I l 15 di novembre decine di migliaia di persone marciano per le strade della
città brasiliana di Belém, in Brasile, dove è in corso la trentesima conferenza
dell’ONU sul clima (COP, Conference of the Parties). L’hanno chiamata la COP del
popolo, la COP dell’Amazzonia, la COP delle popolazioni indigene. C’è del vero
in questo, dal momento che gli attivisti hanno occupato numerosi spazi della
città e, in varie forme, hanno fatto di tutto per farsi ascoltare. È la COP del
popolo, ma gran parte del popolo è fuori dai cancelli della Zona blu, sede dei
negoziati, e, soprattutto, è lontano dai metal detector e dalle pareti
bianco-grigie della COP ufficiale che i popoli possono lanciare i propri
messaggi di rabbia e disperazione. È la controCOP del popolo, che ha dovuto
ritagliarsi i suoi spazi.
In manifestazione le rivendicazioni scritte con cura sui cartelloni, sugli
striscioni e sulle magliette sono variegate: “Non esiste il capitalismo verde:
Amazzonia viva, popolo forte”; “Agro è veleno”; “Protezione animale mondiale”;
“Il sistema deve cambiare”; “Hanno rubato le nostre terre e ora vogliono rubare
il nostro futuro”. Un cartellone verde mi colpisce più degli altri: “Il Rio
Tapajós chiede soccorso”. È tenuto alle due estremità da due giovani donne
indigene, entrambe truccate nella maniera tradizionale, ferme immobili fra il
caos di persone che occupa la strada. Alle persone che le fotografano indicano
la propria maglietta bianca: “Mulheres indigenas As Karuana”. Le parole scritte
sul loro cartellone mi si fissano in testa, e ancora vi rimangono, perché
risuonano con le lacrime di una donna con cui ho parlato qualche giorno prima
nel quartiere periferico di Guamá. Indicando la propria casa fatta di palafitte
e travi di legno, l’immondizia disseminata per terra e suo figlio, aveva detto:
“Continuiamo a chiedere aiuto, ma nessuno ci ascolta. Vi prego, aiutateci”.
Immagino che queste tre donne non si conoscano, ma le loro parole tessono un
filo che le unisce e che unisce la resistenza indigena alla resistenza di coloro
che abitano i quartieri più poveri e dimenticati.
Tuttavia, se da un lato le popolazioni native sono riuscite in occasione di
questa COP a far sentire la propria voce, gridando più forte del silenzio gelido
emanato dalla Zona blu, dall’altro il grande evento climatico dell’anno invadeva
la città, portando miglioramenti estetici e strutturali, turismo, denaro, mentre
chi abita le zone più povere e in difficoltà è rimasto ai margini, escluso dalla
maggior parte dei dibattiti. Forse è questo il più grande fallimento della COP,
come accade a tanti grandi eventi. L’importanza degli spazi che l’evento va a
occupare viene narrata solo a livello geopolitico, geografico, ambientale, e non
chiama a consulta la maggior parte delle persone che quegli spazi li camminano
ogni giorno, le persone che chiamano casa quella città o quello Stato. In questo
caso, persone che vivono ogni giorno gli effetti dei cambiamenti climatici.
La manifestazione del 15 novembre 2025 fuori dal mercato di São Brás, Belém
(fot. Sophia Grew).
La “COP dei popoli”
André Corrêa do Lago, il presidente della COP30, ha parlato del grande evento
usando il concetto braziliano di mutirão, assimilabile allo spagnolo minga:
definisce il lavoro di una comunità che si riunisce per lavorare a uno scopo
comune, generalmente per il bene di tutti, senza compenso economico ma per il
supporto reciproco. Mutirão è una parola originaria della famiglia di lingue
indigene tupí-guaraní e il presidente della COP30 ha voluto usarla per invitare
il mondo a mobilitarsi in maniera collettiva nell’azione contro i cambiamenti
climatici: “Condividendo questa conoscenza ancestrale e la tecnologia sociale,
la presidenza della COP30 invita la comunità internazionale a unirsi al Brasile
in un mutirão globale contro i cambiamenti climatici, uno sforzo globale di
cooperazione fra popoli per il progresso dell’umanità”. Ma bastava passare fuori
dai cancelli della Zona blu, fra le persone benvestite che si scattavano foto di
gruppo e selfie davanti alla scritta “Cop30”, per sentire che il vero mutirão,
la vera minga, non stava avvenendo lì. E forse non stava avvenendo neanche nella
Zona verde o nella Free zone. Negli auditorium delle università, leader indigeni
e attivisti raccontavano la lotta per proteggere i propri territori, in Brasile,
Ecuador, Perù e Colombia ma anche in angoli più lontani del mondo.
> Se da un lato le popolazioni native sono riuscite in occasione di questa COP a
> far sentire la propria voce, dall’altro il grande evento climatico dell’anno
> ha portato turismo e denaro, mentre chi abita le zone più povere della città è
> rimasto ai margini, escluso dai dibattiti.
Gli occhi del mondo si sono rivolti ai popoli indigeni arrivati fino a Belém,
vestiti da capo a piedi con i loro abiti tipici, una rivendicazione della
propria cultura che partiva dalla propria presentazione estetica. Il governo
brasiliano ha organizzato un villaggio, Aldeia, per accogliere le popolazioni
indigene di tutto il mondo durante la conferenza, allestita in una delle sedi
dell’Università federale di Pará. Alla serata di apertura alcuni gruppi di
persone indigene, fra cui famiglie intere, hanno inaugurato lo spazio con danze
e canti. Intorno, una schiera di fotografi li circondava. Alla fine, in effetti,
la COP30 è stata la COP con la maggiore partecipazione indigena della storia,
con almeno tremila rappresentanti. “Finora, il numero massimo è stato di 350
indigeni provenienti da tutto il mondo, alla COP21 di Parigi nel 2015 e anche
alla COP28 di Dubai. Ora stiamo richiedendo, insieme alla presidenza della COP,
la partecipazione di 500 indigeni dal Brasile e 500 indigeni da tutte le altre
parti del mondo. In altre parole, stiamo parlando di mille indigeni accreditati
nella Zona blu”, aveva affermato Sonia Guajajara, ministra dei Popoli indigeni
del Brasile.
Dunque, solo una parte delle persone indigene presenti ha potuto effettivamente
accedere all’area dei negoziati. Una mattina osservo una famiglia avvicinarsi
alle transenne che separano il cortile dalla Zona blu, con i metal detector, le
pareti bianco-grigie e le luci al neon. Il padre indossa un copricapo di piume.
Si avvicina alle guardie che sorvegliano l’ingresso, ma viene rimandato
indietro: non ha un pass per entrare. L’uomo comprende, non protesta, ma tira
fuori il telefono dalla tasca e scatta una foto alla scritta: “Welcome to
COP30”.
Gli occhi del mondo, dunque, si sono rivolti a quelle popolazioni che vivono a
stretto contatto con l’ambiente naturale e che percepiscono, soffrendole, le sue
alterazioni. Spesso la cosmovisione e la spiritualità di questi popoli ha un
legame essenziale con i fiumi, le montagne, i boschi, il sole, la luna; ma,
soprattutto, i popoli originari vivono di questi elementi stessi. Se utilizzano
l’acqua dei fiumi per bere, per lavarsi, per cucinare, nel momento in cui il
fiume viene contaminato dal petrolio, perdono la loro principale forma di
sussistenza. Ad esempio, gli sversamenti di crudo nelle zone amazzoniche sono
tanti e ognuno di essi finisce per impattare sulla salute e sull’economia
familiare delle comunità che vivono vicino ai pozzi e ai tubi che trasportano il
petrolio. Nonostante l’esplicita decisione del governo brasiliano di mettere le
popolazioni indigene al centro di questa COP, non tutti coloro che partecipano
si sentono ascoltati e giustamente rappresentati. Nei confronti dei negoziati
percepisco un generale senso di sfiducia, e a ragione, dal momento che il
sistema di pressione e trasparenza implicito in accordi come quelli di Parigi
del 2015 ha dimostrato la sua fallibilità: gli Stati non hanno rispettato le
promesse sottoscritte. Le temperature globali continuano a innalzarsi e chi vive
in Amazzonia ne percepisce da tempo le conseguenze.
E, soprattutto, nemmeno a livello locale le popolazioni impattate hanno visto
miglioramenti. “Veniamo qui per ascoltare”, mi dice un leader indigeno della
nazionalità Shuar dell’Ecuador, mentre si accinge a varcare l’ingresso della
Zona blu. “Sappiamo che quello che diranno ci riguarda e ci impatta, dunque
veniamo per ascoltare e per comprendere”. A tutti chiedo la stessa cosa: se
sentono che la loro presenza qui possa avere un impatto. E tanti rispondono che
dentro i negoziati non c’è speranza, ma che fuori, fra comunità e attivisti, si
può smuovere qualcosa. “A volte torniamo a casa con la sensazione che siamo
stati qua, ma non è cambiato nulla, non cambierà nulla nel sistema e ancora una
volta torneremo alla vita di sempre”, mi dice un attivista. Da trent’anni lotta
contro le estrazioni petrolifere nella sua comunità e ha l’aria stanca.
> In effetti, la COP30 è stata la COP con la maggiore partecipazione indigena
> della storia, con almeno tremila rappresentanti.
Un partecipante su 25 nella COP30 rappresenta l’industria dei combustibili
fossili, stando a un’analisi della coalizione Kick Big Polluters Out (KBPO), per
un totale di 1600 lobbisti del fossile. Il Paese che ha una delegazione più
folta è il Paese ospitante, il Brasile. D’altronde, gli ultimi tre vertici erano
stati ospitati da Stati petrolieri: Azerbaijan, Emirati Arabi Uniti ed Egitto,
con un record di 2456 lobbisti di olio e gas presenti alla COP28. E ancora, una
ventina di giorni prima dell’inizio della conferenza climatica in Brasile, le
autorità hanno rilasciato alla compagnia petrolifera Petrobras una licenza per
perforare un pozzo esplorativo nel bacino di Foz do Amazonas, la foce del Rio
delle Amazzoni. Questa è l’area geografica in cui il fiume più lungo del mondo
sfocia nell’Oceano Atlantico; è un luogo ricco di biodiversità ed è la casa di
diversi popoli indigeni. Martedì 11 novembre un gruppo di persone indigene
valica i cancelli e la sicurezza della Zona blu, rompendo una barriera simbolica
piuttosto importante. Il venerdì della stessa settimana, una cinquantina di
persone della popolazione Munduruku protestano bloccando pacificamente
l’ingresso ai negoziati. Dopo qualche ora, non vi è traccia di loro, ma davanti
alla Zona blu marciano le forze dell’ordine, mentre volontari del WWF
distribuiscono ventagli.
Alcune manifestanti il 15 novembre: «Amazzonia libera da petrolio e gas»,
«Delimitare i territori è combattere i cambiamenti climatici», Belém (fot.
Sophia Grew).
Qualcun altro mi fa notare che esistono spazi di condivisione e di creazione di
soluzioni, come la Cupola dos povos, la People’s summit, dove si può provare una
sensazione del tutto diversa. Nei giardini e nelle aule dell’Università che
ospita il controevento si respira il confluire di numerose lotte. Oltre
cinquemila persone e duecento imbarcazioni hanno riempito il fiume Guamá durante
la Barqueata di inaugurazione e oltre venticinquemila persone si sono registrate
per partecipare a dibattiti, seminari, eventi. Nella dichiarazione finale, le
istanze emergono con chiarezza. No alle false soluzioni del mercato, perché
“aria, foreste, acqua, terra, minerali e fonti di energia non possono essere
proprietà privata”. E ancora: “Chiediamo la partecipazione e la leadership dei
popoli nella costruzione di soluzioni climatiche, riconoscendo il sapere
ancestrale”. Chiedono dunque la fine dei combustibili fossili, il sostegno
all’agroecologia, i diritti territoriali degli indigeni, città senza
segregazione e razzismo ambientale, e che finalmente cessi il dominio delle
grandi aziende multinazionali. È una lotta che non aspetta, ma che si organizza,
punta il dito contro i responsabili e propone soluzioni eterogenee, il vero
mutirão di questa COP30.
Silenzio in periferia
“Chiediamo la lotta contro il razzismo ambientale e la costruzione di città e
periferie vivibili attraverso l’attuazione di politiche e soluzioni ambientali.
L’edilizia abitativa, i servizi igienico-sanitari, l’accesso e l’uso dell’acqua,
il trattamento dei rifiuti solidi, il rimboschimento e l’accesso alla terra e ai
programmi di regolarizzazione fondiaria devono tenere conto dell’integrazione
con la natura”. È uno dei punti della dichiarazione finale del People’s summit.
Le periferie cittadine hanno preso poco spazio sui media, anche se molte persone
si sono attivate a riguardo ed erano presenti sul territorio a Belém. La
narrazione di questa COP ha giocato molto intorno ai concetti di “centro” e di
“periferia”: è la prima conferenza sul clima che si tiene in Amazzonia, il
polmone del mondo, una delle zone più fragili e più importanti per la
regolazione delle temperature, troppo spesso lasciata da parte e dimenticata.
Qui, al centro del globo, dopo anni di silenzio convergono a una COP coloro che
sono marginalizzati. È la COP delle periferie del mondo, al centro del mondo.
Ciò che è centro e ciò che è periferia si scambiano, per una manciata di giorni,
a Belém. In realtà, appunto, il distacco fra le istanze popolari e ciò che
avviene nei negoziati sembra prevalere, e questa distanza pare ancora più forte
per quanto riguarda le periferie, che non trovano nei media e nella discussione
pubblica lo stesso spazio trovato dalle comunità indigene.
Eppure, l’Amazzonia non è solo una terra naturale di popolazioni originarie,
palme, fiumi e cascate. In Amazzonia oggi ci sono grandi città, come Belém,
nella cui area metropolitana vivono due milioni e mezzo di persone: la maggior
parte di loro vive in baraccopoli. Qui, i cambiamenti climatici da tempo
impattano la vita quotidiana. In occasione della COP il governo dello Stato del
Pará ha avviato progetti infrastrutturali per lo sviluppo urbano e per
accogliere i turisti, come il Parque da cidade, Parco della Città,
cinquecentomila metri quadrati con museo, ristoranti, percorsi pedonali e
ciclabili. Un primo punto critico è che il progetto è in mano al gigante
minerario Vale, responsabile di due disastri ambientali: nel 2015 e nel 2019
erano crollate le dighe di scorie nello Stato di Minas Gerais, causando la morte
291 persone e contaminando i fiumi per centinaia di chilometri. Inoltre, anche
se il parco dopo la COP diventerà un luogo pubblico, il rischio di queste
innovazioni urbane è che finiscano per contribuire a un generale aumento dei
prezzi, quindi escludendo i ceti popolari.
> Gli Stati non hanno rispettato le promesse sottoscritte. Le temperature
> globali continuano a innalzarsi e chi vive in Amazzonia ne percepisce da tempo
> le conseguenze.
Già in passato l’espansione della città non è stata neutrale, ma ha
prioritizzato gli interessi del mercato immobiliare, relegando le classi meno
abbienti in zone fatiscenti. C’è il rischio che anche gli abbellimenti portati
dalla COP attraggano nei quartieri investimenti e abitanti più ricchi,
innescando il meccanismo di espulsione dei ceti bassi che è tipico della
gentrificazione. Sta già succedendo. “Sebbene l’inflazione in Brasile e a Belém
non sia significativamente diversa (rispettivamente 4,68% e 4,87% su 12 mesi),
le voci dalla COP30 raccontano una storia diversa. I prezzi degli alloggi in
Brasile, ad esempio, sono aumentati del 10,33%, mentre l’aumento a Belém ha
raggiunto il 19,17% nello stesso periodo”, riporta Valor International. Chi non
ha già un contratto di affitto a lungo termine dovrà sottoscrivere un contratto
che sarà inevitabilmente influenzato da questo andamento dei prezzi. In poche
parole, le case sono già diventate più care per i residenti di Belém.
Un’altra infrastruttura figlia della COP30 è il nuovo mercato di São Brás. È
stato ristrutturato per la COP30 e ora ha un aspetto nuovo e moderno, con le
pareti tutte bianche. Perfetto per accogliere i turisti. Qui c’è la sensazione
che il grande evento climatico stia portando cose buone, principalmente
ricchezza. Anche nei dintorni, addentrandosi nel quartiere di Guamá, uno dei più
grandi e popolosi della città, si sente dire che la città è migliorata. Canali
che un tempo erano pieni di immondizie sono adesso ben costruiti e non gettano
più un cattivo odore tutt’intorno. Ma più mi addentro nel quartiere, più le case
intorno a me si fanno povere, più mi si appiccica addosso un senso di abbandono,
riflesso dalle parole delle persone che incontro. Proprio quando imbocco uno dei
primi vicoli che porta verso le case di legno costruite su palafitte, là dove
l’acqua lambisce le porte delle case portando con sé immondizie e malattie,
proprio addentrandomi in questa zona incontro un signore che mi dice che sì, la
COP30 ha cambiato molte cose, “ma per me non ha ancora cambiato niente”. Alla
prossima pioggia, tutto il quartiere si allagherà. Anche le strade principali
saranno coperte d’acqua, le moto ci sfrecceranno dentro, quasi del tutto
sommerse. Le case di legno sulle palafitte, dove vive la parte più povera della
popolazione, si inonderanno e, ancora, l’acqua sporca trascinerà con sé
bottiglie di plastica, tappi, batteri.
Uno scorcio della parte più periferica del quartiere di Guamá, Belém (fot.
Sophia Grew).
È da tempo che le classi più povere, relegate nelle periferie da meccanismi di
questo tipo, soffrono i cambiamenti climatici. A questo proposito, cinquanta
collettivi e mille leader comunitari di São Paulo hanno firmato la “Lettera di
impegno – Periferie per il clima”, denunciando gli impatti ambientali sofferti
nelle periferie e proponendo soluzioni; hanno portato le loro analisi e le loro
istanze alla COP30. “Nel corso degli anni, queste comunità hanno vissuto
tragedie causate da piogge intense, inondazioni e smottamenti. Se già prima
questi disastri compromettevano le condizioni di vita delle persone, facendo
loro perdere i propri beni e persino le proprie abitazioni, oggi hanno un
impatto anche sulla loro salute fisica e mentale”. È dunque necessario che i
cittadini siano coinvolti nelle decisioni che riguardano il loro territorio.
E poi non ampliare le discariche nei quartieri più poveri, responsabilizzare le
imprese che inquinano, migliorare la gestione dei rifiuti, l’educazione
ambientale, l’edilizia popolare e i servizi igienico-sanitari di base. Scrivono:
“Ci sono già morti nei quartieri per questioni ambientali. La leptospirosi, la
dissenteria e la polmonite sono diventate frequenti e la nostra salute mentale
sta crollando. Non può essere altrimenti per chi convive con fogne a cielo
aperto e inquinamento dell’aria e dell’acqua. A questo si aggiunge il problema
cronico della gestione dei rifiuti: inceneritori che avvelenano l’aria con gas
tossici, discariche che contaminano il suolo e le falde acquifere, senza alcun
tipo di pianificazione ambientale né attenzione per le popolazioni vicine.
Questa politica di abbandono trasforma i nostri territori in zone di sacrificio,
dove la vita della popolazione vale meno dei profitti delle aziende e della
negligenza del potere pubblico”.
> Quando imbocco uno dei vicoli che portano verso le case di legno dove l’acqua
> lambisce le porte portando immondizie e malattie, incontro un signore che mi
> dice che sì, la COP30 ha cambiato molte cose, “ma per me non ha ancora
> cambiato niente”.
La mobilitazione che è avvenuta in occasione della COP30 è forte, tocca dritto
al cuore. Ciò che avviene dentro i negoziati, ad esempio il fatto che il testo
finale non menzioni affatto una strada per l’abbandono progressivo dei
combustibili fossili, non stupisce e sembra perdere di importanza. Ma nei
quartieri e nelle foreste, le persone e i fiumi lanciano comunque grida di
aiuto. I quartieri si inondano e si ammalano. Nella biodiversa Amazzonia che ha
ospitato l’evento continuano le estrazioni petrolifere e la terra continua a
essere contaminata da quello stesso petrolio che, bruciando, contribuisce al
riscaldamento globale. Per quanto valorosa, questa lotta a oggi non basta a far
cambiare rotta ai governi e alle multinazionali: le persone impattate dovranno
essere coinvolte affinché non si trovino a chiedere, ancora una volta, aiuto. I
decisori chiusi dentro alla Zona blu devono aprire le porte o, ancora una volta,
toccherà entrare con la forza.
L'articolo Belém: voci fuori dalla COP30 proviene da Il Tascabile.
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L e foto di questi luoghi mi affascinano da sempre. Ricordo la prima volta che
vidi quella diapositiva proveniente dalla macchinetta analogica di mio padre,
che ora è la mia. La foto ritraeva i miei genitori davanti a una palafitta
altissima e immersa nella foresta. Quella foresta è la foresta amazzonica
peruviana e quella foto risale al loro viaggio di nozze nell’ormai lontano 1989.
Proprio quest’anno a Palazzo delle Esposizioni a Roma ho visitato la mostra del
World Press Photo e, tra le tante foto strazianti ma necessarie che erano appese
alle pareti bianche, ho trovato anche l’Amazzonia, questa volta stravolta dalla
crisi climatica. Un giovane che per portare il cibo a sua madre in un villaggio
un tempo raggiungibile in barca, ora si trova costretto a percorrere a piedi il
letto di un fiume in secca. Una donna vive con il suo compagno e la loro figlia
di due anni in una “casa galleggiante” che, sempre a causa della siccità, sembra
galleggiare sul deserto più che sul fiume. Sono foto che mostrano gli effetti
del cambiamento climatico come una realtà concreta capace di plasmare il futuro
di comunità vulnerabili strettamente connesse con il mondo naturale.
Con il nome Amazzonia si intende un bioma, ovvero un insieme di ecosistemi, che
si trova nel nord dell’America latina e ne occupa il 40%. È una delle regioni
più estese del pianeta che con i suoi 7,8 milioni di chilometri quadrati risulta
grande due terzi dell’intera Europa. A occhi inesperti, l’Amazzonia potrebbe
sembrare un ambiente umido stabile. In realtà, è caratterizzata da due stagioni
distinte: la stagione delle piogge e la stagione secca. I livelli naturali di
inondazioni e siccità però stanno venendo potenzialmente alterati dal
cambiamento climatico con conseguenze che vanno ben oltre l’equilibrio
dell’ecosistema amazzonico stesso.
Il bacino amazzonico ospita la vasta e diversificata foresta pluviale amazzonica
e il fiume più lungo al mondo, contribuendo così a diversi servizi ecosistemici.
Da un lato, è il polmone verde che immagazzina l’anidride carbonica nella
biomassa vegetale e nel suolo e produce circa il 20% dell’ossigeno mondiale
contribuendo alla regolazione del clima locale e globale. Dall’altro, il Rio
delle Amazzoni è il fiume che trasporta più acqua al mondo. Scorre dalle Ande
all’Atlantico dove riversa ogni giorno circa 17 miliardi di tonnellate di acqua
dolce, un quinto dello scarico mondiale, mantenendo i cicli dell’acqua
attraverso il sistema delle correnti che distribuiscono calore sul pianeta. Il
maestoso fiume sta però affrontando livelli record di acque basse a causa della
grave siccità.
> L’Amazzonia è il polmone verde che produce circa il 20% dell’ossigeno mondiale
> contribuendo alla regolazione del clima locale e globale, mentre il Rio delle
> Amazzoni è il fiume che trasporta più acqua al mondo.
La crisi climatica qua si mostra come una vera e propria crisi ecologica che
minaccia la biodiversità, sconvolge gli ecosistemi e colpisce le comunità locali
che dipendono dai fiumi per la sopravvivenza. La maggior parte della foresta,
quasi i due terzi, è all’interno dei confini brasiliani. Altri Paesi dove si
estende la foresta includono Perù (circa 13%), Colombia (10%) e altri in misura
minore come Bolivia ed Ecuador. Al confine tra Perù, Brasile e Bolivia vive la
più alta concentrazione di tribù isolate al mondo. I confini dei territori che
abitano, la cosiddetta Frontiera incontattata, devono essere sorvegliati per
impedire incursioni di persone non autorizzate. La loro casa, quindi, risulta in
pericolo: la deforestazione, l’inquinamento e le altre pressioni antropiche del
mondo globalizzato sono gravi minacce per la loro sopravvivenza.
Nel 2024 il Brasile ha perso 2,8 milioni di ettari di foresta, due terzi dei
quali a causa degli incendi, spesso appiccati per fare posto alle coltivazioni
di soia o agli allevamenti di bestiame. Nel complesso si sta comunque parlando
di un anno in cui lo Stato brasiliano ha registrato una riduzione della
deforestazione del 32,4% rispetto al 2023 (377.708 ettari). Il calo è
attribuibile alle politiche di controllo dell’attuale governo, ma è ancora
lontano il raggiungimento dell’obiettivo di zero deforestazione entro il 2030,
annunciato dal presidente Lula all’inizio del suo mandato. Il dato riportato,
anche se inferiore all’anno precedente, è comunque allarmante: in media, sono
stati rasi al suolo 1.035 ettari di foresta al giorno, sette alberi ogni
secondo.
A oggi, la deforestazione cumulativa per l’intero bioma amazzonico è stimata in
circa il 18% della sua estensione dal 1987. Questo dato è in costante aumento e
già equivale alla somma delle superfici di Francia, Italia e Portogallo.
Numerosi modelli predittivi indicano il 20% di deforestazione cumulativa come un
punto critico, un vero e proprio punto di non ritorno (o tipping point), la
soglia oltre la quale la foresta si trasformerà in modo irreversibile innescando
cambiamenti che possono autoalimentarsi e avere effetti a cascata su altri
sistemi. La deforestazione incide direttamente sull’ecosistema, creando aree più
asciutte e suscettibili agli incendi. Allo stesso tempo, il cambiamento
climatico rende la foresta intrinsecamente più vulnerabile alla siccità. Quando
queste due forze si combinano, il rischio aumenta esponenzialmente: una foresta
già indebolita dalla deforestazione ha meno capacità di resistere a una siccità
estrema indotta dal clima. Dati satellitari e modelli ecologici hanno dimostrato
che la resilienza della foresta ai disturbi è in diminuzione dai primi anni 2000
e gli ultimi due anni hanno registrato una delle peggiori siccità della storia.
Tra aprile e giugno 2024, ci sono state precipitazioni da record nello stato di
Rio Grande do Sul, in Brasile. Queste hanno causato la peggiore inondazione
nella storia della regione. Più di mezzo milione di persone sono state sfollate
e più di 183 sono morte nelle inondazioni.
Lo scorso 21 maggio il senato brasiliano ha approvato un disegno di legge che
allenta le norme sulle licenze ambientali cancellando ogni regolamentazione per
vari progetti, dalla produzione di carne alla deforestazione. Il disegno di
legge viene chiamato in gergo anche “‘progetto di legge della devastazione’ e
non è un buon segnale ma è solo una conseguenza della situazione politica che
abbiamo in Brasile”. Queste le parole di Emanuela Evangelista, biologa
specializzata nello studio dei mammiferi acquatici, membro dell’Unione
internazionale per la conservazione della natura, presidente di Amazônia ETS e
trustee di Amazon Charitable Trust, organizzazioni che collaborano con i popoli
della foresta per la conservazione dell’ambiente e la tutela dei loro diritti.
> La deforestazione, l’inquinamento e le altre pressioni antropiche del mondo
> globalizzato sono gravi minacce per la sopravvivenza della cosiddetta
> Frontiera incontattata.
L’instabilità politica di cui parla è data da una semplice questione numerica.
Il presidente in carica, Luiz Inácio Lula da Silva, è stato eletto a gennaio
2023, ottenendo solo il 50,89% dei voti contro il 49,11% di Bolsonaro,
trovandosi quindi a rappresentare un Paese profondamente spaccato in due. “C’è
quindi una questione aperta sullo sviluppo della regione amazzonica. Una delle
regioni più povere di tutto il Brasile, con circa il 50% degli abitanti che sta
sotto la soglia della povertà”, continua Evangelista. Il presidente si trova a
governare in un clima politico estremamente teso e polarizzato dove la sua
visione non trova sempre la maggioranza, cedendo così al modello proposto
dall’opposizione. Un modello che da europei conosciamo molto bene, basato sul
raggiungimento di uno sviluppo economico ottenibile con l’aumento di
agricoltura, pascolo, estrazione mineraria e costruzione di infrastrutture.
“L’Amazzonia è destinata al collasso che si può evitare solamente in due modi:
proteggendo le foreste che sono rimaste ancora intatte, come questa in cui vivo,
e riforestando dove la foresta è già stata tolta”. Evangelista ha scelto infatti
di vivere da 25 anni proprio in quello che lei definisce “il cuore della
foresta”. Un cuore che sta iniziando a soffrire in maniera pesante il
cambiamento climatico. Proprio da là ha fondato l’organizzazione no profit
Amazônia ETS per una “visione globale di pianeta perché, quando hai a che fare
con le sfide ambientali, i confini non esistono”.
Tra i tantissimi progetti di sensibilizzazione, conservazione e sviluppo
sostenibile che l’organizzazione propone ce n’è uno, in collaborazione con
l’Istituto brasiliano per lo sviluppo e la sostenibilità (IABS), dal nome
Insieme piantiamo il futuro. Si parla dell’attuazione di un vero e proprio
corridoio ecologico di biodiversità tra gli Stati brasiliani di Maranhão e Pará,
la cui capitale, Belém, ha ospitato la 30ª Conferenza delle Parti della
Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30) dal 10
al 21 novembre 2025. “I corridoi ecologici di biodiversità servono a collegare
frammenti di foresta che, a causa della deforestazione, sono rimasti isolati per
farli diventare di nuovo ambienti possibili per la vita”.
Spostandoci invece nella parte più occidentale dell’area amazzonica raggiungiamo
il Parco nazionale del Yasuní, localizzato nell’Amazzonia ecuadoriana e
designato come patrimonio UNESCO nel 1989. In Ecuador, la foresta amazzonica
copre circa la metà del territorio nazionale, sebbene rappresenti solo il 2% del
bioma amazzonico totale. È una delle aree più ricche di biodiversità al mondo,
nonché la casa di diversi gruppi di popolazioni indigene, tra le quali le
Tagaeri e Taromenane che vivono in isolamento volontario. Un luogo incontaminato
in cui però, da più di mezzo secolo, le aziende petrolifere bruciano il gas
naturale prodotto dall’attività estrattiva emettendo sostanze altamente tossiche
e dannose per l’ambiente e per la salute.
Rappresentando la maggior parte del bilancio generale dello Stato, la questione
petrolifera in Ecuador è stata e continua tutt’ora a essere irrisolta. Per anni
l’azienda Chevron-Texaco ha violato le norme ambientali riversando nei fiumi 16
miliardi di tonnellate di acque reflue: per questo nel 2011 è stata condannata a
pagare all’Ecuador 9,5 miliardi di dollari per il danno ambientale causato. La
compagnia ha poi lasciato il Paese, ma 14 anni dopo il risarcimento non è stato
ancora versato. Ancora oggi, l’Unione delle persone colpite dalla Chevron Texaco
(UDAPT), un’organizzazione che unisce almeno 80 comunità residenti nelle aree
contaminate, ha mappato quasi 500 torri di combustione attive nell’Amazzonia
ecuadoriana, testimoniando e denunciando gli sversamenti che quotidianamente
colpiscono l’area.
All’interno del Parco nazionale del Yasuní ci sono sette blocchi petroliferi,
tra cui il blocco 43, rimasto intatto almeno fino al 2013. Questo, noto anche
come ITT, comprende i giacimenti di Ishpingo, Tambococha e Tiputini ed era stato
oggetto dell’iniziativa Yasuní ITT: una proposta lanciata nel 2007 dal governo
di Rafael Correa che mirava a evitare lo sfruttamento petrolifero nella zona più
remota e meglio conservata del Parco nazionale in cambio di 3,6 miliardi di
dollari di risarcimento da parte della comunità internazionale. Nel 2013, quando
era stato raccolto nemmeno lo 0,5% di quanto previsto, l’iniziativa fallì e
nella zona iniziò l’estrazione. Molti gruppi di giovani attivisti si unirono per
difendere le riserve di petrolio dell’ITT, dando vita al collettivo YASunidos.
Il gruppo si attivò per raccogliere firme e promuovere una consultazione
popolare, ma le diffamazioni subite permisero di indire un referendum abrogativo
solo dieci anni dopo. Così nell’agosto 2023, il 60% degli ecuadoriani ha votato
a favore del mantenimento a tempo indeterminato delle riserve petrolifere nel
sottosuolo e dunque del blocco delle attività estrattive, in un referendum che è
passato alla storia.
> Il presidente Lula si trova a governare in un clima politico estremamente teso
> e polarizzato dove la sua visione non trova sempre la maggioranza, cedendo
> così al modello proposto dall’opposizione.
Oggi, a due anni di distanza, l’Ecuador si trova in una situazione precaria
sotto molti aspetti. A inizio 2024 il governo di Daniel Noboa aveva annunciato
la necessità di mettere in atto misure che consentissero al governo di
riprendere il controllo del Paese. Queste misure includono la promozione
dell’estrazione mineraria su larga scala, che interessa 20 delle 24 regioni
dell’Ecuador, e la moratoria sul risultato del referendum per almeno un altro
anno. Le recenti violenze e i disordini interni hanno fornito al presidente
Noboa, nuovamente rieletto ad aprile di quest’anno, una scusa per continuare le
trivellazioni nei principali giacimenti petroliferi all’interno del Parco
nazionale Yasuní. “Il governo continua con lo sfruttamento illegale del
giacimento petrolifero. In questo momento stanno estraendo circa 40.000 barili
di petrolio da questo blocco in cui ci sono anche più di 30 fuoriuscite di
petrolio”, ci spiega Pedro Bermeo Guarderas, coordinatore legale e portavoce del
collettivo YASunidos, nonché uno tra i promotori ufficiali del referendum del
2023. “Questo è totalmente illegale. Persino lo scorso marzo la Corte
interamericana dei diritti umani (la CIDH), che è la corte più alta della
regione, ha emesso una sentenza che obbliga il governo a rispettare il
referendum” continua Bermeo.
Va inoltre sottolineato che per la costituzione dell’Ecuador l’adempimento dei
referendum è obbligatorio, “Non è qualcosa che il governo può decidere o meno”,
ricorda l’attivista. La Costituzione andina si distingue anche per essere la
prima al mondo a riconoscere la natura come soggetto di diritto. “La stessa
natura che stanno privatizzando e trasformando in un prodotto”, sottolinea
Bermeo, facendo riferimento alla legge organica sul recupero delle aree protette
e la promozione dello sviluppo locale, che è stata pubblicata il 14 luglio nel
registro ufficiale della Repubblica dell’Ecuador. Una legge approvata in tutta
fretta come una questione di urgenza in materia economica e che mette a rischio
la conservazione dell’ambiente, la gestione pubblica dei territori protetti e i
diritti collettivi.
“Stanno violando ancora una volta i diritti. Quindi ci sono due problemi, uno
relativo alla natura e l’altro alle comunità indigene, violando il diritto alla
consultazione preventiva”, denuncia Bermeo. L’attivista fa riferimento a un
altro diritto presente nella Costituzione, che garantisce ai popoli indigeni la
consultazione preventiva sui piani di sfruttamento dei loro territori. E
considerando che “nelle comunità indigene più di 2.000 milioni di ettari di aree
protette si intersecano con i loro territori ancestrali, questa legge è anche
contro di loro”. Una legge contro più di 750.000 indigeni appartenenti a più di
12 gruppi etnici differenti. Oltre le comunità che scelgono di vivere senza
contatti con la società esterna, anche gli altri hanno una forte connessione
culturale e spirituale con la natura e la terra, che considerano fonte di vita e
sostentamento.
Concludo le chiamate con Evangelista e Bermeo con la voglia di viaggiare e
raggiungere queste mete, purtroppo divenute popolari soprattutto nel last chance
tourism, quel turismo che mira unicamente a godersi il privilegio di poter
sfruttare e fotografare le meraviglie della natura prima che scompaiano. Da un
lato vorrei liberarmi da questo peccato originale che è l’occhio coloniale che
ci marchia e mi chiedo se sia veramente possibile parlare di ecoturismo in
queste aree. L’audio della chiamata non era ancora spento e Bermeo mi risponde
prontamente portandomi l’esperienza di una forma di turismo possibile. Mi parla
del turismo comunitario, un turismo ecologico, che rispetta la comunità ed è
gestito dalla comunità stessa. Una ragione anche “per fornire un’alternativa
alle comunità che sono totalmente abbandonate dal governo e che si trovano a
dover collaborare con attività estrattive o minerarie”.
L'articolo Lo sfruttamento antropico dell’Amazzonia proviene da Il Tascabile.
A lla parola paesaggio comunemente associamo la vista su delle colline, il verde
dei boschi, una pianura nella nebbia: molto dipende da dove siamo cresciuti,
qual è il posto a cui siamo legati in modo particolare, ma tendenzialmente il
paesaggio, nella nostra testa, somiglia molto a un quadro, è un panorama legato
quasi esclusivamente alla vista. Eppure un aspetto fondamentale dei luoghi è
quello sonoro: ogni posto ha un suo soundscape, un paesaggio sonoro specifico,
che varia, esattamente come l’aspetto visivo, allo scorrere delle ore del giorno
e della notte, nell’alternarsi delle stagioni, al passare degli anni.
Per chi vive in città il soundscape è un assedio di rumori incessanti, ma anche
quei luoghi che consideriamo più silenziosi – la cima di una montagna, una
spiaggia deserta – sono intessuti di suoni.
Fra questi due estremi, dal fastidio violento alla piacevolezza pacifica, si
muove la considerazione quasi puramente estetica che abbiamo del paesaggio
sonoro: ma prestare attenzione a cosa ci dicono i suoni può essere fondamentale
per accorgerci dei cambiamenti avvenuti in un ambiente, della riduzione della
biodiversità, della salute di un territorio, e dei benefici o danni che i suoni
possono apportare agli esseri viventi che lo abitano. A volte, infatti, è
proprio tendendo l’orecchio al paesaggio che ci arriva un segnale di allarme.
Primavera silenziosa, il famoso saggio di Rachel Carson pubblicato nel 1962 che
in qualche modo ha dato avvio al movimento ecologista statunitense, si apre con
una domanda: “Perché tacciono le voci della primavera in innumerevoli contrade
d’America?”. Il silenzio che improvvisamente dominava la primavera, al posto del
canto di innumerevoli specie di uccelli e del ronzio delle api, è l’aspetto
scelto dalla biologa per presentare, fin dal titolo, la sua indagine sulle
conseguenze dell’uso indiscriminato del DDT e di altri fitofarmaci.
Qualche anno dopo, all’incirca dalla fine degli anni Sessanta, alcuni studiosi
hanno cominciato a occuparsi di ecologia acustica, o ecologia dei paesaggi
sonori – ossia quella branca dell’ecologia che studia le relazioni fra i suoni
di un paesaggio e gli esseri viventi che lo abitano – nella convinzione che
l’aspetto sonoro delle questioni ambientali sia un tassello importante, che ci
può dire molto sullo stato di salute degli ecosistemi, sulla progettazione degli
spazi urbani, sui modi di condurre la transizione, sulle vite che vogliamo,
perfino sulla pace che desideriamo.
> Quando parliamo di paesaggio tendenzialmente pensiamo a un panorama legato
> quasi esclusivamente alla vista. Eppure, un aspetto fondamentale dei luoghi è
> quello sonoro: un paesaggio altrettanto specifico, che varia allo scorrere
> delle ore del giorno e della notte, nell’alternarsi delle stagioni, al passare
> degli anni.
Occuparsi di ecologia richiede spesso di impegnarsi a prestare attenzione a ciò
che alla nostra attenzione sfugge, perché difficile da comprendere, perché
invisibile, perché su scala troppo grande per averne una visione completa,
perché ha una dimensione temporale sfasata rispetto agli interessi politici e
alla nostra capacità di proiettarci nel futuro: a queste difficoltà, nel caso
dell’ecologia dei paesaggi sonori, si aggiunge il fatto che la vista, per gli
umani, è il senso a cui affidiamo gran parte delle nostre valutazioni, l’udito
ha un posto secondario, almeno a livello conscio, ed è così che sottovalutiamo
gli effetti dell’inquinamento acustico sulla nostra salute, i danni provocati
dai rumori delle guerre, la ricchezza sonora che stiamo perdendo assieme alla
biodiversità, e quanto sia importante, nell’immaginare il futuro, pensare anche
a come questo suonerà.
L’antropofonia e l’inquinamento acustico
Per cominciare a indagare di cosa è fatto un paesaggio sonoro possiamo partire
dalla divisione dei suoni in tre macrocategorie, o domini. Il primo è la
geofonia, ossia l’insieme dei suoni naturali provenienti da fonti abiotiche – il
mare, un fiume, il vento, un tuono, il brontolio selvaggio di un terremoto,
l’eruzione di un vulcano: ed è proprio l’eruzione del Krakatoa nel 1883 ad aver
generato l’onda sonora più potente mai registrata, con un boato di 310 decibel
(dB). C’è poi la biofonia, tutti quei suoni naturali emessi dagli esseri
viventi, animali e vegetali. Infine, l’antropofonia, cioè ogni nota, rumore,
boato o scricchiolio prodotti dagli umani, dalla musica più raffinata
all’insopportabile rombo di un aereo in decollo.
> Se sul posto di lavoro esistono, in Italia, norme precise sui limiti di
> esposizione al rumore, per quanto riguarda le città esistono solo delle
> raccomandazioni dell’OMS che vengono in larghissima parte disattese.
È proprio l’insieme dei rumori artificiali prodotti dalle attività umane a
costituire il tappeto sonoro predominante per chi vive nelle aree urbane: nel
mondo circa il 55% della popolazione, che si stima diventerà il 68% entro il
2050; in Italia la percentuale si aggira già attorno al 70% e sale al 91%,
secondo i dati Istat, che però comprendono anche i centri abitati più piccoli.
Se sul posto di lavoro esistono, in Italia, norme precise sui limiti di
esposizione che fissano a 80 dB la soglia media di attenzione (con picchi non
oltre i 135 dB) e a 87 dB la media massima che non può essere superata (con
picchi di 140 dB), per i rumori degli ambienti urbani in cui siamo immersi
esistono solo delle raccomandazioni dell’OMS (Organizzazione Mondiale della
Sanità) che vengono in larghissima parte disattese. Secondo le linee guida sul
rumore ambientale per l’Europa dell’OMS, infatti, il limite di esposizione al
rumore del traffico su strada sarebbe di 53 dB di giorno, 45 dB di notte. Quasi
un cittadino su tre, in Europa, vive in ambienti che superano, spesso anche di
molto, questi limiti: sono circa novantadue milioni di persone. Diciotto milioni
di persone, sempre in Europa, vivono in zone in cui il traffico ferroviario
produce rumori oltre la soglia prevista; e due milioni e mezzo di persone sono
esposte al rumore del traffico aereo.
Effetti dell’inquinamento acustico
La scarsa attenzione che prestiamo agli aspetti sonori dell’ambiente in cui
viviamo si riflette anche nella poca considerazione che abbiamo per i danni che
l’esposizione al rumore può avere: l’inquinamento acustico è fra le minacce
ambientali più pericolose per la salute, dopo quello atmosferico e il caldo
estremo. Lo scorso giugno, l’EEA (l’agenzia europea per l’ambiente) ha
presentato il rapporto Environmental noise in Europe, secondo il quale
l’inquinamento acustico è la causa di circa 66.000 decessi prematuri all’anno in
Europa, 50.000 nuovi casi di malattie cardiovascolari e 22.000 casi di diabete
di tipo 2. Oltre agli effetti diretti, ci sono quelli indiretti o a lungo
termine, come acufeni, stress, ansia, disturbi del sonno e difficoltà di
concentrazione, fino a depressione e demenza. Sono preoccupanti anche gli
effetti sui più piccoli: pare che l’esposizione continua al rumore del traffico
provochi difficoltà e ritardi nella lettura in circa mezzo milione di bambini e
disturbi del comportamento su circa 60.000. Si stima anche che circa 272.000
casi di sovrappeso infantile possano essere associati a livelli alti di rumore.
> L’inquinamento acustico è fra le minacce ambientali più pericolose per la
> salute: basti pensare che ogni anno, solo in Europa, causa 66.000 decessi
> prematuri. Per non parlare degli effetti indiretti su acufene, ansia, disturbi
> del sonno, difficoltà di concentrazione e depressione.
In complesso, sempre secondo lo stesso rapporto, in Europa perdiamo ogni anno
1,3 miliardi di anni di vita in buona salute (è l’indice DALY che somma gli anni
di vita persi per morti premature a quelli vissuti con malattie o disturbi
invalidanti). Un numero che fa impressione, ma forse non abbastanza da muoverci
all’azione: stando alle proiezioni dell’agenzia europea, senza forti misure
aggiuntive e senza nuovi investimenti non riusciremo a raggiungere l’obiettivo
di ridurre del 30% entro il 2030 il numero di persone che subiscono alti livelli
di inquinamento acustico (nello specifico, quello generato dal sistema dei
trasporti). Eppure i danni elencati hanno un costo elevato, stimato in 95,6
miliardi di euro l’anno: un numero da citare non perché serva assegnare un
valore economico alla nostra salute, ma per dare concretezza a qualcosa che ci
sembra semplice tappeto sonoro – il rumore del traffico nelle città – e che
solitamente consideriamo come secondario, incapace di produrre effetti concreti,
quando invece è perfino misurabile, sui nostri corpi e sui bilanci degli Stati.
Il rumore delle armi, il rumore come arma
Se il rumore del traffico è diventato una presenza costante e pervasiva del
paesaggio sonoro in cui siamo immersi, nel dominio dell’antropofonia in cima
alla lista dell’intensità si trovano i suoni prodotti da armi e mezzi di guerra:
il suono antropico più potente è quello generato dall’esplosione di una bomba
atomica, che supera i 200 dB. Anche in questi casi l’aspetto acustico ci sembra
marginale – e chiaramente di fronte a strumenti che producono morte il fatto che
producano anche dei rumori è marginale – ma essere sottoposti continuamente a
rumori così forti e innaturali, dal ronzio costante dei droni, al rombo degli
aerei militari, e poi le esplosioni, gli spari, gli allarmi, le urla, ha degli
impatti a lungo termine: in chi sopravvive; le conseguenze dell’esposizione
prolungata a questo tipo di rumori sono una parte importante dei disturbi
post-traumatici da stress, che spesso comprendono ipersensibilità ai rumori,
specie se forti e improvvisi.
> In cima alla lista dei suoni più potenti prodotti dall’essere umano ci sono
> quelli generati da armi e mezzi di guerra: l’esplosione di una bomba atomica,
> per dire, provoca un rumore che supera i 200 dB.
Esiste inoltre un’intera categoria di armi che usano proprio le onde sonore come
strumento di offesa: sono le armi soniche, o LRAD – Longe-Rage Acustic Device,
dispositivi acustici a lungo raggio –, vietate in molti Paesi, fra cui la
Serbia, che però è sospettata di averle utilizzate per disperdere la folla di
manifestanti in piazza il 15 marzo 2025. Le autorità di Belgrado negano di aver
utilizzato armi soniche, anche se hanno ammesso di averne acquistate. La
popolazione ha richiesto delle indagini indipendenti per chiarire i fatti, ma
quello che colpisce dei video diffusi in rete è l’invisibilità dell’onda che si
abbatte sul corteo, che si divide in due, con le persone che scappano dal centro
della strada, un’immagine che somiglia molto al rapporto che abbiamo con il
suono: qualcosa che sfugge alla nostra attenzione, ma di cui subiamo l’impatto.
Nel documentario Vibrations from Gaza, dell’artista Rehab Nazzal, il suono della
guerra oltre che invisibile diventa anche inudibile: i protagonisti sono bambini
sordomuti della Striscia di Gaza – una di loro, Amani, dice che “è una
benedizione essere sorda, così sono la meno terrorizzata quando bombardano” –, e
per tutto il film gli unici rumori sono il ronzio dei droni e le onde del mare.
I bambini raccontano quello che percepiscono degli aerei da guerra e delle bombe
che cadono: le vibrazioni dell’aria, del pavimento e dei loro corpi: la fisicità
del rumore, che rende impossibile il silenzio, finché non c’è pace, perfino per
chi non è in grado di udire la guerra.
Il silenzio: non solo un’assenza di suoni
Pace e silenzio sono due parole spesso associate: e come non si può definire la
pace per negazione, come solo assenza di guerra, così non si può definire il
silenzio per pura sottrazione del rumore.
> Un esempio chiaro del modo antropocentrico che abbiamo di intendere il mondo è
> che abbiamo fissato lo zero decibel non su un valore di reale silenzio, ma
> sulla soglia minima di percezione umana.
Eppure una prima idea di silenzio che ci viene alla mente è l’assenza di rumori
umani: niente rombi di motori o stridore dei freni, niente auto, aerei e navi,
niente bombe, niente fuochi d’artificio, niente allarmi, sirene e suonerie,
niente annunci, megafoni e altoparlanti, niente cantieri, demolizioni e
costruzioni. In breve, potremmo definire l’idea comune di silenzio come un
paesaggio sonoro in cui manca tutto l’insieme dell’antropofonia: sottraendo i
suoni di origine umana, rimangono quelli degli altri esseri viventi, o biofonia,
e degli elementi naturali non viventi, come quelli prodotti dai movimenti
dell’aria, dell’acqua o della terra, ossia la geofonia. Non è un silenzio
assoluto, ma un silenzio naturale, che non ha niente a che vedere con un vuoto,
ma è uno spazio sonoro pieno delle voci che altrimenti sono sopraffatte dai
rumori artificiali: canti degli uccelli, frinire di insetti, onde del mare,
scrosciare di fiumi e frusciare di foglie.
In Storia naturale del silenzio (2024) Jérôme Sueur va a indagare proprio cosa
c’è dentro il silenzio naturale, rendendo evidente che, se già prestiamo poca
attenzione agli aspetti sonori delle nostre vite, ancora meno ne prestiamo al
silenzio, che non è affatto univoco, né assoluto, né vuoto o assenza. Un esempio
chiaro del modo tutto antropocentrico che abbiamo di intendere il mondo è che
abbiamo fissato lo zero decibel non su un valore di reale silenzio, ma sulla
soglia minima di percezione umana: esistono in realtà suoni che misurano decibel
negativi perfettamente udibili da molte specie, ciascuna con una sua soglia di
silenzio differente.
> La nostra idea comune di silenzio è un paesaggio sonoro in cui mancano del
> tutto i rumori umani: niente rombi di motori o stridore dei freni, niente
> allarmi, sirene e suonerie, niente annunci, megafoni e altoparlanti, niente
> cantieri, demolizioni e costruzioni.
Nei linguaggi animali il silenzio non è vuoto, può essere un segnale amoroso, di
allerta o di sfida, ma può essere anche un segnale di morte e perdita: quando
una specie scompare, scompare anche il suono che è in grado di produrre. Così,
come “il silenzio nelle contrade di America” indicava che qualcosa stava
accadendo alle popolazioni di uccelli, registrare suoni e vibrazioni può dare
indicazioni precise sullo stato di salute degli ecosistemi e sulla biodiversità
che li abita.
Il silenzio dell’estinzione: l’ecoacustica per il monitoraggio della
biodiversità
È da questo proposito – monitorare la biodiversità attraverso il suono – che,
circa mezzo secolo dopo quell’intuizione di Rachel Carson, l’ecoacustica nasce
ufficialmente come disciplina, nel 2014, in Francia, al Muséum national
d’Histoire naturelle, grazie al lavoro di un gruppo di ricercatori, fra cui lo
stesso Jérôme Sueur. Alcuni ecosistemi sono nascosti alla vista: è il caso dei
ricercatori della Flinders University di Adelaide, nell’Australia meridionale,
che hanno registrato i suoni prodotti dalle comunità sotterranee di invertebrati
per monitorare lo stato di salute e di fertilità del suolo; oppure di specie
indistinguibili all’occhio, ma non all’orecchio, come alcune specie di rane; o
ancora di ecosistemi così vasti e difficili da raggiungere – l’oceano più
aperto, le profondità marine più inaccessibili – dove poter semplicemente
registrare e analizzare i suoni diventa il metodo più praticabile, e meno
invasivo, di monitoraggio.
I suoni prodotti da ciascuna specie sono un indicatore della biodiversità ma
anche, e soprattutto, una ricchezza in sé: e quando una specie scompare, quando
l’ultimo esemplare rinuncia a mandare i suoi richiami d’amore rivolti ormai a
nessuno, perdiamo per sempre delle note, un gorgoglio, delle vibrazioni, una
melodia che nessun altro essere vivente potrà replicare. Ogni singola specie non
solo produce dei suoni caratteristici ma ha un diverso modo di percepirli,
diversi spettri uditivi, diversi organi predisposti e diversi modi in cui le
vibrazioni sonore vengono percepite ed elaborate. Così quando una specie
scompare, non scompare solo il suono che produce, ma anche il suono che ascolta.
> Quando una specie scompare, quando l’ultimo esemplare rinuncia a mandare i
> suoi richiami d’amore rivolti ormai a nessuno, perdiamo per sempre delle note,
> un gorgoglio, delle vibrazioni, una melodia che nessun altro essere vivente
> potrà replicare.
Fra i vari compiti della tutela della biodiversità c’è anche fare in modo che le
altre specie animali possano continuare ad ascoltarsi fra loro: ridurre il
nostro peso sugli ecosistemi comprende quindi anche la riduzione del nostro
impatto sonoro – come, per esempio, l’inquinamento acustico del trasporto
marittimo, delle trivellazioni offshore e del deep-sea mining che stressa e
disorienta, provocando danni uditivi e a volte anche la morte, nei pesci e nei
mammiferi marini.
Immaginare un futuro silenzioso
Possiamo ripensare il nostro impatto sui paesaggi sonori; ripensare le città
tenendo a mente anche la necessità di contenere l’inquinamento acustico, per il
benessere di chi in città ci vive; ripensare la pace: “far tacere le armi” non
significa solo smettere di combattere, ma è un modo di lasciare spazio alla voce
dei popoli che con le armi vengono sottomessi, soggiogati, silenziati,
annientati; ripensare il silenzio: tacere, ridurre il rumore, non è creare un
vuoto ma creare spazio, così come quella che chiamiamo decrescita non è una
riduzione ma un modo diverso di crescere, dove alla crescita del PIL si
sostituisce quella del benessere, della salute e della giustizia.
Abbassare il livello, e il peso, dell’antropofonia sull’ambiente significa
quindi dare la possibilità di espressione ad altre specie animali, dar loro la
possibilità di tornare a comunicare, a quell’ultimo esemplare di scoprire magari
di non essere rimasto solo, e intercettare il verso di un suo simile prima che
entrambi smettano di cantare. Significa dare a noi, specie umana, la possibilità
di ascolto – delle altre specie, uscendo dal nostro antropocentrismo acustico, e
di chi, all’interno della nostra, è stato meno ascoltato –, e di immaginare un
cambiamento che tenga presente anche come potrebbe suonare il futuro che
vorremmo, una transizione non solo ecologica, non solo energetica, non solo
giusta socialmente, ma anche silenziosa, non per creare un vuoto sonoro assoluto
ma per poter ascoltare tutta quella ricchezza di voci di cui è fatto il mondo,
prima di perderle per sempre.
L'articolo Il paesaggio che (non) ascoltiamo proviene da Il Tascabile.
I l 25 marzo 2023, sui terreni agricoli nei pressi del piccolissimo comune di
Sainte-Soline nell’Ovest della Francia, quasi trentamila manifestanti si sono
scontrati con tremiladuecento gendarmi e poliziotti francesi. La “battaglia di
Sainte-Soline” è stata il culmine di due anni di proteste del movimento dei
Soulèvement de la Terre. La manifestazione, non autorizzata dal governo,
contestava la costruzione di un megabassine, uno dei duecento bacini idrici,
grandi fino a diciotto ettari, voluti dalla grande industria agricola francese
per garantirsi le riserve d’acqua durante i mesi di siccità.
Il progetto, tuttora in fase di attuazione, rischia di avere effetti devastanti
sull’agricoltura: i megabassines raccolgono acqua drenandola dalle falde durante
l’inverno e, di conseguenza, danneggiandole; sono costruiti allo scopo di
irrigare le colture intensive, specie quelle del mais, che richiedono un volume
di acqua superiore a quella naturalmente garantita dai cicli stagionali; fanno
l’interesse esclusivo della grande industria e sono progettati senza tenere
conto della volontà di chi abita quei territori.
Il dispiegamento di forze di polizia quel giorno era enorme, la loro dotazione
di armi adatta a una vera e propria guerriglia: elicotteri, equipaggiamenti
antisommossa, veicoli blindati, cannoni ad acqua, granate. Centinaia di
manifestanti sono stati feriti, alcuni in modo grave, altri gravissimo. Venti
persone sono state mutilate, due sono finite in coma. Dopo la battaglia, i
Soulèvement de la Terre sono stati sciolti dal ministro dell’interno Gérald
Damarnin e dichiarati illegali.
Nato in Francia nel 2021 per contestare le politiche ambientali ed energetiche
del governo Macron e, più in generale, per manifestare in favore di un nuovo
modello sociale ed economico attorno alle questioni che riguardano l’ecologia,
lo sfruttamento del suolo, l’accumulo di risorse e di materie prime, il
movimento riunisce militanti e agricoltori locali e raccoglie la solidarietà di
altri gruppi nazionali ed esteri. Tra il 2021 e il 2023 i Soulèvement de la
Terre hanno organizzato cortei, presidi, azioni di sabotaggio a grandi impianti
e siti di estrazione di materie prime, subendo la progressiva repressione del
governo francese.
> L’Abbecedario permette di riflettere sull’uso del linguaggio in politica
> laddove non si ha a che fare con questioni particolari o identitarie, ma
> collettive e strutturali.
In risposta ai fatti del marzo 2023 è stato pubblicato On ne dissout pas un
soulèvement (“Non si scioglie una rivolta”), tradotto per Orthotes da Giovanni
Fava e Claudia Terra con il titolo Abbecedario dei Soulèvement de la Terre alla
fine del 2024. L’Abbecedario è una raccolta di trentotto brevi interventi di
militanti dei Soulèvement e dei movimenti solidali. Ogni testo è scritto a
partire da una parola chiave: disposte in ordine alfabetico, le parole formano
una costellazione di posizioni e analisi politiche, fino a comporre il manifesto
del movimento stesso. Leggere l’Abbecedario permette di riflettere su quali sono
le questioni pratiche e urgenti che i cambiamenti climatici ci imporranno di
risolvere nell’immediato; su come si organizza la resistenza a scelte politiche
che perpetrano un sistema economico insostenibile; sull’uso del linguaggio in
politica, specie laddove non si ha a che fare con questioni particolari o
identitarie, ma collettive e strutturali.
Partiamo dall’ultima questione. Come dicevamo, l’Abbecedario riunisce interventi
eterogenei, tanto nella forma quanto nei contenuti: la Confédération paysanne,
una confederazione di sindacati che tutelano il lavoro di piccoli agricoltori,
firma la voce “Contadine e contadini”; il collettivo di scienziati Scientifiques
en rébellion scrive di “Urgenza climatica”; gli antropologi Philippe Descola,
titolare della cattedra di antropologia al Collège de France, e Eduardo Viveiros
de Castro, professore universitario a Rio De Janeiro, parlano di
“Accaparramento” e “Indigeno”; la direttrice delle ricerche al CNRS di
Montpellier Virginie Maris firma “Ecofemministe”.
Questo elenco parziale rende l’idea della varietà non solo di temi – il
manifesto tiene insieme questioni architettoniche, sociali, geologiche,
ambientali – ma anche delle molte soggettività che compongono il movimento.
Proprio nella “composizione” sta il farsi soggetto collettivo dei Soulèvement de
la Terre: l’Abbecedario non sintetizza né distingue le varie posizioni, le fa
coesistere e le tiene insieme. Al fondo di ogni testo, la formula “cfr. anche”
rimanda ad altri due o tre interventi nello stesso libro. In questo modo,
l’Abbecedario si può leggere sia in ordine alfabetico sia per connessioni
tematiche, attraversando la rete di posizioni che forma l’impalcatura teorica
del movimento.
Che lingua parla, o deve parlare, la politica militante? È una questione di
enorme importanza, se si tiene conto della strutturale subalternità che i
movimenti sociali di sinistra hanno in relazione all’opinione pubblica, non
tanto per le proposte in sé, spesso largamente condivisibili e condivise, anche
inconsciamente, da moltissime persone, quanto per la loro immagine, per la
narrazione, l’idea che se ne costruisce nel dibattito. L’Abbecedario contiene
molti registri diversi. In alcuni passaggi, ad esempio, la lingua è assertiva,
quasi imperativa:
> Continuare a fare ciò che conosciamo, fare l’inventario dei siti in cui sono
> previsti progetti distruttivi. Rafforzare i nostri legami con gli avvocati.
> Supportare la rete di associazioni militanti. Denunciare gli abusi della
> società di consulenza. Politicizzare le nostre camminate nella natura.
> Diffondere le pratiche naturalistiche. Federare le comunità umane e non umane.
> Disertare. Insediarsi in campagna.
Il brano è contenuto nel capitolo “Naturalistes de Terre”, la lista dei
comandamenti prosegue ancora. Allo stesso tempo, la lingua sa essere
immaginifica, creativa, ironica, come nella “Ricetta per le mense militanti”:
Per cominciare bene, portare a ebollizione in un’assemblea generale gli addetti
e le addette alla mensa per organizzare la giornata di cucina […]. Raggiunto il
bollore, non dimenticate di creare una squadra d’attacco di lavaggio stoviglie e
un’équipe per lo spuntino. Una volta emulsionata a puntino, l’équipe parteciperà
alla manifestazione e rifornirà i manifestanti nel cuore dell’azione, in modo
che tutte e tutti possano recuperare le forze.
In alcuni capitoli si citano dati e percentuali, alcuni contengono persino note
con riferimenti bibliografici, in altri si lascia spazio alle metafore e alle
costruzioni allegoriche. I campi semantici più ricorrenti riguardano la natura
(“essere albero”, “avere radici”, “ramificare”, “creare/appartenere a
ecosistemi”), o il corpo, ad esempio nel rapporto chimerico tra corpo umano e
suolo o tra uomini e animali non umani: “Avere cura delle lotte significa curare
le nostre interdipendenze e le nostre co-affezioni attraverso
personificazioni-chimere, come uomo-anguilla-fiume o umano-tritone-prato”;
“Siamo l’Acqua che si difende e siamo pronti a sommergervi”. La Terra stessa è
personificata in “Gaia”, nome che rimanda a un’idea armoniosa del rapporto tra
uomo e natura. Non manca, ovviamente, il campo semantico del conflitto: le
grandi opere si “disarmano”, le azioni di sabotaggio dei cantieri si fanno per
“autodifesa”, le risorse naturali sono terreno di “conquista”.
> Proprio nella “composizione” sta il farsi soggetto collettivo dei Soulèvement
> de la Terre: l’Abbecedario non sintetizza né distingue le varie posizioni, le
> fa coesistere e le tiene insieme.
Che la lingua sia un campo di battaglia politica, un dispositivo attraverso cui
si stabiliscono le appartenenze, si delimitano i confini dell’identità, si
tracciano le linee di inclusione ed esclusione, è ormai un dato evidente a
chiunque. Più sotterraneo, per ora, è l’uso che si fa della lingua quando si ha
a che fare con questioni sociali. Sempre più repressivo è l’uso dei termini che
identificano i manifestanti politici: qualcuno saprebbe definire chiaramente chi
sia oggi per la legge italiana un “terrorista”? Ogni parola usata nel discorso
politico è oggetto di contesa: dire “ecologista”, “militante”, “resistente”,
“attivista” non è mai neutro, è una scelta di campo.
Anche in Italia il vocabolario istituzionale che definisce le forme di dissenso
è sempre più vago e opaco, e proprio per questo sempre più pericoloso. Categorie
giuridiche nate in contesti storici completamente differenti – pensiamo alla
nozione di “associazione sovversiva con finalità di terrorismo” – vengono oggi
applicate a gruppi ambientalisti o a reti di movimento che contestano
infrastrutture fossili, come i rigassificatori o i metanodotti. Il concetto
stesso di terrorismo viene stirato, piegato, fino a includere chiunque eserciti
un conflitto non autorizzato, chiunque pratichi una forma di opposizione fuori
dai canali istituzionali. Il problema, allora, è anche semantico: è nel potere
di chi assegna i nomi. Se la narrazione istituzionale è capace di imporre
un’etichetta, può cancellare la complessità, fino a devitalizzare il conflitto e
a evitare ogni confronto.
In questo contesto, la riflessione linguistica diventa una questione politica
primaria. Come ci chiamiamo? Come vogliamo essere chiamati? Quali parole ci
vengono imposte, e di quali ci possiamo riappropriare? La battaglia non si gioca
solo nelle piazze o nei tribunali, ma anche nei modi in cui parliamo delle
piazze e dei tribunali. E anche nei modi in cui parliamo tra di noi. Per questo
l’Abbecedario è un oggetto prezioso: perché costruisce una lingua comune senza
imporla. Perché mostra che si può parlare da posizioni diverse, con stili
diversi, ma in una stessa direzione, rompendo la gerarchia tra chi pensa e chi
agisce, tra chi scrive e chi lotta.
Il fatto che l’Abbecedario dei Soulèvement de la Terre sia stato scritto dopo
Sainte-Soline indica che non si tratta di un programma d’azione, ma del
tentativo di capire retroattivamente – con le parole e le forme del pensiero –
ciò che era già stato fatto. Prima il corpo, poi la lingua; prima l’urto, poi la
sintassi. Se la politica dei Soulèvement ha avuto nella presenza fisica, nella
disobbedienza, nel gesto collettivo la sua prima articolazione, è soltanto dopo
lo scontro che si è resa necessaria la costruzione di una grammatica.
L’intelletto viene a posteriori, come forma di sedimentazione, e non come
architettura previa. Questo sovvertimento delle logiche tradizionali del
pensiero militante è forse la chiave più potente dell’Abbecedario: l’azione non
è giustificata dalla teoria, ma la precede. E la teoria non ha lo scopo di
spiegare, ma di accompagnare. Non è una strategia, è una cura.
> Ogni parola usata nel discorso politico è oggetto di contesa: dire
> “ecologista”, “militante”, “resistente”, “attivista” non è mai neutro, è una
> scelta di campo.
In questo senso, l’Abbecedario non è un libro che prepara alla lotta: è il libro
che resta dopo la lotta. E proprio per questo è tanto più prezioso per chi lotta
oggi, altrove. Perché offre un esempio, non un modello. Perché si può prendere,
leggere, copiare, piegare, adattare. E perché contiene una forma di intelligenza
collettiva che non si propone come verità, ma come gesto in comune. In un tempo
in cui la repressione del dissenso si fa ogni giorno più pervasiva, anche in
Italia, e in cui la distanza tra il gesto politico e la sua rappresentazione
pubblica è abissale, l’Abbecedario diventa un oggetto strano e vitale. Una forma
di sapere che non pretende egemonia, ma relazione.
Se oggi chi dissente in modo organizzato – che si tratti di studenti, attivisti
per il clima, operai o lavoratori della cultura – viene schedato, manganellato,
perquisito, accusato di terrorismo, allora ogni parola è già azione, ogni
linguaggio condiviso è già una forma di resistenza, e la pluralità di registri
dell’Abbecedario rispecchia la molteplicità delle condizioni in cui oggi il
dissenso prende corpo: università, assemblee cittadine, campagne, festival,
accampamenti, piazze occupate, reti sindacali, collettivi scientifici.
Questa traiettoria – dall’azione al pensiero, dalla militanza al discorso – è
visibile anche altrove. Nel lavoro teorico di Andreas Malm, ad esempio,
l’urgenza dell’azione contro il cambiamento climatico è posta in forma
dialettica con il pensiero marxista. Come far saltare un oleodotto, pubblicato
in Italia da Ponte alle Grazie nel 2023, è forse l’esempio più esplicito di come
oggi la teoria non possa più restare neutra, e non possa più limitarsi a
descrivere il mondo senza prendere parte alle sue trasformazioni. Malm, come i
Soulèvement, parla delle azioni di sabotaggio (meglio dire “disarmo”) delle
grandi opere come strumento essenziale di lotta climatica e della “violenza”
contro i grandi soggetti industriali come l’unica via per contrastare un sistema
iniquo. Così facendo, l’autore costruisce una giustificazione teorica per gesti
che il sistema giuridico classifica come criminali. E che invece, nella logica
del collasso ambientale, sono azioni di tutela della vita.
La tutela dell’acqua pubblica, il contrasto alla siccità, l’abbandono di un
modello produttivo iniquo sono questioni che non possiamo più ignorare né
sminuire. D’altronde, sono moltissimi gli esempi di letteratura in proposito,
persino troppi in relazione a quanto effettivamente viene fatto dalla politica.
È inquietante, non devo essere io a notarlo ed è persino banale ripeterlo, la
discrasia tra quanto sappiamo e quanto facciamo in merito alla tutela del nostro
ecosistema e degli altri che contribuiamo a invadere o a distruggere.
> L’Abbecedario mostra che si può parlare da posizioni diverse, con stili
> diversi, ma in una stessa direzione, rompendo la gerarchia tra chi pensa e chi
> agisce, tra chi scrive e chi lotta.
Il filosofo giapponese Saito Kohei, nella sua ultima rilettura di successo del
Capitale, pubblicata in Italia da Einaudi, propone un ecomarxismo della
decrescita, vedendo nella rinuncia alla crescita per come è comunemente intesa
in Occidente l’unica possibilità di liberazione. Anche in questo caso il
discorso si fa politico non perché descrive una struttura, ma perché disegna
un’alternativa. Un’ipotesi concreta, capace di parlare non solo agli attivisti
ma anche ai cittadini, ai lavoratori, a chi subisce la crisi climatica senza
strumenti per interpretarla. La teoria non può più essere la premessa
dell’azione: deve essere la sua eco. E proprio come un’eco, portare con sé la
memoria del gesto e allo stesso tempo la sua trasformazione. È un gesto che si
riflette, si moltiplica, si adatta ai contorni di chi ascolta.
L'articolo Che lingua parla la politica militante? proviene da Il Tascabile.
Con tutto quello che succede nel mondo, la crisi climatica sembra ogni giorno un
po’ più distante dai riflettori, al punto che ad oggi è quasi un lontano ricordo
nelle agende delle istituzioni di mezzo mondo. Eppure, anche quando non se ne
parla, ci sono eventi che ci riportano bruscamente alla realtà e la crisi
ambientale continua a galoppare silenziosamente. Ci sono alcune date però che ci
obbligano moralmente a fermarci e a porci delle domande, una di queste è il
Plastic Overshoot Day, che per l’Italia nel 2025 cade il 24 ottobre. Ma cosa
significa Plastic Overshoot Day e come funziona?
In pratica, Plastic Overshoot Day significa che entro quella data avremo già
prodotto più rifiuti di plastica di quanti il nostro sistema riesca a gestire
per tutto l’anno. Dal giorno dopo, ogni confezione, bottiglia o busta che
useremo finirà per sovraccaricare discariche (che emettono metano) e
inceneritori (che emettono CO2), o peggio, disperdersi nell’ambiente, diventando
a tutti gli effetti il nostro “debito ambientale” per il 2026.
> È una data simbolica, certo, ma a conti fatti è anche un campanello d’allarme
> che ci ricorda quanto siamo ancora lontani da un modello davvero sostenibile e
> lungimirante
Dietro al Plastic Overshoot Day l’idea è semplice ed il conto è presto fatto: si
confronta la quantità di plastica prodotta con la capacità effettiva di
smaltirla o riciclarla. Quando la prima supera la seconda, scatta l’“overshoot”,
cioè quel punto in cui la plastica inizia ad accumularsi oltre i limiti
“sostenibili” del sistema di smaltimento e gestibili.
IL PLASTIC OVERSHOOT DAY NEL RESTO DEL MONDO
Per il resto del mondo, nel 2025, questo giorno è stato il 5 settembre, il che
significa che per gli ultimi 117 giorni dell’anno il mondo intero produrrà
plastica che non potrà essere smaltita in tempo.
L’Italia, con i suoi 55 Kg di rifiuti plastici pro capite e oltre 3,2 milioni di
tonnellate totali, rientra tra i Paesi “Overloader”, cioè quelli che producono
troppo rispetto alla capacità di smaltimento. Pur non essendo tra i peggiori
(arriviamo dopo la media globale) restiamo comunque indietro rispetto a Francia,
Svizzera o Germania, dove l’overshoot arriverà solo tra novembre e dicembre.
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Dietro ai numeri, spesso astratti e “lontani” da noi, ci sono conseguenze molto
reali. Le microplastiche sono state trovate nel sangue umano, nei polmoni e
persino nella placenta. È ora che ci rendiamo conto che la plastica non è più
solo un rifiuto, ma una presenza invisibile che entra nella catena alimentare e
nei nostri corpi.
Secondo il rapporto 2025 di Earth Action, la produzione globale di rifiuti
plastici raggiungerà i 225 milioni di tonnellate, con un aumento di cinque
milioni rispetto all’anno scorso. Anche se i sistemi di riciclo stanno
migliorando, il punto è che la produzione cresce più in fretta della capacità di
gestirla.
Il Plastic Overshoot Day nasce proprio per ricordarcelo: non possiamo continuare
a produrre plastica come se nulla fosse. Serve ridurre la plastica monouso,
investire nel riciclo e favorire un’economia circolare che metta davvero al
centro l’essere umano, la tutela della biodiversità e la nostra salute!
Solo così potremo evitare che, anno dopo anno, la plastica continui a raccontare
la storia di un pianeta che fa sempre più fatica a respirare e noi, con lui.
The post Plastic Overshoot Day 2025: l’Italia ha già finito la sua “quota” di
plastica? appeared first on The Wom.
In questi giorni molte testate stanno scrivendo della fine supporto di Windows
10, che è prevista per il 14 ottobre, con toni più o meno catastrofici, e alcuni
utenti si stanno facendo prendere dal panico, in alcuni casi a torto, in altri a
ragione. La visione apocalittica che va per la maggiore parla di 400.000.000 di
computer, che ancora hanno Windows 10, e che da metà ottobre diventeranno una
montagna rifiuti elettronici.
Considerando che un computer portatile (anche se ovviamente non tutti sono
computer portatili, ma vogliamo indicare cifre per difetto) pesa in media poco
meno di due chili, staremmo parlando quindi di almeno 800.000 tonnellate di RAEE
(rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), da aggiungere alle
circa 60-70 milioni di tonnellate che già produciamo (e mal gestiamo) ogni anno,
a livello globale. Questa stima estremamente prudenziale rappresenta già di per
sé uno tsunami di rifiuti tossici, sia per il suo volume, che per la complessità
di gestione che richiedono i RAEE informatici in particolare, i quali hanno
molti più materiali dalla chimica complessa e componenti miniaturizzati di altre
AEE, come lavatrici o televisori.
Sfumature di cui tener conto
Ma prima di rassegnarci all’apocalisse, cerchiamo di mettere un po’ di ordine
tra tutte le considerazioni che si possono fare su questo evento, che è
obbiettivamente molto importante per gli addetti ai lavori, sia in campo
informatico che in campo ambientale, e che solleva numerose questioni legate
proprio alle tematiche dell’economia circolare.
Leggi l'articolo di Reware
L e monumentali rovine del sito maya di Calakmul sono completamente immerse
nella giungla, che le ha nascoste e protette fino a pochi decenni fa. Salendo in
cima all’Estructura II, il più alto edificio maya conosciuto, lo sguardo spazia
sopra il mare verde delle chiome degli alberi. Calakmul è stata un tempo la
capitale del regno di Kaan, il regno della testa di serpente. Città
inespugnabile, dominava un territorio sconfinato che arrivava fino all’attuale
Guatemala, dove era situata Tikal, la città-Stato che contendeva a Calakmul il
predominio sull’area. Il destino, beffardo, ha voluto che proprio a Calakmul, la
capitale del regno della testa di serpente, sorgesse una delle 34 stazioni del
Tren Maya, il “grande serpente metallico” che attraverserà la penisola dello
Yucatán. 1554 chilometri, 34 stazioni, 42 treni, collegamento con 7 aeroporti e
26 aree archeologiche, per un costo stimato che sfiora i 30 miliardi di dollari.
Questi sono i numeri essenziali che raccontano il progetto nato dalla fantasia
dell’ormai ex presidente, Andrés Manuel López Obrador, all’indomani della sua
elezione, nel 2018.
Ripetutamente dipinto dal presidente come un grande progetto di speranza e
sviluppo, una volta completato, il Tren Maya rappresenterà l’imperitura
testimonianza del passaggio di López Obrador nella storia del Paese
centroamericano. Ma non si tratta solo di aspirare all’immortalità. Un
megaprogetto è soprattutto un formidabile generatore di consenso politico, a
livello centrale e locale. Il paradigma che emerge dalla vicenda del Tren Maya è
universale. Che si tratti di una linea ferroviaria o di un ponte, che avvenga in
Messico o in Italia. Quando le grandi opere nate “in alto”, nelle stanze del
potere centrale, vengono calate “in basso”, su territori spesso impreparati o
inadeguati, in nome del progresso e dello sviluppo, i costi ambientali, sociali
e culturali rischiano di diventare enormi.
Il Tren Maya inizia il suo viaggio con una promessa: trasportare i turisti
attraverso la Regione Maya e, così facendo, offrire opportunità economiche e
benessere ad alcune delle comunità più povere del Paese, che non hanno case in
muratura né un sistema fognario, guadagnano meno del salario minimo e spesso non
proseguono gli studi oltre le scuole elementari.
> Il Tren Maya è molto di più di una linea ferroviaria: è un vero progetto di
> riordinamento territoriale e di trasformazione strutturale della regione, che
> porta con sé resort, lotti residenziali, centri commerciali e impianti di
> produzione energetica.
È il presidente stesso a esporsi in prima persona promettendo che il treno
porterà posti di lavoro e sviluppo per pagare il “debito morale” dello Stato
messicano nei confronti del suo Sud-Est, storicamente trascurato. “Il Tren Maya
è un atto di giustizia”, ha detto López Obrador, originario del vicino Stato di
Tabasco, nel corso di un incontro con le comunità locali.
Un progetto di trasformazione strutturale
In realtà il Tren Maya è molto di più di una linea ferroviaria: è un vero
progetto di riordinamento territoriale e di trasformazione strutturale della
regione. La ferrovia porta con sé resort, lotti residenziali, centri
commerciali, impianti di produzione energetica. In corrispondenza delle 20
stazioni principali è prevista la costruzione dei cosiddetti “poli di sviluppo”,
destinati a ospitare ognuno 50.000 persone, con allevamenti di maiali e polli
per soddisfare le necessità dei turisti. Ma c’è di più. Il progetto del Tren
Maya prevede il collegamento diretto con un altro megaprogetto fortemente voluto
da López Obrador e in gran parte già realizzato: il Corredor interoceánico, una
ferrovia che mette in collegamento il Pacifico e l’Atlantico nel punto più
stretto del Messico, offrendo un’alternativa terrestre più economica e più
veloce al Canale di Panama. Nell’intenzione del presidente anche questo
progetto, con i suoi parchi industriali, raffinerie e porti, contribuirà allo
sviluppo della regione e darà una spinta a tutta l’economia messicana.
Il tracciato del Tren Maya si snoda attraverso tutti e cinque gli Stati che
costituiscono la penisola dello Yucatán: Chiapas, Tabasco, Campeche, Yucatán e
Quintana Roo. Il percorso del treno, più volte modificato, a partire da quello
originario lungo 900 chilometri, ha il suo cuore nell’anello ferroviario che,
toccando i maggiori siti archeologici, le città coloniali e le località balneari
della costa caraibica, parte e torna a Cancún, la capitale turistica della
penisola.
Cancún è una città artificiale, letteralmente costruita a tavolino dal governo
messicano per favorire la nascita di un polo turistico alternativo ad Acapulco.
Quando il 23 gennaio 1970 fu avviato il progetto di sviluppo, l’area contava
solo tre residenti, i custodi della locale piantagione di cocco. Oggi, dopo 50
anni, Cancún ha quasi 900.000 abitanti e ogni anno viene visitata da oltre 20
milioni di turisti. Un vero eldorado, soprattutto per i tour operator stranieri,
le catene alberghiere internazionali e i gestori messicani di discoteche e
parchi dei divertimenti. Ad attirare i turisti nello Yucatán non sono solo la
sabbia bianca e l’acqua turchese delle spiagge caraibiche, ma anche gli
spettacolari siti archeologici della civiltà Maya e l’immenso patrimonio di
biodiversità delle sue sconfinate foreste e della seconda più grande barriera
corallina al mondo.
Gran parte degli abitanti della penisola dello Yucatán sono di origine indigena,
per lo più discendenti dai Maya. Le popolazioni indigene, con la loro cultura e
il loro modo di rapportarsi all’ambiente, sostengono e preservano la
biodiversità dello Yucatán ma spesso non traggono benefici dallo sviluppo
turistico. Al massimo, hanno accesso ai lavori più umili, come quelli da
personale delle pulizie negli hotel. È così che si comprende perché, nonostante
lo sfruttamento turistico, lo Yucatán rimane un’area depressa nel quadro
nazionale. In quattro dei cinque Stati che lo compongono, le famiglie, in
particolare quelle indigene, hanno un reddito medio di gran lunga inferiore a
quello nazionale, oltre 7 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà e
più di 2 milioni in condizioni di indigenza.
> Un gruppo di accademici ha firmato un appello per chiedere al governo di
> fermare i piani di costruzione: il treno è considerato una minaccia ambientale
> “su scala planetaria” con effetti potenzialmente devastanti.
La costruzione del Tren Maya è avvenuta con tempi da record e ad opera di
imprese quasi esclusivamente messicane: un vanto per la nazione. I primi 500
chilometri del tratto Campeche-Cancún sono stati inaugurati il 15 dicembre 2023,
poco più di mille giorni dopo l’inizio dei lavori. Il completamento effettivo
della linea, inizialmente previsto per la fine del 2024, dovrebbe avvenire entro
la fine del 2025.
Un’opera ad alto impatto ambientale
Appena dopo la presentazione del progetto, sono cominciate le critiche. Nel 2018
l’organizzazione ambientalista tedesca Salviamo la foresta ha lanciato una
petizione per sensibilizzare l’opinione pubblica sugli impatti ambientali che
avrebbe avuto il Tren Maya, ottenendo una buona risonanza sia in Messico sia a
livello internazionale con quasi 300.000 firme raccolte. Nel 2020 attraverso la
voce del subcomandante Moises si sono duramente espressi anche gli zapatisti,
definendo il Tren Maya “l’ennesima grande opera con la quale il Governo voleva
distruggere il territorio”. Da quel momento le voci contrarie si sono
moltiplicate. Tra queste quelle degli archeologi, preoccupati che la ricchezza,
in gran parte ancora inesplorata, di resti di antiche civiltà presente lungo il
tracciato venga irrimediabilmente distrutta o resa inaccessibile.
Ma la maggior parte delle critiche si è concentrata sugli impatti ambientali
dell’opera. A luglio del 2020, un gruppo di 85 accademici, molti dei quali
messicani, ha firmato un appello per chiedere al governo di fermare i piani di
costruzione, individuando nel treno una minaccia ambientale “su scala
planetaria” e avvertendo degli effetti potenzialmente devastanti sulla falda
acquifera, già sottoposta a una forte pressione a causa dell’urbanizzazione. Va
considerato che geologicamente lo Yucatán è un’immensa distesa calcarea,
praticamente priva di acqua in superficie, ma caratterizzata dal più grande
sistema di fiumi sotterranei al mondo. Una vasta rete interconnessa che forma la
Grande falda acquifera Maya, fonte di acqua potabile per circa cinque milioni di
messicani. Gli speleologi locali hanno ripetutamente denunciato gli effetti del
passaggio della linea ferroviaria sopra il sistema di gallerie carsiche e i
danni ai cenotes, formazioni geologiche uniche al mondo, costituite da piscine
di acqua cristallina scoperte dal crollo della volta rocciosa sovrastante,
considerate dai Maya luoghi sacri di accesso al mondo degli inferi.
A dare un’idea concreta di quello che sta avvenendo sono gli speleologi di
Cenotes urbanos, un gruppo locale impegnato nel mappare il maggior numero di
queste formazioni calcaree, nel tentativo di impedirne la distruzione: “Le
grotte non sono solo dei tubi, vuoti, brutti e bui. Sono ecosistemi pieni di
vita che lavorano in squadra con gli ecosistemi della giungla. La rotta
ferroviaria attraversa almeno un centinaio di cenotes. Qui il terreno calcareo
si sbriciola, perciò i binari non poggiano direttamente a terra ma vengono
sopraelevati a 17 metri d’altezza, su centinaia di pali del diametro di oltre un
metro conficcati a 25 metri di profondità; è come costruire su gusci d’uovo. Gli
scavi distruggono alghe e batteri essenziali per la sopravvivenza
dell’ecosistema e inquinano l’acqua. A volte, per procedere più in fretta, le
ruspe tappano i cenotes con la terra. È un danno incalcolabile, irreversibile”.
> Secondo il Tribunale internazionale per i diritti della natura, il Tren Maya
> rappresenta una violazione dei diritti della Natura e dei diritti bioculturali
> del popolo maya, il che costituirebbe un crimine di ecocidio ed etnocidio.
Un’altra fonte di preoccupazione è l’impronta che il passaggio del Tren Maya e
le opere complementari lasceranno sulla foresta e la fauna che la abita.
All’atto della presentazione del progetto il presidente López Obrador si era
lasciato un po’ andare all’entusiasmo assicurando nei comizi che non sarebbe
stato abbattuto un solo albero. Nella realtà, l’apertura di un corridoio, che a
volte raggiunge i 60 metri di larghezza, all’interno della foresta pluviale, ha
richiesto l’abbattimento di molti alberi, difficilmente compensabili con le
piantumazioni e le risemine previste dal progetto. Le stime più accreditate
parlano di una superficie deforestata compresa tra 6.000 e 10.000 ettari. Tutto
sommato, però, questa cifra impallidisce al confronto con i 100.000 ettari di
foresta persi solo nel 2023 nella regione, a causa di pratiche agricole non
sostenibili, dell’espansione degli allevamenti e dell’urbanizzazione della
costa.
Più della deforestazione è la frammentazione degli habitat naturali il vero
rischio per la seconda più grande foresta pluviale dell’America Latina. Specie
animali che si muovono su grandi estensioni di territorio, in particolare grandi
carnivori come il giaguaro, o specie a rischio di estinzione, come il tapiro di
Baird, potrebbero subire forti limitazioni alle possibilità di movimento per
effetto di barriere artificiali come la ferrovia. Per mitigare questi impatti,
il governo ha previsto la costruzione di attraversamenti per la fauna selvatica,
ma purtroppo la maggior parte di essi è costituita da sottopassi, anziché da
cavalcavia aperti, più costosi ma molto più funzionali.
I costi e le minacce sociali
Anche il Tribunale internazionale per i diritti della natura si è occupato del
Tren Maya. Il tribunale, formato da cittadini e istituito nel 2014 per
rappresentare i “diritti soggettivi della natura”, ha deciso di occuparsi del
caso dopo che l’Assemblea del territorio Maya dello Yucatán ha richiesto il suo
intervento il 5 giugno 2022. A marzo del 2023, i cinque giudici del tribunale
hanno raccolto le testimonianze di 23 diverse comunità indigene. La sentenza
emessa non lascia posto a fraintendimenti: “Il Tren Maya – si legge nel testo ‒
rappresenta in modo inconfutabile una violazione dei diritti della Natura e dei
diritti bioculturali del Popolo Maya, il che costituisce un crimine di ecocidio
ed etnocidio”.
Al Tren Maya non sono mancate anche le critiche di chi lamenta che i costi
sociali per la realizzazione del progetto saranno principalmente a carico delle
comunità locali, mentre i benefici economici andranno per lo più ai grandi
operatori internazionali del settore turistico. L’ONG messicana Prodesc,
inoltre, ha denunciato ripetuti episodi di esproprio illegale degli ejidos, le
terre comunitarie istituite dopo la Rivoluzione messicana, nonostante le
affermazioni iniziali del governo che il progetto avrebbe interessato solo
territori di proprietà federale. “Il cosiddetto Tren Maya non è un treno e non è
maya, perché non è pensato per la popolazione ma per gli interessi del governo e
delle imprese che sfruttano le risorse locali” ripetono gli esponenti del
Congresso nazionale indigeno, organismo che riunisce le comunità indigene del
Messico.
> Tra espropri, gentrificazione e impatti ecologici, i costi sociali per la
> realizzazione del progetto saranno principalmente a carico delle comunità
> locali, mentre i benefici economici andranno per lo più ai grandi operatori
> internazionali del settore turistico.
E intanto, nelle zone di passaggio del treno, si è già innescato un processo di
gentrificazione (vale a dire di trasformazione di un’area abitativa popolare in
una più esclusiva), che ha fatto lievitare i prezzi dei beni essenziali e delle
case.
Anche il processo di consultazione delle popolazioni locali è stato ritenuto, da
più parti, insufficiente e poco trasparente. Il presidente López Obrador e i
suoi emissari sono stati apertamente accusati di manipolare le comunità indigene
facendo leva sulla loro condizione di povertà e utilizzando metodi scorretti per
ottenere il loro assenso al progetto. Alle accuse di mancato coinvolgimento
delle popolazioni indigene nella decisione il presidente ha risposto con l’esito
del referendum indetto per approvare il Tren Maya, stravinto con il 90% dei
consensi. Un referendum, però, votato da meno dell’1% degli aventi diritto e
dichiarato non conforme agli standard internazionali dagli osservatori dell’Alto
commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani. López Obrador ha
sistematicamente ignorato o denigrato, attraverso i media governativi, tutte le
critiche al progetto, riuscendo nell’intento di depotenziarle. Gli ambientalisti
sono stati ripetutamente tacciati di essere “radical chic, corrotti e pagati
dagli Stati Uniti”, e il mondo accademico scientifico di essere formato da
“intellettuali borghesi che non conoscono la realtà”.
> Molti albergatori, tassisti, guide turistiche sembrano consapevoli del prezzo
> che il territorio pagherà con l’arrivo del Tren Maya, ma tra loro prevale
> l’opinione che si tratti di un sacrificio necessario sull’altare dello
> sviluppo economico.
Le cause intentate dagli ambientalisti e dai gruppi indigeni e le sentenze dei
tribunali messicani hanno inizialmente bloccato i lavori e introdotto modifiche
al percorso originale. La minaccia di ulteriori rallentamenti ha indotto López
Obrador nel 2021 a conferire, per decreto, lo status di “progetto di sicurezza
nazionale” al Tren Maya e ad affidarne la realizzazione all’esercito,
un’istituzione con una lunga storia di violazioni dei diritti umani. Con questo
sistema sono state scavalcate tutte le autorizzazioni e le valutazioni di
impatto ambientale e sociale, molte delle quali ancora in corso. All’esercito è
passata anche la gestione diretta di diversi cantieri e la supervisione del
funzionamento del Tren Maya, testimoniata in modo evidente dalla massiccia
presenza di uomini in mimetica con armi di grosso calibro in tutte le stazioni e
nei maggiori cantieri.
Il viejito
Ma cosa pensano i messicani del Tren Maya? Molti reporter europei hanno cercato
di cogliere il pensiero dei locali parlando con loro mentre percorrevano, come
semplici passeggeri, le prime tratte aperte. Tutti più o meno hanno raccontato
una realtà simile. Salendo a bordo è evidente lo stato di eccitazione dei
messicani che per la prima volta prendono il treno. Un selfie dietro l’altro e
video a raffica dal finestrino anche quando fuori non c’è nulla da vedere. Alla
richiesta di un parere sugli impatti ambientali del progetto, la maggior parte
delle opinioni si assomigliano: “Non è un problema, ma quale deforestazione?,
non sono impatti così gravi come dicono, qualche impatto è inevitabile se
vogliamo lo sviluppo”. Nessuno sembra essere particolarmente interessato agli
aspetti economici e sociali o ai diritti degli indigeni. D’altronde, basta
entrare in una delle 34 stazioni per capire lo sforzo che il governo sta facendo
affinché i messicani si approprino del treno e lo sentano come parte
dell’identità nazionale. “Todas y todos somos Tren Maya”, recita il messaggio
che compare ovunque, sui video, sui social, sulle riviste, sui gadget per i
viaggiatori.
Tra le popolazioni locali, i consensi maggiori al progetto arrivano dalle classi
basse e medie, attratte dalla prospettiva di nuovi posti di lavoro. Qualcuno,
perfettamente allineato col governo, parla addirittura di interessi economici
che manipolano la gente per contrastare il treno. Molti albergatori, tassisti,
guide turistiche sembrano consapevoli del prezzo che il territorio pagherà con
l’arrivo del Tren Maya, ma tra loro prevale l’opinione che si tratti di un
sacrificio necessario sull’altare dello sviluppo economico.
Eletto con il consenso più alto della storia messicana recente, López Obrador è
un politico di sinistra incline al tradizionale populismo messicano, che ha
sempre coltivato un’immagine da “uomo del popolo”. Il subcomandante Marcos,
all’epoca della sua prima elezione, lo definì “l’uovo del serpente”, per
indicare la sua indole liberista sotto il guscio progressista. Sospinto dal
consenso popolare, il presidente si è permesso di usare il pugno di ferro con i
detrattori del progetto a cui, nel 2019 durante un comizio nello Stato del
Campeche, ha inviato un messaggio esplicito: “Con la pioggia, i tuoni o i lampi,
che lo vogliate o meno, il Tren Maya lo faremo”.
Il rapporto tra il presidente le classi popolari è stato efficacemente descritto
dal reporter cubano Dario Alemán: “I poveri, indubbiamente, vedono in lui un
paladino contro l’oligarchia. Potremmo azzardare che gli vogliano addirittura
bene, lo chiamano affettuosamente viejito (“nonnetto”) […]. Difficile
biasimarli. Mai nessun altro politico ha portato avanti un programma sociale
come quello di López Obrador, che ha aumentato le pensioni minime degli anziani,
ha garantito sussidi bimestrali agli handicappati. E sebbene non si stia
parlando di cifre astronomiche, nelle zone più arretrate del Messico fanno la
differenza”.
La nuova presidente
E la neopresidente Claudia Sheinbaum? Cosa pensa del Tren Maya la donna, prima
nella storia messicana, che il 1° ottobre del 2024 ha preso il posto di López
Obrador? Considerata da tutti gli osservatori una “delfina” del vecchio
presidente, Sheinbaum ha iniziato il mandato in piena continuità con il suo
predecessore, continuando a inaugurare nuove tratte del Tren Maya senza perdere
l’occasione di ribadire le prodigiose ricadute economiche e di sviluppo che
l’opera porterà con sé. La neopresidente, scienziata del clima, ha anche
continuato a sminuire le preoccupazioni ambientali legate al treno e ha
contrattaccato chiedendosi dove fossero gli stessi ambientalisti che oggi
contrastano il Tren Maya quando, nei decenni passati, lo sviluppo turistico ha
trasformato la Riviera Maya causando enormi impatti ambientali.
> Quella del Tren Maya è una vicenda esemplare dell’affermazione di un modello
> “estrattivista” di trasformazione del territorio, in cui gli interessi
> commerciali e finanziari sono predominanti rispetto a quelli collettivi.
Ora però il suo governo sembra aver cambiato posizione. All’inizio di aprile di
quest’anno, durante un incontro con i media, Alicia Bárcena, capo del ministero
dell’Ambiente e delle Risorse naturali, ha riconosciuto pubblicamente i danni
causati dal Tren Maya agli ecosistemi della regione del Quintana Roo e
comunicato che il suo ministero sta effettuando sopralluoghi nell’area colpita
con l’obiettivo di sviluppare misure di compensazione per i danni alle
infrastrutture ed eventuali cambi di destinazione d’uso del territorio, per
rispondere alle esigenze e alle preoccupazioni delle comunità locali.
Bárcena ha preannunciato l’avvio di un piano di ripristino ambientale che
dovrebbe riguardare l’intero tracciato del treno e i cui costi, a detta del
sottosegretario alla Biodiversità e al Ripristino ambientale del governo, Marina
Robles García, dovranno essere assunti da “chi ha eseguito i lavori”. Tra le
azioni più importanti del piano annunciate da Bárcena si prevede l’eliminazione
delle recinzioni metalliche che ostacolano il libero transito della fauna, la
protezione di caverne e cenotes e il divieto di costruire strade secondarie
nella giungla per le attività turistiche: “Possono essere le comunità stesse ad
aiutarci a ripristinare l’ecosistema forestale, invece di appaltare ai consorzi
che sono coinvolti nel Treno Maya, aziende che vengono, piantano un albero e il
giorno dopo muore”.
Una vicenda esemplare
In attesa che questa nuova sensibilità del governo messicano nei confronti
dell’ambiente e delle comunità locali diventi realtà, il sogno del populista
López Obrador prosegue spedito. Il prossimo obiettivo è l’estensione del
tracciato del treno per raggiungere la città maya di Tikal, in Guatemala, e il
15 agosto scorso i leader di Messico, Guatemala e Belize si sono incontrati a
Calakmul proprio per discutere dell’ampliamento della linea ferroviaria.
Nell’occasione hanno anche annunciato la creazione di un’area protetta
sovranazionale per proteggere l’intera foresta pluviale Maya. Con gli impatti
del megaprogetto in Messico davanti agli occhi e il greenwashing in agguato, la
cautela è d’obbligo.
Quella del Tren Maya è una vicenda esemplare, che assomiglia a tante altre che
in America Latina e nel resto del mondo raccontano l’affermazione di un modello
“estrattivista” di trasformazione del territorio, in cui gli interessi
commerciali e finanziari, quasi sempre di pochi, sono predominanti rispetto ai
diritti collettivi di natura ambientale, sociale e culturale. Un modello che ha
i suoi esempi anche in Europa, dallo sfruttamento minerario dei territori Sami
in Lapponia al ponte sullo stretto di Messina, e che afferma una visione
produttivistica in cui il patrimonio culturale e naturale è usato come merce,
come prodotto e in cui la sostenibilità dei megaprogetti viene valutata in
termini quasi esclusivamente economici. Un modello di sviluppo che nega o
nasconde qualsiasi discussione sulle conseguenze, in cui le grandi opere sono
imposte senza un reale consenso, senza una coprogettazione con le comunità
locali, generando forti divisioni al loro interno e una spirale di
criminalizzazione e repressione di chi vi si oppone. Un modello che irrompe nei
territori promettendo condizioni di vita migliori e finisce per alterarne
profondamente gli equilibri, producendo enormi impatti sociali e ambientali che
spesso si manifestano pienamente nel medio e lungo termine, quando ormai è
impossibile porvi rimedio.
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Con il cambio di rotta del mondo e con l’insicurezza data dai conflitti che
stanno colpendo il nostro tempo, ormai la questione ambientale è sempre più
messa da parte, ma questo non significa che, in silenzio, non si facciano
piccoli, grandi passi in avanti. Avevamo già parlato del Trattato sull’alto mare
e di quanto fosse in bilico, oggi però possiamo dire che dal 17 gennaio 2026
entrerà finalmente in vigore! Ma di cosa si tratta davvero e perché è così
importante?
Il Trattato sull’alto mare è un accordo che, almeno sulla carta, dovrebbe
cambiare le regole del gioco per quanto riguarda la tutela delle acque
internazionali. Dopo anni di negoziati e attese, siamo arrivati a un risultato
concreto grazie a 68 governi che hanno ratificato il testo e a 143 che lo hanno
firmato. Non si tratta di poco, visto che parliamo di zone oceaniche immense,
lontane più di 200 miglia nautiche dalle coste, e che finora non rientravano
sotto la giurisdizione di nessuno.
COSA DICE IL TRATTATO SULL’ALTO MARE
La promessa è grande: proteggere la biodiversità marina e gestirla in maniera
sostenibile. Solo il tempo ci dirà se verrà mantenuta, per ora sappiamo che per
riuscirci, bisogna tenere alta l’attenzione sulla COP sugli oceani, insieme ad
altre organizzazioni già attive su pesca ed esplorazioni minerarie. Se tutto va
come previsto, potremmo assistere alla nascita di nuove aree marine protette
anche in alto mare, un passo che finora era stato impossibile perché limitato
alle acque territoriali dei singoli stati.
Purtroppo, il condizionale è inevitabile anche questa volta dato che il trattato
non prevede sanzioni reali per chi non rispetta le regole. Gli stati firmatari
si impegnano a valutare i possibili impatti ambientali delle proprie attività e
a pubblicare rapporti di monitoraggio, ma resta comunque ai governi l’ultima
parola: saranno loro a decidere se autorizzare trivellazioni, pesca o altre
operazioni. Questo punto ha deluso tanti, dato che un controllo diretto da parte
della COP avrebbe garantito maggiori tutele. Tuttavia, come per la COP sul
clima, anche per gli oceani non vale coercizione!
I PUNTI DEBOLI DEL TRATTATO SULL’ALTO MARE
Non è tutto. Un altro grosso limite è legato al fatto che il testo non chiarisce
esattamente quali attività siano regolamentate: si pensa alla pesca, ai
trasporti e allo sfruttamento minerario, ma la mancanza di un elenco preciso
potrebbe complicare le cose. Vale tutto e vale nulla… Inoltre, non tutti i paesi
hanno aderito.
Resta comunque un aspetto interessante: il trattato coinvolge anche gli stati
senza accesso diretto al mare, con l’obiettivo di distribuire in modo più equo
le risorse e favorire la condivisione scientifica attraverso una piattaforma ad
accesso libero.
> È un segnale che ci spinge a guardare avanti, ma resta ancora molto da
> chiarire prima che l’alto mare diventi davvero uno spazio protetto
Non possiamo definirci del tutto soddisfatti, ma per lo scenario che si era
paventato negli scorsi anni, possiamo dire che è un buon risultato e che, con un
po’ di pazienza e tanta tenacia, si riuscirà a calibrare questo potentissimo
mezzo nel modo migliore.
The post Perché l’entrata in vigore del Trattato sull’alto mare è molto più
importante di quanto pensiamo appeared first on The Wom.
Negli ultimi anni gli scienziati hanno registrato un miglioramento dello strato
di ozono e questa “guarigione” è stata il risultato di politiche mirate e
globali volte a risolvere il problema. Eppure, è presto per cantar vittoria.
Infatti sebbene, agisca effettivamente come scudo naturale dalle radiazioni
ultraviolette, c’è un risvolto importante da non sottovalutare. Ecco quale
Secondo una ricerca pubblicata su Atmospheric Chemistry and Physics il
ripristino dello strato di ozono potrebbe aumentare il riscaldamento globale
fino al 40% in più rispetto alle previsioni iniziali. Chiaramente non è un buon
segno! Oggi proveremo a capire meglio la situazione e a sciogliere qualche
lecito dubbio.
PERCHÉ L’OZONO È COSÌ IMPORTANTE
Ma prima di procedere, cos’è e come funziona l’ozono? Lo strato d’ozono è una
parte dell’atmosfera che si trova in una zona detta stratosfera, tra i 15 e i 35
chilometri sopra la Terra, e contiene una concentrazione elevata di ozono (O₃).
Come si può intuire da “O₃” l’ozono è una molecola formata da tre atomi di
ossigeno, ed è molto più reattiva e instabile rispetto all’ossigeno che
respiriamo (O₂). Si tratta di una molecola che vicino al suolo può diventare
dannosa, ma in quota è fondamentale: assorbe infatti le radiazioni ultraviolette
più pericolose provenienti dal Sole, in particolare i raggi UVB e UVC. Questo
avviene attraverso un ciclo continuo di formazione e distruzione, che prende il
nome di Ciclo di Chapman.
Le radiazioni ultraviolette spezzano le molecole di ossigeno (O₂) liberando
atomi singoli, che si combinano con altre molecole di ossigeno formando ozono
(O₃). Quando l’ozono assorbe la radiazione UV, si rompe nuovamente, tornando
ossigeno molecolare e atomi liberi pronti a ricombinarsi. Questo equilibrio
dinamico crea una sorta di “coperta protettiva” che riduce l’impatto dei raggi
UV sulla superficie terrestre, rendendo possibile la vita così come la
conosciamo.
I RISVOLTI DEL RIPRISTINO DELLO STRATO DI OZONO
Come è possibile che un fenomeno positivo possa avere conseguenze così
complesse? La spiegazione è nei modelli climatici: l’ozono, oltre a proteggerci
dai raggi UV, è anche un gas serra. Gli studiosi hanno simulato l’evoluzione
dell’atmosfera entro il 2050 e hanno scoperto due fattori principali che
contribuiscono al surriscaldamento:
* Ripristino dell’ozono nella stratosfera, che intrappola più calore.
* Accumulo di precursori dell’ozono negli strati più bassi dell’atmosfera,
generati da attività umane
Secondo Bill Collins, docente dell’Università di Reading, “i Paesi stanno
facendo la cosa giusta vietando le sostanze che distruggono l’ozono”. Per
completezza, il Protocollo di Montreal del 1989 ha vietato i Cfc e gli Hcfc ma,
continua il professore, “dobbiamo tenere conto che questo recupero porterà a un
riscaldamento maggiore di quanto pensassimo”.
PERCHÉ DOBBIAMO COMUNQUE PROTEGGERE L’OZONO
Quindi? che fare? La buona notizia è che proteggere lo strato di ozono rimane
fondamentale. Senza di esso, saremmo molto più esposti a malattie della pelle,
problemi agli occhi e gravi danni agli ecosistemi. Allo stesso tempo però, non
abbiamo scelta e dobbiamo ripensare le strategie contro il cambiamento
climatico.
I modelli attuali potrebbero sottostimare l’impatto del risanamento dell’ozono e
non considerare il suo reale effetto sull’aumento della temperatura media
globale che, sappiamo bene, ha gravissime conseguenze sulle nostre vite. Tra
qualche mese si terrà a Belem la prossima COP sul clima, il trentesimo evento
che raccoglie scienziati, delegazioni, capi di stato e aziende per discutere di
clima e politiche di adattamento a un inevitabile futuro che è molto diverso da
come lo avevamo immaginato.
The post Perché dovremmo interessarci al miglioramento dello strato di ozono (e
anche ai suoi risvolti) appeared first on The Wom.
L o scorso 28 aprile la penisola iberica è rimasta senza elettricità. Attorno
alle 12 e 30 una serie di piccole interruzioni concentrate nel sud della Spagna
ha innescato una reazione a catena che ha compromesso la rete elettrica
spagnola. I computer che regolano le delicate esigenze di un’infrastruttura
energetica moderna sono subito intervenuti, riportando la rete in equilibrio. Ma
dopo pochi istanti è arrivato un secondo evento, e poi un terzo. Nel giro di
cinque secondi il sistema elettrico spagnolo è collassato, portandosi dietro
quello portoghese. Per dieci ore in media ‒ in alcune città, in realtà,
parecchie di più ‒ hanno smesso di funzionare le metro, i treni, gli ascensori,
gli elettrodomestici, la connessione telefonica e internet, le lampadine.
Per alcuni il blackout è stata una tragedia: almeno quattro persone hanno perso
la vita per cause legate all’assenza di corrente, chi intossicato da vecchie
stufe a gas e chi dal fumo di un incendio originato dalle candele. Per altri ‒
quelli che hanno avuto la sfortuna di rimanere bloccati in un ascensore o in un
vagone ‒ è stato come minimo un brutto pomeriggio. Ma la stragrande maggioranza
degli spagnoli e dei portoghesi ne conserva un ricordo diverso. La luce è
mancata a mezzogiorno di un tiepido giorno di primavera, col sole che splendeva
su praticamente tutta la penisola. Le aziende hanno chiuso, il governo ha
mandato per strada le volanti della polizia a chiedere alla gente di rimanere
dove si trovava e di non prendere l’auto, e senza telefono non c’era modo di
sapere cosa stesse succedendo o contattare i propri cari. Per tanti, la cosa più
sensata da fare è stata trovare il parco più vicino ‒ o un bar che vendesse
birre anche con la cassa spenta e i frigoriferi ormai tiepidi ‒ e aspettare. A
camminare per il centro delle città iberiche, nelle ore del blackout, sembrava
di essere nel mezzo di una domenica di ferie, più che in una emergenza.
Quel lunedì ero anche io in Spagna. Quando nella notte è tornata la connessione,
ho visto un tweet di un utente madrileno. Diceva: “sono stato meglio oggi col
blackout che tutti gli altri giorni con la luce”.
L’economia del benessere
A molti accademici che si occupano di economia del benessere non piacerebbe che
un articolo sulle loro proposte iniziasse con la descrizione di un collasso
della rete elettrica. “Quello che vogliamo non è una società senza tecnologia o
un salto indietro di secoli” mi spiega Tommaso Felici, docente di economia
ambientale all’Università di Utrecht. Ha ragione lui, ovviamente, ma rimane il
fatto che il tema di questo articolo ha a che fare col cambiare ‒ e in qualche
modo ridurre ‒ i nostri consumi, anche energetici, al fine di costruire una
società più sostenibile.
> I teorici dell’economia del benessere concordano sulla necessità di valutare
> diversamente il funzionamento delle società in cui viviamo, concentrandoci su
> fattori come l’aspettativa di vita media, il tasso d’istruzione, l’accesso ai
> servizi di base, la salute degli ecosistemi naturali e la felicità percepita.
Economia del benessere è un termine ombrello. L’espressione fu coniata nel 1920
Arthur Cecil Pigou, l’economista inglese che, tra le altre cose, fu il primo a
teorizzare la necessità di tassare le imprese al fine di diminuirne gli impatti
negativi sull’ambiente e sulla società. Nel 1972 il Massachusetts Institute of
Technology elaborò per conto del think-tank Club di Roma uno studio, passato
alla storia come Rapporto sui limiti dello sviluppo (The limits to Growth), che
ipotizzava il collasso della civiltà umana come possibile conseguenza dello
sfruttamento infinito di risorse naturali. Nei decenni a seguire autori come il
rumeno Nicholas Georgescu e il francese Serge Latouche hanno sistematizzato
nelle loro opere proposte teoriche racchiudibili nella definizione di economia
del benessere.
I diversi filoni di studio interni a questo ambito hanno in comune la necessità
di misurare il successo dell’economia su parametri che abbiano a che fare, per
l’appunto, con il livello di benessere di una società, e indirizzare di
conseguenza l’azione politica. L’indicatore oggi comunemente accettato per
valutare lo stato di salute di un’economia è il prodotto interno lordo (PIL). Si
calcola sommando il valore di tutti i beni e servizi prodotti in un territorio
in un dato lasso di tempo: quando sentiamo frasi come “L’Italia entra in
recessione” o “la Cina continua a crescere”, stiamo parlando dell’aumento o
della diminuzione di questo parametro. Tutti i teorici del benessere concordano
sulla necessità di valutare diversamente il funzionamento delle società in cui
viviamo, centrandoci su fattori come la felicità percepita, l’aspettativa di
vita media, il tasso d’istruzione, l’accesso ai servizi di base, la salute degli
ecosistemi naturali. Le Nazioni Unite usano nei loro report l’Indice di sviluppo
umano (ISU o HDI, Human Development Index), che include reddito pro capite,
aspettativa di vita e istruzione. Alcuni ricercatori dell’Università di Londra
lo hanno modificato per includere al suo interno anche una serie di parametri
ecologici, dando così vita all’Indice di sviluppo sostenibile (ISS o SDI,
Sustainable Development Index). In questa classifica, i tre Paesi con la
migliore combinazione di reddito, stile di vita e impatto ecologico sono Costa
Rica, Uruguay e Sri Lanka; gli ultimi Lussemburgo, Kuwait e Qatar.
Le proposte che ricadono sotto l’etichetta di economia del benessere sono molte.
Prima di esplorarle, però, è necessario comprendere perché la crescita economica
non possa essere una buona approssimazione del benessere di una società.
Crescere o non crescere
I periodi di crescita economica sono stati spesso anche periodi di ottimismo, ed
è legittimo domandarsi da dove provenga la necessità di abbandonare un paradigma
che a lungo sembra aver funzionato. “Te lo dico con uno slogan un po’ datato ma
efficace” risponde Riccardo Mastini, ricercatore al Politecnico di Milano e
consulente delle Nazioni Unite: “la crescita infinita in un mondo dalle risorse
finite è impossibile”. Il concetto chiave è quello di limite. L’ecologo svedese
Johan Rockström, insieme ad altri autori, pubblicò nel 2009 uno studio ‒
tutt’oggi citatissimo ‒ che teorizzava la presenza di nove limiti planetari,
superati i quali la stabilità degli ecosistemi sui quali abbiamo costruito le
nostre civiltà viene messa a rischio. Il primo riguarda la concentrazione di gas
climalteranti in atmosfera, e quindi la necessità di stabilizzare le temperature
medie del pianeta, ma ugualmente cruciali sono il ciclo dell’azoto e del
fosforo, la perdita di biodiversità, l’acidificazione degli oceani, la riduzione
dell’ozono atmosferico, l’inquinamento da sostanze chimiche, l’accumulo di
particolati, il consumo di acqua dolce e di suolo, e l’acidificazione degli
oceani.
> In un cruciale studio del 2009, l’ecologo svedese Johan Rockström ha
> teorizzato la presenza di nove limiti planetari, superati i quali la stabilità
> degli ecosistemi sui quali abbiamo costruito le nostre civiltà viene messa a
> rischio.
Il fulcro delle riflessioni sul benessere è che per garantire a tutti uno
standard di vita dignitoso e accettabile non possiamo semplicemente consumare di
più ‒ più metalli estratti dal terreno, più pesce pescato dal mare e così via ‒
perché le risorse terrestri non sono inesauribili e dipendono da sistemi fragili
e interconnessi. Una crescita indefinita della nostra economia finirà,
paradossalmente, col far venir meno quei materiali e quelle risorse da cui la
nostra civiltà dipende, economia compresa.
Questa conclusione trova in disaccordo molti economisti, che per quanto divisi
tendenzialmente concordano sull’idea che la crescita economica sia condizione
necessaria per l’avanzamento della società. Per alcuni studiosi, l’economia del
benessere assomiglia davvero al blackout spagnolo di cui sopra: poca energia,
poche risorse, poca sicurezza. “Ma è un’idea vecchia” spiega Felici che, pur
essendo economista, dissente da buona parte dei suoi colleghi. “Sicuramente in
passato la crescita ha portato a maggior benessere, e questo rimane vero per
molti dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo. Ma nella nostra Europa
industrializzata non è più così. Anzi, quando il PIL aumenta, aumentano anche le
disuguaglianze. Il caso italiano è emblematico: i salari reali sono fermi da
trent’anni, nonostante ci sia stata crescita”.
Ciò che dice Felici trova riscontro nei dati. Nel 2018 un gruppo di ricercatori
dell’Università di Leeds ha pubblicato uno studio intitolato A Good Life for all
within Planetary Boundaries, che rileva come l’aumento del reddito medio pro
capite corrisponda effettivamente a un aumento della qualità di vita, ma solo
fino a una certa soglia. Superata questa, che i ricercatori ritengono stia
attorno ai 20.000 dollari, l’aumento di questo parametro non è più correlato ad
un’aspettativa di vita più alta, a tassi di istruzione migliori o a più felicità
percepita. Tradotto: nella Spagna del blackout per far star meglio la gente,
piuttosto che accrescere l’economia complessiva della nazione, sarebbe utile
distribuire diversamente la ricchezza che già c’è. Ad esempio, investendo su una
rete elettrica più pulita e sicura.
> A un aumento del reddito medio pro capite corrisponde effettivamente un
> aumento della qualità di vita, in termini di aspettativa di vita, tassi di
> istruzione o felicità percepita, ma solo fino ad una certa soglia.
Il fatto che gran parte degli economisti non riconosca la necessità di porre un
limite al consumo di risorse non significa che disconoscano la realtà di una
crisi ecologica in atto. Semplicemente, scommettono sul fatto che sarà
l’innovazione tecnologica ‒ resa possibile, a detta loro, proprio dalla crescita
economica ‒ a risolvere il problema. “In passato è davvero andata così, penso ad
esempio al problema del buco dell’ozono, risolto grazie alle nuove tecnologie e
ad un modello virtuoso di collaborazione tra Stati” dice Felici “Ma non sappiamo
se ci riusciremo ancora: quando parliamo di crisi climatica, ad esempio, non
sembra affatto che stiamo riuscendo a tenere assieme un modello economico
tradizionale con la riduzione delle emissioni. Scommettere sullo sviluppo
tecnologico come panacea di ogni male sfida il principio di prudenza”.
Uno spazio operativo sicuro e giusto
I teorici dell’economia del benessere concordano su un assunto di base: non deve
essere la crescita a guidare le scelte di una società. Come debba funzionare un
modello alternativo, però, è tema di dibattito. Un grande interrogativo è cosa
fare dell’economia del presente, che si prefigge un aumento del PIL trimestre
dopo trimestre. Per la maggioranza degli studiosi di quest’area, è impossibile
disaccoppiare l’aumento del PIL dal deterioramento degli habitat naturali, dalle
emissioni, e dallo sforamento di quei limiti che abbiamo descritto sopra. È
questa la posizione anche di Riccardo Mastini: “La crescita del PIL è stata un
grande calmante sociale. Di fronte alla povertà, invece di distribuire
diversamente la ricchezza che già esisteva si è deciso di crearne di nuova,
promettendo che un po’ di quelle risorse fresche sarebbero andate a tutti. E ha
funzionato, almeno in parte, ma al prezzo inevitabile di esternalità negative
sempre più pesanti ‒ dal riscaldamento globale alla crisi degli ecosistemi.
Effetti collaterali che, paradossalmente, mettono a rischio le conquiste fin qua
avvenute”.
> Sarebbe più utile parlare di post-crescita, piuttosto che di decrescita. Il
> punto non è decrescere in sé e per sé, quanto cambiare il nostro parametro
> guida, dall’aumento del PIL all’aumento della qualità di vita delle persone.
Un’altra parte, minoritaria, degli economisti del benessere ha un approccio più
sfumato: può essere che il PIL continui a crescere anche in un’economia
differente, che il disaccoppiamento tra crescita e crisi ecologica sia
possibile. Ma se così non fosse, dobbiamo essere pronti a dare priorità a quegli
altri indicatori che abbiamo descritto ‒ dalla salute degli ecosistemi
all’aspettativa di vita ‒ piuttosto che al PIL. È questa la posizione di Tommaso
Felici: “io preferisco parlare di post-crescita, piuttosto che di decrescita.
Questo perché decrescere non deve essere un obiettivo in sé. Il punto è cambiare
focus, dall’aumento del PIL all’aumento della qualità di vita delle persone. Se
riusciamo a farlo continuando a crescere, ben venga, ma dobbiamo essere pronti a
sacrificare l’espansione dell’economia, se serve a stare meglio”.
Ciò su cui tutti gli studiosi del benessere sono invece concordi è la necessità
di porre al centro i bisogni essenziali delle persone: cibo, un tetto sopra la
testa, la possibilità di istruirsi, di curarsi, di avere tempo libero.
L’economia del benessere è, in questo senso, erede diretta dello Stato sociale
novecentesco: l’intera struttura produttiva, l’intero mercato del lavoro, devono
essere prima di tutto al servizio del welfare, nel senso ampio del termine. Per
ottenere ciò non serve necessariamente un’economia pianificata sul modello
sovietico, ma di sicuro occorre che si contragga lo spazio del mercato e si
ampli l’intervento pubblico. Un passaggio ineludibile è la redistribuzione della
ricchezza. L’economista inglese Kate Raworth ha teorizzato per prima il modello
economico della ciambella, in cui lo spazio operativo per l’umanità andrebbe
cercato nella fascia compresa tra due limiti: uno ecologico esterno e uno
sociale interno. Per Raworth, nessuno dovrebbe essere troppo povero da non poter
accedere a risorse e diritti fondamentali, e nessuno dovrebbe essere così ricco
da incidere negativamente sui limiti planetari.
Tradurre in politiche concrete i principi di cui sopra è tutt’altro che facile,
ed è su questo che si è focalizzata buona parte del lavoro di quest’area
politica e culturale degli ultimi decenni. Una misura da tempo proposta è quella
del reddito di base universale. Si tratterebbe di un sussidio erogato dallo
Stato a chiunque possegga la cittadinanza ‒ o, addirittura, la residenza ‒ a
prescindere dal lavoro. Una grande operazione di redistribuzione della
ricchezza, ovviamente, ma anche il principio di una trasformazione più profonda.
Nel breve termine, un reddito universale permetterebbe di rendere socialmente
accettabile la contrazione della produzione industriale o la chiusura di certi
settori particolarmente impattanti; nel lungo, di iniziare a slegare il lavoro
dalla necessità di avere un salario, e costruire un’economia non più basata sui
consumi. L’accorciamento delle catene del valore ‒ cioè, riportare i luoghi di
produzione più vicino a quelli di consumo ‒ è un’altra politica che mira assieme
a ridurre il consumo energetico e logistico, oltre ad aumentare le possibilità
di impiego.
> Secondo il modello economico a ciambella di Raworth, lo spazio operativo per
> l’umanità dovrebbe avere un limite ecologico e uno sociale: nessuno dovrebbe
> essere troppo povero da non poter accedere a risorse e diritti fondamentali,
> nessuno così ricco da incidere negativamente sui limiti planetari.
“Decrescita significa abbandonare le produzioni inutili, è riportare a casa
quelle che ci servono” spiega Mastini. Per ottenere tutto questo serve cambiare
chi prende le decisioni. Da qui il ruolo centrale dello Stato di cui sopra,
certo, ma anche la possibilità di cambiare la natura del privato: “Immaginiamo
di avere, al posto dei grandi oligopoli, un sistema di employee ownership, cioè
la proprietà collettiva dei lavoratori. In questo modo elimini l’extraprofitto,
chi possiede le imprese guadagna dal suo stesso lavoro e non dalla mera
proprietà. E soprattutto, in questo modo si potrebbe pensare ad un sistema
economico orientato al bene comune”.
L’economia del benessere è economia della cura
Un ripensamento dell’economia non può prescindere dal concetto di “lavoro di
cura”, ossia quelle attività indispensabili ‒ come crescere i bambini, aiutare
gli anziani, gestire le attività domestiche ‒ che tradizionalmente sono svolte
in forma gratuita dalle donne. La redistribuzione e retribuzione di quel lavoro
potrebbe essere la chiave di volta per un’economia diversa.
Ina Praetorius è una teologa svizzera, tra le fondatrici della Network Care
Revolution. “Le donne sono il prosieguo degli schiavi dell’antichità. Platone
distingueva tra liberi e dipendenti: i primi erano gli uomini adulti con la
cittadinanza, i secondi erano i bambini, gli schiavi e le donne” mi spiega.
“L’illuminismo abolisce l’impianto formale di questa divisione, ma rimangono in
piedi gli usi. E il capitalismo, quando nasce, trova molto conveniente avere
questa manodopera gratuita addetta ad attività indispensabili, dalla cucina al
supporto ai malati. Tutt’oggi quante persone ‒ non solo uomini e non solo
conservatrici ‒ ritengono naturale che certi lavori siano svolti dalle donne
della famiglia?”.
Per economia della cura si intende un sistema economico centrato sul
soddisfacimento dei bisogni delle persone in forma organizzata, legalmente
riconosciuta ed equamente distribuita tra i generi. L’idea è che quelle mansioni
storicamente svolte da donne in ambito familiare e senza salario diventino il
punto focale delle nostre economie. Il reddito di base prima citato, ad esempio,
permetterebbe di liberare almeno parte del tempo che impieghiamo nel normale
lavoro salariato, permettendo a tutti ‒ a prescindere dal genere ‒ di usarlo
anche per questo genere di attività così indispensabili.
Le assonanze con l’economia del benessere sono chiare. “L’idea della cura nasce
nell’ambito del movimento femminista, ma non è un tema di genere: è di tutti”
continua la teologa: “se penso al mondo tra cento anni, immagino molto più tempo
libero: per curare la famiglia e la casa, certo, ma anche per l’ozio ‒ che è
importantissimo ed è un diritto di tutti, non solo dei ricchi».
> Un ripensamento dell’economia non può prescindere dalla redistribuzione e
> retribuzione del lavoro di cura, ossia quelle attività indispensabili che
> tradizionalmente sono svolte in forma gratuita dalle donne.
Il reddito di base universale è la prima delle proposte che mette d’accordo
promotori della decrescita, dell’economia del benessere e delle istanze
femministe. Spostare i capitali pubblici da settori ad alto impatto ecologico e
bassa utilità sociale ‒ il fossile, le armi, il cibo spazzatura ‒ a settori poco
impattanti ed essenziali come quelli della cura è un secondo, importante punto
di contatto. Il terzo è la riduzione dell’orario lavorativo. “Produrre meno
significa anche ridurre il monte ore lavorato. E se puntiamo a garantire a tutti
un impiego, la logica conseguenza è lavorare meno” dice Mastini. L’idea è che da
un lato l’economia del benessere richieda di produrre meno, e quindi liberi
tempo nella vita delle persone; dall’altra che il tempo libero sia prerequisito
per distribuire meglio il cosiddetto lavoro domestico.
Lo spazio per il benessere
Nonostante il relativo successo in campo accademico o nella bolla dei movimenti
sociali, per ora molto poco dell’economia del benessere si è tradotto in prassi
politica. La primazia del PIL come indicatore del successo di un’economia non è
mai stata davvero messa in discussione da nessun governo, e lo spazio del
welfare o dell’intervento pubblico, almeno in Occidente, si va riducendo, invece
che aumentare. In Europa, il piano di riarmo delle istituzioni comunitarie e dei
governi rischia di sostituire lo stato sociale e la transizione ecologica tra le
prime voci dei bilanci pubblici del prossimo lustro.
Eppure, le questioni poste dai teorici del benessere non sono venute meno. E mai
come oggi si avverte la necessità di riconcepire la nostra idea di benessere. Il
giorno seguente al blackout, i social spagnoli si sono riempiti di persone che,
più o meno ironicamente, si interrogavano sul fatto che, tutto sommato, senza
corrente non si stesse poi così male. I cittadini di un Paese ricco e
sviluppato, in cui il PIL cresce e gli indicatori macroeconomici tradizionali
sono tutti positivi, hanno salutato più con sollievo che con paura l’assenza di
elettricità. Nemmeno il più radicale dei “decrescisti” proporrebbe di farne a
meno, ma quelle reazioni rimandano ugualmente a una riflessione: quali
precondizioni, quali servizi e quali opportunità rendono la vita di una persona
soddisfacente? Siamo sicuri che il sistema in cui viviamo ci renda più felici di
quanto ci faccia sentire in trappola? E ancora: quale economia può consentirci
di utilizzare diversamente le nostre risorse, indirizzandole verso beni e
servizi che, nel loro insieme, contribuiscano a costruire una società felice?
L'articolo Da un’economia di crescita a una di cura proviene da Il Tascabile.