L’ ultimo libro di Enrico Terrinoni, Leggere libri non serve (2025) potrebbe
essere definito un libro etico, che intesse fra loro dei racconti “eretici”,
parlando di letteratura come forma di resistenza. Qualche giorno fa, al Firenze
Rivista, festival delle riviste e della piccola editoria indipendente, Vera
Gheno, linguista, saggista e, come Terrinoni, impegnata nella cosiddetta terza
missione (che molti accademici rifuggono, per usare un termine eufemistico), ha
utilizzato il termine “pruriginoso” in un talk a proposito del linguaggio
applicato al corpo delle donne (“Il corpo della donna come terreno di
battaglia”). Gheno ha riflettuto con le altre due interlocutrici sulla necessità
di uscire da schemi di pensiero binomiali, lasciare la logica strutturante alle
necessità espressive per abbracciare la complessità del mondo.
Potenzialmente pruriginosa è anche la parola etica. Stuzzica e prude la nostra
coscienza, sollecitando dei quesiti e delle associazioni lessicali importanti:
etica del lavoro, deontologica, etica di ascendenza aristotelica poi passata
sulla penna latina come morale, mos, moris. Sul sito dell’Accademia della Crusca
si può trovare una pagina dedicata a “disambiguare” i termini “etica” e
“morale”, che sono stretti fra loro da un cappio storico e filosofico, ma la cui
distinzione desta dubbi nei parlanti, chi maneggia e dà voce alla lingua
parlata. Senza scendere nei dettagli sfumati di questa distinzione, si potrebbe
dire, magari dando voce in realtà a una fenomenologia dei concetti pregiudicata
dall’uso, per cui non a priori, che etica suona meglio di morale nella
percezione del nostro orecchio linguistico-concettuale moderno, perché sulla
morale grava la pesante oscillazione del “giudizio di valore”.
Il saggio di Terrinoni parla di letteratura e libertà, di un’etica della
resistenza espressa adottando un metodo interpretativo e critico “quantistico”
(ne ha parlato di recente Alessandro Beretta su La Lettura), che è al centro
della sua precedente opera La letteratura come materia oscura (2024). Leggere
libri non serve è un saggio di questa nuova, provocatoria, specialmente sul
fronte accademico, proposta di lettura del testo letterario, e non a caso al
rapporto fra letteratura e scienza viene dedicato un post scriptum, versione
“amichevole” del classico epilogo. Il sottotitolo del libro, Sette brevi lezioni
di letteratura, stabilisce un dichiarato legame con il testo di Carlo Rovelli,
Sette brevi lezioni di fisica (2014).
> Il saggio di Terrinoni parla di letteratura e libertà, di un’etica della
> resistenza espressa adottando un metodo interpretativo e critico
> “quantistico”, che è al centro della sua precedente opera La letteratura come
> materia oscura.
Al polo cartografico opposto della postilla, nell’introduzione, Terrinoni
scrive: “mi sia consentito di dire che a volte, nella vita, dello sconforto
bisogna accettare l’inesorabilità […] sapersi confortati è spesso un’illusione
bella, ma inutile e disutile allo stesso tempo. Questo perché l’esistenza, nella
sua complessità, non è riducibile a formulette; e soprattutto, ci insegna
persino che ogni tanto agire o non agire può portare alle stesse conseguenze.
Fare e non fare, non è detto che producano risultati alternativi”. Questa
affermazione può sembrare paradossale, ma chiama in realtà in causa un’impasse
propria di questo momento storico, che ci invita urgentemente all’azione, ma
allo stesso tempo ci interroga sull’astensione dalla stessa. L’impasse non è
solo della coscienza individuale ma ha a che vedere piuttosto con una coscienza
collettiva.
Non è un caso se Terrinoni ci esorta più volte ad attendere, ad attraversare con
fiducia le parole che ha disposto sul testo, comunicandoci già, silenziosamente,
due dei puntelli che il suo lavoro intellettuale ci sta offrendo: da una parte,
l’abbandono temporaneo del raziocinio, di cui si parlerà più avanti, perché
“l’indagine, lo scavo, il tentativo di tuffarsi in questo ignoto, se viene fatto
a parole, e soprattutto attraverso strutture linguistiche che fanno tornare i
conti, diviene una menzogna costruita sulla originaria menzogna di volerci
davvero capire”; dall’altra un senso di collettività che è insieme un progetto,
civico, letterario e anche, per l’appunto, etico. Quest’ultima frase è
esattamente una struttura linguistica binomiale che non esaurisce la complessità
del testo di Terrinoni. Ecco quello che questo articolo proverà a fare:
“tuffarsi nell’ignoto” adoperando per necessità “strutture linguistiche che
fanno tornare i conti”.
Tornando brevemente sui passi del progetto collettivo, ci si potrebbe chiedere
perché sia anche etico, da ethos, che riguarda il costume, le abitudini in cui
viviamo. Terrinoni comunica senza spiegare pedissequamente, lasciando dei
silenzi parlanti che mettono in connessione i capitoli sparsi e apparentemente
irrelati ‒ quantici ‒ prendendoci per mano nell’introduzione, di cui si parlava
poco fa. “Non abbiate paura. Seguitemi. Fidiamoci gli uni degli altri” e “Va
bene: urge che mi spieghi” non sono esortativi vuoti, automatismi pluralizzanti
didascalici, ma sono la struttura profonda di un progetto intellettuale che
vuole ridare voce a una collettività corrosa come dalla bava di un Alien che noi
stessi abbiamo creato; potrebbero essere definiti dei “vocativi solidali”.
> Terrinoni comunica senza spiegare pedissequamente, lasciando dei silenzi
> parlanti che mettono in connessione i capitoli sparsi e apparentemente
> irrelati ‒ quantici ‒ prendendoci per mano nell’introduzione.
Sempre durante lo stesso talk in cui ha fatto ricorso al termine “pruriginoso”,
Gheno ha anche parlato della tendenza classificatoria del cervello umano,
facendo l’esempio degli schemi ad albero di Linneo, per dare voce a una
riflessione che è molto vicina a quella cui Terrinoni, a sua volta, dà voce: la
sistematizzazione e la tassonomia ci consentono di dare una forma ai pensieri,
ai concetti (così come la narrazione narra), ma se tale tendenza classificatoria
si inserisce nei concetti irregimentandoli, se li corrode della sua acida
sterilità e diventa forma mentis, tutto è perduto. L’inerzia delle strutture
linguistiche applicate alle possibilità del nostro essere nel mondo ci rende
rigidi (parla di un dilemma simile anche Giovanni Bottiroli nel testo La ragione
flessibile, 2013).
L’incontro fra le parole di Gheno e di Terrinoni è accaduto “quantisticamente”
nella mente di chi scrive questo articolo, che vorrebbe proseguire all’insegna
dello stesso “spirito” quantico-associativo per riflettere, a partire da Leggere
libri non serve, su cosa si intenda con incontro fra particelle che rimarranno
collegate fra loro per sempre, nella speranza di “profondere nei sentimenti”
della letteratura, secondo l’insegnamento di Bruno tanto caro a Terrinoni.
Tutto parte, forse, dall’assunto che una parola può stabilire una connessione
con un’altra detta in un luogo e in un contesto differente, lasciando una
“traccia”, accade così nella fisica e pure in letteratura, pur con le dovute
differenze: “Scienza e arte […] nascono da una istanza simile […]. Ma poi, da
una parte, nella scienza, interviene la logica, dall’altra nell’arte, interviene
un tipo di speculazione ancorata nell’inconscio […] una discordia concors”.
Proprio su questo tipo di scambio si basa il testo di Terrinoni, che nel post
scriptum dedicato al rapporto fra scienza e letteratura lancia un invito alla
collettività, in questo caso specialmente quella accademica, a non chiudersi in
specialismi stantii: “nessuno dovrebbe essere acclamato perché sa ben
rinchiudersi in degli steccati, ossia nei giardinetti della propria disciplina”.
> Nel post scriptum dedicato al rapporto fra scienza e letteratura Terrinoni
> lancia un invito alla collettività, in questo caso specialmente quella
> accademica, a non chiudersi in specialismi stantii.
Tornando un’ultima volta sui rami di Linneo e al dilemma fra “fare e non fare”
con cui si apre il saggio, ecco che Terrinoni, passando per il dilemma amletico,
affrontato in modo divagante-quantico attraverso una storia di epoca più o meno
confuciana, trae la seguente “morale della favola” sul dubbio operativo e di
senso fra “servire o non servire”, dilemma alla base del suo libro: “oscure […]
sono le dinamiche in grado di dirci se il nostro comportamento serva o meno. Chi
mai può asserire se tutti noi, nel modo in cui agiamo, in quello che facciamo,
serviamo davvero”. Continua poi scrivendo: “Se decliniamo il dilemma enucleato
(servire o non servire) non più nella sfera dell’azione […] ma in quella
dell’inazione come nel campo della scrittura – che è certo più pensiero che
azione – l’intrico si infittisce alquanto” e si chiede se sia “possibile
ipotizzare una preminenza nelle nostre vite di ciò che è invisibile, immaterico,
intangibile”? A cosa serve scrivere e leggere insomma, se il reale ci chiama ad
agire.
Quattro versi di T.S. Eliot, dalla poesia The Hollow Men (“Gli uomini vuoti”,
1925), potrebbero esprimere questo quesito in modo differenziale: “Between the
idea / and the reality / between the motion / and the act / falls the Shadow”,
dove l’ombra che cala fra idea e realtà, ma soprattutto fra “motion” e “act”, è
il nocciolo residuale alla base dello scarto fra “servire e non servire” di
“Leggere libri non serve” e del corrosivo corsivo con cui “non” è
provocatoriamente e silenziosamente riportato. “Se leggere libri non serve a
diventare potenti […] a cosa serve davvero?”, prosegue Terrinoni. A non essere
asserviti al diktat dell’azione, che è il termine con cui cominciano molti
partiti oscuri e fascisti, a pronunciare quel non serviam – “non servirò” – su
cui Beretta si sofferma nella sua recensione. È lo stesso diktat che dice “agli
studenti […] che devono perseguire un tipo di istruzione sempre più mirato a
trovare un impiego lavorativo, e anche il prima possibile”, sporcando di sangue
la coscienza etica della collettività dietro diciture edificanti come
“alternanza scuola-lavoro”.
A questo punto, ci si vuole porre una domanda quantisticamente, divagatoriamente
ispirata alla lezione interpretativa terrinoniana: cos’hanno a che vedere il
libro di Terrinoni e The Man in the High Castle di Philip Dick? Il romanzo di
Philip Dick The Man in the High Castle (1962) è tradotto in Italia con due
titoli diversi: La svastica sul sole (Fanucci) e L’uomo nell’alto castello
(Mondadori). In quest’ultima edizione l’introduzione è a cura di Emmanuel
Carrère, autore della biografia di Dick Io sono vivo, voi siete morti (1993).
Carrère parla dei principali riferimenti presenti nella mente di Dick prima
della stesura di The Man in the High Castle: l’I Ching. Il libro dei mutamenti
(edito in Italia da Adelphi) e il nazismo, destinati a incontrarsi lasciando una
“traccia” indelebile. Facendo un salto mortale nelle “connessioni inattese” e
nei “nessi radicali, eretici […] tra autori e autori, tra libri e libri, tra
libri e autori” con cui, scrive Terrinoni, “possiamo scoprire […] nuove forme di
resistenza”, si potrebbe paragonare il rapporto fra i testi di Dick e di
Terrinoni a quello apparentemente inesistente fra l’I Ching e il nazismo nella
mente di Dick.
L’uomo nell’alto castello è un’ucronia, ovvero un racconto ambientato in un
tempo mai esistito (da qui la differenza con Utopia, “in nessun luogo”, come
quella di Thomas More). Quasi tutti i personaggi di questa ucronia sono mossi e
smossi, in “motion” e “act”, in “servire e non servire”, da un libro dal titolo
biblico che circola illegalmente nei domini del Reich e nel territorio in mano
ai giapponesi, La cavalletta si trascinerà a stento, a sua volta un’ucronia che
descrive un mondo alternativo, una fantastoria dove la Seconda guerra mondiale è
stata vinta dalle potenze alleate e non da quelle dell’Asse, come è accaduto
invece nel romanzo di Dick. Uno dei protagonisti del romanzo di Dick, l’alto
funzionario giapponese Nobusuke Tagomi, parla del “dilemma dell’uomo
civilizzato: corpo mobilitato, ma pericolo oscuro”, che sembra richiamare, in un
gioco di echi differenziali, la shadow che cade fra “motion” e “act” e il
terrinoniano “immateriale inservibile” che sta fra “servire e non servire”,
“inutile/disutile” e “utile”. L’uomo cieco d’azione distrugge e devasta, con la
sua “scienza esatta persuasa allo sterminio”, cui fa riferimento Terrinoni con
delle piccole ed eloquenti note ‘pruriginose’ per la nostra coscienza collettiva
riguardanti l’attualità politica. I personaggi di Dick errano “nei luoghi per
trovare e intuire qualcosa”, quell’errare che Terrinoni trova alla radice
dell’atto del tradurre e che ha che vedere con lo “sprigionare l’impossibile”.
Nell’introduzione all’edizione Mondadori del romanzo di Dick, Carrère scrive che
nel 1982, anno della morte di Dick (coincidenza numerica che non passerebbe
inosservata a Terrinoni), sta lavorando su un saggio il cui titolo italiano è,
per l’appunto, Ucronia. Bisogna a questo punto premettere che Dick, come ci
riferisce Carrère, si è servito dell’I Ching per scrivere il suo romanzo, mentre
Carrère stesso se n’è servito per scrivere la biografia di Dick e consiglia a
chi legge The Man in the High Castle di cominciare a usarlo prima di iniziare la
lettura. Nel capitolo dedicato a Svevo, Terrinoni ci racconta che il fratello
minore di sua moglie aveva tradotto l’I Ching e la traduzione Adelphi è proprio
quella di Bruno Veneziani (e di A.G. Ferrara). Poco più avanti, ci parla di cosa
significhi per Svevo il termine coscienza: “un magma sconosciuto e forse
inconoscibile” il cui “scavo […] se viene fatto a parole, e soprattutto
attraverso strutture linguistiche che fanno tornare i conti, diviene una
menzogna costruita sulla originaria menzogna di volerci davvero capire”. Forse
il voler far “tornare i conti” di cui parla Terrinoni ha a che vedere con la
scollatura fra razionalismo e percettivismo, che ha proprio a che vedere con lo
spirito dell’I Ching. Da qui forse anche il parziale fallimento di alcune
terapie cognitive di parola, che falsano e coprono “il magma sconosciuto”.
Carrère, parallelamente, parla dell’ombra d’attesa che precede la scrittura di
Dick: “intuisce che alcune di quelle immagini [dell’I Ching], alcuni di quei
pensieri troveranno il loro posto nel libro, però occorre pazienza. Bisogna
lasciare che vadano alla deriva, dice il Tao, in balia della corrente”.
> I personaggi di Dick errano “nei luoghi per trovare e intuire qualcosa”,
> quell’errare che Terrinoni trova alla radice dell’atto del tradurre e che ha
> che vedere con lo “sprigionare l’impossibile”.
Anche il signor Tagomi ricorre all’I Ching, e così pure Juliana Frink,
protagonista femminile del romanzo, che intuisce che Hawthorne Abendsen se n’è
servito per scrivere La cavalletta si trascinerà a stento. “Bisogna lasciare che
vadano alla deriva, dice il Tao, in balia della corrente”. L’entanglement
richiede una spiegazione collettiva delle particelle, dice Terrinoni, e così
pure la letteratura che può essere decontestualizzata e ricontestualizzata a
fini liberatori, conoscitivi e quasi mistici per divenire esercizio di libertà
collettiva. Procediamo quindi con “l’errare”, “errando” fra i testi e i
contesti.
Sempre nella sua introduzione, Terrinoni scrive che “è nei libri che risiede
davvero la vita, non al di fuori”, passando in rassegna sette “vite
letteraturizzate”, per ricordare che la letteratura è vitalizzata dalla vita e
che la vita può essere rivitalizzata dalla letteratura, in un entanglement
infinito. Seguendo questa “onda” interpretativa, si può affermare che la lezione
terrinoniana consista nel ricordarci che la letteratura è una forma di
resistenza politica che si apre proprio nel margine buio da cui, come dal Tao,
esce la luce, al limitare fra servire e non servire.
Nel romanzo di Dick ci sono personaggi che non cambiano rotta grazie alla
lettura, come quegli stessi potenti di cui parla l’introduzione di Leggere libri
non serve, come l’ambasciatore americano del Reich, Hugo Reiss, che riflette sul
sorprendente “potere evocativo della finzione narrativa, perfino di quella
popolare e a buon mercato”, non stupendosi del fatto che “questo romanzo sia
proibito in tutto il Reich”. Ma la rigidità di pensiero, la sua inflessibilità,
è ormai talmente radicata nelle sue strutture mentali e linguistiche che la
tendenza classificatoria con cui questo articolo è cominciato non è un mezzo ma
una forma mentis del tutto impenetrabile al dubbio: “Reiss chiuse il libro e
restò seduto per un po’. Suo malgrado era sconvolto. Si sarebbe dovuta
esercitare più pressione sui giap, si disse, affinché quel maledetto libro fosse
eliminato”. Reiss esclude una “letteraturizzazione” della sua vita e delle sue
strutture di pensiero-parola e bandisce il libro dalla sua mente, dalla sua
coscienza: per questo i libri fanno paura, per questo “gli assassini temono i
poeti” come scrive Terrinoni, riportando le parole dello scrittore Chris Hedges
in memoria del poeta palestinese Refaat Alareer.
> La lezione terrinoniana consiste nel ricordarci che la letteratura è una forma
> di resistenza politica che si apre proprio nel margine buio da cui, come dal
> Tao, esce la luce, al limitare fra servire e non servire.
Per questo stesso motivo “la vita è nei libri e non fuori”, perché è un’ucronia
fuori dal reale possibile, il ruolo residuale della coscienza, e permette di
“surclassare il potere con l’uso dell’immaginazione” (che evoca il titolo di un
libro di Azar Nafisi, non casualmente intitolato La Repubblica
dell’immaginazione, 2014). La filosofia letteraria quantistica che Terrinoni ci
invita ad abbracciare è una forma di comparatistica mentale e letteraria che
sfida gli steccati imposti dagli specialismi accademici a fini liberatori, di
resistenza, facendosi una forma di attivismo e sciogliendo l’equivoco, molto
attuale, per cui scrivere e ragionare, riflettere, farsi colpire nei “sentimenti
e non nell’intelletto”, per usare le parole del cattivo Reiss la cui “scienza
esatta è persuasa allo sterminio”, è inteso come un togliere tempo all’azione.
Per ricordarsi sempre che fra l’azione e il movimento “falls a Shadow”; quella
stessa pausa che precede l’azione nel motto gramsciano “istruitevi, agitatevi,
organizzatevi”.
Il romanzo di Dick si interroga su un’alternativa virtuale errando sulle strade
della Storia, come fanno anche l’I Ching e in generale l’abbandono del
raziocinio di cui parla Terrinoni. Ci si potrebbe chiedere come mai Terrinoni
abbia scelto proprio i nove autori di cui ha parlato, al di là delle sottili,
quantiche e più o meno misteriose vie che li legano. La risposta si potrebbe
cercare nell’introduzione all’edizione Fanucci del romanzo di Dick, stavolta a
cura di Carlo Pagetti quando scrive:
> Dick ormai convinto di dover trasferire nella fantascienza la sua carica di
> scrittore sovversivo […] negli anni della conquista della luna non dà grande
> peso all’epopea del viaggio interplanetario, ma questo costituisce la prova
> lampante che il discorso narrativo segue intuizioni e invenzioni autonome
> rispetto alla linearità della cronaca e dei suoi resoconti più puntuali […].
> Solo i libri offrono la possibilità di guardare alla realtà con occhi nuovi
> per lacerare il velo dell’inganno che la propaganda politica e l’incapacità di
> ogni individuo di cercare dentro di sé risposte convincenti ai dilemmi
> dell’esistenza generano come un vapore esistenziale.
Questo è quello che mette in pratica la (non-)teoria critica di Terrinoni:
leggere con la lente dell’errare, spaziando fra autori che apparentemente non
hanno niente a che vedere fra di loro ma che sono quantisticamente (“gli
entanglement letterari proposti”), correlati non soltanto, certamente, nella
mente dello scrittore, ma anche più sottilmente dagli eventi, “dal leggere con
la lente dell’errare”, dalla storia variante, dal Tao, “dalla luce che esce
dall’oscurità”, dal loro essere eretici, dissenters verso qualcosa o qualcuno,
rimanendo a loro modo e in modi diversi ‘resistenti’. Il sottotitolo “Sette
brevi lezioni di letteratura” che sono anche sette vite “letteraturizzate” unite
da legami detti e non detti e dalla loro resistenza a non “far tornare i conti”,
è un invito a riconoscersi nell’ucronica coordinata letteraria coniata da
Terrinoni: “noi leggiamo libri per non servire, e non servire significa capire
altro per capire gli altri. Certo, anche per capire noi stessi, ma pure per non
capirci, se questo vuol dire cogliere quello che di noi non sappiamo ancora,
perché forse è situato al di fuori. La coordinata geografica della lettura
dovrebbe essere chiamata ‘altritudine’”.
L'articolo La morale della favola proviene da Il Tascabile.