“G randezza e progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in
cui tratta gli animali”. Questo diceva Gandhi, ma è una lezione alla quale la
modernità dell’umano fa ancora orecchie da mercante. Se neanche tra loro gli
esseri umani riescono a evitare violenze e massacri, figuriamoci con gli
animali: in tempi odierni questi ultimi sono sempre più vulnerabili, sfruttati e
in costante pericolo di sparire dalla circolazione. Ci permettiamo a questo
proposito di aggiungere una postilla al detto di Ghandi: che la grandezza di una
nazione si può giudicare anche dal ruolo che ha la poesia nel sensibilizzare su
questi temi. Teodora Mastrototaro, poetessa (premio speciale della giuria a
Bologna in lettere con il suo scritto Legati i maiali del 2021), drammaturga e
attivista animalista, è per l’ appunto una di quelle poche personalità che si
prendono sulle spalle la responsabilità poetica di dare voce alle vittime di un
sacrificio gratuito in nome del dio “progresso”, che questo Paese non sembra
riconoscere a giudicare dal discorso legislativo (basti pensare alle leggi sulla
caccia, che non hanno nessuna cura delle specie protette) e dal punto di vista
empatico (si legge sempre di più di maltrattamenti aberranti su animali inermi),
e potremmo continuare per ore. Preferiamo però parlarne direttamente con
Teodora, facendo il punto della situazione attraverso l’analisi del suo nuovo
libro, Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia) (2025), edito da Marco
Saya Edizioni.
TEODORA, LA PRIMA DOMANDA È MOLTO DIRETTA: TU FAI POESIA ANTISPECISTA. VUOI
SPIEGARLA A GRANDI LINEE PER I NON AVVEZZI AL TEMA?
Certamente. Per sintesi definisco la mia “un’arte antispecista”, che si declini
attraverso la poesia, monologhi o testi teatrali più ampi. Andando più nello
specifico, direi che io faccio poesia e arte di denuncia dello specismo, che è
un’ideologia oppressiva invisibile poiché normalizzata e naturalizzata. Molte
persone non sanno cosa sia lo specismo e non sanno di essere speciste, che non è
un insulto, ma soltanto il disvelamento del modo in cui ci relazioniamo agli
altri animali, negandogli soggettività e considerandoli solo in funzione dei
nostri interessi. Invece gli altri animali sono soggetti della loro stessa vita,
vale a dire che hanno coscienza, esperienza del mondo, lo interrogano, lo
attraversano, in quando individui pienamente senzienti e desideranti.
RACCONTACI DI COSA PARLA IL LIBRO LE MUCCHE SE NON LE MUNGI ESPLODONO (DI GIOIA)
E SOPRATTUTTO A CHI È INDIRIZZATO.
Questo libro, come recita il sottotitolo, è un inventario della crudeltà sugli
animali, frutto di una ricerca ampia durata anni. Una ricerca che mi ha messo
emotivamente a dura prova perché mi sono imposta di ricordare fatti che sarebbe
stato meglio dimenticare e pratiche che non avrei mai voluto conoscere. Quando
si indaga nelle pratiche che coinvolgono gli animali e che chiamiamo “progresso”
è come spalancare un luogo buio e terrificante e bisogna entrarci, camminarci,
trovare il coraggio di capire cosa accade e spesso, troppo spesso, ci ritroviamo
a chiederci “perché?”. Un “perché” che racchiude tutte le domande sul male del
mondo, che non è un male metafisico, ma reale, che ci appartiene, che produciamo
noi. Mi viene in mente lo sguardo attonito del piccolo Useppe, il protagonista
del romanzo La storia di Elsa Morante, affetto da epilessia, che dopo l’ennesima
visita in ospedale, con la sua innocenza alza il viso verso la madre e le chiede
“A ma’, perché?”. La madre non sa rispondergli, ma capisce che è la stessa
domanda che si è posta anche lei incrociando per caso un treno che stava
deportando gli ebrei ai campi di concentramento.
ESISTONO DELLE RISPOSTE A QUESTO “PERCHÉ”?
Riguardo gli altri animali le risposte ci sono, e la fine di questa violenza
agita dipende anche da noi, almeno di quella legalizzata. Andando a ritroso nel
tempo e arrivando fino ai giorni nostri, ho messo insieme oltre un’ottantina di
fatti in cui individui di specie diverse sono stati vittime di crudeltà: episodi
protratti nel tempo in cui la morte, in alcuni casi, è arrivata,
paradossalmente, come una liberazione, o episodi brutali che hanno colto gli
animali nel pieno delle loro esistenze, spezzandole ferocemente. Ogni episodio è
composto da un trafiletto breve in prosa che lo descrive brevemente e poi da una
composizione in versi che ne rende possibili interpretazioni altre, facendone
esplodere il senso, talvolta tramite l’uso del sarcasmo, altre ancora obbligando
il lettore o soffermarsi con sguardo inedito.
IL TESTO HA UN OBIETTIVO BEN PRECISO, GIUSTO?
Si, è quello di sottrarre all’anonimato e alla dimenticanza questi individui che
sono stati vittime di crudeltà; che si tratti di violenza sistemica (e
sistematica), quindi legalizzata, o di violenza compiuta da singoli, a me
interessava porre al centro lo squilibrio di potere tra le persone umane e “le
piccole persone” (citando Anna Maria Ortese) che sono totalmente alla nostra
mercé e per cui solo una minoranza reclama giustizia. Ogni giorno vengono uccisi
miliardi di individui nell’invisibilità più totale, spesso dopo una vita di
continue sofferenze e noi di loro non sappiamo, non abbiamo saputo, non sapremo
mai nulla. Il singolo fatto che per qualche ragione esce dall’anonimato e
diviene fatto di cronaca si configura come atto paradossale, poiché è solo nella
morte che riusciamo a vederli per un attimo: stelle cadenti che hanno concluso
il loro ciclo vitale e che per pochi secondi, forse, illuminano la nostra
coscienza e ci mostrano chi siamo; ma anche l’opposto: chi possiamo rifiutare di
essere accogliendo il principio del rispetto delle altre specie.
LE MUCCHE SE NON LE MUNGI ESPLODONO (DI GIOIA) È UN LIBRO MOLTO DIFFICILE DA
LEGGERE, POICHÉ È DIFFICILE SOSTENERE LA BRUTALITÀ DEI FATTI CHE DIVENTANO
PAROLA E POESIA. I FATTI, COME GIÀ SOTTOLINEATO, SONO LA CRUDELTÀ GRATUITA SUGLI
ANIMALI, CHE IN UN CERTO SENSO TU RESTITUISCI AL LETTORE CHE SI TRASFORMA NELLA
VITTIMA ANIMALE NEL TESTO. PERCHÉ NOI SIAMO TUTTI ANIMALI, GIUSTO?
Noi siamo animali e dirò di più: non siamo animali speciali, ma in continuità
evolutiva con le altre specie. Il nostro DNA ha il 98% in comune con quello di
uno scimpanzé, il 90% con quello di un gatto, il 60% con quello di un moscerino.
Eppure tendiamo a prendere le distanze per quel minimo che ci differenzia
anziché avvicinarci al tanto ciò che ci accomuna. Il semiologo Dario Martinelli
definisce questo processo di allontanamento, rimozione e persino negazione della
nostra animalità con il termine “antropoteosi”, vale a dire la valorizzazione
delle nostre differenze e peculiarità, anche se minime, per autoproclamare la
nostra superiorità, che invece, in termini evoluzionistici, non ha proprio
senso, in quanto l’evoluzione non procede in linea retta e verticistica, ma
semmai è come un insieme in cui specie diverse si intrecciano dando vita a
speciazioni differenti. Noi siamo animali differenti dagli altri nella misura in
cui tutti lo sono, ma differenza non significa superiorità. Lo diventa nel
momento in cui usiamo le diversità come parametro assoluto per giudicare il
resto degli attributi che posseggono pure le altre specie; un meccanismo questo
che abbiamo già visto altre volte nella storia, ad esempio nei confronti delle
altre culture, di abitudini e costumi di etnie altre rispetto a quella bianca
occidentale, delle donne, ma anche dei bambini stessi, non considerati come
“piccole persone”, ma estensione degli adulti che li hanno messi al mondo; credo
che tutti conosciamo le teorie razziste e sessiste di Cesare Lombroso, per
citarne uno, in cui le diversità biologiche del cranio delle donne, ad esempio,
venivano usate per dimostrarne l’inferiorità; non ce ne accorgiamo, ma con gli
altri animali facciamo la stessa cosa. Detto questo, più che far immedesimare il
lettore nei vari individui ricordati nel libro, a me interessa che il lettore li
veda sotto una luce diversa; non più risorse alimentari, non più materia
organica da sfruttare, ma nella loro individualità e quindi unicità.
L’ERMETISMO PERÒ BILANCIA LA QUESTIONE ARRIVANDO AL PUNTO COME UNA PALLOTTOLA
NEL CRANIO: SI HA LA SENSAZIONE DI ESSERE GIUSTIZIATI IN MANIERA DOLCE. HO COLTO
OPPURE STO DICENDO UNA ERESIA? AVEVI PENSATO A QUESTO ASPETTO SUBLIMINALMENTE
“POP”?
In quanto versi di denuncia, non è assente l’elemento di “giustizia”, ma non per
“giustiziare”, bensì, appunto, per chiedere giustizia per queste vittime
altrimenti dimenticate e per porre la questione animale al centro di un
dibattito non più soltanto morale, ma pienamente politico. Se c’è un aspetto
“pop” è di contenuto, ossia nell’urgenza di attualizzare un discorso che per
troppo tempo è stato ridotto a sentimentalismo, restando sul piano della
sensibilità personale e di un vago amore per gli animali in quanto preferenza
soggettiva. Invece la portata della sofferenza animale è attorno a noi, ovunque
e in ogni momento poiché tutta la nostra cultura – intesa in senso
antropologico, come risultato di tutto ciò che la nostra specie produce, di
materiale, artistico, intellettuale, politico ecc. ‒ è stata costruita sul falso
binomio uomo-animale, autorizzando quindi qualsiasi uso delle altre specie,
senza porsi limiti di alcun tipo e, al contempo, gli animali, trasformati in
oggetti, prodotti, rimangono però referenti assenti sotto l’aspetto individuale.
Se penso alla Pop art, mi viene in mente il processo con cui Andy Warhol ha
elevato a oggetto artistico un prodotto di consumo banale e quotidiano e nel
farlo ne ha anche denunciato il consumismo fine a sé stesso che diviene modo di
vita, anche delle nostre stesse vite, emozioni, relazioni. La lattina di fagioli
o di pomodoro diventa paradigma esistenziale di un modo di vivere e trasforma un
elemento della natura in un processo industriale di cui perdiamo l’origine.
È IL SUCCO DEL CAPITALISMO, FONDAMENTALMENTE.
Mi colpì molto un’ articolo letto alcuni anni fa che parlava di come i bambini
non conoscessero gli animali che mangiano e se gli si chiede cos’è un pollo,
anziché raffigurarsi mentalmente l’animale pollo (peraltro frutto di una
selezione genetica, in natura non esiste la specie “pollo broiler”, che è quella
di consumo comune), ricorrono all’immagine del pollo confezionato nella
vaschetta di polistirolo, privo di piume, talvolta della testa e delle zampe,
cioè reso di fatto un prodotto industriale, come se non fosse mai esistito nel
mondo in quanto essere vivente e senziente, ma fosse uscito direttamente da una
fabbrica. E così per i fagioli in lattina, i pomodori, il tonno. Oggetti pop,
appunto, non elementi del mondo naturale a cui apparteniamo anche noi. Gli
animali vengono resi oggetti, acquisiscono lo status di risorse rinnovabili a
causa del nostro dominio e sfruttamento. Processo che richiede violenza
nell’atto stesso anche solo a livello progettuale. Ecco perché noi antispecisti
diciamo che tutti gli allevamenti sono violenti, e non solo quelli intensivi. La
violenza non è nel metodo, o nel numero di individui allevati, ma nell’idea
stessa di usare qualcuno. Quando facciamo la spesa al supermercato non ci
chiediamo la storia della fettina di carne nella vaschetta di polistirolo perché
l’individuo animale è un referente assente, cioè magari è nominato
sull’etichetta (fettina di vitello), ma quel vitello unico è fuori dalla nostra
immaginazione. Lo è ontologicamente, fuori dalla portata della nostra cognizione
e soprattutto coscienza. Quindi i miei versi fanno in un certo senso l’opposto,
cioè mirano a restituirgli l’integrità sottratta, rendono i loro corpi
nuovamente soggetti del discorso e non oggetti. E nemmeno oggetti d’arte, ma
solo soggetti, protagonisti. La mia è una voce narrante, poetica, che si pone
totalmente al servizio degli animali.
UN’ALTRA COSA FONDAMENTALE È L’IRONIA NERA, CHE È UN ALTRO ELEMENTO CHE PER
QUANTO DISTURBANTE, DERIDE E DEPOTENZIA I CARNEFICI FACENDO EMERGERE LA LORO
IDIOZIA SENZA APPELLO. NON PENSI CHE OGGI CI SIA POCO SPAZIO PER L’IRONIA, CHE
NON VIENE PIÙ CAPITA O ACCETTATA, E CHE FARNE USO SIA OLTREMODO CORAGGIOSO?
Più che ironia nera, come già detto, utilizzo il sarcasmo. Ossia cerco di
spostare la prospettiva affinché chi legge possa avere una visione diversa di un
fatto, individuando la responsabilità del gesto, ma certamente non faccio
sconti, non sono accondiscendente e non voglio essere indulgente o rassicurante.
Mostro quello che la società rimuove, sposta, anche semanticamente,
linguisticamente, o addirittura nega. Uso le parole come una clava per spaccare
il muro che copre, che nasconde, che protegge e che ci separa cognitivamente ed
empaticamente dagli altri animali. La cronaca racconta gli incidenti stradali in
cui sono coinvolti i TIR che trasportano gli animali al mattatoio o anche gli
incendi che spesso avvengono dentro gli allevamenti (a causa dell’eccessivo
calore e malfunzionamento delle ventole di aerazione, ma anche per altri motivi)
come dei fatti casuali, tragedie, disgrazie; ma non sono disgrazie dettate dal
fato, bensì il risultato delle nostre pratiche e azioni. Io richiamo le persone
a questa responsabilità.
TU PENSI CHE ALLA GENTE PIACCIA SENTIRSI COMPLICE DELLA VIOLENZA SUGLI ANIMALI?
No, perché ognuno di noi si riconosce in un preciso sistema di valori, dove,
immagino, soprusi e oppressioni non abbiano posto; ma parlare di quello che
accade agli animali invece ci chiama in causa, disturbando l’idea che abbiamo di
noi, perché tutti siamo o siamo stati complici del loro sfruttamento e violenza.
A questo punto la maggior parte si rifugia nella dissonanza cognitiva, ossia
nega o si racconta una storiella diversa, ad esempio che gli animali non si
rendano conto di ciò che gli accade, che non abbiano coscienza della loro
condizione, che la loro esperienza del mondo sia limitata e non complessa quanto
la nostra e che esista un modo “umano, gentile ed etico” per trasformarli in
prodotti. Meccanismi individuali supportati dalla propaganda della “carne
felice”.
C’È UN ASPETTO RELIGIOSO IN QUESTO LIBRO SECONDO ME, CHE OVVIAMENTE HA A CHE
VEDERE COL SACRIFICIO. QUELLO ANIMALE, A PRESCINDERE DALLA CRUDELTÀ DI FONDO,
UNA VOLTA ERA ALMENO UN DONO A DIO, IL QUALE ADDIRITTURA SACRIFICA SUO FIGLIO,
PER CUI C’ERA UNA COERENZA NELDISCORSO, UN CERTO TIPO DI “RISPETTO” PER LE
VITTIME. ORA INVECE QUESTI SACRIFICI SONO COMPLETAMENTE PRIVI DI SENSO E DI
CONTESTO, SONO FIGLI DEL PIENO – NEANCHE DELNULLA, CHE SPIRITUALMENTE HA UNA
MOTIVAZIONE ALTA ‒, SONO FIGLI DELL’ABBONDANZA, DEL CONSUMO, INSOMMA DI ASSENZA
DI UN QUALSIVOGLIA “MOTORE IMMOBILE”. SI PUÒ ANCORA FARE POESIA “SPIRITUALE” IN
UNO SCENARIO SIMILE?
Il sacrificio richiede un consenso del soggetto oppure il soggetto lo subisce
perché qualcun altro ha deciso per lui e magari lo ha convinto che fosse un
onore sacrificarsi, che ci fosse un fine (Gesù accetta il sacrificio perché si
affida al Padre e crede nella resurrezione, nel regno dei cieli, nella
redenzione dell’umanità, secondo i Vangeli), ma io citerei le parole di
Ceronetti, che aveva capito tutto, proprio sul concetto di sacrificio: “Dicono
di avere abolito i sacrifici animali! Soltanto il rito hanno abolito: li
sterminano ininterrottamente, illimitatamente, senza bisogno: il sacerdote si è
fatto industria”. Vale a dire che i sacrifici, anche allora, per quanto
ammantati di significati altri, erano comunque violenza, sopraffazione, cioè si
sceglieva di sacrificare qualcuno per fare gli interessi di altri, che sia il
popolo che chiede protezione a un Dio, o che sia per preservare i privilegi di
caste sociali elevate ai danni di quelle meno avvantaggiate. Non so quanto,
anche in riferimento ai sacrifici religiosi, si possa parlare di “rispetto”:
secondo me, oggi come allora, è un termine molto abusato poiché usato
indiscriminatamente anche per esprimere comportamenti del tutto contrari al suo
significato profondo, un po’ come oggi “etico”.
Rispettare qualcuno significa riconoscere innanzitutto il suo valore inerente,
significa rifiutarsi di ledere i suoi diritti, quindi non nuocergli, non
danneggiarlo, non calpestare i suoi interessi, tra cui, il precipuo, quello di
vivere. Sacrificare qualcuno a un ente divino significa riconoscere un principio
gerarchico nel creato che, onestamente, non solo oggi non ha più senso, ma che
io rifiuto fermamente. Quindi, quando uso il termine “sacrificio”, lo uso in
termini assolutamente sarcastici, ironici, a evidenziare la menzogna che la
gente si racconta ammantando la violenza di significati spirituali e nobili,
dandogli finalità e quindi senso. Ma la violenza non ha un senso ultimo, tanto
meno nobile, essa trova la sua ragione in sé stessa in quanto mero esercizio di
sopraffazione del più forte sul più debole. Può avere senso, semmai, come
reazione, come risposta per sopravvivere, ma non è questo il caso perché gli
animali non ci minacciano, non ci hanno mai minacciato, siamo noi che gli
abbiamo mosso guerra solo per interessi economici.
LE PAROLE DI QUESTO LIBRO HANNO UN SAPORE PITTORICO/MATERICO, IN UN CERTO SENSO
SEMBRA DI RICEVERE LE IMMAGINI DI HERMANN NITSCH: FRA TE E LUI È UN PO’ COME
PASOLINI CON CARAVAGGIO?
Direi che tra me e Hermann Nitsch, se relazione deve esserci, non può che essere
di contrasto. Ecco, il mio lavoro, la mia arte, è proprio l’opposto di quello
che fanno artisti come Nitsch, ma anche Damien Hirst: loro usano i corpi degli
animali per sublimarli a oggetti culturali densi di significati, mentre io
rifiuto e denuncio questo processo antropocentrico proprio per affermare
l’opposto. Gli altri animali sono individui con una loro storia, unica e
irripetibile, con una loro mente, dei loro desideri, aspirazioni, bisogni e
motivazioni. Non sono simboli o oggetti culturali da usare per i nostri discorsi
sull’arte, la natura, il senso della vita, la morte, su cui proiettare desideri
e aspirazioni o dolori dell’umano. Ogni individuo animale ha un proprio mondo
interiore ed elevarne il corpo materico, ormai distrutto (e magari ucciso
all’uopo) a simbolo di altro è proprio un’operazione che io non voglio fare e
che contesto. Di recente un’artista ha usato il corpo tassidermizzato di un
gatto per esporlo in un museo e lo ha posto su una macchina fotocopiatrice così
che ognuno dei visitatori potesse portarsi via la propria fotocopia. Ecco, a
prescindere dalle letture che si possono dare a questa installazione, per me è
un grande “NO”. Quel gatto era un individuo, aveva una sua storia in relazione
con il mondo.
Pasolini e Caravaggio portano nell’arte la gente del popolo, le persone umili,
che fino a quel momento, nei rispettivi campi, erano state trascurate o comunque
mai rappresentate in quanto soggetti al centro di una narrazione. Caravaggio
eleva gli umili e al tempo stesso li dipinge nella loro corporeità reale, pieni
di lividi, di sofferenza, che è la sofferenza dell’essere corpi mortali,
destinati a perire. Io metto al centro dei miei versi i corpi degli altri
animali, talvolta descrivendoli anche negli aspetti più triviali, fisici (in
Legati i maiali, pubblicato sempre da Marco Saya, li rappresento dando precise
indicazioni sensoriali, il fetore degli escrementi in cui sono immersi, le carni
dei maiali vivi congelate durante il trasporto che restano attaccate alle pareti
dei TIR, le mammelle delle mucche putride di pus e così via). A ricordare che
siamo tutti corpi, nient’altro che corpi che vogliono vivere e fuggire il
dolore. Ed è questa consapevolezza basilare che dovrebbe accomunarci agli altri
animali, che ci rende diversi eppure uguali nel dolore, nella sofferenza.
QUINDI I TUOI VERSI METTONO I CORPI AL CENTRO?
Sì, ma non per farne materia organica su cui proiettare significati altri, ma
per sottrarli all’indefinitezza, all’indistinto, all’insieme multiforme e vago
in cui li rinchiudiamo già solo nel nome animali (usando quindi un termine a
racchiuderli tutti), quando sono milioni di specie, miliardi di individui,
ognuno diverso perché ognuno ha la sua storia e un mondo interiore diverso da
quello degli altri. Nei miei versi racconto un pezzetto della loro storia,
l’ultimo pezzetto, quello che, per quanto tragico e orrendo, ci è dato
conoscere. Racconto la loro morte, mostro i loro corpi nell’ultimo atto, negli
spasmi finali, ma almeno sappiamo che c’è stato molto di più, anche perché,
banalmente, non si può morire senza vivere, cioè, muore chi vive e gli animali,
innanzitutto, esistono e vivono. Non nella mente dell’artista, ma nella realtà.
I miei versi in questo libro sono di memoria, per ricordarli, non per
proiettarci le mie elucubrazioni intellettuali. Una balena che viene arpionata e
uccisa non è simbolo della lotta dell’uomo contro la natura (senza nulla
togliere al capolavoro di Melville, ma erano altri tempi), bensì è un essere
compiuto, un individuo, una creatura (in senso laico) che vuole vivere.
A PROPOSITO DI ARTE, IL LIBRO È IMPREZIOSITO DALLE ILLUSTRAZIONI DI ALESSANDRA
ANTONINI, CHE RENDONO IL TUO LIBRO UN PO’ COME UN LIBRO DI FIABE. ED È UN
CONTRASTO INTERESSANTE VISTO IL CONTENUTO: È LO SGUARDO DELL’INNOCENZA ANIMALE
CHE SI CONFRONTA COL BARATRO MALIZIOSO DELL’ESSERE UMANO?
Alessandra Antonini, che ringrazio ancora, è una ritrattista meravigliosa perché
coglie proprio il carattere, in senso ampio, del singolo individuo; gli animali
che disegna non sono un archetipo, non sono un codice grafico in cui tutti
riconosciamo, ad esempio, l’individuo appartenente alla specie cinghiale,
elefante, o gatto, ma sono proprio “quel cinghiale lì”, “quell’elefante lì”,
“quel gatto lì”; dietro c’è un grande studio e osservazione (almeno per quel che
ci è dato conoscere dalla cronaca) dei singoli animali che vengono commemorati.
Il suo tratto è nervoso, a scatti, quasi espressionista, proprio a cogliere
l’individuo nella sua espressività vitale o vitalità espressiva, che si esprime.
Di nuovo: non sono oggetti statici, ma soggetti che vivevano e che la brutalità
umana ha spezzato, ucciso.
QUANTO C’È DI ARTAUDIANO NELLA TUA SCRITTURA? PER LUI GLI ANIMALI ERANO ESSERI
CON CUI L’UOMO DOVEVA ASSOLUTAMENTE CONFRONTARSI, LA BESTIALITÀ UN MODO PER
RAGGIUNGERE L’ILLUMINAZIONE. LA PENSI ANCHE TU COSÌ?
C’è intanto nel termine bestialità un significato di degradazione rispetto
all’umano. Artaud riconosce e mette in discussione questo, ma il suo intento
rimane ancora, a mio avviso, antropocentrico, cioè ad Artaud interessa ancora
una volta l’umano. Non è una critica, ma solo un dato di fatto. Io non scrivo di
bestie per capire meglio noi stessi, o meglio, non solo, ma per capire meglio le
bestie stesse e dargli dignità. Gli animali non esistono per noi, ma
indipendentemente da noi.
QUALI SONO LE TUE POETESSE DI RIFERIMENTO? C’È QUALCUNO IN PARTICOLARE CHE TI HA
ISPIRATA PER SCRIVERE IL LIBRO?
Credo che un’artista prenda ispirazione da tutto quel che legge, ma soprattutto
da tutto quello che vive e io non faccio eccezioni. Certamente c’è “qualcuno”
che mi ha ispirata a scrivere il libro: l’elefantessa Mali, Caracas il gatto
randagio legato ai binari, l’orsa Daniza, l’orso M49, i macachi torturati nel
laboratorio di Parma, il gatto Green, il gorilla Riù, la lista è infinita,
considerando poi tutti i senza nome negli allevamenti. Le mucche se non le mungi
esplodono (di gioia) è un testo che nasce nella mia mente molto tempo fa, almeno
a livello subliminale. Negli anni ho provato dolore e struggimento per tutti gli
individui la cui morte è divenuta fatto di cronaca e ovviamente per tutti quelli
che a milioni vengono fatti nascere per diventare prodotti, accessori (individui
che non ho mai visto, identificati da una targhetta sull’orecchio o da un
tatuaggio sulla pelle, ma che so aver vissuto e sofferto). Mi sono poi resa
conto che anche nel nostro ambiente, quello dell’attivismo, si tende a
dimenticare e semplicemente perché le morti violente e le ingiustizie che si
susseguono una dietro l’altra non ci consentono di fermarci più di tanto a
piangere un singolo individuo e a volte diventa anche necessità psicologica
“dimenticare”, per non impazzire di dolore. Quindi io ho voluto invece
ricordare, riaprire la ferita, sì, anche di noi attivisti. Perché quegli animali
lo meritano. Meritano tutto quello che non siamo riusciti a dargli.
IL TUO LIBRO ESCE PER MARCO SAYA EDIZIONI, CHE È PROBABILMENTE UN CASO:
NONOSTANTE SIA UNA PICCOLA CASA EDITRICE RIESCE A TENERE TESTA AL MAINSTREAM.
PENSI CHE IL SUO SIA UN ESEMPIO CHE POSSA PORTARE A UN’ESPLOSIONE DI UN CERTO
TIPO DI POESIA “ALTRA” ANCHE IN ZONE NORMALMENTE BLINDATE, SOPRATTUTTO
COMMERCIALMENTE? È VERO CHE SI STA CONSOLIDANDO UNA “NUOVA ONDA POETICA” IN
ITALIA?
Marco Saya è una piccola casa editrice, sì, ma concentrandosi prevalentemente
sulla poesia, ha saputo ritagliarsi un suo spazio nel panorama editoriale
italiano; soprattutto pubblicando opere di qualità, di livello alto, in cui lo
studio e la cura del verso sono evidenti. La poesia è un genere particolare
perché credo che tutti, sin da bambini, la acquisiamo come postura, cioè un
certo modo di guardare al mondo e dentro noi stessi, ma poi la differenza tra la
postura e lo scrivere veramente poesia, la fa lo studio, il lavoro, l’impegno,
la cura; non basta avere uno sguardo poetico, bisogna saper tradurre quello
sguardo in versi, con una loro metrica e autosufficienza narrativa. Ecco, Marco
Saya questa differenza la conosce bene e quindi ciò che premia la sua casa
editrice è proprio la selezione. Ovviamente, anche con la nascita del premio
Strega Poesia, la poesia è diventata di nuovo un genere appetibile. Ma ecco,
bisogna sempre guardare alla qualità, più che al numero. Non basta tornare a
pubblicare molta poesia, bisogna che sia in grado di imprimere il proprio segno
nella società attuale.
RISPETTO ALLE PRECEDENTI PROVE COSA SENTI SIA CAMBIATO NELLA TUA SCRITTURA? DOVE
TI STA PORTANDO?
Penso che ogni opera abbia una sua forma che meglio esprime il contenuto; in
questo senso la mia poesia cambia e cambierà di volta in volta perché ogni
evento, fatto, sentimento, riflessione, esperienza, emozione che racconto si fa
strada tra le varie possibilità e trova una sua forma.
DA ATTIVISTA: COME VEDI LA SENSIBILIZZAZIONE SUI TEMI ANIMALISTI OGGI?
Penso che siamo ancora fermi a un approccio morale e a forme di attivismo
obsolete, quando invece la questione esige che diventi politica e che si
configuri come forma di lotta contro un’ingiustizia; certamente il fatto che
siamo noi animali umani a chiedere diritti per le altre specie è un fatto unico
nella Storia, ma credo che se vogliamo avere successo dobbiamo necessariamente
guardare ai movimenti di lotta in generale e trovare alleanze comuni. Parlare di
alimentazione vegetale o protezionismo non basta perché il punto non è cosa
mangiamo noi, ma CHI mangiamo e CHI vogliamo liberare dallo sterminio
sistematico. Gli altri animali devono essere posti al centro del discorso in
quanto soggetti oppressi. Credo poi che sia necessario un approccio
multiculturale, cioè che spetti ai professionisti di ogni settore dare il loro
contributo, nelle scuole, nelle università, in medicina, nella scienza. Io, in
quanto artista, sto cercando di portare gli animali nel nostro ambiente.
SU CHE PROGETTI STAI LAVORANDO? COSA C’È NEL FUTURO DI TEODORA?
Quest’anno ho avuto un lutto importante, ho perso Bernie, il mio compagno di
vita canino. Quando ho annunciato la sua morte sui social ho ricevuto tantissima
vicinanza, non solo affettiva, ma anche di testimonianza, cioè molte persone,
amici e conoscenti, mi hanno parlato dei loro lutti, del loro dolore; ho deciso
così di scrivere dei versi per ognuno di loro, sempre accompagnati dai disegni
di Alessandra Antonini. Un libro in memoria di Bernie, ma non solo, in memoria
di tutti coloro che sono stati amati. Ovviamente questo è un libro di segno
opposto a Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia) perché qui la morte non
spezza esistenze che mai hanno avuto possibilità di esprimersi, bensì esistenze
riconosciute, rispettate, che sono state piene di amore. La morte è sempre uno
strappo, un nonsense, è difficile trovargli significato e poi c’è il dolore
dell’assenza, ma ricordare, l’esercizio della memoria, è un filo che ci tiene
ancora legati a queste creature, che ci consente quindi di andare avanti,
elaborare, mai dimenticare, ma trasformare in amore, empatia, sempre. Infatti,
tra la vita e la morte c’è lo spazio dell’amore e la mia poesia, i miei versi
dedicati a questi animali rendono questo spazio ancora più concreto, reale, un
promemoria che si può aprire, sfogliare, in cui il lutto trova modo di essere
accolto e compreso. Infatti, al dolore per la perdita di un animale amato spesso
si accompagna l’incomprensione della società, il mancato riconoscimento sociale
del lutto, che invece è uguale a quello che segue la perdita di una persona
umana. Non è un lutto “minore”, ma anzi, poiché ogni relazione è unica e
peculiare, è un lutto ben definito. Il ricavato di questo libricino sarà
devoluto al Rifugio Speranza, canile di Francavilla Fontana.
Poi uscirà anche Il piano finale che tratta dell’ennesima aberrazione per il
profitto che la nostra specie è stata capace di congegnare, vale a dire un
grattacielo di ventisei piani di maiali, ovverosia la costruzione di un
mega-allevamento verticale (per risparmio di suolo, ma non di violenza) in Cina.
Il testo sarà bilingue, italiano e inglese, tradotto da Helen Moor, scrittrice e
poetessa scozzese che fa parte del movimento Ecopoesia. Questa volta sarà
impreziosito dalle tavole della pittrice e scultrice Franca Finocchiaro, mia
madre. Le poesie sono ventisei, quanti sono i piani di questa struttura
mastodontica, più una di apertura e una in chiusura. Annuncio anche Lune
spezzate, opera dedicata agli orsi cosiddetti della luna per via di una macchia
sul petto a forma di mezzaluna, vittime di un’industria terrificante che ha
luogo in Oriente, quella per l’estrazione della bile. Gli orsi trascorrono tutta
la loro vita imprigionati in gabbie minuscole dove a malapena riescono a fare
qualche movimento minimo con un ago conficcato nella cistifellea per estrarne la
bile, che si crede avere proprietà benefiche (trattasi ovviamente di una
credenza popolare, ma se anche fosse vero, sarebbe comunque un trattamento
orrorifico ai danni di questi animali). L’opera si configura come monologo a più
voci e i disegni sono dell’artista Valeria D’Addabbo.
ULTIMA DOMANDA: SE TU POTESSI ESSERE UN “ANIMALE” CHI VORRESTI ESSERE?
Io sono già animale, femmina adulta appartenente alla specie Homo Sapiens;
vorrei solo esserne più fiera, ecco. Come ho detto all’inizio, i miei versi
svelano l’orrore che siamo capaci di compiere e quindi rivelano chi siamo; ma
anche, soprattutto, chi potremmo essere rifiutando dominio e sopraffazione sulle
altre creature; gli animali migliori che potremmo diventare, parte di un tutto,
e non al vertice di una piramide di devastazione e morte.
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U n rivolo di sangue sgorga dal muso di una capra. È distesa su un fianco, sul
terreno umido a tratti tappezzato di muschio e ricoperto da una pioggia di
frammenti di legno, metallo e vetro. Un occhio aperto, lo sguardo nel vuoto, la
pelliccia sporca e la pelle squarciata. Poco più lontano è visibile un altro
esemplare, perso tra i detriti, anche lui privo di vita. Intorno a loro c’è neve
e distruzione: finestre rotte, tetti divelti da cui spuntano murature decorate e
totem colorati. Il Feldman Ecopark, uno zoo alla periferia di Charkiv, in
Ucraina, il 2 marzo 2025 è stato colpito durante l’attacco russo di droni
Shahed, armi kamikaze a lungo raggio. I due ungulati uccisi, tra cui una femmina
gravida, erano stati precedentemente salvati da una zona di combattimento e
portati nel parco, con la speranza che potessero sopravvivere.
Gli animali sono spesso considerati vittime di serie B della guerra, che la
società ci insegna a far passare in secondo piano rispetto al dramma umano,
sebbene sopportino una violenza dirompente, spaventosa e per loro
incomprensibile. I conflitti armati possono esasperare l’ambiguità che
caratterizza il nostro rapporto con gli altri animali. Sono una lente impietosa
sugli abissi della nostra morale.
Il massacro di Londra e i gatti di Gaza
Dai primi mesi del conflitto russo-ucraino, i media hanno diffuso immagini di
profughi costretti ad abbandonare casa e affetti. Alcuni sono accompagnati dagli
animali con cui, fino a quel momento, avevano condiviso la propria vita, allo
stesso tempo simbolo e incarnazione di una dimensione familiare. Quelle mostrate
nei telegiornali e sulle piattaforme social sono rappresentazioni accoglienti,
che suscitano empatia e fanno quasi dimenticare il prezzo da sempre pagato dagli
animali da compagnia in zone di guerra, che invece, spesso, sono considerati
oggetti da sacrificare o legami da rompere per disumanizzare il nemico.
> Gli animali sono spesso considerati vittime di serie B della guerra, che la
> società ci insegna a far passare in secondo piano rispetto al dramma umano,
> sebbene sopportino una violenza dirompente, spaventosa e per loro
> incomprensibile.
Era il 3 settembre 1939 quando la BBC annunciò che la Gran Bretagna aveva
dichiarato guerra alla Germania. Siamo agli albori della Seconda guerra
mondiale. Alla cittadinanza venne chiesto di prepararsi ai raid aerei e una
precauzione su tutte probabilmente raggelò il sangue degli inglesi: il governo
li sollecitò a portare i propri animali domestici nelle campagne e, nel caso non
ci fossero stati vicini disponibili a occuparsi di loro, a sopprimerli con
l’aiuto di un veterinario. Senza curarsi dell’opposizione di alcuni gruppi di
protezione animale, circa 400.000 tra gatti, cani, uccelli e conigli vennero
eliminati, come racconta la storica Hilda Kean nel suo libro The Great Cat and
Dog Massacre (2017). Ci fu chi obbedì forse con pochi scrupoli, chi soppresse i
propri compagni non umani per risparmiare loro la sofferenza dei bombardamenti,
chi li graziò e, in qualche modo, ne riconobbe l’individualità e una forma di
agentività, condividendo con loro il cibo, gli spazi, la paura e il dolore.
Quest’ultimo caso ci porta a Gaza, ai giorni nostri. Le immagini che ci sono
giunte mostrano gatti feriti e traumatizzati dallo scoppio delle bombe, dalla
perdita di un rifugio, dalla fame e dalla sete, ma anche salvati da medici e
veterinari, aiutati e accolti dai palestinesi o, ancora, con le loro famiglie
umane mentre vivono insieme piccoli momenti di spensieratezza. Neha Vora,
docente di antropologia nel Dipartimento di Studi internazionali dell’American
University of Sharjah negli Emirati Arabi Uniti ha commentato così queste
storie:
> Quello che i gatti di Gaza ci insegnano è che il trauma della Palestina è un
> trauma multispecie. Non ci insegnano che anche i palestinesi sono umani,
> poiché questa è un’affermazione che continua a definire l’umano contro
> qualcosa che non è, qualcosa che sarà sempre escluso, abietto e quindi
> eliminabile. Credo che i palestinesi e i loro gatti siano così coinvolgenti
> per molti di noi perché sfidano le visioni liberali dell’umanità e le
> smascherano come modi coloniali di definire il mondo, la soggettività e le
> fantasie di libertà. L’“Umanità” non ci condurrà mai a una giustizia e pace
> universali.
Umanità. È una parola che apparentemente si collega allo stesso universo
semantico della compassione e della pietà, ma che in realtà si nutre di una
visione gerarchica del mondo naturale, in cui l’animale è inferiore, e animale
diventa o deve diventare chiunque incarni il nemico da combattere. Una
prospettiva che, in parte e non a caso, ritroviamo nella struttura e nella
gestione degli zoo, in cui le sbarre o altre barriere separano gli esseri umani
dalle altre specie esposte e nei quali siamo sempre noi a poter decidere delle
loro esistenze secondo le nostre necessità
Un’ingannevole arca di Noè
Nel volume World War Zoos. Humans and Other Animals in the Deadliest Conflict of
the Modern Age (2025), lo storico John M. Kinder ricostruisce la vita degli zoo
dal periodo della Grande depressione alla Seconda guerra mondiale, fino ai primi
anni della guerra fredda. Kinder illustra come la visione gerarchica degli
esseri viventi, e in particolare la disumanizzazione di determinati gruppi,
fosse un aspetto centrale dell’ideologia nazista, evidente nel modo in cui
venivano trattati sia gli esseri umani sia gli animali.
> Le metafore legate agli animali sono servite e servono ancora oggi a
> giustificare i delitti commessi e a comprendere e articolare azioni aberranti.
Un esempio emblematico è quello del campo di concentramento di Buchenwald e del
suo giardino zoologico. Il progetto, sostenuto sin dall’inizio da Karl-Otto
Koch, a capo del campo dal 1937 al 1941, era pensato come luogo ricreativo ed
edificante per le SS e le loro famiglie e come una fonte di umiliazione e
tormento per i prigionieri. Lo zoo serviva, infatti, a ricordare loro la
presunta inferiorità rispetto agli animali in gabbia: gli umani reclusi erano
spogliati della dignità, resi sacrificabili per qualsiasi contingenza e
costretti persino a finanziare la struttura con “contributi volontari”. Gli
animali di Buchenwald ricevevano un’alimentazione migliore dei prigionieri,
tanto che molti di loro cercavano di lavorare nello zoo per ottenere una razione
extra. Kinder spiega:
> Il legame retorico tra animali ed Ebrei, l’obiettivo principale della
> Soluzione finale di Hitler, giocò un ruolo importante nel legittimare
> l’Olocausto agli occhi dei suoi esecutori. Esisteva una lunga storia di
> equiparazione degli Ebrei ad animali (maiali, cani) e a malattie, amplificata
> dai propagandisti nazisti.
Le metafore legate agli animali sono servite e servono ancora oggi a
giustificare i delitti commessi e a comprendere e articolare azioni aberranti.
Per descrivere l’uccisione da parte di privati cittadini di civili indifesi
nell’assedio di Sarajevo, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina degli anni
Novanta, si usano termini come “attività venatoria”, “cacciatori”, “prede” e
“safari”. Le notizie parlano di gruppi di cecchini/cacciatori che spendevano
cifre nell’ordine di grandezza di decine di migliaia di euro per sparare a
persone indifese, trasformate in target classificati in base a un tariffario,
esattamente come accade nei safari di caccia in Africa. Se nel vecchio
continente gli obiettivi più costosi sono specie iconiche e minacciate
dall’estinzione, come leoni, elefanti e rinoceronti, nei Balcani sembra che
bambine e bambini fossero in cima al listino. Non più vite, solo trofei da
collezionare.
Allo stesso modo, come evidenziato da Kinder nel suo libro, durante il secondo
conflitto mondiale e anche in seguito, gli zoo offrirono alle persone metafore
per aiutarle a comprendere le esperienze di prigionia, impotenza e degradazione.
In quegli anni le gabbie divennero teatro di orrore, dolore e ideologia. I
destini di gran parte degli esemplari rinchiusi negli zoo furono impietosi.
Alcuni riuscirono a esser trasferiti in luoghi più protetti, mentre molte delle
specie più pericolose, quelle carnivore o velenose, furono uccise per evitare
che costituissero un’ulteriore minaccia in caso di fuga dopo un bombardamento.
La stessa sorte toccò agli animali più costosi da mantenere, tra cui quelli
marini. Molti altri rimasero intrappolati, senza la possibilità di mettersi in
salvo: morirono di fame e di sete tra atroci sofferenze, subirono le esplosioni
riportando ferite, orribili mutilazioni e danni psicologici irreparabili o
divennero oggetto di saccheggio e di improvvisate battute di caccia. Accadde
proprio questo nel 1939, durante l’invasione della Polonia da parte
dell’esercito nazista. Il direttore dello zoo di Berlino, Lutz Heck, dopo aver
messo da parte gli esemplari più pregiati dello zoo di Varsavia, permise ad
alcune SS di usare gli animali ancora in gabbia come bersagli per la notte di
Capodanno.
> Un tempo i giardini zoologici erano perlopiù luoghi di intrattenimento, e una
> dimostrazione del potere degli Stati sulle proprie colonie, da cui alcuni
> esemplari provenivano. Oggi gli obiettivi dichiarati sono l’educazione, la
> ricerca e la conservazione.
Ancora oggi gli animali degli zoo sono costretti a spostarsi sotto i
bombardamenti, le loro vite vengono distrutte dalle esplosioni, dalla fame e
dalla sete, o diventano cibo per soldati. Nella prima parte del Ventesimo
secolo, i giardini zoologici erano per lo più luoghi di intrattenimento e una
dimostrazione del potere degli Stati sulle proprie colonie, da cui alcuni
esemplari provenivano. Attualmente i tre principali obiettivi di queste
istituzioni sono l’educazione, la ricerca e la conservazione. Quest’ultimo scopo
prevede la tutela di specie a rischio di estinzione attraverso progetti in situ,
in cui gli esemplari sono protetti nei loro habitat, e attività ex situ, che
prevedono la detenzione di individui in cattività per il mantenimento di
popolazioni di animali che potrebbero scomparire in natura. Gli zoo sono,
quindi, una sorta di arca di Noè la cui efficacia, secondo Kinder, è dubbia,
soprattutto in tempi di guerra:
> Se gli zoo vogliono sopravvivere ai conflitti di questo secolo, devono
> abbandonare la metafora dell’arca. Di fronte alla minaccia di catastrofiche
> perturbazioni climatiche, il mondo non ha bisogno di una flotta di scialuppe
> di salvataggio progettate per aiutare specie selezionate ad attraversare
> quaranta giorni e quaranta notti metaforiche di tumulto. Piuttosto, abbiamo
> bisogno di una strategia per sopravvivere a un clima alterato a tempo
> indefinito. Come minimo, dobbiamo porci domande difficili sul fatto che i
> vantaggi degli zoo superino i loro evidenti svantaggi, incluso il disagio
> fisico e mentale sopportato dalle specie in cattività.
La promessa di salvezza degli zoo sembra ancora più debole nelle zone di
conflitto, dove ai danni apportati a queste strutture e ai loro occupanti si
sommano ingenti disastri ambientali.
I pericoli per la fauna selvatica e il reato di ecocidio
Le lotte armate hanno spesso luogo in ecosistemi fragili e hotspot di
biodiversità, producendo conseguenze devastanti su molte specie di animali
selvatici. Nella Repubblica Democratica del Congo, anni di guerra hanno ridotto
significativamente la popolazione di ippopotami: dai circa 30.000 esemplari,
presenti nel 1974, si è passati a meno di 1000 verso la fine della guerra civile
congolese, nel 2005. Gli esemplari sono poi aumentati fino a 2500 nel 2018, per
poi essere nuovamente minacciati dai gruppi di ribelli, che hanno iniziato a
cacciarli di frodo per venderne la carne e finanziare le loro attività. A oggi
la popolazione di questi mammiferi si attesta intorno ai 1200 esemplari, sui
quali incombono nuovi pericoli, come l’avvelenamento da antrace.
In Mozambico la guerra civile, combattuta tra il 1977 e il 1992, ha portato
all’uccisione di circa il 90% degli elefanti, le cui zanne in avorio erano
vendute per sovvenzionare i combattenti. La caccia intensa avrebbe addirittura
favorito la mutazione genetica associata alla mancata formazione delle zanne
nelle femmine. In Iraq, nel 2016, l’ISIL (Islamic State in Iraq and the Levant)
ha attaccato una raffineria di petrolio. Poco meno di venti pozzi esplosi hanno
causato l’innalzamento di una nube tossica e una massiccia fuoriuscita di
petrolio. Il risultato è stato la contaminazione di suolo e acque, un ostacolo
concreto alla sopravvivenza della vicina cittadina di Qayarrah e un gravissimo
danno per la fauna della regione. Le invasioni militari possono persino portare
all’introduzione volontaria o accidentale di specie aliene, in grado di
esercitare impatti negativi sugli ecosistemi delle aree conquistate e sui loro
abitanti.
Oggi sappiamo bene quanto queste azioni possano produrre danni irreparabili
all’ambiente, con un effetto domino che potrebbe estendersi globalmente, eppure
non abbiamo a disposizione strumenti abbastanza efficaci per arginarli. Lo
Statuto di Roma della Corte penale internazionale, nell’articolo 8 (2)(b)(iv)
sui crimini di guerra, prevede che sia considerato reato lanciare attacchi
deliberati nella consapevolezza di produrre “danni diffusi, duraturi e gravi
all’ambiente naturale che siano manifestamente eccessivi rispetto all’insieme
dei concreti e diretti vantaggi militari previsti”. Una norma eccessivamente
generica, una lacuna giuridica che si sta cercando di colmare da decenni
spingendo per il riconoscimento del reato di ecocidio.
> Oggi sappiamo quanto le guerre possano produrre danni irreparabili
> all’ambiente, con effetti di portata globale, eppure non abbiamo a
> disposizione strumenti efficaci per arginarli. Il riconoscimento del reato di
> ecocidio è un passo importante in questa direzione.
Il termine è stato utilizzato per la prima volta dal biologo Arthur Galston,
negli anni Settanta, per descrivere la deforestazione su larga scala causata
dall’uso dell’Agent Orange da parte degli Stati Uniti d’America durante la
guerra del Vietnam. Negli anni Duemila il concetto è stato riproposto
dall’avvocata Polly Higgins e infine, nel 2021, è stata presentata una
definizione legale alla Corte penale internazionale, per cui “‘ecocidio’
significa atti illegali o arbitrari commessi nella consapevolezza di una
sostanziale probabilità di causare un danno grave e diffuso o duraturo
all’ambiente con tali atti”.
Sono crimini non riconosciuti che continuano a essere perpetrati senza la
certezza di un processo e di un’eventuale condanna dei colpevoli: alcuni esempi
recenti sono la distruzione della copertura arborea e dei terreni agricoli di
Gaza, con fattorie e uliveti abbattuti, suolo, falde acquifere, mare e aria
inquinati, e l’impatto sugli ecosistemi e la biodiversità del conflitto in
Ucraina. Gli animali non umani sembrano quasi invisibili in questi scenari,
sebbene la loro esistenza presente e futura venga cancellata attraverso le
uccisioni e la distruzione degli habitat in cui prosperano.
Violenze necessarie: al punto di dissoluzione del Diritto internazionale
umanitario
Non sono solo gli animali da compagnia, quelli degli zoo e la fauna selvatica a
subire gli effetti degli scontri. Gli animali allevati vengono macellati,
rubati, bombardati o lasciati morire di fame. Esistono specie utilizzate
direttamente nei conflitti come mezzi di trasporto, tra i quali ci sono i
cavalli, gli asini, i muli, gli elefanti e i cammelli, mammiferi addestrati a
rilevare esplosivi, quali elefanti, cani e ratti, oppure cetacei preparati per
cercare sottomarini e lasciati esplodere per distruggerli, tra cui i delfini.
Come illustra l’articolo “Animals in War: At the Vanishing Point of
International Humanitarian Law”, pubblicato nel 2022 nell’International Review
of the Red Cross, malgrado la loro vulnerabilità nelle situazioni appena
descritte, gli animali sono ancora ampiamente ignorati dal Diritto
internazionale umanitario (DIU), che rimane prevalentemente antropocentrico.
Essi non godono di uno status legale esplicito, non ne viene riconosciuta la
senzienza, né sono concessi loro diritti, nonostante ci siano alcuni Paesi i cui
ordinamenti giuridici hanno cominciato a considerare la soggettività e la
capacità di provare dolore di questi esseri viventi.
Anne Peters e Jérôme de Hemptinne, autori della pubblicazione, suggeriscono due
strategie principali per affrontare la mancanza di una specifica protezione nel
diritto internazionale umanitario. La prima consisterebbe nell’applicare in modo
più efficace le norme già esistenti, ampliandone l’interpretazione per includere
gli animali nelle categorie protette previste: potrebbero essere assimilati a
combattenti o prigionieri di guerra, a civili, oppure a oggetti. Tale approccio
prevederebbe la rilettura delle disposizioni relative alla difesa dell’ambiente,
del patrimonio culturale e delle aree protette, riconoscendo che gli animali
sono esseri viventi capaci di provare sofferenza e grave disagio (distress).
La seconda strategia contempla l’adozione di un nuovo strumento internazionale
volto a riconoscere specifici diritti agli animali, in particolare il divieto di
utilizzarli come armi. Si tratta di una prospettiva di lungo periodo, ancora
lontana, poiché richiederebbe a molti Stati di superare profonde barriere
concettuali riguardanti la personalità giuridica degli animali non umani e di
accettare eventuali limitazioni nella conduzione dei conflitti armati per
proteggerli. Il tutto in un contesto in cui i precedenti tentativi di varare una
convenzione internazionale sul benessere animale non hanno finora riscontrato
grande successo.
> Malgrado la loro estrema vulnerabilità nei teatri di guerra, gli animali sono
> ancora ampiamente ignorati dal Diritto internazionale umanitario (DIU), che
> rimane prevalentemente antropocentrico.
Però, come il giurista inglese Hersch Lauterpacht ha scritto in passato, il DIU
è “al punto di dissoluzione del diritto internazionale” e gli autori del paper
sostengono che in questo sia simile al diritto animale, con i debiti
cambiamenti, e che la loro intersezione, seppure foriera di estreme difficoltà,
non dovrebbe fermarci dal voler perseguire un’“utopia realistica” per gli
animali a livello mondiale. È possibile partire dall’attuale situazione
internazionale per poi cercare di ampliare quelli che sono considerati i limiti
della praticabilità politica.
Il DIU e il diritto legato al benessere animale sono entrambi corpi normativi
che non vietano la violenza, ma concedono lo spazio a una violenza ritenuta
“necessaria”, di fatto legittimandola. Sebbene, come sottolinea l’articolo,
questa somiglianza dovrebbe facilitare l’estensione del campo di applicazione
del DIU agli animali non umani, certamente fa emergere quella ambiguità che,
anche in condizioni di pace, esiste nei trattamenti che riserviamo loro. La
percepiamo quando accettiamo le condizioni in cui versano negli allevamenti
intensivi oppure la cattività e la scelta di sopprimere alcuni esemplari negli
zoo per calcolo economico, perché spazio e risorse delle strutture sono
limitate, o per esigenze di conservazione, al fine di mantenere l’equilibrio tra
maschi e femmine di una specie o prevenire il rischio di consanguineità. O
ancora, quando acconsentiamo alla sperimentazione animale.
> I conflitti armati rendono ancora più tangibile l’ambiguità che caratterizza
> il nostro rapporto con gli altri animali, anche e soprattutto in tempo di
> pace.
Il confine tra amore, rispetto per la vita degli animali non umani, violenza e
sopravvivenza può farsi eccezionalmente labile. Lo spiega Kinder, sempre
attingendo dall’esperienza del campo di concentramento di Buchenwald, quando
parla del poema satirico Eine Bären-Jagd im KZ Buchenwald (in italiano Una
caccia all’orso nel campo di concentramento di Buchenwald), scritto e illustrato
dal sopravvissuto al campo Kurt Dittmar nel 1946. L’opera ripercorre la breve
vita di Betti, un’orsa allevata nello zoo del campo, dall’arrivo come cucciolo
alla morte per mano di un comandante. L’orsa è inizialmente servita e riverita
dai detenuti per ordine delle SS, si nutre di buon cibo, gode di spazio
all’interno della sua gabbia ed è per questo oggetto di invidia da parte dei
prigionieri. Con il trascorrere del tempo la milizia nazista aggiunge alla
collezione dello zoo altri animali e Betti, stanca della nuova compagnia,
abbatte il recinto elettrico e fugge nella foresta. I detenuti tentano invano di
catturarla, finché il vicecomandante non la uccide e ne riporta indietro il
corpo come un trofeo. L’illustrazione di Dittmar raffigura alcuni prigionieri
sconvolti davanti alla carcassa dell’orsa, consapevoli di condividere il suo
destino di preda braccata. Costretti ad arrostirne le carni per la festa delle
guardie, non ne assaggiano neanche un boccone, ma continuano a sognare: la
libertà, il cibo e la giustizia contro i loro aguzzini. Nonostante sia ispirato
a eventi reali, il poema non è un resoconto storico, ma conserva in sé una
realtà difficile da accettare.
Scrive l’autore di World War Zoos:
> Ciò che otteniamo invece è qualcosa di più interessante: una riflessione sul
> potere e sui limiti dell’empatia. Nel racconto di Dittmar, i prigionieri umani
> di Buchenwald riconoscono che la vita di Betti è sempre appesa a un filo, che
> lei è preziosa fino al momento in cui le SS decidono diversamente. Pure lei è
> una prigioniera, anche se ha pasti migliori e una gabbia più bella. Ma questo
> non significa che non proveranno a rubarle il cibo o a rosicchiare le sue ossa
> spolpate. Nella Buchenwald di Dittmar, i prigionieri possono sia piangere per
> l’uccisione di Betti sia sbavare affamati sul suo cadavere sfrigolante.
L'articolo Animali in guerra proviene da Il Tascabile.
T oc. È il suono dello zoccolo di Hans: il cavallo capace di contare,
riconoscere le carte da gioco e persino leggere nel pensiero. Ha appena poggiato
la zampa su un cartellino con il numero “quattro” disegnato in superficie, il
risultato corretto di una sottrazione. Siamo nei primi anni del Novecento e una
commissione di scienziati è riunita a casa di Wilhelm von Osten, insegnante di
matematica in pensione di Berlino, per verificare che le prodigiose abilità di
Hans, il suo cavallo, non siano una frode. E tali non sembrano: sa risolvere
calcoli, riconoscere forme geometriche e indovinare a quale numero sta pensando
un umano di fronte a lui. Eppure il biologo e psicologo Oskar Pfungst non è
convinto e ripropone all’animale i test, questa volta con alcune modifiche: gli
sperimentatori non dovranno conoscere le risposte ai quesiti posti o non
dovranno essere visibili al cavallo. Hans non risponde più e Pfungst, in questo
modo, scopre che l’equino non sarà un bravo matematico, ma è un eccellente
osservatore: riesce a leggere i piccoli segnali del volto e del resto del corpo
di von Osten e dei membri della commissione che in qualche modo indicano che sta
toccando o sta per toccare il numero corretto. Nasce così l’effetto Clever Hans,
che indica il rischio da parte degli esseri umani di dare al soggetto testato un
suggerimento involontario sul comportamento desiderato.
> Nel corso della storia i cavalli sono stati cibo, mezzi di trasporto, forza
> agricola, armi da guerra, campioni sportivi, status symbol, compagni e
> mediatori terapeutici. Solo negli ultimi anni abbiamo iniziato a studiare i
> loro reali bisogni, il modo in cui percepiscono il mondo e perfino alcuni
> aspetti della loro vita interiore.
Nel teatro delle civiltà umane, i cavalli sono stati costretti a recitare
innumerevoli ruoli. Se per il vecchio maestro in pensione doveva essere lo
sbalorditivo esemplare a cui aveva insegnato a comportarsi come un umano, in
generale, nella storia delle nostre società, questi animali sono stati cibo,
mezzi di locomozione, strumenti agricoli, armi da guerra, campioni sportivi,
status symbol, compagni di vita e mediatori terapeutici. Uno di loro stava
persino per essere nominato console dall’imperatore Caligola, almeno così
scriveva Svetonio.
Solo negli ultimi anni la ricerca sul comportamento animale sta iniziando a
restituirci un’immagine più autentica dei cavalli, svelando i loro reali
bisogni, il modo in cui percepiscono il mondo e perfino alcuni aspetti della
loro vita interiore, al di là delle nostre proiezioni e stereotipi.
Umani e cavalli: due destini che si uniscono
La storia degli Equidae, la famiglia a cui appartengono i cavalli, inizia circa
55 milioni di anni fa, in America. Nell’Eocene apparve il primo antenato del
cavallo, l’Hyracotherium, i cui resti fossili ritrovati in America
Settentrionale ed Europa rivelavano le sembianze di un mammifero molto diverso
dal fiero destriero a cui noi tutti siamo abituati: aveva dimensioni simili a
quelle di un cane di taglia medio-piccola, cranio tozzo e zampe sottili. Persino
i paleontologi fecero fatica a ricollegarlo ai cavalli prima del ritrovamento
dei resti di altri antenati, ultimo il Pliohippus, da cui si è evoluto il genere
Equus circa 4-4,5 milioni di anni fa, durante il Pliocene. Nel corso di poche
decine di milioni di anni l’evoluzione apportò numerosi cambiamenti, tra cui
l’aumento di dimensioni, la riduzione del numero di dita, la modifica della
morfologia dei denti affinché fossero adatti al pascolo, l’allungamento del muso
e l’incremento del volume e della complessità del cervello.
> Il controllo della riproduzione dei cavalli moderni è emerso intorno al 2200
> a.C. nelle steppe pontico-caspiche, attraverso l’accoppiamento tra
> consanguinei stretti per selezionare le caratteristiche più utili.
Fu alla fine del Pleistocene che il destino dei cavalli cambiò drasticamente. Se
in America Settentrionale scomparvero intorno a 10.000 anni fa, nel Vecchio
mondo vissero abbastanza a lungo da incontrare l’essere umano ed essere
domesticati. Le pareti dipinte delle grotte di Lascaux, Altamira e Pech-Merle
testimoniano l’attrazione che il cavallo aveva iniziato a esercitare sui nostri
progenitori nel Paleolitico, con le loro rappresentazioni accurate, forse
propiziatorie o dettate dal senso di libertà che la loro corsa probabilmente
evocava. I primi tentativi di domesticazione, però, avvennero molto tempo dopo:
le prime tracce risalgono soltanto a circa 5.500 anni fa e appartengono ad
alcuni antichi insediamenti semisedentari localizzati nell’attuale Kazakistan
settentrionale. Nei pressi del sito archeologico di Botaï sono stati rinvenuti
resti ossei, appartenenti a centinaia di cavalli, che mostrano l’uso di briglie,
di recinzioni, e altri ritrovamenti che costituiscono indizi sulla loro
mungitura per ricavarne latte da bere, pratica diffusa ancora oggi in Mongolia.
Per molto tempo si è creduto che i nostri cavalli fossero i diretti discendenti
di quelli di Botaï, ma recenti analisi genetiche hanno smentito questa ipotesi.
Gli equidi del Kazakistan non vennero selezionati e utilizzati per il trasporto
su larga scala. Questo sarebbe accaduto solo verso la fine del terzo millennio
a.C. Uno studio pubblicato su Nature nel 2024 ha rivelato che il controllo della
riproduzione della linea dei cavalli moderni è emerso intorno al 2200 a.C. nelle
steppe pontico-caspiche, attraverso l’accoppiamento tra consanguinei stretti per
selezionare le caratteristiche più utili. Il controllo riproduttivo ha coinciso
con una rapida espansione dei nuovi cavalli in tutta l’Eurasia, che ha portato
alla sostituzione di quasi tutte le linee locali. Iniziava così la storia umana
della mobilità su vasta scala. Le date ottenute dalle analisi genetiche e
dall’esame dei reperti archeologici sono di particolare importanza anche perché
contraddicono una delle narrazioni più diffuse sullo sviluppo delle culture
umane, secondo cui grandi mandrie di cavalli avrebbero accompagnato la massiccia
migrazione dei popoli delle steppe che diffusero le lingue indoeuropee
attraverso l’Europa intorno al 3000 a.C. A quell’epoca non avevamo ancora domato
il DNA dei cavalli selvatici.
La domesticazione del cavallo rivoluzionò il modo di viaggiare e per migliaia di
anni fu questa specie a segnare i confini del trasporto via terra, finché il
treno, nel Diciannovesimo secolo, aprì una nuova era. Solo con l’avvento
dell’automobile, nel secolo successivo, i cavalli persero definitivamente il
loro ruolo centrale nei trasporti. Il retaggio di questo passato, però, è ancora
ben visibile: molte strade ricalcano antichi percorsi tracciati per i cavalli e
la potenza dei motori continua a misurarsi proprio in “cavalli”. Lasciarono
un’impronta profonda anche nelle guerre e vennero usati fino al primo conflitto
mondiale, in cui furono indispensabili poiché trainavano rifornimenti,
munizioni, artiglieria e feriti.
Un animale, tanti ruoli
Il poderoso e imponente percheron, originario del Nord della Francia, plasmato
per le battaglie, per i trasporti e i lavori agricoli; il pony delle Highlands,
nativo delle isole scozzesi, compatto e piccolo e allevato per l’equitazione di
campagna e di maneggio; l’elegante e selvaggio mustang, discendente dei cavalli
che gli spagnoli portarono nel Nuovo mondo, in seguito rinselvatichiti. Queste
sono solo alcune delle centinaia di razze che l’essere umano ha modellato con la
selezione artificiale per adattarle alle proprie necessità, inizialmente
incrociando individui con le caratteristiche desiderate, fino ad arrivare
all’utilizzo di tecniche di editing genetico come CRISPR (Clustered Regularly
Interspaced Short Palindromic Repeats).
I cavalli sono i nostri campioni in discipline sportive, tra cui il polo e
l’equitazione, continuano a svolgere i loro compiti tradizionali nei Paesi in
via di sviluppo, dove forniscono trasporto e forza lavoro per l’aratura, sono
protagonisti di celebrazioni folkloristiche e tradizionali in tutto il mondo,
con rituali che frequentemente sfidano la concezione di benessere animale e
persino il buonsenso. Ne sono un esempio la conduzione di mezzi a trazione in
piena estate a Roma (le cosiddette botticelle), e Las Luminarias, celebrazione
durante la quale si festeggia Sant’Antonio, protettore degli animali, facendo
attraversare agli equidi le fiamme dei falò accesi nei vicoli di San Bartolomé
de Pinares, in Spagna. I cavalli sono anche considerati cibo: secondo i dati
della FAO (Food and Agriculture Organization) sugli allevamenti mondiali, nel
2023 si contavano circa 57 milioni di cavalli e 4,71 milioni macellati.
> Sono centinaia le razze che l’essere umano ha modellato con la selezione
> artificiale per adattarle alle proprie necessità, inizialmente incrociando
> individui con le caratteristiche desiderate, fino ad arrivare all’utilizzo di
> tecniche di editing genetico.
Equus ferus caballus è sempre stato anche un compagno per noi umani. Già nel
mondo antico, e ancora di più nel Medioevo e nel mondo islamico, era considerato
dai cavalieri un amico, con un suo nome e una sua personalità. È indimenticabile
l’incontro tra Alessandro Magno e il cavallo Bucefalo, descritto da Plutarco
nella Vita di Alessandro: il figlio di Filippo II di Macedonia comprende le
paure dell’animale e riesce in questo modo a cavalcarlo. Il loro rapporto è
stretto e intenso, rafforzato da viaggi e battaglie e suggellato dalla morte
dell’animale sull’Idaspe, in India, dove il condottiero fonderà una città in
onore del destriero.
Secoli di vicinanza non trascorrono senza lasciare traccia e i cavalli hanno
imparato a starci accanto, a capirci così bene da poter addirittura essere un
supporto negli interventi assistiti con gli animali, progetti che si basano
sull’interazione con loro per mantenere o migliorare il nostro benessere fisico,
psicologico e sociale.
Essere cavalli
Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento incominciarono a essere
diffusi spettacoli in cui cavalli e nuotatori si tuffavano da strutture alte
circa venti metri: il cavallo saliva su rampe strette, solo il vuoto intorno a
lui; poi, in cima, un fantino gli saltava in groppa ed entrambi scivolavano su
una piattaforma inclinata, fino a cadere per diversi metri, a testa in giù, in
una piscina. Non sorprende che esperienze di questo tipo lasciassero spesso
segni profondi, sia fisici sia emotivi, tanto sugli esseri umani quanto sui
cavalli. L’esistenza di queste performance è proseguita fin quasi ai giorni
nostri ‒ negli anni Duemila un esemplare ha continuato a tuffarsi in un parco
divertimenti vicino a New York ‒ e in rete è ancora possibile guardare i video
di queste imprese. Tra i commenti c’è chi suggerisce che questi animali si
divertano nel tuffarsi: “Se lo fanno, è perché gli piace”. Un argomento sterile,
come afferma Léa Lansade in Nel mondo del cavallo – Pensieri, emozioni,
comportamenti di un meraviglioso animale (2025).
> Contrariamente a quanto generalmente si pensa, i cavalli sono animali sociali
> e vivono in gruppi familiari composti da 3-5 femmine, uno stallone e i puledri
> con esso generati. Famiglie che si spostano, mangiano, dormono, galoppano e
> giocano insieme.
Lansade, introdotta all’equitazione da giovanissima, è oggi un’etologa
specializzata nel campo delle emozioni e delle capacità cognitive degli animali.
Nel libro, la ricercatrice supera gli spazi angusti di credenze e folklore,
salta le staccionate delle conoscenze non dimostrate sui cavalli e presenta un
animale sconosciuto a una buona parte del pubblico, anche di quello esperto,
raccontando i risultati di anni di ricerche etologiche.
I cavalli sono animali sociali e vivono in gruppi familiari composti da 3-5
femmine (le giumente), uno stallone e i puledri con esso generati. Tra le
giumente si instaurano amicizie che durano a lungo, anche un’intera esistenza, e
quando formano una nuova famiglia, esse cercano di rimanere vicine a quella di
origine, isolandosi solo nella stagione riproduttiva. I puledri, molto uniti
alle madri fino alla maturità sessuale, che arriva intorno ai 2-3 anni, imparano
le regole del gruppo tramite il gioco, di cui si occupa soprattutto lo stallone.
Le famiglie si spostano, mangiano, dormono, galoppano e giocano insieme. Quando
un membro scompare, il resto del gruppo lo chiama e lo cerca: i cavalli sono in
grado di riconoscersi e sanno instaurare relazioni solide tra loro.
Non sono territoriali e diversi gruppi possono convivere in uno stesso spazio,
in cui trovano tutto ciò di cui necessitano, come acqua, cibo e un riparo
naturale, quando possibile. Il fatto che il cavallo sia un erbivoro influisce
profondamente sulla distribuzione delle attività a cui si dedica nelle 24 ore.
Poiché le piante forniscono poca energia rispetto al fabbisogno di un animale
che può pesare centinaia di chilogrammi, il cavallo occupa in media 15-16 ore al
giorno a nutrirsi. Durante il pascolo non rimane fermo, ma si muove lentamente
con la testa a terra, scegliendo le piante più adatte. Il benessere del cavallo
è anche questo: essere libero di trascorrere una giornata a camminare mentre
mangia.
I sensi dei cavalli nascondono regni a noi sconosciuti. Il loro campo visivo,
diversamente dal nostro, è panoramico: possono arrivare a vedere quasi dietro la
propria schiena, grazie alla posizione laterale degli occhi, uno per ogni parte
della testa. Si ritiene che l’evoluzione abbia favorito questa particolare
disposizione per avvistare i predatori da qualsiasi direzione, una
caratteristica che rappresenta un enorme vantaggio per un animale che vive in
branco. L’olfatto molto sviluppato permette loro di esplorare l’ambiente che li
circonda e svolge un ruolo importante nell’interazione sociale e nella gestione
di stati di allerta. Ad esempio, subito dopo la nascita, la madre riconosce il
proprio puledro grazie al suo odore; quando due cavalli si incontrano, si
annusano per identificarsi; gli stalloni, invece, usano l’olfatto anche per
marcare il territorio, esaminando gli escrementi di altri maschi per capire chi
è passato prima di loro, quale fosse il suo status, e depositandoci sopra i
propri.
> Mentre questi animali per necessità hanno imparato a leggere i nostri
> comportamenti, ad attribuirci una reputazione, a riconoscere i nostri volti e
> persino le nostre emozioni, noi non siamo altrettanto preparati sul loro mondo
> interiore e sulla loro intelligenza.
Il senso che forse più sorprende è il tatto: ci sono cavalli che riescono a
percepire in alcune zone del proprio corpo una pressione paragonabile a quella
dell’estremità di un capello umano, che noi non siamo in grado di sentire sulla
punta delle nostre dita. Con il loro udito sanno captare gli ultrasuoni e
riescono a cogliere l’intera gamma di frequenze che emettiamo quando parliamo,
mentre il loro gusto li porta a nutrirsi di un ampio assortimento di erbe,
piante, frutti, foglie e rami, quando vivono in natura.
Emozioni equine
La storia di Hans e i racconti sui cavalli tuffatori dimostrano che, mentre
questi animali per necessità hanno imparato a leggere i nostri comportamenti, ad
attribuirci una reputazione, a riconoscere i nostri volti e persino le nostre
emozioni, noi non siamo così preparati sul loro mondo interiore, sulla loro
intelligenza e sul loro stato psicologico.
Ce lo spiega ancora una volta Léa Lansade: riconosciamo bene i segnali di paura,
che può diventare patologica se trascurata, ma sappiamo poco su frustrazione,
rabbia e tristezza. Di certo i cavalli provano piacere, ad esempio quando
spazzolati nei punti giusti, e cercano di farcelo capire con le loro posture, il
comportamento e le espressioni facciali. Anche la gioia fa parte delle loro
emozioni, seppur difficile da delineare con certezza. E poi c’è il dolore,
fondamentale da riconoscere per garantire il benessere di questi animali: sono
stati sviluppati protocolli per la sua identificazione, in base alle espressioni
facciali, da due gruppi di ricerca, uno italiano e l’altro svedese.
I cavalli possono dare l’impressione di comprenderci e questo induce a chiedersi
se siano davvero in grado di cogliere gli stati mentali propri e altrui e, in
base a questi, capire e prevedere un comportamento, cioè se possiedano una forma
di teoria della mente. Alcuni studi rivelano indizi sulla capacità dei cavalli
di conoscere che cosa sappia e che cosa non sappia un umano. Nei test gli
sperimentatori che avrebbero dovuto dar loro il cibo, in alcune occasioni non lo
facevano. Questo avveniva manifestando la chiara intenzione di non fornire cibo
oppure mostrando di esserne impossibilitati a causa della presenza di una
barriera o di una certa goffaggine da parte dell’operatore. I cavalli
rinunciavano più facilmente quando c’era una evidente volontà di non offrire
loro cibo, mentre erano più propensi a insistere davanti alla goffaggine dello
sperimentatore. Ciò suggerirebbe che essi possano tener conto non solo delle
azioni, ma anche delle intenzioni umane, che in qualche modo sarebbero capaci di
leggere. Un risultato simile a quanto osservato nei primati.
> I cavalli possono dare l’impressione di comprenderci e questo induce a
> chiedersi se siano davvero in grado di cogliere gli stati mentali propri e
> altrui, cioè se possiedano una forma di teoria della mente.
Oltre a comprendere gli altri, i cavalli stupiscono anche per la loro memoria a
lungo termine: in molte storie e rappresentazioni, come quelle che appartengono
all’immaginario dei racconti western, l’animale ritrova da solo la strada di
casa, a conferma della capacità di memorizzare percorsi e luoghi. È un’abilità
che supporta questi animali nella loro vita, durante la quale, come afferma
Lansade, “Per trovare il cibo, vivere in gruppo, riprodursi o evitare il
pericolo, il cavallo ha bisogno di ricordare i suoi simili, i luoghi che ha
visitato e le situazioni che ha incontrato, ma anche di associare gli eventi e
reagire in modo adeguato”.
Ripensare la nostra relazione con il cavallo
Le scoperte scientifiche sull’etologia dei cavalli dovrebbero porci davanti a
interrogativi urgenti sul modo in cui ci rapportiamo con loro. Non possiamo più
continuare a credere che certi metodi di allenamento, alcune attività e persino
i luoghi in cui li lasciamo vivere siano ancora adatti. I cavalli hanno
trascorso le loro esistenze quasi esclusivamente in gruppo e all’aperto fino
alla fine del Medioevo, momento in cui si iniziò a detenerli in stalle chiuse,
con uno spazio minimo per ciascun esemplare. Era un sistema nato per proteggerli
dal freddo, ma che oggi, nonostante possiamo garantire loro riparo e cura in
modalità differenti, continuiamo ad adoperare. L’autrice di Nel mondo del
cavallo racconta come lei stessa sia stata vittima dell’abitudine e della
mancanza di conoscenza:
> Imitando le persone che mi circondavano, pensai che per il mio cavallo
> sportivo sarebbe stato meglio vivere in un box, possibilmente su un letto di
> trucioli, come avevo visto fare nelle grandi scuderie. Ero convinta che questa
> vita gli si addicesse e fosse perfetta per lui. Mi divertiva quando faceva
> risuonare continuamente i denti sul metallo della porta del box, come se
> stesse suonando un’armonica. In realtà, soffriva di stereotipia, ma all’epoca
> non me ne rendevo conto. Il mio cavallo visse così per alcuni anni, finché,
> con l’aiuto di alcuni studi, mi resi conto di quanto fosse deleteria per lui
> la vita da rinchiuso e di quanto potesse influire sulla sua salute fisica e
> psicologica.
Il cavallo tornò nella precedente sistemazione, un grande prato con ampi box
comunicanti, in cui poteva andare a piacimento.
Equus ferus caballus è stato al nostro fianco, nelle vittorie e nelle sconfitte.
È stato sfruttato per necessità, ludibrio, intrattenimento. Ne abbiamo fatto
un’icona, uno status symbol, il protagonista di tradizioni identitarie, ha
incarnato il riflesso della nostra grandezza e la sua sensibilità lo ha eretto a
supporto emotivo, sempre nel nostro interesse. Per lungo tempo non abbiamo
considerato la sua essenza, i suoi bisogni, le sue emozioni. Ora il lavoro di
ricercatrici e ricercatori ci sta suggerendo un futuro diverso, un nuovo
sentiero da percorrere sradicando l’ignoranza.
L'articolo La versione del cavallo proviene da Il Tascabile.
L o scorso marzo uno studio apparso su Science ha confermato che i bonobo sono
in grado di organizzare le loro vocalizzazioni seguendo strutture complesse, più
simili a quelle della sintassi umana di quanto non immaginassimo. Viene definita
composizionalità quella capacità di combinare elementi linguistici in strutture
più ampie e che ne possono alterare il significato di volta in volta. Tra le
diciannove combinazioni rilevate, alcune assumono la forma di frasi, frammenti
di discorso: “yelp-grunt”, ovvero “facciamo quello che sto facendo”;
“peep-whistle”: “cerchiamo la pace”. I ricercatori hanno usato lo strumento
della semantica distribuzionale per analizzare non solo quali suoni vengono
emessi dai bonobo, ma anche in quali contesti appaiono e con quali altri suoni
sono combinati per esprimere di volta in volta intenzionalità diverse. A partire
dal loro dizionario, “high-hoot + low-hoot” combinano i richiami che significano
“prestami attenzione” e “sono eccitato” per dire invece: “prestami attenzione
perché sono in difficoltà”. I bonobo si intendono, rispondono, piegano gli
elementi della comunicazione al gesto quotidiano, alle proprie vicissitudini, e
alla costruzione del loro vivere sociale. Da dove nasce questa voce? Sono la
grammatica e la lingua parlata a crearla?
> Classificare il linguaggio altrui vuol dire dominarlo, inglobarlo. Consiste
> nel misurare le capacità cognitive e comunicative degli animali non-umani
> sulla base di un parametro esplicitamente antropocentrico e logocentrico.
In Technobiophilia. Nature and cyberspace (2013), Sue Thomas si chiedeva “Quando
sui nostri schermi guardiamo creature lontane affaccendarsi nella loro vita
quotidiana, sogniamo una connessione? Speriamo nel momento in cui il falco o
l’elefante o la gazzella o l’orso incontreranno i nostri occhi rispondendo
finalmente al nostro sguardo remoto?”. Il sogno di vedere gli animali rivolgerci
la parola, occupa da sempre un posto speciale nella nostra solitudine
esistenziale. Soundboard per l’addestramento di cani che imparano a premere il
pulsante giusto per dirci “biscottino” o “ti voglio bene”; Intelligenze
artificiali (IA) che decifrano versi e segnali animali; chatbot costruiti con
tecnologia LLM (Large Language Model ) e COT (Chain of Thought): continuiamo a
costruire oggetti parlanti forse per avere qualcosa con cui parlare, strategie
di elusione contro l’angoscioso silenzio cosmico e vite sempre più isolate.
Oppure, è per via della perdita di contatto con le nostre originali comunità
ecologiche: una sorta di nostalgia per il nostro tempo animale, il tempo in cui
noi eravamo con loro.
C’è poi un senso di vertigine all’idea di decifrare appieno il pensiero di
creature a noi aliene. Classificare il linguaggio altrui vuol dire dominarlo,
inglobarlo. Consiste nel misurare le capacità cognitive e comunicative degli
animali non-umani sulla base di un parametro esplicitamente antropocentrico e
logocentrico: la loro capacità o incapacità di articolare discorsi, la loro
attitudine o inettitudine a comprendere e riprodurre suoni e regole dei
linguaggi umani.
Il presupposto per il quale il mondo animale debba venire incontro alle nostre
categorie di linguaggio, è una proiezione coloniale, anche quando si traveste da
empatia. Nei miti, nei racconti, nei disegni, negli stabulari, vogliamo che gli
animali dicano, dicano a noi, e dicano come noi, affidando loro ruoli funzionali
al nostro immaginario. Nelle fiabe tradizionali, ad esempio, leoni e volpi
insegnano il coraggio e l’astuzia, l’agnello incarna la purezza sacrificale,
l’asino la stupidità laboriosa e caparbia. Ma anche nei bestiari medievali e
nelle narrazioni moderne l’animale è spesso uno strumento, veicolo di
insegnamenti morali e apologhi edificanti. Vite e menti non-umane sono state
soggette alle stesse proiezioni e supposizioni (edipiche, manichee, ecc.) che
applichiamo ai personaggi delle storie umane. Con l’avvento del positivismo e
l’illusione dell’osservazione oggettiva, l’animale, sbattuto nei laboratori,
invece, tace. Non è più un emissario di senso, ma un dato da misurare. In questa
transizione si consumava una nuova perdita epistemologica: dalla voce al
segnale, dal discorso all’impulso. La soggettività animale viene tradotta,
semplificata, neutralizzata.
Il ritorno del soggetto vocale
L’etologia cognitiva – disciplina che studia le menti animali attraverso
l’osservazione del comportamento in ambienti naturali e sociali – è stata in
grado negli ultimi anni di riportare al centro l’intenzionalità e la complessità
comunicativa degli animali. In parallelo, la filosofia della percezione, che
indaga come gli esseri viventi costruiscono senso a partire dal corpo e dalla
relazione con l’ambiente, e l’ecosemiotica, che esplora i sistemi di segni negli
ecosistemi come forme di coesistenza e scambio, invitano a ripensare la voce:
non più semplice veicolo di informazione, ma gesto situato, espressione
incarnata di una relazione.
> Vite e menti non-umane sono state soggette alle stesse proiezioni che
> applichiamo ai personaggi delle storie umane. Con l’avvento del positivismo e
> l’illusione dell’osservazione oggettiva, l’animale, sbattuto nei laboratori,
> invece, tace. Non è più un emissario di senso, ma un dato da misurare.
Anche tra gli animali meno considerati dalla nostra immaginazione sonora,
emergono forme sorprendenti di vocalizzazione. La comunicazione degli animali
che conducono esistenze solitarie è stata spesso sorvolata, perché considerata a
uno stato primitivo dell’evoluzione, e dunque senza bisogno di particolari
approfondimenti. E invece i puma, i lemuri, hanno scambi significativi e reti
sociali complesse pur passando molto tempo da soli; i procioni, animali
fortemente individualisti, sono in grado di insegnare ai compagni meno svegli la
risoluzione di problemi; alcune tartarughe d’acqua dolce, specie di rettile
silenziosa e solitaria per eccellenza, emettono suoni in specifici contesti
sociali come ad esempio le vocalizzazioni che precedono l’emersione, o la
comunicazione delle femmine con i piccoli appena nati per accompagnarli verso
l’acqua. Anche in assenza di strutture vocali sofisticate e in contesti sociali
ridotti, la voce animale trova forme inedite per emergere come fenomeno diffuso,
adattativo, contestuale. Gli animali usano la loro voce per tessere trame
sociali, soprattutto nei momenti liminali: nascita, migrazione, nidificazione. È
in questi passaggi di soglia che la voce affiora.
Da questa prospettiva il caso dei bonobo può essere analizzato in modo
differente. Come osservato da David Robson, il linguaggio umano stesso è
permeato di ideofoni – parole che evocano sensazioni fisiche vivide o emozioni
attraverso il suono, e che trasmettono un senso immediato di corpo e intensità.
Questo fenomeno, che sfida la teoria saussuriana dell’arbitrarietà del segno,
mostra quanto la concettualizzazione delle parole sia legata in modo profondo
all’esperienza sensoriale e corporea. Se trasliamo questo paradigma nella
comunicazione animale, possiamo interpretare molte vocalizzazioni – come quelle
dei bonobo appunto – non solo come segnali, ma come veri e propri atti
incarnati. Sequenze vocali associate a stati emotivi e che costruiscono
relazioni situate. Non solo una grammatica vicina al senso umano, ma una forma
di articolazione sensoriale del mondo condiviso.
> Gli animali usano la loro voce per tessere trame sociali, soprattutto nei
> momenti liminali: nascita, migrazione, nidificazione. È in questi passaggi di
> soglia che la voce affiora.
Un esempio analogo lo offre il celebre corvo allevato in cattività da Konrad
Lorenz. L’animale aveva inventato una vocalizzazione inedita per richiamare il
suo custode. Non un verso della specie, ma un suono creato ad hoc, rivolto a un
interlocutore preciso. Un atto d’appello, non un riflesso. È in questi episodi
che la voce si manifesta come gesto performativo: una negoziazione situata e
irripetibile. Irripetibile non fisiologicamente, ma irripetibile dal punto di
vista relazionale. Situato cioè in una relazione specifica, che nasce da
un’interazione storicamente determinata tra quel corvo e quell’umano. Un gesto
che non ha l’ambizione di essere replicato altrove, ma che ha senso nel momento
in cui accade. È irripetibile come lo sono i gesti di cura, i soprannomi
inventati e intonati nei rapporti affettivi, o certi silenzi condivisi tra due
soggetti.
Senza voce
Cosa accade quando la voce dell’animale non può essere ascoltata? I pesci, per
molto tempo, sono stati considerati esseri silenziosi. Eppure, studi di
bioacustica marina hanno rivelato una ricchissima varietà di vocalizzazioni:
molte specie comunicano attraverso suoni emessi con la vescica natatoria,
battiti di mascelle o sfregamenti ossei. Il pesce tamburo, ad esempio, produce
suoni durante la riproduzione che rientrano tra i più forti registrati
sott’acqua.
Queste voci, che per secoli abbiamo ritenuto inesistenti, oggi rischiano di
sparire senza essere mai state davvero udite. Non solo la pesca selvaggia, che
rappresenta la causa principale dell’estinzione di queste creature, ma il
traffico navale, le esplorazioni sismiche, le trivellazioni: tutte attività che
generano un rumore costante e invasivo, che copre e disintegra i segnali
acustici naturali. Questo riguarda i cetacei ovviamente, le cui comunicazioni
basate su sonar naturali vengono neutralizzate dal rumore antropico. Gli
ecosistemi acustici marini vengono riscritti dall’economia estrattiva e dalla
logica del trasporto, con effetti che si estendono ben oltre il danno
ambientale: colpiscono la possibilità stessa del legame, della presenza, della
continuità generazionale. L’inquinamento acustico oceanico è l’equivalente
sonoro della deforestazione: distrugge spazi di comunicazione, impedisce alle
creature di incontrarsi, cacciare, accoppiarsi.
> Studi di bioacustica hanno rivelato una ricchissima varietà di vocalizzazioni
> negli animali marini: queste voci, che per secoli abbiamo ritenuto
> inesistenti, oggi rischiano di sparire senza essere mai state davvero udite.
Alcune specie, come il notropide a coda nera, hanno sviluppato un meccanismo di
compensazione noto come effetto Lombard: alzano il volume delle loro
vocalizzazioni, per contrastare il rumore ambientale. L’effetto Lombard è una
risposta involontaria e automatica, presente in molte specie animali, che
permette di farsi sentire meglio in ambienti rumorosi. Ma non tutte le specie
possono adattarsi immediatamente. E molte tacciono. Il nostro orecchio culturale
è selettivo, e spesso sordo alle voci basse, alle voci lente, alle voci senza
parole. L’interferenza antropogenica sovrascrive, copre, cancella. La perdita
della voce è una forma di sparizione ontologica, la voce non udita è un soggetto
che non conta.
Deborah Bird Rose, antropologa e teorica dell’ecologia multispecie, parlava
della “responsabilità di ascoltare le voci che scompaiono”. Per Rose, la
scomparsa di una voce non è solo perdita ecologica, ma una ferita relazionale
che interroga la nostra stessa capacità di rispondere al mondo.
La materia che parla
Ricominciare ad ascoltare la voce animale significa rivedere anche la nostra
idea di voce. Non tutto ciò che è voce si manifesta attraverso l’aria, e non
tutto ciò che si manifesta attraverso l’aria è già riconosciuto come voce. La
voce sintetica di un’Intelligenza artificiale, come quella usata in I’m Not the
Only One (2019) di Martine Syms – artista afroamericana che indaga la relazione
tra tecnologia, identità e linguaggio – mostra cosa accade quando la voce perde
il corpo, quando diventa replicabile, standard. Syms lavora sullo smarrimento
della voce come esperienza incarnata e posizionata, mostrando come i sistemi
algoritmici tendono a normalizzare il linguaggio, a renderlo uniforme, neutro,
scollegato da ogni contesto corporeo.
Storicamente, i soggetti razzializzati sono stati esclusi dal diritto di parola
pubblica, o vi sono stati ammessi solo a condizione di adeguarsi a un registro
linguistico dominante. La voce disincarnata dell’IA, in questo senso, è il
paradosso finale: una voce a cui non corrisponde più alcun corpo, nessuna
storia, nessuna vulnerabilità. Una voce che parla per tutti e per nessuno.
> La comunicazione tra esseri senzienti non si limita alla mera trasmissione di
> informazioni, ma coinvolge la capacità di attribuire significato ed esperire
> emozioni, rendendo ogni interazione un evento relazionale potenzialmente
> trasformativo, non solo a livello di apprendimento.
Il linguaggio prodotto dalle IA basate su algoritmi transformer ‒ reti neurali
che apprendono dal modo in cui i dati linguistici vengono utilizzati tenendo
traccia delle relazioni all’interno delle sequenze che li contengono ‒ è il
risultato di una struttura logica derivata dal mondo, non di un pensiero o di
una intenzionalità cosciente. Ciò mette in luce quanto l’imitazione dell’algebra
del linguaggio umano sia un compito, in fondo, relativamente facile da svolgere,
il cui risultato dipende solo da un numero sufficientemente alto di calcoli.
Gemma Corradi Fiumara, nel suo libro The Other Side of Language: A Philosophy of
Listening (1995) sottolinea come nella filosofia occidentale, l’ascolto sia
stato trascurato a favore della produzione discorsiva, e ciò contribuisce a
spiegare, almeno in parte, la nostra tendenza a proiettare comprensione o
intenzionalità laddove riconosciamo forme discorsive familiari.
ChatGpt, Gemini, Perplexity, Claude, o IA simili, possono leggere un volume
enciclopedico in pochi secondi e produrre decine di linee di testo coerente, ma
è questa una condizione sufficiente per pensare alle IA come soggetti parlanti?
Come possono, nel loro stato attuale, possedere anche solo un briciolo del mondo
emotivo ed esperienziale, ad esempio, di un corvide? La comunicazione tra esseri
senzienti non si limita alla mera trasmissione di informazioni, ma coinvolge la
capacità di attribuire significato ed esperire emozioni, rendendo ogni
interazione un evento relazionale potenzialmente trasformativo, su più livelli,
non solo su quello dell’apprendimento. Ci sono pipistrelli che usano nomi
propri, balene che modulano canti per esprimere legami sentimentali, elefanti
che ritornano dai cari sepolti nei loro cimiteri, uccelli che cantano per gioia
in assenza di ricompensa: forme di comunicazione che rispondono a esigenze
relazionali, affettive, forse perfino estetiche.
La lingua, intesa come sistema simbolico articolato, non è l’unico mezzo
attraverso cui si manifesta il pensiero. L’ipotesi di Sapir-Whorf, o teoria
della relatività linguistica, suggerisce che la lingua che parliamo influenza la
nostra percezione del mondo, ma non determina completamente l’origine del nostro
pensare. Pertanto, mentre la lingua può modellare il pensiero, non è una
condizione necessaria per la sua esistenza.
La comunicazione tra esseri senzienti può avvenire attraverso una varietà di
modalità, incluse vocalizzazioni, gesti, espressioni facciali, posture,
attivazioni muscolari o di altri organi, attraverso le quali si esprimono
desideri e stati interni. La comunicazione tra madre e neonato, ad esempio, è
ricca di segnali non verbali che trasmettono affetto, sicurezza e bisogni. Allo
stesso modo, la comunicazione tra esseri umani e animali domestici spesso
coinvolge una comprensione reciproca che trascende le parole. I cani leggono i
nostri segnali corporei quando stiamo per avere un attacco di panico, sono in
grado di interpretare le espressioni facciali e il tono della voce umana per
comprendere le emozioni e rispondere di conseguenza.
> Ci sono pipistrelli che usano nomi propri, balene che modulano canti per
> esprimere legami sentimentali, elefanti che ritornano dai cari sepolti nei
> loro cimiteri, uccelli che cantano per gioia in assenza di ricompensa: forme
> di comunicazione che rispondono a esigenze relazionali, affettive, forse
> perfino estetiche.
Nel racconto autobiografico della ricercatrice e filosofa Eva Meijer, in
Linguaggi animali (2021), emerge come il linguaggio si costruisca nella
relazione, con il pony Joy, con i pappagalli e gli altri animali. È una
costruzione situata e interspecifica, basata su abitudini condivise, feedback
corporei, apprendimenti reciproci. Meijer non cerca un codice, ma una
coabitazione linguistica: “non è solo un problema di ascolto”, scrive, “dobbiamo
fare anche del nostro meglio per individuare nuove modalità di interazione con
gli animali”. Molti animali comunicano efficacemente attraverso sistemi propri,
senza fare affidamento su un linguaggio antropicamente inteso. Queste forme di
comunicazione sono adattate alle esigenze specifiche delle specie, con una
efficacia che spesso supera il linguaggio umano in termini di immediatezza e
connessione con l’altro, più adatta a esprimere emozioni o situazioni complesse,
ricorrendo a segnali olfattivi, visivi o acustici per trasmettere informazioni
vitali in tempo reale, senza la necessità di una struttura linguistica
complessa.
La ricchezza comunicativa che Meijer descrive è sorprendente: cani della
prateria che usano un richiamo d’allarme capace di descrivere taglia, colore e
oggetti di un umano intruso, uistití che “parlano a turno” e insegnano ai
cuccioli a farlo, elefanti che usano infrasuoni specifici per nominare l’essere
umano come minaccia. Le vocalizzazioni animali si adattano al paesaggio: i suoni
delle balene si espandono per chilometri grazie all’acqua, gli elefanti usano
infrasuoni che superano ostacoli terrestri, i pipistrelli mappano l’ambiente con
l’ecolocalizzazione. Qui la voce è spazio attivato, è paesaggio. Per accostarci
e “capire” davvero i linguaggi animali, dobbiamo comprendere come questi
disarticolano le nostre categorie: tempo, spazio, intenzione, segno,
significato. Il linguaggio diventa allora un luogo di apprendimento eterogeneo.
“Nel momento in cui impariamo a comunicare con un’altra specie, non stiamo solo
imparando una lingua nuova, ma anche un modo nuovo di abitare il mondo” scrive
Meijer. La voce animale non è un enigma da risolvere, ma una soglia tra il dire
e il sentire, tra il corpo e il paesaggio, tra l’intenzionalità e il contesto.
Il linguaggio è una costruzione sociale e interattiva, piuttosto che una mera
espressione di processi mentali combinatori.
> Molti animali comunicano efficacemente attraverso sistemi propri: queste forme
> di comunicazione sono adattate alle esigenze specifiche delle specie, con una
> efficacia che spesso supera il linguaggio umano in termini di immediatezza e
> connessione con l’altro.
Al contrario delle repliche delle IA, la voce animale non è essenzialmente
replicabile. Non è mai neutra. È rischio, esposizione, presenza situata. È
sempre legata a un corpo che sente e che può essere ferito. Il richiamo del
corvo a Lorenz, o quello tra Meijer e i suoi animali, sono gesti nati da una
relazione contestuale che li rende necessari, e in quanto tali, non traducibili
in codice o istruzione. La voce animale è irriducibile non perché enigmatica, ma
perché materiale in senso profondamente ecologico. Perché è corpo che chiede
relazione, presenza che esige implicazione. Se il corpo cosciente è già
significante, la sua vibrazione – che sia udibile o meno – è già essa stessa un
discorso. I corpi, quindi, partecipano attivamente alla costruzione del discorso
attraverso le loro pratiche materiali.
Pensiamo a quelle voci che si esprimono senza fonazione: la migrazione sincrona
degli stormi, i rituali di accoppiamento basati su posture e vibrazioni, i
segnali elettrochimici dei pesci in acque torbide, o alle strategie silenziose
dei polpi. Sono corpi che generano significato senza passare dal canale fonico o
dalla sintassi. Sono, a tutti gli effetti, soggettività parlanti.
Accettare questa prospettiva significa spostarsi da un’antropologia del
linguaggio a un’ecologia del discorso. Dove non si chiede più: “che cosa dice?”
Ma piuttosto: “è la voce che ha dato al corpo il suo modo di stare al mondo?
Oppure è il corpo stesso che parla? È la necessità di risposta al mondo ad aver
spinto il corpo a creare la voce?”.
La voce come memoria incorporata
In Al di là delle parole (2018), Carl Safina descrive una delle notti passate
nel Parco Amboseli. L’impressionante risuonare del ruggito notturno dei leoni
attraversa il parco e scatena nell’etologo una sorta di recesso, che lo
trasporta dal sonno profondo a un luogo più primitivo, uno stato di veglia e
attenzione primordiale. “Trovandomi vivo, chissà come, su un pianeta dove le
rocce, la polvere e le acque riuscivano a dar voce a dichiarazioni così
enfatiche, nel cuore della notte, ne assaporai la sublime esaltazione e il
terrore puro. Per raccontarlo ho bisogno di parole, ma l’esperienza imponeva il
silenzio”. Trascinato in uno stato di coscienza sognante, mentre le voci si
spargevano mormorando dal fianco della montagna all’argine del fiume, “i suoni
trovarono un’immediata corrispondenza nella mia mente”.
Il filosofo Ted Toadvine, nel saggio The Time of Animal Voices (2014),
riprendendo Merleau-Ponty, suggerisce che la voce non è solo un atto del
presente, ma un corpo che parla con tutto il suo passato. Ogni voce – umana o
non-umana – è una memoria incarnata, un sedimento temporale che attraversa chi
la emette. Parlare, in questo caso, non è produrre significato, ma equivale a
far risuonare una storia inscritta nella carne.
Ogni vocalizzazione è una sopravvivenza, un’eco biologica che ci raggiunge da un
tempo che non ricordiamo ma che ci riguarda. Ascoltare la voce animale è una
forma di ritorno, non nostalgico, ma somatico: è il passato del vivente che ci
tocca dal dentro del corpo. La potenza della voce animale sta ne “l’adesso che è
antico e non lo è”, qualcosa che è al contempo originale e appena nato, ha a che
fare con il passato, il presente e il futuro, qualcosa che “è stato e deve
ancora avvenire, che insomma non può essere umanamente misurato”, scrive
Federica Timeto in Bestiario Haraway. Per un femminismo multispecie (2020).
> Ogni voce – umana o non-umana – è una memoria incarnata, un sedimento
> temporale che attraversa chi la emette. Parlare, in questo caso, non è
> produrre significato, ma equivale a far risuonare una storia inscritta nella
> carne.
La memoria non è un archivio mentale, una periferica di immagini virtuali o
astratte, ma un campo di forze che si muove nel corpo, e ogni richiamo animale,
anche il più debole o distorto, è il suo modo di farsi spazio nel presente, di
fare emergere quella stratificazione. Il corpo animale non è mai solo biologico,
ma anche storico: l’elefante non esiste solo come individuo biologico, ma anche
come simbolo di potere coloniale, come corpo addomesticato nei circhi. In alcune
aree fortemente segnate dal bracconaggio, si è osservato ad esempio un aumento
delle femmine nate senza zanne. Così come il cane non è lo stesso animale in un
villaggio andino, in un laboratorio di neurobiologia, o in un profilo Instagram.
Il corpo che vediamo, interpretiamo, uccidiamo o salviamo è sempre un corpo
attraversato dalla storia, e così inevitabilmente sarà la sua voce.
Il tempo dell’animale come tempo dell’ascolto
Se ogni corpo è già discorso e ogni voce è memoria, ascoltare l’animale
significa entrare in una temporalità altra. Non quella lineare, produttiva,
finalistica che struttura l’esperienza umana moderna, ma una temporalità
ecologica fatta di gestazione, di attesa, di passaggi stagionali. Un tempo che
non misura ma accompagna. Toadvine lo descrive come il tempo dell’animalità:
ciclico, ripetitivo, radicato nella carne e nei ritmi della vita. Il tempo della
gestazione, del sonno, del respiro, dell’attesa silenziosa. Il tempo
dell’animale è il tempo del mondo: non nel senso del dominio planetario, ma come
orizzonte condiviso da chi lo abita.
> Ascoltare l’animale significa entrare in una temporalità altra. Non quella
> lineare, produttiva, finalistica che struttura l’esperienza umana moderna, ma
> una temporalità ecologica fatta di gestazione, di attesa, di passaggi
> stagionali.
Rachel Carson lo faceva notare nel 1962, con Primavera silenziosa; questa
distanza temporale si fa tragicamente visibile in ciò che chiamiamo road kills:
gli animali investiti dalle auto lungo le strade. In quel corpo straziato c’è
tutta la frizione tra due ordini del movimento: uno che si limita ad
attraversare il mondo, l’altro, invece, che lo abita. L’automobile porta con sé
una temporalità antropocentrica, fatta di velocità, urgenza, ignoranza del
circostante. L’animale segue un tempo altro: attraversa perché è stagione,
perché è notte, perché ha fame. Il suo tempo non coincide con il nostro. E il
nostro non lo prevede.
Per ascoltare l’animale bisogna rallentare fino a sintonizzarsi con quel ritmo.
Quando diciamo che alcune specie parlano “poco” o “raramente”, stiamo
dichiarando la nostra incapacità di abitare i loro tempi. Forse emettono un
suono ogni vent’anni, forse quel suono è tutto il loro discorso. Il fatto che
non lo sentiamo pone noi fuori dal tempo del mondo. Ascoltare l’animale,
riconoscerlo, sentirne la voce vuol dire tenere conto di questa
eterotemporalità.
Diventare il tempo dell’altro
Eva Meijer critica l’assunto aristotelico secondo cui solo l’umano sarebbe
‘animale politico’, perché dotato di logos, e propone di considerare il
linguaggio animale non come un deficit, ma come espressione di partecipazione
attiva alle comunità ecologiche e alle relazioni interspecifiche. Meijer
presenta un resoconto di api che deliberano, cervi che votano con il corpo,
bufali che attendono i segnali di leadership corporea prima di spostarsi.
L’animale parla politicamente quando trasforma lo spazio, quando partecipa alla
relazione. Il rifiuto di attribuire agli animali tratti “umani” come linguaggio
o soggettività, o di riconoscere l’efficacia di quei sistemi comunicativi
proprio in quanto non-umani, evidenzia la nostra ideologia specista e
dell’antropo-diniego.
Riconoscere la voce animale come espressione incarnata e relazionale implica una
critica radicale al nostro approccio epistemologico. Se ogni silenzio imposto
alle voci non-umane è una forma di cancellazione epistemica, allora l’ascolto,
inteso in senso ampio, diventa un atto di resistenza. In questo contesto, le
pratiche bioacustiche che registrano e conservano le vocalizzazioni animali
assumono un significato politico: diventano controarchivi che resistono alla
cancellazione delle voci non umane. Proteggere un paesaggio sonoro nel tentativo
di garantire che queste voci possano continuare a esistere e disturbare.
La domanda ultima non è più “che cosa dice l’animale?”, ma: “che cosa ci obbliga
a diventare il suo dire?” Toadvine definisce la voce animale come un evento
chiasmatico: in termini merleau-pontyani, il chiasmo è l’intreccio sensibile tra
corpo e mondo, tra chi tocca e chi è toccato. Applicato alla voce animale,
questo implica che ascoltare significa essere modificati, un ritorno tra corpi
che si toccano e si trasformano a vicenda. Un po’ come nel concetto di
intra-azione coniato da Karen Barad, in cui il contesto è coprodotto
dall’interazione, nella voce animale, per Toadvine, soggetto e mondo si
riscrivono a vicenda.
> Se ogni silenzio imposto alle voci non-umane è una forma di cancellazione
> epistemica, allora l’ascolto, inteso in senso ampio, diventa un atto di
> resistenza. La domanda ultima non è più “che cosa dice l’animale?”, ma: “che
> cosa ci obbliga a diventare il suo dire?”.
Nell’archivio planetario dei video online, circola l’interazione tra una IA, che
parla attraverso uno smartphone, e Molly, un pappagallo. L’IA riconosce quasi
immediatamente di stare parlando con qualcuno di diverso da un umano. L’IA si
vanta di potersi esprimere in oltre cento lingue diverse, ma si dice anche
divertita da questa prima interazione telefonica con un pennuto. Il pappagallo,
dal canto suo, risponde coerentemente se sollecitato a ripetere il proprio nome,
la parola ‘cracker’ e nell’uso del ‘bye bye’ quando la telefonata volge al
termine. Non si conoscono i dettagli del video, non sappiamo se e in che termini
l’IA stia leggendo uno script o sia stata preparata a quel tipo di interazione,
così come non sappiamo nulla in merito all’addestramento del volatile. La
scenetta che viene fuori però mi ha fatto pensare in qualche modo a Blade
Runner. Nel film di Ridley Scott come nel romanzo di Philip K. Dick, il mondo è
abitato da umani e macchine. Gli animali sono estinti, li abbiamo sostituiti con
delle mascotte robotiche. Gli unici soggetti rimasti a rivolgerci la parola e a
comunicare con noi sono i replicanti, androidi e robot. Nel video tra l’IA e
Molly, invece, intravediamo un futuro alternativo: gli umani si sono estinti,
animali e macchine rimangono pacificamente a conversare insieme, senza di noi.
Incontrare un soggetto che non è il peluche simbolico del nostro immaginario,
vuol dire accettare la sua opacità, il suo modo di essere corpo. Ci permette di
pensare la voce animale non come oggetto naturale da studiare in vitro ma come
fenomeno relazionale che emerge tra corpi, ambienti, e sistemi di ascolto.
Accettare un dominio dove “io” e “tu” non sono pronomi ma esperienza, l’uno
dell’altro. Forse questo non servirà a salvare il pianeta, ma ci restituiremo,
almeno, il diritto di abitarlo insieme fino alla fine.
L'articolo Vedere voci (e corpi) animali proviene da Il Tascabile.
F ulmini di pelo grigio corrono nelle aree verdi del Nord Italia e non
disdegnano un premio in cibo, preso direttamente da mani umane, mentre vengono
immortalati per l’immancabile video o fotografia per i social media. Sono gli
scoiattoli grigi (Sciurus carolinensis): a un occhio poco attento ambasciatori
della natura in zone urbanizzate, nella realtà una minaccia per i nostri
ecosistemi arrivata dagli Stati Uniti. Dal 1948, anno in cui alcuni esemplari
giunsero in Piemonte, questa specie ha dato filo da torcere allo scoiattolo
comune (Sciurus vulgaris), a cui ruba le scorte di cibo per l’inverno e che può
contagiare con il poxvirus, di cui è portatore sano. La popolazione degli
scoiattoli grigi nei decenni è cresciuta fino a diventare una minaccia reale per
la sopravvivenza dei cugini europei. Nel 1997 l’Istituto nazionale per la fauna
selvatica ‒ l’attuale ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca
Ambientale) ‒ avviò un progetto sperimentale per l’eradicazione della specie
aliena invasiva, ma l’iniziativa fu ostacolata da alcuni cittadini e
associazioni e venne sospesa in seguito a un’azione giudiziaria. Questa storia,
che si concluse con l’assoluzione degli scienziati coinvolti nel progetto e
nella prosecuzione del programma di eradicazione, è emblematica di uno degli
aspetti più critici della conservazione della natura: la scelta tra la vita di
una specie invece che un’altra, la salvezza di alcuni e la morte per altri.
Tutto per il bene della biodiversità.
Quell’attrito tra etica ambientale ed etica animale
Per biodiversità si intende ogni tipo di variabilità tra gli organismi viventi;
include la diversità entro specie, tra specie e tra ecosistemi, ma può essere
più semplicemente descritta come la ricchezza della vita sulla Terra: le miriadi
di esseri viventi che la abitano, il loro patrimonio genetico, i complessi
ecosistemi che essi costituiscono. È la rete pulsante costituita dalle specie e
dalle loro relazioni e interazioni, in grado di fornire cibo, acqua potabile,
aria pulita e tutto ciò che definiamo servizi ecosistemici. Nel momento in cui
una specie viene meno o una relazione s’incrina, il meccanismo può incepparsi e
le conseguenze possono essere molto gravi e propagarsi su più livelli, da quello
sanitario a quello economico, passando per la sicurezza alimentare.
> Inserirsi negli ingranaggi oliati da centinaia di migliaia di anni di
> evoluzione comporta dei costi, uno di questi è dover scegliere di sacrificare
> una specie per risparmiarne un’altra.
Proteggere la biodiversità è cruciale per la nostra sopravvivenza e per quella
del pianeta per come lo conosciamo, ma i dati a nostra disposizione non
dipingono un quadro roseo. Nel 2019, il rapporto dell’IPBES (Intergovernmental
Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services) ha evidenziato
che oltre un milione di piante e animali rischieranno l’estinzione nei prossimi
decenni a causa dell’attività umana. La sesta estinzione di massa a cui stiamo
assistendo scatena in noi indignazione, paura, l’urgenza di attivarsi per
fermare una catastrofe di cui ci sentiamo (e siamo) i colpevoli. Inserirsi negli
ingranaggi oliati da centinaia di migliaia di anni di evoluzione comporta, però,
dei costi e uno di questi è proprio dover scegliere di sacrificare una specie
per risparmiarne un’altra, di fare soffrire degli individui, degli esseri
senzienti, per salvaguardare degli ecosistemi che noi stessi abbiamo messo in
pericolo.
È l’attrito tra etica ambientale ed etica animale di cui parla Simone Pollo,
docente di filosofia morale dell’Università di Roma La Sapienza ed esperto di
etica del vivente, nel suo libro Umani e animali: questioni di etica (2016). La
stessa forza muscolare con cui abbiamo esercitato il nostro dominio su qualsiasi
risorsa naturale, ora la impieghiamo per la tutela della fauna selvatica. La
lezione di Charles Darwin che ci ricollocava al nostro posto, animali tra gli
animali, non è stata assimilata e ci rapportiamo al resto della biosfera con il
solito ben radicato antropocentrismo. Pollo scrive:
> L’anti-antropocentrismo che emerge dalla trasformazione darwiniana implica,
> piuttosto, una revisione del punto di vista dal quale le nostre risposte
> morali sono espresse e un ridimensionamento delle loro stesse richieste. Nel
> caso specifico qui in esame la pretesa di intervenire nelle vite degli animali
> selvatici in modo così intrusivo appare come una mossa problematica, nella
> misura in cui incarna una “dissonanza” con la reale collocazione degli esseri
> umani sulla Terra. La comprensione di questa posizione appare più
> efficacemente soddisfatta da un diverso atteggiamento nei confronti degli
> animali selvatici.
A questi ultimi dovremmo garantire il rispetto verso la loro libertà,
l’indipendenza e la possibilità di prosperare. Le politiche di conservazione
della natura, però, sono il risultato di un equilibrio tra istanze
antropocentriche, che desiderano salvaguardare la biodiversità per i servizi che
assicura, e antiantropocentriche, che riconoscono un valore assoluto,
intrinseco, a ciò che ci circonda. Sono il risultato di calcoli in cui la vita
di individui animali, che di quella diversità sono artefici e attori, è solo una
delle infinite variabili di cui tenere conto.
Specie da salvare a qualsiasi costo
Il conflitto tra individui e specie emerge spesso nella salvaguardia della
natura. In alcuni casi è particolarmente evidente, come nella conservazione ex
situ. È una strategia adottata per tutelare specie rare e gravemente minacciate,
il cui stato in natura è talmente critico da non garantirne la sopravvivenza nei
loro habitat (in situ), oppure perché gli ecosistemi in cui vivono sono ormai
così degradati da rendere incerto il loro futuro. Quindi, esemplari delle specie
in pericolo sono tenuti e fatti riprodurre in cattività: sono una scialuppa di
salvataggio, una scorta di animali da reintrodurre nel caso in cui le
popolazioni in situ non riuscissero a sopravvivere.
> Le politiche di conservazione della natura sono il risultato di un equilibrio
> tra istanze antropocentriche, che desiderano salvaguardare la biodiversità per
> i servizi che assicura, e antiantropocentriche, che riconoscono un valore
> assoluto, intrinseco, a ciò che ci circonda.
La reintroduzione di individui che non hanno mai vissuto nel proprio habitat
richiede ingenti sforzi e risorse e il successo non è mai garantito.
Improbabile, però, non significa impossibile. Un esempio è quello del condor
della California (Gymnogyps californianus). Nel 1967 il condor della California
fu classificato come specie in pericolo di estinzione: il calo drastico della
popolazione osservato nel Ventesimo secolo era dovuto al bracconaggio,
all’avvelenamento da piombo e al danneggiamento dell’habitat di questo animale.
Non si esclude che anch’esso fosse una delle vittime del DDT sul suolo
americano. Nel 1983, il US Fish and Wildlife Service ‒ l’agenzia governativa
degli Stati Uniti che si occupa della gestione e conservazione della fauna
selvatica, della pesca e degli habitat naturali ‒ avviò un programma di
riproduzione in cattività, in collaborazione con lo zoo di Los Angeles e il San
Diego Wild Animal Park a cui si unirono altre istituzioni. Nel frattempo, in
natura, le popolazioni di condor continuarono a diminuire fino a quando, nel
1985, rimasero solo nove esemplari selvatici alla mercé delle stesse cause che,
nel corso del tempo, avevano minacciato questa specie. Le autorità decisero di
catturare i condor rimasti e introdurre anche loro nel programma di riproduzione
in cattività. Era il 1987 e per quattro anni nessun condor della California volò
nei cieli statunitensi.
Era un progetto ambizioso: la riproduzione era solo una parte di un percorso che
richiedeva anche una riabilitazione comportamentale degli esemplari nati in
cattività. Una specie non è definita unicamente dai propri geni, ma anche da
cultura e da sistemi sociali, quando presenti. Qualcuno avrebbe dovuto insegnare
ai condor a evitare i pericoli, umani compresi, a cercare cibo in un ambiente
per loro sconosciuto e a riacquisire tutti quei comportamenti che si imparano
dalla vita in natura, seguendo l’esempio dei propri genitori e conspecifici. Gli
sforzi di scienziate e scienziati non furono vani: secondo i dati della IUCN
(International Union for the Conservation of Nature), la popolazione è aumentata
fino ad arrivare a 223 uccelli nell’agosto 2003, di cui 138 in cattività e 85
reintrodotti in California e nel nord dell’Arizona. La riproduzione in natura è
ripresa nel 2002 e ora avviene in tutte le sottopopolazioni selvatiche della
California, dell’area tra Arizona e Utah e della Baja California, in Messico.
Attualmente la popolazione selvatica conta 93 individui maturi ed è in aumento.
Quello dei condor della California non è l’unico esempio di reintroduzione
riuscita. Un altro caso è quello del gorilla di pianura occidentale (Gorilla
gorilla gorilla) in Congo e Gabon, avviata nel 1996 dalla Fondazione Aspinall.
> Nonostante gli zoo abbiano abbandonato in buona parte le finalità
> collezionistiche per cedere il posto a obiettivi di conservazione, ricerca ed
> educazione, dobbiamo essere consapevoli che sacrifichiamo degli esseri
> senzienti, molti dei quali non conosceranno mai la libertà.
Dietro queste storie di successo, ci sono milioni di animali in cattività per
cui non esiste un lieto fine, neanche in termini di generazioni future.
Nonostante strutture come gli zoo abbiano abbandonato in buona parte le finalità
collezionistiche e l’atmosfera da wunderkammer dei secoli passati per cedere il
posto a obiettivi di conservazione, ricerca ed educazione, dobbiamo essere
consapevoli che sacrifichiamo degli esseri senzienti, molti dei quali non
conosceranno mai la libertà.
Giocare a fare Gesù
Negli ultimi anni si sono affermate strategie persino più radicali per salvare
specie a rischio di estinzione. Lo scorso aprile è rimbalzata tra le testate
nazionali e internazionali e sui social media la notizia della de-estinzione
dell’enocione (Aenocyon dirus), specie scomparsa circa 10.000 anni fa, a opera
del gruppo di ricerca dell’azienda statunitense Colossal Biosciences. La
presunta “resurrezione” è stata decisamente ridimensionata nei giorni successivi
e analizzata per capirne i reali risvolti conservazionistici, economici,
etologici ed etici.
Se la nascita di quei cuccioli di metalupo ‒ per l’esattezza lupi grigi il cui
genoma è stato sottoposto a venti modifiche per fare assumere loro alcune delle
caratteristiche dell’antico animale ‒ è da considerarsi tristemente poco più di
una trovata pubblicitaria, la Colossal Biosciences è in realtà coinvolta
nell’impresa disperata di salvare il rinoceronte bianco settentrionale
(Ceratotherium simum cottoni). Questa sottospecie del rinoceronte bianco è stata
vittima del bracconaggio e delle guerre civili che tormentano la Repubblica
Democratica del Congo e il Sud del Sudan. Secondo le informazioni riportate
dall’IUCN, non sono stati avvistati rinoceronti vivi dal 2006 e si ritiene siano
probabilmente estinti nella Repubblica Democratica del Congo. L’ultima speranza
di non perdere per sempre questo tassello di biodiversità è rappresentata da due
femmine, Najin e Fatu, madre e figlia, trasferite nel 2009 dallo zoo di Dvůr
Králové in Repubblica Ceca, in cui erano nate, alla riserva di Ol Pejeta, in
Kenya. A loro si unirono Sudan, un maschio che era il padre di Najin e il nonno
di Fatu, e Suni, il fratellastro di Fatu e Najin (quindi gli esemplari erano tra
loro consanguinei) per incoraggiarne la riproduzione in un ambiente quanto più
simile a quello d’origine di questi mammiferi. Il trasferimento non portò i
risultati sperati: dal 2009 al 2013 ci furono diversi tentativi falliti di
accoppiamento con Sudan, Suni e alcuni rinoceronti bianchi meridionali. Suni
morì nel 2013 e Sudan nel 2018. Venuto meno il supporto degli esemplari maschi,
il consorzio di cui fa parte anche Colossal Biosciences, sta procedendo con
ulteriori prove mediante fecondazione in vitro ‒ usando lo sperma congelato dei
due rinoceronti defunti ‒ e maternità surrogata. Sono interventi invasivi e non
esenti da rischi per la salute anche negli animali non umani. Non possiamo
sapere come andrà a finire, se la sofferenza causata a Najin e Fatu dagli
spostamenti e dalle procedure mediche a cui sono state sottoposte servirà a non
far scomparire la specie a cui appartengono.
Stiamo giocando a “fare Dio”? Forse sarebbe meglio dire “giocare a fare Gesù”,
con un riferimento esplicito alla resurrezione, come si racconta accadde a
Lazzaro. Almeno così suggeriscono Bjørn Myskja e Mickey Gjerris, autori dello
studio “Playing Jesus to Save Species: A Virtue Ethics Approach to Biotech
De-Extinction Projects”, pubblicato su Journal of Agricultural and Environmental
Ethics nell’aprile 2025. I due studiosi, attraverso l’esame del valore delle
specie, delle responsabilità morali e del ruolo umano nelle estinzioni, si
rivolgono all’etica della virtù per un nuovo approccio nei confronti della
conservazione o del ripristino delle specie. L’etica della virtù si concentra
sulle virtù e sul carattere morale delle persone, a differenza della
deontologia, che si basa su regole e doveri, e del consequenzialismo, che valuta
le azioni in base alle loro conseguenze. In particolare, riguardo al conflitto
tra specie e individui, gli studiosi dichiarano nel testo:
> Sebbene la de-estinzione possa ripristinare una specie, non può essere
> realizzata senza il coinvolgimento di singoli animali, il cui benessere deve
> essere considerato nelle decisioni etiche. A seconda delle procedure
> impiegate, preoccupazioni come il benessere fisico e psicologico, la
> conoscenza delle esigenze tipiche degli animali e la sensibilità alle
> preferenze individuali devono guidare le nostre azioni. Virtù come la
> compassione e la cura sono centrali in queste decisioni.
Nel mondo in cui viviamo, l’essere umano ha creato situazioni che non possono
essere risolte con soluzioni perfette e per le quali siamo costretti ad adottare
scelte di compromesso. Davanti a questa prospettiva, la stima del rapporto
costi/benefici, che scaturisce dal confronto tra il benessere di individui e la
salvezza di una specie, dovrebbe soppesare molteplici fattori tra cui i dati
scientifici, ma anche, ad esempio, le percezioni culturali. Queste dovrebbero
essere le premesse per una riflessione continua e lucida sul nostro stile di
vita, che ha portato a diminuire le opportunità di prosperare per gli esemplari
di alcune specie. Myskja e Gjerris dichiarano nell’articolo: “In tali
riflessioni, le risposte generali ci portano solo in parte verso una soluzione,
che deve sempre essere particolare e contestualizzata”.
Di conservazione si può anche morire
Ipotesi di soluzioni particolari e contestualizzate sono quelle riportate in
un’altra pubblicazione, comparsa su Science il 15 maggio scorso, intitolata
“Deliberate extinction by genome modification: An ethical challenge. What
circumstances might justify deliberate, full extinction of a species?” Per
mantenere in piedi la rete di esseri viventi e relazioni che compongono un
ecosistema, in alcuni casi è necessario eliminare delle specie: anche questa è
una strategia di conservazione. Il gruppo di autrici e autori composto da
scienziati appartenenti a differenti ambiti, tra cui bioeticisti, biologi della
conservazione, ecologi ed esperti di scienze sociali, ha esaminato la
possibilità di adoperare l’ingegneria genetica per estinguere localmente o
globalmente tre particolari specie: la mosca del Nuovo Mondo (Cochliomyia
hominivorax), la zanzara Anopheles gambiae, vettore della malaria, e le specie
di roditori invasive come il topo domestico (Mus musculus) e i ratti (Rattus
rattus e Rattus norvegicus).
> Per mantenere in piedi la rete di esseri viventi e relazioni che compongono un
> ecosistema, in alcuni casi è necessario eliminare delle specie: anche questa è
> una strategia di conservazione.
Secondo l’analisi svolta, l’estinzione completa e deliberata potrebbe essere
accettabile solo in casi estremamente rari, dopo la valutazione di fattori come
le sofferenze causate ad animali umani o non umani dalla specie in esame, il suo
impatto ecologico, l’efficacia delle strategie genomiche rispetto ai metodi
tradizionali, il rischio di conseguenze indesiderate come l’estinzione
involontaria della specie, la pericolosità della specie per la salute pubblica
(compresa la sicurezza alimentare), il valore intrinseco della specie e i
benefici ambientali che eventualmente esercita. Emerge anche l’importanza del
coinvolgimento delle comunità locali e delle parti interessate nel processo
decisionale, per assicurarsi che il problema sia esaminato da diverse
prospettive, con un’adeguata rappresentanza di coloro che ne sono maggiormente
colpiti. Dallo studio risulterebbe che solo la mosca del Nuovo Mondo, un
parassita letale per l’essere umano e gli animali selvatici e d’allevamento,
sarebbe eleggibile per l’eradicazione totale, mentre per Anopheles gambiae si
dovrebbero dirottare le attenzioni direttamente sul plasmodio della malaria, e
per topi e ratti ‒ da sempre vettori di malattie e causa di gravi danni alle
scorte alimentari, alla fauna selvatica e agli ecosistemi ‒ sarebbe preferibile
l’eliminazione solo a livello locale, concentrandosi su tecniche che agiscano in
un intervallo di tempo limitato o si possano applicare su specifiche
sottopopolazioni. Di modifiche genetiche (e strategie di conservazione), dunque,
si può anche morire.
Le basi di questa discussione potrebbero essere una guida per gli interventi che
riguardano altre specie, proprio come lo scoiattolo grigio in Italia. Sempre
grazie ai dati raccolti dall’IPBES, sappiamo che le specie aliene invasive hanno
contribuito al 60% delle estinzioni di cui siamo venuti a conoscenza: si stima
che poco più di 200 tra queste abbiano causato oltre 1.200 estinzioni locali di
specie autoctone per predazione, competizione per le risorse, trasmissione di
malattie o distruzione dei loro habitat. Ne conseguono anche danni per Homo
sapiens, come scrive Piero Genovesi, responsabile ISPRA della conservazione
della fauna e del monitoraggio della biodiversità, e tra i massimi esperti
mondiali di specie aliene, nel suo libro Specie aliene. Quali sono, perché
temerle e come possiamo fermarle (2024). Genovesi spiega che il passo dalla
questione ecologica a quella sociale è molto breve. Le invasioni biologiche,
infatti, possono avere conseguenze gravi anche per le persone, colpendo in
particolare le comunità più vulnerabili e arrivando a minacciare anche la
salute. Purtroppo, questa molteplicità di effetti negativi non è un’eccezione,
ma una caratteristica frequente di molte invasioni biologiche, che spesso
esercitano impatti su diversi ambiti, dalle attività economiche alle
infrastrutture, fino a influenzare le economie locali e nazionali.
> Le specie aliene invasive hanno contribuito al 60% delle estinzioni locali di
> specie autoctone per predazione, competizione per le risorse, trasmissione di
> malattie o distruzione dei loro habitat.
Il caso dello scoiattolo grigio ha fatto emergere in Italia il conflitto tra
specie e individui. Per una parte dell’opinione pubblica è stato difficile
accettare che venissero eliminati quegli animali con cui avevano un contatto
diretto, un sentimento amplificato dal loro aspetto simpatico, dalla loro
socievolezza e dalla mancanza di consapevolezza dei danni che stavano arrecando.
Le nuove tecnologie genomiche, che riducono al minimo la sofferenza degli
animali durante le operazioni di eradicazione, insieme a un dialogo aperto che
consideri sia la scienza sia l’etica, potrebbero rappresentare il futuro della
tutela della biodiversità. Tuttavia, decisioni di questo tipo saranno sempre
accompagnate da un profondo dilemma morale.
Il residuo morale
Inquinamento, distruzione di habitat, sfruttamento dei suoli, emissioni di gas
serra, bracconaggio, disboscamento, cementificazione, commercio illegale di
animali: queste sono solo alcune delle attività su cui avremmo dovuto e dovremmo
agire per evitare un’imponente perdita di biodiversità e ridurre il rischio di
estinzione di molte specie. Ci sono poi strategie più invasive, che evidenziano
come Homo sapiens continui a esercitare il suo impatto sul pianeta e su tutti i
suoi abitanti, anche se per salvare, curare, ripristinare. Non solo il dominio,
anche la custodia può trasformarsi in una forma di controllo che imponiamo agli
altri esseri viventi. È vero: abbiamo a disposizione conoscenze e strumenti per
farlo nel migliore modo possibile, cercando di assicurare maggiore benessere per
gli esemplari oggetto dei programmi di conservazione e di eradicazione. Resta il
fatto che sosteniamo di voler far prosperare le specie, ma soprassediamo sul
valore degli individui.
A questo proposito, la giornalista Emma Marris, nel suo libro Anime Selvagge. La
rigogliosa libertà del mondo non umano (2022) ci invita a fare i conti con il
residuo morale, definito come l’insieme delle esigenze morali che rimangono
insoddisfatte in situazioni che presentano un dilemma, come quelle descritte.
Salvare lo scoiattolo comune europeo significa condannare a morte lo scoiattolo
grigio, i tentativi per evitare l’estinzione del rinoceronte bianco
settentrionale comportano rischi e forme di stress negli esemplari coinvolti nel
progetto di salvaguardia della specie. Le scelte che adottiamo ci costringono a
pagare dei costi etici inevitabili. “Non esiste un unico lieto fine per la vita
sulla Terra, così come non esiste una formula semplice per agire eticamente in
un mondo umanizzato”, scrive Marris: “Dobbiamo fare il meglio che possiamo con
molteplici valori incommensurabili, e poi convivere con le scelte che abbiamo
fatto, le specie non salvate, il dolore che abbiamo causato”.
L'articolo Il lato oscuro della conservazione proviene da Il Tascabile.
K anzi è morto poche settimane fa a Des Moines, in Iowa, all’età di 44 anni.
Kanzi era appassionato di marshmallow, giocava a Minecraft e sapeva suonare la
tastiera. Era spiritoso, intelligente e curioso, un padre affettuoso e un amico
sincero e divertente. E fin qui nulla di straordinario, se non consideriamo un
particolare fondamentale: Kanzi era un bonobo, ed è stato in grado di creare un
ponte, una mediazione culturale tra la sua specie e la nostra. Kanzi era in
grado di comprendere centinaia di vocaboli della lingua inglese, compresi quelli
astratti come amore o morte, e di rispondere a domande su questi argomenti
sempre in maniera adeguata. Per comunicare con gli umani utilizzava una tastiera
con dei simboli collegati a un computer. Quei simboli vengono chiamati
lessicogrammi e sono stati un’importante innovazione negli studi sulle capacità
comunicative delle scimmie antropomorfe.
Gli aspetti che hanno reso straordinaria la vicenda di Kanzi non sono solo
questi. Il bonobo ha convissuto per tutta la sua vita in cattività, ma non
isolato dai suoi simili, anzi: tutti i centri di ricerca in cui ha vissuto,
compreso l’Ape Initiative in Iowa dove ha concluso la sua esistenza, sono sempre
stati popolati da tanti conspecifici, con cui ha sempre avuto ottimi rapporti e
con i quali non ha mai avuto problemi relazionali.
In certi casi, il suo ruolo era quello di vero e proprio mediatore tra i due
mondi. Ad esempio nel 2006, quando il reporter Paul Raffaele impersonò una haka,
la tradizionale danza di guerra neozelandese, di fronte agli animali del centro,
scatenando una grande agitazione tra le scimmie che lo popolavano. L’unico che
sembrò capire che si trattava di una danza rituale più che di una dichiarazione
di guerra fu proprio Kanzi, che riuscì a calmare i suoi conspecifici. L’eredità
di Kanzi, nonostante alcune capacità di utilizzare questo sistema le avesse
apprese anche la sorella Panbanisha (morta purtroppo nel 2012), è rimasta in
mano ai più giovani membri della sua famiglia, in particolare i nipoti Teco e
Nyota, che però non hanno dimostrato il suo straordinario talento nel
comprendere e interpretare il linguaggio umano.
> Alcuni animali, come le api e i delfini, aiutano gli esseri umani a ottenere
> cibo sapendo che ne trarranno vantaggio. Per farlo hanno codificato un
> linguaggio comprensibile a entrambe le specie.
Per quanto straordinaria possa apparire l’esperienza di Kanzi, esistono altri
esempi di comunicazione tra animali umani e non-umani in cui è stato condiviso
un linguaggio comune.
Collaborazioni tra specie
Da millenni la popolazione degli Yao, in Mozambico, si dedica alla ricerca e
alla raccolta del miele delle api selvatiche. Per trovare il dolce bottino,
però, i raccoglitori si affidano al talento di un insolito aiutante, un
uccellino. L’indicatore golanera (Indicator indicator), infatti, è ben più bravo
dell’uomo nel trovare i nidi degli insetti e nel condurre i suoi accompagnatori
umani fino alla loro ubicazione. Spesso, infatti, gli alveari sono costruiti sui
rami più alti degli alberi e trovarli non è così facile per chi non è in grado
di volare. Gli esseri umani, per contro, sono molto più abili nel recupero del
miele: staccano l’alveare dal ramo su cui è costruito e lo affumicano per far
scappare le api.
E così, seguendo una tradizione che si perpetua ormai da tantissime generazioni,
i cercatori si affidano alle indicazioni del volatile, che dalla collaborazione
potrà ottenere il vantaggio di nutrirsi, grazie a dei potenti enzimi digestivi,
della cera dell’alveare (di scarso interesse per gli umani) una volta che questo
sarà abbandonato dalle sue abitanti. Questo rapporto di collaborazione non è
però esclusivo: anche i tassi del miele sfruttano le indicazioni degli uccellini
per recuperare il prezioso bottino. In biologia, questo tipo di interazione tra
specie viene chiamato mutualismo: entrambe le parti in gioco ottengono un
vantaggio dalla reciproca collaborazione, senza entrare in competizione diretta
per le risorse.
Questa collaborazione tra uomini e uccelli per trovare il miele è comunque
conosciuta da secoli. Tra l’altro, lo stesso sistema di raccolta del miele è
stato osservato in altre popolazioni africane, in Kenya e Tanzania, mentre è
risaputo che i delfini di varie parti del mondo sono in grado di aiutare i
pescatori nella loro ricerca di pesce, ben consci che potranno trarre un
vantaggio da questa collaborazione.
La novità assoluta riguardante questo comportamento è stata presentata in un
articolo pubblicato su Science nel 2016: i cercatori di miele Yao e gli
uccellini, nella riserva nazionale di Niassa in Mozambico, comunicano tra di
loro utilizzando un linguaggio comune. Nello specifico, il richiamo emesso e
interpretato allo stesso modo da uomini e volatili è un particolare tipo di
fischio vagamente tremolante, indicato dai ricercatori come “brrr-hm”. Il
segnale sembra, dati alla mano, una sorta di comando che gli uomini impartiscono
agli uccellini, qualcosa del tipo: “sono qui, dimmi dove si trova l’alveare e al
resto penso io”.
> Le vocalizzazioni degli animali possono aiutarci a comprendere il loro
> comportamento e rappresentano un indicatore immediato degli stati affettivi
> degli individui.
Questi studi sono necessari per non perdere traccia di questo fenomeno, dato che
sempre meno persone si dedicano alla ricerca “assistita” degli alveari. I
segreti di questa antica pratica e della parlata comune di uomini e uccelli
rischiano di andare perduti per sempre.
Comunicare le emozioni
Probabilmente, per chi tiene un animale domestico in casa, queste scoperte non
sembreranno così rivoluzionarie: ogni mattina qualcuno fa un fischio al proprio
cane e questo viene dal padrone, oppure comprende comunicazioni anche più
complesse senza problemi. Nello specifico caso degli Yao e degli indicatori
golanera, però, la novità consiste nel fatto che il richiamo emesso è lo stesso
per uomini e uccelli e che, soprattutto, questi ultimi sono animali selvatici.
La stessa lingua viene quindi parlata sia dagli esseri umani, sia da animali non
umani e non addomesticati. Ci sono tantissimi esempi di comunicazione
uomo-animale, che spaziano dai segnali non verbali fino alle vocalizzazioni vere
e proprie, anche se con modi e forme molto diverse a seconda di chi parla e di
chi ascolta.
Ma, più in generale, le vocalizzazioni degli animali possono aiutarci a
comprendere al meglio il loro comportamento. Possono variare in base al contesto
in cui vengono emesse e rappresentano un indicatore immediato degli stati
affettivi degli individui. E, se l’espressione vocale delle emozioni si è
mantenuta nel corso dell’evoluzione, allora dovrebbe essere possibile
confrontare direttamente diverse specie utilizzando lo stesso insieme di
indicatori acustici.
> Esistono algoritmi capaci di associare significati emotivi ai versi emessi
> dagli animali. Un approccio nuovo che potrebbe aiutare nel monitoraggio del
> benessere animale.
In uno studio recente, un gruppo di ricercatori ha applicato un algoritmo di
apprendimento automatico, chiamato XGBoost (eXtreme Gradient Boosting), per
distinguere tra richiami di contatto associati a emozioni positive (piacevoli) e
negative (spiacevoli), prodotti in vari contesti da sette specie di ungulati. Il
modello utilizzato dagli scienziati si basa su una serie di variabili, tra cui
la durata e l’energia dei suoni emessi, la frequenza fondamentale del suono e la
sua modulazione. Il modello ha dimostrato una grande precisione: l’algoritmo è
riuscito nel 90% circa dei casi a identificare il significato emotivo dei versi
emessi dagli animali. Un sistema automatico basato su questo algoritmo potrebbe
avere importanti applicazioni nel monitoraggio del benessere animale: si
potrebbero migliorare con rapidità e precisione le pratiche di gestione e cura
nelle strutture che ospitano animali. Ma uno studio del genere potrebbe
applicarsi anche agli esseri umani, per capire le origini emozionali del
linguaggio umano.
La ricerca delle emozioni umane
L’ultimo abbraccio (2020) del primatologo olandese Frans de Waal è un saggio
dedicato all’esplorazione delle emozioni degli animali non umani. L’autore,
recentemente scomparso, è stato per decenni uno dei punti di riferimento nel
mondo dell’etologia moderna e nello studio dell’esplorazione cognitiva degli
animali più simili a noi, le scimmie antropomorfe. Il titolo prende spunto da un
episodio commovente, l’abbraccio tra un’anziana scimpanzé di nome Mama e il
biologo olandese Jan van Hooff. I due erano legati da una profonda amicizia, e
quando van Hooff venne a trovare Mama, ormai vicina alla morte, questa mostrò un
grande sorriso al suo vecchio amico, a cui seguì un affettuoso abbraccio. Un
segnale chiaro, forte, forse incontrovertibile delle emozioni che l’anziana
scimmia stava provando in quegli attimi. L’obiettivo del libro è facilmente
intuibile: de Waal, forte di una lunghissima esperienza a stretto contatto con
questi primati, cerca di far capire al lettore come tanti animali non umani
siano in grado di provare le nostre stesse emozioni.
Ma de Waal, tra le pagine de L’ultimo abbraccio mostra come l’argomento sia
complesso e non liquidabile in poche righe: per l’etologo olandese non esiste
una netta separazione tra l’uomo e gli altri animali nel loro provare ed
esprimere emozioni. Al contrario, l’autore sostiene che esista una graduale
evoluzione in questi comportamenti e nell’esistenza degli stati d’animo
associati. Nondimeno, non bisogna neppure dare per scontato che gli animali
provino emozioni: bisogna osservare, studiare, approfondire, isolare i
comportamenti per comprenderli appieno.
> L’empatia e l’altruismo, sentimenti che per molti potrebbero apparire
> esclusivi dell’essere umano, sembrano invece interessare molte altre specie.
Per questi motivi, l’esplorazione di de Waal non si ferma agli scimpanzé,
animali in fondo molto vicini a noi in termini di distanza evolutiva e a cui
attribuire emozioni simili alle nostre potrebbe risultare fin troppo facile, ma
elenca una lunga serie di esperimenti e osservazioni, sia in natura sia in
cattività, che sembrano rivelare una sensibilità complessa anche in animali
molto diversi. L’empatia e l’altruismo, sentimenti che per molti potrebbero
apparire come esclusivi dell’essere umano, sembrano invece interessare molte
altre specie. Ad esempio alcuni topi che, vedendo loro conspecifici intrappolati
dentro strette gabbie di plexiglass, sembrano percepire il loro disagio e non
esitano a liberarli, pur non ottenendo nulla in cambio. O anche cetacei come
delfini e orche, che proteggono e aiutano a restare a galla loro conspecifici in
difficoltà, evitando loro l’annegamento. Altre emozioni meno studiate, come ad
esempio il disgusto, sembrano ripresentarsi in molte specie di animali.
Comprendere le iniquità
Anche il senso di giustizia e ingiustizia sembra appartenere a specie non umane,
e de Waal non dimentica di citare un esperimento, condotto insieme alla sua
collega Sarah Brosnan, che gli ha donato notorietà presso il grande pubblico
tramite una conferenza TED di alcuni anni fa: a un gruppo di cebi dai cornetti
(Sapajus apella), piccole scimmie del Nuovo mondo, venne insegnato come compiere
semplici azioni in cambio di premi, come ad esempio restituire una pietra
all’istruttore in cambio di un po’ di cibo, solitamente una fetta di cetriolo. I
compiti assegnati venivano realizzati con solerzia e le scimmie sembravano
pienamente soddisfatte. Quando però a due cebi, messi fianco a fianco in gabbie
trasparenti in cui potevano vedere il loro vicino, venivano date ricompense
diverse, allora le cose improvvisamente cambiavano. Se infatti, per aver
realizzato lo stesso compito, a una scimmia veniva dato un cetriolo, mentre
all’altra un ben più apprezzato acino d’uva, la prima si arrabbiava, protestava,
persino lanciava all’addestratore la fetta di cetriolo, per denunciare il
trattamento iniquo.
> Se molti animali gioiscono, piangono, dimostrano empatia e tante altre
> emozioni un tempo associate solo alla specie umana, in che modo tutto questo
> potrebbe influire nei nostri rapporti con loro?
Le sorprese, però, non sembrano fermarsi qui, perché de Waal racconta di come in
esperimenti simili si sia osservato un comportamento ancora più inaspettato:
alcune scimmie che ricevevano il premio migliore, infatti, lo rifiutavano per
solidarietà nei confronti dei colleghi svantaggiati. Con ogni probabilità,
rientrava in gioco l’emozione su cui lo scienziato olandese ha concentrato
un’importante fetta delle sue ricerche: l’empatia. Ma gli studi sulle emozioni
animali si sono sviluppati e diffusi per merito di tanti altri scienziati, che
in certi casi hanno dato risultati ancora più sorprendenti. È il caso del
documentario del 1999 Why Dogs Smile and Chimpanzees Cry (“Perché i cani
sorridono e gli scimpanzé piangono”), in cui il neuroscienziato statunitense
Jaak Panksepp, esperto negli studi sulle emozioni negli animali, commenta una
ricerca sulla gioia nei topi: fare il solletico a topi addomesticati induceva la
produzione di vocalizzazioni ultrasoniche ad alta frequenza (50 Hz), che
potevano essere correlate a ciò che noi consideriamo una risata. Sembra inoltre
che i topi, una volta abituati al gioco, cerchino spontaneamente le mani umane
per godere del loro solletico.
L’eredità di Kanzi
E qui si delinea chiaro il dilemma: se, come sembrano dimostrare questi
esperimenti, tantissimi animali gioiscono, piangono, si commuovono, dimostrano
empatia e tante altre emozioni un tempo associate solo alla specie umana, in che
modo tutto questo potrebbe influire nei nostri rapporti con loro? In che modo
potremmo utilizzare le scoperte sul loro linguaggio per migliorare le loro
condizioni di vita? Non sono domande da prendere con leggerezza. Il mondo in cui
viviamo è stato plasmato in gran parte dal nostro rapporto con gli altri
animali. La crisi della biodiversità in corso è legata all’enorme successo
dell’essere umano sul pianeta, e comprendere meglio la socialità degli animali
sarebbe sicuramente il primo passo per trovare modo di proteggerli.
L’eredità che ci può lasciare Kanzi è una accresciuta presa di coscienza del
mondo delle emozioni non umane, una prospettiva che ci aiuta a includere
tantissime specie – alcune del tutto inaspettate – nel grande serraglio di
esseri viventi che ridono, piangono, si oppongono all’ingiustizia e ridono
quando gli si fa il solletico. Ma la nostra attenzione non dovrebbe concentrarsi
solo sugli animali selvatici: oggi, la biomassa totale degli animali
d’allevamento è ben superiore a quella della specie stessa che li alleva: la
terra è popolata da oltre un miliardo e mezzo di bovini di allevamento, un
miliardo di maiali e alcune decine di miliardi di polli. Il problema etico che
si porrebbe nel confrontarci con questi animali – oggi esistenti unicamente in
funzione dei bisogni umani – sapendo che provano emozioni simili alle nostre,
sarebbe ancora più grave di quello che già affrontiamo e che ci sarà sempre meno
possibile evitare di affrontare.
L'articolo Quando gli animali parlano la stessa lingua proviene da Il Tascabile.
È il 2010, siamo nello Smithsonian National Zoological Park di Washington
(D.C.). Gli studiosi del comportamento animale Preston Foerder e Diana Reiss,
insieme al loro gruppo di ricerca, stanno esaminando la capacità degli elefanti
di risolvere problemi. Sono stati messi alla prova tre elefanti asiatici, due
femmine adulte e un giovane maschio: il compito che gli è stato assegnato
consiste nell’ottenere della frutta posta fuori dalla loro portata, dall’altro
lato delle sbarre del recinto interno, utilizzando dei bastoni. Non dovrebbe
essere un test così difficile per questi pachidermi: hanno cervelli complessi e
di grandi dimensioni, vivono in società intessendo relazioni con gli altri
membri, sanno usare strumenti e vantano molte altre abilità. Invece, i tre
esemplari hanno adoperato i bastoni per grattarsi, colpire luoghi o oggetti e
per forzare le porte, ma non hanno mai tentato di raggiungere il cibo. È
possibile che non siano abbastanza intelligenti da capire come manovrare un
bastone per avvicinare e mangiare un frutto?
Per rispondere a questa domanda è necessario porsene un’altra: cos’è
l’intelligenza e in quali modi è possibile esplorarla negli animali umani e non?
Definire l’intelligenza
Quando il terreno è stato sondato in ambito psicologico, la definizione è
cambiata col tempo per sostenere una visione multifattoriale. In altre parole,
l’intelligenza non poteva essere ridotta a un’abilità unica e monolitica, c’era
bisogno di restituirne la complessità. Questo ha portato nel corso del Novecento
a fare emergere diverse teorie sull’intelligenza. Charles Spearman, ad esempio,
propose un modello bifattoriale, in cui è individuabile un fattore generale, che
riflette un’abilità comune a tutte le capacità cognitive e interviene in ogni
prestazione intellettiva, e fattori specifici, legati a particolari compiti
cognitivi, come quelli motori, verbali, numerici o spaziali. Successivamente,
Louis L. Thurstone individuò sette abilità mentali primarie, tra cui ritroviamo
ragionamento, velocità percettiva e abilità verbale. Negli anni Ottanta, Robert
Sternberg introdusse la teoria triarchica dell’intelligenza (analitica, creativa
e pratica), mentre Howard Gardner formulò la teoria delle intelligenze multiple,
secondo cui esisterebbero diverse forme di intelligenza – dalla linguistica alla
musicale, dalla interpersonale alla naturalistica – presenti in ciascuno di noi
in misura variabile.
> Quando parliamo di intelligenza, parliamo di tutte le specifiche modalità di
> soluzione di problemi specifici che gli organismi biologici incontrano nelle
> loro nicchie.
Se per gli umani trovare una definizione univoca e onnicomprensiva di
intelligenza è arduo, l’impresa diventa ancora più ostica quando si estende la
ricerca agli animali non umani. Un articolo pubblicato nei primi mesi del 2025
su Journal of Comparative Neurology ha rivelato che esistono oltre 70
definizioni di intelligenza. “Credo che tra gli studiosi che hanno una
formazione biologica, e per biologica intendo evoluzionistica, sia possibile
trovare una certa uniformità di vedute”, mi spiega il neuroscienziato e
scrittore Giorgio Vallortigara, intervistato per Il Tascabile: “Cosa succede in
natura? Un organismo viene posto di fronte a un problema di qualche tipo,
rilevante per la sua fitness, per la sua sopravvivenza e riproduzione
differenziale, e i meccanismi ciechi e automatici della selezione naturale fanno
sì che si sviluppino certi processi computazionali che rispondono a quesiti
quali “Come faccio a ritornare alla tana una volta che mi sono allontanato? Come
faccio a riconoscere chi è un amico e chi è un nemico? Come faccio a decidere
qual è il migliore potenziale partner sessuale?”. Questi sono i problemi che
incontra nella sua nicchia un organismo, quale esso sia. Di conseguenza, quando
parliamo di intelligenza, parliamo di tutte le specifiche modalità di soluzione
di problemi specifici che gli organismi biologici incontrano nelle loro
nicchie”.
Sotto la spinta della selezione naturale è difficile sviluppare un solo
meccanismo che serva ad affrontare qualsiasi tipo di problema, poiché gli
animali devono andare incontro a situazioni complesse, spesso molto peculiari e
vincolate. Uno scoiattolo che deve raggiungere la propria tana, ad esempio, avrà
bisogno di un meccanismo di memoria spaziale con determinate caratteristiche:
questa capacità, sviluppata in risposta a un particolare problema, potrà essere
declinata in altre situazioni in cui è utile; l’orientamento spaziale, evoluto
milioni di anni fa, potrà essere adoperato per ragioni differenti. Del resto,
noi ricordiamo dov’è il panettiere più vicino al luogo di lavoro, la posizione
della casa dei nostri genitori e riusciamo a ritrovare la borsa in cui abbiamo
lasciato le chiavi dell’automobile. Usiamo la stessa capacità per raggiungere
scopi differenti.
> Potremmo concepire l’intelligenza come la capacità di risolvere problemi,
> sempre considerando che questi ultimi sono diversi a seconda della specie e
> che tutte queste intelligenze si sono evolute insieme alle strutture
> anatomiche che le ospitano.
Quindi esistono numerose forme di intelligenza, anche molto diverse, a seconda
dell’organismo che si osserva. “Ci sono delle eccezioni in quel tipo di abilità
generali che ci si può aspettare in qualsiasi nicchia ecologica e che riguardano
essenzialmente la previsione dei nessi causali nell’ambiente, cioè ‘Che cosa
causa che cosa?’”, continua Vallortigara: “È l’apprendimento associativo, nella
forma del condizionamento classico o operante, e per quello che sappiamo lo
ritroviamo un po’ in tutti gli animali, anche con sistemi nervosi molto lontani
dai nostri, dai vermi fino ad Einstein”.
Sebbene l’utilizzo di definizioni generali possa essere limitante in un ambito
così proteiforme, potremmo concepire l’intelligenza come la capacità di
risolvere problemi, sempre considerando che questi ultimi sono diversi a seconda
della specie e che tutte queste intelligenze si sono evolute insieme alle
strutture anatomiche che le ospitano.
Il cervello non è un computer
È da tempo che per spiegare il funzionamento del cervello quest’ultimo viene
paragonato a un computer. La metafora informatica è il fulcro di Computer e
cervello, libro del 1958 scritto da John von Neumann, matematico e fisico, tra i
padri dell’informatica, ma si possono ritrovare le radici di questa visione già
nelle macchine cartesiane. Il cervello, però, è frutto dell’evoluzione, non è un
dispositivo digitale, e il parallelismo con un mondo di chip e linguaggio
binario oggi sta rivelando tutte le sue problematicità. Assimilando il cervello
a un computer si è cercato di spiegare il suo funzionamento, descrivendolo come
un processo semplice e lineare, una lunga fila di tessere di domino che cadono
in sequenza, quando nella realtà siamo davanti a reti neurali complesse e
interconnesse, collegate al mondo esterno e con esso in continuo dialogo per
produrre azioni.
Eppure, la metafora informatica può essere ancora utile in alcuni casi. Sono
Lars Chittka, ecologo ed etologo, e Jeremy Niven, neurobiologo evoluzionista, a
coglierla nuovamente in una review pubblicata nel 2009 su Current Biology,
intitolata Are bigger brains better?.
> Paragonare il cervello a un computer significa spiegarne il funzionamento come
> un processo lineare, quando abbiamo a che fare con reti neurali complesse e
> interconnesse, collegate al mondo esterno e con esso in continuo dialogo.
I due autori ricordano che il computer Z3 degli anni Quaranta, delle dimensioni
all’incirca di una vecchia Cinquecento e del peso di una tonnellata, poteva
eseguire solo operazioni aritmetiche di base, una potenza di calcolo facilmente
superata da una qualsiasi calcolatrice tascabile di trent’anni fa e dallo
smartphone più economico di oggi. È la tecnologia al suo interno che conta, non
la dimensione. Lo stesso principio è applicabile ai cervelli.
Le dimensioni non contano
Per molto tempo la comunità scientifica ha cercato di correlare le dimensioni
del cervello con le capacità cognitive: si è passati dal misurare la grandezza
assoluta dell’organo al calcolare l’indice di encefalizzazione, che mette in
relazione il peso del cervello con il peso del corpo dell’animale. Il valore che
si ottiene per gli esseri umani è il più alto nel regno animale. Probabilmente
era la dimostrazione che attendevamo per ricevere ufficialmente il
riconoscimento di animale più intelligente, ma abbiamo cantato vittoria troppo
presto.
Quando la scienza ha provato a verificare se la velocità di apprendimento, una
misura ragionevole dell’intelligenza di un animale, corrispondesse a un alto
indice di encefalizzazione, i nostri facili entusiasmi sono subito stati
raffreddati: le performance delle api superavano quelle di pesci, uccelli e
mammiferi, inclusi gli esseri umani. Sono proprio gli insetti a mettere in
qualche modo in crisi la relazione tra intelligenza e dimensioni del cervello,
mostrando che strutture sociali e capacità cognitive non banali sono possibili
anche con cervelli molto piccoli. Ad esempio, i bombi sanno imparare compiti
complessi osservando i propri conspecifici e le vespe cartonaie sanno
riconoscere le proprie compagne di nido dai loro volti.
> Gli insetti hanno contribuito a mettere in crisi la relazione tra intelligenza
> e dimensioni del cervello, mostrando come strutture sociali e capacità
> cognitive articolate siano possibili anche con cervelli molto piccoli.
Ma se anche cervelli piccoli sono in grado di supportare grandi prestazioni, a
cosa serve tutto quel volume in più che ritroviamo in Homo sapiens e in altre
specie? Secondo la review di Lars Chittka e Jeremy Niven, i cervelli più grandi
sono, almeno in parte, una conseguenza della presenza di neuroni più grandi,
necessari negli animali di grandi dimensioni a causa di vincoli biofisici di
base. Hanno anche più circuiti neurali, che si ripetono, e questo rende i sensi
più precisi, migliora il dettaglio della percezione, permette di elaborare più
informazioni allo stesso tempo e aumenta la capacità di memoria.
Una questione di cablaggio e struttura
Diventa, quindi, quasi una questione di cablaggio, in cui abbiamo bisogno di più
cavi, più grandi, per macchine di dimensioni maggiori e con un maggior numero di
funzioni che producano anche risultati di qualità più elevata. Un esempio è
quello dell’acuità visiva, che è legata alla presenza di un considerevole numero
di neuroni: i recettori percettivi, come coni e bastoncelli, sono solo una
minima parte di un sistema di visione che richiede molte risorse in fase di
processamento degli stimoli ricevuti e un gran numero di neuroni nella retina e
in tutte le tappe successive per elaborare il segnale.
“C’è da tener conto che l’intelligenza non è solo dentro le scatole craniche o
l’esoscheletro, ma è qualcosa che ha a che fare con il modo in cui l’animale
interagisce con il suo ambiente”, chiarisce Vallortigara: “Per esempio gli
insetti, che hanno delle limitazioni importanti dal punto di vista del numero di
neuroni presenti, data la loro grandezza, risolvono in buona misura i loro
problemi di tipo visuo-motorio muovendosi continuamente nell’ambiente: è quello
che fa una mosca, per capirci”. Ed effettivamente, se pensiamo alla mosca, non
la vediamo quasi mai ferma. Anche quando si posa, dopo pochissimo si rimette in
volo. “Quando si guarda una scena complessa, animali come noi ‒ o i primati, in
generale ‒ possono cogliere le sue caratteristiche at a glance, cioè con
un’occhiata. I bombi non riescono a farlo nel nostro stesso modo, ma raggiungono
lo stesso risultato se possono muoversi, se possono volare e fare una scansione
della scena. Cos’è meglio o cos’è peggio? Non c’è meglio o peggio: la storia
evolutiva di una specie ha fatto sì che, dati i vincoli con cui è stata
costruita e quelli posti dal mondo fisico, evolva in un certo modo oppure in un
altro. Tutto lì”.
Le dimensioni del cervello di una specie animale possono essere collegate alla
durata della sua vita. Animali più longevi dovranno avere un buon numero di
neuroni ridondanti perché devono mantenere il funzionamento base del cervello
durante il corso dell’intera esistenza, prevedendo che alcuni di questi neuroni
andranno naturalmente persi nel corso degli anni e che ne serviranno degli altri
che li sostituiscano per le stesse funzioni. Serviranno anche grandi magazzini
di memoria, per gestire la complessità della vita di relazione in una società.
Ritorniamo così al riconoscimento dei volti: “Di per sé la discriminazione di un
volto non è una cosa complicata e può essere raggiunta con un numero di neuroni
modesto. Quello che è difficile è tenere a mente un numero elevato di volti
individuali, cosa che noi facciamo, perché è il modo con cui noi interagiamo con
gli altri. Alcuni calcoli mostrano — e sono sicuramente sottostime — che un
adulto riconosce immediatamente, riportandoli alla memoria, qualcosa come
cinquemila volti individuali. Non tutte le specie hanno bisogno di riconoscere
così tante facce, quindi non avranno neanche un grande numero di neuroni
nell’area cerebrale equivalente”.
> Animali più longevi devono mantenere il funzionamento base del cervello
> durante il corso dell’intera esistenza, inoltre necessitano grandi magazzini
> di memoria, per gestire la complessità della vita di relazione in una società.
Sempre parlando di hardware, non possiamo trascurare la struttura del cervello.
Alcuni studi pubblicati recentemente su Science mostrano come uccelli e
mammiferi ‒ due classi di vertebrati dalle abilità straordinarie, come usare
strumenti o adottare elaborati comportamenti sociali ‒ non abbiano ereditato i
circuiti neurali connessi alle loro capacità cognitive da un antenato comune, ma
li abbiano invece sviluppati in modo indipendente, evolvendosi in direzioni non
così divergenti, visto che presentano circuiti similari. Sembrerebbe, quindi,
che intelligenze simili possano dipendere da organizzazioni simili del sistema
nervoso.
Per confermarlo ci sarà ancora molto da studiare: se i vertebrati hanno
un’architettura comune e mostrano così tanti adattamenti diversi, gli
invertebrati, a un certo punto della loro storia, hanno imboccato strade
completamente differenti, non mancando di evolvere in animali dalla
straordinaria intelligenza come i polpi, maestri della fuga e del mimetismo,
ottimi problem solvers e utilizzatori di strumenti, come gusci di noci di cocco
che trasportano e utilizzano come nascondiglio. I polpi hanno un sistema nervoso
piuttosto diverso da quello di uccelli e mammiferi: “altre menti” come racconta
il filosofo Peter Godfrey-Smith nel libro dal titolo omonimo, con centinaia di
milioni di neuroni localizzati soprattutto lungo i loro otto arti e su tutto il
resto del corpo. Non abbiamo ancora ben compreso se tra vertebrati e
invertebrati ci siano aspetti comuni che possano essere considerati la dotazione
base per un’intelligenza complessa. Ricercatrici e ricercatori ci stanno
lavorando ed è plausibile che continueranno a farlo ancora per lungo tempo.
A ciascuno il suo Umwelt
Come scrivevo all’inizio, ogni essere vivente ha sviluppato la capacità di
risolvere quei problemi che il suo habitat gli ha posto nel corso della sua
storia e ha evoluto strutture cerebrali che gli permettessero di farlo. Ciascuno
di noi, però, interagisce con il mondo attraverso le lenti della propria
percezione. Noi esseri umani abbiamo vista, tatto, olfatto, gusto e udito per
cogliere gli stimoli dell’ambiente che ci circonda solo all’interno di
determinati intervalli. Riusciamo a percepire le lunghezze d’onda della luce
solo se comprese tra i 400 e 700 nanometri circa, il che vuol dire che non
vediamo né infrarossi né ultravioletti. Esistono, invece, animali come uccelli,
api, rettili e alcuni pesci ossei che riescono a percepire la radiazione
ultravioletta, quella tra i 100 e i 400 nanometri, mentre i crotali, temibili
serpenti, possono percepire le radiazioni infrarosse, così come le zanzare.
> Comprendere la differenza che può intercorrere tra mondi percettivi nelle
> diverse specie apre a riflessioni sulle modalità in cui queste bolle abbiano
> plasmato le capacità cognitive degli animali.
Immaginate una zecca. Non ha occhi, si arrampica su uno stelo d’erba in attesa
di sentire l’odore dell’acido butirrico sprigionato dalla pelle dei mammiferi,
bersaglio ultimo per assicurarsi il pasto di sangue che le permetterà di essere
pronta per la deposizione delle uova, prima della morte. La zecca sente lo
stretto necessario per sopravvivere nel suo ambiente e centrare il proprio
obiettivo. Il calore corporeo, il contatto con i peli e la fragranza dell’acido
butirrico sono i tre soli elementi che costituiscono il suo Umwelt, tradotto dal
tedesco “ambiente”.
Agli inizi del Novecento questa parola era impiegata in ambito sociologico, in
riferimento a contesti storico-culturali umani, ma assunse un nuovo significato
grazie allo zoologo estone Jakob von Uexküll, tra il 1907 e il 1909. Uexküll non
si riferiva solamente all’ambiente in cui vive un animale, ma alla porzione di
quell’ambiente che un animale può percepire e sperimentare. Comprendere la
differenza che può intercorrere tra mondi percettivi nelle diverse specie apre a
riflessioni sulle modalità in cui queste bolle abbiano plasmato le capacità
cognitive degli animali e, soprattutto, sulle difficoltà di testare tali abilità
tenendo conto di ciascun Umwelt. Se si dovesse esaminare la capacità di un
gruppo di bambine e bambini di distinguere un triangolo da un quadrato disegnati
con vernici che emettono solo radiazione ultravioletta, lunghezze d’onda non
visibili agli umani, il risultato del test ci direbbe che non riescono a
discriminare le forme geometriche, quando invece non possono semplicemente
vederle.
“Prendiamo il mondo visivo, per noi più semplice da capire, che consiste in
primo luogo di oggetti di un qualche tipo, cioè di unità che si segregano
rispetto a uno sfondo”, continua Vallortigara: “Questo vale anche per tutti gli
animali che hanno sistemi visivi molto diversi dal nostro? Dire che un animale
vede l’ultravioletto e l’altro l’infrarosso è interessante, ma fino a un certo
punto. Lo è ancora di più capire se i processi fini della mente, dopo il
filtraggio periferico, sono simili o diversi”. Analizzare questi meccanismi
sembra a prima vista complicato, in realtà esistono già esperimenti che ci
vengono in aiuto in questi casi, come verificare se altri animali percepiscono
nella nostra stessa maniera le illusioni ottiche, le quali riflettono il
funzionamento del nostro sistema percettivo.
Nei pulcini, ad esempio, è possibile riscontrare il completamento amodale, il
fenomeno per cui i contorni non visibili di un oggetto parzialmente occluso,
coperto, vengono ugualmente percepiti. Dopo alcuni tentativi di dimostrare
questo aspetto della percezione con risultati altalenanti, Giorgio Vallortigara
e Lucia Regolin hanno progettato un esperimento che riproducesse le condizioni
in cui i pulcini in natura avrebbero potuto manifestare il completamento
amodale, ossia quando la mamma si allontana e risulta parzialmente coperta da un
arbusto o dai fili d’erba. In queste circostanze è impensabile che il pulcino
non la riconosca più perché ne vede solo una parte. Si è quindi trattato di
tradurre il problema in una condizione che fosse etologicamente sensata.
> Nei pulcini è possibile riscontrare il completamento amodale, il fenomeno per
> cui i contorni non visibili di un oggetto parzialmente occluso, coperto,
> vengono ugualmente percepiti.
Nel suo saggio del 1974 Cosa si prova a essere un pipistrello?, ripubblicato
quest’anno da Raffaello Cortina Editore, il filosofo Thomas Nagel concludeva che
noi esseri umani non avremmo mai potuto metterci nei panni di un chirottero e
adottarne l’esperienza soggettiva. D’altro canto, Frans de Waal nel suo libro
Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali? (2016) ha
replicato che effettivamente non comprenderemo mai come un pipistrello si senta
tale, considerate le grandi differenze tra il nostro e il suo Umwelt. Però, con
il progresso delle conoscenze e delle tecnologie a nostra disposizione, potremo
compiere qualche passo per avvicinarci a immaginare quello di altre specie.
Il futuro degli studi sull’intelligenza animale
Alla fine di questo lungo e articolato discorso, torniamo insieme dagli elefanti
dello Smithsonian National Zoological Park di Washington. Davvero non sapevano
trovare una soluzione per raggiungere il cibo adoperando un bastone?
Ricercatrici e ricercatori decisero di cambiare le carte in tavola e il giovane
Kandula mostrò loro che la sua specie avrebbe potuto risolvere anche quel tipo
di problema. È bastato fornirgli una scatola quadrata che potesse reggerlo: il
pachiderma l’ha spinta fino a posizionarla sotto la frutta ‒ collocata questa
volta in alto ‒, vi ha posto le zampe anteriori sopra e così ha potuto
raggiungere il cibo con la proboscide, direttamente, senza bisogno di procedere
per prove ed errori per impararlo. Sebbene la proboscide sia utilizzata anche
per spostare oggetti, i bastoni che gli scienziati avevano proposto nei test
precedenti ostacolavano le altre funzioni di quest’organo, importanti per il
compito proposto, ossia toccare e annusare il cibo.
Questo ci fa comprendere come le sfide per studiare le intelligenze animali
siano molteplici e come, in parte, le stiamo superando abbattendo il muro del
nostro antropocentrismo. Prendendo in prestito le parole di Frans de Waal, in
questo modo scopriremo tantissimi altri “pozzi magici”, l’insieme delle
peculiarità conferite dall’evoluzione alle menti di ciascuna specie animale,
alcuni dei quali ancora oltre la nostra immaginazione. Ciò che sicuramente
abbiamo imparato è che non ha senso parlare di animali più intelligenti di
altri. Ce lo ripete Vallortigara: “Tutti gli animali non intelligenti sono stati
spazzati via e sono i rami secchi della storia naturale”.
L'articolo Ogni intelligenza è relativa proviene da Il Tascabile.
S uccede che una fredda mattina di gennaio uno zoologo si sveglia e trova una
diga che fino a qualche giorno prima non c’era. Tra le montagne di Brdy, in
Boemia, c’è un parco nazionale che per decenni è stato utilizzato dall’esercito
della Repubblica Ceca per esercitazioni militari. Tra le autorità e
l’amministrazione del parco era in corso un tira e molla burocratico con oggetto
la bonifica di un canale di drenaggio, costruito per il transito di veicoli
cingolati. La costruzione di una diga avrebbe permesso di ristabilire l’assetto
idrico della zona, ma le procedure erano ferme da oltre sette anni. A risolvere
questo impasse ci ha quindi pensato una famiglia di otto castori, che nell’arco
di un paio di giorni ha tirato su una diga naturale proprio nella zona
interessata, con buona pace di autorizzazioni e richieste formali alle autorità.
Risparmio stimato per l’operazione? Circa 1,2 milioni di euro.
Non è la prima volta che i castori vengono in aiuto dei conservazionisti in
questioni di gestione ambientale. Il ruolo di questi animali nel regolare
l’assetto idrico e plasmare il territorio circostante è ben noto. Le loro dighe
sono in grado di trattenere milioni di litri d’acqua, creando un ambiente
favorevole a sostenere interi ecosistemi. Uno studio sui castori euroasiatici
(Castor fiber) nel parco nazionale delle foreste Bavaresi ha rivelato come la
loro presenza aumenti la biodiversità circostante: le aree dove i castori sono
attivi presentano un maggior numero di altre specie animali e vegetali rispetto
a quelle dove i castori non ci sono.
> Le dighe dei castori rallentano il flusso delle acque fluviali e mantengono
> ben idratate le foreste, che sono così meno suscettibili a seccarsi e prendere
> fuoco.
E creano riserve idriche utili anche a combattere gli incendi: la presenza del
castoro nordamericano (Castor canadensis) è stata fondamentale per mitigare i
danni degli incendi in California che hanno devastato la regione nel gennaio
2025. Le dighe, infatti, rallentano il flusso delle acque fluviali e mantengono
ben idratate le foreste, che sono così meno suscettibili a seccarsi e prendere
fuoco. Ragione per cui il California Department of Fish and Wildlife ha da poco
lanciato un programma di rilascio di questi animali in zone chiave dello stato
americano. Una ricerca decennale dell’Università di Exeter, nel Regno Unito,
dove i castori erano stati cacciati fino all’estinzione e dove sono stati
reintrodotti da poco, ha anche mostrato come le loro dighe rendano il territorio
più resiliente alle alluvioni, con una riduzione di un terzo del flusso fluviale
durante i periodi di forti piogge.
Ai biologi, si sa, piace catalogare le cose. Una di queste categorie è riservata
proprio a quelle specie in grado di alterare radicalmente la morfologia del
territorio e l’equilibrio delle risorse, influenzando le sorti del loro
ecosistema e di tutte le altre specie che vi dimorano. Vengono definite
ecosystem engineers, “ingegneri degli ecosistemi”, e se si cerca il termine su
Internet, i castori sono il primo esempio che salta fuori. È l’animale che,
assieme a formiche e termiti, associamo di più al concetto di “costruire”
qualcosa. Moltissimi animali si fanno una tana, ma una diga impatta
sull’ambiente circostante in proporzione ingegneristica. Tutte le specie, in
maniera istintiva, inconsapevole o deliberata, alterano l’ambiente in cui
vivono, a volte in modo drastico. Perché allora usiamo la parola “ingegneri”
solo per alcune, dove sta il discrimine?
A rendere una specie attrice protagonista del proprio ecosistema, invece che
semplice comparsa, potrebbe essere proprio l’influenza su altre specie, come ha
suggerito uno studio che ha simulato al computer la macroevoluzione di
ecosistemi virtuali per 15.000 generazioni. Le specie a cui veniva assegnata la
capacità di influenzare la fitness evolutiva di altre specie (ovvero, il loro
successo riproduttivo) finivano per monopolizzare interi ecosistemi in alcune
simulazioni, ma anche per aumentare la biodiversità generale in altre. In parole
povere, un ecosystem engineer è una specie che in un determinato luogo si fa
notare, a discapito o a beneficio delle altre.
> Vengono definite ingegneri degli ecosistemi quelle specie in grado di
> alterare radicalmente la morfologia del territorio e l’equilibrio delle
> risorse, influenzando le sorti del loro ecosistema e di tutte le altre specie
> che vi dimorano.
Ricercatori dell’Università del New Mexico hanno invece provato a porre la
questione in termini energetici, senza giudicare se l’impatto di una specie sia
positivo o negativo ma semplicemente stimando a quanto ammonta l’energia
utilizzata dagli animali per i processi “geomorfici”. Questi comprendono
qualsiasi attività in grado di alterare la superficie terrestre, dal pascolo
alla costruzione di tunnel sotterranei al sommovimento dei letti fluviali
durante la schiusa delle uova. Gli animali selvatici apporterebbero così
all’ambiente circa 76.000 gigajoules ogni anno, l’equivalente dell’energia di
centinaia di migliaia di alluvioni. Tra le specie maggiormente responsabili,
delle oltre 600 analizzate, ci sono termiti, formiche e gli immancabili castori.
L’impatto più grande rimane in ogni caso quello degli animali domestici, in
particolare il bestiame, per i quali l’energia dei processi geomorfici è di un
ordine di magnitudine tre volte superiore.
Nel dibattito su un concetto sempre più utilizzato ma dai contorni ancora un po’
fumosi, c’è chi propone un nome diverso da “ingegnere”, meno carico a livello
semantico di una intenzionalità che non siamo abituati ad attribuire agli
animali. Per essere ingegneri c’è per forza bisogno di avere in mente un
progetto? Un castoro “progetta” di costruire una diga oppure agisce per
aumentare la sua sopravvivenza, come fanno tutti gli animali, e la sua influenza
sull’ecosistema è solo una questione di magnitudine, non di approccio? Se
accettiamo questa distinzione, allora il dilemma diventa il seguente: o tutte le
specie sono, a modo loro, ecosystem engineers, oppure non lo è nessuna, tranne
noi. Se la parola ingegnere va riservata solo a chi progetta una struttura a
lungo termine, con lo specifico intento di far funzionare il proprio ambiente in
una maniera diversa, prevedendo specifici risultati, allora questa è
un’etichetta che possiamo affibbiare solo a noi.
E il nodo viene al pettine, perché se davvero l’unica specie che può
intenzionalmente alterare l’ambiente è la nostra, allora non stiamo facendo un
buon lavoro. Il modo in cui gestiamo le risorse idriche globali, da un lato
incrementando i fenomeni di siccità, dall’altro quelli di inondazione (a volte
nella stessa regione), non è sostenibile a lungo termine. La California era un
deserto, un deserto che è diventato una delle zone economicamente più importanti
del pianeta solo dopo aver dirottato le risorse idriche dagli Stati circostanti,
impoverendoli fino allo sfinimento, in un meccanismo in mano a corporation e
lobby edilizie che va avanti da decenni. Tutto questo lavoro, che potremmo
considerare un terraforming del nostro stesso pianeta, non ha reso questo luogo
più resistente agli incendi. Siamo in grado di far fiorire artificialmente la
vita in luoghi impensabili, ma a costo di risucchiarla altrove, lasciando il
fianco scoperto a catastrofi che costano miliardi, per non parlare del prezzo in
vite umane. Un bravo ingegnere non approverebbe progetti così insicuri e poco
lungimiranti.
> Se davvero l’unica specie che può intenzionalmente alterare l’ambiente è la
> nostra, allora non stiamo facendo un buon lavoro.
Qualunque sia la definizione di ecosystem engineers che vogliamo utilizzare, che
essa riguardi l’influenza sulla biodiversità circostante o più semplicemente
l’ammontare di energia geomorfica, la specie che più la rispecchia rimane la
nostra. È una etichetta adatta a noi, ma ce la meritiamo?
In L’era sintetica (2019), il filosofo ambientalista Christopher Preston
argomenta che la parola “antropocene” non è solo una descrizione del nostro
impatto senza precedenti sul pianeta, ma anche una presa di coscienza, una
chiamata ad assumersi le responsabilità che da questa derivano. Se noi umani
siamo i demiurghi della Terra, allora che si abbracci questo ruolo, in maniera
consapevole, con lo sguardo diretto verso la sostenibilità a lungo termine della
nostra specie e di tutte le altre. La dicotomia naturale/artificiale è
arbitraria, e se si considera naturale solo ciò che è intoccato dall’attività
umana, finiremo per trovarci in un mondo costellato di piccole oasi mentre tutto
il resto è discariche e distese di asfalto. La vera differenza tra noi esseri
umani e gli altri animali è che possediamo una capacità predittiva e progettuale
che a loro manca, una comprensione delle complesse dinamiche climatiche,
ecosistemiche, energetiche che a loro sfugge. A chi, meglio di noi, spetterebbe
un ipotetico ruolo di custodi del pianeta Terra, giardinieri di un parco
naturale su scala globale?
> Siamo in grado di far fiorire artificialmente la vita in luoghi impensabili,
> ma a costo di risucchiarla altrove, lasciando il fianco scoperto a catastrofi
> che costano miliardi, per non parlare del prezzo in vite umane.
D’altro canto è anche vero che finora, dove abbiamo messo mano, noi esseri umani
siamo stati capaci di fare danni incommensurabili. La nostra logica gestionale
dell’ambiente è stata finora quasi sempre estrattiva, non conservativa; la
priorità è stata data ai profitti a breve termine, a discapito della
sostenibilità. All’incremento delle nostre competenze ingegneristiche e della
nostra consapevolezza delle dinamiche ambientali non è corrisposta una maggior
cura dell’ambiente ‒ semmai è accaduto l’opposto. Non solo non siamo stati in
grado di rendere l’ambiente più resiliente alle catastrofi naturali, ma di
alcune ci siamo resi diretti responsabili, sia per ingordigia sia per mancanza
di lungimiranza. Legittima posizione quella di chi, di fronte a tutto questo,
dubita che la nostra specie sia in grado gestire in maniera virtuosa un
ecosistema, figuriamoci l’intero pianeta.
Anche perché la natura non funziona per progetti, ma per mutazioni casuali e
selezioni di caratteri imposte dalla disponibilità circostanziale di risorse.
Sorge dunque il dubbio se pianificare, virtuosamente o meno, sia possibile in
primo luogo, persino per una specie che possiede il potere di leggere il
passato, comprendere il presente e immaginare il futuro. Michael Pollan in Una
seconda natura (2016) la mette così: “Nessuno potrà dire cosa accadrà […] non
perché l’ecologia forestale sia una scienza giovane e imperfetta, ma perché la
natura stessa non sa cosa accadrà qui. Non ha alcun disegno grandioso per questo
luogo”. In altre parole, l’evoluzione è l’antitesi dell’ingegneria.
Meglio lasciare che i castori facciano da sé, quindi? In Italia questi animali
erano spariti dal Diciassettesimo secolo, per poi riapparire all’improvviso nel
2021 in alcune zone dell’Italia Centrale. E ancora non si sa come siano finiti
lì: “Con elevata probabilità, si tratta di rilasci non autorizzati, effettuati
da gruppi di rewilding che non seguono le normative di riferimento” mi ha
spiegato Emiliano Mori, ricercatore del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche)
e membro del gruppo del gruppo Rivers with beavers, che monitora la rinnovata
presenza di castori sul territorio nazionale in maniera autonoma. “In Italia
Settentrionale, sembrano essere arrivati da soli dai paesi di confine, ma visti
questi potenziali rilasci, non si può escludere un’immissione non autorizzata”:
una specie che era autoctona fino a pochi secoli fa è così ritornata, introdotta
dall’essere umano dopo che questo è stato responsabile della sua iniziale
sparizione. Un esempio paradossale di una specie invasiva nel suo territorio
originario.
> Non solo non siamo stati in grado di rendere l’ambiente più resiliente alle
> catastrofi naturali, ma di alcune ci siamo resi diretti responsabili, sia per
> ingordigia che per mancanza di lungimiranza.
L’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), ha
recentemente proposto di rimuovere questi castori invasivi, una posizione non
condivisa da Rivers with beavers e, secondo un sondaggio da loro effettuato,
nemmeno dalla popolazione locale, che vede di buon occhio il loro ritorno sul
territorio. “Sicuramente i rilasci illegali devono essere puniti in quanto tali;
la posizione di ISPRA, secondo me, è dettata dal fatto che l’introduzione non è
stata autorizzata, quindi non condotta secondo la normativa nazionale” ha
aggiunto Mori “Anche se, fino ad adesso, sono stati rilevati solo effetti neutri
o positivi in merito a questa nuova presenza”.
Ho finito di scrivere queste righe poco dopo l’alluvione del 14 marzo 2025 a
Sesto Fiorentino, dove mi sono trasferito da qualche mese. Il torrente Rimaggio,
di solito così placido, ha rabbiosamente rotto gli argini dopo giorni di pioggia
ininterrotta, trascinando giù dal Monte Morello tonnellate di fango. Il terreno
del piccolo sentiero che da casa mia porta al Parco dell’Oliveta è stato
strappato e portato via. Camminando per le strade della città con gli stivali a
mollo, è difficile non chiedersi se un complesso di dighe naturali non avrebbe
potuto evitare, o almeno mitigare, questo disastro che sembra colpire il
territorio toscano con crescente regolarità. Ma i castori sul Monte Morello non
ci sono. Ci siamo però noi esseri umani. Prima di domandarci se la soluzione è
reintrodurre castori, magari paracadutandoli clandestinamente in mezzo alle
montagne come se fossero corpi speciali in missione, forse conviene chiederci
che cosa, al loro posto, avremmo potuto fare noi.
L'articolo Gli esseri umani sono (pessimi) ingegneri ecosistemici proviene da Il
Tascabile.
N el musical del 1981 Forza venite gente, ispirato alla vita e alle gesta di san
Francesco, spicca un brano dedicato a uno degli episodi più noti che videro
protagonista il “poverello di Assisi”: l’incontro con il terribile lupo di
Gubbio. La canzone, che riprende la leggenda e narra l’impresa del frate di
fronte alla bestia che terrorizzava un’intera città, è un perfetto compendio
dell’immagine stereotipata del lupo antropofago, criminale e ingannatore, che ha
le sue radici nel Medioevo europeo e arriva fino a oggi dopo aver lasciato un
segno perenne nella letteratura, soprattutto in quella fiabesca.
> Il lupo a Gubbio sono solo io
> agnelli e vacche è tutto quanto mio.
> Se la foresta il cibo non mi dà
> io mangio carne d’uomo di città.
> Io mi travesto come meglio posso
> per ingannare Cappuccetto Rosso.
> Al mondo tutti sanno che non c’è
> un figlio di puttana come me, come, come me.
Il lupo, ieri e (purtroppo) ancora oggi, è spesso considerato un vero e proprio
flagello per uomini e animali d’allevamento, una creatura demoniaca che lo
stesso san Francesco, secondo quanto riportato nei Fioretti, non esita a
definire “degno delle forche come ladro e omicida pessimo”. Una cattiva fama
andata crescendo nel corso dei secoli, ma che non riflette il reale pericolo
rappresentato dal lupo per le persone e che lo storico Riccardo Rao, nel suo
libro Il tempo dei lupi. Storia e luoghi di un animale favoloso (UTET 2018),
sostiene sia emersa “nei momenti in cui l’uomo è sensibilmente intervenuto
sull’ambiente, riducendo gli spazi incolti e rompendo alcuni fondamentali
equilibri”. Cioè quando lupi ed esseri umani, lupi e animali domestici, hanno
cominciato a incontrarsi più di frequente, attraversando quel confine, pressoché
invisibile, ma necessariamente poroso, che divide il selvatico (l’antropologo
Adriano Favole direbbe a sua volta l’incolto) dal mondo antropizzato e che in
tempi di crisi ecologica si fa inevitabilmente più affollato.
> Questo libro consente a chiunque di riflettere sui motivi che ci hanno portati
> a proiettare su un carnivoro così elegante e misterioso una gran quantità di
> paure umane, risentimenti pastorali e meschinerie speciste.
Sugli scaffali delle librerie oggi è disponibile un nuovo tassello, una nuova
opera che tenta di raccontare proprio quel confine: I diari del lupo, pubblicato
nella collana “animalia” della casa editrice nottetempo. L’autore è lo scrittore
e traduttore Andrea Cassini, che già in precedenza, in un podcast e in un
articolo, aveva saggiato l’argomento, esplorandone contraddizioni, necessità e
obiettivi. L’idea e la pratica che stanno dietro al volume sono semplici da
riassumere: abitando a un passo dal confine fra case e boschi dell’appennino
pistoiese e avendo al suo fianco una femmina di pastore della Sila, Bora
(Borascura sulla linea tratteggiata dei documenti), bisognosa di movimento e
riabilitazione dopo un’operazione chirurgica al bacino subita in tenera età,
Cassini ha deciso di “inforestarsi”, su ispirazione diretta di Baptiste Morizot,
la cui opera Sulla pista animale (2020) attraversa in filigrana l’intero testo.
E quindi di muoversi nei boschi, di indagare la stratificazione di culture
animali che muove e cambia l’ecosistema forestale nelle diverse stagioni, e
infine di partecipare a un progetto di monitoraggio nazionale del lupo,
pubblicato poi nel maggio del 2022 dall’ISPRA (Istituto Superiore per la
Protezione e la Ricerca Ambientale). Il risultato di questi sforzi è un diario,
un resoconto di innumerevoli incursioni boschive, la storia di un ménage à trois
– squisitamente interspecifico – fra uno scrittore, Bora e diversi lupi, reali e
non.
Sarebbe arduo, e sostanzialmente sterile, citare qui tutti i temi che Cassini
tocca nel libro, tutte le riflessioni che ore e ore di camminate e scatti delle
fototrappole che lui stesso ha piazzato nei boschi intorno a casa sua hanno
scatenato. Ben più utile, forse, è provare a esaminare alcuni spunti che la sua
opera fornisce a chi volesse cercare di capire il rapporto fra esseri umani e
lupi, fra uomini e ambiente circostante, fra persone e bosco italiano (inteso
qui come area forestale che da millenni gli esseri umani vivono attivamente e
modificano senza posa). Il libro di Cassini, infatti, pur essendo un lavoro
estremamente personale – in cui scrittura, illustrazioni e fotografia si
intrecciano come gli innumerevoli sentieri di una selva –, consente a chiunque
di riflettere sui motivi che ci hanno portati a proiettare su un carnivoro così
elegante e misterioso una gran quantità di paure umane, risentimenti pastorali e
meschinerie speciste, una miscela di odio che ha dato origine a un massacro
indiscriminato che dura da secoli e che ha condotto questi animali sull’orlo
dell’estinzione in diverse regioni del mondo.
> Il risultato è un diario, un resoconto di innumerevoli incursioni boschive, la
> storia di un ménage à trois – squisitamente interspecifico – fra uno
> scrittore, una femmina di pastore della Sila, e diversi lupi, reali e non.
I diari del lupo è, prima di tutto il resto, un libro di mappe. La questione del
lupo, soprattutto oggi, è infatti una mera ma inevitabile questione di confini.
Lo stesso si può dire del nostro rapporto con altri grandi carnivori, come
l’orso. Nel caso del lupo, maratoneta straordinario, è però ancora più vero. Se
vi aggiungiamo la natura elusiva di questo animale e la sua capacità di vivere
nei pressi delle aree urbane, delle greggi, degli avamposti che costruiamo al
margine di boschi e campi, appare chiaro che il lupo non può essere raccontato
senza badare ai suoi spostamenti, alle sue apparizioni, ai suoi percorsi, ai
suoi areali. Cassina questo lo sa bene e sfrutta in tutta l’opera la sua
ossessione per gli ambienti ibridi e per la ricognizione sul campo, con
l’intento di capire quali sono le mappe degli altri, di quella che in un suo
racconto, L’impronta (2023), chiama la “congregazione del sottobosco”. Uomini,
lupi, scoiattoli, tassi, gufi: tutti hanno una mappa, tutti possiedono ed
esercitano uno sguardo sulla realtà, una prospettiva unica che soddisfa allo
stesso tempo istinti specifici e peculiarità individuali. Durante la lettura si
avvertono tutti gli sforzi compiuti dell’autore durante le passeggiate con Bora
nei boschi per arrivare a un risultato: osservare il mondo circostante
attraverso gli occhi di un altro essere. Cassina li definisce “esercizi di
prospettiva” e servono a “ricostruire la cosmicità perduta” dei luoghi che
(anche noi umani) abitiamo. Una postura essenziale che non può farci che bene,
strappandoci alla nostra quotidianità monotona ed egoistica, premessa di ogni
scempio ambientale.
Si stima che oggi, in Italia, vivano circa 3300 lupi. Sono diffusi in
particolare sulle Alpi e sugli Appennini, ma gli esperti ormai sostengono che
occupino tutti gli ambienti che sono loro congeniali nella penisola. Riuscire a
entrare in contatto con un lupo, in questi anni, è assai frequente rispetto a
qualche decennio fa, quando lo sterminio della specie l’aveva quasi del tutto
eliminata dall’Italia e dal resto dell’Europa. Cassini ne incontra più di uno
nel corso delle sue peregrinazioni e mai come in quei casi risulta determinante
la presenza di Bora, il cane da guardiania che, forse, è la vera protagonista
del libro. Bora è infatti l’essere fra i mondi, colei che mantiene ancora vivo
il rapporto con i lupi, tenendo fede alla loro comune discendenza e, al tempo
stesso, “lavorando” per gli umani e passando tutto il suo tempo con loro. È lei
che media – con linguaggi, segni e tracce; tutti affascinanti e tutti a noi
pressoché incomprensibili – fra l’uomo e il lupo. È lei che stabilisce i confini
e li sorveglia, attraversandoli quando è necessario, stringendoli quando il
pericolo si fa vicino.
Bora appartiene a quella vasta famiglia di animali che ha consentito ad alcuni
esseri umani di mettere un piede nel selvatico. Accanto a lei c’è Digit, il
gorilla di montagna che tanto insegnò sui primati a Dian Fossey sulle pendici
dei Virunga, in Ruanda; c’è il polpo che ha attirato il documentarista Craig
Foster nelle foreste di kelp lungo le coste del Sudafrica; c’è la femmina di
assiolo Alfie, che ha consentito all’etologo Carl Safina di esplorare il limite
fra vita selvatica e vita domestica attorno alle villette di Long Island. Gli
incontri con i lupi descritti da Cassini sono i momenti in cui il racconto si fa
sospeso, quasi irreale, e durante i quali la comunicazione fra le specie
coinvolte nel ménage risulta più incredibile: Bora guarda i lupi, i lupi
guardano il cane, l’umano fissa il cane per provare a capire che cosa vogliano i
lupi. È una stratificazione di linguaggi, e costituisce il primo passo verso la
coesistenza.
> I diari del lupo è un vero e proprio mosaico, con il lupo come figura di
> raccordo, che rispecchia in tutto e per tutto quel complesso groviglio
> selvatico che è il bosco del continente europeo.
Da queste note potrebbe forse sembrare che I diari del lupo sia un libro di
natura esclusivamente filosofica, un saggio sull’animalità incapace di calarsi
nel contesto odierno, quasi disconnesso dalla realtà in cui lupi ed esseri umani
si incontrano e “scontrano”, dando origine a diversi problemi. Non è così, e in
questo forse sta la sua grandezza. Cassina è riuscito a infilare, fra una
passeggiata e l’altra, digressioni ecologiche e antropologiche, persino
letterarie. C’è la filosofia di Morizot, certo, ma anche l’esperienza maturata
sul campo da un esperto come Rick McIntyre, colui che ha raccontato al mondo le
saghe familiari dei lupi di Yellowstone.
Ci sono poi le credenze dei nativi americani e le leggende orrorifiche tipiche
del passato europeo, dalla Bestia del Gévaudan alla licantropia. Ci sono le
lamentele degli allevatori, le incursioni dei cacciatori e i consigli su come
sia possibile difendere gli animali domestici dalle loro razzie. Ci sono le
preoccupazioni sul declassamento del lupo a livello europeo da “specie
rigorosamente protetta” a “specie protetta”, un provvedimento entrato in vigore
da pochi giorni su cui si gioca il futuro di molti membri di questa specie. Ci
sono poi, nemmeno troppo velate, critiche dirette a tutti quei paraventi dietro
ai quali ci nascondiamo, impedendoci così di vedere gli esseri, gli eventi e gli
ambienti che abitano a un passo da noi: il primo è senza dubbio il sapere
asettico ed esclusivamente tassonomico che accumuna quegli esponenti del mondo
scientifico incapaci di andare oltre il dato e il grafico, di vivere in prima
persona il bosco e il rapporto con l’altro da noi.
In definitiva, I diari del lupo è un vero e proprio mosaico, con il lupo come
figura di raccordo, che rispecchia in tutto e per tutto quel complesso groviglio
selvatico che è il bosco del continente europeo. E qui risiede, forse,
l’insegnamento più importante che questo libro regala: non siamo al di là della
natura, ma ne facciamo parte. Pur essendo spesso goffi, invadenti e distruttivi,
siamo una parte del tutto e non serve a nulla “chiamarci fuori”, lasciando che
la “natura faccia il suo corso”. In questo modo non preserviamo nulla, se non la
frattura che abbiamo un disperato bisogno di risanare. Come scrive Cassina: “Il
bosco è anche casa mia e di Bora, siamo parte integrante di questo equilibrio
che non è affatto fragile, perché i luoghi ibridi e contaminati, bastardi, i
terzi paesaggi, sono quelli più ricchi e forti”. Luoghi dove, per sua natura,
abita anche il lupo.
L'articolo I diari del lupo di Andrea Cassini proviene da Il Tascabile.
F iero e possente, emerge dal bianco della neve delle Alpi, con le sue corna
arcuate, stabile sui suoi zoccoli su una parete quasi verticale, un prodigio
della gravità. Lo stambecco alpino è la specie simbolo del Parco nazionale Gran
Paradiso e della conservazione della fauna selvatica in Italia: fu portato quasi
alla completa estinzione alla fine dell’Ottocento a causa della caccia spietata,
resa particolarmente efficiente dalla grande diffusione delle armi da fuoco.
Solo un piccolo gruppo di circa cento individui che viveva sul massiccio del
Gran Paradiso si salvò. A quel punto la popolazione superstite di Capra ibex si
ritrovò ad affrontare un equilibrio precario, almeno quanto quello che questi
animali erano in grado di mantenere sulle rocce scoscese: i pochi esemplari
rimasti sarebbero potuti andare incontro ad accoppiamenti tra consanguinei. Un
terreno scivoloso che rischiava di costare alla specie l’estinzione.
L’importanza della variabilità genetica
Per inbreeding si intende l’accoppiamento di individui consanguinei. Se questo
fenomeno è percepito generalmente come negativo, al netto delle questioni
culturali e morali, è perché causa la perdita di diversità genetica. Per capire
cosa ciò significhi è il caso di fare un piccolo ripasso di genetica, partendo
da noi esseri umani.
Il nostro DNA è organizzato in 23 paia di cromosomi omologhi: fatta eccezione
per quelli sessuali, i cromosomi della stessa coppia ospitano gli stessi geni e
ogni cromosoma ne porta migliaia. Questo vuol dire che un gene è presente in due
copie, di cui una viene dalla madre e una dal padre. Le due copie di ogni gene
possono essere identiche tra loro, ma molto spesso non lo sono, e per indicare
le diverse copie dello stesso gene si parla allora di alleli.
Sono gli alleli a determinare le nostre caratteristiche fisiche: il colore dei
capelli e degli occhi, ad esempio, o altri fattori biologici come il gruppo
sanguigno, la capacità di metabolizzare alcune sostanze o la propensione ad
avere un’alta concentrazione di glucosio nel sangue. Gli alleli sono alla base
della variabilità genetica, che si esprime nella variabilità fenotipica: ogni
individuo è diverso da tutti gli altri, perché ha una combinazione di alleli
unica e praticamente irripetibile. Queste varianti geniche possono essere
dominanti o recessive: se nella coppia uno degli alleli è dominante, il tratto
associato a quel gene sarà espresso nel fenotipo della prole. Per l’espressione
dei tratti recessivi, invece, entrambi gli alleli dovranno essere recessivi.
> La consanguineità tra genitori può portare a mantenere degli alleli recessivi
> deleteri, generando una serie di problemi noti come “depressione da
> inbreeding”.
Un esempio è quello del colore dei capelli, dove il nero è legato a un allele
dominante e il rosso a uno recessivo. Per avere una chioma scura basterà avere
anche un solo allele nero, mentre per i capelli ramati entrambi gli alleli
dovranno essere quelli rossi. La questione però è molto più complessa di così,
perché spesso gli alleli non si annullano l’uno con l’altro, si esprimono
insieme (si parla di codominanza o dominanza incompleta). Se poi aggiungiamo che
altrettanto spesso i fenotipi sono determinati dall’espressione di più coppie di
geni, ecco spiegato perché i nostri capelli hanno così tante sfumature diverse.
Ma è quando prendiamo in considerazione caratteristiche più essenziali del
colore dei capelli che il lato oscuro dell’inbreeding inizia a emergere.
Accoppiamenti problematici
Gli alleli recessivi, che la maggior parte delle volte sono legati soltanto a
caratteri meno comuni o addirittura rari, talvolta sono associati a malattie
genetiche o a tratti potenzialmente problematici. Immaginiamo una malattia
genetica rara che si manifesta quando si trovano insieme, nello stesso
individuo, due alleli recessivi di un certo gene. Se una persona porta un solo
allele recessivo, la malattia non si manifesterà e l’individuo sarà sano. Potrà,
però, trasmettere l’allele recessivo ai suoi figli. Poco male: se la malattia è
rara, molto probabilmente l’altro genitore non porterà un allele recessivo e
trasmetterà alla sua prole un gene non legato alla malattia.
Immaginiamo, ora, di trovarci in un gruppo chiuso, in cui i componenti sono
consanguinei e con un progenitore portatore del nostro allele recessivo. Molti
discendenti dello stesso progenitore porteranno quell’allele. Siccome il gruppo
è ristretto, la probabilità che due soggetti portatori dell’allele recessivo si
incrocino è molto più alta, e molto più alta sarà la probabilità che un figlio
si ritrovi entrambi i recessivi. In tal caso, il soggetto sarà affetto dalla
patologia.
> L’incesto ci ripugna ormai quasi istintivamente e la storia ce ne ha insegnato
> gli effetti drammatici, eppure non ci curiamo troppo dell’inbreeding quando si
> tratta di piegare la biologia ai nostri scopi.
Il fenomeno che ho appena descritto interessa tutte le specie viventi. La
consanguineità tra genitori può portare a mantenere degli alleli recessivi
deleteri, generando una serie di problemi legati soprattutto alla sopravvivenza
e alla riproduzione, noti come “depressione da inbreeding”, che possono causare
un aumento della mortalità, una riduzione della fertilità e una diminuzione
delle nascite. Inoltre, la depressione da inbreeding può compromettere capacità
come l’adattamento ai cambiamenti ambientali e la resistenza alle malattie.
Una consanguineità forzata
Quando pensiamo all’accoppiamento tra consanguinei non possiamo non provare una
sensazione di disagio che spesso travalica nel disgusto. L’incesto ci ripugna
ormai quasi istintivamente e la storia ce ne ha insegnato gli effetti
drammatici: la discendenza della regina Vittoria d’Inghilterra fu colpita
duramente da malattie ereditarie come l’emofilia, e pagarono un prezzo
altrettanto alto le dinastie reali dell’Antico Egitto e gli Asburgo. Eppure, non
ci curiamo troppo dell’inbreeding quando si tratta di piegare la biologia ai
nostri scopi, come per la selezione delle razze di animali domestici.
Le razze canine presenti ai giorni nostri sono centinaia, e molto diverse tra
loro: se un alieno vedesse nella stessa stanza un carlino e un levriero,
probabilmente stenterebbe a credere che i due esemplari appartengano alla stessa
specie. Il loro aspetto e, in parte, alcuni tratti caratteriali sono il frutto
di un percorso evolutivo compiuto a passi sempre più rapidi. Dai primi lupi
confidenti che probabilmente iniziarono ad avvicinarsi agli insediamenti umani
per cibarsi dei loro rifiuti, siamo arrivati alla grande variabilità morfologica
che possiamo osservare passeggiando per le strade delle nostre città.
> Le attività dei kennel club accelerarono di molto i cambiamenti fisici tra
> razze canine, ampliandone enormemente la divergenza.
Nell’Ottocento si riunirono i primi kennel club, associazioni cinofile che
avevano come scopo la tutela delle razze, che ai tempi erano molte meno e molto
più somiglianti tra loro. Le attività di queste istituzioni accelerarono i
cambiamenti fisici tra razze, ampliandone enormemente la divergenza. Le
esposizioni canine si facevano sempre più competitive e premiavano gli individui
portatori dei tratti più estremi di ogni razza. I campioni erano poi adoperati
per incroci selettivi, generando altri vincitori, che a loro volta erano
incrociati per avere una selezione sempre più spinta. Cresceva, così, il grado
di consanguineità.
Richard C. Francis, autore del libro Addomesticati. L’insolita evoluzione degli
animali che vivono accanto all’uomo (2016), scrive:
> La selettività superò ogni limite. Un maschio proclamato campione della sua
> razza, per esempio, poteva generare centinaia di cuccioli. Inoltre, si diffuse
> l’abitudine di far accoppiare i campioni con le proprie figlie femmine. Gli
> incesti ricorrenti producono soggetti problematici, ma forse i nobili
> vittoriani, che furono i principali responsabili di questa situazione, non
> erano disturbati dai rapporti incestuosi, visto il loro stesso pedigree. Una
> selezione artificiale di questo tipo produce cambiamenti fenotipici rapidi e
> di notevole entità, ma a un prezzo.
È lo stesso meccanismo di cui parla Pam Wiener, ricercatrice di tecniche di
genetica quantitativa e di popolazione per lo studio degli animali domestici
all’Università di Edimburgo, che riguardo all’utilizzo di padri campioni spiega:
“Questo fenomeno è particolarmente evidente nel bestiame da latte, dove
l’inseminazione artificiale ha portato alla distribuzione di materiale genetico
di tori d’élite in tutto il mondo, e anche in altre specie, compresi i cani di
razza, in cui alcuni riproduttori popolari possono generare centinaia di
cucciolate”. Gli incroci tra consanguinei storicamente sono stati utilizzati
anche in altri rami della zootecnia, non solo per ottenere risultati puramente
estetici, ma soprattutto per generare animali da cui ricavare il massimo del
prodotto ‒ come carne, uova, latte ‒ con il minimo costo. Basti pensare che una
vacca da latte può produrre fino a 60 litri di latte al giorno, mentre qualche
decennio fa le campionesse ne arrivavano a produrre circa 30.
La selezione artificiale è così diventata lo strumento attraverso cui abbiamo
trasformato degli esseri viventi in commodity, beni di consumo per soddisfare i
nostri occhi, il nostro palato o il nostro bisogno di compagnia. Una pratica che
affonda le sue radici nella stessa domesticazione e i cui rischi sono stati
compresi ed esaminati solo recentemente.
> Gli incroci tra consanguinei storicamente sono stati utilizzati anche per
> generare animali da cui ricavare il massimo del prodotto ‒ come carne, uova,
> latte ‒ con il minimo costo.
Attualmente si è consapevoli degli effetti deleteri dell’inbreeding anche
nell’ambito degli allevamenti, solo che la risposta a questo problema può essere
molto diversa. In zootecnia si adottano metodi per controllarne i livelli, che
recentemente sono stati applicati anche all’allevamento dei cani di razza: gli
accoppiamenti tra parenti stretti vengono evitati e si utilizzano metodologie
statistiche per mantenere la diversità genetica nella popolazione riproduttiva,
riducendo così l’impatto di un pool genetico ristretto.
Ci sono poi i piccoli allevatori che, in alcuni casi, potrebbero ignorare le
conseguenze degli accoppiamenti tra consanguinei, trascurando così il benessere
degli animali. “Allevare per ottenere i tratti che desideriamo e, allo stesso
tempo, controllare il tasso di inbreeding è un atto di bilanciamento difficile,
poiché spesso si instaura un compromesso, sebbene esistano metodi statistici
utili a questo scopo. Per controllare l’inbreeding – che nel lungo termine
dovrebbe giovare alla salute genetica delle popolazioni di animali domestici –
le organizzazioni che si occupano di allevamento potrebbero dover accettare
tassi di miglioramento genetico leggermente inferiori nel breve termine”,
conclude Wiener.
Il rovescio della medaglia evolutiva
L’inbreeding non è solo uno strumento nelle mani dell’essere umano. Sebbene in
natura si siano evoluti diversi meccanismi per evitare la consanguineità,
l’accoppiamento tra individui imparentati è piuttosto comune. “È utile
distinguere tra una definizione ristretta e una più ampia di consanguineità”,
spiega Nicolas Dussex, ricercatore in genomica della conservazione presso il
Centre of palaeogenetics dell’Università di Stoccolma e dello Swedish museum of
Natural history.
Dussex è autore di un recente articolo, pubblicato sulla rivista scientifica
iScience del gruppo editoriale Cell, sulla storia della popolazione delle renne
delle isole Svalbard, in Norvegia. Rangifer tarandus platyrhynchus è una
sottospecie di renna che possiede caratteristiche morfologiche e fisiologiche
plasmate dall’adattamento all’ambiente freddo, stagionalmente estremo,
dell’arcipelago delle Svalbard. L’analisi di dati genomici e le simulazioni
matematiche hanno permesso di scoprire che la popolazione è stata fondata da
circa venti individui. Questo piccolo nucleo e l’isolamento degli animali ha,
ovviamente, dato origine a una prevedibile consanguineità, oggi ben osservabile.
Secondo le simulazioni, nella storia di queste renne a un certo punto la
depressione da inbreeding è stata seguita da una riduzione delle mutazioni
dannose. Considerando ciò che abbiamo descritto, ci saremmo dovuti aspettare un
aumento nella frequenza di alleli dannosi e, conseguentemente, di caratteri
svantaggiosi. Così però non è stato. Perché?
Fino a ora abbiamo parlato di una consanguineità riferita all’accoppiamento tra
parenti molto stretti, come fratelli o cugini, ma esiste anche un inbreeding tra
animali meno vicini per grado di parentela e riguarda soprattutto gli individui
che diventano consanguinei o geneticamente più simili quando una popolazione si
riduce. “In altre parole, questa è la definizione più rilevante per i biologi
evoluzionisti”, specifica il ricercatore.
> Sebbene in natura si siano evoluti diversi meccanismi per evitare la
> consanguineità, l’accoppiamento tra individui imparentati è piuttosto comune.
Abbiamo visto che l’inbreeding conduce a una perdita di diversità genetica, una
prospettiva non ideale dal punto di vista evolutivo, in quanto ostacola
l’adattamento a futuri cambiamenti ambientali. Inoltre, quando aumenta la
consanguineità, si esprimono quegli alleli recessivi e dannosi che potrebbero
rimanere silenti in una popolazione più eterogenea. C’è, però, un rovescio della
medaglia: la consanguineità aiuterà anche a esporre all’azione della selezione
naturale mutazioni dannose. Gli individui che avranno accumulato un’elevata
percentuale di queste mutazioni, dopo numerose generazioni originate da
accoppiamenti tra consanguinei, presenteranno uno scarso successo riproduttivo e
condizioni fisiche precarie che ne causeranno la morte prematura o impediranno
loro di generare una prole. Di conseguenza, queste mutazioni non saranno
trasmesse e la loro frequenza diminuirà nelle generazioni successive. Questo
processo, però, non avviene da un giorno all’altro e spesso può richiedere
centinaia di generazioni. In una tale finestra temporale, una piccola
popolazione sarebbe ad alto rischio di estinzione.
Esiste poi un altro aspetto per cui la consanguineità potrebbe essere in qualche
modo utile. In una popolazione che vive in natura, dove una determinata variante
genetica si è adattata a un dato ambiente, l’introduzione di nuovi alleli
potrebbe rendere la popolazione un po’ meno adeguata a quell’ecosistema,
mettendola in difficoltà. Dussex, però, sottolinea: “Questo non vuol dire che la
consanguineità sia un buon meccanismo per mantenere gli adattamenti a
determinate condizioni ambientali, ma piuttosto che l’accoppiamento con
popolazioni geneticamente distinte, adattate a condizioni diverse, può
interferire con un modello locale di adattamento”. Questo è un ulteriore indizio
di quanto possa essere complicato realizzare progetti di conservazione della
natura che, oltre a prevedere programmi che migliorino la coesistenza tra
comunità umane e altre specie, pongano attenzione al patrimonio genetico degli
individui che provengono da territori differenti, bilanciando inbreeding e
diversità.
Un equilibrio complesso
La selezione naturale, d’altro canto, non eliminerà mai del tutto gli alleli più
dannosi. La propensione alla variabilità, e quindi alla mutazione, è il cuore
dell’evoluzione e questo caratterizza tutte le specie viventi. Tuttavia, alcune
specie sembrano più abili di altre nel rimuovere i caratteri più deleteri, in
parte grazie alle loro dinamiche di popolazione e ad altre caratteristiche
biologiche, come i comportamenti di accoppiamento e la dimensione della
cucciolata. Ad esempio, le specie che subiscono un declino o un isolamento
graduale hanno maggiori probabilità di eliminare queste mutazioni in modo che la
depressione da inbreeding non si manifesti rapidamente, rendendo la popolazione
più resiliente.
Al contrario, se una popolazione è troppo isolata o il suo pool genetico è
troppo uniforme, la depressione da inbreeding si verificherà in fretta e il
successo riproduttivo di molti individui crollerà simultaneamente, con il
rischio che la popolazione stessa collassi altrettanto rapidamente. Nicolas
Dussex avverte: “Anche se una specie si riprende da un forte declino e riesce a
eliminare alcune delle mutazioni più dannose, esiste sempre il rischio che
mutazioni con effetti meno gravi, cioè non letali, aumentino nella popolazione,
incrementando la minaccia di estinzione nel lungo termine”. Ecco cosa è accaduto
alle renne delle Svalbard: la quantità di mutazioni dannose è diminuita sotto la
spinta della selezione naturale. Un altro buon esempio di questo meccanismo è
proprio quello dello stambecco alpino, ridotto a una comunità di circa cento
esemplari non dalla perdita di habitat ‒ tra le cause principali dell’inbreeding
‒ ma dall’introduzione delle armi da fuoco e dalla conseguente caccia eccessiva.
Uno studio pubblicato su Nature communications nel 2020 ha dimostrato che
diverse reintroduzioni della specie, dal Parco nazionale Gran Paradiso al resto
delle Alpi, hanno indotto l’eliminazione delle mutazioni più dannose con
l’accumulo di alcune di minore effetto. Per ora l’estinzione di questo animale,
destinato a muoversi su fragili crinali, sembra essere scongiurata. Ma l’esito
di questa partita a scacchi tra alleli, mutazioni e selezione naturale ‒ una
partita a volte truccata dalla mano dell’essere umano ‒ è ancora tutto da
stabilire.
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