ironia il
romanziere francese nota di aver dovuto fare cento volte ciò che Samuel
Richardson – autore del romanzo epistolare Clarissa (1747-48), la cui eponima
protagonista si distingueva per purezza e virtù – aveva fatto una volta sola.
Comunque, l’approccio tassonomico di Balzac investe non solo gli esseri umani,
ma anche gli eventi principali della vita, a dimostrazione del fatto che non
esistono solo qualità comuni, ma anche situazioni tipiche, che ricorrono durante
ogni esistenza. Se presentiamo o comunque sviluppiamo qualità comuni non dipende
forse dall’affrontare situazioni universali, da cui nessuno va esente?
Quanto a Molière, nella prefazione a Tartuffe ou l’Imposteur raccontava di avere
apportato correzioni all’opera e di averla fatta approvare da principi e
ministri perché una buona fetta di pubblico, sentendosi rappresentata dai ben
poco virtuosi personaggi messi in scena, l’avevano presa di mira. Quelle stesse
persone che si erano riconosciute nei personaggi potevano senz’altro
identificarsi l’una con l’altra e così riconoscere di possedere qualità, anzi
vizi, comuni. Potenzialmente chiunque può essere l’impostore, l’avaro o il
malato immaginario: così le vite personali di questi personaggi si convertono,
assumono il significato di vite comuni.
La filosofia di Godani ci conduce a concepirci come dei mimi, così da mantenere
quella giusta distanza da noi stessi che ci permette di giocare e ridere di ciò
che siamo, e quindi di riconoscere che il proprio sé non è altro che un
carattere comune, incarnabile da chiunque altro, proprio come l’impostore,
l’avaro o il malato immaginario di Molière. Questa rinnovata percezione –
osserva il filosofo in La vita comune – ci libera “dal fardello depressivo
dell’unicità individuale”, consentendoci di vivere la nostra vita come
l’espressione casuale e contingente della vita di tutti.
Riconoscere l’esistenza di una vita comune significa disperdere il peso della
propria in quelle degli altri, ai quali siamo apparentati dalle qualità
condivise e i quali presentano qualità che potremmo o avremmo potuto incarnare
anche noi e viceversa. Questa rinnovata sensibilità consente di accantonare
quell’atteggiamento, figlio del romanticismo, che accorda priorità alla vita
interiore e importanza a eventi e avvenimenti solo se espressione di una
personalità; come sostiene Godani in La vita comune, permette, soprattutto, di
“destituire fin dall’inizio e assolutamente la logica della colpa”, del
disvalore conseguente al fallimento, così come quella del successo, del premio
riconnesso alla buona riuscita, in tal modo sconfessando entrambe le facce del
Giano bifronte meritocratico.
> Secondo Aristotele le qualità costituiscono attributi trans-individuali, che
> oltrepassano i singoli collegandoli, cioè legandoli gli uni con gli altri.
La meritocrazia infatti riduce l’essenza della natura umana, “in sé
perfettamente comune, a proprietà di un individuo”, che assurge così a padrone e
unico responsabile di sé; pertanto, essa è un dispositivo, oltre che di
individuazione, colpevolizzante, poiché isola le persone e narra le forche
caudine del mercato neoliberale del lavoro come imprese in cui la buona riuscita
dipende esclusivamente dalla profusione dell’impegno personale e dal
dispiegamento delle capacità acquisite, del talento allenato.
Se si riconosce che le qualità comuni concorrono tutte alla riproduzione del
genere umano e che dunque costituiscono patrimonio universale, allora non può
esservi spazio per il merito, inteso come lode dovuta a una qualità piuttosto
che a un’altra. Questa presa di coscienza passa attraverso quelle prove che,
dando simultaneamente forma a noi e agli altri, ci permettono di scoprire e far
scoprire le qualità altrui e nostre e favoriscono l’unione in un corpo
collettivo dalle qualità comuni.
Per esempio, aderire a un gruppo di acquisto solidale implica riconoscere
l’esistenza di qualità comuni a noi e agli altri, grazie alle quali possiamo
accontentarci tutti di una rosa di prodotti più ristretta di quella offerta
dalla grande distribuzione organizzata: quest’ultima si fonda sul presupposto
del consumatore-arbitro assoluto, le cui determinazioni, singolari e uniche, non
sono compatibili con quelle altrui se non per puro caso. Lo stesso si può dire
di tutte quelle forme di spontaneismo dal basso in cui ci organizziamo per
godere di rappresentazioni artistiche o discutere di questioni concrete e
urgenti: per esempio, è il nostro interesse personale che ci spinge a vedere
l’ultimo film di Ken Loach o ci fa indignare per la delibera comunale che
dispone la chiusura pomeridiana della biblioteca, ma sono le nostre comuni
qualità che ci permettono di dibattere del film dopo averlo fatto proiettare al
cineforum di quartiere o di delineare una strategia collettiva per opporci alla
restrizione del comune; diversamente, ci limiteremmo ad andare al cinema o a
delegare fin dall’inizio la contesa a un avvocato.
Ancora, creare gruppi di studio per esami universitari o concorsi pubblici
significa riconoscere che siamo soggetti al medesimo destino e dunque alle
stesse paure: le nostre comuni qualità – l’abilità di assorbire i concetti,
rielaborarli e iscriverli in un più grande quadro di senso compiuto, per poi
ripeterli ad altri – ci consentono di fornirci reciproco aiuto e, in un certo
qual modo, di deindividualizzarci, cioè di assumere una razionalità collettiva –
una mentalità di squadra – di fronte a un’occasione di valutazione del merito
atta a metterci l’uno contro l’altro. Questi esempi ci mostrano come le qualità
comuni agli esseri umani forniscano di continuo occasioni per dispiegare la
potenza di costruire strade e sentieri da seguire assieme, svicolando dalla
solitudine imposta dal mercato del lavoro e dalla sua meritocrazia.
Pensiamo ora a quando ci stupiamo di una persona ordinariamente di successo che
incappa in un madornale scivolone o restiamo sorpresi da un’altra, abitualmente
poco brillante, che compie una prodezza: passata l’incredulità, tendiamo a
giudicare negativamente la condotta del primo, a evidenziarne il demerito, e di
converso a esaltare il secondo, ad attribuirgli del merito. Non dovremmo forse
riconoscere che la caduta del primo e la rivincita del secondo sono da imputare
alla comunanza delle qualità, che alle volte trasmigrano dall’uno all’altro? Le
qualità, soprattutto quelle linguistico-relazionali sviluppate nel lavoro di
squadra e nella vita in società, sono molto sensibili allo stato psichico ed
emozionale della persona e dunque, anche se acquisite a seguito di una lunga e
consolidata esperienza, possono rivelarsi volatili.
> Se si riconosce che le qualità comuni concorrono tutte alla riproduzione del
> genere umano e che dunque costituiscono patrimonio universale, allora non può
> esservi spazio per il merito, inteso come lode dovuta a una qualità piuttosto
> che a un’altra.
Quanto alle qualità più rare, dovremmo considerarle, anziché un merito, “una
casualità, una varietà espressiva”, come le definisce Francesco Codello in
L’illusione meritocratica. Non è un caso che nel mito di Er le vite tra cui le
anime possono scegliere si trovino presso Lachesi, cioè presso il passato:
l’insieme delle qualità costituisce un tessuto comune al genere umano e dunque
preesistente al singolo che ne è la contingente estrinsecazione.
È interessante riflettere su come nel mito alcune anime scelgano una vita
opposta a quella in precedenza condotta: Epeo, pugile che partecipò alla guerra
di Troia, vuole divenire una donna operaia, mentre Odisseo un tipo ozioso e
appartato, che non soffre seccature. Questi personaggi sembrano stufi delle
qualità individuali che li hanno distinti e grazie alle quali si sono assicurati
(non senza fatiche, ma è la meritocrazia che le esige) tanti onori: preferiscono
appropriarsi di qualità più comuni e ricorrenti, meno illustri. Nel nostro mondo
meritocratico le qualità meglio remunerate o più apprezzate costano tanti
sacrifici che, se potessimo tornare indietro, forse non ripeteremmo.
Non possiamo reincarnarci in altri corpi ma possiamo mettere le nostre qualità
più rare, quindi socialmente più preziose, al servizio degli altri e lasciare
che loro facciano lo stesso per noi, un po’ come accade con le banche del tempo,
iniziative territoriali tramite cui i membri si scambiano servizi e, quindi,
mettono le proprie qualità al servizio degli altri e al contempo ricevono
benefici dalle qualità altrui. Chi svolge un servizio ottiene infatti un credito
di ore corrispondente al tempo impiegato, a prescindere dalle qualità messe in
campo, e può spendere questo credito per richiedere servizi a qualsiasi altro
iscritto. Il principio che informa questo esperimento di socialità solidale è
semplice: metto le mie qualità più ricercate (saper fornire assistenza legale su
questioni burocratiche come la tassa sui rifiuti) a disposizione degli altri e a
loro mi rivolgerò quando avrò bisogno di qualità che non possiedo (so come si
esce dai labirinti burocratici, ma non so far addormentare il mio bambino). In
tal modo si vive concretamente una vita comune, in cui le qualità di ciascuno
vengono socializzate.
L’araldo di Lachesi sottolinea pure che la virtù non ha padrone: ciò non
dovrebbe voler dire che anche le qualità più ambite o più benefiche appartengono
alla comunità umana e dunque devono intendersi poste al suo servizio? Se non
riusciamo più a immaginare un comunismo dei mezzi di produzione, possiamo
provare a pensarne uno delle qualità.
L'articolo Meritocrazia vs comunismo delle qualità proviene da Il Tascabile.
Su Alias, inserto del manifesto del 26 settembre 2026, intervista con Agnese
Trocchi, componente di C.I.R.C.E. e autrice di «Internet, mon amour»
(Altreconomia), che interviene sull'abitare l'ambiente linguisticamente ostile
della rete e sulle arbitrarie sanzioni statunitensi ad Autistici/Inventati.
Agnese Trocchi denuncia la colonizzazione delle piattaforme digitali dal
capitale e dal patriarcato, chiamando a disertare le Big Tech e costruire
infrastrutture autogestite per difendere le parole radicali. L’inserimento del
collettivo a/i nella lista SDGT degli USA è un attacco alla libertà di
espressione che richiede una risposta collettiva e tecnologica. L'intervista
integrale può leggere sul sito del manifesto.
N ell’estate di otto anni fa, la metropoli del Venezuela mostrava almeno tre
anime. Con Nicolás Maduro attaccato da destra e anche da sinistra, ma ancora
saldamente sul suo piedistallo tra i palazzi governativi; gli assembramenti a
plaza Altamira delle classi più elitarie; la crisi umanitaria e le speranze
tradite, ma sempre vive, della gente povera dei ranchos. A distanza di quasi un
decennio, osservate da più lontano, le faglie che spaccavano il Paese emergono
più nitide e chiare. Mentre, nella canicola estiva del luglio 2017, le
televisioni italiane si concentravano sulle immagini dei cassonetti in fiamme,
sugli scontri di strada e sulle manifestazioni ‘oceaniche’ per le vie della
capitale ‒ in un frame ossessivo e ipnotico ‒ Caracas ‒mostrava almeno due
volti, anzi tre. Ognuno incardinato in un’area della città, lungo una mappa
aderente alla morfologia storica e sociale del Venezuela.
Nella grande capitale sudamericana, edificata su decine di pendii
lussureggianti, tra ranchos poveri ‒ identici alle favelas di Rio de Janeiro ‒ e
lussuosi condomini protetti da altane e filo spinato, c’era la Caracas della
protesta contro Nicolás Maduro, degli scontri di strada sanguinari, che
dall’Europa sembravano totali e invasivi, ma che si addensavano a est, nel
quartiere Altamira, la parte orientale della città, quella più abbiente, dei
colletti bianchi. Ma c’era anche un’altra Caracas, quella a ovest, dove si
concentravano i palazzi governativi e le centrali amministrative d’apparato, i
monumenti e i poli della vita culturale. Ed era lì che Maduro restava sul suo
piedistallo e Hugo Chávez continuava a essere un faro nella notte.
> Mentre nel luglio 2017 le televisioni italiane si concentravano sulle immagini
> dei cassonetti in fiamme, sugli scontri di strada e sulle manifestazioni
> ‘oceaniche’ per le vie della capitale Caracas mostrava almeno due volti, anzi
> tre.
Tutt’intorno c’era la terza Caracas, quella degli slum fitti di chiaroscuri,
dove speranza e rabbia si mescolavano indissolubilmente lungo le tortuose
stradine di mattoni traforati, sotto la pressione delle rivolte interne al Paese
e degli embarghi e delle sanzioni internazionali. Ed è da questo orizzonte ‒ le
strade popolari di La Guaira, cittadina satellite di Caracas, affacciata
sull’aeroporto Simón Bolívar e sull’Atlantico ‒ che il racconto di quanto visto
e incontrato nel luglio 2017, nel corso di un reportage, vuole partire.
La Guaira
Sull’uscio delle case riverniciate di colori carnosi, negli occhi delle persone
si agitavano bagliori contraddittori quando si chiedeva loro cosa ne pensassero
dei continui scontri di piazza che stavano lacerando una parte di Caracas.
Un’inquietudine racchiusa nella risposta lapidaria di Carmen, insegnante: “Ma se
torneranno a governare le destre, noi poveri finiremo per essere abbandonati
un’altra volta”. La donna, un’energica e aggraziata cinquantenne, era anche
volontaria dei CLAP (Comités Locales de Abastecimiento y Producción), istituiti
dal governo nel 2016 per far fronte alla carenza di cibo e alla crisi economica
che stava attanagliando il Paese. E che già allora si stavano rivelando
contaminati, nei vertici organizzativi, dal malaffare di amici e collaboratori
di Maduro. Carmen era una militante di base, la sua speranza era trascinante
lungo le piazzette e i mercati del sobborgo di Caracas, fra le piccole
abitazioni realizzate grazie all’aiuto dello Stato, che per anni aveva fornito
mattoni e vernici a prezzi calmierati affinché la gente dei ranchos potesse
costruire le proprie case, in un disegno di edilizia popolare autoprodotta.
La donna portava esempi su esempi dei programmi educativi che negli anni del
chavismo erano stati messi a servizio delle classi più povere. “La rivoluzione
bolivariana ha dato modo di iscriversi all’università anche agli orfani, ai
disabili nullatenenti”. Ma ormai la crisi era entrata spietata e feroce nel
microcosmo del suo quartiere, dove la gente aveva sempre vissuto di nulla. “Sì,
la situazione è insostenibile. Il sacco di mangime per polli che serve ogni
settimana è arrivato a 85.000 bolívar”, praticamente quanto l’assegno di
pensione sociale destinato ai nullatenenti, 96.000 bolívar, ammetteva lei
stessa, mostrando un allevamento tra due baracche. Nei cortili sghembi che
galleggiavano soprattutto di microeconomia informale, sopravvivere era sempre
più difficile.
File ai negozi nei quartieri popolari di Caracas, 2017 / fot. Marco
Benedettelli.
Caracas Ovest
Scendendo dai ranchos rossi di mattoni, si arriva alle strade pianeggianti della
parte occidentale di Caracas, quella governativa, dove, in quei giorni di
proteste tempestose, il regime di Maduro e le sue centrali di potere
continuavano a mostrare, almeno in superficie, una solenne compostezza. Palazzo
Miraflores, la sede del governo, circondata da alberi color smeraldo, era
presidiata da giovani militari della Guardia nazionale. Sulla sommità di una
bianca scalinata, in cima a una collina, svettava il monumento di Hugo Chávez.
Nei murales, forme morbide celebravano l’epica della Rivoluzione bolivariana,
unendo in un’unica saga il libertador Simón Bolívar, il comandante Chávez e il
continuatore del percorso, Nicolás Maduro.
> Lo Stato per anni aveva fornito mattoni e vernici a prezzi calmierati affinché
> la gente dei ranchos potesse costruire le proprie case, in un disegno di
> edilizia popolare autoprodotta.
I negozi e le librerie intorno a plaza Bolívar diffondevano musica caraibica,
più festosa di qualsiasi crisi. Nei teatri, come il Centro cultural Chacao,
giovanissime volontarie esponevano orgogliose la programmazione degli eventi per
la gente. Ma il fulcro di quel diffuso mantra filogovernativo stava sotto un
semplice tendone, nell’Esquina caliente, letteralmente “angolo caldo”, il gazebo
informativo dove una dozzina di militanti presidiavano la piazza, per discutere
appassionatamente con chiunque porgesse loro la parola. “È colpa della congiura
internazionale. Ci stanno sabotando, vogliono affossare la nostra rivoluzione
popolare perché il nostro petrolio fa gola alle élite imperialiste”, dicevano,
mentre anche in quelle ore le proteste ribollivano nell’altra parte orientale
della capitale.
“Le cause della crisi monetaria sono pilotate dalla destra, che controlla i
mezzi di produzione e distribuzione. È tutto spiegato nel libro di Pasqualina
Curcio, La mano visible del mercado”, argomentava un’altra militante. Sul tavolo
del gazebo spiccavano libri e giornali filorivoluzionari, tra cui il Correo del
Orinoco, quotidiano governativo che in epigrafe si definiva “L’artiglieria del
pensiero”. Tutti raccontavano orgogliosi della loro instancabile militanza
politica, fatta di riunioni, comitati e assemblee, di misiones, i progetti
sociali voluti dal Comandante. “Chávez è stato avvelenato. Il suo cancro è
un’invenzione”, spiegava un uomo. “Andare a nuove elezioni politiche? No, non si
può. I risultati verrebbero truccati dalle destre, è già successo. In Venezuela
è in atto un attacco dei ricchi contro i poveri. Il Paese non è il quartiere
Altamira”, diceva un altro, alzando le braccia per la rabbia.
La fotografia della crisi
Da una parte la speranza, il desiderio di riscatto. Dall’altra un elenco di dati
che già in quei giorni di luglio del 2017 indicavano come la crisi economica
avesse assunto le proporzioni di un’emergenza umanitaria, soprattutto per le
fasce più vulnerabili. L’Osservatorio Caritas Venezuela parlava dell’82% della
popolazione in povertà e del 52% in povertà estrema; nel 2016 erano morti 11.000
bambini per carenza di medicinali, una piaga aperta dall’embargo americano. A
Caracas, sugli scaffali delle farmacie, le scatole erano piazzate ad ampie
distanze, in desolanti allestimenti pensati per colmare i vuoti.
> Nel 2016 erano morti 11.000 bambini per carenza di medicinali, una piaga
> aperta dall’embargo americano.
Il Venezuela, allora come oggi, nuotava sul petrolio, venduto a un prezzo
inferiore a quello di una bottiglia d’acqua o di un grammo di cocaina. Ma,
crollata in quei mesi la produzione e il prezzo di mercato ‒ su cui lo Stato
caraibico aveva sempre fondato la propria economia di rendita ‒ l’inflazione era
esplosa all’800%. Servivano 9.000 bolívares per il cambio di un dollaro, il
costo di un pieno era attorno ai 5 centesimi di dollaro, un grammo di “neve
bianca” era quotato meno di un dollaro e lo stipendio mensile di uno statale
alzava in media 20 dollari. Il salario minimo, pari a 160.000 bolívares, bastava
appena per comprare un pezzo di pane al giorno. Le code agli empori sociali
riempivano i marciapiedi.
Un’emergenza che lo Stato cercava di tamponare con un governo composto in parte
da ministri militari e in parte da civili. Sotto di loro, altri diciotto
generali erano incaricati di occuparsi ciascuno di un singolo prodotto base
della disastrata economia: olio, riso, zucchero, farina di mais, ma anche carta
igienica, introvabile in alcune zone del Venezuela. Più di due milioni e mezzo
di venezuelani erano già emigrati nel 2017 (e nove anni dopo, all’arresto-blitz
di Maduro, erano diventati quasi 8 milioni). Secondo quanto raccontavano le
persone incontrate in quei giorni nelle strade di Caracas, tra i manghi
rigogliosi e i palazzi scorticati, la paura si faceva sempre più cupa. Con
119,87 omicidi ogni 100.000 abitanti nel 2016, la capitale del Venezuela era
divenuta la città più violenta del mondo: una metropoli dove era d’obbligo
chiudersi in casa al coprifuoco, quando le strade venivano invase dai
colectivos, bande di motociclisti in origine legittimate da Hugo Chávez come
strumento di presidio nelle periferie altrimenti impenetrabili, ma poi mutate in
gang fuori controllo.
Affinità e divergenze
Nell’aprile del 2017 le proteste erano state aperte dal corteo del MUD (Mesa de
Unidad Democrática), la coalizione di opposizione politica della destra
populista venezuelana; ne facevano parte anche quattro movimenti di ispirazione
progressista: Acción democrática, Un nuevo tiempo, Voluntad popular ‒ parte
dell’Internazionale socialista ‒, e Primero justicia. Quattro mesi dopo,
nell’afosa Caracas del luglio 2017, erano evidenti le mille contraddizioni di un
Paese che cercava di restare aggrappato alle riforme economiche e sociali dei
decenni precedenti, messe in atto da Chávez, capaci di livellare le profonde
disparità con cui il Venezuela aveva attraversato il Novecento. Dal secondo
dopoguerra, infatti, si erano susseguiti una decina di colpi di Stato, spesso
appoggiati dallo scomodo vicino nordamericano, funzionali ad addomesticare
élite compiacenti attraverso giunte militari guidate da autentici fantocci in
divisa, piazzati a capo di regimi dittatoriali.
> L’eterogeneo fronte della protesta dell’epoca era composto non solo da
> politici di destra, spesso prezzolati dalla Casa Bianca, ma anche da una larga
> fetta di chavisti scontenti.
L’ultimo colpo di Stato del millennio precedente, quello del 1998 messo in atto
proprio da Chávez, rappresentò un vero e proprio terremoto politico. Il primo
tentativo di rovesciamento degli anni Duemila risale invece all’11 aprile 2002,
durato appena 47 ore, con l’obiettivo di rimuovere proprio l’allora caudillo.
Gli Stati Uniti, come un pugile suonato, impiegarono almeno un decennio prima di
riprendersi e tornare a occuparsi del loro “cortile”. Nel frattempo Chávez era
morto, ma il chavismo era rimasto in vita, seppur poco e male rappresentato dal
suo delfino, Nicolás Maduro.
Non è un caso che l’eterogeneo fronte della protesta dell’epoca fosse composto
non solo da politici di destra, spesso prezzolati dalla Casa Bianca, ma anche da
una larga fetta di chavisti scontenti. I veri nostalgici, costretti a passare
dall’alba di una nuova speranza per le fasce più deboli e invisibili della
popolazione ‒ incarnata dall’ex militare dell’esercito venezuelano, ispirato a
Che Guevara e influenzato dagli scritti di Antonio Gramsci ‒ a una deriva del
suo verbo e delle sue azioni.
Secondo i sondaggi clandestini che circolavano in Venezuela nel 2017, il
presidente Maduro poteva contare su uno zoccolo duro di consensi pari al 15-20%,
a cui si sarebbe potuta aggiungere una quota del 20-25% di chavisti delusi e
critici nei suoi confronti. Tra questi figuravano la procuratrice generale del
Venezuela, Luisa Ortega Díaz, protagonista di una rocambolesca fuga in moto
verso la Colombia nell’agosto del 2017, e suo marito Germán Ferrer, deputato
dell’Assemblea nazionale, chavista e volto noto di Globovisión, la televisione
di opposizione. Del vecchio “cerchio magico” attorno a Maduro rimasero il
fedelissimo Diosdado Cabello, presidente del Parlamento venezuelano, indagato
per traffico internazionale di droga dalle autorità statunitensi e accusato di
distrazione di fondi pubblici, e Tareck El Aissami, vicepresidente del
Venezuela, di origini libanesi e ritenuto vicino a Hezbollah.
Caracas Est
Gli impiegati che anche in quei giorni assolati si affaccendavano lungo i
marciapiedi di avenida Francisco Solano López, gli esponenti della borghesia
imprenditoriale e anche tanti studenti, ogni pomeriggio si ritrovavano a plaza
Francia, cuore del ricco quartiere di Altamira. Da qui partivano le
manifestazioni; poi alcuni creavano i primi avamposti, allestivano i blocchi del
traffico, i cosiddetti trancazos, ed esplodeva la guerriglia contro le forze
dell’ordine. Ad incendiarla erano gruppi di giovanissimi che, con scudi di
legno, molotov, biglie di ceramica e maschere antigas, sfidavano gli agenti
della Guardia nacional appostati sui cavalcavia dell’autostrada che taglia in
due la città. Lo svincolo dell’autopista Francisco Fajardo, tra La Merced e
Chacaíto, era l’epicentro degli scontri.
> Dal secondo dopoguerra si erano susseguiti una decina di colpi di Stato,
> spesso appoggiati dallo scomodo vicino nordamericano, funzionali ad
> addomesticare élite compiacenti attraverso fantocci in divisa piazzati a capo
> di regimi dittatoriali.
I cortei si dividevano, con la parte pacifica che si disperdeva subito,
ricacciata indietro dalle bombe lacrimogene e dai proiettili di gomma sparati ad
altezza d’uomo. I giovani lanciavano sassi, si proteggevano con tappetini
trasformati in giubbotti antiproiettile e usavano ante di scaffali come scudi.
Uno di loro, colpito da un proiettile di gomma all’avambraccio, veniva soccorso
dalle squadre volontarie di paramedici. Intanto, nelle retrovie, gli
antimaduristi più moderati scandivano slogan come: “Non c’è più pane, non c’è
più farina, ci sono solo i soldi per trafficare in cocaina”.
La polizia era schierata in massa tra Chacaíto e avenida Francisco de Miranda,
impedendo al plotone di manifestanti violenti di oltrepassare il limite
territoriale imposto dai vertici militari. Eppure, in un’arteria parallela a
breve distanza, tra avenida Casanova e il boulevard Sabana Grande ‒ una lunga
isola pedonale di un paio di chilometri, costellata di negozi e ristoranti ‒
migliaia di persone passeggiavano e facevano shopping come se nulla stesse
accadendo. Non sembrava affatto di trovarsi nella città più pericolosa del Sud
America.
Ma chi c’era dietro il movimento di protesta che in quei mesi del 2017
infiammava parte del Venezuela? A livello politico, dalle elezioni del 2014 ‒ in
cui Maduro aveva sconfitto Henrique Capriles, non senza le consuete accuse di
brogli ‒ una figura era emersa con particolare forza rispetto alle altre: María
Corina Machado. Un personaggio non del tutto limpido già all’epoca, che nessuno
avrebbe immaginato, otto anni dopo, insignito del Nobel per la Pace. Durante
quelle manifestazioni, più d’una volta arrivò nei luoghi di ritrovo della fronda
antimadurista: pochi minuti per stringere mani, elargire sorrisi, arringare la
folla, spuntando dal tettuccio apribile di un SUV dai vetri oscurati oppure, in
un’altra occasione, a bordo di una moto. “Questa è l’ora zero delle proteste,
non ci fermeremo”, era lo slogan del suo comizio lampo, prima di schizzare via
scortata da altri centauri.
> A livello politico, dalle elezioni del 2014 una figura era emersa con forza:
> María Corina Machado. Un personaggio non del tutto limpido già all’epoca, che
> nessuno avrebbe immaginato, otto anni dopo, insignito del Nobel per la Pace.
Emiliano Terán, all’epoca giovane docente di sociologia all’Universidad Simón
Bolívar di Caracas, incontrato in una tranquilla pasticceria di una zona
residenziale, non aveva espresso dubbi sul fronte anti-Maduro: “L’opposizione
paga i gruppi violenti per estremizzare la lotta e li assolda nei ranchos, le
bidonville di Caracas dove la gente non ha nulla”, spiegava, per poi precisare:
“Non posso che essere critico dell’operato del governo Maduro, visto dove sta
portando il Paese, ma l’opposizione non è unitaria e non ha idea dei rischi che
si stanno correndo”. E ancora: “Le comunità, le organizzazioni popolari e i
movimenti sociali si trovano di fronte a un progressivo annullamento del tessuto
sociale. Un’irruzione mediatica internazionale esagerata nasconde il ritorno
delle ingerenze straniere divise in blocchi: l’asse Russia-Cina da una parte e
la Casa Bianca dall’altra, oggi con Trump [allora al primo mandato, ndr] e ieri
con Obama, che nel 2015 ha emesso un ordine esecutivo secondo cui il Venezuela
rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.
Per il giovane ricercatore venezuelano era ormai in atto il declino del ciclo
progressista in America Latina, avviato da Chávez e proseguito poi con Lula in
Brasile, i Kirchner in Argentina, Morales in Bolivia, Mujica in Uruguay, Correa
in Ecuador e altri ancora. “Ma oggi, in Venezuela, non c’è una dittatura, perché
il controllo del potere non è solo nelle mani di Maduro. Esistono gruppi che si
alleano a seconda degli interessi; non c’è una dominazione totale dall’alto
verso il basso. Se il conflitto va fuori controllo, il caos diventerà
ingovernabile”.
Giovani manifestanti si dirigono verso gli scontri alle manifestazioni di
Caracas est, 2017 / fot. Marco Benedettelli.
Le imprese degli italo-venezuelani
Nelle retrovie della protesta che divampava pochi isolati più in là, sotto il
cavalcavia oltre plaza Francia, non era affatto trascurabile la presenza degli
italo-venezuelani, soprattutto quelli di estrazione imprenditoriale, vicini
all’alta borghesia. Molti di loro, all’ombra della monumentale fontana al centro
della piazza, criticavano aspramente papa Francesco “per le sue parole troppo
indulgenti verso il regime madurista”.
> “L’opposizione paga i gruppi violenti per estremizzare la lotta e li assolda
> nei ranchos, le bidonville di Caracas dove la gente non ha nulla”.
Il simbolo più importante del Belpaese a Caracas era il Centro italiano
venezuelano, costruito nella metà degli anni Sessanta dagli italiani di prima
generazione. Dalle sue terrazze si godeva di una vista invidiabile sulla città e
sulle verdeggianti colline dominate dal monte Ávila. All’epoca contava quasi
3.700 soci azionisti (la quota mensile era di 30.000 bolivares, poco più di tre
euro). Mentre Caracas era preda di scontri e blocchi stradali, nelle stanze di
quella sorta di torre d’avorio i bambini sguazzavano nelle cinque piscine ‒ una
olimpionica ‒ e si sfidavano nei numerosi campi e campetti da calcio; gli
anziani giocavano a burraco o a domino, a bocce o a stecca.
Fino ad allora l’ex presidente Chávez e il chavista Maduro avevano
sostanzialmente tollerato gli italiani, che con circa 120.000 residenti
ufficiali, tra immigrati, nati e successivi trasferimenti, dopo quella spagnola
(300.000 registrati) sono la seconda comunità del Paese, in grado di vantare
almeno un paio di presidenti della Repubblica di chiara origine italiana. Una
presenza legata ai grandi movimenti migratori del secolo scorso. Eppure si aveva
la sensazione che le cose potessero cambiare presto. In quei giorni,
l’aggressione al deputato italo-venezuelano dell’Assemblea nazionale, Américo De
Grazia, sembrava solo un antipasto. “Non è ufficiale, ma le voci corrono:
vogliono azzerare le proprietà, portarci alla fame e costringerci a lasciare il
Paese”, raccontavano con preoccupazione alcuni imprenditori riuniti in una
stanza per testimoniare la loro esperienza. Molti erano già stati bersaglio di
estorsioni, rapimenti e violenze da parte di una malavita sempre più a briglia
sciolta. “L’Italia e il suo governo ci hanno abbandonato al nostro destino. I
nostri genitori hanno creato sviluppo lavorando con onestà. Rischiamo di dover
tornare in Italia da rifugiati, se non fosse per il doppio passaporto”.
“Quanto durerà questo Eden?”, si chiedeva il proprietario di un’azienda di pizze
surgelate per supermercati. “La produzione è ferma: lo Stato mi impedisce di
comprare la farina, dà la precedenza alle panetterie popolari; se la prendo dai
privati o in forma illegale, mi arrestano”. Fuori, oltre le vetrate e il muro di
cinta, uno slum scendeva come una colata di cubicoli fino alle propaggini del
ricco e scintillante centro. Caracas si dispiegava tra grattacieli e baracche,
sospesa nell’incertezza, in attesa del suo futuro.
L'articolo Caracas 2017: una mappa urbana e politica proviene da Il Tascabile.
> “Fosse vero che invano non si vive? E che tutto ritorna, tutto si dà la mano?”
>
> Umberto Saba, Girotondo
Ci sono libri che come conchiglie rare e gasteropodi leggendari, sono delle
meravigliosi composizioni di spirali e gemme. Degli scrigni di luce e di mare
che sembrano contenere cieli stellati e galassie lontane nelle loro misteriose e
diversissime striature. Non sono testi simmetrici, trattati pedanti, studi
schematici ma galassie da esplorare e che si rivelano tramite piccole spirali,
schizzi suggestivi e impressionanti dettagli. È il caso dell’ultimo libro
di Geminello Alvi, economista, letterato, autore di scritti capitali (come Il
Secolo Americano eIl Capitalismo verso l’ideale cinese), e “miglior prosatore
d’Italia” (Camillo Langone dixit) che torna alle stampe con L’Italia e l’anima
dell’Oriente (La Nave di Teseo).
Un’opera dal titolo schubartiano che si compone di frammenti, di note, di scolii
a costruire un eccentrico resoconto spirituale e letterario dell’autore negli
anni degli ultimi Giubilei tra Italia e Oriente.
Il testo riavvolge infatti i diari di viaggio di tre anni chiave per l’autore il
1998, il 1999, il 2000 costeggiando il Giubileo del 2000 (che era stato alla
base del già splendido Ai padri perdono). Testi che vengono riscritti, ampliati
e riletti alla luce del Giubileo del 2025. Così da arricchire l’opera precedente
ultimando inoltre la “morale inattesa” dei suoi viaggi. Si tratta di scritti
straordinari, di una raccolta di apoftegmi che utilizza un italiano inaudito,
serafico, vibrante e lunare capace di trasformare la realtà che racconta in
testimonianza apocalittica e in rivelazione poetica. Regalando al lettore un
breviario celeste della sua anima in viaggio alla ricerca di quella orientale
dell’Italia.
Questi scritti sono riuniti “dal riguardare le più varie persone che mi fecero
da padre e la necessità di oblio e perdono”. Ma il testo esonda da questa (e da
ogni) classificazione. Più che un diario o un libro di viaggi l’opera è infatti
un mosaico letterario, un “libro-costellazione”, in cui tutto è legato da
simmetrie invisibili, da significati ultimi e destini ineffabili. I viaggi di
Alvi non sono, del resto, una mera avanzata spaziale nell’oriente postsovietico,
nell’Italia presente, nell’Adriatico perduto, nell’Est segreto e destalinizzato,
ma compongono un itinerario spirituale. Una metempsicosi letteraria nelle vene
dell’Oriente, nel nostro Genius loci nazionale, nell’Italia perduta e fallita,
nei dilemmi segreti del cuore e dello spirito dei popoli. Roma, Tbilisi, Mosca,
Costantinopoli non sono nelle sue Notas solo bei nomi ricchi di destino o
scenari di cartoline turistiche, ma santuari della memoria in cui si coglie
l’essenza di quei luoghi, di quei popoli e dei loro misteri. Raccontando le
tappe di un cammino, di un pellegrinaggio nell’Apocalisse contemporanea alla
ricerca di sé stessi e del proprio fato. Tramite una narrazione che unisce le
avventure swiftiane di Gulliver e le pagine migliori dei suoi Eccentrici.
Il testo però non va ridotto al racconto di un pellegrino alla ricerca
dell’Oriente o ad una resa dei conti con il proprio tempo. Si tratta, invece, di
un’opera mondo in cui Alvi con maestria riesce a mostrare al lettore
contemporaneamente reami, registri, linguaggi e sfumature diverse in un testo
caleidoscopico. C’è la critica culturale della nostra coscienza nazionale e dei
suoi incoscienti misfatti adornati di retorica. C’è l’evocazione di una Roma
barabbesca, svagata e sciupata nei propri vizi e vezzi, ormai orfana di fascino
e vitalità. Specchio di una società frenetica e immobile, e di un’Italia
decaduta e piccina. C’è la riflessione sulla spirale tetra della decadenza dei
reduci, delle generazioni, delle classi imprenditoriali e dirigenti italiane ed
europee. Ma ci sono anche valutazioni storiche fulminanti, sempre aguzze e
perciò sempre lucide, sull’ascesa di Primakov, sulla “commedia dell’Europa” e il
volto più autentico di quell’Omino di burro collodiano che è stato il Berlusconi
politico. A ciò si aggiunge infine la dimensione della memoria che unisce
indagine personale, ricordi familiari, fantasmi del passato e l’amore per gli
amati invisibili.
In una sorta di giorno del giudizio letterario che mischia la dimensione plurale
e mosaicale dell’Antalogia Palatina, a quella rivelatoria del Viaggio in Italia
di Piovene, con la potenza linguistica delle cronache trecentesche, in cui
grazie allo stile etereo e raffinato di Alvi, tutto sa incollarsi e darsi la
mano. Ne emerge così una sommatoria di enigmi, di fantasmi, di ricordi, di
visioni tanto franchi e chiari quanto enigmatici e ammalianti. Più che un testo
sul Giubileo quello di Alvi sembra, in effetti, una Apocalisse
enciclopedica anche perché con essa condivide l’intima e ultima volontà di
rivelazione e l’attenta e profonda cultura simbolica.
Il viaggio dell’autore non a caso inizia un una Roma che sembra la barbarizzata
capitale dell’impero alla vigilia della decadenza. Pregna di quel sentimento di
totale deriva e abbandono e da un senso di confusione di tutto che dilaga in cui
la purificazione giubilare si confonde con l’attesa della Rivelazione. Roma si
presenta così come “una meretrice senza perdono che smarrisce ogni virtù del
vizio”. Una città di fantasmi abitata dalle ombre di Cola di Rienzo e della cara
cugina Patrizia Cavalli, da quella dell’amico paterno Manlio, ma anche da quella
di Giordano Bruno. E il ritratto della Capitale dell’autore è perciò spietato e
rivelatorio:
> “Ma Roma, è evidente, contorce in se due cose: eco stanco di un’orgia che durò
> millenni e pagana morale. Come se taluni nella decadenza avessero malgrado
> tutto resistito, protetto per ripicca una solo loro morale”.
La Roma di Alvi è in sostanza una necropoli affollata, la cui essenza animica
sono gli dei Mani. Una città dei morti in cui anche la struggente inconcludenza
svapora in nostalgia di tutto, specie del non vissuto. Ma proprio sotto quel
cielo che sembra un mare capovolto, l’autore alterna considerazioni moralistiche
e squarci sociali, ricordi e considerazioni sparse. Dall’economia alla storia
dal feuilleton alla malacologia, fino ad una immersione nella storia nazionale
sulla scia di Cusin e Montanelli. Alvi rilegge il nostro passato realizzando
così una autobiografia dell’Italia che va dalle colonizzazioni fallite alle
faide intestine, dai suoi uomini illustri ai vizi di fabbrica dell’unità
nazionale tramite una narrazione fatta di schizzi e di visioni. Mussolini è
l’archetipo della natura teatrale e faziosa del nostro Paese la cui parabola
unisce la volontà di imporre il Risorgimento dall’alto alla società di massa
delle élites primonovecentesche e le pose pletoriche di Cola di Rienzo. Pagine
in cui il dittatore romagnolo viene mostrato come una reincarnazione nazionale
del tribuno capitolino.
In questa disamina la sorte di Giordano Bruno diventa la metafora di una nazione
infida per ripicca con la vocazione per il dispetto, e l’animo volubile e
rancoroso. Mentre anche l’unità viene vista come un peccato originale che ha
sacrificato l’universalità italiana alle posa del centralismo francese e del
nazionalismo romantico.
Scorrendo il testo il lettore verrà portato poi a confine tra la Marina
Adriatica e l’altra sponda perduta, quella istriana e dalmata, veneziana
coloniale. Lì si alternano pagine dure e per questo sincere sulla sorte del
nostro Paese con descrizioni naturali e poetiche in cui la lingua vibra e si
risveglia fino alla commozione. Dove i colori del mare e le spirali dei
gasteropodi si rivelano, come per miracolo, un segno di una religione
universale. Mentre le visioni, i ricordi del passato e i racconti del paesaggio
si dimostrano come favole esatte sulla nostra storia nazionale e la condizione
umana. Nelle pagine recanatesi e marchigiane l’autore riflette invece
sull’identità italiana. Oltre facili retoriche e sterili autocompiacimenti. Ci
si ritrova, invece, italiani udendo l’accento scovato di Beniamino Gigli in una
pellicola germanofona, o nell’empatia con quegli “italiani sbagliati” seri e
veri, come Paolo Baffi, Livio Zanetti e Guido Carli, che furono travolti dalla
mediocrità nazionale.
Paragrafi che mostrano, in tal modo, con l’Italia di sempre anche quella di ieri
e di oggi.
Viene affrontato ad esempio il dilagare della mediocrità e banalità mostruosa
delle oligarchie italiane le cui vite sono “ragionerie di odi amministrati, di
ironie finte e di malizie invidiose”. Oppure si mostrano, dietro alle sorti
dell’omino di burro Berlusconi e dei suoi antagonisti eterni, i costumi perenni
dell’Italia, come l’abitudine all’eccezione, all’approvazione, alla guerra
civile. Ma aldilà dei giudizi storici e morali l’opera è anche un florilegio di
dettagli narrativi, di schizzi poetici, di incontri splendidi da Operette morali
(dagli ex colonnelli sovietici ai reduci, dai mistici agli uomini illustri). In
cui anche una descrizione e una bozza narrativa, mostrano come la realtà
appartiene esclusivamente al genere fantastico.
Il viaggio di Alvi prosegue successivamente nell’est postcomunista. Un
itinerario maestoso nelle apocalissi plurali del comunismo sovietico che diventa
occasione di una indagine totale intorno all’anima della Russia,
“quest’orientale, lento, tutto mutare assorbendo”. Capitoli che raccontano e
descrivono il drammatico passaggio dall’incubo piccolo borghese del socialismo
reale alla delusione portata dall’era elciniana. Alvi regala così un ritratto
magistrale della Russia degli anni Novanta saccheggiata dagli interessi
predatori internazionali e poi trasformatasi in decadente Brasile innevato, in
cui si consuma l’ascesa degli oligarchi e le tensioni revansciste nascoste in
quelle impenetrabili favelas di ghiaccio. Delineando un ritratto crudo e
crudele, ma anche sincero e fiabesco della terra di Dostoevskij a confine tra
due epoche e due mondi.
A queste peregrinazioni si accompagnano i viaggi nei Paesi baltici in
fibrillazione, nella Georgia mistica, nelle rovine dell’impero staliniano. Lì la
meditazione sul perdono, sull’anima, sulla salvezza si fa più accorata e perciò
magnifica. Ed un velo d’incenso, o una litania ortodossa, si fanno richiami
verso l’altrove.
> “La mattina in chiesa, mi faccio benedire da un prete ortodosso, la
> benedizione, come la liturgia, sono ancora una cosa seria. Quando diverrò
> autorità spirituale nel Caucaso dovrò pur decidere, convertirmi
> all’ortodossia. E però quella splendida aurora di sonno: mi illuminò di
> meraviglia per i pensieri, per fortuna non mia. E capisco: che al perdono
> l’uomo non basta”.
L’anima dell’Oriente viene quindi evocata, affrontata e attraversata in questo
viaggio spirituale tra la prima Roma, la terza e poi la seconda in un plurimo
incontro di destini. È un’indagine cosmica, economica, storica, animica in cui
la frontiera tra questi temi si dissolve e alle letture veterotestamentarie si
alternano le analisi storico economiche, alla visione mistica la critica
letteraria e la teologia politica. Come conferma la nota in cui l’autore rileva
che lo scrivere, come insegna il reazionario Tommaseo, “non è mai espressione
tirare fuori da se qualcosa è invece fede nelle parole fuori da noi”. E proprio
in virtù di ciò la storia umana è un decadere: solo quella sovraumana cresce
veramente.
Tutte queste visioni e rivelazioni vengono poi riannodate nel capitolo finale
inscenato nel 2025. Dove il confronto tra i viaggi degli anni Novanta e il
presente mostra come i giubilei incarnino il decadere della Chiesa. In questo
affresco il cristianesimo è ridotto a fatto giurisprudenziale, mentre il papato
televisivo bergogliano (per l’autore redivivo Bonifacio VIII) accoglie una Roma
morta e contaminata. Un’Urbe in cui l’ultima generazione seria di italiani
(quella dei Baffi, di Carli e Montanelli) è estinta e i guitti fantasmi romani
di Gioacchino Belli si sono consumati in spiritacci da commediola all’italiana.
L’Italia che ritrova Alvi è di nuovo “retorica e vaticana”, in cui spenti sono i
lumini di Mazzini e del Risorgimento e i credi laici e religiosi sono tramutati
in pose ed imposture. Una Roma senza eroi e senza Papa. Orfana di incanto, anima
e fascino e invasa da immonde cacio e pepe fatte da estranei finti cuochi per
nutrire la tragedia dei turisti pascolanti.
In questa immersione nel presente giubilare Alvi riannoda i fili del libro, dei
suoi viaggi passati, dei suoi incontri in un carosello poetico. E anche la
nostra attualità densa di guerre e conflitti viene riletta alla luce del
perdono. Sulla scia di Schubart, Alvi vede lo scontro tra civiltà come un
conflitto che nasce da una frattura metafisica, per questo la guerra va pensata
oltre il tifo ideologico, alla luce dei Vangeli, dello spirito, del dono. Il
perdono diventa così il centro trasfigurante della storia: non negare
l’inimicizia, ma trasformarla, perché si completi e ciascuno sia responsabile
della propria parte. Una lezione molto attuale.
C’è poi nelle pagine finali la ricongiunzione con l’anima dell’Oriente che non
è bussola geopolitica, rivelazione turistica o stanco esotismo: è piuttosto un
enigma individuale che viene risolto dissolvendolo.
> “L’anima del mio immenso Oriente è piuttosto quest’aurora della marina che si
> eleva davanti, a ben altro dall’uomo, in una cascata di bontà che ricasca
> addosso al mare. Alcuni coi crani aperti ne divengono, nel loro cuore una
> grondaia che goccia, e imbeve la terra. La totale inutilità dell’anima che in
> croce sente la vita come un cappotto rallegra quando muore la Virtù aspirante
> del sole: abbonda nell’Oriente dei miei viaggi; ma è scarsa a occidente”.
L’Italia e l’anima dell’Oriente si presenta quindi come un’opera mondo,
erratica, in cui perdersi e ritrovarsi. Una composizione frammentaria e
circolare in cui il perdono, lo spirito e la parola scavano le pieghe del
presente in un “Day of the Doom” letterario in cui tutto si compie, si completa
e si dà la mano. E dove anche l’enigma individuale del perdono e dell’oblio può
trovare una soluzione capace di illuminare senza dissolverne il mistero.
Francesco Subiaco
*In copertina: Gaetano Riboldi, Giorno del giudizio dopo desinato, 1821-23
L'articolo “Al perdono l’uomo non basta”. Il giorno del giudizio di Geminello
Alvi proviene da Pangea.
Le date, in letteratura, sono importanti: ingannano l’eterno. James Joyce ha
realizzato un romanzo intero intorno al 16 giugno del 1904; per Petrarca è
decisivo il 6 aprile del 1327: in quel giorno – cadeva il Venerdì Santo – il
poeta incontra Laura: ne fu crocefisso. La morte di Virgilio, il sommo romanzo
di Hermann Broch, narra, invece, l’ultimo giorno terreno – ma già inverato di
cielo – di Virgilio, il 21 settembre del 19 a.C.; la vita della Signora
Dalloway, elegante controfigura di Virginia Woolf, si sviluppa di mercoledì, nel
giugno del 1923. Winston Smith, il protagonista di 1984, comincia a scrivere il
suo diario il “4 aprile 1984”:
> “Intinse la penna nell’inchiostro, poi ebbe un attimo di esitazione. Tremava
> fin nelle viscere”.
Tremava – come al cospetto di una rivelazione. Se volessimo
riassumere 1984 potremmo usare questa frase: la scrittura è la vera rivoluzione;
rivela la sua natura brigante. Il romanzo tematizza proprio questo, in fondo.
Scrivere a mano, con la penna – esercizio che coinvolge tutto il corpo, la bella
fatica di chi ara – un diario, è il modo fondamentale per conoscere se stessi –
dunque: per non essere incarcerati da un regime, totalitario, democratico,
utopistico esso sia. È esercizio che violenta – e salva. La scrittura di un
diario personale è vomere e pugnale: qualcosa deve sanguinare perché qualcuno,
prima o poi, nasca. L’appendice a 1984 – I princìpi della Neolingua – descrive
con plastica precisione il regno delle intelligenze artificiali e dei poteri
coercitivi, che procedono per semplificazioni – e per parodia: simulando il
linguaggio giuridico, lirico, accademico, politico: retorica che livella
ogni lirica. Decisivo è – cito – “privare le parole di ogni ambiguità e di ogni
sfumatura di senso”, per costruire una lingua “concepita per esprimere pensieri
semplici e tendenti a uno scopo preciso”. Il linguaggio non dice più –
sviscerandoli – i labirinti dell’anima: è mera, disanimata, funzione, mera
disanima del qui. Il linguaggio è un ingranaggio, una macchina – da adescare,
addomesticare, aggiogare. Razziato, vinto nel linguaggio, l’uomo è un
burattino.
Orwell scrive 1984 a Jura, in un villaggio quasi inaccessibile delle Ebridi: si
sentiva – così il titolo originario del libro – The Last Man in Europe. Insieme
a lui, in condizioni estreme, il figlio adottivo, Richard Horatio; Eileen, la
moglie, era morta da poco. 1984 è uno dei romanzi più letti di sempre – non si
contano più le traduzioni italiane; ne sono previste altrettante. Non è il
romanzo più bello di sempre. Anzi. Orwell è un giornalista di genio: cinico,
sagace, possedeva il senso assoluto del ‘ritmo’ – sapeva rettificare le proprie
opinioni. Alcuni ‘pezzi’ – la ‘recensione’ del “Mein Kampf” di Hitler uscita nel
1940; l’“intervista immaginaria a Jonathan Swift”, del novembre ’42
e Riflessioni sul rospo, del ’46 – vanno riletti di continuo, per imparare il
‘mestiere’. Quanto a impatto culturale e ad analisi ‘morale’ – non certo per
bellezza estetica –, 1984 va letto al fianco del Signore degli Anelli e
del Dottor Zivago.
Scrittore singolare, singolarmente attratto dal sottosuolo e dalle scelte ultime
– obbligò la moglie a trasferirsi nell’Hertfordshire, in una casa senza
elettricità, bagno e acqua calda, procacciandosi il cibo nei campi coltivati con
estro da dilettante – Orwell è uno degli autori centrali del Novecento: lo
dimostra la bibliografia che lo accerchia, oceanica. Dire qualcosa su di lui –
gli studiosi hanno setacciato ogni carta, ogni cicca, ogni scarto, sanno perfino
quanto George sborsava ai bordelli – è pressoché impossibile; la “Orwell
Foundation” e la “Orwell Society” si impegnano a promuoverne l’opera. Il merito
del libro di Luca Fumagalli, George Orwell. L’arte di uno scrittore politico,
uscito nei ‘Profili’ delle Edizioni Ares, ha il merito di introdurci nel
pensiero di Orwell: tesse, insomma, una sorta di biografia per intenti, momenti,
ideali. Il libro va giù veloce, è la giusta rampa di lancio per un viaggio a
precipizio nello scrittore più citato – e più frainteso – del secolo: ciascuno
troverà l’Orwell che preferisce. Nella Prefazione al libro, Paolo Gulisano
scrive che “Ogni totalitarismo è, prima e al di là di ogni colore politico e
ideologico, un enorme laboratorio per la trasformazione della natura umana e la
creazione di una sorta di nuova specie”. La frase suona come un monito – Orwell,
più vivo che mai, ci serva come un’ascia per fendere questo tempo, per tornare
all’uomo in un’era dai tratti disumani.
Come ha fatto Orwell a diventare Orwell, cioè lo scrittore citato più di tutti,
lo scrittore-profeta per antonomasia? Per caso, per un frainteso, per un tiro
della Storia?
Orwell non era affatto un talento naturale e men che meno un genio delle belle
lettere. In altri termini, non era uno di quegli scrittori, come ad esempio
William Golding, che ebbe la fortuna di ottenere uno straordinario successo di
pubblico e critica con la sua opera d’esordio, né era uno alla C. S. Lewis, che
vergava con facilità pagine su pagine di ottima prosa senza alcuna necessità di
rivederle e correggerle. Orwell nacque dalla fatica, dal sacrificio, da quel
duro lavoro che, proverbialmente, prima o poi paga. Difatti fu solo al termine
di una gavetta lunghissima, durata quasi tutta la vita, che riuscì a trovare la
sua “voce”, a dare una direzione chiara alla propria scrittura, finendo per
sfornare due capisaldi della letteratura occidentale del Novecento quali La
fattoria degli animali e 1984. E tutto questo lo fece pagandone sempre e
comunque il fio: non ebbe mai aiuti o protettori influenti, e le sue prese di
posizione – sovente controcorrente, esito di una straordinaria lucidità e di
un’onestà intellettuale non comune – gli causarono non pochi grattacapi.
Orwell: più sagace opinionista che geniale romanziere. È d’accordo?
Da sempre si dibatte su quale sia l’Orwell migliore, se il saggista vivace e
polemico o il romanziere, specie quello favolistico/distopico. È innegabile che
nel testo breve Orwell seppe coltivare uno stile singolarmente raffinato e
penetrante, di difficile imitazione, ma è altrettanto evidente che se non avesse
scritto La fattoria degli animali e 1984 il suo nome sarebbe finito nel
dimenticatoio. Detto questo, Orwell fu un fine critico letterario, tutt’altro
che convenzionale, mentre come opinionista politico ebbe intuizioni al limite
del profetico. Nel corso della sua breve parabola biografica si dimostrò inoltre
coraggioso nel limare o rivedere le proprie opinioni, ammettendo ogni volta gli
eventuali sbagli. Tuttavia, quando la sua narrativa imboccò quella via politica
che l’avrebbe condotto ai capolavori della maturità, l’Orwell romanziere si
dimostrò una spanna avanti al saggista, facendogli guadagnare l’immortalità.
Credo che il punto centrale di “1984” sia quello di ricordarci che ogni potere,
anche il più ‘benevolo’, agisce attraverso il linguaggio, sottraendoci il
linguaggio, sostituendo il linguaggio umano con la ‘neolingua’, semplificando i
‘classici’, togliendoci le parole per dire l’amore e la rivolta. È così? In
qualche modo Orwell è l’antidoto al dominio del linguaggio ‘artificiale’?
Il linguaggio è lo strumento principe attraverso il quale il potere cerca di
controllare le masse, distorcendolo, depauperandolo, pervertendone i
significati. Orwell suggerisce giustamente che senza un vocabolario adeguato a
rappresentare le mille e più sfumature del reale, la realtà stessa si fa
meschina, piatta, banale. Pertanto la complessità che la contraddistingue si
annulla in uno slogan – o in un meme – buono per tenere a bada le coscienze e
per evitare che il cervello faccia lo sforzo di concedersi una riflessione un
poco più approfondita. La manipolazione del linguaggio non è prerogativa
esclusiva dei regimi totalitari o della propaganda politica in senso lato, ma
pure di quel mondo liberal-capitalistico che lo scrittore inglese criticava con
pari ferocia, il cui spirito è incarnato dalla pubblicità denunciata nel
romanzo Fiorirà l’aspidistra. Orwell, da parte sua, invita a rimanere ancorati
al dato esperienziale, alla concretezza della realtà, a ciò che è oggettivo:
solo così è possibile sfuggire alla fumosità di un linguaggio reso astratto da
chi ha l’ambizione di intruppare le coscienze.
In fondo, qual è la ‘visione del mondo’ di Orwell? In cosa credeva Orwell?
Guido Bulla, uno dei principali divulgatori di Orwell in Italia, lo ha definito
un «socialista asociale». Si tratta di un’etichetta facile, ma che ha dalla sua
la capacità di cogliere l’essenza, il nocciolo duro del pensiero orwelliano. Lo
scrittore inglese era infatti un socialista adogmatico, del tipo umanitario, e
fece sempre parte a sé, rifiutando ogni compromesso, anche minimo. La sua fu una
scelta radicale che diede alla personale lotta contro l’ingiustizia un tono
eroico, a tratti commovente, condannandolo a uno scontro perenne con la destra e
la sinistra, attaccato su entrambi i fronti. Orwell non ebbe mai paura delle
proprie idee e pure nei suoi testi non si contano i richiami ai temi
dell’autonomia dell’individuo e della libertà di chi scrive. Quando sostenne che
«l’arte è in qualche misura propaganda» – una delle sue frasi più travisate –
intendeva che la letteratura deve supportare un qualcosa di importante e di
meritevole, non svilirsi servendo il potere. Allo stesso tempo, però, fece
sempre fatica a rompere il cordone ombelicale con quella ‘lower-upper-middle
class’, come lui la definiva, dalla quale proveniva, fatta di rispettabilità e
buon senso. Ciò rende ragione del suo essere un pensatore asistematico,
cangiante, quando non apertamente contraddittorio. Tuttavia questo non toglie
nulla al suo fascino.
Si può dire che Orwell esprimesse una ‘poetica della politica’ come scrittore?
Orwell è da considerarsi uno scrittore politico non perché la politica fosse il
suo interesse esclusivo, anzi, ma perché fu per lui uno strumento per difendere
innanzitutto valori non politici: «Se il totalitarismo diviene il nostro
consueto modo di vivere», scrive Bernard Crick, il suo primo biografo di una
certa rilevanza, «allora tutti gli altri valori umani, libertà, fraternità,
giustizia sociale, amore per la letteratura, del parlar franco e dello scrivere
chiaro, la fiducia dell’esistenza di una morale naturale fra la gente comune,
l’amore per la natura, il gusto per la bizzarria umana e il patriottismo
perirebbero». Semplificando un poco, si potrebbe affermare che i capolavori
orwelliani altro non sono che una fenomenologia del potere in forma narrativa –
in questo, per quanto lontanissimi nello spirito e nel genere, non troppo
dissimili da Il Signore degli Anelli – e tra le gemme più luminose di quel
tesoro che lo scrittore ha voluto consegnare alla posterità vi è senza ombra di
dubbio l’ammonimento a coltivare una coscienza critica, a essere disposti a
mettere in discussione ogni cosa in nome della verità. Si tratta di un
insegnamento che appare ancor più decisivo in una società come la nostra in cui,
complice la tecnologia, il grado di falsificazione del reale ha raggiunto vette
che Orwell non avrebbe neanche mai potuto immaginare. Tra parasocialità
internettistica, intelligenze artificiali e fake news è facilissimo smarrirsi e,
come sempre, chi trae vantaggio dal disorientamento collettivo sono i pochi che
tirano i fili.
Ci dica: il libro di Orwell assolutamente da leggere – e il testo più
inconsueto, spiazzante.
Oltre a La Fattoria degli animali e a 1984 sono particolarmente legato al
romanzo Una boccata d’aria, che tocca i temi dell’urbanizzazione alienante e
della nostalgia con un piglio insieme irriverente e commovente. Invece lo
scritto più spiazzante resta per me La strada di Wigan Pier, un “documentario”
sulla terribile condizione dei minatori del nord dell’Inghilterra, che si
risolve, nella seconda parte, in una tirata contro l’ipocrisia di certa
intellighenzia di sinistra per certi versi ancora attuale.
A proposito della ‘vocazione’ alla scrittura di Orwell: sono stati decisivi i
giorni in Birmania o quelli a Parigi?
Difficile rispondere, anche perché Orwell non è mai completamente affidabile
quando ritorna sul proprio passato col senno di poi. Nei suoi memoriali sostiene
infatti che la decisione di darsi alla scrittura avvenne a conclusione di un
periodo trascorso in Birmania, subito dopo il diploma, in forza presso la
polizia coloniale. Lo sfruttamento sistematico e i soprusi di cui fu testimone,
sempre a suo dire, lo convinsero a prendere la penna e a denunciare le storture
del sistema, schierandosi dalla parte degli oppressi. La cosa, fonti alla mano,
appare poco probabile: quella di Orwell, allora, fu forse un’intuizione, non una
scelta così chiara come poi ebbe a descriverla. Allo stesso modo i mesi a
Parigi, vissuti in povertà, furono un primo, timido tentativo di sposare la
causa degli underdog, in questo caso dei derelitti che abitavano i bassifondi.
L’esperimento fu di per sé fallimentare, ma si trattò di un piccolo passo verso
quella consapevolezza politica che sarebbe stata alla base dei suoi
capolavori.
Orwell e le donne. In uno studio recente, Anna Funder si premura di ricordarci
che Orwell era misogino, sessuomane, maldestro fino a essere manesco. Un
fedifrago compulsivo. E che il vero genio, in famiglia, era la prima moglie,
Eileen O’Shaughnessy. Concorda? Commenti.
Il libro della Funder, L’invisibile signora Orwell, nel complesso è ben
documentato e godibile. Ha anche il merito di “umanizzare” Orwell, di mostrarne
cioè i limiti caratteriali e i pregiudizi. Troppo spesso infatti l’inglese è
stato trattato dagli ammiratori alla stregua di un santo laico, di un eroe senza
macchia e senza paura. Nondimeno la Funder cade nella trappola di un approccio
ideologico che deforma grottescamente la realtà: smaniosa com’è di denunciare la
cosiddetta “cultura patriarcale”, finisce per azzerare, o quasi, i meriti di
Orwell e per rimarcare eccessivamente quelli di Eileen, incistata nel ruolo
della povera donna di genio vittima dell’asservimento domestico.
Cosa ha scoperto di sorprendente – quando non di inedito – della biografia
orwelliana? Un dettaglio che ci mostro Orwell con un profilo inconsueto.
Resta intrigante la scelta di Orwell, subito dopo la fine del Secondo conflitto
mondiale, di trasferirsi sull’isola di Jura, nelle Ebridi. Si tratta, allora
come oggi, di un luogo remoto, difficilmente raggiungibile, che nulla ha a che
spartire col caos di Londra. Alcuni hanno definito la sua decisione, presa
all’indomani del successo finalmente ottenuto con La fattoria degli animali, un
suicidio o un atto masochistico; ma forse, al di là delle cagionevoli condizioni
di salute, dietro di essa si nascondeva il sogno di edificare una sorta di bolla
edenica, una piccola parentesi di serenità bucolica in un mondo che si stava
dirigendo a grandi passi verso la Guerra fredda. Jura fu forse anche la volontà
di una rinnovata comunione con la terra, di riscoperta delle proprie radici – la
famiglia di Orwell era originaria della Scozia – quasi un guanto di sfida
gettato in faccia alla modernità alienante.
Orwell – come Kafka – è stato relegato a un aggettivo, ‘orwelliano’. Già, ma chi
sono gli autentici scrittori orwelliani, oggi? (Tra quelli di ieri, ricordo
soltanto Burgess, a tratti).
Anthony Burgess, poco noto al grande pubblico se non come autore di Arancia
meccanica, il romanzo da cui Kubrick ha tratto l’omonimo capolavoro
cinematografico, ha firmato diversi lavori di taglio distopico sul modello
orwelliano, con rimandi talvolta evidenti (basti pensare a 1984 & 1985,
esplicito sin dal titolo, o a Il seme inquieto). Qualcosa di Orwell c’è anche
nel Dave Eggers de Il cerchio, romanzo abbastanza mediocre dal punto di vista
letterario, ma in cui le dinamiche connesse al Grande fratello sono
efficacemente aggiornate all’epoca di internet e dei social. Altro “orwelliano”
è il danese Henrick Stangerup, autore di un’opera come L’uomo che voleva essere
colpevole che ben illustra gli effetti disumani prodotti da una reiterata
mistificazione della realtà. Analogo discorso per Margaret Atwood, che ne Il
racconto dell’Ancella e ne I testamenti dell’Ancella descrive una società futura
in cui i diritti umani vengono repressi e le donne vivono in una condizione di
semischiavitù.
Dove si avverte, a suo dire, la ‘funzione Orwell’ in Italia?
Orwell meriterebbe di essere riscoperto, soprattutto alle nostre latitudini, non
tanto e non solo per i moniti sulla società massificante e le subdole
manipolazioni del potere, ma soprattutto per quell’onestà intellettuale e quello
spirito genuinamente libertario che oggi è quasi del tutto scomparso, affossato
da ridicole partigianerie e da interessi di piccolo cabotaggio. La frase
«nell’epoca dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario»,
che solitamente gli si attribuisce, non è una citazione esatta tratta da uno dei
suoi libri, ma, come a volte capita con simili apocrifi, ha almeno il pregio di
riassumerne efficacemente il pensiero, ancora drammaticamente attuale.
L'articolo Orwell contro tutti. Dialogo intorno allo scrittore più citato (e
frainteso) di sempre proviene da Pangea.
A trent’anni dalla scomparsa e a cento dalla nascita di Gilles Deleuze, è
apparso Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi (2025) di
Roberto Ciccarelli presso DeriveApprodi. Il timing della pubblicazione potrebbe
far pensare a un libro commemorativo o ancora a un’introduzione alla filosofia
deleuzo-guattariana. Senz’altro vi è un po’ di entrambe le cose. Ma questo è
innanzitutto un libro che va letto al termine o all’inizio di un’assemblea.
Durante l’occupazione di un liceo o di una facoltà contro il genocidio del
popolo palestinese. O ancora la sera prima di scendere in piazza contro l’ultima
trovata del governo. Perché l’intenzione di Ciccarelli è chiara dalla prima
pagina: fermarsi un attimo, guardarsi attorno e dire “abbiamo un problema”.
Abbiamo innanzitutto il problema dei fascismi e delle guerre. Ma abbiamo anche
un altro problema, da cui forse discendono tutti gli altri: ci siamo dimenticati
quanto sia desiderabile una rivoluzione. Non l’attesa messianica dell’ora X che
ci salverà tutti o perfino l’intervento di un qualche esercito comunista
intergalattico; no, quella pensata da Deleuze e Guattari e rilanciata oggi da
Ciccarelli è una rivoluzione che passa dal divenire-rivoluzionari.e.
> È nell’intermezzo tra una sussunzione e una separazione dal potere che si
> accende un altro divenire rivoluzionari.e. Lo si inizia a praticare nel mezzo,
> tra linee divergenti. Nulla è scontato, né automatico, nessuna strategia è
> totale, nessuno scontro è finale. Tuttavia avvengono svolte profonde che
> possono spezzare un divenire e porre fine a una storia.
Fascism is in the air
“Il fascismo è nell’aria”, le sue molecole vorrebbero toglierla e confiscarla.
Al governo in diversi Paesi, non solo il nostro. Nei centri di detenzione e di
espulsione. Nelle scuole e nelle università. Sui luoghi di lavoro. Da un lato e
dall’altro dell’Atlantico, senza risparmiare l’America Latina di Javier Milei.
Eppure mai è stato così difficile dire e comprendere quella che Ciccarelli
chiama la “parola F”. La difficoltà nasce, spiega, dal “successo”
dell’occupazione neoliberale della “dialettica tra rivoluzione e divenire
rivoluzionari” con l’intento di ridurla agli assiomi del mercato. Così non sono
soltanto le istanze di libertà e le loro lotte che si sono “molecolarizzate”, ma
anche il fascismo. Una vera e propria appropriazione “dei concetti e del senso
delle azioni dell’avversario per ribaltarle nel loro contrario, facendo così
collassare i divenire rivoluzionari.e che circolano nelle forme di vita
normalizzate”. È da qui che si sviluppa quel carattere intrinsecamente
contraddittorio del neoliberalismo, insieme rivoluzionario e conservatore,
reazionario e controrivoluzionario.
> Abbiamo il problema dei fascismi e delle guerre. Ma abbiamo anche un altro
> problema, da cui forse discendono tutti gli altri: ci siamo dimenticati quanto
> sia desiderabile una rivoluzione.
I “fascismi molecolari” di cui si occupa la ricerca di Ciccarelli non sono
riducibili a un aggiornamento dei fascismi storici. A differenza di questi
ultimi, il trumpismo non è una “macchina da guerra” che si appropria dello Stato
per controllare il mercato, ma è la “presa” dello Stato da parte delle forze del
mercato per mezzo, anche ma non solo, della violenza e del terrore fascisti.
L’obiettivo di Trump, “Make America Great Again”, non è di stabilire un
controllo americano sul mercato mondiale, ma di accumulare il più possibile le
proprie ricchezze irrobustendo a sua volta i profitti di chi fa parte della sua
rete finanziaria e immobiliare. E per questo distruggere gli ultimi meccanismi
di mediazione democratica e istituzionale, così come gli ultimi residui di
“spesa” sociale. Così come i suoi predecessori, in una congiuntura di forte
accelerazione che però lo differenzia, Trump non può proseguire il suo disegno
senza dispiegare una vera e propria guerra contro tutti coloro che, per
necessità o ancora per convinzione, si oppongono a una tale distruzione del (già
assai flebile) Stato sociale.
È in questo senso che Divenire rivoluzionari.e segna l’emergenza dei
microfascismi contemporanei negli anni Settanta più che negli anni Venti o
Trenta, sottolineando la loro organicità alla (contro)rivoluzione neoliberale.
Nelle pieghe del percorso storico tortuoso dei neoliberalismi, Ciccarelli
conduce il lettore e la lettrice al cuore delle sue contraddizioni seguendo la
sua triplice rivoluzione autoritaria sviluppata contro quel lungo decennio di
lotte e di sperimentazione che chiamiamo 1968. Per questo Ciccarelli definisce
il neoliberalismo innanzitutto come una rivoluzione “dall’alto condotta dalle
classe dirigenti nutrite da egoismi territoriali e da impulsi anticostituzionali
e antiparlamentari”. Si tratta allo stesso tempo di una rivoluzione “capitalista
ostile alla democrazia intesa come istanza della libertà, dell’uguaglianza e
della giustizia” che si articola a una terza rivoluzione, questa volta
“classista, sessista e razzista che coltiva il risentimento contro gli oppressi,
gli sfruttati, le differenze sessuali e gli erranti fra le frontiere”.
Il merito del libro di Ciccarelli è, da questo punto di vista, di ritornare alla
fine di Mille piani (1980), dove l’analisi storica dei neoliberalismi si
intreccia con la storia politica degli anni Settanta. A differenza di altri tipi
di analisi, quella di Deleuze e Guattari è capace di mettere in risalto il
carattere antiliberale dei neoliberalismi, che vengono intesi innanzitutto come
delle varianti del progetto capitalista di farla finita con le aporie dei
liberalismi. Tra democrazia e individualismo, interesse collettivo e profitto
d’impresa, diritti fondamentali e libertà imprenditoriali, i neoliberalismi, già
nelle loro teorizzazioni degli anni Venti e Trenta, non cercano più delle
mediazioni.
Ecco perché i primi terreni di sperimentazione delle teorie neoliberali non
potevano che essere le dittature militari che falcidiarono le popolazioni
sudamericane negli anni Settanta. Dal golpe brasiliano del 1964, passando per il
Cile di Pinochet (1973) fino all’Argentina di Videla (1976), il neoliberalismo
si è imposto come dottrina politica, economica e sociale della guerra alla
democrazia, alle mediazioni istituzionali del movimento operaio, delle
differenze sessuali, in un mix di disprezzo totale dei diritti, senza alcuna
distinzione fra quelli sociali, civili e politici delle popolazioni prese in
ostaggio. Ciccarelli ricorda giustamente l’appoggio concreto della Scuola di
Chicago alla dittatura cilena, l’esultanza del neoliberale Wilhelm Röpke alla
notizia del golpe brasiliano e l’omaggio di Friedrich Hayek al fascista
portoghese António de Oliveira Salazar. Questi processi sono spesso associati
nell’immaginario collettivo a delle sorte di colpi di coda di vecchi incubi
fascisti che resistevano a un mondo nuovo di libertà e diritti. Oppure, nel
migliore dei casi, sono appiattiti alle difficoltà dei processi di
decolonizzazione, a cui certo sono legati. Il libro di Ciccarelli è appunto uno
strumento per andare oltre tali confusioni, sia storiche che contemporanee.
L’autore mostra infatti come le dittature degli anni Settanta, assieme a quelle
che le hanno precedute di qualche anno, non possano essere dissociate né dalle
guerre civili in seno all’Europa (Italia e Germania in testa), né dalla
finanziarizzazione dell’economia mondiale.
> Ciccarelli conduce al cuore delle contraddizioni dei neoliberalismi seguendo
> la triplice rivoluzione autoritaria sviluppata contro quel lungo decennio di
> lotte e di sperimentazione che chiamiamo 1968.
È in questa lunga storia che prende le mosse dagli anni Settanta che Ciccarelli
stabilisce una controstoria dei neoliberalismi, entro la quale diventa possibile
pensare nuovamente la famosa “parola F”. La spettacolarità degli speech
trumpiani, l’uso massiccio e scabroso dell’Intelligenza artificiale (si pensi al
video IA in cui Trump getta quintali di feci sulle manifestazioni No King) o
ancora la “tiktokizzazione” dei raid anti-chicanos condotti dalle milizie
paramilitari ICE guidate dallo Standartenfūhrer Gregory Bovino uniscono cattivo
gusto, violenza estrema e accelerazione della fascistizzazione della vita
quotidiana. Lasciano attoniti, impotenti davanti a un potere talmente kitsch da
pubblicare su Truth i nuovi arredi dei bagni Lincoln della Casa Bianca in stile
Saddam Hussein o Casamonica.
Cattivo gusto a parte, il neoliberalismo fascista di Trump che emerge dalle
pagine di Ciccarelli è figlio della lunga storia americana e mondiale inaugurata
da Richard Nixon e Ronald Reagan. Ovvero quel particolare momento della storia
mondiale in cui la rottura degli accordi di Bretton Woods (1971) e la seguente
finanziarizzazione dell’economia mondiale si articolano alla moltiplicazione dei
fronti di guerra, esterni e interni (come la War on drugs). Non è neanche un
caso che, come mostra The Apprentice (2024) di Ali Abbasi, proprio in quegli
anni il giovane Trump incroci sul suo cammino, mentre speculava sulla New York
falcidiata dal debito pubblico, l’avvocato fascista Roy Cohn, già sperimentato
inquisitore al fianco di Joseph McCarthy.
Divenire rivoluzionari.e. O una nuova idea di rivoluzione
L’ostacolo più grande per Trump e accoliti ha una data che è anche un nome
comune globale: 1968. Neoliberali e nuovi fascisti ne sono ossessionati.
Moltiplicano i suoi nomi per distaccarlo dalla ricchezza esistenziale e
politica, culturale e artistica che ha sconvolto, ai quattro angoli del mondo e
per un lungo decennio, la storia del capitalismo mondiale aprendo a nuove
direzioni di liberazione politica, sociale, economica, sessuale. Terreno per
eccellenza delle Cultural wars neoliberali dagli anni Ottanta, il pensiero-1968
è stato prima mercificato e svuotato nella forma della French Theory, per poi
essere identificato come la radice dei mali contemporanei. Sotto il nome di
“decostruzione”, l’insieme delle teorie e delle ricerche di Deleuze e Guattari,
Foucault e Derrida sono state perfino l’oggetto di un convegno organizzato nel
2022 alla Sorbona (Cosa ricostruire dopo la decostruzione?) a cui ha preso parte
il ministro francese dell’educazione dell’epoca Jean-Michel Blanquer. Era il
tempo delle statue di Cristoforo Colombo distrutte o sfregiate negli Stati Uniti
nell’ondata di mobilitazioni seguite al movimento Black Lives Matter, contro cui
i think tank dell’Alt-Right hanno elaborato la categoria della Cancel Culture e
poi del Woke. Salvo poi praticarla dall’alto e loro stessi, questa cultura della
cancellazione, prima attraverso il definanziamento delle ricerche “progressiste”
nelle università americane e poi delle esposizioni in numerosi musei, per finire
con l’eliminazione vera e propria di numerosi siti scientifici precedentemente
finanziati dal Congresso.
L’ossessione dei neoliberali e dei fascismi molecolari per il 1968 si spiega,
alla luce della ricerca di Ciccarelli, per la potenza di trasformazione che esso
ha liberato. Quel lungo decennio di lotte e nuovi sviluppi del pensiero critico
ha posto le condizioni di possibilità per andare oltre il sempiterno problema
del fallimento delle rivoluzioni e pensare dei nuovi inizi. Un’idea che Deleuze
sintetizzò nell’Abecedario girato da Pierre-André Boutang e pubblicato postumo:
“che le rivoluzioni falliscano, che finiscano male, non ha mai fermato la gente,
non ha mai impedito che la gente diventasse rivoluzionaria” (Abecedario, voce
“Sinistra”). Gli anni-mondo 1968 indicano infatti per Ciccarelli, così come per
Michael Hardt nel suo recente I Settanta sovversivi (2025), il terreno su cui è
emersa una nuova maniera di intendere e praticare il problema della rivoluzione.
Problema che, a partire da ciò che Ciccarelli e Hardt considerano il ground Zero
della nostra politica, consiste nel “dare un’altra consistenza alla
molteplicità”. La radicalità della novità degli anni-mondo 1968 è rintracciata
nel libro attraverso una “rottura” con i paradigmi organizzativi e desideranti
ereditati da altre “rotture” maggiori nel corso della storia dei movimenti
operai e rivoluzionari. Identificati spesso con una sorta di post-marxismo, se
non proprio con un’epopea del capitalismo neoliberale, Deleuze e Guattari sono
considerati qui invece come due filosofi rivoluzionari. In un’intervista con
Antonio Negri del 1990, Gilles Deleuze ribadì infatti come sia lui sia Félix
Guattari fossero “rimasti marxisti”, prima di aggiungere un prudente “in due
maniere diverse forse, ma entrambi”. Il filosofo francese spiegò subito cosa
intendeva: “non crediamo a una filosofia politica che non sia incentrata
sull’analisi del capitalismo e dei suoi sviluppi”.
> Identificati spesso con una sorta di post-marxismo, se non proprio con
> un’epopea del capitalismo neoliberale, Deleuze e Guattari sono considerati qui
> invece come due filosofi rivoluzionari.
L’adesione di Ciccarelli a questa autointerpretazione di Deleuze gli ha permesso
di presentare una caratteristica inedita rispetto alla letteratura italiana e
non solo, dando un peso specifico degli approfondimenti agli scritti di
Guattari. La centralità del tema della “rottura” nella ricerca di Ciccarelli
eredita appunto la riflessione guattariana condotta a partire dai primissimi
anni Sessanta, quando egli applicava e problematizzava insieme il concetto
lacaniano di “rottura” (coupure), gli ultimi sviluppi sartriani sui gruppi e
l’esperienza leninista del 1917. Come spiega bene l’autore, se per Guattari e
Deleuze bisognava cercare nuovi strumenti organizzativi, primo su tutti la
“trasversalità”, la “rottura leninista” del corso della storia resta una bussola
centrale nelle loro riflessioni. Non si tratta certo di “ripetere” il contenuto
dell’esperienza bolscevica, ma di ripetere la “rottura” che essa è stata capace
di imprimere alla “linearità storico-sociale”.
È quindi questa idea della possibilità e dell’attualità della rivoluzione che
pervade l’opera di Ciccarelli. Una rivoluzione che articola, senza sostituirla,
alla dualità della lotta di classe (una classe contro l’altra) una molteplicità
di forme di lotta e di soggetti che si riscoprono non solo come assoggettati dai
poteri e dai saperi, ma anche come protagonisti di processi rivoluzionari. È per
questo che Ciccarelli identifica nel divenire rivoluzionari.e un triplice
compito ancora non svolto: “la trasmutazione del passivo nell’attivo”, “la
trasvalutazione dei valori” e “la riconversione della soggettività capitalistica
e del suo desiderio in quella di una soggettività liberata”. Entro questo quadro
storico, politico e filosofico, si sviluppa dunque il problema dei divenire
rivoluzionari.e oggi. Il libro rilancia così un’intuizione che Marx ha
approfondito nei suoi scritti storici sul 1848 e sulla Comune, Lenin nel suo
Stato e rivoluzione nel caldo degli eventi del 1917, ma anche Gramsci, Sartre e
poi i movimenti decoloniali e transfemministi. Il problema consiste nel vedere
nelle molteplicità non una dispersione o ancora una frammentazione, ma il
terreno stesso di una reinvenzione della classe.
In tutti questi autori, teorici o ancora rivoluzionari, come nota Ciccarelli, il
concetto di classe non è un soggetto naturale, né un’entità statistica da
misurare con coordinate socioeconomiche. È invece un soggetto politico in
movimento, contingente e per questo sempre in discussione. Quando emerge, c’è
una rivoluzione. E non è sempre detto che ci sia. La classe diventa così una
formula delle molteplicità, la formula rivoluzionaria delle molteplicità, che si
oppone sia alla loro frammentazione sia alla loro messa in concorrenza o
addirittura all’accumulazione di identità a cui invita senza sosta la
mercificazione delle soggettività. È in questo senso che va intesa la tesi di
Ciccarelli secondo cui “la politica non è solo una questione di resistenza, ma
di creazione”. La creazione di cui si parla qui è la trasformazione delle
molteplicità sociali che è possibile quando un divenire rivoluzionari.e ne
incontra un altro:
> Il problema è tracciare una linea di massa tra divenire rivoluzionari.e
> asimmetrici, frammentari e dispersi mentre si consolida un potere che tende a
> negare la pensabilità di una simile prospettiva e realizza la propria
> rivoluzione, quella che nega la possibilità delle altre.
È proprio questa idea di una politica delle molteplicità che si schiude
nell’apertura del concetto di divenire rivoluzionari.e. Il pensiero filosofico e
politico di Deleuze e Guattari si muove a partire da una dinamica specifica che
– ci permettiamo di aggiungere qui a partire dagli archivi inediti di Deleuze –
prende il nome di dialettica della differenza e della ripetizione. Potrebbe far
inarcare qualche sopracciglio questo richiamo alla dialettica, a cui Ciccarelli
fa riferimento dalle prime pagine, in cui spiega che il suo libro è un esercizio
per “agire attraverso e pensare con Deleuze e Guattari […] in una dialettica da
riscoprire o da apprendere un’altra volta”. Ovvero: come pensare una dialettica
che sappia porre e insieme praticare il problema della rivoluzione a partire da
una concezione in movimento della “prassi basata sulla differenza”?
> Il concetto di classe non è un soggetto naturale, né un’entità statistica da
> misurare con coordinate socioeconomiche. È invece un soggetto politico in
> movimento, contingente e per questo sempre in discussione. Quando emerge, c’è
> una rivoluzione.
I passaggi più belli di Divenire rivoluzionari.e sono dedicati appunto a questa
dialettica. In una filologia vivente del concetto di rivoluzione, Ciccarelli ne
ricostruisce i legami col divenire, alla base della concezione contingente e
situata, mai escatologica, che sviluppano Deleuze e Guattari: “il divenire è il
riveniente: torna sempre diverso. E, ogni volta che si è ri-voluto, lo si è
voluto ancora, è tornato su se stesso, si è rivolto in altro. […] Il rivenire,
invece, è una ripetizione che differisce nella storia. Nei rovesci la differenza
riviene di nuovo e si capovolge un’altra volta”.
Per questo il concetto di “divenire rivoluzionari.e” articola soggettivazione e
rivoluzione, in un pensiero-azione cosciente che la prima non è riducibile a una
propedeutica della seconda, né che quest’ultima possa risolvere una volta per
tutte i problemi di cui è pregna la prima. Una rivoluzione non salva, non basta
e certo non estingue i problemi che assillano la storia umana. Ma costituisce
senza dubbio un salto (una “rottura”) dentro questa stessa storia, al punto che
ci sono date dopo le quali non è possibile porre i problemi come prima: 1789,
1848, 1871, 1917, 1968. Lo stesso problema della rivoluzione muta dentro questa
logica e si presenta oggi, nel post-1968, sotto forma del divenire
rivoluzionari.e.
Attraverso questo concetto-problema, Ciccarelli propone l’urgenza di armarsi di
ciò che Deleuze ha definito in Differenza e ripetizione (1968) “la conquista del
potere più alto”, quello di “decidere dei problemi restituendoli alla loro
verità”. Il ragionamento di Ciccarelli ruota attorno all’attualità di queste
pagine della tesi discussa da Deleuze in una Sorbona ancora sconvolta dagli
eventi del maggio 1968, in cui la “guerra dei giusti” è definita come “la lotta
pratica” che “non passa per il negativo, ma per la differenza e la sua potenza
di affermare”. Differenza che passa a sua volta dalle sperimentazioni di nuovi
“blocchi di alleanze”, concetto di Mille piani ampiamente aggiornato da
Ciccarelli attraverso il filtro delle teorie decoloniali e transfemministe,
capaci di ampliare e approfondire questo “potere” e insieme di creare nuove
soluzioni. Come indica la stessa formula del concetto: “divenire
rivoluzionari.e”, piuttosto che semplicemente “rivoluzionari”, perché si tratta
innanzitutto di un lavoro politico che consiste nel rendere i problemi di
ciascuno trasversali alle lotte degli altri e quindi divenire questi altri per
poi divenire un’altra cosa ancora. “Futura umanità”, recitava l’Internazionale;
più concretamente, direbbero Deleuze e Guattari, cominciamo con un “divenire
donna”. Ecco, diveniamo rivoluzionari.e.
L'articolo Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi di
Roberto Ciccarelli proviene da Il Tascabile.
Cinquant’anni fa, per Einaudi, usciva un libro straordinario.
Titolo a caratteri cubitali, numero 70 della collana “Nuovo Politecnico”: era
l’8 febbraio del 1975 – la copertina ricordava Malevič (piccolo quadrato rosso
su fondo bianco), l’autore, Roman Jakobson, era noto per essere – così la
bertuccia Treccani – l’“iniziatore del metodo formalista” e “fra i fondatori…
dello strutturalismo in linguistica”; un tempo i suoi Saggi di linguistica
generale erano dati per naturale bagaglio nella ‘formazione’ di uno studente. Il
pamphlet – Una generazione che ha dissipato i suoi poeti, trenta pagine uscite
in origine nel 1931 – tentava di analizzare “Il problema Majakovskij”: in
realtà, era il più sottile atto d’accusa mai scritto contro il dominio
sovietico. Più in generale, era il più potente atto d’accusa mai scritto contro
ogni potere che per giustificare e assolvere se stesso ha bisogno,
sistematicamente, di eliminare i suoi poeti. Per sussistere, un potere –
tirannico o ‘democratico’ che sia – ha bisogno di cantori; ha bisogno di
assassinare i poeti.
> “Noi viviamo nel cosiddetto periodo ricostruttivo e, probabilmente, produrremo
> ancora non poche locomotive d’ogni sorta e non poche ipotesi scientifiche. Ma
> alla nostra generazione è già predestinata la penosa impresa di una
> costruzione priva di canti”.
Che pena l’epoca – che è poi questa, la nostra – che si svolge “priva di canti”,
priva di incanto.
Nell’introduzione a quel libello che fu incendio, Vittorio Strada scriveva che
“La leggenda di Majakovskij non ha pari nella poesia del secolo”: oggi, della
“leggenda” resta l’infiorescenza bibliografica – Majakovskij si legge senza
scosse, si traduce al merletto, in lode della botticelliana madama Filologia,
non fa più legge, non ‘penetra’ più nelle nostre rivoluzioni domestiche. Roman
Jakobson aveva temprato le proprie scoperte studiando gli sconcertanti poemi di
Velimir Chlebnikov, il suo amico più caro, il più folle.
Poi verranno i Gulag, la “guerra patriottica”, la Guerra Fredda. Verranno
Solženicyn e Šalamov, Brodskij e Limonov. Verranno i reclusi, le accuse, gli
esodi e gli esordi. Roman Jakobson capì per primo l’origine indicibile del
problema: un’epoca “priva di canti” sfocia, con cruenta naturalezza, nella
società del controllo, nella società cannibale – questa. La lista dei
massacrati, degli annientati – che culmina con il proiettile che perfora il
cuore di Majakovskij, un proiettile che potremmo chiamare Zeus – è micidiale:
> “La fucilazione di Gumilëv (1886-1921), la lunga agonia spirituale, gli
> insopportabili tormenti fisici e la fine di Blok (1880-1921), le crudeli
> privazioni e la morte tra sofferenze inumane di Chlebnikov (1885-1922), i
> meditati suicidi di Esenin (1895-1925) e di Majakovskij (1894-1930). Così nel
> corso degli anni venti periscono in età dai trenta ai quarant’anni gli
> ispiratori di una generazione, e in ognuno di essi v’è la coscienza
> dell’ineluttabile condanna, intollerabile nella sua lentezza e precisione”.
Jakobson insegnava a Praga e a Brno; nel 1939, per scampare ai tedeschi, si era
rifugiato a Oslo, per poi trasferirsi negli Stati Uniti. Nel 1962 sarà candidato
al Nobel per la letteratura. Riteneva che i pur “splendidi libri” di Pasternak e
di Mandel’štam fossero “poesia da camera, che non accenderà una creazione
nuova”. Sbagliava. Mentre in Italia usciva – tardivamente – Una generazione che
dissipato i suoi poeti – in una collana che contava, a quei tempi, opere di
Roland Barthes e di Kate Millet, di Enrico Berlinguer e di Franco Basaglia –
Roman Jakobson incontrava, a Stoccolma, Bengt Jangfeldt, all’epoca trentenne,
che sarebbe diventato, come dicono le quarte, “uno dei massimi conoscitori al
mondo dell’opera di Majakovskij” (dida, alle mie orecchie, che sa di dedizione
borgesiana). Jangfeldt – i suoi libri majakovskijani sono editi in Italia da
Neri Pozza – tenne con sé le registrazioni di quegli incontri per un po’; nel
1992 le riunì in un libro, che esce oggi come Io, futurista per Feltrinelli
(nella traduzione di Serena Prina, la grande interprete di Dostoevskij,
Bulgakov, Pasternak).
I russi hanno il genio per l’autobiografia. Tutto ciò che vivono – per una
qualche complicità con l’apocalittica –, anche il più minuto fatto, splende con
la potenza di un’icona, di un annuncio. Scrittori e poeti altrimenti
incomparabili – chessò: Anna Achmatova e Vladislav Chodasevič, Vladimir Nabokov
e Iosif Brodskij – sono uniti dal genio della memoria, dal talento
autobiografico. Nella sua autobiografia più lucida, Uomini e posizioni– ma la
prima, Il salvacondotto, è ben più bella, per folleggiare del linguaggio – Boris
Pasternak scrive che degli anni che precedono e seguono la Rivoluzione, di quel
“mondo di fini e di aspirazioni, di problemi e di imprese prima sconosciuti”, di
quel “mondo unico e senza pari”, “bisogna scriverne in modo tale che il cuore si
stringa e i capelli si rizzino in testa”. Entrambe le sue autobiografie
terminano con il suicidio di Majakovskij – la seconda, l’ultima, accenna
all’altro, il più assurdo e dolente, quello di Marina Cvetaeva. Le memorie di
Jakobson parlano di quel mondo “senza pari” con il cuore spezzato.
Il tema fondamentale è ribadito con costanza senza ostacoli: la Rivoluzione
russa è stata, prima di tutto, una rivoluzione del linguaggio, è stata
una poetica. Come dar torto a Jakobson? Le radici di una nazione – di una
conversione – sono sempre, misteriosamente, liriche. Ogni sconvolgimento storico
ha alla sua base, misteriosamente, un poeta. Walt Whitman e Robert Frost hanno
fondato i momenti miliari della storia degli Stati Uniti d’America; Hugo,
Baudelaire, Valéry e René Char sono le fonti della storia moderna francese come
Wordsworth, Tennyson, Auden e Ted Hughes lo sono stati della storia moderna
inglese. William Butler Yeats ha ‘creato’ l’odierna Repubblica d’Irlanda come
Hugh MacDiarmid è all’origine delle rivendicazioni nazionaliste scozzesi; in
Italia abbiamo avuto, nelle ultime diverse fasi, Manzoni, D’Annunzio, Ungaretti
e Pasolini. Naturalmente, in questa considerazione non conta il ‘gusto’ o la
singola potenza lirica (potrei preferire Leopardi, Pascoli, Campana, Zanzotto),
ma la singolare possanza storica di un poeta. Quando un Paese ignora o tenta
sistematicamente di marginalizzare il poeta, di industriarlo all’indifferenza,
accade un sovvertimento radicale dei valori ‘politici’ – sorge una generazione
senza identità, serva, servile, benché cieca in ferocia.
Di Majakovskij – il protagonista, in fondo, di Io, futurista – si dice che “non
fu mai felice”, che “non amava i bambini” perché era un bambino all’eccesso, che
“amava molto i cani”. Majakovskij era “l’uomo del futuro”, il poeta-Adamo che
seminava versi per la nascita di un nuovo mondo. Quel mondo, se mai nacque,
nacque storpio, malvagio – l’albero della conoscenza svoltò in gogna e
ghigliottina. “Noi ci siamo gettati con troppa foga e avidità verso il futuro
perché ci potesse restare un passato”, scrive Jakobson, con sobria veggenza,
in Una generazione che ha dissipato i suoi poeti – di cui Io, futurista è, di
fatto, l’appendice. Nella straziante poesia “in morte di Vladimir Majakovskij”,
Pasternak scrive dell’eterno ragazzo che si getta “ancora una volta di colpo/
nella schiera delle leggende giovani”. Le poesie “in morte di Majakovskij”
diventarono una moda, un modo per costruire il futuro incenerendolo; Marina
Cvetaeva aveva riconosciuto in lui i caratteri dell’“arcangelo carrettiere”.
In Io, futurista il Futurismo c’entra poco. Jakobson ricorda la gita di
Marinetti a Mosca nel gennaio del 1914. Fu un incontro sballato, tra estranei.
> “Marinetti era un grande diplomatico e sapeva fare buona impressione su certi
> settori del pubblico. Parlava francese con un forte accento italiano, ma molto
> bene. Ebbi modo di ascoltare Marinetti due o tre volte. Era un uomo nel
> complesso limitato, con un grande temperamento, che sapeva leggere con grande
> effetto anche se in modo superficiale. Ma tutto questo non ci irretiva. Non
> capiva affatto i futuristi russi. Chlebnikov gli era profondamente avverso”.
Quando il futurismo russo decise di ergersi a soggetto politico chiamandosi
“Kom-Fut”(comunisti-futuristi), per iniziativa di Majakovskij, nel 1919, fu
presto sciolto – e cominciarono i guai. Per le sorti della Rivoluzione, i poeti,
che ne erano stati il propellente primo, diventarono un problema. Nel maggio del
1921, sul margine del poema 150.000.000, che gli era stato donato da
Majakovskij, Lenin scrive, “Una sciocchezza… una stupidità matricolata e
pretenziosa. Secondo me solo una su dieci di queste cose dovrebbe essere
pubblicata e in non più di 1500 esemplari per le biblioteche e per gli
eccentrici”. La politica comincia, clinicamente, cinicamente, a impedire l’opera
dei poeti – a limitare le pubblicazione, a censire censure.
In calce al libro, le lettere di Jakobson a Elsa Triolet. Nata Ella Kagan, donna
di inflessibile bellezza, fu l’imperterrita amata di Jakobson, monito della
perduta gioventù. Le lettere sono belle, svenevoli a tratti – “E adesso, mentre
ti scrivo, di nuovo non è questione di domande o di racconti, ma solo di labbra
che si contraggono e di un pensiero caparbio, caparbio: voglio Elsa. Adesso non
c’è altro pensiero” –; insegnano l’ovvio: dietro ogni grande rivoluzione –
poetica, scientifica, politica – c’è un grande amore. Elsa preferì, con
meteorologica precisione, sempre altri a Jakobson: l’ufficiale francese André
Triolet la portò a Tahiti e a Parigi, infine, dove conobbe tanti altri e, nel
’28, Louis Aragon, l’uomo della vita.
La sorella maggiore di Elsa, Lilja, fu la leggendaria amante di Majakovskij. A
tal proposito, la scena più bella di Io, futurista, a pagina 81, racconta di
quando Majakovskij, affittuario di “un borghese di medio livello”, tale Bal’šin,
sradicò il telefono di casa, inchiodato al muro, per portarselo in camera, “con
un pezzetto di parete”, e discutere, in intimità, “con la sua Lilicka”. Come
scriveva Pasternak, “Quando un poeta ama,/ è un dio smanioso che si innamora/ e
il caos di nuovo sbuca alla luce/ come ai tempi dei fossili”. Il poeta che
sradica con foia il telefono dalla parete per parlare con la donna che ama – per
urlare parole d’amore. Eccolo, l’emblema di un’epoca irripetibile – l’epoca
delle passioni forti.
L'articolo Per urlare ancora parole d’amore. Lamento su un’epoca che ha ucciso i
suoi poeti. (Ovvero: intorno a Majakovskij) proviene da Pangea.
L e foto di questi luoghi mi affascinano da sempre. Ricordo la prima volta che
vidi quella diapositiva proveniente dalla macchinetta analogica di mio padre,
che ora è la mia. La foto ritraeva i miei genitori davanti a una palafitta
altissima e immersa nella foresta. Quella foresta è la foresta amazzonica
peruviana e quella foto risale al loro viaggio di nozze nell’ormai lontano 1989.
Proprio quest’anno a Palazzo delle Esposizioni a Roma ho visitato la mostra del
World Press Photo e, tra le tante foto strazianti ma necessarie che erano appese
alle pareti bianche, ho trovato anche l’Amazzonia, questa volta stravolta dalla
crisi climatica. Un giovane che per portare il cibo a sua madre in un villaggio
un tempo raggiungibile in barca, ora si trova costretto a percorrere a piedi il
letto di un fiume in secca. Una donna vive con il suo compagno e la loro figlia
di due anni in una “casa galleggiante” che, sempre a causa della siccità, sembra
galleggiare sul deserto più che sul fiume. Sono foto che mostrano gli effetti
del cambiamento climatico come una realtà concreta capace di plasmare il futuro
di comunità vulnerabili strettamente connesse con il mondo naturale.
Con il nome Amazzonia si intende un bioma, ovvero un insieme di ecosistemi, che
si trova nel nord dell’America latina e ne occupa il 40%. È una delle regioni
più estese del pianeta che con i suoi 7,8 milioni di chilometri quadrati risulta
grande due terzi dell’intera Europa. A occhi inesperti, l’Amazzonia potrebbe
sembrare un ambiente umido stabile. In realtà, è caratterizzata da due stagioni
distinte: la stagione delle piogge e la stagione secca. I livelli naturali di
inondazioni e siccità però stanno venendo potenzialmente alterati dal
cambiamento climatico con conseguenze che vanno ben oltre l’equilibrio
dell’ecosistema amazzonico stesso.
Il bacino amazzonico ospita la vasta e diversificata foresta pluviale amazzonica
e il fiume più lungo al mondo, contribuendo così a diversi servizi ecosistemici.
Da un lato, è il polmone verde che immagazzina l’anidride carbonica nella
biomassa vegetale e nel suolo e produce circa il 20% dell’ossigeno mondiale
contribuendo alla regolazione del clima locale e globale. Dall’altro, il Rio
delle Amazzoni è il fiume che trasporta più acqua al mondo. Scorre dalle Ande
all’Atlantico dove riversa ogni giorno circa 17 miliardi di tonnellate di acqua
dolce, un quinto dello scarico mondiale, mantenendo i cicli dell’acqua
attraverso il sistema delle correnti che distribuiscono calore sul pianeta. Il
maestoso fiume sta però affrontando livelli record di acque basse a causa della
grave siccità.
> L’Amazzonia è il polmone verde che produce circa il 20% dell’ossigeno mondiale
> contribuendo alla regolazione del clima locale e globale, mentre il Rio delle
> Amazzoni è il fiume che trasporta più acqua al mondo.
La crisi climatica qua si mostra come una vera e propria crisi ecologica che
minaccia la biodiversità, sconvolge gli ecosistemi e colpisce le comunità locali
che dipendono dai fiumi per la sopravvivenza. La maggior parte della foresta,
quasi i due terzi, è all’interno dei confini brasiliani. Altri Paesi dove si
estende la foresta includono Perù (circa 13%), Colombia (10%) e altri in misura
minore come Bolivia ed Ecuador. Al confine tra Perù, Brasile e Bolivia vive la
più alta concentrazione di tribù isolate al mondo. I confini dei territori che
abitano, la cosiddetta Frontiera incontattata, devono essere sorvegliati per
impedire incursioni di persone non autorizzate. La loro casa, quindi, risulta in
pericolo: la deforestazione, l’inquinamento e le altre pressioni antropiche del
mondo globalizzato sono gravi minacce per la loro sopravvivenza.
Nel 2024 il Brasile ha perso 2,8 milioni di ettari di foresta, due terzi dei
quali a causa degli incendi, spesso appiccati per fare posto alle coltivazioni
di soia o agli allevamenti di bestiame. Nel complesso si sta comunque parlando
di un anno in cui lo Stato brasiliano ha registrato una riduzione della
deforestazione del 32,4% rispetto al 2023 (377.708 ettari). Il calo è
attribuibile alle politiche di controllo dell’attuale governo, ma è ancora
lontano il raggiungimento dell’obiettivo di zero deforestazione entro il 2030,
annunciato dal presidente Lula all’inizio del suo mandato. Il dato riportato,
anche se inferiore all’anno precedente, è comunque allarmante: in media, sono
stati rasi al suolo 1.035 ettari di foresta al giorno, sette alberi ogni
secondo.
A oggi, la deforestazione cumulativa per l’intero bioma amazzonico è stimata in
circa il 18% della sua estensione dal 1987. Questo dato è in costante aumento e
già equivale alla somma delle superfici di Francia, Italia e Portogallo.
Numerosi modelli predittivi indicano il 20% di deforestazione cumulativa come un
punto critico, un vero e proprio punto di non ritorno (o tipping point), la
soglia oltre la quale la foresta si trasformerà in modo irreversibile innescando
cambiamenti che possono autoalimentarsi e avere effetti a cascata su altri
sistemi. La deforestazione incide direttamente sull’ecosistema, creando aree più
asciutte e suscettibili agli incendi. Allo stesso tempo, il cambiamento
climatico rende la foresta intrinsecamente più vulnerabile alla siccità. Quando
queste due forze si combinano, il rischio aumenta esponenzialmente: una foresta
già indebolita dalla deforestazione ha meno capacità di resistere a una siccità
estrema indotta dal clima. Dati satellitari e modelli ecologici hanno dimostrato
che la resilienza della foresta ai disturbi è in diminuzione dai primi anni 2000
e gli ultimi due anni hanno registrato una delle peggiori siccità della storia.
Tra aprile e giugno 2024, ci sono state precipitazioni da record nello stato di
Rio Grande do Sul, in Brasile. Queste hanno causato la peggiore inondazione
nella storia della regione. Più di mezzo milione di persone sono state sfollate
e più di 183 sono morte nelle inondazioni.
Lo scorso 21 maggio il senato brasiliano ha approvato un disegno di legge che
allenta le norme sulle licenze ambientali cancellando ogni regolamentazione per
vari progetti, dalla produzione di carne alla deforestazione. Il disegno di
legge viene chiamato in gergo anche “‘progetto di legge della devastazione’ e
non è un buon segnale ma è solo una conseguenza della situazione politica che
abbiamo in Brasile”. Queste le parole di Emanuela Evangelista, biologa
specializzata nello studio dei mammiferi acquatici, membro dell’Unione
internazionale per la conservazione della natura, presidente di Amazônia ETS e
trustee di Amazon Charitable Trust, organizzazioni che collaborano con i popoli
della foresta per la conservazione dell’ambiente e la tutela dei loro diritti.
> La deforestazione, l’inquinamento e le altre pressioni antropiche del mondo
> globalizzato sono gravi minacce per la sopravvivenza della cosiddetta
> Frontiera incontattata.
L’instabilità politica di cui parla è data da una semplice questione numerica.
Il presidente in carica, Luiz Inácio Lula da Silva, è stato eletto a gennaio
2023, ottenendo solo il 50,89% dei voti contro il 49,11% di Bolsonaro,
trovandosi quindi a rappresentare un Paese profondamente spaccato in due. “C’è
quindi una questione aperta sullo sviluppo della regione amazzonica. Una delle
regioni più povere di tutto il Brasile, con circa il 50% degli abitanti che sta
sotto la soglia della povertà”, continua Evangelista. Il presidente si trova a
governare in un clima politico estremamente teso e polarizzato dove la sua
visione non trova sempre la maggioranza, cedendo così al modello proposto
dall’opposizione. Un modello che da europei conosciamo molto bene, basato sul
raggiungimento di uno sviluppo economico ottenibile con l’aumento di
agricoltura, pascolo, estrazione mineraria e costruzione di infrastrutture.
“L’Amazzonia è destinata al collasso che si può evitare solamente in due modi:
proteggendo le foreste che sono rimaste ancora intatte, come questa in cui vivo,
e riforestando dove la foresta è già stata tolta”. Evangelista ha scelto infatti
di vivere da 25 anni proprio in quello che lei definisce “il cuore della
foresta”. Un cuore che sta iniziando a soffrire in maniera pesante il
cambiamento climatico. Proprio da là ha fondato l’organizzazione no profit
Amazônia ETS per una “visione globale di pianeta perché, quando hai a che fare
con le sfide ambientali, i confini non esistono”.
Tra i tantissimi progetti di sensibilizzazione, conservazione e sviluppo
sostenibile che l’organizzazione propone ce n’è uno, in collaborazione con
l’Istituto brasiliano per lo sviluppo e la sostenibilità (IABS), dal nome
Insieme piantiamo il futuro. Si parla dell’attuazione di un vero e proprio
corridoio ecologico di biodiversità tra gli Stati brasiliani di Maranhão e Pará,
la cui capitale, Belém, ha ospitato la 30ª Conferenza delle Parti della
Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30) dal 10
al 21 novembre 2025. “I corridoi ecologici di biodiversità servono a collegare
frammenti di foresta che, a causa della deforestazione, sono rimasti isolati per
farli diventare di nuovo ambienti possibili per la vita”.
Spostandoci invece nella parte più occidentale dell’area amazzonica raggiungiamo
il Parco nazionale del Yasuní, localizzato nell’Amazzonia ecuadoriana e
designato come patrimonio UNESCO nel 1989. In Ecuador, la foresta amazzonica
copre circa la metà del territorio nazionale, sebbene rappresenti solo il 2% del
bioma amazzonico totale. È una delle aree più ricche di biodiversità al mondo,
nonché la casa di diversi gruppi di popolazioni indigene, tra le quali le
Tagaeri e Taromenane che vivono in isolamento volontario. Un luogo incontaminato
in cui però, da più di mezzo secolo, le aziende petrolifere bruciano il gas
naturale prodotto dall’attività estrattiva emettendo sostanze altamente tossiche
e dannose per l’ambiente e per la salute.
Rappresentando la maggior parte del bilancio generale dello Stato, la questione
petrolifera in Ecuador è stata e continua tutt’ora a essere irrisolta. Per anni
l’azienda Chevron-Texaco ha violato le norme ambientali riversando nei fiumi 16
miliardi di tonnellate di acque reflue: per questo nel 2011 è stata condannata a
pagare all’Ecuador 9,5 miliardi di dollari per il danno ambientale causato. La
compagnia ha poi lasciato il Paese, ma 14 anni dopo il risarcimento non è stato
ancora versato. Ancora oggi, l’Unione delle persone colpite dalla Chevron Texaco
(UDAPT), un’organizzazione che unisce almeno 80 comunità residenti nelle aree
contaminate, ha mappato quasi 500 torri di combustione attive nell’Amazzonia
ecuadoriana, testimoniando e denunciando gli sversamenti che quotidianamente
colpiscono l’area.
All’interno del Parco nazionale del Yasuní ci sono sette blocchi petroliferi,
tra cui il blocco 43, rimasto intatto almeno fino al 2013. Questo, noto anche
come ITT, comprende i giacimenti di Ishpingo, Tambococha e Tiputini ed era stato
oggetto dell’iniziativa Yasuní ITT: una proposta lanciata nel 2007 dal governo
di Rafael Correa che mirava a evitare lo sfruttamento petrolifero nella zona più
remota e meglio conservata del Parco nazionale in cambio di 3,6 miliardi di
dollari di risarcimento da parte della comunità internazionale. Nel 2013, quando
era stato raccolto nemmeno lo 0,5% di quanto previsto, l’iniziativa fallì e
nella zona iniziò l’estrazione. Molti gruppi di giovani attivisti si unirono per
difendere le riserve di petrolio dell’ITT, dando vita al collettivo YASunidos.
Il gruppo si attivò per raccogliere firme e promuovere una consultazione
popolare, ma le diffamazioni subite permisero di indire un referendum abrogativo
solo dieci anni dopo. Così nell’agosto 2023, il 60% degli ecuadoriani ha votato
a favore del mantenimento a tempo indeterminato delle riserve petrolifere nel
sottosuolo e dunque del blocco delle attività estrattive, in un referendum che è
passato alla storia.
> Il presidente Lula si trova a governare in un clima politico estremamente teso
> e polarizzato dove la sua visione non trova sempre la maggioranza, cedendo
> così al modello proposto dall’opposizione.
Oggi, a due anni di distanza, l’Ecuador si trova in una situazione precaria
sotto molti aspetti. A inizio 2024 il governo di Daniel Noboa aveva annunciato
la necessità di mettere in atto misure che consentissero al governo di
riprendere il controllo del Paese. Queste misure includono la promozione
dell’estrazione mineraria su larga scala, che interessa 20 delle 24 regioni
dell’Ecuador, e la moratoria sul risultato del referendum per almeno un altro
anno. Le recenti violenze e i disordini interni hanno fornito al presidente
Noboa, nuovamente rieletto ad aprile di quest’anno, una scusa per continuare le
trivellazioni nei principali giacimenti petroliferi all’interno del Parco
nazionale Yasuní. “Il governo continua con lo sfruttamento illegale del
giacimento petrolifero. In questo momento stanno estraendo circa 40.000 barili
di petrolio da questo blocco in cui ci sono anche più di 30 fuoriuscite di
petrolio”, ci spiega Pedro Bermeo Guarderas, coordinatore legale e portavoce del
collettivo YASunidos, nonché uno tra i promotori ufficiali del referendum del
2023. “Questo è totalmente illegale. Persino lo scorso marzo la Corte
interamericana dei diritti umani (la CIDH), che è la corte più alta della
regione, ha emesso una sentenza che obbliga il governo a rispettare il
referendum” continua Bermeo.
Va inoltre sottolineato che per la costituzione dell’Ecuador l’adempimento dei
referendum è obbligatorio, “Non è qualcosa che il governo può decidere o meno”,
ricorda l’attivista. La Costituzione andina si distingue anche per essere la
prima al mondo a riconoscere la natura come soggetto di diritto. “La stessa
natura che stanno privatizzando e trasformando in un prodotto”, sottolinea
Bermeo, facendo riferimento alla legge organica sul recupero delle aree protette
e la promozione dello sviluppo locale, che è stata pubblicata il 14 luglio nel
registro ufficiale della Repubblica dell’Ecuador. Una legge approvata in tutta
fretta come una questione di urgenza in materia economica e che mette a rischio
la conservazione dell’ambiente, la gestione pubblica dei territori protetti e i
diritti collettivi.
“Stanno violando ancora una volta i diritti. Quindi ci sono due problemi, uno
relativo alla natura e l’altro alle comunità indigene, violando il diritto alla
consultazione preventiva”, denuncia Bermeo. L’attivista fa riferimento a un
altro diritto presente nella Costituzione, che garantisce ai popoli indigeni la
consultazione preventiva sui piani di sfruttamento dei loro territori. E
considerando che “nelle comunità indigene più di 2.000 milioni di ettari di aree
protette si intersecano con i loro territori ancestrali, questa legge è anche
contro di loro”. Una legge contro più di 750.000 indigeni appartenenti a più di
12 gruppi etnici differenti. Oltre le comunità che scelgono di vivere senza
contatti con la società esterna, anche gli altri hanno una forte connessione
culturale e spirituale con la natura e la terra, che considerano fonte di vita e
sostentamento.
Concludo le chiamate con Evangelista e Bermeo con la voglia di viaggiare e
raggiungere queste mete, purtroppo divenute popolari soprattutto nel last chance
tourism, quel turismo che mira unicamente a godersi il privilegio di poter
sfruttare e fotografare le meraviglie della natura prima che scompaiano. Da un
lato vorrei liberarmi da questo peccato originale che è l’occhio coloniale che
ci marchia e mi chiedo se sia veramente possibile parlare di ecoturismo in
queste aree. L’audio della chiamata non era ancora spento e Bermeo mi risponde
prontamente portandomi l’esperienza di una forma di turismo possibile. Mi parla
del turismo comunitario, un turismo ecologico, che rispetta la comunità ed è
gestito dalla comunità stessa. Una ragione anche “per fornire un’alternativa
alle comunità che sono totalmente abbandonate dal governo e che si trovano a
dover collaborare con attività estrattive o minerarie”.
L'articolo Lo sfruttamento antropico dell’Amazzonia proviene da Il Tascabile.
P er degli inspiegabili sommovimenti dell’algoritmo, qualche settimana fa sul
mio feed è comparso un video postato da un anonimo profilo privato, non
dissimile da quello di qualsiasi vostro conoscente o amico. A prima vista il
reel postato da @aaayushh245 – questo il nome dell’account – non è troppo
diverso dai migliaia di contenuti che ogni giorno invadono Instagram o Tik Tok:
una sequenza di spezzoni visivi dalla durata di pochi frame, montati uno di
seguito all’altro, con un breve testo in primo piano e un sottofondo musicale
d’accompagnamento.
Solo che in questo caso, a differenza del solito pattume che dura lo spazio di
uno scroll, il reel si differenziava non solo per la scelta musicale, piuttosto
dissonante rispetto al contesto, ma anche per il messaggio stesso veicolato dal
testo. Sul ritornello di The Winner Takes It All degli Abba, infatti, il video
proponeva una sequenza di palazzi in fiamme, rivolte, scontri con la polizia,
folle che incitano alla devastazione e al linciaggio. È questa una testimonianza
di quanto accaduto in Nepal a inizio settembre, dove, a seguito del divieto di
utilizzo dei social media e in risposta agli altissimi livelli di corruzione,
giovani e giovanissimi sono scesi in piazza, di fatto rovesciando il governo in
carica nell’arco di 48 ore. La “rivolta della Gen Z” – com’è stata denominata a
seguito dell’età della maggior parte dei manifestanti – è, a conti fatti, una
rivoluzione che – attraverso una votazione su Discord! – ha portato Sushila
Karki, ex presidente della Corte suprema, a essere la prima donna premier del
Paese.
Questo risultato, com’è immaginabile, è frutto di un’ingente e incontrollata
dose di violenza, che il summenzionato video non manca di mostrare. Hanno fatto
il giro del web le immagini del ministro delle Finanze che, spogliato, viene
inseguito nel fiume dai manifestanti. Il Parlamento, come la casa del primo
ministro e di altri membri di spicco dell’amministrazione nepalese sono stati
dati alle fiamme. Stessa sorte è toccata all’hotel Hilton di Katmandu, alle sedi
dei media considerati vicini all’establishment, ma anche alla sede del Nepali
Congress, il principale partito di opposizione. Sher Bahadur Deuba, leader
dell’opposizione, e la moglie Arzu Rana Deuba, a capo del ministero degli Affari
esteri, sono stati filmati mentre venivano presi a calci e pugni. Il bilancio
parla di oltre 400 feriti e decine di morti, tra cui anche la moglie dell’ex
primo ministro Jhala Nath Khanal, arsa viva quando la folla ha appiccato fuoco
alla sua casa.
L’elemento di fatale attrazione del video, però, è proprio la consapevolezza
dell’autore dell’ambiguità di una protesta dal basso che si alimenta e ha
successo attraverso la violenza. Infatti, mentre le immagini scorrono, la
scritta in sovrimpressione recita: “Abbiamo vinto! Ma a che prezzo? Forse è
quello che serviva. Dobbiamo accettare questo fatto: rivoluzione e violenza
procedono mano nella mano. Eppure, resta da capire se abbiamo vinto davvero”.
> L’agire esplicitamente violento della protesta nepalese viene situato in una
> zona grigia, in cui affiorano dubbi sulla legittimità e sulla necessità del
> gesto, così come sulle sue conseguenze.
Questa testimonianza è eccezionale non tanto perché mostra la geopolitica
internazionale in presa diretta, quanto perché è una delle rare volte in cui
l’azione politica viene tematizzata in un modo non univoco dai suoi stessi
protagonisti. Di conseguenza, l’agire esplicitamente violento della protesta
viene situato in una zona grigia, in cui affiorano dubbi sulla legittimità e
sulla necessità del gesto, così come sulle sue conseguenze. Il caso
discretamente istruttivo del Nepal riassume una serie di temi che, nonostante lo
strepitio di voci in merito alla violenza fisica e verbale nell’agone politico
contemporaneo, sembrano quasi assenti dal dibattito mainstream sul tema. Al di
là della retorica del giusto-o-sbagliato, il video di @aaayushh245 esemplifica
alcune questioni dirimenti, che toccano non solo le modalità di fruizione della
violenza, ma anche la legittimità e le conseguenze di tale posizionamento.
Fruizione
Sulla scia di Noam Chomsky e del suo classico La fabbrica del consenso. La
politica e i mass media (1988), pare oggi vieppiù lampante che la presunta
neutralità degli organi di informazione sia minata di continuo, anche nei Paesi
considerati fari della democrazia, in un’ottica di costruzione del consenso per
mezzi propagandistici. E d’altra parte pare pienamente compiuta la profezia di
Guy Debord contenuta in La società dello spettacolo (1967), come dimostra il
recente Lo stratega contro (2025) a firma di Gabriele Fadini, che conferma
l’attualità del filosofo francese. In una società in cui la spettacolarizzazione
della vita quotidiana operata dai mezzi di comunicazione ha raggiunto lo zenith,
saturando con la sua presenza ogni momento della vita privata, si decuplicano le
possibilità di essere sottoposti a immagini di violenza mediatizzata, ovvero
veicolata dai media.
Se si considerano insieme la parzialità delle narrazioni mainstream e la
spettacolarizzazione dell’oggetto dell’informazione, mi parrebbe utile, posti di
fronte all’evenienza della violenza, interrogarsi non solo sul cosa, ma sul come
viene veicolata, narrata, propagandata e, spesso, omessa la violenza. Poiché la
presenza del medium a fare da filtro tra noi e l’evento reale – una guerra, un
omicidio, una rissa tra manifestanti e polizia, continuate voi – non è neutra:
provare a capirne la natura parziale e l’effetto che genera sul contenuto
potrebbe essere importante per un’analisi che non si fermi alla violenza in sé,
ma che provi a porla in rapporto causale con il contesto.
È chiaro, per fare un esempio, che le immagini dei militanti dell’Isis che
decapitano i prigionieri politici a favore di telecamere porta lo spettatore
immediatamente a empatizzare col condannato. Tuttavia, il modo in cui quelle
immagini ci sono state proposte, segmentate all’interno al flusso di altre
notizie, programmi e pubblicità, rende complesso ricordare che l’ascesa di
al-Qaeda – da cui poi avrà vita l’Isis – è frutto anche del vuoto di potere
creato dall’invasione statunitense in Iraq nel 2003.
> Il processo di spettacolarizzazione del conflitto comporta un livellamento
> verso il basso del cuore semantico dell’informazione, una riduzione della
> violenza a contenuto mediatico.
Allo stesso modo, le immagini dei bombardamenti in Ucraina generano subito una
risposta emotiva nel pubblico occidentale. Tuttavia, questa ha reso difficoltosa
la ricostruzione del complesso panorama geopolitico che ha fatto da sfondo al
logorio dei rapporti tra Russia e blocco occidentale. Il processo di
spettacolarizzazione del conflitto – iniziato forse da qualche parte tra la
prima Guerra del Golfo e l’attacco alle Torri gemelle – comporta un livellamento
verso il basso del cuore semantico dell’informazione, una riduzione della
violenza a contenuto mediatico, a slide di Instagram, a video di TikTok, creato
velocemente per essere consumato velocemente e altrettanto velocemente gettato
via.
Parlando della cultura promossa dai media, Jean Baudrillard diceva che nella
società odierna “questa diviene oggetto di consumo nella misura in cui […]
diviene sostituibile e omogenea (sebbene gerarchicamente superiore) ad altri
oggetti”. Qualcosa di simile si potrebbe dire per la violenza. Nel cyberspazio
generato dai media, da un punto di vista di fruizione, non c’è praticamente
nessuna differenza, per esempio, tra una guerra e la sintesi di una partita di
calcio. Ma capirne le modalità di fruizione è essenziale per stabilire delle
contronarrazioni che tematizzino la violenza in senso storico, critico e
politico. Il rischio, altrimenti, è quello di relazionarci di fronte a essa
nello stesso modo in cui il tifoso prende parte al rito collettivo della
partita, in cui si amano i buoni – la propria squadra – e si odiano i cattivi –
gli avversari.
Riflessione
L’omicidio dell’attivista della destra americana estrema Charlie Kirk, colpito
da un’arma da fuoco durante un incontro con gli studenti in un campus
universitario nello Utah, è abbastanza esplicativo della reazione dell’opinione
pubblica di fronte alla violenza. Nonostante in Italia fosse già tarda serata,
per puro caso ho avuto l’occasione di seguire in diretta sui media americani la
cronistoria dell’evento. Fin dai primissimi minuti il popolo di Internet si è
spaccato tra chi glorificava Kirk come martire della libertà di pensiero e del
diritto di parola e chi gioiva per l’attentato a danno di un pericoloso
promotore di ideologie intolleranti e violente.
Questa dialettica degli schieramenti opposti è stata subito fatta propria dai
politici statunitensi e poi europei. I repubblicani hanno addossato le colpe
dell’omicidio alla sinistra fintamente liberale, rea di incitare all’odio e di
voler silenziare chi non la pensa come loro. I democratici, pur condannando in
toto l’omicidio, hanno respinto al mittente, dicendo che è invece la destra MAGA
(Make America Great Again) a fomentare un clima di violenza in un Paese in cui
il tema del possesso delle armi è, oggettivamente, un problema. E tutto questo
ben prima che venisse arrestato il presunto autore dell’attentato, il
ventiduenne Tyler Robinson che, stando a quanto si conosce al momento, non
corrisponde all’identikit del pericoloso leftist radicale a cui si pensava nelle
prime ore.
> L’omicidio di Charlie Kirk, colpito da un’arma da fuoco durante un incontro
> con gli studenti in un campus universitario nello Utah, è abbastanza
> esplicativo della reazione dell’opinione pubblica di fronte alla violenza.
Nonostante l’omicidio di Kirk rientri in uno scontro tutto statunitense tra MAGA
e liberals, anche da noi accuse, controaccuse, strumentalizzazioni e propaganda
hanno subito fatto perdere il punto della questione. Il modo in cui l’omicidio è
stato narrato, ha fatto sì che si sia passati immediatamente dal fatto, alle
possibilità strumentali del fatto. Eradicata dal rapporto di causalità con il
contesto americano, la violenza è stata usata solo in senso simbolico per un
fuoco incrociato di slogan – che, per inciso, di certo non stemperano gli animi,
ma anzi li infiammano, trasferendo sul piano verbale la violenza fisica.
Mi pare esplicativo che l’intero spettro della sinistra internazionale abbia
speso molte energie per “prendere le distanze” dal killer. Non solo è un
paradosso logico doversi distanziare da qualcuno con cui non si ha nessuna
vicinanza fattuale, ma farlo per dover ribadire quello che è naturalmente e
giuridicamente un caposaldo del dibattito democratico – la condanna della
violenza – è un’aporia del sistema. Il fatto che io stesso mi senta qui
obbligato a esplicitare la ferma condanna rispetto a quanto accaduto per evitare
di incappare in accuse di giustificazionismo è esplicativo di come la violenza,
anche a sinistra, sia ormai introiettata nel discorso politico solo per la sua
componente spettacolarmente simbolica, mentre manca qualsiasi tipo di analisi
materialista.
Un’operazione di questo genere non rientra, storicamente, né negli interessi,
né, forse, nelle capacità di una destra che trae il suo potere mediatico – e
anche il suo appoggio elettorale – dalla semplificazione per estremi e dalla
polarizzazione del dibattito, per cui l’uso strumentale della violenza è di
supporto alla creazione del consenso e al mantenimento del potere – e qui si
guardi, ancora, al già citato Chomsky. Tuttavia, è lecito aspettarsi da chiunque
afferisca all’ampio spettro della sinistra un approccio alla violenza in campo
politico che sappia interpretarla attraverso l’analisi delle condizioni
materiali, delle basi economiche e delle relazioni tra classi sociali, piuttosto
che attraverso valori e ideali astratti. Un approccio di questo tipo non è solo
legittimo, ma necessario per provare a capire a favore di chi gioca la violenza.
Chi trae vantaggio dall’uso della violenza in campo politico? Quali rapporti di
forza si nascondono dietro l’uso della violenza? E, soprattutto, quale influenza
ha la violenza sull’agentività del nostro schieramento politico nell’ottica di
una rinata (ma forse mai estinta) lotta di classe?
Al di là dei possibili discorsi etici sul personaggio, se analizzato in
quest’ottica, l’omicidio Kirk non sono sicuro vada a vantaggio della sinistra
democratica. L’evento, infatti, fornisce alla destra trumpiana – e poi
internazionale – non solo un martire, ma il lasciapassare ideologico per
l’inasprimento di una retorica securitaria che diventa poi pratica repressiva. E
poco importa se il presunto killer non è un radicale, fricchettone, esaltato di
sinistra, né che, negli ultimi dieci anni, la percentuale degli omicidi
riconducibili alla destra estrema sul numero di azioni violente commesse a fini
ideologici negli Stati Uniti sia di oltre il 75% (dati: Anti Defamation League).
Tutto ciò, tra l’altro, non sposta di una virgola i rapporti di forza rispetto
alle rivendicazioni delle classi sociali povere e delle minoranze nei confronti
della repressione statale.
> Non solo è un paradosso logico doversi distanziare da qualcuno con cui non si
> ha nessuna vicinanza fattuale, ma farlo per dover ribadire quello che è
> naturalmente e giuridicamente un caposaldo del dibattito democratico – la
> condanna della violenza – è un’aporia del sistema.
Dall’altra parte, quello che non si sta riuscendo a fare nel caso di Kirk, è
riuscito, almeno in parte, con Gaza. Dico “in parte”, perché ancora una volta
l’analisi materialista del genocidio è stata condotta pressoché in toto al di
fuori della politica dei partiti e promossa dalla società civile, da attivisti,
da organi di ricerca indipendenti e da un’esigua parte della stampa
internazionale. Questi attori, però, hanno contribuito a mantenere viva
l’attenzione sui crimini commessi da Israele, tanto a livello mediatico che
politico, attraverso un’intensa attività di mobilitazione dal basso. Il
movimento pro-Palestina è stato abile nel tenere insieme tanto la condanna alla
violenza contro i civili, quanto l’analisi degli interessi politici ed economici
che sostanziano l’intento genocidario – poi rilanciati in sede istituzionale dai
report della relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese (Genocide as
Colonial Erasure e From Economy of Occupation to Economy of Genocide).
La condanna ideologica, unita a un’analisi materialista del genocidio, non solo
ha impedito una lenta, ma spesso inesorabile assuefazione alla violenza, ma ha
denunciato in maniera fragorosa la vergognosa complicità nella mattanza di un
Occidente “necrocapitalista”, razzista e imperialista. Il successo, almeno
parziale, di tale narrazione mi pare verificabile se si considera che anche nel
dibattito mainstream molti sono costretti a riconoscere la propaganda sionista
per quello che è. Il “conflitto per la liberazione degli ostaggi” è per tanti –
anche per l’ONU, ma non per molti vessilliferi del moderatismo – un genocidio. I
tentativi di manipolazione dell’opinione pubblica da parte di Israele – come
l’invio di influencer nella Striscia per testimoniare i presunti aiuti umanitari
da parte dell’Idf – risultano grotteschi. Le parole di ministri come Smotrich e
Ben-Gvir non sono più le boutade di qualche estremista, ma le dichiarazioni
d’intenti di criminali di guerra. Questo, come si può vedere, non vuol dire che
la politica assecondi o sostenga le richieste del movimento pro-Pal. Anzi,
tutt’altro. Ma la verità sostanziale dei fatti affiancata a principi di
carattere etico-morale fornisce il fuoco ideologico delle rivendicazioni che,
nell’intento dei manifestanti, non sono destinate a rimanere solo sul piano
simbolico dell’utopia.
Azione
Per quello che se ne capisce, l’approccio fin qui descritto diventa il minimo
comune denominatore necessario nel momento in cui la speculazione teorica vuole
diventare pratica attiva. Come dimostra il prima citato esempio del Nepal, è
possibile che arrivi un momento in cui sarà doveroso interrogarsi sulla
necessità o meno della violenza, su come esercitarla e in che grado. Mi pare
superfluo ribadire – ma di questi tempi non è mai troppo – che l’adesione totale
alla non-violenza è il presupposto minimo per poter partecipare al dibattito
democratico. E tuttavia, il paradosso democratico enunciato da Karl Popper in La
società aperta e i suoi nemici (1945) impone un certo grado di repressione verso
gli intolleranti al fine di salvaguardare lo stesso sistema democratico.
In termini pratici, come ci insegnano innumerevoli esempi di storia, questo si
traduce in una continua negoziazione sulla necessità e sulla legittimità della
violenza in senso politico quando le regole del gioco democratico vengono meno.
Quale dialettica è possibile con un’ipotetica squadraccia fascista che viene a
rastrellare gli oppositori politici? Interrogato sulla questione, Sandro
Pertini, figura che difficilmente potrà essere accusata di populismo, la
risposta pareva averla molto chiara. E tuttavia, nelle nostre società
contemporanee pare un sacrilegio anche solo teorizzare una possibile risposta
violenta, pure laddove questa risponda solamente a scopi difensivi.
> Il movimento pro-Palestina è stato abile nel tenere insieme tanto la condanna
> alla violenza contro i civili, quanto l’analisi degli interessi politici ed
> economici che sostanziano l’intento genocidario.
A questo proposito, vale la pena riprendere le parole del sociologo francese
Nicolas Framont pubblicate nella newsletter di settembre del progetto di
estetica politica Iconografie (@iconografiexxi). Framont sottolinea come, al di
là dell’ordinamento giuridico-costituzionale sulla base del quale giudichiamo
qualsiasi forma di violenza dal basso come intrinsecamente esecrabile, chi
detiene il potere – la “classe borghese”, per lui – esercita nei fatti un grado
di violenza altissimo, giustificato in quanto statalizzato. Le élite del potere
capitalista, dunque, non solo continuano a teorizzare la necessità della
violenza, ma non hanno nessuna remora nell’esercitarla, in spregio a qualsiasi
tipo di ordinamento giuridico.
Di esempi, anche in questo caso, se ne potrebbero fare molti: dalla repressione
violenta delle manifestazioni di piazza da parte della polizia – pratica
talmente diffusa che ormai non fa più notizia – alla violenza nelle carceri,
fino, per venire a un caso specificatamente italiano, al trasferimento forzato
nei centri per migranti in Albania. Per rendersi conto del grado di violenza
introiettato e normalizzato da parte degli apparati statali, basta una lettura
dei report annuali di Amnesty International. Rispetto a questa legittimazione de
facto della violenza da parte di chi detiene il potere – che non vuol dire solo
potere legislativo, ma anche economico – mi sembra significativo il post che
Trump ha pubblicato su Truth in data 6 settembre, con il quale minacciava
Chicago di un inasprimento delle politiche anti-immigrazione e una maggior
repressione da parte delle forze dell’ordine federali. Il post, accompagnato da
un’immagine generata dall’Intelligenza artificiale con il presidente degli Stati
Uniti in panni militari in un chiaro riferimento al film Apocalypse Now,
recitava: “‘Mi piace l’odore delle deportazioni al mattino…’ Chicago sta per
scoprire perché è chiamato Dipartimento della GUERRA”.
Ancora una volta, tuttavia, l’esempio più denso di senso rimane il genocidio in
corso a Gaza, per la sua capacità di dare forma plastica – addirittura
quantificabile, negli oltre 60.000 morti – alla pratica omicida portata avanti
nel nome della “democrazia” israeliana e dell’Occidente “civilizzato”. La
radicalità della violenza perpetrata sulla pelle del popolo palestinese è
esplicativa della morale vergognosa con cui il consesso delle grandi democrazie
dell’Occidente non prova, nei fatti, nessun tipo di moto di fronte all’eccidio
di civili inermi, ma si affretta a gettare strali e biasimo su un manifestante
che tira un sampietrino durante una manifestazione.
Per dirla con le parole di Franco Palazzi, autore di La politica della rabbia
(2021), “da una parte lo stato liberaldemocratico fa manifestamente impiego di
numerose forme di violenza tanto diretta […], quanto indiretta […]; dall’altra
la menzione della violenza appare ammissibile nella sfera pubblica
liberaldemocratica unicamente nel registro retorico della condanna”. Per
Palazzi, “queste contraddizioni sono il frutto della scarsa capacità
contemporanea di pensare la politica al di là dell’ipoteca, a un tempo
istituzionale e concettuale, dello stato moderno”. Ma è proprio da questo tipo
di squilibri che deriverebbe, secondo Framont, la simpatia di larghe fasce della
popolazione verso figure come quella di Luigi Mangione, sospettato di aver
assassinato Brian Thompson, CEO del colosso assicurativo UnitedHealthcare.
Framont – autore di Saint Luigi (2025), un saggio sul culto mediatico e
ideologico riscosso proprio dal presunto killer italoamericano – afferma che di
fronte alla crescente, assidua violenza a cui le classi meno abbienti sono
sottoposte, gesti estremi come quello di Mangione servono a ricordarci che
servirebbe ristabilire un equilibrio tra le parti.
> Le élite del potere capitalista, dunque, non solo continuano a teorizzare la
> necessità della violenza, ma non hanno nessuna remora nell’esercitarla, in
> spregio a qualsiasi tipo di ordinamento giuridico.
Tuttavia, al pari dell’assassinio di Kirk, delitti come l’assassinio di
Thompson, se condannabili da un punto di vista morale, rischiano di essere
perfino controproducenti nell’ottica materialista del conseguimento degli
obiettivi. Che l’uso omicidiario della violenza – ma anche, per esempio, la
devastazione di negozi e beni comuni durante gli scontri di piazza – possa
essere però allo stesso tempo una forma di lotta di classe e un gesto populista
non deve trarre in inganno. Stabilita la legittimità ideologica delle richieste
degli oppressi verso gli oppressori, c’è poi la riflessione sulle strategie.
Fermandosi solo agli esempi fatti fin qui, i gesti eclatanti di Mangione e
Robinson non muovono oltre il piano simbolico, privi di qualsiasi potenzialità
nell’ottica di una rinegoziazione dello status quo. Di fronte al populismo di
questa violenza performativa, è doveroso però che le sinistre internazionali
inizino almeno a tematizzare le strategie attraverso le quali difendersi
rispetto alla violenza del sistema, catalizzando la rabbia popolare in una lotta
dove il nemico non si farà scrupoli ad uccidere se questo assicura il
mantenimento fattuale del potere. In fondo, quello che pare domandarsi
@aaayushh245 nel suo video sul Nepal è: può esistere una violenza generativa?
L'articolo La violenza e noi proviene da Il Tascabile.