L’ ultimo libro di Enrico Terrinoni, Leggere libri non serve (2025) potrebbe
essere definito un libro etico, che intesse fra loro dei racconti “eretici”,
parlando di letteratura come forma di resistenza. Qualche giorno fa, al Firenze
Rivista, festival delle riviste e della piccola editoria indipendente, Vera
Gheno, linguista, saggista e, come Terrinoni, impegnata nella cosiddetta terza
missione (che molti accademici rifuggono, per usare un termine eufemistico), ha
utilizzato il termine “pruriginoso” in un talk a proposito del linguaggio
applicato al corpo delle donne (“Il corpo della donna come terreno di
battaglia”). Gheno ha riflettuto con le altre due interlocutrici sulla necessità
di uscire da schemi di pensiero binomiali, lasciare la logica strutturante alle
necessità espressive per abbracciare la complessità del mondo.
Potenzialmente pruriginosa è anche la parola etica. Stuzzica e prude la nostra
coscienza, sollecitando dei quesiti e delle associazioni lessicali importanti:
etica del lavoro, deontologica, etica di ascendenza aristotelica poi passata
sulla penna latina come morale, mos, moris. Sul sito dell’Accademia della Crusca
si può trovare una pagina dedicata a “disambiguare” i termini “etica” e
“morale”, che sono stretti fra loro da un cappio storico e filosofico, ma la cui
distinzione desta dubbi nei parlanti, chi maneggia e dà voce alla lingua
parlata. Senza scendere nei dettagli sfumati di questa distinzione, si potrebbe
dire, magari dando voce in realtà a una fenomenologia dei concetti pregiudicata
dall’uso, per cui non a priori, che etica suona meglio di morale nella
percezione del nostro orecchio linguistico-concettuale moderno, perché sulla
morale grava la pesante oscillazione del “giudizio di valore”.
Il saggio di Terrinoni parla di letteratura e libertà, di un’etica della
resistenza espressa adottando un metodo interpretativo e critico “quantistico”
(ne ha parlato di recente Alessandro Beretta su La Lettura), che è al centro
della sua precedente opera La letteratura come materia oscura (2024). Leggere
libri non serve è un saggio di questa nuova, provocatoria, specialmente sul
fronte accademico, proposta di lettura del testo letterario, e non a caso al
rapporto fra letteratura e scienza viene dedicato un post scriptum, versione
“amichevole” del classico epilogo. Il sottotitolo del libro, Sette brevi lezioni
di letteratura, stabilisce un dichiarato legame con il testo di Carlo Rovelli,
Sette brevi lezioni di fisica (2014).
> Il saggio di Terrinoni parla di letteratura e libertà, di un’etica della
> resistenza espressa adottando un metodo interpretativo e critico
> “quantistico”, che è al centro della sua precedente opera La letteratura come
> materia oscura.
Al polo cartografico opposto della postilla, nell’introduzione, Terrinoni
scrive: “mi sia consentito di dire che a volte, nella vita, dello sconforto
bisogna accettare l’inesorabilità […] sapersi confortati è spesso un’illusione
bella, ma inutile e disutile allo stesso tempo. Questo perché l’esistenza, nella
sua complessità, non è riducibile a formulette; e soprattutto, ci insegna
persino che ogni tanto agire o non agire può portare alle stesse conseguenze.
Fare e non fare, non è detto che producano risultati alternativi”. Questa
affermazione può sembrare paradossale, ma chiama in realtà in causa un’impasse
propria di questo momento storico, che ci invita urgentemente all’azione, ma
allo stesso tempo ci interroga sull’astensione dalla stessa. L’impasse non è
solo della coscienza individuale ma ha a che vedere piuttosto con una coscienza
collettiva.
Non è un caso se Terrinoni ci esorta più volte ad attendere, ad attraversare con
fiducia le parole che ha disposto sul testo, comunicandoci già, silenziosamente,
due dei puntelli che il suo lavoro intellettuale ci sta offrendo: da una parte,
l’abbandono temporaneo del raziocinio, di cui si parlerà più avanti, perché
“l’indagine, lo scavo, il tentativo di tuffarsi in questo ignoto, se viene fatto
a parole, e soprattutto attraverso strutture linguistiche che fanno tornare i
conti, diviene una menzogna costruita sulla originaria menzogna di volerci
davvero capire”; dall’altra un senso di collettività che è insieme un progetto,
civico, letterario e anche, per l’appunto, etico. Quest’ultima frase è
esattamente una struttura linguistica binomiale che non esaurisce la complessità
del testo di Terrinoni. Ecco quello che questo articolo proverà a fare:
“tuffarsi nell’ignoto” adoperando per necessità “strutture linguistiche che
fanno tornare i conti”.
Tornando brevemente sui passi del progetto collettivo, ci si potrebbe chiedere
perché sia anche etico, da ethos, che riguarda il costume, le abitudini in cui
viviamo. Terrinoni comunica senza spiegare pedissequamente, lasciando dei
silenzi parlanti che mettono in connessione i capitoli sparsi e apparentemente
irrelati ‒ quantici ‒ prendendoci per mano nell’introduzione, di cui si parlava
poco fa. “Non abbiate paura. Seguitemi. Fidiamoci gli uni degli altri” e “Va
bene: urge che mi spieghi” non sono esortativi vuoti, automatismi pluralizzanti
didascalici, ma sono la struttura profonda di un progetto intellettuale che
vuole ridare voce a una collettività corrosa come dalla bava di un Alien che noi
stessi abbiamo creato; potrebbero essere definiti dei “vocativi solidali”.
> Terrinoni comunica senza spiegare pedissequamente, lasciando dei silenzi
> parlanti che mettono in connessione i capitoli sparsi e apparentemente
> irrelati ‒ quantici ‒ prendendoci per mano nell’introduzione.
Sempre durante lo stesso talk in cui ha fatto ricorso al termine “pruriginoso”,
Gheno ha anche parlato della tendenza classificatoria del cervello umano,
facendo l’esempio degli schemi ad albero di Linneo, per dare voce a una
riflessione che è molto vicina a quella cui Terrinoni, a sua volta, dà voce: la
sistematizzazione e la tassonomia ci consentono di dare una forma ai pensieri,
ai concetti (così come la narrazione narra), ma se tale tendenza classificatoria
si inserisce nei concetti irregimentandoli, se li corrode della sua acida
sterilità e diventa forma mentis, tutto è perduto. L’inerzia delle strutture
linguistiche applicate alle possibilità del nostro essere nel mondo ci rende
rigidi (parla di un dilemma simile anche Giovanni Bottiroli nel testo La ragione
flessibile, 2013).
L’incontro fra le parole di Gheno e di Terrinoni è accaduto “quantisticamente”
nella mente di chi scrive questo articolo, che vorrebbe proseguire all’insegna
dello stesso “spirito” quantico-associativo per riflettere, a partire da Leggere
libri non serve, su cosa si intenda con incontro fra particelle che rimarranno
collegate fra loro per sempre, nella speranza di “profondere nei sentimenti”
della letteratura, secondo l’insegnamento di Bruno tanto caro a Terrinoni.
Tutto parte, forse, dall’assunto che una parola può stabilire una connessione
con un’altra detta in un luogo e in un contesto differente, lasciando una
“traccia”, accade così nella fisica e pure in letteratura, pur con le dovute
differenze: “Scienza e arte […] nascono da una istanza simile […]. Ma poi, da
una parte, nella scienza, interviene la logica, dall’altra nell’arte, interviene
un tipo di speculazione ancorata nell’inconscio […] una discordia concors”.
Proprio su questo tipo di scambio si basa il testo di Terrinoni, che nel post
scriptum dedicato al rapporto fra scienza e letteratura lancia un invito alla
collettività, in questo caso specialmente quella accademica, a non chiudersi in
specialismi stantii: “nessuno dovrebbe essere acclamato perché sa ben
rinchiudersi in degli steccati, ossia nei giardinetti della propria disciplina”.
> Nel post scriptum dedicato al rapporto fra scienza e letteratura Terrinoni
> lancia un invito alla collettività, in questo caso specialmente quella
> accademica, a non chiudersi in specialismi stantii.
Tornando un’ultima volta sui rami di Linneo e al dilemma fra “fare e non fare”
con cui si apre il saggio, ecco che Terrinoni, passando per il dilemma amletico,
affrontato in modo divagante-quantico attraverso una storia di epoca più o meno
confuciana, trae la seguente “morale della favola” sul dubbio operativo e di
senso fra “servire o non servire”, dilemma alla base del suo libro: “oscure […]
sono le dinamiche in grado di dirci se il nostro comportamento serva o meno. Chi
mai può asserire se tutti noi, nel modo in cui agiamo, in quello che facciamo,
serviamo davvero”. Continua poi scrivendo: “Se decliniamo il dilemma enucleato
(servire o non servire) non più nella sfera dell’azione […] ma in quella
dell’inazione come nel campo della scrittura – che è certo più pensiero che
azione – l’intrico si infittisce alquanto” e si chiede se sia “possibile
ipotizzare una preminenza nelle nostre vite di ciò che è invisibile, immaterico,
intangibile”? A cosa serve scrivere e leggere insomma, se il reale ci chiama ad
agire.
Quattro versi di T.S. Eliot, dalla poesia The Hollow Men (“Gli uomini vuoti”,
1925), potrebbero esprimere questo quesito in modo differenziale: “Between the
idea / and the reality / between the motion / and the act / falls the Shadow”,
dove l’ombra che cala fra idea e realtà, ma soprattutto fra “motion” e “act”, è
il nocciolo residuale alla base dello scarto fra “servire e non servire” di
“Leggere libri non serve” e del corrosivo corsivo con cui “non” è
provocatoriamente e silenziosamente riportato. “Se leggere libri non serve a
diventare potenti […] a cosa serve davvero?”, prosegue Terrinoni. A non essere
asserviti al diktat dell’azione, che è il termine con cui cominciano molti
partiti oscuri e fascisti, a pronunciare quel non serviam – “non servirò” – su
cui Beretta si sofferma nella sua recensione. È lo stesso diktat che dice “agli
studenti […] che devono perseguire un tipo di istruzione sempre più mirato a
trovare un impiego lavorativo, e anche il prima possibile”, sporcando di sangue
la coscienza etica della collettività dietro diciture edificanti come
“alternanza scuola-lavoro”.
A questo punto, ci si vuole porre una domanda quantisticamente, divagatoriamente
ispirata alla lezione interpretativa terrinoniana: cos’hanno a che vedere il
libro di Terrinoni e The Man in the High Castle di Philip Dick? Il romanzo di
Philip Dick The Man in the High Castle (1962) è tradotto in Italia con due
titoli diversi: La svastica sul sole (Fanucci) e L’uomo nell’alto castello
(Mondadori). In quest’ultima edizione l’introduzione è a cura di Emmanuel
Carrère, autore della biografia di Dick Io sono vivo, voi siete morti (1993).
Carrère parla dei principali riferimenti presenti nella mente di Dick prima
della stesura di The Man in the High Castle: l’I Ching. Il libro dei mutamenti
(edito in Italia da Adelphi) e il nazismo, destinati a incontrarsi lasciando una
“traccia” indelebile. Facendo un salto mortale nelle “connessioni inattese” e
nei “nessi radicali, eretici […] tra autori e autori, tra libri e libri, tra
libri e autori” con cui, scrive Terrinoni, “possiamo scoprire […] nuove forme di
resistenza”, si potrebbe paragonare il rapporto fra i testi di Dick e di
Terrinoni a quello apparentemente inesistente fra l’I Ching e il nazismo nella
mente di Dick.
L’uomo nell’alto castello è un’ucronia, ovvero un racconto ambientato in un
tempo mai esistito (da qui la differenza con Utopia, “in nessun luogo”, come
quella di Thomas More). Quasi tutti i personaggi di questa ucronia sono mossi e
smossi, in “motion” e “act”, in “servire e non servire”, da un libro dal titolo
biblico che circola illegalmente nei domini del Reich e nel territorio in mano
ai giapponesi, La cavalletta si trascinerà a stento, a sua volta un’ucronia che
descrive un mondo alternativo, una fantastoria dove la Seconda guerra mondiale è
stata vinta dalle potenze alleate e non da quelle dell’Asse, come è accaduto
invece nel romanzo di Dick. Uno dei protagonisti del romanzo di Dick, l’alto
funzionario giapponese Nobusuke Tagomi, parla del “dilemma dell’uomo
civilizzato: corpo mobilitato, ma pericolo oscuro”, che sembra richiamare, in un
gioco di echi differenziali, la shadow che cade fra “motion” e “act” e il
terrinoniano “immateriale inservibile” che sta fra “servire e non servire”,
“inutile/disutile” e “utile”. L’uomo cieco d’azione distrugge e devasta, con la
sua “scienza esatta persuasa allo sterminio”, cui fa riferimento Terrinoni con
delle piccole ed eloquenti note ‘pruriginose’ per la nostra coscienza collettiva
riguardanti l’attualità politica. I personaggi di Dick errano “nei luoghi per
trovare e intuire qualcosa”, quell’errare che Terrinoni trova alla radice
dell’atto del tradurre e che ha che vedere con lo “sprigionare l’impossibile”.
Nell’introduzione all’edizione Mondadori del romanzo di Dick, Carrère scrive che
nel 1982, anno della morte di Dick (coincidenza numerica che non passerebbe
inosservata a Terrinoni), sta lavorando su un saggio il cui titolo italiano è,
per l’appunto, Ucronia. Bisogna a questo punto premettere che Dick, come ci
riferisce Carrère, si è servito dell’I Ching per scrivere il suo romanzo, mentre
Carrère stesso se n’è servito per scrivere la biografia di Dick e consiglia a
chi legge The Man in the High Castle di cominciare a usarlo prima di iniziare la
lettura. Nel capitolo dedicato a Svevo, Terrinoni ci racconta che il fratello
minore di sua moglie aveva tradotto l’I Ching e la traduzione Adelphi è proprio
quella di Bruno Veneziani (e di A.G. Ferrara). Poco più avanti, ci parla di cosa
significhi per Svevo il termine coscienza: “un magma sconosciuto e forse
inconoscibile” il cui “scavo […] se viene fatto a parole, e soprattutto
attraverso strutture linguistiche che fanno tornare i conti, diviene una
menzogna costruita sulla originaria menzogna di volerci davvero capire”. Forse
il voler far “tornare i conti” di cui parla Terrinoni ha a che vedere con la
scollatura fra razionalismo e percettivismo, che ha proprio a che vedere con lo
spirito dell’I Ching. Da qui forse anche il parziale fallimento di alcune
terapie cognitive di parola, che falsano e coprono “il magma sconosciuto”.
Carrère, parallelamente, parla dell’ombra d’attesa che precede la scrittura di
Dick: “intuisce che alcune di quelle immagini [dell’I Ching], alcuni di quei
pensieri troveranno il loro posto nel libro, però occorre pazienza. Bisogna
lasciare che vadano alla deriva, dice il Tao, in balia della corrente”.
> I personaggi di Dick errano “nei luoghi per trovare e intuire qualcosa”,
> quell’errare che Terrinoni trova alla radice dell’atto del tradurre e che ha
> che vedere con lo “sprigionare l’impossibile”.
Anche il signor Tagomi ricorre all’I Ching, e così pure Juliana Frink,
protagonista femminile del romanzo, che intuisce che Hawthorne Abendsen se n’è
servito per scrivere La cavalletta si trascinerà a stento. “Bisogna lasciare che
vadano alla deriva, dice il Tao, in balia della corrente”. L’entanglement
richiede una spiegazione collettiva delle particelle, dice Terrinoni, e così
pure la letteratura che può essere decontestualizzata e ricontestualizzata a
fini liberatori, conoscitivi e quasi mistici per divenire esercizio di libertà
collettiva. Procediamo quindi con “l’errare”, “errando” fra i testi e i
contesti.
Sempre nella sua introduzione, Terrinoni scrive che “è nei libri che risiede
davvero la vita, non al di fuori”, passando in rassegna sette “vite
letteraturizzate”, per ricordare che la letteratura è vitalizzata dalla vita e
che la vita può essere rivitalizzata dalla letteratura, in un entanglement
infinito. Seguendo questa “onda” interpretativa, si può affermare che la lezione
terrinoniana consista nel ricordarci che la letteratura è una forma di
resistenza politica che si apre proprio nel margine buio da cui, come dal Tao,
esce la luce, al limitare fra servire e non servire.
Nel romanzo di Dick ci sono personaggi che non cambiano rotta grazie alla
lettura, come quegli stessi potenti di cui parla l’introduzione di Leggere libri
non serve, come l’ambasciatore americano del Reich, Hugo Reiss, che riflette sul
sorprendente “potere evocativo della finzione narrativa, perfino di quella
popolare e a buon mercato”, non stupendosi del fatto che “questo romanzo sia
proibito in tutto il Reich”. Ma la rigidità di pensiero, la sua inflessibilità,
è ormai talmente radicata nelle sue strutture mentali e linguistiche che la
tendenza classificatoria con cui questo articolo è cominciato non è un mezzo ma
una forma mentis del tutto impenetrabile al dubbio: “Reiss chiuse il libro e
restò seduto per un po’. Suo malgrado era sconvolto. Si sarebbe dovuta
esercitare più pressione sui giap, si disse, affinché quel maledetto libro fosse
eliminato”. Reiss esclude una “letteraturizzazione” della sua vita e delle sue
strutture di pensiero-parola e bandisce il libro dalla sua mente, dalla sua
coscienza: per questo i libri fanno paura, per questo “gli assassini temono i
poeti” come scrive Terrinoni, riportando le parole dello scrittore Chris Hedges
in memoria del poeta palestinese Refaat Alareer.
> La lezione terrinoniana consiste nel ricordarci che la letteratura è una forma
> di resistenza politica che si apre proprio nel margine buio da cui, come dal
> Tao, esce la luce, al limitare fra servire e non servire.
Per questo stesso motivo “la vita è nei libri e non fuori”, perché è un’ucronia
fuori dal reale possibile, il ruolo residuale della coscienza, e permette di
“surclassare il potere con l’uso dell’immaginazione” (che evoca il titolo di un
libro di Azar Nafisi, non casualmente intitolato La Repubblica
dell’immaginazione, 2014). La filosofia letteraria quantistica che Terrinoni ci
invita ad abbracciare è una forma di comparatistica mentale e letteraria che
sfida gli steccati imposti dagli specialismi accademici a fini liberatori, di
resistenza, facendosi una forma di attivismo e sciogliendo l’equivoco, molto
attuale, per cui scrivere e ragionare, riflettere, farsi colpire nei “sentimenti
e non nell’intelletto”, per usare le parole del cattivo Reiss la cui “scienza
esatta è persuasa allo sterminio”, è inteso come un togliere tempo all’azione.
Per ricordarsi sempre che fra l’azione e il movimento “falls a Shadow”; quella
stessa pausa che precede l’azione nel motto gramsciano “istruitevi, agitatevi,
organizzatevi”.
Il romanzo di Dick si interroga su un’alternativa virtuale errando sulle strade
della Storia, come fanno anche l’I Ching e in generale l’abbandono del
raziocinio di cui parla Terrinoni. Ci si potrebbe chiedere come mai Terrinoni
abbia scelto proprio i nove autori di cui ha parlato, al di là delle sottili,
quantiche e più o meno misteriose vie che li legano. La risposta si potrebbe
cercare nell’introduzione all’edizione Fanucci del romanzo di Dick, stavolta a
cura di Carlo Pagetti quando scrive:
> Dick ormai convinto di dover trasferire nella fantascienza la sua carica di
> scrittore sovversivo […] negli anni della conquista della luna non dà grande
> peso all’epopea del viaggio interplanetario, ma questo costituisce la prova
> lampante che il discorso narrativo segue intuizioni e invenzioni autonome
> rispetto alla linearità della cronaca e dei suoi resoconti più puntuali […].
> Solo i libri offrono la possibilità di guardare alla realtà con occhi nuovi
> per lacerare il velo dell’inganno che la propaganda politica e l’incapacità di
> ogni individuo di cercare dentro di sé risposte convincenti ai dilemmi
> dell’esistenza generano come un vapore esistenziale.
Questo è quello che mette in pratica la (non-)teoria critica di Terrinoni:
leggere con la lente dell’errare, spaziando fra autori che apparentemente non
hanno niente a che vedere fra di loro ma che sono quantisticamente (“gli
entanglement letterari proposti”), correlati non soltanto, certamente, nella
mente dello scrittore, ma anche più sottilmente dagli eventi, “dal leggere con
la lente dell’errare”, dalla storia variante, dal Tao, “dalla luce che esce
dall’oscurità”, dal loro essere eretici, dissenters verso qualcosa o qualcuno,
rimanendo a loro modo e in modi diversi ‘resistenti’. Il sottotitolo “Sette
brevi lezioni di letteratura” che sono anche sette vite “letteraturizzate” unite
da legami detti e non detti e dalla loro resistenza a non “far tornare i conti”,
è un invito a riconoscersi nell’ucronica coordinata letteraria coniata da
Terrinoni: “noi leggiamo libri per non servire, e non servire significa capire
altro per capire gli altri. Certo, anche per capire noi stessi, ma pure per non
capirci, se questo vuol dire cogliere quello che di noi non sappiamo ancora,
perché forse è situato al di fuori. La coordinata geografica della lettura
dovrebbe essere chiamata ‘altritudine’”.
L'articolo La morale della favola proviene da Il Tascabile.
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G iunge dicembre, e ogni categoria commerciale che si rispetti ha già dovuto
dare il massimo in termini di proposta. Non è da meno il mondo del libro, che
dopo tanti affanni sa che in questo periodo dovrà ritirare le sue reti e
raccogliere la gran parte del pescato annuale. L’ansia non è poca, e la
costellazione di esternazioni del mondo editoriale si riproduce già a partire
dalle settimane che precedono dicembre, ciascuna col malcelato intento di
generare qualche moto di vendita significativo nelle ore via via più disperate
che ci avvicinano al Natale. Non mancano, fra le dette esternazioni, quelle che
potremmo definire interventi ‘metaculturali’, ovvero interventi del mondo della
cultura che ragiona di sé stesso; questi vanno da riflessioni complessive sullo
stato dell’arte a interventi di denuncia sui social in un certo senso
aspecifici, laddove non è chiaro in cosa identifichino la radice del proprio
turbamento, forse finendo per segnalare un disagio più individuale che non di
categoria, che pur merita di essere indagato. Tutti questi moti ricorrenti, a
ben vedere, possiedono, in qualche modo, tre distinte ma concorrenti
caratteristiche che meritano di essere isolate.
La prima è che quasi sempre compiono una cosiddetta ‘fallacia di composizione’,
tracciando un’identità impropria tra mondo editoriale librario (anzi, nella
sostanza solo quel mondo che si occupa dei libri di ‘varia’, non di libri
scolastici, non di pubblicazioni scientifiche, non di periodici né di
quotidiani) e mondo culturale tutto. È evidente che il mondo editoriale
rappresenta solo una parte del ‘mondo culturale’: non abbiamo in tasca i dati
per capire quanto grande o piccola sia questa parte, ma basta rifletterci un
attimo per cogliere che i settori della cultura sono innumerevoli e spesso non a
contatto tra loro. Eppure chi lavora in questo campo editoriale tende a compiere
un’indebita identificazione in forma di sineddoche con la cultura tout-court, e
questo la dice lunga sull’altisonante percezione che il mondo editoriale ha di
sé.
L’immediata conseguenza di questa innocente fallacia è il secondo aspetto da
isolare: si tratta di questioni che vengono discusse in una comunità ristretta,
quella delle persone che lavorano nel detto campo editoriale. Queste non sono
molte (a conferma del fatto che c’è poco lavoro) e si conoscono un po’ tutte tra
loro. Non hanno contezza dell’oceanica indifferenza che il resto del mondo ha
per certe questioni, e questa noncuranza, da un lato e dall’altro, è di certo
parte di un problema di un settore che ama i propri perimetri e le proprie
esclusività.
> Le esternazioni del mondo editoriale che ragiona di sé stesso sembrano
> ritornelli che ruotano, con variazioni, intorno agli stessi accordi e appaiono
> più una postura letteraria che un’analisi strutturale.
La terza caratteristica di queste esternazioni è tutta interna – come volevasi
dimostrare – al suddetto mondo editoriale. La si potrebbe sintetizzare così: nel
guardare a queste dichiarazioni, prima ancora di rifletterci davvero, ciò che
salta agli occhi a chiunque da un po’ sguazzi nel settore è che, se il mondo
editoriale fosse una canzone, questi sarebbero ritornelli. Ritornelli che,
siccome vengono da menti per definizione creative, prendono di volta in volta
forme un po’ diverse, ma ruotano intorno agli stessi accordi: 1. Il mondo
editoriale quest’anno è in crisi; 2. Non ci sono i soldi; 3. La gente legge
sempre meno. È subito evidente che i tre aspetti sono tra loro interdipendenti,
anche se trattati spesso in ambiti separati, e rispettivamente affrontati più o
meno da tre distinte categorie di persone: il primo punto spetta a chi lavora
nelle case editrici, il secondo alle persone che scrivono, il terzo a
intellettuali e docenti. Di solito non si fa molto per vedere l’interconnessione
dei tre aspetti, e ancora più di rado ci si chiede non solo come fare a venirne
fuori, ma come rompere il circolo vizioso che ci fa cantare sempre la stessa
canzone. Il fatto che abbiamo a che fare con dei ritornelli, in effetti, fa
venire il sospetto che i loro contenuti siano solo buoni per continuare a
cantare, e non per rimarcare condizioni spiacevoli dalle quali si dovrebbe
uscire. In sintesi: il solo lamento porta poco lontano, come dice anche chi si
occupa da più vicino di lavoro, e sembra più una postura letteraria che
un’analisi strutturale. Eppure, questi tre punti sono indiscutibilmente veri.
Magari, facendo un passo indietro, possiamo verificarne le condizioni di realtà.
1. Il mondo editoriale è in crisi da sempre
Chi lavora in campo editoriale conosce bene questa faccenda della crisi perenne:
ogni anno i dati sono sconfortanti, eppure le case editrici sono sempre lì. Come
è possibile? È possibile a vari livelli, da un lato non sono solo le entrate del
mercato librario a tenere in piedi una realtà editoriale, dall’altro si creano
fenomeni di sopravvivenza al ribasso, ovvero si riduce il personale al lavoro
all’interno della casa editrice per ridurre i costi (a questo ci arriviamo
dopo), ma soprattutto la baracca è tenuta su da un metodo di fornitura che
consente di rilanciare continuamente la posta in gioco. Il metodo è lo stesso di
cui si lamenta tutta l’editoria, ed è quello che chiameremo il metodo
distributivo.
Chi ha confidenza con le lamentele editoriali può saltare questa parte, ma chi
non le conosce deve sapere che il mondo editoriale incolpa della propria
condizione sempre la distribuzione, e lo fa con una costanza e una pertinenza
che la distribuzione, in verità reale responsabile tanto della miseria quanto
della sopravvivenza del settore editoriale, è diventata il cane che si è
mangiato i compiti. Vorrei provare a sostenere invece che non è tanto la
distribuzione, quanto la sua obsolescenza ad aver smantellato la sostenibilità
del mondo editoriale, e ad averlo ricacciato in un angolo da cui non può uscire
se non diabolicamente sopravvivendo sulle spalle di una forza lavoro
praticamente illimitata.
Ma veniamo prima al meccanismo, provando a sintetizzarlo in modo brutale. Chi
produce i libri deve venderli, per venderli deve distribuirli alle librerie
(categoria che comprende svariati generi di punti vendita, ma che definiremo con
questo termine sovraesteso), per poterli distribuire o fa tutto da sé
naufragando coi costi logistici o si affida a delle distribuzioni. Le
distribuzioni sono non solo realtà logistiche, ma anche realtà di gestione del
credito: vendono i libri per conto delle case editrici, e in seguito
retribuiscono loro i proventi, decurtandoli della percentuale che spetta a tutte
le varie operazioni (trasporto, magazzino, percentuale spettante alla libreria).
Fin qui l’andamento è piuttosto comprensibile, ma le cose si complicano subito
perché quando si produce un titolo lo si crea innanzitutto come ‘progetto’,
idea; e la distribuzione non si limita ad aspettare che il libro esca ma attiva
la cosiddetta ‘promozione editoriale’, un apparato che può essere sia interno
alla stessa corporazione distributiva sia (diciamo così) autonomo. La promozione
(che pure prende una sua percentuale) percorre le librerie d’Italia, compresi
buyer di grandi catene e l’innominabile Amazon, presentando le uscite imminenti
e raccogliendo prenotazioni. Le dette prenotazioni non sono vendite, perché il
libro non esiste ancora, ma diventano immediatamente numeri, quantità, valore:
sono di fatto la base di quello che si chiama il fornito, ovvero le copie che la
distribuzione fisicamente consegnerà alle varie realtà di rivendita il giorno
del lancio, e che i rivenditori pagheranno al momento del lancio stesso. A
questo punto il sistema registra un incasso, una fattura, un movimento. È il
punto esatto in cui nelle statistiche annuali si immettono cifre, e il settore
risulta produttivo.
> Non è tanto la distribuzione, quanto la sua obsolescenza ad aver smantellato
> la sostenibilità del mondo editoriale, e ad averlo ricacciato in un angolo da
> cui non può uscire se non diabolicamente sopravvivendo sulle spalle di una
> forza lavoro praticamente illimitata.
Ma questo è solo il primo giro, perché la parte decisiva arriva dopo: il reso.
Le librerie hanno il diritto di restituire ciò che non vendono entro un periodo
che corrisponde all’incirca a tre-quattro mesi. A quel punto, passato il tempo
stabilito, le copie tornano indietro, e rappresenta invece un flusso di cifre
con segno negativo, che verranno detratte all’editore che prima in fase di
fornitura aveva gioiosamente incassato. Il percorso è lineare, ma soprattutto è
il coerente risultato di un processo industriale che si è sviluppato lungo la
seconda metà del Ventesimo secolo, in cerca di una formula che tenesse in
equilibrio la produzione di nuovi titoli e la sostenibilità della vendita in
libreria. Tuttavia questo processo, alla lunga, è destinato a generare mostri.
Prendiamo un dato che fa dirizzare le antenne a molte persone che lavorano o
desiderano lavorare in campo editoriale: secondo le statistiche del 2024 il
fatturato editoriale è di più di tre miliardi di euro – mica male. C’è tuttavia
il sospetto che sia una cifra creata da movimenti di fornitura, che poi sono
destinati a sgonfiarsi. A meno che non si producano altri libri per coprire
quella cifra negativa con nuove forniture. Cosa che puntualmente avviene, anche
perché ne va letteralmente della sopravvivenza del settore. La fornitura
pertanto genera movimento, e il movimento genera sopravvivenza. È questo il
punto che l’editoria, lamentandosi della distribuzione, finge di dimenticare:
senza questo metodo non avrebbe modo di rilanciare continuamente la propria
attività. Se il libro X ha avuto un ritorno disastroso, e quindi tutte o quasi
le entrate del lancio sono state riassorbite dai resi, tanto vale spazzare i
residui del libro X sotto al tappeto e passare al libro Y. Si ricomincia
daccapo: nuova promozione, nuove prenotazioni, nuovo fornito, nuovo periodo di
grazia. Sotto il tappeto, nel frattempo, c’è di tutto.
Il ciclo non si basa sull’idea di vendere libri, ma sull’idea di produrre
abbastanza movimento da poter continuare a esistere, e se vi chiedete chi
guadagna realmente da questo processo avrete la risposta segnandovi quanti
movimenti hanno fatto i libri: sono andati a un magazzino, da quel magazzino
sono andati a una libreria, da quella libreria sono tornati al magazzino. Tutti
questi passaggi sono costi di distribuzione, tutti questi passaggi hanno
generato profitto per chi distribuisce, non per chi vende. È un sistema,
insomma, che si autosostiene proprio grazie alla sua inefficienza: ogni perdita
viene compensata dal libro successivo, ogni ritorno a zero viene colmato
dall’uscita seguente. È la logica per cui, paradossalmente, più il settore
soffre nella realtà (La gente legge sempre meno, ci arriviamo più avanti) più è
costretto a produrre, spingere, immettere titoli nel ciclo. Infatti a
diminuzione della domanda corrisponde un aumento dell’offerta: in Italia si
stima che i titoli prodotti all’anno siano più di ottantamila – per capirci,
equivale a dire che escono intorno ai dieci libri ogni ora che passa, una cifra
insostenibile a ogni livello.
Ecco perché si parla (sempre lamentandosene, ci mancherebbe) di
sovrapproduzione. Ma non è l’effetto collaterale di un settore ingordo che ‘non
ha più filtri’, non è un’emergenza recente né un vizio ideologico, è la
condizione necessaria al funzionamento del sistema. Se smetti di produrre, si
ferma la fornitura; se si ferma la fornitura, si ferma il flusso di cassa; se si
ferma il flusso di cassa, emergono improvvisamente tutti i buchi che il ciclo
maschera; se emergono, la struttura collassa. L’editoria è qui rappresentata nel
ruolo di Sisifo e la pietra sono, evidentemente, i libri; il bello è che le
distribuzioni sono poche e inglobano numerosissime case editrici che così
condividono il fardello di spingere quella pietra immettendo quante più novità
possibili nell’anno per giocare a vivacchiare.
> Il sistema si autosostiene proprio grazie alla sua inefficienza: ogni perdita
> viene compensata dal libro successivo. È la logica per cui, paradossalmente,
> più il settore soffre nella realtà più è costretto a produrre, spingere,
> immettere titoli nel ciclo.
Se solo ci si soffermasse, si vedrebbe qui un paradosso deontologico: se
l’editoria è il mestiere della scelta (lo diceva pure Gian Arturo Ferrari, una
delle persone che ha contribuito a creare questo meccanismo, in Libro. Vita e
miracoli di un oggetto straordinario, 2023), ovvero è proprio scegliendo che
mette in pratica il suo senso di esistere, con questo meccanismo tutto porta a
scegliere il meno possibile, e produrre esclusivamente per esistere. Eppure, una
buona retorica ci viene in soccorso: da quando esiste l’idea di
‘bibliodiversità’, da quando si nobilita il libro come oggetto di valore a
prescindere, mai da mettere in discussione a patto di non farsi bollare come
ignoranti, ogni titolo ha ragione di esistere per il solo motivo di essere un
prodotto aprioristicamente virtuoso.
Viene il sospetto che questa retorica in realtà vada in soccorso proprio del
meccanismo di fornitura, e vada in soccorso di manifestazioni che inneggiano a
Più libri come qualcosa di incrollabilmente valoroso, quando invece sono
probabilmente la trave nell’occhio di chi gestisce apicalmente l’editoria in
Italia, un navigare in mezzo a scelte mai fatte e a tonnellate di carta che
quotidianamente vanno al macero in qualche capannone della Pianura padana, in
barba a quello che recano scritto dentro, magari sensatissime riflessioni che ci
ricordano di prestare attenzione all’ecologia e agli sprechi. Ed è esattamente
per questo che si può dire che l’editoria è in crisi da sempre, e al tempo
stesso constatare che non muore mai. Sembra un paradosso, ma non lo è: è un
sistema che ruota incessantemente su sé stesso, che rigenera continuamente la
propria massa critica, che può vivere in perdita finché resta in movimento.
Se poi a tutto questo aggiungiamo che abbiamo un problema di monopolio, il
quadro è completo. Dobbiamo infatti specificare che con i primi decenni del
millennio le distribuzioni sul suolo nazionale si sono ridotte a tre sole realtà
principali, che sono realtà operativamente logistiche a loro volta possedute da
realtà editoriali, anzi, dai principali gruppi editoriali del Paese, perché nel
frattempo non esistono più le grandi case editrici ma delle grandi corporazioni
editoriali che si sono fuse tra loro, proprio perché il meccanismo distributivo
le conduceva alla crisi da cui si sono salvate aggregandosi e spartendo
dividendi. Questo significa, in breve, che le principali realtà che in Italia
producono i libri li distribuiscono anche, coprendo due terzi della filiera.
Ma attenzione: i tre principali gruppi editoriali del Paese (non li si nominerà
in quanto qui elegantemente ellittici, ma è l’ellissi di Pulcinella) possiedono
a loro volta le principali catene librarie del Paese. E così il cerchio è
chiuso: in Italia ci sono tre realtà che producono la maggior parte dei libri
sul mercato, oltre a distribuirli e anche venderli. Insomma: tutta la filiera è
esaurita da tre colossi. Questo è a tutti gli effetti un monopolio (oligopolio,
se proprio vogliamo), quello di cui costantemente si lamentano le case editrici
che nel frattempo da quel monopolio dipendono.
Se sommiamo, dunque, questo dato al ragionamento di prima, vediamo che questo
monopolio non è affatto destinato a tramontare, anzi è l’unica solida realtà che
tiene in vita il settore, fintanto che resta ancorato a questo parossistico
circolo vizioso. Giusto per non mancare in completezza: l’Italia è uno dei
pochissimi Paesi in cui la distribuzione libraria nazionale è controllata
direttamente dai gruppi editoriali: altrove, in Europa come nel mondo
anglosassone, la funzione distributiva è svolta soprattutto da operatori
logistici e grossisti indipendenti, e là dove se ne occupano invece anche realtà
editoriali (succede, per dire, in Francia) esistono al loro fianco altri
apparati di distribuzione libraria che almeno, nel quadro liberista in cui
sceglie di giocare chi fa il mestiere editoriale, rappresentano una concorrenza,
la possibilità di dire ‘ho un’alternativa’, processo che secondo certi ottimisti
teorici di un’epoca lontana si potrebbe rivelare perfino virtuoso. Da noi
l’alternativa, semplicemente, non c’è. Dunque si gioca al liberismo senza i
vantaggi del liberismo. Charles Ponzi ne sarebbe orgoglioso.
> Se l’editoria è il mestiere della scelta, ovvero è proprio scegliendo che
> mette in pratica il suo senso di esistere, con questo meccanismo tutto porta a
> scegliere il meno possibile, e produrre esclusivamente per esistere.
C’è da dire che questo approccio ha avuto una sua funzione ‘compiuta’ e non
deteriore in periodi in cui il commercio aveva una sua velocità coerente, i
punti vendita e il potere d’acquisto (nonché la pratica stessa dell’acquisto)
erano piuttosto stabili, e gestire le tirature senza affrontare grandi perdite
era una buona idea in campo editoriale. Il punto è un po’ che questo meccanismo
ha raggiunto la sua massima compiutezza intorno all’inizio del Terzo millennio,
e nei venticinque anni che sono seguiti poco o nulla si è fatto per metterci
mano, considerandolo l’unico meccanismo possibile e al limite affrontando le
inevitabili grandi crisi operando, come visto, fusioni tra aziende colossali,
che cercano di inglobare tutto il possibile col sostegno di una robusta retorica
settoriale e rendendo l’ambiente poco permeabile (dall’egemonia al monopolio il
passo sembra dover essere breve).
Con il nuovo millennio si è creato, come nella migliore tradizione, il terrore
per il nemico straniero (Amazon che viene a rubarci il lavoro e ad amare le
nostre donne) che tuttavia agiva esattamente come gli altri colossi, anzi a loro
differenza non dispensava privilegi al suo interno perché, in effetti, non era
un gruppo editoriale. Mentre guardavamo Amazon con terrore abbiamo continuato
incrollabilmente a seguire il meccanismo distributivo e le sue sciagurate
conseguenze, certo difendendo la nobiltà del libro, abusando di parole come
‘qualità’ che adesso non possiamo più usare da quanto le abbiamo sciupate, e
assistendo al contempo a un altro straordinario fenomeno: l’enorme offerta
lavorativa che sopravanzava, ogni anno di più, alla domanda.
2. Non ci sono i soldi
Lo abbiamo appena visto: i soldi in editoria ci sono, ma il sospetto è che siano
virtuali. Pertanto le aziende, perfino le più grosse, mosse da caute politiche
interne, tendono a non rischiare. Nel frattempo, negli stessi anni in cui non si
metteva mano a un meccanismo di fornitura destinato a ingigantirsi, si formavano
in campo umanistico tantissime persone che, puntualmente, non trovavano lavoro
in campo umanistico. In questo senso è utile dare un’occhiata a quello che dice
Raffaele Alberto Ventura in merito al suo principale oggetto d’indagine, la
generazione millennial che si è appunto formata in campo culturale, ossia “una
delle percentuali più alte di laureati in discipline umanistiche, quelle più
difficili da valorizzare sul mercato del lavoro […]. E proprio a causa delle
famiglie, dei loro piccoli patrimoni, del loro sostegno […], ci si permetteva di
accettare salari da fame e di prolungare la fase di inserimento nella vita
attiva, partecipando a creare un drammatico ‘collo di bottiglia’ all’ingresso
del mercato del lavoro” (La conquista dell’infelicità, 2025, p. 139).
In editoria questo processo ha effettivamente creato l’abitudine a una forza
lavoro illimitata, file di persone disposte a partecipare di un lavoro basato
sulla continua produzione e senza la prospettiva di poter generare profitto tale
da poter considerare quel lavoro come qualcosa degno di quel nome. Questa
consuetudine ha a sua volta creato il costume alla considerazione di questo
settore come un luogo al contempo molto e poco redditizio, paradosso creato
proprio dai dati che abbiamo visto: fatturati altissimi ma profitti inesistenti.
Di contro, il settore difendeva l’unico capitale che aveva accumulato: la mai
troppo citata nobiltà della cultura, quella sorta di plusvalore culturale che si
conferisce d’ufficio a un settore produttivo che non ha davvero chiaro come
possa sostenersi. Dunque, l’offerta è diventata quella di lavorare per un
meraviglioso sogno che paga non in denaro, e nemmeno in visibilità, ma in
prestigio. Cosa che, di fatto, succede. C’è chi se ne accorge e silenziosamente,
nell’ambiente editoriale, passa di lavoro in lavoro spendendo il prestigio
accumulato nel settore cercando di approdare, con perseveranza, a una posizione
sostenibile, che può presentarsi con molta rarità dopo numerosi anni trascorsi
senza stipendio.
> Nel campo editoriale l’offerta è diventata quella di lavorare per un
> meraviglioso sogno che paga non in denaro, e nemmeno in visibilità, ma in
> prestigio: si passa di lavoro in lavoro spendendo il prestigio accumulato nel
> settore, cercando di approdare a una posizione sostenibile.
In breve, la forza lavoro nelle redazioni è condannata a un trattamento iniquo,
in senso etico addirittura impraticabile, per via di un disavanzo crescente tra
offerta e domanda. La presa di coscienza in questo senso ha fatto passi avanti,
ma le condizioni di base restano un campo troppo sterminato a cui attingere, e
le imprese editoriali, perfino le più piccole, devono far leva sulla propria
coscienza, e non sulle pratiche di mercato, per evitare il dipanarsi di questa
abitudine. Capita che alcune realtà lo facciano, è vero, e capita sempre con più
frequenza per una ragione banale: la stretta del meccanismo su chi produce pochi
libri è asfissiante, e dunque si preferisce giocare alla puntata minima, anche
se il gioco è penalizzante, più che rischiare grosso con l’aiuto di un esercito
di persone a costo zero. Per dirla altrimenti: le case editrici a conduzione
familiare o individuale o poco più sono realtà che in questo momento esistono e
perdurano. Potremmo individuare per questo tipo di case editrici una categoria
abbandonata troppo tempo fa: l’editoria artigianale, una categoria che non si
basa sulle fumose distinzioni che distinguono l’editoria tra ‘grande’, ‘media’ e
‘piccola’ sulla base dei fatturati (e che generano grandi confusioni nonché
grandi abusi di parole quali ‘indipendente’), ma che fa riferimento alla
produzione annuale: pochi titoli, in radicale controtendenza con la richiesta
del mercato.
Le case editrici artigianali non sono moltissime, generano appunto pochi lanci
all’anno e non fanno salti per entrare in un giro di produzione superiore perché
non vogliono rischiare, ma allo stesso tempo non assumono né si avvalgono di
personale; rendono interno tutto il lavoro editoriale, mantenendosi da sé,
massimizzando il proprio lavoro e riducendo il rischio. Il risultato è che meno
persone vengono impiegate a costo zero, ma in generale meno persone vengono
impiegate e basta. Il problema dell’impiego, insomma, perdura. Il potenziale di
crescita di questo settore ci sarebbe, e forse potrebbe rappresentare
un’interessante rottura dell’ingranaggio, ma come abbiamo visto la sopravvivenza
di quel meccanismo deve potersi avvalere anche di queste case editrici per poter
perdurare.
C’è poi l’altro lato del settore, rappresentato dalle persone che scrivono. In
pratica, la base del settore tutto. Tuttavia le persone che scrivono, in
mancanza di entrate chiare e programmabili, sono costrette ad accumulare il
capitale con cui paga l’industria editoriale – il prestigio – per anni, e non
sorprende che infine esista chi inizi a lottare per una conversione di quel
capitale in qualcosa di spendibile altrimenti (soldi) o in qualcosa di più
importante per il proprio tempo (fama), che magari faccia da ponte alla medesima
conversione in danaro, che arriverà poi in un futuro anteriore. Da un punto di
vista meramente pratico, nel processo editoriale esposto poco prima, la persona
che scrive nella stragrande maggioranza dei casi viene retribuita con una
percentuale delle vendite, percentuale che per i libri di carta (che
rappresentano ancora la gran parte del mercato) si aggira comunque sotto il
dieci per cento del prezzo di copertina (salvo ovviamente eccezioni che non
fanno testo).
Ricordiamoci però che alla persona che ha scritto il libro verranno liquidate
non le copie fornite (ricordate il meccanismo?), ma quelle effettivamente
vendute, cioè quelle che usciranno vive dal meccanismo del reso. Perfino il
meccanismo di conteggio delle vendite, in Italia, ha in realtà dei problemi di
monopolio, ma ve lo risparmio per una prossima occasione. Limitiamoci a dire che
il rendiconto delle copie effettivamente vendute di un libro solitamente è molto
più misero di quanto ci si può aspettare, e genera il grande dilemma della
comunicazione di quel dato: se si divulga la sua entità usando un dato onesto o
perfino al ribasso, risulterà chiara la difficoltà della persona che ha scritto
o pubblicato il libro, e l’unica forma di prestigio su cui si potrà far leva è
la resilienza, se si dichiara invece la sua entità al rialzo si risulterà
vincenti e dunque appetibili ma allo stesso tempo si avrà la necessità di
confermare o migliorare quello standard in altre occasioni.
> Chiunque scriva o pubblichi i libri ha molteplici ragioni per mentire
> sull’effettivo numero di vendite che un libro ha generato. L’unico dato che
> avremo per certo è che una persona che scrive i libri non può vivere della
> sola vendita dei propri libri.
Affianchiamo a questo processo il fatto che non è facilissimo accedere ai dati
di vendita ufficiali dei libri, perché sono servizi a pagamento e peraltro non
sono del tutto veridici, laddove molte delle effettive vendite in librerie più
marginali e sprovviste di un sistema gestionale ufficiale non entreranno in quel
computo. La conseguenza è una: chiunque scriva o pubblichi i libri ha molteplici
ragioni per mentire sull’effettivo numero di vendite che un libro ha generato.
Non credeteci, mai. L’unico dato che avremo per certo da questo procedimento è
che una persona che scrive i libri non può vivere della sola vendita dei propri
libri. Senza considerare tutto l’apparato di spese da sostenere per promuovere
la propria opera nell’augurio che venda abbastanza da farci sopra dei progetti
di sopravvivenza: spesso quella spesa è caricata sulle spalle della stessa
persona che ha scritto il libro, e dunque andrà a detrazione del suo già misero
rendiconto annuale. Si salva, anzi sta proprio in un’altra categoria, chi scrive
dei libri che poi diventano best seller, ma nemmeno con quelli, talvolta, si ha
la certezza di una pianificazione economica coerente della propria esistenza.
Cosa richiede esattamente, dunque, chi scrive? Di avere un principio retributivo
simile a chi ha un altro tipo di lavoro, o almeno che abbia quella coerenza? Di
avere una mappatura delle proprie possibilità al di fuori dalla semplice vendita
dei libri? Non è davvero chiaro. Di una cosa possiamo dare certezza quasi
granitica: non sarà dalla vendita dei libri che chi scrive tratterà mai un
compenso sufficiente per vivere come una persona con reddito medio. Non con
questo sistema, perlomeno. È per questo che esiste tutto un altro mercato
‘culturale’ che riguarda chi scrive, tanto che chi scrive fa di tutto per
diventare persona esposta, divulgatrice o opinionista, per partecipare a eventi
che possono garantire una valida copertura economica, per produrre corsi per
insegnare a scrivere, a loro volta, ad altre persone che nella migliore delle
ipotesi riprodurranno quel percorso.
Il patrimonio di prestigio accumulato nel tempo può trasformarsi in una sorta di
automatismo: la persona che scrive viene invitata a intervenire su qualunque
tema, oppure cerca occasioni per farlo perché si tratta spesso di interventi
retribuiti. Può accadere che si esprima anche su questioni che non rientrano
nelle proprie competenze dirette, magari non per mancanza di attenzione ma
perché il meccanismo editoriale ha normalizzato questa figura di presenza
pubblica chiamata a parlare sempre e comunque. Non è necessariamente una persona
che ha il tempo di approfondire, ma una che si trova a generare opinioni in un
circuito dove l’espressione tende a sostituire progressivamente lo studio, e da
cui transitano le possibilità di guadagno.
In seno a questo processo nasce anche quella che è l’esclusività della cultura:
se i soldi sono pochi, se il patrimonio è ridotto e la concorrenza è grande, il
prestigio con cui si è ricevuto per anni lo stipendio è anche una dotazione per
impedire alle voci altrui di prendersi una fetta di retribuzione danarosa. Da
qui si fa trincea, e le voci che si esprimono diventano le solite, e diventano a
loro modo monotone, prive di guizzo perché il gran lavoro svolto è stato
piuttosto edificare un perimetro esclusivo per la propria figura, non tanto dire
qualcosa che fosse effettivamente significativo.
> Esiste tutto un altro mercato ‘culturale’ che riguarda chi scrive, tanto che
> chi scrive fa di tutto per diventare persona esposta, divulgatrice o
> opinionista, per partecipare a eventi che possono garantire una valida
> copertura economica.
Meriterebbe fare anche un rapido passaggio dal mestiere di scrittura
giornalistica, chiamando in causa quell’altra parte, non certo piccola, del
mondo editoriale che si occupa di periodici e quotidiani. Per non addentrarsi
troppo nelle specificità di un settore che è mosso da ingranaggi non proprio
simili a quelli dell’editoria libraria, basti accennare a come anche in questo
campo l’effetto del ‘collo di bottiglia’ si faccia sentire da decenni: sempre in
virtù di una sterminata disponibilità di forza lavoro si è reso consueto
l’impiego di chi scrive per compensi insignificanti, e l’immediata conseguenza
di questo è che si è reso impossibile il costruirsi o il consolidarsi di
carriere individuali, e dunque di voci riconoscibili, livellando sempre più
l’atto della scrittura a qualcosa di dedicato all’informazione pura, alla
funzionalità immediata nei confronti di una non meglio specificata utenza. A
lungo andare, anche questo approccio ha finito per determinare il drastico calo
di pubblico leggente (per i quotidiani i dati sono impietosi), e il conseguente
gioco di cessioni dei vari gruppi editoriali.
Ci sarebbe infatti da guardare anche cosa viene richiesto a chi produce testi,
cosa possa servire in termini di consumo la produzione testuale contemporanea, e
che genere di profitto, fuori dalla sola vendita delle copie, possa generare un
simile mestiere. Il punto, insomma, non è tanto come guadagnare scrivendo, ma
per cosa si scrive: per generare informazioni, per stare al passo con la
produzione editoriale, per essere parte di un mercato o per effettivamente
produrre pensiero, con la sua dotazione di curiosità, fragilità, parzialità?
Sappiamo bene che se ragioniamo in termini di funzioni testuali, in un’epoca che
ci ha donato dispositivi in grado di generare testi estremamente complessi in
pochi secondi, quello che è in gioco è molto di più del semplice chiedere a
un’entità superiore una retribuzione adeguata al proprio valore. Se tuttavia nel
frattempo l’uditorio è stato abituato a richiedere forme testuali solo
funzionali, solo a guisa di informazioni da immettere in un sistema, il rischio
di considerare del tutto accessoria la figura di chi scrive è altissima.
3. La gente non legge più
Alla luce di quanto detto finora verrebbe da rispondere con una frase piuttosto
diretta a questo ritornello: e vorrei pure vedere. C’è un eccesso di offerta di
libri rispetto alla domanda, la domanda continua a decrescere e come si
risponde? Aumentando l’offerta. Del resto, se l’eccesso di offerta di forza
lavoro sopravanza l’esigenza delle case editrici, quell’eccesso servirà proprio
a produrre di più. Tutto torna, dal lato del ragionamento industriale. Il grande
escluso, oltre a tutte le fasce non retribuite, è il pubblico. Lo abbiamo visto:
se l’editoria smette di fare il proprio mestiere, ovvero di scegliere, come ci
si aspetta che reagisca il pubblico? Percependo una mancanza di scelta, pare
evidente. Eppure non sembra essere questa la domanda che ci si pone in questo
settore, occupati come si è a far girare la ruota da criceto. Quel che ci si
chiede è come recuperare marginalità, come chiedere allo Stato degli aiuti per
produrre ancora di più (ho davvero sentito con le mie orecchie chi chiedeva
degli sgravi fiscali sul costo della carta per agevolare la produzione come
soluzione a un mercato in crisi).
> C’è un eccesso di offerta di libri rispetto alla domanda, la domanda continua
> a decrescere e come si risponde? Aumentando l’offerta. Se l’editoria smette di
> fare il proprio mestiere, ovvero di scegliere, come ci si aspetta che reagisca
> il pubblico?
Nel frattempo, soffocato da un’offerta soverchiante, il pubblico attraversa una
crescente confusione, che culmina con l’impressione che la produzione sia sempre
meno buona, sempre più casuale. Come risposta, invece di farsi venire il
sospetto che il pubblico abbia le sue buone ragioni per raggiungere queste
conclusioni, nell’ambiente ci si affretta a liquidarlo come ignorante,
qualunquista, illetterato, e a ricacciarlo in quel magma di persone che rende
deteriore il Paese. Si mostrano le classifiche dei libri più venduti per
dimostrare quanto sia bue il popolo italiano che vuol leggere solo le ‘porcate’,
laddove le ‘porcate’ sono alcune produzioni dozzinali, scelte e coniate con la
medesima cura e il medesimo principio della gran parte della produzione di libri
che si vorrebbero considerare nobili, perché come abbiamo visto il meccanismo è
per tutte le realtà lo stesso, e fa necessariamente venire meno il principio
stesso della scelta. Quella che di contro viene esibita come ‘qualità’, termine
dirimente nel distinguere il buono dal cattivo, non è, di conseguenza, il frutto
di un processo di produzione mirata, ma solo la formulazione di un apparato
critico, il più delle volte composto da persone che a loro volta scrivono i
libri e che, come abbiamo visto, hanno dovuto curare e perimetrare la propria
posizione per poter esprimere opinioni in modo dirimente, ma che al contempo non
hanno alcun interesse a perdere tempo in ricerca e in curiosità.
I progetti di lettura, l’incentivo alla lettura come processo valido e virtuoso
di per sé, non tengono conto di come la lettura sia in questo momento storico
una dinamica anzitutto di consumo, e solo in seguito un principio di scoperta e
conoscenza. Chi propone contenuti vede in chi legge, prima di tutto, un soggetto
consumatore, e solo in seguito un essere che da quei contenuti potrà trarre
qualcosa. È un principio funzionale, ed è la coerente conseguenza del processo
distributivo: se si fornisce materiale produttivo, la selezione sarà fatta in
base a un principio di consumo, che è diverso da quello di scelta. Ed è in
questa dinamica che finiamo quando, coerentemente, ci accorgiamo
dell’accuratissima riproducibilità stilistica di ogni personalità scrivente
tramite le nuove intelligenze artificiali generative. Il punto è che, molto
prima che arrivassero quelle intelligenze artificiali, noi abbiamo fatto di
tutto per assomigliare sempre più a loro: chiedendo alla scrittura di essere
funzionale, standardizzata, intercambiabile, di riempire spazi di contenuto, di
produrre testi il cui contenuto non era davvero determinante. Se l’obbiettivo
editoriale è fornire contenuti, non ci si può stupire dell’arrivo di tecnologie
perfettamente adatte a svolgere esattamente questo compito, e a costi
infinitamente più bassi.
> Invece di farsi venire il sospetto che il pubblico abbia le sue buone ragioni
> nell’ambiente ci si affretta a liquidarlo come ignorante, qualunquista,
> illetterato, e a ricacciarlo in quel magma di persone che rende deteriore il
> Paese.
La pratica della lettura si è resa di conseguenza un valore di consumo, e la
retorica della lettura come qualcosa di acriticamente buono in sé e per sé non
fa che aumentare la percezione di discrasia tra ciò che viene promesso e ciò che
viene realmente offerto. Il pubblico, di fronte a questo scarto, non solo non si
sente chiamato in causa, ma ha l’impressione di essere continuamente
rimproverato per non aver aderito a un rituale di cui non comprende fino in
fondo il senso. Un settore che non sceglie, che non filtra, che produce per
mantenere in movimento la macchina del fornito-reso, che si affida per
l’andamento a dati via via sempre più standardizzati senza soffermarsi a saperli
leggere con occhio umano, pretende che l’atto della lettura appaia come una
scelta virtuosa, consapevole e quasi ascetica – quasi a ricordare che quel
processo stesso di lettura, quella prettamente umana, è già una favola. Ma la
lettura, nel modo in cui l’editoria la propone, non è un percorso di senso: è
una prestazione. È un gesto che, per essere riconosciuto come valido, deve
aderire a un immaginario di qualità che spesso coincide con il prestigio di chi
lo certifica, non con l’esperienza di chi legge.
Il ritornello La gente non legge più, allora, non sta lì a segnalare tanto un
problema culturale quanto a indicare il cortocircuito della filiera. È una frase
che non descrive il pubblico, bensì descrive l’incapacità di un settore di
comprendere che la sovrapproduzione, l’autoreferenzialità e la dispersione non
sono anomalie, ma esiti prevedibili di un sistema che ha smesso di avere un
rapporto sensato con chi dovrebbe raggiungere. Se il pubblico smette di leggere,
o legge meno, non è perché è diventato ottuso o pigro: è perché la filiera,
occupata a sostenere sé stessa, ha smesso di offrire un terreno su cui il gesto
della lettura abbia un senso. La domanda finale, dunque, non è come riportiamo
le persone alla lettura, ma cosa renderebbe oggi la lettura un gesto
significativo, fuori dalla retorica, fuori dalla prestazione, fuori dalla
vocazione sacrificale che il settore pretende.
> Un settore che non sceglie, che non filtra, che produce per mantenere in
> movimento la macchina del fornito-reso, che si affida per l’andamento a dati
> via via sempre più standardizzati pretende che l’atto della lettura appaia
> come una scelta virtuosa, consapevole e quasi ascetica.
È qui che andrebbe riaperto l’intero discorso: non ripensando il pubblico, ma
ripensando il ruolo del libro. Quale spazio gli viene concesso? Quale esperienza
propone? Quale tipo di relazione crea? Perché, se il libro continua a essere
prodotto come mero carburante del ciclo distributivo, nessuna politica, nessuna
campagna, nessun lamento stagionale potrà mai invertire la rotta. A ben vedere,
insomma, il problema non è che la gente non legge più: il problema è che non
riconosce più, in ciò che il mondo editoriale ha finito per propinarle, un
motivo per farlo. E adesso abbiamo anche chiara la ragione per cui il resto del
mondo riserva a queste faccende un’oceanica indifferenza.
L'articolo Mai più libri proviene da Il Tascabile.
N on passa praticamente settimana senza che qualche inchiesta, ricerca o
statistica, non certifichi lo stato di crisi, in alcuni casi comatoso, che
colpisce la lettura e l’editoria in generale. Dopo i consueti desolanti dati
sulla vendita dei libri che da anni indicano un calo continuo, la cui rotta
appare impossibile da essere invertita, ora secondo una ricerca guidata
dall’Università della Florida e dall’University College di Londra, la lettura
quotidiana per piacere negli Stati Uniti, risulta essere diminuita del 40% negli
ultimi due decenni. I risultati pubblicati da iScience indicano un vero e
proprio disamoramento alla lettura: non solo si legge meno, ma soprattutto se ne
ha meno piacere. Abbiamo così interpellato Chiara Faggiolani, docente di
biblioteconomia presso l’Università la Sapienza di Roma, dove dirige il
Laboratorio di biblioteconomia BIBLAB e il master in editoria. Presidente del
Forum del libro, Chiara Faggiolani ha recentemente pubblicato, Libri insieme
(2025). Il suo ultimo libro è un interessantissimo e colto saggio/reportage
sulle comunità della conoscenza. Un viaggio e un’indagine nei luoghi dove non
solo si sta resistendo, reinventando e immaginando nuovi spazi per la lettura,
mentali e reali, architettonici e sociali insieme, ma dove si sta anche
promuovendo in maniera capillare e dal basso un piacere essenziale e una pratica
necessaria per il nostro benessere e per la nostra vita in generale.
COME È CAMBIATO IL CONCETTO DI PIACERE RISPETTO ALL’APPROFONDIMENTO CULTURALE
SECONDO LEI?
La lettura è un vizio e non una virtù, aspetto che tende a essere dimenticato.
Il piacere della lettura non è scomparso ma compete con forme di intrattenimento
più immediate: negli anni Sessanta ad esempio la lettura era legata a una
dimensione di piacere, scoperta e persino emancipazione che oggi sembra non
avere. I libri rappresentavano un varco verso mondi lontani, una forma di
accesso al sapere in un’epoca in cui però le alternative di intrattenimento e di
informazione erano decisamente più limitate. Il libro era un oggetto più “raro”,
per questo forse più desiderato, simbolo di crescita culturale e di libertà
individuale. Quello della lettura è un piacere che ha bisogno di lentezza e di
immersione esattamente come allora, ma sentiamo di vivere in un’epoca che
celebra la velocità e l’accumulo. Per questa ragione sembra una pratica
controcorrente… la mia personale idea è che proprio per questo la lettura sia
esattamente ciò di cui abbiamo bisogno.
SECONDO I DATI PROPOSTI DA UNO STUDIO CONDOTTO DA RICERCATORI DELLO UNIVERSITY
COLLEGE DI LONDRA E DELL’UNIVERSITÀ DELLA FLORIDA, SI EVIDENZIA ‒ OLTRE CHE UN
GENERALE E ANCHE SOSTANZIALE CALO DELLA LETTURA ‒ UN VERO E PROPRIO CROLLO DELLA
LETTURA COME FORMA DI PIACERE. IL LIBRO NON È DUNQUE PIÙ UN’OCCASIONE DI SVAGO E
APPROFONDIMENTO INSIEME?
I dati sulla lettura, anche in Italia, non sono incoraggianti. Ma con le
statistiche bisogna essere prudenti: la prima domanda da porsi è sempre che cosa
stiamo misurando e come. I numeri non sempre restituiscono la portata della
trasformazione che stiamo vivendo. Dal mio punto di vista, il libro resta ancora
un luogo di piacere e di approfondimento, ma non più in maniera lineare. Oggi il
libro è diventato una soglia: leggerezza e profondità non si escludono, anzi
coesistono e si contaminano. Il nodo non è il libro, ma il tempo che siamo
disposti a concedergli. Si è già affermata una nuova forma di lettura
“aumentata”, che alterna al libro l’uso di secondi schermi e linguaggi diversi,
intrecciando tempi lenti e tempi veloci. A questa si affianca la lettura
“socializzata”, che trova nei gruppi di lettura, ad esempio, la possibilità di
moltiplicare e trasformare l’esperienza individuale. Forse la sfida, oggi, non è
difendere un modello unico di lettura, ma imparare a coglierne la metamorfosi.
Proprio su queste trasformazioni si concentrano due ricerche che sto conducendo:
la prima, nell’ambito del progetto PRIN NEREIDE (NEw Reading Experiences in the
Digital Ecosystem), insieme a Gino Roncaglia, dedicata alle forme della lettura
aumentata; la seconda, S.T.O.R.I.E. (Storie Trasformative, Opportunità,
Relazioni, Inclusione ed Emozioni), che indaga la lettura come esperienza
condivisa e generativa di comunità. Una ricerca promossa dall’Associazione degli
editori indipendenti (ADEI) e dal Centro per il libro e la lettura (Cepell), e
realizzata dal Laboratorio di biblioteconomia sociale e ricerca applicata alle
biblioteche (BIBLAB) della Sapienza, che dirigo.
APPARE INVECE ANCORA SOLIDO IL MONDO DELLA LETTURA PER L’INFANZIA. QUALI
DINAMICHE SI POSSONO ATTIVARE PER EVITARE DI PERDERE LETTORI NELL’ADOLESCENZA E
SUCCESSIVAMENTE NELL’ETÀ ADULTA?
La mia sensazione è che negli ultimi venticinque anni sia stata dedicata
un’attenzione straordinaria alla promozione della lettura e, più in generale,
alla salute culturale della prima infanzia. Penso al lavoro prezioso di Nati per
leggere e a esperienze come Cultura per crescere della Fondazione Compagnia di
San Paolo in Piemonte: oggi le giovani famiglie e i nuovi genitori hanno piena
consapevolezza di quanto sia fondamentale inserire la lettura nella quotidianità
dei bambini nei primi mille giorni di vita. In questa fase, la lettura è
accompagnata: diventa un rituale intimo e familiare, un’esperienza condivisa che
segna i ritmi della crescita e che si colloca pienamente in quella che potremmo
definire una “zona prossimale di sviluppo”, per richiamare Vygotskij.
Quando però si entra nell’adolescenza, il quadro cambia radicalmente. La lettura
smette di essere un gesto accompagnato e si trasforma in un atto solitario. Se
non ci sono modelli adulti di riferimento, se mancano comunità e spazi dedicati,
il libro rischia di perdersi, lasciando un vuoto difficilmente colmabile. È in
questa frattura che si gioca la grande sfida del nostro tempo. Per questo, con
il Forum del libro, da molti anni portiamo avanti una vera e propria battaglia a
favore delle biblioteche scolastiche: è lì che nascono e crescono i lettori. La
mia sensazione è che manchi una continuità sociale della lettura: luoghi,
gruppi, comunità capaci di trasformare un gesto individuale in un’esperienza
collettiva, che dia senso, sostegno e riconoscimento al lettore. Senza questa
continuità, la lettura rischia di restare confinata a un tempo fragile, esposto
alla dispersione.
NEL SUO ULTIMO SAGGIO LIBRI INSIEME, LEI INDICA NELLA VISIONE CONTEMPORANEA DEL
TEMPO FINANZIARIZZATO COME LOGICA E MERO STRUMENTO, UNO DEGLI ELEMENTI DI CRISI
ANCHE DELLA LETTURA. COME LIBERARE DUNQUE IL TEMPO? È POSSIBILE RITORNARE AL
PIACERE DEL TEMPO PERSO?
Sì, come ho già anticipato, sono fermamente convinta che il vero problema della
lettura oggi sia la mancata valorizzazione di un tempo umano. È sotto gli occhi
di tutti: il tempo libero è lasciato al caso, disperso, consumato senza
direzione. Negli anni Sessanta non era così, e da quel periodo abbiamo ancora
molto da imparare. Liberare il tempo significa restituirgli un valore autentico.
La lettura, infatti, viene spesso percepita come un’attività improduttiva,
perché non “serve” a nulla nell’immediato. Ma è proprio lì che risiede il suo
potere: nel suo sottrarsi alla logica della performance. Parlare di tempo perso
è, in realtà, un paradosso, perché ciò che appare improduttivo ci restituisce
pienezza, densità e respiro. È esattamente ciò che accade con quelle che nel mio
libro chiamo “comunità della conoscenza”: gruppi, spazi, rituali che non
producono utilità immediata, ma che hanno la forza di “prendere tempo al tempo”,
di piegarlo, trasformarlo e renderlo abilitante.
L’ASSENZA DI CONCENTRAZIONE CHE SEMBRA ESSERE DENOTATA COME UN ECCESSO DI
DISTRAZIONE, NON È INVECE FRUTTO DI UNA REALE IMPOSSIBILITÀ ALLA DISTRAZIONE?
ESISTE FORSE UNA DISTRAZIONE BUONA E UNA CATTIVA? PENSO ANCHE ALL’INFINITO
SCROLL SUI SOCIAL CHE SEGNA LE GIORNATE DI MOLTI: UNA DISTRAZIONE CATTIVA, SE
VOGLIAMO, CHE DIVIENE IN REALTÀ UN’IMPOSSIBILITÀ ALLA DISTRAZIONE.
Ricordiamoci sempre che, quando abbiamo a che fare con gli strumenti, è da noi
che dipende l’uso che ne facciamo. Io credo che sia esattamente come stava
dicendo: esiste una “distrazione buona”, quella che permette alla mente di
divagare, di aprire connessioni inaspettate, di generare visioni nuove. Non a
caso parlavo prima di lettura aumentata: leggere significa anche lasciarsi
attraversare da pensieri laterali, da deviazioni che non interrompono il senso,
ma lo arricchiscono. Per questo trovo sbagliatissimo il divieto assoluto degli
smartphone a scuola. Non entro qui nel merito – sarebbe un discorso lungo – ma
credo che quella proibizione rappresenti un enorme fallimento educativo.
Certo, esiste anche una “distrazione cattiva”: quella del rumore incessante,
dello scrolling infinito che ci tiene agganciati senza darci alcun nutrimento.
Ma attenzione: non è corretto pensare che questa forma di distrazione sia legata
solo al digitale. Non è così. Ci si può disperdere anche in altre attività
apparentemente “innocue” se mancano attenzione, coinvolgimento e presenza
mentale. La vera differenza non sta nello strumento, ma nel livello di
attivazione e di protagonismo che riusciamo a mettere in ciò che facciamo. Una
distrazione è sterile quando ci rende del tutto passivi, fertile quando ci apre
possibilità, connessioni e immaginazione. Ed è proprio qui che entrano in gioco
gli educatori, i mediatori, la scuola: non per proibire, ma per guidare, per
aiutare a trasformare gli strumenti in occasioni, per insegnare a distinguere
tra dispersione e divagazione creativa. Ma se non lo fa la scuola chi lo deve
fare?
LA CRISI DELLA LETTURA E DEL LIBRO COME PIACERE FORSE INDICA ANCHE UN DISAGIO
CULTURALE PIÙ TRASVERSALE, CHE VA OLTRE LE DINAMICHE TECNOLOGICHE ODIERNE?
Sì, la crisi della lettura rivela una difficoltà più profonda: abbiamo confuso
il piacere con il consumo. Leggere, invece, non intrattiene soltanto, moltiplica
il pensiero. È un gesto esigente – il nostro cervello non è nato per leggere, lo
ha imparato con fatica, va ricordato – ma proprio per questo è anche un piacere
che apre, sorprende, talvolta inquieta e che ci restituisce complessità. La
lettura di libri ci educa a sostare nella complessità delle storie. Questo
aspetto è fondamentale rispetto alla nostra essenza di esseri narrativi.
IN LIBRI INSIEME LEI CITA IL CASO DEI SILENT BOOK CLUB. COME FUNZIONANO E COME
AGISCONO SULLA VITA DELLE PERSONE E SULLA QUALITÀ DI LETTURA QUESTE NUOVE
COMUNITÀ DELLA CONOSCENZA?
È uno degli esempi più interessanti di comunità della conoscenza. Spesso
descritti come una moda – Silent reading party o Silent book club che dir si
voglia – sono invece una pratica molto seria. Si tratta di persone che si
ritrovano per leggere in silenzio, insieme. Ognuno con il proprio libro, ma
immersi nello stesso spazio-tempo: quello della lettura profonda. Non si discute
del libro letto come avviene con i gruppi di lettura: l’esperienza principale è
proprio la condivisone del silenzio della lettura profonda. Si tratta quindi di
un rituale semplice che restituisce alle persone la possibilità di entrare nello
stato di flusso di cui parla Mihály Csíkszentmihályi, quel momento in cui la
mente si concentra, il tempo si contrae e si espande allo stesso tempo e ci si
sente pienamente presenti. Alla fine, magari, si condividono piccoli pezzi di
brani letti, si scambiano riflessioni e impressioni. È un piccolo miracolo: se
fatto bene è una forma contemporanea di resistenza al rumore del mondo.
GLI EDITORI E GLI STESSI QUOTIDIANI COSÌ COME LE RIVISTE SEMBRANO NON RIUSCIRE ‒
NONOSTANTE QUALCHE SFORZO ‒ A COGLIERE LA SPECIFICITÀ DEI GRUPPI DI LETTURA E IN
SENSO PIÙ AMPIO LE COMUNITÀ DELLA CONOSCENZA INTEGRANDOLE IN DISCORSI PIÙ AMPI.
COME PUÒ IL LIBRO ESISTERE ALL’INFUORI DI UN MERCATO? QUALI PROSPETTIVE SI
POSSONO IMMAGINARE CONSIDERATO CHE PARLIAMO DI UN MOVIMENTO MOLTO DIFFUSO E NATO
DAL BASSO?
Il libro è certamente un prodotto, l’editoria un’impresa e un mercato. Non
dobbiamo dimenticarlo. Ma il libro non è solo un bene da vendere: è un bene
relazionale. Ogni libro porta con sé idee che circolano, immaginari che si
condividono, legami che si creano. I gruppi di lettura e le comunità della
conoscenza lo dimostrano chiaramente. Con la ricerca S.T.O.R.I.E. che ho citato
prima, abbiamo mappato in un mese e mezzo 1.253 gruppi di lettura in Italia, che
a mio avviso rappresentano circa il 10% di quelli esistenti. Per il 95% di
questi, la partecipazione al gruppo genera benefici che vanno oltre la lettura
stessa, con ricadute positive sulla salute mentale, sul benessere individuale e
collettivo. Credo che sia questa la prospettiva nuova da abbracciare: guardare
non solo al libro come oggetto, ma alle relazioni e agli effetti che la lettura
è in grado di generare. Il suo potere trasformativo.
MOLTI ESEMPI CHE LEI PORTA IN AMBITO DI CULTURA DELLA LETTURA RAPPRESENTANO
NICCHIE DI UN SISTEMA ESTREMAMENTE DIFFUSO LA CUI COMPLESSITÀ È DIFFICILE PERÒ
DA SINTETIZZARE E QUINDI DA MODELLARE. ECONOMICAMENTE ABBIAMO A CHE FARE CON
ELEMENTI FRAGILISSIMI EPPURE CAPACI DI MUOVERE LETTORI E DARE CORPO A PERCORSI
DI ELABORAZIONE MAI BANALI. UN PENSARE I LIBRI CHE PRECEDE IL FARLI, COME
AVREBBE DETTO ROBERTO CERATI. MA ORA COME FARLI PER DAVVERO?
Ripartire dal pensiero, dal progetto culturale, e non dalla produzione “in
serie”. Roberto Cerati, straordinario e storico direttore commerciale di
Einaudi, sosteneva che una casa editrice dovesse essere pronta a perdere
economicamente su alcuni libri, perché erano necessari per la cultura e per il
sistema del libro stesso. In Einaudi, il tavolo del mercoledì, dove si discuteva
dei libri, si dice fosse separato da quello del giovedì, dove si parlava di
conti: un gesto che mostrava chiaramente come il profitto non potesse essere
l’unico criterio. Chi legge potrà obiettare che, da questo punto di vista, la
storia della Einaudi non è stata certo brillante. Ma è un rischio da considerare
a partire dalla convinzione che la qualità paga sempre.
Nel libro che uscirà a breve, esito della ricerca S.T.O.R.I.E., scrivo che i
gruppi di lettura vanno considerati attori autonomi del sistema del libro, non
appendici di biblioteche o librerie. Proprio per questa ragione: possono
diventare laboratori di pensiero collettivo, spazi in cui il libro diventa
esperienza condivisa, generativa di relazioni, idee e innovazione culturale,
dimostrando che il valore di un libro non si misura solo in copie vendute, ma
nella capacità di connettere e trasformare.
L’INEVITABILE CRISI DELLE LIBRERIE UNITA ALLA CAPILLARITÀ DEI CANALI ON-LINE E
ALLA VELOCITÀ DI STAMPA ‒ ANCHE DI POCHE COPIE ‒ IMPONGONO FORSE UNA NEGAZIONE
DI QUELLO CHE È STATO IL MANTRA NEL NOVECENTO, OVVERO LA NECESSITÀ DI DIFFONDERE
IL LIBRO? IN FONDO OGGI POCHE COPIE POSSONO GIÀ DETERMINARE UN MOVIMENTO
CULTURALE IMPORTANTE E AGIRE SOTTERRANEAMENTE. I GRUPPI DI LETTURA SONO COME GLI
UOMINI LIBRO IMMAGINATI DA RAY BRADBURY IN FAHRENHEIT 451? CONNETTERE I LETTORI
FORSE OGGI È PIÙ URGENTE IN SOSTANZA CHE DIFFONDERE I LIBRI?
Non credo che la crisi delle librerie ‒ anche legata al caro affitti e alla
trasformazione delle città, credo vada ricordato ‒, la capillarità dei canali
on-line e la velocità di stampa impongano una negazione della necessità di
diffondere il libro. Al contrario, credo che ci obblighino a ripensare cosa
significa “diffusione”. Il libro non è solo un oggetto da vendere, come dicevo
prima, è un veicolo di idee, visioni e relazioni. I gruppi di lettura svolgono
oggi un ruolo cruciale in questo ecosistema rendendo viva la circolazione
culturale. Connettere i lettori, creare comunità in cui il libro diventa
esperienza condivisa, è oggi più urgente che mai. Nel mio libro ho cercato di
mostrare il potenziale trasformativo della lettura in questo senso: il ruolo che
può avere nel contrasto alla solitudine, nella rigenerazione urbana e nel
ripensare la costruzione della salute.
COME DEVE ESSERE OGGI UN LUOGO PER LA LETTURA?
Tutti i luoghi possono diventare luoghi di lettura. Questa è una delle lezioni
principali che ho imparato nel mio viaggio tra le nuove comunità della
conoscenza: parchi pubblici, portinerie dei condomini, e così via. I veri luoghi
della lettura sono quelli in cui il tempo della lettura viene rispettato, dove
leggere significa poterlo fare senza fretta e senza distrazioni, trasformando
l’atto in un’esperienza piena e condivisa.
Questa consapevolezza sembra quasi ovvia, eppure apre una prospettiva nuova: la
lettura, quando diventa protagonista di un luogo, può riabilitarlo e
restituirgli un significato completamente nuovo. Nel libro parlo, per esempio,
della lettura nei luoghi di cura: cosa accade quando, in un reparto ospedaliero,
la domenica pomeriggio che non passa mai per i pazienti ricoverati si riempie di
storie e di incontri attorno ai libri?
Ci sono però spazi che più di altri dovrebbero porsi l’obiettivo di rendere
evidente il potenziale trasformativo della lettura, e di volerla dinamizzare:
penso alle librerie, alle biblioteche, e in particolare alle biblioteche
scolastiche. Per quanto riguarda le biblioteche, inutile dirlo, una riflessione
sugli orari di apertura diventa persino più urgente della progettazione dello
spazio, su cui invece, mi pare, siamo più attrezzati.
E INFINE COSA È PER LEI IL PIACERE DI LEGGERE UN LIBRO? E IL PRIMO LIBRO CHE
RICORDA E L’ULTIMO CHE LE HA DATO PIÙ PIACERE E PERCHÉ?
Leggere per me significa riconnettermi autenticamente con me stessa, riscoprire
parti di me che la vita quotidiana a volte non mi permette di frequentare. Avere
una profonda consapevolezza del potere della lettura e di ciò che attiva dentro
di noi mi ha permesso di rendermene conto pienamente… ed è esattamente ciò che
vedo accadere spesso con i miei studenti e le mie studentesse.
Leggere mi aiuta ad allenare la mia capacità di comprendere il mondo, le
persone, le emozioni. Mi permette di sperimentare sensazioni e stati d’animo,
anche quelli sgradevoli o inquietanti, che pur non volendo sentire mi
arricchiscono profondamente. Mi piace la sensazione di essere messa in
difficoltà da una lettura: a volte è come una caduta libera, ma sapendo di avere
un paracadute.
Il primo libro che ricordo nitidamente da bambina è Il giro del mondo in 80
giorni di Jules Verne: un’avventura piena di descrizioni e meraviglia, che mi
lasciò con una sensazione di stupore e di entusiasmo difficile da dimenticare.
Pur essendo un amante della saggistica, tra gli ultimi libri letti, voglio
citare due romanzi molto diversi che mi hanno nutrita di emozioni completamente
contrastanti: Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, romanzo
d’esordio di Michele Ruol pubblicato da TerraRossa, è un libro che mi ha
profondamente emozionato, provocando quell’effetto scomodo al quale facevo
riferimento che a volte la lettura riesce a dare. L’anno in cui parlammo con il
mare di Andrés Montero, pubblicato da Edicola Ediciones, è stato come una
medicina: celebra il valore delle storie, esattamente quello che hanno per me.
L'articolo La lettura e la crisi del piacere proviene da Il Tascabile.
La loro mancanza di umanità appariva
come un prodigio di coscienza di classe
(Boris Pasternak)
S ettimane fa, su questa rivista, un articolo di Christian Raimo (“La polemica
si risolve con la politica”) ha preso il via da due polemiche recenti per
sollevare alcune questioni a detta di Raimo centrali. La prima polemica verte
sull’inutilità delle presentazioni di libri, alle quali non va mai nessuno; la
seconda riguarda la scuola Holden di Torino che venderebbe a caro prezzo non
tanto competenze autoriali quanto appartenenza all’ambiente dell’editoria
(relazioni e stato sociale). Da un lato le due polemiche sollevano, secondo
Raimo, la questione della “sostenibilità di due pezzi fondamentali della filiera
dell’industria editoriale, la formazione degli scrittori e la promozione dei
libri”; dall’altro, e soprattutto, sono sintomi di una terza questione che non è
più possibile ignorare: “in Italia si leggono sempre meno libri, un pezzo
consistente del settore editoriale è in crisi e una parte non piccola rischia di
chiudere.
Ma non è questa la notizia peggiore. La notizia peggiore è che una società che
legge di meno peggiora da tanti punti di vista”. Raimo è uno scrittore
democratico e progressista, molto attento alle questioni italiane; i suoi
contributi sulla storia recente o sui casi di cronaca, i suoi interventi
pubblici e le sue lucide prese di posizione antifasciste rappresentano oggi uno
dei pochi casi di quello che un tempo si chiamava impegno civile. Lo ammiro per
questo da tanti anni e a maggior ragione il suo articolo mi ha sorpreso per tre
motivi. Uno, Raimo sostiene che la formazione degli scrittori e la salute del
settore editoriale siano questioni centrali. Due, una questione centrale c’è
davvero ma Raimo non sembra vederla. Tre, l’articolo tenta di conciliare
l’inconciliabile e questo lo rende confuso, a tratti difficile da seguire.
Raimo è uno scrittore colto. Nel suo orizzonte ci sono Joyce e De Felice, non il
cinema dei fratelli Vanzina. Per questo è sorprendente che nel parlare di
scrittura pensi all’editoria aziendale (che da decenni mercifica e standardizza
la scrittura banalizzandola) e ne impieghi la lingua (“la filiera dell’industria
editoriale”) come se fosse un intellettuale organico nel senso di Gramsci. Per
Raimo chi scrive è un addetto di settore, un “pezzo” da formare a scopi
industriali nell’ambito della filiera così come il libro va promosso tramite il
marketing. Chi conosce le pratiche dell’industria editoriale sa bene quanto poco
abbiano a che fare con la letteratura: ci sono agenti che discutono
preventivamente la trama con gli autori, redattori che premono per eliminare
passi potenzialmente scoraggianti, amministratori delegati che approdando
all’editoria dichiarano di voler mettere la propria esperienza al servizio della
promozione del brand. “Our portfolio is particularly exciting, with a wider
selection of books than usual”, dicono le newsletter degli editori; presto – se
non sta già avvenendo – l’intelligenza artificiale verrà usata per le traduzioni
e per creare intrecci. Questa mercificazione industriale è in corso da decenni,
il suo ambito specifico viene chiamato “la cultura” e il suo progresso è
inarrestabile. Non è questo a sorprendere ma il fatto che anche un intellettuale
come Raimo arrivi a identificare scrittura e industria editoriale, lettura e
vendita, prosperità del capitalismo aziendale e progresso sociale.
> Nell’ambito di una “filiera” un calo di fatturato va letto in termini
> economici e industriali: la veste dell’umanista preoccupato, che deplora la
> scarsa attitudine degli italiani alla lettura e denuncia l’inevitabile
> regresso di una società che non legge, finisce per avere qualcosa di
> involontariamente oscurantista.
In realtà non è affatto ovvio che più case editrici significhino più lettura, né
che la salute della “filiera” comporti una società migliore. Anni fa Gianluigi
Simonetti scrisse sul Sole 24Ore che le pubblicazioni di narrativa italiana
erano aumentate del 1800% rispetto a venticinque anni prima: ciò non significa
che per ogni cento scrittori/scrittrici del passato ce ne siano oggi
milleottocento, significa che il libro è una merce industrialmente prodotta e
che come tale è soggetto alle oscillazioni del mercato (“due milioni netti di
libri in meno, un calo di fatturato di 31 milioni”, si rammarica Raimo come se
fosse anche lui un consigliere d’amministrazione).
In tale contesto il calo di vendite indica una crisi di sovrapproduzione alla
quale l’industria reagisce abbassando il prezzo della merce e contestualmente,
se possibile, il costo della forza-lavoro necessaria a produrla; i periodi in
cui il costo di produzione è superiore al prezzo di mercato sono compensati dai
periodi in cui il prezzo torna a superare il costo grazie all’innovazione
tecnologica, una grande azienda è per ovvi motivi meglio attrezzata a superare
le oscillazioni del mercato e le crisi. Qualora infine il mercato persista in
una fase critica, gli investimenti si ritraggono dalla produzione di quella
merce per dirigersi in altri settori. Nell’ambito di una “filiera” un calo di
fatturato va letto in termini economici e industriali: la veste dell’umanista
preoccupato, che deplora la scarsa attitudine degli italiani alla lettura e
denuncia l’inevitabile regresso di una società che non legge, finisce per avere
qualcosa di involontariamente oscurantista.
Altrettanto oscurantista, o fuorviante, è il lungo excursus storico e letterario
con cui Raimo ripercorre lo sviluppo dell’editoria, della politica e del
capitalismo in Italia a partire dal 1994, anno di fondazione della scuola Holden
di Torino e della “discesa in campo” di Berlusconi. Raimo menziona la fine del
rigore tragico novecentesco, il crollo dei regimi e delle vecchie ideologie, il
disimpegno, l’ironia postmoderna. Mentre l’ideologia neoliberale antepone
l’individuo alla società, mentre la filosofia rinuncia alla ricerca dell’essenza
e si volge al relativismo scettico, la letteratura riscopre la narrazione: Wu
Ming inaugura il progetto letterario-politico di una nuova epica italiana,
Baricco si volge allo “storytelling” perché “condivide questa visione che, in
nome della laicità e del postmoderno, sostituisce la narrazione
all’interpretazione come modello principale per aver a che fare con il mondo”.
Lo storytelling – cui viene qui conferita la dignità di pendant letterario della
riflessione filosofica postmoderna – è inteso da Raimo da un lato come ritorno
al narrare dopo il secolo delle avanguardie, della frantumazione formale e
dell’opera aperta, dall’altro come giornalismo narrativo di cui Baricco (che
Raimo cita lungamente) è stato in Italia un pioniere. Se come giornalismo
narrativo lo storytelling si fa promotore di una liberazione dalla pesantezza
degli articoli scritti secondo canoni novecenteschi, come recupero della
narrazione letteraria esso, a detta di Raimo, si rivela dotato di potere
politico: “Le storie hanno un potere. Un potere di liberazione estetica, per
Baricco; un potere di emancipazione politica per Wu Ming. Quello che ovviamente
non era stato preso in considerazione era che la consapevolezza del potere delle
storie viene incamerata presto dal capitalismo più aggressivo”.
> Avanguardie a parte, la letteratura ha sempre raccontato storie: in epoca
> moderna a queste storie è stato dato in Italia il nome di romanzi, poi di
> narrativa; oggi l’editoria aziendale mutua per lo più i termini inglesi
> “fiction” e “storytelling”.
L’adozione di una nuova parola per una cosa che veniva percepita e nominata
anche in precedenza indica in genere che si è cominciato a percepire quella cosa
in modo diverso. Avanguardie a parte, la letteratura ha sempre raccontato storie
(e Raimo se ne mostra consapevole quando dice che ridurre il Novecento a un
secolo di mutismo narrativo è una semplificazione). In epoca moderna a queste
storie è stato dato in Italia il nome di romanzi, poi di narrativa; oggi
l’editoria aziendale mutua per lo più i termini inglesi “fiction” e
“storytelling” (per meglio dire, la fiction è narrativa che si avvale
tipicamente dello storytelling come risorsa tecnica). Essi non significano
semplicemente il raccontare una storia: anche Manzoni raccontò una storia, ma
sarebbe ridicolo pensare a lui come a un rappresentante dello storytelling. Le
definizioni abituali sono talmente corrive e generiche che non ci aiutano a
individuarne il significato («storytelling is the social and cultural activity
of sharing stories», «the art of using narratives […] to communicate
information, ideas or experiences in an engaging and memorable way»); è però
sufficiente leggere i libri dei suoi rappresentanti per vedere che il termine –
proveniente dall’industria editoriale statunitense – denota una pratica del
racconto che si concentra esclusivamente su certi valori drammaturgici a scapito
di quelli linguistici: raccontare in modo avvincente, creare attese, punti di
tensione, conflitti che verranno risolti nel corso della narrazione. Evitare
digressioni troppo lunghe e non parlare in modo complicato (Gadda non faceva
storytelling). La lingua come potenziale rivelatrice di mondo e di esperienza
non viene presa in considerazione. Lo storytelling è per un pubblico di massa.
In questo senso la ricostruzione di Raimo – lo storytelling liberatorio e
antagonista delle origini viene in seguito fagocitato dal capitalismo che lo
piega ai propri interessi – è dissonante perché contrappone quanto è in realtà
affine: da un lato il capitalismo mediatico odierno che scopre e incamera il
potere della narrazione, dall’altro lo storytelling estetico e politico lanciato
dall’editoria degli anni Novanta. Invece lo storytelling, come risorsa
tecnico-retorica rivolta a un pubblico di massa, è stato fin dall’inizio
organico a quell’editoria che proprio negli anni Novanta cominciava a diventare
aziendale: è una modulazione capitalista del racconto (il racconto-merce ideale)
così come il “flusso” digitale odierno è modulazione capitalista delle poetiche
avanguardistiche (“il paradigma del senso, scientifico, logico, narrativo,
rischia di venire sostituito dalla frammentazione, la ricerca della verità dalla
nonverità, la critica dall’eristica, il senso dal nonsenso”, scrive Raimo
parlando del capitalismo digitale).
La stessa ambiguità appare nei testi di Baricco citati da Raimo: lo storytelling
degli anni Novanta, quello fatto da Baricco stesso su commissione di Ezio Mauro,
è stato lodevole perché metteva fine alla noia del giornalismo novecentesco, il
capitalismo mediatico-digitale invece lo ha impiegato a scopi perversi. Ma Ezio
Mauro, al pari della narrativa aziendale, è già capitalismo editoriale che si
avvale dello storytelling, anche se nel mistificatorio resoconto di Baricco
diventa “un genio”: “Se sai gestire lo storytelling puoi anche anticipare un
fatto di un paio di giorni, ma anche di una settimana. Se sei molto bravo un
mesetto prima guarderanno la cometa che non c’è neanche ma è come se la
vedessero. Ma non perché sono scemi. No. Perché tu sei bravo in quella
circostanza lì” (Baricco citato da Raimo).
Rappresentare lo storytelling come una piccola rivoluzione editoriale forse non
è falso, ma è stata fin dall’inizio una rivoluzione capitalista, una delle
tante. Se proprio deve significare qualcosa che scuola Holden e “discesa in
campo” di Berlusconi siano coeve, il parallelo da individuare è quello tra
l’incipiente capitalismo mediatico che nel 1994 prende il potere raccontando una
storia con parole semplici (“L’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici,
le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato da mio padre e dalla vita il
mio mestiere di imprenditore. Qui ho anche appreso la passione per la libertà”)
e una modulazione del narrare omologa fin dalle origini agli interessi
dell’editoria aziendale, così omologa che oggi la Scuola Holden fa parte del
Gruppo Feltrinelli (la “filiera” si è dotata di uno strumento diretto con cui
formare scrittori adeguati alle proprie esigenze).
> Rappresentare lo storytelling come una piccola rivoluzione editoriale forse
> non è falso, ma è stata fin dall’inizio una rivoluzione capitalista, una delle
> tante.
Raimo tutto questo sembra vederlo e non vederlo. A tratti sembra alludere senza
poter dire, come se nel suo articolo parlassero – disturbandosi reciprocamente –
due personalità inconciliabili: dalla parte del capitale editoriale sembra
parlare un addetto dell’industria (la perdita di trentuno milioni di fatturato,
i “consumi culturali»), dalla parte della letteratura parla l’intellettuale e
scrittore che depreca la mercificazione del libro (“la vulgata per cui
l’editoria […] sia un luogo in cui è bello lavorare, che accoglie progetti,
desideri, e fa da volano all’emancipazione individuale e collettiva, è una
narrazione con sempre più passaggi difettosi e illusori”).
Questa inconciliabilità percorre quasi tutto l’articolo; l’addetto
dell’industria vuole anacronisticamente credere che l’editoria aziendale e le
tradizionali istituzioni di formazione siano omogenee e osmotiche (“le
infrastrutture culturali che pensavamo solide, la scuola, l’università, il
sistema bibliotecario, il sistema istituzionale di sostegno all’editoria,
vengono costantemente indebolite attraverso definanziamenti e cattiva gestione,
mancano di norme che guidino un cambiamento radicale”), l’intellettuale assume
toni da umanista in lotta contro l’ingiustizia che hanno in questo contesto
qualcosa di stravagante: “la buona battaglia per gli intellettuali o per chi
riconosce le ingiustizie e le storture dell’industria culturale è di lottare per
la scuola pubblica e l’università pubblica libera e di qualità prima di tutto. È
lì che si impara a essere una comunità di lettori, e anche di artisti. E a
pensare che questo porti anche a un miglioramento della vita democratica”. È
probabilmente a questo conflitto irrisolto che va ascritto il lapsus calami con
cui Raimo afferma e al tempo stesso nega che i libri siano una merce
(“descrivere il mondo dei libri, della lettura e della scrittura, come un
universo felicemente esperienziale, ha eliminato in buona parte l’idea che i
libri siano un prodotto diverso dagli altri”).
Quanto alla questione politica: se – indipendentemente dalle oscillazioni del
mercato e dalle crisi di sovrapproduzione – è vero che si legge meno (che i
libri vengano comprati, rubati, fotocopiati o presi in prestito), quel che
dovrebbe interessarci è per quale motivo le persone abbiano meno voglia di
leggere, per quale motivo gli insegnanti non possano più persuadere alla lettura
e i ragazzi abbiano smesso di consigliarsi libri. Facendo coincidere la crescita
spirituale delle persone con la salute dell’editoria aziendale, Raimo non può
immaginare che si legga meno anche perché i troppi libri (prodotti standard il
cui basso costo di produzione è premessa di maggiori introiti) hanno fatto venir
meno la fiducia in chi scrive e in chi pubblica.
La nostra generazione è stata l’ultima a imparare e credere che si diventi
scrittori in un difficile percorso personale fatto tra l’altro di tirocinio
linguistico e narrativo, esposizione al mondo, resoconto letterariamente
sincero, rifiuto del conformismo, sguardo non pregiudiziale; che tutto ciò possa
essere acquisito in un percorso formativo scolastico appare in questa
prospettiva paradossale e canzonatorio. Agli occhi della nuova generazione
invece si è scrittori come si è propagandisti sui social media; alle scuole di
scrittura creativa si aggiungono da qualche tempo quelle per influencer e gli
stessi media incoraggiano tale nuova percezione banalizzando interessatamente
l’arte dello scrivere (anni fa Walter Siti fece notare che le trasmissioni
televisive onorano chiunque della qualifica di scrittore: “giornalista e
scrittore”, “sindaco e scrittore”, “architetto e scrittore”. Mi sento,
commentava Siti, come se mi avessero portato via una cosa alla quale ho creduto
per tutta la vita).
> Se è vero che si legge meno, quel che dovrebbe interessarci è per quale motivo
> le persone abbiano meno voglia di leggere, gli insegnanti non possano più
> persuadere alla lettura e i ragazzi abbiano smesso di consigliarsi libri.
Si lamenta spesso che la tecnologia audiovisiva abbia distrutto il libro, che
TikTok sia ostile alla civiltà della scrittura: ma anche il libro – nella
percezione, nell’uso, nel marketing, nel profitto – appartiene oggi in gran
parte all’universo mediatico, tanto che un corso alla scuola di scrittura
introduce all’industria. Ecco, mi sembra che le persone leggano meno anche
perché se ne sono accorte, e in questo senso il calo della lettura è addirittura
consolante. Come se la gente si fosse svegliata. C’è del resto qualcosa di
classista nel credere che una società che non legge sia una società peggiore:
secondo Raimo gli ignoranti sono, in quanto tali e senz’altro, peggiori di
quelli che leggono. Sembra quasi che per lui l’Occidente fascista, razzista,
misogino, neoimperialista e autoritario del Ventunesimo secolo sia da addebitare
alle persone incolte. A Berlino, dove vivo da tanti anni, ho conosciuto persone
semplici che – per parlare come le statistiche – un libro non lo leggono nemmeno
in tre anni. Ma sono persone adorabili, percepiscono con chiarezza la
devastazione capitalista e detestano il fascismo senza avere letto Rosa
Luxemburg.
Pochi giorni fa The Guardian ha pubblicato un articolo (“Quality of scientific
papers questioned as academics ‘overwhelmed’ by the millions published”) secondo
il quale l’attendibilità dei contributi scientifici sulle riviste
specialistiche, anche le più prestigiose, sta rapidamente venendo meno. In un
sistema di ricerca che fa dipendere l’avanzamento in carriera dal numero degli
articoli pubblicati e delle citazioni ottenute, i ricercatori fanno ricerche
rapide, semplici e spesso ripetitive che tendono poi a pubblicare,
rimaneggiandole, su più riviste. Negli ultimi dieci anni il numero di contributi
(spesso scritti usando l’intelligenza artificiale) è aumentato del 48% e ha
superato i due milioni, gli scienziati incaricati della “peer review” sono
sommersi da testi inutili e spesso contraffatti. Gli editori – decine di
migliaia – trovano più lucrativo offrire al pubblico l’accesso gratuito e
chiedere agli autori una tassa di pubblicazione che può arrivare a 11.000 euro
(tra il 2015 e il 2018 i ricercatori hanno pagato oltre un miliardo di dollari
ai cinque più grandi editori accademici). “Everybody agrees that the system is
kind of broken and unsustainable”, ha dichiarato il premio Nobel Venki
Ramakrishnan. Tutto questo ha favorito lo sviluppo di quelle che in gergo
vengono chiamate “cartiere” (imprese che pubblicano a pagamento contributi
scadenti o fasulli con veste di autenticità) e sta minando ciò che a partire dal
Diciassettesimo secolo fondò il successo della scienza: la fiducia nella sua
attendibilità. “Eventually these papers will all be written by an AI agent and
then another AI agent will actually read them, analyse them and produce a
summary for humans” (Ramakrishnan).
Impressionante, ai fini della presente riflessione, è lo sviluppo parallelo,
industrialmente condizionato, dell’editoria scientifica e di quella letteraria.
La crescita esponenziale delle pubblicazioni che si accompagna alla loro
banalità e inutilità, la priorità data al profitto, l’intervento
dell’intelligenza artificiale, la fine della fiducia da parte di chi legge. Anni
fa un addetto dell’editoria mi spiegò che i ringraziamenti alla fine del romanzo
fanno curriculum: più vieni ringraziato e più fai carriera nell’industria (“dove
e quanto spesso un ricercatore pubblica, e quante citazioni ottiene il suo
contributo, è decisivo per la carriera”, dice l’articolo di cui sopra). Ci sono
nel frattempo negli Stati Uniti anche scuole di scrittura creativa per
scienziati: una di esse – frequentata da accademici della Cornell University,
dell’Imperial College di Londra, del Karlsruhe Institut of Technology e
dell’Università di Heidelberg – pubblicizza i propri corsi dicendo “if you
incorporate storytelling in your scientific research paper, your reader will
find it easier to read and remember. And your journal editor will find a
well-written story more persuading than a simple report of the scientific data
you obtained. The result? Your scientific paper will be more likely to get
published in a top-tier journal when you tell a story”.
> Il problema politico è che da decenni l’editoria aziendale ci sommerge di
> banalità e con questo ha messo fine al rapporto di fiducia tra chi scrive e
> chi legge (una comunità spirituale è venuta meno senza essere sostituita da
> una nuova).
Nell’epoca del suo trionfo, applicata a ogni campo dell’attività umana, la
razionalità economica si risolve nell’autodistruzione del sapere e dell’arte. È
questo che dovrebbe interessarci, ed è sintomatico che un intellettuale limpido
e attento come Raimo possa invece ricondurre il problema politico a una
questione di finanziamenti, aspettandosi un “cambiamento radicale” dalla buona
gestione e dalle norme. Il problema politico è che da decenni l’editoria
aziendale ci sommerge di banalità e con questo ha messo fine al rapporto di
fiducia tra chi scrive e chi legge (una comunità spirituale è venuta meno senza
essere sostituita da una nuova); che tanti intellettuali sono organici agli
interessi della “filiera” o trovano ovvio che essa provveda alla formazione
scolastica degli scrittori; che nella letteratura come nella scienza l’epoca del
capitalismo mediatico invita a pratiche estensive, a bassa densità conoscitiva
oltre che emotiva, e che nel segno della semplificazione e della ripetizione si
sta realizzando una Gleichschaltung delle coscienze. Parafrasando Pasternak si
potrebbe dire che la nevrotica relazione di Raimo con l’industria editoriale
appare come un prodigio di virtù civica: in verità, nell’attuale stato di
capitalismo mediatico e tramonto della democrazia, la produzione editoriale
indiscriminata è parte di una questione sistemica e i troppi libri fanno parte
di un movimento storico verso l’omologazione e il fascismo. Se ce ne sono di
meno dovremmo esserne solo contenti.
L'articolo Coscienza politica, letteratura e industria proviene da Il Tascabile.
N egli ultimi mesi si sono sviluppati due dibattiti che hanno saturato la bolla
del mondo di chi si occupa, a vario titolo, di scrittura. Il 10 aprile Grazia
Verasani pubblica un post su Facebook, che poi viene ripreso sul Resto del
Carlino e poi da diversi giornali, in cui lamenta il fatto che le presentazioni
di libri sono uno sforzo notevole per chi scrive e per chi le organizza ma forse
servono sempre meno:
> La domanda è: perché ci ostiniamo a presentare, o a cercare recensioni, quando
> è diventato quasi umiliante, e non parlo tanto o solo di me, ma in generale:
> ho assistito a troppe presentazioni di scrittori anche piuttosto noti vuote di
> gente. E ogni volta che gli scrittori vedono una platea semideserta assumono
> espressioni da ego ferito che fanno male al cuore. Dobbiamo accettare di
> essere un’elite e stare a casa con i nostri animali da compagnia? Accettare
> che non legge quasi più nessuno? Chi ce lo fa fare di macinare chilometri per
> toccare la triste realtà con mano? Eh, me lo chiedo sempre più seriamente…
Le reazioni che seguono e che continuano anche oggi sono state letteralmente
migliaia, segno che al di là dello sfogo estemporaneo, c’è un nodo che è stato
scoperto. Di che si tratta, però?
Il 16 giugno scorso su Substack e poi su che Instagram, su Tik Tok e sul suo
blog, una donna con il nickname di Kants Exhibition scrive un post critico nei
confronti della scuola Holden. Si chiede se la frequentazione della scuola – lei
è un’ex allieva del triennio 2018-21 – e i 20.000 euro di spesa per il corso
principale siano davvero utili ad apprendere le tecniche di scrittura o servano
invece a conferire uno status e a favorire delle relazioni sociali che si
potrebbero acquisire anche in altri modi meno costosi. Anche qui ovviamente ci
sono state molte reazioni, compresa quella della scuola Holden stessa, che ha
pubblicato un reel che aveva realizzato qualche tempo prima, in cui provava a
ironizzare sulla critica, soprattutto riguardo al costo economico. Il video è
stato poi rimosso perché le reazioni ancora più urticate hanno investito anche
questa difesa d’ufficio.
I post sollevano due questioni importanti: la sostenibilità di due pezzi
fondamentali della filiera dell’industria editoriale, la formazione degli
scrittori e la promozione dei libri. Ma al di là del merito, le due questioni
sono soprattutto sintomatiche di un’altra questione, grande quanto un elefante
sempre più imponente in una stanza sempre più stretta. In Italia si leggono
sempre meno libri, un pezzo consistente del settore editoriale è in crisi e una
parte non piccola rischia di chiudere. Ma non è questa la notizia peggiore. La
notizia peggiore è che una società che legge di meno peggiora da tanti punti di
vista.
I dati degli ultimi mesi sono agghiaccianti. Nelle prime 24 settimane del 2025
sono stati comprati due milioni netti di libri in meno, un calo di fatturato di
31 milioni: un dato che equivale al 5% di lettori persi, uno su venti. Le
statistiche sul lettorato del 2024 ci davano già conto di una condizione
rovinosa. L’Istat rilevava che solo il 40% legge almeno un libro l’anno. Altre
statistiche – Eurostat – mostravano che l’Italia è il Paese in Europa dove si
legge meno dopo Cipro e la Romania. La percentuale di chi legge almeno un libro
l’anno, secondo Eurostat, è del 35%, a confronto di una media europea del 53%.
Nel Nord Europa si arriva almeno al 70%, in Francia, Germania e Spagna siamo
abbondantemente sopra il 50. Anche nelle rilevazioni dell’AIE (Associazione
italiana editori), che sono più confortanti (anche a fronte di una diversa
concezione della lettura e di una diversa selezione del campione), restano però
alcuni indici significativi, come quello del tempo medio usato per la lettura:
quello settimanale si riduce, secondo i dati AIE del 2024 a 2 ore e 47 minuti
contro le 3 ore e 16 minuti del 2023 e le 3 e 32 minuti del 2022.
> In Italia si leggono sempre meno libri, un pezzo consistente del settore
> editoriale è in crisi e una parte non piccola rischia di chiudere. Ma non è
> questa la notizia peggiore. La notizia peggiore è che una società che legge di
> meno peggiora da tanti punti di vista.
Perché si legge meno? Come invertire questa tendenza? Può diventare
comprensibile, alla luce di questi dati, come la questione della formazione
degli scrittori e la promozione dei libri siano degli epifenomeni, rispetto a
problemi sistemici e di lunga durata. Ma la sintomatologia non è da
sottovalutare. È chiaro che la vulgata per cui l’editoria, nella sua accezione
più ampia – la creazione e la confezione di contenuti – sia un luogo in cui è
bello lavorare, che accoglie progetti, desideri, e fa da volano
all’emancipazione individuale e collettiva, è una narrazione con sempre più
passaggi difettosi e illusori. I social in questo hanno esasperato una tendenza
di lunga durata. Descrivere il mondo dei libri, della lettura e della scrittura,
come un universo felicemente esperienziale, ha eliminato in buona parte l’idea
che i libri siano un prodotto diverso dagli altri. I mondi che contengono
possono essere complessi, problematici, conflittuali, inutili, difformi,
respingenti, contraddittori. La delusione per una scuola di scrittura che
promette una realizzazione delle proprie aspirazioni e richieste e che poi
invece non mantiene, o per delle presentazioni che al posto di essere una festa
della relazione con i lettori sono solitarie e frustranti, non sono tanto
segreti di Pulcinella (di una comunità che fa finta di non essere aspirazionale,
in cui il proprio successo dipende tanto dall’impegno prestazionale quanto
dall’insuccesso dei propri colleghi, in un mercato che non solo non si allarga
ma si restringe); ma è piuttosto l’esito della trasformazione dell’industria
culturale dagli anni Novanta in poi.
La scuola Holden nasce nel 1994. È lo stesso anno dell’inizio della più grande
narrazione politica italiana contemporanea, il berlusconismo: il video con la
calza sulla camera, “questo è il Paese che amo, qui ho le mie radici, le mie
speranze, i miei orizzonti”. Caduto il muro di Berlino, indebolite le Grandi
interpretazioni del mondo, basta un bauscia che si spaccia per self made man per
rendere credibile politicamente una svolta regressiva spacciata per rivoluzione
liberale. Ma il berlusconismo rende chiaro un bisogno: la smania di uscire dal
Novecento della serietà e del rigore. Il nuovo miracolo italiano è una grande
fiera dell’autoincantamento. Come era accaduto per la televisione commerciale,
il modello pubblicitario può costituire uno standard di verità collettivo con il
quale identificarsi facilmente, mentre crollano i regimi, i partiti, le
ideologie.
Alessandro Baricco nel 1994 ha 36 anni, e ha studiato filosofia a Torino. È
l’università di Luigi Pareyson, di Umberto Eco, di Gianni Vattimo, la culla del
pensiero ermeneutico italiano. Gli anni Settanta sono stati gli anni della
svolta ermeneutica. Il conflitto delle interpretazioni (come si intitolava il
libro di Paul Ricoeur del 1969) è diventato un conflitto a tutto campo, di
massimalismi delle critiche, di ideologie contrapposte, un conflitto anche aspro
e persino sanguinario, in cui gli intellettuali hanno pensato che non fosse
possibile essere disimpegnati, che ha determinato grandi trasformazioni, ma
anche lasciato sul campo morti, feriti, e infine riflusso, e fraintendimenti
spacciati per rovesciamenti interpretativi. Il desiderio di demistificazione,
ironia, alleggerimento, laicità, sembra emergere di pari passo con la
risoluzione emergenziale del contrasto alla lotta armata e alle rivoluzioni
postcolonialiste, la repressione delle lotte operaie. Il thatcherismo e il
reaganismo per la prima volta rendono suadente la narrazione del potere
esaltando i desideri individuali e non le istanze collettive.
> Negli anni Novanta il nuovo miracolo italiano è una grande fiera
> dell’autoincantamento. Come era accaduto per la televisione commerciale, il
> modello pubblicitario può costituire uno standard di verità collettivo con il
> quale identificarsi facilmente, mentre crollano i regimi, i partiti, le
> ideologie.
Decretata la sconfitta della classe operaia, la fine dei gloriosi Trenta, la
fede nella narrativa ingloba il disincanto per la politica. Per dire, nel numero
di Granta dei best younger novelist del 1983 ci sono scrittori che, di fronte
alla degenerazione thatcheriana, mostreranno cosa vuol dire diventare esemplari
maestri di questa capacità di trasfigurazione del romanzo politico e sociale in
altri generi (romanzo storico, thriller, fantascienza, noir…): Salman Rushdie,
Ian McEwan, Kazuo Ishiguro, Martin Amis.
Anche per l’Italia la fine del decennio dei Settanta ha un che di funesto. Il
1980 arriva dopo il sequestro e l’omicidio Moro, è il momento in cui le Brigate
Rosse si alleano con la Nuova camorra organizzata, è l’anno della marcia dei
40.000. A mettere un punto a quel decennio arriva la pubblicazione del più
venduto romanzo italiano del Novecento, Il nome della rosa, 55 milioni di copie
in tutto il mondo: una messa in pratica delle idee narratologiche sviluppate da
Eco negli anni Settanta in Opera aperta, nel Superuomo di massa o in Lector in
fabula, e riprese con precisione nelle Postille al Nome della rosa del 1983, con
la consapevolezza che nel giro di vent’anni si è passati dalle idiosincrasie del
Gruppo ’63 alla autolegittimazione del postmoderno.
Il famoso passaggio:
> Ma arriva il momento che l’avanguardia (il moderno) non può più andare oltre,
> perché ha ormai prodotto un metalinguaggio che parla dei suoi impossibili
> testi (l’arte concettuale). La risposta post-moderna al moderno consiste nel
> riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto, perché la sua
> distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non
> innocente. Penso all’atteggiamento post-moderno come a quello di chi ami una
> donna, molto colta, e che sappia che non può dirle “ti amo disperatamente”,
> perché lui sa che lei sa (e che lei sa che lui sa) che queste frasi le ha già
> scritte Liala. Tuttavia c’è una soluzione. Potrà dire: “Come direbbe Liala, ti
> amo disperatamente”. A questo punto, avendo evitata la falsa innocenza, avendo
> detto chiaramente che non si può più parlare in modo innocente, costui avrà
> però detto alla donna ciò che voleva dirle: che la ama, ma che la ama in
> un’epoca di innocenza perduta. Se la donna sta al gioco, avrà ricevuto una
> dichiarazione d’amore, ugualmente. Nessuno dei due interlocutori si sentirà
> innocente, entrambi avranno accettato la sfida del passato, del già detto che
> non si può eliminare, entrambi giocheranno coscientemente e con piacere al
> gioco dell’ironia… Ma entrambi saranno riusciti ancora una volta a parlare
> d’amore.
Comunque, quello che è accaduto è che il più importante intellettuale italiano
si è trasformato in un romanziere popolare, il quale confessa come ogni
decostruzione faccia venir voglia di costruzione, soprattutto quando la realtà
viene sequestrata dalle narrazioni complottarde come era accaduto con il
racconto della stagione del terrorismo italiano. Il dispositivo più efficace è
quello di inglobare gli scetticismi e cimentarsi con una letteratura che riesca
a mantenere un orizzonte demistificatorio nella mistificazione, stabilendo con
il lettore un patto più laico, democratico, aperto, in cui si mescolano ironia e
credulità, mosse dell’autore e contromosse del lettore. Nel Pendolo di Foucault
(1988) questo intento sarà ancora più manifesto.
Con il senno di poi, ma forse anche di allora, poteva essere il modo di uscire
dal cul-de-sac di chi aveva creduto nelle utopie politiche e ora si trovava ad
avere a che fare più che con il sol dell’avvenire con le rovine ridicole di
regimi al collasso. Ma anche una mossa del cavallo generativa dopo la morte
dell’autore decretata dai vari Paul De Man, Roland Barthes, Michel Foucault. A
prendere la parola all’inizio degli anni Ottanta sono nuovi autori, che si
riconoscono già in una generazione disincantata, escapista, che diserta, che ama
viaggi, naufragi, deragliamenti, digressioni, narrazioni picaresche: Enrico
Palandri, Pier Vittorio Tondelli, Andrea De Carlo, Aldo Busi, Daniele Del
Giudice…
> Non si sa se Baricco abbia letto La filosofia dopo la filosofia o l’ancora più
> radicale Verità e progresso di Rorty. Ma condivide questa visione che, in nome
> della laicità e del postmoderno, sostituisce la narrazione all’interpretazione
> come modello principale per aver a che fare con il mondo.
Nel 1989, mentre prende forma questa mutazione, viene pubblicato Contingency,
irony and solidarity, un libro di Richard Rorty che verrà tradotto in italiano
come La filosofia dopo la filosofia. Dentro appare l’esito prevedibile della
ricerca della filosofia ermeneutica. La ricerca della verità viene spogliata di
ogni orizzonte fondazionalistico. Non c’è alcun motivo, dice Rorty di
privilegiare l’epistemologia rispetto, poniamo, all’estetica o alla teoria della
letteratura una volta introdotto il concetto di ineffabilità della verità. La
filosofia come critica per la ricerca della verità, quel modello che nel bene e
nel male, abbiamo fatto nostro dall’illuminismo in poi, qui viene invece
sostituito da una prospettiva scettica che vede la verità come successo.
Non si sa se Baricco abbia letto La filosofia dopo la filosofia o l’ancora più
radicale Verità e progresso di Rorty. Ma sappiamo dalle cose che scriverà di lì
a poco che condivide questa visione che, in nome della laicità e del
postmoderno, sostituisce la narrazione all’interpretazione come modello
principale per aver a che fare con il mondo. È lui stesso a raccontare anni dopo
questa sua svolta, e indica come data finalmente periodizzante il 1997, quando
si autocommissiona per Repubblica un articolo sul passaggio della cometa
Hale-Bopp. Il direttore di Repubblica è Ezio Mauro, con cui Baricco ha già
cominciato a collaborare alla Stampa e con cui condivide un’idea di giornalismo
narrativo. Lo storytelling.
> […] Hale-Bopp, sembra un nome inventato e invece erano i due astronomi
> semidilettanti che avvistarono per primi questa cometa che ad un certo punto,
> nel 1997, passò molto vicina alla terra […]
> Al tempo lavoravo, ma anche adesso, per un giornale, italiano, quotidiano,
> Repubblica, […] Non il tipo di giornalismo che si faceva quando io ero
> piccolo… Quando io ero piccolo i giornali erano di una noia sconfortante.
> Questo è un giornalismo creato negli anni ’90 e uno di quelli che lo hanno
> inventato, non il solo, ma uno di quelli che lo hanno inventato era il mio
> direttore del giornale in quel momento. Quindi era uno che c’aveva l’istinto,
> c’aveva la velocità, proprio il senso, proprio il sentimento per l’aspetto
> narrativo del mondo. È lui con gli altri che hanno tirato fuori dalla cronaca
> del mondo il potere dello storytelling e delle storie… Un genio, a suo modo. E
> difatti quando sentì che alla gente piaceva questa storia della cometa […]
> tirò su il telefono e telefonò a me, e mi disse […]potresti andarla a vedere e
> fare un bel pezzo, di quelli tuoi, così un po’… da scrittore, così no… Erano
> gli anni ’90, adesso siamo più smaliziati, allora questo era ancora
> abbastanza…non dico rivoluzionario, ma era nuovo in un certo modo.
> E lì era praticamente 4/5 giorni prima del giorno fatidico, che era il 24
> marzo che era il giorno della massima vicinanza della cometa. L’attesa per
> questa cometa era stata tale che alcune città più New Age di altre, avevano
> perfino deciso quel venerdì 24 Marzo, di spegnere una parte delle luci della
> città di modo che la gente con lo sguardo su vedesse in cielo passare senza
> troppo inquinamento di luci questa cometa.
> Intere città che si oscuravano per la bellezza di vederla passare, il 24
> marzo.
> Cosi quando il direttore mi disse ‘valla a vedere, scrivi un pezzo’, gli dissi
> ‘sì volentieri’ […] ok vado venerdì poi ti faccio il pezzo il giorno dopo,
> d’accordo […]
> E sentii un lungo silenzio dall’altra parte del telefono… Ero anche stupito
> perché avevo detto di sì una volta tanto, perché spesso dicevo di no, ma avevo
> detto di sì… Di solito lui era entusiasta […] e poi sento lui che dice ‘beh un
> po’ tardino però’ […] ‘no io pensavo che potevi andare stasera a vederla’
> erano tipo quattro giorni prima.
> […] Io gli dico ‘ma insomma la cometa passa il 24 Marzo’. Ed ecco cosa mi
> rispose lui, un genio… Mi rispose ‘la cometa passa quando lo diciamo noi’.
> Adesso detto così voi dite ‘ma chi è questo essere immondo’… No guarda, invece
> aveva capito esattamente. […] La sera alle 11 ero in collina fuori Torino a
> vedere questa roba piccolissima che si vedeva anche male ero nel nulla non
> c’era nessuno che la guardava, la gente pensava ad altro, c’era una macchina
> con una lucina, una stradina…
> […] Scrivo il pezzo e Repubblica esce effettivamente in anticipo sul giorno
> della cometa, cioè il giorno prima del giorno della cometa, ed esce con queste
> paginate bellissime in cui c’era anche il mio pezzo […] E quel giorno dato che
> poi i media si ispirano l’uno con l’altro, tu non potevi aprire il giornale
> che c’erano paginate sulla cometa, la cometa, la cometa… Quella sera tutti col
> naso su, a guardare la cometa.
> Il giorno dopo, 24, giorno della cometa le città spengono la luce… La gente
> sacramenta dice ma cos’è ’sta storia che avete spento le luci, perché la
> cometa non esisteva già più se l’erano vista il giorno prima ‘la cometa passa
> quando lo diciamo noi’. Fatti senza storytelling non esistono. Se sai gestire
> lo storytelling puoi anche anticipare un fatto di un paio di giorni, ma anche
> di una settimana. Se sei molto bravo un mesetto prima guarderanno la cometa
> che non c’è neanche ma è come se la vedessero. Ma non perché sono scemi. No.
> Perché tu sei bravo in quella circostanza lì.
Ma il passaggio che Baricco descrive e che contribuisce a produrre non è solo un
cambiamento di tipo sociale e culturale, ma vuol essere anche un turn teorico.
Questa consapevolezza Baricco la spiega nelle pagine di curatela del testo di
Walter Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov. Si
tratta di un saggio del 1936 che Einaudi ripubblica nel 2010 con note e commento
di Baricco, che è – a suo stesso dire – una sorta di manifesto politico
letterario di Baricco e della scuola Holden.
> Anni fa, quando la Scuola Holden era appena nata, questo testo ne era per cosí
> dire la Bibbia. Lo si studiava con grande lentezza e cura, in un lettorato che
> durava l’intero primo anno di studi e che era tenuto dal preside, cioè da me.
> La ragione era semplice: la Holden è una scuola di narrazione, e Benjamin è
> colui che meglio di ogni altro ti può introdurre a riflettere su cosa mai
> voglia dire, veramente, quel termine.
Cos’ha di sacro questo testo di Benjamin è presto detto: è un antidoto al
Novecento della Crisi, delle Avanguardie, della dialettica dell’illuminismo,
delle Grandi Interpretazioni. Sempre Baricco:
> La prima cosa che va detta è che Benjamin ha il merito di riportare la
> narrazione al posto che le spetta, dandole una centralità, nell’umano
> pellegrinaggio, che non è scontata. Oggi noi ci troviamo a vivere in una
> società fortemente segnata dalle narrazioni, ma bisogna ricordare che non
> sempre è stato cosí. Se vogliamo essere piú precisi, non ci deve sfuggire che
> dall’inizio del Novecento fino almeno a tutti gli anni Ottanta del secolo,
> narrare è stato, in Occidente, un gesto minore, e spesso misconosciuto. Tutta
> l’esperienza delle avanguardie (a cui proprio l’entourage intellettuale di
> Benjamin aveva dato un fortissimo sostegno ideologico), aveva in qualche modo
> imposto una sostanziale equazione tra valore dell’opera e suo mutismo
> narrativo. L’Ulisse di Joyce, i quadri di Mondrian, la musica di Schönberg,
> per fare degli esempi, determinavano una concreta eclisse del narrare,
> indicando come direzione della ricerca obiettivi completamente differenti.
> Nello scrivere letterario si è arrivati a un estremismo antinarrativo che fino
> agli anni Ottanta ha preteso, e a volte ottenuto, di confinare a pratica
> kitsch qualsiasi desiderio, semplice, di raccontare storie. E nello stesso
> cinema, che per le sue radici plebee da luna park aveva una sorta di
> lasciapassare per la volgare pratica del narrare, è rimasta comunque a lungo
> una linea di demarcazione tra prodotto commerciale e film d’arte dove
> l’accesso all’arte era spesso fatto risalire al rattrappirsi dell’enfasi
> narrativa. Nel cuore di un simile processo, nel 1936, Benjamin innalza il
> narratore nella cerchia dei maestri e dei saggi. Di piú, lo ricostruisce come
> forza originaria, come mito di fondazione, come pietra angolare
> nell’architettura dell’umano.
In realtà ridurre, come fa Baricco, il Novecento a un secolo di mutismo
narrativo e fare di Benjamin un militante contro le avanguardie è una
semplificazione se non una forzatura. Nel 1936 Benjamin reagiva a György Lukács
e alla sua Teoria del romanzo, in cui veniva contrapposta la scrittura epica a
quella romanzesca. Leskov è per Benjamin un esempio della permanenza della
possibilità del racconto originario, l’epica, il racconto collettivo, dentro e
contro le pastoie del romanzo borghese dell’Ottocento. Insomma Leskov per
Benjamin non è contro le avanguardie, ma è avanguardia.
Nel 2009 esce, sempre per Einaudi, il saggio-manifesto sulla letteratura
italiana a firma di Wu Ming, intitolato New Italian Epic. Anche tra i numi
tutelari di Wu Ming c’è Walter Benjamin e in particolare Il dramma barocco
tedesco (che Baricco liquida come testo incomprensibile in una nota del
Narratore). Wu Ming scrive:
> Portando il discorso alla sua inevitabile conseguenza, si può dire che tutte
> le opere narrative siano ambientate nel passato. Anche quando il tempo verbale
> è il presente, si tratta di una forma di presente storico: il lettore legge
> di cose già pensate, già scritte, già oggettivate nel libro che ha in mano.
> Dunque tutte le narrazioni sono allegorie del presente, per quanto indefinite.
> La loro indeterminatezza non è assenza: le allegorie sono «bombe a tempo»,
> letture potenziali che passano all’atto quando il tempo giunge. La definizione
> dell’allegoria come «espediente retorico» si mostra del tutto inadeguata, e
> infatti Walter Benjamin, nel suo Il dramma barocco tedesco (1928), descrisse
> l’allegoria come una serie di rimbalzi imprevedibili, triangolazione fra
> quello che si vede nell’opera, le intenzioni di chi l’ha creata e i
> significati che l’opera assume a prescindere dalle intenzioni. Questo livello
> dell’allegoria è privo di una “chiave” da trovare una volta per tutte. È
> l’allegoria metastorica […] ciò che diverse narrazioni hanno in comune sotto
> le apparenze, e sotto i livelli più vicini alla superficie.
Per Baricco e per Wu Ming la lezione di Eco sull’opera aperta e la rilettura di
Benjamin come precursore di questioni contemporanee porta a esiti differenti ma
avvicinabili, con una convinzione comune: le storie hanno un potere. Un potere
di liberazione estetica, per Baricco; un potere di emancipazione politica per Wu
Ming. Quello che ovviamente non era stato preso in considerazione era che la
consapevolezza del potere delle storie viene incamerata presto dal capitalismo
più aggressivo. È Baricco stesso che citando Christian Salmon, nel 2008 sul
Corriere della sera, ha già risposto in un’intervista sul dilagare dello
storytelling che lui stesso aveva sdoganato soltanto dieci anni prima.
> Adesso tutto è narrativo: vai in una macelleria e il modo di esporre le carni
> è narrativo. Ormai è impossibile sentir parlare uno scienziato normalmente:
> anche lui narra. Lo stesso vale per i giornali, che hanno sostituito al
> settanta per cento l’informazione con la narrazione. E poi c’è la
> contaminazione con il marketing. Lì comincia il pericolo, così come quando
> lo storytelling entra nella comunicazione politica. Adesso sono diventati
> così bravi da riuscire a vendere quello che vogliono se riescono ad azzeccare
> la storia giusta.
Siamo alla fine degli anni zero, e i social network sono appena nati. La
pervasività e la violenza del capitalismo digitale non è ancora così evidente.
La crisi delle ermeneutiche che si pensava potesse essere attraversata da una
nuova considerazione della narrazione ha invece portato a un esito più
problematico e allarmante: una palmare crisi epistemica. Il paradigma del senso,
scientifico, logico, narrativo, rischia di venire sostituito dalla
frammentazione, la ricerca della verità dalla nonverità, la critica
dall’eristica, il senso dal nonsenso. Sicuramente Rorty non l’aveva immaginato,
quando difendeva la figura dell’ironico liberale come nuovo modello
dell’intellettuale. Quell’ironico liberale si è trasformato in un pagliaccesco
imbonitore mistificatore autoritario. Quale è il posto per la letteratura al
tempo della narrativa che diventa marketing o propaganda?
> Le storie hanno un potere. Un potere di liberazione estetica, per Baricco; un
> potere di emancipazione politica per Wu Ming. Quello che ovviamente non era
> stato preso in considerazione era che la consapevolezza del potere delle
> storie viene incamerata presto dal capitalismo più aggressivo.
Baricco scrive The game nel 2018, Wu Ming1 scrive La Q di Qomplotto nel 2021.
Anche questi saggi sono accostabili. Complessi e articolati. Il primo,
semplificando molto, invita a una mutazione antropologica. La rivoluzione del
web è inaggirabile, occorre riconoscerne i codici e provare a farli interagire
con quelli che abbiamo imparato dalle pratiche artistiche e estetiche
precedenti. Il secondo è una ricognizione meno pacificata. Riconosce una
enshittificazione ormai avvenuta della rete, e di fatto invita a una critica e
un’analisi che è al tempo stesso sottrazione. Nel 2019 Wu Ming aveva già
pubblicato in rete un lungo saggio in due puntate in cui annunciava l’abbandono
dei social, L’amore è fortissimo. Il corpo no. Dieci anni di esplorazione tra
Giap e Twitter (2009-2019).
Arriviamo a oggi. Questa lunga, disomogeneissima, escursione nel passato
prossimo della riflessione sulla narrativa italiana, può concludersi con le due
polemiche da cui eravamo partiti: la manifestazione d’insofferenza e delusione
di un’ex allieva della scuola Holden per la formazione allo storytelling, a cui
sono seguite molte reazioni dello stesso segno o di segno contrario; la
manifestazione di insofferenza e delusione di una scrittrice per le
presentazioni, a cui sono seguite molte reazioni dello stesso segno o di segno
contrario. Le due lamentele sembrano il segnale di una questione sistemica, come
dicevamo all’inizio. La bolla dei lettori si è ristretta. Le infrastrutture
culturali che pensavamo solide, la scuola, l’università, il sistema
bibliotecario, il sistema istituzionale di sostegno all’editoria, vengono
costantemente indebolite attraverso definanziamenti e cattiva gestione, mancano
di norme che guidino un cambiamento radicale. In altri Paesi, come la Spagna per
esempio, è accaduto, già negli anni zero. Un disfacimento che si è mostrato
anche in momenti grotteschi e avvilenti come l’ultima fiera di Francoforte dove
l’Italia come Paese ospite è riuscita a presentarsi senza un progetto di
sistema, con uno status immiserito dall’arroganza del potere, perdendo del tutto
un’occasione di esposizione e riflessione internazionale.
> Le infrastrutture culturali che pensavamo solide, la scuola, l’università, il
> sistema bibliotecario, il sistema istituzionale di sostegno all’editoria,
> vengono costantemente indebolite attraverso definanziamenti e cattiva
> gestione, mancano di norme che guidino un cambiamento radicale.
Il mondo di chi scrive e legge e produce e compra e dà importanza ai libri è in
umiliante contrazione. E quindi, che si fa? Le reazioni sono spesso pavloviane e
controproducenti. Solidificare delle posizioni di rendita, come spesso fanno le
case editrici, le società di distribuzione o di vendita, non risolve ma
amplifica il problema più urgente: come arrivare ai nonlettori, ai lettori
deboli, a chi non può permettersi consumi culturali. Sembra significativo che la
risposta di Baricco e della Holden a questione sistemica sia, nel piccolo,
esemplarmente, di ripensare la dimensione live dell’esperienza estetica.
L’ultima iniziativa della scuola Holden, ideata da Baricco con Enrico Melozzi, è
la Traviata da cortile, che prevede la trasformazione della scuola Holden in uno
spazio scenico. Wu Ming è più esplicito nel programma che segue e che propone
per ripensare e rinnovare la relazione con la comunità dei lettori.
Nell’intervista che Wu Ming 1 ha rilasciato a Loredana Lipperini per Lucy, c’è
una importante considerazione di sistema che risponde alla manifestazione
d’insofferenza e prova a politicizzarla:
> Allora il problema è a monte: è quello delle vite logoranti, della fatica
> mentale, dei lavori di merda. Senza queste premesse, l’attività predatoria
> delle piattaforme di Big Tech, il loro estrattivismo, sarebbe molto più
> difficile. Aggiungiamoci i salari bassi, le pensioni da fame… Molte persone i
> libri non riescono più a comprarli.
Le presentazioni dei libri per Wu Ming sono il pretesto per fare delle
assemblee, per avere dei momenti di confronto politico in senso lato, allora:
> Presentare è ciò che più fa vivere un libro, e nei casi migliori lo trasforma
> proprio in un utensile, tipo coltellino svizzero, a disposizione di chi vive i
> territori. In questi mesi Gli uomini pesce – certo, per i temi che tocca e per
> come lo fa, ma anche perché lo sto portando in giro a più non posso – è
> diventato un dispositivo per catalizzare energie e far convergere soggetti
> diversi. Alle presentazioni di questo libro sono nate collaborazioni, alleanze
> e amicizie. E questo non è esclusivo dei libri di Wu Ming: mutatis mutandis,
> può accadere con altri libri, è accaduto, accade.
> […] Incontrare lettrici e lettori è già politico, mi spingo a dire che è già
> lotta. La letteratura non è politica tanto per il suo contenuto, quanto per i
> legami che può stabilire. I colleghi e le colleghe che pensano di sostituire
> questo con una presenza – e una vanvera tuttologica – a getto continuo sui
> social si stanno consegnando all’irrilevanza. Irrilevanza non a livello
> mediatico: irrilevanza nella vita delle persone in carne e ossa.
La rivendicazione e la riscoperta di momenti di confronto pubblico, della
dimensione dal vivo, come la crescita pur con tutte le difficoltà dei festival
letterari, è anche l’indice però di un vuoto che si aperto altrove. Esattamente
quella crisi del welfare culturale pubblico italiano. Sono le scuole, le
biblioteche, e soprattutto le università i luoghi dove questa dimensione
pubblica, e questo confronto collettivo sui testi, a partire dai testi, può
avvenire in modo continuo, aperto a tutti, approfondito. Quello che queste
strategie di resistenza, più o meno efficaci, più o meno politiche, cercano di
fare è un lavoro – spesso strenuo – di supplenza rispetto allo svuotamento di
quei luoghi.
A metà degli anni Novanta, facevo filosofia all’università, mi ritrovai a
frequentare tutti i venerdì pomeriggio gli incontri di una rivista. Uno studente
di lettere Emiliano Caprio aveva partecipato a un bando dell’Università La
Sapienza di Roma ed era riuscito a farsi finanziarsi una rivista che aveva
chiamato Liberatura, rivista di libera scrittura. Per tre anni dal 1995 al 1999,
ci riunimmo nelle stanze del dipartimento di filologia romanza, per leggere e
discutere di testi che scrivevamo. Una microscopica selezione di questi testi
poi veniva raccolta nel numero annuale che veniva pubblicato; pubblicare non era
il primo dei nostri interessi. Vederci e discutere erano un’esperienza già
coinvolgente di per sé. Questi incontri settimanali erano lunghi, popolati, e
ogni volta diversi: piano piano venne fuori un gruppo che era una composita
redazione allargata di studenti e ex studenti, narratori, poeti, drammaturghi,
di cui quasi nessuno aveva pubblicato nemmeno in fanzine. Alcuni che animavano
questi incontri sarebbero diventati poi degli autori pubblicati, professionisti,
anche un po’ noti, in campi della scrittura molto diversi, dalla saggistica alla
poesia al teatro alla narrativa al fumetto. Giordano Tedoldi, Paolo Pecere,
Marco Mantello, Simone Consorti, Veronica Raimo, Francesco Longo, Sara Ventroni,
Fabio La Piana, Angela Maria Rucco alias Veronika Bekkabunga, Laura Cingolani,
Adriano Marenco, Lucio Del Corso, Paolo Pagnoncelli… Altri, con un talento
cristallino, avrebbero smesso di scrivere, Leonardo Pafi, Francesco Russo. C’era
anche chi, come Martina Testa, si sarebbe messa a lavorare come traduttrice e
editor nell’editoria. Sicuramente me ne dimentico molti altri.
> La buona battaglia per gli intellettuali o per chi riconosce le ingiustizie e
> le storture dell’industria culturale è di lottare per la scuola pubblica e
> l’università pubblica libera e di qualità prima di tutto. È lì che si impara a
> essere una comunità di lettori, e anche di artisti.
Quello che non dimentico è la libertà che l’università pubblica diede a dei poco
più che ventenni per così tanto tempo, finanziando poco ma intelligentemente e
soprattutto concedendo spazi, per dare vita e inventare una rivista
indipendente. Una rivista indipendente voleva dire soprattutto una scuola di
formazione letteraria: imparammo sul campo, consigliandoci libri da leggere,
scambiandoci bibliografie, e soprattutto facendo un lavoro militante di lettura
e revisione dei testi degli altri.
Allora immaginavo fosse quello che accadeva normalmente nelle università
pubbliche. Di lì a poco mi resi conto che invece ero stato fortunato, perché
avevo vissuto quella che era una parentesi temporale che sarebbe terminata a
breve: l’università sarebbe rimasta vittima di definanziamenti e della
involuzione neoliberista. Lo realizzai bene proprio quando cominciai a leggere
Mark Fisher che raccontava come l’università – nel suo caso Warwick – era stata
la fucina di laboratori di riflessione teorica e pratiche artistiche
d’avanguardia. Nel 1995 Sadie Plant a Warwick aveva fondato la CCRU, la
Cybernetic Culture Research Unit, un leggendario gruppo matrice di molte delle
cose più interessanti della cultura cosiddetta alternativa inglese dei decenni
successivi. Fisher partiva dalla sua esperienza per ragionare di come il
capitalismo neoliberista avesse attaccato proprio questo tipo di funzione
dell’università, rendendole dei luoghi di competizione e conformismo.
Per questo la buona battaglia per gli intellettuali o per chi riconosce le
ingiustizie e le storture dell’industria culturale è di lottare per la scuola
pubblica e l’università pubblica libera e di qualità prima di tutto. È lì che si
impara a essere una comunità di lettori, e anche di artisti. E a pensare che
questo porti anche a un miglioramento della vita democratica.
L'articolo La polemica si risolve con la politica proviene da Il Tascabile.
In coda al suo primo romanzo Alessandro Piperno ringraziava il proprio maestro,
Enrico Guaraldo, per avergli insegnato “a leggere e a scrivere”. Allora ero
molto giovane e ricordo che in un primo momento pensai che Guaraldo fosse il suo
maestro delle elementari; devo dire che oggi quel mio errore mi diverte.
Soltanto in seguito capii che leggere e scrivere sono due attività in continua
evoluzione e che non si finisce mai di impratichirvisi, nemmeno da adulti.
Piperno infatti ringraziava il suo professore universitario, e chissà se oggi –
a vent’anni dall’esordio – ritiene di avere del tutto imparato a leggere e a
scrivere. Di certo sa tenere interessanti discorsi al riguardo.
Con le peggiori intenzioni, il suo primo romanzo, usciva nel 2005. Allora avevo
sedici anni ed era il libro di cui parlavano tutti; volli leggerlo anch’io e mi
divertii, mi piacque. Ancora adesso, riprendendolo in mano, alcuni episodi mi
paiono molto riusciti e talvolta riesce perfino a farmi ridere. Tuttavia non è
all’opera romanzesca di Piperno – ai suoi alti e ai suoi bassi – che penso ora
bensì ad alcune tracce per così dire “divulgative” che nel corso degli anni
hanno accompagnato la sua scrittura e dunque la vita dei suoi lettori più
attenti. Le coglievo su YouTube, sporadicamente: ogni tanto spuntava il filmato
di una sua conferenza o di una sua lezione universitaria o anche soltanto di una
sua intervista, e Piperno se la cavava sempre in modo egregio, da ottimo oratore
qual è. Parlava di molti autori che amo – fra gli altri Proust, Flaubert,
Nabokov, Bellow, Philip Roth, Capote, Baudelaire, Dickens, Kafka – e non era mai
banale o noioso. Il fatto è che Piperno è uno di quegli scrittori che sono
innanzitutto dei lettori forti e che perciò hanno stipulato una sorta di patto
implicito con il proprio pubblico, ubbidendo sempre o quasi ai dettami della
passione e della sincerità. Certe volte ha un occhio un po’ troppo benevolo per
gli autori cresciuti (come lui) du côté de chez Siciliano, tuttavia i suoi
consigli letterari non mi hanno quasi mai deluso: come suggeritore di libri
Piperno inciampa di rado, specie se non parla dei suoi contemporanei italiani.
Il titolo del suo ultimo lavoro è Ogni maledetta mattina, il sottotitolo cinque
lezioni sul vizio di scrivere. Se ho voluto accennare alle sue conferenze e
lezioni che girano online è perché in questo libro esse vengono spesso riprese e
arricchite. Piperno comincia raccontando della sua passione per la scrittura e
poi elenca cinque ragioni (che saranno i cinque capitoli del libro) per mettersi
a scrivere: ambizione, odio, senso di responsabilità, piacere, conoscenza. È un
saggio a tratti divagante ma sempre ben strutturato. A un certo punto Piperno
riprende una frase di John Cheever:
> “Non credo ci sia alcuna filosofia morale nella narrativa oltre
> all’eccellenza.”
Qualche anno fa l’aveva posta in epigrafe a Il manifesto del libero lettore, un
suo libro che potrebbe essere appaiato a Ogni maledetta mattina; ora ce la
ripropone come “una delle definizioni dell’arte di scrivere più persuasive” in
cui ci si possa imbattere. Difficile dargli torto, specie in tempi in cui alla
letteratura si collegano ogni sorta di doveri politici e sociali o addirittura
didattici.
Piperno, ripeto, è un ottimo lettore e le pagine illuminanti o comunque
dilettevoli del saggio sono parecchie. Mi sono rimasti impressi, per esempio, i
brani sulla stupidità contemporanea (partendo da Bouvard e Pécuchet), o un
originale e credo inedito accostamento fra Céline e Salinger, o la seguente
frase: “È bene ribadirlo: non si nasce scrittori, lo si diventa per scelta e a
costo di tanti sacrifici”, o questa: “Attribuire un significato simbolico ai
racconti di Kafka non è solo un esercizio infruttuoso, ma anche un oltraggio
alla sua divina arte narrativa” (una chiosa che Kundera avrebbe apprezzato),
oppure: “Ah, se ne ho conosciuti di scrittori talentuosi che, stritolati dalla
fame di riconoscimenti, hanno finito per perdersi!”, o ancora un difficile ma
riuscito trait d’union fra Proust e Kafka che suggella il finale del saggio e
dunque il bel ricordo che ne conserviamo.
Insomma, Ogni maledetta domenica è un libro onesto e riuscito, che potrebbe
avere come antenati o fratelli maggiori la prefazione di Musica per
camaleonti di Truman Capote o L’arte del romanzo di Milan Kundera. Scrivere,
come leggere, è divertente, può esserlo: Piperno in fondo non vuole dirci altro
che questo, senza ergersi a gran maestro della sua arte. D’altro canto il suo
amato Proust fa dire a Elstir, in All’ombra delle fanciulle in fiore:
> “La saggezza non la si riceve, bisogna scoprirla da soli al termine di un
> itinerario che nessuno può compiere per noi, nessuno può risparmiarci, perché
> è un modo di vedere le cose. Le vite che ammirate, gli atteggiamenti che vi
> sembrano nobili non sono stati stabiliti dal padre o dal precettore, sono
> stati preceduti da esordi ben diversi, influenzati dal male o dalla banalità
> che regnavano tutt’intorno. Rappresentano una lotta e una vittoria.”
Chissà se Piperno, allievo di Guaraldo, concorderebbe. Di certo in Ogni
maledetta domenica non ci sono pompose lezioni “tecniche” sull’arte del narrare,
come ormai è d’uso negli sciagurati manuali di scrittura creativa che infestano
le librerie. No, Piperno non fa questo, non lucra sugli aspiranti scrittori come
sogliono fare in tanti, e di ciò gli siamo grati. Aspettiamo quindi con
interesse il suo prossimo romanzo, perché – dopotutto – è lì che si e ci diverte
davvero.
Edoardo Pisani
*In copertina: un’opera di Honoré Daumier
L'articolo “Non si nasce scrittori, lo si diventa per scelta e a costo di tanti
sacrifici”. A lezione da Piperno proviene da Pangea.