La tecnica moderna conserva, secondo Peter Sloterdijk, un’antica aspirazione
magica: ottenere grandi effetti attraverso cause minime e agire su ciò che è
lontano.…
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N el mito di Er, che conclude l’ultimo libro – il decimo – della Repubblica di
Platone, le anime scelgono il proprio rispettivo modello di vita prima di
reincarnarsi, senza soffrire di alcun limite nella decisione, che è solo
influenzata dalle abitudini che esse avevano nella vita precedente.
Er è un valoroso soldato morto in battaglia e risuscitato proprio mentre stava
per essere messo sulla pira e cremato. Tornato tra i vivi, descrive ciò a cui ha
assistito nell’aldilà: si era ritrovato su un prato ove, da una voragine che
conduceva fino alle viscere della terra, affluivano le anime che essendosi
macchiate di colpe durante la vita terrena avevano dovuto espiarle patendo per
migliaia di anni nell’ipogeo. Da una voragine sospesa nell’atmosfera scendevano
invece le anime pie e rette, che avevano beneficiato di godimenti celesti e
visioni di incredibile bellezza. Dopo sette giorni di permanenza lì, Er e le
altre anime si erano incamminati fino a scorgere, dritto come una colonna e
avvolto in una luce più pura dell’arcobaleno, un fuso su cui ruotavano otto
fusaioli, sostenuto dalle ginocchia di Ananke, la dea della necessità. Vicino a
lei sedevano, ciascuna su un trono, le sue tre figlie: Atropo, Cloto e Lachesi,
le quali, cantando rispettivamente il futuro, il presente e il passato,
accompagnavano con le mani la rotazione del fuso. Un araldo di Lachesi prendeva
quindi dalle ginocchia della divinità vari modelli di vita e li deponeva per
terra, invitando le anime a sceglierne uno in vista della loro reincarnazione,
che sarebbe stata imminente; veniva stabilito a sorte un ordine di scelta, ma i
paradigmi di vita proposti erano così tanti che anche le anime rimaste per
ultime avrebbero avuto a disposizione una rosa abbastanza ampia.
L’araldo spiegava che la responsabilità della scelta incombeva sulla singola
anima e che la scelta stessa sarebbe stata irrevocabile: si trattava di un
momento in altre parole fatidico, che dipendeva interamente dalla intelligenza e
buona volontà della singola anima. Comunque, come riferisce Er, la maggioranza
delle anime sceglieva secondo le abitudini contratte nella vita precedente. Il
riferimento alla vita passata può essere interpretato, essendo credenza
collettiva che si viva una volta sola, come un richiamo alle abitudini che ci
siamo costruiti nel tempo: basta solo accantonarle, in altre parole scrollarsi
di dosso la pigrizia, uscire dalla comfort zone, per cogliere le occasioni messe
a disposizione e diventare chi si desidera.
Il mito può facilmente essere interpretato come una metafora della meritocrazia:
al pari delle anime, anche noi scegliamo la nostra vita, così che ci meritiamo
quello che poi otteniamo in sorte. I modelli di vita offerti dall’araldo sono il
corrispettivo delle pari opportunità sancite da leggi, regolamentazioni e
interventi pubblici; e come le anime svantaggiate dal sorteggio godono comunque
di un’abbondante libertà di scelta, così chi è svantaggiato economicamente può
beneficiare di un’elevata mobilità sociale. Ma è davvero così?
> Si potrebbe interpretare il mito di Er come una metafora della meritocrazia:
> se siamo liberi di scegliere la nostra vita, ci meritiamo quello che otteniamo
> in sorte. Ma è davvero così?
Come sostiene Francesco Codello in L’illusione meritocratica (2024), la
concezione sottostante alla meritocrazia è che ogni essere umano “è padrone del
proprio destino”. In effetti, gli otto fusaioli simboleggiano le stelle fisse,
la luna, il Sole e i pianeti conosciuti ai tempi degli antichi Greci, così che
il fuso di Ananke può essere interpretato come il destino del cosmo, interamente
determinato dagli dei. All’individuo spetta invece il privilegio di sfuggire
alla necessità che governa la natura e di divenire artefice della propria sorte.
Le disuguaglianze sociali che si sviluppano una volta garantite le pari
opportunità dipendono esclusivamente dalla responsabilità dei singoli. A costoro
non resta altro che coltivare talenti e abilità affinché vengano valutati: come
nota Diego Giannone in Lessico del neoliberalismo. Le parole del nemico (2024),
proprio la valutazione implica una misurazione quantitativa, cioè la traduzione
in un linguaggio tecnico-scientifico, delle qualità individuali, che diventano
così comparabili. La comparazione, consentendo di giudicare gli individui e
ripartirli in classi di vincenti e perdenti, è il presupposto della loro
competizione e conflittualità.
Gli sforzi profusi da ciascuno per allenare il proprio talento e vedere
riconosciuto il proprio merito si inscrivono in un processo di individuazione,
cioè un processo nel corso del quale il singolo si forma attraverso delle prove;
queste ultime costituiscono delle porte di accesso alla realtà, nel senso che,
esperendole, l’individuo distingue tra sé, gli altri e il mondo e si costruisce
un’immagine del mondo su cui fare affidamento. Ebbene, una persona che non abbia
fatto altro che competere con gli altri per il successo facilmente si figurerà
una società abitata da monadi-concorrenti e informata da relazioni non tra
persone ma tra persone e cose – cioè tra lavoratori e capitale, tra cittadino e
Stato, tra candidati e valutazione –, in cui le seconde dominano sulle prime. La
meritocrazia assurge così a dispositivo di individuazione, cioè di formazione e
costruzione dell’individuo.
Chi si sottopone a questo dispositivo finisce, dopo un’estenuante contesa, per
collocarsi in un ordine economico-sociale ben gerarchizzato, in cui il posto che
ciascuno occupa è quello che si è meritato: nulla di più né nulla di meno è
dovuto. La meritocrazia contribuisce così allo sviluppo di un tipo di
personalità che non riconosce obblighi reciproci tra gli appartenenti alle
differenti classi sociali. Eppure, la continua messa alla prova che essa
prospetta riesce ad allettare non solo i vincenti, che evidentemente ci
guadagnano, ma anche i perdenti, indotti a credere di poter un giorno evolvere
in vittoriosi.
Contro questo modello, nel saggio Filosofia dell’amicizia (2021) Adriano
Bertollini argomenta che il principale dispositivo di individuazione tramite cui
le persone danno forma a sé stesse è invece l’amicizia, in quanto accidentata da
prove che consentono a ciascun amico di prendere coscienza dei propri limiti e
tracciare il confine tra sé stesso e il mondo; le prove cui gli amici sono
sottoposti alimentano inoltre una fiducia reciproca, in virtù della quale
ciascuno sa che l’altro può contare, in caso di bisogno, sulle sue qualità.
> Una persona che non abbia fatto altro che competere con gli altri facilmente
> si figurerà una società abitata da monadi-concorrenti e informata da relazioni
> tra persone e cose – cioè tra lavoratori e capitale, tra cittadino e Stato –,
> in cui le seconde dominano sulle prime.
Nelle relazioni amicali, così come in quelle cooperative e solidali (il comitato
di quartiere, il gruppo di volontariato ecc.), siamo costantemente messi alla
prova perché non smettiamo mai di “lavorare sulle regole che strutturano la vita
condivisa; quella vita vissuta insieme porta alla modificazione di tratti
idiosincratici individuali”, cioè delle qualità, e al loro mescolamento:
scambiamo, trasmettiamo e apprendiamo qualità gli uni dagli altri. Inoltre,
l’amicizia e le relazioni cooperative e solidali in genere permettono di vivere
la conflittualità che l’incontro con il mondo porta con sé – per esempio,
proprio l’attrito con il meritocratico mondo del lavoro – come un “fattore
unificante”, un’“occasione affinché una pluralità di persone possano trovarsi ad
agire di concerto” e così creare o rafforzare un legame. Viceversa, la
meritocrazia ci relega nelle nostre rispettive isole, ciascuno impegnato a
coltivare il proprio talento.
La condizione di isolamento derivante dalla competizione meritocratica ci
impedisce di percepire la comunità che siamo ed è dunque alla base del crollo di
istanze e azioni organizzate collettive: se infatti imputiamo il nostro successo
esclusivamente alla nostra condotta meritoria e addebitiamo l’insuccesso degli
altri unicamente al loro modo di essere e di agire, fatichiamo a metterci nei
loro panni e, se incespichiamo in questo esercizio, figuriamoci se riusciamo a
sentirci parte di una comunità.
Per superare questa impasse Paolo Godani – nel saggio La vita comune (2016) –
suggerisce di recuperare la capacità di percepire le qualità comuni a noi e agli
altri, che tra l’altro non sono poche in una società massificata come la nostra.
La sua proposta muove da Aristotele, secondo cui le qualità sono i tratti
distintivi dei personaggi della commedia, ma anche le loro caratteristiche
individuali, cioè esclusive: costituiscono in pratica attributi
trans-individuali, che oltrepassano i singoli collegandoli, cioè legandoli gli
uni con gli altri. Così gli individui possono essere equiparati a sostrati
indeterminati sui quali gravitano determinate qualità, che sì li caratterizzano,
ma intanto hanno natura comune. Anche per Honoré de Balzac e Molière le qualità
consistevano in elementi comuni e ricorrenti, la cui aggregazione,
materializzandosi di persona in persona, dava luogo non tanto a un individuo,
quanto a un tipo.
Balzac, in particolare, nella prefazione a La commedia umana (1842-48),
dichiarava esplicitamente che il suo intento era quello di ritrarre l’“umanità
di una certa epoca attraverso la presentazione di personae, cioè di maschere,
ruoli e funzioni”, come chiosa Godani in Il corpo e il cosmo. Per una
archeologia della persona (2021). Il romanziere francese aveva tratto l’idea
della sua sterminata opera – oltre centotrenta scritti tra romanzi, racconti e
saggi – da un’analogia tra il genere animale e quello umano: come l’animale
prende la sua forma peculiare dall’ambiente in cui si sviluppa, così l’essere
umano si differenzia a seconda dell’ambiente in cui svolge la sua attività. La
formazione dell’essere umano è però più complessa, perché le sue abitudini, il
suo linguaggio, le cose concrete della sua vita (dall’abbigliamento
all’abitazione fino al cibo) sono storicamente determinate, mutando di civiltà
in civiltà: l’uomo e la donna sono il prodotto non solo della natura ma anche
della società.
> Le relazioni cooperative e solidali permettono di vivere la conflittualità
> come un’“occasione affinché una pluralità di persone possano trovarsi ad agire
> di concerto”. Viceversa, la meritocrazia ci relega nelle nostre rispettive
> isole, ciascuno impegnato a coltivare il proprio talento.
Questa difficoltà non pare scoraggiare Balzac, tanto conscio della dimensione
del suo progetto da avere calcolato che le figure salienti dell’epoca che ha
scelto di rappresentare ammontano a due o tremila esemplari, tutti bisognosi di
gallerie espositive in cui essere inquadrati; non senza compiaciuta ironia il
romanziere francese nota di aver dovuto fare cento volte ciò che Samuel
Richardson – autore del romanzo epistolare Clarissa (1747-48), la cui eponima
protagonista si distingueva per purezza e virtù – aveva fatto una volta sola.
Comunque, l’approccio tassonomico di Balzac investe non solo gli esseri umani,
ma anche gli eventi principali della vita, a dimostrazione del fatto che non
esistono solo qualità comuni, ma anche situazioni tipiche, che ricorrono durante
ogni esistenza. Se presentiamo o comunque sviluppiamo qualità comuni non dipende
forse dall’affrontare situazioni universali, da cui nessuno va esente?
Quanto a Molière, nella prefazione a Tartuffe ou l’Imposteur raccontava di avere
apportato correzioni all’opera e di averla fatta approvare da principi e
ministri perché una buona fetta di pubblico, sentendosi rappresentata dai ben
poco virtuosi personaggi messi in scena, l’avevano presa di mira. Quelle stesse
persone che si erano riconosciute nei personaggi potevano senz’altro
identificarsi l’una con l’altra e così riconoscere di possedere qualità, anzi
vizi, comuni. Potenzialmente chiunque può essere l’impostore, l’avaro o il
malato immaginario: così le vite personali di questi personaggi si convertono,
assumono il significato di vite comuni.
La filosofia di Godani ci conduce a concepirci come dei mimi, così da mantenere
quella giusta distanza da noi stessi che ci permette di giocare e ridere di ciò
che siamo, e quindi di riconoscere che il proprio sé non è altro che un
carattere comune, incarnabile da chiunque altro, proprio come l’impostore,
l’avaro o il malato immaginario di Molière. Questa rinnovata percezione –
osserva il filosofo in La vita comune – ci libera “dal fardello depressivo
dell’unicità individuale”, consentendoci di vivere la nostra vita come
l’espressione casuale e contingente della vita di tutti.
Riconoscere l’esistenza di una vita comune significa disperdere il peso della
propria in quelle degli altri, ai quali siamo apparentati dalle qualità
condivise e i quali presentano qualità che potremmo o avremmo potuto incarnare
anche noi e viceversa. Questa rinnovata sensibilità consente di accantonare
quell’atteggiamento, figlio del romanticismo, che accorda priorità alla vita
interiore e importanza a eventi e avvenimenti solo se espressione di una
personalità; come sostiene Godani in La vita comune, permette, soprattutto, di
“destituire fin dall’inizio e assolutamente la logica della colpa”, del
disvalore conseguente al fallimento, così come quella del successo, del premio
riconnesso alla buona riuscita, in tal modo sconfessando entrambe le facce del
Giano bifronte meritocratico.
> Secondo Aristotele le qualità costituiscono attributi trans-individuali, che
> oltrepassano i singoli collegandoli, cioè legandoli gli uni con gli altri.
La meritocrazia infatti riduce l’essenza della natura umana, “in sé
perfettamente comune, a proprietà di un individuo”, che assurge così a padrone e
unico responsabile di sé; pertanto, essa è un dispositivo, oltre che di
individuazione, colpevolizzante, poiché isola le persone e narra le forche
caudine del mercato neoliberale del lavoro come imprese in cui la buona riuscita
dipende esclusivamente dalla profusione dell’impegno personale e dal
dispiegamento delle capacità acquisite, del talento allenato.
Se si riconosce che le qualità comuni concorrono tutte alla riproduzione del
genere umano e che dunque costituiscono patrimonio universale, allora non può
esservi spazio per il merito, inteso come lode dovuta a una qualità piuttosto
che a un’altra. Questa presa di coscienza passa attraverso quelle prove che,
dando simultaneamente forma a noi e agli altri, ci permettono di scoprire e far
scoprire le qualità altrui e nostre e favoriscono l’unione in un corpo
collettivo dalle qualità comuni.
Per esempio, aderire a un gruppo di acquisto solidale implica riconoscere
l’esistenza di qualità comuni a noi e agli altri, grazie alle quali possiamo
accontentarci tutti di una rosa di prodotti più ristretta di quella offerta
dalla grande distribuzione organizzata: quest’ultima si fonda sul presupposto
del consumatore-arbitro assoluto, le cui determinazioni, singolari e uniche, non
sono compatibili con quelle altrui se non per puro caso. Lo stesso si può dire
di tutte quelle forme di spontaneismo dal basso in cui ci organizziamo per
godere di rappresentazioni artistiche o discutere di questioni concrete e
urgenti: per esempio, è il nostro interesse personale che ci spinge a vedere
l’ultimo film di Ken Loach o ci fa indignare per la delibera comunale che
dispone la chiusura pomeridiana della biblioteca, ma sono le nostre comuni
qualità che ci permettono di dibattere del film dopo averlo fatto proiettare al
cineforum di quartiere o di delineare una strategia collettiva per opporci alla
restrizione del comune; diversamente, ci limiteremmo ad andare al cinema o a
delegare fin dall’inizio la contesa a un avvocato.
Ancora, creare gruppi di studio per esami universitari o concorsi pubblici
significa riconoscere che siamo soggetti al medesimo destino e dunque alle
stesse paure: le nostre comuni qualità – l’abilità di assorbire i concetti,
rielaborarli e iscriverli in un più grande quadro di senso compiuto, per poi
ripeterli ad altri – ci consentono di fornirci reciproco aiuto e, in un certo
qual modo, di deindividualizzarci, cioè di assumere una razionalità collettiva –
una mentalità di squadra – di fronte a un’occasione di valutazione del merito
atta a metterci l’uno contro l’altro. Questi esempi ci mostrano come le qualità
comuni agli esseri umani forniscano di continuo occasioni per dispiegare la
potenza di costruire strade e sentieri da seguire assieme, svicolando dalla
solitudine imposta dal mercato del lavoro e dalla sua meritocrazia.
Pensiamo ora a quando ci stupiamo di una persona ordinariamente di successo che
incappa in un madornale scivolone o restiamo sorpresi da un’altra, abitualmente
poco brillante, che compie una prodezza: passata l’incredulità, tendiamo a
giudicare negativamente la condotta del primo, a evidenziarne il demerito, e di
converso a esaltare il secondo, ad attribuirgli del merito. Non dovremmo forse
riconoscere che la caduta del primo e la rivincita del secondo sono da imputare
alla comunanza delle qualità, che alle volte trasmigrano dall’uno all’altro? Le
qualità, soprattutto quelle linguistico-relazionali sviluppate nel lavoro di
squadra e nella vita in società, sono molto sensibili allo stato psichico ed
emozionale della persona e dunque, anche se acquisite a seguito di una lunga e
consolidata esperienza, possono rivelarsi volatili.
> Se si riconosce che le qualità comuni concorrono tutte alla riproduzione del
> genere umano e che dunque costituiscono patrimonio universale, allora non può
> esservi spazio per il merito, inteso come lode dovuta a una qualità piuttosto
> che a un’altra.
Quanto alle qualità più rare, dovremmo considerarle, anziché un merito, “una
casualità, una varietà espressiva”, come le definisce Francesco Codello in
L’illusione meritocratica. Non è un caso che nel mito di Er le vite tra cui le
anime possono scegliere si trovino presso Lachesi, cioè presso il passato:
l’insieme delle qualità costituisce un tessuto comune al genere umano e dunque
preesistente al singolo che ne è la contingente estrinsecazione.
È interessante riflettere su come nel mito alcune anime scelgano una vita
opposta a quella in precedenza condotta: Epeo, pugile che partecipò alla guerra
di Troia, vuole divenire una donna operaia, mentre Odisseo un tipo ozioso e
appartato, che non soffre seccature. Questi personaggi sembrano stufi delle
qualità individuali che li hanno distinti e grazie alle quali si sono assicurati
(non senza fatiche, ma è la meritocrazia che le esige) tanti onori: preferiscono
appropriarsi di qualità più comuni e ricorrenti, meno illustri. Nel nostro mondo
meritocratico le qualità meglio remunerate o più apprezzate costano tanti
sacrifici che, se potessimo tornare indietro, forse non ripeteremmo.
Non possiamo reincarnarci in altri corpi ma possiamo mettere le nostre qualità
più rare, quindi socialmente più preziose, al servizio degli altri e lasciare
che loro facciano lo stesso per noi, un po’ come accade con le banche del tempo,
iniziative territoriali tramite cui i membri si scambiano servizi e, quindi,
mettono le proprie qualità al servizio degli altri e al contempo ricevono
benefici dalle qualità altrui. Chi svolge un servizio ottiene infatti un credito
di ore corrispondente al tempo impiegato, a prescindere dalle qualità messe in
campo, e può spendere questo credito per richiedere servizi a qualsiasi altro
iscritto. Il principio che informa questo esperimento di socialità solidale è
semplice: metto le mie qualità più ricercate (saper fornire assistenza legale su
questioni burocratiche come la tassa sui rifiuti) a disposizione degli altri e a
loro mi rivolgerò quando avrò bisogno di qualità che non possiedo (so come si
esce dai labirinti burocratici, ma non so far addormentare il mio bambino). In
tal modo si vive concretamente una vita comune, in cui le qualità di ciascuno
vengono socializzate.
L’araldo di Lachesi sottolinea pure che la virtù non ha padrone: ciò non
dovrebbe voler dire che anche le qualità più ambite o più benefiche appartengono
alla comunità umana e dunque devono intendersi poste al suo servizio? Se non
riusciamo più a immaginare un comunismo dei mezzi di produzione, possiamo
provare a pensarne uno delle qualità.
L'articolo Meritocrazia vs comunismo delle qualità proviene da Il Tascabile.
> “Nel mondo la verità è debole. Basta una piccolezza per oscurarla. Il più
> stupido degli uomini può ferirla.”
Anche io mi perdo. L’età e l’uso del mondo usurato si aspetterebbero io prenda
tutto in maniera compassata: dovrei averne viste abbastanza per non provare
altro che sbadiglio rispetto alle smorfie ciniche e brutali del
mondo-così-com’è, e non mostrare sgomento poiché lo sgomento, che è una
boccaccia dello stupore, è dei bambini e i bambini si sa sono le vittime totali
più che perfette. Chi non uccide per tempo il bambino che è stato non
sopravvive, questo il contorto mondo-così-com’è lo insegna chiaro e forte.
Eppure mi perdo lo stesso, con sgomento, per i disordini nell’Iran che non ne
può più di essere teocratico e per quelli sotto casa dove c’è ancora chi
pretende non ci si possa non dire cristiani, per le violenze reiterate in strada
e in fin troppe parti del mondo che è un impero più a pezzi dei nervi di chi
allucinato crede sia ancora possibile imperarci su, sui miliardi di persone che
lo abitano.
Durante la settimana appena trascorsa ho passato del tempo con dei ventenni per
le svariate ragioni che poi sono sempre la stessa, l’occasione che provano a
cogliere per chiedere a un adulto: “Tu che sei sopravvissuto alla giovinezza, mi
dici per quale ragione si sta al mondo?”.
Dovrei dirgli quello che dicono tutti, ovvero quello che tutti omettono: che
come per sopravvivere all’infanzia devi uccidere il bambino, per sopravvivere
alla gioventù devi ucciderla – l’età adulta è l’età della colpa, quella di chi
nella migliore delle ipotesi s’è macchiato dell’omicidio solo di sé
stesso. Coloro cui tocca l’ultima età hanno l’esclusiva della straziante
ammissione di essere sopravvissuti passando sui propri cadaveri e su quelli di
chissà quanti altri. Ci si salva dalla caduta precipitando sul morbido di strati
e strati di sommersi.
Altre volte avrei risposto ai ventenni come me l’ero cavata io ai tempi:
leggendo Dostoevskij, Seneca e i manuali della perfetta umanità di quello
scrittore italiano che è postumo già in vita. Invece mi sono limitato a offrire
il giro da bere, a buttare lì: “Rivediamoci tra dieci o venti anni, poi mi
direte”, e mi sono messo a leggere Virtù di Romano Guardini, perché per
sopravvivere al soffocante senso di impostura generale un pensatore che pensa
l’etica senza tentennamenti bizantini è la bomboletta d’ossigeno che mi ci
voleva.
Romano Guardini l’ho conosciuto leggendo L’essenza del cristianesimo, me lo
regalò D un’estate di qualche anno fa, allora non sapevo Guardini chi fosse, il
peso che avesse avuto nella formazione del papa argentino, e ora come allora non
so quale sia il rapporto di D rispetto al cristianesimo, probabilmente di
disaffezione e delusione come è il più delle volte per chi il cristianesimo o
qualunque altra religione la incontra, o gli è fatta incontrare, quando è
bambino, quando è giovinetto: le vecchie religioni non reggono l’urto del mondo
nuovo come è, per questo ci si preoccupa tanto di aggiornare la pastorale: in
un’epoca di lupi mannari essere formati per diventare un mite gregge da beato
macello industriale suona come invito al suicidio di massa per cui sono rinomate
le sette che non ce l’hanno fatta a sfondare per aggiudicarsi l’otto per mille.
Io che non ho religione avendo imparato ad ammirare il tono sapienziale di
Romano Guardini sono diventato a mia insaputa uno di quegli atei devoti che si
definiscono atei per depistare meglio e che per lo più sono devoti al ritorno di
immagine del passarsi all’opinione altrui quali dei convertiti mancati, che
vorrebbero tanto poter disporre di una fede che però, se ancora gli manca, non
sarà neppure più a causa loro ma del dio che non gliela conclama? Naaah, ateo
passi pure, per quanto sia una parola con la sua etichetta prestampata su, ma
devoto proprio no.
La fede, che per Romano Guardini è una verità alla cui luce riflettere sul
mondo, per me non è e non può essere una verità affatto, ma una presa di
posizione per chi ce l’ha, per chi la rivendica, grazie alla quale orientarsi
rispetto al mondo, un punto di vista che permette di interpretarlo, percorrerlo,
giudicarlo, riformarlo.
In questo senso, la scelta è tra una fede, ovvero una visione, e la cecità,
dopodiché non è detto che esista un punto di vista più definitivo degli altri,
anzi più un punto di vista vuole delegittimare e neutralizzare e oscurare tutti
gli altri più si rischia una nuova forma di cecità indotta. La guerra tra
religioni – dichiarate in quanto tali o no – è il grottesco spettacolo di
ciclopi che provano a orbarsi l’un l’altro per vantare il predominio sulla
verità da parte dell’unico che resterà al più con mezzo occhio aperto, laddove
senza una visione almeno binoculare resta inaccessibile la percezione della
tridimensionalità di una realtà che magari di dimensioni ne avesse solo tre o
quattro.
Di Romani Guardini ammiro che rivendichi la virtù intesa “come quell’istanza la
cui realizzazione rende l’uomo autenticamente uomo” (con quell’uso estensivo
della parola uomo per intendere uomini e donne che comunque una avvisaglia sul
punto di vista maschiocentrico di chi parla ce la dà).
Virtù ovvero ricerca di valore che aiuti a capire se non il perché si sta al
mondo quanto meno quale è il modo migliore per starci, poiché finché uno nel
mondo non riesce a starci bene è assai dubbio reputi che la ragione del suo
trovarcisi all’interno sia benevola – fino ad arrivare alla
riflessione/consolazione del sopravvissuto adulto: si sta al mondo per capire
come poterci stare dentro nel miglior modo possibile per sé e per gli altri,
dato che come non c’è un sé se non ci sono degli altri rispetto a quel sé, allo
stesso mondo se non ci possono essere gli altri se non ci sono rispetto a un sé
di riferimento. Correggendo l’aritmetica pirandelliana: se c’è un uno ci possono
essere gli altri centomila e passa ma se non c’è nessuno non può esserci nessun
altro.
Rispetto al ritorno del caos a reti unificate che sollievo leggere che “Chi
invece sa che cosa è l’ordine, sente la pericolosità, anzi l’arcana minaccia del
disordine.” Eppure l’ordine non è una minaccia arcana altrettanto? Lo stesso
Guardini scrive: “In ogni virtù si annida la possibilità dell’anti-libertà.” In
Guardini per fortuna l’ordine non è una soluzione politica conservatrice,
retropica, securitaria, ma la ricerca di un equilibrio, di una armonia, di una
serenità possibile all’interno di un mondo impossibile per la convivenza umana
che pure, beckettianamente, è più che possibile, è addirittura reale.
Quando leggo “Si è sviluppata in tempi vicini una concezione dello Stato secondo
cui [a] esso, in vista della potenza, del benessere, del progresso, ogni
iniquità è permessa. Quando un’ingiustizia ha raggiunto il suo scopo benefico,
cade nel nulla” mi figuro Guardini bloccato alle frontiere statunitensi, ai
checkpoint israeliani, per ben sospetta connivenza col nemico, poi mi ricordo
che è morto nel 1968 e penso fiuuu, se l’è scampata quest’epoca in cui i
cosiddetti governi liberali e democratici se ne inventano di ogni per far
passare sotto il cappello della legalità la decapitazione dei diritti e delle
garanzie su cui dovrebbero fondarsi.
Leggendo Virtù scopro l’uomo, e la donna, che vorrei piacesse essere a me e agli
altri: verace, “Significa non soltanto dire la verità, ma anche farla”, capace
di accettazione, “In fondo ciò che importa è soltanto che tu sia leale”, “È
sempre l’accettazione del reale che fonda la lealtà dell’esistenza”, paziente
(come il Dio di Guardini che “non solo ha fatto il mondo, ma lo tiene e lo
porta. Egli non se ne annoia”), giusto, “L’uomo non soltanto è, ma il suo essere
gli è affidato e gli viene attribuito quanto egli ne fa”, rispettoso, “È forse
lecito dire che ogni vera cultura comincia con il fatto che l’uomo si ritrae”,
fedele perché i fedeli “creano stati d’animo duraturi”,
disinteressato, “Sembrano farsi rare le persone che compiono la propria opera in
dedizione pura semplicemente perché essa è valida, perché essa è
bella”, ascetico quando per ascesi si intende “rinunciare a ciò che non può
essere”, e coraggioso!
> “Poiché il futuro, a dispetto di prognosi in casi particolari, è appunto
> l’ignoto. Ma vivere significa avanzare verso l’ignoto, ed esso può delinearsi
> dinanzi ai nostri occhi come un caos entro cui dobbiamo osare di
> precipitarci.”
E la bontà? La tanto sputtanata e infangata bontà degradata a buonismo, wokismo
per niubbi, coglionaggine patologica degli amanti delle culone inchiavabili?
> “Un uomo buono è uno che ha una buona opinione della vita, che pensa
> fondamentalmente bene di essa.”
Bisogna essere coraggiosi per essere buoni. Bisogna avere fede nella certezza
che essere virtuosi renda la vita un buon posto dove continuare a stare.
> “Una vera bontà lascia a ciò che vive lo spazio aperto e libero movimento,
> anzi glielo dona, glielo crea, giacché solo là la vita può fiorire.”
Per quale ragione siamo al mondo? Per dare alla vita che c’è toccata l’occasione
di fiorire, perché non resti sommersa. Come può fiorire? Vivendo virtuosamente,
dove la virtù è l’arte di condurre la propria vita per farne un capolavoro, come
pure esortò quel papa polacco che pure ne ha dette e fatte tante, di segno
opposto ma comunque lasciandone uno.
Guardini continua col catalogo tutt’altro che per madamine: un uomo e una donna
degni di definirsi umani coltivano la comprensione, la cortesia, la
riconoscenza, il raccoglimento, il silenzio:
> “Dobbiamo darci da fare. Dobbiamo difenderci contro l’ininterrotto fiume di
> chiacchiere che percorre il mondo, difenderci come uno che ha il petto
> oppresso e cerca di assicurarsi il respiro”.
Come si sopravvive al mondo, nel mondo? Assicurandosi il respiro. Leggendo
Guardini, stando con Guardini, dando tempo e spazio al proprio pensiero
meditando le riflessioni guardiniane, stando in guardia dall’implicito predicare
pro religione sua di Guardini, la mente respira, di disintossica, si fortifica.
Si addestra per stare nel mondo, per cercare e decidere contro e per che cosa
lottare moreschianamente nel mondo, per quel mondo che poi siamo sempre io e gli
altri, gli altri e io.
Se esiste un lettore ideale di Guardini di certo non sono io che ne avrò fatto
una lettura mutilante, secolarizzante?, ateizzante?, più umanistica che
teologica, ma Guardini scrive in modo così sincero e intelligente che distrugge
a monte la possibilità di un lettore ideale se per ideale si intende un lettore
che sa cosa sta per leggere fin da prima di iniziare a leggere. Guardini non è
una lettura per credenti o per non credenti, è una lettura per chi resta del
parere, o della fede, che l’umano si distingua all’interno del regno animale per
la sua facoltà più o meno stupefacente, più o meno sadomaso, più o meno
praticata, di pensare sé stesso in relazione a tutto ciò che non è soltanto sé
stesso.
Mi viene così naturale diffidare da chi per pensare l’uomo non può prescindere
del pensiero di un dio che l’abbia creato e rispetto al quale sia in
immodificabile rapporto di dipendenza ontologica. Dovremo però pur ricominciare
da qualche parte, semper incipe!, per non andare tutti del tutto in pezzi. Per
cui ben venga chi insegna a pensare cosa può esserci di umano nell’uomo pur
senza saper fare a meno di un dio che l’abbia pensato per primo, a differenza
mia che posso pure fare a meno di un dio, a patto di non dover fare a meno del
pensiero degli altri che sono io, dell’io che sono gli altri, disposto semmai a
discutere l’ipotesi di un dio che se ha creato l’umanità sarà stato per avere
finalmente a disposizione un punto di vista diverso, e finalmente sessuato!, dal
suo proprio su sé stesso e su tutto il resto che prima della creazione neppure
c’era.
antonio coda
L'articolo “Vivere significa avanzare verso l’ignoto”. Leggendo Romano Guardini
proviene da Pangea.
“L o crederesti, Arianna?” disse Teseo. “Il Minotauro non s’è quasi difeso”. La
casa di Asterione (in L’Aleph, 1949), si conclude così: rivisitando il mito,
Jorge Luis Borges immagina l’eroe, attonito, raccontare all’amata di una
disfatta troppo semplice, mentre il sole luccica sulla spada di bronzo con cui
ha offerto la morte. Un dono per Asterione, che da tempo aspettava il suo
redentore (così chiama Teseo) perché lo liberasse. Lo ha ripetuto più volte
lungo il racconto, che – prima d’esser rovesciato nelle ultime due righe in cui
a parlare è Teseo – ha la forma di un monologo tutto del Minotauro che spiega sé
stesso, il suo esistere a Cnosso e mai fuori, non perché non possa uscire: lo ha
fatto, ma le persone lo hanno respinto, l’hanno preferito nell’isolamento dove
l’orrore della sua immagine non può raggiungerle. Lui rimane, allora, in quella
che è ormai diventata la sua casa, sperando nell’arrivo di chi finalmente –
spera – lo porterà in un posto “con meno corridoi e meno porte”. Questa è la sua
idea di pace; di qui il suo benvenuto a Teseo. Nessuno lo chiamerebbe un finale
felice, ma potremmo concordare sul fatto che sia un epilogo di libertà: non una
libertà di, ma una libertà da – il dolore, lo stigma, l’immobilità. La morte di
Asterione, nel racconto di Borges perde i connotati violenti del mito originale
e sembra rifrangere i bagliori di un’eutanasia.
Ripassiamo: la parola greca eu-thanasia (ευθανασια) significa semplicemente
“buona morte”. Sembra un ossimoro e lo è, perché la morte è totale annullamento
e questo non può, per i vivi, coincidere con qualcosa di buono. Potremmo allora
parlare di “buon morire”, collocandoci più precisamente sulla soglia della fine,
dove i vivi sono morenti, ma appunto, ancora vivi. A seconda
dell’interpretazione che scegliamo, è un intervallo di tempo più o meno lungo:
un istante, quando la morte arriva fulminea; un periodo coincidente con la
nostra intera vita, se siamo d’accordo con Martin Heidegger per il quale
iniziamo a morire dal momento in cui nasciamo; uno spazio che aumenta in maniera
proporzionale al dolore, per una persona che considera l’idea di darsi – o di
dare – medicalmente la morte.
I nomi delle stanze
Quando si parla di morte medicalmente assistita ci sono almeno tre termini da
tenere a mente per orientarci, e il primo – l’ordine non è casuale – è
sospensione dei trattamenti sanitari. Rifiutare le cure – farmaci, assistenza,
nutrizione e idratazione artificiale – è un diritto previsto dalla Costituzione
che, oltre ad affermare l’inviolabilità della libertà personale, contiene anche
un articolo preciso, il trentaduesimo: “Nessuno può essere obbligato a un
determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non
può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”; a
questo si aggiunge la legge 219 del 2017: “nessun trattamento sanitario può
essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della
persona interessata, tranne che nei casi espressamente previsti dalla legge”.
Ora, revocare il proprio consenso a un trattamento può non avere un effetto
immediato sulla propria morte (decido di smettere la chemioterapia perché è
troppo debilitante e non mi offre più dei benefici significativi: il tumore
continuerà la sua evoluzione), oppure può averlo (ho un’insufficienza
respiratoria cronica e scelgo di interrompere la ventilazione artificiale:
essendo un trattamento che sostiene una funzione vitale, morire sarà questione
di minuti. Chiaramente ciò accade in sedazione profonda). In entrambi casi è una
– complicatissima, s’intende – questione di autodeterminazione, di scegliere per
sé.
Le nostre scelte, però, possono essere programmate con molto anticipo. E, benché
i dati raccolti dall’osservatorio – continuamente aggiornato – dell’Associazione
Luca Coscioni indichino che solo lo 0,45% della popolazione italiana lo faccia,
compilare le DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento) servono proprio a
questo. Si tratta di un documento redatto liberamente o seguendo un pro forma
scaricabile online (per esempio sul sito dell’Associazione) dove indichiamo in
modo esplicito i trattamenti sanitari che vorremmo o non vorremmo ricevere in
una situazione in cui non fossimo più in grado di comunicare o esercitare la
nostra volontà, nominando anche un fiduciario che faccia rispettare questo
nostro testamento. È molto difficile avere le idee chiare in anticipo, eppure
vale la pena di farci una bella pensata adesso, in un momento di salute e
lucidità.
> Non una libertà di, ma una libertà da: dal dolore, dallo stigma,
> dall’immobilità.
“E se, ammalandomi, la pensassi diversamente?”: allora, tu o un delegato
potreste tornare nel comune della tua città – è lì che si depositano le DAT – e
mettere mano alle disposizioni, che sono revocabili, modificabili e rinnovabili
in qualsiasi momento. “E se cambiassi idea un minuto prima di poterlo
comunicare?”: questa è un’ipotesi. Al contempo, è ragionevole pensare che una
decisione su cui hai meditato con lunga calma rappresenti davvero la tua volontà
profonda, rispetto a un ipotetico ripensamento improvviso, magari in condizioni
in cui non sei più pienamente presente. E se anche lo fossi, se il ripensamento
dell’ultimo minuto fosse autentico, l’idea che possa succedere non sembra
comunque un buon motivo per preferire il vuoto decisionale, delegando ad altri
la responsabilità di intuire cosa avresti voluto. Le DAT non eliminano la
libertà, ma la preservano finché è possibile esercitarla con lucidità.
Con la stessa lucidità di chi decide, a un certo punto, di ricorrere al suicidio
medicalmente assistito: questo è il secondo termine da tenere bene a mente e
indica l’atto di una persona che, nella pienezza delle proprie capacità
cognitive, si autosomministra un farmaco letale, e pone fine alla sofferenza.
In Italia, ciò è possibile a patto di essere maggiorenni e pienamente capaci di
autodeterminarci; di essere affetti da una patologia irreversibile che causa
sofferenze fisiche e psichiche che noi riteniamo intollerabili; di essere
sottoposti a trattamenti di sostegno vitale (che nel 2024 la Corte
costituzionale ha definito come supporti respiratori o nutrizionali, ma anche
terapie farmacologiche e assistenza quotidiana senza le quali la persona non
sopravviverebbe); di aver attraversato un iter procedurale adeguato fatto di
accertamenti medici, valutazioni etiche e psicologiche.
Potremmo trovarci, però, nelle stesse condizioni ma non essere in grado di
performare il gesto – l’autosomministrazione del farmaco – perché le nostre
capacità motorie sono compromesse, le mani non rispondono più, la forza è
insufficiente o la malattia impedisce materialmente qualsiasi azione. Ed è qui
che, per la legge italiana, il nostro diritto all’autodeterminazione finisce:
con il movimento.
Anche se non siamo fisicamente in grado di portare il farmaco alla bocca o
attivare un dispositivo che lo metta in circolo, l’intervento di un medico nella
somministrazione del farmaco letale è infatti punibile con la reclusione da
cinque a dodici anni ai sensi degli articoli 580 e 579 del codice penale, che
disciplinano rispettivamente il reato di “istigazione o aiuto al suicidio” e di
“omicidio del consenziente”. Parliamo di quella pratica conosciuta come
eutanasia, la buona morte a cui accennavamo all’inizio e l’ultimo termine da
registrare bene, non solo in testa ma anche nel quadro giuridico italiano, da
cui viene condannato: qui il labirinto legislativo arriva a un punto cieco.
Il mito della morte naturale
È una lunga storia, percorrerla vuol dire porre innanzitutto una domanda: che
cosa significa morire?
Rispondere non è semplice quanto sembra. Se a farlo fosse un dottore del Basso
Medioevo, direbbe che morto è ciò che non si muove – si racconta del morso con
cui i becchini verificavano di avere tra le mani un cadavere, poiché infliggere
dolore era il modo più immediato per assicurarsi l’assenza di qualsiasi
reazione. Se invece a rispondere fosse un medico del Diciottesimo secolo
ragionerebbe diversamente, perché un criterio immediato non gli basterebbe più:
non è sufficiente che un corpo non si muova per dirlo morto. Il decesso, per
lui, è una condizione che si rivela nella materia e coincide con l’inizio della
decomposizione: è il concetto di morte biologica. Ma se quello stesso medico
fosse vissuto un secolo dopo, allora ci parlerebbe di sistema critico, che nel
Diciannovesimo secolo viene individuato nel tripode vitale: l’insieme integrato
composto da cervello, polmoni e cuore. Nelle cosiddette “morti naturali” (le
virgolette sono importanti e qui rimandano a un decesso non violento) veniva
osservato questo: prima la cessazione degli impulsi cerebrali ai polmoni, poi il
venir meno dell’attività respiratoria che, infine, porta all’interruzione
dell’attività cardiaca. Ecco che il medico del Diciannovesimo secolo direbbe: si
muore quando si ferma il cuore, perché se smette di battere il resto del tripode
è già fuori uso, dunque che importa se restano segni di vita residua (le unghie
o la barba che crescono, una mancanza di rigidità, addirittura la presenza di
piccoli movimenti riflessi dei muscoli), perché dalla morte cardiaca non si
torna indietro.
> Le Disposizioni anticipate di trattamento non eliminano la libertà, ma la
> preservano finché è possibile esercitarla con lucidità.
Ma a sentir questo, una neurochirurga degli anni Cinquanta del Novecento si
arrabbierebbe parecchio, direbbe che il solo arresto cardiaco non è più
sufficiente a definire la fine. Ricorderebbe i successi della Rianimazione
Cardio-Polmonare (RCP) e dei moderni defibrillatori, preciserebbe che si muore
quando muore il cervello. Tanto più che, appena pochi anni dopo, nel 1967,
Christian Barnard esegue il primo trapianto di cuore su un essere umano: se si
tratta di un organo sostituibile, come si fa a sostenere che la cessazione del
battito metta il punto? Si apre, inoltre, un’altra questione: per effettuare un
trapianto di successo, il cuore da espiantare dal donatore non deve essere
danneggiato dalla necrosi causata dalla mancanza di ossigeno; deve essere un
organo ben funzionante al momento del prelievo. Di qui il dilemma: ammettere che
il decesso del donatore viene anticipato di qualche istante, oppure rivedere la
definizione stessa di fine della vita e sostenere che il donatore è già morto
prima dell’espianto?
È esattamente ciò che accade. Nell’agosto del 1968 una commissione
medico-scientifica convocata dalla Harvard Medical School introduce una nuova
definizione: la morte cerebrale. Quando cessano le funzioni di tutto il
cervello, si dissolve l’organismo come unità integrata. Una persona è
definitivamente deceduta se vi è assenza totale e irreversibile di ogni funzione
dell’encefalo, tronco compreso. Così il dilemma si scioglie: il donatore, pur
con un cuore che continua a battere grazie ai supporti vitali, è già morto sul
piano clinico e giuridico a causa della distruzione del suo cervello.
Capita però che a spegnersi sia soltanto la parte superiore dell’encefalo
(quella sede della coscienza, delle percezioni e di tutto ciò che rende una vita
umana consapevole). In queste condizioni – oggi le chiamiamo stati vegetativi
permanenti – il tronco encefalico (la parte inferiore) può ancora funzionare,
quindi la persona respira da sola, mantiene la temperatura corporea, presenta
cicli sonno-veglia. Il corpo è vivo, ma ciò che intendiamo quando parliamo di
“vita umana” nel senso pieno del termine non c’è più. La medicina contemporanea
sa descrivere bene questa differenza, ma sul piano etico rimane un’area grigia:
è difficile accettare come “morto” qualcuno che respira autonomamente, eppure è
altrettanto difficile sostenere che la vita umana coincida con il semplice
mantenimento di una fisiologia automatica priva di qualunque esperienza.
> Per la legge italiana il nostro diritto all’autodeterminazione finisce con il
> movimento.
In un testo fondamentale per orientarsi nella riflessione bioetica, Manuale di
bioetica. Verso una civiltà biomedica secolarizzata (2013), Maurizio Mori
propone un esempio: immaginiamo un piccolo dispositivo, un chip capace di
sostituire le funzioni della parte inferiore dell’encefalo, cioè quelle che
regolano respiro e omeostasi. Un simile supporto sarebbe prezioso per chi ha
perso soltanto la capacità di respirare ma conserva pienamente coscienza e
capacità cognitive; ma non avrebbe alcun significato in chi ha perduto
irreversibilmente proprio quelle funzioni superiori che rendono un’esistenza
riconoscibile come umana. È un esperimento mentale utile, perché mostra una
cosa: ciò che conta davvero non è la possibilità di mantenere un corpo in
funzione, ma la presenza o l’assenza dell’attività superiore dell’encefalo,
quella che permette di essere qualcuno e non soltanto qualcosa.
Dunque, perché non accettare che qui sta la soglia e permettere a chi l’ha già
oltrepassata di congedarsi? Perché avvolgere in un dedalo legislativo chi non ha
più stanze da attraversare? Perché insistere a confinare Asterione nel
labirinto? Perché Asterione ha sangue reale. Seppur centro dello scandalo, è
sempre il figlio di Pasifae, moglie di Minosse, il re di Creta; la sua vita è
considerata superiore. Guardiamola da questa prospettiva: la nozione di morte
cerebrale si impone nella pratica medica e viene progressivamente accolta nelle
legislazioni di molti Paesi, tra cui l’Italia. Il criterio neurologico, però,
vale soltanto per gli animali umani e non per gli altri, per i quali la
dichiarazione di morte non passa attraverso la valutazione dell’encefalo, ma si
constata con l’arresto cardiaco.
Insomma, l’essere umano – secondo l’essere umano – è eccezionale, la sua vita è
considerata sacra. Lo è, in origine, nel giuramento di Ippocrate che col tempo
modifichiamo nella formulazione ma ancora fatichiamo ad abbandonare nei
principi: medico come sacerdote della vita, che mai compirà atti finalizzati a
provocare la morte o comunque mai interferirà con il finalismo vitale, ovvero
quella percepita direzione naturale dell’esistenza; è eccezionale per le
religioni rivelate (non soltanto quella cristiana), che rafforzano questa
percezione rendendoci creature, figli di Dio, a cui la nostra vita appartiene; è
eccezionale perfino per quella religione naturale che Rudolf Otto descriveva
come il sentimento del mysterium tremendum et fascinans, la vertigine di fronte
a qualcosa che ci sovrasta e che, proprio per questo, appare intoccabile,
indisponibile, sacra – la vita in sé, il cui principio originario rimane
tutt’ora un enigma; ed è eccezionale finché Darwin ci permette di pensarlo, e in
effetti non ce lo permette.
Il 24 novembre 1859 Charles Darwin pubblica L’origine delle specie. È una data
difficile da dimenticare perché quello è il giorno in cui la specie umana viene
calciata giù dal podio della centralità ontologica, anzi è il podio a esser
calciato via, ché una posizione di supremazia sugli altri esseri viventi diventa
una pretesa sciocca. La sua teoria dell’evoluzione mostra infatti che non siamo
il vertice di nulla, né il fine di un disegno: siamo il risultato provvisorio di
un processo cieco di selezione genetica, proprio come il resto delle specie.
Dunque non è il mondo che è stato creato per l’uomo, ma è l’uomo – la specie
umana – che si è evoluto per adattarsi al mondo, all’ambiente. Insomma, per
dirla con le parole dello zoologo Desmond Morris in The Naked Ape (1967; trad.
it. 1974), “I viewed my fellow man not as a fallen angel, but as a risen ape”. A
questo punto, come rispondere alla domanda sul senso della vita: perché siamo
qui?
> Ciò che conta non è la possibilità di mantenere un corpo in funzione, ma la
> presenza o l’assenza dell’attività superiore dell’encefalo, quella che
> permette di essere qualcuno e non soltanto qualcosa.
Siamo qui, direbbe Darwin, “perché ci siamo evoluti”. E la vita, di per sé, non
ha uno scopo ultimo. Al contempo non è contraddittorio pensare che possa essere
vissuta in modo felice. In un libro fondamentale e anche piuttosto spassoso,
Darwin, dio e il senso della vita (2010, nuova trad. it. 2020), Steve
Stewart-Williams osserva che c’è “una differenza significativa tra l’idea che la
vita sia in ultima analisi priva di significato e la sensazione che la propria
vita sia priva di significato”. Si tratta allora di un impegno diverso:
rinunciare alla ricerca di un senso della vita, ma assumersi la responsabilità
di dare un senso alla vita. E questo ci restituisce una libertà che desideriamo
esercitare con gioia, e che vogliamo tenerci stretti fino alla fine: quel
momento sempre in ridefinizione che è il nostro morire. Lo abbiamo visto, la
morte è un processo, e arrivati a questo stadio (quello che lo storico Philippe
Ariès chiama l’epoca della “morte medicalizzata”) ci troviamo immersi in
contesto medico dove ogni funzione può essere prolungata artificialmente, dunque
non c’è una soglia oggettiva tra vita e morte, solo una serie di scelte
terapeutiche.
Ma ecco che, pensando alla tecnologia in contesto ospedaliero sale, insidiosa,
quella nostalgia per una morte “naturale”, a cui preghiamo come di fronte a una
reliquia. C’è solo un problema: il concetto di morte naturale (se esiste) è
piuttosto frainteso. Ancora Stewart-Williams, in Darwin, dio e il senso della
vita:
> La maggior parte degli animali, compresi gli esseri umani rimasti in un
> ambiente naturale (cioè in quello dei nostri antenati prima che diventassero
> agricoltori), muore non già per le cosiddette “cause naturali”, ma per ferite
> o malattie, o anche perché diventati prede di altri animali. Nella nostra
> società altamente tecnologica, poi, le persone hanno una vita innaturalmente
> lunga; in quelle parti del mondo in cui la gente ha adottato positive pratiche
> igieniche, gli innaturali livelli di pulizia raggiunti hanno prodotto livelli
> altrettanto innaturali di buona salute: noi manteniamo i denti innaturalmente
> puliti e di conseguenza la frequenza di caduta dei denti è innaturalmente
> bassa. I farmaci antidolorifici sono innaturali, ma quasi tutti siamo ben
> felici di usarli quando abbiamo il mal di testa o quando dobbiamo affrontare
> un intervento chirurgico. Probabilmente ognuno di noi è in grado di allungare
> la lista di questi esempi. Ciò che essi dimostrano è che non c’è nulla di
> intrinsecamente sbagliato (o giusto) nell’interferire con l’ordine “naturale”
> delle cose. Anzi, sarà bene ricordare che la nostra capacità di interferire
> rientra anch’essa nell’ordine della natura.
Eppure l’idea dei tubi e dei macchinari fatichiamo ad accettarla, e aprendo il
dizionario capiamo un poco meglio l’origine della nostra intolleranza: per
“morte naturale” si intende un decesso non provocato da azioni o eventi
violenti. Il punto, come dimostra uno studio pubblicato alla fine degli anni
Novanta da Jane Elizabeth Seymour, è che la tecnologia applicata al fine vita
non è vissuta come violenta a priori, ma lo diventa se non soddisfa le nostre
aspettative. Se la macchina allevia la sofferenza e permette un congedo
dignitoso, viene vissuta come parte di una “morte naturale”. Se invece fallisce,
o appare incomprensibile e fuori controllo, diventa l’elemento che rovina la
morte, rendendola innaturale. È ciò che il Comitato nazionale per la bioetica ha
definito accanimento terapeutico, ovvero un’ostinazione irragionevole nel
somministrare trattamenti medici che non portano benefici al paziente e ne
peggiorano la qualità di vita, prolungando inutilmente sofferenze in caso di
malattia terminale. La legge italiana 219/2017 vieta questa pratica e garantisce
al paziente il diritto di rifiutare le cure attraverso il consenso informato e
le Disposizioni anticipate di trattamento – promemoria.
> Rinunciare alla ricerca di un senso della vita, ma assumersi la responsabilità
> di dare un senso alla vita.
Abbiamo trovato l’uscita del labirinto? Forse. Come Asterione, però, una volta
fuori veniamo rimandati indietro dallo spavento che taglia il fiato alla gente:
l’accanimento viene infatti riconosciuto solo rispetto alle terapie (è infatti
terapeutico), non al prolungamento forzato della vita biologica. Insomma,
suicidio assistito ed eutanasia restano esclusi dal nostro testamento biologico.
Molti bioeticisti sostengono però che continuare a mantenere in vita qualcuno
che vorrebbe morire e che non può farlo autonomamente produce a tutti gli
effetti una forma di violenza. Non è “accanimento terapeutico” nel senso tecnico
del Comitato, ma è una coercizione a vivere contro i propri desideri: un
accanimento normativo.
Il filo di Arianna
Fuori dai confini italiani, la mappa del fine vita racconta in molti casi una
storia diversa. Eutanasia e suicidio assistito sono legalmente praticati
in Canada, Colombia, Cuba, Nuova Zelanda, Uruguay e in undici Stati
americani (California, Colorado, Hawaii, Maine, Montana, New Jersey, New Mexico,
Oregon, Vermont, Washington State e Washington DC), mentre in Australia è
ammesso il solo suicidio assistito. In Europa, invece, dare medicalmente la
morte è legale nei Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Portogallo e Spagna e, in
forma più limitata, in Austria. In Svizzera – destinazione nota – è permesso
soltanto il suicidio assistito. Ci sono poi Paesi in cui l’aiuto al morire
è tollerato ma non legiferato, come Danimarca, Svezia e Norvegia; e Paesi che lo
considerano invece un crimine assimilabile all’omicidio: Grecia, Serbia,
Polonia.
In Italia, come sappiamo, l’eutanasia resta vietata e il suicidio assistito è
ammesso solo in condizioni rigidissime stabilite dalla Corte costituzionale,
condizioni che non sono state spontaneamente decise dal nostro Parlamento ma che
sono il risultato di numerosi episodi di disobbedienza civile, quella di chi
prova a tessere la propria via d’uscita. Piergiorgio Welby, malato di distrofia
muscolare, nel 2006 chiese pubblicamente di poter interrompere la ventilazione
meccanica: Mario Riccio, anestesista e rianimatore all’ospedale di Cremona,
scelse di aiutarlo. Se ne assunse la responsabilità morale e giuridica, e
infatti affrontò un procedimento giudiziario da cui fu poi assolto, perché aveva
rispettato il diritto fondamentale del paziente a rifiutare un trattamento
sanitario. Questa scelta aprì, di fatto, la modernità del dibattito italiano sul
fine vita.
> Non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato (o giusto) nell’interferire con
> l’ordine “naturale” delle cose.
Eluana Englaro, in stato vegetativo permanente dal 1992, ottenne nel 2009 –
diciassette anni dopo – la sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione
artificiali dopo un lunghissimo iter giudiziario guidato dal padre Beppino, che
voleva far rispettare le volontà espresse precedentemente dalla figlia: non
essere mantenuta artificialmente in vita. È grazie a questa battaglia che nasce
l’idea delle Disposizioni anticipate di trattamento, formalizzate poi con la
legge 219/2017.
Fabiano Antoniani (DJ Fabo), tetraplegico e cieco dopo un incidente stradale,
nel 2017 scelse di accedere al suicidio assistito e Marco Cappato, dirigente
dell’Associazione Luca Coscioni, lo accompagnò in Svizzera e al ritorno si
autodenunciò. Dal processo derivò la sentenza 242/2019, con cui la Corte
costituzionale ha stabilito le coordinate precise per il suicidio assistito,
ampliando così la possibilità per molti pazienti di esercitare la propria
autodeterminazione senza dover lasciare il Paese.
Ma si va avanti sentenza dopo sentenza, ché il Parlamento ha il motore a
scoppio, e ci vuole sempre una nuova esplosione per mandarlo avanti di qualche
metro: prendiamo in esempio il caso di Libera, affetta da una sclerosi multipla
progressiva che le ha tolto tutto, tranne la lucidità e il movimento degli
occhi. Desidera accedere al suicidio medicalmente assistito, ma siccome per la
legge italiana il farmaco letale deve essere autosomministrato, non può farlo.
Quindi? Secondo la decisione del tribunale di Firenze, verrà appositamente
costruito un dispositivo capace di tradurre un comando oculare in un segnale
elettrico che avvii l’infusione endovenosa del farmaco. Ci vorranno circa 90
giorni. Una donna totalmente immobilizzata è costretta ad attendere lo sviluppo
di una tecnologia sofisticatissima per poter compiere un gesto che potrebbe fare
un medico.
È allora comprensibile come nell’assurdità del dedalo spalancato dallo Stato
(“tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa è un altro
luogo”) alcune regioni – prima la Toscana, poi la Sardegna – abbiano scelto di
regolamentare autonomamente il suicidio assistito, basandosi entrambe sulla
proposta “Liberi subito” dell’associazione Luca Coscioni, che affida al servizio
sanitario il compito di garantire farmaco, supporti tecnici e monitoraggio, e
impone che l’intero iter si chiuda in poche settimane. Ma come mai lo Stato non
decide?
> Non è “accanimento terapeutico”, ma è una coercizione a vivere contro i propri
> desideri: un accanimento normativo.
Perché finché è la Corte costituzionale a intervenire, il Parlamento può evitare
l’impopolarità di una legge e, al tempo stesso, beneficiare dei suoi effetti:
lascia che siano i giudici ad aprire varchi, senza assumersi la responsabilità
politica di attraversarli. È una convenienza strutturale, aggravata dai
conflitti interni ai partiti e da un argomento ricorrente: il timore del
cosiddetto slippery slope, ovvero il terrore che un piccolo passo porterà
inevitabilmente a una serie di conseguenze gravi. Tradotto: l’idea che una legge
sul fine di vita, nata per persone con malattie irreversibili e in fase
terminale, finirebbe col tempo per includere una quota sempre più ampia di
soggetti fragili che potrebbero sentirsi spinti a morire, trasmettendo l’idea
che alcune vite siano meno degne di essere vissute – questo è uno dei motivi per
cui, nel 2022, la stessa Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile il
referendum che avrebbe depenalizzato l’omicidio del consenziente.
Ora, basta aprire il manuale di logica per rendersi conto che lo slippery slope,
quando viene usato come deduzione necessaria, è una fallacia, un errore logico
per cui confondiamo il possibile con il certo, in un ragionamento basato sulla
paura, anziché sulle evidenze. Ma appena riportiamo la discussione dal futuro
ipotetico (e pure un po’ distopico) ai dati attuali, passando dal piano emotivo
a quello concreto (che è molto meno scivoloso), il nesso inevitabile sfuma.
Sulla base delle esperienze internazionali, sappiamo che quando il perimetro è
chiaro e il controllo è rigoroso, la pratica resta circoscritta, vigilata, e
questo capita per esempio in Belgio. Uno studio del 2025, che analizza tutti i
casi di eutanasia nel Paese dal 2002 al 2023, mostra che sì, i casi di eutanasia
e suicidio assistito sono aumentati nel tempo, ma che questo aumento non è
indice di alcuna deriva, si spiega invece con l’assestamento di una legge nuova
– il tempo necessario a medici e cittadini per imparare a usarla – e con
l’invecchiamento della popolazione: nel 2003 i casi erano 236; nel 2023 sono
3.423, circa il 3% dei decessi. Ma non c’è stato nessun allargamento improprio
dei criteri: un terzo della crescita è dovuto semplicemente al grande numero di
persone tra i settanta e gli ottant’anni, la fascia in cui l’eutanasia è più
richiesta. Inoltre uno degli scenari più temuti, l’esplosione delle richieste
per disturbi psichiatrici, non si è verificato: in vent’anni queste
rappresentano appena l’1,3% dei casi, una percentuale rimasta stabile; anche le
richieste per demenza restano sotto l’1%. Questo succede perché non tutte le
persone optano per la morte medicalmente assistita se viene data loro la
possibilità, soprattutto quando hanno accesso a un sistema di cure palliative
efficace, meglio ancora se precoci.
Il termine palliativo deriva dal latino pallium, “mantello”, e ci restituisce un
gesto di protezione, qualcosa che avvolge, dà sollievo. Si tratta di
quell’insieme di interventi medici, psicologici e sociali che colgono la
differenza tra “non c’è più niente da fare” e “non è più necessario fare
niente”. È, riprendendo la definizione dell’IAHPC (International Association for
Hospice and Palliative Care), “la cura olistica e attiva di persone di ogni età
con sofferenze gravi correlate alla salute, specialmente nel fine vita” e non
mira a guarire la malattia, ma a ridurre la sofferenza, controllare i sintomi,
sostenere la qualità della vita e accompagnare il paziente e la famiglia nelle
fasi avanzate o terminali.
> Finché è la Corte costituzionale a intervenire, il Parlamento può evitare
> l’impopolarità di una legge e, al tempo stesso, beneficiare dei suoi effetti.
Un episodio interessante riguarda Eduardo Bruera, oncologo e palliativista
dell’MD Anderson Cancer Center di Houston, che all’inizio degli anni Duemila si
accorse che la parola palliative – che sebbene abbia un’etimologia più felice,
nel linguaggio comune intende un rimedio di ripiego – spaventava i pazienti e ne
ritardava l’accesso; così rinominò il reparto “Supportive Care” (cure di
supporto e riabilitazione). I consulti aumentarono del 41% e l’invio dei
pazienti avvenne molto prima nella traiettoria della malattia. Bruera ammise che
quel cambio di nome sì, assecondava un pregiudizio, ma permise a molte più
persone di ricevere quanto prima un sostegno che riduce sofferenza e solitudine,
e questo è cruciale: uno studio del 2024 condotto dallo stesso Bruera dimostra
che quando le persone ricevono un accompagnamento tempestivo – controllo dei
sintomi, sostegno psicologico, spazio di parola – il desiderio di ricorrere alla
morte medicalmente assistita spesso si attenua o scompare.
Nel campione analizzato, infatti, il 15,9% dei pazienti chiedeva inizialmente il
suicidio, ma dopo circa un anno di EPC (Early Palliative Care) abbandonava
l’idea. Non perché qualcuno li avesse convinti, ma perché la loro vita era
diventata meno dolorosa, più abitabile. Insomma, nessuno vuole togliere di mezzo
nessuno; il tema è riconoscere il diritto alla scelta in condizioni di piena
consapevolezza e rispetto, da entrambi i lati: una vita dignitosa o una buona
morte.
Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d’uomo? O sarà come me?
Nella lettura di Borges, Asterione non è affatto un mostro: è la mostruosità
proiettata su di lui a renderlo figura scandalosa. Allo stesso modo, nel
discorso contemporaneo sul fine vita, ciò che viene giudicato “mostruoso” non
sono le persone che soffrono, ma la loro richiesta di autodeterminazione sulla
morte – e, spesso, anche chi si avvicina per ascoltare e accompagnare.
Capita perché noi, e dunque la legge, abbiamo finito per elevare la pura
sopravvivenza biologica al di sopra della qualità del vivere stesso. Eppure, se
prendiamo sul serio la lezione di Darwin per cui l’esistenza umana non ha un
valore assoluto di per sé, non c’è motivo di pensare che il dovere di
preservarla debba sempre prevalere su altro: la felicità della persona, la sua
dignità, il suo desiderio di evitare sofferenze. Un desiderio che, messo da
parte dio, è genuinamente umano, e ha molto più a che fare con l’amore per la
vita, che con il suo disprezzo. Dice Asterione: “So che mi accusano di superbia,
e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse […] sono ridicole”.
L'articolo Liberare il Minotauro proviene da Il Tascabile.
Quest’anno ho cambiato la mia vita. L’ho stravolta. E non l’ho fatto grazie a
qualche influencer o guru che mi ha detto cosa fare. Non sono nemmeno tornata
dallo psicologo. Perché non tutte le passioni tristi vanno estinte. A volte è
necessario entrare in contatto con il dolore e camminare come un fachiro sui
carboni ardenti.
Mia madre è morta, e questo mi ha dato la forza di guardarmi allo specchio e di
dirmi che non ero più felice e che quindi dovevo cambiare le cose.
Il tempo è poco.
Ho avuto bisogno di piangere e di abbracciare il turbamento. Mi sono concessa il
privilegio di poter essere infelice. Almeno per un po’.
Ho continuato a meditare. Questo sì. L’arte della ripetizione e dell’esercizio
mi hanno aiutato e confortato. Sono anche entrata in chiesa più volte per
contemplare nel silenzio quell’immagine di distacco e Resurrezione.
Mi sono ritirata nella natura per due mesi, in una casetta sperduta tra le
colline marchigiane, facendo il sugo con i pomodori dell’orto, dando da mangiare
alle galline e alle tartarughe, scrivendo, meditando e andando al mare. Non
volevo più tornare. E in effetti, in un certo qual modo, non l’ho fatto. Per un
po’ sono tornata fisicamente a Milano, ma non sono tornata alla mia vita di
prima.
E mentre mi trovavo in questa sorta di Eden, ho letto un libro del filosofo
Peter Sloterdijk che ha un titolo degno di un libro self-help ma che in realtà
s’ispira a un passaggio della poesia Il torso arcaico di Apollo di Rainer Maria
Rilke, in cui viene declamato il monito: Devi cambiare la tua vita. Qualcosa che
avevo già messo in atto quasi inconsapevolmente, facendo ricorso al mio maestro
interiore, che come ogni degno allenatore può accompagnare verso l’alto soltanto
se l’allievo non smette di desiderare.
L’uomo è un essere abitudinario, ha bisogno della ripetizione per poter
comprendere: “Si fa solo ciò che si riesce, e si riesce a fare solo ciò che
viene continuamente ripetuto”. Chi vuole scrivere non deve fare altro che
scrivere; chi vuole dipingere non deve fare altro che dipingere; chi vuole
suonare non deve fare altro che suonare. Si dice che siano necessarie almeno
10.000 ore per diventare bravi in qualcosa, per rendere una certa attività una
“seconda natura”.
Per imparare, ci vuole esercizio. Per placare l’ansia, ci vuole esercizio. Per
meditare, ci vuole esercizio. È l’opposto di ciò che propone il mondo di oggi,
dove si vuole ottenere tutto e subito. Zero fatica, zero impegno, zero “sbatti”,
per usare il gergo giovanile.
Oggi il vero rivoluzionario è il praticante, colui che si diletta con devozione
nell’arte della ripetizione. È questo rito ad aver elevato le grandi menti della
storia. Il genio non nasce a caso sugli alberi. “Ogni educazione è una
conversione”, scriveva Pierre Hadot, e Sloterdijk aggiunge che è anche una
sovversione.
Apro i social e vedo corsi per diventare insegnanti di meditazione a 99,99 euro;
corsi di yoga per brillare nell’infinito e risolvere ogni problema. E penso che
ho smesso di fare la critica musicale quando nelle canzoni sono scomparse le
chitarre e gli assoli, perché le nuove generazioni non hanno voglia di
cimentarsi almeno 10.000 ore per imparare a suonare discretamente. Meglio il
computer, meglio l’AI, che a breve farà le canzoni al posto nostro. La Corea lo
ha già fatto, una “cantante” generata artificialmente ha firmato un contratto da
cinquanta milioni di dollari con una casa discografica.
Ricordo che una sera sono uscita a fumare una sigaretta nel cortile della
casetta in campagna. Mi sono presa una pausa dalla lettura, e mi sono messa a
guardare le stelle senza fare nient’altro che esserci. E sì, un vecchio maestro
indiano di Ayurveda mi disse che puoi fumare anche se mediti e pratichi yoga,
anche molti sadhu indiani fumano, basta farlo consapevolmente e godersela, senza
fare altro. E infatti non fumo camminando, non fumo facendo cose, non fumo
nemmeno quando scrivo. Quando fumo, fumo e basta.
Poi sono tornata al mio libro e alle tensioni verticali stimolate dalle
riflessioni: “Finiamo di volere ciò che abbiamo sinora voluto”, ha tuonato
Seneca. E ho ripensato alla mia necessità di accogliere la mestizia, il più
grande maestro che potessi incontrare. Totalmente controcorrente, in un mondo
che sente sempre più il bisogno di creare uomini senza refusi, dove la
possibilità di disporre di sé stessi e di avere accesso al proprio universo
interiore non è diventata altro che un’ennesima forma di consumo e produzione e
il lavoro l’unica forma di esercizio accettabile. Che non si perda tempo a fare
gli eremiti. Non c’è più spazio per la preghiera e la meditazione. Serve
manovalanza, nonostante ci sia un eccesso di “superflui”, di persone che in
realtà sono “inutilizzabili”, un “proletariato” condannato alla frustrazione,
che sarebbe meglio iniziare a sedare, educare, punire. E già fin da ora,
figuriamoci con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Ma visto che nemmeno in
seguito sarà possibile cambiare la propria vita: “dovrai lasciarti trasformare
fin dall’inizio da noi”, e cioè dallo Stato, il produttore di uomini, che con
l’educazione comincerà a occuparsi di un miglioramento di massa, dato che
l’automiglioramento della minoranza non è più possibile e sostenibile.
> “Quando il senso per il miracolo lascia il posto al senso per il meraviglioso
> nasce la “cultura” moderna”.
Il benessere è il nuovo lusso. Avere tempo per sé stessi, per cucinare, per
andare in palestra, in piscina, a padel, per rilassarsi, per mettersi le creme
per il corpo, andare dall’estetista.
> “Ora l’individuo sembra piuttosto un allenatore, che cura la selezione dei
> propri talenti e sprona la squadra delle proprie abitudini. Che questo
> atteggiamento venga chiamato “micropolitica”, “arte di vivere”, “autodesign”
> oppure “empowerment”, è solamente questione di gusto”.
Anziché distruggere l’ego, ecco diventare l’Io il nuovo grande progetto,
l’impresa cui dedicare tutta la propria vita. È l’epoca dell’Io S.p.a. Ciò che
una volta era santità, oggi è fitness.
Il dilemma dell’uomo moderno è questo: cambiare sé stesso o il mondo? Oppure
entrambi allo stesso tempo? L’eccesso d’individualismo crea
confusione. L’esercizio, la ripetizione e la fuga dal mondo sembrano ormai volti
soltanto all’autorealizzazione, alla performance interiore, e non a una
preparazione all’arte mistica di morire. E questo perché? Perché la paura della
morte è il segno più eclatante di mancanza di solidarietà tra gli uomini.
I santi hanno lasciato il posto alla società dello spettacolo e al lifestyle. Ma
il buonismo e il relax semplificano la vita a dei livelli estremi e non
rispecchiano la realtà delle cose, demoliscono la tensione verticale e portano
a evitare passione e sofferenza. Per non parlare della frenesia
dell’immortalismo terreno inseguita dai ricchi e agognata dai poveri.
Solo l’arte sembra salvarsi da tutto questo, è lì che sopravvivono residui di
contemplazione, dove la fede si trasforma in stupore e la preghiera in
ammirazione.
> “Che cos’è l’arte, se non una forma del saper patire e nello stesso tempo la
> forma che assume la passione del saper-fare”.
Ma cosa è rimasto, oggi, dell’arte? L’artista è ancora interessato a elevare sé
stesso? Non nel senso della fama, di quell’Io perennemente in costruzione e
strabordante, ma nel senso di saper guardare ancora verso ciò che è in Alto.
E allora, alla fine, ecco cosa mi hanno insegnato la morte di mia madre,
Sloterdijk e il monito di Rilke “Devi cambiare la tua vita”: prendi la tua
strada verso le colline e la via della luce e non fare più ritorno. Avanza.
Preparati alla Grande Catastrofe. Se sarai ancora capace di farlo, cerca il
sublime, l’ultimo disperato appello verso la salvezza, verso l’impossibile,
verso l’elevazione. Non dare precedenza al becero intrattenimento, dalla ai
libri, alla riflessione e ai trasognamenti. Ambisci al sapere senza il timore di
perdere la tua identità. Prendi le cose dannatamente sul serio.Attua una
rivoluzione spirituale contro l’ottusità, l’avvilimento, l’abbruttimento, la
banalità, la cocciutaggine, la semplificazione, la mancanza di rispetto,
l’impazienza e le apparenze che ti hanno infestato il cervello. Assumi buone
abitudini per una sopravvivenza comune e liberati dagli automatismi demoniaci
che ti privano dell’anima.
Le cose non possono più andare avanti così.
Il resto, sono solo chiacchiere.
Dejanira Bada
*In copertina e nel testo: opere di Alberto Martini (1876-1954)
L'articolo Ambisci al sapere. Attua una rivoluzione spirituale contro
l’ottusità. Il resto, sono solo chiacchiere proviene da Pangea.
Di Emil Cioran non si butta via nulla. Cioran è il vitello d’oro dell’editoria
odierna, un tempio diventato macello. Qualsiasi cosa abbia scritto – comprese le
cartoline, le epistole in sottofondo, i taccuini mutilati – è degno di stampa.
Merito di una scrittura lapidaria, veneficamente benefica, suprema per chi
confida nel genio della crudeltà. Le frasi di Cioran – indipendentemente da ciò
che significano – sono sempre ‘ad effetto’, mai affettate, perfette per il
proprio personale diario notturno, per la citazione sui social e per
galvanizzare una cena; ottime da tatuare in pieno corpo.
L’autore intransigente è diventato un’esigenza civica: Dio del Niente dacci oggi
il nostro Cioran quotidiano, in pillole concettuali, in supposte verbali, in
supposizioni postprandiali per il cattivo maestro in andropausa. A differenza di
quelli di Nietzsche – suo autentico padre-padrone, insieme a Pascal: altro che
lo stuolo di miseri moralisti del Settecento francese con cui ha scelto,
maliziosamente, di far gara – gli apoftegmi di Cioran sono, infine, tenui:
Cioran maneggia l’ascia del boia vestito da damigella di corte; oppure, al
contrario, volteggia a corte travestito da boia. Cioran non vuole ‘incidere’
nella storia del pensiero occidentale: preferisce far sfoggio di sé, dare
spettacolo, essere rivoltante per il gusto, senza cedere alle mode del tempo. In
questo, è un autentico trickster, il sommo impostore che spernacchia l’ordine
gerarchico, che sputtana il potere e ruba il Graal per farne il proprio pitale.
In questo, è autenticamente geniale. Basta non prenderlo sul serio: Cioran
potrebbe parlare di qualsiasi cosa – lo ha fatto: di Susana Soca come di
Saint-John Perse, della Russia e della Francia, di Teresa d’Avila e del
misconosciuto Mircea Vulcănescu (“il suo sapere prodigioso si sposava a una
purezza come non ne ho mai incontrata di simile”, scrive, nel gennaio del 1968)
– perché qualsiasi cosa, tra le sue mani, splende come l’oggetto più raro, il
primo-e-unico, il mai prima d’ora, il primevo, adorabile adoratore del Caos.
Nel groviglio dell’opera di Cioran, Esercizi negativi (Adelphi, 2025, a cura di
Ingrid Astier), in parte anticipati, tempo fa, su questo foglio, raduna le
frattaglie, gli scritti marginali abbozzati sul greto di Sommario di
decomposizione, libro-zenit uscito nel 1949, il primo in lingua francese. I
fogli – custoditi presso il Fondo Cioran alla Bibliothèque littéraire Jacques
Doucet, Parigi – sono noti ai cioraniani: Gallimard ha pubblicato Exercices
négatifs esattamente vent’anni fa. Chissà che effetto farebbe a Cioran vedere
quegli scarti – questo scaltro addestramento nella palestra del linguaggio –
minutamente annotati, chiosati, con tanto di “Varianti definitive”, stesure più
o meno rifinite, pre- e postfazioni, e la bordata di 339 note… Cioran, il
micidiale antiaccademico ridotto a cadavere anatomizzato dagli studiosi, su cui
compiere esperimenti di mesmerismo intellettuale.
Detto questo, il libro, in sé, è ovviamente straordinario. Risuonano tutti i
temi di Cioran; il ritmo imposto ai paragrafi ha qualcosa di selvatico, da
domatore di iene. Le frasi, come sempre, sono risolute, marziali, con adatta
quota d’abisso. Esempi sparsi.
> “Cos’è ciò che chiamiamo società, partito, ordine, religione se non un
> brulichio elevato a sistema in nome di una vaga e pericolosa divinità?”;
> “Ogni convinzione incrollabile deriva da un disturbo della mente. Così un uomo
> che abbia delle convinzioni è sempre un maniaco”;
> “In fondo, si vive solamente perché non vi è alcun motivo per vivere. La morte
> è troppo esatta, ha tutte le ragioni dalla sua”;
> “Date uno scopo preciso alla vita ed essa perderà all’istante il suo terribile
> fascino”.
Concetti superficiali che sembrano supremi, pronunciati con barbarica
assolutezza. Cioran, in fondo, accontenta tutti; siamo sempre d’accordo con lui
perché ha il guizzo della battuta brillante, che spiazza senza mai ferire.
> “Solo Dio – e il verme – hanno una posizione chiara: Uno crea – e l’altro
> rosicchia la Creazione”.
Che frase meravigliosa – mi pare di averla già letta, in forma lirica, leggendo
Dylan Thomas. Ecco, i brandelli di Cioran – che, non a caso, eccelle nella forma
breve – danno l’idea di qualcosa di già letto & orecchiato altrove: in lui,
però, anche l’ovvietà diventa oro, si veste a festa (o a lutto, è uguale), con
l’abito impeccabile. È il talento del ladro, di un pensiero come razzia. Leggere
Cioran è pericoloso: ci fa credere di essere più intelligenti, di avere l’uomo e
il cosmo in pugno – purtroppo, restiamo la raganella verbosa che siamo. Tra le
frasi-menhir che ho sottolineato, preferisco questa:
> “Il mistico che ha rinunciato alla parola ha rinunciato a tutto: non è più
> creatura, è la fine di una razza. Svanita l’articolazione, è l’uomo totalmente
> solo”.
Cioran era ossessionato dai mistici; uno dei suoi libri più potenti, Lacrime e
santi, andrebbe riprodotto nell’originaria versione rumena, quasi il doppio
rispetto a quella edita in Francia (da cui dipende la versione Adelphi, stampata
nel 1990).
Piuttosto, la lettura di Esercizi negativi impone un avvertimento. Avvertiamo,
cioè, che il Cioran “francese” ha sacrificato qualcosa di sé, del suo sé rumeno.
Per diventare Cioran, Cioran ha dovuto tradirsi: il parigino Emil, esteta
esperto in idoli e catacombe, ha ucciso Mihai, il rumeno selvaggio, il pensatore
transilvano. Si percepisce – per morsi, per singolari fratture – una
contrazione, una contraddizione: l’acrobata che ha scelto di farsi cecchino –
così, la burla, la cupa vigliaccata, quello stare tra terror panico e pavone,
virato in grigio, in un linguaggio a denti stretti, si è fatto tragedia da
comodino.
In attesa di perfezionare il ragionamento, un consiglio. Affiancate a Cioran
altri pensatori “pericolosi”, che hanno messo in scacco le sorti progressive
della filosofia occidentale. Lev Šestov, Benjamin Fondane – che di Cioran è
stato intimo – e Malcolm de Chazal, l’aforista visionario che Wystan H. Auden
riteneva pari se non superiore a Cioran. Nessuno di questi fa breccia nel
mercato editoriale italiano: meno ‘facili’ di Cioran, restano autori autarchici,
esoterici, per pochissimi – mettono in crisi il sistema delle nostre
convinzioni, dei nostri convenzionali convenevoli.
In un brano di particolare bellezza, L’impossibile rinuncia – riprodotto in
quattro stesure… – Cioran scocca un motto dei suoi, da tenere sulla lingua come
una pallottola di zucchero:
> “Ho voluto essere un saggio come non ve ne furono mai, e sono soltanto un
> folle tra i folli”.
Magari fosse così, verrebbe da dire. “La follia è la matrice della sapienza”,
scriveva Giorgio Colli. Cioran non è riuscito a diventare folle – è rimasto un
saggio. Per questo, lo leggiamo con voluttuoso piacere – senza trasporto.
L'articolo “Sono soltanto un folle tra i folli”. Emil Cioran: il pensatore di
culto diventato di moda proviene da Pangea.
A trent’anni dalla scomparsa e a cento dalla nascita di Gilles Deleuze, è
apparso Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi (2025) di
Roberto Ciccarelli presso DeriveApprodi. Il timing della pubblicazione potrebbe
far pensare a un libro commemorativo o ancora a un’introduzione alla filosofia
deleuzo-guattariana. Senz’altro vi è un po’ di entrambe le cose. Ma questo è
innanzitutto un libro che va letto al termine o all’inizio di un’assemblea.
Durante l’occupazione di un liceo o di una facoltà contro il genocidio del
popolo palestinese. O ancora la sera prima di scendere in piazza contro l’ultima
trovata del governo. Perché l’intenzione di Ciccarelli è chiara dalla prima
pagina: fermarsi un attimo, guardarsi attorno e dire “abbiamo un problema”.
Abbiamo innanzitutto il problema dei fascismi e delle guerre. Ma abbiamo anche
un altro problema, da cui forse discendono tutti gli altri: ci siamo dimenticati
quanto sia desiderabile una rivoluzione. Non l’attesa messianica dell’ora X che
ci salverà tutti o perfino l’intervento di un qualche esercito comunista
intergalattico; no, quella pensata da Deleuze e Guattari e rilanciata oggi da
Ciccarelli è una rivoluzione che passa dal divenire-rivoluzionari.e.
> È nell’intermezzo tra una sussunzione e una separazione dal potere che si
> accende un altro divenire rivoluzionari.e. Lo si inizia a praticare nel mezzo,
> tra linee divergenti. Nulla è scontato, né automatico, nessuna strategia è
> totale, nessuno scontro è finale. Tuttavia avvengono svolte profonde che
> possono spezzare un divenire e porre fine a una storia.
Fascism is in the air
“Il fascismo è nell’aria”, le sue molecole vorrebbero toglierla e confiscarla.
Al governo in diversi Paesi, non solo il nostro. Nei centri di detenzione e di
espulsione. Nelle scuole e nelle università. Sui luoghi di lavoro. Da un lato e
dall’altro dell’Atlantico, senza risparmiare l’America Latina di Javier Milei.
Eppure mai è stato così difficile dire e comprendere quella che Ciccarelli
chiama la “parola F”. La difficoltà nasce, spiega, dal “successo”
dell’occupazione neoliberale della “dialettica tra rivoluzione e divenire
rivoluzionari” con l’intento di ridurla agli assiomi del mercato. Così non sono
soltanto le istanze di libertà e le loro lotte che si sono “molecolarizzate”, ma
anche il fascismo. Una vera e propria appropriazione “dei concetti e del senso
delle azioni dell’avversario per ribaltarle nel loro contrario, facendo così
collassare i divenire rivoluzionari.e che circolano nelle forme di vita
normalizzate”. È da qui che si sviluppa quel carattere intrinsecamente
contraddittorio del neoliberalismo, insieme rivoluzionario e conservatore,
reazionario e controrivoluzionario.
> Abbiamo il problema dei fascismi e delle guerre. Ma abbiamo anche un altro
> problema, da cui forse discendono tutti gli altri: ci siamo dimenticati quanto
> sia desiderabile una rivoluzione.
I “fascismi molecolari” di cui si occupa la ricerca di Ciccarelli non sono
riducibili a un aggiornamento dei fascismi storici. A differenza di questi
ultimi, il trumpismo non è una “macchina da guerra” che si appropria dello Stato
per controllare il mercato, ma è la “presa” dello Stato da parte delle forze del
mercato per mezzo, anche ma non solo, della violenza e del terrore fascisti.
L’obiettivo di Trump, “Make America Great Again”, non è di stabilire un
controllo americano sul mercato mondiale, ma di accumulare il più possibile le
proprie ricchezze irrobustendo a sua volta i profitti di chi fa parte della sua
rete finanziaria e immobiliare. E per questo distruggere gli ultimi meccanismi
di mediazione democratica e istituzionale, così come gli ultimi residui di
“spesa” sociale. Così come i suoi predecessori, in una congiuntura di forte
accelerazione che però lo differenzia, Trump non può proseguire il suo disegno
senza dispiegare una vera e propria guerra contro tutti coloro che, per
necessità o ancora per convinzione, si oppongono a una tale distruzione del (già
assai flebile) Stato sociale.
È in questo senso che Divenire rivoluzionari.e segna l’emergenza dei
microfascismi contemporanei negli anni Settanta più che negli anni Venti o
Trenta, sottolineando la loro organicità alla (contro)rivoluzione neoliberale.
Nelle pieghe del percorso storico tortuoso dei neoliberalismi, Ciccarelli
conduce il lettore e la lettrice al cuore delle sue contraddizioni seguendo la
sua triplice rivoluzione autoritaria sviluppata contro quel lungo decennio di
lotte e di sperimentazione che chiamiamo 1968. Per questo Ciccarelli definisce
il neoliberalismo innanzitutto come una rivoluzione “dall’alto condotta dalle
classe dirigenti nutrite da egoismi territoriali e da impulsi anticostituzionali
e antiparlamentari”. Si tratta allo stesso tempo di una rivoluzione “capitalista
ostile alla democrazia intesa come istanza della libertà, dell’uguaglianza e
della giustizia” che si articola a una terza rivoluzione, questa volta
“classista, sessista e razzista che coltiva il risentimento contro gli oppressi,
gli sfruttati, le differenze sessuali e gli erranti fra le frontiere”.
Il merito del libro di Ciccarelli è, da questo punto di vista, di ritornare alla
fine di Mille piani (1980), dove l’analisi storica dei neoliberalismi si
intreccia con la storia politica degli anni Settanta. A differenza di altri tipi
di analisi, quella di Deleuze e Guattari è capace di mettere in risalto il
carattere antiliberale dei neoliberalismi, che vengono intesi innanzitutto come
delle varianti del progetto capitalista di farla finita con le aporie dei
liberalismi. Tra democrazia e individualismo, interesse collettivo e profitto
d’impresa, diritti fondamentali e libertà imprenditoriali, i neoliberalismi, già
nelle loro teorizzazioni degli anni Venti e Trenta, non cercano più delle
mediazioni.
Ecco perché i primi terreni di sperimentazione delle teorie neoliberali non
potevano che essere le dittature militari che falcidiarono le popolazioni
sudamericane negli anni Settanta. Dal golpe brasiliano del 1964, passando per il
Cile di Pinochet (1973) fino all’Argentina di Videla (1976), il neoliberalismo
si è imposto come dottrina politica, economica e sociale della guerra alla
democrazia, alle mediazioni istituzionali del movimento operaio, delle
differenze sessuali, in un mix di disprezzo totale dei diritti, senza alcuna
distinzione fra quelli sociali, civili e politici delle popolazioni prese in
ostaggio. Ciccarelli ricorda giustamente l’appoggio concreto della Scuola di
Chicago alla dittatura cilena, l’esultanza del neoliberale Wilhelm Röpke alla
notizia del golpe brasiliano e l’omaggio di Friedrich Hayek al fascista
portoghese António de Oliveira Salazar. Questi processi sono spesso associati
nell’immaginario collettivo a delle sorte di colpi di coda di vecchi incubi
fascisti che resistevano a un mondo nuovo di libertà e diritti. Oppure, nel
migliore dei casi, sono appiattiti alle difficoltà dei processi di
decolonizzazione, a cui certo sono legati. Il libro di Ciccarelli è appunto uno
strumento per andare oltre tali confusioni, sia storiche che contemporanee.
L’autore mostra infatti come le dittature degli anni Settanta, assieme a quelle
che le hanno precedute di qualche anno, non possano essere dissociate né dalle
guerre civili in seno all’Europa (Italia e Germania in testa), né dalla
finanziarizzazione dell’economia mondiale.
> Ciccarelli conduce al cuore delle contraddizioni dei neoliberalismi seguendo
> la triplice rivoluzione autoritaria sviluppata contro quel lungo decennio di
> lotte e di sperimentazione che chiamiamo 1968.
È in questa lunga storia che prende le mosse dagli anni Settanta che Ciccarelli
stabilisce una controstoria dei neoliberalismi, entro la quale diventa possibile
pensare nuovamente la famosa “parola F”. La spettacolarità degli speech
trumpiani, l’uso massiccio e scabroso dell’Intelligenza artificiale (si pensi al
video IA in cui Trump getta quintali di feci sulle manifestazioni No King) o
ancora la “tiktokizzazione” dei raid anti-chicanos condotti dalle milizie
paramilitari ICE guidate dallo Standartenfūhrer Gregory Bovino uniscono cattivo
gusto, violenza estrema e accelerazione della fascistizzazione della vita
quotidiana. Lasciano attoniti, impotenti davanti a un potere talmente kitsch da
pubblicare su Truth i nuovi arredi dei bagni Lincoln della Casa Bianca in stile
Saddam Hussein o Casamonica.
Cattivo gusto a parte, il neoliberalismo fascista di Trump che emerge dalle
pagine di Ciccarelli è figlio della lunga storia americana e mondiale inaugurata
da Richard Nixon e Ronald Reagan. Ovvero quel particolare momento della storia
mondiale in cui la rottura degli accordi di Bretton Woods (1971) e la seguente
finanziarizzazione dell’economia mondiale si articolano alla moltiplicazione dei
fronti di guerra, esterni e interni (come la War on drugs). Non è neanche un
caso che, come mostra The Apprentice (2024) di Ali Abbasi, proprio in quegli
anni il giovane Trump incroci sul suo cammino, mentre speculava sulla New York
falcidiata dal debito pubblico, l’avvocato fascista Roy Cohn, già sperimentato
inquisitore al fianco di Joseph McCarthy.
Divenire rivoluzionari.e. O una nuova idea di rivoluzione
L’ostacolo più grande per Trump e accoliti ha una data che è anche un nome
comune globale: 1968. Neoliberali e nuovi fascisti ne sono ossessionati.
Moltiplicano i suoi nomi per distaccarlo dalla ricchezza esistenziale e
politica, culturale e artistica che ha sconvolto, ai quattro angoli del mondo e
per un lungo decennio, la storia del capitalismo mondiale aprendo a nuove
direzioni di liberazione politica, sociale, economica, sessuale. Terreno per
eccellenza delle Cultural wars neoliberali dagli anni Ottanta, il pensiero-1968
è stato prima mercificato e svuotato nella forma della French Theory, per poi
essere identificato come la radice dei mali contemporanei. Sotto il nome di
“decostruzione”, l’insieme delle teorie e delle ricerche di Deleuze e Guattari,
Foucault e Derrida sono state perfino l’oggetto di un convegno organizzato nel
2022 alla Sorbona (Cosa ricostruire dopo la decostruzione?) a cui ha preso parte
il ministro francese dell’educazione dell’epoca Jean-Michel Blanquer. Era il
tempo delle statue di Cristoforo Colombo distrutte o sfregiate negli Stati Uniti
nell’ondata di mobilitazioni seguite al movimento Black Lives Matter, contro cui
i think tank dell’Alt-Right hanno elaborato la categoria della Cancel Culture e
poi del Woke. Salvo poi praticarla dall’alto e loro stessi, questa cultura della
cancellazione, prima attraverso il definanziamento delle ricerche “progressiste”
nelle università americane e poi delle esposizioni in numerosi musei, per finire
con l’eliminazione vera e propria di numerosi siti scientifici precedentemente
finanziati dal Congresso.
L’ossessione dei neoliberali e dei fascismi molecolari per il 1968 si spiega,
alla luce della ricerca di Ciccarelli, per la potenza di trasformazione che esso
ha liberato. Quel lungo decennio di lotte e nuovi sviluppi del pensiero critico
ha posto le condizioni di possibilità per andare oltre il sempiterno problema
del fallimento delle rivoluzioni e pensare dei nuovi inizi. Un’idea che Deleuze
sintetizzò nell’Abecedario girato da Pierre-André Boutang e pubblicato postumo:
“che le rivoluzioni falliscano, che finiscano male, non ha mai fermato la gente,
non ha mai impedito che la gente diventasse rivoluzionaria” (Abecedario, voce
“Sinistra”). Gli anni-mondo 1968 indicano infatti per Ciccarelli, così come per
Michael Hardt nel suo recente I Settanta sovversivi (2025), il terreno su cui è
emersa una nuova maniera di intendere e praticare il problema della rivoluzione.
Problema che, a partire da ciò che Ciccarelli e Hardt considerano il ground Zero
della nostra politica, consiste nel “dare un’altra consistenza alla
molteplicità”. La radicalità della novità degli anni-mondo 1968 è rintracciata
nel libro attraverso una “rottura” con i paradigmi organizzativi e desideranti
ereditati da altre “rotture” maggiori nel corso della storia dei movimenti
operai e rivoluzionari. Identificati spesso con una sorta di post-marxismo, se
non proprio con un’epopea del capitalismo neoliberale, Deleuze e Guattari sono
considerati qui invece come due filosofi rivoluzionari. In un’intervista con
Antonio Negri del 1990, Gilles Deleuze ribadì infatti come sia lui sia Félix
Guattari fossero “rimasti marxisti”, prima di aggiungere un prudente “in due
maniere diverse forse, ma entrambi”. Il filosofo francese spiegò subito cosa
intendeva: “non crediamo a una filosofia politica che non sia incentrata
sull’analisi del capitalismo e dei suoi sviluppi”.
> Identificati spesso con una sorta di post-marxismo, se non proprio con
> un’epopea del capitalismo neoliberale, Deleuze e Guattari sono considerati qui
> invece come due filosofi rivoluzionari.
L’adesione di Ciccarelli a questa autointerpretazione di Deleuze gli ha permesso
di presentare una caratteristica inedita rispetto alla letteratura italiana e
non solo, dando un peso specifico degli approfondimenti agli scritti di
Guattari. La centralità del tema della “rottura” nella ricerca di Ciccarelli
eredita appunto la riflessione guattariana condotta a partire dai primissimi
anni Sessanta, quando egli applicava e problematizzava insieme il concetto
lacaniano di “rottura” (coupure), gli ultimi sviluppi sartriani sui gruppi e
l’esperienza leninista del 1917. Come spiega bene l’autore, se per Guattari e
Deleuze bisognava cercare nuovi strumenti organizzativi, primo su tutti la
“trasversalità”, la “rottura leninista” del corso della storia resta una bussola
centrale nelle loro riflessioni. Non si tratta certo di “ripetere” il contenuto
dell’esperienza bolscevica, ma di ripetere la “rottura” che essa è stata capace
di imprimere alla “linearità storico-sociale”.
È quindi questa idea della possibilità e dell’attualità della rivoluzione che
pervade l’opera di Ciccarelli. Una rivoluzione che articola, senza sostituirla,
alla dualità della lotta di classe (una classe contro l’altra) una molteplicità
di forme di lotta e di soggetti che si riscoprono non solo come assoggettati dai
poteri e dai saperi, ma anche come protagonisti di processi rivoluzionari. È per
questo che Ciccarelli identifica nel divenire rivoluzionari.e un triplice
compito ancora non svolto: “la trasmutazione del passivo nell’attivo”, “la
trasvalutazione dei valori” e “la riconversione della soggettività capitalistica
e del suo desiderio in quella di una soggettività liberata”. Entro questo quadro
storico, politico e filosofico, si sviluppa dunque il problema dei divenire
rivoluzionari.e oggi. Il libro rilancia così un’intuizione che Marx ha
approfondito nei suoi scritti storici sul 1848 e sulla Comune, Lenin nel suo
Stato e rivoluzione nel caldo degli eventi del 1917, ma anche Gramsci, Sartre e
poi i movimenti decoloniali e transfemministi. Il problema consiste nel vedere
nelle molteplicità non una dispersione o ancora una frammentazione, ma il
terreno stesso di una reinvenzione della classe.
In tutti questi autori, teorici o ancora rivoluzionari, come nota Ciccarelli, il
concetto di classe non è un soggetto naturale, né un’entità statistica da
misurare con coordinate socioeconomiche. È invece un soggetto politico in
movimento, contingente e per questo sempre in discussione. Quando emerge, c’è
una rivoluzione. E non è sempre detto che ci sia. La classe diventa così una
formula delle molteplicità, la formula rivoluzionaria delle molteplicità, che si
oppone sia alla loro frammentazione sia alla loro messa in concorrenza o
addirittura all’accumulazione di identità a cui invita senza sosta la
mercificazione delle soggettività. È in questo senso che va intesa la tesi di
Ciccarelli secondo cui “la politica non è solo una questione di resistenza, ma
di creazione”. La creazione di cui si parla qui è la trasformazione delle
molteplicità sociali che è possibile quando un divenire rivoluzionari.e ne
incontra un altro:
> Il problema è tracciare una linea di massa tra divenire rivoluzionari.e
> asimmetrici, frammentari e dispersi mentre si consolida un potere che tende a
> negare la pensabilità di una simile prospettiva e realizza la propria
> rivoluzione, quella che nega la possibilità delle altre.
È proprio questa idea di una politica delle molteplicità che si schiude
nell’apertura del concetto di divenire rivoluzionari.e. Il pensiero filosofico e
politico di Deleuze e Guattari si muove a partire da una dinamica specifica che
– ci permettiamo di aggiungere qui a partire dagli archivi inediti di Deleuze –
prende il nome di dialettica della differenza e della ripetizione. Potrebbe far
inarcare qualche sopracciglio questo richiamo alla dialettica, a cui Ciccarelli
fa riferimento dalle prime pagine, in cui spiega che il suo libro è un esercizio
per “agire attraverso e pensare con Deleuze e Guattari […] in una dialettica da
riscoprire o da apprendere un’altra volta”. Ovvero: come pensare una dialettica
che sappia porre e insieme praticare il problema della rivoluzione a partire da
una concezione in movimento della “prassi basata sulla differenza”?
> Il concetto di classe non è un soggetto naturale, né un’entità statistica da
> misurare con coordinate socioeconomiche. È invece un soggetto politico in
> movimento, contingente e per questo sempre in discussione. Quando emerge, c’è
> una rivoluzione.
I passaggi più belli di Divenire rivoluzionari.e sono dedicati appunto a questa
dialettica. In una filologia vivente del concetto di rivoluzione, Ciccarelli ne
ricostruisce i legami col divenire, alla base della concezione contingente e
situata, mai escatologica, che sviluppano Deleuze e Guattari: “il divenire è il
riveniente: torna sempre diverso. E, ogni volta che si è ri-voluto, lo si è
voluto ancora, è tornato su se stesso, si è rivolto in altro. […] Il rivenire,
invece, è una ripetizione che differisce nella storia. Nei rovesci la differenza
riviene di nuovo e si capovolge un’altra volta”.
Per questo il concetto di “divenire rivoluzionari.e” articola soggettivazione e
rivoluzione, in un pensiero-azione cosciente che la prima non è riducibile a una
propedeutica della seconda, né che quest’ultima possa risolvere una volta per
tutte i problemi di cui è pregna la prima. Una rivoluzione non salva, non basta
e certo non estingue i problemi che assillano la storia umana. Ma costituisce
senza dubbio un salto (una “rottura”) dentro questa stessa storia, al punto che
ci sono date dopo le quali non è possibile porre i problemi come prima: 1789,
1848, 1871, 1917, 1968. Lo stesso problema della rivoluzione muta dentro questa
logica e si presenta oggi, nel post-1968, sotto forma del divenire
rivoluzionari.e.
Attraverso questo concetto-problema, Ciccarelli propone l’urgenza di armarsi di
ciò che Deleuze ha definito in Differenza e ripetizione (1968) “la conquista del
potere più alto”, quello di “decidere dei problemi restituendoli alla loro
verità”. Il ragionamento di Ciccarelli ruota attorno all’attualità di queste
pagine della tesi discussa da Deleuze in una Sorbona ancora sconvolta dagli
eventi del maggio 1968, in cui la “guerra dei giusti” è definita come “la lotta
pratica” che “non passa per il negativo, ma per la differenza e la sua potenza
di affermare”. Differenza che passa a sua volta dalle sperimentazioni di nuovi
“blocchi di alleanze”, concetto di Mille piani ampiamente aggiornato da
Ciccarelli attraverso il filtro delle teorie decoloniali e transfemministe,
capaci di ampliare e approfondire questo “potere” e insieme di creare nuove
soluzioni. Come indica la stessa formula del concetto: “divenire
rivoluzionari.e”, piuttosto che semplicemente “rivoluzionari”, perché si tratta
innanzitutto di un lavoro politico che consiste nel rendere i problemi di
ciascuno trasversali alle lotte degli altri e quindi divenire questi altri per
poi divenire un’altra cosa ancora. “Futura umanità”, recitava l’Internazionale;
più concretamente, direbbero Deleuze e Guattari, cominciamo con un “divenire
donna”. Ecco, diveniamo rivoluzionari.e.
L'articolo Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi di
Roberto Ciccarelli proviene da Il Tascabile.
Come dobbiamo vivere? Utilitarismo, deontologia ed etica della virtù rispondono
con tre diversi modelli normativi. Ma ciascuno, messo alla prova, mostra dei
limiti…
L'articolo Massimizzare, Obbedire, Diventare: Tre etiche per una buona vita
sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
“C hissà che direbbe se fosse ancora vivo” si sospira pensando a tutti i grandi
maestri che ci hanno lasciato e che, per un motivo o per l’altro, supponiamo
avrebbero tanto da dire sulla nostra povera contemporaneità. L’idea è che i
nostri tempi, che costoro non hanno fatto in tempo a vedere, portino il segno
visibile delle loro intuizioni finalmente avverate oppure che presentino nuove
sfide che sembrano fatte apposta per essere interpretate dalla loro cassetta
degli attrezzi teoretica. Non sono il solo a pensare che entrambe queste
affermazioni siano vere per René Girard, il grande filosofo e antropologo
francese scomparso precisamente dieci anni fa, il 4 novembre 2015.
Non sono il solo a pensare che il mondo che abitiamo da quindici anni a questa
parte sia particolarmente suscettibile di analisi girardiane, un mondo che
Girard ha fatto in tempo a scorgere ma non a commentare: le sue ultime
apparizioni pubbliche risalgono alla fine del primo decennio degli anni Duemila
quando la rivoluzione tecnologica che ci avrebbe costretto a parlare di “capro
espiatorio” quasi ogni santo giorno era appena iniziata. Non sono il solo a
pensare, infine, che proprio i social network siano, da un lato una sorta di
piastra di Petri del pensiero girardiano, dall’altro un acceleratore di queste
dinamiche che rende le sue riflessioni più attuali che mai.
Già ai suoi tempi Girard notò che la diffusione nella società della locuzione
“capro espiatorio”, tanto nel linguaggio giornalistico quanto in quello
quotidiano, comportava importanti conseguenze. A differenza di tanti pensatori
che sono gelosissimi della loro ridefinizione tecnica di un concetto noto a
tutti e passano la loro carriera a squalificare gli usi “barbari” di quella
parola che è diventata il centro del loro programma teorico, Girard riconobbe un
sostanziale accordo tra la sua raffinatissima comprensione del termine, fondata
su una vera e propria Teoria del tutto, e quella del senso comune. Proprio da
questa comprensione generale però, come vedremo, deriva secondo lui la
progressiva perdita di efficacia del meccanismo e, allo stesso tempo, una
proliferazione dei fenomeni ascrivibili allo stesso: di quelli veri e di quelli
falsi.
La chiamo Teoria del tutto perché la teoresi di Girard non mancava certo di
ambizione o di sistematicità. Spaziando tra antropologia, psicologia, sociologia
e storia delle religioni, con un pugno di intuizioni debitamente sviluppate e
interconnesse, Girard pretese di spiegare la condizione umana nel suo insieme e,
quasi en passant, la natura di Dio stesso: di quello vero e di quelli falsi.
Tanto sviluppate e interconnesse sono queste intuizioni ‒ e la Teoria del tutto
che ne segue ‒ che è complicato introdurle quali strumenti di analisi del
presente senza un approfondimento adeguato. Allo stesso tempo, l’originalità di
queste intuizioni fa sì che un’esposizione a volo d’uccello dei principali
assunti del pensiero girardiano risulterebbe, alla meglio, una cascata di
affermazioni arbitrarie e, alla peggio, uno sproloquio da manicomio.
> Girard riconobbe un sostanziale accordo tra la sua raffinatissima comprensione
> del termine, fondata su una vera e propria Teoria del tutto, e quella del
> senso comune.
Sì, le convinzioni di Girard sul mondo sono così radicali che solo enunciarle in
un testo breve come questo rischia solo di scandalizzarvi e farvi scappare
quanto più lontano possibile dal suo universo mentale. Ho pensato quindi di
proporvi tre ipotesi fondamentali e indigeribili del pensiero girardiano e,
insieme a queste, una versione diminuita delle stesse, una sorta di argomento
minore ‒ apocrifo e di mia invenzione ‒ che limita la portata dell’affermazione
originaria ma ci consente di metterle al lavoro sulla contemporaneità senza che
il lettore sia costretto a confrontarsi con l’intera opera girardiana per farsi
un’idea dettagliata, positiva o negativa che sia. Infatti le ho chiamate ipotesi
ma, come ho anticipato, il suo pensiero è così interconnesso che ciascuna di
queste affermazioni può essere fatta discendere dall’altra e viceversa. Girard
stesso, nel corso della sua vita, ha presentato la sua Teoria del tutto partendo
da punti diversi che, con quelli che definiva “ragionamenti a spirale”,
reintegravano e giustificavano quelle che nel saggio precedente erano le
premesse.
L’omicidio collettivo fondativo
Freud e Girard si azzuffano nel fango. Volano botte da orbi retoriche. Il
secondo accusa il primo di aver frainteso tutto quello che ha intuito, che il
triangolo non è edipico, che i tuoi genitori non c’entrano niente, il triangolo
è la base delle relazioni umane punto e basta (ci arriviamo). Rotolando per
terra attraverso i secoli e i millenni, giungono all’alba dei tempi. Lì, in una
radura poco distante, si sta consumando una scena incredibile e spaventosa: una
dozzina di ominidi sta uccidendo a mani nude un loro simile. Il Padre della
psicanalisi punta il dito ed esclama “Guarda! L’omicidio del Padre primordiale
ad opera dei suoi Figli! La nascita della Civiltà”.
> Le convinzioni di Girard sul mondo sono così radicali che enunciarle rischia
> di scandalizzarvi e farvi scappare quanto più lontano possibile dal suo
> universo mentale.
Girard si alza da terra, si ricompone e, con il suo Main Theme che suona in
sottofondo, sussurra: “Sigmund… come al solito non hai capito niente eppure hai
capito tutto”.
Più o meno così ci presenta Girard il suo confronto intellettuale con Sigmund
Freud, in particolare con la sua opera maledetta Totem e tabù (1913). Maledetta
perché, come ci riporta il nostro, già in quegli anni tutti i freudiani la
evitavano come la peste. E se non potevano fare a meno di parlarne, lo facevano
con mille mani avanti e esecrando il più scandaloso passo falso del loro
maestro, questa idea ridicola e preoccupante che l’umanità sia sorta
dall’omicidio di un Padre Primordiale da parte dell’Orda Primitiva composta dai
suoi Figli coalizzati contro di lui. Girard, con una soddisfazione intellettuale
che non riesce a nascondere, dice il contrario: buttate pure tutto Totem e tabù,
se non l’intera opera freudiana, ma lasciatemi l’omicidio collettivo che è
l’unica intuizione assolutamente geniale e assolutamente vera che egli ha avuto.
Anche questa intuizione, a dire il vero, la smussa e la radicalizza insieme. I
legami familiari, dice, non c’entrano nulla. Ogni società è sorta sul cadavere
di un individuo, un individuo qualsiasi, un capro espiatorio, ucciso da tutti i
membri del gruppo che hanno convogliato su di lui tutta la violenza che li
metteva gli uni contro gli altri, trovando finalmente unità. Questo evento non è
accaduto una volta per tutte, come sembra credere Freud, ma più volte per ogni
civiltà umana, in cicli che possiamo sintetizzare così: i rapporti in un gruppo
si guastano progressivamente fino a giungere a un’ostilità diffusa che Girard
chiama “crisi mimetica” (vedremo perché); una volta scatenatasi, questa violenza
può avere due esiti: l’estinzione del gruppo stesso attraverso una catena di
rappresaglie omicide senza fine, oppure l’omicidio collettivo di un membro
scelto a caso che si assume, insieme, la colpa di tutta la violenza che correva
per la società e il merito della pace che segue questa ritrovata unità: il capro
espiatorio. Da questa pace sorgono tutte le istituzioni culturali che
garantiranno la pace interna fino alla prossima crisi mimetica.
Ora vi chiederete: e Girard, tutte queste cose, come le sa? Risponde lui:
analizzando le istituzioni stesse, su tutte i riti e i miti. È pacifico che
questo fenomeno fondamentale non può più essere osservato direttamente ma,
sostiene Girard, le tracce che ha impresso nella storia culturale dell’uomo sono
chiarissime e univoche. Ogni rito è per lui una messa in scena della crisi
originaria e dell’omicidio collettivo che l’ha risolto, che serve a sfogare la
violenza e ripristinare le forze positive che l’hanno seguita “la prima volta”.
Ogni rito, infatti, era in origine un rito di sacrificio, di sacrificio umano
per la precisione, e solo modificazioni successive hanno trasformato la maggior
parte di questi, prima in sacrifici animali e poi in rappresentazioni via via
più allusive o giocose della violenza reale, come l’aggressione collettiva di
fantocci.
I miti, dal canto loro, sono la narrazione mistificata di questo episodio
omicida che informa i riti e, a cascata, tutte le istituzioni religiose e
sociali, cioè il sacro stesso. A subire la violenza, nel mito, è un dio o un
uomo in seguito divinizzato che paga per delle colpe che gli vengono attribuite
nel racconto medesimo. Per Girard, infatti, ogni mito è il racconto di questo
omicidio insensato ma narrato dal punto di vista dei persecutori stessi che si
convincono della colpevolezza della vittima. Proprio come i riti, anche i miti
vedono evoluzioni che marginalizzano o mistificano ulteriormente l’evento reale
da cui traggono origine, trasformandolo in una disputa, un esilio o un
allontanamento/suicidio volontario. Facile formulare un’obiezione ‒ che è stata
effettivamente mossa ‒ a tutto ciò: Girard opera un cherry picking e/o
un’interpretazione forzata dei materiali mitici e rituali al fine di affermare
l’universalità della sua scoperta.
> Ogni società è sorta sul cadavere di un individuo, un individuo qualsiasi, un
> capro espiatorio, ucciso da tutti i membri del gruppo che hanno convogliato su
> di lui tutta la violenza che li metteva gli uni contro gli altri, trovando
> finalmente unità.
Nei limiti di questo articolo, sacrifichiamo volentieri l’universalità per
mantenere la capacità esplicativa di molti miti e rituali che presentano con
inquietante ricorrenza il simulacro di una violenza collettiva. Tra queste
storie, ve n’è una che non consideriamo neppure mito ma realtà storica e che ha
avuto una certa influenza sull’umanità. Girard ci mette gli occhi sopra e
afferma che è, contemporaneamente, sempre la stessa storia e una completamente
diversa.
L’eccezionalità del Cristianesimo
Duemila anni fa un uomo fu ucciso da persone che, a suo dire, non sapevano
quello che facevano. Duemila anni dopo, oltre due miliardi di persone
considerano quell’uomo figlio di Dio e tra queste c’era anche René Girard. In
chiusura de La violenza e il sacro, la sua prima grande opera di taglio
antropologico uscita nel 1972 e dalla quale ho estratto le nozioni che vi ho
sintetizzato prima, Girard lancia al lettore una sorta di cliffhanger,
anticipando che “l’ampliamento di tale teoria in direzione giudeo-cristiano”
sarà rinviata a opere successive.
Niente suggerisce al lettore che la tradizione giudaico-cristiana farà eccezione
all’unità di tutti i riti fin lì tratteggiata dall’autore. Immaginate lo stupore
quando l’opera annunciata si intitola con una suggestiva frase estratta dal
Vangelo. Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo esce nel 1978. Da lì
in poi, l’opera di Girard diventa ‒ o forse si rivela ‒ una serratissima
apologetica cristiana che trae i suoi argomenti dalle precedenti ricerche
antropologiche, sociologiche, psicologiche e letterarie.
Lungi dall’essere la riproposizione del mito del dio ucciso e risorto, per
Girard il cristianesimo è la rivelazione della falsità del mito stesso, l’evento
che una volta per tutte mostra le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo,
ovverosia la mistificazione sacrificale dell’omicidio collettivo. Sì, la storia
è proprio la stessa ma per la prima volta è interpretata correttamente, viene
cioè raccontata dal punto di vista della vittima innocente e non da quello dei
persecutori. Questo è forse il boccone girardiano più difficile da ingoiare,
soprattutto se il lettore fa parte di quei sei miliardi circa che non sono
affatto convinti che quell’uomo lì fosse figlio di Dio. Eppure il centro del
ragionamento girardiano non è quasi toccato dall’effettiva esistenza di un
essere superiore, creatore del cielo e della terra ecc. La rivelazione cristiana
per lui coincide con la rivelazione del meccanismo vittimario e può pertanto
essere “accettata” anche da una prospettiva materialista. L’unico accenno di
“argomento ontologico” a sostegno dell’esistenza di Dio si trova in pochi e
frettolosi passaggi che stabiliscono, sulla logica degli altri argomenti
ontologici, che solo un essere superiore avrebbe potuto svegliare gli uomini e
rivelare loro la radice della propria violenza, attraverso la croce.
In questo senso, l’eccezionalità cristiana in Girard può essere ricevuta come la
pars construens della sua proposta teorica, il Che fare? di fronte a tutta la
violenza del mondo che per Girard coincide con l’aspetto di radicale
non-violenza del messaggio evangelico. Se la Passione racconta per la prima
volta in modo veritiero cos’è un capro espiatorio, colui che viene “odiato senza
ragione”, l’insegnamento di Cristo è tutto orientato a scongiurare con ogni
mezzo l’insorgere di questa violenza. Porgi l’altra guancia; chi è senza peccato
scagli la prima pietra; non giudicate, per non essere giudicati; e infine “Voi
avete udito che fu detto: ‘Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico’. Ma io vi
dico: ‘Amate i vostri nemici’”: Girard legge la novità evangelica come questa
profilassi estrema contro l’innesco della violenza, un pacifismo così radicale
da essere inaccettabile e infatti inaccettato tutt’ora, duemila anni dopo la
rivelazione.
> La rivelazione cristiana per lui coincide con la rivelazione del meccanismo
> vittimario e può pertanto essere “accettata” anche da una prospettiva
> materialista.
Ci resta da capire quale sia l’innesco della violenza per Girard, cos’è che
scatena, dapprima il tutti contro tutti e poi il tutti contro uno. Le basi di
questa risposta le gettò nella sua prima opera, un’opera di critica letteraria
incentrata sul desiderio, quando ancora non sapeva ‒ per sua stessa ammissione ‒
le ramificazioni antropologiche, sociologiche e infine religiose cui quella
singola intuizione lo avrebbe condotto.
Il desiderio mimetico
L’estate scorsa, per un paio di settimane, l’opinione pubblica si è
scandalizzata per un gruppo Facebook chiamato “Mia moglie” in cui decine di
migliaia di mariti italiani pubblicavano foto delle loro consorti ‒ sembra quasi
sempre senza consenso ‒ affinché venissero rese oggetto del desiderio di una
folla di altri uomini sconosciuti. Lo scandalo si è giustamente concentrato non
tanto sul gioco erotico in sé quanto sulla diffusa assenza di consenso al gioco
stesso da parte delle donne coinvolte loro malgrado. Stupisce però che quasi
nessuno si sia comunque interrogato sul perché questi ormai mitici trentaduemila
uomini italiani si trovassero tutti a loro agio in una perversione
apparentemente così specifica e marginale che non ha neppure una vera e propria
traduzione nella nostra lingua ‒ il cuckolding. Quasi nessuno eccetto un’autrice
che, proprio su queste pagine, ha correttamente parlato di “classica diffrazione
di stampo girardiano” per descrivere ciò che stava avvenendo lì.
E infatti non sarebbe poi così esagerato indicare il cuckolding come forma
universale del desiderio secondo Girard. Di questo stavano litigando lui e Freud
mentre si rotolavano nel fango. Il Padre della psicanalisi ha introdotto il
triangolo con il complesso d’Edipo mentre per Girard il triangolo è la forma di
tutte le relazioni e quella edipica è solo la prima di queste ma non ha nessun
primato epistemologico nella genesi del desiderio. Nella sua prima opera,
Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), analizzando un pugno di classici
moderni ‒ Cervantes, Stendhal, Flaubert e Dostoevskij ‒ Girard individua la
struttura fondamentale del desiderio nella triangolazione tra un soggetto, un
mediatore (in seguito chiamato anche modello/ostacolo) e un oggetto. Il
desiderio è mimetico perché imita sempre il desiderio altrui, si fa dire da
altri chi o cosa desiderare. Allo stesso tempo, il desiderio dell’imitatore
riverbera sul mediatore, innescando quella rivalità che è l’origine di ogni
violenza.
Se tutto questo sembra astratto, ritorniamo a ciò che succedeva in quel gruppo:
i mariti tornano a desiderare le proprie mogli solo se le vedono desiderate da
altri e, forse ancora più sconvolgente a ben guardare, gli altri desiderano
queste donne che intravedono in fotografie pessime e male inquadrate solo perché
gli viene detto che appartengono a qualcun altro. Il desiderio degli “aspiranti
bull” del gruppo è, paradossalmente, molto più strano del desiderio dei “cuck”
che cedono la loro donna alla massa. In un mondo in cui la pornografia più
esplicita è ovunque, costoro si eccitano alla vista di mezzo corpo femminile in
costume solo perché un mediatore sconosciuto gli dice: “Questa è mia moglie”.
Non concepisco migliore argomento in favore dell’esistenza del desiderio
mimetico girardiano nella sua purezza che questo.
> Il desiderio è mimetico perché imita sempre il desiderio altrui, si fa dire da
> altri chi o cosa desiderare. Allo stesso tempo, il desiderio dell’imitatore
> riverbera sul mediatore, innescando quella rivalità che è l’origine di ogni
> violenza.
I membri di “Mia moglie”, però, non accedono mai alla rivalità mimetica e quindi
alla violenza proprio in quanto perversi: sono riusciti a dirottare il loro
desiderio rivalitario in una reciprocità collaborativa che, tra le altre cose,
tende a far scomparire l’oggetto del desiderio lasciandoli in balia di un
desiderio reciproco. Pollastrini suggerisce giustamente, sulla scorta del
Challengers di Guadagnino ‒ come del caso Schreber di Freud ‒ che a sedimentarsi
è un desiderio omosessuale.
Ma non va sempre così, anzi, quasi mai. Girard afferma che l’oggetto del
desiderio tende sempre a eclissarsi ma per lasciare spazio a una rivalità che
odia senza neanche più bisogno dell’invidia o della gelosia: è la crisi dei
doppi. I due contendenti, ormai dimentichi dell’oggetto della contesa, si
recriminano l’un l’altro le stesse colpe, le stesse accuse. Niente più li
distingue. Un tipico oggetto del desiderio che, molto più delle mogli, si presta
a questa repentina scomparsa è l’onore. Chi ha offeso chi? Chi per primo, chi
per secondo, chi ha esagerato nella risposta a un’offesa che non era poi così
grave? La disputa verbale precede quella fisica e si allarga a macchia d’olio in
tutta la società: è la crisi mimetica.
Solo una cosa può risolvere questa crisi, già lo sapete, ma ora sapete anche
perché: il capro espiatorio assume su di sé tutte le recriminazioni, tutte le
colpe, tutta la catena di accuse ormai inestricabile che aveva diviso la
collettività. Lui e solo lui è l’origine dell’odio, della frustrazione, della
gelosia che proviamo. Una volta che lo abbiamo ucciso tutti insieme, ci
ritroviamo in pace: “la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la
pietra d’angolo”.
Lungi dall’essere un pretesto per misere liti, per Girard, la mimesi reciproca è
il vero motore dell’ominizzazione, ciò che ci ha resi umani, l’inizio di tutto
il processo. Imitandosi a vicenda, gli ominidi escono dal dominio del “montaggio
istintuale”, accedono a una nuova classe di desideri e quindi di conflitti. Si
scatena la violenza e uccidono uno di loro. Si calmano. Lo seppelliscono con un
cumulo di pietre: una piramide rudimentale, priva di punta, proprio come le più
antiche tombe di cui abbiamo testimonianza. Da qui, attraverso numerosi cicli,
nasce la civiltà con i suoi riti, i suoi miti, le sue istituzioni.
Mi rendo conto ora che forse, ancora più di Cristo morto e risorto, sia questo
il boccone girardiano più ostico, l’idea che la mimesi sia allo stesso tempo il
vero motore del salto compiuto dall’Homo sapiens sapiens e la realtà ultima di
ogni nostro desiderio. Anche qui possiamo però ridurre la portata universale
dell’affermazione girardiana dirigendo l’attenzione su quanti dei nostri
desideri sono mimetici senza che ce ne rendiamo conto. Fino alla fine, da
Menzogna romantica e verità romanzesca in poi, Girard ha difeso la tesi per cui
ogni desiderio è mimetico e il desiderio oggettuale è relegato all’ambito del
“montaggio istintuale”, malamente definito e ricondotto ai più bassi gradini
della piramide di Maslow. Senza cercare di dimostrare l’inesistenza totale del
desiderio oggettuale, noi possiamo fare a meno di questo assolutismo e
ipotizzare che il mimetismo sia una componente fondamentale di tanti nostri
desideri che raramente mettiamo a fuoco. Ora siamo pronti per affrontare la
contemporaneità da girardiani scettici.
I fondamenti dei nostri capri espiatori
In questi ultimi dieci anni tanti hanno evocato Girard, spinti da un mondo che
sembrava sempre più ostinato a dargli ragione. Spesso, però, è stato evocato
superficialmente, senza cioè integrare i fondamenti della sua teoria che,
abbiamo visto, non è d’altronde facile da comunicare. Di fronte al moltiplicarsi
di fenomeni quali le shitstorm, la call out culture, la cancel culture, il
politicamente corretto, a tanti saliva alla bocca la parola “capro espiatorio”
e, con questa, il nome del grande studioso che ci ha intitolato la sua opera più
famosa. All’interno di queste riflessioni, però, il ruolo di Girard si riduce
spesso all’averci genericamente “messo in guardia” contro un fenomeno brutto e
cattivo ‒ il capro espiatorio ‒ che si è stranamente moltiplicato nella nostra
società, chissà perché. Tanto più grande è stato Girard da averci dato gli
strumenti per interpretare le cause profonde del fenomeno e cioè quel meccanismo
di cui abbiamo appena parlato, chiamato mimetismo. Se tutti riconoscono che i
capri espiatori si sono moltiplicati grazie all’imporsi del social network,
Girard ci fornisce la chiave per decifrare che tipo di tendenze sono incentivate
da queste nuove forme di socialità e come queste portino a fenomeni di capro
espiatorio.
> Lungi dall’essere un pretesto per misere liti, per Girard, la mimesi reciproca
> è ciò che ci ha resi umani, l’inizio di tutto il processo. Imitandosi a
> vicenda, gli ominidi escono dal dominio del “montaggio istintuale”, accedono a
> una nuova classe di desideri e quindi di conflitti.
Quando Girard formulava la sua teoria mimetica non era semplice mostrare che
dietro ogni nostro desiderio c’è l’imitazione, cioè l’ammirazione per un modello
che ci indica cosa desiderare. Il cuckolding è il diorama del desiderio mimetico
perché Girard stesso, quando doveva scendere nel dettaglio, tra tutti i desideri
mimetici, selezionava i triangoli amorosi per illustrarne il funzionamento.
Invece, per rendere conto del mimetismo della stragrande maggioranza dei
desideri, Girard deve ricorrere alla dicotomia mediazione interna/mediazione
esterna: i desideri di mediazione interna sono quelli, come i triangoli amorosi,
in cui il modello/ostacolo è vicino a te, in carne ed ossa, un rivale nel senso
proprio del termine; quelli di mediazione esterna sono i desideri ispirati da un
mediatore lontano nello spazio e nel tempo, da un mediatore astratto, come
possono essere i mass-media novecenteschi che ti fanno desiderare di avere una
Ferrari perché ce l’hanno i ricchi. Anticipando le critiche, Girard non riduce
la mediazione esterna a un’innovazione contemporanea, e apre il saggio con
l’esempio del Don Chisciotte che imita il desiderio di Amadigi di Gaula, un
predecessore fittizio inventato da Cervantes come modello di cavaliere errante.
La mediazione esterna, insomma, nasce con la cultura e, a livello cronologico,
segue di poco l’apparizione della mediazione interna, quella che ha destato le
prime rivalità tra gli ominidi che si sono placate solo tramite ricorrenti
omicidi collettivi.
E se il social network comportasse la confusione e il collasso di mediazione
esterna e mediazione interna? I modelli sul social network siamo tutti noi, gli
uni per gli altri, conosciuti e sconosciuti. Mediatori interni e mediatori
esterni sono posti sullo stesso piano, tutti su quel piedistallo chiamato
“profilo” che attira sguardi, attenzioni, amori, odi e invidie. Più di ogni
altra cosa approvazioni pubbliche, quel pulsantino fondamentale nell’economia
del social network chiamato “like” che altro non è che un indice di gradimento,
un indice che indica cosa desiderare, in quanto già desiderato. Il sociologo
Niklas Luhmann chiamava queste dinamiche “osservazione di secondo ordine” e, in
tempi recenti, il filosofo Hans-Georg Moeller ha adoperato la categoria per
descrivere come “profilistica” la nuova tecnologia dell’identità inaugurata dal
social network. In ottica girardiana, il social network è la più perfetta
macchina mimetica perché registra e ci mostra tutti i nostri desideri reciproci.
Sul social network davvero ogni desiderio è desiderio dell’altro.
Insomma, se abbiamo assunto che i fenomeni di capro espiatorio si sono
moltiplicati per via dei social network e possiamo dimostrare indipendentemente
che sono anche uno degli ambienti più mimetici in cui l’umanità si sia trovata a
vivere, possiamo persino rovesciare la domanda e dire che ciò che abbiamo
davanti agli occhi conferma l’intuizione girardiana: il social network è la
prova del nesso tra mimesi e capro espiatorio, la piastra di Petri che rivela la
connessione profonda tra una società che si imita senza sosta e che senza sosta
si ritrova ad odiare collettivamente alcuni membri della società stessa.
L’inconsistenza dei nostri capri espiatori
Abbiamo anticipato che, già nel corso della sua vita, Girard osserva un duplice
e paradossale movimento dei capri espiatori: si moltiplicano ma non funzionano
più. Le ragioni che individua sono due e complementari. Intanto, sempre più
raramente uccidiamo i nostri capri espiatori e quindi non accediamo al momento
catartico che segue un vero e proprio omicidio collettivo, ma se uccidiamo
sempre più di rado è proprio perché non ci crediamo più fino in fondo. La
diffusione del termine “capro espiatorio” testimonia proprio questo: la (lenta)
presa di coscienza che l’umanità sta facendo del suo meccanismo fondatore. Anche
la più approssimativa comprensione del termine rimanda a una violenza che si
scatena senza ragione su un singolo o su un gruppo come “diversivo” o “sfogo” di
determinate energie.
> In ottica girardiana, il social network è la più perfetta macchina mimetica
> perché registra e ci mostra tutti i nostri desideri reciproci. Sul social
> network davvero ogni desiderio è desiderio dell’altro.
D’altro canto, queste “energie” ‒ che Girard inquadra come mimesi ‒ sono ancora
qui e pertanto i capri espiatori continuano ad essere ricercati senza che
nessuno di questi svolga il suo compito fino in fondo. Ancora una volta, la
situazione che osserviamo sui social network sembra confermare ed esasperare il
fenomeno. Se osservate con attenzione una qualsiasi shitstorm noterete non solo
che, ovviamente, non si conclude con un omicidio ma che produce tutta una serie
di shitstorm minori lungo i suoi bordi. I capri espiatori si moltiplicano
letteralmente all’interno dello stesso evento. Alcuni di questi sono
semplicemente i difensori del capro espiatorio originale che, in questo
contesto, diversamente da una lapidazione vera e propria, possono trovare il
coraggio di farsi avanti, rischiando molto ma non la morte immediata.
Altri, ancora più interessanti, fanno parte della cerchia dei persecutori. A
differenza della folla anonima che lapida e che ritrova l’unità in questo gesto
collettivizzante, i persecutori del social network hanno nomi e cognomi, profili
ricchi di storia e contraddizioni, facilmente accessibili. “Come si permette LUI
di parlare?” si chiede a un certo punto qualcuno che sposta lo sguardo dalla
vittima selezionata a un suo collega con la pietra in mano. Pervertendo il senso
ultimo della parabola dell’adultera, ovverosia comprendendolo solo parzialmente,
il lapidatore virtuale scopre che nessuno è senza peccato, nessuno può scagliare
la prima pietra tranne, guarda caso, sé stesso. Il colmo si raggiunge quando,
durante questo spostamento, il persecutore che ha selezionato una vittima
secondaria arriva persino a condannare il meccanismo di “capro espiatorio” per
meglio colpevolizzare il suo nemico, senza rendersi conto di averne appena
eretto un altro. La conoscenza del meccanismo di “capro espiatorio” indebolisce
la pratica ma viene contemporaneamente messa al lavoro per individuare la
vittima perfetta, il colpevole assoluto che finalmente e una volta per tutte
chiuderà il ciclo della violenza. Ma chi è questa vittima?
L’incertezza dei nostri capri espiatori
L’omicidio fondativo, l’eccezionalità cristiana, la mimesi di ogni desiderio:
abbiamo visto che nel pensiero girardiano ce ne sono di affermazioni che un
tempo avremmo definito “problematiche”, prima che questa parola prendesse a
significare “offensive per qualcuno”.
Ma c’è n’è una che potrebbe essere la più problematica di tutte e la sua
problematicità ha a che fare direttamente con una certa permalosità
generalizzata che Girard stesso vedeva crescere già nel suo tempo. Proprio colui
che ha dedicato la sua vita di studioso al riscatto delle vittime sulle quali
abbiamo fondato la civiltà, sin dagli anni Novanta, osserva attorno a sé una
propensione ad occupare il ruolo della vittima in modo indebito. L’idea non
suonerà nuova al lettore italiano perché è la tesi centrale del saggio nostrano
più discusso sul tema, Critica della vittima di Daniele Giglioli, uscito ormai
più di dieci anni fa. Per Girard, questa tendenza a posizionarsi all’interno di
quello che Giglioli chiama “paradigma vittimario” accompagna e cresce insieme
alla consapevolezza generalizzata sul meccanismo del capro espiatorio. Il
ragionamento è semplice: quanto più riconosciamo che alcuni vengono odiati senza
ragione e poi riscattati, tanto più abbiamo la tentazione di identificarci in
costoro e vivere i nostri conflitti come una persecuzione che chiede giustizia.
E a questo punto, sia in Girard sia in Giglioli, compare l’idea problematica che
rischia di squalificare l’intero discorso: la distinzione tra vittime false e
vittime vere. In più punti Girard intrattiene l’idea dell’assoluta innocenza
della vittima quando si trova effettivamente perseguitata. Oltre a Cristo ‒ che
lo è per dogma ‒, lo stesso viene detto di Giobbe, di Edipo, degli ebrei nelle
persecuzioni medievali. In Giglioli, che sembra criticare la posizione della
vittima in quanto tale, compaiono qui e lì delle vittime dichiaratamente false
che sembrano alludere all’esistenza delle vittime vere, o perlomeno “più vere”:
c’è Silvio Berlusconi e la sua persecuzione giudiziaria come simbolo
universalmente condiviso dai suoi lettori di sinistra di vittima falsa, ma anche
il popolo ebraico (di nuovo) che oggi eredita la posizione vittimaria dai
“titolari effettivi”, cioè le autentiche vittime dell’Olocausto.
> Quanto più riconosciamo che alcuni vengono odiati senza ragione e poi
> riscattati, tanto più abbiamo la tentazione di identificarci in costoro e
> vivere i nostri conflitti come una persecuzione che chiede giustizia.
L’errore che si costeggia con questi discorsi non è la volontà di distinguere le
vittime vere da quelle false ‒ cioè riconoscere empiricamente che si sono date,
si danno e si daranno persone completamente innocenti delle accuse loro rivolte
e persone che inventano di sana pianta dei torti mai subiti. L’errore è
immaginare che questa distinzione sia in qualche modo autoevidente, il punto di
partenza del discorso stesso quando invece è il suo precarissimo punto di
arrivo. E non lo dico io ma Girard stesso. Lo dice implicitamente in tutta la
sua opera ma anche esplicitamente: “Non pensiamo che per sfuggire alla
responsabilità della violenza sia sufficiente rinunciare all’iniziativa
violenta. Ma nessuno si accorge mai di prendere questa iniziativa. Perfino i
soggetti più violenti credono di reagire a una violenza che proviene dagli
altri”. Ogni violenza è agita da qualcuno che crede di averla già subita, da
qualcuno che si percepisce come vittima. Di questo ci parla la crisi mimetica
dei doppi che si rilanciano le stesse accuse, da qui viene la violenza per
Girard: non da una generica “aggressività animale” ma da un reciproco senso di
ingiustizia subita. Così in Girard la posizione della vittima è sia quella di
colui che viene infine accerchiato ma anche quella di coloro che l’accerchiano,
i quali si sentono soggettivamente vittime della sua azione.
A riprova dell’attualità di Girard, a pochi anni dalla sua morte, si è diffuso
uno slogan che ha segnato il rapporto irrazionale che stavamo instaurando con il
concetto di vittima, sempre più confusi dal proliferare dei capri espiatori.
“Credere alla vittima” è infatti un’assurdità logica ancora prima di
un’aberrazione etica. Di per sé, non vuol dire nulla. È una delle più brevi
petizioni di principio formulabili. Non puoi chiedere di credere alla vittima
poiché dal momento che la definisci tale, già le credi. Se riusciamo ad
attribuire un senso alla frase, se l’abbiamo fatta operare nel mondo come
significasse qualcosa di compiuto, è perché la vera affermazione al lavoro era
ben più sinistra: credi all’accusatore. Credi a chiunque si presenti come una
vittima di un torto subito, credi alla colpevolezza di colui che indica. Girard
aggiungerebbe qui “senza fare inchieste”, la frase che più lo inquieta nella sua
già citata rilettura del Libro di Giobbe in L’antica via degli empi. Ad agire
“senza fare inchieste” è il dio del massacro che gli accusatori mobilitano
contro Giobbe, ovverosia la folla linciante che si scatena sul primo
malcapitato. Giobbe, dal canto suo, mobilita un avvocato difensore che interceda
per lui presso l’Altissimo, un Paraclito, il vero Dio dei Vangeli che è il Dio
delle vittime.
Sebbene Girard mostri con quanta insistenza le Scritture pongano Satana nel
ruolo dell’accusatore e Cristo in quello del difensore, non stiamo qui
affermando che l’accusa ha sempre torto e la difesa sempre ragione ma che questa
dialettica deve quantomeno darsi per evitare che l’umanità risolva la propria
violenza a spese di una catena di capri espiatori, più o meno innocenti, più o
meno colpevoli, selezionati “senza fare inchieste”. Il luogo in cui questa
dialettica dovrebbe avere luogo esiste già ed è ovviamente il tribunale,
metonimia dello Stato di diritto, la cui elaborazione nel corso dei secoli,
dall’habeas corpus alla presunzione di innocenza, può essere letta come la
progressiva tutela di tutti i potenziali capri espiatori dalle grinfie della
folla.
> Da qui viene la violenza per Girard: non da una generica “aggressività
> animale” ma da un reciproco senso di ingiustizia subita. Così in Girard la
> posizione della vittima è sia quella di colui che viene infine accerchiato ma
> anche quella di coloro che l’accerchiano, i quali si sentono soggettivamente
> vittime della sua azione.
Se la seconda metà del Novecento ha visto l’emergere del “processo mediatico”
come oggettiva regressione resa possibile dai mass-media tradizionali, il social
network allarga la ferita e consente all’intera popolazione di istituire
processi sommari, ciò che di volta in volta abbiamo chiamato shitstorm, cancel
culture, call-out culture etc. C’è davvero da chiedersi, fuori da ogni
formulazione retorica, cosa avrebbe detto Girard se avesse avuto gli ultimi
dieci anni di fronte agli occhi. Dove si sarebbe soffermata la sua critica in
questo mondo che ha globalizzato per davvero il villaggio, in cui le più
primitive dinamiche di linciaggio sono riemerse solo a partire da una
complessiva virtualizzazione della socialità.
Girard ci ha lasciato un problema con due corni: l’assoluta certezza
dell’esistenza delle vittime e il necessario sospetto verso chiunque si presenti
come vittima, poiché farlo è il primo passo per esercitare la violenza. Eppure
non ci ha lasciati privi di strumenti. Con un anticipo spaventoso sui tempi,
mentre siamo immersi in uno Zeitgeist che ci intima di rintracciare nella nostra
storia personale tutti i modi in cui siamo stati vittime per rinfacciarli al
prossimo, Girard afferma che la conversione cristiana è una cosa semplicissima,
quella cosa accaduta a San Paolo sulla famosa via: riconoscere sé stessi in
quanto persecutori.
L'articolo Noialtri girardiani proviene da Il Tascabile.
I l 25 marzo 2023, sui terreni agricoli nei pressi del piccolissimo comune di
Sainte-Soline nell’Ovest della Francia, quasi trentamila manifestanti si sono
scontrati con tremiladuecento gendarmi e poliziotti francesi. La “battaglia di
Sainte-Soline” è stata il culmine di due anni di proteste del movimento dei
Soulèvement de la Terre. La manifestazione, non autorizzata dal governo,
contestava la costruzione di un megabassine, uno dei duecento bacini idrici,
grandi fino a diciotto ettari, voluti dalla grande industria agricola francese
per garantirsi le riserve d’acqua durante i mesi di siccità.
Il progetto, tuttora in fase di attuazione, rischia di avere effetti devastanti
sull’agricoltura: i megabassines raccolgono acqua drenandola dalle falde durante
l’inverno e, di conseguenza, danneggiandole; sono costruiti allo scopo di
irrigare le colture intensive, specie quelle del mais, che richiedono un volume
di acqua superiore a quella naturalmente garantita dai cicli stagionali; fanno
l’interesse esclusivo della grande industria e sono progettati senza tenere
conto della volontà di chi abita quei territori.
Il dispiegamento di forze di polizia quel giorno era enorme, la loro dotazione
di armi adatta a una vera e propria guerriglia: elicotteri, equipaggiamenti
antisommossa, veicoli blindati, cannoni ad acqua, granate. Centinaia di
manifestanti sono stati feriti, alcuni in modo grave, altri gravissimo. Venti
persone sono state mutilate, due sono finite in coma. Dopo la battaglia, i
Soulèvement de la Terre sono stati sciolti dal ministro dell’interno Gérald
Damarnin e dichiarati illegali.
Nato in Francia nel 2021 per contestare le politiche ambientali ed energetiche
del governo Macron e, più in generale, per manifestare in favore di un nuovo
modello sociale ed economico attorno alle questioni che riguardano l’ecologia,
lo sfruttamento del suolo, l’accumulo di risorse e di materie prime, il
movimento riunisce militanti e agricoltori locali e raccoglie la solidarietà di
altri gruppi nazionali ed esteri. Tra il 2021 e il 2023 i Soulèvement de la
Terre hanno organizzato cortei, presidi, azioni di sabotaggio a grandi impianti
e siti di estrazione di materie prime, subendo la progressiva repressione del
governo francese.
> L’Abbecedario permette di riflettere sull’uso del linguaggio in politica
> laddove non si ha a che fare con questioni particolari o identitarie, ma
> collettive e strutturali.
In risposta ai fatti del marzo 2023 è stato pubblicato On ne dissout pas un
soulèvement (“Non si scioglie una rivolta”), tradotto per Orthotes da Giovanni
Fava e Claudia Terra con il titolo Abbecedario dei Soulèvement de la Terre alla
fine del 2024. L’Abbecedario è una raccolta di trentotto brevi interventi di
militanti dei Soulèvement e dei movimenti solidali. Ogni testo è scritto a
partire da una parola chiave: disposte in ordine alfabetico, le parole formano
una costellazione di posizioni e analisi politiche, fino a comporre il manifesto
del movimento stesso. Leggere l’Abbecedario permette di riflettere su quali sono
le questioni pratiche e urgenti che i cambiamenti climatici ci imporranno di
risolvere nell’immediato; su come si organizza la resistenza a scelte politiche
che perpetrano un sistema economico insostenibile; sull’uso del linguaggio in
politica, specie laddove non si ha a che fare con questioni particolari o
identitarie, ma collettive e strutturali.
Partiamo dall’ultima questione. Come dicevamo, l’Abbecedario riunisce interventi
eterogenei, tanto nella forma quanto nei contenuti: la Confédération paysanne,
una confederazione di sindacati che tutelano il lavoro di piccoli agricoltori,
firma la voce “Contadine e contadini”; il collettivo di scienziati Scientifiques
en rébellion scrive di “Urgenza climatica”; gli antropologi Philippe Descola,
titolare della cattedra di antropologia al Collège de France, e Eduardo Viveiros
de Castro, professore universitario a Rio De Janeiro, parlano di
“Accaparramento” e “Indigeno”; la direttrice delle ricerche al CNRS di
Montpellier Virginie Maris firma “Ecofemministe”.
Questo elenco parziale rende l’idea della varietà non solo di temi – il
manifesto tiene insieme questioni architettoniche, sociali, geologiche,
ambientali – ma anche delle molte soggettività che compongono il movimento.
Proprio nella “composizione” sta il farsi soggetto collettivo dei Soulèvement de
la Terre: l’Abbecedario non sintetizza né distingue le varie posizioni, le fa
coesistere e le tiene insieme. Al fondo di ogni testo, la formula “cfr. anche”
rimanda ad altri due o tre interventi nello stesso libro. In questo modo,
l’Abbecedario si può leggere sia in ordine alfabetico sia per connessioni
tematiche, attraversando la rete di posizioni che forma l’impalcatura teorica
del movimento.
Che lingua parla, o deve parlare, la politica militante? È una questione di
enorme importanza, se si tiene conto della strutturale subalternità che i
movimenti sociali di sinistra hanno in relazione all’opinione pubblica, non
tanto per le proposte in sé, spesso largamente condivisibili e condivise, anche
inconsciamente, da moltissime persone, quanto per la loro immagine, per la
narrazione, l’idea che se ne costruisce nel dibattito. L’Abbecedario contiene
molti registri diversi. In alcuni passaggi, ad esempio, la lingua è assertiva,
quasi imperativa:
> Continuare a fare ciò che conosciamo, fare l’inventario dei siti in cui sono
> previsti progetti distruttivi. Rafforzare i nostri legami con gli avvocati.
> Supportare la rete di associazioni militanti. Denunciare gli abusi della
> società di consulenza. Politicizzare le nostre camminate nella natura.
> Diffondere le pratiche naturalistiche. Federare le comunità umane e non umane.
> Disertare. Insediarsi in campagna.
Il brano è contenuto nel capitolo “Naturalistes de Terre”, la lista dei
comandamenti prosegue ancora. Allo stesso tempo, la lingua sa essere
immaginifica, creativa, ironica, come nella “Ricetta per le mense militanti”:
Per cominciare bene, portare a ebollizione in un’assemblea generale gli addetti
e le addette alla mensa per organizzare la giornata di cucina […]. Raggiunto il
bollore, non dimenticate di creare una squadra d’attacco di lavaggio stoviglie e
un’équipe per lo spuntino. Una volta emulsionata a puntino, l’équipe parteciperà
alla manifestazione e rifornirà i manifestanti nel cuore dell’azione, in modo
che tutte e tutti possano recuperare le forze.
In alcuni capitoli si citano dati e percentuali, alcuni contengono persino note
con riferimenti bibliografici, in altri si lascia spazio alle metafore e alle
costruzioni allegoriche. I campi semantici più ricorrenti riguardano la natura
(“essere albero”, “avere radici”, “ramificare”, “creare/appartenere a
ecosistemi”), o il corpo, ad esempio nel rapporto chimerico tra corpo umano e
suolo o tra uomini e animali non umani: “Avere cura delle lotte significa curare
le nostre interdipendenze e le nostre co-affezioni attraverso
personificazioni-chimere, come uomo-anguilla-fiume o umano-tritone-prato”;
“Siamo l’Acqua che si difende e siamo pronti a sommergervi”. La Terra stessa è
personificata in “Gaia”, nome che rimanda a un’idea armoniosa del rapporto tra
uomo e natura. Non manca, ovviamente, il campo semantico del conflitto: le
grandi opere si “disarmano”, le azioni di sabotaggio dei cantieri si fanno per
“autodifesa”, le risorse naturali sono terreno di “conquista”.
> Proprio nella “composizione” sta il farsi soggetto collettivo dei Soulèvement
> de la Terre: l’Abbecedario non sintetizza né distingue le varie posizioni, le
> fa coesistere e le tiene insieme.
Che la lingua sia un campo di battaglia politica, un dispositivo attraverso cui
si stabiliscono le appartenenze, si delimitano i confini dell’identità, si
tracciano le linee di inclusione ed esclusione, è ormai un dato evidente a
chiunque. Più sotterraneo, per ora, è l’uso che si fa della lingua quando si ha
a che fare con questioni sociali. Sempre più repressivo è l’uso dei termini che
identificano i manifestanti politici: qualcuno saprebbe definire chiaramente chi
sia oggi per la legge italiana un “terrorista”? Ogni parola usata nel discorso
politico è oggetto di contesa: dire “ecologista”, “militante”, “resistente”,
“attivista” non è mai neutro, è una scelta di campo.
Anche in Italia il vocabolario istituzionale che definisce le forme di dissenso
è sempre più vago e opaco, e proprio per questo sempre più pericoloso. Categorie
giuridiche nate in contesti storici completamente differenti – pensiamo alla
nozione di “associazione sovversiva con finalità di terrorismo” – vengono oggi
applicate a gruppi ambientalisti o a reti di movimento che contestano
infrastrutture fossili, come i rigassificatori o i metanodotti. Il concetto
stesso di terrorismo viene stirato, piegato, fino a includere chiunque eserciti
un conflitto non autorizzato, chiunque pratichi una forma di opposizione fuori
dai canali istituzionali. Il problema, allora, è anche semantico: è nel potere
di chi assegna i nomi. Se la narrazione istituzionale è capace di imporre
un’etichetta, può cancellare la complessità, fino a devitalizzare il conflitto e
a evitare ogni confronto.
In questo contesto, la riflessione linguistica diventa una questione politica
primaria. Come ci chiamiamo? Come vogliamo essere chiamati? Quali parole ci
vengono imposte, e di quali ci possiamo riappropriare? La battaglia non si gioca
solo nelle piazze o nei tribunali, ma anche nei modi in cui parliamo delle
piazze e dei tribunali. E anche nei modi in cui parliamo tra di noi. Per questo
l’Abbecedario è un oggetto prezioso: perché costruisce una lingua comune senza
imporla. Perché mostra che si può parlare da posizioni diverse, con stili
diversi, ma in una stessa direzione, rompendo la gerarchia tra chi pensa e chi
agisce, tra chi scrive e chi lotta.
Il fatto che l’Abbecedario dei Soulèvement de la Terre sia stato scritto dopo
Sainte-Soline indica che non si tratta di un programma d’azione, ma del
tentativo di capire retroattivamente – con le parole e le forme del pensiero –
ciò che era già stato fatto. Prima il corpo, poi la lingua; prima l’urto, poi la
sintassi. Se la politica dei Soulèvement ha avuto nella presenza fisica, nella
disobbedienza, nel gesto collettivo la sua prima articolazione, è soltanto dopo
lo scontro che si è resa necessaria la costruzione di una grammatica.
L’intelletto viene a posteriori, come forma di sedimentazione, e non come
architettura previa. Questo sovvertimento delle logiche tradizionali del
pensiero militante è forse la chiave più potente dell’Abbecedario: l’azione non
è giustificata dalla teoria, ma la precede. E la teoria non ha lo scopo di
spiegare, ma di accompagnare. Non è una strategia, è una cura.
> Ogni parola usata nel discorso politico è oggetto di contesa: dire
> “ecologista”, “militante”, “resistente”, “attivista” non è mai neutro, è una
> scelta di campo.
In questo senso, l’Abbecedario non è un libro che prepara alla lotta: è il libro
che resta dopo la lotta. E proprio per questo è tanto più prezioso per chi lotta
oggi, altrove. Perché offre un esempio, non un modello. Perché si può prendere,
leggere, copiare, piegare, adattare. E perché contiene una forma di intelligenza
collettiva che non si propone come verità, ma come gesto in comune. In un tempo
in cui la repressione del dissenso si fa ogni giorno più pervasiva, anche in
Italia, e in cui la distanza tra il gesto politico e la sua rappresentazione
pubblica è abissale, l’Abbecedario diventa un oggetto strano e vitale. Una forma
di sapere che non pretende egemonia, ma relazione.
Se oggi chi dissente in modo organizzato – che si tratti di studenti, attivisti
per il clima, operai o lavoratori della cultura – viene schedato, manganellato,
perquisito, accusato di terrorismo, allora ogni parola è già azione, ogni
linguaggio condiviso è già una forma di resistenza, e la pluralità di registri
dell’Abbecedario rispecchia la molteplicità delle condizioni in cui oggi il
dissenso prende corpo: università, assemblee cittadine, campagne, festival,
accampamenti, piazze occupate, reti sindacali, collettivi scientifici.
Questa traiettoria – dall’azione al pensiero, dalla militanza al discorso – è
visibile anche altrove. Nel lavoro teorico di Andreas Malm, ad esempio,
l’urgenza dell’azione contro il cambiamento climatico è posta in forma
dialettica con il pensiero marxista. Come far saltare un oleodotto, pubblicato
in Italia da Ponte alle Grazie nel 2023, è forse l’esempio più esplicito di come
oggi la teoria non possa più restare neutra, e non possa più limitarsi a
descrivere il mondo senza prendere parte alle sue trasformazioni. Malm, come i
Soulèvement, parla delle azioni di sabotaggio (meglio dire “disarmo”) delle
grandi opere come strumento essenziale di lotta climatica e della “violenza”
contro i grandi soggetti industriali come l’unica via per contrastare un sistema
iniquo. Così facendo, l’autore costruisce una giustificazione teorica per gesti
che il sistema giuridico classifica come criminali. E che invece, nella logica
del collasso ambientale, sono azioni di tutela della vita.
La tutela dell’acqua pubblica, il contrasto alla siccità, l’abbandono di un
modello produttivo iniquo sono questioni che non possiamo più ignorare né
sminuire. D’altronde, sono moltissimi gli esempi di letteratura in proposito,
persino troppi in relazione a quanto effettivamente viene fatto dalla politica.
È inquietante, non devo essere io a notarlo ed è persino banale ripeterlo, la
discrasia tra quanto sappiamo e quanto facciamo in merito alla tutela del nostro
ecosistema e degli altri che contribuiamo a invadere o a distruggere.
> L’Abbecedario mostra che si può parlare da posizioni diverse, con stili
> diversi, ma in una stessa direzione, rompendo la gerarchia tra chi pensa e chi
> agisce, tra chi scrive e chi lotta.
Il filosofo giapponese Saito Kohei, nella sua ultima rilettura di successo del
Capitale, pubblicata in Italia da Einaudi, propone un ecomarxismo della
decrescita, vedendo nella rinuncia alla crescita per come è comunemente intesa
in Occidente l’unica possibilità di liberazione. Anche in questo caso il
discorso si fa politico non perché descrive una struttura, ma perché disegna
un’alternativa. Un’ipotesi concreta, capace di parlare non solo agli attivisti
ma anche ai cittadini, ai lavoratori, a chi subisce la crisi climatica senza
strumenti per interpretarla. La teoria non può più essere la premessa
dell’azione: deve essere la sua eco. E proprio come un’eco, portare con sé la
memoria del gesto e allo stesso tempo la sua trasformazione. È un gesto che si
riflette, si moltiplica, si adatta ai contorni di chi ascolta.
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