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Chi rompe e chi paga
A ll’inizio hanno pensato a un terremoto. L’impatto cinetico del cedimento delle pareti strutturali del Langtang Lirung, nel distretto nepalese di Rasuwa, ha scaricato al suolo un’energia tale da generale un segnale sismico equivalente a un terremoto di magnitudo 5.2. È la mattina del 26 agosto 2026, sono le 8 e 37 (in Italia sono quasi le cinque del mattino) e dalle pareti del monte si staccano 20 milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio. È come se tutto il materiale necessario a riempire 20 volte lo stadio di San Siro precipitasse in verticale, a una velocità di quasi 200 chilometri all’ora. Questa miscela fluida e iperconcentrata di roccia polverizzata, ghiaccio e acqua arriva nei fiumi Lhende Khola, Bhote Koshi e Trishuli. Alle 8 e 44 (ora locale) le telecamere di sorveglianza del confine tra Cina e Nepal registrano l’arrivo della massa. L’accumulo dei detriti sbarra temporaneamente il Bhote Khoshi creando un invaso provvisorio. Alle 9 cede. Il suo improvviso crollo provoca un’onda di piena alta tra gli 8 e i 10 metri, come un palazzo di tre piani. La piena si è originata sul versante cinese, per poi riversarsi con furia nel territorio nepalese attraverso la gola del fiume. In soli trenta minuti il livello del fiume Trishuli, nella località di Galchhi, si innalza di 9 metri. Il bilancio umano e materiale è devastante: 1.377 le vittime confermate, più di 1.500 i dispersi lungo l’intero bacino idrografico. I flussi detritici hanno travolto insediamenti e valichi di confine, spazzando via oltre un decimo della capacità idroelettrica nazionale e distruggendo per oltre il 90% il grande impianto Upper Trishuli-1. La stima complessiva delle perdite economico-infrastrutturali ha rapidamente superato i 5 miliardi di dollari. Secondo il ministro degli Esteri nepalese Shisir Khanal è come “uno tsunami calato dall’Himalaya”. La risposta delle istituzioni del Paese è immediata. I ministeri delle Finanze e dell’Ambiente scrivono una lettera congiunta indirizzata ai vertici delle Nazioni Unite: servono 20 milioni di dollari e vanno presi dal Fund for Responding to Loss and Damage (FRLD), il fondo multilaterale istituito per sostenere le nazioni vulnerabili travolte dagli impatti climatici irreversibili. > La catena dell’Himalaya è il “Terzo polo” idrico della Terra, ma sulle sue > vette le temperature crescono al doppio della velocità della media globale. La cifra è poco più che simbolica, drammaticamente irrisoria rispetto a un conto di danni economico-infrastrutturali che supera i 5 miliardi di dollari. Il suo valore è tutto politico e concettuale: “Le grandi economie inquinanti devono svegliarsi e accettare una responsabilità condivisa”, ha spiegato Khanal. È il disastro di un singolo Paese, ma è anche un evento simbolo di uno dei temi al centro del dibattito internazionale sulla crisi climatica: quello della giustizia climatica. Il Nepal da solo contribuisce a meno dello 0,1% delle emissioni di gas serra. Eppure è esposto in prima linea alle conseguenze del riscaldamento globale: la crisi climatica qui arriva sempre in maniera distruttiva, tanto più perché i suoi effetti si abbattono su un contesto già fragile di partenza. La catena dell’Himalaya è il “Terzo polo” idrico della Terra, ma sulle sue vette le temperature crescono al doppio della velocità della media globale: i ghiacciai fondono rapidamente, la montagna è destabilizzata. La richiesta dei ministri nepalesi non è di aiuti umanitari per affrontare l’emergenza: è un risarcimento per un Paese che sta pagando le conseguenze di un processo che non ha innescato né alimentato. Cosa sono la scienza del clima e la scienza dell’attribuzione Quando avviene la catastrofe non piove, il cielo è terso e non ci sono sollecitazioni sismiche di nessun tipo. A differenza dei classici disastri idrogeologici monsonici, dove l’innesco atmosferico è diretto e misurabile, qui siamo di fronte a una cascata di pericoli multipli il cui combinato disposto rende la catastrofe del Langtang Lirung non solo un evento che resterà inciso nella storia del Nepal, ma anche uno snodo epistemologico per la climatologia contemporanea. Per capire cosa sia successo bisogna “guardare” sotto la superficie della roccia, dove il permafrost agisce da millenni come una vera e propria colla naturale. Ad altissima quota, infatti, è proprio questo ghiaccio invisibile, fino a pochi decenni fa ritenuto eterno, a saldare i versanti montuosi e a mantenere stabili le pareti rocciose. Questo almeno è accaduto negli ultimi millenni. Quando le temperature medie salgono in modo costante per decenni, però, il calore penetra lentamente nel cuore della montagna. Il ghiaccio sotterraneo inizia a fondere e si trasforma in acqua liquida. Quest’acqua si infiltra nelle microfessure della roccia, aumenta la pressione interna e riduce drasticamente l’attrito che tiene insieme il versante. È come se quelli che conosciamo come giganti di roccia e di ghiaccio fossero in realtà giganti pieni d’acqua, il cui volume si sta espandendo. La montagna appare solida ed eterna fino al momento esatto in cui raggiunge il punto di rottura e cede di schianto, liberando in pochi secondi milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio. Ecco perché il disastro del Nepal spiazza le spiegazioni intuitive. Non c’è un “innesco” atmosferico immediato come una pioggia battente o un temporale estivo eppure il legame con il riscaldamento globale c’è lo stesso. Ed è precisamente a questo incrocio che si misura la differenza tra due strumenti concettuali: la scienza del clima e la scienza dell’attribuzione. > La regione dell’Himalaya, dal cui equilibrio idrico dipende la vita di circa > due miliardi di persone, si sta scaldando a un ritmo fino al 50% più rapido > rispetto alla media globale. La scienza del clima (climate science) osserva il pianeta con un orizzonte ad ampissimo raggio: il suo oggetto di studio sono sistemi complessi su scale temporali decennali, secolari e millenarie. Analizza i trend strutturali di fondo come l’effetto serra, i cicli biogeochimici, la circolazione atmosferica e l’evoluzione della criosfera, fornendo la cornice fisica globale dentro la quale si svolgono le trasformazioni dell’antropocene. Guardando all’Himalaya dal punto di vista della scienza del clima, il quadro che emerge è quello di un’accelerazione drammatica. La regione, dal cui equilibrio idrico dipende la vita di circa due miliardi di persone, si sta scaldando a un ritmo fino al 50% più rapido rispetto alla media globale. Ad altitudini superiori ai 4.000 metri, la risposta delle temperature al riscaldamento globale è ancora più marcata a causa dei fenomeni di amplificazione legati all’elevazione. Sotto questa spinta termica decennale, i meccanismi di stabilità delle montagne nepalesi sono stati progressivamente intaccati. Nell’arco di soli trent’anni i ghiacciai del Nepal hanno perso oltre un terzo del loro volume complessivo, ritirandosi e assottigliandosi a ritmi mai registrati prima. L’impatto più insidioso riguarda la degradazione termica del permafrost d’alta quota. Con l’innalzamento delle temperature estive e l’ampliamento dello “strato attivo” (la frazione superficiale di suolo roccioso che attraversa continui cicli di gelo e disgelo), l’acqua liquida penetra in profondità nelle fratture. Il ghiaccio profondo, fondendosi, perde la sua capacità di coesione meccanica, aumentando il rischio di disastri come quello dell’agosto 2026. Tutto ciò aiuta a comprendere come il Langtang Lirung non abbia ceduto per un imprevisto evento isolato, ma perché decenni di riscaldamento costante ne hanno sistematicamente minato la struttura interna. Se la scienza del clima individua il quadro generale e le tendenze strutturali di fondo, la scienza dell’attribuzione (attribution science) è come la lente d’ingrandimento e lo strumento diagnostico di precisione della climatologia contemporanea. Nata all’inizio degli anni Duemila, questa branca specialistica ricerca il ruolo effettivo delle emissioni antropiche nel rendere ogni evento specifico più o meno probabile e più o meno violento. > La scienza dell’attribuzione calcola l’incidenza delle emissioni antropiche > nell’intensità e probabilità di un determinato evento. Uno strumento > rivoluzionario, impiegato sempre più di frequente anche nelle aule di > tribunale. Lo fa impiegando modelli computazionali complessi e simulazioni controfattuali. Attraverso i supercomputer, la comunità scientifica ricostruisce due mondi paralleli: da un lato il mondo reale, caratterizzato dall’attuale concentrazione di gas serra nell’atmosfera; dall’altro un mondo ipotetico (controfattuale), esattamente identico al nostro ma del tutto depurato dalle emissioni prodotte dalla rivoluzione industriale a oggi. Facendo girare decine di migliaia di volte le simulazioni meteorologiche in entrambi gli scenari, la scienza dell’attribuzione è in grado di calcolare in termini matematici e probabilistici l’impronta dell’uomo sul singolo evento estremo. È uno strumento rivoluzionario, di una portata tale da avere un ruolo di protagonismo crescente nelle aule di tribunale. Lo fa attraverso tre livelli di attribuzione. La warming attribution (attribuzione del riscaldamento) dimostra il nesso causale diretto tra l’accumulo dei gas serra prodotti dall’uomo e l’innalzamento delle temperature medie globali e regionali. È il pilastro che conferma che il riscaldamento non è frutto di semplici fluttuazioni naturali ma diretta conseguenza delle azioni del genere umano negli ultimi secoli. La event attribution (attribuzione degli eventi estremi) calcola quanto il riscaldamento globale abbia modificato la frequenza o l’intensità di uno specifico disastro (un’ondata di caldo, un uragano, un’alluvione). È il campo di ricerca di consorzi come il World Weather Attribution, capace di stabilire se una pioggia record sia stata resa in una certa percentuale più intensa a causa delle emissioni. La source attribution (attribuzione delle fonti), infine, traccia e quantifica la responsabilità individuale dei singoli attori, siano essi grandi Stati inquinatori o colossi dei combustibili fossili, assegnando a ciascuno una percentuale precisa del totale delle emissioni storiche cumulative. È dall’intreccio di questi tre livelli che la scienza dell’attribuzione trasforma il cambiamento climatico da minaccia astratta a realtà empiricamente misurabile, creando un ponte ineludibile tra la fisica dell’atmosfera e la responsabilità giuridica. > Il collasso del Langtang Lirung dell’agosto 2026 rientra nei disastri > criosferici “a cielo sereno”. Il fattore scatenante non è stato un evento > meteorologico specifico, bensì un aumento costante delle temperature che ha > minato la stabilità della montagna fino al punto di rottura. Come questo ponte funzioni nella pratica lo dimostra il confronto tra due catastrofi che hanno segnato il recente passato del Nepal. Nel settembre 2024, quando piogge monsoniche record hanno devastato la valle di Kathmandu, World Weather Attribution, attraverso i classici modelli di event attribution ha certificato che il riscaldamento globale aveva reso quelle precipitazioni estreme il 10% più intense e il 70% più probabili. Il collasso del Langtang Lirung dell’agosto 2026 appartiene a una categoria diversa e più complessa: quella dei disastri criosferici “a cielo sereno”. Se per il 2024 la scienza dell’attribuzione ha potuto misurare l’impatto dell’evento meteorologico istantaneo, per il 2026 essa rivela la warming attribution di lungo periodo: l’aumento costante delle temperature che mina la stabilità della montagna fino al punto di rottura. Giustizia climatica e responsabilità storiche Quando la scienza riesce a misurare e quantificare i nessi causali legati agli eventi climatici, questi passano dall’ambito della fisica dell’atmosfera a quello dell’etica e del diritto, mostrando la natura politica della crisi climatica attraverso un altro strumento concettuale: quello della giustizia climatica. Al centro di questo paradigma c’è il principio cardine delle Responsabilità comuni ma differenziate (CBDR, Common But Differentiated Responsibilities), sancito nel 1992 dal Vertice della Terra di Rio de Janeiro. Il principio afferma che anche se la salvaguardia del sistema globale è un dovere condiviso di tutta la comunità internazionale, la responsabilità originaria del riscaldamento ricade invece sui Paesi industrializzati visto che, per più di due secoli, hanno costruito la propria prosperità economica sulla combustione massiccia dei fossili. Da questa sproporzione nasce un’asimmetria del rischio. Paesi come il Nepal, che come abbiamo visto ha contribuito in misura minima alle emissioni serra globali, sono esposti in prima linea a traumi ambientali irreversibili e improvvisi. Lo stesso avviene per i piccoli Stati insulari minacciati dall’innalzamento dei mari. In entrambi i casi, le popolazioni di queste aree subiscono le conseguenze più severe di un modello di sviluppo da cui non hanno tratto beneficio. > C’è il rischio che la finanza d’emergenza trasformi il disastro climatico > nell’ennesimo indebitamento. Per questo le comunità chiedono che le risorse a > cui accedere non siano aiuti umanitari o beneficenza ma riparazioni dirette > per i danni subiti. C’è il lato geopolitico della vicenda, e poi c’è la realtà delle comunità locali. Tra le vallate travolte dal fango, la devastazione dei terreni agricoli di sussistenza si intreccia a un dramma burocratico: le persone disperse sono tantissime e, se non c’è un corpo, non c’è un certificato di morte. Senza un certificato di morte, la famiglia della persona scomparsa non può accedere al sussidio di emergenza, all’eventuale eredità o ai titoli dei terreni da coltivare. È in questo solco che si innesta la mobilitazione dal basso guidata dall’Unione dei contadini nepalesi (ANPFA, All Nepal Peasants’ Federation, affiliata a Via Campesina) con la campagna Grants, Not Loans (“Sussidi, non prestiti”). La denuncia riguarda il rischio che la finanza d’emergenza, erogata sotto forma di crediti, trasformi il disastro climatico nell’ennesimo indebitamento del Paese. Le comunità chiedono che le risorse a cui stanno accedendo e accederanno non siano aiuti umanitari o beneficenza ma riparazioni dirette per i danni subiti. Perdite e danni Quanto accaduto in Nepal è solo l’ultimo caso di una sequela di rimostranze che parte da lontano e che ha portato, dopo trent’anni di pressioni diplomatiche del Sud globale, al Fondo multilaterale per la risposta alle perdite e ai danni (FRLD). Raggiunto con un accordo alla COP27 di Sharm el-Sheikh e reso operativo alla COP28 di Dubai, il Fondo fin dalla sua genesi si è scontrato con una profonda frattura concettuale tra Nord e Sud del mondo. Per i Paesi industrializzati e i grandi emettitori storici, deve operare su base volontaria in base alla “solidarietà globale”. Le nazioni vulnerabili invece esigono che chi ha provocato i danni abbia anche l’obbligo di ripararli, e che i trasferimenti finanziari non siano dunque un gesto di solidarietà ma riparazioni esigibili per i danni ingiustamente subiti. A questa frattura concettuale si aggiunge poi un dato matematico: a fronte di impegni finanziari promessi dai Paesi sviluppati per circa 822 milioni di dollari, la cassa effettivamente versata nei conti ammonta appena a una cifra compresa tra i 400 e i 449 milioni. In questi anni la pressione dei Paesi travolti dalle catastrofi è cresciuta a ritmi vertiginosi. Sono già 119 le nazioni vulnerabili che hanno presentato formale richiesta di assistenza, per un totale che supera i 2,8 miliardi di dollari. Questo sbilanciamento impressionante ha spinto il segretariato del Fondo a lanciare un allarme: senza un afflusso massiccio e continuo di nuove risorse, la liquidità rischia di azzerarsi del tutto entro il 2027. In questo contesto, la domanda avanzata dal Nepal arriva come un test per misurare la reale reattività dell’infrastruttura finanziaria globale. Il Fondo saprà erogare risorse con la tempestività richiesta da shock improvvisi ed estremi? Su questa capacità di intervento immediato si gioca la credibilità dell’intero sistema. Giustizia climatica e aule di tribunale La debolezza apparente o effettiva del Fondo multilaterale ha spinto molte comunità ed economie vulnerabili a cercare giustizia nelle aule giudiziarie aprendo, ormai da un decennio, la stagione delle climate litigation (cause climatiche). Da un lato ci sono le azioni risarcitorie contro i grandi colossi industriali, come quella promossa dalla guida alpina peruviana Saúl Luciano Lliuya contro la multinazionale tedesca RWE. Lliuya chiedeva che RWE pagasse lo 0,38% dei costi di messa in sicurezza del suo Paese dal rischio di esondazione del lago glaciale Palcacocha; una quota corrispondente al contributo stimato dell’azienda alle emissioni storiche globali. Nel maggio 2025, la Corte d’appello di Hamm ha rigettato la richiesta risarcitoria nel merito, valutando che il rischio di crollo sulla casa del singolo agricoltore avesse una probabilità troppo bassa (circa l’1%). Tuttavia, i giudici tedeschi hanno stabilito un principio giuridico rivoluzionario: le grandi imprese possono essere civilmente responsabili dei danni ambientali provocati all’estero, poiché le emissioni di CO₂ generano un rapporto di “vicinato globale”. Dall’altro lato, la pressione giudiziaria si è rivolta direttamente contro la condotta degli Stati inquinatori. Nei tribunali nazionali, la storica sentenza Urgenda del 2019 in Olanda ha costretto per la prima volta un governo a tagliare le emissioni a tutela dei diritti alla vita, seguita dalla Corte Costituzionale tedesca nel caso Neubauer (2021) sulla tutela delle generazioni future. Davanti agli organi dell’ONU, la denuncia degli indigeni delle isole dello Stretto di Torres ha portato nel 2022 alla condanna dell’Australia perché l’inazione climatica veniva ritenuta una violazione del loro diritto alla cultura, mentre la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (KlimaSeniorinnen v. Svizzera, 2024) ha stabilito che l’inazione climatica statale costituisce una violazione diretta dei diritti umani. > Le cause climatiche degli ultimi anni hanno stabilito che l’inazione climatica > costituisce una violazione dei diritti umani, che le imprese possono essere > ritenute responsabili dei danni prodotti all’estero dalle emissioni, e che la > mancata mitigazione di queste è un illecito internazionale. La vera svolta sistemica è arrivata però dalle iniziative coordinate degli stessi Stati vulnerabili. Sotto la spinta di Vanuatu all’Assemblea generale ONU, della commissione degli Stati insulari COSIS (guidata da Tuvalu e Antigua & Barbuda) e della richiesta congiunta di Colombia e Cile, la questione è approdata alle massime corti internazionali. Tra il 2024 e il 2025, i pareri consultivi del Tribunale internazionale per il diritto del mare (ITLOS, International Tribunal for the Law of the Sea), della Corte interamericana (IACtHR, Inter-American Court of Human Rights) e della Corte internazionale di giustizia (ICJ, International Court of Justice) hanno tracciato una linea: la mancata mitigazione delle emissioni non è un’omissione politica, ma un illecito internazionale che impone un obbligo rigido di riparazione integrale e risarcimento finanziario agli Stati lesi. Un nuovo paradigma di giustizia climatica La catastrofe del Langtang Lirung ha prodotto effetti che si estendono ben oltre la devastazione fisica. È come se l’intera massa di acqua, roccia e ghiaccio precipitata per oltre un chilometro si fosse schiantata anche sull’architettura del diritto internazionale climatico così come lo conosciamo. Per decenni la risposta ai disastri nei Paesi in via di sviluppo si è configurata come solidarietà volontaria. Il collasso del permafrost himalayano infrange questo schema paternalistico e dimostra che i danni subiti dal Sud globale sono esternalità negative di processi che sono avvenuti altrove. > La montagna non può più essere raccontata come un fondale inerte o uno > scenario: è uno spazio dinamico e reattivo, attraversato da tensioni fisiche, > economiche e giuridiche. Se i fondi multilaterali come l’FRLD rischiano la paralisi per il costante deficit di risorse e le resistenze storiche dei grandi emettitori, la via giudiziaria sta tracciando un nuovo orizzonte normativo. Per la cultura contemporanea e la divulgazione scientifica, la lezione è altrettanto radicale. La montagna non può più essere raccontata come un fondale inerte o uno scenario: è uno spazio dinamico e reattivo, attraversato da tensioni fisiche, economiche e giuridiche. Le infrastrutture che abbiamo costruito per gestirla, da quelle concettuali a quelle fisiche, sono modellate su metriche ormai inservibili, concepite per un pianeta che non esiste più. In questo senso allora la sfida non è più, soltanto, intervenire mitigando la crisi climatica e riconvertendo le nostre società. Né è più sufficiente adattare fisicamente i territori agli impatti che, come stiamo vedendo, arriveranno. Serve uno scarto concettuale, un salto molto più ambizioso per costruire un’infrastruttura politica e legale capace di trasformare le evidenze della fisica in riparazioni vincolanti per chi quelle trasformazioni le ha innescate. Non si tratta, ci insegnano i contadini nepalesi, di prestiti o di generosità, ma di riparazioni e giustizia. L'articolo Chi rompe e chi paga proviene da Il Tascabile.
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Guerra alla Terra di Danilo Zagaria
P alazzi sventrati, cumuli di macerie, cadaveri, bambine e bambini insanguinati che piangono, che urlano o che restano in silenzio intontiti dalla violenza, dalla perdita, dalla precarietà. Le immagini scorrono sui nostri smartphone, sugli schermi dei nostri televisori. Proviamo solidarietà, vicinanza, compassione, il timore che tutta quella disperazione possa toccarci, che arrivi da noi e ci sommerga. Non ci si rende conto che non esistono confini, che non basta spegnere i nostri dispositivi digitali, perché la guerra è sempre stata a casa nostra, perché siamo tutte e tutti abitanti dello stesso pianeta. È il messaggio che emerge da Guerra alla Terra. Conflitti armati e crisi ecologica (2026) del biologo e divulgatore scientifico Danilo Zagaria, un’opera che indaga l’impatto delle attività militari sull’ambiente. Il saggio si concentra sui conflitti armati compresi tra l’inizio del Ventesimo secolo e i giorni nostri che hanno coinvolto il continente euroasiatico e gli Stati Uniti. Vengono così affrontati gli avvenimenti che costituiscono l’intreccio più evidente dell’attuale situazione geopolitica occidentale e che hanno da sempre inciso, in modi diversi, sulla protezione di animali e di interi ecosistemi, sulla gestione delle risorse naturali e sulle emissioni di gas serra. Trittico della Grande Guerra, Rapsodia del bombardamento aereo, Contaminazioni e A volo di drone sono le quattro parti in cui è suddiviso il testo, quattro tappe che ci consegnano le differenti fasi di sviluppo delle strategie e delle tecnologie di guerra, in un’accelerazione che contagia anche lo stile espositivo, dal racconto quasi epistolare di alcuni dei protagonisti della Grande guerra alle istantanee dello sterminio che si è consumato nella Striscia di Gaza. > Qual è il peso ambientale dei conflitti? Come incidono sulla salute degli > ecosistemi, sulla crisi climatica, sullo sfruttamento delle risorse, sull’atto > stesso di abitare il pianeta? In che modo combattimenti, battaglie, raid, > esercitazioni militari e tecnologie belliche compromettono – direttamente, > indirettamente e talvolta volontariamente – le relazioni ecologiche che > sostengono la presenza della vita sul pianeta. E ancora: può la guerra, il > fenomeno umano mortifero e distruttivo per eccellenza, aspirare a essere > ecologica? Oppure incarnerà sempre e in modo insanabile il mito del dominio > dell’umanità sulla natura? Sono queste le domande a cui l’autore cerca di rispondere attraverso la narrazione storica, il supporto di pubblicazioni scientifiche e i dati – troppo spesso scarsi e incompleti ‒ prodotti grazie al lavoro di alcune organizzazioni internazionali. Il linguaggio è chiaro e lineare e il ricorso a citazioni artistiche, letterarie e cinematografiche conferisce una maggiore tridimensionalità alle pagine del volume. L’analisi della composizione di Guernica di Pablo Picasso, i brani di opere come Mattatoio N. 5 di Kurt Vonnegut o di Davanti al dolore degli altri di Susan Sontag, i riferimenti al documentario Apocalisse nel deserto di Werner Herzog o al libro fotografico Kuwait. Un deserto in fiamme di Sebastião Salgado e tanti altri rimandi riescono a coinvolgere emotivamente, in maniera mai pietistica e superficiale. > La più preoccupante crisi ambientale del nostro secolo, quella climatica, non > è provocata soltanto da tutte le attività civili che sfruttano fonti > energetiche basate sui combustibili fossili ma anche da quelle belliche. Tra le vicende che meglio mostrano gli effetti della guerra sugli ecosistemi ce ne sono alcune che già dominano la conoscenza e l’immaginario collettivo (e che più facilmente sono collegabili ai danni ambientali), come l’impiego delle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki e l’utilizzo di agenti chimici per eliminare la copertura vegetale nella guerra del Vietnam. Altri esempi in territorio europeo sono la modifica della morfologia del paesaggio causata dall’uso delle mine durante il primo conflitto mondiale ‒ in Italia, sulle Dolomiti della provincia di Belluno, un’esplosione modificò la forma della vetta del Col di Lana ‒ e le tempeste di fuoco provocate dai bombardamenti inglesi sulle città tedesche nella Seconda guerra mondiale, trappole infernali per civili e animali. O ancora, chi è nato prima degli anni Novanta del secolo scorso ricorderà le immagini dello sversamento di petrolio da parte degli iracheni nel mare del Golfo Persico, un disastro che sterminò la fauna acquatica e l’avifauna delle aree raggiunte dal greggio nel conflitto tra Kuwait e Iraq. Ci sono poi episodi meno conosciuti o che sembrano meno brutali, meno “sporchi”, ma non per questo sono meno devastanti. Sono, ad esempio, emblematici i test nucleari effettuati tra il 1946 e il 1958 nelle Isole Marshall, che hanno esposto l’intera zona a una consistente ricaduta di materiale radioattivo (fallout), contaminando così fauna e flora e costringendo le popolazioni locali, già colpite da problemi di salute gravi e duraturi, ad abbandonare per sempre la propria terra. Tra i più recenti ci sono l’inquinamento da plastiche in Ucraina, legato all’utilizzo di droni russi controllati da chilometri di cavi in fibra ottica, i cui frammenti si disperdono nei boschi e nelle aree rurali; e poi l’inquinamento atmosferico da gas serra prodotti dalle operazioni belliche, in guerra così come in tempo di pace. Danilo Zagaria spiega: > Tutta questa operosità, distruttiva o meno che sia, oltre a provocare i danni > ecologici che ho raccontato in questo libro, causa anche elevate emissioni di > gas serra (anidride carbonica, metano e protossido d’azoto), ossia i > principali responsabili dell’alterazione dell’effetto serra naturale del > pianeta. La più preoccupante crisi ambientale del nostro secolo, quella > climatica ‒ i cui effetti stanno diventando evidenti a tutti, compresi i > negazionisti ‒ non è quindi provocata soltanto da tutte le attività civili che > sfruttano fonti energetiche basate sui combustibili fossili ma anche da quelle > belliche. Giunti quasi alla conclusione del volume è impossibile non sentirsi ancora più impotenti nei confronti di questi attacchi diretti apparentemente solo contro i membri della nostra stessa specie ma sferrati, di fatto, alla Terra e a tutti i suoi abitanti. Ci si chiede se Homo sapiens abbia una propensione per la guerra che lo condanni a riproporre scenari di morte e devastazione. Da tempo siamo alla ricerca di una risposta, indagando nel suo passato storico ed evolutivo, in quest’ultimo caso volgendo lo sguardo agli altri primati. A tal proposito, recentemente ha suscitato particolare interesse il conflitto tra due gruppi di scimpanzé di Ngogo, in Uganda, descritto in una pubblicazione su Science e citato nell’introduzione del libro. Sebbene aiuti la riflessione sulle origini delle instabilità che possono condurre a scontri violenti, questa vicenda è solo una parte di un insieme di studi provenienti da numerose discipline, tra cui l’archeologia, l’etnografia e l’etologia, i cui risultati non consentono ancora di stabilire definitivamente in quale misura la bellicosità umana sia legata a fattori biologici o culturali. > Le formiche combattono guerre che possono ricordare le nostre, ed esistono > colonie che preferiscono sublimarle, ritualizzando il combattimento: girano > intorno all’avversario, ne valutano i mezzi e si ritirano nel caso di > manifesta inferiorità. Zagaria, però, sempre attingendo all’esperienza animale, propone un esempio di come sia possibile evitare lo scontro in situazioni di elevata tensione e controllo delle risorse. Tra le formiche, insetti capaci di guerre che possono ricordare le nostre, esistono colonie del genere Myrmecocystus che preferiscono sublimarle, ritualizzando il combattimento: girano intorno all’avversario, ne valutano i mezzi e si ritirano nel caso di manifesta inferiorità. Potrebbe sembrare una soluzione non applicabile a una specie come la nostra, ma comportamenti simili sono stati osservati anche in comunità umane che vivono in Papua Nuova Guinea, in Etiopia e nella Cordigliera delle Ande. Nella conclusione di Guerra alla Terra, l’autore non si lascia andare a una facile utopia di concordia tra nazioni. La sua proposta è un concreto compromesso tanto elementare quanto oggi apparentemente irraggiungibile, ossia dare priorità alla tutela del territorio e alla conservazione della natura, tentando al contempo di prevenire e disinnescare i conflitti attraverso la diplomazia. Del resto, non abbiamo molta altra scelta: > In questo fragile equilibrio ecologico e politico, non sono soltanto i popoli > a invocare una tregua: anche la Terra stessa ha un disperato bisogno di pace. L'articolo Guerra alla Terra di Danilo Zagaria proviene da Il Tascabile.
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Il lupo solitario di Adam Weymouth
“T o be in someone’s shoes” è un’espressione idiomatica anglofona sovrapponibile al nostro “mettersi nei panni dell’altro”, qualcosa che ci viene consigliato di provare quando non riusciamo a comprendere comportamenti ed emozioni di chi è diverso da noi. Il compito si figura ancora più arduo quando l’altro è un animale non umano, da millenni il più temuto e odiato in Europa. Tentare di osservare il mondo con gli occhi di un lupo non è, però, un vacuo esercizio di stile per Adam Weymouth. Lo scrittore britannico ha seguito a piedi le orme di Slavc, l’eroe inconsapevole di una storia che parla di vita selvatica e rurale, scienza e leggende, sopravvivenza e strumentalizzazione, raccontata nel libro Il lupo solitario. Un cammino tra civiltà e natura selvaggia (2025), pubblicato da Iperborea nella traduzione di Luca Fusari. Slavc, Slavko, Slauz. Sono i tre nomi propri con cui le popolazioni di Slovenia, Austria e Italia hanno battezzato il lupo che ha attraversato i loro confini a partire dal 2011, quando ha lasciato la sua famiglia d’origine per giungere infine in Lessinia, un’area delle Prealpi venete compresa tra le province di Verona, Vicenza e Trento. Slavc era stato precedentemente dotato di un collare GPS e, alcuni anni dopo, le coordinate inviate dal dispositivo hanno guidato Weymouth lungo il percorso affrontato dal canide, tra sentieri selvatici, paesi quasi deserti e aree limitrofe a zone più intensamente antropizzate. L’autore ha tentato di immaginare gli ostacoli, lo stupore, il respiro della libertà e gli incontri che hanno portato a compimento il destino naturale dell’animale: il congiungimento con Giulietta, probabilmente la prima simile incrociata dopo chilometri di solitudine, e la generazione di nuove vite. > Adam Weymouth ha seguito a piedi le orme di Slavc, il lupo che tra il 2011 e > il 2012 ha attraversato i confini di Italia, Slovenia e Austria, oltre 1000 > chilometri di cammino prima di trovare una compagna in Lessinia. Dalla coppia di lupi è scaturita una numerosa discendenza che divide scienza, politica e opinione pubblica, in un conflitto che ha radici antiche. Favole, racconti orali, documenti storici e letteratura descrivono il rapporto ostile instauratosi tra le comunità umane, diventate sedentarie e dedite alla pastorizia, e i lupi. Cacciati per secoli e quasi scomparsi in Europa, hanno iniziato a ripopolare il continente a partire dagli anni Settanta. Questo ritorno è stato favorito da una combinazione di fattori storici, economici e sociali, come l’abbandono graduale delle aree rurali e la conseguente riforestazione, processi che hanno limitato la presenza umana e restituito areale ai grandi carnivori. Anche le istituzioni europee hanno rivestito un ruolo importante con il finanziamento di progetti di tutela e conservazione. Questo, però, ha contribuito a complicare la convivenza tra i lupi e quegli umani che, per generazioni, avevano costruito la propria vita e il proprio sostentamento senza immaginare che la fauna selvatica, un giorno, potesse tornare a reclamare i suoi spazi. Il nostro rapporto con gli altri animali è spesso il riflesso dei nostri desideri, delle debolezze, del modo in cui percepiamo il mondo e costruiamo la nostra esistenza. Scrive l’autore: > Gli animali vivono fianco a fianco con noi in mondi paralleli che è quasi > impossibile conoscere, ma anche quando cerchiamo di spiegare cosa succede > nella testa delle persone intorno a noi facciamo un errore simile > all’antropomorfizzazione. Forse è meglio un approccio obliquo. Quando parliamo > del lupo, come ho imparato in seguito, non parliamo mai soltanto di un lupo. E > così sono andato a vedere se seguire la strada dei lupi poteva dirci qualcosa > riguardo a questo snodo della storia europea, questo passaggio tra epoche. Per Weymouth, il ritorno del lupo permette di scorgere con maggiore chiarezza le fragilità del sogno europeo, minacciato da guerre e riscaldamento globale. È in questo clima che i populismi diffondono i loro veleni, è in queste condizioni che la ragione lascia il posto all’egoismo e alla rabbia. Superare a piedi i confini attraversati dal lupo solitario Slavc è per lo scrittore il modo migliore per mettersi in ascolto di una natura indomita e allo stesso tempo vulnerabile, di una comunità scientifica inebriata dal fascino della conoscenza e fiduciosa nel potere salvifico del sapere e di un mondo rurale che tenta con tutte le sue forze di sopravvivere all’ineluttabile sviluppo della nostra società e di difendere le sue radici e tradizioni. > A partire dagli anni Settanta in Europa si è registrato un ritorno del lupo, > favorito da una combinazione di fattori storici, economici e sociali, come > l’abbandono graduale delle aree rurali e la conseguente riforestazione. L’autore non è nuovo a queste esperienze, anzi è un camminatore esperto: nel 2010 è partito a piedi da Whiteparish, vicino a Salisbury, fino a raggiungere Istanbul, in Turchia, attraversando 5000 chilometri in 8 mesi. Per di più, non è la prima volta che esplora la relazione tra società umane e animali, infatti già nel 2018 ha raccolto storie di interconnessione tra il salmone reale e le comunità che da esso dipendono, per poi raccontarle in Kings of the Yukon (2019). Il suo retroterra si riflette nella scrittura di Il lupo solitario, tra le cui pagine si alternano istantanee suggestive di paesaggi naturali, a volte molto toccanti, e incontri con chi vive a stretto contatto con i lupi. Ci sono Hubert Potočnik, professore della facoltà di Biotecnica dell’Università di Lubiana, che ha seguito il viaggio di Slavc, e Kurt Kotrschal, biologo e fondatore del Wolf Science Center di Vienna, che dal 2008 studia cani e lupi, la loro etologia e cerca di svelare i segreti della domesticazione. Compaiono anche Stane, scalatore di montagne e sostenitore della campagna contro i grandi carnivori in Slovenia, e diversi allevatori veneti, stanchi e arrabbiati per le perdite causate dai branchi della loro regione. Accanto a loro troviamo giovani coppie come gli austriaci Lena e Werner o gli italiani Sofia e Mattia, che sembrano riuscire a conciliare il rispetto per la tradizione rurale con le esigenze della vita quotidiana e la consapevolezza che la coesistenza tra esseri umani e lupi, seppur complessa, è possibile. Le voci degli abitanti della montagna fanno da contrappunto a digressioni scientifiche, storiche e folcloristiche oltre che alle riflessioni personali di Adam Weymouth, da cui emerge quanto il terrore verso il lupo sia accompagnato dalla paura dell’altro, del diverso, dei confini che scompaiono, del cambiamento inarrestabile e, per alcuni, inaccettabile. Durante il cammino sulle tracce di Slavc, l’autore diventa sempre più consapevole di quanto il lupo incarni il simbolo del cambiamento in un’epoca le cui vicende alimentano un diffuso stato di angoscia. Migrazioni, guerra, spopolamento, scioglimento dei ghiacciai e foreste che muoiono. Comunità che temono per la propria vita e politici che polarizzano il dibattito e fanno promesse difficili da mantenere. Nessuno può dirsi realmente immune da un opprimente senso di incertezza, come confessa l’autore verso la fine del suo percorso, scosso dal crollo di una porzione del ghiacciaio della Marmolada avvenuto il 3 luglio 2022: > Vedere la cicatrice della Marmolada in questi giorni di caldo secco mi fa > capire che nemmeno io so che senso dare a un mondo che mi pare sempre più > fuori dal mio controllo. Niente smaschera la menzogna della nostra liberazione > dalla natura più dei momenti in cui la natura stessa si rivolta, e ci divora. > La ricomparsa del lupo non è un ritorno al nulla. Tutti quanti ci stiamo > tuffando in un mondo inesplorato, e l’unica vera fantasia è che possiamo > fermarlo. Scorrendo le pagine del libro si ha l’impressione che calpestare le tracce di Slavc, e tentare l’impresa impossibile di guardare il mondo con i suoi occhi, ci possa aiutare a distaccarci da pregiudizi e credenze. Attraverso le esperienze delle persone intervistate si scopre che il lupo può essere al contempo un legittimo attore degli ecosistemi a cui appartiene e un elemento di instabilità per i centri rurali, la specie da cui hanno avuto origine gli amati cani e un razziatore di animali allevati, un essere dall’aspetto magnetico e dal comportamento affascinante e, talvolta, un pericolo per la vita stessa degli umani. > Superare a piedi i confini attraversati dal lupo solitario Slavc è il modo > migliore per mettersi in ascolto di una natura indomita e allo stesso tempo > vulnerabile, ma anche di un mondo rurale che tenta con tutte le sue forze di > sopravvivere all’ineluttabile sviluppo della società e di difendere le sue > radici e tradizioni. Se è parzialmente vero che, come afferma con tono di speranza Weymouth, “Abbiamo aperto le nostre porte a quella che un tempo era la più denigrata delle creature e le abbiamo permesso di costruire nuove vite in terre antiche”, a distanza di pochi anni dal termine della sua avventura è difficile abbracciarne lo stesso ottimismo: a maggio scorso il Parlamento europeo ha appoggiato la proposta della Commissione di modificare la Direttiva habitat e declassare lo status del lupo da “strettamente protetto” a “protetto”. Inoltre, le cronache italiane accolgono numerosi casi di uccisioni illegali e crudeltà nei confronti di questi mammiferi. Non sarà l’attribuire a un animale un’accezione simbolica, ascoltare una singola storia avvincente o nutrire il mistero che avvolge questo essere vivente a darci la speranza e, soprattutto, gli strumenti per invertire le dinamiche di ignoranza e morte in atto. O per lo meno non possiamo contare solo su questo. Una via alternativa è tracciata proprio tra le righe di quest’opera: la ricerca, la conoscenza, il confronto aperto, la comprensione delle ragioni dell’altro ‒ animale umano o non umano ‒ possono essere basi solide per la coesistenza, per quel futuro in cui avremo il coraggio e la forza di guardare avanti e non voltarci più indietro, per quei giorni in cui il lupo non sarà né un romantico salvatore né un folle carnefice. Sarà solo un lupo. L'articolo Il lupo solitario di Adam Weymouth proviene da Il Tascabile.
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Belém: voci fuori dalla COP30
I l 15 di novembre decine di migliaia di persone marciano per le strade della città brasiliana di Belém, in Brasile, dove è in corso la trentesima conferenza dell’ONU sul clima (COP, Conference of the Parties). L’hanno chiamata la COP del popolo, la COP dell’Amazzonia, la COP delle popolazioni indigene. C’è del vero in questo, dal momento che gli attivisti hanno occupato numerosi spazi della città e, in varie forme, hanno fatto di tutto per farsi ascoltare. È la COP del popolo, ma gran parte del popolo è fuori dai cancelli della Zona blu, sede dei negoziati, e, soprattutto, è lontano dai metal detector e dalle pareti bianco-grigie della COP ufficiale che i popoli possono lanciare i propri messaggi di rabbia e disperazione. È la controCOP del popolo, che ha dovuto ritagliarsi i suoi spazi. In manifestazione le rivendicazioni scritte con cura sui cartelloni, sugli striscioni e sulle magliette sono variegate: “Non esiste il capitalismo verde: Amazzonia viva, popolo forte”; “Agro è veleno”; “Protezione animale mondiale”; “Il sistema deve cambiare”; “Hanno rubato le nostre terre e ora vogliono rubare il nostro futuro”. Un cartellone verde mi colpisce più degli altri: “Il Rio Tapajós chiede soccorso”. È tenuto alle due estremità da due giovani donne indigene, entrambe truccate nella maniera tradizionale, ferme immobili fra il caos di persone che occupa la strada. Alle persone che le fotografano indicano la propria maglietta bianca: “Mulheres indigenas As Karuana”. Le parole scritte sul loro cartellone mi si fissano in testa, e ancora vi rimangono, perché risuonano con le lacrime di una donna con cui ho parlato qualche giorno prima nel quartiere periferico di Guamá. Indicando la propria casa fatta di palafitte e travi di legno, l’immondizia disseminata per terra e suo figlio, aveva detto: “Continuiamo a chiedere aiuto, ma nessuno ci ascolta. Vi prego, aiutateci”. Immagino che queste tre donne non si conoscano, ma le loro parole tessono un filo che le unisce e che unisce la resistenza indigena alla resistenza di coloro che abitano i quartieri più poveri e dimenticati. Tuttavia, se da un lato le popolazioni native sono riuscite in occasione di questa COP a far sentire la propria voce, gridando più forte del silenzio gelido emanato dalla Zona blu, dall’altro il grande evento climatico dell’anno invadeva la città, portando miglioramenti estetici e strutturali, turismo, denaro, mentre chi abita le zone più povere e in difficoltà è rimasto ai margini, escluso dalla maggior parte dei dibattiti. Forse è questo il più grande fallimento della COP, come accade a tanti grandi eventi. L’importanza degli spazi che l’evento va a occupare viene narrata solo a livello geopolitico, geografico, ambientale, e non chiama a consulta la maggior parte delle persone che quegli spazi li camminano ogni giorno, le persone che chiamano casa quella città o quello Stato. In questo caso, persone che vivono ogni giorno gli effetti dei cambiamenti climatici.   La manifestazione del 15 novembre 2025 fuori dal mercato di São Brás, Belém (fot. Sophia Grew). La “COP dei popoli” André Corrêa do Lago, il presidente della COP30, ha parlato del grande evento usando il concetto braziliano di mutirão, assimilabile allo spagnolo minga: definisce il lavoro di una comunità che si riunisce per lavorare a uno scopo comune, generalmente per il bene di tutti, senza compenso economico ma per il supporto reciproco. Mutirão è una parola originaria della famiglia di lingue indigene tupí-guaraní e il presidente della COP30 ha voluto usarla per invitare il mondo a mobilitarsi in maniera collettiva nell’azione contro i cambiamenti climatici: “Condividendo questa conoscenza ancestrale e la tecnologia sociale, la presidenza della COP30 invita la comunità internazionale a unirsi al Brasile in un mutirão globale contro i cambiamenti climatici, uno sforzo globale di cooperazione fra popoli per il progresso dell’umanità”. Ma bastava passare fuori dai cancelli della Zona blu, fra le persone benvestite che si scattavano foto di gruppo e selfie davanti alla scritta “Cop30”, per sentire che il vero mutirão, la vera minga, non stava avvenendo lì. E forse non stava avvenendo neanche nella Zona verde o nella Free zone. Negli auditorium delle università, leader indigeni e attivisti raccontavano la lotta per proteggere i propri territori, in Brasile, Ecuador, Perù e Colombia ma anche in angoli più lontani del mondo. > Se da un lato le popolazioni native sono riuscite in occasione di questa COP a > far sentire la propria voce, dall’altro il grande evento climatico dell’anno > ha portato turismo e denaro, mentre chi abita le zone più povere della città è > rimasto ai margini, escluso dai dibattiti. Gli occhi del mondo si sono rivolti ai popoli indigeni arrivati fino a Belém, vestiti da capo a piedi con i loro abiti tipici, una rivendicazione della propria cultura che partiva dalla propria presentazione estetica. Il governo brasiliano ha organizzato un villaggio, Aldeia, per accogliere le popolazioni indigene di tutto il mondo durante la conferenza, allestita in una delle sedi dell’Università federale di Pará. Alla serata di apertura alcuni gruppi di persone indigene, fra cui famiglie intere, hanno inaugurato lo spazio con danze e canti. Intorno, una schiera di fotografi li circondava. Alla fine, in effetti, la COP30 è stata la COP con la maggiore partecipazione indigena della storia, con almeno tremila rappresentanti. “Finora, il numero massimo è stato di 350 indigeni provenienti da tutto il mondo, alla COP21 di Parigi nel 2015 e anche alla COP28 di Dubai. Ora stiamo richiedendo, insieme alla presidenza della COP, la partecipazione di 500 indigeni dal Brasile e 500 indigeni da tutte le altre parti del mondo. In altre parole, stiamo parlando di mille indigeni accreditati nella Zona blu”, aveva affermato Sonia Guajajara, ministra dei Popoli indigeni del Brasile. Dunque, solo una parte delle persone indigene presenti ha potuto effettivamente accedere all’area dei negoziati. Una mattina osservo una famiglia avvicinarsi alle transenne che separano il cortile dalla Zona blu, con i metal detector, le pareti bianco-grigie e le luci al neon. Il padre indossa un copricapo di piume. Si avvicina alle guardie che sorvegliano l’ingresso, ma viene rimandato indietro: non ha un pass per entrare. L’uomo comprende, non protesta, ma tira fuori il telefono dalla tasca e scatta una foto alla scritta: “Welcome to COP30”. Gli occhi del mondo, dunque, si sono rivolti a quelle popolazioni che vivono a stretto contatto con l’ambiente naturale e che percepiscono, soffrendole, le sue alterazioni. Spesso la cosmovisione e la spiritualità di questi popoli ha un legame essenziale con i fiumi, le montagne, i boschi, il sole, la luna; ma, soprattutto, i popoli originari vivono di questi elementi stessi. Se utilizzano l’acqua dei fiumi per bere, per lavarsi, per cucinare, nel momento in cui il fiume viene contaminato dal petrolio, perdono la loro principale forma di sussistenza. Ad esempio, gli sversamenti di crudo nelle zone amazzoniche sono tanti e ognuno di essi finisce per impattare sulla salute e sull’economia familiare delle comunità che vivono vicino ai pozzi e ai tubi che trasportano il petrolio. Nonostante l’esplicita decisione del governo brasiliano di mettere le popolazioni indigene al centro di questa COP, non tutti coloro che partecipano si sentono ascoltati e giustamente rappresentati. Nei confronti dei negoziati percepisco un generale senso di sfiducia, e a ragione, dal momento che il sistema di pressione e trasparenza implicito in accordi come quelli di Parigi del 2015 ha dimostrato la sua fallibilità: gli Stati non hanno rispettato le promesse sottoscritte. Le temperature globali continuano a innalzarsi e chi vive in Amazzonia ne percepisce da tempo le conseguenze. E, soprattutto, nemmeno a livello locale le popolazioni impattate hanno visto miglioramenti. “Veniamo qui per ascoltare”, mi dice un leader indigeno della nazionalità Shuar dell’Ecuador, mentre si accinge a varcare l’ingresso della Zona blu. “Sappiamo che quello che diranno ci riguarda e ci impatta, dunque veniamo per ascoltare e per comprendere”. A tutti chiedo la stessa cosa: se sentono che la loro presenza qui possa avere un impatto. E tanti rispondono che dentro i negoziati non c’è speranza, ma che fuori, fra comunità e attivisti, si può smuovere qualcosa. “A volte torniamo a casa con la sensazione che siamo stati qua, ma non è cambiato nulla, non cambierà nulla nel sistema e ancora una volta torneremo alla vita di sempre”, mi dice un attivista. Da trent’anni lotta contro le estrazioni petrolifere nella sua comunità e ha l’aria stanca. > In effetti, la COP30 è stata la COP con la maggiore partecipazione indigena > della storia, con almeno tremila rappresentanti. Un partecipante su 25 nella COP30 rappresenta l’industria dei combustibili fossili, stando a un’analisi della coalizione Kick Big Polluters Out (KBPO), per un totale di 1600 lobbisti del fossile. Il Paese che ha una delegazione più folta è il Paese ospitante, il Brasile. D’altronde, gli ultimi tre vertici erano stati ospitati da Stati petrolieri: Azerbaijan, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, con un record di 2456 lobbisti di olio e gas presenti alla COP28. E ancora, una ventina di giorni prima dell’inizio della conferenza climatica in Brasile, le autorità hanno rilasciato alla compagnia petrolifera Petrobras una licenza per perforare un pozzo esplorativo nel bacino di Foz do Amazonas, la foce del Rio delle Amazzoni. Questa è l’area geografica in cui il fiume più lungo del mondo sfocia nell’Oceano Atlantico; è un luogo ricco di biodiversità ed è la casa di diversi popoli indigeni. Martedì 11 novembre un gruppo di persone indigene valica i cancelli e la sicurezza della Zona blu, rompendo una barriera simbolica piuttosto importante. Il venerdì della stessa settimana, una cinquantina di persone della popolazione Munduruku protestano bloccando pacificamente l’ingresso ai negoziati. Dopo qualche ora, non vi è traccia di loro, ma davanti alla Zona blu marciano le forze dell’ordine, mentre volontari del WWF distribuiscono ventagli.   Alcune manifestanti il 15 novembre: «Amazzonia libera da petrolio e gas», «Delimitare i territori è combattere i cambiamenti climatici», Belém (fot. Sophia Grew). Qualcun altro mi fa notare che esistono spazi di condivisione e di creazione di soluzioni, come la Cupola dos povos, la People’s summit, dove si può provare una sensazione del tutto diversa. Nei giardini e nelle aule dell’Università che ospita il controevento si respira il confluire di numerose lotte. Oltre cinquemila persone e duecento imbarcazioni hanno riempito il fiume Guamá durante la Barqueata di inaugurazione e oltre venticinquemila persone si sono registrate per partecipare a dibattiti, seminari, eventi. Nella dichiarazione finale, le istanze emergono con chiarezza. No alle false soluzioni del mercato, perché “aria, foreste, acqua, terra, minerali e fonti di energia non possono essere proprietà privata”. E ancora: “Chiediamo la partecipazione e la leadership dei popoli nella costruzione di soluzioni climatiche, riconoscendo il sapere ancestrale”. Chiedono dunque la fine dei combustibili fossili, il sostegno all’agroecologia, i diritti territoriali degli indigeni, città senza segregazione e razzismo ambientale, e che finalmente cessi il dominio delle grandi aziende multinazionali. È una lotta che non aspetta, ma che si organizza, punta il dito contro i responsabili e propone soluzioni eterogenee, il vero mutirão di questa COP30. Silenzio in periferia “Chiediamo la lotta contro il razzismo ambientale e la costruzione di città e periferie vivibili attraverso l’attuazione di politiche e soluzioni ambientali. L’edilizia abitativa, i servizi igienico-sanitari, l’accesso e l’uso dell’acqua, il trattamento dei rifiuti solidi, il rimboschimento e l’accesso alla terra e ai programmi di regolarizzazione fondiaria devono tenere conto dell’integrazione con la natura”. È uno dei punti della dichiarazione finale del People’s summit. Le periferie cittadine hanno preso poco spazio sui media, anche se molte persone si sono attivate a riguardo ed erano presenti sul territorio a Belém. La narrazione di questa COP ha giocato molto intorno ai concetti di “centro” e di “periferia”: è la prima conferenza sul clima che si tiene in Amazzonia, il polmone del mondo, una delle zone più fragili e più importanti per la regolazione delle temperature, troppo spesso lasciata da parte e dimenticata. Qui, al centro del globo, dopo anni di silenzio convergono a una COP coloro che sono marginalizzati. È la COP delle periferie del mondo, al centro del mondo. Ciò che è centro e ciò che è periferia si scambiano, per una manciata di giorni, a Belém. In realtà, appunto, il distacco fra le istanze popolari e ciò che avviene nei negoziati sembra prevalere, e questa distanza pare ancora più forte per quanto riguarda le periferie, che non trovano nei media e nella discussione pubblica lo stesso spazio trovato dalle comunità indigene. Eppure, l’Amazzonia non è solo una terra naturale di popolazioni originarie, palme, fiumi e cascate. In Amazzonia oggi ci sono grandi città, come Belém, nella cui area metropolitana vivono due milioni e mezzo di persone: la maggior parte di loro vive in baraccopoli. Qui, i cambiamenti climatici da tempo impattano la vita quotidiana. In occasione della COP il governo dello Stato del Pará ha avviato progetti infrastrutturali per lo sviluppo urbano e per accogliere i turisti, come il Parque da cidade, Parco della Città, cinquecentomila metri quadrati con museo, ristoranti, percorsi pedonali e ciclabili. Un primo punto critico è che il progetto è in mano al gigante minerario Vale, responsabile di due disastri ambientali: nel 2015 e nel 2019 erano crollate le dighe di scorie nello Stato di Minas Gerais, causando la morte 291 persone e contaminando i fiumi per centinaia di chilometri. Inoltre, anche se il parco dopo la COP diventerà un luogo pubblico, il rischio di queste innovazioni urbane è che finiscano per contribuire a un generale aumento dei prezzi, quindi escludendo i ceti popolari. > Gli Stati non hanno rispettato le promesse sottoscritte. Le temperature > globali continuano a innalzarsi e chi vive in Amazzonia ne percepisce da tempo > le conseguenze. Già in passato l’espansione della città non è stata neutrale, ma ha prioritizzato gli interessi del mercato immobiliare, relegando le classi meno abbienti in zone fatiscenti. C’è il rischio che anche gli abbellimenti portati dalla COP attraggano nei quartieri investimenti e abitanti più ricchi, innescando il meccanismo di espulsione dei ceti bassi che è tipico della gentrificazione. Sta già succedendo. “Sebbene l’inflazione in Brasile e a Belém non sia significativamente diversa (rispettivamente 4,68% e 4,87% su 12 mesi), le voci dalla COP30 raccontano una storia diversa. I prezzi degli alloggi in Brasile, ad esempio, sono aumentati del 10,33%, mentre l’aumento a Belém ha raggiunto il 19,17% nello stesso periodo”, riporta Valor International. Chi non ha già un contratto di affitto a lungo termine dovrà sottoscrivere un contratto che sarà inevitabilmente influenzato da questo andamento dei prezzi. In poche parole, le case sono già diventate più care per i residenti di Belém. Un’altra infrastruttura figlia della COP30 è il nuovo mercato di São Brás. È stato ristrutturato per la COP30 e ora ha un aspetto nuovo e moderno, con le pareti tutte bianche. Perfetto per accogliere i turisti. Qui c’è la sensazione che il grande evento climatico stia portando cose buone, principalmente ricchezza. Anche nei dintorni, addentrandosi nel quartiere di Guamá, uno dei più grandi e popolosi della città, si sente dire che la città è migliorata. Canali che un tempo erano pieni di immondizie sono adesso ben costruiti e non gettano più un cattivo odore tutt’intorno. Ma più mi addentro nel quartiere, più le case intorno a me si fanno povere, più mi si appiccica addosso un senso di abbandono, riflesso dalle parole delle persone che incontro. Proprio quando imbocco uno dei primi vicoli che porta verso le case di legno costruite su palafitte, là dove l’acqua lambisce le porte delle case portando con sé immondizie e malattie, proprio addentrandomi in questa zona incontro un signore che mi dice che sì, la COP30 ha cambiato molte cose, “ma per me non ha ancora cambiato niente”. Alla prossima pioggia, tutto il quartiere si allagherà. Anche le strade principali saranno coperte d’acqua, le moto ci sfrecceranno dentro, quasi del tutto sommerse. Le case di legno sulle palafitte, dove vive la parte più povera della popolazione, si inonderanno e, ancora, l’acqua sporca trascinerà con sé bottiglie di plastica, tappi, batteri.   Uno scorcio della parte più periferica del quartiere di Guamá, Belém (fot. Sophia Grew). È da tempo che le classi più povere, relegate nelle periferie da meccanismi di questo tipo, soffrono i cambiamenti climatici. A questo proposito, cinquanta collettivi e mille leader comunitari di São Paulo hanno firmato la “Lettera di impegno – Periferie per il clima”, denunciando gli impatti ambientali sofferti nelle periferie e proponendo soluzioni; hanno portato le loro analisi e le loro istanze alla COP30. “Nel corso degli anni, queste comunità hanno vissuto tragedie causate da piogge intense, inondazioni e smottamenti. Se già prima questi disastri compromettevano le condizioni di vita delle persone, facendo loro perdere i propri beni e persino le proprie abitazioni, oggi hanno un impatto anche sulla loro salute fisica e mentale”. È dunque necessario che i cittadini siano coinvolti nelle decisioni che riguardano il loro territorio. E poi non ampliare le discariche nei quartieri più poveri, responsabilizzare le imprese che inquinano, migliorare la gestione dei rifiuti, l’educazione ambientale, l’edilizia popolare e i servizi igienico-sanitari di base. Scrivono: “Ci sono già morti nei quartieri per questioni ambientali. La leptospirosi, la dissenteria e la polmonite sono diventate frequenti e la nostra salute mentale sta crollando. Non può essere altrimenti per chi convive con fogne a cielo aperto e inquinamento dell’aria e dell’acqua. A questo si aggiunge il problema cronico della gestione dei rifiuti: inceneritori che avvelenano l’aria con gas tossici, discariche che contaminano il suolo e le falde acquifere, senza alcun tipo di pianificazione ambientale né attenzione per le popolazioni vicine. Questa politica di abbandono trasforma i nostri territori in zone di sacrificio, dove la vita della popolazione vale meno dei profitti delle aziende e della negligenza del potere pubblico”. > Quando imbocco uno dei vicoli che portano verso le case di legno dove l’acqua > lambisce le porte portando immondizie e malattie, incontro un signore che mi > dice che sì, la COP30 ha cambiato molte cose, “ma per me non ha ancora > cambiato niente”. La mobilitazione che è avvenuta in occasione della COP30 è forte, tocca dritto al cuore. Ciò che avviene dentro i negoziati, ad esempio il fatto che il testo finale non menzioni affatto una strada per l’abbandono progressivo dei combustibili fossili, non stupisce e sembra perdere di importanza. Ma nei quartieri e nelle foreste, le persone e i fiumi lanciano comunque grida di aiuto. I quartieri si inondano e si ammalano. Nella biodiversa Amazzonia che ha ospitato l’evento continuano le estrazioni petrolifere e la terra continua a essere contaminata da quello stesso petrolio che, bruciando, contribuisce al riscaldamento globale. Per quanto valorosa, questa lotta a oggi non basta a far cambiare rotta ai governi e alle multinazionali: le persone impattate dovranno essere coinvolte affinché non si trovino a chiedere, ancora una volta, aiuto. I decisori chiusi dentro alla Zona blu devono aprire le porte o, ancora una volta, toccherà entrare con la forza. 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Lo sfruttamento antropico dell’Amazzonia
L e foto di questi luoghi mi affascinano da sempre. Ricordo la prima volta che vidi quella diapositiva proveniente dalla macchinetta analogica di mio padre, che ora è la mia. La foto ritraeva i miei genitori davanti a una palafitta altissima e immersa nella foresta. Quella foresta è la foresta amazzonica peruviana e quella foto risale al loro viaggio di nozze nell’ormai lontano 1989. Proprio quest’anno a Palazzo delle Esposizioni a Roma ho visitato la mostra del World Press Photo e, tra le tante foto strazianti ma necessarie che erano appese alle pareti bianche, ho trovato anche l’Amazzonia, questa volta stravolta dalla crisi climatica. Un giovane che per portare il cibo a sua madre in un villaggio un tempo raggiungibile in barca, ora si trova costretto a percorrere a piedi il letto di un fiume in secca. Una donna vive con il suo compagno e la loro figlia di due anni in una “casa galleggiante” che, sempre a causa della siccità, sembra galleggiare sul deserto più che sul fiume.  Sono foto che mostrano gli effetti del cambiamento climatico come una realtà concreta capace di plasmare il futuro di comunità vulnerabili strettamente connesse con il mondo naturale. Con il nome Amazzonia si intende un bioma, ovvero un insieme di ecosistemi, che si trova nel nord dell’America latina e ne occupa il 40%. È una delle regioni più estese del pianeta che con i suoi 7,8 milioni di chilometri quadrati risulta grande due terzi dell’intera Europa. A occhi inesperti, l’Amazzonia potrebbe sembrare un ambiente umido stabile. In realtà, è caratterizzata da due stagioni distinte: la stagione delle piogge e la stagione secca. I livelli naturali di inondazioni e siccità però stanno venendo potenzialmente alterati dal cambiamento climatico con conseguenze che vanno ben oltre l’equilibrio dell’ecosistema amazzonico stesso. Il bacino amazzonico ospita la vasta e diversificata foresta pluviale amazzonica e il fiume più lungo al mondo, contribuendo così a diversi servizi ecosistemici. Da un lato, è il polmone verde che immagazzina l’anidride carbonica nella biomassa vegetale e nel suolo e produce circa il 20% dell’ossigeno mondiale contribuendo alla regolazione del clima locale e globale. Dall’altro, il Rio delle Amazzoni è il fiume che trasporta più acqua al mondo. Scorre dalle Ande all’Atlantico dove riversa ogni giorno circa 17 miliardi di tonnellate di acqua dolce, un quinto dello scarico mondiale, mantenendo i cicli dell’acqua attraverso il sistema delle correnti che distribuiscono calore sul pianeta. Il maestoso fiume sta però affrontando livelli record di acque basse a causa della grave siccità. > L’Amazzonia è il polmone verde che produce circa il 20% dell’ossigeno mondiale > contribuendo alla regolazione del clima locale e globale, mentre il Rio delle > Amazzoni è il fiume che trasporta più acqua al mondo. La crisi climatica qua si mostra come una vera e propria crisi ecologica che minaccia la biodiversità, sconvolge gli ecosistemi e colpisce le comunità locali che dipendono dai fiumi per la sopravvivenza.  La maggior parte della foresta, quasi i due terzi, è all’interno dei confini brasiliani. Altri Paesi dove si estende la foresta includono Perù (circa 13%), Colombia (10%) e altri in misura minore come Bolivia ed Ecuador. Al confine tra Perù, Brasile e Bolivia vive la più alta concentrazione di tribù isolate al mondo. I confini dei territori che abitano, la cosiddetta Frontiera incontattata, devono essere sorvegliati per impedire incursioni di persone non autorizzate. La loro casa, quindi, risulta in pericolo: la deforestazione, l’inquinamento e le altre pressioni antropiche del mondo globalizzato sono gravi minacce per la loro sopravvivenza. Nel 2024 il Brasile ha perso 2,8 milioni di ettari di foresta, due terzi dei quali a causa degli incendi, spesso appiccati per fare posto alle coltivazioni di soia o agli allevamenti di bestiame. Nel complesso si sta comunque parlando di un anno in cui lo Stato brasiliano ha registrato una riduzione della deforestazione del 32,4% rispetto al 2023 (377.708 ettari). Il calo è attribuibile alle politiche di controllo dell’attuale governo, ma è ancora lontano il raggiungimento dell’obiettivo di zero deforestazione entro il 2030, annunciato dal presidente Lula all’inizio del suo mandato. Il dato riportato, anche se inferiore all’anno precedente, è comunque allarmante: in media, sono stati rasi al suolo 1.035 ettari di foresta al giorno, sette alberi ogni secondo. A oggi, la deforestazione cumulativa per l’intero bioma amazzonico è stimata in circa il 18% della sua estensione dal 1987. Questo dato è in costante aumento e già equivale alla somma delle superfici di Francia, Italia e Portogallo. Numerosi modelli predittivi indicano il 20% di deforestazione cumulativa come un punto critico, un vero e proprio punto di non ritorno (o  tipping point), la soglia oltre la quale la foresta si trasformerà in modo irreversibile innescando cambiamenti che possono autoalimentarsi e avere effetti a cascata su altri sistemi. La deforestazione incide direttamente sull’ecosistema, creando aree più asciutte e suscettibili agli incendi. Allo stesso tempo, il cambiamento climatico rende la foresta intrinsecamente più vulnerabile alla siccità. Quando queste due forze si combinano, il rischio aumenta esponenzialmente: una foresta già indebolita dalla deforestazione ha meno capacità di resistere a una siccità estrema indotta dal clima. Dati satellitari e modelli ecologici hanno dimostrato che la resilienza della foresta ai disturbi è in diminuzione dai primi anni 2000 e gli ultimi due anni hanno registrato una delle peggiori siccità della storia. Tra aprile e giugno 2024, ci sono state precipitazioni da record nello stato di Rio Grande do Sul, in Brasile. Queste hanno causato la peggiore inondazione nella storia della regione. Più di mezzo milione di persone sono state sfollate e più di 183 sono morte nelle inondazioni. Lo scorso 21 maggio il senato brasiliano ha approvato un disegno di legge che allenta le norme sulle licenze ambientali cancellando ogni regolamentazione per vari progetti, dalla produzione di carne alla deforestazione. Il disegno di legge viene chiamato in gergo anche “‘progetto di legge della devastazione’ e non è un buon segnale ma è solo una conseguenza della situazione politica che abbiamo in Brasile”. Queste le parole di Emanuela Evangelista, biologa specializzata nello studio dei mammiferi acquatici, membro dell’Unione internazionale per la conservazione della natura, presidente di Amazônia ETS e trustee di Amazon Charitable Trust, organizzazioni che collaborano con i popoli della foresta per la conservazione dell’ambiente e la tutela dei loro diritti. > La deforestazione, l’inquinamento e le altre pressioni antropiche del mondo > globalizzato sono gravi minacce per la sopravvivenza della cosiddetta > Frontiera incontattata. L’instabilità politica di cui parla è data da una semplice questione numerica. Il presidente in carica, Luiz Inácio Lula da Silva, è stato eletto a gennaio 2023, ottenendo solo il 50,89% dei voti contro il 49,11% di Bolsonaro, trovandosi quindi a rappresentare un Paese profondamente spaccato in due. “C’è quindi una questione aperta sullo sviluppo della regione amazzonica. Una delle regioni più povere di tutto il Brasile, con circa il 50% degli abitanti che sta sotto la soglia della povertà”, continua Evangelista. Il presidente si trova a governare in un clima politico estremamente teso e polarizzato dove la sua visione non trova sempre la maggioranza, cedendo così al modello proposto dall’opposizione. Un modello che da europei conosciamo molto bene, basato sul raggiungimento di uno sviluppo economico ottenibile con l’aumento di agricoltura, pascolo, estrazione mineraria e costruzione di infrastrutture. “L’Amazzonia è destinata al collasso che si può evitare solamente in due modi: proteggendo le foreste che sono rimaste ancora intatte, come questa in cui vivo, e riforestando dove la foresta è già stata tolta”. Evangelista ha scelto infatti di vivere da 25 anni proprio in quello che lei definisce “il cuore della foresta”. Un cuore che sta iniziando a soffrire in maniera pesante il cambiamento climatico. Proprio da là ha fondato l’organizzazione no profit Amazônia ETS per una “visione globale di pianeta perché, quando hai a che fare con le sfide ambientali, i confini non esistono”. Tra i tantissimi progetti di sensibilizzazione, conservazione e sviluppo sostenibile che l’organizzazione propone ce n’è uno, in collaborazione con l’Istituto brasiliano per lo sviluppo e la sostenibilità (IABS), dal nome Insieme piantiamo il futuro. Si parla dell’attuazione di un vero e proprio corridoio ecologico di biodiversità tra gli Stati brasiliani di Maranhão e Pará, la cui capitale, Belém, ha ospitato la 30ª Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30) dal 10 al 21 novembre 2025. “I corridoi ecologici di biodiversità servono a collegare frammenti di foresta che, a causa della deforestazione, sono rimasti isolati per farli diventare di nuovo ambienti possibili per la vita”. Spostandoci invece nella parte più occidentale dell’area amazzonica raggiungiamo il Parco nazionale del Yasuní, localizzato nell’Amazzonia ecuadoriana e designato come patrimonio UNESCO nel 1989. In Ecuador, la foresta amazzonica copre circa la metà del territorio nazionale, sebbene rappresenti solo il 2% del bioma amazzonico totale. È una delle aree più ricche di biodiversità al mondo, nonché la casa di diversi gruppi di popolazioni indigene, tra le quali le Tagaeri e Taromenane che vivono in isolamento volontario. Un luogo incontaminato in cui però, da più di mezzo secolo, le aziende petrolifere bruciano il gas naturale prodotto dall’attività estrattiva emettendo sostanze altamente tossiche e dannose per l’ambiente e per la salute. Rappresentando la maggior parte del bilancio generale dello Stato, la questione petrolifera in Ecuador è stata e continua tutt’ora a essere irrisolta. Per anni l’azienda Chevron-Texaco ha violato le norme ambientali riversando nei fiumi 16 miliardi di tonnellate di acque reflue: per questo nel 2011 è stata condannata a pagare all’Ecuador 9,5 miliardi di dollari per il danno ambientale causato. La compagnia ha poi lasciato il Paese, ma 14 anni dopo il risarcimento non è stato ancora versato. Ancora oggi, l’Unione delle persone colpite dalla Chevron Texaco (UDAPT), un’organizzazione che unisce almeno 80 comunità residenti nelle aree contaminate, ha mappato quasi 500 torri di combustione attive nell’Amazzonia ecuadoriana, testimoniando e denunciando gli sversamenti che quotidianamente colpiscono l’area. All’interno del Parco nazionale del Yasuní ci sono sette blocchi petroliferi, tra cui il blocco 43, rimasto intatto almeno fino al 2013. Questo, noto anche come ITT, comprende i giacimenti di Ishpingo, Tambococha e Tiputini ed era stato oggetto dell’iniziativa Yasuní ITT: una proposta lanciata nel 2007 dal governo di Rafael Correa che mirava a evitare lo sfruttamento petrolifero nella zona più remota e meglio conservata del Parco nazionale in cambio di 3,6 miliardi di dollari di risarcimento da parte della comunità internazionale. Nel 2013, quando era stato raccolto nemmeno lo 0,5% di quanto previsto, l’iniziativa fallì e nella zona iniziò l’estrazione. Molti gruppi di giovani attivisti si unirono per difendere le riserve di petrolio dell’ITT, dando vita al collettivo YASunidos. Il gruppo si attivò per raccogliere firme e promuovere una consultazione popolare, ma le diffamazioni subite permisero di indire un referendum abrogativo solo dieci anni dopo. Così nell’agosto 2023, il 60% degli ecuadoriani ha votato a favore del mantenimento a tempo indeterminato delle riserve petrolifere nel sottosuolo e dunque del blocco delle attività estrattive, in un referendum che è passato alla storia. > Il presidente Lula si trova a governare in un clima politico estremamente teso > e polarizzato dove la sua visione non trova sempre la maggioranza, cedendo > così al modello proposto dall’opposizione. Oggi, a due anni di distanza, l’Ecuador si trova in una situazione precaria sotto molti aspetti. A inizio 2024 il governo di Daniel Noboa aveva annunciato la necessità di mettere in atto misure che consentissero al governo di riprendere il controllo del Paese. Queste misure includono la promozione dell’estrazione mineraria su larga scala, che interessa 20 delle 24 regioni dell’Ecuador, e la moratoria sul risultato del referendum per almeno un altro anno. Le recenti violenze e i disordini interni hanno fornito al presidente Noboa, nuovamente rieletto ad aprile di quest’anno, una scusa per continuare le trivellazioni nei principali giacimenti petroliferi all’interno del Parco nazionale Yasuní. “Il governo continua con lo sfruttamento illegale del giacimento petrolifero. In questo momento stanno estraendo circa 40.000 barili di petrolio da questo blocco in cui ci sono anche più di 30 fuoriuscite di petrolio”, ci spiega Pedro Bermeo Guarderas, coordinatore legale e portavoce del collettivo YASunidos, nonché uno tra i promotori ufficiali del referendum del 2023. “Questo è totalmente illegale. Persino lo scorso marzo la Corte interamericana dei diritti umani (la CIDH), che è la corte più alta della regione, ha emesso una sentenza che obbliga il governo a rispettare il referendum” continua Bermeo. Va inoltre sottolineato che per la costituzione dell’Ecuador l’adempimento dei referendum è obbligatorio, “Non è qualcosa che il governo può decidere o meno”, ricorda l’attivista. La Costituzione andina si distingue anche per essere la prima al mondo a riconoscere la natura come soggetto di diritto. “La stessa natura che stanno privatizzando e trasformando in un prodotto”, sottolinea Bermeo, facendo riferimento alla legge organica sul recupero delle aree protette e la promozione dello sviluppo locale, che è stata pubblicata il 14 luglio nel registro ufficiale della Repubblica dell’Ecuador. Una legge approvata in tutta fretta come una questione di urgenza in materia economica e che mette a rischio la conservazione dell’ambiente, la gestione pubblica dei territori protetti e i diritti collettivi. “Stanno violando ancora una volta i diritti. Quindi ci sono due problemi, uno relativo alla natura e l’altro alle comunità indigene, violando il diritto alla consultazione preventiva”, denuncia Bermeo. L’attivista fa riferimento a un altro diritto presente nella Costituzione, che garantisce ai popoli indigeni la consultazione preventiva sui piani di sfruttamento dei loro territori. E considerando che “nelle comunità indigene più di 2.000 milioni di ettari di aree protette si intersecano con i loro territori ancestrali, questa legge è anche contro di loro”. Una legge contro più di 750.000 indigeni appartenenti a più di 12 gruppi etnici differenti. Oltre le comunità che scelgono di vivere senza contatti con la società esterna, anche gli altri hanno una forte connessione culturale e spirituale con la natura e la terra, che considerano fonte di vita e sostentamento. Concludo le chiamate con Evangelista e Bermeo con la voglia di viaggiare e raggiungere queste mete, purtroppo divenute popolari soprattutto nel last chance tourism, quel turismo che mira unicamente a godersi il privilegio di poter sfruttare e fotografare le meraviglie della natura prima che scompaiano. Da un lato vorrei liberarmi da questo peccato originale che è l’occhio coloniale che ci marchia e mi chiedo se sia veramente possibile parlare di ecoturismo in queste aree. L’audio della chiamata non era ancora spento e Bermeo mi risponde prontamente portandomi l’esperienza di una forma di turismo possibile. Mi parla del turismo comunitario, un turismo ecologico, che rispetta la comunità ed è gestito dalla comunità stessa. Una ragione anche “per fornire un’alternativa alle comunità che sono totalmente abbandonate dal governo e che si trovano a dover collaborare con attività estrattive o minerarie”. L'articolo Lo sfruttamento antropico dell’Amazzonia proviene da Il Tascabile.
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Il paesaggio che (non) ascoltiamo
A lla parola paesaggio comunemente associamo la vista su delle colline, il verde dei boschi, una pianura nella nebbia: molto dipende da dove siamo cresciuti, qual è il posto a cui siamo legati in modo particolare, ma tendenzialmente il paesaggio, nella nostra testa, somiglia molto a un quadro, è un panorama legato quasi esclusivamente alla vista. Eppure un aspetto fondamentale dei luoghi è quello sonoro: ogni posto ha un suo soundscape, un paesaggio sonoro specifico, che varia, esattamente come l’aspetto visivo, allo scorrere delle ore del giorno e della notte, nell’alternarsi delle stagioni, al passare degli anni. Per chi vive in città il soundscape è un assedio di rumori incessanti, ma anche quei luoghi che consideriamo più silenziosi – la cima di una montagna, una spiaggia deserta – sono intessuti di suoni. Fra questi due estremi, dal fastidio violento alla piacevolezza pacifica, si muove la considerazione quasi puramente estetica che abbiamo del paesaggio sonoro: ma prestare attenzione a cosa ci dicono i suoni può essere fondamentale per accorgerci dei cambiamenti avvenuti in un ambiente, della riduzione della biodiversità, della salute di un territorio, e dei benefici o danni che i suoni possono apportare agli esseri viventi che lo abitano. A volte, infatti, è proprio tendendo l’orecchio al paesaggio che ci arriva un segnale di allarme. Primavera silenziosa, il famoso saggio di Rachel Carson pubblicato nel 1962 che in qualche modo ha dato avvio al movimento ecologista statunitense, si apre con una domanda: “Perché tacciono le voci della primavera in innumerevoli contrade d’America?”. Il silenzio che improvvisamente dominava la primavera, al posto del canto di innumerevoli specie di uccelli e del ronzio delle api, è l’aspetto scelto dalla biologa per presentare, fin dal titolo, la sua indagine sulle conseguenze dell’uso indiscriminato del DDT e di altri fitofarmaci. Qualche anno dopo, all’incirca dalla fine degli anni Sessanta, alcuni studiosi hanno cominciato a occuparsi di ecologia acustica, o ecologia dei paesaggi sonori – ossia quella branca dell’ecologia che studia le relazioni fra i suoni di un paesaggio e gli esseri viventi che lo abitano – nella convinzione che l’aspetto sonoro delle questioni ambientali sia un tassello importante, che ci può dire molto sullo stato di salute degli ecosistemi, sulla progettazione degli spazi urbani, sui modi di condurre la transizione, sulle vite che vogliamo, perfino sulla pace che desideriamo. > Quando parliamo di paesaggio tendenzialmente pensiamo a un panorama legato > quasi esclusivamente alla vista. Eppure, un aspetto fondamentale dei luoghi è > quello sonoro: un paesaggio altrettanto specifico, che varia allo scorrere > delle ore del giorno e della notte, nell’alternarsi delle stagioni, al passare > degli anni. Occuparsi di ecologia richiede spesso di impegnarsi a prestare attenzione a ciò che alla nostra attenzione sfugge, perché difficile da comprendere, perché invisibile, perché su scala troppo grande per averne una visione completa, perché ha una dimensione temporale sfasata rispetto agli interessi politici e alla nostra capacità di proiettarci nel futuro: a queste difficoltà, nel caso dell’ecologia dei paesaggi sonori, si aggiunge il fatto che la vista, per gli umani, è il senso a cui affidiamo gran parte delle nostre valutazioni, l’udito ha un posto secondario, almeno a livello conscio, ed è così che sottovalutiamo gli effetti dell’inquinamento acustico sulla nostra salute, i danni provocati dai rumori delle guerre, la ricchezza sonora che stiamo perdendo assieme alla biodiversità, e quanto sia importante, nell’immaginare il futuro, pensare anche a come questo suonerà. L’antropofonia e l’inquinamento acustico Per cominciare a indagare di cosa è fatto un paesaggio sonoro possiamo partire dalla divisione dei suoni in tre macrocategorie, o domini. Il primo è la geofonia, ossia l’insieme dei suoni naturali provenienti da fonti abiotiche – il mare, un fiume, il vento, un tuono, il brontolio selvaggio di un terremoto, l’eruzione di un vulcano: ed è proprio l’eruzione del Krakatoa nel 1883 ad aver generato l’onda sonora più potente mai registrata, con un boato di 310 decibel (dB). C’è poi la biofonia, tutti quei suoni naturali emessi dagli esseri viventi, animali e vegetali. Infine, l’antropofonia, cioè ogni nota, rumore, boato o scricchiolio prodotti dagli umani, dalla musica più raffinata all’insopportabile rombo di un aereo in decollo. > Se sul posto di lavoro esistono, in Italia, norme precise sui limiti di > esposizione al rumore, per quanto riguarda le città esistono solo delle > raccomandazioni dell’OMS che vengono in larghissima parte disattese. È proprio l’insieme dei rumori artificiali prodotti dalle attività umane a costituire il tappeto sonoro predominante per chi vive nelle aree urbane: nel mondo circa il 55% della popolazione, che si stima diventerà il 68% entro il 2050; in Italia la percentuale si aggira già attorno al 70% e sale al 91%, secondo i dati Istat, che però comprendono anche i centri abitati più piccoli. Se sul posto di lavoro esistono, in Italia, norme precise sui limiti di esposizione che fissano a 80 dB la soglia media di attenzione (con picchi non oltre i 135 dB) e a 87 dB la media massima che non può essere superata (con picchi di 140 dB), per i rumori degli ambienti urbani in cui siamo immersi esistono solo delle raccomandazioni dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che vengono in larghissima parte disattese. Secondo le linee guida sul rumore ambientale per l’Europa dell’OMS, infatti, il limite di esposizione al rumore del traffico su strada sarebbe di 53 dB di giorno, 45 dB di notte. Quasi un cittadino su tre, in Europa, vive in ambienti che superano, spesso anche di molto, questi limiti: sono circa novantadue milioni di persone. Diciotto milioni di persone, sempre in Europa, vivono in zone in cui il traffico ferroviario produce rumori oltre la soglia prevista; e due milioni e mezzo di persone sono esposte al rumore del traffico aereo. Effetti dell’inquinamento acustico La scarsa attenzione che prestiamo agli aspetti sonori dell’ambiente in cui viviamo si riflette anche nella poca considerazione che abbiamo per i danni che l’esposizione al rumore può avere: l’inquinamento acustico è fra le minacce ambientali più pericolose per la salute, dopo quello atmosferico e il caldo estremo. Lo scorso giugno, l’EEA (l’agenzia europea per l’ambiente) ha presentato il rapporto Environmental noise in Europe, secondo il quale l’inquinamento acustico è la causa di circa 66.000 decessi prematuri all’anno in Europa, 50.000 nuovi casi di malattie cardiovascolari e 22.000 casi di diabete di tipo 2. Oltre agli effetti diretti, ci sono quelli indiretti o a lungo termine, come acufeni, stress, ansia, disturbi del sonno e difficoltà di concentrazione, fino a depressione e demenza. Sono preoccupanti anche gli effetti sui più piccoli: pare che l’esposizione continua al rumore del traffico provochi difficoltà e ritardi nella lettura in circa mezzo milione di bambini e disturbi del comportamento su circa 60.000. Si stima anche che circa 272.000 casi di sovrappeso infantile possano essere associati a livelli alti di rumore. > L’inquinamento acustico è fra le minacce ambientali più pericolose per la > salute: basti pensare che ogni anno, solo in Europa, causa 66.000 decessi > prematuri. Per non parlare degli effetti indiretti su acufene, ansia, disturbi > del sonno, difficoltà di concentrazione e depressione. In complesso, sempre secondo lo stesso rapporto, in Europa perdiamo ogni anno 1,3 miliardi di anni di vita in buona salute (è l’indice DALY che somma gli anni di vita persi per morti premature a quelli vissuti con malattie o disturbi invalidanti). Un numero che fa impressione, ma forse non abbastanza da muoverci all’azione: stando alle proiezioni dell’agenzia europea, senza forti misure aggiuntive e senza nuovi investimenti non riusciremo a raggiungere l’obiettivo di ridurre del 30% entro il 2030 il numero di persone che subiscono alti livelli di inquinamento acustico (nello specifico, quello generato dal sistema dei trasporti). Eppure i danni elencati hanno un costo elevato, stimato in 95,6 miliardi di euro l’anno: un numero da citare non perché serva assegnare un valore economico alla nostra salute, ma per dare concretezza a qualcosa che ci sembra semplice tappeto sonoro – il rumore del traffico nelle città – e che solitamente consideriamo come secondario, incapace di produrre effetti concreti, quando invece è perfino misurabile, sui nostri corpi e sui bilanci degli Stati. Il rumore delle armi, il rumore come arma Se il rumore del traffico è diventato una presenza costante e pervasiva del paesaggio sonoro in cui siamo immersi, nel dominio dell’antropofonia in cima alla lista dell’intensità si trovano i suoni prodotti da armi e mezzi di guerra: il suono antropico più potente è quello generato dall’esplosione di una bomba atomica, che supera i 200 dB. Anche in questi casi l’aspetto acustico ci sembra marginale – e chiaramente di fronte a strumenti che producono morte il fatto che producano anche dei rumori è marginale – ma essere sottoposti continuamente a rumori così forti e innaturali, dal ronzio costante dei droni, al rombo degli aerei militari, e poi le esplosioni, gli spari, gli allarmi, le urla, ha degli impatti a lungo termine: in chi sopravvive; le conseguenze dell’esposizione prolungata a questo tipo di rumori sono una parte importante dei disturbi post-traumatici da stress, che spesso comprendono ipersensibilità ai rumori, specie se forti e improvvisi. > In cima alla lista dei suoni più potenti prodotti dall’essere umano ci sono > quelli generati da armi e mezzi di guerra: l’esplosione di una bomba atomica, > per dire, provoca un rumore che supera i 200 dB. Esiste inoltre un’intera categoria di armi che usano proprio le onde sonore come strumento di offesa: sono le armi soniche, o LRAD – Longe-Rage Acustic Device, dispositivi acustici a lungo raggio –, vietate in molti Paesi, fra cui la Serbia, che però è sospettata di averle utilizzate per disperdere la folla di manifestanti in piazza il 15 marzo 2025. Le autorità di Belgrado negano di aver utilizzato armi soniche, anche se hanno ammesso di averne acquistate. La popolazione ha richiesto delle indagini indipendenti per chiarire i fatti, ma quello che colpisce dei video diffusi in rete è l’invisibilità dell’onda che si abbatte sul corteo, che si divide in due, con le persone che scappano dal centro della strada, un’immagine che somiglia molto al rapporto che abbiamo con il suono: qualcosa che sfugge alla nostra attenzione, ma di cui subiamo l’impatto. Nel documentario Vibrations from Gaza, dell’artista Rehab Nazzal, il suono della guerra oltre che invisibile diventa anche inudibile: i protagonisti sono bambini sordomuti della Striscia di Gaza – una di loro, Amani, dice che “è una benedizione essere sorda, così sono la meno terrorizzata quando bombardano” –, e per tutto il film gli unici rumori sono il ronzio dei droni e le onde del mare. I bambini raccontano quello che percepiscono degli aerei da guerra e delle bombe che cadono: le vibrazioni dell’aria, del pavimento e dei loro corpi: la fisicità del rumore, che rende impossibile il silenzio, finché non c’è pace, perfino per chi non è in grado di udire la guerra. Il silenzio: non solo un’assenza di suoni Pace e silenzio sono due parole spesso associate: e come non si può definire la pace per negazione, come solo assenza di guerra, così non si può definire il silenzio per pura sottrazione del rumore. > Un esempio chiaro del modo antropocentrico che abbiamo di intendere il mondo è > che abbiamo fissato lo zero decibel non su un valore di reale silenzio, ma > sulla soglia minima di percezione umana. Eppure una prima idea di silenzio che ci viene alla mente è l’assenza di rumori umani: niente rombi di motori o stridore dei freni, niente auto, aerei e navi, niente bombe, niente fuochi d’artificio, niente allarmi, sirene e suonerie, niente annunci, megafoni e altoparlanti, niente cantieri, demolizioni e costruzioni. In breve, potremmo definire l’idea comune di silenzio come un paesaggio sonoro in cui manca tutto l’insieme dell’antropofonia: sottraendo i suoni di origine umana, rimangono quelli degli altri esseri viventi, o biofonia, e degli elementi naturali non viventi, come quelli prodotti dai movimenti dell’aria, dell’acqua o della terra, ossia la geofonia. Non è un silenzio assoluto, ma un silenzio naturale, che non ha niente a che vedere con un vuoto, ma è uno spazio sonoro pieno delle voci che altrimenti sono sopraffatte dai rumori artificiali: canti degli uccelli, frinire di insetti, onde del mare, scrosciare di fiumi e frusciare di foglie. In Storia naturale del silenzio (2024) Jérôme Sueur va a indagare proprio cosa c’è dentro il silenzio naturale, rendendo evidente che, se già prestiamo poca attenzione agli aspetti sonori delle nostre vite, ancora meno ne prestiamo al silenzio, che non è affatto univoco, né assoluto, né vuoto o assenza. Un esempio chiaro del modo tutto antropocentrico che abbiamo di intendere il mondo è che abbiamo fissato lo zero decibel non su un valore di reale silenzio, ma sulla soglia minima di percezione umana: esistono in realtà suoni che misurano decibel negativi perfettamente udibili da molte specie, ciascuna con una sua soglia di silenzio differente. > La nostra idea comune di silenzio è un paesaggio sonoro in cui mancano del > tutto i rumori umani: niente rombi di motori o stridore dei freni, niente > allarmi, sirene e suonerie, niente annunci, megafoni e altoparlanti, niente > cantieri, demolizioni e costruzioni. Nei linguaggi animali il silenzio non è vuoto, può essere un segnale amoroso, di allerta o di sfida, ma può essere anche un segnale di morte e perdita: quando una specie scompare, scompare anche il suono che è in grado di produrre. Così, come “il silenzio nelle contrade di America” indicava che qualcosa stava accadendo alle popolazioni di uccelli, registrare suoni e vibrazioni può dare indicazioni precise sullo stato di salute degli ecosistemi e sulla biodiversità che li abita. Il silenzio dell’estinzione: l’ecoacustica per il monitoraggio della biodiversità È da questo proposito – monitorare la biodiversità attraverso il suono – che, circa mezzo secolo dopo quell’intuizione di Rachel Carson, l’ecoacustica nasce ufficialmente come disciplina, nel 2014, in Francia, al Muséum national d’Histoire naturelle, grazie al lavoro di un gruppo di ricercatori, fra cui lo stesso Jérôme Sueur. Alcuni ecosistemi sono nascosti alla vista: è il caso dei ricercatori della Flinders University di Adelaide, nell’Australia meridionale, che hanno registrato i suoni prodotti dalle comunità sotterranee di invertebrati per monitorare lo stato di salute e di fertilità del suolo; oppure di specie indistinguibili all’occhio, ma non all’orecchio, come alcune specie di rane; o ancora di ecosistemi così vasti e difficili da raggiungere – l’oceano più aperto, le profondità marine più inaccessibili – dove poter semplicemente registrare e analizzare i suoni diventa il metodo più praticabile, e meno invasivo, di monitoraggio. I suoni prodotti da ciascuna specie sono un indicatore della biodiversità ma anche, e soprattutto, una ricchezza in sé: e quando una specie scompare, quando l’ultimo esemplare rinuncia a mandare i suoi richiami d’amore rivolti ormai a nessuno, perdiamo per sempre delle note, un gorgoglio, delle vibrazioni, una melodia che nessun altro essere vivente potrà replicare. Ogni singola specie non solo produce dei suoni caratteristici ma ha un diverso modo di percepirli, diversi spettri uditivi, diversi organi predisposti e diversi modi in cui le vibrazioni sonore vengono percepite ed elaborate. Così quando una specie scompare, non scompare solo il suono che produce, ma anche il suono che ascolta. > Quando una specie scompare, quando l’ultimo esemplare rinuncia a mandare i > suoi richiami d’amore rivolti ormai a nessuno, perdiamo per sempre delle note, > un gorgoglio, delle vibrazioni, una melodia che nessun altro essere vivente > potrà replicare. Fra i vari compiti della tutela della biodiversità c’è anche fare in modo che le altre specie animali possano continuare ad ascoltarsi fra loro: ridurre il nostro peso sugli ecosistemi comprende quindi anche la riduzione del nostro impatto sonoro – come, per esempio, l’inquinamento acustico del trasporto marittimo, delle trivellazioni offshore e del deep-sea mining che stressa e disorienta, provocando danni uditivi e a volte anche la morte, nei pesci e nei mammiferi marini. Immaginare un futuro silenzioso Possiamo ripensare il nostro impatto sui paesaggi sonori; ripensare le città tenendo a mente anche la necessità di contenere l’inquinamento acustico, per il benessere di chi in città ci vive; ripensare la pace: “far tacere le armi” non significa solo smettere di combattere, ma è un modo di lasciare spazio alla voce dei popoli che con le armi vengono sottomessi, soggiogati, silenziati, annientati; ripensare il silenzio: tacere, ridurre il rumore, non è creare un vuoto ma creare spazio, così come quella che chiamiamo decrescita non è una riduzione ma un modo diverso di crescere, dove alla crescita del PIL si sostituisce quella del benessere, della salute e della giustizia. Abbassare il livello, e il peso, dell’antropofonia sull’ambiente significa quindi dare la possibilità di espressione ad altre specie animali, dar loro la possibilità di tornare a comunicare, a quell’ultimo esemplare di scoprire magari di non essere rimasto solo, e intercettare il verso di un suo simile prima che entrambi smettano di cantare. Significa dare a noi, specie umana, la possibilità di ascolto – delle altre specie, uscendo dal nostro antropocentrismo acustico, e di chi, all’interno della nostra, è stato meno ascoltato –, e di immaginare un cambiamento che tenga presente anche come potrebbe suonare il futuro che vorremmo, una transizione non solo ecologica, non solo energetica, non solo giusta socialmente, ma anche silenziosa, non per creare un vuoto sonoro assoluto ma per poter ascoltare tutta quella ricchezza di voci di cui è fatto il mondo, prima di perderle per sempre. L'articolo Il paesaggio che (non) ascoltiamo proviene da Il Tascabile.
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Che lingua parla la politica militante?
I l 25 marzo 2023, sui terreni agricoli nei pressi del piccolissimo comune di Sainte-Soline nell’Ovest della Francia, quasi trentamila manifestanti si sono scontrati con tremiladuecento gendarmi e poliziotti francesi. La “battaglia di Sainte-Soline” è stata il culmine di due anni di proteste del movimento dei Soulèvement de la Terre. La manifestazione, non autorizzata dal governo, contestava la costruzione di un megabassine, uno dei duecento bacini idrici, grandi fino a diciotto ettari, voluti dalla grande industria agricola francese per garantirsi le riserve d’acqua durante i mesi di siccità. Il progetto, tuttora in fase di attuazione, rischia di avere effetti devastanti sull’agricoltura: i megabassines raccolgono acqua drenandola dalle falde durante l’inverno e, di conseguenza, danneggiandole; sono costruiti allo scopo di irrigare le colture intensive, specie quelle del mais, che richiedono un volume di acqua superiore a quella naturalmente garantita dai cicli stagionali; fanno l’interesse esclusivo della grande industria e sono progettati senza tenere conto della volontà di chi abita quei territori. Il dispiegamento di forze di polizia quel giorno era enorme, la loro dotazione di armi adatta a una vera e propria guerriglia: elicotteri, equipaggiamenti antisommossa, veicoli blindati, cannoni ad acqua, granate. Centinaia di manifestanti sono stati feriti, alcuni in modo grave, altri gravissimo. Venti persone sono state mutilate, due sono finite in coma. Dopo la battaglia, i Soulèvement de la Terre sono stati sciolti dal ministro dell’interno Gérald Damarnin e dichiarati illegali. Nato in Francia nel 2021 per contestare le politiche ambientali ed energetiche del governo Macron e, più in generale, per manifestare in favore di un nuovo modello sociale ed economico attorno alle questioni che riguardano l’ecologia, lo sfruttamento del suolo, l’accumulo di risorse e di materie prime, il movimento riunisce militanti e agricoltori locali e raccoglie la solidarietà di altri gruppi nazionali ed esteri. Tra il 2021 e il 2023 i Soulèvement de la Terre hanno organizzato cortei, presidi, azioni di sabotaggio a grandi impianti e siti di estrazione di materie prime, subendo la progressiva repressione del governo francese. > L’Abbecedario permette di riflettere sull’uso del linguaggio in politica > laddove non si ha a che fare con questioni particolari o identitarie, ma > collettive e strutturali. In risposta ai fatti del marzo 2023 è stato pubblicato On ne dissout pas un soulèvement (“Non si scioglie una rivolta”), tradotto per Orthotes da Giovanni Fava e Claudia Terra con il titolo Abbecedario dei Soulèvement de la Terre alla fine del 2024. L’Abbecedario è una raccolta di trentotto brevi interventi di militanti dei Soulèvement e dei movimenti solidali. Ogni testo è scritto a partire da una parola chiave: disposte in ordine alfabetico, le parole formano una costellazione di posizioni e analisi politiche, fino a comporre il manifesto del movimento stesso. Leggere l’Abbecedario permette di riflettere su quali sono le questioni pratiche e urgenti che i cambiamenti climatici ci imporranno di risolvere nell’immediato; su come si organizza la resistenza a scelte politiche che perpetrano un sistema economico insostenibile; sull’uso del linguaggio in politica, specie laddove non si ha a che fare con questioni particolari o identitarie, ma collettive e strutturali. Partiamo dall’ultima questione. Come dicevamo, l’Abbecedario riunisce interventi eterogenei, tanto nella forma quanto nei contenuti: la Confédération paysanne, una confederazione di sindacati che tutelano il lavoro di piccoli agricoltori, firma la voce “Contadine e contadini”; il collettivo di scienziati Scientifiques en rébellion scrive di “Urgenza climatica”; gli antropologi Philippe Descola, titolare della cattedra di antropologia al Collège de France, e Eduardo Viveiros de Castro, professore universitario a Rio De Janeiro, parlano di “Accaparramento” e “Indigeno”; la direttrice delle ricerche al CNRS di Montpellier Virginie Maris firma “Ecofemministe”. Questo elenco parziale rende l’idea della varietà non solo di temi – il manifesto tiene insieme questioni architettoniche, sociali, geologiche, ambientali – ma anche delle molte soggettività che compongono il movimento. Proprio nella “composizione” sta il farsi soggetto collettivo dei Soulèvement de la Terre: l’Abbecedario non sintetizza né distingue le varie posizioni, le fa coesistere e le tiene insieme. Al fondo di ogni testo, la formula “cfr. anche” rimanda ad altri due o tre interventi nello stesso libro. In questo modo, l’Abbecedario si può leggere sia in ordine alfabetico sia per connessioni tematiche, attraversando la rete di posizioni che forma l’impalcatura teorica del movimento. Che lingua parla, o deve parlare, la politica militante? È una questione di enorme importanza, se si tiene conto della strutturale subalternità che i movimenti sociali di sinistra hanno in relazione all’opinione pubblica, non tanto per le proposte in sé, spesso largamente condivisibili e condivise, anche inconsciamente, da moltissime persone, quanto per la loro immagine, per la narrazione, l’idea che se ne costruisce nel dibattito. L’Abbecedario contiene molti registri diversi. In alcuni passaggi, ad esempio, la lingua è assertiva, quasi imperativa: > Continuare a fare ciò che conosciamo, fare l’inventario dei siti in cui sono > previsti progetti distruttivi. Rafforzare i nostri legami con gli avvocati. > Supportare la rete di associazioni militanti. Denunciare gli abusi della > società di consulenza. Politicizzare le nostre camminate nella natura. > Diffondere le pratiche naturalistiche. Federare le comunità umane e non umane. > Disertare. Insediarsi in campagna. Il brano è contenuto nel capitolo “Naturalistes de Terre”, la lista dei comandamenti prosegue ancora. Allo stesso tempo, la lingua sa essere immaginifica, creativa, ironica, come nella “Ricetta per le mense militanti”: Per cominciare bene, portare a ebollizione in un’assemblea generale gli addetti e le addette alla mensa per organizzare la giornata di cucina […]. Raggiunto il bollore, non dimenticate di creare una squadra d’attacco di lavaggio stoviglie e un’équipe per lo spuntino. Una volta emulsionata a puntino, l’équipe parteciperà alla manifestazione e rifornirà i manifestanti nel cuore dell’azione, in modo che tutte e tutti possano recuperare le forze. In alcuni capitoli si citano dati e percentuali, alcuni contengono persino note con riferimenti bibliografici, in altri si lascia spazio alle metafore e alle costruzioni allegoriche. I campi semantici più ricorrenti riguardano la natura (“essere albero”, “avere radici”, “ramificare”, “creare/appartenere a ecosistemi”), o il corpo, ad esempio nel rapporto chimerico tra corpo umano e suolo o tra uomini e animali non umani: “Avere cura delle lotte significa curare le nostre interdipendenze e le nostre co-affezioni attraverso personificazioni-chimere, come uomo-anguilla-fiume o umano-tritone-prato”; “Siamo l’Acqua che si difende e siamo pronti a sommergervi”. La Terra stessa è personificata in “Gaia”, nome che rimanda a un’idea armoniosa del rapporto tra uomo e natura. Non manca, ovviamente, il campo semantico del conflitto: le grandi opere si “disarmano”, le azioni di sabotaggio dei cantieri si fanno per “autodifesa”, le risorse naturali sono terreno di “conquista”. > Proprio nella “composizione” sta il farsi soggetto collettivo dei Soulèvement > de la Terre: l’Abbecedario non sintetizza né distingue le varie posizioni, le > fa coesistere e le tiene insieme. Che la lingua sia un campo di battaglia politica, un dispositivo attraverso cui si stabiliscono le appartenenze, si delimitano i confini dell’identità, si tracciano le linee di inclusione ed esclusione, è ormai un dato evidente a chiunque. Più sotterraneo, per ora, è l’uso che si fa della lingua quando si ha a che fare con questioni sociali. Sempre più repressivo è l’uso dei termini che identificano i manifestanti politici: qualcuno saprebbe definire chiaramente chi sia oggi per la legge italiana un “terrorista”? Ogni parola usata nel discorso politico è oggetto di contesa: dire “ecologista”, “militante”, “resistente”, “attivista” non è mai neutro, è una scelta di campo. Anche in Italia il vocabolario istituzionale che definisce le forme di dissenso è sempre più vago e opaco, e proprio per questo sempre più pericoloso. Categorie giuridiche nate in contesti storici completamente differenti – pensiamo alla nozione di “associazione sovversiva con finalità di terrorismo” – vengono oggi applicate a gruppi ambientalisti o a reti di movimento che contestano infrastrutture fossili, come i rigassificatori o i metanodotti. Il concetto stesso di terrorismo viene stirato, piegato, fino a includere chiunque eserciti un conflitto non autorizzato, chiunque pratichi una forma di opposizione fuori dai canali istituzionali. Il problema, allora, è anche semantico: è nel potere di chi assegna i nomi. Se la narrazione istituzionale è capace di imporre un’etichetta, può cancellare la complessità, fino a devitalizzare il conflitto e a evitare ogni confronto. In questo contesto, la riflessione linguistica diventa una questione politica primaria. Come ci chiamiamo? Come vogliamo essere chiamati? Quali parole ci vengono imposte, e di quali ci possiamo riappropriare? La battaglia non si gioca solo nelle piazze o nei tribunali, ma anche nei modi in cui parliamo delle piazze e dei tribunali. E anche nei modi in cui parliamo tra di noi. Per questo l’Abbecedario è un oggetto prezioso: perché costruisce una lingua comune senza imporla. Perché mostra che si può parlare da posizioni diverse, con stili diversi, ma in una stessa direzione, rompendo la gerarchia tra chi pensa e chi agisce, tra chi scrive e chi lotta. Il fatto che l’Abbecedario dei Soulèvement de la Terre sia stato scritto dopo Sainte-Soline indica che non si tratta di un programma d’azione, ma del tentativo di capire retroattivamente – con le parole e le forme del pensiero – ciò che era già stato fatto. Prima il corpo, poi la lingua; prima l’urto, poi la sintassi. Se la politica dei Soulèvement ha avuto nella presenza fisica, nella disobbedienza, nel gesto collettivo la sua prima articolazione, è soltanto dopo lo scontro che si è resa necessaria la costruzione di una grammatica. L’intelletto viene a posteriori, come forma di sedimentazione, e non come architettura previa. Questo sovvertimento delle logiche tradizionali del pensiero militante è forse la chiave più potente dell’Abbecedario: l’azione non è giustificata dalla teoria, ma la precede. E la teoria non ha lo scopo di spiegare, ma di accompagnare. Non è una strategia, è una cura. > Ogni parola usata nel discorso politico è oggetto di contesa: dire > “ecologista”, “militante”, “resistente”, “attivista” non è mai neutro, è una > scelta di campo.  In questo senso, l’Abbecedario non è un libro che prepara alla lotta: è il libro che resta dopo la lotta. E proprio per questo è tanto più prezioso per chi lotta oggi, altrove. Perché offre un esempio, non un modello. Perché si può prendere, leggere, copiare, piegare, adattare. E perché contiene una forma di intelligenza collettiva che non si propone come verità, ma come gesto in comune. In un tempo in cui la repressione del dissenso si fa ogni giorno più pervasiva, anche in Italia, e in cui la distanza tra il gesto politico e la sua rappresentazione pubblica è abissale, l’Abbecedario diventa un oggetto strano e vitale. Una forma di sapere che non pretende egemonia, ma relazione. Se oggi chi dissente in modo organizzato – che si tratti di studenti, attivisti per il clima, operai o lavoratori della cultura – viene schedato, manganellato, perquisito, accusato di terrorismo, allora ogni parola è già azione, ogni linguaggio condiviso è già una forma di resistenza, e la pluralità di registri dell’Abbecedario rispecchia la molteplicità delle condizioni in cui oggi il dissenso prende corpo: università, assemblee cittadine, campagne, festival, accampamenti, piazze occupate, reti sindacali, collettivi scientifici. Questa traiettoria – dall’azione al pensiero, dalla militanza al discorso – è visibile anche altrove. Nel lavoro teorico di Andreas Malm, ad esempio, l’urgenza dell’azione contro il cambiamento climatico è posta in forma dialettica con il pensiero marxista. Come far saltare un oleodotto, pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie nel 2023, è forse l’esempio più esplicito di come oggi la teoria non possa più restare neutra, e non possa più limitarsi a descrivere il mondo senza prendere parte alle sue trasformazioni. Malm, come i Soulèvement, parla delle azioni di sabotaggio (meglio dire “disarmo”) delle grandi opere come strumento essenziale di lotta climatica e della “violenza” contro i grandi soggetti industriali come l’unica via per contrastare un sistema iniquo. Così facendo, l’autore costruisce una giustificazione teorica per gesti che il sistema giuridico classifica come criminali. E che invece, nella logica del collasso ambientale, sono azioni di tutela della vita. La tutela dell’acqua pubblica, il contrasto alla siccità, l’abbandono di un modello produttivo iniquo sono questioni che non possiamo più ignorare né sminuire. D’altronde, sono moltissimi gli esempi di letteratura in proposito, persino troppi in relazione a quanto effettivamente viene fatto dalla politica. È inquietante, non devo essere io a notarlo ed è persino banale ripeterlo, la discrasia tra quanto sappiamo e quanto facciamo in merito alla tutela del nostro ecosistema e degli altri che contribuiamo a invadere o a distruggere. > L’Abbecedario mostra che si può parlare da posizioni diverse, con stili > diversi, ma in una stessa direzione, rompendo la gerarchia tra chi pensa e chi > agisce, tra chi scrive e chi lotta. Il filosofo giapponese Saito Kohei, nella sua ultima rilettura di successo del Capitale, pubblicata in Italia da Einaudi, propone un ecomarxismo della decrescita, vedendo nella rinuncia alla crescita per come è comunemente intesa in Occidente l’unica possibilità di liberazione. Anche in questo caso il discorso si fa politico non perché descrive una struttura, ma perché disegna un’alternativa. Un’ipotesi concreta, capace di parlare non solo agli attivisti ma anche ai cittadini, ai lavoratori, a chi subisce la crisi climatica senza strumenti per interpretarla. La teoria non può più essere la premessa dell’azione: deve essere la sua eco. E proprio come un’eco, portare con sé la memoria del gesto e allo stesso tempo la sua trasformazione. È un gesto che si riflette, si moltiplica, si adatta ai contorni di chi ascolta. L'articolo Che lingua parla la politica militante? proviene da Il Tascabile.
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Plastic Overshoot Day 2025: l’Italia ha già finito la sua “quota” di plastica?
Con tutto quello che succede nel mondo, la crisi climatica sembra ogni giorno un po’ più distante dai riflettori, al punto che ad oggi è quasi un lontano ricordo nelle agende delle istituzioni di mezzo mondo. Eppure, anche quando non se ne parla, ci sono eventi che ci riportano bruscamente alla realtà e la crisi ambientale continua a galoppare silenziosamente. Ci sono alcune date però che ci obbligano moralmente a fermarci e a porci delle domande, una di queste è il Plastic Overshoot Day, che per l’Italia nel 2025 cade il 24 ottobre. Ma cosa significa Plastic Overshoot Day e come funziona? In pratica, Plastic Overshoot Day significa che entro quella data avremo già prodotto più rifiuti di plastica di quanti il nostro sistema riesca a gestire per tutto l’anno. Dal giorno dopo, ogni confezione, bottiglia o busta che useremo finirà per sovraccaricare discariche (che emettono metano) e inceneritori (che emettono CO2), o peggio, disperdersi nell’ambiente, diventando a tutti gli effetti il nostro “debito ambientale” per il 2026. > È una data simbolica, certo, ma a conti fatti è anche un campanello d’allarme > che ci ricorda quanto siamo ancora lontani da un modello davvero sostenibile e > lungimirante Dietro al Plastic Overshoot Day l’idea è semplice ed il conto è presto fatto: si confronta la quantità di plastica prodotta con la capacità effettiva di smaltirla o riciclarla. Quando la prima supera la seconda, scatta l’“overshoot”, cioè quel punto in cui la plastica inizia ad accumularsi oltre i limiti “sostenibili” del sistema di smaltimento e gestibili. IL PLASTIC OVERSHOOT DAY NEL RESTO DEL MONDO Per il resto del mondo, nel 2025, questo giorno è stato il 5 settembre, il che significa che per gli ultimi 117 giorni dell’anno il mondo intero produrrà plastica che non potrà essere smaltita in tempo. L’Italia, con i suoi 55 Kg di rifiuti plastici pro capite e oltre 3,2 milioni di tonnellate totali, rientra tra i Paesi “Overloader”, cioè quelli che producono troppo rispetto alla capacità di smaltimento. Pur non essendo tra i peggiori (arriviamo dopo la media globale) restiamo comunque indietro rispetto a Francia, Svizzera o Germania, dove l’overshoot arriverà solo tra novembre e dicembre. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da eCo (@eco__ita) Dietro ai numeri, spesso astratti e “lontani” da noi, ci sono conseguenze molto reali. Le microplastiche sono state trovate nel sangue umano, nei polmoni e persino nella placenta. È ora che ci rendiamo conto che la plastica non è più solo un rifiuto, ma una presenza invisibile che entra nella catena alimentare e nei nostri corpi. Secondo il rapporto 2025 di Earth Action, la produzione globale di rifiuti plastici raggiungerà i 225 milioni di tonnellate, con un aumento di cinque milioni rispetto all’anno scorso. Anche se i sistemi di riciclo stanno migliorando, il punto è che la produzione cresce più in fretta della capacità di gestirla. Il Plastic Overshoot Day nasce proprio per ricordarcelo: non possiamo continuare a produrre plastica come se nulla fosse. Serve ridurre la plastica monouso, investire nel riciclo e favorire un’economia circolare che metta davvero al centro l’essere umano, la tutela della biodiversità e la nostra salute! Solo così potremo evitare che, anno dopo anno, la plastica continui a raccontare la storia di un pianeta che fa sempre più fatica a respirare e noi, con lui. The post Plastic Overshoot Day 2025: l’Italia ha già finito la sua “quota” di plastica? appeared first on The Wom.
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Come sopravvivere alla morte di Windows 10, e vivere felici
In questi giorni molte testate stanno scrivendo della fine supporto di Windows 10, che è prevista per il 14 ottobre, con toni più o meno catastrofici, e alcuni utenti si stanno facendo prendere dal panico, in alcuni casi a torto, in altri a ragione. La visione apocalittica che va per la maggiore parla di 400.000.000 di computer, che ancora hanno Windows 10, e che da metà ottobre diventeranno una montagna rifiuti elettronici. Considerando che un computer portatile (anche se ovviamente non tutti sono computer portatili, ma vogliamo indicare cifre per difetto) pesa in media poco meno di due chili, staremmo parlando quindi di almeno 800.000 tonnellate di RAEE (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), da aggiungere alle circa 60-70 milioni di tonnellate che già produciamo (e mal gestiamo) ogni anno, a livello globale. Questa stima estremamente prudenziale rappresenta già di per sé uno tsunami di rifiuti tossici, sia per il suo volume, che per la complessità di gestione che richiedono i RAEE informatici in particolare, i quali hanno molti più materiali dalla chimica complessa e componenti miniaturizzati di altre AEE, come lavatrici o televisori. Sfumature di cui tener conto Ma prima di rassegnarci all’apocalisse, cerchiamo di mettere un po’ di ordine tra tutte le considerazioni che si possono fare su questo evento, che è obbiettivamente molto importante per gli addetti ai lavori, sia in campo informatico che in campo ambientale, e che solleva numerose questioni legate proprio alle tematiche dell’economia circolare. Leggi l'articolo di Reware
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Il treno verde meno sostenibile al mondo
L e monumentali rovine del sito maya di Calakmul sono completamente immerse nella giungla, che le ha nascoste e protette fino a pochi decenni fa. Salendo in cima all’Estructura II, il più alto edificio maya conosciuto, lo sguardo spazia sopra il mare verde delle chiome degli alberi. Calakmul è stata un tempo la capitale del regno di Kaan, il regno della testa di serpente. Città inespugnabile, dominava un territorio sconfinato che arrivava fino all’attuale Guatemala, dove era situata Tikal, la città-Stato che contendeva a Calakmul il predominio sull’area. Il destino, beffardo, ha voluto che proprio a Calakmul, la capitale del regno della testa di serpente, sorgesse una delle 34 stazioni del Tren Maya, il “grande serpente metallico” che attraverserà la penisola dello Yucatán. 1554 chilometri, 34 stazioni, 42 treni, collegamento con 7 aeroporti e 26 aree archeologiche, per un costo stimato che sfiora i 30 miliardi di dollari. Questi sono i numeri essenziali che raccontano il progetto nato dalla fantasia dell’ormai ex presidente, Andrés Manuel López Obrador, all’indomani della sua elezione, nel 2018. Ripetutamente dipinto dal presidente come un grande progetto di speranza e sviluppo, una volta completato, il Tren Maya rappresenterà l’imperitura testimonianza del passaggio di López Obrador nella storia del Paese centroamericano. Ma non si tratta solo di aspirare all’immortalità. Un megaprogetto è soprattutto un formidabile generatore di consenso politico, a livello centrale e locale. Il paradigma che emerge dalla vicenda del Tren Maya è universale. Che si tratti di una linea ferroviaria o di un ponte, che avvenga in Messico o in Italia. Quando le grandi opere nate “in alto”, nelle stanze del potere centrale, vengono calate “in basso”, su territori spesso impreparati o inadeguati, in nome del progresso e dello sviluppo, i costi ambientali, sociali e culturali rischiano di diventare enormi. Il Tren Maya inizia il suo viaggio con una promessa: trasportare i turisti attraverso la Regione Maya e, così facendo, offrire opportunità economiche e benessere ad alcune delle comunità più povere del Paese, che non hanno case in muratura né un sistema fognario, guadagnano meno del salario minimo e spesso non proseguono gli studi oltre le scuole elementari. > Il Tren Maya è molto di più di una linea ferroviaria: è un vero progetto di > riordinamento territoriale e di trasformazione strutturale della regione, che > porta con sé resort, lotti residenziali, centri commerciali e impianti di > produzione energetica. È il presidente stesso a esporsi in prima persona promettendo che il treno porterà posti di lavoro e sviluppo per pagare il “debito morale” dello Stato messicano nei confronti del suo Sud-Est, storicamente trascurato. “Il Tren Maya è un atto di giustizia”, ha detto López Obrador, originario del vicino Stato di Tabasco, nel corso di un incontro con le comunità locali. Un progetto di trasformazione strutturale In realtà il Tren Maya è molto di più di una linea ferroviaria: è un vero progetto di riordinamento territoriale e di trasformazione strutturale della regione. La ferrovia porta con sé resort, lotti residenziali, centri commerciali, impianti di produzione energetica. In corrispondenza delle 20 stazioni principali è prevista la costruzione dei cosiddetti “poli di sviluppo”, destinati a ospitare ognuno 50.000 persone, con allevamenti di maiali e polli per soddisfare le necessità dei turisti. Ma c’è di più. Il progetto del Tren Maya prevede il collegamento diretto con un altro megaprogetto fortemente voluto da López Obrador e in gran parte già realizzato: il Corredor interoceánico, una ferrovia che mette in collegamento il Pacifico e l’Atlantico nel punto più stretto del Messico, offrendo un’alternativa terrestre più economica e più veloce al Canale di Panama. Nell’intenzione del presidente anche questo progetto, con i suoi parchi industriali, raffinerie e porti, contribuirà allo sviluppo della regione e darà una spinta a tutta l’economia messicana. Il tracciato del Tren Maya si snoda attraverso tutti e cinque gli Stati che costituiscono la penisola dello Yucatán: Chiapas, Tabasco, Campeche, Yucatán e Quintana Roo. Il percorso del treno, più volte modificato, a partire da quello originario lungo 900 chilometri, ha il suo cuore nell’anello ferroviario che, toccando i maggiori siti archeologici, le città coloniali e le località balneari della costa caraibica, parte e torna a Cancún, la capitale turistica della penisola. Cancún è una città artificiale, letteralmente costruita a tavolino dal governo messicano per favorire la nascita di un polo turistico alternativo ad Acapulco. Quando il 23 gennaio 1970 fu avviato il progetto di sviluppo, l’area contava solo tre residenti, i custodi della locale piantagione di cocco. Oggi, dopo 50 anni, Cancún ha quasi 900.000 abitanti e ogni anno viene visitata da oltre 20 milioni di turisti. Un vero eldorado, soprattutto per i tour operator stranieri, le catene alberghiere internazionali e i gestori messicani di discoteche e parchi dei divertimenti. Ad attirare i turisti nello Yucatán non sono solo la sabbia bianca e l’acqua turchese delle spiagge caraibiche, ma anche gli spettacolari siti archeologici della civiltà Maya e l’immenso patrimonio di biodiversità delle sue sconfinate foreste e della seconda più grande barriera corallina al mondo. Gran parte degli abitanti della penisola dello Yucatán sono di origine indigena, per lo più discendenti dai Maya. Le popolazioni indigene, con la loro cultura e il loro modo di rapportarsi all’ambiente, sostengono e preservano la biodiversità dello Yucatán ma spesso non traggono benefici dallo sviluppo turistico. Al massimo, hanno accesso ai lavori più umili, come quelli da personale delle pulizie negli hotel. È così che si comprende perché, nonostante lo sfruttamento turistico, lo Yucatán rimane un’area depressa nel quadro nazionale. In quattro dei cinque Stati che lo compongono, le famiglie, in particolare quelle indigene, hanno un reddito medio di gran lunga inferiore a quello nazionale, oltre 7 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà e più di 2 milioni in condizioni di indigenza. > Un gruppo di accademici ha firmato un appello per chiedere al governo di > fermare i piani di costruzione: il treno è considerato una minaccia ambientale > “su scala planetaria” con effetti potenzialmente devastanti. La costruzione del Tren Maya è avvenuta con tempi da record e ad opera di imprese quasi esclusivamente messicane: un vanto per la nazione. I primi 500 chilometri del tratto Campeche-Cancún sono stati inaugurati il 15 dicembre 2023, poco più di mille giorni dopo l’inizio dei lavori. Il completamento effettivo della linea, inizialmente previsto per la fine del 2024, dovrebbe avvenire entro la fine del 2025. Un’opera ad alto impatto ambientale Appena dopo la presentazione del progetto, sono cominciate le critiche. Nel 2018 l’organizzazione ambientalista tedesca Salviamo la foresta ha lanciato una petizione per sensibilizzare l’opinione pubblica sugli impatti ambientali che avrebbe avuto il Tren Maya, ottenendo una buona risonanza sia in Messico sia a livello internazionale con quasi 300.000 firme raccolte. Nel 2020 attraverso la voce del subcomandante Moises si sono duramente espressi anche gli zapatisti, definendo il Tren Maya “l’ennesima grande opera con la quale il Governo voleva distruggere il territorio”. Da quel momento le voci contrarie si sono moltiplicate. Tra queste quelle degli archeologi, preoccupati che la ricchezza, in gran parte ancora inesplorata, di resti di antiche civiltà presente lungo il tracciato venga irrimediabilmente distrutta o resa inaccessibile. Ma la maggior parte delle critiche si è concentrata sugli impatti ambientali dell’opera. A luglio del 2020, un gruppo di 85 accademici, molti dei quali messicani, ha firmato un appello per chiedere al governo di fermare i piani di costruzione, individuando nel treno una minaccia ambientale “su scala planetaria” e avvertendo degli effetti potenzialmente devastanti sulla falda acquifera, già sottoposta a una forte pressione a causa dell’urbanizzazione. Va considerato che geologicamente lo Yucatán è un’immensa distesa calcarea, praticamente priva di acqua in superficie, ma caratterizzata dal più grande sistema di fiumi sotterranei al mondo. Una vasta rete interconnessa che forma la Grande falda acquifera Maya, fonte di acqua potabile per circa cinque milioni di messicani. Gli speleologi locali hanno ripetutamente denunciato gli effetti del passaggio della linea ferroviaria sopra il sistema di gallerie carsiche e i danni ai cenotes, formazioni geologiche uniche al mondo, costituite da piscine di acqua cristallina scoperte dal crollo della volta rocciosa sovrastante, considerate dai Maya luoghi sacri di accesso al mondo degli inferi. A dare un’idea concreta di quello che sta avvenendo sono gli speleologi di Cenotes urbanos, un gruppo locale impegnato nel mappare il maggior numero di queste formazioni calcaree, nel tentativo di impedirne la distruzione: “Le grotte non sono solo dei tubi, vuoti, brutti e bui. Sono ecosistemi pieni di vita che lavorano in squadra con gli ecosistemi della giungla. La rotta ferroviaria attraversa almeno un centinaio di cenotes. Qui il terreno calcareo si sbriciola, perciò i binari non poggiano direttamente a terra ma vengono sopraelevati a 17 metri d’altezza, su centinaia di pali del diametro di oltre un metro conficcati a 25 metri di profondità; è come costruire su gusci d’uovo. Gli scavi distruggono alghe e batteri essenziali per la sopravvivenza dell’ecosistema e inquinano l’acqua. A volte, per procedere più in fretta, le ruspe tappano i cenotes con la terra. È un danno incalcolabile, irreversibile”. > Secondo il Tribunale internazionale per i diritti della natura, il Tren Maya > rappresenta una violazione dei diritti della Natura e dei diritti bioculturali > del popolo maya, il che costituirebbe un crimine di ecocidio ed etnocidio. Un’altra fonte di preoccupazione è l’impronta che il passaggio del Tren Maya e le opere complementari lasceranno sulla foresta e la fauna che la abita. All’atto della presentazione del progetto il presidente López Obrador si era lasciato un po’ andare all’entusiasmo assicurando nei comizi che non sarebbe stato abbattuto un solo albero. Nella realtà, l’apertura di un corridoio, che a volte raggiunge i 60 metri di larghezza, all’interno della foresta pluviale, ha richiesto l’abbattimento di molti alberi, difficilmente compensabili con le piantumazioni e le risemine previste dal progetto. Le stime più accreditate parlano di una superficie deforestata compresa tra 6.000 e 10.000 ettari. Tutto sommato, però, questa cifra impallidisce al confronto con i 100.000 ettari di foresta persi solo nel 2023 nella regione, a causa di pratiche agricole non sostenibili, dell’espansione degli allevamenti e dell’urbanizzazione della costa. Più della deforestazione è la frammentazione degli habitat naturali il vero rischio per la seconda più grande foresta pluviale dell’America Latina. Specie animali che si muovono su grandi estensioni di territorio, in particolare grandi carnivori come il giaguaro, o specie a rischio di estinzione, come il tapiro di Baird, potrebbero subire forti limitazioni alle possibilità di movimento per effetto di barriere artificiali come la ferrovia. Per mitigare questi impatti, il governo ha previsto la costruzione di attraversamenti per la fauna selvatica, ma purtroppo la maggior parte di essi è costituita da sottopassi, anziché da cavalcavia aperti, più costosi ma molto più funzionali. I costi e le minacce sociali Anche il Tribunale internazionale per i diritti della natura si è occupato del Tren Maya. Il tribunale, formato da cittadini e istituito nel 2014 per rappresentare i “diritti soggettivi della natura”, ha deciso di occuparsi del caso dopo che l’Assemblea del territorio Maya dello Yucatán ha richiesto il suo intervento il 5 giugno 2022. A marzo del 2023, i cinque giudici del tribunale hanno raccolto le testimonianze di 23 diverse comunità indigene. La sentenza emessa non lascia posto a fraintendimenti: “Il Tren Maya – si legge nel testo ‒ rappresenta in modo inconfutabile una violazione dei diritti della Natura e dei diritti bioculturali del Popolo Maya, il che costituisce un crimine di ecocidio ed etnocidio”. Al Tren Maya non sono mancate anche le critiche di chi lamenta che i costi sociali per la realizzazione del progetto saranno principalmente a carico delle comunità locali, mentre i benefici economici andranno per lo più ai grandi operatori internazionali del settore turistico. L’ONG messicana Prodesc, inoltre, ha denunciato ripetuti episodi di esproprio illegale degli ejidos, le terre comunitarie istituite dopo la Rivoluzione messicana, nonostante le affermazioni iniziali del governo che il progetto avrebbe interessato solo territori di proprietà federale. “Il cosiddetto Tren Maya non è un treno e non è maya, perché non è pensato per la popolazione ma per gli interessi del governo e delle imprese che sfruttano le risorse locali” ripetono gli esponenti del Congresso nazionale indigeno, organismo che riunisce le comunità indigene del Messico. > Tra espropri, gentrificazione e impatti ecologici, i costi sociali per la > realizzazione del progetto saranno principalmente a carico delle comunità > locali, mentre i benefici economici andranno per lo più ai grandi operatori > internazionali del settore turistico. E intanto, nelle zone di passaggio del treno, si è già innescato un processo di gentrificazione (vale a dire di trasformazione di un’area abitativa popolare in una più esclusiva), che ha fatto lievitare i prezzi dei beni essenziali e delle case. Anche il processo di consultazione delle popolazioni locali è stato ritenuto, da più parti, insufficiente e poco trasparente. Il presidente López Obrador e i suoi emissari sono stati apertamente accusati di manipolare le comunità indigene facendo leva sulla loro condizione di povertà e utilizzando metodi scorretti per ottenere il loro assenso al progetto. Alle accuse di mancato coinvolgimento delle popolazioni indigene nella decisione il presidente ha risposto con l’esito del referendum indetto per approvare il Tren Maya, stravinto con il 90% dei consensi. Un referendum, però, votato da meno dell’1% degli aventi diritto e dichiarato non conforme agli standard internazionali dagli osservatori dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani. López Obrador ha sistematicamente ignorato o denigrato, attraverso i media governativi, tutte le critiche al progetto, riuscendo nell’intento di depotenziarle. Gli ambientalisti sono stati ripetutamente tacciati di essere “radical chic, corrotti e pagati dagli Stati Uniti”, e il mondo accademico scientifico di essere formato da “intellettuali borghesi che non conoscono la realtà”. > Molti albergatori, tassisti, guide turistiche sembrano consapevoli del prezzo > che il territorio pagherà con l’arrivo del Tren Maya, ma tra loro prevale > l’opinione che si tratti di un sacrificio necessario sull’altare dello > sviluppo economico. Le cause intentate dagli ambientalisti e dai gruppi indigeni e le sentenze dei tribunali messicani hanno inizialmente bloccato i lavori e introdotto modifiche al percorso originale. La minaccia di ulteriori rallentamenti ha indotto López Obrador nel 2021 a conferire, per decreto, lo status di “progetto di sicurezza nazionale” al Tren Maya e ad affidarne la realizzazione all’esercito, un’istituzione con una lunga storia di violazioni dei diritti umani. Con questo sistema sono state scavalcate tutte le autorizzazioni e le valutazioni di impatto ambientale e sociale, molte delle quali ancora in corso. All’esercito è passata anche la gestione diretta di diversi cantieri e la supervisione del funzionamento del Tren Maya, testimoniata in modo evidente dalla massiccia presenza di uomini in mimetica con armi di grosso calibro in tutte le stazioni e nei maggiori cantieri. Il viejito Ma cosa pensano i messicani del Tren Maya? Molti reporter europei hanno cercato di cogliere il pensiero dei locali parlando con loro mentre percorrevano, come semplici passeggeri, le prime tratte aperte. Tutti più o meno hanno raccontato una realtà simile. Salendo a bordo è evidente lo stato di eccitazione dei messicani che per la prima volta prendono il treno. Un selfie dietro l’altro e video a raffica dal finestrino anche quando fuori non c’è nulla da vedere. Alla richiesta di un parere sugli impatti ambientali del progetto, la maggior parte delle opinioni si assomigliano: “Non è un problema, ma quale deforestazione?, non sono impatti così gravi come dicono, qualche impatto è inevitabile se vogliamo lo sviluppo”. Nessuno sembra essere particolarmente interessato agli aspetti economici e sociali o ai diritti degli indigeni. D’altronde, basta entrare in una delle 34 stazioni per capire lo sforzo che il governo sta facendo affinché i messicani si approprino del treno e lo sentano come parte dell’identità nazionale. “Todas y todos somos Tren Maya”, recita il messaggio che compare ovunque, sui video, sui social, sulle riviste, sui gadget per i viaggiatori. Tra le popolazioni locali, i consensi maggiori al progetto arrivano dalle classi basse e medie, attratte dalla prospettiva di nuovi posti di lavoro. Qualcuno, perfettamente allineato col governo, parla addirittura di interessi economici che manipolano la gente per contrastare il treno. Molti albergatori, tassisti, guide turistiche sembrano consapevoli del prezzo che il territorio pagherà con l’arrivo del Tren Maya, ma tra loro prevale l’opinione che si tratti di un sacrificio necessario sull’altare dello sviluppo economico. Eletto con il consenso più alto della storia messicana recente, López Obrador è un politico di sinistra incline al tradizionale populismo messicano, che ha sempre coltivato un’immagine da “uomo del popolo”. Il subcomandante Marcos, all’epoca della sua prima elezione, lo definì “l’uovo del serpente”, per indicare la sua indole liberista sotto il guscio progressista. Sospinto dal consenso popolare, il presidente si è permesso di usare il pugno di ferro con i detrattori del progetto a cui, nel 2019 durante un comizio nello Stato del Campeche, ha inviato un messaggio esplicito: “Con la pioggia, i tuoni o i lampi, che lo vogliate o meno, il Tren Maya lo faremo”. Il rapporto tra il presidente le classi popolari è stato efficacemente descritto dal reporter cubano Dario Alemán: “I poveri, indubbiamente, vedono in lui un paladino contro l’oligarchia. Potremmo azzardare che gli vogliano addirittura bene, lo chiamano affettuosamente viejito (“nonnetto”) […]. Difficile biasimarli. Mai nessun altro politico ha portato avanti un programma sociale come quello di López Obrador, che ha aumentato le pensioni minime degli anziani, ha garantito sussidi bimestrali agli handicappati. E sebbene non si stia parlando di cifre astronomiche, nelle zone più arretrate del Messico fanno la differenza”. La nuova presidente E la neopresidente Claudia Sheinbaum? Cosa pensa del Tren Maya la donna, prima nella storia messicana, che il 1° ottobre del 2024 ha preso il posto di López Obrador? Considerata da tutti gli osservatori una “delfina” del vecchio presidente, Sheinbaum ha iniziato il mandato in piena continuità con il suo predecessore, continuando a inaugurare nuove tratte del Tren Maya senza perdere l’occasione di ribadire le prodigiose ricadute economiche e di sviluppo che l’opera porterà con sé. La neopresidente, scienziata del clima, ha anche continuato a sminuire le preoccupazioni ambientali legate al treno e ha contrattaccato chiedendosi dove fossero gli stessi ambientalisti che oggi contrastano il Tren Maya quando, nei decenni passati, lo sviluppo turistico ha trasformato la Riviera Maya causando enormi impatti ambientali. > Quella del Tren Maya è una vicenda esemplare dell’affermazione di un modello > “estrattivista” di trasformazione del territorio, in cui gli interessi > commerciali e finanziari sono predominanti rispetto a quelli collettivi. Ora però il suo governo sembra aver cambiato posizione. All’inizio di aprile di quest’anno, durante un incontro con i media, Alicia Bárcena, capo del ministero dell’Ambiente e delle Risorse naturali, ha riconosciuto pubblicamente i danni causati dal Tren Maya agli ecosistemi della regione del Quintana Roo e comunicato che il suo ministero sta effettuando sopralluoghi nell’area colpita con l’obiettivo di sviluppare misure di compensazione per i danni alle infrastrutture ed eventuali cambi di destinazione d’uso del territorio, per rispondere alle esigenze e alle preoccupazioni delle comunità locali. Bárcena ha preannunciato l’avvio di un piano di ripristino ambientale che dovrebbe riguardare l’intero tracciato del treno e i cui costi, a detta del sottosegretario alla Biodiversità e al Ripristino ambientale del governo, Marina Robles García, dovranno essere assunti da “chi ha eseguito i lavori”. Tra le azioni più importanti del piano annunciate da Bárcena si prevede l’eliminazione delle recinzioni metalliche che ostacolano il libero transito della fauna, la protezione di caverne e cenotes e il divieto di costruire strade secondarie nella giungla per le attività turistiche: “Possono essere le comunità stesse ad aiutarci a ripristinare l’ecosistema forestale, invece di appaltare ai consorzi che sono coinvolti nel Treno Maya, aziende che vengono, piantano un albero e il giorno dopo muore”. Una vicenda esemplare In attesa che questa nuova sensibilità del governo messicano nei confronti dell’ambiente e delle comunità locali diventi realtà, il sogno del populista López Obrador prosegue spedito. Il prossimo obiettivo è l’estensione del tracciato del treno per raggiungere la città maya di Tikal, in Guatemala, e il 15 agosto scorso i leader di Messico, Guatemala e Belize si sono incontrati a Calakmul proprio per discutere dell’ampliamento della linea ferroviaria. Nell’occasione hanno anche annunciato la creazione di un’area protetta sovranazionale per proteggere l’intera foresta pluviale Maya. Con gli impatti del megaprogetto in Messico davanti agli occhi e il greenwashing in agguato, la cautela è d’obbligo. Quella del Tren Maya è una vicenda esemplare, che assomiglia a tante altre che in America Latina e nel resto del mondo raccontano l’affermazione di un modello “estrattivista” di trasformazione del territorio, in cui gli interessi commerciali e finanziari, quasi sempre di pochi, sono predominanti rispetto ai diritti collettivi di natura ambientale, sociale e culturale. Un modello che ha i suoi esempi anche in Europa, dallo sfruttamento minerario dei territori Sami in Lapponia al ponte sullo stretto di Messina, e che afferma una visione produttivistica in cui il patrimonio culturale e naturale è usato come merce, come prodotto e in cui la sostenibilità dei megaprogetti viene valutata in termini quasi esclusivamente economici. Un modello di sviluppo che nega o nasconde qualsiasi discussione sulle conseguenze, in cui le grandi opere sono imposte senza un reale consenso, senza una coprogettazione con le comunità locali, generando forti divisioni al loro interno e una spirale di criminalizzazione e repressione di chi vi si oppone. Un modello che irrompe nei territori promettendo condizioni di vita migliori e finisce per alterarne profondamente gli equilibri, producendo enormi impatti sociali e ambientali che spesso si manifestano pienamente nel medio e lungo termine, quando ormai è impossibile porvi rimedio. L'articolo Il treno verde meno sostenibile al mondo proviene da Il Tascabile.
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