P rigione e vie di fuga
La critica letteraria si domanda in che misura e in che modo, dopo Troppi
paradisi (2006), Siti abbia continuato a raccontare sé stesso nella forma
dell’autofiction. Il cognome non appare più, riappare però un Walter nel quale
riconosciamo l’autore: a volte in prima persona, a volte in terza nei panni del
“professore” o di un personaggio secondario. Realtà e finzione continuano a
confondersi in quella che è stata chiamata “un’altra forma di scrittura
dell’io”. Più importanti delle varianti, delle classificazioni e delle
nomenclature sono però il persistere della forma e l’abbandono del proposito di
non raccontare più nulla di sé. In questo senso i finali di Scuola di nudo
(1994) e Troppi paradisi, così simili, sembrano indicare in Siti la percezione
di una mancanza e un conseguente bisogno di rettificare. Come se in Scuola di
nudo avesse cantato vittoria troppo presto (“ho cantato come la gallina che ha
fatto l’uovo”, appunto).
Il finale di Troppi paradisi appare certo più autentico e completo: Walter
accetta il capitalismo trionfante e il proprio ruolo da piccolo-borghese
all’interno della società tecno-mediatica. Si è liberato, è diventato anche
soggetto modernamente sovrano. È un accademico in carriera, disinibito
consumatore di sesso mercificato; del Principe non è più succube ma antagonista,
letterario nel caso di Pasolini ed erotico nel caso del milionario amante di
Marcello. Il bisogno di salvezza e di autofiction resta però anche dopo questo
finale, ed è di nuovo per disertare da un’esistenza socialmente approvata e
priva di sussulti che Siti si mette in scena nelle borgate di Roma. Se dopo
Scuola di nudo era stato l’Angelo caduto a salvarlo da un’ipocrisia di coppia
piccolo-borghese e dall’abbraccio disumanizzante del capitale, stavolta – à la
Pasolini – lo salvano la microcriminalità dei reietti, l’abuso di cocaina, la
vitalità violenta e scomposta dei sottoproletari che sognano carriere in
televisione. La letteratura di Siti appare in questo senso come il prodotto di
una personalità bipolare: da un lato il suo protagonista si sente socialmente
inferiore e aspira a una normale vita borghese, dall’altro disprezza la
borghesia e ama gli inferiori, suoi compagni di pena.
> La letteratura di Siti appare come il prodotto di una personalità bipolare: da
> un lato il suo protagonista si sente socialmente inferiore e aspira a una
> normale vita borghese, dall’altro disprezza la borghesia e ama gli inferiori,
> suoi compagni di pena.
Il contagio (2008) è formalmente dramma satiresco: segue e completa Troppi
paradisi con una commistione di comico e tragico. L’io narrrante segue nelle
borgate l’amato Marcello, attempato body-builder che si lascia umiliare
sessualmente dai ricchi clienti, è mentalmente devastato dalla cocaina e
attraversa le giornate senza poter dare una direzione alla propria vita (“si
isola coi telefonini spenti e le finestre sbarrate fino alle tre o alle quattro
del pomeriggio, poi si trascina in cucina […] si rimbecillisce davanti ai film
di Sky Primafila per un paio d’ore ed esce soltanto per procurarsi la dose della
sera”). Accanto al suo dramma si svolge quello della borgata, inscenata come
coro di satiri grazie a digressioni che accompagnano il tema principale
approfondendo le storie individuali: è in un’atmosfera da τραγωδία παίζούσα (la
“tragedia giocosa” degli antichi) che vediamo la rovina morale e sentimentale
dei vicini di Marcello. Gli spacciatori, magnaccia, usurai, rapinatori,
hooligans fascisti e prostitute della borgata si muovono in un orizzonte di
cinismo, violenza sadica, tradimento delle persone amate; l’assenza di
prospettive, prima ancora che violenza strutturale da parte del sistema, è qui
incapacità progettuale, atavica mancanza di fiducia, coazione a godere tutto
oggi perché domani non si sa. I progressi “devono accadere così, per miracolo,
non vogliono sapere la strada per arrivarci”.
> c’è un poliziotto, tenuto in una certa considerazione perché ogni tanto
> ricicla la cocaina dei sequestri; a lui più che agli altri si rivolge
> Gianfranco, prima discutono di un Porsche sottocosto poi ridono sulle puttane
> che ti vogliono fare per forza una pompa se non le schedi, è troppo facile, “a
> ’sto punto ciavrei ’o sfizio de ’na vergine”; “seh, a trovalle… ormai c’è solo
> via dell’Acqua Vergine ma è peggio che andà de notte, perché lì ce stazionano
> ’e nigeriane… co’ quelle te becchi l’aids in un nanosecondo”.
>
>
>
> Prende una sigaretta, la umidifica con le labbra, la impana nella cocaina e
> intanto ordina a Marcello di spogliarsi nudo e di assumere pose ridicole. Gli
> introduce due, tre dita, Marcello stringe i denti. Poi cominciano le botte
> pesanti, gli schiaffi, i pugni; la miscela ha fatto effetto e Gianfranco si
> scatena come una bestia. Le vecchie posizioni, che permettevano a Marcello di
> riceverlo senza dolore, sembrano non attirarlo più: lo incastra con la testa
> sotto il divano, lo calcia sulle costole
Tutto questo però non evolve mai in tragedia. Alle scene di sadismo e
autodistruzione si alternano le battute divertenti della disincantata saggezza
sottoproletaria, la borgata sembra a tratti redenta da atti di generosità
disinteressata; Eugenio “er Trottola”, che nelle statistiche della polizia è un
mezzano e uno sfruttatore, diventa nello sguardo di Siti un uomo generoso e di
buon cuore. Ma soprattutto, sulla borgata aleggia la forza invisibile e
invincibile di Dioniso che avvince le singole e anonime vite in un potente
organismo collettivo. È la comunità a parlare per bocca dell’individuo durante
le cene fastose e caotiche cui viene invitata tutta la strada; un vibratore di
gomma passa di appartamento in appartamento e finisce per girare tutta la
palazzina, le esistenze promiscue della borgata formano “un unico, gigantesco
oggetto sessuale” cui i sottoproletari si abbarbicano come “i coralli nei banchi
sottomarini; a capire il perché ci pensa la colonia, non l’individuo”.
> Il contagio (2008) è formalmente dramma satiresco: segue e completa Troppi
> paradisi con una commistione di comico e tragico.
Per questi borgatari violenti e vitali, sadici e puerili, ebbri e lascivi come i
sileni dionisiaci del teatro greco, Walter non ha mai parole di condanna: sta
con loro nel doppio senso del verbo. La cocaina, la sopraffazione sessuale e il
crimine di strada sono per lui vie di fuga dal paradiso totalitario dei consumi:
l’illecito diventa l’ultima libertà residua, l’ultima zona possibile di
manifestazione del divino nell’epoca dell’iperrealtà mediatica. Si percepisce
quel che in Troppi paradisi era stato chiamato “il bisogno di sfidare le zone
inviolate, il deserto”, alla ricerca di quelle che già secondo Ernst Jünger
erano le residue oasi di libertà nella crescente rovina nichilista: l’eros,
l’amicizia, l’arte, la morte.
Si precisa intanto e si articola, di pari passo con la frequentazione dei
sottoproletari, il polo della ripugnanza per la classe media. Se Scuola di nudo
aveva raccontato l’intelligenza inutile e malevola degli accademici di Pisa, se
Troppi paradisi aveva mostrato gli autori televisivi come una spensierata e
spregevole manovalanza intellettuale al servizio del capitale mediatico, Il
contagio oppone alla progressista e benpensante Lucia, al suo giro radical-chic
di giornalisti colti e figlie di alti dirigenti statali, la brutale sincerità di
Mauro che cerca di uscire dalla borgata facendo il palazzinaro per conto della
camorra. Alla ginnastica intellettuale di Lucia, alle sue sterili introspezioni,
Mauro risponde con la disperazione di un ragazzo di strada che con crescente
malessere si trova a lavorare per degli assassini (“Sai c-come diceva mi’ nonna?
Chi la croce n-nun ce l’ha, pija du’ zeppi e s-se la fa…”, le dice balbettando
per la cocaina).
Siti non ha mai nascosto il proprio disprezzo per la piccola borghesia
benestante che – pur prosperando come lui nella radiazione del Capitale
mediatico – si rifiuta di comporre in una visione sistemica i singoli frammenti
di conoscenza offerti dal regime iperreale: voler sapere troppo metterebbe a
rischio una posizione acquisita, farebbe aprire gli occhi sui padroni e sui
servi del “paradiso concentrazionario”. È proprio in questo senso di candida
malafede che in Troppi paradisi gli addetti televisivi erano stati paragonati ai
quadri medi del nazionalsocialismo:
> Tutti in fila, a passarsi forchette di plastica e bustine di dolcificante, in
> quello che chiamano “il nostro garden” perché è una zona del refettorio
> separata con una stuoia verde; vi si consumano sorde guerriglie […]; il
> confronto irresistibile è con le mense naziste, Stamattina m’hanno detto di
> cercare un gas che costi poco, ho trovato una ditta che per grandi
> quantitativi ci fa uno sconto del trenta per cento; che gas? boh, si chiama
> Zyklon B; e a che serve? non lo so e non è mia mansione saperlo. Poi via col
> vassoio ad accaparrarsi la porzione di patate con la più invitante crosticina
> sopra.
A questa piccola borghesia corrotta, servile e interessata si aggiunge nel
Contagio quella dei politici e degli intellettuali progressisti, che fanno di
solito la figura degli stupidi perché promuovono ideali di vita e progetti di
riforma sociale senza conoscere intimamente la borgata e le sue regole (istigata
da una femminista, Giusy si mostra in giro con il suo amante e viene ammazzata
dal marito che avrebbe continuato a far finta di niente se l’adulterio fosse
rimasto nell’ombra). Tutti – accademici e televisionari, giornalisti e figli
eccellenti, politici e attivisti – sono travolti e involgariti dal “contagio”
sociale, simbolizzato nella breve relazione tra Lucia e Mauro: assumono
inconsapevolmente e irresistibilmente l’orizzonte mentale dei sottoproletari,
fanno propri il sotterfugio, il cinismo, la doppia morale, l’incapacità
progettuale. Alla luce delle borgate “annegate nella promiscuità sociologica e
nell’onirismo” Siti rappresenta qui la rovina di un intero sistema sociale.
> Siti non ha mai nascosto il proprio disprezzo per la piccola borghesia
> benestante che – pur prosperando come lui nella radiazione del Capitale
> mediatico – si rifiuta di comporre in una visione sistemica i singoli
> frammenti di conoscenza offerti dal regime iperreale.
Se Pasolini aveva chiamato “genocidio” la scomparsa del popolo lavoratore e
ingenuo nell’epoca del capitalismo industriale, se in Salò aveva inscenato il
capitalismo in abito nazifascista, Siti ha intuito che nell’epoca del regime
mediatico iperreale le classi sociali diventano indistinte e scompaiono come
accadde nei sistemi totalitari del passato, nei quali il singolo – lo vide per
prima Hannah Arendt – restò isolato davanti a un Potere delirante, che aveva
smesso di rapportarsi alla realtà. In questo stesso senso il “contagio” era già
stato raccontato da Goffredo Parise: anche L’odore del sangue (scritto nel 1979)
mette in scena una relazione erotica socialmente asimmetrica. In Parise però è
tutto tragico, fosco, novecentesco. Il sadomasochismo non trova riscatto, il
gioco pornografico sacrificale si risolve in brutalità omicida. Niente dramma
satiresco, appunto, niente depotenziamento delle emozioni.
Il fatto è che Siti non è capace di sdegno morale, e anche in ciò sta la forza
narrativa del Contagio. Contagiato piccolo-borghese è lui stesso,
consapevolmente, e in questo senso il libro è un episodio della lotta di Walter
contro il sé stesso-Occidente. Da un lato paga e possiede, cerca nel sesso
mercenario un “surrogato d’onnipotenza” e ricorre alla lingua aziendale finanche
nelle introspezioni (“cercando di alleviare la sofferenza, svaluto il mio
capitale”); dall’altro – come in Troppi paradisi – ama l’anti-Occidente in
Marcello che è privo di ego, è troppo puro per calcolare e da un mondo che lo
spaventa si allontana tramite la cocaina, essa stessa figura della scissione
sitiana. Da un lato demistificata come Merce perfetta, droga d’Occidente,
simbolo dei media e “interprete della visione occidentale del mondo”:
> se i cartelli internazionali della droga potessero quotarsi in Borsa,
> sarebbero tra i leader della finanza mondiale, nessun manufatto e nessuna
> materia assicurano così alti margini di profitto. Un prodotto di cui il
> cliente non può fare a meno è il sogno di qualunque pubblicitario. Come un
> circuito così coerente possa chiamarsi semplicemente un vizio, solo il dio dei
> conformisti lo sa.
>
>
>
> La coca agisce sui recettori della dopamina, quel neurotrasmettitore che
> comunica al cervello le sensazioni di benessere; normalmente, i suoi recettori
> rimangono “aperti” per qualche frazione di secondo, mentre la cocaina li
> costringe a ritardare l’orario di chiusura, dunque ad amplificare e prolungare
> la beatitudine. Ma, costretti a questo superlavoro, molti recettori finiscono
> per atrofizzarsi e cadere, sicché i pochi che restano non riescono più a
> captare i piacere di minore intensità […]. Ogni piacere, da quel momento in
> poi, dev’essere speziato, sensazionale, clamoroso (come diceva ogni cinque
> minuti Mentana nel suo telegiornale). Escalation, insomma. […] il muscoloso
> sta diventando enorme, il magro anoressico; qualunque piazza da paese si
> trucca da Times Square. Tutti stiamo aspettando che un reality abbia
> finalmente il coraggio di offrirci una morte in diretta: la società dello
> spettacolo è una cocaina a lento rilascio.
Dall’altro consumata da Walter stesso ed elogiata come possibile alternativa al
potere capillare e profondo del Capitale:
> dobbiamo dire grazie alla cocaina se molti nostri giovani non diventano degli
> insulsi e consenzienti esecutori di un potere decerebrante, e se dimissionano
> dal gregge per strade più tormentose. Mi chiedo se la cocaina non debba essere
> concepita come una forma disperata di resistenza.
Occidentale, in Siti, è del resto lo stesso uso della droga: eccitazione, sesso,
possesso, accrescimento della prestazione. Nei suoi libri, nonostante l’anelito
alla patria metafisica “dove non c’è né prima né poi, né tempo né spazio, né
effetto né causa, né io né non-io”, la droga non è mai finalizzata – come nei
riti misterici di ogni tempo – al superamento dell’ego e all’esplorazione del
divino. Nel suo orizzonte costitutivamente scisso (moderno e antimoderno,
occidentale e antioccidentale) Walter non spera di arrivare alla patria
metafisica nemmeno negli stati alterati di coscienza; la insegue in questo mondo
nelle forme di un uomo del quale elogia la purezza e al tempo stesso asseconda
la rovina. Gonasi, Rivotril, Xanax; Cialis, Luan, Lexotan: tra le pagine del
Contagio, come in una litania, vengono elencati i diversi nomi commerciali del
pharmakon che è da un lato ottimizzazione del corpo scultoreo di Marcello,
dall’altro agente della soppressione – presto compianta – del divino:
> pur amandolo, ho voluto il suo male invece che il suo bene. L’ho spinto a
> esagerare con gli anabolizzanti, i testosteronici e l’ormone della crescita,
> perché solo ipermuscoloso colmava le mie fregole […]. Gli facevo trovare io
> stesso la droga a casa mia (“c’è l’allegato in omaggio”) perché così il suo
> desiderio di raggiungermi era più spontaneo
>
>
>
> Tu mi hai insegnato a guardare oltre le cose, perché era là che vivevi
> davvero. Ho perso (e tu sai come!) il contatto con la natura, coi suoi
> opposti: orizzontale e verticale, caldo e freddo, vivo e morto; ma non ho
> perso il respiro che sta dietro la natura, la bolla che rinasce dopo ogni
> distruzione, anche quella che pare più definitiva. Non saranno le alchimie
> sociali, le tecniche sopraffine, a salvare questo pianeta condannato; anche se
> queste parole ti sembrano da matto (“ma che stai a dì?”), fidati, e non
> credere a nessuno se ti urla che non vali niente; oltre i pianeti che crollano
> qualcosa si rinnoverà sempre, ed è la tua allegria. […] non è da tutti,
> credimi, testimoniare la bellezza e la grazia
Walter, l’uomo che ha perso la metafisica patria dei Nudi perché ha voluto
comprarla e possederla, impersona la nostra modernità che rimpiange di avere
abolito il divino e vorrebbe recuperarlo, ma non può più perché esso è diventato
irraggiungibile. Suo dio sostitutivo è il denaro. Lo spirito sempre angosciante
che abita gli scritti di Siti – anche quando esalta i corpi angelici, anche
quando ci fa ridere alle battute dei borgatari o ci fa partecipare commossi
all’infantile e smarrita leggerezza delle loro vite – è lo spirito del
nichilismo. Già in Scuola di nudo, nonostante si sforzasse di attuare il
programma erotico-conoscitivo platonico (di amante in amante verso la Bellezza
eterna), l’io narrante aveva dichiarato la propria vicinanza alla teologia
nichilista della Gnosi: il Dio biblico è un dio falso e cattivo che tiene
rinchiusi gli uomini nella prigione dell’universo.
> Siti non è capace di sdegno morale, e anche in ciò sta la forza narrativa del
> Contagio. Contagiato piccolo-borghese è lui stesso, consapevolmente, e in
> questo senso il libro è un episodio della lotta di Walter contro il sé
> stesso-Occidente.
Il vero essere è altrove e a differenza di quello platonico è inconoscibile,
inaccessibile: la “vera patria” si è radicalmente separata dal cosmo ed è dunque
negata in principio (è il “respiro che sta dietro la natura”, nel passo sopra
citato). Il mondo non è niente, non è vero essere. Solo per intervento attivo
del vero irraggiungibile dio – come nel caso della grazia cristiana – l’uomo può
lasciare il cosmo straniero del dolore e dell’inganno per raggiungere il vero
essere, da cui proviene. Walter, gnostico e nichilista, dispera di poter
raggiungere la trascendenza eterna ma non può smettere di desiderarla e di
perseguirla contraddittoriamente con riti di possesso che rafforzano il suo io
anziché farlo recedere. Lo stesso libertinismo di Walter, la sua empietà di
figlio che lascia seppellire la madre a spese del comune perché con i propri
soldi vuole fare regali a Marcello, sembrano seguire l’invito alla sfrenatezza e
all’empietà di certe dottrine gnostiche secondo le quali nella prigione orrida
di questo falso mondo naturale nessuna azione può corrompere la scintilla
oltremondana annidata nell’uomo. Dal Contagio:
> tutto è lecito perché ci si sente creditori di un’ingiustizia infinita, perché
> il detentore della legge è lontano e merita di essere ingannato, perché in
> questo labirinto siamo talmente peccatori che non ci rimane che peccare di più
>
>
>
> Questo era, è, il mio amore: rancore e inimicizia verso la natura,
> l’innaturale e quasi il mostruoso assunto come segno d’elezione e di
> privilegio
Non fosse che Siti, da moderno, non spera più nell’intervento della divinità.
Aspira a vuoto perché vede nella religione il consolatorio e mistificatorio
“altro mondo”. È questo nichilismo, perdita irrevocabile della trascendenza e
desiderio negato, la ragione della scissione e dell’angoscia in tutti gli
scritti di Siti. Ed è vivendo il nichilismo anzitutto in sé che Siti racconta
l’Occidente della beatitudine artificiale e del possesso, la distruzione del
mondo da parte del capitalismo mediatico iperreale, la rovina morale e
sentimentale di una società che crede la salvezza (l’essere eterno) preclusa.
“Benvenuta devastazione”. Mauro finisce in prigione, Walter perde l’amato,
Marcello continua la sua vita di stratagemmi e umiliazioni.
> A contare sul serio non sono l’incendio o la rissa, ma quel che tutti noi
> stiamo diventando. Non le esercitazioni paramilitari, ma il vuoto nell’anima
>
>
>
> Ho creduto che il possesso fosse la sola misura dell’amore e che dunque, se il
> possesso era garantito, l’amore diventasse un otpional. Se l’amore è
> possedere, tutto diventa comprabile. Il capitale si afferma come unico
> vincitore, non ha più niente che gli si opponga – trasformare l’amore in
> ossessione è stato il suo colpo di genio strategico, per ricondurre anche i
> sentimenti all’economia. Ormai davvero, nelle nostre strutture profonde e non
> per modo di dire, conta solo il denaro
Il finale della storia è di sconfitta, ma il dramma resta satiresco: il libro si
chiude con un nuovo coro comico, con altri destini di sottoproletari italiani e
stranieri. Il rumeno Anghel simpatizza per Alleanza nazionale, il bidello
Sandrino millanta passate gesta sessuali con una nota pornostar; Marcello
incontra per caso il vicino violento che l’aveva minacciato, si spaventa ma
Obelix è cambiato, si è innamorato (“qua me so’ realizzato ner mondo dello
spettacolo, devo recita’ la parte di un incubo”). Il tragico si depotenzia per
commistione di elementi quotidiani, il contagio non riguarda solo le classi
sociali: è anche indistinzione dei generi, indistinzione tra realtà e finzione,
pendant letterario dell’iperrealtà mediatica. Il contagio è ontologico, un mondo
vero non esiste più.
Bisogna dire la verità
Nel 1999, nello scritto “Il romanzo come autobiografia di fatti non accaduti”,
Siti ha dichiarato che la tradizione del romanzo realista moderno, iniziata con
Defoe e Richardson, è stata molto importante per la sua formazione di scrittore.
Il tipo di realismo perseguito da tale tradizione è stato chiamato “realismo
formale” a partire da uno studio di Ian Watt, Le origini del romanzo borghese
(1957). Watt notò che nell’epoca in cui la borghesia, assumendo il potere,
creava il soggetto giuridico e l’homo oeconomicus, nell’epoca in cui la
metafisica spostava il centro sull’ego cogito e il sapere abbandonava l’Essere
per indagare sperimentalmente il mondo del divenire, emerse una forma letteraria
che abbandonava le regole del dramma classico, intese alla rappresentazione
dell’Uomo, e creava una tecnica finalizzata a catturare il nuovo “mondo reale”.
Il Medioevo, per cui a contare era la Verità eterna dietro il corso mutevole del
mondo, aveva prodotto storie di magie, cavalieri erranti e viaggi oltremondani
senza troppo curarsi dell’effettiva esperienza; con la modernità invece la
verità diventò corrispondenza della lingua agli stati del mondo che essa
descrive.
> Con la modernità irruppe nella letteratura “il mondo”: gli oggetti e i
> mestieri quotidiani, gli interni spesso anonimi, gli antagonismi di classe, le
> determinazioni socioeconomiche. Il romanzo narrava la vita di persone comuni,
> senza privilegi di denaro o di classe.
A questo fine era necessaria una lingua che a differenza di quella tragica non
si curava del decoro stilistico: chi raccontava mirava anzitutto alle cose, come
se il lettore fosse un giurato cui il testimone doveva esporre tutto e con
chiarezza, riferendo per questo anche quegli aspetti che la tradizione classica
considerava inaccettabili perché agli occhi di ogni classicismo la curiosità
verso il quotidiano ci impedisce di accedere al vero essere delle cose. Con la
modernità irruppe nella letteratura “il mondo”: gli oggetti e i mestieri
quotidiani, gli interni spesso anonimi, gli antagonismi di classe, le
determinazioni socioeconomiche. Il romanzo narrava la vita di persone comuni,
senza privilegi di denaro o di classe, in un racconto che le inseriva nel
movimento storico del loro tempo e otteneva un superiore effetto di realtà
grazie alla scelta dei nomi, alle descrizioni dettagliate, alla specificazione
dei diversi momenti della giornata. I protagonisti erano mossi da desideri nuovi
e già diffusi nella nascente civiltà capitalista: fare strada grazie alla
propria intraprendenza, diventare possidenti, ascendere socialmente, sposare il
ricco datore di lavoro.
Se però il soggetto giuridico era garantito dalla giurisprudenza, se l’io penso
era garantito dalla metafisica, nel corso dei secoli l’“io narrante” della
letteratura si trovò sempre di nuovo nella necessità di dare da sé al pubblico
la garanzia della veridicità delle storie raccontate. Cosa che comportava a sua
volta una garanzia della propria effettiva esistenza mondana: per produrre un
resoconto autentico il testimone doveva essere vero in senso moderno, doveva
esistere nel mondo dell’esperienza. Il nome della persona narrante doveva essere
comune, ordinario, l’autore doveva spiegare in quali circostanze e da chi aveva
sentito il racconto. Di secolo in secolo, per dare autenticità alla voce
narrante, vennero ideati stratagemmi che innovavano la tecnica letteraria ma
diventavano a loro volta stereotipici, perdevano efficacia e dovevano essere
innovati.
A Defoe bastò scrivere una premessa in cui sosteneva di avere pubblicato i
racconti autentici di Robinson Crusoe e Moll Flanders (“il più grande bugiardo
di tutti i tempi”, lo definì un critico per questo escamotage narrativo che oggi
sembra un’ingenuità); il narratore di Papà Goriot dichiarerà “all ist true”,
Proust suggerirà, en passant e tra le righe, che l’io narrante della Récherche
si chiama proprio Marcel. È come se il movimento storico del romanzo moderno, al
pari del movimento del sapere e dell’economia, andasse sempre più verso l’io:
verso l’autofiction. Quando il romanzo autobiografico diventò “un genere”
pubblicato in versione standard dall’editoria, emerse in Francia una nuova
garanzia di autenticità (Fils di Doubrovsky, Lejeune, il dibattito teorico,
ecc.) che presto venne adottata in tutto l’Occidente.
> La critica ha individuato da tempo le caratteristiche della scrittura di Sti
> intese a dare densità di persona all’io narrante e ai protagonisti:
> frammentazione narrativa, tempo psicologico anziché cronologico, accumulo di
> scene, discorso diretto nei suoi diversi registri e dialetti, flashback e
> anticipazioni.
Siti ha adottato in parte le convenzioni letterarie messe in luce dal dibattito
di critici e narratologi, i “meccanismi dell’autobiografia […], i suoi trucchi
anche formali (l’esitazione a fare i nomi, il modificarsi della scrittura a
causa di eventi che sopravvengono…)”‒ così in “Il romanzo come autobiografia di
fatti non accaduti” ‒, in parte il repertorio della neoavanguardia italiana di
cui fu da giovane uno specialista. La critica ha individuato da tempo le
caratteristiche della sua scrittura, intese a dare densità di persona all’io
narrante e ai protagonisti mostrando l’apertura del loro “essere-gettati”
nell’esistenza e nella storia: frammentazione narrativa, tempo psicologico
anziché cronologico, accumulo di scene, discorso diretto nei suoi diversi
registri e dialetti, flashback e anticipazioni. I finali sono ambivalenti o
privi di vero scioglimento, gli stati psichici sono nevrotici, nei momenti di
solitudine la mente dell’io è attraversata da pensieri incongrui. A volte si
tratta di elementi che nei testi di Siti hanno assunto rilievo testuale
sistemico, altre volte di innovazioni sue: la parentesi che interrompe la
narrazione o la completa rapidamente con l’a parte di una reazione emotiva, la
singola battuta diretta usata descrittivamente come “battuta assoluta” per
caratterizzare un personaggio; lo scrivere male (in modo spesso esibito) perché
più importante del “fare letteratura” è essere sinceri e restare aderenti alla
realtà:
> un abbraccio, ma non per me. Non a me. Insomma non era me che abbracciava. La
> mia sintassi incespica, scusate.
>
>
>
> Questo non sarà un libro ben scritto […] sarà un diario banale, pane al pane e
> vino al vino.
Anche la neoavanguardia perseguì questi e altri effetti di realtà al fine di
rappresentare fedelmente nell’“opera aperta” i mutamenti sociali, esistenziali e
percettivi dell’Italia del dopoguerra e del boom economico (consumismo,
alienazione, fabbrica, mass media), spiegando che le eleganze “letterarie” della
lingua e la linearità della drammaturgia tradizionale non erano in grado di
rendere quel “mondo reale”, rapido, confuso, complesso: la tradizione era
oscurantista in senso sia estetico sia politico. Era la consapevole messa in
scena di un soggetto schizoide – quasi una profezia della società mediatica del
Ventunesimo secolo – e con piena ragione Sanguineti poté rispondere “bisogna
sapere bene come scrivere male” a chi criticava la lingua solo apparentemente
rozza dei suoi romanzi.
La neoavanguardia però si concentrò sugli aspetti tecnico-formali e rifiutò quel
tipo di verosimiglianza che attiva il meccanismo dell’identificazione:
bisognava, alla Brecht, accendere le luci in sala per impedire che gli
spettatori, immedesimandosi, dimenticassero il teatro e la letteratura come
macchine sociali rappresentanti. Sanguineti, Giuliani, Manganelli, Arbasino
evitarono sempre di coinvolgere chi legge in un mondo sentimentale di esperienza
e di sfide, di speranze e sconfitte. Siti invece ha aggiunto alle severe
strategie estetico-formali una voce sentimentale che si rivolge a chi legge in
toni spesso complici e sornioni (“che ve lo dico a fa’”) e che per rappresentare
veridicamente le sofferenze amorose non sdegna il ricorso al melodramma e allo
stereotipo:
> Quanto mi manca, quanto mi manca, quanto mi manca. […] Voi non potete
> immaginare, miei sconosciuti lettori, quanto mi manca – scusatemi, ma ora non
> riesco a dirvi nient’altro che questo.
Il suo capolavoro illusionistico però, preso e adattato dal dibattito francese,
è stato l’adozione della propria faccia come maschera. “Mi chiamo Walter Siti”
non è verità ultima ma menzogna perfetta: non è l’autore che sta dicendo tutta
la verità, è l’io narrante (congegno narrativo e creazione spirituale) che sta
dicendo una menzogna efficace. In essa la finzione ci persuade perché invade la
realtà, si amplia fino a diventare coestensiva e a coincidere con essa.
L’illusione è così forte da indurci a credere di sentire la voce di una persona
anagrafica che racconta di sé. Il panno è il quadro:
> Il mito che rivela la potenza dell’arte, per me, è quello della gara tra Zeusi
> e Parrasio, raccontata da Plinio: Zeusi si crede vincitore, perché gli uccelli
> sono scesi a beccare l’uva che lui ha dipinto, e invita ridendo Parrasio a
> sollevare il panno che ricopre il suo quadro, ma è costretto a confessarsi
> sconfitto, perché il panno era il quadro. («Il romanzo come autobiografia di
> fatti non accaduti», 1999)
In questo senso, al pari di Defoe, Siti è “the greatest liar”. Ma come le
innovazioni di Defoe e Richardson emersero nell’epoca in cui una nuova
metafisica si rivolgeva alle cose del mondo, nasceva la figura dell’imprenditore
e un nuovo pubblico piccolo-borghese leggeva trame amorose per soddisfare
vicariamente le proprie aspirazioni di ascesa sociale, così la potente tecnica
illusionistica dell’autofiction è emersa nell’epoca dell’iperrealtà mediatica e
della confusione ontologica tra il reale e la sua copia. Nel regime mediatico
come nella letteratura il meccanismo è lo stesso: costruita con immagini “vere”,
la menzogna è indimostrabile. Vero e falso hanno smesso di distinguersi, il
falso non esiste più.
> Come le innovazioni di Defoe e Richardson emersero nell’epoca in cui una nuova
> metafisica si rivolgeva alle cose del mondo, così la potente tecnica
> illusionistica dell’autofiction è emersa nell’epoca dell’iperrealtà mediatica
> e della confusione ontologica tra il reale e la sua copia.
Per questo motivo, e con grande lucidità, a partire da un certo momento Siti ha
espresso remore e incertezze rispetto all’effettiva valenza politica della sua
autofiction e dei suoi stratagemmi dell’immedesimazione. Nello scritto del 1999
cercò di vedere in quella tecnica narrativa un intervento demistificatorio sul
reale, nello spirito della neoavanguardia:
> Anche nei miei romanzi è impossibile, come nella ‘estetica del flusso’
> dell’infotainment, distinguere tra realtà e fiction. Insomma, sono coinvolti
> nell’errore ma per costringere l’attenzione a fissarsi sull’origine
> dell’errore: che tipo di conoscenza è la nostra quando annulliamo la
> distinzione tra vero e finto?
Presto però riconobbe la capziosità di questa ricostruzione (“ci tenevo ancora a
fare bella figura e non ero disposto ad ammettere che il mio autobiografismo
fosse indifeso e letterale, ci costruivo sopra un po’ troppe teorie”) e in più
occasioni si è domandato se l’autofiction non potrebbe essere il versante
letterario dell’iperrealtà digitale (“Non sto facendo esattamente quello che
rimpovero ai media di fare?”). Al pari di Robinson Crusoe e Moll Flanders, al
pari dei protagonisti di un reality show, Walter e Marcello sono rappresentati
in modo da confondere “le differenze tra realtà e sogno più insidiosamente di
ogni precedente finzione” (Watt). L’insidia adombrata da Watt è che la
letteratura possa paradossalmente perdere la propria capacità di dire cose
importanti e vere sul mondo perché una distinzione tra il vero e il falso non
c’è più: il mondo intero diventa narrazione mediatica (reality show), la
letteratura diventa tutta vera.
È quanto succede nel finale del Contagio quando apprendiamo che Marcello è morto
di infarto durante una partita di calcio con gli amici, poi invece il narratore
ci rivela che in realtà non è morto: restiamo incerti su entrambe le versioni e
alla fine non ci importa nemmeno più sapere se Marcello è morto oppure no, alla
fine è uguale. Il romanzo ha suscitato in noi una partecipazione emotiva a bassa
tensione, diffusa come quella suscitata dal Grande fratello. Siti è l’Occidente
anche in questo senso: il vero mondo diventa immagine, l’immagine diventa vera,
la distinzione qualificante viene meno. Il reale coincide con la
rappresentazione iperreale, il mondo e la stessa politica assumono la
consistenza dei fantasmi mediatici.
Voodoo e ritiro delle truppe d’occupazione
Danilo è un antiquario di antica nobiltà modenese. Ha avuto una madre
possessiva, manipolatrice, castrante; un padre debole la cui morte prematura lo
ha lasciato indifferente: “scompare come una guaina che si secca e cade,
esaurito il proprio compito, senza lasciare rimpianti né rancori” (“senza
rancore”, aveva detto al padre morto l’io narrante di Troppi paradisi). Da
giovane Danilo ha provato a fare lo scrittore, ma non era bravo; ha studiato
storia dell’arte, ha fatto qualche viaggio, ha imparato le lingue e per
sottrarsi a sua madre che ancora oggi lo domina è andato via da Modena e ha
aperto (con i soldi di lei) una galleria a Roma. Danilo Pulvirenti in Autopsia
dell’ossessione (2010) non è “come tutti”, né vuole esserlo; non manca mai di
segnare le distanze sociali e culturali. Soffre di un’ulcera psicosomatica, ha
difficoltà di relazione e la parola amore lo mette a disagio perché non sa bene
cosa significhi. Anche lui è l’Occidente, può solo comprare. È il consapevole
sacerdote di un culto che adora e degrada i Corpi Divini torturando costosi e
consenzienti prostituti in un ricorrente bisogno di crudeltà (“umiliare Dio nei
suoi messaggeri”).
> Anche il Danilo di Autopsia dell’ossessione è l’Occidente, può solo comprare.
> È il consapevole sacerdote di un culto che adora e degrada i Corpi Divini
> torturando costosi e consenzienti prostituti in un ricorrente bisogno di
> crudeltà.
Lo eccitano il sangue che scorre, i glutei arrossati dalle percosse; per lui,
come in certi riti estatici, “il martirio è la soglia di interferenza tra
aldiquà e aldilà”. Nel privato è arrogante e altezzoso, compiaciuto del proprio
privilegio (è un “diritto di proprietà” quello che esercita sui corpi
torturati); nella vita pubblica è democratico, illuminista, vota per il PD
perché “il laicismo radicale è il presupposto minimo di una corretta
amministrazione, o economia”. Danilo è un uomo scisso: la ragione è a Est, dalle
parti del socialismo, il piacere è tutto a Ovest. Dalla parte del possesso. È
“un uomo né… né…”. Da un lato è “sempre più convinto che esista un’ultrarealtà
dove regnano l’esattezza e l’armonia” e persegue l’Assoluto in “una ricerca
privata e fuori dal tempo”, dall’altro ama la gerarchia sociale e il possesso.
Sempre e comunque, il suo orizzonte resta la madre: Danilo è per lei, si vede
come lo vede lei, è figlio eternamente perché castrato. La rabbia, i dispetti,
il sottrarsi, lo stesso disprezzo verso Candida sono la peripezia di un amore
che non riesce a lasciare la presa.
Di nuovo, come in Troppi paradisi, appare a metà libro l’Angelo incarnato,
body-builder sottoproletario che porta a Danilo – recalcitrante – non solo
l’amore tanto temuto e deriso, ma anche una possibilità di fuga dalla madre e
dal proprio ambiente di intellettuali cinici e benestanti, delusi e annoiati:
> Angelo è la testimonianza vivente che l’opera di castrazione è fallita, o che
> almeno non è riuscita fino in fondo
>
>
>
> Il trofeo Vigor, la crema Ursus, le sostanze proibite da iniettare in vena; in
> queste lande sarà il mio pellegrinaggio – la pergamena difesa dal drago, il
> guizzo nel pneuma oltremondano non si rivelano che all’insegna vergognosa
> della sottocultura
Danilo cerca di sfuggire tramite Angelo al sé-Occidente: menziona di sfuggita la
rinuncia al possesso, sogna che il loro sia “un vincolo travestito da scambio
mercenario”, il tentativo “di afferrare ciò che per eccellenza è inafferrabile”.
Ma non ci riesce, non sa rinunciare al possesso schiavizzante per fare spazio
all’altro in un confronto tra uomini liberi. I suoi pochi soldi se ne vanno per
Angelo, il patrimonio in dissesto e la galleria in perdita non lo inducono a
moderare le spese. Si limita a chiedere soldi alla madre, che glieli nega.
Vertigine del possesso, droga, Occidente capitalista, la storia di Danilo ripete
apparentemente i precedenti romanzi ma c’è una svolta importante. Incapace di
amare senza possesso, Danilo perde Angelo e decide che “l’incarnazione è
scaduta”, che “senza metafisica l’ossessione diventa stupido collezionismo”; è
invece il suo Rivale, dietro il quale vediamo sporgersi Walter/Siti, ad amare e
conquistare un Angelo ormai solo umano per volgersi con lui all’amore coniugale
(“sulla terra non c’è che la terra. In cielo, una porta misteriosa si chiude”).
Fine della metafisica dei Corpi Celesti. Chiosa a proposito di Danilo e Angelo
una delle ventiquattro “preposizioni” anonime che intervallano la narrazione:
> L’ossessione vive all’ombra dei vincitori: un cedimento originario l’ha
> causata e perciò l’ossessionante perfetto è quello incapace anche solo di
> concepire un rapporto tra uomini liberi. Per l’ossessionato la bellezza è
> questione di possesso e non di relazione. È il sogno di sovranità dello
> schiavo: il suo movimento segue la via più facile, domina per dimenticare
> d’esser dominato. Chi non vi si uniforma non capirà fino a che punto sia
> ossessivo il modello economico del consumo
Walter/Siti ha capito che avere “potere di acquisto” significa essere liberi di
fare ciò che incatena. Nella sua ossessione, per decenni, ogni nuovo atto di
possesso e consumo garantiva il suo stato di schiavo. La presa di coscienza
dell’affinità tra il figlio castrato e il suddito del capitale mediatico,
entrambi ossessionati da un possesso che è riproduzione della propria
schiavizzazione originaria, si accompagna alla tematizzazione esplicita del
conflitto con la madre possessiva e castrante, in precedenza soltanto accennato.
“Non ce l’ha fatta a castrarmi”, aveva detto fuggevolmente Walter in Troppi
paradisi, ma abbiamo visto che la guarigione era vera solo a metà; nel Contagio
la madre veniva sepolta a spese del comune perché i soldi di Walter se ne
andavano in regali a Marcello. In Autopsia invece l’evento della liberazione
viene inscenato senza simboli: è un matricidio.
> Walter/Siti ha capito che avere “potere di acquisto” significa essere liberi
> di fare ciò che incatena. Nella sua ossessione, per decenni, ogni nuovo atto
> di possesso e consumo garantiva il suo stato di schiavo.
Dopo avere cercato di ingannarla e derubarla, Danilo – unico erede del
patrimonio – soffoca con un cuscino Candida resa demente dall’Alzheimer. Certo,
il matricidio è liberazione di ripiego, provvisoria: se fosse davvero
emancipato, Danilo percepirebbe sua madre come un’anziana innocua signora e non
avrebbe bisogno di ucciderla (la vecchia regola “hop, cambiare il gioco”
stavolta non soccorre il protagonista): ma a partire da Autopsia dell’ossessione
l’opera di Siti conoscerà alcuni cambiamenti essenziali. Per il momento una
faticosa, forzosa liberazione dalla madre si accompagna al superamento della
metafisica dell’“altro mondo” e al tema della rinuncia al sé per amare l’altro;
il nesso tra castrazione e possesso, che accomuna il figlio libertino e il
suddito edonista del capitalismo, emerge come sogno di sovranità dello schiavo.
Quanto invece all’operazione terapeutica, in Autopsia Walter/Siti si è sdoppiato
come con la creazione di una bambola voodoo. È al tempo stesso il possessore
pagante e il rivale squattrinato ma capace di amare. L’Occidente del possesso
viene trasferito in Danilo e perde, il Rivale e picaresco piccolo-borghese vince
perché ama senza voler possedere. Il Rivale è la prima occorrenza – ancora in
sordina – di quanto diventerà nel secondo Siti un tratto essenziale: l’umiliarsi
per evitare l’ipertrofia dell’ego, il mettersi in margine alla scena. È come se
in Autopsia Siti stesse facendo le prove generali di un possibile sviluppo della
personalità del suo protagonista. Sono prove ancora insoddisfacenti, tanto che
il capitolo del lieto fine coniugale si chiama “Uscita troppo facile”. Come in
Scuola di nudo, come in Troppi paradisi, il tentato lieto fine avrà bisogno di
correzione.
La difficile uscita dall’ossessione e dall’operazione letteraria (fine del
possesso e della sottomissione alla madre, fine dell’autofiction, ritiro dell’io
narrante da quella realtà che aveva invaso) verranno completate solo in Exit
strategy (2014), il diario in cui gli eventi pubblici – la grottesca caduta di
Berlusconi e del suo governo nell’autunno del 2011, la fine dell’epoca del
Denaro-Sogno e del voyeurismo collettivo – si rispecchiano in quelli privati e
Walter/Siti, al termine della propria ricerca libertina, è “definitivamente
invecchiato; arricchito ma anche stremato da esperienze fatte in altri libri”.
In Exit strategy è agli occhi dello stesso Walter che il culturista un tempo
divino appare come “incarnazione sempre più irrancidita”, “non più all’altezza
del proprio mandato metafisico”. Gli incontri sessuali con i body-builder
diventano “esercizi”, stanchi “turni di paradiso”. Se Autopsia è l’annuncio,
Exit strategy è la messa in scena della fine della metafisica. Walter riconosce
da un lato di avere tentato per venti anni una “fuga nell’insussistente”,
dall’altro di non avere più nemmeno le risorse spirituali per tale fuga (“la mia
capacità di trasfigurazione è andata in tilt”). Ma a perfezionarsi è anche la
fine della detestata madre castratrice. Il tema del matricidio viene messo in
scena stavolta come tentazione non attuata ma vissuta in prima persona, non più
attraverso il congegno vodoo: Walter medita di uccidere con un’overdose di
sonniferi la madre demente, “immondo coleottero rosa”; rinuncia per timore
dell’autopsia e aspetta con impazienza che la malattia faccia il suo corso.
> La difficile uscita dall’ossessione e dall’operazione letteraria verranno
> completate solo in Exit strategy (2014), il diario in cui gli eventi pubblici
> si rispecchiano in quelli privati e Walter/Siti è giunto al termine della
> propria ricerca libertina.
La morte della madre è liberatoria per Walter in Exit strategy come lo era stata
per Danilo in Autopsia: stavolta però si accompagna a una vittoria. Rientrato a
Modena perché sua madre è in agonia, Walter conosce un disegnatore industriale,
un uomo strabico, intelligente, sincero, gerontofilo. Non promette estasi divine
ma è determinato, libero, affettuoso e – per la prima volta nella vita di Walter
– attratto dal suo corpo che è peraltro avviato al declino della vecchiaia.
Gerardo si presenta a Modena al funerale della madre, segue Walter quando da
Roma – per riuscire a separarsi da Marcello – si trasferisce a Milano; la loro
relazione matrimoniale, contrariamente a quanto era accaduto in Scuola di nudo e
Troppi paradisi, è autentica, la liberazione dall’ego è riuscita. Walter
riconosce che “il possesso è l’amore dei vili” e interrompe a
quattrocentonovantasei il conteggio in progress degli incontri sessuali con
Marcello.
Per la prima volta nella vita si fa possedere (da Gerardo) e sceglie un amore
terreno senza metafisica, non più fuga dal mondo ma permanenza (“Il Tempo che
taglia le ali di Eros non significa, come credevo, che il tempo uccide l’amore;
significa che quando non si può più volare bisogna amare diversamente”).
L’operazione terapeutica ha funzionato, quella letteraria potrà essere dismessa:
qui scrive “non voglio più parlare di me”, in Resistere non serve a niente
(2012) parlerà di “ritiro” delle truppe d’occupazione. Tanto che nel finale del
libro può apparire il solo ricordo bello della madre (“vai, che se gridano
coglione non dovrai essere tu a girarti”). Walter non è più l’Occidente
nichilista, si volge all’altro e scopre un nuovo tipo di svalutazione del sé:
non più la sprezzante riscossa dell’ego che si gloriava della propria deformità
ma il depotenziamento dell’ego stesso.
> faccio come quegli asini restii che capiscono solo il bastone
>
>
>
> Nel letto ci provo a spremere qualche singhiozzo […] ma mi escono solo sbuffi
> di tosse, striscie di bava
>
> Nato proletario e con un metabolismo geneticamente pigro, eredo-familiare di
> contadini obesi trangugiatori di patate e polenta; ossessionato dalla quantità
> più che dalla qualità in ogni settore dell’esperienza. Nessuna tradizione di
> sobrietà o di stile a cui fare riferimento, anzi l’atavica fame di
> carboidrati, zuccheri e approvazione; servo nel cuore (ma avendo perso dei
> servi ogni solidarietà collettivistica), grasso scudiero che mai ha trovato il
> proprio comandante – anche perché i comandanti sono sempre andato a pescarli
> tra i peggiori, così da poterli ben presto liquidare con disprezzo
Walter ha portato a termine il programma: “voglio inocularmi il presente, capire
in me la malattia del mondo”, aveva dichiarato all’inizio del suo percorso.
Capita la malattia occidentale, arrivato a scoprire l’arcano del regime
mediatico nichilista, non vuole più entrare in possesso di un essere separato e
lontano: il possesso è il surrogato vorace della trascendenza perduta. Walter
sembra qui intuire che l’essere capace di redimerci è – evangelicamente – già
qui, nel cosmo e non fuori. Non è necessario appropriarcene perché è sempre
presente, per ritrovarlo però è necessario depotenziare l’ego ed esplorare
quanto in Exit strategy chiama il “senso perturbante della carità”. Il lieto
fine è comunque negato, l’esito del percorso resta aperto: dal momento che
l’idea dei Nudi Divini è una “costruzione estetizzante e vigliacca per sfuggire
all’impegno di un infinito più prossimo”, Walter non può fare a meno di
domandarsi “dove trovarlo un infinito meno illusorio, un infinito umano?”. A
questo divino forse meno illusorio ma ancora sconosciuto è rivolto il finale del
libro, quando al Cimitero monumentale di Milano Walter si imbatte in una tomba
anonima, la numero quattrocentonovantasei.
> Cado in ginocchio e prego senza sapere Chi.
Leggi qui la Prima parte
L'articolo Da Platone al Vangelo proviene da Il Tascabile.
Tag - letteratura contemporanea
Il mio destino non era di contemplare
la perfezione ma di possederla carnalmente
Autopsia dell’ossessione (2014)
E rcole contro i samurai
Prima della sua discesa nella digitalizzazione nichilista del mondo, quando non
sapeva ancora di apprestarsi a tale discesa, Walter Siti percorse le strade
della metafisica e della mistica. Nel suo primo romanzo Scuola di nudo (1994) si
mise in scena come io narrante che cerca nel desiderio erotico l’accesso alla
trascendenza, e racconta la sacralità del nudo maschile con una lingua che
ricorda quella dei profeti: “Nel mondo tutto si ammala e muore ma io sono venuto
a testimoniarti che c’è un luogo in cui la materia genera ciò che la supera”. Il
protagonista Walter venera i nudi dei culturisti come incarnazioni dell’Essere
sottratto alla corruzione e alla morte, li ammira con un’attenzione rapita che è
una forma di preghiera. I rapporti geometrici tra le masse muscolari, i giochi
di luce e ombra, le curve sovrumane, l’equilibrio di energia e materia sono per
lui i messaggeri di una perfezione “irreale”, che “appartiene a un altro
ordine”. Il culturista è un angelo, la zona più profonda del desiderio aspira a
un’esperienza mistica di abolizione dell’io.
> Il desiderio nel suo livello più profondo ha sempre ha che fare con grandezze
> infinite; la struttura dell’essere si divide e si complica progressivamente,
> ma c’è una zona del nostro cervello che reagisce a questa complicazione
> immaginando un mondo dove non c’è né prima né poi, né tempo né spazio, né
> effetto né causa, né io né non-io.
>
>
>
> I nudi non bisognerebbe nemmeno sapere chi sono né dove abitano, solo così ci
> si avvicina al massimo dell’intimità. Solo ciò che è sconosciuto può diventare
> (per un istante) ciò che è noto da sempre. Impensabile è avere con loro “una
> storia”.
“Ciò che è noto da sempre”: il primo orizzonte di senso del romanzo, ciò che
spinge il protagonista alla ricerca e alla contemplazione – prima che al
godimento sessuale – degli anonimi “nudi”, è la dottrina platonica della
reminiscenza. Se non sapessimo già cosa siano il vero essere delle singole cose
e lo stesso Essere, se non li avessimo conosciuti puri e immortali e poi
dimenticati cadendo nel corpo, non saremmo in grado di conoscere gli enti del
mondo in quanto enti: essenti. Non li riconosceremmo né nomineremmo, non saremmo
l’animale parlante. In Scuola di nudo l’io narrante arriva alla parola, scrive
un romanzo, diventa poeta perché rintraccia l’eco dell’armonia divina nel nudo
di volta in volta ammirato. “Tra ventre e pettorali c’è una vaschetta dove le
antilopi vanno a bere. Il corpo, lucido sotto il getto dell’acqua, è
prevalentemente composto di masse sferiche tra cui sole e ombra passano come
nubi. Quando si gira, il tracciato dei glutei è astratto, assoluto, appena
impastato di armoniche lievi”.
> In Scuola di nudo l’io narrante arriva alla parola, scrive un romanzo, diventa
> poeta perché rintraccia l’eco dell’armonia divina nel nudo di volta in volta
> ammirato.
Il nesso ontologico tra bellezza mortale, bellezza divina ed Essere viene
illustrato da Platone nel Simposio. Ai suoi commensali Socrate dice che Amore –
demone incaricato di mediare tra il dio e il mortale – ci spinge a cercare
quella bellezza che è “una e la stessa” anche se nei corpi si manifesta
variabilmente; passando di corpo in corpo, di amato in amato, l’amante giunge a
capire che è la Bellezza ciò a cui mira. Al grado supremo dell’iniziazione
amorosa essa gli si rivelerà all’improvviso: “bellezza eterna, che non nasce e
non muore, non s’accresce né diminuisce, che non è bella per un verso e brutta
per l’altro, né ora sì e ora no”. Non è un caso – e ci torneremo più avanti –
che nell’esporre la religione del suo desiderio il protagonista si richiami allo
gnosticismo, alla discesa della luce nella materia e alla divinità che
introdusse nell’uomo una scintilla: “i nudi maschili sono simili a quella luce”;
ciò che Walter cerca nei culturisti è “questo squarcio, questo irrompere
improvviso di un’altra dimensione”. È la speranza dello squarcio, è il desiderio
di colmare la distanza a guidarlo nei luoghi dell’agonismo culturista, le gare
in cui bellezza e gloria entrano in risonanza con il divino.
Come scrisse Jean-Pierre Vernant nel suo Mito e pensiero presso i Greci (1965,
trad. it. 1978), “in quella forma di scenario rituale che è il concorso, il
trionfo dell’atleta […] evoca e prolunga l’exploit compiuto dagli eroi e dagli
dèi: eleva l’uomo al piano del divino. E le qualità fisiche – giovinezza, forza,
rapidità, destrezza, agilità, bellezza – di cui l’atleta fa prova nel corso
dell’agone, e che agli occhi del pubblico si incarnano nel suo corpo nudo, sono
valori eminentemente religiosi”. A patto, sembra dire Walter, di non confondere
modernamente la trascendenza greca ed ellenistica con l’aldilà cristiano. Come a
evitare che il suo esigente orizzonte metafisico possa essere frainteso quale
aprioristico, ipocrita e banalizzato amore parrocchiale, Walter elabora fantasie
sadiche e si abbandona a rabbiosi, bestemmianti turpiloqui contro la divinità
cristiana:
> Cani abbaiano sadici, pùm, vedergli schizzare il cervello e che stramazzano al
> suolo finalmente silenziosi […] potrei preparare delle polpette con dentro
> aghi ma agonizzando farebbero ancora più rumore; se li attirassi in macchina,
> ma sono troppi e poi i cani ritornano. Vedi Lassie. […] Guidando incazzato
> verso la stazione bercio a una bionda “schifosa puttana, non vedi che c’è
> verde, maledetta cretina ti vuoi muovere?” […] Dio maiale, Madonna buca
> inculata da Gesù Cristo in croce.»
>
>
>
> mentecatta cretina, che ti si schiantino le ovaie, crepassi te e la tua
> stupidità, porca maiala sudicia analfabeta miserabile
Walter è un asceta dalle tendenze misogine che nell’esaltazione del sesso trova
la via d’uscita dal mondo; se l’omosessualità è per lui garanzia di distacco (“I
nudi mi proteggono contro le donne, perché le donne ‘tirano dentro’”), le sue
ermetiche descrizioni di paesaggio – seconda guida verso la trascendenza –
cercano di tenere aperta la porta dicendo l’indicibile, stanando il vero Essere
dal suo nascondimento: “Fruscii latenti nella tensione intramolecolare alla
periferia dell’azzurro, un impercettibile scampanellìo sottopelle piove dal
profondo zenit, pecore siderali vaporizzate dal calore; ogni amore terrestre
risulta meschino al confronto e allora tanto vale accettare un’offerta che
deludente lo sia fin dal principio”. Mettendo la terra (nel caso appena citato
un corpo ordinario e non cultuale in un’ordinaria dark room) al confronto di
quanto terrestre e deludente non è, il linguaggio figurato diventa risorsa della
fuga, aria, sopravvivenza dalla volgarità di “due sceme” casualmente incontrate:
> Spalanco la finestra: i fulmini di calore oltre le colline sembrano le zampe
> staccate dal corpo di un ragno cosmico; nel buio rosso friabile le spighe
> tengono i chicchi come le madri portano al seno i figli per allattarli
Perché Walter non è soltanto il chierico della religione dei Nudi: è un uomo
frustrato e deluso, fuggiasco da un mondo che in pari misura teme e disprezza. È
stato lasciato nove mesi prima dall’amato Bruno Portinai, cui pensa tuttora con
pesante dispendio di psicologia amorosa; è un promettente ricercatore
dell’Università di Pisa ed è legato ai colleghi e al preside da un sentimento
ambiguo. Da un lato li ammira, hanno tutto ciò che a lui manca: sono maschi
eterosessuali privi di complessi, amati, intraprendenti, intelligenti e a
proprio agio nel mondo (“un maschio non chiede permesso”). Dall’altro li odia
sordamente perché – castrato dalla madre e incerto della propria virilità – non
è capace di scontro aperto.
> Passando di corpo in corpo, di amato in amato, l’amante giunge a capire che è
> la Bellezza ciò a cui mira. Al grado supremo dell’iniziazione amorosa essa gli
> si rivelerà all’improvviso.
Talentuoso figlio di contadini, Walter è afflitto da un paralizzante senso di
inferiorità in seno all’élite accademica; aspira come gli altri alla cattedra ma
mostra di disprezzarla, è amico della segretaria anziché degli altri
ricercatori, rivolge l’odio contro sé stesso e si infligge punizioni corporee.
Dei colleghi riporta la chiacchiera brillante e ipocrita, cinica e appagata; si
indigna alla bassezza dei loro intrighi e li presenta come animali: “le
scimmie”, “il Cane” (ma al tempo stesso “qualunque indipendenza lontano da loro
non è che esilio”). Lui è autentico, loro ipocriti, lui è generoso e poetico,
loro indifferenti e calcolatori:
> la loro digestione non è mai rovinata dalla frase di uno scrittore, solo
> semmai dall’accusa di non aver interpretato bene quella frase: se vuoi un
> argomento che non ti ferisca, diventane un esperto.
Walter però è troppo intelligente per inscenarsi come eroe senza macchia. Pagina
dopo pagina si racconta soprattutto come nevrotico, il nevrotico si confessa
mostro: in una progressione di autodenigrazioni grottesche e caricaturali
leggiamo che ruba in dipartimento, spia i colleghi nell’intimità, gioisce dei
loro lutti, uccide i gatti, cucina i topi, accosta il proprio sesso al viso dei
neonati e in passato ha indirettamente, malignamente ucciso una donna. Walter è
ignobile. Si paragona a un servo, a un insetto, a un maggiordomo, a un verme. Da
un lato piange la propria indegnità, dall’altro la rivendica perché in un mondo
a sua volta indegno essa diventa paradossale segno di elezione come quella di
Leopardi, interpretato da Walter quale controfigura della propria tormentosa
esistenza: infecondo perché castrato dalla madre ma orgoglioso della propria
impotenza, subalterno a un padre possidente ma spiritualmente superiore alla
meschinità dei padroni, alieno poetante che “si aggrappa alla propria
inferiorità come a un bene”. È la strategia di Walter: esibire la propria
inferiorità e su quella dichiararsi superiore. Da un lato si disprezza per
essere rimasto bambino in una società di adulti; dall’altro, arrivato al fondo
dell’autodisprezzo, può analizzare con lucidità (e come nessun altro in
dipartimento) la realtà politica del proprio tempo, il dominio globale
dell’Occidente capitalista:
> stabilire un potere così schiacciante che qualunque oppositore appaia uno
> squilibrato, poi travestire l’uso della forza da legittima difesa e
> giustificare l’escalation repressiva con le superiori esigenze della
> sicurezza. Le vittime diventano il vero pericolo per la pace […]. Chiunque
> voglia ridiscutere i postulati iniziali dimostra di essere insopportabilmente
> immaturo e nessun dialogo è possibile con lui fin che non ha imparato a
> comportarsi da adulto
A mettere in moto l’azione del romanzo, a promuovere in Walter la volontà di
riscatto è la caduta della patria metafisica dei Nudi: mutuando da Nietzsche la
prospettiva critica che riduce la metafisica platonica ad annuncio della
dottrina cristiana, Walter riconosce presto che la sua religione è strategia
consolatoria, dettata dalla propria rancorosa inferiorità nella lotta per il
potere: “Non posso più nascondermelo: i miei nudi, così monumentali e
indeformabili, sono composti interamente di odio e di paura. Io non desidero i
nudi maschili per ciò che sono in se stessi ma per ciò da cui mi distraggono
[…]. Il rischio mortale al quale mi sono sottratto è il grugno a grugno coi miei
nemici; non ho mai messo in discussione la loro palese superiorità”.
Interpretando ora la propria debolezza come sintomo di un ego fallito, incapace
di porsi quale soggetto modernamente sovrano (borghese) che a proprio vantaggio
mette a frutto il mondo in competizione con altri soggetti, Walter lancia ai
colleghi una sfida intesa come percorso al tempo stesso artistico e terapeutico:
“Sputtanarli. Voglio vederli annichiliti domandare pietà”, “e non è di
perversione che parlo […], ma proprio di opere e di gloria. Capacità di lasciare
dopo di sé una traccia che duri”. Alla luce di questa nuova consapevolezza, gli
stessi culturisti appaiono ora a Walter – appagato consumatore di riviste e film
pornografici – come fantasmi del capitalismo iperreale:
> Se l’oggetto stesso della mia devozione è il sottoprodotto di una catena
> controllata dai miei nemici, che senso ha combattere? In vista di quale
> premio? Come sileni all’incontrario i culturisti nei loro scomparti nascondono
> i miei peggiori sì. Che fare? Una freccia si pianta sibilando nel legno della
> diligenza, il girotondo degli indiani è interrotto dai tanks dell’esercito
> federale, si sgranano raffiche di mitra, cadono le bombe dai Mig 62, cavalieri
> medievali caricano armati di stocco i pigmei con la cerbottana appollaiati tra
> le sbarre fluorescenti dell’astronave aliena, un raggio laser colpisce i
> samurai…
È a quest’altezza, quando la trascendenza dischiusa dai Nudi viene percepita da
Walter non solo come consolatoria e strategica, ma addirittura come
tecnologicamente prodotta, che la merce capitalista in forma di immagine
comincia a frequentare le pagine del romanzo. In sordina, perché l’invasione
dell’iperrealtà mediatica – questione per Siti così essenziale che solo con essa
diventerà al tempo stesso adulto e scrittore – si farà sguardo esplicito e
mirato soltanto in seguito, a partire da La magnifica merce (2004) e Troppi
paradisi (2006). In Scuola di nudo essa si annuncia come propensione formale
alla frammentazione, elaborazione stilistica che eredita le tecniche delle
avanguardie novecentesche e le converte a finalità nuove. Contaminazione di
registri alti e bassi, invasione del parlato, accumulo incongruo di pezzi di
realtà che rifiutando la linearità narrativa (ingannevole e ideologica) ricrea
la densità di eventi e “l’apertura” dell’esistenza; flusso di coscienza, elenchi
di battute estratte a caso dai discorsi della giornata, mescolanza dei generi
(prosimetro, cronaca in presa diretta come “encefalogramma” dell’io narrante,
psicologia amorosa, detective story con appalti, tangenti e lettere misteriose).
> L’invasione dell’iperrealtà mediatica – questione per Siti così essenziale che
> solo con essa diventerà al tempo stesso adulto e scrittore – si farà sguardo
> esplicito e mirato a partire da La magnifica merce (2004) e Troppi paradisi
> (2006).
È vero, la storia continua a svolgersi in parte come una trama classica:
nonostante i propositi Walter non si ribella, ha troppa paura dello scontro
diretto; cerca allora di incastrare i colleghi per una vicenda di corruzione
amministrativa e comincia a fare indagini (innesto di una detective-story su un
tessuto narrativo ad essa estraneo), si lascia tentare dal sogno di una vita
normale e va a vivere in campagna con un contadino che lo ama. Ma nonostante
questa sua lotta ancora novecentesca e pasoliniana, da intellettuale eroico
nella propria diversità e nell’opposizione frontale al sistema corrotto, l’io
narrante sta già diventando quel Walter Siti “come tutti” che anni dopo si
presenterà ai lettori nell’incipit di Troppi paradisi: “la tivù è la mia sola
famiglia, i Jefferson, i Brady, Casa Keaton: i miei problemi sono i loro, le mie
tensioni si sciolgono in baruffe di protettiva comicità”. L’avvento sommesso
dell’iperrealtà mediatica comincia a sommuovere la scrittura, infiltra ex
abrupto la cronaca dell’atletica leggera come un corpo estraneo tra le battute
di un dialogo tra accademici, alterna il reale e la copia televisiva senza più
gerarchie né segnalazioni di eterogeneità. Accosta documentari scientifici e
descrizioni di paesaggio, pornografia e introspezione, guerra e mondiali di sci:
> Faccio un gioco: alterno le cassette Colt ai programmi normali azionando il
> telecomando ogni minuto o due… preferibili i documentari sulla natura, ma
> vanno bene anche i reportages dal Brasile, un film turco sulle carceri e le
> situation-comedies americane. Meglio di tutti il telegiornale: una piscina a
> Beirut o un corteo contro Mitterand – la base dove vengono costruiti i veicoli
> spaziali, in Florida, confina con una laguna del Wwf: lamantini, fenicotteri
> dal ciuffo, “ecco come un falco pescatore vedrebbe lo Shuttle in posizione di
> lancio”.
La stessa vicenda di corruzione amministrativa, la trama apparentemente portante
del racconto, si sgretola per infiltrazione di elementi estranei, l’incertezza
della sintassi rivela accessorio e dispensabile quanto sembrava essenziale:
> Ora il caso si è riaperto perché la società concessionaria che ha condotto in
> modo tanto dubbio la gara d’appalto (la finale del lungo è arrivata all’ultimo
> turno di salti: il culo di Larry Myricks) tanto dubbio la gara è una società
> del gruppo Iri-Italstat legata, pare, alla Benefir.
Non è un caso che le indagini sui colleghi corrotti si perdano per strada e non
portino a nulla, né che il romanzo finisca in modo apparentemente ambiguo (dopo
qualche teatrale baruffa con i suoi nemici Walter mostra di riconciliarsi e
torna alla doppiezza di sempre): la vera conclusione è altrove. È quando Walter,
a tre quarti del romanzo, lascia il contadino Ruggero e la terra, sceglie
l’illusione iperreale e “invidiato da tutti” va in vacanza con Steve, prostituto
e aspirante manager della propria immagine. Ruggero tenta il suicidio, poi si
ammala e muore; deposte le ambizioni da intellettuale ribelle, finalmente
sincero con se stesso, Walter può abbandonare le inconcludenti psicologie
amorose e le sfide al sistema, dimentica lo stesso Steve e si concede con il
frivolo Hochy una passeggera, banale e ingannevole felicità.
> Scuola di nudo è un viaggio iniziatico capovolto, paradossale: dalla sacralità
> dei nudi astrali alla blasfemia tecnologica che profana il mistero del mondo,
> dalla difficile libertà dell’eroe solitario al compromesso conformista, dallo
> scontro frontale con il sistema all’accettazione del denaro e dell’eros
> mercificato.
A vincere non è il mostro disadattato e implacabile, ma il piccolo-borghese che
sceglie di non cambiare, di accettarsi. In questo senso Scuola di nudo è un
viaggio iniziatico capovolto, paradossale: dalla sacralità dei nudi astrali alla
blasfemia tecnologica che profana il mistero del mondo, dalla difficile libertà
dell’eroe solitario al compromesso conformista, dallo scontro frontale con il
sistema all’accettazione del denaro e dell’eros mercificato come gratificazione
consumista e sostitutiva trascendenza profana ma anche potenziamento di uno
sguardo finalmente sincero perché insieme lucido e paziente, capace di
raccontare un viaggio in Guatemala in pagine che sono tra le più belle del
romanzo:
> Che cosa meglio del denaro può soddisfare il desiderio d’assoluto? […] Se il
> corpo muscoloso è merce, il denaro è ciò in cui tutte le merci si dissolvono
> […] il denaro è la forma universale in cui tutte le passioni possono essere
> scambiate […] È finita la stagione in cui mi vergognavo di guardare il denaro
> dritto negli occhi
Assoluto non è più l’Essere ma il denaro. L’incarnazione non sfugge al suo
destino di merce. Walter fa ammenda, il mostro si adatta. Ha vinto perdendo la
patria metafisica: è diventato un soggetto occidentale moderno, un homo
oeconomicus. Sceglie il consumismo e il possesso per farsene travolgere e
raccontarli da dentro. Ma ci vorrà ancora tempo, l’incubazione durerà dieci
anni. Il secondo romanzo di Siti, Un dolore normale (1999), si tiene ancora sul
sentiero che verrà abbandonato: tanta psicologia amorosa, rancorosa meschinità
del narratore, senso di inferiorità; un intreccio tradizionale ci rivela pagina
dopo pagina che l’io narrante autobiografico fa traffici di organi umani per
conto della camorra. “Ho cantato come la gallina che ha fatto l’uovo”, riconosce
nelle pagine iniziali lo stesso io narrante: produco romanzi in serie e ne sono
stupidamente contento.
Solo a partire da Troppi paradisi (2006), con un parziale anticipo nei racconti
della Magnifica merce (2004), Siti racconterà miratamente quanto in Scuola di
nudo, non più che presentito, dà al romanzo un carattere allucinatorio, come
vedere la realtà a un passo dal dissolversi. In un mondo senza internet e
smart-phone, di cui Walter racconta le beghe degli amministratori socialisti, le
morti da HIV, le tecniche di agricoltura nella campagna toscana e i compagni
d’infanzia diventati brigatisti, vediamo apparire fuggevolmente e
insistentemente, in modo vago ma già corrosivo, l’incipiente epoca
dell’iperrealtà digitale, la guerra permanente della democrazia totalitaria, il
regime postdemocratico delle registrazioni e del controllo.
> Immagini notturne dal Kuwait: un neon semiesaurito lampeggia sulla saracinesca
> di un negozio, un soldato offre una sigaretta a un civile e la brace brucia in
> diretta, un’auto che ha un faro spento solleva un pezzo di lamiera con la
> ruota anteriore sinistra. Là, adesso. La tecnologia mi consente di partecipare
> a qualcosa di emozionante mentre sta accadendo, meglio che un peep-show
> attenzione, vi avvertiamo che la presente comunicazione verrà registrata
> Ho paura che fra poco dovremo combattere per le libertà più elementari
Il paradiso e il suo doppio
Walter Siti è un grande scrittore dell’epoca dell’iperrealtà digitale
nichilista, della confusione tra la realtà e la copia, perché il suo tratto più
impressionante è l’ambiguità. È doppio in tutto: il suo protagonista scherza
volentieri con i colleghi e sordamente li odia, disprezza e degrada gli uomini
che cerca di amare (“puzzo di loffe sotto il lenzuolo, odor di carogna”); fugge
il mondo indegno, cerca il vero Essere e si lascia sedurre dal capitale
tecnologico. Dalla teologia dell’angelo incarnato scende sulle sue storie una
luce di redenzione, quasi la consapevolezza di un’originaria, reciproca inerenza
tra il divino e l’umano. Dal disprezzo degli uomini amati e dall’amore-odio
verso il capitalismo della guerra globale si leva un’aria di morte, una
disperazione che è però capace di pazienza perché si fa consolare dalle lusinghe
iperreali della pornografia, della pubblicità e delle sit-com. È questo senso di
schizofrenia consapevole a rendere i suoi libri al tempo stesso liberatori e
opprimenti. Se già nel 1994, a ridosso di Scuola di nudo, Siti parlò del proprio
lavoro come di un’ipotesi sperimentale – “confessione impudica e incontrollabile
(memorie di un malato di nervi)” –, l’esperimento fu anzitutto sentimentale:
l’esigenza di una personalità scissa e paradossale, la necessità di evadere da
sé per essere non un altro ma gli altri, la massa: “Mi chiamo Walter Siti, come
tutti. Campione di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è
di massa. Più intelligente della media ma di un’intelligenza che serve per
evadere” (Troppi paradisi).
> Walter Siti è un grande scrittore dell’epoca dell’iperrealtà digitale
> nichilista, della confusione tra la realtà e la copia, perché il suo tratto
> più impressionante è l’ambiguità. È doppio in tutto.
Il protagonista ci racconta ora la sua gioia davanti ai programmi televisivi che
lo intrattengono, consolano e rallegrano, la sua eccitazione davanti ai film
pornografici. È diventato titolare di una cattedra di letteratura all’università
dell’Aquila e ha una relazione di coppia con un giovane e ambizioso autore
televisivo della Rai che cerca di farsi strada; per i genitori poveri, che
vivono a Modena, prova solo compassione e disprezzo. La sua è una vita normale,
priva di sussulti; come se al sorgere dell’interesse esplicito per l’iperrealtà
mediatica, per il sogno della merce e del denaro, fosse venuta meno l’esigenza
di emulare l’eroismo mostruoso e ingombrante di Pasolini, apparso brevemente – e
menzionato con fastidio come “il Poeta” – fin da Scuola di nudo.
Veniamo ora a sapere che in passato Walter conobbe personalmente Pasolini in un
rapporto tanto umiliante da suscitare in lui complessi di inferiorità letteraria
e sessuale; che l’attrice Laura Betti, amica del Poeta e custode della sua
memoria, nominata nel romanzo come “la Catastrofe”, non perde occasione di
ribadire a Walter la sua inferiorità (“Tu lo odii, Pier Paolo, perché era un
frocio che ha goduto molto, e se permetti ha avuto un successo che durerà eterno
[…] da vero uomo, anzi da vero maschio…”). Verso questo Pasolini insieme amato e
detestato l’io narrante compie ora la stessa mossa attribuita al Poeta nel
racconto “Il colpo di pollice” (La magnifica merce): “S’era ricordato in tempo
di una vecchia regola: quando si rischia di perdere, hop, cambiare il gioco”.
> Ogni giorno sul filo della spada; donne in casa che lo trattavano come un
> principe. E io a servirlo per anni, donna anch’io, anzi invidioso maggiordomo.
> Se tesso l’elogio del tirare la carretta è per oppormi a lui. È lui il mio
> Antagonista: per una confusa intuizione che potrei essere migliore di lui, se
> riuscissi ad afferrare i connotati tutt’altro che ignobili della decadenza
> occidentale (forse anche italiana in particolare) raccontandola da dentro, da
> microbo tra i microbi (Troppi paradisi)
Basta con le lunghe e dolenti introspezioni amorose, con la confessione delle
proprie mostruose indegnità, con le indagini sugli accademici corrotti;
l’intreccio viene dichiarato “modesto” e presentato esplicitamente come
artificio narrativo, al modo di Brecht che lasciava accese le luci per evitare
che il pubblico, rapito dalla rappresentazione, dimenticasse il teatro come
macchina sociale rappresentante. Dalle trasmissioni televisive, dalle
conversazioni degli addetti Rai, dalla loro vicinanza vera o millantata alla
classe politica, dal responso del pubblico arruolato nelle trasmissioni sorge
l’ubiquo e bisbigliante noi della società di massa nell’epoca del capitalismo
mediatico globale, il brusìo dei microbi esposti alla radiazione dell’immagine
come merce sessualizzata e disponibile desiderio sostitutivo. Il capitalismo
come religione atea e promessa del paradiso in terra, la pulsione di morte
annidata sotto l’edonismo consumista occidentale, il totalitarismo della
democrazia globale vengono da un lato inscenati nel mondo delle produzioni
televisive, dall’altro teorizzati in digressioni saggistiche che riprendono le
tesi di Baudrillard sul nichilismo dell’iperrealtà mediatica:
> questa abnorme opera d’arte planetaria, mimetica come nessuna ha potuto essere
> prima, restituisce ai suoi consumatori il sapore di una realtà più vera del
> vero, da cui mani esperte hanno abolito le sorprese incoerenti, stonate. Così
> succede nei mondi romanzeschi. Solo che qui il demiurgo non è il singolo
> romanziere, ma è l’anonimo meccanismo produttivo
> un unico mondo, che non è più né questo né quell’altro. Quel che il consumismo
> sta ottenendo è una realtà sempre più finta e una finzione sempre più reale,
> in un trionfo del trompe-l’oeil; la nostra vita è una “mezza cosa” di cui non
> siamo più padroni, perché è comandata dai padroni dell’immagine. Ed è quello
> che in fondo vogliamo, perché inconsciamente ci è chiaro che questa nostra
> realtà (qui, nel castello assediato d’Occidente) è una disperata finzione
> niente è veramente reale perché niente è veramente fittizio
Walter non si ribella più, ha ucciso il padre Pasolini. La percezione della
macchina del dominio capitalista mondiale non esclude in lui il piacere di
vivere tra i dominatori, o quanto meno come loro domestico piccolo-borghese
(meglio maggiordomo loro che di Pasolini, sembra dire Walter): ha un discreto e
garantito stipendio, un piccolo riconoscimento sociale; segue appagato i
programmi televisivi e frequenta le feste degli addetti Rai come uno “spettatore
da casa” arrivato fortuitamente tra loro. Li descrive come persone narcisiste,
avide e ciniche, patologicamente scisse tra il sé e l’immagine mediatica del sé.
Gli autori dei programmi, intellettuali che vengono dall’università, si
disprezzano inconsciamente per ciò che fanno (“rassegnati a trasformare la
frustrazione in superiorità”): sono i creatori della reality-TV come menzogna
sistemica e impero mediatico del denaro, gli stipendiati del “paradiso
concentrazionario” come carezza edonista, afasia collettiva, propaganda politica
e pubblicitaria (“la pubblicità è una droga, non per metafora, e gli spacciatori
sono i media”, scriverà Siti anni dopo).
> Dalle trasmissioni televisive, dalle conversazioni degli addetti Rai, dalla
> loro vicinanza vera o millantata alla classe politica, dal responso del
> pubblico arruolato nelle trasmissioni sorge l’ubiquo e bisbigliante noi della
> società di massa nell’epoca del capitalismo mediatico globale.
Però la “disperata finzione” occidentale viene raccontata da Walter anche con
amore, perché ha smesso di disprezzare sé stesso e si è accettato come microbo
tra i microbi. Vede la menzogna, il nichilismo, lo sfacelo, ma “un polline di
felicità mi avvolge invece alla presenza ubiqua dei vip”. È questa pacificata
contemplazione della rovina, sempre oscillante tra la seduzione e l’orrore, a
rendere Troppi paradisi un romanzo straordinario. “Io sono l’Occidente”,
dichiara Walter: rallegrandosi delle serie televisive e del proprio potere
d’acquisto, del benessere e delle vacanze all’estero, non sa condannare i
responsabili della catastrofe alla quale assiste. Vuole bene al suo ambizioso
compagno e lo aiuta a fare carriera.
Presto però la felicità del microbo si rivela insufficiente: l’amore con Sergio
diventa banale e ipocrita vita di coppia, la frequentazione dei gretti e feroci
televisionari umiliante dovere sociale; i colleghi universitari sono
meschinamente chini su mansioni e lotte intestine da intellettuali stipendiati.
La redenzione, di nuovo, arriva dall’Angelo. Ora che la mediocrità è la sua
forza, ora che la critica alla metafisica come consolazione dei vinti non ha più
senso (Walter non ha più bisogno di consolazione), può tornare il messaggero
dell’Assoluto. Dalla normalità della coppia benestante e bene introdotta il
protagonista ritorna al desiderio socialmente proibito per i Corpi celesti e
mercenari dei culturisti; dall’ambiente accademico di cui è rispettato membro si
mescola al “sottoproletariato delle palestre”, alla plebe ipnotizzata dal sogno
televisivo, agli escort di lusso che creano e gestiscono la propria immagine
come una merce lucrativa, sperano di entrare nel mondo dello spettacolo e vivono
nel frattempo di imbrogli e piccoli furti. Walter paga le prestazioni, gode dei
corpi e cerca le anime; forzando i limiti del suo stipendio da universitario
vive capitalisticamente il denaro come emozione e vertigine:
> Un’anima ce l’hanno tutti, anche le persone più spregevoli, perfino Mario
> Lucchi o gli interni Rai; negli escort è più difficile snidarla, tanto sono
> abituati a separare gli orgasmi dai sentimenti. I più maturi e manageriali
> semplicemente l’hanno depositata altrove, non la vogliono mischiare col
> mestiere. Nei più infantili e nevrotici s’è rattrappita in fondo al guscio,
> bisogna estrarla con uno stecchino come si fa con le lumache. Il segno che ci
> sei riuscito è quando arrivano con un leggero anticipo e ti baciano sulla
> bocca
> Questi ragazzi sono alienati dal proprio corpo, che spesso vedono come un
> involucro estraneo (dicono “lui” quando ne parlano): esigente, che può
> mandarti in rovina se si ammala, o può portarti al successo se gira bene
> La sola vera emozione… no, sono ingiusto, le emozioni sono state due: la sua
> resa incondizionata (testimoniata dalla posa allo specchio) e la cifra assurda
> mentre la scrivevo sull’assegno
Gli amici di Walter sono imbarazzati, gli omosessuali dell’élite televisiva si
sentono socialmente offesi dalla sua perversa frequentazione dei culturisti a
noleggio. Restano tutti interdetti quando Walter si innamora di Marcello, un
tempo premiato body-builder ma ormai soltanto prostituto e cocainomane, vicino
ai quaranta, sull’orlo della dissociazione mentale. Lo descrive come un uomo
dolce e spaesato, amorevole e puro, ignaro di tutto; fermatosi – o regredito a
causa dell’abuso di droga – allo stadio emotivo e cognitivo di un dodicenne
(“una grazia, da qualunque parte provenga; qualcosa di raro e prezioso di cui
certo non è consapevole”).
Le borgate e il sesso a pagamento, il dialetto e l’ossessione fallica (“il
cazzo”): Walter torna sulle tracce di Pasolini, senza complessi di inferiorità
stavolta perché il suo sguardo si è liberato. Marcello è un angelo caduto;
esposto alla radiazione dell’iperreale, sogna anche lui provini e carriere
attoriali ma è incapace di farsi manager di sé stesso. Gli mancano
determinazione e cinismo. Perde tempo, è inguaribilmente passivo, cerca la
droga, ride per mascherare l’imbarazzo quando racconta le umiliazioni cui lo
sottopongono i clienti. Un masochismo prepotente e inconsapevole lo porta a dire
sempre di sì. “Da ogni rapporto, per quanto turpe e umiliante, cerca di trarre
solidarietà, amicizia, compassione (‘ognuno è fatto com’è fatto’)”. Marcello non
vuole, non progetta, non oppone resistenza; si abbandona alla corrente e alla
fortuna. Quasi non ha ego: è l’anti-Occidente angelico:
> ma davvero credete di essere meglio di lui, che campa dando via il culo e si
> fa pagare per questo? credete di essere meglio perché i vostri soldi derivano
> dai pensieri, e la sera andate a cena con Ezio Mauro? o perché siete di
> sinistra? lui ha una purezza che voi non potete neanche immaginare di
> immaginare…
Marcello è nella sua purezza ciò che Walter – nonostante la chiamata del divino,
nonostante le dichiarazioni di uguaglianza (“siamo uguali come due gocce
d’acqua”) – non sa essere fino in fondo: il suo ego occidentale, virale,
infestante e infantile come quello della massa (“Datemeli insieme, tutti
innamorati di me, e vi firmo qualunque massacro anche su milioni di inermi”) non
può smettere di volere e progettare, comprare e godere. Sacrificando a Marcello
il proprio denaro come a una divinità – inizialmente per le prestazioni
sessuali, poi per soddisfarne i bisogni da escort di lusso e cocainomane –
Walter cerca di redimersi dalla colpa di essere l’Occidente, ma la redenzione è
ambigua: il rito ribadisce la colpa, è possesso di un corpo mercificato in
oggetto di lusso, plasmato e tecnologizzato dagli anabolizzanti industriali. La
religione capitalista, scrisse Benjamin, è la prima religione della storia che
anziché redimere colpevolizza: i debiti che essa chiede ai suoi adepti di
contrarre e rinnovare senza posa nel ciclo del consumo creano una condizione di
costante manchevolezza, l’essere-in-debito con un Ente imperscrutabile,
onnipotente ed esigente quanto il Dio cristiano.
> Sacrificando a Marcello il proprio denaro come a una divinità, Walter cerca di
> redimersi dalla colpa di essere l’Occidente, ma la redenzione è ambigua: il
> rito ribadisce la colpa, è possesso di un corpo mercificato in oggetto di
> lusso, plasmato e tecnologizzato dagli anabolizzanti industriali.
È vero, per la prima volta Walter si è innamorato di un culturista rinunciando
all’anonimità così importante in Scuola di nudo, quando preferiva ignorare nome
e indirizzo dei Corpi celesti: “ho ricucito due lembi lontani, due modalità che
un tempo mi parevano avversarie: eros e agape, compassione ed estasi”. Il
neoplatonismo stilnovista che Scuola di nudo aveva tematizzato clandestinamente
e di sfuggita – la persona amata come epifania e guida, Bruno Portinai (B. P.)
di Firenze – diventa ora esplicito: “la mia è una forma distorta di amor cortese
[…] è vero che l’aria trema intorno a lui”. Amore ed epifania sono però
profanati in partenza dal desiderio di emulazione e ascesa sociale del
piccolo-borghese Walter che decide di dissipare in prostituti di lusso il
proprio stipendio da accademico per “provare come vive un ricco”, sentirsi
“proprio un padrone”. L’antico complesso di inferiorità non è davvero scomparso,
ha solo cambiato direzione. Walter è diventato homo felicemente oeconomicus per
scoprire che soltanto nella subalternità ai veri dominatori è consentito
esserlo: tanto che l’amore per Marcello diventa competizione di potenza sessuale
con un milionario chiamato “il Principe” (“donne in casa che lo trattavano come
un principe”, aveva già detto nella sfida artistico-sessuale lanciata al Poeta e
Antagonista).
La punizione di Walter per avere profanato il divino è infatti l’impotenza. A
differenza del Principe non riesce a penetrare Marcello che invece lo
desidererebbe: “sono colui che non riesce a possedere ciò che ama”. Se Walter
non fosse l’Occidente potrebbe mirare alla causa anziché al sintomo, all’essere
anziché alla tecnica; sceglie invece la soluzione oggettiva, tecnologica,
invasiva. Emulando esplicitamente Silvio Berlusconi (archetipo della menzogna
mediatica e del potere d’acquisto), si sottopone a un intervento chirurgico che
gli impianta un sistema idraulico nei corpi cavernosi del pene. Ora può avere
erezioni a comando: la prestazione è ristabilita senza intervento in profondità,
il corpo-protesi recupera l’efficienza operativa senza che l’anima – come faceva
al tempo di Scuola di nudo – debba affrontare i propri grumi. Walter è troppo
lucido per ignorare i fantasmi: li lascia però volentieri nelle retrovie.
> In contraddizione con tutto quello che ho detto prima, sulla criminalità del
> possesso eccetera: ma che pretendete da me, al tempo delle idee e dei
> sentimenti dimezzati?
> Lo so, il vero happy end non sarebbe il possesso ma la liberazione
Esattamente come accade con lo statuto ontologico delle immagini mediatiche
iperreali, che non sono vere senza per questo essere false, quello di Troppi
paradisi è un lieto fine ambiguo e indecidibile. Grazie alla scorciatoia
tecnologica Walter si riscatta (“sono nato”), è diventato adulto, possiede tra i
possidenti in senso sia economico che sessuale. Di nuovo, come nel finale di
Scuola di nudo, è stato iniziato con successo al capitalismo. Può dire della
vecchia madre “non ce l’ha fatta a castrarmi”, al padre morto “non sono meno
maschio di te” (ma sappiamo che sta parlando anche a Pasolini, “vero maschio” a
detta della Catastrofe). Di nuovo, come in Scuola di nudo, il complesso di
inferiorità è finito, anche rispetto a Pasolini stavolta; con una nuova
“operazione” insieme letteraria e chirurgica (l’autofiction del microbo tra i
microbi e l’erezione a comando che gli permette di godere quanto – a detta di
Laura Betti – godette Pasolini) l’io narrante ha messo fine alla subalternità e
progetta di dismettere l’omonimia tra autore e protagonista: “se avrò qualcosa
da raccontare, non sarà su di me”.
> Esattamente come accade con lo statuto ontologico delle immagini mediatiche
> iperreali, che non sono vere senza per questo essere false, quello di Troppi
> paradisi è un lieto fine ambiguo e indecidibile.
Il lieto fine però non è autentico: Walter vuole possedere, non ha ottenuto
quella liberazione dall’ego che ogni metafisica d’Occidente e d’Oriente ha
indicato quale la strada verso la trascendenza, verso l’Angelo. Sottoposto al
trattamento dell’autofiction, l’amore di Walter per Marcello diventa iperreale:
non è falso e non è vero. È una vera finzione. Walter spia il suo amato, annota
le sue battute, descrive la sua devastazione mentale; rende pubbliche le
umiliazioni sessuali dell’Angelo caduto. Lo compra e lo ama per sé ma anche per
il pubblico, lo ostenta per suscitare invidia, approfondisce in Marcello la
perdita dell’intimità anziché medicarla. La vittoria è così ambigua che nei
romanzi successivi, nonostante la dichiarazione di intenti, Walter/Siti non
riuscirà a dismettere l’autofiction e dovrà tentare di nuovo la strada
dell’“operazione”.
La seconda parte sarà pubblicata martedì 23 dicembre 2025
L'articolo Da Platone al Vangelo proviene da Il Tascabile.