Quest’anno ho cambiato la mia vita. L’ho stravolta. E non l’ho fatto grazie a
qualche influencer o guru che mi ha detto cosa fare. Non sono nemmeno tornata
dallo psicologo. Perché non tutte le passioni tristi vanno estinte. A volte è
necessario entrare in contatto con il dolore e camminare come un fachiro sui
carboni ardenti.
Mia madre è morta, e questo mi ha dato la forza di guardarmi allo specchio e di
dirmi che non ero più felice e che quindi dovevo cambiare le cose.
Il tempo è poco.
Ho avuto bisogno di piangere e di abbracciare il turbamento. Mi sono concessa il
privilegio di poter essere infelice. Almeno per un po’.
Ho continuato a meditare. Questo sì. L’arte della ripetizione e dell’esercizio
mi hanno aiutato e confortato. Sono anche entrata in chiesa più volte per
contemplare nel silenzio quell’immagine di distacco e Resurrezione.
Mi sono ritirata nella natura per due mesi, in una casetta sperduta tra le
colline marchigiane, facendo il sugo con i pomodori dell’orto, dando da mangiare
alle galline e alle tartarughe, scrivendo, meditando e andando al mare. Non
volevo più tornare. E in effetti, in un certo qual modo, non l’ho fatto. Per un
po’ sono tornata fisicamente a Milano, ma non sono tornata alla mia vita di
prima.
E mentre mi trovavo in questa sorta di Eden, ho letto un libro del filosofo
Peter Sloterdijk che ha un titolo degno di un libro self-help ma che in realtà
s’ispira a un passaggio della poesia Il torso arcaico di Apollo di Rainer Maria
Rilke, in cui viene declamato il monito: Devi cambiare la tua vita. Qualcosa che
avevo già messo in atto quasi inconsapevolmente, facendo ricorso al mio maestro
interiore, che come ogni degno allenatore può accompagnare verso l’alto soltanto
se l’allievo non smette di desiderare.
L’uomo è un essere abitudinario, ha bisogno della ripetizione per poter
comprendere: “Si fa solo ciò che si riesce, e si riesce a fare solo ciò che
viene continuamente ripetuto”. Chi vuole scrivere non deve fare altro che
scrivere; chi vuole dipingere non deve fare altro che dipingere; chi vuole
suonare non deve fare altro che suonare. Si dice che siano necessarie almeno
10.000 ore per diventare bravi in qualcosa, per rendere una certa attività una
“seconda natura”.
Per imparare, ci vuole esercizio. Per placare l’ansia, ci vuole esercizio. Per
meditare, ci vuole esercizio. È l’opposto di ciò che propone il mondo di oggi,
dove si vuole ottenere tutto e subito. Zero fatica, zero impegno, zero “sbatti”,
per usare il gergo giovanile.
Oggi il vero rivoluzionario è il praticante, colui che si diletta con devozione
nell’arte della ripetizione. È questo rito ad aver elevato le grandi menti della
storia. Il genio non nasce a caso sugli alberi. “Ogni educazione è una
conversione”, scriveva Pierre Hadot, e Sloterdijk aggiunge che è anche una
sovversione.
Apro i social e vedo corsi per diventare insegnanti di meditazione a 99,99 euro;
corsi di yoga per brillare nell’infinito e risolvere ogni problema. E penso che
ho smesso di fare la critica musicale quando nelle canzoni sono scomparse le
chitarre e gli assoli, perché le nuove generazioni non hanno voglia di
cimentarsi almeno 10.000 ore per imparare a suonare discretamente. Meglio il
computer, meglio l’AI, che a breve farà le canzoni al posto nostro. La Corea lo
ha già fatto, una “cantante” generata artificialmente ha firmato un contratto da
cinquanta milioni di dollari con una casa discografica.
Ricordo che una sera sono uscita a fumare una sigaretta nel cortile della
casetta in campagna. Mi sono presa una pausa dalla lettura, e mi sono messa a
guardare le stelle senza fare nient’altro che esserci. E sì, un vecchio maestro
indiano di Ayurveda mi disse che puoi fumare anche se mediti e pratichi yoga,
anche molti sadhu indiani fumano, basta farlo consapevolmente e godersela, senza
fare altro. E infatti non fumo camminando, non fumo facendo cose, non fumo
nemmeno quando scrivo. Quando fumo, fumo e basta.
Poi sono tornata al mio libro e alle tensioni verticali stimolate dalle
riflessioni: “Finiamo di volere ciò che abbiamo sinora voluto”, ha tuonato
Seneca. E ho ripensato alla mia necessità di accogliere la mestizia, il più
grande maestro che potessi incontrare. Totalmente controcorrente, in un mondo
che sente sempre più il bisogno di creare uomini senza refusi, dove la
possibilità di disporre di sé stessi e di avere accesso al proprio universo
interiore non è diventata altro che un’ennesima forma di consumo e produzione e
il lavoro l’unica forma di esercizio accettabile. Che non si perda tempo a fare
gli eremiti. Non c’è più spazio per la preghiera e la meditazione. Serve
manovalanza, nonostante ci sia un eccesso di “superflui”, di persone che in
realtà sono “inutilizzabili”, un “proletariato” condannato alla frustrazione,
che sarebbe meglio iniziare a sedare, educare, punire. E già fin da ora,
figuriamoci con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Ma visto che nemmeno in
seguito sarà possibile cambiare la propria vita: “dovrai lasciarti trasformare
fin dall’inizio da noi”, e cioè dallo Stato, il produttore di uomini, che con
l’educazione comincerà a occuparsi di un miglioramento di massa, dato che
l’automiglioramento della minoranza non è più possibile e sostenibile.
> “Quando il senso per il miracolo lascia il posto al senso per il meraviglioso
> nasce la “cultura” moderna”.
Il benessere è il nuovo lusso. Avere tempo per sé stessi, per cucinare, per
andare in palestra, in piscina, a padel, per rilassarsi, per mettersi le creme
per il corpo, andare dall’estetista.
> “Ora l’individuo sembra piuttosto un allenatore, che cura la selezione dei
> propri talenti e sprona la squadra delle proprie abitudini. Che questo
> atteggiamento venga chiamato “micropolitica”, “arte di vivere”, “autodesign”
> oppure “empowerment”, è solamente questione di gusto”.
Anziché distruggere l’ego, ecco diventare l’Io il nuovo grande progetto,
l’impresa cui dedicare tutta la propria vita. È l’epoca dell’Io S.p.a. Ciò che
una volta era santità, oggi è fitness.
Il dilemma dell’uomo moderno è questo: cambiare sé stesso o il mondo? Oppure
entrambi allo stesso tempo? L’eccesso d’individualismo crea
confusione. L’esercizio, la ripetizione e la fuga dal mondo sembrano ormai volti
soltanto all’autorealizzazione, alla performance interiore, e non a una
preparazione all’arte mistica di morire. E questo perché? Perché la paura della
morte è il segno più eclatante di mancanza di solidarietà tra gli uomini.
I santi hanno lasciato il posto alla società dello spettacolo e al lifestyle. Ma
il buonismo e il relax semplificano la vita a dei livelli estremi e non
rispecchiano la realtà delle cose, demoliscono la tensione verticale e portano
a evitare passione e sofferenza. Per non parlare della frenesia
dell’immortalismo terreno inseguita dai ricchi e agognata dai poveri.
Solo l’arte sembra salvarsi da tutto questo, è lì che sopravvivono residui di
contemplazione, dove la fede si trasforma in stupore e la preghiera in
ammirazione.
> “Che cos’è l’arte, se non una forma del saper patire e nello stesso tempo la
> forma che assume la passione del saper-fare”.
Ma cosa è rimasto, oggi, dell’arte? L’artista è ancora interessato a elevare sé
stesso? Non nel senso della fama, di quell’Io perennemente in costruzione e
strabordante, ma nel senso di saper guardare ancora verso ciò che è in Alto.
E allora, alla fine, ecco cosa mi hanno insegnato la morte di mia madre,
Sloterdijk e il monito di Rilke “Devi cambiare la tua vita”: prendi la tua
strada verso le colline e la via della luce e non fare più ritorno. Avanza.
Preparati alla Grande Catastrofe. Se sarai ancora capace di farlo, cerca il
sublime, l’ultimo disperato appello verso la salvezza, verso l’impossibile,
verso l’elevazione. Non dare precedenza al becero intrattenimento, dalla ai
libri, alla riflessione e ai trasognamenti. Ambisci al sapere senza il timore di
perdere la tua identità. Prendi le cose dannatamente sul serio.Attua una
rivoluzione spirituale contro l’ottusità, l’avvilimento, l’abbruttimento, la
banalità, la cocciutaggine, la semplificazione, la mancanza di rispetto,
l’impazienza e le apparenze che ti hanno infestato il cervello. Assumi buone
abitudini per una sopravvivenza comune e liberati dagli automatismi demoniaci
che ti privano dell’anima.
Le cose non possono più andare avanti così.
Il resto, sono solo chiacchiere.
Dejanira Bada
*In copertina e nel testo: opere di Alberto Martini (1876-1954)
L'articolo Ambisci al sapere. Attua una rivoluzione spirituale contro
l’ottusità. Il resto, sono solo chiacchiere proviene da Pangea.
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Di Emil Cioran non si butta via nulla. Cioran è il vitello d’oro dell’editoria
odierna, un tempio diventato macello. Qualsiasi cosa abbia scritto – comprese le
cartoline, le epistole in sottofondo, i taccuini mutilati – è degno di stampa.
Merito di una scrittura lapidaria, veneficamente benefica, suprema per chi
confida nel genio della crudeltà. Le frasi di Cioran – indipendentemente da ciò
che significano – sono sempre ‘ad effetto’, mai affettate, perfette per il
proprio personale diario notturno, per la citazione sui social e per
galvanizzare una cena; ottime da tatuare in pieno corpo.
L’autore intransigente è diventato un’esigenza civica: Dio del Niente dacci oggi
il nostro Cioran quotidiano, in pillole concettuali, in supposte verbali, in
supposizioni postprandiali per il cattivo maestro in andropausa. A differenza di
quelli di Nietzsche – suo autentico padre-padrone, insieme a Pascal: altro che
lo stuolo di miseri moralisti del Settecento francese con cui ha scelto,
maliziosamente, di far gara – gli apoftegmi di Cioran sono, infine, tenui:
Cioran maneggia l’ascia del boia vestito da damigella di corte; oppure, al
contrario, volteggia a corte travestito da boia. Cioran non vuole ‘incidere’
nella storia del pensiero occidentale: preferisce far sfoggio di sé, dare
spettacolo, essere rivoltante per il gusto, senza cedere alle mode del tempo. In
questo, è un autentico trickster, il sommo impostore che spernacchia l’ordine
gerarchico, che sputtana il potere e ruba il Graal per farne il proprio pitale.
In questo, è autenticamente geniale. Basta non prenderlo sul serio: Cioran
potrebbe parlare di qualsiasi cosa – lo ha fatto: di Susana Soca come di
Saint-John Perse, della Russia e della Francia, di Teresa d’Avila e del
misconosciuto Mircea Vulcănescu (“il suo sapere prodigioso si sposava a una
purezza come non ne ho mai incontrata di simile”, scrive, nel gennaio del 1968)
– perché qualsiasi cosa, tra le sue mani, splende come l’oggetto più raro, il
primo-e-unico, il mai prima d’ora, il primevo, adorabile adoratore del Caos.
Nel groviglio dell’opera di Cioran, Esercizi negativi (Adelphi, 2025, a cura di
Ingrid Astier), in parte anticipati, tempo fa, su questo foglio, raduna le
frattaglie, gli scritti marginali abbozzati sul greto di Sommario di
decomposizione, libro-zenit uscito nel 1949, il primo in lingua francese. I
fogli – custoditi presso il Fondo Cioran alla Bibliothèque littéraire Jacques
Doucet, Parigi – sono noti ai cioraniani: Gallimard ha pubblicato Exercices
négatifs esattamente vent’anni fa. Chissà che effetto farebbe a Cioran vedere
quegli scarti – questo scaltro addestramento nella palestra del linguaggio –
minutamente annotati, chiosati, con tanto di “Varianti definitive”, stesure più
o meno rifinite, pre- e postfazioni, e la bordata di 339 note… Cioran, il
micidiale antiaccademico ridotto a cadavere anatomizzato dagli studiosi, su cui
compiere esperimenti di mesmerismo intellettuale.
Detto questo, il libro, in sé, è ovviamente straordinario. Risuonano tutti i
temi di Cioran; il ritmo imposto ai paragrafi ha qualcosa di selvatico, da
domatore di iene. Le frasi, come sempre, sono risolute, marziali, con adatta
quota d’abisso. Esempi sparsi.
> “Cos’è ciò che chiamiamo società, partito, ordine, religione se non un
> brulichio elevato a sistema in nome di una vaga e pericolosa divinità?”;
> “Ogni convinzione incrollabile deriva da un disturbo della mente. Così un uomo
> che abbia delle convinzioni è sempre un maniaco”;
> “In fondo, si vive solamente perché non vi è alcun motivo per vivere. La morte
> è troppo esatta, ha tutte le ragioni dalla sua”;
> “Date uno scopo preciso alla vita ed essa perderà all’istante il suo terribile
> fascino”.
Concetti superficiali che sembrano supremi, pronunciati con barbarica
assolutezza. Cioran, in fondo, accontenta tutti; siamo sempre d’accordo con lui
perché ha il guizzo della battuta brillante, che spiazza senza mai ferire.
> “Solo Dio – e il verme – hanno una posizione chiara: Uno crea – e l’altro
> rosicchia la Creazione”.
Che frase meravigliosa – mi pare di averla già letta, in forma lirica, leggendo
Dylan Thomas. Ecco, i brandelli di Cioran – che, non a caso, eccelle nella forma
breve – danno l’idea di qualcosa di già letto & orecchiato altrove: in lui,
però, anche l’ovvietà diventa oro, si veste a festa (o a lutto, è uguale), con
l’abito impeccabile. È il talento del ladro, di un pensiero come razzia. Leggere
Cioran è pericoloso: ci fa credere di essere più intelligenti, di avere l’uomo e
il cosmo in pugno – purtroppo, restiamo la raganella verbosa che siamo. Tra le
frasi-menhir che ho sottolineato, preferisco questa:
> “Il mistico che ha rinunciato alla parola ha rinunciato a tutto: non è più
> creatura, è la fine di una razza. Svanita l’articolazione, è l’uomo totalmente
> solo”.
Cioran era ossessionato dai mistici; uno dei suoi libri più potenti, Lacrime e
santi, andrebbe riprodotto nell’originaria versione rumena, quasi il doppio
rispetto a quella edita in Francia (da cui dipende la versione Adelphi, stampata
nel 1990).
Piuttosto, la lettura di Esercizi negativi impone un avvertimento. Avvertiamo,
cioè, che il Cioran “francese” ha sacrificato qualcosa di sé, del suo sé rumeno.
Per diventare Cioran, Cioran ha dovuto tradirsi: il parigino Emil, esteta
esperto in idoli e catacombe, ha ucciso Mihai, il rumeno selvaggio, il pensatore
transilvano. Si percepisce – per morsi, per singolari fratture – una
contrazione, una contraddizione: l’acrobata che ha scelto di farsi cecchino –
così, la burla, la cupa vigliaccata, quello stare tra terror panico e pavone,
virato in grigio, in un linguaggio a denti stretti, si è fatto tragedia da
comodino.
In attesa di perfezionare il ragionamento, un consiglio. Affiancate a Cioran
altri pensatori “pericolosi”, che hanno messo in scacco le sorti progressive
della filosofia occidentale. Lev Šestov, Benjamin Fondane – che di Cioran è
stato intimo – e Malcolm de Chazal, l’aforista visionario che Wystan H. Auden
riteneva pari se non superiore a Cioran. Nessuno di questi fa breccia nel
mercato editoriale italiano: meno ‘facili’ di Cioran, restano autori autarchici,
esoterici, per pochissimi – mettono in crisi il sistema delle nostre
convinzioni, dei nostri convenzionali convenevoli.
In un brano di particolare bellezza, L’impossibile rinuncia – riprodotto in
quattro stesure… – Cioran scocca un motto dei suoi, da tenere sulla lingua come
una pallottola di zucchero:
> “Ho voluto essere un saggio come non ve ne furono mai, e sono soltanto un
> folle tra i folli”.
Magari fosse così, verrebbe da dire. “La follia è la matrice della sapienza”,
scriveva Giorgio Colli. Cioran non è riuscito a diventare folle – è rimasto un
saggio. Per questo, lo leggiamo con voluttuoso piacere – senza trasporto.
L'articolo “Sono soltanto un folle tra i folli”. Emil Cioran: il pensatore di
culto diventato di moda proviene da Pangea.
A trent’anni dalla scomparsa e a cento dalla nascita di Gilles Deleuze, è
apparso Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi (2025) di
Roberto Ciccarelli presso DeriveApprodi. Il timing della pubblicazione potrebbe
far pensare a un libro commemorativo o ancora a un’introduzione alla filosofia
deleuzo-guattariana. Senz’altro vi è un po’ di entrambe le cose. Ma questo è
innanzitutto un libro che va letto al termine o all’inizio di un’assemblea.
Durante l’occupazione di un liceo o di una facoltà contro il genocidio del
popolo palestinese. O ancora la sera prima di scendere in piazza contro l’ultima
trovata del governo. Perché l’intenzione di Ciccarelli è chiara dalla prima
pagina: fermarsi un attimo, guardarsi attorno e dire “abbiamo un problema”.
Abbiamo innanzitutto il problema dei fascismi e delle guerre. Ma abbiamo anche
un altro problema, da cui forse discendono tutti gli altri: ci siamo dimenticati
quanto sia desiderabile una rivoluzione. Non l’attesa messianica dell’ora X che
ci salverà tutti o perfino l’intervento di un qualche esercito comunista
intergalattico; no, quella pensata da Deleuze e Guattari e rilanciata oggi da
Ciccarelli è una rivoluzione che passa dal divenire-rivoluzionari.e.
> È nell’intermezzo tra una sussunzione e una separazione dal potere che si
> accende un altro divenire rivoluzionari.e. Lo si inizia a praticare nel mezzo,
> tra linee divergenti. Nulla è scontato, né automatico, nessuna strategia è
> totale, nessuno scontro è finale. Tuttavia avvengono svolte profonde che
> possono spezzare un divenire e porre fine a una storia.
Fascism is in the air
“Il fascismo è nell’aria”, le sue molecole vorrebbero toglierla e confiscarla.
Al governo in diversi Paesi, non solo il nostro. Nei centri di detenzione e di
espulsione. Nelle scuole e nelle università. Sui luoghi di lavoro. Da un lato e
dall’altro dell’Atlantico, senza risparmiare l’America Latina di Javier Milei.
Eppure mai è stato così difficile dire e comprendere quella che Ciccarelli
chiama la “parola F”. La difficoltà nasce, spiega, dal “successo”
dell’occupazione neoliberale della “dialettica tra rivoluzione e divenire
rivoluzionari” con l’intento di ridurla agli assiomi del mercato. Così non sono
soltanto le istanze di libertà e le loro lotte che si sono “molecolarizzate”, ma
anche il fascismo. Una vera e propria appropriazione “dei concetti e del senso
delle azioni dell’avversario per ribaltarle nel loro contrario, facendo così
collassare i divenire rivoluzionari.e che circolano nelle forme di vita
normalizzate”. È da qui che si sviluppa quel carattere intrinsecamente
contraddittorio del neoliberalismo, insieme rivoluzionario e conservatore,
reazionario e controrivoluzionario.
> Abbiamo il problema dei fascismi e delle guerre. Ma abbiamo anche un altro
> problema, da cui forse discendono tutti gli altri: ci siamo dimenticati quanto
> sia desiderabile una rivoluzione.
I “fascismi molecolari” di cui si occupa la ricerca di Ciccarelli non sono
riducibili a un aggiornamento dei fascismi storici. A differenza di questi
ultimi, il trumpismo non è una “macchina da guerra” che si appropria dello Stato
per controllare il mercato, ma è la “presa” dello Stato da parte delle forze del
mercato per mezzo, anche ma non solo, della violenza e del terrore fascisti.
L’obiettivo di Trump, “Make America Great Again”, non è di stabilire un
controllo americano sul mercato mondiale, ma di accumulare il più possibile le
proprie ricchezze irrobustendo a sua volta i profitti di chi fa parte della sua
rete finanziaria e immobiliare. E per questo distruggere gli ultimi meccanismi
di mediazione democratica e istituzionale, così come gli ultimi residui di
“spesa” sociale. Così come i suoi predecessori, in una congiuntura di forte
accelerazione che però lo differenzia, Trump non può proseguire il suo disegno
senza dispiegare una vera e propria guerra contro tutti coloro che, per
necessità o ancora per convinzione, si oppongono a una tale distruzione del (già
assai flebile) Stato sociale.
È in questo senso che Divenire rivoluzionari.e segna l’emergenza dei
microfascismi contemporanei negli anni Settanta più che negli anni Venti o
Trenta, sottolineando la loro organicità alla (contro)rivoluzione neoliberale.
Nelle pieghe del percorso storico tortuoso dei neoliberalismi, Ciccarelli
conduce il lettore e la lettrice al cuore delle sue contraddizioni seguendo la
sua triplice rivoluzione autoritaria sviluppata contro quel lungo decennio di
lotte e di sperimentazione che chiamiamo 1968. Per questo Ciccarelli definisce
il neoliberalismo innanzitutto come una rivoluzione “dall’alto condotta dalle
classe dirigenti nutrite da egoismi territoriali e da impulsi anticostituzionali
e antiparlamentari”. Si tratta allo stesso tempo di una rivoluzione “capitalista
ostile alla democrazia intesa come istanza della libertà, dell’uguaglianza e
della giustizia” che si articola a una terza rivoluzione, questa volta
“classista, sessista e razzista che coltiva il risentimento contro gli oppressi,
gli sfruttati, le differenze sessuali e gli erranti fra le frontiere”.
Il merito del libro di Ciccarelli è, da questo punto di vista, di ritornare alla
fine di Mille piani (1980), dove l’analisi storica dei neoliberalismi si
intreccia con la storia politica degli anni Settanta. A differenza di altri tipi
di analisi, quella di Deleuze e Guattari è capace di mettere in risalto il
carattere antiliberale dei neoliberalismi, che vengono intesi innanzitutto come
delle varianti del progetto capitalista di farla finita con le aporie dei
liberalismi. Tra democrazia e individualismo, interesse collettivo e profitto
d’impresa, diritti fondamentali e libertà imprenditoriali, i neoliberalismi, già
nelle loro teorizzazioni degli anni Venti e Trenta, non cercano più delle
mediazioni.
Ecco perché i primi terreni di sperimentazione delle teorie neoliberali non
potevano che essere le dittature militari che falcidiarono le popolazioni
sudamericane negli anni Settanta. Dal golpe brasiliano del 1964, passando per il
Cile di Pinochet (1973) fino all’Argentina di Videla (1976), il neoliberalismo
si è imposto come dottrina politica, economica e sociale della guerra alla
democrazia, alle mediazioni istituzionali del movimento operaio, delle
differenze sessuali, in un mix di disprezzo totale dei diritti, senza alcuna
distinzione fra quelli sociali, civili e politici delle popolazioni prese in
ostaggio. Ciccarelli ricorda giustamente l’appoggio concreto della Scuola di
Chicago alla dittatura cilena, l’esultanza del neoliberale Wilhelm Röpke alla
notizia del golpe brasiliano e l’omaggio di Friedrich Hayek al fascista
portoghese António de Oliveira Salazar. Questi processi sono spesso associati
nell’immaginario collettivo a delle sorte di colpi di coda di vecchi incubi
fascisti che resistevano a un mondo nuovo di libertà e diritti. Oppure, nel
migliore dei casi, sono appiattiti alle difficoltà dei processi di
decolonizzazione, a cui certo sono legati. Il libro di Ciccarelli è appunto uno
strumento per andare oltre tali confusioni, sia storiche che contemporanee.
L’autore mostra infatti come le dittature degli anni Settanta, assieme a quelle
che le hanno precedute di qualche anno, non possano essere dissociate né dalle
guerre civili in seno all’Europa (Italia e Germania in testa), né dalla
finanziarizzazione dell’economia mondiale.
> Ciccarelli conduce al cuore delle contraddizioni dei neoliberalismi seguendo
> la triplice rivoluzione autoritaria sviluppata contro quel lungo decennio di
> lotte e di sperimentazione che chiamiamo 1968.
È in questa lunga storia che prende le mosse dagli anni Settanta che Ciccarelli
stabilisce una controstoria dei neoliberalismi, entro la quale diventa possibile
pensare nuovamente la famosa “parola F”. La spettacolarità degli speech
trumpiani, l’uso massiccio e scabroso dell’Intelligenza artificiale (si pensi al
video IA in cui Trump getta quintali di feci sulle manifestazioni No King) o
ancora la “tiktokizzazione” dei raid anti-chicanos condotti dalle milizie
paramilitari ICE guidate dallo Standartenfūhrer Gregory Bovino uniscono cattivo
gusto, violenza estrema e accelerazione della fascistizzazione della vita
quotidiana. Lasciano attoniti, impotenti davanti a un potere talmente kitsch da
pubblicare su Truth i nuovi arredi dei bagni Lincoln della Casa Bianca in stile
Saddam Hussein o Casamonica.
Cattivo gusto a parte, il neoliberalismo fascista di Trump che emerge dalle
pagine di Ciccarelli è figlio della lunga storia americana e mondiale inaugurata
da Richard Nixon e Ronald Reagan. Ovvero quel particolare momento della storia
mondiale in cui la rottura degli accordi di Bretton Woods (1971) e la seguente
finanziarizzazione dell’economia mondiale si articolano alla moltiplicazione dei
fronti di guerra, esterni e interni (come la War on drugs). Non è neanche un
caso che, come mostra The Apprentice (2024) di Ali Abbasi, proprio in quegli
anni il giovane Trump incroci sul suo cammino, mentre speculava sulla New York
falcidiata dal debito pubblico, l’avvocato fascista Roy Cohn, già sperimentato
inquisitore al fianco di Joseph McCarthy.
Divenire rivoluzionari.e. O una nuova idea di rivoluzione
L’ostacolo più grande per Trump e accoliti ha una data che è anche un nome
comune globale: 1968. Neoliberali e nuovi fascisti ne sono ossessionati.
Moltiplicano i suoi nomi per distaccarlo dalla ricchezza esistenziale e
politica, culturale e artistica che ha sconvolto, ai quattro angoli del mondo e
per un lungo decennio, la storia del capitalismo mondiale aprendo a nuove
direzioni di liberazione politica, sociale, economica, sessuale. Terreno per
eccellenza delle Cultural wars neoliberali dagli anni Ottanta, il pensiero-1968
è stato prima mercificato e svuotato nella forma della French Theory, per poi
essere identificato come la radice dei mali contemporanei. Sotto il nome di
“decostruzione”, l’insieme delle teorie e delle ricerche di Deleuze e Guattari,
Foucault e Derrida sono state perfino l’oggetto di un convegno organizzato nel
2022 alla Sorbona (Cosa ricostruire dopo la decostruzione?) a cui ha preso parte
il ministro francese dell’educazione dell’epoca Jean-Michel Blanquer. Era il
tempo delle statue di Cristoforo Colombo distrutte o sfregiate negli Stati Uniti
nell’ondata di mobilitazioni seguite al movimento Black Lives Matter, contro cui
i think tank dell’Alt-Right hanno elaborato la categoria della Cancel Culture e
poi del Woke. Salvo poi praticarla dall’alto e loro stessi, questa cultura della
cancellazione, prima attraverso il definanziamento delle ricerche “progressiste”
nelle università americane e poi delle esposizioni in numerosi musei, per finire
con l’eliminazione vera e propria di numerosi siti scientifici precedentemente
finanziati dal Congresso.
L’ossessione dei neoliberali e dei fascismi molecolari per il 1968 si spiega,
alla luce della ricerca di Ciccarelli, per la potenza di trasformazione che esso
ha liberato. Quel lungo decennio di lotte e nuovi sviluppi del pensiero critico
ha posto le condizioni di possibilità per andare oltre il sempiterno problema
del fallimento delle rivoluzioni e pensare dei nuovi inizi. Un’idea che Deleuze
sintetizzò nell’Abecedario girato da Pierre-André Boutang e pubblicato postumo:
“che le rivoluzioni falliscano, che finiscano male, non ha mai fermato la gente,
non ha mai impedito che la gente diventasse rivoluzionaria” (Abecedario, voce
“Sinistra”). Gli anni-mondo 1968 indicano infatti per Ciccarelli, così come per
Michael Hardt nel suo recente I Settanta sovversivi (2025), il terreno su cui è
emersa una nuova maniera di intendere e praticare il problema della rivoluzione.
Problema che, a partire da ciò che Ciccarelli e Hardt considerano il ground Zero
della nostra politica, consiste nel “dare un’altra consistenza alla
molteplicità”. La radicalità della novità degli anni-mondo 1968 è rintracciata
nel libro attraverso una “rottura” con i paradigmi organizzativi e desideranti
ereditati da altre “rotture” maggiori nel corso della storia dei movimenti
operai e rivoluzionari. Identificati spesso con una sorta di post-marxismo, se
non proprio con un’epopea del capitalismo neoliberale, Deleuze e Guattari sono
considerati qui invece come due filosofi rivoluzionari. In un’intervista con
Antonio Negri del 1990, Gilles Deleuze ribadì infatti come sia lui sia Félix
Guattari fossero “rimasti marxisti”, prima di aggiungere un prudente “in due
maniere diverse forse, ma entrambi”. Il filosofo francese spiegò subito cosa
intendeva: “non crediamo a una filosofia politica che non sia incentrata
sull’analisi del capitalismo e dei suoi sviluppi”.
> Identificati spesso con una sorta di post-marxismo, se non proprio con
> un’epopea del capitalismo neoliberale, Deleuze e Guattari sono considerati qui
> invece come due filosofi rivoluzionari.
L’adesione di Ciccarelli a questa autointerpretazione di Deleuze gli ha permesso
di presentare una caratteristica inedita rispetto alla letteratura italiana e
non solo, dando un peso specifico degli approfondimenti agli scritti di
Guattari. La centralità del tema della “rottura” nella ricerca di Ciccarelli
eredita appunto la riflessione guattariana condotta a partire dai primissimi
anni Sessanta, quando egli applicava e problematizzava insieme il concetto
lacaniano di “rottura” (coupure), gli ultimi sviluppi sartriani sui gruppi e
l’esperienza leninista del 1917. Come spiega bene l’autore, se per Guattari e
Deleuze bisognava cercare nuovi strumenti organizzativi, primo su tutti la
“trasversalità”, la “rottura leninista” del corso della storia resta una bussola
centrale nelle loro riflessioni. Non si tratta certo di “ripetere” il contenuto
dell’esperienza bolscevica, ma di ripetere la “rottura” che essa è stata capace
di imprimere alla “linearità storico-sociale”.
È quindi questa idea della possibilità e dell’attualità della rivoluzione che
pervade l’opera di Ciccarelli. Una rivoluzione che articola, senza sostituirla,
alla dualità della lotta di classe (una classe contro l’altra) una molteplicità
di forme di lotta e di soggetti che si riscoprono non solo come assoggettati dai
poteri e dai saperi, ma anche come protagonisti di processi rivoluzionari. È per
questo che Ciccarelli identifica nel divenire rivoluzionari.e un triplice
compito ancora non svolto: “la trasmutazione del passivo nell’attivo”, “la
trasvalutazione dei valori” e “la riconversione della soggettività capitalistica
e del suo desiderio in quella di una soggettività liberata”. Entro questo quadro
storico, politico e filosofico, si sviluppa dunque il problema dei divenire
rivoluzionari.e oggi. Il libro rilancia così un’intuizione che Marx ha
approfondito nei suoi scritti storici sul 1848 e sulla Comune, Lenin nel suo
Stato e rivoluzione nel caldo degli eventi del 1917, ma anche Gramsci, Sartre e
poi i movimenti decoloniali e transfemministi. Il problema consiste nel vedere
nelle molteplicità non una dispersione o ancora una frammentazione, ma il
terreno stesso di una reinvenzione della classe.
In tutti questi autori, teorici o ancora rivoluzionari, come nota Ciccarelli, il
concetto di classe non è un soggetto naturale, né un’entità statistica da
misurare con coordinate socioeconomiche. È invece un soggetto politico in
movimento, contingente e per questo sempre in discussione. Quando emerge, c’è
una rivoluzione. E non è sempre detto che ci sia. La classe diventa così una
formula delle molteplicità, la formula rivoluzionaria delle molteplicità, che si
oppone sia alla loro frammentazione sia alla loro messa in concorrenza o
addirittura all’accumulazione di identità a cui invita senza sosta la
mercificazione delle soggettività. È in questo senso che va intesa la tesi di
Ciccarelli secondo cui “la politica non è solo una questione di resistenza, ma
di creazione”. La creazione di cui si parla qui è la trasformazione delle
molteplicità sociali che è possibile quando un divenire rivoluzionari.e ne
incontra un altro:
> Il problema è tracciare una linea di massa tra divenire rivoluzionari.e
> asimmetrici, frammentari e dispersi mentre si consolida un potere che tende a
> negare la pensabilità di una simile prospettiva e realizza la propria
> rivoluzione, quella che nega la possibilità delle altre.
È proprio questa idea di una politica delle molteplicità che si schiude
nell’apertura del concetto di divenire rivoluzionari.e. Il pensiero filosofico e
politico di Deleuze e Guattari si muove a partire da una dinamica specifica che
– ci permettiamo di aggiungere qui a partire dagli archivi inediti di Deleuze –
prende il nome di dialettica della differenza e della ripetizione. Potrebbe far
inarcare qualche sopracciglio questo richiamo alla dialettica, a cui Ciccarelli
fa riferimento dalle prime pagine, in cui spiega che il suo libro è un esercizio
per “agire attraverso e pensare con Deleuze e Guattari […] in una dialettica da
riscoprire o da apprendere un’altra volta”. Ovvero: come pensare una dialettica
che sappia porre e insieme praticare il problema della rivoluzione a partire da
una concezione in movimento della “prassi basata sulla differenza”?
> Il concetto di classe non è un soggetto naturale, né un’entità statistica da
> misurare con coordinate socioeconomiche. È invece un soggetto politico in
> movimento, contingente e per questo sempre in discussione. Quando emerge, c’è
> una rivoluzione.
I passaggi più belli di Divenire rivoluzionari.e sono dedicati appunto a questa
dialettica. In una filologia vivente del concetto di rivoluzione, Ciccarelli ne
ricostruisce i legami col divenire, alla base della concezione contingente e
situata, mai escatologica, che sviluppano Deleuze e Guattari: “il divenire è il
riveniente: torna sempre diverso. E, ogni volta che si è ri-voluto, lo si è
voluto ancora, è tornato su se stesso, si è rivolto in altro. […] Il rivenire,
invece, è una ripetizione che differisce nella storia. Nei rovesci la differenza
riviene di nuovo e si capovolge un’altra volta”.
Per questo il concetto di “divenire rivoluzionari.e” articola soggettivazione e
rivoluzione, in un pensiero-azione cosciente che la prima non è riducibile a una
propedeutica della seconda, né che quest’ultima possa risolvere una volta per
tutte i problemi di cui è pregna la prima. Una rivoluzione non salva, non basta
e certo non estingue i problemi che assillano la storia umana. Ma costituisce
senza dubbio un salto (una “rottura”) dentro questa stessa storia, al punto che
ci sono date dopo le quali non è possibile porre i problemi come prima: 1789,
1848, 1871, 1917, 1968. Lo stesso problema della rivoluzione muta dentro questa
logica e si presenta oggi, nel post-1968, sotto forma del divenire
rivoluzionari.e.
Attraverso questo concetto-problema, Ciccarelli propone l’urgenza di armarsi di
ciò che Deleuze ha definito in Differenza e ripetizione (1968) “la conquista del
potere più alto”, quello di “decidere dei problemi restituendoli alla loro
verità”. Il ragionamento di Ciccarelli ruota attorno all’attualità di queste
pagine della tesi discussa da Deleuze in una Sorbona ancora sconvolta dagli
eventi del maggio 1968, in cui la “guerra dei giusti” è definita come “la lotta
pratica” che “non passa per il negativo, ma per la differenza e la sua potenza
di affermare”. Differenza che passa a sua volta dalle sperimentazioni di nuovi
“blocchi di alleanze”, concetto di Mille piani ampiamente aggiornato da
Ciccarelli attraverso il filtro delle teorie decoloniali e transfemministe,
capaci di ampliare e approfondire questo “potere” e insieme di creare nuove
soluzioni. Come indica la stessa formula del concetto: “divenire
rivoluzionari.e”, piuttosto che semplicemente “rivoluzionari”, perché si tratta
innanzitutto di un lavoro politico che consiste nel rendere i problemi di
ciascuno trasversali alle lotte degli altri e quindi divenire questi altri per
poi divenire un’altra cosa ancora. “Futura umanità”, recitava l’Internazionale;
più concretamente, direbbero Deleuze e Guattari, cominciamo con un “divenire
donna”. Ecco, diveniamo rivoluzionari.e.
L'articolo Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi di
Roberto Ciccarelli proviene da Il Tascabile.
Come dobbiamo vivere? Utilitarismo, deontologia ed etica della virtù rispondono
con tre diversi modelli normativi. Ma ciascuno, messo alla prova, mostra dei
limiti…
L'articolo Massimizzare, Obbedire, Diventare: Tre etiche per una buona vita
sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
“C hissà che direbbe se fosse ancora vivo” si sospira pensando a tutti i grandi
maestri che ci hanno lasciato e che, per un motivo o per l’altro, supponiamo
avrebbero tanto da dire sulla nostra povera contemporaneità. L’idea è che i
nostri tempi, che costoro non hanno fatto in tempo a vedere, portino il segno
visibile delle loro intuizioni finalmente avverate oppure che presentino nuove
sfide che sembrano fatte apposta per essere interpretate dalla loro cassetta
degli attrezzi teoretica. Non sono il solo a pensare che entrambe queste
affermazioni siano vere per René Girard, il grande filosofo e antropologo
francese scomparso precisamente dieci anni fa, il 4 novembre 2015.
Non sono il solo a pensare che il mondo che abitiamo da quindici anni a questa
parte sia particolarmente suscettibile di analisi girardiane, un mondo che
Girard ha fatto in tempo a scorgere ma non a commentare: le sue ultime
apparizioni pubbliche risalgono alla fine del primo decennio degli anni Duemila
quando la rivoluzione tecnologica che ci avrebbe costretto a parlare di “capro
espiatorio” quasi ogni santo giorno era appena iniziata. Non sono il solo a
pensare, infine, che proprio i social network siano, da un lato una sorta di
piastra di Petri del pensiero girardiano, dall’altro un acceleratore di queste
dinamiche che rende le sue riflessioni più attuali che mai.
Già ai suoi tempi Girard notò che la diffusione nella società della locuzione
“capro espiatorio”, tanto nel linguaggio giornalistico quanto in quello
quotidiano, comportava importanti conseguenze. A differenza di tanti pensatori
che sono gelosissimi della loro ridefinizione tecnica di un concetto noto a
tutti e passano la loro carriera a squalificare gli usi “barbari” di quella
parola che è diventata il centro del loro programma teorico, Girard riconobbe un
sostanziale accordo tra la sua raffinatissima comprensione del termine, fondata
su una vera e propria Teoria del tutto, e quella del senso comune. Proprio da
questa comprensione generale però, come vedremo, deriva secondo lui la
progressiva perdita di efficacia del meccanismo e, allo stesso tempo, una
proliferazione dei fenomeni ascrivibili allo stesso: di quelli veri e di quelli
falsi.
La chiamo Teoria del tutto perché la teoresi di Girard non mancava certo di
ambizione o di sistematicità. Spaziando tra antropologia, psicologia, sociologia
e storia delle religioni, con un pugno di intuizioni debitamente sviluppate e
interconnesse, Girard pretese di spiegare la condizione umana nel suo insieme e,
quasi en passant, la natura di Dio stesso: di quello vero e di quelli falsi.
Tanto sviluppate e interconnesse sono queste intuizioni ‒ e la Teoria del tutto
che ne segue ‒ che è complicato introdurle quali strumenti di analisi del
presente senza un approfondimento adeguato. Allo stesso tempo, l’originalità di
queste intuizioni fa sì che un’esposizione a volo d’uccello dei principali
assunti del pensiero girardiano risulterebbe, alla meglio, una cascata di
affermazioni arbitrarie e, alla peggio, uno sproloquio da manicomio.
> Girard riconobbe un sostanziale accordo tra la sua raffinatissima comprensione
> del termine, fondata su una vera e propria Teoria del tutto, e quella del
> senso comune.
Sì, le convinzioni di Girard sul mondo sono così radicali che solo enunciarle in
un testo breve come questo rischia solo di scandalizzarvi e farvi scappare
quanto più lontano possibile dal suo universo mentale. Ho pensato quindi di
proporvi tre ipotesi fondamentali e indigeribili del pensiero girardiano e,
insieme a queste, una versione diminuita delle stesse, una sorta di argomento
minore ‒ apocrifo e di mia invenzione ‒ che limita la portata dell’affermazione
originaria ma ci consente di metterle al lavoro sulla contemporaneità senza che
il lettore sia costretto a confrontarsi con l’intera opera girardiana per farsi
un’idea dettagliata, positiva o negativa che sia. Infatti le ho chiamate ipotesi
ma, come ho anticipato, il suo pensiero è così interconnesso che ciascuna di
queste affermazioni può essere fatta discendere dall’altra e viceversa. Girard
stesso, nel corso della sua vita, ha presentato la sua Teoria del tutto partendo
da punti diversi che, con quelli che definiva “ragionamenti a spirale”,
reintegravano e giustificavano quelle che nel saggio precedente erano le
premesse.
L’omicidio collettivo fondativo
Freud e Girard si azzuffano nel fango. Volano botte da orbi retoriche. Il
secondo accusa il primo di aver frainteso tutto quello che ha intuito, che il
triangolo non è edipico, che i tuoi genitori non c’entrano niente, il triangolo
è la base delle relazioni umane punto e basta (ci arriviamo). Rotolando per
terra attraverso i secoli e i millenni, giungono all’alba dei tempi. Lì, in una
radura poco distante, si sta consumando una scena incredibile e spaventosa: una
dozzina di ominidi sta uccidendo a mani nude un loro simile. Il Padre della
psicanalisi punta il dito ed esclama “Guarda! L’omicidio del Padre primordiale
ad opera dei suoi Figli! La nascita della Civiltà”.
> Le convinzioni di Girard sul mondo sono così radicali che enunciarle rischia
> di scandalizzarvi e farvi scappare quanto più lontano possibile dal suo
> universo mentale.
Girard si alza da terra, si ricompone e, con il suo Main Theme che suona in
sottofondo, sussurra: “Sigmund… come al solito non hai capito niente eppure hai
capito tutto”.
Più o meno così ci presenta Girard il suo confronto intellettuale con Sigmund
Freud, in particolare con la sua opera maledetta Totem e tabù (1913). Maledetta
perché, come ci riporta il nostro, già in quegli anni tutti i freudiani la
evitavano come la peste. E se non potevano fare a meno di parlarne, lo facevano
con mille mani avanti e esecrando il più scandaloso passo falso del loro
maestro, questa idea ridicola e preoccupante che l’umanità sia sorta
dall’omicidio di un Padre Primordiale da parte dell’Orda Primitiva composta dai
suoi Figli coalizzati contro di lui. Girard, con una soddisfazione intellettuale
che non riesce a nascondere, dice il contrario: buttate pure tutto Totem e tabù,
se non l’intera opera freudiana, ma lasciatemi l’omicidio collettivo che è
l’unica intuizione assolutamente geniale e assolutamente vera che egli ha avuto.
Anche questa intuizione, a dire il vero, la smussa e la radicalizza insieme. I
legami familiari, dice, non c’entrano nulla. Ogni società è sorta sul cadavere
di un individuo, un individuo qualsiasi, un capro espiatorio, ucciso da tutti i
membri del gruppo che hanno convogliato su di lui tutta la violenza che li
metteva gli uni contro gli altri, trovando finalmente unità. Questo evento non è
accaduto una volta per tutte, come sembra credere Freud, ma più volte per ogni
civiltà umana, in cicli che possiamo sintetizzare così: i rapporti in un gruppo
si guastano progressivamente fino a giungere a un’ostilità diffusa che Girard
chiama “crisi mimetica” (vedremo perché); una volta scatenatasi, questa violenza
può avere due esiti: l’estinzione del gruppo stesso attraverso una catena di
rappresaglie omicide senza fine, oppure l’omicidio collettivo di un membro
scelto a caso che si assume, insieme, la colpa di tutta la violenza che correva
per la società e il merito della pace che segue questa ritrovata unità: il capro
espiatorio. Da questa pace sorgono tutte le istituzioni culturali che
garantiranno la pace interna fino alla prossima crisi mimetica.
Ora vi chiederete: e Girard, tutte queste cose, come le sa? Risponde lui:
analizzando le istituzioni stesse, su tutte i riti e i miti. È pacifico che
questo fenomeno fondamentale non può più essere osservato direttamente ma,
sostiene Girard, le tracce che ha impresso nella storia culturale dell’uomo sono
chiarissime e univoche. Ogni rito è per lui una messa in scena della crisi
originaria e dell’omicidio collettivo che l’ha risolto, che serve a sfogare la
violenza e ripristinare le forze positive che l’hanno seguita “la prima volta”.
Ogni rito, infatti, era in origine un rito di sacrificio, di sacrificio umano
per la precisione, e solo modificazioni successive hanno trasformato la maggior
parte di questi, prima in sacrifici animali e poi in rappresentazioni via via
più allusive o giocose della violenza reale, come l’aggressione collettiva di
fantocci.
I miti, dal canto loro, sono la narrazione mistificata di questo episodio
omicida che informa i riti e, a cascata, tutte le istituzioni religiose e
sociali, cioè il sacro stesso. A subire la violenza, nel mito, è un dio o un
uomo in seguito divinizzato che paga per delle colpe che gli vengono attribuite
nel racconto medesimo. Per Girard, infatti, ogni mito è il racconto di questo
omicidio insensato ma narrato dal punto di vista dei persecutori stessi che si
convincono della colpevolezza della vittima. Proprio come i riti, anche i miti
vedono evoluzioni che marginalizzano o mistificano ulteriormente l’evento reale
da cui traggono origine, trasformandolo in una disputa, un esilio o un
allontanamento/suicidio volontario. Facile formulare un’obiezione ‒ che è stata
effettivamente mossa ‒ a tutto ciò: Girard opera un cherry picking e/o
un’interpretazione forzata dei materiali mitici e rituali al fine di affermare
l’universalità della sua scoperta.
> Ogni società è sorta sul cadavere di un individuo, un individuo qualsiasi, un
> capro espiatorio, ucciso da tutti i membri del gruppo che hanno convogliato su
> di lui tutta la violenza che li metteva gli uni contro gli altri, trovando
> finalmente unità.
Nei limiti di questo articolo, sacrifichiamo volentieri l’universalità per
mantenere la capacità esplicativa di molti miti e rituali che presentano con
inquietante ricorrenza il simulacro di una violenza collettiva. Tra queste
storie, ve n’è una che non consideriamo neppure mito ma realtà storica e che ha
avuto una certa influenza sull’umanità. Girard ci mette gli occhi sopra e
afferma che è, contemporaneamente, sempre la stessa storia e una completamente
diversa.
L’eccezionalità del Cristianesimo
Duemila anni fa un uomo fu ucciso da persone che, a suo dire, non sapevano
quello che facevano. Duemila anni dopo, oltre due miliardi di persone
considerano quell’uomo figlio di Dio e tra queste c’era anche René Girard. In
chiusura de La violenza e il sacro, la sua prima grande opera di taglio
antropologico uscita nel 1972 e dalla quale ho estratto le nozioni che vi ho
sintetizzato prima, Girard lancia al lettore una sorta di cliffhanger,
anticipando che “l’ampliamento di tale teoria in direzione giudeo-cristiano”
sarà rinviata a opere successive.
Niente suggerisce al lettore che la tradizione giudaico-cristiana farà eccezione
all’unità di tutti i riti fin lì tratteggiata dall’autore. Immaginate lo stupore
quando l’opera annunciata si intitola con una suggestiva frase estratta dal
Vangelo. Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo esce nel 1978. Da lì
in poi, l’opera di Girard diventa ‒ o forse si rivela ‒ una serratissima
apologetica cristiana che trae i suoi argomenti dalle precedenti ricerche
antropologiche, sociologiche, psicologiche e letterarie.
Lungi dall’essere la riproposizione del mito del dio ucciso e risorto, per
Girard il cristianesimo è la rivelazione della falsità del mito stesso, l’evento
che una volta per tutte mostra le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo,
ovverosia la mistificazione sacrificale dell’omicidio collettivo. Sì, la storia
è proprio la stessa ma per la prima volta è interpretata correttamente, viene
cioè raccontata dal punto di vista della vittima innocente e non da quello dei
persecutori. Questo è forse il boccone girardiano più difficile da ingoiare,
soprattutto se il lettore fa parte di quei sei miliardi circa che non sono
affatto convinti che quell’uomo lì fosse figlio di Dio. Eppure il centro del
ragionamento girardiano non è quasi toccato dall’effettiva esistenza di un
essere superiore, creatore del cielo e della terra ecc. La rivelazione cristiana
per lui coincide con la rivelazione del meccanismo vittimario e può pertanto
essere “accettata” anche da una prospettiva materialista. L’unico accenno di
“argomento ontologico” a sostegno dell’esistenza di Dio si trova in pochi e
frettolosi passaggi che stabiliscono, sulla logica degli altri argomenti
ontologici, che solo un essere superiore avrebbe potuto svegliare gli uomini e
rivelare loro la radice della propria violenza, attraverso la croce.
In questo senso, l’eccezionalità cristiana in Girard può essere ricevuta come la
pars construens della sua proposta teorica, il Che fare? di fronte a tutta la
violenza del mondo che per Girard coincide con l’aspetto di radicale
non-violenza del messaggio evangelico. Se la Passione racconta per la prima
volta in modo veritiero cos’è un capro espiatorio, colui che viene “odiato senza
ragione”, l’insegnamento di Cristo è tutto orientato a scongiurare con ogni
mezzo l’insorgere di questa violenza. Porgi l’altra guancia; chi è senza peccato
scagli la prima pietra; non giudicate, per non essere giudicati; e infine “Voi
avete udito che fu detto: ‘Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico’. Ma io vi
dico: ‘Amate i vostri nemici’”: Girard legge la novità evangelica come questa
profilassi estrema contro l’innesco della violenza, un pacifismo così radicale
da essere inaccettabile e infatti inaccettato tutt’ora, duemila anni dopo la
rivelazione.
> La rivelazione cristiana per lui coincide con la rivelazione del meccanismo
> vittimario e può pertanto essere “accettata” anche da una prospettiva
> materialista.
Ci resta da capire quale sia l’innesco della violenza per Girard, cos’è che
scatena, dapprima il tutti contro tutti e poi il tutti contro uno. Le basi di
questa risposta le gettò nella sua prima opera, un’opera di critica letteraria
incentrata sul desiderio, quando ancora non sapeva ‒ per sua stessa ammissione ‒
le ramificazioni antropologiche, sociologiche e infine religiose cui quella
singola intuizione lo avrebbe condotto.
Il desiderio mimetico
L’estate scorsa, per un paio di settimane, l’opinione pubblica si è
scandalizzata per un gruppo Facebook chiamato “Mia moglie” in cui decine di
migliaia di mariti italiani pubblicavano foto delle loro consorti ‒ sembra quasi
sempre senza consenso ‒ affinché venissero rese oggetto del desiderio di una
folla di altri uomini sconosciuti. Lo scandalo si è giustamente concentrato non
tanto sul gioco erotico in sé quanto sulla diffusa assenza di consenso al gioco
stesso da parte delle donne coinvolte loro malgrado. Stupisce però che quasi
nessuno si sia comunque interrogato sul perché questi ormai mitici trentaduemila
uomini italiani si trovassero tutti a loro agio in una perversione
apparentemente così specifica e marginale che non ha neppure una vera e propria
traduzione nella nostra lingua ‒ il cuckolding. Quasi nessuno eccetto un’autrice
che, proprio su queste pagine, ha correttamente parlato di “classica diffrazione
di stampo girardiano” per descrivere ciò che stava avvenendo lì.
E infatti non sarebbe poi così esagerato indicare il cuckolding come forma
universale del desiderio secondo Girard. Di questo stavano litigando lui e Freud
mentre si rotolavano nel fango. Il Padre della psicanalisi ha introdotto il
triangolo con il complesso d’Edipo mentre per Girard il triangolo è la forma di
tutte le relazioni e quella edipica è solo la prima di queste ma non ha nessun
primato epistemologico nella genesi del desiderio. Nella sua prima opera,
Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), analizzando un pugno di classici
moderni ‒ Cervantes, Stendhal, Flaubert e Dostoevskij ‒ Girard individua la
struttura fondamentale del desiderio nella triangolazione tra un soggetto, un
mediatore (in seguito chiamato anche modello/ostacolo) e un oggetto. Il
desiderio è mimetico perché imita sempre il desiderio altrui, si fa dire da
altri chi o cosa desiderare. Allo stesso tempo, il desiderio dell’imitatore
riverbera sul mediatore, innescando quella rivalità che è l’origine di ogni
violenza.
Se tutto questo sembra astratto, ritorniamo a ciò che succedeva in quel gruppo:
i mariti tornano a desiderare le proprie mogli solo se le vedono desiderate da
altri e, forse ancora più sconvolgente a ben guardare, gli altri desiderano
queste donne che intravedono in fotografie pessime e male inquadrate solo perché
gli viene detto che appartengono a qualcun altro. Il desiderio degli “aspiranti
bull” del gruppo è, paradossalmente, molto più strano del desiderio dei “cuck”
che cedono la loro donna alla massa. In un mondo in cui la pornografia più
esplicita è ovunque, costoro si eccitano alla vista di mezzo corpo femminile in
costume solo perché un mediatore sconosciuto gli dice: “Questa è mia moglie”.
Non concepisco migliore argomento in favore dell’esistenza del desiderio
mimetico girardiano nella sua purezza che questo.
> Il desiderio è mimetico perché imita sempre il desiderio altrui, si fa dire da
> altri chi o cosa desiderare. Allo stesso tempo, il desiderio dell’imitatore
> riverbera sul mediatore, innescando quella rivalità che è l’origine di ogni
> violenza.
I membri di “Mia moglie”, però, non accedono mai alla rivalità mimetica e quindi
alla violenza proprio in quanto perversi: sono riusciti a dirottare il loro
desiderio rivalitario in una reciprocità collaborativa che, tra le altre cose,
tende a far scomparire l’oggetto del desiderio lasciandoli in balia di un
desiderio reciproco. Pollastrini suggerisce giustamente, sulla scorta del
Challengers di Guadagnino ‒ come del caso Schreber di Freud ‒ che a sedimentarsi
è un desiderio omosessuale.
Ma non va sempre così, anzi, quasi mai. Girard afferma che l’oggetto del
desiderio tende sempre a eclissarsi ma per lasciare spazio a una rivalità che
odia senza neanche più bisogno dell’invidia o della gelosia: è la crisi dei
doppi. I due contendenti, ormai dimentichi dell’oggetto della contesa, si
recriminano l’un l’altro le stesse colpe, le stesse accuse. Niente più li
distingue. Un tipico oggetto del desiderio che, molto più delle mogli, si presta
a questa repentina scomparsa è l’onore. Chi ha offeso chi? Chi per primo, chi
per secondo, chi ha esagerato nella risposta a un’offesa che non era poi così
grave? La disputa verbale precede quella fisica e si allarga a macchia d’olio in
tutta la società: è la crisi mimetica.
Solo una cosa può risolvere questa crisi, già lo sapete, ma ora sapete anche
perché: il capro espiatorio assume su di sé tutte le recriminazioni, tutte le
colpe, tutta la catena di accuse ormai inestricabile che aveva diviso la
collettività. Lui e solo lui è l’origine dell’odio, della frustrazione, della
gelosia che proviamo. Una volta che lo abbiamo ucciso tutti insieme, ci
ritroviamo in pace: “la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la
pietra d’angolo”.
Lungi dall’essere un pretesto per misere liti, per Girard, la mimesi reciproca è
il vero motore dell’ominizzazione, ciò che ci ha resi umani, l’inizio di tutto
il processo. Imitandosi a vicenda, gli ominidi escono dal dominio del “montaggio
istintuale”, accedono a una nuova classe di desideri e quindi di conflitti. Si
scatena la violenza e uccidono uno di loro. Si calmano. Lo seppelliscono con un
cumulo di pietre: una piramide rudimentale, priva di punta, proprio come le più
antiche tombe di cui abbiamo testimonianza. Da qui, attraverso numerosi cicli,
nasce la civiltà con i suoi riti, i suoi miti, le sue istituzioni.
Mi rendo conto ora che forse, ancora più di Cristo morto e risorto, sia questo
il boccone girardiano più ostico, l’idea che la mimesi sia allo stesso tempo il
vero motore del salto compiuto dall’Homo sapiens sapiens e la realtà ultima di
ogni nostro desiderio. Anche qui possiamo però ridurre la portata universale
dell’affermazione girardiana dirigendo l’attenzione su quanti dei nostri
desideri sono mimetici senza che ce ne rendiamo conto. Fino alla fine, da
Menzogna romantica e verità romanzesca in poi, Girard ha difeso la tesi per cui
ogni desiderio è mimetico e il desiderio oggettuale è relegato all’ambito del
“montaggio istintuale”, malamente definito e ricondotto ai più bassi gradini
della piramide di Maslow. Senza cercare di dimostrare l’inesistenza totale del
desiderio oggettuale, noi possiamo fare a meno di questo assolutismo e
ipotizzare che il mimetismo sia una componente fondamentale di tanti nostri
desideri che raramente mettiamo a fuoco. Ora siamo pronti per affrontare la
contemporaneità da girardiani scettici.
I fondamenti dei nostri capri espiatori
In questi ultimi dieci anni tanti hanno evocato Girard, spinti da un mondo che
sembrava sempre più ostinato a dargli ragione. Spesso, però, è stato evocato
superficialmente, senza cioè integrare i fondamenti della sua teoria che,
abbiamo visto, non è d’altronde facile da comunicare. Di fronte al moltiplicarsi
di fenomeni quali le shitstorm, la call out culture, la cancel culture, il
politicamente corretto, a tanti saliva alla bocca la parola “capro espiatorio”
e, con questa, il nome del grande studioso che ci ha intitolato la sua opera più
famosa. All’interno di queste riflessioni, però, il ruolo di Girard si riduce
spesso all’averci genericamente “messo in guardia” contro un fenomeno brutto e
cattivo ‒ il capro espiatorio ‒ che si è stranamente moltiplicato nella nostra
società, chissà perché. Tanto più grande è stato Girard da averci dato gli
strumenti per interpretare le cause profonde del fenomeno e cioè quel meccanismo
di cui abbiamo appena parlato, chiamato mimetismo. Se tutti riconoscono che i
capri espiatori si sono moltiplicati grazie all’imporsi del social network,
Girard ci fornisce la chiave per decifrare che tipo di tendenze sono incentivate
da queste nuove forme di socialità e come queste portino a fenomeni di capro
espiatorio.
> Lungi dall’essere un pretesto per misere liti, per Girard, la mimesi reciproca
> è ciò che ci ha resi umani, l’inizio di tutto il processo. Imitandosi a
> vicenda, gli ominidi escono dal dominio del “montaggio istintuale”, accedono a
> una nuova classe di desideri e quindi di conflitti.
Quando Girard formulava la sua teoria mimetica non era semplice mostrare che
dietro ogni nostro desiderio c’è l’imitazione, cioè l’ammirazione per un modello
che ci indica cosa desiderare. Il cuckolding è il diorama del desiderio mimetico
perché Girard stesso, quando doveva scendere nel dettaglio, tra tutti i desideri
mimetici, selezionava i triangoli amorosi per illustrarne il funzionamento.
Invece, per rendere conto del mimetismo della stragrande maggioranza dei
desideri, Girard deve ricorrere alla dicotomia mediazione interna/mediazione
esterna: i desideri di mediazione interna sono quelli, come i triangoli amorosi,
in cui il modello/ostacolo è vicino a te, in carne ed ossa, un rivale nel senso
proprio del termine; quelli di mediazione esterna sono i desideri ispirati da un
mediatore lontano nello spazio e nel tempo, da un mediatore astratto, come
possono essere i mass-media novecenteschi che ti fanno desiderare di avere una
Ferrari perché ce l’hanno i ricchi. Anticipando le critiche, Girard non riduce
la mediazione esterna a un’innovazione contemporanea, e apre il saggio con
l’esempio del Don Chisciotte che imita il desiderio di Amadigi di Gaula, un
predecessore fittizio inventato da Cervantes come modello di cavaliere errante.
La mediazione esterna, insomma, nasce con la cultura e, a livello cronologico,
segue di poco l’apparizione della mediazione interna, quella che ha destato le
prime rivalità tra gli ominidi che si sono placate solo tramite ricorrenti
omicidi collettivi.
E se il social network comportasse la confusione e il collasso di mediazione
esterna e mediazione interna? I modelli sul social network siamo tutti noi, gli
uni per gli altri, conosciuti e sconosciuti. Mediatori interni e mediatori
esterni sono posti sullo stesso piano, tutti su quel piedistallo chiamato
“profilo” che attira sguardi, attenzioni, amori, odi e invidie. Più di ogni
altra cosa approvazioni pubbliche, quel pulsantino fondamentale nell’economia
del social network chiamato “like” che altro non è che un indice di gradimento,
un indice che indica cosa desiderare, in quanto già desiderato. Il sociologo
Niklas Luhmann chiamava queste dinamiche “osservazione di secondo ordine” e, in
tempi recenti, il filosofo Hans-Georg Moeller ha adoperato la categoria per
descrivere come “profilistica” la nuova tecnologia dell’identità inaugurata dal
social network. In ottica girardiana, il social network è la più perfetta
macchina mimetica perché registra e ci mostra tutti i nostri desideri reciproci.
Sul social network davvero ogni desiderio è desiderio dell’altro.
Insomma, se abbiamo assunto che i fenomeni di capro espiatorio si sono
moltiplicati per via dei social network e possiamo dimostrare indipendentemente
che sono anche uno degli ambienti più mimetici in cui l’umanità si sia trovata a
vivere, possiamo persino rovesciare la domanda e dire che ciò che abbiamo
davanti agli occhi conferma l’intuizione girardiana: il social network è la
prova del nesso tra mimesi e capro espiatorio, la piastra di Petri che rivela la
connessione profonda tra una società che si imita senza sosta e che senza sosta
si ritrova ad odiare collettivamente alcuni membri della società stessa.
L’inconsistenza dei nostri capri espiatori
Abbiamo anticipato che, già nel corso della sua vita, Girard osserva un duplice
e paradossale movimento dei capri espiatori: si moltiplicano ma non funzionano
più. Le ragioni che individua sono due e complementari. Intanto, sempre più
raramente uccidiamo i nostri capri espiatori e quindi non accediamo al momento
catartico che segue un vero e proprio omicidio collettivo, ma se uccidiamo
sempre più di rado è proprio perché non ci crediamo più fino in fondo. La
diffusione del termine “capro espiatorio” testimonia proprio questo: la (lenta)
presa di coscienza che l’umanità sta facendo del suo meccanismo fondatore. Anche
la più approssimativa comprensione del termine rimanda a una violenza che si
scatena senza ragione su un singolo o su un gruppo come “diversivo” o “sfogo” di
determinate energie.
> In ottica girardiana, il social network è la più perfetta macchina mimetica
> perché registra e ci mostra tutti i nostri desideri reciproci. Sul social
> network davvero ogni desiderio è desiderio dell’altro.
D’altro canto, queste “energie” ‒ che Girard inquadra come mimesi ‒ sono ancora
qui e pertanto i capri espiatori continuano ad essere ricercati senza che
nessuno di questi svolga il suo compito fino in fondo. Ancora una volta, la
situazione che osserviamo sui social network sembra confermare ed esasperare il
fenomeno. Se osservate con attenzione una qualsiasi shitstorm noterete non solo
che, ovviamente, non si conclude con un omicidio ma che produce tutta una serie
di shitstorm minori lungo i suoi bordi. I capri espiatori si moltiplicano
letteralmente all’interno dello stesso evento. Alcuni di questi sono
semplicemente i difensori del capro espiatorio originale che, in questo
contesto, diversamente da una lapidazione vera e propria, possono trovare il
coraggio di farsi avanti, rischiando molto ma non la morte immediata.
Altri, ancora più interessanti, fanno parte della cerchia dei persecutori. A
differenza della folla anonima che lapida e che ritrova l’unità in questo gesto
collettivizzante, i persecutori del social network hanno nomi e cognomi, profili
ricchi di storia e contraddizioni, facilmente accessibili. “Come si permette LUI
di parlare?” si chiede a un certo punto qualcuno che sposta lo sguardo dalla
vittima selezionata a un suo collega con la pietra in mano. Pervertendo il senso
ultimo della parabola dell’adultera, ovverosia comprendendolo solo parzialmente,
il lapidatore virtuale scopre che nessuno è senza peccato, nessuno può scagliare
la prima pietra tranne, guarda caso, sé stesso. Il colmo si raggiunge quando,
durante questo spostamento, il persecutore che ha selezionato una vittima
secondaria arriva persino a condannare il meccanismo di “capro espiatorio” per
meglio colpevolizzare il suo nemico, senza rendersi conto di averne appena
eretto un altro. La conoscenza del meccanismo di “capro espiatorio” indebolisce
la pratica ma viene contemporaneamente messa al lavoro per individuare la
vittima perfetta, il colpevole assoluto che finalmente e una volta per tutte
chiuderà il ciclo della violenza. Ma chi è questa vittima?
L’incertezza dei nostri capri espiatori
L’omicidio fondativo, l’eccezionalità cristiana, la mimesi di ogni desiderio:
abbiamo visto che nel pensiero girardiano ce ne sono di affermazioni che un
tempo avremmo definito “problematiche”, prima che questa parola prendesse a
significare “offensive per qualcuno”.
Ma c’è n’è una che potrebbe essere la più problematica di tutte e la sua
problematicità ha a che fare direttamente con una certa permalosità
generalizzata che Girard stesso vedeva crescere già nel suo tempo. Proprio colui
che ha dedicato la sua vita di studioso al riscatto delle vittime sulle quali
abbiamo fondato la civiltà, sin dagli anni Novanta, osserva attorno a sé una
propensione ad occupare il ruolo della vittima in modo indebito. L’idea non
suonerà nuova al lettore italiano perché è la tesi centrale del saggio nostrano
più discusso sul tema, Critica della vittima di Daniele Giglioli, uscito ormai
più di dieci anni fa. Per Girard, questa tendenza a posizionarsi all’interno di
quello che Giglioli chiama “paradigma vittimario” accompagna e cresce insieme
alla consapevolezza generalizzata sul meccanismo del capro espiatorio. Il
ragionamento è semplice: quanto più riconosciamo che alcuni vengono odiati senza
ragione e poi riscattati, tanto più abbiamo la tentazione di identificarci in
costoro e vivere i nostri conflitti come una persecuzione che chiede giustizia.
E a questo punto, sia in Girard sia in Giglioli, compare l’idea problematica che
rischia di squalificare l’intero discorso: la distinzione tra vittime false e
vittime vere. In più punti Girard intrattiene l’idea dell’assoluta innocenza
della vittima quando si trova effettivamente perseguitata. Oltre a Cristo ‒ che
lo è per dogma ‒, lo stesso viene detto di Giobbe, di Edipo, degli ebrei nelle
persecuzioni medievali. In Giglioli, che sembra criticare la posizione della
vittima in quanto tale, compaiono qui e lì delle vittime dichiaratamente false
che sembrano alludere all’esistenza delle vittime vere, o perlomeno “più vere”:
c’è Silvio Berlusconi e la sua persecuzione giudiziaria come simbolo
universalmente condiviso dai suoi lettori di sinistra di vittima falsa, ma anche
il popolo ebraico (di nuovo) che oggi eredita la posizione vittimaria dai
“titolari effettivi”, cioè le autentiche vittime dell’Olocausto.
> Quanto più riconosciamo che alcuni vengono odiati senza ragione e poi
> riscattati, tanto più abbiamo la tentazione di identificarci in costoro e
> vivere i nostri conflitti come una persecuzione che chiede giustizia.
L’errore che si costeggia con questi discorsi non è la volontà di distinguere le
vittime vere da quelle false ‒ cioè riconoscere empiricamente che si sono date,
si danno e si daranno persone completamente innocenti delle accuse loro rivolte
e persone che inventano di sana pianta dei torti mai subiti. L’errore è
immaginare che questa distinzione sia in qualche modo autoevidente, il punto di
partenza del discorso stesso quando invece è il suo precarissimo punto di
arrivo. E non lo dico io ma Girard stesso. Lo dice implicitamente in tutta la
sua opera ma anche esplicitamente: “Non pensiamo che per sfuggire alla
responsabilità della violenza sia sufficiente rinunciare all’iniziativa
violenta. Ma nessuno si accorge mai di prendere questa iniziativa. Perfino i
soggetti più violenti credono di reagire a una violenza che proviene dagli
altri”. Ogni violenza è agita da qualcuno che crede di averla già subita, da
qualcuno che si percepisce come vittima. Di questo ci parla la crisi mimetica
dei doppi che si rilanciano le stesse accuse, da qui viene la violenza per
Girard: non da una generica “aggressività animale” ma da un reciproco senso di
ingiustizia subita. Così in Girard la posizione della vittima è sia quella di
colui che viene infine accerchiato ma anche quella di coloro che l’accerchiano,
i quali si sentono soggettivamente vittime della sua azione.
A riprova dell’attualità di Girard, a pochi anni dalla sua morte, si è diffuso
uno slogan che ha segnato il rapporto irrazionale che stavamo instaurando con il
concetto di vittima, sempre più confusi dal proliferare dei capri espiatori.
“Credere alla vittima” è infatti un’assurdità logica ancora prima di
un’aberrazione etica. Di per sé, non vuol dire nulla. È una delle più brevi
petizioni di principio formulabili. Non puoi chiedere di credere alla vittima
poiché dal momento che la definisci tale, già le credi. Se riusciamo ad
attribuire un senso alla frase, se l’abbiamo fatta operare nel mondo come
significasse qualcosa di compiuto, è perché la vera affermazione al lavoro era
ben più sinistra: credi all’accusatore. Credi a chiunque si presenti come una
vittima di un torto subito, credi alla colpevolezza di colui che indica. Girard
aggiungerebbe qui “senza fare inchieste”, la frase che più lo inquieta nella sua
già citata rilettura del Libro di Giobbe in L’antica via degli empi. Ad agire
“senza fare inchieste” è il dio del massacro che gli accusatori mobilitano
contro Giobbe, ovverosia la folla linciante che si scatena sul primo
malcapitato. Giobbe, dal canto suo, mobilita un avvocato difensore che interceda
per lui presso l’Altissimo, un Paraclito, il vero Dio dei Vangeli che è il Dio
delle vittime.
Sebbene Girard mostri con quanta insistenza le Scritture pongano Satana nel
ruolo dell’accusatore e Cristo in quello del difensore, non stiamo qui
affermando che l’accusa ha sempre torto e la difesa sempre ragione ma che questa
dialettica deve quantomeno darsi per evitare che l’umanità risolva la propria
violenza a spese di una catena di capri espiatori, più o meno innocenti, più o
meno colpevoli, selezionati “senza fare inchieste”. Il luogo in cui questa
dialettica dovrebbe avere luogo esiste già ed è ovviamente il tribunale,
metonimia dello Stato di diritto, la cui elaborazione nel corso dei secoli,
dall’habeas corpus alla presunzione di innocenza, può essere letta come la
progressiva tutela di tutti i potenziali capri espiatori dalle grinfie della
folla.
> Da qui viene la violenza per Girard: non da una generica “aggressività
> animale” ma da un reciproco senso di ingiustizia subita. Così in Girard la
> posizione della vittima è sia quella di colui che viene infine accerchiato ma
> anche quella di coloro che l’accerchiano, i quali si sentono soggettivamente
> vittime della sua azione.
Se la seconda metà del Novecento ha visto l’emergere del “processo mediatico”
come oggettiva regressione resa possibile dai mass-media tradizionali, il social
network allarga la ferita e consente all’intera popolazione di istituire
processi sommari, ciò che di volta in volta abbiamo chiamato shitstorm, cancel
culture, call-out culture etc. C’è davvero da chiedersi, fuori da ogni
formulazione retorica, cosa avrebbe detto Girard se avesse avuto gli ultimi
dieci anni di fronte agli occhi. Dove si sarebbe soffermata la sua critica in
questo mondo che ha globalizzato per davvero il villaggio, in cui le più
primitive dinamiche di linciaggio sono riemerse solo a partire da una
complessiva virtualizzazione della socialità.
Girard ci ha lasciato un problema con due corni: l’assoluta certezza
dell’esistenza delle vittime e il necessario sospetto verso chiunque si presenti
come vittima, poiché farlo è il primo passo per esercitare la violenza. Eppure
non ci ha lasciati privi di strumenti. Con un anticipo spaventoso sui tempi,
mentre siamo immersi in uno Zeitgeist che ci intima di rintracciare nella nostra
storia personale tutti i modi in cui siamo stati vittime per rinfacciarli al
prossimo, Girard afferma che la conversione cristiana è una cosa semplicissima,
quella cosa accaduta a San Paolo sulla famosa via: riconoscere sé stessi in
quanto persecutori.
L'articolo Noialtri girardiani proviene da Il Tascabile.
I l 25 marzo 2023, sui terreni agricoli nei pressi del piccolissimo comune di
Sainte-Soline nell’Ovest della Francia, quasi trentamila manifestanti si sono
scontrati con tremiladuecento gendarmi e poliziotti francesi. La “battaglia di
Sainte-Soline” è stata il culmine di due anni di proteste del movimento dei
Soulèvement de la Terre. La manifestazione, non autorizzata dal governo,
contestava la costruzione di un megabassine, uno dei duecento bacini idrici,
grandi fino a diciotto ettari, voluti dalla grande industria agricola francese
per garantirsi le riserve d’acqua durante i mesi di siccità.
Il progetto, tuttora in fase di attuazione, rischia di avere effetti devastanti
sull’agricoltura: i megabassines raccolgono acqua drenandola dalle falde durante
l’inverno e, di conseguenza, danneggiandole; sono costruiti allo scopo di
irrigare le colture intensive, specie quelle del mais, che richiedono un volume
di acqua superiore a quella naturalmente garantita dai cicli stagionali; fanno
l’interesse esclusivo della grande industria e sono progettati senza tenere
conto della volontà di chi abita quei territori.
Il dispiegamento di forze di polizia quel giorno era enorme, la loro dotazione
di armi adatta a una vera e propria guerriglia: elicotteri, equipaggiamenti
antisommossa, veicoli blindati, cannoni ad acqua, granate. Centinaia di
manifestanti sono stati feriti, alcuni in modo grave, altri gravissimo. Venti
persone sono state mutilate, due sono finite in coma. Dopo la battaglia, i
Soulèvement de la Terre sono stati sciolti dal ministro dell’interno Gérald
Damarnin e dichiarati illegali.
Nato in Francia nel 2021 per contestare le politiche ambientali ed energetiche
del governo Macron e, più in generale, per manifestare in favore di un nuovo
modello sociale ed economico attorno alle questioni che riguardano l’ecologia,
lo sfruttamento del suolo, l’accumulo di risorse e di materie prime, il
movimento riunisce militanti e agricoltori locali e raccoglie la solidarietà di
altri gruppi nazionali ed esteri. Tra il 2021 e il 2023 i Soulèvement de la
Terre hanno organizzato cortei, presidi, azioni di sabotaggio a grandi impianti
e siti di estrazione di materie prime, subendo la progressiva repressione del
governo francese.
> L’Abbecedario permette di riflettere sull’uso del linguaggio in politica
> laddove non si ha a che fare con questioni particolari o identitarie, ma
> collettive e strutturali.
In risposta ai fatti del marzo 2023 è stato pubblicato On ne dissout pas un
soulèvement (“Non si scioglie una rivolta”), tradotto per Orthotes da Giovanni
Fava e Claudia Terra con il titolo Abbecedario dei Soulèvement de la Terre alla
fine del 2024. L’Abbecedario è una raccolta di trentotto brevi interventi di
militanti dei Soulèvement e dei movimenti solidali. Ogni testo è scritto a
partire da una parola chiave: disposte in ordine alfabetico, le parole formano
una costellazione di posizioni e analisi politiche, fino a comporre il manifesto
del movimento stesso. Leggere l’Abbecedario permette di riflettere su quali sono
le questioni pratiche e urgenti che i cambiamenti climatici ci imporranno di
risolvere nell’immediato; su come si organizza la resistenza a scelte politiche
che perpetrano un sistema economico insostenibile; sull’uso del linguaggio in
politica, specie laddove non si ha a che fare con questioni particolari o
identitarie, ma collettive e strutturali.
Partiamo dall’ultima questione. Come dicevamo, l’Abbecedario riunisce interventi
eterogenei, tanto nella forma quanto nei contenuti: la Confédération paysanne,
una confederazione di sindacati che tutelano il lavoro di piccoli agricoltori,
firma la voce “Contadine e contadini”; il collettivo di scienziati Scientifiques
en rébellion scrive di “Urgenza climatica”; gli antropologi Philippe Descola,
titolare della cattedra di antropologia al Collège de France, e Eduardo Viveiros
de Castro, professore universitario a Rio De Janeiro, parlano di
“Accaparramento” e “Indigeno”; la direttrice delle ricerche al CNRS di
Montpellier Virginie Maris firma “Ecofemministe”.
Questo elenco parziale rende l’idea della varietà non solo di temi – il
manifesto tiene insieme questioni architettoniche, sociali, geologiche,
ambientali – ma anche delle molte soggettività che compongono il movimento.
Proprio nella “composizione” sta il farsi soggetto collettivo dei Soulèvement de
la Terre: l’Abbecedario non sintetizza né distingue le varie posizioni, le fa
coesistere e le tiene insieme. Al fondo di ogni testo, la formula “cfr. anche”
rimanda ad altri due o tre interventi nello stesso libro. In questo modo,
l’Abbecedario si può leggere sia in ordine alfabetico sia per connessioni
tematiche, attraversando la rete di posizioni che forma l’impalcatura teorica
del movimento.
Che lingua parla, o deve parlare, la politica militante? È una questione di
enorme importanza, se si tiene conto della strutturale subalternità che i
movimenti sociali di sinistra hanno in relazione all’opinione pubblica, non
tanto per le proposte in sé, spesso largamente condivisibili e condivise, anche
inconsciamente, da moltissime persone, quanto per la loro immagine, per la
narrazione, l’idea che se ne costruisce nel dibattito. L’Abbecedario contiene
molti registri diversi. In alcuni passaggi, ad esempio, la lingua è assertiva,
quasi imperativa:
> Continuare a fare ciò che conosciamo, fare l’inventario dei siti in cui sono
> previsti progetti distruttivi. Rafforzare i nostri legami con gli avvocati.
> Supportare la rete di associazioni militanti. Denunciare gli abusi della
> società di consulenza. Politicizzare le nostre camminate nella natura.
> Diffondere le pratiche naturalistiche. Federare le comunità umane e non umane.
> Disertare. Insediarsi in campagna.
Il brano è contenuto nel capitolo “Naturalistes de Terre”, la lista dei
comandamenti prosegue ancora. Allo stesso tempo, la lingua sa essere
immaginifica, creativa, ironica, come nella “Ricetta per le mense militanti”:
Per cominciare bene, portare a ebollizione in un’assemblea generale gli addetti
e le addette alla mensa per organizzare la giornata di cucina […]. Raggiunto il
bollore, non dimenticate di creare una squadra d’attacco di lavaggio stoviglie e
un’équipe per lo spuntino. Una volta emulsionata a puntino, l’équipe parteciperà
alla manifestazione e rifornirà i manifestanti nel cuore dell’azione, in modo
che tutte e tutti possano recuperare le forze.
In alcuni capitoli si citano dati e percentuali, alcuni contengono persino note
con riferimenti bibliografici, in altri si lascia spazio alle metafore e alle
costruzioni allegoriche. I campi semantici più ricorrenti riguardano la natura
(“essere albero”, “avere radici”, “ramificare”, “creare/appartenere a
ecosistemi”), o il corpo, ad esempio nel rapporto chimerico tra corpo umano e
suolo o tra uomini e animali non umani: “Avere cura delle lotte significa curare
le nostre interdipendenze e le nostre co-affezioni attraverso
personificazioni-chimere, come uomo-anguilla-fiume o umano-tritone-prato”;
“Siamo l’Acqua che si difende e siamo pronti a sommergervi”. La Terra stessa è
personificata in “Gaia”, nome che rimanda a un’idea armoniosa del rapporto tra
uomo e natura. Non manca, ovviamente, il campo semantico del conflitto: le
grandi opere si “disarmano”, le azioni di sabotaggio dei cantieri si fanno per
“autodifesa”, le risorse naturali sono terreno di “conquista”.
> Proprio nella “composizione” sta il farsi soggetto collettivo dei Soulèvement
> de la Terre: l’Abbecedario non sintetizza né distingue le varie posizioni, le
> fa coesistere e le tiene insieme.
Che la lingua sia un campo di battaglia politica, un dispositivo attraverso cui
si stabiliscono le appartenenze, si delimitano i confini dell’identità, si
tracciano le linee di inclusione ed esclusione, è ormai un dato evidente a
chiunque. Più sotterraneo, per ora, è l’uso che si fa della lingua quando si ha
a che fare con questioni sociali. Sempre più repressivo è l’uso dei termini che
identificano i manifestanti politici: qualcuno saprebbe definire chiaramente chi
sia oggi per la legge italiana un “terrorista”? Ogni parola usata nel discorso
politico è oggetto di contesa: dire “ecologista”, “militante”, “resistente”,
“attivista” non è mai neutro, è una scelta di campo.
Anche in Italia il vocabolario istituzionale che definisce le forme di dissenso
è sempre più vago e opaco, e proprio per questo sempre più pericoloso. Categorie
giuridiche nate in contesti storici completamente differenti – pensiamo alla
nozione di “associazione sovversiva con finalità di terrorismo” – vengono oggi
applicate a gruppi ambientalisti o a reti di movimento che contestano
infrastrutture fossili, come i rigassificatori o i metanodotti. Il concetto
stesso di terrorismo viene stirato, piegato, fino a includere chiunque eserciti
un conflitto non autorizzato, chiunque pratichi una forma di opposizione fuori
dai canali istituzionali. Il problema, allora, è anche semantico: è nel potere
di chi assegna i nomi. Se la narrazione istituzionale è capace di imporre
un’etichetta, può cancellare la complessità, fino a devitalizzare il conflitto e
a evitare ogni confronto.
In questo contesto, la riflessione linguistica diventa una questione politica
primaria. Come ci chiamiamo? Come vogliamo essere chiamati? Quali parole ci
vengono imposte, e di quali ci possiamo riappropriare? La battaglia non si gioca
solo nelle piazze o nei tribunali, ma anche nei modi in cui parliamo delle
piazze e dei tribunali. E anche nei modi in cui parliamo tra di noi. Per questo
l’Abbecedario è un oggetto prezioso: perché costruisce una lingua comune senza
imporla. Perché mostra che si può parlare da posizioni diverse, con stili
diversi, ma in una stessa direzione, rompendo la gerarchia tra chi pensa e chi
agisce, tra chi scrive e chi lotta.
Il fatto che l’Abbecedario dei Soulèvement de la Terre sia stato scritto dopo
Sainte-Soline indica che non si tratta di un programma d’azione, ma del
tentativo di capire retroattivamente – con le parole e le forme del pensiero –
ciò che era già stato fatto. Prima il corpo, poi la lingua; prima l’urto, poi la
sintassi. Se la politica dei Soulèvement ha avuto nella presenza fisica, nella
disobbedienza, nel gesto collettivo la sua prima articolazione, è soltanto dopo
lo scontro che si è resa necessaria la costruzione di una grammatica.
L’intelletto viene a posteriori, come forma di sedimentazione, e non come
architettura previa. Questo sovvertimento delle logiche tradizionali del
pensiero militante è forse la chiave più potente dell’Abbecedario: l’azione non
è giustificata dalla teoria, ma la precede. E la teoria non ha lo scopo di
spiegare, ma di accompagnare. Non è una strategia, è una cura.
> Ogni parola usata nel discorso politico è oggetto di contesa: dire
> “ecologista”, “militante”, “resistente”, “attivista” non è mai neutro, è una
> scelta di campo.
In questo senso, l’Abbecedario non è un libro che prepara alla lotta: è il libro
che resta dopo la lotta. E proprio per questo è tanto più prezioso per chi lotta
oggi, altrove. Perché offre un esempio, non un modello. Perché si può prendere,
leggere, copiare, piegare, adattare. E perché contiene una forma di intelligenza
collettiva che non si propone come verità, ma come gesto in comune. In un tempo
in cui la repressione del dissenso si fa ogni giorno più pervasiva, anche in
Italia, e in cui la distanza tra il gesto politico e la sua rappresentazione
pubblica è abissale, l’Abbecedario diventa un oggetto strano e vitale. Una forma
di sapere che non pretende egemonia, ma relazione.
Se oggi chi dissente in modo organizzato – che si tratti di studenti, attivisti
per il clima, operai o lavoratori della cultura – viene schedato, manganellato,
perquisito, accusato di terrorismo, allora ogni parola è già azione, ogni
linguaggio condiviso è già una forma di resistenza, e la pluralità di registri
dell’Abbecedario rispecchia la molteplicità delle condizioni in cui oggi il
dissenso prende corpo: università, assemblee cittadine, campagne, festival,
accampamenti, piazze occupate, reti sindacali, collettivi scientifici.
Questa traiettoria – dall’azione al pensiero, dalla militanza al discorso – è
visibile anche altrove. Nel lavoro teorico di Andreas Malm, ad esempio,
l’urgenza dell’azione contro il cambiamento climatico è posta in forma
dialettica con il pensiero marxista. Come far saltare un oleodotto, pubblicato
in Italia da Ponte alle Grazie nel 2023, è forse l’esempio più esplicito di come
oggi la teoria non possa più restare neutra, e non possa più limitarsi a
descrivere il mondo senza prendere parte alle sue trasformazioni. Malm, come i
Soulèvement, parla delle azioni di sabotaggio (meglio dire “disarmo”) delle
grandi opere come strumento essenziale di lotta climatica e della “violenza”
contro i grandi soggetti industriali come l’unica via per contrastare un sistema
iniquo. Così facendo, l’autore costruisce una giustificazione teorica per gesti
che il sistema giuridico classifica come criminali. E che invece, nella logica
del collasso ambientale, sono azioni di tutela della vita.
La tutela dell’acqua pubblica, il contrasto alla siccità, l’abbandono di un
modello produttivo iniquo sono questioni che non possiamo più ignorare né
sminuire. D’altronde, sono moltissimi gli esempi di letteratura in proposito,
persino troppi in relazione a quanto effettivamente viene fatto dalla politica.
È inquietante, non devo essere io a notarlo ed è persino banale ripeterlo, la
discrasia tra quanto sappiamo e quanto facciamo in merito alla tutela del nostro
ecosistema e degli altri che contribuiamo a invadere o a distruggere.
> L’Abbecedario mostra che si può parlare da posizioni diverse, con stili
> diversi, ma in una stessa direzione, rompendo la gerarchia tra chi pensa e chi
> agisce, tra chi scrive e chi lotta.
Il filosofo giapponese Saito Kohei, nella sua ultima rilettura di successo del
Capitale, pubblicata in Italia da Einaudi, propone un ecomarxismo della
decrescita, vedendo nella rinuncia alla crescita per come è comunemente intesa
in Occidente l’unica possibilità di liberazione. Anche in questo caso il
discorso si fa politico non perché descrive una struttura, ma perché disegna
un’alternativa. Un’ipotesi concreta, capace di parlare non solo agli attivisti
ma anche ai cittadini, ai lavoratori, a chi subisce la crisi climatica senza
strumenti per interpretarla. La teoria non può più essere la premessa
dell’azione: deve essere la sua eco. E proprio come un’eco, portare con sé la
memoria del gesto e allo stesso tempo la sua trasformazione. È un gesto che si
riflette, si moltiplica, si adatta ai contorni di chi ascolta.
L'articolo Che lingua parla la politica militante? proviene da Il Tascabile.
Nato come visione filosofico-religiosa per ripristinare un “ordine sacro”, il
Tradizionalismo è oggi al centro di derive politiche globali, dalle élite sufi
alle…
L'articolo Tradizionalismo: La filosofia invisibile che muove la politica
globale sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
Le piante non sono sfondo, ma protagoniste della vita sulla Terra. Questo saggio
ripercorre la lunga storia di un pensiero ecologico che mette…
L'articolo L’intelligenza delle piante alla base di un cambiamento politico
sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
T ra una fila di silhouette di donne e uomini rivolti verso un certo sol
dell’avvenire, si staglia una figura che emerge in primo piano con il pugno
chiuso alzato. Si tratta di un uomo in maniche di camicia e cravatta nera, i
capelli laccati indietro. Un impiegato, forse addirittura un quadro, potremmo
ipotizzare. Oppure un professionista, magari della comunicazione: proprio come
Alessandro Sahebi, giornalista e divulgatore, autore del saggio cui questa
illustrazione del collettivo Malleus fa da copertina.
Non è un caso se la copertina di Questione di classe. Perché non si può essere
felici in un mondo ingiusto (2025) sceglie un soggetto tanto inconsueto per
incarnare la lotta di classe: questa immagine solo apparentemente paradossale è
in realtà adattissima per un libro che usa la figura del paradosso come un
mantra per illuminare con disarmante chiarezza le contraddizioni del presente.
Contraddizioni che hanno aggiornato e approfondito quelle “classiche” del
capitalismo, e che Sahebi si propone di indagare allo scopo di farle detonare.
“Paradosso”, quindi, ma anche “circolo vizioso” o “meccanismo perverso”, sono
termini che ricorrono costantemente nella disamina di Sahebi, che parte da
esperienze quotidiane di ordinaria miseria umana contemporanea.
Si va dall’iperlavoro alla sofferenza psichica (ansia e depressione in primis),
ma anche (e soprattutto) al costante impoverimento che accompagna la recessione
in corso, spesso accettata passivamente perché sembra “non fare notizia”: la
povertà moderna, scrive Sahebi, è “invisibile, diffusa, travestita da normalità”
fatta di
> compromessi silenziosi, di rinunce quotidiane che passano inosservate […] È
> una condizione che il sistema ci insegna a ignorare o, peggio, a normalizzare.
> Rimandare una bolletta? “Succede.” Risparmiare sul cibo? “È solo buon senso.”
> Vivere con la paura di un imprevisto economico? “È la vita.” È una forma di
> disuguaglianza strutturale che abbiamo imparato a non vedere.
E se non la vediamo è perché, spiega Sahebi, invece di riconoscerla come forma
di oppressione, la soggettivazione neoliberale impone di viverla come un
fallimento individuale. La prima cosa da fare allora è sgombrare il campo
dall’assunzione di responsabilità determinata da “un sistema che
deresponsabilizza le strutture collettive, mentre sovraccarica gli individui di
senso di colpa e inadeguatezza”, ricordando, come avrebbe fatto Mark Fisher, che
“se sei infelice non è colpa tua”.
> Il saggio di Sahebi usa la figura del paradosso come un mantra per illuminare
> con disarmante chiarezza le contraddizioni del presente.
Autoconvincersi che esista un senso in un sistema irrazionale, però,
> non è altro che una strategia difensiva. Questo adattamento serve a mascherare
> la realtà brutale delle disuguaglianze, proteggendo chi vi è immerso dal
> rischio di un collasso psicologico […]. Chi è privato di risorse materiali e
> simboliche tend[e] a conformarsi a una visione del mondo che giustifica la
> propria mancanza di opportunità. È una forma di sopravvivenza psichica che
> però, paradossalmente, diventa anche una prigione.
Nonostante smascheri questo autoinganno, quella di Sahebi non è un’impresa
banalmente razionalista: non cerca di “educare” (né di umiliare, in fondo
l’altra faccia della medaglia degli intenti pedagogici) coloro che vi si
attaccano con fede disperata pur trovandosi dalla parte dei perdenti nella lotta
per la sopravvivenza che lo stesso sistema prevede (fazione che, come si diceva
ai tempi di Occupy Wall Street, rappresenta il 99% della popolazione).
Diversamente da quanto non abbia saputo fare la sinistra (non solo di centro,
purtroppo) negli ultimi decenni, Sahebi si propone di andare ad ascoltarne le
necessità, chiedendosi se non ci sia, piuttosto che la necessità di educare
queste masse, qualcosa da imparare da loro: chiedendosi insomma quali siano i
loro bisogni e se non esistano modi più efficaci per rispondervi che non la
soluzione sessista, razzista e autoritaria delle destre. “Il cosiddetto ‘popolo’
che ha votato per Trump o per la Brexit”, scrive, “non è composto da ignoranti
che hanno scelto il male, ma da persone che hanno risposto con rabbia e
frustrazione a un sistema che li ha sistematicamente ignorati e marginalizzati”.
Contro le accuse di ignoranza, analfabetismo funzionale, razzismo e sessismo
come peccati originali intrinsechi da correggere attraverso una fiorente
industria di pedagoghi e ortopedici della morale, Sahebi mette alla berlina
> l’incapacità dei progressisti di confrontarsi con un esercito di esclusi.
> Questa distanza fra i cosiddetti «migliori» e le masse ai margini è uno dei
> drammi centrali del nostro tempo. Ed è un dramma che esplode ciclicamente:
> nelle urne, nei movimenti cosiddetti populisti, nelle ondate di disillusione e
> rabbia che continuano a sorprendere chi vive nella bolla della classe media
> riflessiva.
A più riprese Sahebi difende la razionalità di scelte apparentemente
incomprensibili o controproducenti, che si spiegano solo se si osservano le
condizioni materiali in cui vengono maturate. E le condizioni materiali attuali
non possono che far paura: “Abbiamo il terrore di perdere il lavoro, di non
riuscire a pagare un mutuo o un affitto, di vedere peggiorate le nostre
condizioni di vita. E siamo dolorosamente consapevoli di essere soli, di
dipendere soltanto dalle nostre forze, privati di quei ‘paracadute collettivi’
che un tempo venivano definiti diritti e che oggi, erroneamente, chiamiamo
privilegi”. La confusione tra diritti e privilegi, sostiene infatti, finisce col
colpevolizzare chi semplicemente gode di condizioni che nulla toglierebbero a
nessuno se potessero beneficiarne tutti: “Il pensionato, chi riceve un sussidio,
chi è aiutato negli studi, chi eredita la casa della nonna: non sono
privilegiati da odiare”.
> Sahebi si chiede se, piuttosto che la necessità di educare le masse, non ci
> sia qualcosa da imparare da loro, chiedendosi quali siano i loro bisogni e se
> non esistano modi più efficaci per rispondervi che non la soluzione sessista,
> razzista e autoritaria delle destre.
Accanto al tema del paradosso e del circolo vizioso non mancano termini come
“mito” o “illusione”: l’accanimento in difesa di questo sistema, così come la
speranza che esso possa essere migliorato o corretto, è sostenuto da una fede
irrazionale che la classe dominante ha tutto l’interesse di fomentare. Sahebi
allarga infatti man mano il campo dall’esperienza immediata a una serie di altre
questioni che trovano nel capitalismo neoliberale se non sempre la causa
diretta, una falsa soluzione: si va dal consumismo all’interruzione della
mobilità sociale, dall’autosfruttamento al tecnofeudalesimo, dalle
privatizzazioni e finanziarizzazioni selvagge al classismo del sistema
educativo, dalla solidarietà negativa ai governi tecnici.
La fiducia che troppa sinistra si ostina a riporre in questi ultimi, spiega
Sahebi, in fondo risiede nell’ormai acquisita abitudine al dogma nella
“meritocrazia”, un modello sociale profondamente antidemocratico che presenta
almeno tre punti problematici: il primo è il fatto che il merito non sia mai
valutato in un vuoto morale, ma rifletta i bias di una data società. “Nel mondo
del lavoro, per esempio, […] una promozione non premia chi ha messo in
discussione il sistema, ma chi l’ha accettato senza fare troppe domande”. Il
secondo, un vero e proprio spreco di talenti: una serie di capacità restano
inespresse in una società che premia esclusivamente la produttività e nella
quale solo il benessere ereditato consente di dedicare tempo a meriti non
immediatamente valorizzabili. Infine, un sistema meritocratico non può che
lasciare inevasa la domanda su cosa fare dei “non meritevoli”. “Dobbiamo punire
ulteriormente i ‘perdenti della società’? Dobbiamo fare loro una colpa di non
essere adatti al sistema dominante? […] anche l’incapacità più netta dovrebbe
concederci il diritto a una vita dignitosa”. Una rivendicazione che Sahebi
connette direttamente alla formula marxiana “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
Rispetto a questa grandiosa ambizione, il problema della sinistra progressista è
di essersi accontentata. Lo si vede nelle sue battaglie, dalle più triviali,
come il bonus psicologo, “ennesima soluzione individualizzata a un problema
collettivo” (“Perché non aspiriamo a una società in cui non sia necessario
andare dallo psicologo per sopravvivere?”), al modo in cui vota, cercando sempre
di arginare il male peggiore e senza mai osare spostare la finestra di Overton.
“Questa rassegnazione finisce per essere trasmessa all’elettore”, osserva
Sahebi, “che diventa, nei tribunali morali di cui siamo giudici autoeletti, il
‘cattivo votante’”.
Per Sahebi non c’è nulla di “realistico” nella rassegnazione
progressista/riformista: al contrario, scrive
> il reale è ciò che il “realismo del meno peggio”, mascherato da oggettività, è
> continuamente costretto a sopprimere. Il realismo può essere dunque una
> visione distorta che soffoca le alternative di cambiamento, presentandosi come
> pragmatica, mentre in realtà schiaccia il vero potenziale del reale. Insomma,
> c’è un “reale-reale” che ha mille possibilità, e un “finto-reale” che
> desertifica il resto. E il reale, quello vero, ci urla ogni giorno che
> l’elettorato vota a destra non perché non riconosca le libertà o i diritti
> delle minoranze, né perché sia imperniato di patriarcato e sfacciatamente
> ignorante. L’elettorato vota a destra perché ha timore del futuro.
Nei due capitoli conclusivi, Sahebi presenta quello che sembra a tutti gli
effetti un programma elettorale, toccando temi come il salario minimo, i limiti
di misure di workfare e sussidi vincolati a merito e prestazioni, la scomparsa
del lavoro a causa della nuova rivoluzione tecnologica, l’introduzione di una
tassazione progressiva e di reddito di base universale, il cui scopo è “separare
il binomio lavoro-reddito” accettando che “una parte della popolazione non
lavorerà più nei termini tradizionali, ma che ciò non può tradursi
automaticamente in miseria”.
> La fiducia che troppa sinistra si ostina a riporre nei governi tecnici, spiega
> Sahebi, in fondo risiede nell’ormai acquisita abitudine al dogma nella
> “meritocrazia”, un modello sociale profondamente antidemocratico.
Una soluzione che consentirebbe una vera e propria rivoluzione prospettica,
consentendo di sperimentare
> un mondo in cui il benessere non sia legato al sacrificio. Per troppo tempo ci
> hanno insegnato che la dignità si conquista con la fatica, che il dolore è
> necessario, che il tempo libero è un privilegio. Ma se il futuro ci sta
> dicendo che il lavoro umano sarà sempre meno essenziale, forse d’ora in poi
> possiamo smettere di vedere il tempo libero come una minaccia. E iniziare a
> considerarlo per quello che potrebbe essere: una liberazione.
Antilavorismo a parte, le soluzioni concrete proposte da Sahebi sono piuttosto
classiche. Sahebi non ne fa mistero, e lo rivendica anzi con orgoglio: “dovremmo
smettere di sognare o aspettare che a qualcuno venga un’idea migliore. L’unica
opzione sensata c’è già ed è il socialismo,” che definisce come un modello in
cui l’economia è orientata da uno Stato che incarna la collettività in vista
delle sue necessità: “Ciò significa abbandonare l’ossessione per il prodotto
interno lordo a favore del benessere dei cittadini e della loro felicità;
significa anche che, se un singolo individuo accumula una ricchezza tale da
diventare pericoloso per la collettività, lo Stato può e deve imporne il
ridimensionamento”. A chi potrebbe avanzare timori riguardo a questo
accentramento dirigenziale, Sahebi fa giustamente notare come esso sia già in
atto anche nel nostro modello capitalista, solo che non nelle mani di chi
rappresenta la collettività ma solo il proprio interesse privato.
Su questa linea Sahebi invoca organizzazione, e un ritorno alla struttura del
partito, contro lo spontaneismo e il movimentismo che, apparentemente radicali,
si sono rivelati molto allineati su un idealismo buono anche per il Partito
democratico. Il giudizio decisamente ingeneroso sul Sessantotto è forse uno dei
punti che maggiormente tradisce la distanza di Sahebi dai gusti e dai tic dei
circoli della “theory”. Del resto, nei suoi cinque capitoli, con una chiarezza
argomentativa che solo di rado scade nella semplificazione, Sahebi getta le basi
per un sano populismo di sinistra, ben fondato sul materialismo e molto distante
dalle speculazioni (troppo spesso astrattamente etiche) su cui si è avviluppata
(e spaccata) la sinistra negli ultimi decenni.
Non sempre riesce però a sottrarsi alla tentazione di schierarsi, condannando ad
esempio, pur con tutti i caveat del caso, il consumo di droghe, il sex work e la
gestazione per altri (GPA). Spiace, pur trattandosi a parere di chi scrive
dell’unico limite di un saggio necessario e prezioso, perché un metodo
materialista applicato rigorosamente pretende che certe questioni legate alla
sfera personale (ben diversa dalla “proprietà privata”) restino a discrezione
dell’autodeterminazione delle persone. Il compito politico è quello di fare in
modo che le condizioni materiali consentano davvero di scegliere in modo
autodeterminato: il sex work e la GPA non dovrebbero essere determinate da
necessità economica, così come le droghe non dovrebbero essere l’unica via di
fuga da una realtà intollerabile. Sperare di poter elaborare norme di condotta
universali su tematiche così soggettive, però, è non solo un po’ illusorio, ma
anche in contraddizione con quanto si continua, sensatamente, a ribadire nel
libro, e cioè che la questione materiale è quella dirimente. In condizioni
materiali mutate, alcuni di quelli che Sahebi identifica come problemi etici su
cui la collettività è chiamata a deliberare per tutti smetterebbero di essere
tali, mentre la discussione contemporanea al riguardo non si rivelerebbe altro
che l’ennesima culture war, nella quale Sahebi rischia di passare per vetero o
moralista, a discapito della potenza del suo messaggio.
> Sahebi getta le basi per un sano populismo di sinistra, ben fondato sul
> materialismo e molto distante dalle speculazioni (troppo spesso astrattamente
> etiche) su cui si è avviluppata (e spaccata) la sinistra negli ultimi decenni.
Sahebi ha ragione nel sostenere che sia un compito collettivo, e non una mera
questione di semplici decisioni individuali, quello di “riflettere di fronte
agli abusi del mercato”, ma è su questa dicotomia che ha senso insistere: quella
tra gli interessi della classe lavoratrice, che possono includere anche
l’autoderminazione su questioni personali, e gli interessi del capitale.
Insistere cioè sul fatto che il capitalismo comporta un impoverimento delle
nostre vite, mentre l’alternativa socialista consente “l’affermazione dell’Io
nella sua dimensione più piena, che comprende anche la sua vita nella
collettività”.
L'articolo Questione di classe di Alessandro Sahebi proviene da Il Tascabile.
I n un saggio del 2023 dal titolo La correzione del mondo. Cancel culture,
politicamente corretto e i nuovi fantasmi della società frammentata, l’autore
Davide Piacenza racconta alcune declinazioni del progressismo contemporaneo,
portate avanti da una premessa storico-filosofica che conferma l’orientamento di
massima del pensiero occidentale. La premessa del libro ci ricorda che con la
caduta del muro di Berlino nel 1989 e con la dissoluzione dell’URSS nel 1991, la
sinistra ha radicalmente mutato il suo approccio, mettendosi alla ricerca, come
scrive Piacenza, “di nuovi dei laici”, riportando a sua volta un pensiero del
critico d’arte Robert Hughes, secondo il quale con la crisi del comunismo la
reazione fu di allontanarsi dal marxismo classico, col suo accento sulle lotte
economiche e di classe, e di abbracciare le teorie della scuola di Francoforte,
soprattutto di Theodor W. Adorno ed Herbert Marcuse. Per questi pensatori,
l’intera esperienza dell’essere umano ruota attorno a meccanismi repressivi
insiti non nella politica manifesta, bensì nel linguaggio, nell’educazione,
nell’entertainment, insomma nell’intera struttura della comunicazione sociale.
Secondo Piacenza, partendo dagli assunti sociologici di Hughes, il compito
dell’attivista o del militante ‒ ma alla differenza tra questi due termini
arriveremo poi ‒ sarebbe diventato oggi quello di stanare la discriminazione
decostruendo i sistemi non basandosi più sulla riconquista di un potere
marxisisticamente economico, quanto piuttosto su una consapevolezza del
linguaggio, attraverso le pieghe della narrazione eterocostituita.
Questo “passaggio interno”, se così vogliamo chiamarlo, testimonia un
ricollocamento importante nel bilanciamento delle correnti di pensiero opposte
alle destre, che siano esse moderate o estreme, ma la sua analisi sembra
interessare poco chi si occupa degli “spostamenti di faglia” dei moti
resistenziali, o supposti tali. Eppure proprio questo cambiamento di rotta molto
forte ha generato spesso delle incomunicabilità piuttosto pesanti, soprattutto
tra la generazione delle lotte del Sessantotto e quelle successive, dagli anni
Ottanta fino a oggi.
Prendiamo a esempio di questa differenza un dialogo avuto tra Toni Negri e sua
figlia Anna Negri, nel film Toni, mio padre, diretto dalla stessa Anna, che
racconta il rapporto tra la regista e il padre, fondatore di Autonomia operaia e
tra i massimi teorici rivoluzionari del Ventesimo e Ventunesimo secolo: “Io ho
un’amica che era un ragazzino calabrese, completamente solo, in un mondo che gli
diceva che non poteva esistere. Questo ragazzino capisce da solo che lui può
essere diverso. Viene a Roma e diventa una donna. Ma se lui non avesse
riconosciuto che quelle cose erano costruzioni del patriarcato poi non avrebbe
potuto lottare e diventare quello che voleva.”
> Il cambiamento di rotta, da marxismo a decostruzione, ha generato delle
> incomunicabilità pesanti tra la generazione delle lotte del Sessantotto e
> quelle successive, dagli anni Ottanta fino a oggi.
“Mi parli di questo ragazzo come se fosse un imprenditore, che scopre in se
stesso la propria fiducia nel futuro. Ma per fare quello che ha fatto questo
ragazzo ha dovuto conquistare questa sua capacità di diventare un altro
attraverso gli altri. Il tuo è un discorso completamente e radicalmente
individualista.”
“Va bene, allora non ci capiamo proprio.”
Queste idee diverse su quale sia il modus operandi per organizzare (o
riorganizzare) un pensiero che tende al resistenziale, ci portano effettivamente
a prendere atto che, negli ultimi vent’anni più o meno, proprio la concezione di
una lotta privata, più basata peraltro, la maggior parte delle volte, sul
raggiungimento di un’identità personale e meno sui conflitti di classe, ha
inevitabilmente prodotto delle derive su cui non è facile passare sopra senza
interrogarsi su cosa sia diventato il pensiero di sinistra dopo la caduta del
Muro. Infatti, ritornando sempre al libro di Piacenza, troviamo diversi esempi
che riportano le conseguenze più manifeste di questo iato sempre più ampio, e
non riguardanti esclusivamente l’identità di genere o di etnia, ma anche
questioni ben più radicate nell’immaginario del Novecento stesso, come lo
scontro tra democrazie e fascismi. L’episodio capitato a Emanuel Cafferty ne è
un emblema abbastanza lampante.
Fino al giugno del 2020, Cafferty lavorava alla San Diego Gas & Electric, una
società di luce e gas della California meridionale. “Quel giorno”, racconta
Piacenza “aveva finito un lungo turno di mappatura delle condutture sotterranee
della contea e, esausto, si era messo alla guida del pick-up bianco fornito
dalla sua società per tornare a casa, con la mano fuori dal finestrino per
godersi la brezza. A un certo punto, un automobilista fermo a un semaforo gli ha
mostrato il dito medio, per poi iniziare a insultarlo facendo uno strano gesto
con la mano: unendo pollice e indice, quello che il quarantenne Cafferty sulle
prime aveva pensato essere un folle sembrava esibire il gesto che si usa per
dire «okay».” Dopo numerose insistenze, per esasperazione, Cafferty fa il gesto,
proprio mentre il suo interlocutore lo immortala con il suo smartphone. “Come
scoprirà soltanto in un secondo momento, quell’okay sign è anche un segno di
riconoscimento appropriato dall’alt-right, il complesso sottobosco di meme e
razzismo che ha trovato in Donald Trump il suo paladino di virtú.
L’automobilista aveva visto la mano di Cafferty fuori dal finestrino del pick-up
in una posizione che richiamava quella resa un segnale di riconoscimento di una
nicchia di filonazisti online, si era convinto che fosse un suprematista bianco
e aveva iniziato a inveire contro di lui. Poi aveva postato la sua foto su
Twitter. Cafferty – figlio di messicani e latinoamericani – non aveva alcuna
idea di cosa fosse l’alt-right, né ovviamente che quello fosse un gesto da
nazisti da forum internettiani”. Eppure, a causa di questo gesto per lui privo
di significato, la settimana successiva si trova senza lavoro: “dozzine di
persone avevano chiamato il suo datore di lavoro per chiederne il
licenziamento”.
Questo è solo uno dei tanti cortocircuiti di senso riportati nel libro, che
fornisce una panoramica abbastanza lucida proprio di quanto il pensiero
originario, secondo cui appunto il sopruso vada ricercato “nel linguaggio,
nell’educazione, nell’entertainment”, sia stato trasformato in una sorta di
Giano bifronte generatore di capovolgimenti logici che passano dal progressismo
alla reazione nel giro di un battito di ciglia. Il fulcro quindi di questo
disorientamento, di questa “continua tentazione alla vaporizzazione” insita
nell’attivismo, per così dire, sta forse proprio in quella ricerca di “nuovi dei
laici”. Una ricerca che, proprio perché rimane ancora senza un concreto e
definitivo risultato, finisce per generare mostri, soprattutto nel mondo post
digitale. Ed è questa teogonia che traccia i nuovi sentieri del progressismo.
> La ricerca di “nuovi dei laici”, proprio perché rimane ancora senza un
> concreto e definitivo risultato, finisce per generare mostri. Ed è questa
> teogonia che traccia i nuovi sentieri del progressismo.
Questa direzione era stata non interamente ma significativamente già
preconizzata nei primi decenni del Novecento ‒ almeno vent’anni prima delle
teorizzazioni di Adorno, Marcuse, Horkheimer ecc… ‒ rispetto al concetto di
sacro teorizzato dalla filosofa francese Simone Weil. Weil intendeva con sacro
quella forza impersonale (sicuramente non individuale, ma neanche collettiva)
che riesce a trascendere l’umano, recuperando quel senso di spiritualità che la
società consumistica ha così annacquato, ma che continua a usare per piegare le
masse ai suoi egoistici appetiti. Il popolo, orfano di ritualità, si rifugia nei
processi di appropriazione materialistica e di accumulo seriale e compulsivo per
colmare un vuoto lasciato dalla scomparsa di una differenza tra sacro e profano.
Orfano dello spirito, il popolo va a ricercare proprio il suo contrario, e con
esso lo sostituisce.
Ecco, questo genere di individuazione sociologica ha sempre relegato la parte
maggioritaria dell’umanità a una forma di reazione, a una schiavitù nei
confronti delle forze “potentistiche” del mondo, o anzi addirittura a una
complicità nell’aver contribuito a creare la decadenza etica contemporanea. Di
queste deformazioni però a prima vista non è mai stato interessato chi invece
tende a una riqualificazione della società, chi cerca di opporsi a questo fluire
inconsapevole nelle maglie del consumo. Questa minoranza, culturale e numerica,
è sempre stata invece associata tendenzialmente a un fare virtuoso, a un senso
di responsabilità nei confronti dell’altro da sé. Ma cosa succederebbe se ci
immaginassimo che anche questa “altra parte della barricata” sente lo stesso
bisogno di sacro della maggioranza silenziosa?
Anche qui può venirci in soccorso un esempio riportato all’interno di La
correzione del mondo. Sul finire dell’anno scorso Erika López Prater, una
professoressa di Hamline, la più antica università del Minnesota, si è trovata
improvvisamente senza lavoro perché durante una lezione online di storia
dell’arte globale aveva mostrato per pochi minuti una miniatura contenuta
nell’opera di un artista islamico medievale, Rashid al-Din. Nell’immagine
l’angelo Gabriele consegna al profeta Maometto le rivelazioni di Allah raccolte
nel Corano, ma per un certo Islam conservatore la rappresentazione di Muhammad è
vietata, perché sfocia nell’idolatria. Il dettaglio importante della storia è
che López Prater nel programma del suo corso faceva riferimento al fatto che
durante le lezioni sarebbero state mostrate immagini sacre del profeta dei
musulmani, e quel giorno dalla sua cattedra ha ribadito il disclaimer, invitando
chiunque lo volesse ad abbandonare temporaneamente la lezione. Nessuno ha detto
niente, ma poco dopo la fine della lezione la professoressa è stata contattata
da una studentessa musulmana di origine sudanese, Aram Wedatalla, presidente
della Muslim Student Association dell’ateneo. Wedatalla non si è limitata a
scrivere a lei: ha raggiunto gli organi dell’università di Hamline che hanno
indetto una giornata pubblica contro l’islamofobia per riparare al torto.
Non serve sottolineare quanto in questo esempio, ancora più che nel precedente,
sia centrale l’idea di linguaggio collegata a quella di sacralità all’interno
del mondo progressista di oggi. Per affrontare questi continui marasmi di
apparenti relativismi morali va sicuramente analizzata però una premessa: è un
riflesso incondizionato di chi agisce o crede di agire per il bene non indagare
chi si attiva all’interno della stessa macrodimensione etica e morale, proprio
perché smacchiato da ogni sospetto, da ogni tentazione egoistica o
qualunquistica. Come scrive infatti Simone Weil in La persona e il sacro, dalla
prima infanzia sino alla tomba qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano,
nonostante tutta l’esperienza dei crimini compiuti, sofferti e osservati, si
aspetta invincibilmente, che gli venga fatto del bene e non del male. È questo,
anzitutto, che è sacro in ogni essere umano. Il bene è l’unica fonte del sacro.
Solo il bene e ciò che è relativo al bene è sacro.
> La minoranza, culturale e numerica, politicamente attiva è sempre stata
> associata tendenzialmente a un fare virtuoso, a un senso di responsabilità nei
> confronti dell’altro da sé, ma forse sente lo stesso bisogno di sacro della
> maggioranza silenziosa.
Essendo quindi il bene una spinta “forte”, a chi crede di perseguirlo non viene
spesso da interrogarsi sulla sua nascita, o sulla sua intelligenza. Chi agisce
per il bene, in sostanza, è difficilmente indagato da un suo compagno di
viaggio, da chi come lui agisce nello stesso bene. Non si tratta dunque di
malafede, come a prima vista potrebbe sembrare, ma di una fede vera, che gira
attorno alle idee di Weil confermandole e allo stesso tempo deformandole. Tutto
questo, generato di base dalle conseguenze della crisi del comunismo teorizzate
da Hughes, ha finito in un certo senso per allineare tutto in un unicum,
sciogliendo le barricate e ammucchiando ogni ideologia in questa tendenza
all’idolatria di diversi postulati. Ed è proprio a partire da queste basi che
possiamo approfondire ora la fondamentale differenza tra militanza e attivismo
come concetto profondamente collegato ai precedenti.
L’attivismo viene associato senz’altro al mondo progressista (o woke
addirittura) ma non ha, a conti fatti, una funzione rivoluzionaria, ponendosi
invece nell’ottica di rinnovare quello che già esiste, senza tuttavia metterne
in discussione le fondamenta. Come suggerisce Gigi Roggero in Elogio della
militanza (2016) attivismo e militanza non sono concetti sinonimi o ambivalenti:
presuppongono opposte visioni della politica e sedimentano antitetiche coscienze
dell’esistente e degli strumenti per combatterlo. In altre parole, il militante
è figura politica, di parte, che attraverso il sacrificio e la disciplina
dichiara guerra all’individuo liberale in favore del divenire rivoluzionario
dell’individuo sociale; l’attivista è al contrario l’innocua figura volontaria
che tenta di ricomporre ciò che invece andrebbe disarticolato socialmente per
essere ricomposto politicamente contro e non al posto di.
Questa deriva, che parte da una perdita (la percezione del fallimento storico
del socialismo reale) per arrivare a un’illusione (un’idolatria che tende e
rendere innocua gran parte della resistenza contemporanea al capitale) riporta a
una conseguenza unica, ossia la necessità di restare a tutti i costi nel
presente, di non prevedere una riscoperta vera dei moti e delle lotte
pre-società liquida, ma eventualmente di riportare al centro del discorso la
militanza solo come un altro “vitello d’oro” proveniente da un’altra epoca, da
adorare in superficie, elevandolo ma spettacolarizzandolo allo stesso tempo, non
volendo fino in fondo approfondire cosa implichi diventare effettivamente
militanti, forse semplicemente ancora per questa spinta atavica verso il sacro,
che distorce e rende ambiguo ciò che Simone Weil aveva inteso come un momento
resistenziale, o forse anche per paura della risposta che si troverebbe.
> Attivismo e militanza non sono sinonimi: presuppongono opposte visioni della
> politica e sedimentano antitetiche coscienze dell’esistente e degli strumenti
> per combatterlo.
Roggero sostiene infatti che sacrificio e disciplina nelle forme attuali della
partecipazione politica hanno acquisito una distanza talmente profonda che,
anche laddove presenti, vengono taciute, negate, quasi che imporsi un sacrificio
o costringersi in una disciplina collettiva rimandi a forme e metodi di una
lotta politica da cui finalmente si sono prese le distanze. Ma il militante, ci
dice Roggero
> è la figura fondamentale della politica rivoluzionaria. Traduce la linea
> politica verso il basso e la corregge verso l’alto. È la cerniera tra la
> teoria e la pratica, la figura che combina incessantemente la massima rigidità
> strategica con la massima flessibilità tattica, è in altre parole la
> personificazione della dialettica leniniana, colui che sta dentro le
> contraddizioni agendo da detonatore, sempre in bilico tra dogmatismo e
> opportunismo, senza mai scivolare nell’uno o nell’altro.
Le conclusioni di Elogio della militanza auspicano un ritorno all’operaismo,
ricordandoci che non è il capitale a costituire la classe operaia ma il
contrario: è il proletariato che attraverso i suoi percorsi di resistenza
costringe il capitale a innovarsi prendendo la forma attuale e in continua
evoluzione. Non sappiamo se sia questa la strada da seguire, ma sicuramente
ricercare un’idea di attivismo come finto sinonimo deresponsabilizzante di
militanza rischia di diventare semplicemente l’altra faccia della medaglia di un
biopotere sempre più abituato a superare tutto e tutti entro ogni possibile
previsione di scontro.
Lasciandoci con molte domande e, gramscianamente, con uno stoico pessimismo
della ragione ma ottimismo della volontà, ci preme concludere con la
reiterazione poetica di questo concetto, suggerendo allo stesso tempo un
affettuoso ricordo di Goffredo Fofi: “Fossi certo che domani il mondo finisse
distrutto dall’ignominia umana – che ha un nome, ed è capitale – non farei altro
che lottare ancora più accanitamente perché questo non avvenga, anche sapendo
che avverrà”. Sarà anche questa un’idea di sacro?
L'articolo La correzione del potere proviene da Il Tascabile.