L a mattina del 22 aprile 2024, l’allieva maresciallo Beatrice Belcuore non si
presenta in servizio nella Scuola Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri di
Firenze. Ha venticinque anni, frequenta il secondo anno di corso per diventare
sottufficiale. Quando i colleghi cominciano a cercarla, trovano il suo corpo in
un’aula dell’istituto. L’arma d’ordinanza è accanto a lei. Non ha lasciato
messaggi, almeno non nel senso convenzionale del termine. O forse l’ha fatto, ma
in un linguaggio che nessuno intorno a lei era stato formato a decifrare:
silenzi, ritiri, piccole crepe nell’armatura quotidiana che nessuno ha saputo
riconoscere come sintomi, perché si impara a leggere il pericolo esterno, non
quello che cresce dentro.
La notizia occupa poche righe nei quotidiani locali. Un comunicato dell’Arma
parla di cordoglio. I familiari chiedono riserbo, che viene accordato con quella
rapidità che la società riserva alle morti scomode. Qualche giorno dopo, in
un’altra città, un’altra uniforme, un altro corpo, un’altra pistola d’ordinanza.
Poi un altro ancora. Il suicidio in divisa emerge sempre come evento isolato,
tragedia privata che si consuma nel silenzio delle caserme. Ma quando qualcuno
comincia a contare – e qualcuno conta, da anni – emerge un pattern che ha la
precisione dei fenomeni sistemici e la persistenza delle malattie endemiche.
Non c’è un momento preciso in cui la divisa smette di essere stoffa e diventa
identità. Accade attraverso la ripetizione dei gesti, l’assimilazione dei
codici, l’interiorizzazione del ruolo. L’uniforme è un dispositivo semiotico
potente: stabilisce chi sei prima che tu parli, determina le aspettative, crea
una distanza tra chi la indossa e chi la osserva. Chi veste l’autorità deve
incarnarla. E l’autorità, nella costruzione simbolica collettiva, non ammette
fragilità. Se chi deve proteggere ha paura, se chi garantisce ordine è nel caos,
l’intero edificio vacilla.
Il problema è che sotto ogni divisa c’è un corpo con un limite. Quando quel
limite viene raggiunto in silenzio, quando il carico diventa insostenibile ma il
sistema non offre modi legittimi per dirlo, quando chiedere aiuto significa
mettere a rischio l’identità professionale, il gesto estremo smette di essere
incomprensibile. Diventa, in una logica perversa, l’unica via d’uscita da una
contraddizione che non ammette mediazioni.
> Il suicidio in divisa emerge sempre come evento isolato, tragedia privata che
> si consuma nel silenzio delle caserme. Ma quando si comincia a contare, emerge
> un pattern che ha la precisione dei fenomeni sistemici e la persistenza delle
> malattie endemiche.
Beatrice Belcuore è una persona con una storia che non conosceremo. Ma è anche
un sintomo. Nelle forze dell’ordine italiane – Carabinieri, polizia, Guardia di
finanza, penitenziaria – il tasso di suicidi è significativamente più alto della
popolazione generale. Non marginalmente: molto più alto. E non da ieri: da
decenni. Nel 2023 si sono registrati 39 suicidi tra le forze dell’ordine, con un
tasso che continua a mantenersi costantemente superiore rispetto alla
popolazione civile. La letteratura internazionale documenta lo stesso fenomeno
in Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia. Paesi diversi, culture
organizzative diverse, stessa costante: la divisa come fattore di rischio.
Eppure ogni volta la narrazione pubblica procede per rimozione. Si parla di
fragilità individuale, problemi personali, gesti imprevedibili. Si evita di
guardare alla struttura che produce quelle condizioni, di interrogarne i
meccanismi. Come se il suicidio fosse un evento casuale, anziché l’esito di
processi che la scienza ha cominciato a mappare con precisione: dalla psicologia
del trauma alla sociologia delle organizzazioni, dalla psichiatria occupazionale
alle neuroscienze dello stress.
La domanda non è perché Beatrice Belcuore abbia compiuto quel gesto. È perché il
sistema che l’ha formata, inquadrata, armata non abbia saputo vedere che stava
per compierlo. La risposta non sta nella sua storia personale che, come detto,
non conosceremo; ma nell’architettura psicosociale delle istituzioni totali,
nella costruzione culturale dell’invulnerabilità, nei meccanismi organizzativi
che trasformano il disagio in tabù e il tabù in tragedia. Quella mattina di
aprile non è morta solo una persona. È collassato, ancora una volta, un sistema
di protezioni che forse non era mai esistito.
L’architettura del rischio: stress traumatico e carico allostatico
La psicologia occupazionale ha un termine preciso per descrivere ciò che accade
quando un individuo è esposto, ripetutamente e professionalmente, a situazioni
di forte intensità emotiva: stress traumatico secondario. A differenza del
trauma acuto – quello che si sperimenta durante un singolo evento critico – il
trauma secondario è cumulativo, progressivo, e spesso difficile da riconoscere
perché si confonde con la routine. Non c’è un momento preciso in cui “accade”. È
piuttosto un’erosione silenziosa della capacità di regolazione emotiva.
> Nelle forze dell’ordine italiane – Carabinieri, polizia, Guardia di finanza,
> penitenziaria – il tasso di suicidi è significativamente più alto della
> popolazione generale. Non marginalmente: molto più alto. E non da ieri: da
> decenni.
Gli operatori delle forze dell’ordine sono esposti quotidianamente a situazioni
che per la maggior parte delle persone rappresenterebbero eventi eccezionali:
incidenti mortali, interventi su violenze domestiche, gestione di soggetti in
stato di alterazione psicofisica, minacce dirette alla propria incolumità. La
ricerca epidemiologica ha documentato come questa esposizione prolungata produca
tassi significativamente più alti di disturbo post-traumatico da stress (PTSD,
Post-Traumatic Stress Disorder), depressione maggiore, disturbi d’ansia e abuso
di sostanze rispetto alla popolazione generale. Negli Stati Uniti, le prevalenze
di PTSD tra gli agenti raggiungono il 35%, contro il 6-8% della popolazione
civile.
Ma c’è un aspetto ancora più insidioso che la neuroscienza dello stress ha
cominciato a illuminare negli ultimi anni: il concetto di carico allostatico.
L’allostasi è il processo attraverso cui il corpo mantiene la stabilità
attraverso il cambiamento – è, in altre parole, il modo in cui ci adattiamo allo
stress. Ma quando lo stress diventa cronico, i sistemi di adattamento cominciano
a logorarsi. Il carico allostatico è il prezzo biologico che paghiamo per
un’attivazione continua dei sistemi di risposta allo stress: alterazioni
dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, infiammazione cronica, disfunzioni del
sistema immunitario, modificazioni nella struttura e nella funzionalità
dell’ippocampo e della corteccia prefrontale.
In termini più diretti: il corpo e la mente di chi lavora costantemente in
condizioni di allarme si trasformano. E questa trasformazione non è
semplicemente “psicologica” ma profondamente biologica. Gli studi condotti su
veterani di guerra e su operatori delle forze di polizia hanno mostrato pattern
simili di alterazione neuroendocrina, con conseguenze sulla capacità
decisionale, sulla regolazione degli impulsi, sulla percezione del futuro.
L’esposizione cronica a situazioni di pericolo produce una desensibilizzazione
paradossale: da un lato, un’ipervigilanza costante; dall’altro, un appiattimento
della risposta emotiva che rende difficile riconoscere i propri stati interni.
Ciò che rende questo meccanismo particolarmente pericoloso nelle forze
dell’ordine è la mancanza di riconoscimento. A differenza di altre professioni
ad alto carico emotivo – si pensi agli infermieri di terapia intensiva o ai
vigili del fuoco – dove l’esaurimento professionale (burnout) è ormai ampiamente
discusso, nelle forze armate e di polizia permane l’idea che il disagio
psicologico sia un segno di inadeguatezza. La cultura organizzativa non facilita
la narrazione del proprio malessere. Al contrario, la reprime.
La costruzione sociale dell’invulnerabilità
Per comprendere davvero il fenomeno del suicidio nelle forze dell’ordine,
dobbiamo fare un passo indietro e guardare a come la società costruisce
simbolicamente la figura dell’autorità in divisa. Non si tratta solo di un
lavoro: è un ruolo sociale ad alto contenuto performativo. Nelle scienze
sociali, il concetto di “performance di ruolo” – elaborato da Erving Goffman in
The Presentation of Self in Everyday Life (1959; trad. it. La vita quotidiana
come rappresentazione, 1969) – descrive come gli individui mettano in scena,
letteralmente, il personaggio sociale che sono chiamati a interpretare.
> L’esposizione cronica a situazioni di pericolo produce una desensibilizzazione
> paradossale: da un lato, un’ipervigilanza costante; dall’altro, un
> appiattimento della risposta emotiva che rende difficile riconoscere i propri
> stati interni.
La divisa è uno dei più potenti dispositivi di performance sociale. Segna
immediatamente una differenza: chi la indossa non è più semplicemente un
cittadino, ma un rappresentante dello Stato, un detentore di autorità legittima,
un garante dell’ordine pubblico. Questa posizione simbolica implica aspettative
molto rigide: controllo emotivo, capacità decisionale anche sotto pressione,
forza fisica e psicologica, impermeabilità alla paura.
Il problema nasce quando questa performance diventa totale, quando cioè non è
più possibile distinguere tra il ruolo pubblico e l’identità privata. Goffman
parla anche di “istituzioni totali” in Asylums (1961; trad. it. 1968) per
descrivere quegli ambienti – carceri, conventi, caserme – in cui tutti gli
aspetti della vita quotidiana sono condotti nello stesso luogo, sotto la stessa
autorità, e secondo un programma razionale unico. Le forze dell’ordine non sono
istituzioni totali nel senso pieno del termine, ma ne condividono alcune
caratteristiche fondamentali: la gerarchia rigida, la separazione simbolica dal
mondo civile, l’enfasi sulla disciplina e sull’obbedienza, l’idea che la vita
professionale abbia la precedenza su quella personale.
Questa configurazione produce un effetto paradossale: da un lato, crea un forte
senso di appartenenza e identità collettiva – il “corpo” come comunità di
destino; dall’altro, rende estremamente difficile esprimere vulnerabilità. La
vulnerabilità è percepita come una contraddizione logica rispetto al ruolo. Se
sei chiamato a proteggere gli altri, come puoi ammettere di aver bisogno di
protezione? Se devi garantire ordine, come puoi dichiarare che il tuo mondo
interiore è nel caos?
La sociologa Raewyn Connell, in Masculinities (1995), ha mostrato come nelle
professioni tradizionalmente maschili – e le forze dell’ordine lo sono ancora in
larga misura – si costruisca una “mascolinità egemonica” basata su forza,
autocontrollo, stoicismo, rifiuto della dipendenza emotiva. Anche se il numero
di donne nelle forze di polizia è aumentato, la cultura organizzativa continua a
premiare questi tratti. Il risultato è una socializzazione professionale che
scoraggia sistematicamente la richiesta di aiuto. La ricerca di Michelle R.
Tuckey e collaboratori (2012) sulla cultura del silenzio nelle forze di polizia
ha documentato come la maggioranza degli agenti con sintomi depressivi non
cerchi aiuto professionale, citando la paura dello stigma come motivazione
principale.
> Quando una persona interiorizza completamente l’identità professionale, ogni
> segno di debolezza non viene percepito solo come una minaccia alla carriera,
> ma come una minaccia al senso stesso di sé.
E qui entra in gioco un meccanismo psicologico cruciale: l’internalizzazione del
ruolo. Quando una persona interiorizza completamente l’identità professionale,
ogni segno di debolezza non viene percepito solo come una minaccia alla
carriera, ma come una minaccia al senso stesso di sé. La psicologia del sé, da
Kohut in poi, ha mostrato come l’identità sia costruita attraverso narrazioni
coerenti. Se la mia narrazione identitaria è “sono un agente forte, affidabile,
sempre in controllo”, riconoscere un momento di crisi diventa un atto
destabilizzante. Non è solo dire “sto soffrendo”, è dire “forse non sono chi
credevo di essere”.
La gerarchia come ostacolo alla comunicazione del disagio
Le organizzazioni militari e paramilitari funzionano secondo una logica
verticale molto precisa. La catena di comando è il principio organizzativo
fondamentale: ordini discendono dall’alto, responsabilità salgono dal basso.
Questo modello è funzionale in situazioni operative, dove la rapidità
decisionale e l’esecuzione coordinata sono essenziali. Ma quando si tratta di
salute mentale, la gerarchia diventa un ostacolo strutturale.
Gli studi sulle organizzazioni ad alta affidabilità (high reliability
organizations) – ospedali, centrali nucleari, aviazione civile – hanno mostrato
che uno dei principali fattori di rischio è la difficoltà nella comunicazione
ascendente. Quando un subordinato percepisce che segnalare un problema potrebbe
essere interpretato come incompetenza, è molto più probabile che taccia. Nelle
forze dell’ordine, questo effetto è amplificato da una cultura che valorizza
l’autonomia operativa e la capacità di “farcela da soli”. Ricerche addirittura
precedenti sull’apprendimento organizzativo hanno introdotto il concetto di
“sicurezza psicologica” (psychological safety): la percezione condivisa che sia
possibile assumersi rischi interpersonali – come ammettere un errore, fare
domande, esprimere preoccupazioni – senza essere puniti o umiliati. Gli ambienti
con alta sicurezza psicologica sono quelli in cui le persone imparano più
velocemente, collaborano meglio, e gestiscono meglio lo stress.
Nelle organizzazioni gerarchiche tradizionali, la sicurezza psicologica tende a
essere bassa. E questo ha conseguenze dirette sulla salute mentale. Un agente
che sta attraversando una fase di forte stress – problemi familiari, esposizione
a eventi traumatici, sintomi depressivi – difficilmente comunicherà il proprio
stato al superiore, per paura di essere considerato “non idoneo”, di vedere
sospeso il porto d’armi, di essere destinato a mansioni amministrative percepite
come degradanti rispetto al gruppo.
> Gli ambienti con alta sicurezza psicologica sono quelli in cui le persone
> imparano più velocemente, collaborano meglio, e gestiscono meglio lo stress.
> Nelle organizzazioni gerarchiche tradizionali, la sicurezza psicologica tende
> a essere bassa.
Il paradosso è che proprio quando il supporto sarebbe più necessario i
meccanismi organizzativi lo rendono inaccessibile. E questo non per malafede, ma
per una logica istituzionale che fatica a integrare la dimensione della
vulnerabilità umana. Ma c’è qualcosa di più profondo su cui dovremmo
interrogarci: la struttura gerarchica non è solo un ostacolo neutrale alla
comunicazione. È un sistema che produce e mantiene relazioni di potere
asimmetriche, dove l’obbedienza viene premiata più della cura, dove la
conformità prevale sulla consapevolezza critica. E in questo sistema il disagio
individuale diventa funzionale al mantenimento dell’ordine: chi soffre in
silenzio non disturba, non rallenta, non mette in discussione.
L’arma come presenza costante e fattore di rischio
C’è un elemento materiale che differenzia gli operatori delle forze dell’ordine
dalla maggior parte dei lavoratori: la disponibilità quotidiana di un’arma da
fuoco. Questo aspetto è raramente discusso apertamente, ma la letteratura
scientifica sul suicidio è molto chiara: l’accesso immediato a mezzi letali
aumenta drasticamente la probabilità che un impulso suicidario si traduca in
morte. La suicidologia distingue tra ideazione suicidaria, pianificazione e
tentativo. Non tutte le persone che pensano al suicidio lo pianificano, e non
tutte quelle che lo pianificano lo tentano. Ma uno dei fattori più predittivi
del passaggio dall’idea all’azione è la disponibilità di un metodo altamente
letale. Le armi da fuoco hanno un tasso di letalità superiore al 90%, contro il
3% per l’overdose di farmaci da banco e il 23% per l’impiccagione secondo i dati
del Centers for Disease Control statunitense.
Gli studi epidemiologici condotti negli Stati Uniti – dove la disponibilità di
armi è molto più diffusa che in Europa – hanno documentato una correlazione
significativa tra possesso di armi e rischio di suicidio, con un aumento del
rischio del 300% rispetto a case senza armi, soprattutto tra gli uomini. Il 90%
dei tentativi di suicidio con arma da fuoco risulta fatale entro pochi minuti,
contro una media del 15% per altri metodi, che lasciano tempo per soccorso e
pentimento.
> La struttura gerarchica produce e mantiene relazioni di potere asimmetriche,
> dove l’obbedienza viene premiata più della cura, dove la conformità prevale
> sulla consapevolezza critica. E in questo sistema il disagio individuale
> diventa funzionale al mantenimento dell’ordine.
Ma nelle forze dell’ordine la situazione è ancora più complessa: l’arma non è
solo disponibile, è parte integrante dell’identità professionale. È uno
strumento di lavoro, un simbolo di autorità, un oggetto familiare. I dati
raccolti da John Violanti e Andrea Steege (2021) sul Federal Bureau of
Investigation’s National Incident-Based Reporting System mostrano che tra gli
agenti di polizia statunitensi il 93% dei suicidi completati avviene con l’arma
d’ordinanza. In Italia, secondo i dati parziali raccolti dall’Osservatorio
Nazionale sul Disagio e il Benessere nelle Forze di Polizia, tra il 2018 e il
2023 l’85% dei suicidi nelle forze dell’ordine è avvenuto con arma da fuoco,
contro una media nazionale del 12% per la popolazione comune.
La psicologia dell’azione suicidaria mostra che molti suicidi avvengono in
momenti di crisi acuta, spesso preceduti da poche ore o minuti di
pianificazione. In questi momenti, la presenza di un’arma può ridurre il tempo
tra l’impulso e l’azione a una frazione di secondo. Non c’è tempo per la
riflessione, per il pentimento, per la ricerca di aiuto: nel 24% dei casi di
suicidio con arma da fuoco il tempo tra la decisione e l’azione è inferiore a
cinque minuti.
Ciò che rende questo aspetto particolarmente delicato è la relazione emotiva con
l’arma. Per un agente, l’arma d’ordinanza non è solo uno strumento: è il segno
tangibile della fiducia istituzionale, della capacità di esercitare autorità,
del diritto-dovere di proteggere. Ma è anche il mezzo attraverso cui lo Stato
delega l’uso legittimo della violenza. E questa violenza, che nelle operazioni
quotidiane viene diretta verso l’esterno – verso il sospetto, il criminale, il
deviante – può, in momenti di crisi, rivolgersi verso l’interno. L’arma diventa
il punto di convergenza tra l’autorità dello Stato e la fragilità
dell’individuo, tra il mandato di controllare e l’impossibilità di farlo.
Rimuovere temporaneamente l’arma a qualcuno che sta attraversando una crisi è
percepito come una sospensione dell’identità professionale. E questo rende
estremamente difficile implementare protocolli preventivi che includano la
gestione temporanea dell’armamento. Ma c’è una questione più profonda: l’arma
non è solo un oggetto pericoloso per chi la porta. È il simbolo di un sistema
che affida la risoluzione dei conflitti alla minaccia della forza, che forma le
persone all’uso della violenza come strumento ordinario, e poi si sorprende
quando quella violenza, non più contenibile, si riversa su chi dovrebbe
esercitarla.
> Nelle forze dell’ordine l’arma non è solo disponibile, è parte integrante
> dell’identità professionale. È uno strumento di lavoro, un simbolo di
> autorità, un oggetto familiare.
Eppure, i programmi di prevenzione più avanzati includono proprio questo
elemento: la possibilità di un ritiro temporaneo e non punitivo dell’arma in
situazioni di stress acuto, accompagnato da supporto psicologico intensivo. In
Norvegia, il protocollo implementato dal 2016 prevede che qualsiasi agente possa
richiedere volontariamente un periodo di allontanamento dall’arma, fino a trenta
giorni, senza conseguenze sulla carriera e con accesso immediato a supporto
psicologico specializzato. I dati preliminari mostrano una riduzione del 40% nei
suicidi tra agenti nei primi cinque anni di implementazione. Ma perché questo
sia accettabile è necessario un cambio culturale profondo: l’arma deve essere
vista come uno strumento professionale, non come un’estensione dell’identità. E
questo significa interrogare l’intera relazione tra autorità e violenza.
Modelli di prevenzione: cosa dice la ricerca
La psicologia della prevenzione del suicidio ha fatto enormi progressi negli
ultimi trent’anni. Sappiamo che il suicidio, contrariamente a credenze diffuse,
è spesso prevedibile e prevenibile. Ma per farlo efficacemente, è necessario
agire su più livelli: individuale, relazionale, organizzativo, culturale. I
programmi di prevenzione più efficaci nelle organizzazioni ad alto rischio – e
qui la ricerca si basa su esperienze maturate nelle forze armate, nei corpi di
polizia, nei servizi di emergenza – condividono alcune caratteristiche
fondamentali.
Primo livello: la formazione alla consapevolezza. Non si tratta solo di
insegnare ai singoli operatori a riconoscere i propri sintomi, ma di formare i
superiori e i colleghi a intercettare segnali precoci di disagio. Gli studi sul
peer support – il supporto tra pari – mostrano che le persone sono molto più
propense a confidarsi con un collega che con un superiore gerarchico o con un
professionista esterno. I programmi più avanzati includono la formazione di peer
supporters: colleghi che ricevono una formazione specifica per ascoltare,
orientare, e facilitare l’accesso a risorse professionali.
Secondo livello: la supervisione strutturata. Nelle professioni cliniche –
psicologi, psicoterapeuti – la supervisione è obbligatoria e continua. Nelle
forze dell’ordine, invece, il debriefing psicologico dopo eventi critici è
spesso facoltativo o limitato a situazioni estreme. La ricerca mostra invece che
una supervisione regolare, non legata a eventi specifici, riduce
significativamente il rischio di accumulo di stress traumatico. Non si tratta di
“terapia”, ma di uno spazio protetto in cui elaborare le esperienze operative,
normalizzare le reazioni emotive, condividere strategie di coping.
Terzo livello: la destigmatizzazione del supporto psicologico. Finché chiedere
aiuto sarà percepito come un segno di debolezza, i programmi di prevenzione
avranno un’efficacia limitata. Alcune forze di polizia – ad esempio in Canada e
nei paesi scandinavi – hanno integrato la figura dello psicologo direttamente
nei team operativi, non come valutatore ma come risorsa. Questo cambia
radicalmente la percezione: lo psicologo non è più qualcuno a cui si va quando
“si ha un problema”, ma un professionista che accompagna costantemente il lavoro
operativo.
Quarto livello: i protocolli di gestione dell’arma. Alcuni dipartimenti di
polizia hanno introdotto protocolli che permettono un ritiro temporaneo e
volontario dell’arma da parte dell’operatore, o un ritiro deciso dal comando ma
non punitivo, legato esclusivamente a situazioni di stress documentato.
L’importante è che questa misura sia accompagnata da supporto intensivo e da un
percorso chiaro di reintegrazione.
Quinto livello: la leadership consapevole. Lo stile di leadership è uno dei più
potenti predittori del benessere psicologico nei gruppi di lavoro: una
leadership autoritaria e distante aumenta il rischio; una leadership supportiva
e orientata alle persone lo riduce. Formare i comandanti a riconoscere e
rispondere al disagio psicologico dei subordinati non è un optional, ma una
competenza essenziale.
Oltre l’individuo: ripensare la cultura organizzativa
Tutti i programmi elencati sopra sono importanti, ma rischiano di rimanere
interventi superficiali se non si accompagnano a un cambiamento più profondo
della cultura organizzativa. E qui entriamo in un terreno più complesso, perché
non si tratta semplicemente di aggiungere servizi o protocolli, ma di mettere in
discussione alcuni assunti di fondo.
Il primo assunto è che la forza emotiva sia una caratteristica stabile e
individuale. In realtà, la psicologia contemporanea ci dice che la resilienza –
la capacità di affrontare lo stress senza esserne sopraffatti – non è un tratto
di personalità, ma una competenza che si costruisce in un contesto relazionale e
organizzativo favorevole. Nessuno è “naturalmente” resiliente in qualsiasi
condizione: la resilienza emerge quando ci sono risorse adeguate, reti di
supporto, possibilità di recupero.
Il secondo assunto è che l’espressione della vulnerabilità sia incompatibile con
l’efficienza operativa. Anche questo è falso. Gli studi sulle high performing
teams – dai Navy SEAL alle unità speciali – mostrano che i gruppi più efficaci
sono quelli in cui esiste fiducia reciproca, comunicazione aperta, capacità di
ammettere errori e limiti. L’idea che la durezza emotiva produca prestazioni
migliori è un mito. Produce solo isolamento.
Il terzo assunto è che il benessere psicologico sia responsabilità esclusiva
dell’individuo. Questa concezione neoliberale della salute mentale – “sta a te
prenderti cura di te stesso” – ignora completamente il ruolo delle condizioni
strutturali. Se un’organizzazione espone sistematicamente i suoi membri a stress
cronico, carichi di lavoro insostenibili, turni massacranti, e poi offre qualche
seduta di mindfulness come soluzione, sta semplicemente spostando la
responsabilità dal sistema all’individuo. Come ha documentato Byung-Chul Han in
La società della stanchezza (2012; nuova ed. 2020), la psicologizzazione del
disagio sociale è uno dei principali meccanismi di occultamento delle
responsabilità sistemiche.
> La capacità di affrontare lo stress senza esserne sopraffatti non è un tratto
> di personalità, ma una competenza che si costruisce in un contesto relazionale
> e organizzativo favorevole. Nessuno è “naturalmente” resiliente: la resilienza
> emerge quando ci sono risorse adeguate, reti di supporto, possibilità di
> recupero.
Per un vero cambiamento, è necessario che le istituzioni si assumano la
responsabilità del benessere psicologico come parte integrante della missione
organizzativa. Questo significa investire in personale sufficiente per ridurre
il sovraccarico, garantire tempi di recupero adeguati, costruire ambienti di
lavoro psicologicamente sicuri, valorizzare la comunicazione del disagio come
segno di consapevolezza e non di debolezza. Ma significa anche interrogare la
funzione stessa di queste istituzioni. Perché se il problema fosse solo
organizzativo – questione di protocolli, di risorse, di formazione – i Paesi con
maggiori investimenti in welfare e salute mentale non dovrebbero mostrare gli
stessi pattern. Eppure li mostrano. Il che suggerisce che c’è qualcosa di
strutturale nel rapporto tra autorità, violenza e sofferenza psichica che
nessuna riforma organizzativa può risolvere da sola.
L’autorità come sistema di violenza: oltre Milgram
Quando si parla di forze dell’ordine, c’è un elefante nella stanza che i
discorsi sul benessere psicologico raramente affrontano: il fatto che queste
istituzioni sono, per definizione, agenzie di violenza legittima. Non è un
giudizio morale, è una constatazione sociologica. Max Weber lo disse
chiaramente: lo Stato moderno rivendica il monopolio dell’uso legittimo della
forza fisica. Le forze dell’ordine sono lo strumento attraverso cui questo
monopolio viene esercitato quotidianamente.
Gli esperimenti di Stanley Milgram (1963, 1974) sulla obbedienza all’autorità
hanno mostrato qualcosa di profondamente disturbante: nelle giuste condizioni
strutturali, persone ordinarie sono disposte a infliggere sofferenza ad altri
semplicemente perché un’autorità legittima glielo ordina. L’esperimento è noto:
i partecipanti credevano di somministrare scariche elettriche sempre più intense
a un’altra persona (in realtà un attore) ogni volta che sbagliava una risposta.
Il 65% arrivò a somministrare la scossa massima, potenzialmente letale, solo
perché lo sperimentatore in camice bianco diceva “continui, per favore”.
> Se un’organizzazione espone sistematicamente i suoi membri a stress cronico,
> carichi di lavoro insostenibili, turni massacranti, e poi offre qualche seduta
> di mindfulness come soluzione, sta semplicemente spostando la responsabilità
> dal sistema all’individuo.
Milgram identificò diversi fattori che facilitavano l’obbedienza: la legittimità
dell’autorità, la presenza di una struttura gerarchica chiara, la distanza dalla
vittima, la frammentazione della responsabilità, l’assenza di modelli di
disobbedienza. Tutti questi fattori sono presenti, in forma amplificata, nelle
organizzazioni militari e di polizia. L’uniforme conferisce legittimità, la
catena di comando è rigidissima, le vittime della violenza sono spesso “altri”
(criminali, devianti, stranieri), la responsabilità è diffusa nel “corpo”, e la
cultura organizzativa punisce sistematicamente chi si discosta dagli ordini.
Ma quello che Milgram ha documentato era la capacità dell’autorità di far
compiere violenza ad altri. Cosa succede quando quella stessa struttura richiede
agli individui di essere pronti a subire violenza, o a infliggerla a sé stessi
attraverso il sacrificio della propria salute mentale? Quello che Philip
Zimbardo (2007) ha chiamato “l’effetto Lucifero”: sistemi malati trasformano
persone sane in agenti e vittime di violenza contemporaneamente. Nel famoso
esperimento della prigione di Stanford (1971), Zimbardo assegnò casualmente
alcuni studenti universitari al ruolo di guardie o prigionieri in una prigione
simulata. In sei giorni, le “guardie” svilupparono comportamenti sadici, i
“prigionieri” mostrarono segni di grave stress psicologico, e l’esperimento
dovette essere interrotto. La conclusione di Zimbardo è devastante: non serve
una predisposizione personale alla crudeltà. Bastano strutture di potere
asimmetriche, ruoli rigidi, assenza di responsabilità esterna, e la
deindividuazione che l’uniforme produce.
Nelle forze dell’ordine reali, questi meccanismi non durano sei giorni. Durano
anni, decenni, intere carriere. E la violenza non è simulata: è reale,
interiorizzata, costante. Chi indossa la divisa è chiamato a infliggere ordine,
ma paga il prezzo di una disciplina che normalizza il sacrificio di sé.
Una questione di potere, non di cura
C’è dunque un ultimo livello di analisi, quello che rende davvero scomodo
guardare in faccia questo fenomeno: il suicidio nelle forze dell’ordine non
interroga solo le istituzioni che lo producono, ma anche la società che quelle
istituzioni ha costruito e continua a legittimare. La retorica pubblica sulle
forze dell’ordine oscilla tra due estremi apparentemente opposti ma
strutturalmente complementari: l’esaltazione dell’eroe in divisa, sempre pronto
al sacrificio estremo, e la demonizzazione del repressore, strumento di un
potere oppressivo. Entrambe le narrazioni, per quanto politicamente
contrapposte, condividono lo stesso meccanismo di rimozione: disumanizzano.
L’eroe non può avere paura perché la paura contraddirebbe l’eroismo, il
repressore non merita compassione perché la compassione contraddirebbe la
condanna. In entrambi i casi, la persona concreta che indossa la divisa scompare
dietro la sua funzione simbolica.
> Il suicidio nelle forze dell’ordine non interroga solo le istituzioni che lo
> producono, ma anche la società che quelle istituzioni ha costruito e continua
> a legittimare.
Il potere moderno non opera principalmente attraverso la repressione violenta ma
attraverso la produzione di soggettività normalizzate. Le istituzioni
disciplinari – scuole, ospedali, caserme, prigioni – non si limitano a
controllare i corpi dall’esterno: producono individui che interiorizzano il
controllo, che lo fanno proprio fino al punto di esercitarlo su sé stessi.
L’agente che nasconde il proprio disagio per non apparire inadeguato non lo fa
principalmente perché teme sanzioni esterne, ma perché ha interiorizzato così
profondamente i criteri di valutazione istituzionali da applicarli a sé stesso
prima ancora che lo faccia qualcun altro. Questa è la forma più efficace e più
brutale di dominio: quella che trasforma i dominati in sorveglianti di sé
stessi.
Quando Beatrice Belcuore ha deciso che la sua sofferenza era incompatibile con
la divisa che indossava, quando ha scelto di usare l’arma che lo Stato le aveva
affidato per proteggere gli altri rivolgendola contro sé stessa, non ha compiuto
un atto di follia individuale. Ha portato a compimento la logica implicita del
sistema che l’aveva formata: se non sei all’altezza, se non reggi, se la tua
fragilità emerge, allora non meriti di far parte del corpo. Il sistema non
gliel’ha detto esplicitamente – nessun comandante le ha ordinato di suicidarsi –
ma gliel’ha fatto capire attraverso mille segnali quotidiani, attraverso una
cultura che valorizza la resistenza fino all’autodistruzione e che interpreta
ogni richiesta di aiuto come ammissione di sconfitta.
Riconoscere la dimensione umana delle forze dell’ordine non significa esonerarle
da responsabilità per gli abusi che compiono, non significa giustificare le
violenze che talvolta perpetrano, non significa chiudere gli occhi sulla
funzione repressiva che oggettivamente svolgono in determinati contesti sociali
e politici. Significa qualcosa di più complesso e più difficile: accettare che
l’autorità non è una proprietà degli individui ma una relazione sociale, che chi
esercita potere è anche sempre, simultaneamente, sottomesso a un potere
superiore, che la catena di comando funziona tanto verso il basso quanto verso
l’alto, e che le persone in divisa sono insieme agenti e vittime di un sistema
che le usa e le consuma.
La condizione umana è intrinsecamente esposta alla dipendenza e alla fragilità,
e la negazione politica di questa vulnerabilità produce violenza – verso gli
altri, ma anche e inevitabilmente verso sé stessi. Le società occidentali
contemporanee hanno costruito un’idea di soggettività basata sull’autonomia
assoluta, sulla capacità di bastare a sé stessi, sul rifiuto di ogni forma di
dipendenza. Questa ideologia raggiunge il suo apice nelle professioni che
incarnano l’autorità: chi deve proteggere non può aver bisogno di protezione,
chi deve essere forte non può ammettere debolezza, chi rappresenta lo Stato non
può mostrare che anche lo Stato, in fondo, è fatto di corpi fragili e mortali.
> Riconoscere la dimensione umana delle forze dell’ordine non significa
> esonerarle da responsabilità per gli abusi che compiono, non significa
> giustificare le violenze che talvolta perpetrano, non significa chiudere gli
> occhi sulla funzione repressiva che oggettivamente svolgono.
Ma è proprio questo rifiuto della vulnerabilità che la trasforma in patologia.
Quando una società pretende che alcuni suoi membri incarnino un’invulnerabilità
impossibile, quando costruisce istituzioni che puniscono sistematicamente ogni
manifestazione di fragilità, quando offre come unica alternativa alla perfezione
l’espulsione o l’autodistruzione, sta esercitando una forma di violenza
strutturale che non è meno letale di quella fisica. I venticinque anni di
Beatrice Belcuore, la pistola d’ordinanza accanto al suo corpo, il silenzio che
ha avvolto la sua morte: tutto questo non è un’eccezione, un caso sfortunato, un
destino individuale. È il funzionamento normale di un sistema che produce morte
per poter continuare a pretendere vita.
Cambiare paradigma significherebbe ammettere che le istituzioni armate non
proteggono chi le serve, che la retorica del sacrificio maschera lo sfruttamento
sistematico della salute mentale, che ogni suicidio in divisa è anche un
omicidio istituzionale. Significherebbe riconoscere che il problema non è la
debolezza degli individui ma la violenza delle strutture, non la mancanza di
resilienza ma l’eccesso di pretese, non l’inadeguatezza di chi cede ma la
brutalità di chi pretende resistenza infinita. E significherebbe, soprattutto,
accettare che garantire sicurezza agli altri richiede prima di tutto garantirla
a chi è chiamato a produrla, che proteggere i cittadini passa necessariamente
attraverso la protezione di chi indossa la divisa, che un sistema che consuma i
propri servitori non è un sistema efficiente ma un sistema che ha cessato di
distinguere tra l’uso e l’abuso delle persone.
Finché questo rovesciamento non avverrà, i turni resteranno massacranti, i
segnali d’allarme continueranno a essere ignorati, le pistole d’ordinanza
finiranno troppo spesso dove non dovrebbero essere. E ogni volta ci racconteremo
che è stato un gesto isolato, un dramma personale, invece di riconoscere ciò che
è davvero: il risultato prevedibile di un sistema che chiede agli individui di
pagare con la propria vita ciò che l’istituzione si rifiuta di mettere in
discussione.
L'articolo Il silenzio della divisa proviene da Il Tascabile.
Tag - salute mentale
È il 19 aprile del 1943 quando Albert Hofmann, chimico svizzero della Sandoz,
assume volontariamente 250 microgrammi di LSD-25, sostanza da lui sintetizzata.
L’aveva già testata involontariamente pochi giorni prima, in quantità minime,
percependo effetti inattesi. Quel giorno decide di replicare in modo più
sistematico: in laboratorio, nel pomeriggio, ingerisce la sostanza e poco più
tardi torna a casa in bicicletta, dopo aver chiesto a un assistente di
accompagnarlo. Quel giorno passerà alla storia come il Bicycle day, e segna la
nascita del primo viaggio psichedelico documentato con rigore scientifico
nell’era contemporanea.
Da quel momento prende forma una tradizione ibrida ‒ a tratti scientifica, a
tratti letteraria, a tratti mistica ‒ di autosperimentatori che usano su di sé
sostanze psicoattive per esplorare la coscienza. Aldous Huxley assume mescalina
nel 1953 sotto la supervisione del medico Humphry Osmond e traduce
quell’esperienza in Le porte della percezione (1954), un libro che influenzerà
generazioni e che modificherà il lessico visionario del Novecento. Timothy
Leary, da psicologo ad Harvard, diventa promotore della psilocibina come chiave
per la liberazione dell’individuo e la decostruzione delle strutture sociali.
Hunter S. Thompson ne fa uno strumento gonzo per raccontare il collasso della
controcultura americana. Nel loro PIHKAL (Phenethylamines I Have Known And
Loved), i coniugi Shulgin ‒ Alexander, chimico di formazione, e Ann, terapeuta e
scrittrice ‒ sperimentano centinaia di molecole, annotandone gli effetti
psichici, corporei e relazionali.
Dieci trip di Andy Mitchell (2025; ed. orig. 2023) si inserisce in questa
genealogia, spostando l’attenzione dalle epifanie interiori a ciò che rende
un’esperienza psichedelica davvero terapeutica: il contesto, le relazioni, la
cornice in cui avviene. Mitchell, neuropsicologo clinico britannico, decide di
attraversare dieci esperienze con dieci sostanze diverse ‒ psilocibina, MDMA,
ayahuasca, ketamina, ibogaina, tra le altre ‒ in altrettanti setting: dai
laboratori universitari ai soggiorni terapeutici, dalle cliniche private alla
cucina di casa di amici. Al momento di scriverlo, Mitchell è astemio e non fa
uso di sostanze da vent’anni, perciò è un neofita degli psichedelici. Prende in
cura soggetti con traumi cerebrali o affetti da malattie neurologiche e ha una
lunga esperienza di disturbi mentali e dipendenze. Mentre attraversa un
periodo di sofferenza segnato da perdite e malattie famigliari, riceve l’invito
a partecipare a una cerimonia di ayahuasca, guidata da un’ayahuascara nel Big
Sur. Mitchell accetta. L’esperienza che ne segue ‒ potente, perturbante,
intensamente emotiva – è il catalizzatore che da forma all’intero progetto.
> Mi è sembrato che tutta la mia vita fosse divisa a metà da questa esperienza.
> La meraviglia era pari soltanto al terrore, la circolarità alla precisione.
> Superava di diversi ordini di grandezza qualsiasi cosa avessi immaginato. […]
> Allo stesso tempo mi sembrava incontrovertibilmente mia, modellata per
> adattarsi al mio “set”. Ha trasformato il mio rapporto con il mio defunto
> padre, permettendomi di dirgli quello che era rimasto taciuto e di guarire una
> distanza che nella vita vera era stata inaccessibile. Mi ha anche consentito,
> dopo due anni pieni di dolore, di capire una cosa nuova della malattia di mia
> figlia, una specie di kōan pronunciato dall’“Universo” (era la California)
> secondo cui più cercavo di aiutarla più lei peggiorava. Così è stato piantato
> il seme che poi è diventato questo libro.
> Dieci trip si inserisce in una tradizione ibrida di autosperimentatori che
> usano su di sé sostanze psicoattive per esplorare la coscienza, focalizzandosi
> su ciò che rende un’esperienza psichedelica davvero terapeutica: il contesto,
> le relazioni, la cornice in cui avviene.
Dieci trip non si classifica facilmente. Non è un memoir, ma parte da
un’esperienza personale. Non è un saggio scientifico, ma discute studi e trial
clinici. Non è un reportage, ma si muove sul campo. Mitchell usa la prima
persona per esplorare cosa accade durante il trip, con lo sguardo di un clinico
che conosce bene potenzialità e limiti delle terapie. Il tono è sobrio, spesso
ironico, e soprattutto privo di retorica. L’autore non cerca di convincere
nessuno, e forse per questo convince di più.
Il libro dialoga apertamente con il bestseller Come cambiare la tua mente
(2018), di Michael Pollan – altro autosperimentatore ‒ che ha contribuito a
riabilitare l’uso degli psichedelici nel discorso pubblico. Dieci trip si
propone come un “aggiornamento del dibattito cinque anni dopo, nonché una
risposta ad alcune delle sue ortodossie, compresa una dose extra di
sfrenatezza”.
Negli ultimi quindici anni, gli psichedelici sono passati dall’essere sostanze
associate alla controcultura a diventare oggetti di ricerca clinica, brevetti
industriali e investimenti biotech. Questo panorama include anche molecole come
ketamina e MDMA che, pur non essendo propriamente psichedeliche, trovano spazio
nei protocolli terapeutici e che rientrano a pieno titolo nel cosiddetto
“rinascimento psichedelico”. Un ventaglio di sostanze la cui riabilitazione si è
costruita lungo assi convergenti – neuroscienze, crisi globale della salute
mentale, storytelling terapeutico – fino a delineare una nuova stagione che, a
differenza di quella visionaria degli anni Sessanta, si presenta come razionale,
sicura e misurabile, promettendo effetti rapidi attraverso strumenti di cura
innovativi. Il linguaggio è cambiato: al posto dei mistici, i medici. Al posto
degli psiconauti, i ricercatori. Al posto delle utopie, gli schemi terapeutici.
> Entro il 2028, il mercato statunitense dei soli funghi psichedelici potrebbe
> valere 6,4 miliardi di dollari, pari a quello degli omogeneizzati per neonati.
Mitchell sottolinea il pericolo di una riduzione mercantile dell’esperienza, che
rischia di svuotarla della sua portata esistenziale. La corsa ai brevetti, la
standardizzazione dei protocolli, l’influsso del capitale sul disegno delle
terapie: tutto ciò rischia di appiattire una pratica profonda in un servizio
vendibile. Aziende come Compass Pathways o Mindset Pharma puntano a brevettare
non solo molecole, ma anche esperienze. Ex dirigenti di Wall Street gestiscono
fondi d’investimento dedicati agli psichedelici. Alcune organizzazioni storiche
bussano a investitori privati o lanciano aste NFT per finanziare la ricerca.
Entro il 2028, il mercato statunitense dei soli funghi magici potrebbe valere
6,4 miliardi di dollari, pari a quello degli omogeneizzati per neonati e dieci
volte quello delle M&M’s. Il rischio, secondo Mitchell, è quello di una
“Disneyland medico-spirituale”: un sistema che promette guarigione, ma vende
format.
Quanto all’uso terapeutico, l’autore mantiene un approccio equilibrato. Da un
lato riconosce il potenziale rivoluzionario di queste sostanze: gli studi
pionieristici su LSD, psilocibina e MDMA nel trattamento di ansia, depressione e
disturbi post-traumatici aprono possibilità inedite dove la psichiatria
convenzionale è spesso in stallo. Ma non si accoda ad alcun entusiasmo acritico.
Mitchell avverte che introdurre sostanze così potenti nella relazione
terapeutica amplifica inevitabilmente la vulnerabilità del paziente. Richiama
episodi controversi come quelli raccontati nel podcast del New York Magazine
Power Trip, tra cui i dibattiti interni a MAPS (Multidisciplinary Association
for Psychedelic Studies), no profit statunitense fondata per sostenere la
ricerca clinica e la regolamentazione dell’impiego terapeutico di diverse
sostanze psichedeliche, dove sono emersi casi di abuso in contesti presentati
come sicuri e controllati.
Mitchell osserva inoltre che la maggior parte delle sperimentazioni cliniche
sono ancora in fase preliminare, che molti dati vengono comunicati in modo
parziale o enfatizzato, e – soprattutto ‒ che manca una comprensione sistemica
di come queste sostanze funzionino davvero. Per lui, gli psichedelici sono
reagenti culturali: a contare non sono solo le molecole, ma anche lo spazio
fisico, le parole della guida, le aspettative, la rete di relazioni. In questo
scenario, Dieci trip testa quindi un’ipotesi di fondo: gli psichedelici sono
come l’acqua, prendono la forma del contenitore.
> L’acqua ‒ cioè il viaggio ‒ continua a cambiare forma, animando le nostre vite
> in modi insondabili che comprendono tutto quello che siamo, che è molto più di
> quello che sappiamo. La stessa sostanza può diventare medicina o veleno,
> illuminazione o confusione, a seconda del contesto che la ospita.
È questo il contributo più prezioso del libro, l’analisi di quello che per
Mitchell è una sorta di ecosistema dell’esperienza: tutti gli elementi che,
insieme, determinano se un viaggio psichedelico sarà terapeutico o dannoso. La
letteratura scientifica si concentra tradizionalmente su set e setting ‒ la
disposizione mentale di chi assume la sostanza e l’ambiente fisico in cui
avviene l’esperienza. Ma la mappa tracciata da Mitchell è più complessa. Nella
cerimonia di ayahuasca della Chiesa di Sonqo, per esempio, Mitchell scopre come
gli icaros ‒ antichi canti sciamanici della tradizione amazzonica ‒ siano il
vero e proprio sistema nervoso del trip. Ogni melodia apre una porta emotiva
specifica: un canto può portare verso l’introspezione, un altro verso la
liberazione del dolore, un terzo verso la connessione con gli altri
partecipanti. La musica si deposita letteralmente nel corpo di chi la ascolta,
diventando parte dell’esperienza tanto quanto la sostanza chimica. Quello che
Mitchell comprende è che nulla, in questi contesti, accade in isolamento.
L’ayahuasca non agisce su un individuo astratto, ma su una persona inserita in
una rete di legami, suoni, gesti, significati condivisi. L’esperienza è
relazionale e collettiva, dall’inizio alla fine.
> Per Mitchell, gli psichedelici sono reagenti culturali: non contano solo le
> molecole, ma anche lo spazio fisico, le parole della guida, le aspettative, la
> rete di relazioni. Non agiscono su individualità astratte, ma su persone
> inserite in una rete di legami, suoni, gesti, significati condivisi.
Questa stessa logica, per quanto traslata, vale anche nei contesti clinici.
Quando Mitchell partecipa a una sperimentazione con MDMA per il trattamento del
disturbo post-traumatico da stress, intuisce che la sostanza è solo la punta
dell’iceberg. L’MDMA ha una ben documentata capacità di disattivare
l’ipervigilanza e facilitare l’accesso a memorie traumatiche senza il consueto
carico d’angoscia. Ma perché questo avvenga, serve una struttura terapeutica
ampia e solida. Settimane di preparazione psicologica precedono l’assunzione:
esercizi di consapevolezza corporea, colloqui per costruire fiducia, tecniche
per regolare l’ansia. Durante la sessione, due facilitatori restano presenti per
otto ore, pronti a sostenere ogni fase. E dopo, ha luogo l’integrazione, con
incontri per elaborare quanto emerso. Resta un ma: “com’è possibile costringere
un’esperienza tanto potente, peculiare e ineffabile nei confini di un test
clinico o di un manuale terapeutico, figurarsi quelli di una clinica
affollata?”.
Stiamo vivendo un momento in cui le pratiche psichedeliche rientrano nella
cultura occidentale dopo decenni di rimozione. E proprio perché mancava
un’eredità diretta, oggi non esistono rituali davvero condivisi o strutture
solide, li stiamo costruendo mentre li pratichiamo. Le tradizioni autentiche,
quelle capaci di restituire misura e responsabilità, si stratificano attraverso
generazioni, nutrendosi di errori e di saggezza accumulata nel tempo. Le culture
indigene ce lo ricordano con una semplicità disarmante: la relazione con le
piante sacre nasce dal rispetto dei loro tempi e delle loro regole, non dalla
nostra fretta di guarigione. Ecco perché, secondo Mitchell, prima di inventare
nuove linee guida, avremmo bisogno di riscoprire linguaggi che già possediamo, e
di trattare l’esperienza psichedelica come un connubio tra arte e scienza, per
orientarci e creare anticorpi naturali contro gli hype del momento.
> Mi domando davvero cosa gli psichedelici possano insegnarci che in un modo o
> nell’altro non conosciamo già – collettivamente, inconsciamente – grazie
> all’arte. Che conosciamo e abbiamo dimenticato, che conosciamo e non possiamo
> recuperare in un altro modo. Mi chiedo se l’apprendimento non possa funzionare
> al contrario: se il Rinascimento Psichedelico, di cui finora in Occidente si è
> appropriata la scienza clinica, non possa insegnare a sé stesso l’arte e
> l’estetica – oltre alla storia, alla cultura e al resto delle scienze
> umanistiche – e trattare il trip non come un esperimento o una terapia ma come
> una poesia, una pièce teatrale, un sogno. A essere diversi sono il modo in cui
> gli psichedelici ci portano alla conoscenza e la sensazione di conoscere che
> danno, perché per quelle poche ore ciascuno di noi si trasforma in poesia.
Dieci trip propone, quindi, un approccio che richiede pazienza e capacità di
tenere insieme elementi apparentemente inconciliabili: rigore e apertura,
scienza e spiritualità, speranza e prudenza. Se oggi, ogni sostanza ha l’urgenza
di essere miracolosa o letale, e ogni terapia deve funzionare subito, Mitchell
compie un gesto controcorrente: chiede di rallentare, di restare
nell’incertezza, di accettare che l’esperienza psichedelica non possa essere
interamente contenuta in una narrazione unica, né ridotta a protocollo. Non è
poco, in un tempo che predilige l’immediatezza alla complessità.
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In occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, Multi Italy, Animenta
e Delya uniscono le forze per sensibilizzare sui disturbi alimentari
I disturbi alimentari sono una delle emergenze più gravi e sottovalutate della
salute mentale. In Italia ne soffrono oltre tre milioni di persone, per l’80%
donne, con un’incidenza crescente tra adolescenti e giovani adulti. Dietro il
rapporto con il cibo si nasconde un disagio psicologico profondo, spesso
invisibile agli occhi degli altri. È da questa consapevolezza che nasce “Non
sempre si vede”, la campagna di sensibilizzazione promossa da Multi Italy,
Animenta e Delya ETS in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale,
il 10 ottobre 2025.
La campagna coinvolge otto centri commerciali italiani gestiti da Multi Italy e
intende abbattere lo stigma che ancora circonda le malattie psichiatriche,
favorendo l’ascolto, la prevenzione e la costruzione di reti di supporto.
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> Un post condiviso da Animenta DCA (@animenta_dca)
“Quando si parla di disturbi alimentari non si deve fare riferimento solo a cibo
e peso corporeo”, spiega la Dott.ssa Sara Pottini, psicologa del Centro DCA
Comestai. “Si deve adottare una prospettiva più ampia, quella della salute
mentale. I disturbi alimentari sono la manifestazione di un disagio psicologico
profondo, in cui il corpo stesso diventa teatro di un malessere che prima che
compreso, deve essere ascoltato. Il corpo, inoltre, è il luogo in cui la
narrazione della propria storia di vita subisce un arresto. Quando parliamo di
salute mentale, dobbiamo parlare anche di disturbi alimentari”.
NON SEMPRE SI VEDE, UNA CAMPAGNA DIFFUSA TRA SPAZI REALI E DIGITALI
Non sempre si vede si sviluppa attraverso iniziative multicanale: una campagna
offline nei centri commerciali e una online sui canali digitali, un video
istituzionale – uno spot silenzioso che racconta in pochi secondi l’invisibilità
del disagio – e un esperimento sociale che, il 10 ottobre, inviterà i visitatori
dei centri commerciali a partecipare a un gesto simbolico di sensibilizzazione.
In questa occasione, al Centro Commerciale GranRoma sarà inaugurato anche un
punto di ascolto temporaneo, uno spazio sicuro e accessibile per ricevere
informazioni e sostegno qualificato. Seguirà poi, presso il Centro Domus di
Roma, l’apertura permanente di un Centro per i Disturbi Alimentari e Punto
d’Ascolto promosso da Animenta e Comestai.
“Questo progetto rappresenta un passo fondamentale per dare voce a chi troppo
spesso resta in silenzio,” dichiara Aurora Caporossi, founder di Animenta e
Comestai. “I disturbi alimentari non sono soltanto una questione individuale, ma
un fenomeno sociale che necessita di ascolto, consapevolezza e risposte
concrete.”
IL RUOLO DELLA COMUNICAZIONE NELLA PREVENZIONE
Per Federico Chiaramonte, vicepresidente e responsabile comunicazione di Delya
ETS, la comunicazione gioca un ruolo chiave nella prevenzione: “I social media
amplificano modelli e confronti che possono rendere invisibili i segnali di
disagio, in particolare tra le nuove generazioni. Per questo è essenziale
promuovere una comunicazione responsabile, capace di favorire il riconoscimento
precoce, ridurre lo stigma e facilitare l’accesso ai percorsi di supporto.”
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> Un post condiviso da DELYA (@delya_association)
IL VALORE DEL CIBO COME GESTO DI RELAZIONE
“Il cibo rappresenta tante cose, tra queste può essere anche un importante
momento di condivisione, convivialità e per stare con le persone che abbiamo
vicino,” osserva la Dott.ssa Lucia Elisabetta Abate, referente nutrizione del
Centro Comestai DCA e socia di Animenta. “Per chi convive con un disturbo
alimentare però, un gesto apparentemente semplice come un’uscita a cena o un
aperitivo può diventare qualcosa di complesso. È importante ricordare che dietro
ognuno c’è una storia e un mondo che non sempre vediamo. Avere cura dell’altra
persona significa anche rispettare i suoi tempi, la sua individualità e i suoi
confini. Senza giudizi o forzature: spesso, la forma più vera di vicinanza è
proprio la delicatezza con cui scegliamo di esserci.”
I LUOGHI DEL QUOTIDIANO COME SPAZI DI CONSAPEVOLEZZA
Un approccio condiviso anche da Luca Maganuco, Senior Managing Director di Multi
Italy, che sottolinea il ruolo sociale dei centri commerciali: “Per la prima
volta vogliamo portare la salute mentale negli spazi pubblici, rendendo più
accessibile il dialogo su un tema ancora troppo invisibile. I nostri centri sono
luoghi di incontro per le comunità locali e hanno il dovere di contribuire al
benessere delle persone”.
Non sempre si vede sarà lanciata contemporaneamente nei seguenti centri
commerciali Multi in Italia: Centro Commerciale Valecenter, Marcon (VE), Centro
Commerciale Il Borgogioioso, Carpi (MO), Centro Commerciale Primavera (RM),
Centro Commerciale GranRoma, Roma (RM), Centro Commerciale Metropolis, Rende
(CS), Colonne Shopping Center, Brindisi (BR), Parco Commerciale Belvedere,
Melilli (SR), Centro Commerciale Forum Palermo, Palermo (PA).
UN INVITO A GUARDARE OLTRE CIÒ CHE SI VEDE
La campagna sarà presentata ufficialmente il 10 ottobre alla Sala Stampa della
Camera dei Deputati, alla presenza dell’Onorevole Marco Furfaro, come occasione
per riaffermare un principio semplice ma essenziale: la salute mentale riguarda
tutti — e non sempre si vede.
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alimentari appeared first on The Wom.
N el Medioevo, i monaci chiamavano “demone di mezzogiorno” quel torpore
dell’anima che si impadroniva di loro nelle ore più calde, quando la luce
abbagliante diventava insopportabile e ogni desiderio pareva svuotarsi. Un
torpore senza scampo, che calava proprio nel momento di massima luce, quando
tutto avrebbe dovuto farsi limpido e vitale. Non era soltanto una malinconia
individuale, ma un contagio collettivo, come se l’intero monastero si fermasse a
trattenere il respiro. Oggi, nelle nostre estati sempre più infuocate e
assediate dal sole, ritorna un senso di stordimento simile: la promessa di
felicità che la bella stagione portava con sé nelle lunghe estati della nostra
infanzia si infrange sull’afa opprimente e su aspettative di sollievo
puntualmente disattese. Le giornate scorrono più lente, ma non più leggere. E
quella sensazione, che un tempo si sarebbe forse chiamata malinconia, oggi
prende forme più sfuggenti, più cliniche, più insidiose nella loro apparente
normalità.
Le ricerche lo mostrano con chiarezza: nonostante la forma più tipica di
depressione stagionale raggiunga il picco tra autunno e inverno, la letteratura
registra anche un altro fenomeno: negli Stati Uniti, quando il caldo arriva a
livelli estremi, gli accessi al pronto soccorso per motivi di salute mentale
crescono di circa l’8%. In particolare aumentano i ricoveri per ansia e disturbi
dell’umore (intorno al 7%) e quelli per comportamenti autolesivi (circa 6%). Nel
2013 lo scrittore statunitense Andrew Solomon ha scelto Il demone di mezzogiorno
come titolo del suo saggio sulla depressione, perché – spiega – rende bene “quel
terribile senso di possessione che accompagna la condizione del depresso”. Come
il demone descritto dai monaci, anche la depressione moderna resiste al pieno
bagliore del sole: si lascia vedere, ma non svanisce.
> Nonostante la forma più tipica di depressione stagionale raggiunga il picco
> tra autunno e inverno, quando il caldo arriva a livelli estremi aumentano gli
> accessi al pronto soccorso per motivi di salute mentale, i ricoveri per ansia
> e disturbi dell’umore e quelli per comportamenti autolesivi.
Si può riconoscerla, persino trovarla assurda, essere perfettamente consapevoli
che alzarsi dal letto o prepararsi un pasto è possibile – e che altri, in
condizioni peggiori, ci riescono. Eppure si resta immobili, come dentro un caldo
che toglie l’aria: ogni gesto diventa faticoso, ogni pensiero si ripete, come
l’afa estiva che spegne ogni slancio vitale. E non è solo un’impressione
individuale: dopo il 2020 gli indicatori si sono alzati. L’Organizzazione
mondiale della sanità stima, nel primo anno di pandemia, circa un quarto in più
di persone con ansia e depressione nel mondo. Mentre negli Stati Uniti, le
indagini federali del 2021-2023 indicano che la depressione riguarda circa un
adulto su otto, una quota più alta rispetto al periodo prepandemico, con livelli
particolarmente elevati tra giovani e donne.
La festa è finita
La malinconia non è un’invenzione recente. I suoi sintomi – stanchezza, perdita
di senso, avversione per il mondo – compaiono già nei testi antichi,
attraversano Omero e Ippocrate, si insinuano nei versi di Emily Dickinson e
Charles Baudelaire, nei diari di Sylvia Plath. Per millenni, però, non è stata
considerata davvero una malattia. Al contrario: era spesso associata a una
particolare sensibilità, a uno sguardo troppo acuto o troppo profondo per non
incrinare l’ordine apparente delle cose. Oggi usiamo un altro lessico. Parliamo
di depressione. Ma non sempre è chiaro di cosa stiamo parlando: la distinzione
tra tristezza, malinconia e depressione clinica è tutt’altro che scontata. Il
termine depressione è recente. E soprattutto: non tutte le manifestazioni di
sofferenza interiore rientrano nella depressione maggiore. Esistono condizioni
meno gravi, ma più diffuse: disturbi dell’adattamento, crisi reattive, momenti
di demotivazione legati a fattori esterni. Non sono patologie nel senso stretto,
ma si manifestano in modo simile – e a volte vengono diagnosticate come tali.
> Chi soffre di depressione e vive in condizioni di marginalità tende a non
> chiedere aiuto, a non riconoscersi nei percorsi di cura disponibili, a
> convivere con il dolore come se fosse parte dell’ordine naturale delle cose.
L’immaginario alimentato dai poeti che abbiamo citato colloca la depressione
nelle biblioteche e in silenziosi interni borghesi; le ricerche, invece,
raccontano altro. La depressione si addensa dove la vita è più fragile dal punto
di vista materiale: chi sta nei gruppi socioeconomici più bassi corre un rischio
quasi doppio di ammalarsi rispetto ai più abbienti. Precarietà abitativa,
disoccupazione e povertà – insieme allo stress cronico che ne deriva – hanno in
realtà un peso fortissimo.
La vulnerabilità genetica può essere distribuita in modo omogeneo, ma i fattori
scatenanti no. E le conseguenze sono spesso trascurate: chi soffre di
depressione e vive in condizioni di marginalità tende a non chiedere aiuto, a
non riconoscersi nei percorsi di cura disponibili, a convivere con il dolore
come se fosse parte dell’ordine naturale delle cose. Esiste un vero e proprio
circolo vizioso tra depressione e povertà: l’una alimenta l’altra, fino a
produrre una rassegnazione profonda, silenziosa, che non trova parole né
interlocutori.
L’idea romantica della malinconia come segno di genialità ha lasciato un’eredità
sottile ma persistente. Anche oggi tendiamo a isolare il dolore psichico dalle
sue radici storiche e materiali, concentrandoci sulle biografie di chi soffre
invece che sui contesti che generano sofferenza. Secondo Barbara Ehrenreich
l’attenzione riservata ai depressi celebri – scrittori, filosofi, artisti – ha
contribuito a scollegare il dolore psichico dalle sue cause sistemiche,
rendendolo un’esperienza astratta, quasi nobile, profondamente isolata. Nel suo
Una storia della gioia collettiva (2006, trad. it. 2024) dedica un intero
capitolo all’epidemia di malinconia che attraversò l’Europa tra Seicento e
Settecento. Uomini e donne che si ritirano dalla vita pubblica smettono di
mangiare, di parlare, di desiderare, senza cause apparenti. Ehrenreich legge
questo malessere come il segnale di un cambiamento profondo: la nascita di un
nuovo ordine morale fondato su disciplina, sobrietà, rinuncia. Un ordine che
coincide con l’ascesa del capitalismo moderno, e che, come aveva già intuito Max
Weber, affonda le sue radici in una spiritualità calvinista in cui il piacere è
sospetto e la fatica è virtù.
In questa chiave, la depressione non appare come un semplice guasto individuale,
bensì come una forma di rifiuto: un segnale – spesso silenzioso – di adattamento
a contesti che restringono tempo, legami e piacere. Non a caso, Ehrenreich nota
che chi ne è colpito spesso non si lamenta: si ritira. Non chiede aiuto: smette
di partecipare. Forse, osserva Ehrenreich, epidemia di depressione e scomparsa
delle feste condivise possono avere un’eziologia comune nella nuova mentalità
dell’uomo moderno, ma non solo, potrebbe esserci anche una sorta di rapporto di
causa-effetto: è possibile che l’apparente declino della capacità di provare
piacere sia in qualche modo collegato al declino delle opportunità di piacere?
> L’attenzione riservata ai depressi celebri – scrittori, filosofi, artisti – ha
> contribuito a scollegare il dolore psichico dalle sue cause sistemiche,
> rendendolo un’esperienza astratta, quasi nobile, profondamente isolata.
È difficile dimostrare una filiazione diretta tra la soppressione delle feste e
l’aumento dei casi di malinconia, così come è complicato stabilire con certezza
se tra Sedicesimo e Diciassettesimo secolo i casi di depressione siano realmente
aumentati, o se semplicemente la letteratura abbia cominciato a nominarli con
più insistenza. Ma che la scomparsa delle occasioni rituali abbia contribuito a
rendere più cupo l’umore collettivo è più che plausibile ‒ e ancor più
plausibile è l’idea che la festa fosse, in molte culture, una forma di cura. La
soppressione delle feste ha dunque privato le comunità di un antidoto.
La cura perduta
All’inizio degli anni Duemila, a seguito di un grande episodio depressivo e del
successo di Il demone di mezzogiorno, Andrew Solomon si recò in Ruanda per
parlare con alcuni operatori locali impegnati a curare i sopravvissuti al
genocidio. Come ha raccontato nel 2013, gli operatori locali gli spiegarono che
l’approccio occidentale funzionava poco: niente sole, niente tamburi, nessun
coinvolgimento della comunità. Quello che fecero “fu portare le persone, una
alla volta, in piccole stanze squallide e farle parlare per un’ora di tutte le
cose orribili che gli erano accadute”. Solomon rimase colpito da quel confronto.
In molte culture, la cura della sofferenza psichica non passa per
l’introspezione solitaria, ma per il coinvolgimento del corpo e della comunità.
Come accade per esempio in Senegal con il rituale di guarigione Ndeup, in cui
musica, canto e danza servono a sciogliere il dolore e restituire la persona al
gruppo.
Anche Barbara Ehrenreich ha raccolto esempi di cerimonie terapeutiche
collettive: dalle danze rituali usate in Uganda negli anni Novanta per aiutare i
bambini rapiti dalle milizie a elaborare il trauma, fino al tarantismo pugliese
studiato da Ernesto de Martino, che liberava le contadine possedute dal morso
della tarantola in un’esplosione coreografica di suoni e movimento. Per secoli,
parate religiose, feste popolari, carnevali e danze hanno avuto un ruolo che
oggi definiremmo terapeutico: davano forma al dolore, lo rendevano manifesto, lo
trasformavano in energia condivisa.
Già nel 1621, Robert Burton, nell’Anatomia della malinconia, elencava tra i
rimedi musica, gioco, conversazione, esercizio fisico – persino “un po’ di vino”
– a indicare che contro la malinconia servono movimento, contatto,
partecipazione.
> Il DSM ha progressivamente ristretto i margini della normalità, riducendo
> anche il periodo di lutto considerato fisiologico. In questo modo, ogni
> sofferenza rischia di diventare una devianza: ogni dolore, una diagnosi.
A partire dal Novecento, e soprattutto dagli anni Cinquanta, il dolore psichico
ha cominciato a essere codificato come disturbo. La depressione è entrata nei
manuali diagnostici, è diventata una sindrome da riconoscere, classificare,
trattare. Il DSM, la cosiddetta “bibbia” della psichiatria americana, elenca con
precisione i criteri clinici: umore depresso per la maggior parte del giorno,
anedonia, insonnia o ipersonnia, affaticamento, senso di colpa eccessivo,
pensieri ricorrenti di morte. Ma quella lista, così ordinata, dice poco del
contesto in cui quei sintomi emergono. Non racconta la qualità dell’esperienza,
né tiene conto delle sue cause storiche, sociali, biografiche.
Una cosa è la depressione maggiore ‒ grave, persistente, spesso invalidante ‒
un’altra è il vasto spettro di condizioni che oggi vengono ricondotte a essa.
Come ricorda lo psichiatra Piero Cipriano in La società dei devianti (2016),
“dal 1980, e ancor più dal 2013, tutte le forme di tristezza conseguenti a
perdita del lavoro, incidenti, malattie organiche, fine di relazioni affettive,
lutti, sono depressione”. Il DSM ha progressivamente ristretto i margini della
normalità, riducendo anche il periodo di lutto considerato fisiologico. In
questo modo, ogni sofferenza rischia di diventare una devianza: ogni dolore, una
diagnosi.
In Il demone di mezzogiorno, Andrew Solomon contesta apertamente l’idea che la
depressione possa essere ridotta a un semplice squilibrio biochimico. Spiega
che, a differenza del diabete, non esiste un deficit misurabile e univoco da
correggere: l’incremento della serotonina può avere un effetto benefico, ma non
necessariamente perché la depressione sia causata da una carenza.
Solomon parla di “neuromitologia moderna”, e mette in guardia contro la
narrazione secondo cui la depressione sia solo una questione di chimica interna.
Perché se tutto è chimico ‒ l’intelligenza, il desiderio, persino la nostalgia
di un pomeriggio di primavera ‒ allora nulla è davvero “solo” chimico. Ridurre
la depressione alle sole molecole equivale a escludere il contesto materiale e
relazionale che la modella.
Capitalismo malinconico
A spingere con più forza questa lettura è stato Mark Fisher, che in Realismo
capitalista (2009, trad. it.2018) descrive la depressione non solo come
patologia individuale ma come “forma affettiva dominante del presente”. Secondo
Fisher, l’aumento vertiginoso delle diagnosi non segnala soltanto un
peggioramento della salute mentale collettiva, ma la crescente incapacità del
sistema di immaginare alternative. La depressione diventa allora il sintomo più
chiaro di una paralisi desiderante: un futuro che non si riesce più a vedere, un
presente che si ripete, un senso di impotenza strutturale che si incolla ai
corpi.
> Secondo Mark Fisher, l’aumento vertiginoso delle diagnosi non segnala soltanto
> un peggioramento della salute mentale collettiva, ma la crescente incapacità
> del sistema di immaginare alternative.
“Non è un caso che la depressione sia così diffusa oggi. Anzi, è necessario che
lo sia”, scrive Fisher. Se la depressione è ovunque, è perché ovunque si respira
un’aria di stanchezza generalizzata, di precarietà affettiva, di logoramento del
senso. È la condizione emotiva coerente con un sistema che sfinisce, atomizza,
disinnesca il conflitto. In molti casi, ciò che chiamiamo depressione assomiglia
sempre più a una forma di adattamento. Una risposta muta e rassegnata a uno
stile di vita che non concede tregua, che sbriciola le relazioni, che trasforma
ogni esperienza in prestazione. La socialità si è fatta intermittente, la soglia
dell’attenzione si accorcia, le giornate scorrono come in un loop, sempre uguali
e sempre troppo piene. E tuttavia nulla si ferma: si va avanti. È una stanchezza
silenziosa, che non blocca il sistema, ma lo accompagna.
Contagio emotivo
La depressione come sottofondo emotivo non si limita a esistere: si mantiene. A
tenerla in posizione concorrono più dinamiche intrecciate. Anzitutto gli
stressori materiali condivisi. Quando intere fasce di popolazione vivono lavoro
incerto, abitare instabile ed estati opprimenti, i sintomi non restano dispersi:
si addensano. La stessa pressione, ripetuta in molte vite, crea una base comune
di fatica e sfiducia.
Poi c’è la trasmissione emotiva. Nelle interazioni quotidiane tendiamo a
rispecchiare chi abbiamo di fronte – postura, timbro, ritmo, microespressioni –
e questo favorisce un allineamento dell’umore. Succede al tavolo di famiglia, in
ufficio, nei gruppi e nei feed: se il registro condiviso scivola verso
stanchezza e sfiducia, chi è più esposto finisce per sintonizzarsi su quei toni.
Non è solo soffrire “in tanti”: è risuonare.
> Quando intere fasce di popolazione vivono lavoro incerto, abitare instabile ed
> estati opprimenti, i sintomi non restano dispersi: si addensano.
Sul versante sociologico, Émile Durkheim mostrava che il benessere mentale
dipende anche da due equilibri collettivi: l’integrazione, cioè quanto ci si
sente parte di reti e comunità, e la regolazione, ossia quanto sono chiare le
norme e le aspettative comuni. Quando l’integrazione si indebolisce e la
regolazione si allenta, prende forma ciò che Durkheim chiamava anomia: vengono
meno orientamento e punti d’appoggio, aumentano smarrimento e disordine di
scopi. Tradotto nel presente: reti più rade e riferimenti comuni più fragili
spingono molte persone a un defilamento dalla vita comune – meno partecipazione
a luoghi e tempi condivisi, meno scambio di aiuto – e così la tristezza perde i
contorni del fatto privato e diventa stile emotivo di gruppo.
Infine l’ambiente informativo. Già negli anni Ottanta si parlava di società
sovrainformata: un ecosistema che immette più stimoli di quanti riusciamo a
elaborare. Il risultato, allora come oggi, è una sindrome di blocco: si
accumulano input, si resta in costante aggiornamento ma la capacità di tradurre
informazioni in azione si inceppa. I feed contemporanei amplificano questo
schema: notifiche continue, paragoni permanenti, piani d’azione che si
sbriciolano sotto l’urto di stimoli sempre nuovi. L’impotenza smette di essere
un’esperienza isolata e diventa abitudine condivisa.
Tutti i fattori descritti tendono poi ad alimentarsi a vicenda. La pressione
materiale legata a casa, lavoro e aspettative socioeconomiche non mantenute
genera stanchezza e sfiducia diffuse, che a loro volta – attraverso il
rispecchiamento quotidiano – si propagano diventando il tono emotivo del gruppo.
E in una comunità dal tono depressivo, rassegnazione e impotenza si rafforzano
reciprocamente: ciascuno conferma agli altri l’impossibilità del cambiamento,
come se tutti respirassero la stessa aria viziata senza più accorgersi della
mancanza di ossigeno. Nel frattempo aumenta il ripiegamento individuale, e con
la minore partecipazione, si assottiglia anche il supporto pratico ed emotivo.
Con meno aiuto a disposizione, le stesse pressioni pesano di più ‒ le spese si
fanno più gravose, le incombenze di cura più isolate ‒ e la stanchezza ritorna
rafforzata. Così il registro emotivo collettivo scivola su toni bassi e vi
rimane, perché ogni giro del ciclo alimenta il successivo.
La città che non cura
Più che un’epidemia di depressione, stiamo dunque vivendo una rassegnazione di
massa, anestetizzata ma capillare, che assomiglia a un torpore collettivo del
desiderio. Una condizione che non viene vissuta come emergenza, ma come
normalità: si lavora comunque, si produce comunque, si va avanti comunque.
Solomon ha scritto che la depressione ti convince che nulla cambierà mai. Non
che tutto sia terribile, ma che sarà sempre così. È questa l’idea più difficile
da scardinare: che lo stato attuale delle cose sia ineluttabile.
> In una comunità dal tono depressivo, rassegnazione e impotenza si rafforzano
> reciprocamente: ciascuno conferma agli altri l’impossibilità del cambiamento,
> come se tutti respirassero la stessa aria viziata senza più accorgersi della
> mancanza di ossigeno.
Il demone di mezzogiorno non abita più nei monasteri: si è trasferito nelle
città, nelle stanze da letto, nei coworking, nelle timeline, nei vagoni della
metro. Non toglie il sonno: lo rende opaco. Non impone silenzio: lo mimetizza in
un rumore di fondo. E se il malessere ha dinamiche sociali – contagio emotivo,
anomia, sovraccarico informativo – allora anche l’ambiente in cui viviamo può
spegnerlo o alimentarlo: è qui che entrano in gioco spazio urbano e
infrastrutture sociali. È difficile guarire in un luogo che non permette di
incontrarsi. Le nostre città sembrano progettate per tenerci separati: panchine
senza ombra, piazze vuote ma sorvegliate, cortili chiusi a chi non abita lì. Gli
spazi pubblici si riducono a corridoi di passaggio, mentre i luoghi di sosta si
privatizzano e ci si incontra solo per consumare.
Così il piacere diventa un gesto solitario, e il desiderio una prestazione da
ottimizzare. Anche le stagioni sembrano aver perso la loro promessa: le estati
non liberano più, opprimono. Non è solo il sole a schiacciare. È l’assenza di
luoghi che accolgano il corpo, che facilitino la sosta, che permettano di stare
senza produrre.
Piazze nuove, disegnate senza alberi, si trasformano in superfici incandescenti.
L’ombra non è prevista. L’afa non concede scampo. Non stupisce allora se la
tristezza non si dissolve ma ristagna, come l’aria ferma nei sottopassi, nei
tram affollati, nei pomeriggi di luglio. Il demone di mezzogiorno non arriva
solo da dentro, ma si annida nei ritmi, negli spazi, nelle relazioni interrotte.
E se il malessere è collettivo, anche la cura dovrà esserlo.
L'articolo Anatomia di una depressione collettiva proviene da Il Tascabile.
D ieci anni fa, in un’estate catanese, mentre ero seduta sul lato passeggero di
un’auto diretta al mare, ho iniziato improvvisamente a sentirmi poco bene. Il
cuore accelerava, le mani sudavano e il respiro si faceva corto. Pensavo: sto
morendo. Dicevo: “Ragazzi, qualcosa non va”. Poco dopo, sdraiata sul lettino di
un pronto soccorso, un medico mi visitava con scrupolo, senza riscontrare nulla
di anomalo. Dopo essersi accertato che non fossi sotto effetto di droghe o
sostanze psicoattive, con tono rassicurante concluse: «È ansia. Lexotan, e stia
tranquilla».
A fotografare quel momento rimane il referto che conservo ancora, dalla
freddezza quasi beffarda: “Paziente sveglia, orientata, collaborante. Riferita
tachicardia: non riscontrata. Riferita sudorazione: non riscontrata. Riferita
dispnea: non riscontrata. Parametri vitali nella norma”.
Qualche mese più tardi, grazie alla psicoterapia, ho potuto identificare
quell’episodio come un attacco di panico. La definizione mi tranquillizzava: ero
un caso clinico, e in quanto tale potevo collocare la mia esperienza in un
contesto riconosciuto, in una cornice di comprensione comune.
La diagnosi, tra sollievo e stigma
Si dice spesso che dare un nome a ciò che ci accade sia di conforto, e alcune
ricerche sembrano confermarlo: etichettare un’emozione può ridurne l’impatto
emotivo e renderla più comprensibile. Uno studio della UCLA (University of
California, Los Angeles), per esempio, ha mostrato che nominare la paura ne
attenua l’intensità, perché attiva le aree cerebrali coinvolte nel controllo a
scapito di quelle legate alla reazione emotiva. Lo stesso accade con le
diagnosi. Per quanto spiazzanti, possono offrire un sollievo iniziale: “almeno
so cosa mi sta succedendo”.
Con la psiche, però, le cose si complicano. Una diagnosi può rassicurare, ma può
portare con sé anche il peso dello stigma. Ancora oggi, in molte comunità e in
diverse generazioni, l’idea di soffrire di un disturbo mentale è associato a una
fragilità da nascondere. Una revisione pubblicata su BMC Geriatrics sottolinea
come, tra gli over 65, lo stigma legato ai disturbi mentali sia uno dei
principali ostacoli alla richiesta di aiuto.
> Una diagnosi può rassicurare, ma può portare con sé anche il peso dello
> stigma. Ancora oggi, in molte comunità e in diverse generazioni, l’idea di
> soffrire di un disturbo mentale è associato a una fragilità da nascondere.
Il genere incide allo stesso modo. Una meta-analisi pubblicata nel 2025
sull’American Journal of Men’s Health evidenzia che gli uomini più aderenti ai
modelli di mascolinità tradizionale tendono a percepire la sofferenza
psicologica come una minaccia alla propria identità. In questi casi, le emozioni
devono essere trattenute e la diagnosi equivale a un’ammissione di debolezza.
La tensione tra il sollievo di una diagnosi e il peso dello stigma si riflette
con chiarezza in serie TV di culto, dove età e genere giocano un ruolo cruciale.
In BoJack Horseman, Hollyhock, giovane figlia adolescente del protagonista,
viene colta da un attacco di panico durante una festa. A riportarla su un piano
di lucidità è Peter, un ragazzo allora sconosciuto, che si avvicina e le chiede
di nominare cinque cose che la circondano. Poi, confessa: “È un trucco del mio
psichiatra. Soffro d’ansia anch’io”. Hollyhock non si sottrae, accoglie il gesto
di solidarietà e ne trae beneficio. Tutt’altra reazione, invece, si osserva in I
Soprano, dove Tony, boss mafioso e incarnazione della virilità stereotipata,
sviene per un attacco di panico, ma rifiuta di riconoscerne la natura
psicologica e accetta la terapia con estrema riluttanza. Per lui, meglio un
infarto che un crollo della psiche.
Le radici di questa resistenza trovano spazio in un dato storico: la dignità
clinica del panico è un’acquisizione recente. Solo nel 1980, con la
pubblicazione del DSM-III, il disturbo di panico entra ufficialmente nella
classificazione dei disordini mentali come entità autonoma, distinto dall’ansia
generalizzata e dalle fobie. Dietro questa formalizzazione c’è il lavoro di più
di un decennio di psichiatri e ricercatori, ma il nome più associato a questa
svolta è quello di Donald F. Klein. A metà degli anni Sessanta, Klein osserva
che alcuni pazienti ricoverati per crisi di ansia acuta, priva di un apparente
innesco, migliorano rapidamente con l’imipramina, un antidepressivo fino ad
allora usato soprattutto per la depressione maggiore. Altri pazienti, con ansia
cronica o generalizzata, non mostrano alcun beneficio. Per Klein, è la prova
empirica che i picchi parossistici di terrore seguono una traiettoria diversa
dalle altre forme di ansia e meritano quindi criteri diagnostici propri.
Una diagnosi lunga secoli
Eppure, la storia del panico, sia come parola che come esperienza umana, precede
di millenni la sua formalizzazione diagnostica. Il termine nasce dalla mitologia
greca: Pan, divinità dei boschi, appariva bruscamente ai viandanti o agli
eserciti, generando un terrore istantaneo, capace di indurre alla fuga.
Ippocrate definisce casi di spaventi senza causa apparente, tra cui quello di
Nicanore, colto da paura ogni volta che udiva una suonatrice di flauto. Questi
episodi venivano allora interpretati attraverso la teoria umorale, secondo cui
la melanconia, attribuita a un eccesso di bile nera, fungeva da grande
contenitore diagnostico dentro cui ricadevano tanto i sintomi depressivi quanto
quelli che oggi associamo all’ansia e al panico.
> La dignità clinica del panico è un’acquisizione recente. Solo nel 1980 il
> disturbo da panico entra ufficialmente nella classificazione dei disordini
> mentali come entità autonoma, distinto dall’ansia generalizzata e dalle fobie.
Con l’età moderna, questa visione resta dominante anche se il panico viene
descritto con dettagli sempre più precisi. Nell’Anatomy of Melancholy (1621), lo
studioso inglese Robert Burton ritrae con vividezza molti dei sintomi che oggi
associamo agli attacchi. La paura, scrive, fa arrossire o impallidire, tremare,
sudare; scatena brividi, palpitazioni e svenimenti. La sua opera, a metà tra
medicina, filosofia e credenze popolari, mostra come tali crisi siano comunque
ancora inglobate nel vasto spettro della melanconia.
A tentare di superare il paradigma è il medico francese François Boissier
Sauvages de la Croix, che nella sua Nosologia Methodica (1763) ordina oltre
duemila patologie in classi e sottocategorie. Tra i disturbi mentali, chiamati
vesaniae, compare la “panofobia”, definita come un terrore acuto senza causa
apparente. Per la prima volta, il linguaggio medico distingue l’ansia
persistente dai momenti di paura inattesa, aprendo la strada alla
classificazione del panico come disturbo specifico.
Ciononostante, gli attacchi d’ansia repentina continuano a essere letti in
chiave organica fino ai primi decenni del Novecento. Le guerre, in particolare,
offrono un terreno di osservazione privilegiato: dalla Rivoluzione francese alla
guerra di Crimea, dalle lotte coloniali fino ai due conflitti mondiali, medici e
ufficiali riportano di soldati affetti da dolori toracici, palpitazioni e
sensazioni di morte imminente, attribuendo tali sintomi a condizioni cardiache o
funzionali. Le diagnosi oscillano tra “cuore del soldato”, “astenia
neurocircolatoria” e “sindrome da sforzo”, trascurando la componente psichica
anche in assenza di patologie organiche evidenti.
Nel frattempo, però, Freud ha introdotto il concetto di “nevrosi d’angoscia”,
descrivendo episodi di paura improvvisa come l’espressione di una profonda
sofferenza emotiva. Questa separazione dalle spiegazioni esclusivamente fisiche
permise al panico di approdare nel linguaggio psichiatrico. Il termine riappare
anche in letteratura: in Mrs Dalloway, Virginia Woolf usa la parola panic per
descrivere le reazioni più acute di Septimus Warren Smith, reduce della Prima
guerra mondiale e segnato da crisi estemporanee di terrore, disorientamento e
alienazione.
In seguito al lavoro pioneristico di Freud, la svolta clinica avviata da Donald
F. Klein negli anni Sessanta e l’ingresso del termine nel DSM-III, il panico è
oggi una condizione clinica specifica. L’attuale DSM-5, ultima versione del
manuale, descrive gli attacchi di panico come episodi estemporanei di intensa
paura, accompagnati da sintomi somatici e cognitivi tra cui palpitazioni,
dispnea, sudorazione, tremori e la netta sensazione di perdere il controllo o di
morire.
Interpretazioni catastrofiche e predisposizioni genetiche
A caratterizzare l’attacco di panico e a distinguerlo da patologie prettamente
organiche è soprattutto l’interpretazione dei suoi sintomi. Secondo la teoria
cognitiva formulata da David M. Clark nel 1986, e ancora oggi considerata un
modello di riferimento, l’attacco si innesca quando segnali corporei del tutto
innocui vengono percepiti come gravi minacce. Così, un battito cardiaco
accelerato diventa il presagio di un infarto, un capogiro il primo sintomo di un
collasso repentino. Questo meccanismo, noto come “interpretazione catastrofica”,
si configura come componente essenziale del disturbo di panico, la forma clinica
in cui attacchi ricorrenti si associano a un’ansia cronica di subirne altri.
> Secondo la teoria cognitiva, l’attacco di panico si innesca quando segnali
> corporei del tutto innocui vengono percepiti come gravi minacce: chi ne soffre
> tende a concentrarsi in modo eccessivo sul proprio corpo, e a leggere ogni
> variazione come un segnale d’allarme.
Dopo il primo episodio, anch’io iniziai a concentrarmi in modo eccessivo sul mio
corpo, sospettando di ogni segnale. Mi misuravo i battiti durante gli aperitivi,
controllavo il respiro nei luoghi affollati, individuavo istintivamente le
uscite di sicurezza. Ogni variazione ‒ una fitta, un brivido, un giramento di
testa ‒ diventava un possibile allarme. È comprensibile, se si considera che la
caratteristica più spiazzante del panico è proprio la sua imprevedibilità.
Arriva all’improvviso e scompare altrettanto rapidamente. Questo lo rende, per
chi lo sperimenta, una minaccia capillare che alimenta un’ansia anticipatoria:
la paura della paura. David Foster Wallace, che conosceva bene questi territori,
scrive in Infinite Jest (1996) che «il 99% dell’attività del pensiero consiste
nel tentare di terrorizzarsi a morte». Una definizione precisa del meccanismo
che costruisce il disastro prima ancora che qualcosa accada.
Il secondo attacco arrivò qualche settimana dopo, su un vagone della
metropolitana. Pensai di stare per svenire, poi per impazzire. Da allora iniziai
a evitare tutto ciò che potesse espormi a quella sensazione: la metro e altri
mezzi pubblici, le folle, gli spazi chiusi, e infine anche l’aereo: “E se mi
succede lì, come ne esco?”. Mettevo in atto quello che in psicologia si chiama
evitamento, uno di quei comportamenti che, pur sembrando protettivi, finiscono
per rafforzare il circolo vizioso dell’ansia. Si restringe lo spazio d’azione
per sentirsi al sicuro, ma così facendo si alimenta la paura.
Dietro gli attacchi di panico, però, non ci sono solo meccanismi cognitivi.
Studi recenti raccontano come a questi si intreccino fenomeni biologici ‒ dalla
regolazione respiratoria ai neurotrasmettitori come serotonina e GABA
(Gamma-AminoButyric Acid) ‒ e predisposizioni genetiche. A soffrire di panico è
una grossa fetta di popolazione. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità,
nel 2019 i disturbi d’ansia riguardavano circa il 4% degli individui a livello
globale, oltre 300 milioni di persone. Dentro questo insieme, il disturbo di
panico interessa l’1-2% della popolazione, mentre gli attacchi di panico, anche
isolati, toccano oltre una persona su otto nel corso della vita. In generale, le
donne ne soffrono con una frequenza doppia rispetto agli uomini, e l’esordio
coincide spesso con la giovinezza.
> Accanto alle questioni genetiche e ai traumi personali, a spiegare la crescita
> dei disturbi legati all’ansia e al panico è sempre più spesso il contesto
> sociale in cui si vive.
Il quadro è in crescita. Tra il 1990 e il 2019, i casi globali di disordini
ansiosi sono aumentati di oltre il 55%. Il mio rientra perfettamente nella media
statistica: nei Paesi ad alto reddito la prevalenza è maggiore e raggiunge il
picco tra i 30 e i 35 anni.
Stress di sistema
Accanto alle questioni genetiche e ai traumi personali, a spiegare la crescita
dei disturbi legati all’ansia e al panico è sempre più spesso il contesto
sociale in cui si vive. Stressori collettivi come incertezza climatica,
pressioni lavorative e iperconnessione digitale sono capaci di alimentare una
forma di ansia latente, come un sottofondo di allerta costante. Il panico, di
conseguenza, può emergere come la risposta amplificata di un corpo che,
sottoposto a sollecitazioni sistemiche continue, vede superata la propria
capacità di adattamento.
Primo tra questi fattori, il cambiamento climatico. Una recente revisione
sistematica pubblicata su Frontiers in Psychiatry rivela che ondate di calore,
disastri naturali e inquinamento sono associati ad ansia acuta e panico,
soprattutto nelle popolazioni più predisposte. Il clima ha agito anche a livello
percettivo, sensibilizzandoci a leggere ogni variazione atmosferica come una
possibile minaccia: un caldo inatteso evoca l’ultima ondata letale, una pioggia
abbondante ricorda le alluvioni. Termini come ecoansia e solastalgia nascono per
raccontare la difficoltà emotiva che deriva dalla percezione di un futuro in
pericolo.
> Il clima ha agito anche a livello percettivo, sensibilizzandoci a leggere ogni
> variazione atmosferica come una possibile minaccia: un caldo inatteso evoca
> l’ultima ondata letale, una pioggia abbondante ricorda le alluvioni.
Anche le modalità con cui lavoriamo contribuiscono a mantenere alto il livello
di allerta. Il modello produttivo attuale, caratterizzato da flessibilità
estrema e da una spinta continua alla performance, ci espone a livelli di stress
sempre maggiori che possono sfociare in attacchi di panico. Chi subisce uno
squilibrio marcato tra sforzo lavorativo e ricompensa ha un rischio quasi
triplicato di soffrirne. Non a caso, “Non salviamo vite umane” è il mantra
semiserio di chi è abituato a lavorare sotto pressione. Una forma di autoironia
che però tradisce quanto siamo abituati a vivere in stato d’allerta permanente.
Ed è proprio nella persistenza dell’incertezza – sul futuro, sul lavoro, sul
pianeta – che si genera il terreno ideale per un’ansia diffusa e intermittente,
capace di sfociare in attacchi improvvisi.
Se, quindi, gli attacchi di panico hanno radici biologiche e psicologiche
individuali, la loro diffusione e intensità possono plasmarsi profondamente
anche attraverso fattori collettivi. Le fragilità private si intrecciano con
quelle di sistema, trasformando l’ansia in un fenomeno di massa. Leggere il
panico in questa chiave significa riconoscerlo come un indicatore sociale e la
sua cura non può limitarsi alla terapia individuale, ma deve includere anche
risposte comunitarie e politiche capaci di agire sulle situazioni che alimentano
la paura.
Una questione collettiva
In futuro, i disordini legati all’ansia diventeranno peraltro sempre più
pervasivi. Secondo The Lancet, entro il 2050 il picco di esordio si sposterà
nella fascia tra i 15 e i 19 anni, delineando un fenomeno generazionale sempre
più precoce. Di fronte a questa prospettiva, la Commissione internazionale sulla
salute mentale giovanile dello stesso Lancet ha lanciato un allarme a partire da
una domanda: perché si assiste a un miglioramento della salute fisica e a un
peggioramento di quella mentale tra i più giovani? La risposta, secondo
ricercatori, clinici e attivisti, è sistemica e richiede un cambiamento
prospettico: non considerare più i giovani come soggetti fragili, ma come i
sensori più recettivi di un sistema in difficoltà. Da qui l’invito ad agire,
attraverso il potenziamento della prevenzione, la rimozione delle barriere
all’accesso, gli investimenti in politiche pubbliche che riducano l’impatto
degli stress ambientali, economici, culturali.
> Se gli attacchi di panico hanno radici biologiche e psicologiche individuali,
> la loro diffusione e intensità possono plasmarsi profondamente anche in
> seguito a fattori collettivi.
Molti studiosi affermano che accanto alle sollecitazioni ambientali, a
determinare l’instabilità emotiva delle nuove generazioni sia la progressiva
erosione relazionale e della coesione sociale determinate dall’individualismo.
Vent’anni fa, la psicologa americana Jean Twenge aveva già dimostrato,
attraverso una vasta meta-analisi, che l’ansia nei giovani americani era in
crescita da decenni, in parallelo con la diminuzione delle connessioni sociali e
l’aumento delle minacce ambientali percepite. Secondo Twenge, l’ambiente
socioculturale spiega una parte significativa della vulnerabilità psicologica
personale: i contesti in cui vigono legami deboli ed esposti a maggiori minacce
producono più ansia di quelli caratterizzati da relazioni stabili e capaci di
favorire un senso di appartenenza.
Quando ho avuto il primo attacco avevo ventisei anni e vivevo in una città nuova
con l’ansia del futuro addosso. Il mio panico non parlava solo di me, parlava
del mio tempo: della solitudine, della precarietà, dell’esigenza di essere
all’altezza di aspettative schiaccianti. A poco a poco ho imparato a riconoscere
i segnali e a gestire l’ansia anticipatoria. Oggi, non frequento più i pronto
soccorso, mi sposto lungo i corridoi laterali dei concerti, cerco il finestrino
in aereo. Ma soprattutto, mi consolo pensando che i miei gesti siano parte di
una grammatica comune, quella di chi si muove nell’incertezza cronica di uno
contesto che promette sempre meno.
Bisognerebbe, quindi, partire da quell’io che prova a farsi aria su un tram
affollato per arrivare a un noi che chiede condizioni di vita meno ansiogene:
lavori sostenibili, città che offrano tregua anche sotto stress, e soprattutto:
politiche che trattino la salute mentale come una responsabilità pubblica. Così
che non si tratti solo di prendere fiato, ma di costruire un mondo che permetta
a tutte e tutti di respirare.
L'articolo Breve storia dell’attacco di panico proviene da Il Tascabile.
L’ Organizzazione mondiale della sanità definisce il concetto di salute come
“uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non semplicemente
assenza di malattia o infermità”. Una definizione che inizia a risultare
problematica, in un mondo in cui i concetti di benessere e salute sono sempre
meno sovrapponibili. Se nell’immaginario collettivo, infatti, per “salute” si
indica l’assenza di una malattia con terminologia e nosografia specifici, il
termine “benessere” si configura invece come una condizione dai contorni meno
definibili, che apre alla prospettiva di un miglioramento illimitato e
suggerisce l’idea, come ha scritto Marcia Angell nel saggio The truth about the
drug companies (2005), che esistano “due soli tipi di persone: quelle che
soffrono di patologie che richiedono una cura farmacologica e quelle che ancora
non sono consapevoli di soffrirne”.
Tutto ciò sta comportando un allargamento del ventaglio dei possibili fastidi da
riclassificare come malattie e, dunque, anche dei corrispettivi rimedi. A
cornice di una società sempre più medicalizzata, che mette a disposizione di un
crescente numero di persone farmaci per ogni esigenza, più che una promessa di
cura, questi rimedi finiscono per tradursi nel disincanto di un miglioramento a
tempo per malesseri sempre nuovi e che richiedono nuove cure. Come scrivono Aldo
Bonomi ed Eugenio Borgna in Elogio della depressione (2015), “è difficile non
sentirsi cronicamente in stato di malattia a bassa intensità e spinti alla
continua ricerca di dispositivi per la riduzione dell’incertezza dal rischio di
inadeguatezza del proprio stato di salute”.
Il rischio più immediato, come vedremo, è quello di cadere in un eccesso di
prescrizione, con alcune fasce di popolazione più esposte di altre. Non è un
caso che l’aumento di prescrizioni di medicinali negli ultimi anni riguardi
soprattutto patologie psicosociali, spesso cadenzate da tappe fisiologiche
dell’esistenza umana. Si tratta del cosiddetto disease mongering (traducibile in
italiano come “mercificazione della malattia”), ossia la tendenza a trattare ciò
che non è nosograficamente riconosciuto come patologico (calvizie, menopausa,
adolescenza, gravidanza ecc.) come se in realtà lo fosse.
> L’aumento di prescrizioni di medicinali negli ultimi anni riguarda soprattutto
> patologie psicosociali, con una chiara tendenza a trattare ciò che non è
> riconosciuto come patologico come se in realtà lo fosse
Da una recente indagine dell’Eurispes è emerso che nell’ultimo anno quasi il 20%
degli italiani ha assunto ansiolitici o antidepressivi. Se è vero che l’uso di
questi psicofarmaci è più diffuso tra le donne (21,2%) rispetto agli uomini
(16,7%) e tende ad aumentare con l’età e il disagio sociale, specialmente tra le
persone di oltre 65 anni, è altrettanto vero che dopo l’epidemia da Covid-19 il
consumo da parte dei giovani ha registrato incrementi significativi, in
concomitanza con un aumento delle diagnosi di disturbi come ansia, depressione,
ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder) e disturbi del comportamento
alimentare. L’ultima Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle
tossicodipendenze in Italia ha evidenziato che circa 440.000 studenti (il 18%
del campione) hanno segnalato l’utilizzo, nel corso della loro vita, di almeno
una tipologia di psicofarmaci senza prescrizione medica (SPM). Un dato rilevante
è che tra le ragazze l’incidenza è doppia, e se si osservano i consumi di
benzodiazepine e anoressizzanti, le quote femminili diventano addirittura triple
rispetto a quelle dei coetanei maschi. È il bollettino di quella che ogni anno
di più assume i connotati di un’emergenza sociale: la forbice tra salute e
benessere non è mai stata così ampia, soprattutto in alcune fasce di
popolazione.
Psicofarmaci per il male di vivere
Si definiscono “psicofarmaci” quei medicinali che agiscono sulla regolazione dei
neurotrasmettitori del sistema nervoso centrale, ovvero sulla modulazione dei
segnali chimici con cui i neuroni comunicano tra di loro, inducendo cambiamenti
a livello di umore, pensiero e comportamento. Le benzodiazepine, gli
antidepressivi e gli antipsicotici risultano tra i più prescritti, questo
nonostante dal 2008 a oggi la prevalenza di sintomi depressivi in Italia si sia
in realtà ridotta. Un discorso diverso vale però per le donne e i giovani di età
compresa fra i 18 e i 34 anni, in questo caso il trend negli ultimi anni è
addirittura in aumento.
> In Italia 1 giovane su 5 conferma di aver fatto uso di psicofarmaci. Tra le
> femmine l’incidenza è doppia, e se si osservano i consumi di benzodiazepine e
> anoressizzanti, diventa addirittura tripla.
Questi dati sembrano suggerire la diffusione di un malessere profondo che
colpisce la società tutta, ma in particolar modo le fasce di popolazione dalla
personalità ancora poco strutturata come adolescenti e giovanissimi. Questa
condizione spesso trae la sua origine da vissuti complessi, che vanno dalle
problematiche relazionali, a quelle economiche, occupazionali e abitative.
Parliamo di una sofferenza che non può essere assegnata frettolosamente all’area
della depressione psicotica, ma che andrebbe piuttosto ricondotta ad altre forme
depressive quali quelle esistenziali, motivate o reattive risultanti da
situazioni traumatiche. La depressione esistenziale, non essendo causata da
inneschi fisici o da traumi psichici pregressi, può essere considerata più
vicina alla tristezza o al “male di vivere” che a una patologia nella sua
accezione più comune. La depressione motivata o reattiva è invece un disturbo
dell’umore, che mostra un ampio spettro di effetti, da un’amarezza sconsolata
alla vera e propria disperazione, solitamente legata a un evento traumatico o
stressante, e può dunque essere vista anche come un naturale tentativo della
mente di adattarsi ed elaborare quanto vissuto (ad esempio la perdita di una
persona cara, o la rottura di una relazione amorosa).
“Sono, queste ultime, le depressioni che oggi dilagano sulla scia di molteplici
cause psicologiche e sociali, e che si costituiscono come forme di sofferenza
psichica che fanno parte della normalità, e, quando ne escono, non se ne
allontanano nella loro fenomenologia”, scrivono Bonomi e Borgna: “La
depressione-malattia è qualitativamente diversa dalle depressioni esistenziali e
motivate, e nondimeno in queste e in quella riemergono comuni sorgenti di
sensibilità e di fragilità, di dignità umana e di gentilezza, che è necessario
riconoscere e rispettare nei loro bagliori, e che meno facilmente si osservano
nella nostra vita quotidiana: nella vita normale”. Il fatto che le depressioni
reattive ed esistenziali vengano sempre più spesso trattate come depressioni
patologiche non è imputabile unicamente a errori di valutazione professionali o
a un trend sociale figlio dei tempi, c’è anche in gioco una strategia
commerciale a lungo termine.
Si potrebbe sempre stare meglio
Il sociologo polacco Zygmunt Bauman nel suo libro Cose che abbiamo in comune. 44
lettere dal mondo liquido (2012; ed. or. 2010) ricorda quanto dichiarato dal
direttore di produzione Barry Brand a proposito della paroxetina: “il sogno di
ogni operatore di marketing è quello di trovare un mercato non ancora
identificato o conosciuto, e di svilupparlo. Con il disturbo da ansia sociale
siamo riusciti a fare esattamente questo”. La società odierna sta osservando una
crescente precarizzazione della vita privata e pubblica, in particolare delle
fasce di popolazione più vulnerabili come anziani, donne e giovani: affrontare
questa condizione richiederebbe un’attenzione e una formazione
socio-psico-culturale più articolata e strategie di intervento più complesse
della semplice prescrizione di un farmaco.
> Il fatto che le depressioni reattive ed esistenziali vengano sempre più spesso
> trattate come depressioni patologiche non è imputabile unicamente a errori di
> valutazione professionali, c’è anche in gioco una strategia commerciale.
Il punto è che le forme di cura non farmacologiche, quali la psicoterapia o la
mindfulness, spesso risultano molto più dispendiose di una confezione di
pillole. Come dimostrano i dati, però, è altrettanto vero che questa spesa si
riduce solo nel breve periodo. Secondo il Rapporto 2023 dell’Osservatorio
nazionale sull’impiego dei medicinali (OsMed), in Italia i farmaci del sistema
nervoso centrale, infatti, si posizionano al quarto posto in termini di consumi
(97,8 dosi giornaliere per 1.000 abitanti) e al sesto in termini di spesa
farmaceutica pubblica complessiva (2.061 milioni di euro). I dati rivelano
inoltre che in Italia ogni anno vengano venduti 49 milioni di confezioni di
farmaci per la cura della depressione e della stabilizzazione dell’umore, con un
costo complessivo di 525 milioni di euro. Ancora una volta, sono soprattutto le
fasce più giovani quelle dove si registrano aumenti delle vendite, pari a circa
il 10% in un anno.
Tra i consumatori che versano in condizioni di discreta salute ma sono comunque
sospinti verso un’amplificazione del benessere, infatti, gli psicofarmaci che
fanno registrare fenomeni di abuso più significativi sono le benzodiazepine. Ma
c’è una tipologia di consumatori che risulta particolarmente esposta, a
prescindere dall’età, ed è quella femminile. Basti pensare che in Italia, stando
agli ultimi dati OsMed, il 67% delle donne ha ricevuto almeno una prescrizione
contro il 58% degli uomini.
Il target femminile
La storia della pubblicità ci mostra che è almeno dagli anni Quaranta che le
donne sono considerate target market e testimonial d’elezione per medicinali
soggetti a prescrizione e psicofarmaci.
> I dati mostrano che alle donne vengono diagnosticati più spesso disturbi e
> prescritti più facilmente farmaci, il che è indice lampante di una eccessiva
> medicalizzazione della salute mentale femminile.
Nella società degli anni Settanta il concetto di ansia cominciò ad attecchire
ben oltre il contesto della medicina, e le persone si ritrovarono a fronteggiare
pressioni familiari, sociali e lavorative sempre più ansiogene. In loro soccorso
accorse un nuovo prodotto noto con il nome di Valium (il principio attivo è il
diazepam, una benzodiazepina). Nel 1987 venne introdotto un farmaco di maggior
appeal, il Prozac (fluoxetina), ribattezzato “pillola della felicità” e
prescritto ben al di fuori del contesto psicoterapeutico. Subito dopo,
arrivarono sul mercato gli inibitori selettivi del reuptake della serotonina
(SSRI, Selective Serotonin Reuptake Inhibitors), con una comunicazione che si
fece sempre più trasversale. In Italia rimaneva il divieto di pubblicità, ma di
Prozac ne scrissero i principali quotidiani, forse sottovalutando l’effetto che
una simile esposizione avrebbe avuto sui consumi.
I dati odierni ci dicono che alle donne, in Italia come altrove, vengono
diagnosticati più spesso disturbi e prescritti più facilmente farmaci, e diversi
studi dimostrano che questo scarto è un chiaro indice di una eccessiva
medicalizzazione della salute mentale femminile. Rimane però il fatto che ancora
si investe poco in strategie gender oriented, e rimane scarsa l’offerta di cura
in alternativa allo psicofarmaco per contrastare disagi strettamente legati alla
specifica fisiologia ed emotività femminile. Il benessere può essere mercificato
molto più facilmente della salute, non stupisce dunque che questa venga messa in
secondo piano; nelle donne, come nei giovani.
I giovani sono bersagli facili
Abbiamo visto come in Italia il mercato dei farmaci per la cura della
depressione e per la stabilizzazione dell’umore sia in crescita soprattutto
nelle fasce più giovani (25-34 anni). Non è un caso, probabilmente, che si
tratti anche della fascia demografica che trascorre più tempo on-line. Nel
processo di trasformazione del concetto di salute in un benessere perfezionabile
all’infinito, l’accesso alla rete ha un ruolo sempre più determinante e, per
contro, sempre meno riconoscibile. Secondo alcuni studi, la gestione di un sito,
la sponsorizzazione, il finanziamento di attività, i forum di discussione,
l’impatto del messaggio di un influencer sono solo alcune modalità utilizzate a
sostegno della medicalizzazione e dell’e-pharmacy, che in alcuni casi comporta
anche pericolose forme di normalizzazione (è il caso di anoressia e bulimia).
Per Bauman, questo processo di medicalizzazione non aiuta realisticamente a
contenere ansia, irrequietezza e depressione. Cerchiamo di compensare la paura
dell’insignificanza sociale, della fragilità delle relazioni, di non farcela di
fronte alle prove della vita, di essere considerati vite di scarto, con la
quantità delle connessioni che la rete ci consente di tracciare.
Paradossalmente, per il sociologo polacco, condividiamo una condizione di
vulnerabilità reciprocamente assicurata.
> Nel processo di trasformazione del concetto di salute in un benessere
> perfezionabile all’infinito, l’accesso alla rete ha un ruolo sempre più
> determinante.
Se può essere utile che un personaggio con un numero di follower significativo
sposti l’attenzione su problematiche poco discusse, questo diventa pericoloso
quando nel fare ciò si arriva anche a formulare classifiche, attribuendo voti a
farmaci e psicofarmaci e dispensando consigli di assunzione. Una tendenza che,
peraltro, sembra emergere anche nei testi di musica rap e trap, dove
ansiolitici, antidepressivi, antipsicotici vengono frequentemente richiamati,
osannati, promossi anche per calmare, rilassare, offrire un’alternativa
all’agonia e alla tristezza esistenziale. Se una volta le “pasticche” raccontate
nella musica servivano alla ricerca dell’illuminazione, o dell’amplificazione
degli stati di coscienza, oggi sembra che l’obiettivo sia la regolazione
istantanea delle emozioni spiacevoli, l’attenuazione, il restringimento sino
alla completa sottrazione del sentire profondo, della possibilità stessa di
avvicinarsi ai propri nuclei dolorosi come a quelli altrui.
Non c’è il tempo per l’ascolto del dolore. Che sia fisico o esistenziale, va
estirpato e alla svelta. Poco importa quale sia realmente la sua origine e
quanto continuerà ad agire nella vita della persona non essendo mai stato
realmente visto, interpretato, razionalizzato, rielaborato. Ci penserà un
farmaco a farlo tacere. Sul medio e lungo termine, però, lo scarto tra benessere
e salute non potrà che manifestarsi, con conseguenze potenzialmente drammatiche.
Come suggerisce Elsa Morante in La Storia: “i conforti chimici si comportano
come certe lampadine elettriche in uso negli alberghi: le quali sono regolate
per durare accese giusto il tempo di salire la scala dal pianterreno al piano di
sopra. Ma succede a volte che si spengono a metà scala, e uno si trova là come
un balordo, che annaspa allo scuro”.
L'articolo Benessere su prescrizione proviene da Il Tascabile.
Q ualche anno fa ho scoperto che il mio bisnonno morì dopo un lungo ricovero, o
meglio dopo una lunghissima reclusione, presso l’istituto psichiatrico di
Cogoleto, all’epoca (gli anni Quaranta del secolo scorso) ancora manicomio sotto
il diretto controllo del ministero degli Interni e non della Sanità. Questa
storia mi ha ossessionato talmente tanto da avermi fatto entrare in possesso
della sua cartella clinica vecchia di più di ottant’anni nella quale sono
contenute tutte le informazioni sul suo ricovero, le lettere della moglie,
quelle di un suo caro amico, tanta burocrazia (eravamo in pieno regime
fascista), appunti medici oggi privi di ogni logica, considerazioni del
direttore dell’istituto, infine il telegramma con cui, dopo anni di
internamento, ne comunicavano il decesso in modo freddo e sbrigativo.
Rimettendo assieme i pezzi di quel puzzle ho scoperto che si trattò di una
storia di immigrazione finita male, come ne sono accadute tante, come ne
accadono anche oggi. Era andato a lavorare a Genova lasciando moglie e tre figli
piccoli a cinquecento chilometri di distanza, ebbe un grave incidente sul lavoro
e non venne mai pagato per l’infortunio né tanto meno per il lavoro svolto fino
a quel momento, decise di restare a Genova pur nell’indigenza per la paura di
non ricevere il dovuto, tutto ciò recandosi a protestare più e più volte al
cantiere fino a quando, non potendolo arrestare, lo fecero internare in
manicomio. Una volta lì, tra contenzione, botte, continue privazioni durate anni
probabilmente un po’ “matto” lo divenne davvero.
Dagli anni Quaranta del Novecento ai Venti del nostro secolo, le cose non sono
cambiate tanto. Il 28 novembre 2021 Wissem Abdel Latif, un ragazzo tunisino di
ventisei anni, muore a Roma nel corridoio dell’ospedale San Camillo dopo essere
stato lasciato per più di novanta ore legato a un letto, imbottito di
psicofarmaci e senza alcuna assistenza. Era in Italia da meno di un mese e
questo non era ciò che si aspettava di trovarci.
Quella di Wissem è una delle storie che Gianpaolo Contestabile ci racconta nel
suo Psicologia della resistenza. Di salute mentale, cambiamento e lotta (2024)
e lo fa ricostruendola nei minimi dettagli e passaggi, descrivendo quella che
lui stesso definisce come normalità: “la violenza estrema che ha subito Wissem
non è un errore, non è un incidente né un caso isolato ma è la normalità di un
sistema concentrazionario, razzista e autoritario nato con lo scopo di annullare
i diritti e la vita stessa delle persone in viaggio dai paesi più poveri.” Come
lo stesso autore ci dice, questa storia è esemplare perché presenta tutta la
catena delle istituzioni oppressive: dal ministero dell’Interno ai Servizi
psichiatrici di diagnosi e cura, dalla guardia costiera agli psicologi dei CPR
(Centri di Permanenza e Rimpatrio).
> La storia di Wissem Abdel Latif presenta tutta la catena delle istituzioni
> oppressive: dal ministero dell’Interno ai Servizi psichiatrici di diagnosi e
> cura, dalla guardia costiera agli psicologi dei CPR.
Per strada mi capita sempre più spesso di trovare gettati in terra blister di
alluminio vuoti, li rigiro con un colpetto di piede e la più parte delle volte
su quello sfondo argentato campeggia la scritta Rivotril. Si tratta di un
farmaco generalmente prescritto per l’epilessia.
È una benzodiazepina ma, nonostante questo accada con tante altre molecole della
stessa classe farmaceutica, è inusuale e non indicato per trattare problemi
psichiatrici e disturbi legati all’ansia. Il suo utilizzo medico è autorizzato
per il trattamento e la prevenzione di crisi epilettiche, da solo o in
associazione con altri farmaci qualora non bastasse e un altro suo utilizzo
off-label sfrutta le forti capacità miorilassanti (quasi al limite della
controindicazione) per patologie muscoloscheletriche gravi che non rispondono ad
altri trattamenti.
I miei incontri con i blister vuoti di Rivotril che trovo a terra aumentano di
intensità ogni volta che mi avvicino a zone in cui ci sono persone indigenti,
spesso extracomunitarie, costrette a vivere in strada. Mi sono chiesto quando
una molecola prima così poco nota nel mercato nero delle sostanze sia diventata
tanto conosciuta (a volte accade per coincidenza, altre per moda, a volte perché
citata in una canzone), ma in questo caso particolare la vedo ben presente e
diffusa solo in una certa fascia di popolazione. Leggendo il libro di
Contestabile ho trovato una risposta a questa mia domanda, venendo a conoscenza
del suo utilizzo, fatto con molta leggerezza e facilità di prescrizione, nei CPR
per ammansire fino a rendere quasi zombie privi di volontà le persone che vi
vengono recluse; la stessa facilità e le stesse ragioni con cui questa molecola
viene utilizzata anche nelle carceri italiane. È in questi luoghi di detenzione
e punizione che una certa fascia della popolazione è entrata in contatto con il
Rivotril e ha imparato a usarlo per non percepire più la propria insopportabile
esistenza.
Contestabile struttura il suo saggio in quattro blocchi suddivisi in capitoli:
il primo blocco è Della salute, il secondo Dello sfruttamento, il terzo Della
catastrofe, il quarto Della resistenza. Poi ci sono altri due grandi blocchi
contrapposti diffusi lungo tutto il testo: leggendolo andremo a ripercorrere la
storia e le storie che hanno fatto la psicanalisi occidentale – con degli
affondi molto belli sulla natura borghese della pratica psicoanalitica, sia
parlandoci di chi può permettersi di accedere a un percorso terapeutico, sia con
il racconto, spesso poco trattato, di un percorso di studi e di formazione che
non tutti possono permettersi, essendo molto lungo, dispendioso, costellato di
tirocini non retribuiti e di scuole private care e quasi sempre localizzate in
grandi città, con tutte le spese che comporta il viverci tra affitti alti e il
maggiore costo della vita rispetto alla provincia.
> Contestabile si augura una riconciliazione della frattura tra Freud e Marx e
> la sua ricetta per farlo passa dal riconoscimento del processo dialettico tra
> il nostro inconscio e la cultura.
Queste storie “occidentali” vengono poi paragonate con la storia dello sviluppo,
su una retta parallela, della psicologia nei Paesi socialisti: scrive
Contestabile che “il socialismo è stato l’habitat ideale per dare vita a una
nuova psicologia capace di liberarsi dai confini dell’individuo e capire la
connessione tra cultura, storia, corteccia cerebrale, coscienza, ambiente e
personalità”. Riconoscendo ovviamente le storture nate durante il regime
stalinista ‒ in cui tutto ciò che veniva da Occidente (in questo caso tutta la
pratica psicoanalitica sviluppatasi fino a quel momento) era visto come agente
della controrivoluzione e quindi inammissibile, dando vita a una dottrina
meccanicista che escludeva l’individuo ‒, Contestabile si augura una
riconciliazione della frattura tra Freud e Marx e la sua ricetta per farlo passa
dal riconoscimento del processo dialettico tra il nostro inconscio e la cultura,
alle modificazioni delle nostre reti neurali in funzione dell’ambiente, a come i
nostri disturbi mentali trasformano la società e le politiche economiche.
Ma non è un libro di storia della psicoanalisi, è una riflessione molto attenta
e puntuale sulle politiche della salute mentale, su come la psicoanalisi presti
il fianco al capitalismo e su come noi, e per noi qui si intende la comunità non
il singolo, possiamo (e dobbiamo) riappropriarcene per il benessere collettivo.
È un libro che ci parla di cura collettiva, delle varie pratiche di resistenza
sviluppatesi in contesti diversi, in cui il comune denominatore è sempre
l’oppressione esercitata dal sistema capitalista, dei paradossi che si generano
anche quando ci sono buone intenzioni (la grande ondata del rinascimento
psichedelico con la messa in pericolo delle piante maestre nei loro habitat
originali per esempio).
E qui apprendiamo che la salute mentale non può essere attribuita alle scelte
del singolo, non può passare dal tè verde biologico che beviamo al mattino,
dallo yoga fatto nel salotto di casa (se ne abbiamo uno), dalle pratiche di
meditazione: non può essere demandata all’individuo. Veniamo messi in guardia
dal pericolo di far diventare i disastri globali dei problemi personali da
affrontare in solitudine o peggio ancora da curare con la reclusione e i
farmaci.
Ci presenta il pensiero di menti illuminate nel campo: Ignacio Martín-Baró,
padre della psicologia della liberazione (quanto è bella l’idea della teologia
della liberazione per cui il regno dei cieli non deve essere una ricompensa
nell’aldilà ma va preteso ora?), Franco Basaglia, colui che fece la più
importante rivoluzione sociale mai avvenuta nel nostro Paese; ricostruisce la
storia personale di Che Guevara per introdurci alla rivoluzione e al bene
collettivo, ci fa conoscere la potenza del pensiero di Frantz Fanon per
l’autodeterminazione dei popoli oppressi, Mark Fisher e il realismo capitalista.
> È un libro che ci parla di pratiche di resistenza sviluppatesi in contesti
> diversi in cui il comune denominatore è sempre l’oppressione esercitata dal
> sistema capitalista, e dei paradossi che si generano anche quando ci sono
> buone intenzioni.
Contestabile lo fa con una capacità di divulgazione invidiabile, e se non
bastasse, per rendere il tutto più fruibile, ci sono analisi di film, serie TV e
anime inerenti i temi trattati, riletti in chiave psicoanalitica, probabilmente
la chiave di lettura più utilizzata per il cinema ma non per questo meno utile
allo scopo dell’autore: divulgare, fare conoscere, spiegarci le cose con un
linguaggio che ci accompagna tenendoci per mano lungo il percorso, anche
attraverso elementi della cultura pop quando necessario.
Avrà anche dei difetti questo volume? Sì, quello che spesso hanno i testi che
trattano certi temi: sono libri che parlano a persone che hanno già una certa
idea di società e questo è un peccato perché così si depotenzia il loro effetto
sulla realtà. È difficile che qualcuno entri in libreria e acquisti questo libro
se non ha già la stessa visione dell’autore: la copertina con un’immagine che
tanto ricorda l’estetica usata spesso anche nella comunicazione delle
manifestazioni e i colori rosso/nero dell’anarchia, tutto chiama a sé un certo
tipo di lettore, lasciando fuori dal dibattito coloro sui quali potrebbe e
dovrebbe essere davvero illuminante. Il mio augurio è che venga adottato come
libro di testo in qualche corso universitario, o perché no, anche consigliato da
qualche bravo professore a scuola.
In chiusura l’autore tesse una proposta ricongiungendo tutti i fili dei discorsi
fatti nei capitoli precedenti e tutto ritorna perfettamente, tutto ci porta a
una conclusione indiscutibile: “La resistenza è terapeutica”.
L'articolo Psicologia della resistenza di Gianpaolo Contestabile proviene da Il
Tascabile.
Sono passati alcuni giorni da una delle notti più attese dell’anno, quella degli
Oscar, eppure non si fa che parlare d’altro. Ma che avete capito! Ovviamente i
film sono ormai quasi un contorno: è del corpo delle donne che si parla. Il
breve e fugace periodo della body positivity ha lasciato infatti spazio
all’irrefrenabile giudizio della crudele “massa”. Ma facciamo un passo indietro
Durante la cerimonia degli Oscar ma non solo, celebrità come Ariana Grande e
Selena Gomez sono state di recente (e non solo) al centro dell’attenzione
mediatica non per i loro successi professionali, ma per le discussioni
riguardanti il loro aspetto fisico. Il vero problema non è solo il fatto che si
discuta del corpo di una persona, ma anche che, nella quasi totalità dei casi,
quella persona sia di genere femminile. Il giudizio sui corpi infatti, agli
Oscar e non solo, si rivolge quasi esclusivamente verso le donne.
> Quante volte abbiamo letto articoli di giornali scandalistici interamente
> dedicati all’aspetto di un uomo?
Ce ne sono, ovviamente, ma in quantità decisamente minore. Questo fenomeno mette
in luce una problematica profonda, quella della “diet culture”, che speravamo di
esserci lasciati alle spalle negli anni 2000.
Ariana Grande alla cerimonia degli Oscar 2025
LEGGI ANCHE – Perché la soluzione alla prova costume non è amarsi ma liberarsi
ARIANA GRANDE E SELENA GOMEZ, DUE CASI CONCRETI
Durante la cerimonia degli Oscar 2025, l’apparizione di Ariana Grande sul red
carpet ha suscitato numerosi commenti riguardanti la sua silhouette. Molti fan
hanno espresso preoccupazione per la sua magrezza, con alcuni che hanno
ipotizzato l’uso di farmaci per la perdita di peso come l’Ozempic. Tali
speculazioni evidenziano come l’industria dell’intrattenimento alimenti troppo
spesso discussioni pubbliche assolutamente non necessarie e malsane.
Sorte molto simile è capitata a Selena Gomez, che è stata oggetto di commenti
sul suo peso dopo la sua partecipazione alla cerimonia degli Oscar. Alcuni
utenti online hanno criticato la sua figura, insinuando l’uso di farmaci per la
perdita di (cito testualmente), “massa grassa”. In risposta, l’ex fidanzato
Taylor Lautner ha sottolineato l’importanza di concentrarsi sulla bellezza
interiore piuttosto che sull’aspetto esteriore. Lautner ha condiviso sulle sue
Instagram Stories alcune immagini virali che confrontavano l’aspetto di Gomez
tra il 2024 e il 2025, condannando i troll che sostenevano che fosse dimagrita
in modo innaturale. “È un mondo crudele e pieno di odio”, ha scritto Lautner.
“Non si può mai accontentare tutti, né si dovrebbe farlo. Nella mia esperienza,
questo non rende le parole meno pungenti, ma ti fa solo concentrare su ciò che
conta”. Inoltre, Selena Gomez ha subìto in passato un’importante operazione in
quanto affetta dalla malattia Lupus, che negli anni ha contribuito all’aumento
di peso, motivo per cui era stata precedentemente criticata.
> Non va bene ingrassare e non va bene dimagrire, quindi cosa bisogna fare?
> Forse provare a ignorare l’odio e comportarsi come se fosse solo un
> sottofondo, ma non è affatto semplice. I giudizi possono essere infatti
> pericolosi
Selena Gomez agli Oscar
LA DIET CULTURE E GLI STEREOTIPI DI BELLEZZA FEMMINILE
La citata “diet culture” fa riferimento a un sistema sociale che glorifica la
magrezza e promuove pratiche alimentari restrittive e la perdita di peso come
indicatori di salute, bellezza e virtù morale. Questo fenomeno è perpetuato da
industrie come quelle della dieta, del fitness e della bellezza, e ha radici
profonde nella storia. Ad esempio, nel XX secolo, sono emerse diete come la
“Fletcherism”, che consigliava di masticare il cibo 100 volte, e la “Lucky
Diet”, che promuoveva le sigarette al posto del cibo per placare l’appetito.
Questa cultura ha portato a una fissazione sulla magrezza femminile, non tanto
come ossessione per la bellezza, ma come forma di controllo sociale. Come
afferma Naomi Wolf: “Una cultura fissata sulla magrezza femminile non è
un’ossessione per la bellezza femminile, ma un’ossessione per l’obbedienza
femminile. La dieta è il più potente sedativo politico nella storia. Una
popolazione tranquillamente folle è una popolazione docile”.
L’IMPATTO DELLA DIET CULTURE
La pressione esercitata dalla “diet culture” può portare a insoddisfazione
corporea, bassa autostima e problemi di salute mentale e fisica, arrivando in
alcuni casi alla depressione e al suicidio. Le donne, in particolare, sono
costantemente socializzate a conformarsi a standard di bellezza irrealistici, il
che induce a comportamenti alimentari disordinati e a una percezione negativa
del proprio corpo.
Rimane sempre più fondamentale riconoscere e sfidare queste norme sociali per
promuovere una visione più inclusiva e sana della bellezza, che valorizzi la
diversità dei corpi e metta in primo piano il benessere individuale rispetto
agli standard estetici imposti dalla società. Le persone parleranno sempre e
comunque, siamo noi a dover scegliere di ascoltare solo ciò che ci fa bene. In
ogni caso, quando la pressione è troppa, ricordiamoci sempre di tutelarci e di
affidarci ad unə specialista della salute mentale e fisica.
The post Oscar 2025: se il giudizio sui corpi femminili rimane ancora il fulcro
dell’attenzione mediatica appeared first on The Wom.
N el quadro diagnostico della psichiatria contemporanea, il disturbo borderline
è classificato tra le patologie mentali che vengono chiamate “disturbi di
personalità”. Più che di “disturbi” sarebbe però corretto parlare di “tipi” o di
“modelli” di personalità: niente è più vago di qualsiasi cosa si intenda, tanto
in psichiatria quanto nel linguaggio ordinario, con l’aggettivo “normale”. Ad
ogni modo, il manuale di riferimento per formulare le diagnosi psichiatriche, il
DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental disorders), di cui è stata
pubblicata nel 2022 la revisione alla quinta edizione, mira alla correzione dei
vari tipi di personalità chiamati disturbi, indirizzandoli verso quella mediana
che si suppone essere la normalità. I disturbi di personalità – come il disturbo
borderline (o BPD, Borderline Personality Disorder) – sono quei modelli di
comportamento considerati disadattativi. Il BPD si trova in un sottogruppo di
quest’area, chiamato nel DSM-V cluster B, tra i disturbi di personalità
“emotivi” o “drammatici”. I pazienti che ricevono una diagnosi di BPD esibiscono
sintomi ricollegabili a una profonda sofferenza psichica: spesso portano al
terapeuta il vissuto di una grande instabilità relazionale, comportamenti
descritti come “marcatamente impulsivi”, tra i quali appaiono spesso
ipersessualità e comportamenti genericamente autolesivi – dalla
tossicodipendenza ai disturbi del comportamento alimentare, fino
all’autolesionismo vero e proprio e ai comportamenti suicidari. Tra i pazienti
che ricevono questo tipo di diagnosi, il 75% sono donne.
Sulle dinamiche sociali e di genere che contribuiscono alla diagnosi di disturbo
di personalità borderline riflette in prospettiva critica Pietro Barbetta –
professore ordinario di psicologia clinica all’Università di Bergamo e
presidente dell’International School of Systemic Therapy ‒ nel suo saggio Una
tomba per Antigone. Clinica del delirio borderline (2024): “Quando si tratta di
curare le pazienti borderline, si vede operare una vulgata moralista che viene
spacciata per psicologia, ma che psicologia non è”, spiega.
Nella lettura proposta da Barbetta, la condanna e il sacrificio di Antigone si
prestano a un’analogia con la condanna subita dalle giovani donne che ricevono
una diagnosi di disturbo borderline da parte della psichiatria contemporanea.
Nel suo saggio, utilizzando l’Antigone di Sofocle come un personaggio
concettuale alla maniera dell’uso fatto di Antonin Artaud da parte di Gilles
Deleuze e Félix Guattari in Capitalisme et schizophrénie (1° vol., 1972),
Barbetta propone una lettura critica della condizione della donna e della
condanna del “femminino” nella società contemporanea.
Come ha mostrato Franco Basaglia (e ancora oggi le cose non sono cambiate), la
diagnosi psichiatrica è spesso ammantata di un moralismo, che, spiega Barbetta
raccontando la genesi del suo libro, “prescrive la malattia senza avere
l’accoglienza che dovrebbe avere la cura. I pazienti con questo tipo di delirio,
che è completamente diverso dal delirio della schizofrenia (un delirio di
ideazione), vengono ricoverati nei reparti psichiatrici, e molto spesso
abbandonati a sé stessi: lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Anche chi cerca
la cura trova spesso terapeuti infastiditi: la vulgata dice che le pazienti
‘border’ sono pesanti, oppositive, antipatiche. Mettono alla prova anche il
terapeuta, che rischia di diventare responsabile di un’ennesima violenza”.
L’ipotesi clinica più accreditata sulle cause del disturbo borderline di
personalità rimanda a traumi subiti nella prima infanzia: abusi sessuali,
abbandono, un grande lutto.
> Tra i pazienti che ricevono la diagnosi di disturbo di personalità borderline,
> il 75% sono donne.
Quando Antigone appare sulla scena all’inizio della tragedia, sull’acropoli di
Tebe in Beozia, la città magica, è l’alba; la giovane lamenta con la sorella
Ismene le sciagure che perseguitano la loro famiglia, stirpe maledetta da Ares:
nella tragedia greca, la colpa ha ben poco a che fare con la sua
concettualizzazione contemporanea di tradizione giudaica e cristiana. Ricorda
piuttosto una malattia che si trasmette per via ereditaria. Antigone, dopo la
morte dei fratelli Eteocle e Polinice, annuncia che infrangerà la legge imposta
dallo zio Creonte, e che anche a costo della sua stessa vita darà degna
sepoltura al minore dei fratelli. Questo rifiuto la rende, per l’Hegel della
Fenomenologia dello spirito, immagine di quella che il filosofo di Jena chiama
legge divina, quella della famiglia e del femminile, contrapposta alla legge
umana, maschile, rappresentata invece dal divieto dello zio Creonte. “Ogni città
si regge tra questi tre mondi: quello superiore, quello terrestre e quello degli
abissi infernali; e la sua salvaguardia richiede sacrificio umano”, ha scritto
la filosofa spagnola María Zambrano. Il suo saggio La tomba di Antigone (1967)
è una delle maggiori influenze per il lavoro di ricerca di Barbetta.
La storia del teatro classico sorge su un passato di sacrifici rituali, messi in
atto per garantire l’equilibrio delle città e la pace con gli dèi: lo
raccontano, in forma mascherata, i miti più disparati; ne portano traccia le
opere di Eschilo, Sofocle, Euripide; lo rivela, secondo l’antropologo francese
René Girard, la morte di Cristo in croce, che “libera dai peccati e scioglie la
paura”. La stessa parola “tragico” non richiama altro che il termine greco
τράγος (tràgos), che significa capro, e che rimanda proprio al tema sacrificale.
La parabola dell’Antigone di Sofocle ne è il perfetto esempio, mettendo in scena
“la giovinetta sacrificata agli ‘inferi’ sui quali si erge la città”. Non è un
caso, dunque, che la stessa tragedia sofoclea mascheri e narri la storia di
un’uccisione di questo tipo, radicata in un’epoca arcaica in cui il sacrificio
umano rituale viene praticato nelle comunità, e in cui una giovane donna può
divenire un “bouc émissaire”, il capro espiatorio di cui Girard ha elaborato una
teoria nel suo saggio La Violence et le sacré (1972). Antigone, come Medea e
Ifigenia, per citare alcune delle eroine mitiche condannate a morte, viene
sacrificata per espiare le colpe di tutti. È infatti grazie alla sua morte che
si conclude non soltanto la vicenda della tragedia sofoclea, ma anche il ciclo
intero della famiglia dei Labdacidi, la cui discendenza si esaurisce con le
figlie di Edipo.
Lo psicoterapeuta si rifà, oltre che al testo di Zambrano, anche ad alcune delle
riletture più recenti e di matrice femminista dell’Antigone: Judith Butler, nel
saggio Antigone’s Claim (2002) riflette sulla figura dell’eroina sofoclea come
immagine della ribellione femminile allo statalismo; nella riflessione di Luce
Irigaray (filosofa, psicoanalista e femminista francese) Antigone rappresenta
invece la mediazione femminile che compie la trasformazione dal “fenomeno
naturale” all’“atto spirituale”, come ha scritto Viola Carofalo (2022):
> Il femminino, a cui mi riferisco quando scrivo del disturbo borderline, va
> distinto con attenzione dal femminile in senso stretto: non si può ridurre il
> femminino al corpo. E tuttavia, la riflessione di femministe come Irigaray e
> Julia Kristeva ci ha permesso di riportare dentro alla riflessione anche la
> dimensione del corpo, dell’accoglienza del corpo, e di interpretare in maniera
> simbolica il tema di questa predisposizione fisiologica all’accoglienza.
> Bisogna parlare di divenire-femminino, di pensiero femminino: il pensiero di
> Deleuze e Guattari, due uomini, rientra a pieno in questa dimensione; è il
> rizoma, è la risposta al divieto patriarcale, il rifiuto del fallocentrismo.
> L’operazione di queste femministe è quella che Sofocle mette in luce con
> Antigone, vale a dire il fatto di ribaltare questa dimensione del corpo e
> della cura – la different voice di cui scriveva la psicologa americana Carol
> Gilligan – a cui il patriarcato ha fatto violenza, che l’ha svalutata, e
> arrivare a considerarlo un vantaggio.
L’accoglienza di quella che per Irigaray e Kristeva è la differenza sessuale
rappresenta allora, nella storia del femminismo quanto in quella della
psicoanalisi, un definitivo punto di rottura: Irigaray stessa, in seguito alla
pubblicazione della sua tesi di dottorato intitolata Speculum. La fonction des
femmes dans le discours philosophique (Les Éditions de Minuit, 1974) perde le
mansioni di insegnamento all’Università di Vincennes e all’École Freudienne de
Paris, fondata da Jacques Lacan. Barbetta ricorda come la storia della
repressione del dissenso femminile sia anche, strettamente, storia della sua
medicalizzazione. “Si è passati da una considerazione morale del disturbo
mentale alla sua medicalizzazione. È quello che racconta Betty Friedan in The
Feminine Mystique (1963): nel secondo dopoguerra, centinaia di donne iniziano a
mostrare sintomi depressivi e si inizia a parlare di una malattia misteriosa, un
‘disease that has no name’. Quello che mette in mostra Friedan è che il problema
del disturbo mentale è sociale: la psichiatria oggi ha dimenticato che il
sintomo e il disturbo sono sempre in reazione e in relazione al contesto”.
> L’ipotesi clinica più accreditata sulle cause del disturbo borderline di
> personalità rimanda a traumi subiti nella prima infanzia: abusi sessuali,
> abbandono, un grande lutto.
Barbetta spiega come basti osservare la storia dei trattamenti sanitari a cui le
donne sono state sottoposte dagli psichiatri, per rilevare che “il tema
moralistico e repressivo è evidente. In età vittoriana, si pensava che la causa
dell’epilessia o dell’‘isteria’ fosse l’ipertrofia della clitoride, perciò si
praticavano le clitoridectomie. Veniva medicalizzato e considerato un sintomo di
disturbo mentale il fatto di manifestare un desiderio sessuale pari a quello
degli uomini. Nel Novecento lo spostamento è dalla clitoride al lobo frontale,
con la lobotomia, ma si tratta di movimenti minuscoli che mascherano un tema che
resta identico e che è la repressione e la gestione biopolitica del dissenso e
della disobbedienza femminili da parte del patriarcato. E la psichiatria si fa
carico di questa repressione”.
Rimosso, sanitarizzato, espunto dal discorso pubblico, questo tipo di dissenso
viene così messo a tacere. “Quello che chiamiamo delirio borderline si manifesta
come una protesta strettamente individuale, che manca di qualsiasi tipo di
rivendicazione politica. Altre forme di comportamenti parimenti autolesivi ‒ lo
sciopero della fame dei ribelli dell’IRA, l’operazione che ha fatto di recente
Alfredo Cospito contro il carcere duro ‒ negli Stati democratici non vengono
considerate psichiatriche, perché presentano anche questa dimensione di
rivendicazione politica”.
In un articolo dedicato alla tolleranza, il filosofo francese Paul Ricœur
(Lectures 1, Seuil 1991) riflette sulla nozione di “intollerabile”: la descrive
come un grido che si innalza davanti all’ingiustizia, urlo di protesta, di
rifiuto. Per il filosofo francese, questo grido viscerale e straziante esprime
un sentimento del tutto razionale ed etico, ed è interessante poter osservare
come la stessa indignazione venga depotenziata quando, con un’operazione
linguistica, viene chiamata “delirio”, partendo dall’assunto che una persona
sana non si disperi davanti all’orrore. “Il rifiuto delle pazienti borderline,
che è poi il rifiuto di Antigone, è il medesimo – vale a dire che è la medesima
protesta – di chi per ragioni politiche mette in atto uno sciopero della fame:
mi taglio, non mangio, perché mi rifiuto, perché l’ingiustizia che ho subito (e
che spesso continuo a subire, anche da parte del clinico, dello psichiatra) mi
disgusta”.
“Il tema poi è anche un altro – conclude Barbetta – quello di ipotizzare che
esista una ‘persona sana’. Chi è davvero sano? I nostri corpi sono abitati dai
virus, l’equilibrio dei nostri corpi è quello di una convivenza con i parassiti,
e se questi non ci fossero saremmo morti. Quest’idea di sanità e di purezza non
è solo falsa, è dannosa: e con il termine sanità, penso all’espressione ‘salute
mentale’, si può giustificare qualsiasi tipo di cambiamento, di coartazione dei
corpi e delle menti delle persone. Il problema non è quello di negare la
diagnosi: la diagnosi esiste, ma esiste anche qualcos’altro, una disruption che
la precede, alla quale il disturbo è la reazione. Se non ci occupiamo anche di
quella, continuiamo a seppellire le Antigoni senza aver dato loro ascolto”.
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