A trent’anni dalla scomparsa e a cento dalla nascita di Gilles Deleuze, è
apparso Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi (2025) di
Roberto Ciccarelli presso DeriveApprodi. Il timing della pubblicazione potrebbe
far pensare a un libro commemorativo o ancora a un’introduzione alla filosofia
deleuzo-guattariana. Senz’altro vi è un po’ di entrambe le cose. Ma questo è
innanzitutto un libro che va letto al termine o all’inizio di un’assemblea.
Durante l’occupazione di un liceo o di una facoltà contro il genocidio del
popolo palestinese. O ancora la sera prima di scendere in piazza contro l’ultima
trovata del governo. Perché l’intenzione di Ciccarelli è chiara dalla prima
pagina: fermarsi un attimo, guardarsi attorno e dire “abbiamo un problema”.
Abbiamo innanzitutto il problema dei fascismi e delle guerre. Ma abbiamo anche
un altro problema, da cui forse discendono tutti gli altri: ci siamo dimenticati
quanto sia desiderabile una rivoluzione. Non l’attesa messianica dell’ora X che
ci salverà tutti o perfino l’intervento di un qualche esercito comunista
intergalattico; no, quella pensata da Deleuze e Guattari e rilanciata oggi da
Ciccarelli è una rivoluzione che passa dal divenire-rivoluzionari.e.
> È nell’intermezzo tra una sussunzione e una separazione dal potere che si
> accende un altro divenire rivoluzionari.e. Lo si inizia a praticare nel mezzo,
> tra linee divergenti. Nulla è scontato, né automatico, nessuna strategia è
> totale, nessuno scontro è finale. Tuttavia avvengono svolte profonde che
> possono spezzare un divenire e porre fine a una storia.
Fascism is in the air
“Il fascismo è nell’aria”, le sue molecole vorrebbero toglierla e confiscarla.
Al governo in diversi Paesi, non solo il nostro. Nei centri di detenzione e di
espulsione. Nelle scuole e nelle università. Sui luoghi di lavoro. Da un lato e
dall’altro dell’Atlantico, senza risparmiare l’America Latina di Javier Milei.
Eppure mai è stato così difficile dire e comprendere quella che Ciccarelli
chiama la “parola F”. La difficoltà nasce, spiega, dal “successo”
dell’occupazione neoliberale della “dialettica tra rivoluzione e divenire
rivoluzionari” con l’intento di ridurla agli assiomi del mercato. Così non sono
soltanto le istanze di libertà e le loro lotte che si sono “molecolarizzate”, ma
anche il fascismo. Una vera e propria appropriazione “dei concetti e del senso
delle azioni dell’avversario per ribaltarle nel loro contrario, facendo così
collassare i divenire rivoluzionari.e che circolano nelle forme di vita
normalizzate”. È da qui che si sviluppa quel carattere intrinsecamente
contraddittorio del neoliberalismo, insieme rivoluzionario e conservatore,
reazionario e controrivoluzionario.
> Abbiamo il problema dei fascismi e delle guerre. Ma abbiamo anche un altro
> problema, da cui forse discendono tutti gli altri: ci siamo dimenticati quanto
> sia desiderabile una rivoluzione.
I “fascismi molecolari” di cui si occupa la ricerca di Ciccarelli non sono
riducibili a un aggiornamento dei fascismi storici. A differenza di questi
ultimi, il trumpismo non è una “macchina da guerra” che si appropria dello Stato
per controllare il mercato, ma è la “presa” dello Stato da parte delle forze del
mercato per mezzo, anche ma non solo, della violenza e del terrore fascisti.
L’obiettivo di Trump, “Make America Great Again”, non è di stabilire un
controllo americano sul mercato mondiale, ma di accumulare il più possibile le
proprie ricchezze irrobustendo a sua volta i profitti di chi fa parte della sua
rete finanziaria e immobiliare. E per questo distruggere gli ultimi meccanismi
di mediazione democratica e istituzionale, così come gli ultimi residui di
“spesa” sociale. Così come i suoi predecessori, in una congiuntura di forte
accelerazione che però lo differenzia, Trump non può proseguire il suo disegno
senza dispiegare una vera e propria guerra contro tutti coloro che, per
necessità o ancora per convinzione, si oppongono a una tale distruzione del (già
assai flebile) Stato sociale.
È in questo senso che Divenire rivoluzionari.e segna l’emergenza dei
microfascismi contemporanei negli anni Settanta più che negli anni Venti o
Trenta, sottolineando la loro organicità alla (contro)rivoluzione neoliberale.
Nelle pieghe del percorso storico tortuoso dei neoliberalismi, Ciccarelli
conduce il lettore e la lettrice al cuore delle sue contraddizioni seguendo la
sua triplice rivoluzione autoritaria sviluppata contro quel lungo decennio di
lotte e di sperimentazione che chiamiamo 1968. Per questo Ciccarelli definisce
il neoliberalismo innanzitutto come una rivoluzione “dall’alto condotta dalle
classe dirigenti nutrite da egoismi territoriali e da impulsi anticostituzionali
e antiparlamentari”. Si tratta allo stesso tempo di una rivoluzione “capitalista
ostile alla democrazia intesa come istanza della libertà, dell’uguaglianza e
della giustizia” che si articola a una terza rivoluzione, questa volta
“classista, sessista e razzista che coltiva il risentimento contro gli oppressi,
gli sfruttati, le differenze sessuali e gli erranti fra le frontiere”.
Il merito del libro di Ciccarelli è, da questo punto di vista, di ritornare alla
fine di Mille piani (1980), dove l’analisi storica dei neoliberalismi si
intreccia con la storia politica degli anni Settanta. A differenza di altri tipi
di analisi, quella di Deleuze e Guattari è capace di mettere in risalto il
carattere antiliberale dei neoliberalismi, che vengono intesi innanzitutto come
delle varianti del progetto capitalista di farla finita con le aporie dei
liberalismi. Tra democrazia e individualismo, interesse collettivo e profitto
d’impresa, diritti fondamentali e libertà imprenditoriali, i neoliberalismi, già
nelle loro teorizzazioni degli anni Venti e Trenta, non cercano più delle
mediazioni.
Ecco perché i primi terreni di sperimentazione delle teorie neoliberali non
potevano che essere le dittature militari che falcidiarono le popolazioni
sudamericane negli anni Settanta. Dal golpe brasiliano del 1964, passando per il
Cile di Pinochet (1973) fino all’Argentina di Videla (1976), il neoliberalismo
si è imposto come dottrina politica, economica e sociale della guerra alla
democrazia, alle mediazioni istituzionali del movimento operaio, delle
differenze sessuali, in un mix di disprezzo totale dei diritti, senza alcuna
distinzione fra quelli sociali, civili e politici delle popolazioni prese in
ostaggio. Ciccarelli ricorda giustamente l’appoggio concreto della Scuola di
Chicago alla dittatura cilena, l’esultanza del neoliberale Wilhelm Röpke alla
notizia del golpe brasiliano e l’omaggio di Friedrich Hayek al fascista
portoghese António de Oliveira Salazar. Questi processi sono spesso associati
nell’immaginario collettivo a delle sorte di colpi di coda di vecchi incubi
fascisti che resistevano a un mondo nuovo di libertà e diritti. Oppure, nel
migliore dei casi, sono appiattiti alle difficoltà dei processi di
decolonizzazione, a cui certo sono legati. Il libro di Ciccarelli è appunto uno
strumento per andare oltre tali confusioni, sia storiche che contemporanee.
L’autore mostra infatti come le dittature degli anni Settanta, assieme a quelle
che le hanno precedute di qualche anno, non possano essere dissociate né dalle
guerre civili in seno all’Europa (Italia e Germania in testa), né dalla
finanziarizzazione dell’economia mondiale.
> Ciccarelli conduce al cuore delle contraddizioni dei neoliberalismi seguendo
> la triplice rivoluzione autoritaria sviluppata contro quel lungo decennio di
> lotte e di sperimentazione che chiamiamo 1968.
È in questa lunga storia che prende le mosse dagli anni Settanta che Ciccarelli
stabilisce una controstoria dei neoliberalismi, entro la quale diventa possibile
pensare nuovamente la famosa “parola F”. La spettacolarità degli speech
trumpiani, l’uso massiccio e scabroso dell’Intelligenza artificiale (si pensi al
video IA in cui Trump getta quintali di feci sulle manifestazioni No King) o
ancora la “tiktokizzazione” dei raid anti-chicanos condotti dalle milizie
paramilitari ICE guidate dallo Standartenfūhrer Gregory Bovino uniscono cattivo
gusto, violenza estrema e accelerazione della fascistizzazione della vita
quotidiana. Lasciano attoniti, impotenti davanti a un potere talmente kitsch da
pubblicare su Truth i nuovi arredi dei bagni Lincoln della Casa Bianca in stile
Saddam Hussein o Casamonica.
Cattivo gusto a parte, il neoliberalismo fascista di Trump che emerge dalle
pagine di Ciccarelli è figlio della lunga storia americana e mondiale inaugurata
da Richard Nixon e Ronald Reagan. Ovvero quel particolare momento della storia
mondiale in cui la rottura degli accordi di Bretton Woods (1971) e la seguente
finanziarizzazione dell’economia mondiale si articolano alla moltiplicazione dei
fronti di guerra, esterni e interni (come la War on drugs). Non è neanche un
caso che, come mostra The Apprentice (2024) di Ali Abbasi, proprio in quegli
anni il giovane Trump incroci sul suo cammino, mentre speculava sulla New York
falcidiata dal debito pubblico, l’avvocato fascista Roy Cohn, già sperimentato
inquisitore al fianco di Joseph McCarthy.
Divenire rivoluzionari.e. O una nuova idea di rivoluzione
L’ostacolo più grande per Trump e accoliti ha una data che è anche un nome
comune globale: 1968. Neoliberali e nuovi fascisti ne sono ossessionati.
Moltiplicano i suoi nomi per distaccarlo dalla ricchezza esistenziale e
politica, culturale e artistica che ha sconvolto, ai quattro angoli del mondo e
per un lungo decennio, la storia del capitalismo mondiale aprendo a nuove
direzioni di liberazione politica, sociale, economica, sessuale. Terreno per
eccellenza delle Cultural wars neoliberali dagli anni Ottanta, il pensiero-1968
è stato prima mercificato e svuotato nella forma della French Theory, per poi
essere identificato come la radice dei mali contemporanei. Sotto il nome di
“decostruzione”, l’insieme delle teorie e delle ricerche di Deleuze e Guattari,
Foucault e Derrida sono state perfino l’oggetto di un convegno organizzato nel
2022 alla Sorbona (Cosa ricostruire dopo la decostruzione?) a cui ha preso parte
il ministro francese dell’educazione dell’epoca Jean-Michel Blanquer. Era il
tempo delle statue di Cristoforo Colombo distrutte o sfregiate negli Stati Uniti
nell’ondata di mobilitazioni seguite al movimento Black Lives Matter, contro cui
i think tank dell’Alt-Right hanno elaborato la categoria della Cancel Culture e
poi del Woke. Salvo poi praticarla dall’alto e loro stessi, questa cultura della
cancellazione, prima attraverso il definanziamento delle ricerche “progressiste”
nelle università americane e poi delle esposizioni in numerosi musei, per finire
con l’eliminazione vera e propria di numerosi siti scientifici precedentemente
finanziati dal Congresso.
L’ossessione dei neoliberali e dei fascismi molecolari per il 1968 si spiega,
alla luce della ricerca di Ciccarelli, per la potenza di trasformazione che esso
ha liberato. Quel lungo decennio di lotte e nuovi sviluppi del pensiero critico
ha posto le condizioni di possibilità per andare oltre il sempiterno problema
del fallimento delle rivoluzioni e pensare dei nuovi inizi. Un’idea che Deleuze
sintetizzò nell’Abecedario girato da Pierre-André Boutang e pubblicato postumo:
“che le rivoluzioni falliscano, che finiscano male, non ha mai fermato la gente,
non ha mai impedito che la gente diventasse rivoluzionaria” (Abecedario, voce
“Sinistra”). Gli anni-mondo 1968 indicano infatti per Ciccarelli, così come per
Michael Hardt nel suo recente I Settanta sovversivi (2025), il terreno su cui è
emersa una nuova maniera di intendere e praticare il problema della rivoluzione.
Problema che, a partire da ciò che Ciccarelli e Hardt considerano il ground Zero
della nostra politica, consiste nel “dare un’altra consistenza alla
molteplicità”. La radicalità della novità degli anni-mondo 1968 è rintracciata
nel libro attraverso una “rottura” con i paradigmi organizzativi e desideranti
ereditati da altre “rotture” maggiori nel corso della storia dei movimenti
operai e rivoluzionari. Identificati spesso con una sorta di post-marxismo, se
non proprio con un’epopea del capitalismo neoliberale, Deleuze e Guattari sono
considerati qui invece come due filosofi rivoluzionari. In un’intervista con
Antonio Negri del 1990, Gilles Deleuze ribadì infatti come sia lui sia Félix
Guattari fossero “rimasti marxisti”, prima di aggiungere un prudente “in due
maniere diverse forse, ma entrambi”. Il filosofo francese spiegò subito cosa
intendeva: “non crediamo a una filosofia politica che non sia incentrata
sull’analisi del capitalismo e dei suoi sviluppi”.
> Identificati spesso con una sorta di post-marxismo, se non proprio con
> un’epopea del capitalismo neoliberale, Deleuze e Guattari sono considerati qui
> invece come due filosofi rivoluzionari.
L’adesione di Ciccarelli a questa autointerpretazione di Deleuze gli ha permesso
di presentare una caratteristica inedita rispetto alla letteratura italiana e
non solo, dando un peso specifico degli approfondimenti agli scritti di
Guattari. La centralità del tema della “rottura” nella ricerca di Ciccarelli
eredita appunto la riflessione guattariana condotta a partire dai primissimi
anni Sessanta, quando egli applicava e problematizzava insieme il concetto
lacaniano di “rottura” (coupure), gli ultimi sviluppi sartriani sui gruppi e
l’esperienza leninista del 1917. Come spiega bene l’autore, se per Guattari e
Deleuze bisognava cercare nuovi strumenti organizzativi, primo su tutti la
“trasversalità”, la “rottura leninista” del corso della storia resta una bussola
centrale nelle loro riflessioni. Non si tratta certo di “ripetere” il contenuto
dell’esperienza bolscevica, ma di ripetere la “rottura” che essa è stata capace
di imprimere alla “linearità storico-sociale”.
È quindi questa idea della possibilità e dell’attualità della rivoluzione che
pervade l’opera di Ciccarelli. Una rivoluzione che articola, senza sostituirla,
alla dualità della lotta di classe (una classe contro l’altra) una molteplicità
di forme di lotta e di soggetti che si riscoprono non solo come assoggettati dai
poteri e dai saperi, ma anche come protagonisti di processi rivoluzionari. È per
questo che Ciccarelli identifica nel divenire rivoluzionari.e un triplice
compito ancora non svolto: “la trasmutazione del passivo nell’attivo”, “la
trasvalutazione dei valori” e “la riconversione della soggettività capitalistica
e del suo desiderio in quella di una soggettività liberata”. Entro questo quadro
storico, politico e filosofico, si sviluppa dunque il problema dei divenire
rivoluzionari.e oggi. Il libro rilancia così un’intuizione che Marx ha
approfondito nei suoi scritti storici sul 1848 e sulla Comune, Lenin nel suo
Stato e rivoluzione nel caldo degli eventi del 1917, ma anche Gramsci, Sartre e
poi i movimenti decoloniali e transfemministi. Il problema consiste nel vedere
nelle molteplicità non una dispersione o ancora una frammentazione, ma il
terreno stesso di una reinvenzione della classe.
In tutti questi autori, teorici o ancora rivoluzionari, come nota Ciccarelli, il
concetto di classe non è un soggetto naturale, né un’entità statistica da
misurare con coordinate socioeconomiche. È invece un soggetto politico in
movimento, contingente e per questo sempre in discussione. Quando emerge, c’è
una rivoluzione. E non è sempre detto che ci sia. La classe diventa così una
formula delle molteplicità, la formula rivoluzionaria delle molteplicità, che si
oppone sia alla loro frammentazione sia alla loro messa in concorrenza o
addirittura all’accumulazione di identità a cui invita senza sosta la
mercificazione delle soggettività. È in questo senso che va intesa la tesi di
Ciccarelli secondo cui “la politica non è solo una questione di resistenza, ma
di creazione”. La creazione di cui si parla qui è la trasformazione delle
molteplicità sociali che è possibile quando un divenire rivoluzionari.e ne
incontra un altro:
> Il problema è tracciare una linea di massa tra divenire rivoluzionari.e
> asimmetrici, frammentari e dispersi mentre si consolida un potere che tende a
> negare la pensabilità di una simile prospettiva e realizza la propria
> rivoluzione, quella che nega la possibilità delle altre.
È proprio questa idea di una politica delle molteplicità che si schiude
nell’apertura del concetto di divenire rivoluzionari.e. Il pensiero filosofico e
politico di Deleuze e Guattari si muove a partire da una dinamica specifica che
– ci permettiamo di aggiungere qui a partire dagli archivi inediti di Deleuze –
prende il nome di dialettica della differenza e della ripetizione. Potrebbe far
inarcare qualche sopracciglio questo richiamo alla dialettica, a cui Ciccarelli
fa riferimento dalle prime pagine, in cui spiega che il suo libro è un esercizio
per “agire attraverso e pensare con Deleuze e Guattari […] in una dialettica da
riscoprire o da apprendere un’altra volta”. Ovvero: come pensare una dialettica
che sappia porre e insieme praticare il problema della rivoluzione a partire da
una concezione in movimento della “prassi basata sulla differenza”?
> Il concetto di classe non è un soggetto naturale, né un’entità statistica da
> misurare con coordinate socioeconomiche. È invece un soggetto politico in
> movimento, contingente e per questo sempre in discussione. Quando emerge, c’è
> una rivoluzione.
I passaggi più belli di Divenire rivoluzionari.e sono dedicati appunto a questa
dialettica. In una filologia vivente del concetto di rivoluzione, Ciccarelli ne
ricostruisce i legami col divenire, alla base della concezione contingente e
situata, mai escatologica, che sviluppano Deleuze e Guattari: “il divenire è il
riveniente: torna sempre diverso. E, ogni volta che si è ri-voluto, lo si è
voluto ancora, è tornato su se stesso, si è rivolto in altro. […] Il rivenire,
invece, è una ripetizione che differisce nella storia. Nei rovesci la differenza
riviene di nuovo e si capovolge un’altra volta”.
Per questo il concetto di “divenire rivoluzionari.e” articola soggettivazione e
rivoluzione, in un pensiero-azione cosciente che la prima non è riducibile a una
propedeutica della seconda, né che quest’ultima possa risolvere una volta per
tutte i problemi di cui è pregna la prima. Una rivoluzione non salva, non basta
e certo non estingue i problemi che assillano la storia umana. Ma costituisce
senza dubbio un salto (una “rottura”) dentro questa stessa storia, al punto che
ci sono date dopo le quali non è possibile porre i problemi come prima: 1789,
1848, 1871, 1917, 1968. Lo stesso problema della rivoluzione muta dentro questa
logica e si presenta oggi, nel post-1968, sotto forma del divenire
rivoluzionari.e.
Attraverso questo concetto-problema, Ciccarelli propone l’urgenza di armarsi di
ciò che Deleuze ha definito in Differenza e ripetizione (1968) “la conquista del
potere più alto”, quello di “decidere dei problemi restituendoli alla loro
verità”. Il ragionamento di Ciccarelli ruota attorno all’attualità di queste
pagine della tesi discussa da Deleuze in una Sorbona ancora sconvolta dagli
eventi del maggio 1968, in cui la “guerra dei giusti” è definita come “la lotta
pratica” che “non passa per il negativo, ma per la differenza e la sua potenza
di affermare”. Differenza che passa a sua volta dalle sperimentazioni di nuovi
“blocchi di alleanze”, concetto di Mille piani ampiamente aggiornato da
Ciccarelli attraverso il filtro delle teorie decoloniali e transfemministe,
capaci di ampliare e approfondire questo “potere” e insieme di creare nuove
soluzioni. Come indica la stessa formula del concetto: “divenire
rivoluzionari.e”, piuttosto che semplicemente “rivoluzionari”, perché si tratta
innanzitutto di un lavoro politico che consiste nel rendere i problemi di
ciascuno trasversali alle lotte degli altri e quindi divenire questi altri per
poi divenire un’altra cosa ancora. “Futura umanità”, recitava l’Internazionale;
più concretamente, direbbero Deleuze e Guattari, cominciamo con un “divenire
donna”. Ecco, diveniamo rivoluzionari.e.
L'articolo Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi di
Roberto Ciccarelli proviene da Il Tascabile.
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H o dimenticato di quale torto pensai di essere stato vittima durante la gita di
maturità. Ricordo solo che durante quella settimana parlai pochissimo e di
controvoglia. Invece che andare a sballarmi con il resto dei miei compagni,
passavo le poche ore libere che i professori ci concedevano ogni giorno
infilandomi nella metropolitana. Senza curarmi della direzione, salivo sul primo
treno di passaggio. Qualche volta, a un’intersezione tra due linee, smontavo dal
treno e prendevo una coincidenza, lasciandomi trasportare da un altro convoglio.
Poi, a un certo punto, senza seguire un principio preciso, sceglievo una fermata
e smontavo. Obbedendo alla segnaletica procedevo verso l’uscita e, una volta
ritornato in superficie, mi dedicavo all’esplorazione del quartiere in cui il
caso aveva deciso di portarmi.
A volte andava male. Il quartiere scelto poteva essere un quartiere dormitorio,
il cui paesaggio era dominato da un’infilata di alveari per umani in un anonimo
stile brutalista. Altre volte, invece, il caso regalava qualcosa. Come quando,
girovagando per un piacevole blocco di condomini in stile liberty, m’imbattei in
un pittoresco negozio che vendeva oggettistica rockabilly; una rarità per chi,
come me, veniva dalla provincia profonda.
Che andassero bene o male, quando l’orologio m’imponeva di tornare sui miei
passi e ritornare sotto terra per rientrare in ostello, quelle esplorazioni mi
lasciavano lo stesso qualcosa sulla pelle. Era una sorta di brivido, come una
scarica elettrica che faceva drizzare i peli delle braccia. L’esaltazione o la
spossatezza del giocatore d’azzardo che, almeno per un istante, aveva
contemplato l’inebriante girotondo di infinte possibilità tutte ancora da
attualizzare.
Solo che la mia slot machine, in quei frangenti, era la metropolitana, un treno
urbano che correva sotto la superficie della città, divorando le distanze senza
che me ne accorgessi. La cosa più simile a cui potevo ricondurre quei viaggi
senza meta era l’esperienza di una partita a Super Mario. I momenti in cui,
ignaro di quel che potrebbe accadere, posizioni la figurina dell’idraulico sopra
uno dei tanti tubi di cui sono costellati i livelli del gioco e pigi il tasto
inferiore della croce direzionale per farla accucciare. Il tubo potrebbe essere
un passaggio che conduce a un’area segreta del mondo di gioco, carica di tesori.
Oppure a una scorciatoia, che può farti avanzare rapidamente verso il livello
finale. Oppure, più spesso, essere bloccato e non portare da nessuna parte. La
metro, che ‒ curiosa coincidenza ‒, si può chiamare anche tube (tubo),
funzionava per me allo stesso modo. O meglio, ero io che la facevo funzionare
così, perché il resto delle persone che condividevano con me quei viaggi
sapevano alla perfezione dove stavano andando, quanto sarebbe durato il loro
tempo sottoterra e, soprattutto, cosa avrebbero trovato una volta riemersi dalla
rete metropolitana.
> La mia slot machine era la metropolitana, un treno urbano che correva sotto la
> superficie della città, divorando le distanze senza che me ne accorgessi.
O almeno così pensavo. Magari, su quei treni, seduto a fianco a me o aggrappato
a uno dei pali di sostegno, c’era qualcun altro che aveva deciso di scendere
nella metropolitana per smontare a una fermata sconosciuta solo per provare il
brivido di scoprire che aspetto aveva la città sopra di lui. Chissà, forse non
ero solo. Non lo so; quello che so è che questi ricordi e le sensazioni a loro
collegate e a lungo sopite nel mio cervello sono state riattivate dalla lettura
di un saggio uscito qualche settimana fa per il marchio MachinaLibro
dell’editore DeriveApprodi. Scritto dal giornalista culturale Luca Gricinella,
Giù in metrò. Società, arti e culture è un libro dedicato a ricostruire il ruolo
che la metropolitana riveste nell’immaginario contemporaneo e le influenze che
essa ha esercitato su ogni forma di espressione.
Dalla fotografia alla musica, dal cinema alla letteratura, fino alle arti
performative, quello della metropolitana nell’immaginario collettivo è un ruolo
caratterizzato da un ampio ventaglio di sfaccettature. Per poterlo raccontare in
modo esaustivo, l’autore ricorre ‒ non potrebbe fare altrimenti ‒, a molte,
diverse forme di scrittura: dall’autobiografia alla saggistica, dall’intervista
al reportage, dalla recensione all’etnografia. A imporre questo stile ibrido è
la natura stessa della metropolitana. Essa è infatti molte cose diverse allo
stesso tempo.
Prima di tutto è un mezzo di trasporto. Un treno che corre sottoterra grazie a
un reticolo di gallerie. È grazie a questa caratteristica che permette a un
vasto numero di persone di spostarsi rapidamente, percorrendo lunghe distanze.
La costruzione dei primi treni metropolitani ha inizio alla fine del
Diciannovesimo secolo. La prima vera linea meritevole di questa definizione è
stata quella di Londra, che ha cominciato a operare il 10 gennaio del 1863. Ad
avanzare la proposta di costruirla pare sia stato l’allora sindaco della
capitale britannica, Charles Pearson, determinato a ridurre il caos
insopportabile delle vie del centro, dovuto in parte anche alla mancanza di un
interscambio diretto tra le stazioni ferroviarie londinesi.
Da allora e fino agli anni cinquanta del Ventesimo secolo, la costruzione di
reti di trasporto ferroviario metropolitano visse un periodo di forte e rapida
espansione. Una crescita che non si limitò solo al numero di città che
adottavano questa soluzione o alla lunghezza complessiva delle loro reti, ma che
fu anche un progresso tecnologico. La metropolitana deriva dalla ferrovia, da
cui mutua buona parte del suo apparato tecnologico. Tuttavia, le particolarità
dello spazio in cui opera hanno fatto sì che questi impianti fossero oggetto di
innovazioni, come il controllo della marcia dei treni e la guida automatica.
> Giù in metrò è un libro dedicato a ricostruire il ruolo che la metropolitana
> riveste nell’immaginario contemporaneo e le influenze che essa ha esercitato
> su ogni forma di espressione.
Oggi, i diversi tipi di tecnologia impiegati distinguono i sistemi di
metropolitana, dando origine a molteplici categorie. Le metropolitane si
distinguono così in base al loro tipo di guida, con o senza conducente; al tipo
di rotaia usata, metallica o gommata; al tipo di sede, che può essere
sotterranea, sopraelevata o di superficie; in base al genere di servizio, dunque
pesante o leggero. Potrebbe sembrare una nota di poco conto, ma una parte
dell’identità di ogni metropolitana nasce proprio dalle molte combinazioni
possibili di queste tecnologie.
Ruote e rotaie di quella di New York, racconta Gricinella nel capitolo a essa
dedicato, continuano a essere entrambe di metallo, dando così origine al forte
stridio che ne è diventato ormai un simbolo. Mentre i convogli automatizzati
della linea lilla (M5) della metropolitana di Milano ‒ che attraversa la città
da nord a nord ovest collegando lo stadio di San Siro con il capolinea di
Bignami Parco Nord ‒ la rendono la linea più amata dai bambini. Seduto su uno
dei seggiolini, l’autore li osserva con tenerezza correre verso l’ampia vetrata
rivolta nel senso di marcia per potersi godere l’emozione di veder comparire la
luce al fondo dell’oscurità del tunnel, mano a mano che il treno si avvicina a
una stazione.
Ma la metropolitana non è solo un mezzo di trasporto tecnologico, è anche uno
spazio. Uno spazio molto particolare; un non luogo, per dirla con il concetto
coniato dall’antropologo francese Marc Augé, che alla metropolitana ha dedicato
Un etnologo nel metrò (1992), uno dei suoi testi più celebri. A renderla tale è
la sua posizione sotterranea. Alla metropolitana si accede infatti attraverso un
complesso sistema di soglie composto da scale, portali, tornelli, ascensori,
rampe e diversi altri tipi di forme architettoniche. Attraversando i quali non
ci si lascia solo alle spalle il mondo di superficie, si perdono tutti i
riferimenti e le coordinate spaziali che rendono possibile orientarsi nello
spazio.
L’esperienza di un viaggio in metropolitana è un’esperienza straniante, durante
la quale ci vengono sottratti i riferimenti cardinali a cui siamo abituati ad
affidarci quando attraversiamo gli spazi di superficie. A meno di non possedere
un’approfondita e inusuale conoscenza della rete e delle corrispondenze che essa
ha con i punti di riferimento che scorrono sopra le nostre teste, è impossibile
stabilire in quale direzione ci si stia muovendo quando si procede all’interno
dei suoi tunnel.
> Un viaggio in metropolitana è un’esperienza straniante, durante la quale ci
> vengono sottratti i riferimenti cardinali a cui siamo abituati ad affidarci
> quando attraversiamo gli spazi di superficie.
Un compito per cui non troviamo aiuto nemmeno nelle mappe che rappresentano le
diverse linee della metropolitana di una città. Se il modo in cui vengono
rappresentate ricorda più uno schema elettrico che una carta geografica è
proprio perché disegnare circuiti elettrici era il mestiere di Harry Charles
Beck, la persona che ha inventato questo sistema di rappresentazione allo scopo
di tracciare la mappa della metropolitana di Londra nel 1933. Ma prendendoci il
tempo per guardarla con più attenzione e provando a smettere di attraversarne
gli spazi frenetici come elettroni, e Gricinella ci sollecita a farlo con il suo
libro, ci accorgiamo che la natura di non luogo ‒ anche Augé lo era nella sua
definizione ‒ è molto meno netta e stabile di quanto possiamo pensare.
L’antropologo francese specificava infatti che “ciò che per alcuni è un luogo,
per altri può essere un non luogo e viceversa”.
Scopriamo così che nella stazione di piazza Venezia della metropolitana di
Milano ‒ che, è la città in cui l’autore del libro è nato e vive ‒ esiste un
grande spazio vuoto, un mezzanino appartato ma non inaccessibile, di cui si sono
appropriate persone delle comunità sudamericane o asiatiche che lo utilizzano
come sala prove per le loro coreografie collettive, in quello che Gricinella
definisce “un esempio di spazio pubblico completamente in disuso che è stato ben
sfruttato”.
Oppure veniamo a sapere delle scorribande dei writer, che studiano le reti alla
ricerca di varchi o passaggi incustoditi da cui calarsi all’interno dei tunnel
della metropolitana per raggiungere i depositi dei treni e marchiarli con tag e
graffiti. O, ancora, dalle parole di Gricinella impariamo come le carrozze dei
treni metropolitani possano diventare il palcoscenico per un ampio ventaglio di
artisti di strada: dai senzatetto che si improvvisano intrattenitori fino agli
artisti affermati che usano la metropolitana come ispirazione per i propri
lavori.
> Guardando la metro con più attenzione, e provando a smettere di attraversarne
> gli spazi frenetici come elettroni, ci accorgiamo che la natura di non luogo è
> molto meno netta e stabile di quanto possiamo pensare.
È il caso di Sara Pizzi, performance artist italiana che vive e lavora a New
York, città dalla cui metropolitana si è fatta ispirare per lo spettacolo L
Train, realizzato insieme ad Aida Takashima. Ispirato all’omonima linea della
metro newyorkese, L Train, una coreografia di danza contemporanea, ha debuttato
il 21 e 22 gennaio del 2022 al Green Space Theatre nel Queens e, oltre alla
musica, conteneva annunci registrati della linea L e una narrazione recitata. Al
centro di questo lavoro c’è il desiderio di parlare “di come la vita sia
instabile, di come tutto cambi regolarmente senza che ce ne rendiamo conto, di
quante persone abbiamo lasciato nella nostra vita, di quante persone
dimentichiamo, di quanto siano imprevedibili le relazioni e di quanto sia facile
sentirsi sostituibili. Tutte queste domande portano alla conclusione che la vita
sembra come la linea del treno L: tutti vanno nella stessa direzione ma nessuno
ha la stessa destinazione.”
La linea L della metropolitana di New York collega Manhattan a Brooklyn con
ventisette fermate. È stata la prima linea automatizzata della città ed essendo
così lunga serve un considerevole numero di persone diverse, che si alternano
sui suoi convoglia a seconda del momento della giornata. “Dalle sei alle otto”
dice Pizzi, intervistata nel libro,
> studenti, insegnanti, altri lavoratori. Dalle nove del mattino fino alle tre
> del pomeriggio, tutti gli altri lavoratori con orari normali, senzatetto,
> artisti, turisti. Dalle quattro fino alle sette del pomeriggio è il delirio:
> fiumi di persone che tornano a casa dal lavoro e qui devi sgomitare tra
> skateboard, animali, buste della spesa e borse per entrare nella carrozza e
> sentirsi come una sardina in lattina. Dalle otto di sera in poi, invece, c’è
> la gente che torna tardi o va a lavoro, a cena, a un evento, e te la ritrovi a
> mezzanotte sullo stesso treno per tornare a casa ubriaca. Dalle due alle
> quattro del mattino, infine, è quell’orario magico in cui non sai se stai
> sognando o sei sveglio: tra carrozze vuote, o solo con senzatetto
> addormentati, lavoratori della metropolitana o giovani adulti ubriachi,
> l’unica cosa che si può temere è di addormentarsi e ritrovarsi all’altro capo
> della città.
Per quanto emblematica, quella testimoniata da Pizzi è solo una delle tante
storie che Luca Gricinella raccoglie per raccontare cosa sia davvero la
metropolitana e il legame che abbiamo con essa. Non soltanto un ambiente urbano,
né un comodo per quanto affollato mezzo di trasporto. Vista attraverso la penna
dello scrittore milanese, la metropolitana ‒ o metro, oppure metrò, alla
francese ‒ si rivela per quello che è in realtà: un complesso oggetto culturale
che, in virtù del fascino che le sue caratteristiche esercitano su di noi,
occupa un posto di rilievo nel nostro immaginario e continua a rappresentare un
luogo in cui storie personali, dinamiche di comunità, pratiche artistiche
spontanee e marketing corporativo continuano a incontrarsi e influenzarsi le une
con le altre, in quell’incessante lavorio creativo ed espressivo che siamo
abituati a chiamare “cultura”.
L'articolo Giù in metrò di Luca Gricinella proviene da Il Tascabile.
T ra una fila di silhouette di donne e uomini rivolti verso un certo sol
dell’avvenire, si staglia una figura che emerge in primo piano con il pugno
chiuso alzato. Si tratta di un uomo in maniche di camicia e cravatta nera, i
capelli laccati indietro. Un impiegato, forse addirittura un quadro, potremmo
ipotizzare. Oppure un professionista, magari della comunicazione: proprio come
Alessandro Sahebi, giornalista e divulgatore, autore del saggio cui questa
illustrazione del collettivo Malleus fa da copertina.
Non è un caso se la copertina di Questione di classe. Perché non si può essere
felici in un mondo ingiusto (2025) sceglie un soggetto tanto inconsueto per
incarnare la lotta di classe: questa immagine solo apparentemente paradossale è
in realtà adattissima per un libro che usa la figura del paradosso come un
mantra per illuminare con disarmante chiarezza le contraddizioni del presente.
Contraddizioni che hanno aggiornato e approfondito quelle “classiche” del
capitalismo, e che Sahebi si propone di indagare allo scopo di farle detonare.
“Paradosso”, quindi, ma anche “circolo vizioso” o “meccanismo perverso”, sono
termini che ricorrono costantemente nella disamina di Sahebi, che parte da
esperienze quotidiane di ordinaria miseria umana contemporanea.
Si va dall’iperlavoro alla sofferenza psichica (ansia e depressione in primis),
ma anche (e soprattutto) al costante impoverimento che accompagna la recessione
in corso, spesso accettata passivamente perché sembra “non fare notizia”: la
povertà moderna, scrive Sahebi, è “invisibile, diffusa, travestita da normalità”
fatta di
> compromessi silenziosi, di rinunce quotidiane che passano inosservate […] È
> una condizione che il sistema ci insegna a ignorare o, peggio, a normalizzare.
> Rimandare una bolletta? “Succede.” Risparmiare sul cibo? “È solo buon senso.”
> Vivere con la paura di un imprevisto economico? “È la vita.” È una forma di
> disuguaglianza strutturale che abbiamo imparato a non vedere.
E se non la vediamo è perché, spiega Sahebi, invece di riconoscerla come forma
di oppressione, la soggettivazione neoliberale impone di viverla come un
fallimento individuale. La prima cosa da fare allora è sgombrare il campo
dall’assunzione di responsabilità determinata da “un sistema che
deresponsabilizza le strutture collettive, mentre sovraccarica gli individui di
senso di colpa e inadeguatezza”, ricordando, come avrebbe fatto Mark Fisher, che
“se sei infelice non è colpa tua”.
> Il saggio di Sahebi usa la figura del paradosso come un mantra per illuminare
> con disarmante chiarezza le contraddizioni del presente.
Autoconvincersi che esista un senso in un sistema irrazionale, però,
> non è altro che una strategia difensiva. Questo adattamento serve a mascherare
> la realtà brutale delle disuguaglianze, proteggendo chi vi è immerso dal
> rischio di un collasso psicologico […]. Chi è privato di risorse materiali e
> simboliche tend[e] a conformarsi a una visione del mondo che giustifica la
> propria mancanza di opportunità. È una forma di sopravvivenza psichica che
> però, paradossalmente, diventa anche una prigione.
Nonostante smascheri questo autoinganno, quella di Sahebi non è un’impresa
banalmente razionalista: non cerca di “educare” (né di umiliare, in fondo
l’altra faccia della medaglia degli intenti pedagogici) coloro che vi si
attaccano con fede disperata pur trovandosi dalla parte dei perdenti nella lotta
per la sopravvivenza che lo stesso sistema prevede (fazione che, come si diceva
ai tempi di Occupy Wall Street, rappresenta il 99% della popolazione).
Diversamente da quanto non abbia saputo fare la sinistra (non solo di centro,
purtroppo) negli ultimi decenni, Sahebi si propone di andare ad ascoltarne le
necessità, chiedendosi se non ci sia, piuttosto che la necessità di educare
queste masse, qualcosa da imparare da loro: chiedendosi insomma quali siano i
loro bisogni e se non esistano modi più efficaci per rispondervi che non la
soluzione sessista, razzista e autoritaria delle destre. “Il cosiddetto ‘popolo’
che ha votato per Trump o per la Brexit”, scrive, “non è composto da ignoranti
che hanno scelto il male, ma da persone che hanno risposto con rabbia e
frustrazione a un sistema che li ha sistematicamente ignorati e marginalizzati”.
Contro le accuse di ignoranza, analfabetismo funzionale, razzismo e sessismo
come peccati originali intrinsechi da correggere attraverso una fiorente
industria di pedagoghi e ortopedici della morale, Sahebi mette alla berlina
> l’incapacità dei progressisti di confrontarsi con un esercito di esclusi.
> Questa distanza fra i cosiddetti «migliori» e le masse ai margini è uno dei
> drammi centrali del nostro tempo. Ed è un dramma che esplode ciclicamente:
> nelle urne, nei movimenti cosiddetti populisti, nelle ondate di disillusione e
> rabbia che continuano a sorprendere chi vive nella bolla della classe media
> riflessiva.
A più riprese Sahebi difende la razionalità di scelte apparentemente
incomprensibili o controproducenti, che si spiegano solo se si osservano le
condizioni materiali in cui vengono maturate. E le condizioni materiali attuali
non possono che far paura: “Abbiamo il terrore di perdere il lavoro, di non
riuscire a pagare un mutuo o un affitto, di vedere peggiorate le nostre
condizioni di vita. E siamo dolorosamente consapevoli di essere soli, di
dipendere soltanto dalle nostre forze, privati di quei ‘paracadute collettivi’
che un tempo venivano definiti diritti e che oggi, erroneamente, chiamiamo
privilegi”. La confusione tra diritti e privilegi, sostiene infatti, finisce col
colpevolizzare chi semplicemente gode di condizioni che nulla toglierebbero a
nessuno se potessero beneficiarne tutti: “Il pensionato, chi riceve un sussidio,
chi è aiutato negli studi, chi eredita la casa della nonna: non sono
privilegiati da odiare”.
> Sahebi si chiede se, piuttosto che la necessità di educare le masse, non ci
> sia qualcosa da imparare da loro, chiedendosi quali siano i loro bisogni e se
> non esistano modi più efficaci per rispondervi che non la soluzione sessista,
> razzista e autoritaria delle destre.
Accanto al tema del paradosso e del circolo vizioso non mancano termini come
“mito” o “illusione”: l’accanimento in difesa di questo sistema, così come la
speranza che esso possa essere migliorato o corretto, è sostenuto da una fede
irrazionale che la classe dominante ha tutto l’interesse di fomentare. Sahebi
allarga infatti man mano il campo dall’esperienza immediata a una serie di altre
questioni che trovano nel capitalismo neoliberale se non sempre la causa
diretta, una falsa soluzione: si va dal consumismo all’interruzione della
mobilità sociale, dall’autosfruttamento al tecnofeudalesimo, dalle
privatizzazioni e finanziarizzazioni selvagge al classismo del sistema
educativo, dalla solidarietà negativa ai governi tecnici.
La fiducia che troppa sinistra si ostina a riporre in questi ultimi, spiega
Sahebi, in fondo risiede nell’ormai acquisita abitudine al dogma nella
“meritocrazia”, un modello sociale profondamente antidemocratico che presenta
almeno tre punti problematici: il primo è il fatto che il merito non sia mai
valutato in un vuoto morale, ma rifletta i bias di una data società. “Nel mondo
del lavoro, per esempio, […] una promozione non premia chi ha messo in
discussione il sistema, ma chi l’ha accettato senza fare troppe domande”. Il
secondo, un vero e proprio spreco di talenti: una serie di capacità restano
inespresse in una società che premia esclusivamente la produttività e nella
quale solo il benessere ereditato consente di dedicare tempo a meriti non
immediatamente valorizzabili. Infine, un sistema meritocratico non può che
lasciare inevasa la domanda su cosa fare dei “non meritevoli”. “Dobbiamo punire
ulteriormente i ‘perdenti della società’? Dobbiamo fare loro una colpa di non
essere adatti al sistema dominante? […] anche l’incapacità più netta dovrebbe
concederci il diritto a una vita dignitosa”. Una rivendicazione che Sahebi
connette direttamente alla formula marxiana “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
Rispetto a questa grandiosa ambizione, il problema della sinistra progressista è
di essersi accontentata. Lo si vede nelle sue battaglie, dalle più triviali,
come il bonus psicologo, “ennesima soluzione individualizzata a un problema
collettivo” (“Perché non aspiriamo a una società in cui non sia necessario
andare dallo psicologo per sopravvivere?”), al modo in cui vota, cercando sempre
di arginare il male peggiore e senza mai osare spostare la finestra di Overton.
“Questa rassegnazione finisce per essere trasmessa all’elettore”, osserva
Sahebi, “che diventa, nei tribunali morali di cui siamo giudici autoeletti, il
‘cattivo votante’”.
Per Sahebi non c’è nulla di “realistico” nella rassegnazione
progressista/riformista: al contrario, scrive
> il reale è ciò che il “realismo del meno peggio”, mascherato da oggettività, è
> continuamente costretto a sopprimere. Il realismo può essere dunque una
> visione distorta che soffoca le alternative di cambiamento, presentandosi come
> pragmatica, mentre in realtà schiaccia il vero potenziale del reale. Insomma,
> c’è un “reale-reale” che ha mille possibilità, e un “finto-reale” che
> desertifica il resto. E il reale, quello vero, ci urla ogni giorno che
> l’elettorato vota a destra non perché non riconosca le libertà o i diritti
> delle minoranze, né perché sia imperniato di patriarcato e sfacciatamente
> ignorante. L’elettorato vota a destra perché ha timore del futuro.
Nei due capitoli conclusivi, Sahebi presenta quello che sembra a tutti gli
effetti un programma elettorale, toccando temi come il salario minimo, i limiti
di misure di workfare e sussidi vincolati a merito e prestazioni, la scomparsa
del lavoro a causa della nuova rivoluzione tecnologica, l’introduzione di una
tassazione progressiva e di reddito di base universale, il cui scopo è “separare
il binomio lavoro-reddito” accettando che “una parte della popolazione non
lavorerà più nei termini tradizionali, ma che ciò non può tradursi
automaticamente in miseria”.
> La fiducia che troppa sinistra si ostina a riporre nei governi tecnici, spiega
> Sahebi, in fondo risiede nell’ormai acquisita abitudine al dogma nella
> “meritocrazia”, un modello sociale profondamente antidemocratico.
Una soluzione che consentirebbe una vera e propria rivoluzione prospettica,
consentendo di sperimentare
> un mondo in cui il benessere non sia legato al sacrificio. Per troppo tempo ci
> hanno insegnato che la dignità si conquista con la fatica, che il dolore è
> necessario, che il tempo libero è un privilegio. Ma se il futuro ci sta
> dicendo che il lavoro umano sarà sempre meno essenziale, forse d’ora in poi
> possiamo smettere di vedere il tempo libero come una minaccia. E iniziare a
> considerarlo per quello che potrebbe essere: una liberazione.
Antilavorismo a parte, le soluzioni concrete proposte da Sahebi sono piuttosto
classiche. Sahebi non ne fa mistero, e lo rivendica anzi con orgoglio: “dovremmo
smettere di sognare o aspettare che a qualcuno venga un’idea migliore. L’unica
opzione sensata c’è già ed è il socialismo,” che definisce come un modello in
cui l’economia è orientata da uno Stato che incarna la collettività in vista
delle sue necessità: “Ciò significa abbandonare l’ossessione per il prodotto
interno lordo a favore del benessere dei cittadini e della loro felicità;
significa anche che, se un singolo individuo accumula una ricchezza tale da
diventare pericoloso per la collettività, lo Stato può e deve imporne il
ridimensionamento”. A chi potrebbe avanzare timori riguardo a questo
accentramento dirigenziale, Sahebi fa giustamente notare come esso sia già in
atto anche nel nostro modello capitalista, solo che non nelle mani di chi
rappresenta la collettività ma solo il proprio interesse privato.
Su questa linea Sahebi invoca organizzazione, e un ritorno alla struttura del
partito, contro lo spontaneismo e il movimentismo che, apparentemente radicali,
si sono rivelati molto allineati su un idealismo buono anche per il Partito
democratico. Il giudizio decisamente ingeneroso sul Sessantotto è forse uno dei
punti che maggiormente tradisce la distanza di Sahebi dai gusti e dai tic dei
circoli della “theory”. Del resto, nei suoi cinque capitoli, con una chiarezza
argomentativa che solo di rado scade nella semplificazione, Sahebi getta le basi
per un sano populismo di sinistra, ben fondato sul materialismo e molto distante
dalle speculazioni (troppo spesso astrattamente etiche) su cui si è avviluppata
(e spaccata) la sinistra negli ultimi decenni.
Non sempre riesce però a sottrarsi alla tentazione di schierarsi, condannando ad
esempio, pur con tutti i caveat del caso, il consumo di droghe, il sex work e la
gestazione per altri (GPA). Spiace, pur trattandosi a parere di chi scrive
dell’unico limite di un saggio necessario e prezioso, perché un metodo
materialista applicato rigorosamente pretende che certe questioni legate alla
sfera personale (ben diversa dalla “proprietà privata”) restino a discrezione
dell’autodeterminazione delle persone. Il compito politico è quello di fare in
modo che le condizioni materiali consentano davvero di scegliere in modo
autodeterminato: il sex work e la GPA non dovrebbero essere determinate da
necessità economica, così come le droghe non dovrebbero essere l’unica via di
fuga da una realtà intollerabile. Sperare di poter elaborare norme di condotta
universali su tematiche così soggettive, però, è non solo un po’ illusorio, ma
anche in contraddizione con quanto si continua, sensatamente, a ribadire nel
libro, e cioè che la questione materiale è quella dirimente. In condizioni
materiali mutate, alcuni di quelli che Sahebi identifica come problemi etici su
cui la collettività è chiamata a deliberare per tutti smetterebbero di essere
tali, mentre la discussione contemporanea al riguardo non si rivelerebbe altro
che l’ennesima culture war, nella quale Sahebi rischia di passare per vetero o
moralista, a discapito della potenza del suo messaggio.
> Sahebi getta le basi per un sano populismo di sinistra, ben fondato sul
> materialismo e molto distante dalle speculazioni (troppo spesso astrattamente
> etiche) su cui si è avviluppata (e spaccata) la sinistra negli ultimi decenni.
Sahebi ha ragione nel sostenere che sia un compito collettivo, e non una mera
questione di semplici decisioni individuali, quello di “riflettere di fronte
agli abusi del mercato”, ma è su questa dicotomia che ha senso insistere: quella
tra gli interessi della classe lavoratrice, che possono includere anche
l’autoderminazione su questioni personali, e gli interessi del capitale.
Insistere cioè sul fatto che il capitalismo comporta un impoverimento delle
nostre vite, mentre l’alternativa socialista consente “l’affermazione dell’Io
nella sua dimensione più piena, che comprende anche la sua vita nella
collettività”.
L'articolo Questione di classe di Alessandro Sahebi proviene da Il Tascabile.
“C hi pensa non è solo”. “Pensare è tremendo, ma indispensabile”. Con queste
frasi quasi apodittiche inizia Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la
terminazione dell’umano di Franco “Bifo” Berardi, recentemente pubblicato dalla
casa editrice Timeo.
Dal 7 ottobre 2023 anche in Italia, come nel resto del mondo, si è discusso
molto di ciò che i principali canali mediatici del nostro Paese chiamano
“conflitto”, o “guerra” tra Israele e Palestina, ma che il rapporto Anatomia di
un genocidio di Francesca Albanese – relatrice speciale delle Nazioni Unite
sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi occupati dal 1967 –
mostra essere un genocidio perpetrato dal sionismo israeliano al fine di
sterminare la popolazione palestinese.
“Come se tutto fosse nato il 7 ottobre”, ripetono molte persone che si schierano
per la sua fine. Bifo insiste molto su questo punto, su come lo Stato di Israele
sia il prodotto delle abitudini colonialiste e violente degli europei che, dopo
aver tentato lo sterminio della popolazione ebraica, hanno concesso loro un
luogo in cui “stabilirsi”, consapevoli di tutta la violenza che questa
imposizione avrebbe generato. “Poteva uno Stato nato con un massacro e sorretto
dalla minaccia armata permanente evolvere in maniera diversa?”, secondo Bifo non
poteva: non poteva andare diversamente e la responsabilità è, oltre che della
violenza sionista, di quella “eruzione psicotica dell’inconscio bianco
senescente” che ha generato e genera gli orrori del nostro tempo, l’isterismo di
una popolazione cognitivamente disastrata che ha portato Trump al dominio degli
Stati Uniti e, purtroppo, del mondo. Sostiene Bifo che “quel luogo, nel quale
gli europei sono riusciti a intrappolare gli ebrei dopo averli sterminati negli
anni Quaranta […] lungi dall’essere un luogo sicuro, è per gli ebrei il luogo
più pericoloso al mondo. È una trappola: è la continuazione della macchina di
morte che il nazismo costruì per gli ebrei d’Europa”.
Come si pensa “dopo” Gaza, dopo che per più di un anno abbiamo assistito in
diretta a uno sterminio sistematico, ai peggiori orrori di cui l’essere umano è
capace? Come si vive, si agisce e si lotta rendendosi conto che il mondo è
dominato da tecnocrati razzisti e misogini, che sono assolutamente concordi
nell’eliminare qualunque popolazione (o individuo) che non si confà al mondo in
cui credono che tutte e tutti dobbiamo vivere? Precisamente cento anni fa Paul
Valéry descriveva in Considerazioni sull’intelligenza la società occidentale
come una macchina che non può accettare in sé la presenza di individui non
esattamente misurabili: «La macchina non sopporta che il suo potere non sia
universale, e che vi siano esseri che rimangono estranei ai suoi meccanismi,
estranei al suo funzionamento. […] Non può accettare che vi sia qualcuno il cui
ruolo e le cui condizioni di vita non siano definiti con esattezza. Essa tende
ad eliminare gli individui imprecisi secondo il suo punto di vista, e a
classificare nuovamente gli altri, senza considerazione alcuna per il passato e
anche il futuro della specie». Le nostre società tendono in effetti sempre di
più ad assumere le forme di una macchina violenta, pronta a eliminare ogni
eccezione alle sue regole.
Sostiene Bifo provocatoriamente che “Gaza è Auschwitz con le telecamere”. E se
la massima adorniana che ci accompagna da quasi un secolo ci interroga sulla
possibilità di scrivere poesia dopo Auschwitz, oggi siamo costretti a chiederci
se e come possiamo vivere la nostra quotidianità, portare avanti le nostre
occupazioni più banali e basilari, di fronte alla mediatizzazione di uno
sterminio sistematico. In un secolo sono accadute tante cose, il passaggio dal
nazismo al sionismo non è lineare, eppure osservare i fatti da una prospettiva
storica, rintracciare somiglianze che dal passato ci aiutino a leggere il
presente, è vitale.
> Come si pensa “dopo” Gaza, dopo che per più di un anno abbiamo assistito in
> diretta a uno sterminio sistematico?
Mentre scrivo queste parole a Berlino, dopo più di un anno di repressione
ferocissima di ogni manifestazione di solidarietà nei confronti del popolo
Palestinese, dopo che si sono vietati slogan e cori non in lingua tedesca, si
sta adesso procedendo a espellere (deportare) dalla Germania 4 persone cittadine
dell’Unione Europea, accusate – senza prove – di professare antisemitismo e
sostenere Hamas.
Quella di sostenere Hamas è l’accusa che viene mossa da due anni a chiunque
affermi di schierarsi contro il genocidicio. “Sei antisemita, sei pro-Hamas”:
non è certo questo il punto, e anzi il sionismo sta creando enormi problemi per
le persone ebree in tutto il mondo; soprattutto per chi tra loro si schiera
contro le violenze sioniste. Questo è reso evidente dalle dichiarazioni e dalle
esperienze di numerose persone facenti parte di organizzazioni come Jewish voice
for peace, Jews for justice for Palestinians, European Jews for a just peace,
che lottano per “porre fine al genocidio a Gaza e ai crimini di guerra di
Israele”, e come dimostrano anche le voci di intellettuali ebrei italiani che si
interrogano con dolore rispetto all’utilizzo strumentale dell’antisemitismo e si
chiedono “a cosa serve oggi la memoria se non aiuta a fermare la produzione di
morte a Gaza e in Cisgiordania? Se e quando alimenta una narrazione vittimistica
che serve a legittimare e normalizzare crimini?”. Le persone che lottano per la
liberazione della Palestina, lottano anche contro l’antisemitismo e per il
rispetto e la tutela di ogni persona ebrea, di ogni essere umano.
È questione allora di comprendere l’utilizzo della violenza? Bifo scrive
“Nessuno può dimenticare che il popolo ebraico è stato vittima del più
spaventoso genocidio del xx secolo”, ma “Se capisco la violenza degli israeliani
devo capire anche quella dei palestinesi. Capire. Cosa vuol dire capire in
questo contesto? Vuol dire comprendere le cause, le origini, i motivi che non
sono ragioni. Non c’è nessuna ragione nella storia − questa è la lezione che
impariamo dall’Olocausto di Gaza”. “Hier ist kein warum”, scriveva Primo Levi;
non c’è un perché, non c’è spiegazione possibile per l’orrore dello sterminio.
Eppure delle cause, delle spiegazioni, in questo caso ci sono e andrebbero
analizzate con lucidità, non lasciandosi sopraffare dal senso di colpa che
ereditiamo dalle vecchie generazioni, dalla storia di colonialismo e stermini
che ha permesso la costruzione e l’accrescimento degli Stati europei.
Ma quali conseguenze ha questa situazione sulla nostra psiche? Bifo cita un
articolo del 24 ottobre 2024 in cui Sara Parenzo scrive su Il Manifesto: “Oltre
12 mesi di esposizione più o meno diretta a violenza, lutti, feriti, ostaggi,
sfollati, manifestazioni, incertezza economica e politica e pericolo costante,
manovrati da istituzioni che invece di traghettare il paese fuori dalla crisi
non fanno che buttare benzina sul fuoco, hanno piegato anche il sistema nervoso
dei più resilienti”. Ed è effettivamente così: viviamo nell’incertezza di fronte
agli orrori del nostro tempo. Abbiamo paura, ci sentiamo isolate e vulnerabili.
> Delle cause, delle spiegazioni ci sono e andrebbero analizzate con lucidità,
> non lasciandosi sopraffare dal senso di colpa che ereditiamo dalla storia di
> colonialismo e stermini che ha permesso la costruzione e l’accrescimento degli
> stati europei.
Non c’è speranza nelle parole di Bifo, se non quella della diserzione nei
confronti della riproduzione della specie se non nella presa di posizione di
fronte al dualismo tra distruzione e diserzione che Bifo pare presentare come le
nostre uniche due scelte.
Pensare dopo Gaza procede per salti logici, cronologici e spaziali. Cercando di
confrontare ciò che accade ed è accaduto in Palestina con l’olocausto di persone
ebree, sinti e rom del secolo scorso, cercando di mostrare le connessioni tra
Israele e il recente assetto politico e imprenditoriale degli Stati Uniti. “La
disintegrazione è all’ordine del giorno in tutto l’Occidente” dice Bifo, “Non
esiste nessuna democrazia liberale, ed è riduttivo definire il potere di Putin
o di Trump come tirannide autoritaria. L’una e l’altra forma sono piuttosto la
manifestazione politica (cioè spettacolare) del potere sempre più ineludibile
del sistema finanziario e del sistema tecnomilitare”. Secondo Bifo la
“disintegrazione psichica e culturale” in cui viviamoci porterà alla
disintegrazione politica, ma invece di imputare la colpa di questa situazione a
chi ci governa, di collettivizzare le nostre condizioni di subalternità,
cerchiamo negli strati più “bassi” della società le persone da incolpare: le
persone povere, le persone migranti, le persone straniere, le donne, le persone
trans.
> Nella presente condizione di irrimediabile disfatta dell’umano, il compito di
> chi pensa è semplicemente dire la verità. “Verità” però è una parola
> troppo impegnativa, meglio quindi dire piuttosto: il compito di chi pensa è
> dire quale dramma si svolge nel teatro della sua consapevolezza. In passato,
> quando era possibile nutrire qualche sia pur piccola speranza, era talvolta
> necessario e perdonabile nascondere qualcosa della verità, rimandarla a tempi
> migliori. Ora sappiamo che non ci saranno mai tempi migliori, e sappiamo che
> non vi è più nessuna speranza. […] Occorre condividere questa verità, per
> poter creare dei luoghi comuni della diserzione.
L’assenza di speranza di Bifo è tale che il libro si chiude in effetti con
l’immagine della diserzione delle donne dal loro lavoro di riproduzione, in un
senso traslato rispetto alle riflessioni transfemministe, in un’ottica di
estinzione della specie per mezzo della specie stessa: il rifiuto di riprodursi.
Una prospettiva che emerge anche dalla scia tracciata nell’opera di Bifo già in
parte dal suo libro Fenomenologia della fine (2020).
> È Bifo stesso a dirci che chi pensa non è solo, e allora forse è pensando
> insieme, ricordandoci di andare oltre alla solitudine, possiamo cominciare a
> percepire possibilità.
Pur comprendendo le intenzioni del libro e il suo collocarsi in modo
estremamente situato nella contingenza, nella necessità di prendere posizione
anche come lavoratori e lavoratrici culturali rispetto alla Palestina, vorrei
illuminarlo di qualche speranza in più. È Bifo stesso a dirci che chi pensa non
è solo, e allora forse è pensando insieme, ricordandoci di andare oltre alla
solitudine, che possiamo cominciare a vedere possibilità, a percepire
possibilità. Voglio leggere Pensare dopo Gaza alla luce di un altro libro dello
stesso autore – Disertate (2023) – per ricordarci che abbiamo degli strumenti
potenti, e che la diserzione è uno di questi. Possiamo sottrarci alla violenza,
rifiutarci di ripeterla e perpetrarla, di riprodurla. Possiamo farlo attraverso
azioni di boicottaggio, scegliendo di non lavorare al servizio della produzione
di armi e di guerra, che sembrano essere diventate l’unico obiettivo produttivo
anche del settore culturale globale. Possiamo disertare quel processo che ha
portato “il lavoro cognitivo − attività che potrebbe essere finalizzata
all’utilità, alla gioia, alla cura e alla bellezza”, a essere asservito
all’accumulazione di profitti, “a distruggere quel che rimane dell’ambiente, e a
costruire strumenti per la guerra”.
È vero, l’essere umano può essere il peggior tumore del pianeta; gli esseri
umani distruggono, uccidono, sterminano; non solo coloro che appartengono alla
loro specie, ma anche e soprattutto esseri viventi di altre specie. Voglio
credere però che la nostra immaginazione utopica possa aiutarci a ricordare che
abbiamo grandi possibilità, che le abbiamo nelle nostre comunità, nei nostri
nuclei intimi e sociali, nei quali possiamo impegnarci a immaginare e a
costruire un mondo migliore. Possiamo osservare le realtà e le comunità in cui
le alternative sono già presenti: comunità dal basso, fabbriche occupate e
riconvertite, comunità di cura transfemminista. Le uniche forze davvero
rivoluzionarie di cui possiamo servirci sono l’amore, la tenerezza, la cura. Se
intendiamo l’amore come uno strumento politico possiamo generare forze potenti,
possiamo ricostruire reti, legami e connessioni. Contro l’individualismo,
l’identitarismo, la disgregazione che subiamo, utilizzando le parole
dell’attivista e scrittrice Kai Cheng Thom, spero che in un mondo che ci insegna
solo la violenza e l’odio, diserteremo l’odio e “sceglieremo l’amore”.
L'articolo Pensare dopo Gaza di Franco “Bifo” Berardi proviene da Il Tascabile.
N ell’introduzione del saggio Il braccio armato del potere. Storie e idee per
conoscere la polizia italiana (2024) Michele Di Giorgio scrive: “Ho adottato un
approccio sempre critico, senza avere un’impostazione ‘contro’”. “Pur essendo
costruito con un approccio che mette costantemente in discussione le ricerche
più allineate e le narrazioni istituzionali, questo è il lavoro di un
ricercatore, è un libro di storia della polizia – mi racconta l’autore –. Non
avevo alcun interesse a scrivere un opuscolo di denuncia o un ‘libro nero’, non
fa parte del mio modo di lavorare, mi interessava costruire un lavoro che
aiutasse a comprendere la storia della polizia”. Il volume è sostenuto da ampi
riferimenti agli studi esistenti e alle ricerche più aggiornate, non soltanto di
storia, ma anche di sociologia e criminologia ed è frutto di lunghi periodi di
ricerca sulle fonti primarie d’archivio, a stampa e orali.
QUALE SPAZIO INTENDE OCCUPARE QUESTO LIBRO?
In una sua pubblicazione recente, Giuseppe Campesi ha evidenziato come in Italia
sia mancata, tra gli studiosi delle polizie, la forza e la volontà di veicolare
a un pubblico più vasto le conoscenze acquisite nella ricerca. Il mio lavoro
cerca di dare una prima risposta anche a questa esigenza divulgativa.
SU QUALI STUDI SI BASA QUESTO LIBRO DI DIVULGAZIONE?
Ho iniziato a studiare la storia della Pubblica sicurezza, il corpo da cui è
nata la Polizia di Stato, già nel corso della mia formazione universitaria. È in
quel periodo che mi sono appassionato alla storia del movimento democratico per
la smilitarizzazione e del sindacato della polizia negli anni Settanta e
successivamente, dopo aver vinto una borsa di dottorato all’Università Ca’
Foscari Venezia, mi sono dedicato a tempo pieno a quel tema per alcuni anni. Ho
poi seguito e sviluppato l’interesse per le polizie durante vari incarichi di
ricerca, approfondendo le vicende della polizia nella storia unitaria d’Italia
dall’Ottocento fino alla riforma, aprendomi anche a un approccio di lavoro più
interdisciplinare, poiché sulle polizie possiamo imparare molto dal lavoro fatto
dai sociologi e dai criminologi.
I miei studi si sono concentrati innanzitutto sulla stampa professionale
riservata alla polizia. L’accesso alla documentazione archivistica non è sempre
facile e per questo motivo riviste e giornali mi hanno molto aiutato a
comprendere la polizia. Si tratta di fonti interessantissime, che sin dalla
seconda metà dell’Ottocento raccontano la vita e le visioni dell’istituzione, la
mentalità, le culture, le trasformazioni, ma anche i problemi e le difficoltà di
chi sceglieva il mestiere di poliziotto. Su questi argomenti è stato
fondamentale, naturalmente, anche un lungo e profondo lavoro di scavo e analisi
archivistica, che ho svolto principalmente sui materiali che sono in parte
disponibili presso l’Archivio centrale dello Stato, che è stato basilare per
comprendere i funzionamenti di molti meccanismi istituzionali. Alle ricerche su
queste fonti specifiche ho sempre affiancato sguardi diversi sulle polizie, meno
istituzionali, come quelli provenienti dalla stampa periodica o dalla
pubblicistica coeva, che mi hanno aiutato molto spesso ad avere una visione più
articolata delle questioni e a poter collocare meglio la storia della polizia in
quella della società italiana. Oltre a queste e ad altre ricerche documentali,
c’è naturalmente un vasto lavoro di lettura bibliografica e di confronto con
altri esperti della materia. Negli anni ho avuto la fortuna di potermi
confrontare con colleghe e colleghi che, a vari livelli e partendo da discipline
diverse, si occupano o si sono occupati di polizia.
NELLE MODALITÀ DI COMUNICAZIONE DELLE POLIZIE SPESSO CI SI TROVA DI FRONTE A
CELEBRAZIONI ACRITICHE, ISTITUZIONALIZZATE, COME SCRIVI, O A NARRATIVE DI
FINZIONE CHE RESTITUISCONO UNA IMMAGINE SE NON ALTRO PARZIALE.
Queste sono forme di rappresentazione molto forti. Da un lato ci sono le
istituzioni, che curano e difendono la loro immagine con tutti gli strumenti che
la modernità consente: comunicazione, social media, spot, prodotti televisivi,
spazi museali, pubblicazioni. Nell’armamentario propagandistico istituzionale
possiamo includere anche gran parte del giornalismo mainstream, che attinge alle
fonti ufficiali senza nessun approccio critico. Dall’altro ci sono prodotti di
finzione indipendenti (o presunti tali), che sono altrettanto fuorvianti e in
parte riflettono e distorcono culture e visioni istituzionali.
Si tratta di visioni, immaginari e racconti che ci allontanano dalle vicende
delle polizie. Dinanzi a fenomeni complessi e stratificati come quelli delle
istituzioni poliziesche, si propongono al contrario chiavi di lettura comode,
semplificate e spesso fuorvianti. A farne le spese come sempre è lo spirito
critico, la capacità di farsi un’idea articolata del problema.
I FATTI DI GENOVA DEL G8 DEL 2001 COME HANNO INCISO SULLA NARRAZIONE DELLE
POLIZIE?
Le violenze di quei giorni hanno sicuramente segnato con forza l’immagine e la
percezione che una parte degli italiani ha della polizia. Non poteva essere
altrimenti vista l’enorme esposizione mediatica che ebbero quelle giornate,
senza contare il fatto che migliaia di persone subirono la violenza delle forze
dell’ordine o furono testimoni di abusi. Si tratta di qualcosa che ha segnato
nel profondo anche l’opinione pubblica internazionale, e non certo per la
condanna della Corte Europea dei diritti dell’uomo (arrivata quattordici anni
dopo), ma per il clamore immediato suscitato da fatti avvenuti davanti alla
stampa di mezzo mondo e per i racconti di tanti ragazzi e ragazze stranieri che
subirono abusi.
Il ricordo di quelle giornate sembra essersi diffuso anche nella memoria delle
generazioni più giovani, che di quegli episodi non hanno una memoria diretta.
Sull’altro fronte i processi e le successive condanne di agenti hanno lasciato
qualche segno anche nelle istituzioni, ma resta ancora da capire se e quanto ci
sia stato un dibattito interno su quelle vicende. Sul piano della comunicazione
istituzionale, la Polizia di Stato ha tentato di archiviare in maniera piuttosto
frettolosa quella pagina, pur riconoscendo “degli errori”. Da parte degli altri
corpi coinvolti invece il silenzio è stato quasi totale.
IL SISTEMA POLIZIESCO ITALIANO È COMPOSTO DA UNA PLURALITÀ DI CORPI. IL COMPARTO
SICUREZZA È FORMATO DA DIVERSI CORPI, MILITARI E CIVILI, DIPENDENTI DA MINISTERI
DIFFERENTI, CON FUNZIONI DIVERSE MA ANCHE IN PARTE SOVRAPPOSTE, CHE COOPERANO
NELLA GESTIONE DELL’ORDINE PUBBLICO. IL TEMA, O PROBLEMA, DEL COORDINAMENTO
DELLE FORZE È ANTICO, COME RICORRE NEL SAGGIO. CHE COSA RAPPRESENTA ANCORA OGGI?
Sul fronte del coordinamento alcuni dei problemi che esistevano in passato
appaiono oggi superati, almeno in parte. Permane ancora una frammentazione del
comparto e con essa una concorrenza tra i corpi, soprattutto a livello
dirigenziale e di comando, ma ci sono in parallelo potenti organismi di
collegamento che in passato non c’erano. Oltre a ciò, tutte le polizie hanno
fatto negli ultimi trent’anni un colossale sforzo informatico, tecnologico e
logistico che ha giovato anche sul piano del coordinamento. Per capire a quali
strutture mi riferisco, basta pensare ai grossi “uffici” interforze che
coordinano l’attività delle tre principali polizie, specialmente su problemi
specifici e importanti. Si pensi alla Direzione investigativa antimafia, oppure
alla Direzione centrale per i servizi antidroga.
QUAL È L’AMBITO PIÙ CRITICO?
Se si osserva la storia del comparto negli ultimi trent’anni, si ha
l’impressione che ciascun corpo tenda comunque a replicare le funzioni degli
altri e a moltiplicare competenze e articolazioni. Carabinieri, Polizia di Stato
e Guardia di finanza esprimono comunque poteri, tradizioni, interessi e
ambizioni solo in parte convergenti; sarebbe compito della classe politica
mettere ordine in questa partita e razionalizzare il comparto, poiché davanti ai
numeri imponenti degli organici è difficile dire che il sistema non abbia
bisogno di essere riformato.
IL GIUDICE ROCCO CHINNICI NEL GIORNO DEL FUNERALE DEL MAGISTRATO CIACCIO
MONTALTO, ASSASSINATO DALLA MAFIA, ESPRESSE AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA LA
DRAMMATICA URGENZA E IL RITARDO NELLA ISTITUZIONE DELLA BANCA DATI NAZIONALE
SULLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA. SAPPIAMO QUANTO SIA DECISIVO IL FLUSSO DELLE
INFORMAZIONI. QUAL È LO STATO DELL’ARTE OGGI TRA LE FORZE DI POLIZIA?
Da quel momento sono passati più di quarant’anni e molti progressi sono stati
fatti. Esistono, per le forme criminali specifiche e più urgenti (è il caso ad
esempio di criminalità organizzata e traffico di droga) degli organismi
interforze in cui convivono appartenenti di tutte e quattro le polizie, insieme
con personale civile del ministero dell’Interno; nel caso specifico della
criminalità organizzata esiste dal 1991 la DIA (Direzione Investigativa
Antimafia). Accanto alla creazione di questi uffici centrali, lo sforzo compiuto
dalle istituzioni sul piano tecnologico e informatico ha giovato enormemente
alla circolazione delle informazioni. Rispetto al passato le polizie dispongono
di mezzi di indagine e basi informative di dimensioni poderose, interrogabili in
maniera rapida ed efficace. Tutto sommato, su questioni gravi e importanti come
l’antimafia sembra esserci tra le istituzioni un discreto livello di
comunicazione.
CHE COSA INTENDE PER “PERVASIVITÀ” DELL’APPARATO POLIZIESCO?
È un fenomeno che osservatori e studiosi hanno sottolineato spesso, una
deformazione di lungo periodo delle polizie italiane. Si tratta di un modo
sintetico per descrivere la tendenza degli apparati a diffondersi e a scivolare,
con la loro attività, in molti campi della vita civile che non attengono
strettamente al lavoro di polizia. Storicamente se guardiamo alla vasta quantità
di mansioni amministrative delle polizie gli esempi abbondano: si pensi soltanto
ai passaporti o ai permessi di soggiorno che ancora oggi sono in gran parte di
competenza delle questure. Più in generale, se vogliamo fare un esempio meno
tecnico che guardi alla contemporaneità, questa pervasività si esprime nella
gestione esclusivamente poliziesca di quelli che sono di fatto problemi sociali,
che attengono alla carenza di welfare e all’assenza di risposte pubbliche
adeguate nei confronti delle categorie più deboli.
MOLTE DELLE QUESTIONI AFFRONTATE NEL SAGGIO RICONDUCONO AL RAPPORTO TRA POTERE
POLITICO E POLIZIA. SCRIVE CHE IN ITALIA LE FORZE DELL’ORDINE HANNO AVUTO DA
SEMPRE UN LEGAME MOLTO STRETTO CON LA POLITICA. COME SI È EVOLUTO QUESTO
RAPPORTO E C’È STATO UN MOMENTO DI CESURA? LEI COLLOCA QUESTA FASE IN
COINCIDENZA DELLA FINE DELLA PRIMA REPUBBLICA.
Un parziale cambiamento ci fu già qualche anno prima della riforma del 1981, in
parte perché la situazione politica del Paese iniziava a mutare: il movimento
democratico nato all’interno della polizia era riuscito a portare con forza nel
dibattito pubblico l’idea di una possibile democratizzazione della polizia.
Un’ulteriore discontinuità avvenne in effetti con la fine della Prima Repubblica
e nel corso di tutti gli anni Novanta, ma si tratta di una fase ambivalente e
ancora piuttosto nebulosa dati i pochi studi sul periodo. Non possiamo pertanto
dare una definizione del tutto chiara di come si siano trasformati i rapporti
tra i governi e le polizie, anche se il legame resta sempre forte. Alcuni
osservatori e studiosi hanno notato una certa capacità, da parte dei vertici di
istituzioni e corpi, d’influenzare i ministri di turno riguardo alle politiche
di sicurezza e alla gestione del comparto polizie. Condivido in pieno questa
visione, anche se sono convinto che ciò sia dipeso più da una sostanziale
insipienza delle gestioni politiche del ministero dell’Interno che non
dall’attivismo di un presunto “partito della polizia”.
“NELLA RIORGANIZZAZIONE POSTBELLICA DELLA POLIZIA PREVALSE IN SOSTANZA UNA
VISIONE DI PARTE, FORTEMENTE CONSERVATRICE, E RIENTRARONO IN TUTTI I LIVELLI
DELL’ISTITUZIONE UOMINI COMPROMESSI CON IL FASCISMO”. SI TRATTÒ DI UNA
RESTAURAZIONE?
Ci sono ormai decine di studi importanti che illuminano la continuità e il
passaggio di uomini tra fascismo e Repubblica e non soltanto per quanto riguarda
le polizie. Innanzitutto è un fatto che la polizia non subì alcuna riforma dopo
la caduta del fascismo, se non – in negativo – una militarizzazione
emergenziale, che poi divenne permanente. L’unico segno di progresso e di
cambiamento al termine del conflitto fu l’immissione nella polizia di un grosso
contingente di uomini provenienti dalle file della Resistenza. Migliaia di ex
partigiani che a partire dal 1947, dopo l’avvento del ministro democristiano
Mario Scelba, furono in gran parte cacciati dal corpo, con le buone o con le
cattive.
Ne conseguì che dal punto di vista democratico la polizia rimase, come nel
passato, uno strumento del partito di maggioranza e la militarizzazione risultò
congeniale al suo utilizzo in funzione anticomunista. Questa modalità d’impiego
incise molto anche sulla preparazione professionale del personale. D’altro
canto, la disciplina militare, l’obbligo al celibato e alla vita di caserma
peggiorarono molto le condizioni di vita degli agenti, che per legge furono
anche privati di molti diritti civili, tra cui la possibilità di appartenere a
un partito politico o a un sindacato. Da un punto di vista democratico, un
utilizzo così parziale delle polizie alterò profondamente il loro rapporto con
una porzione significativa di cittadini, che mantenne per le istituzioni la
stessa diffidenza (e talvolta ostilità) che aveva nutrito durante la dittatura
fascista.
LA MILITARIZZAZIONE EBBE STORICAMENTE UN IMPATTO PIUTTOSTO PESANTE ANCHE SULLA
FORMAZIONE DEL PERSONALE DI POLIZIA. CHE COSA È CAMBIATO NEI DECENNI SOPRATTUTTO
CON LA RIFORMA DELLA PUBBLICA SICUREZZA DEL 1981 E LA SUCCESSIVA NASCITA DELLA
POLIZIA DI STATO?
La riforma del 1981 consentì la smilitarizzazione completa e la creazione di una
nuova istituzione civile, la Polizia di Stato, in cui fu garantito alle donne un
accesso almeno formalmente paritario. Si trattò di una novità significativa,
visto che fino a quel momento il comparto polizie italiano era stato interamente
militare, un caso unico tra i Paesi democratici dell’Europa occidentale.
QUALI FURONO GLI EFFETTI DELLA SMILITARIZZAZIONE DEL CORPO E LA CREAZIONE DI UNA
NUOVA ISTITUZIONE INTERAMENTE CIVILE?
Per il personale ci furono benefici quasi immediati e sul piano professionale il
sistema del reclutamento, delle scuole e della formazione subì una lenta ma
profonda trasformazione, che portò a miglioramenti notevoli nella preparazione
dei nuovi agenti.
ALL’INIZIO DEGLI ANNI SETTANTA NELLA PUBBLICA SICUREZZA SI FORMÒ UN MOVIMENTO
DEMOCRATICO CHE NEL GIRO DI POCHI ANNI GIUNSE A COINVOLGERE MIGLIAIA DI
POLIZIOTTI. QUALI FURONO LA NATURA, GLI SCOPI E I PROGRESSI DEL MOVIMENTO
DEMOCRATICO CHE SI SVILUPPÒ?
Il movimento per la smilitarizzazione, la riforma e il sindacato della Pubblica
sicurezza nacque in forma clandestina all’inizio degli anni Settanta. Sorse dal
basso, nella base del corpo, tra le guardie e i sottufficiali, e nel corso degli
anni raggiunse una dimensione importante, soprattutto grazie al supporto della
rivista Ordine pubblico e del suo direttore, Franco Fedeli, un giornalista e
fotografo con un passato da partigiano. Al termine della fase clandestina, a
partire dalla fine del 1974, i poliziotti scelsero di portare allo scoperto il
movimento e condurre la battaglia apertamente, approfittando del grande supporto
offerto dalla Federazione sindacale unitaria (CGIL, CISL, UIL) e da alcuni
partiti.
CHE COSA CHIEDEVANO I POLIZIOTTI DEMOCRATICI?
La smilitarizzazione della polizia, una sua riforma profonda, la possibilità di
appartenere a un sindacato e di partecipare in pieno alla vita politica e
democratica del paese. Dopo un periodo intenso di battaglie con la parte più
conservatrice dell’istituzione, non privo di lunghi periodi di stasi e
repressione, il movimento riuscì a portare il corpo alla riforma, alla
smilitarizzazione e a una parziale sindacalizzazione.
QUALI SONO STATI GLI OSTACOLI NELLA CRESCITA DEL SINDACALISMO NELLE FORZE DI
POLIZIA?
Il sindacalismo di polizia nacque già segnato dal divieto, stabilito dalla legge
di riforma del 1981, di legarsi direttamente alle grandi centrali sindacali che
avevano supportato gli agenti del movimento democratico. Si volle creare una
separazione sindacale, impedendo agli agenti di entrare e appartenere
direttamente alle organizzazioni degli altri lavoratori, per limitare in qualche
modo i fattori di crescita dal punto di vista politico e democratico. In parte
questo divieto venne aggirato creando collegamenti più o meno forti con CGIL,
CISL e UIL, ma nel lungo periodo hanno poi prevalso le tendenze autonome.
A DISTANZA DI QUARANT’ANNI DALLA RIFORMA COME APPARE IL SETTORE DEI SINDACATI DI
POLIZIA?
È occupato da una costellazione di sindacati in gran parte autonomi, quasi del
tutto privi dello spirito e della carica che aveva contraddistinto l’avvio del
processo di sindacalizzazione della polizia. Se invece guardiamo ai Carabinieri
e alla Guardia di finanza, non è possibile nemmeno parlare di sindacati, data la
natura associazionistica che hanno le sigle nate negli ultimi anni. Difatti per
i sindacati delle polizie militari e delle forze armate si è scelta, di recente,
una strada normativa ancora più chiusa e restrittiva. La separazione dai
sindacati degli altri lavoratori è totale.
OGGI NON APPARE LIMITANTE, DAVANTI ANCHE AI DIVERSI LIVELLI DI PROFESSIONALITÀ,
UNA LETTURA UNIVOCA E STEREOTIPATA DELLA COMPOSIZIONE DELLA PUBBLICA SICUREZZA
ANCORA DIFFUSA? INSOMMA NON È PIÙ SOLO IL FIGLIO DEL POVERO A PRESENTARE LA
DOMANDA D’INGRESSO IN POLIZIA.
Pur essendo notevolmente aumentata l’attrattiva sociale dei corpi di polizia,
rimane vero che i bacini di reclutamento sembrano sempre i soliti. Non parliamo
di poveri, ma l’impressione – i dati sul presente sono pochi – è comunque che
nei corpi finisca in netta prevalenza, almeno nella base, una grossa quantità di
persone che non ha avuto possibilità di accesso a studi superiori e, in
generale, a possibilità lavorative migliori. Non si spiegherebbe altrimenti la
netta prevalenza, in tutti i corpi, di uomini e donne di provenienza
meridionale. Nel volume ho citato le statistiche attuali dell’esercito, che sono
pubbliche e offrono un buon metro di paragone: oltre il 70% dei militari di
quella forza armata proviene dal Sud e dalle isole.
LA POLIZIA FEMMINILE FU CONCEPITA COME UN CORPO CIVILE SEPARATO, CON UN ORGANICO
DI POCO PIÙ DI 500 DONNE, DISTINTO SIA DAL RUOLO DEI FUNZIONARI CHE DALLA
COMPONENTE MILITARE DELLA POLIZIA, RAPPRESENTATA DAL CORPO DELLE GUARDIE DI
PUBBLICA SICUREZZA. DOPO LA RIFORMA E LA CREAZIONE DELLA POLIZIA DI STATO, LE
DONNE SONO STATE REALMENTE INSERITE ALL’INTERNO DELL’ISTITUZIONE CON LE STESSE
POSSIBILITÀ DI ACCESSO E DI CARRIERA DEGLI UOMINI?
Purtroppo a questa domanda dobbiamo ancora oggi rispondere con un netto no. Pur
essendo passati quarant’anni dalla riforma, le ricerche recenti sulla presenza
femminile nelle polizie – nel volume cito uno studio delle criminologhe Rossella
Selmini e Giulia Fabini – ci forniscono ancora una volta percentuali piuttosto
basse e nettamente al di sotto dei numeri che si registrano in molti Paesi
dell’Unione Europea. La Polizia di Stato è il corpo che presenta il tasso più
alto di presenza femminile, in ragione dei molti anni trascorsi dalla riforma,
ma si tratta ancora di una percentuale molto bassa. Carabinieri e Guardia di
finanza hanno iniziato a fare entrare le donne nei corpi a partire dal 2000 e le
percentuali sono tuttora irrisorie.
LEI RICORDA GIUSTAMENTE L’ALTISSIMO PREZZO DI SANGUE PAGATO DALLE MIGLIORI FORZE
DI POLIZIA NEL CONTRASTO ALLE MAFIE. PENSO A FIGURE COME NINNI CASSARÀ,
ASSASSINATO A COLPI DI KALASHNIKOV SULLE SCALE DI CASA, CHE CON LA SUA AZIONE
INVESTIGATIVA CONTRIBUÌ IN MODO DECISIVO ALLE CONDANNE DEL MAXIPROCESSO DI
PALERMO. COME HA CAMBIATO QUELLA STAGIONE LA PERCEZIONE GENERALE DELLE FORZE DI
POLIZIA NEL PAESE?
Si tratta di questioni che andrebbero indagate più a fondo, ma l’impressione è
che nel corso degli anni Novanta, proprio grazie alle battaglie antimafia e al
sacrificio personale di molti agenti, si fosse creato un certo consenso intorno
alla polizia. Da studioso posso solo aggiungere che anche quella stagione
andrebbe osservata e studiata in maniera critica, con un atteggiamento
possibilmente privo di intenti celebrativi.
NEI CASI DI ABUSI E VIOLENZE DA PARTE DELLE FORZE DELL’ORDINE, QUANTO ANCORA IL
SENSO D’APPARTENENZA VIENE CONFUSO CON L’OMERTÀ?
Non credo esistano forme “positive” di senso d’appartenenza o di spirito di
corpo, come sarebbe meglio dire parlando di polizie. Si tratta di meccanismi che
in passato venivano incentivati dalle istituzioni per creare una mentalità
collettiva, favorire una chiusura corporativa e incoraggiare un legame che
agisse da fattore di coesione proprio nei momenti più “difficili”. Oggi
determinati meccanismi sono più deboli, sono diverse le istituzioni, è cambiato
il Paese e spesso le persone che lavorano nelle polizie hanno molti più contatti
con la società rispetto al passato, pertanto determinate forme di spirito di
corpo sono meno presenti. Nonostante ciò, davanti ai casi di abuso degli ultimi
due decenni, si è assistito spesso a forme di chiusura corporativa, di malsana
solidarietà interna, talvolta favorite da alcune sigle sindacali.
LA CONCLUSIONE DISEGNA UNO SCENARIO COMPLESSO E NEGATIVO RISPETTO AL RUOLO DELLE
POLIZIE CHE NELLA LETTURA DEL LIBRO SONO CHIAMATE A INTERPRETARE UN RUOLO DI
“PULIZIA SOCIALE”. IL RAPPORTO DIRETTO CON LE MARGINALITÀ E POVERTÀ SOCIALI
SULLA STRADA NON DERIVA DALL’ASSENZA DI ALTRE RISPOSTE COME QUELLE DELLA
POLITICA?
Sì, è essenzialmente questo il problema, da parte politica si è scelto spesso di
rispondere in maniera muscolare e repressiva ai problemi sociali,
all’immigrazione, alla marginalità e alla povertà. In determinate questioni le
polizie sono usate ancora una volta come strumento per sopperire all’assenza di
un progetto politico e sociale, spesso mortificando anche la professionalità
degli stessi agenti. Tra l’altro, come ha ben evidenziato Enrico Gargiulo nei
suoi studi, accanto a questi provvedimenti repressivi, da parte politica si sono
perfezionati negli anni anche una serie di strumenti di esclusione di natura
amministrativa che vanno a colpire proprio le categorie più deboli.
NEL FRONTEGGIARE LE QUESTIONI SOCIALI L’IMMAGINE CHE APPARE DEI POLIZIOTTI È
QUELLA DEL PUNCHING BALL O VEDE UN RUOLO ATTIVO?
Sociologi e criminologi hanno già scritto e hanno uno sguardo più lucido sul
presente. Personalmente, da studioso di storia, posso solo azzardare delle
ipotesi. Sembra che nei vertici dei corpi abbia preso piede da tempo una visione
del lavoro di polizia legata alla performance e, come per altri settori, le
polizie tendano di conseguenza a soddisfare un committente, che in questo caso
può essere individuato nella politica di governo e nella parte di società che
rappresenta. Per questo motivo, senza dimenticare che le responsabilità maggiori
sono attribuibili alla politica, credo che anche le polizie stiano svolgendo un
ruolo attivo e consapevole in determinate scelte legate alla gestione della
sicurezza.
L'articolo Il braccio armato del potere proviene da Il Tascabile.
Q ualche anno fa ho scoperto che il mio bisnonno morì dopo un lungo ricovero, o
meglio dopo una lunghissima reclusione, presso l’istituto psichiatrico di
Cogoleto, all’epoca (gli anni Quaranta del secolo scorso) ancora manicomio sotto
il diretto controllo del ministero degli Interni e non della Sanità. Questa
storia mi ha ossessionato talmente tanto da avermi fatto entrare in possesso
della sua cartella clinica vecchia di più di ottant’anni nella quale sono
contenute tutte le informazioni sul suo ricovero, le lettere della moglie,
quelle di un suo caro amico, tanta burocrazia (eravamo in pieno regime
fascista), appunti medici oggi privi di ogni logica, considerazioni del
direttore dell’istituto, infine il telegramma con cui, dopo anni di
internamento, ne comunicavano il decesso in modo freddo e sbrigativo.
Rimettendo assieme i pezzi di quel puzzle ho scoperto che si trattò di una
storia di immigrazione finita male, come ne sono accadute tante, come ne
accadono anche oggi. Era andato a lavorare a Genova lasciando moglie e tre figli
piccoli a cinquecento chilometri di distanza, ebbe un grave incidente sul lavoro
e non venne mai pagato per l’infortunio né tanto meno per il lavoro svolto fino
a quel momento, decise di restare a Genova pur nell’indigenza per la paura di
non ricevere il dovuto, tutto ciò recandosi a protestare più e più volte al
cantiere fino a quando, non potendolo arrestare, lo fecero internare in
manicomio. Una volta lì, tra contenzione, botte, continue privazioni durate anni
probabilmente un po’ “matto” lo divenne davvero.
Dagli anni Quaranta del Novecento ai Venti del nostro secolo, le cose non sono
cambiate tanto. Il 28 novembre 2021 Wissem Abdel Latif, un ragazzo tunisino di
ventisei anni, muore a Roma nel corridoio dell’ospedale San Camillo dopo essere
stato lasciato per più di novanta ore legato a un letto, imbottito di
psicofarmaci e senza alcuna assistenza. Era in Italia da meno di un mese e
questo non era ciò che si aspettava di trovarci.
Quella di Wissem è una delle storie che Gianpaolo Contestabile ci racconta nel
suo Psicologia della resistenza. Di salute mentale, cambiamento e lotta (2024)
e lo fa ricostruendola nei minimi dettagli e passaggi, descrivendo quella che
lui stesso definisce come normalità: “la violenza estrema che ha subito Wissem
non è un errore, non è un incidente né un caso isolato ma è la normalità di un
sistema concentrazionario, razzista e autoritario nato con lo scopo di annullare
i diritti e la vita stessa delle persone in viaggio dai paesi più poveri.” Come
lo stesso autore ci dice, questa storia è esemplare perché presenta tutta la
catena delle istituzioni oppressive: dal ministero dell’Interno ai Servizi
psichiatrici di diagnosi e cura, dalla guardia costiera agli psicologi dei CPR
(Centri di Permanenza e Rimpatrio).
> La storia di Wissem Abdel Latif presenta tutta la catena delle istituzioni
> oppressive: dal ministero dell’Interno ai Servizi psichiatrici di diagnosi e
> cura, dalla guardia costiera agli psicologi dei CPR.
Per strada mi capita sempre più spesso di trovare gettati in terra blister di
alluminio vuoti, li rigiro con un colpetto di piede e la più parte delle volte
su quello sfondo argentato campeggia la scritta Rivotril. Si tratta di un
farmaco generalmente prescritto per l’epilessia.
È una benzodiazepina ma, nonostante questo accada con tante altre molecole della
stessa classe farmaceutica, è inusuale e non indicato per trattare problemi
psichiatrici e disturbi legati all’ansia. Il suo utilizzo medico è autorizzato
per il trattamento e la prevenzione di crisi epilettiche, da solo o in
associazione con altri farmaci qualora non bastasse e un altro suo utilizzo
off-label sfrutta le forti capacità miorilassanti (quasi al limite della
controindicazione) per patologie muscoloscheletriche gravi che non rispondono ad
altri trattamenti.
I miei incontri con i blister vuoti di Rivotril che trovo a terra aumentano di
intensità ogni volta che mi avvicino a zone in cui ci sono persone indigenti,
spesso extracomunitarie, costrette a vivere in strada. Mi sono chiesto quando
una molecola prima così poco nota nel mercato nero delle sostanze sia diventata
tanto conosciuta (a volte accade per coincidenza, altre per moda, a volte perché
citata in una canzone), ma in questo caso particolare la vedo ben presente e
diffusa solo in una certa fascia di popolazione. Leggendo il libro di
Contestabile ho trovato una risposta a questa mia domanda, venendo a conoscenza
del suo utilizzo, fatto con molta leggerezza e facilità di prescrizione, nei CPR
per ammansire fino a rendere quasi zombie privi di volontà le persone che vi
vengono recluse; la stessa facilità e le stesse ragioni con cui questa molecola
viene utilizzata anche nelle carceri italiane. È in questi luoghi di detenzione
e punizione che una certa fascia della popolazione è entrata in contatto con il
Rivotril e ha imparato a usarlo per non percepire più la propria insopportabile
esistenza.
Contestabile struttura il suo saggio in quattro blocchi suddivisi in capitoli:
il primo blocco è Della salute, il secondo Dello sfruttamento, il terzo Della
catastrofe, il quarto Della resistenza. Poi ci sono altri due grandi blocchi
contrapposti diffusi lungo tutto il testo: leggendolo andremo a ripercorrere la
storia e le storie che hanno fatto la psicanalisi occidentale – con degli
affondi molto belli sulla natura borghese della pratica psicoanalitica, sia
parlandoci di chi può permettersi di accedere a un percorso terapeutico, sia con
il racconto, spesso poco trattato, di un percorso di studi e di formazione che
non tutti possono permettersi, essendo molto lungo, dispendioso, costellato di
tirocini non retribuiti e di scuole private care e quasi sempre localizzate in
grandi città, con tutte le spese che comporta il viverci tra affitti alti e il
maggiore costo della vita rispetto alla provincia.
> Contestabile si augura una riconciliazione della frattura tra Freud e Marx e
> la sua ricetta per farlo passa dal riconoscimento del processo dialettico tra
> il nostro inconscio e la cultura.
Queste storie “occidentali” vengono poi paragonate con la storia dello sviluppo,
su una retta parallela, della psicologia nei Paesi socialisti: scrive
Contestabile che “il socialismo è stato l’habitat ideale per dare vita a una
nuova psicologia capace di liberarsi dai confini dell’individuo e capire la
connessione tra cultura, storia, corteccia cerebrale, coscienza, ambiente e
personalità”. Riconoscendo ovviamente le storture nate durante il regime
stalinista ‒ in cui tutto ciò che veniva da Occidente (in questo caso tutta la
pratica psicoanalitica sviluppatasi fino a quel momento) era visto come agente
della controrivoluzione e quindi inammissibile, dando vita a una dottrina
meccanicista che escludeva l’individuo ‒, Contestabile si augura una
riconciliazione della frattura tra Freud e Marx e la sua ricetta per farlo passa
dal riconoscimento del processo dialettico tra il nostro inconscio e la cultura,
alle modificazioni delle nostre reti neurali in funzione dell’ambiente, a come i
nostri disturbi mentali trasformano la società e le politiche economiche.
Ma non è un libro di storia della psicoanalisi, è una riflessione molto attenta
e puntuale sulle politiche della salute mentale, su come la psicoanalisi presti
il fianco al capitalismo e su come noi, e per noi qui si intende la comunità non
il singolo, possiamo (e dobbiamo) riappropriarcene per il benessere collettivo.
È un libro che ci parla di cura collettiva, delle varie pratiche di resistenza
sviluppatesi in contesti diversi, in cui il comune denominatore è sempre
l’oppressione esercitata dal sistema capitalista, dei paradossi che si generano
anche quando ci sono buone intenzioni (la grande ondata del rinascimento
psichedelico con la messa in pericolo delle piante maestre nei loro habitat
originali per esempio).
E qui apprendiamo che la salute mentale non può essere attribuita alle scelte
del singolo, non può passare dal tè verde biologico che beviamo al mattino,
dallo yoga fatto nel salotto di casa (se ne abbiamo uno), dalle pratiche di
meditazione: non può essere demandata all’individuo. Veniamo messi in guardia
dal pericolo di far diventare i disastri globali dei problemi personali da
affrontare in solitudine o peggio ancora da curare con la reclusione e i
farmaci.
Ci presenta il pensiero di menti illuminate nel campo: Ignacio Martín-Baró,
padre della psicologia della liberazione (quanto è bella l’idea della teologia
della liberazione per cui il regno dei cieli non deve essere una ricompensa
nell’aldilà ma va preteso ora?), Franco Basaglia, colui che fece la più
importante rivoluzione sociale mai avvenuta nel nostro Paese; ricostruisce la
storia personale di Che Guevara per introdurci alla rivoluzione e al bene
collettivo, ci fa conoscere la potenza del pensiero di Frantz Fanon per
l’autodeterminazione dei popoli oppressi, Mark Fisher e il realismo capitalista.
> È un libro che ci parla di pratiche di resistenza sviluppatesi in contesti
> diversi in cui il comune denominatore è sempre l’oppressione esercitata dal
> sistema capitalista, e dei paradossi che si generano anche quando ci sono
> buone intenzioni.
Contestabile lo fa con una capacità di divulgazione invidiabile, e se non
bastasse, per rendere il tutto più fruibile, ci sono analisi di film, serie TV e
anime inerenti i temi trattati, riletti in chiave psicoanalitica, probabilmente
la chiave di lettura più utilizzata per il cinema ma non per questo meno utile
allo scopo dell’autore: divulgare, fare conoscere, spiegarci le cose con un
linguaggio che ci accompagna tenendoci per mano lungo il percorso, anche
attraverso elementi della cultura pop quando necessario.
Avrà anche dei difetti questo volume? Sì, quello che spesso hanno i testi che
trattano certi temi: sono libri che parlano a persone che hanno già una certa
idea di società e questo è un peccato perché così si depotenzia il loro effetto
sulla realtà. È difficile che qualcuno entri in libreria e acquisti questo libro
se non ha già la stessa visione dell’autore: la copertina con un’immagine che
tanto ricorda l’estetica usata spesso anche nella comunicazione delle
manifestazioni e i colori rosso/nero dell’anarchia, tutto chiama a sé un certo
tipo di lettore, lasciando fuori dal dibattito coloro sui quali potrebbe e
dovrebbe essere davvero illuminante. Il mio augurio è che venga adottato come
libro di testo in qualche corso universitario, o perché no, anche consigliato da
qualche bravo professore a scuola.
In chiusura l’autore tesse una proposta ricongiungendo tutti i fili dei discorsi
fatti nei capitoli precedenti e tutto ritorna perfettamente, tutto ci porta a
una conclusione indiscutibile: “La resistenza è terapeutica”.
L'articolo Psicologia della resistenza di Gianpaolo Contestabile proviene da Il
Tascabile.
S i vive in tanti modi, si muore in tanti modi. Dare forma alla propria fine è
un modo per ricomporre la forma della propria vita, e per consentire a chi resta
di ereditarla senza sfigurarla. Non è da tutti: ci vuole del talento, e il dono
del tempo necessario per poterlo fare. Mario Tronti, uno degli intellettuali
comunisti più originali e influenti del Novecento italiano ed europeo, è morto
il 7 agosto 2023 a novantadue anni, dopo una malattia abbastanza veloce da
sottrarcelo senza che noi – le sue “amicizie politiche”, come gli piaceva
chiamarci – ce ne rendessimo conto, ma abbastanza lunga da fargli licenziare il
libro a cui stava lavorando. “Questo è pronto”, aveva detto consegnandolo a sua
figlia Antonia pochi giorni prima di andarsene. Il testo è ora in libreria per
il Saggiatore, a cura di Giulia Dettori, titolo (hegeliano) Il proprio tempo
appreso col pensiero, sottotitolo (scarno) “libro politico postumo”. La
copertina bianca con sopra il tronco di un albero rosso riproduce la ginestra
essiccata che Tronti aveva fatto verniciare nel giardino della sua casa di
Ferentillo dove si rifugiava a scrivere, ma funziona anche come citazione
cromatica del quadro di El Lissitzky del 1920 sulla rivoluzione bolscevica,
Spezza i Bianchi col cuneo rosso, di cui Tronti teneva sempre una copia bene in
vista sulla scrivania e che ricorre anche in quest’ultimo scritto.
1.
Si tratta di un testo intenzionalmente, non accidentalmente, postumo, come prova
un appunto dell’agosto 2021, risalente a ben prima della malattia, ritrovato per
caso in uno dei tanti quaderni su cui Tronti annotava di tutto e posto ora in
esergo al testo: “Un libro volutamente postumo, lasciato forse non finito.
Scrivo non alcune pagine, ma alcune righe al giorno, e non tutti i giorni… un
distillato di pensiero”. Un lascito ereditario dunque, affidato
performativamente a un testo che (anche) sul tema dell’eredità ruota. L’eredità
del Novecento nel secolo successivo che ne è un rovesciamento, l’eredità della
politica moderna nell’epoca dell’antipolitica postmoderna, l’eredità del
Movimento operaio nel tempo della sua sconfitta certificata. La postura è quella
dell’angelo di Benjamin, con lo sguardo su un panorama di rovine e il futuro
alle spalle: “Il passato in generale, e il passato novecentesco in particolare,
sta davanti a noi come una città morta che il tempo ha devastato. Ma le rovine
sono a cielo aperto. Nascoste sotto i detriti vivono dimenticati tesori di
civiltà”.
Di fronte a questo deposito archeologico, e contro “il vuoto di memoria voluto e
coltivato” dai “cattivi eredi” del movimento operaio che ne hanno dissipato il
lascito, la memoria diventa una “risorsa antagonistica” strategica, il conflitto
sull’interpretazione del passato diventa un conflitto sul presente, la decisione
sull’eredità – su che cosa della tradizione merita di rivivere, e come – diventa
una decisione politica. Alla rilevanza per il presente di questa triangolazione
fra storia, memoria e tradizione Tronti ci aveva già abituati, con il “pensiero
della fine” – fine del Novecento, finis Europae, fine della politica moderna,
fine del conflitto di classe – che ha caratterizzato l’ultimo trentennio della
sua produzione. Ma nel libro-testamento c’è un salto di tono e di umore. Se in
precedenza la scrittura trontiana aveva il timbro di una pratica di elaborazione
del lutto, adesso il lavoro del lutto è finito. “Le illusioni sono tutte
consumate, i rischiaramenti tutti esauriti, le volontà abbattute, le velleità
tutte ridicolizzate”: si può e si deve ricominciare da capo. “Dalla critica di
tutto ciò che c’è”, perché nel conformismo pervasivo che connota lo spirito del
nostro tempo è in primo luogo l’attitudine alla critica che è andata perduta:
“Siamo in una condizione pre-marxiana”, dentro un contesto dominato da un
dispositivo accelerato di innovazione reazionaria. Perciò, “mordere nuovamente
bisogna. Con passaggi inediti, e strumenti sorprendenti, e strappi nella
tradizione teorica, e ricongiungimenti con la tradizione storica”.
> Colpendo al cuore il discorso pubblico dominante, di destra e di sinistra,
> Tronti approda a una critica affilata della “democrazia reale” che dopo la
> guerra fredda si è imposta come il regime politico vincente e come l’unico
> desiderabile.
Questo libro infatti morde in profondità, colpendo al cuore il discorso pubblico
dominante, di destra e di sinistra, con una interpretazione in controtendenza
della fase storica e politica che va dal 1989 ai giorni nostri, interpretazione
che a sua volta riverbera sulla lettura dell’intero Novecento approdando a una
critica affilata della “democrazia reale” che dopo la guerra fredda si è imposta
come il regime politico vincente e come l’unico desiderabile. Basterebbero i due
imperativi programmatici posti al centro del volume – “liberare la rivoluzione
dal socialismo” e “liberare la libertà dalla democrazia” – per far trasalire
tutto quel novero di uomini e donne “catturati dai lustri del Palazzo e dai
meriti dell’Accademia”, nonché dalle luci del palcoscenico mediatico, nei quali
Tronti vede i principali responsabili del “lento graduale processo di
imborghesimento dei ceti politici e intellettuali” del nostro Paese. Ma prima di
addentrarsi nei contenuti del libro è bene fermarsi ancora un momento sul
significato che questo lascito testamentario “volutamente postumo” assume a
conclusione della traiettoria teorica e politica dell’autore.
2.
Mario Tronti è da decenni consacrato in Italia e nel mondo, ed è stato ricordato
nel momento della morte anche dall’informazione mainstream, come il padre
dell’operaismo italiano. Inscindibilmente legata alla sua opera più famosa,
Operai e capitale (Einaudi 1966), alla scossa antistoricista e antidogmatica che
quel testo provocò nel marxismo italiano di allora, alla risonanza da cult-book
che ebbe nel contesto delle lotte operaie degli anni Sessanta e del movimento
del Sessantotto, questa definizione è incontrovertibile. E tuttavia non
dev’essere considerata esaustiva dell’intero percorso di Tronti, soprattutto se
finisce con l’oscurarne l’ultima stagione, incentrata sulla critica della
democrazia politica, cui egli attribuiva la stessa intenzionalità sovversiva
della prima, incentrata sulla critica dell’economia politica. Tronti stesso del
resto, in una concisa e autoironica autobiografia filosofica scritta nel 2008
per Bompiani (poi in Dall’estremo possibile, a cura di Pasquale Serra, Futura
2011) avvertiva il rischio di poter restare “quasi imprigionato” nell’icona del
leader teorico dell’operaismo (“Un consiglio: mai scrivere un libro di successo
da giovani. Si rimane per tutta la vita quella cosa lì”, scrisse in un’altra
circostanza).
Sia chiaro: non si tratta di disconoscere la matrice operaista del percorso di
Tronti, né di derubricarne la portata. Basta leggere uno dei suoi testi più
intensi, Noi operaisti (introduzione al volume su L’operaismo degli anni
Sessanta, 2008), per capire quanto l’esperienza di Quaderni Rossi e Classe
operaia, le due riviste-laboratorio dell’operaismo in cui maturò anche la
stesura di Operai e capitale, abbia segnato per sempre la sua postura
esistenziale e intellettuale, cristallizzandosi in uno “stile” inconfondibile:
“dal modo di scrivere, battente come il ritmo della fabbrica, al modo di
pensare, fuori dalla norma, in una sorta di stato d’eccezione intellettuale
permanente” (“Fuori norma. Lo stile operaista”, il manifesto, 20 giugno 2006).
Nemmeno si tratta, come pure è stato fatto insistentemente, di giocare una
contro l’altra le diverse stagioni del percorso trontiano, soprattutto la
seconda, quella incentrata sull’autonomia del politico, contro la prima, quella
operaista. Più volte Tronti ha rivendicato l’intima coerenza di un itinerario
che mantiene fermi alcuni punti di metodo e di merito – il punto di vista di
parte, la critica radicale dell’esistente, l’intreccio originale fra marxismo
antidogmatico, tradizione politica moderna, cultura della crisi, teologia
politica – modificando di volta in volta il campo dell’analisi e l’oggetto della
messa a fuoco, in stretto rapporto con le domande poste dal contesto
storico-politico.
A volerla ripercorrere in estrema sintesi, l’analisi trontiana si concentra sul
rapporto fra capitale e classe nella fase operaista, calata nelle lotte di
fabbrica degli anni Sessanta; si sposta sulla sfera politica all’inizio degli
anni Settanta, quando Tronti avverte che il conflitto anticapitalistico deve
varcare i confini della fabbrica e assumere il politico come campo d’iniziativa
autonomo dall’economico e dal sociale (Sull’autonomia del politico, Feltrinelli
1972); ingaggia di conseguenza, durante i venti anni d’insegnamento
all’università di Siena, un corpo a corpo con i classici del pensiero politico
moderno, da Machiavelli a Nietzsche passando per un blasfemo accostamento fra
Marx e Schmitt (Hegel politico, Istituto dell’Enciclopedia italiana, 1975; Il
tempo della politica, Editori riuniti 1980; Il politico, Feltrinelli 1979-1982).
Si sporge oltre i bordi della tradizione politica moderna, verso il pensiero
teologico e mistico, quando il cambio di stagione annunciato dalle
trasformazioni del capitalismo degli anni Ottanta domanda l’elaborazione di un
nuovo paradigma antropologico-politico (Con le spalle al futuro, Editori riuniti
1992). E si concentra nell’ultima stagione, quella già citata del “pensiero
della fine”, sulla critica della democrazia, sullo statuto della libertà e sul
rilancio del criterio del politico in tempi di antipolitica (La politica al
tramonto, Einaudi 1998; Dello spirito libero, Il Saggiatore 2015; Il popolo
perduto, con Andrea Bianchi, Nutrimenti 2019). Fra un passaggio e l’altro,
costante rimane il rapporto insieme problematico e inossidabile con il PCI
(Partito Comunista Italiano, e poi con il PDS-DS, Partito Democratico della
Sinistra – Democratici di Sinistra), e incessante la frequentazione di reti di
elaborazione collettiva come la rivista Laboratorio politico negli anni Ottanta,
l’eremo camaldolese di Montegiove e la rivista Bailamme fra anni Ottanta e
Novanta, il Centro studi per la riforma dello Stato di cui Tronti è stato
presidente dal 2004 al 2015.
> Tronti invita a confrontarsi con la critica, “urgente e incomunicabile”, per
> non dire blasfema, della religione democratica, nell’epoca in cui su di essa a
> tutti, e a tutte, viene richiesto ogni giorno un giuramento di fede, quando
> non un arruolamento armato.
Chi volesse approcciare per la prima volta e nella sua interezza questo percorso
dispone oggi, oltre che della monografia su Tronti di Franco Milanesi (Nel
Novecento, Mimesis 2014), dell’ottima antologia dei principali testi trontiani
uscita nel 2017 per il Mulino con il titolo Il demone della politica e curata da
Matteo Cavalleri, Michele Filippini e Jamila Mascat, tre dei giovani studiosi di
cui Tronti amava circondarsi negli ultimi vent’anni, in grado di ereditarne il
lascito anche “per cesura” generazionale, come essi stessi scrivono e com’è
giusto che sia. E chi volesse addentrarsi nell’annoso ma sempre vivo dibattito
sul rapporto fra il Tronti operaista e il Tronti pensatore del politico dispone
altresì del piccolo e prezioso Anatomia del politico (Quodlibet 2022, anch’esso
curato da Jamila Mascat), che raccoglie un dibattito parigino del 2019 fra
Tronti, Étienne Balibar e Toni Negri precisamente sulla “tensione tra la
continuità del punto di vista e la discontinuità dei punti di svolta”, come
scrive Mascat, dell’itinerario trontiano. Vi si rintracciano tra l’altro,
attualizzati, tutti i motivi della divaricazione delle due traiettorie di Tronti
e Negri rispetto alla comune matrice operaista, nonché, avanzate da Balibar,
alcune obiezioni che dalla prospettiva dei teorici della democrazia radicale
possono essere rivolte alla prospettiva trontiana di critica radicale della
democrazia.
Ma per tornare al libro postumo, ecco come qui lo stesso Tronti chiude la
questione della coerenza della sua traiettoria: “E comunque si sappia che tutto
questo accidentato percorso di matta e disperatissima ricerca ‒ operaismo,
autonomia del politico, teologia politica, spiritualità e politica, grande
pensiero conservatore, urlo di profezia, concretezza di utopia e perfino
monachesimo combattente – ha in sé un filo che lega i passaggi, gli
attraversamenti, tutti mirati a un al di là rispetto a questo tipo di mondo, a
questo tipo di vita. Dietro, a fondamento, il punto di vista di parte,
conquistato una volta per tutte, in giovane età”. Ed è vero che la tonalità
battente di questo ultimo testo e la sua mira polemica contro “il senso comune
intellettuale di massa” riportano, come in una magica chiusura del cerchio della
vita, al “primo” Tronti. Tuttavia non è un caso che il cerchio si chiuda su
questo testo, che porta a sintesi e coronamento “l’ultimo” Tronti, e non su un
altro. Come se nel momento della fine “il pensatore politico, anzi il politico
pensante”, come Tronti era solito definirsi per sottolineare la vocazione
militante del suo lavoro filosofico, ci invitasse a non rinchiuderlo nella
galleria dei classici, dove un posto post-mortem non si nega a nessuno, nemmeno
al padre fondatore di una tradizione sovversiva come l’operaismo, ma a
confrontarci con il suo messaggio più urticante per il presente e fin qui non
abbastanza recepito, con il “passaggio più difficile, aspro, respingente,
improponibile”, della sua ricerca: la critica, “urgente e incomunicabile”, per
non dire blasfema, della religione democratica, nell’epoca in cui su di essa a
tutti, e a tutte, viene richiesto ogni giorno un giuramento di fede, quando non
un arruolamento armato.
3.
Il progetto intitolato “Per la critica della democrazia politica”, parafrasi e
complemento della marxiana critica dell’economia politica, venne lanciato da
Tronti – ne sono testimone diretta – in un seminario alla Certosa di Pontignano
del 1988, quando gli eventi del 1989-91 non erano né previsti né prevedibili, ma
il XVIII Congresso aveva già innescato nella cultura del PCI la sostituzione
dell’“orizzonte del comunismo”, come lo chiamava Cesare Luporini, con
l’orizzonte liberaldemocratico, sostituzione che diventerà esplicita e
programmatica con la svolta della Bolognina all’indomani del crollo del Muro di
Berlino. Da allora la critica della democrazia reale non ha più smesso di
contrassegnare la produzione trontiana: compare già in Con le spalle al futuro,
viene messa a tema in due saggi del 2001 e del 2005 entrambi intitolati per
l’appunto Per la critica della democrazia politica, si fa più affilata nelle
Tesi su Benjamin che concludono La politica al tramonto, ricompare in Dello
spirito libero, si cala nel vivo della crisi della sinistra e dell’emergenza
populista ne Il popolo perduto. Fin dall’inizio si intreccia con la
reinterpretazione storica del Novecento, mette in tensione filosoficamente la
tradizione del pensiero liberale con quella democratica, e nel corso del tempo
si confronta con la cronaca della crisi estenuante ed estenuata delle democrazie
contemporanee. Soprattutto, e a differenza dei molti altri discorsi sullo stato
delle democrazie occidentali, non guarda solo né tanto al disfunzionamento dei
sistemi politici e istituzionali: va, a monte, alla radice del paradigma
democratico, mettendo sotto analisi le sue aporie costitutive; e insiste, a
valle, sulla crisi antropologica che attacca lo stato di salute del demos ancor
più di quanto non appaia compromesso quello del kratos. Questo stesso impianto
analitico ritorna nel libro-testamento, ma supportato da una diagnosi più
stringente dei processi storici che ne radicalizza la prognosi politica.
4.
Il punto di partenza è la data spartiacque del 1989-91, il “biennio bianco” come
lo chiama Tronti riprendendo il titolo del suo intervento a un convegno del CRS
(Centro per la Riforma dello Stato) sul trentennale della caduta del Muro. Il
nome, in evidente contrapposizione con il “biennio rosso” operaio del 1919-20,
dice la cosa. Celebrati dalla narrativa neoliberale dominante, di destra e di
sinistra, come l’inizio di un’era di libertà, progresso economico e ordine
mondiale, l’abbattimento del Muro e il crollo dell’Unione Sovietica – il secondo
per Tronti più importante del primo, per implicazioni e conseguenze storiche e
geopolitiche – sono stati in realtà il sigillo di un’età di restaurazione. Più
precisamente, il coronamento definitivo del “ritorno all’ordine” decretato dalla
Trilateral già nel 1973 contro il “disordine” sociale degli anni
Sessanta-Settanta, e portata avanti già durante gli anni Ottanta dalla
ristrutturazione postindustriale del capitalismo e dalla razionalità
neoliberale, unite nel demolire le condizioni di esistenza del conflitto di
classe.
> Celebrati dalla narrativa neoliberale dominante, di destra e di sinistra, come
> l’inizio di un’era di libertà, progresso economico e ordine mondiale,
> l’abbattimento del Muro e il crollo dell’Unione Sovietica sono stati in realtà
> il sigillo di un’età di restaurazione.
Il 1989-91 completa l’opera, con una tragica ambivalenza che la versione dei
vincitori traduce in una marcia trionfale. Il crollo del Muro sancisce sì la
liberazione dall’oppressione totalitaria dei regimi dell’Est, ma con la libertà
degli individui scatena anche quella degli “spiriti animali” del capitalismo che
quei regimi “avevano malamente trattenuto”. Il collasso dell’Unione Sovietica
mette sì la parola fine a un esperimento fallito, ma con la fine di
quell’esperimento viene decretata anche la fine tout court del conflitto fra
capitalismo e socialismo. Abbattuta la carica simbolica del suo Altro, scrive
Tronti, resta in campo solo la potenza indiscussa del capitalismo reale – ma qui
si potrebbe dire, con Jacques Lacan, il Reale del capitalismo, o con Mark Fisher
il “realismo capitalista” –, senza più nemmeno la pensabilità di un’alternativa
di sistema.
Non avere tenuto aperta questa pensabilità è l’imperdonabile colpa che Tronti
attribuisce alla sinistra post-1989, italiana ed europea. Il “biennio bianco”
segna una rottura in senso proprio catastrofica del corso della storia, che
andava pensata come tale e contrastata con un contrattacco, e che invece i
cattivi eredi del Movimento operaio hanno interpretato come una tappa evolutiva
verso il meglio, accodandosi alla narrativa dominante e attaccandosi alla tara
storicista e progressista della propria cultura. Nessuna lettura critica della
fine della guerra fredda da parte degli sconfitti, nessun laboratorio
paragonabile alla Vienna o alla Weimar del primo dopoguerra. Nessuna analisi del
perché e per come “un miracolo cominciato con il ‘che fare?’ di Lenin sia giunto
alla fine con le sbronze di Eltsin” senza riuscire a mettere al mondo “l’uomo
nuovo”, ovvero un’antropologia politica alternativa a quella della società
capitalistica. E dunque, nessun tentativo di salvare l’assalto al cielo del 1917
dai misfatti dello stalinismo e dall’esito fallimentare del socialismo reale
(“Quei regimi meritavano di cadere? Sì. Quell’esperimento meritava di morire?
No”). Nell’“agghiacciante silenzio dei perdenti” la narrativa messianica dei
vincitori – modernizzazione, globalizzazione e democrazia come unico regime
politico legittimo e desiderabile, da esportare con le buone o con le cattive –
diventa l’unico paradigma in campo. “I postcomunisti ne rimasero abbagliati,
come il gatto che di notte si ferma davanti ai fari dell’auto in corsa”.
Da quell’abbaglio, le sinistre europee non si sono mai più riprese; e basta
pensare alla loro sostanziale indistinguibilità dal fronte di centrodestra nella
gestione europea della guerra d’Ucraina per capire quanto pesi tuttora nella
loro cultura politica un difetto d’analisi del 1989-91 e dei suoi effetti di
lungo periodo. Ma è la vicenda del principale partito della sinistra italiana,
con quel progressivo slittamento dall’aggettivo “comunista” all’aggettivo
“democratico” senza più neanche il sostantivo “sinistra”, a restare la più
emblematica su scala continentale di quello che dopo il 1989-91 non fu affatto
il “nuovo inizio” allora predicato, bensì “un cupio dissolvi” e “una resa senza
condizioni”. Per uno come Tronti, che del PCI-PDS è stato un iscritto fedele
ancorché eterodosso per quaranta anni, e che del PD è stato senatore sia pure
indipendente dal 2013 al 2018, si tratta di un giudizio forse tardivo, ma
definitivo e senza appello.
5.
Ma non è solo dal punto di vista delle sorti della sinistra che con il 1989-91
“i conti non sono stati fatti”: il “biennio bianco” riverbera all’indietro,
sulla lettura complessiva del Novecento, e in avanti, sulla lettura complessiva
del presente. È una tesi nota e discussa di Tronti, fin da La politica al
tramonto, che la fine dell’assetto bipolare del mondo chiuda l’epoca della
“grande politica” basata sul criterio amico/nemico, di cui la guerra fredda e il
conflitto di classe sarebbero state l’ultima e civilizzata forma, e apra
un’epoca di spoliticizzazione di massa sotto le insegne della democrazia. Nuova
è invece in quest’ultimo libro l’analisi delle variazioni che il criterio
dell’amico/nemico subisce fra la Prima e la Seconda guerra mondiale, con effetti
che si prolungano per tutta la guerra fredda e arrivano ai giorni nostri.
> La contrapposizione fra democrazia e totalitarismo trapassa intatta dalla
> Seconda guerra mondiale alla guerra fredda, con la conseguenza nefasta
> dell’equiparazione fra il totalitarismo nazista e quello comunista, che furono
> invece contrapposti, per origini e fini. E rimane operativa anche dopo la fine
> della guerra fredda, quando viene riattivata nella sequenza di guerre
> “giuste”.
È con la Seconda guerra mondiale che alle motivazioni militaristiche
tradizionali dei conflitti armati subentra il paradigma di ascendenze medievali
della guerra giusta e moralmente giustificata contro un nemico identificato come
il male assoluto. Non poteva che essere così, ed era giusto che fosse così,
sottolinea Tronti, contro il nazismo che combatteva a sua volta in nome della
superiorità della razza ariana: “Nasce sui cruenti campi di battaglia la
contrapposizione ideale fra democrazia e totalitarismo che segnerà la seconda
metà del Novecento”. E “il Movimento operaio degli anni Trenta fece la scelta
giusta, irreversibile, di schierarsi dalla parte della democrazie”, mettendo fra
parentesi il conflitto di classe per dare la priorità ai fronti popolari
antifascisti; la guerra civile spagnola e la Resistenza italiana restano nella
loro drammaticità scuole ineguagliate di formazione di un’intera generazione.
Senonché “Qual è il problema? Il problema è che quella parentesi non si è più
chiusa”. Lo schema di gioco della contrapposizione fra democrazia e
totalitarismo trapassa intatto dalla Seconda guerra mondiale alla guerra fredda,
con la conseguenza nefasta dell’equiparazione fra il totalitarismo nazista e
quello comunista, che furono invece radicalmente diversi, anzi contrapposti, per
origini e fini. E rimane operativo anche dopo la fine della guerra fredda,
quando viene periodicamente riattivato nella sequenza di guerre “giuste”
condotte in nome della democrazia contro nemici di varia natura, dai terroristi
ai dittatori agli autocrati, ogni volta rappresentati come il male assoluto e
ogni volta paragonati, non a caso, a Hitler. La risposta del fronte atlantista
all’invasione russa dell’Ucraina (sulla quale Tronti si esprime più ampiamente
nella bella intervista con Andrea Ampollini che chiude la recente riedizione
DeriveApprodi di La politica al tramonto) è l’ultimo esempio di questa sequenza.
Non solo. Nel corso dei decenni il conflitto democrazia/totalitarismo ha finito
con l’oscurare, anzi con l’eclissare, il conflitto di classe. “Si guardi a
quanto è facile oggi essere antifascisti, quanto difficile essere
anticapitalisti”. Si potrebbe obiettare, e molti di sicuro obietteranno, che
oggi, di fronte alla nuova “internazionale nera” che va stringendo in una
tenaglia le due sponde dell’Atlantico, essere antifascisti torna a essere un
esercizio tutt’altro che facile oltre che necessario. Ma proprio la difficoltà
di assegnare automaticamente alla categoria storica del fascismo le nuove
destre, figlie dell’epoca neoliberale e contraddittoriamente intessute di
reazione tradizionalista e innovazione capitalista, di gerarchismo e
libertarismo, di protezionismo antiglobale e liberismo sfrenato, dimostra che
oggi come e più di un secolo fa l’antifascismo senza analisi e critica del
capitalismo rischia di essere una postura tanto nobile quanto insufficiente.
Un’altra sveglia che suona, o dovrebbe, per una sinistra di cui il capitalismo è
diventato, come denunciava Slavoj Žižek già svariati anni fa, il “fantasma
fondamentale”, rimosso e innominabile.
6.
Dunque che cosa resta, un secolo dopo, della contrapposizione frontale fra
democrazia e totalitarismo che ha plasmato il discorso teorico e orientato le
politiche e la geopolitica novecenteschi, e che tuttora si ripresenta nel
dibattito pubblico nella forma della contrapposizione fra democrazia e
autocrazia? La categoria apparentemente ossimorica di “totalitarismo
democratico” cui Tronti approda nel libro-testamento – ma che compare già nel
primo dei due già citati saggi Per la critica della democrazia politica, e
ricompare nella produzione successiva – dice che quella contrapposizione non
funziona più o non è più così frontale, e suggerisce di ripensare entrambi i
termini che la compongono, nelle differenze che li distinguono ma anche nelle
segrete affinità che li accomunano, o nelle porosità che rendono possibile lo
slittamento dall’uno all’altro. Tronti definisce il totalitarismo come “un
sistema chiuso, internamente totalizzante, che mira a introiettare la funzione
del potere nelle singole soggettività”, uniformando e massificando la coscienza
individuale attraverso un forte apparato ideologico e l’uso dall’alto di mezzi
di formazione di un consenso fideistico. Totalitario, attenzione, non è sinonimo
di autoritario: che i due totalitarismi novecenteschi si siano avvalsi di metodi
e forme di governo autoritari non esclude che la vocazione o la deriva
totalitaria di un sistema politico possano presentarsi senza supporto
autoritario o repressivo, o con un supporto autoritario debole infiltrato nella
centralizzazione e verticalizzazione delle forme di esercizio del potere. Che è
precisamente quello che sta accadendo nelle democrazie contemporanee. Dove la
massificazione procede grazie alla “conta quantitativa dell’individuo senza
qualità” e all’omologazione delle forme di vita, “la dittatura non è imposta con
la violenza ma introdotta con il messaggio”, e “la servitù volontaria prende il
posto della proibizione imposta”.
Non si tratta per Tronti, si badi, solo dell’effetto contingente delle note
tendenze degenerative dei sistemi democratici contemporanei (torsione
maggioritaria, presidenzialismo, uso manipolativo dei mass media), bensì di una
deriva inerente allo statuto del modello democratico, contrassegnato ab origine
da una matrice identitaria che annoda demos e kratos e non sopporta il taglio
conflittuale della differenza (e infatti lo assorbe costantemente in un
differenzialismo inclusivo che si ribalta sempre in pluralismo identitario). A
questa deriva totalitaria originaria – che spiega fra l’altro il rispecchiamento
fra popolo e leader tipico dei populismi contemporanei – se ne aggiunge al
compimento della parabola democratica un’altra, che è la controfaccia del
trionfo planetario conseguito dalla democrazia dopo il 1989-91, un trionfo che
consacrandola come destino universale senza alternative ne alimenta perciò
stesso la pretesa totalizzante.
7.
Ma se queste derive totalitarie sono vere, e se il totalitarismo è nemico della
libertà, occorre spezzare il nesso automatico e scontato che tanto nella teoria
quanto nel senso comune lega democrazia e libertà. Non si tratta solo, sul piano
politico, di prendere atto che nelle democrazie contemporanee, tutte
attraversate dai processi di massificazione della società e di verticalizzazione
e personalizzazione del potere di cui sopra, “la libertà non viene negata ma
raggirata” e il suo esercizio “diventa sempre più formale”. Si tratta anche di
prendere atto sul piano teorico che la democrazia può divaricare dal liberalismo
e rivelarsi invece compatibile con il totalitarismo. Accade all’esito di un
processo storico e concettuale che per un verso ha annodato libertà politica e
libertà economica fino a sovrapporle, per l’altro verso ha creduto di presidiare
la libertà politica agganciandola a un sistema di diritti e garanzie giuridiche
che finisce con l’essere complice di un individualismo esasperato e
spoliticizzato. E accade all’esito di un gigantesco equivoco, anche questo
teorico e politico, che equiparando autorità e autoritarismo ha messo in
contrapposizione libertà e autorità.
> Nel corso dei decenni il conflitto democrazia/totalitarismo ha finito con
> l’oscurare, anzi con l’eclissare, il conflitto di classe: “Si guardi a quanto
> è facile oggi essere antifascisti, quanto difficile essere anticapitalisti”.
Fra libertà e autorità – qui è esplicito il debito di Tronti con il laboratorio
teorico-politico del femminismo della differenza – va riattivato invece un
circolo positivo, perché la libertà è correlata al riconoscimento spontaneo
della valenza simbolica dell’autorità e ne è potenziata. E viceversa,
l’autoritarismo spunta proprio nei sistemi politici caratterizzati da un potere
privo di autorità: una condizione, quest’ultima, che accomuna la parabola
fallimentare del socialismo reale, dove l’esperimento rivoluzionario non ha
generato una classe dirigente alla sua altezza, e la crisi terminale delle
democrazie reali, dove il deficit d’autorità della politica sta alla radice
dell’antipolitica e del populismo. Ne consegue un duplice compito, concettuale e
pratico. Per un verso l’autorità va riformulata in positivo contro la sua
identificazione corrente con l’autoritarismo, e “la distinzione fra potere e
autorità acquista una portata strategica”. Per l’altro verso la libertà va
riformulata come autonomia di pensiero contro il conformismo dilagante e come
libertà affermativa, politica e relazionale contro la sua concezione
individualistica e impolitica corrente. Repressa dai totalitarismi, impensata o
subordinata all’eguaglianza dal marxismo, ridotta a libertà negativa dal
liberalismo, a libertà di mercato dal neoliberalismo, a catalogo di diritti dal
costituzionalismo, la libertà è il problema che il Novecento ci consegna aperto,
e oggi più che mai domanda, come diceva Hannah Arendt, di essere rimessa al
mondo.
8.
Al fondo, ciò che muove la critica trontiana della democrazia non è solo la
constatazione che le democrazie contemporanee mostrano una crescente incapacità
di governare crisi sistemiche ricorrenti (economiche, ecologiche, pandemiche,
belliche), ma soprattutto la duplice convinzione che la base quantitativa e
contabile del paradigma democratico è strutturalmente convergente con la logica
capitalistica della merce, e che la democrazia reale si è rivelata “la forma
politica finora meglio riuscita di neutralizzazione e spoliticizzazione del
conflitto sociale”. Quest’ultima tesi è correlata al punto forse più contestato
– anche dalla sottoscritta – dell’ultimo Tronti, la sua svalutazione del
Sessantotto come una stagione solo illusoriamente rivoluzionaria, di fatto
riassorbita dai processi di modernizzazione capitalistica e di inclusione
democratica. È vero che nel ragionamento trontiano la denuncia della deriva
spoliticizzante della democrazia fa velo alla comprensione dei processi di
politicizzazione – non solo della sfera produttiva ma di quella riproduttiva, e
della vita intera – che dal Sessantotto e dal femminismo in poi i movimenti
sociali non cessano di innescare, scuotendo il teatro democratico e invadendolo
con forme di soggettivazione irriducibili alla sua contabilità individualistica,
alla sua grammatica dei diritti, alla sua sintassi rappresentativa. Ma è anche
vero che il problema dell’effettiva capacità di rottura antisistemica di queste
insorgenze è un punto irrisolto in tutta la teoria politica critica
contemporanea, da quella marxista e moltitudinaria di Toni Negri e Michael Hardt
a quella postmarxista e populista di Ernesto Laclau.
Lascio aperto questo punto – peraltro a mio avviso indecidibile solo in punta di
teoria – per fare un’ultima considerazione. Tronti ha sempre presentato la sua
critica della democrazia come una postazione teorica priva di implicazioni
pratiche contro la democrazia. “Si può fare oggi critica della democrazia
politica accettando, difendendo, sviluppando, riformando i sistemi politici
democratici”, aveva scritto qualche anno fa (Dello spirito libero, p. 183)
rivendicando, come altre volte, lo scarto fra teoria e pratica che spesso gli è
stato contestato. Quella trontiana è dunque soprattutto una sfida per la
pensabilità e l’immaginazione di un’altra forma di vita e di regime politico,
contro le pretese universali e totalizzanti della religione democratica. Questa
sfida deve partire dalla presa d’atto che il paradigma democratico è ormai
realizzato e compiuto, che la sua crisi non dipende dalle sue promesse mancate,
come sosteneva Norberto Bobbio già mezzo secolo fa, ma dalle sue premesse
realizzate, e che dunque “è scaduto il termine per un uso diverso del concetto”
(ibidem) e si sono ristretti i margini per riformarne gli esiti storici.
9.
Rispetto a quando, un anno e mezzo fa, Mario Tronti ha licenziato il suo
libro-testamento, la storia si è messa a correre rendendo tanto più difficile
quanto più necessario “apprendere il proprio tempo col pensiero”. E ha impresso
un’accelerazione vertiginosa alla crisi della democrazia, che oggi non appare
tanto, o soltanto, assediata da regimi autocratici ostili, come recita la
vulgata dominante, quanto divorata dalle sue contraddizioni interne, come
dimostra la parabola degli Stati Uniti trumpiani nonché il moto retrogrado delle
democrazie europee verso suggestioni neo- e postfasciste che parevano consegnate
all’archivio della storia. Il sodalizio fra democrazia e liberalismo sembra
avviato a un divorzio tutt’altro che consensuale, l’autoritarismo avanza forte
del consenso popolare, l’ottimismo progressista delle sinistre post-1989 viene
stracciato dal futurismo tradizionalista della coppia Trump–Musk, il capitalismo
tecnocratico e oligarchico è chiaramente intenzionato a emanciparsi
definitivamente dalle correzioni redistributive novecentesche e comanda alla
politica di riarmarsi, la libertà individualistica, prestazionale e competitiva
dell’epoca neoliberale evolve nel libertarismo sovranista di quelli che possono,
basato sulla schiavitù e la deportazione di quelli che non possono.
> Occorre spezzare il nesso che tanto nella teoria quanto nel senso comune lega
> democrazia e libertà: nelle democrazie contemporanee “la libertà non viene
> negata ma raggirata” e il suo esercizio “diventa sempre più formale”.
Ma mentre la crisi della democrazia galoppa, la critica – e l’autocritica –
tace, balbetta, indugia su rattoppi inefficaci e su retoriche poco credibili, si
rifugia dentro trincee difensive friabili. Non ci voleva l’aggressione di Putin
all’Ucraina per accorgersi che l’ordine mondiale istituito dopo la fine della
guerra fredda stava per implodere. E non ci voleva la seconda incoronazione di
Trump per accorgersi che la democrazia rischia di entrare a far parte del
panorama di macerie novecentesche da cui avrebbe dovuto salvarsi e salvarci. Di
fronte a questo rischio che impone ultimativamente la necessità di pensare
un’altra forma di vita prima che un altro regime politico, la sfida lanciata da
Tronti suona ancora più urgente, e ancora più calzante il suo invito a “cercare
ancora” e a “credere nel possibile, malgrado tutte le prove empiriche dimostrino
l’impossibile”. Cercheremo di essere all’altezza.
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