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Renee Nicole Good è stata uccisa a Minneapolis da un’agente dell’ICE, la polizia
anti-immigrazione. Questa agenzia, come dimostra la sua campagna per il
reclutamento, promuove un’ideologia profondamente razzista e sessista e un’idea
di mascolinità basata su violenza e sopraffazione
Il 7 gennaio scorso, a Minneapolis, Renee Nicole Good, una donna americana di 37
anni, è stata uccisa a colpi di pistola da Jonathan E Ross, un agente dell’ICE,
l’agenzia federale per il controllo delle frontiere e dell’immigrazione. Da
settimane la città è oggetto di pesanti rastrellamenti contro migranti e persone
senza documenti, cosa che ha spinto molti cittadini, tra cui Good, a vigilare
sui comportamenti degli agenti e a filmarli per documentare abusi e violenze.
L’auto di Good è stata fermata da un gruppo di poliziotti che le hanno chiesto
di scendere. Mentre Good faceva piano retromarcia per andare via, Ross le ha
sparato, sostenendo che la donna volesse investirlo e che temeva per la sua
vita. L’auto si è poi schiantata contro un albero.
Alcuni esponenti del governo, tra cui J.D. Vance, hanno diffuso un video come
“prova” della presunta pericolosità di Good. “Va tutto bene, non sono arrabbiata
con te”, si vede Good dire all’agente con calma ma risolutezza. Pochi istanti
dopo l’uomo si avvicina al finestrino e le spara in volto. Una voce maschile
fuori campo, probabilmente quella di Ross, risponde: “Fottuta puttana”.
> Il video non solo contraddice la versione ufficiale secondo cui Good avrebbe
> voluto uccidere l’uomo, ma mostra una donna tranquilla e innocua uccisa senza
> alcun motivo dalla violenza brutale e misogina che l’ICE incarna
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COS’È L’ICE E CHI SONO I SUOI AGENTI
L’ICE, che sta per United States Immigration and Customs Enforcement, è
un’agenzia nata nel 2002 con Homeland Security Act, la legge sulla sicurezza
promulgata in seguito agli attacchi terroristici dell’11 settembre. Questa
agenzia si occupa dei crimini internazionali, come il traffico di droga, ma
soprattutto dell’identificazione e della deportazione degli immigrati irregolari
o delle persone senza documenti. La sua attività è sempre stata oggetto di
controversie, ma sia durante il primo mandato di Trump che nel secondo l’ICE è
stata spesso paragonata a una “polizia segreta” se non addirittura a una
“Gestapo” del governo.
> Gli agenti infatti operano con grande discrezionalità, hanno pochissimi
> vincoli sulle loro condotte e possono arrestare e deportare chiunque senza
> processo
Oltre a numerosi casi documentati di cittadini statunitensi arrestati per
sbaglio, gli agenti dell’ICE sono noti per la loro violenza: secondo il sito
investigativo The Trace, prima dell’omicidio di Good ci sarebbero state almeno
altre 16 sparatorie contro civili disarmati.
Quest’estate Trump ha aumentato il budget dell’ICE a centosettanta miliardi di
dollari nell’arco di quattro anni, più di quanto allocato per tutte le altre
forze di polizia locali e statali del Paese messe insieme. Cento milioni sono
indirizzati al reclutamento di nuovi agenti, con l’obiettivo di trovarne 14mila
per deportare un milione di immigrati l’anno. Stando alla stessa ICE, di recente
l’agenzia ha assunto 12mila nuovi dipendenti, un aumento del 120% della propria
forza lavoro. Secondo un’inchiesta del Washington Post, ciò è stato possibile
grazie a una campagna di marketing particolarmente aggressiva, indirizzata
soprattutto ai giovani, sebbene l’agenzia abbia eliminato il limite d’età per
favorire le nuove assunzioni.
Due agenti federali
LA PROPAGANDA MASCOLINISTA DELL’ICE E IL FEMMINICIDIO DI RENEE NICOLE GOOD
Anche se il sito dell’ICE ha un’intera sezione dedicata alle donne che lavorano
nell’agenzia e afferma che l’ICE “dà la priorità al reclutamento di candidate
donne”, la comunicazione della nuova campagna ruota tutta intorno a un’idea di
mascolinità aggressiva e tradizionale. Non solo il target è composto da
conservatori, appassionati d’armi e di arti marziali, ma una grossa fetta di
budget è stata riservata per comprare spazi pubblicitari nei podcast e nei video
YouTube di influencer mascolinisti. L’iconografia riprende quella della seconda
guerra mondiale, dove l’America è rappresentata come una damigella in pericolo
da salvare, oppure ammicca al mondo dei meme e dello shitposting.
L’immagine dell’agente ICE che emerge da questa campagna è quindi quella di un
uomo coraggioso e patriottico, pronto a tutto pur di “salvare il Paese”. Una
persona “che vuole lavorare con questi ragazzi pronti ad arrestarti, sbatterti
la faccia sul pavimento e rimandarti a casa”, come ha detto un aspirante agente
(ed ex lottatore di arti marziali miste) al Washington Post.
Proteste a Minneapolis in seguito all’omicidio di Renee Nicole Good
L’ICE incarna un’ideologia profondamente sessista e razzista, perfettamente in
linea con la politica muscolare del presidente, che al dialogo sostituisce la
sopraffazione e nega ogni forma di cura e vulnerabilità.
> L’omicidio di Renee Nicole Good è la rappresentazione più esplicita di questo
> atteggiamento: un uomo aggredisce senza motivo una donna che cerca una
> conciliazione e la insulta con epiteti misogini dopo averla uccisa
La sua morte è un femminicidio, e il prodotto della cultura misogina alimentata
da Trump.
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femminicidio appeared first on The Wom.
Tag - violenza contro le donne
Nel novembre del 2023, l’Italia è stata scossa dall’ennesimo femminicidio, il
centotreesimo di quell’anno. Giulia Cecchettin, 22 anni, è stata uccisa dall’ex
fidanzato in una sequenza di violenze pianificate e brutali. La settimana
trascorsa nella speranza di ritrovarla, viva da qualche parte, ha contribuito a
catalizzare clamore mediatico e indignazione collettiva, che non si sono spenti
con l’arresto del colpevole, Filippo Turetta. Il 3 dicembre 2024, la Corte
d’Assise di Venezia ha condannato Turetta all’ergastolo per il femminicidio
commesso, avvenuto tramite 75 coltellate. Ma il dibattito non si è mai spento.
Infatti, durante l’ultima udienza, risalente all’8 aprile, è stata esclusa
l’aggravante della crudeltà. La motivazione: le numerose coltellate sono dovute
a “inesperienza” e non a una volontà di infliggere sofferenze gratuite
In termini giuridici la “crudeltà” rappresenta un’aggravante prevista dall’art.
61 del Codice penale, che ricorre quando l’autore del reato agisce con modalità
particolarmente efferate, infliggendo sofferenze inutili alla vittima. È
un’aggravante soggettiva e complessa da provare, richiede che tale crudeltà non
sia “funzionale” all’omicidio, ma che esprima un surplus di violenza gratuita.
Nel caso Cecchettin la dinamica dei fatti, l’inseguimento, le numerose
coltellate, l’occultamento del corpo, non hanno convinto i giudici del fatto che
Turetta abbia agito con deliberata brutalità e dunque non solo per uccidere, ma
per punire, umiliare, annientare. La sentenza riconosce la volontà di possesso,
definisce il crimine come efferato, vile, riconosce la lucidità di Turetta
durante tutto l’atto, ma esclude l’aggravante della crudeltà affermando che non
si poteva desumere con certezza che Turetta volesse infliggere sofferenze
gratuite e aggiuntive. I giudici hanno ritenuto che il numero di coltellate non
fosse di per sé sufficiente a dimostrare la crudeltà, attribuendo l’elevato
numero di ferite all’inesperienza dell’imputato.
> Dunque, se scegliamo di adottare un punto di vista squisitamente giuridico, 75
> coltellate non bastano a configurare questo aggravante
Ma se scegliamo di guardare la vicenda nel suo valore simbolico, se scegliamo di
intendere la parola “crudeltà” non solo come dispositivo giuridico? Proviamoci.
OVERKILLING: CHE COS’È
A dispetto di quello che viene riportato nella sentenza, nel caso Cecchettin,
l’elevato numero di coltellate ha sollevato l’attenzione sul fenomeno
dell’overkilling (o anche surplus killing, letteralmente: un’uccisione
esagerata), ovvero l’inflizione di un numero eccessivo di ferite rispetto a
quelle necessarie per causare la morte. Questo comportamento, spesso riscontrato
nei femminicidi, indica una volontà di annientamento totale della vittima. Ce lo
raccontano bene ormai diversi studi, tra tutti uno condotto pubblicato su
ScienceDirect spiega il fenomeno addirittura da una prospettiva medico forense.
Anche in Italia il fenomeno è stato analizzato ampiamente, soprattutto in
relazione ai femminicidi: un documento dell’UILPA evidenzia che nel 2024 il
55,56% degli omicidi di donne è stato perpetrato da partner o ex partner, spesso
con modalità riconducibili all’overkilling. Inoltre, la criminologa Flaminia
Bolzan, commentando il caso Cecchettin, ha sottolineato come l’uso di un solo
coltello e la morte per dissanguamento nella seconda aggressione indichino una
premeditazione e una volontà di infliggere sofferenza, elementi tipici
dell’overkilling.
> Riconoscerlo come elemento distintivo nei femminicidi può essere fondamentale
> per comprendere la gravità e la specificità di questi crimini, andando oltre
> la semplice classificazione come omicidi (con tutte le aggravanti del caso) e
> affrontando le radici culturali e psicologiche della violenza di genere
Tutto questo configura quadri violenti ed estremamente consapevoli, esattamente
come nel caso di Turetta, che non può – e non deve – essere descritto come un
giovane inesperto, che ha inflitto 75 coltellate perchè principiante delle armi
bianche, che se avesse saputo farlo meglio avrebbe sicuramente eseguito un
lavoro più veloce e pulito.
Proteste all’indomani del femminicidio di Giulia Cecchettin
INTRODURRE IL REATO DI FEMMINICIDIO NON È ABBASTANZA
Il modo in cui questa sentenza è stata accolta ci obbliga ad interrogarci sui
provvedimenti che vengono quotidianamente presi in materia di femminicidio.
Basti pensare che il 7 marzo 2025, alla vigilia della Giornata Internazionale
dei diritti delle donne, il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di
legge che introduce il reato autonomo di femminicidio nel Codice penale
italiano.
Secondo il testo, il femminicidio è definito come l’omicidio di una donna
commesso per motivi di discriminazione o odio verso la persona offesa in quanto
donna, per reprimere l’esercizio dei suoi diritti o delle sue libertà, ed è
punito con l’ergastolo. In teoria, il riconoscimento del femminicidio come
fattispecie autonoma può essere un passo avanti nella presa d’atto della
specificità di questi crimini: finalmente non si tratta più di “semplici”
omicidi, ma di atti motivati da una cultura patriarcale che non tollera
l’autonomia femminile. Giusto? Non proprio.
La proposta presentata dal governo — priva di un serio dibattito parlamentare,
senza il coinvolgimento delle associazioni che si occupano da anni di violenza
di genere — appare come un’operazione di facciata. L’ergastolo per chi commette
femminicidio rischia di essere più una bandiera ideologica che uno strumento
utile.
> Inoltre, la deterrenza della pena massima è un’illusione, come confermano
> decenni di dati: non è la punizione, ma la prevenzione che salva le vite
Insomma, che senso ha introdurre un nuovo reato se poi le misure di prevenzione
restano fragili, le denunce cadono nel vuoto e i centri antiviolenza sono
sottofinanziati? Se manca una strategia educativa nelle scuole, un progetto
culturale, allora l’intervento rischia di trasformarsi in puro simbolismo
punitivo. Non dimentichiamoci, poi, che la proposta arriva da un governo che ha
spesso minimizzato la portata sistemica della violenza di genere, che ha
smantellato il linguaggio istituzionale inclusivo, e che ha dato spazio a
narrazioni reazionarie sulle relazioni affettive, che lascia tutti i giorni
spazio ai movimenti cosiddetti “Pro-Vita”.
L’urgenza di affrontare il femminicidio è reale, ma se da un lato la risposta
deve essere strutturale e non scenografica, dall’altra dobbiamo ridare potere
alle parole che vengono usate, anche nelle sentenze. Crudeltà e inesperienza,
in questo contesto, non sono termini neutri e i cambiamenti culturali profondi,
che non possono essere delegati a un comma infilato nel codice.
I cambiamenti iniziano prepotenti dal basso e ribaltano tutto. Anche le aule di
tribunale.
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Contare è un esercizio politico e, nel caso dei femminicidi, serve ad avere
concreta percezione del fenomeno per individuarne le radici culturali: ma In
Italia, una banca dati istituzionale, pubblica e completa sui femminicidi, non
esiste
Entrambe erano studentesse universitarie e avevano 22 anni. Entrambe sono state
uccise a coltellate. Ilaria Sula e Sara Campanella sono tragicamente solo le
ultime due vittime di femminicidio: vanno ad aggiungersi alla già troppo lunga
lista delle donne uccise nel 2025. Dall’inizio dell’anno sono 19 le donne
uccise. Se ne conta una ogni cinque giorni. Secondo i dati pubblicati sul sito
del Viminale nel report del Servizio analisi criminale della direzione centrale
della polizia criminale, dal 1 gennaio al 31 marzo sono 17 le donne uccise, 14
sono state uccise in ambito familiare o affettivo, dieci dal partner o dall’ex
partner.
Nonostante questi gravi numeri, in Italia non esiste una banca dati
istituzionale sui femminicidi. I dati considerati ufficiali sono contenuti nei
report dell’Istat e in quelli del ministero dell’Interno. Tuttavia, sono
aggiornati con tempistiche diverse e non seguono gli stessi criteri.
FEMMINICIDI, COME SI CONTANO?
Ogni anno, in occasione del 25 novembre, giornata internazionale per
l’eliminazione della violenza maschile contro le donne, l’Istat pubblica il
proprio report con i dati sui femminicidi. Non basta: si tratta di un report
annuale che non riesce a monitorare in tempo reale la quotidianità.
> Il ministero dell’Interno rende pubblici i dati sugli omicidi volontari,
> classificati in base al sesso delle vittime e alla relazione con il presunto
> colpevole: il ministero dell’Interno non usa la parola femminicidio
Ma, in mancanza di dati più precisi, questi risultano comunque utili. Fino al
dicembre del 2024 l’aggiornamento di questi dati era settimanale, ma a gennaio è
diventato mensile. Da gennaio del 2025 che i dati non vengono aggiornati e d’ora
in poi, come ha annunciato il Ministero degli Interni i report diventeranno
trimestrali.
LA MANCANZA DI DATI SUL FEMMINICIDIO INVISIBILIZZA IL FENOMENO
Non avere dati sul femminicidio ne ridimensiona la portata e invisibilizza le
vittime. Come sottolinea la giornalista esperta di dati Donata Columbro, autrice
della newsletter “Ti spiego il dato”, il report del Ministero dell’Interno è
fermo a gennaio 2025: «Fino a dicembre 2024 l’aggiornamento della pagina sugli
omicidi volontari era settimanale, è diventato mensile senza alcun preavviso, ma
a febbraio e marzo i nuovi report non sono stati pubblicati».
Questo che cosa significa in concreto? «Che se a scomparire è una donna senza
fissa dimora o un* sex worker non troviamo notizie, se è una donna trans non si
parla di femminicidio». Esiste un enorme sommerso.
Continua Columbro: «Gli unici dati ufficiali che abbiamo sono quelli che
riguardano gli omicidi di genere nella pagina del ministero dell’Interno (non
aggiornata), e i dati Istat pubblicati ogni novembre. In questi ultimi però si
usa la parola femminicidio usando gli indicatori dello Statistical Framework
dell’Onu ma la classificazione dipende anche da quello che succede durante le
indagini e dalla tipologia di vittima. Per esempio, sui giornali una prostituta
uccisa raramente viene collegata al termine femminicidio, perché il modo
‘classico’ di valutarlo è quello di vedere se c’è una relazione intima tra
vittima e autore del reato. La definizione di femminicidio però è politica,
quindi i movimenti femministi comprendono tipi di violenza misogina e
patriarcale che vanno al di là della violenza intima e domestica»
Sul fronte dati la situazione non accenna a migliorare. Anzi. Lo scorso 3 aprile
il Ministero degli Interni ha affermato che «al fine di garantire un
monitoraggio costante e puntuale, l’analisi dell’andamento dei reati
riconducibili alla violenza di genere verrà pubblicata con cadenza
trimestrale». Addio ai report settimanali. A partire da quest’anno
il Viminale ha deciso di cambiare, «per ragioni organizzative e di
consolidamento dei dati», la periodicità della pubblicazione del monitoraggio
degli omicidi volontari e dei reati riconducibili alla violenza di genere: non
più ogni sette giorni, ma ogni tre mesi.
L’OSSERVATORIO NON UNA DI MENO
Se i dati istituzionali sono lacunosi, le associazioni e i movimenti femministi
si organizzano: oggi uno strumento efficace per monitorare la situazione in
Italia è il database dell’Osservatorio di Non Una Di Meno. Si tratta di dati
raccolti dal basso: «Pubblichiamo i dati raccolti non solo per mostrarli e
renderli noti, ma soprattutto per denunciare la violenza sistemica esercitata
sulla vita delle donne e di tutte le libere soggettività che si sottraggono alle
norme di genere imposte» scrive Non una di meno. I dati vengono aggiornati l’8
di ogni mese.
> Ad oggi, l’Osservatorio ha registrato 16 femminicidi, 2 suicidi di donne, 1
> suicidio di un ragazzo trans, 1 suicidio di una persona non binaria, 4 casi in
> fase di accertamento. Inoltre, ci sono almeno altri 16 tentati femminicidi
> riportati nelle cronache online di media nazionali e locali
Avere dati completi e accessibili serve a capire che cosa caratterizza questo
specifico tipo di violenza: per questo motivo l’Osservatorio prende in
considerazione anche i tentati femminicidi, il numero di figli o bambini
presenti durante il delitto o che vengono lasciati orfani dall’uccisione della
madre, le uccisioni delle sex worker, delle persone con disabilità e racconta
tutte quelle storie che rimangono fuori dai circuiti di informazione
tradizionali.
FEMMINICIDI, QUANTI SONO A LIVELLO EUROPEO?
In Italia la mancanza di dati rende difficile quantificare il fenomeno. A
livello europeo, Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, pubblica i
dati sulle donne vittime di omicidio, con la possibilità di sapere se l’autore
dell’omicidio è un partner o un ex partner, oppure un familiare. I dati su
queste due casistiche, che non esauriscono l’insieme dei femminicidi, sono però
disponibili solo per 20 Paesi e non per tutti sono aggiornati.
Nel 2021, ad esempio, le donne uccise in Italia da un partner o da un parente
erano state 0,35 ogni 100 mila abitanti donne, il sesto valore più basso sui 15
disponibili, più alto di quelli di Grecia, Paesi Bassi, Spagna, Repubblica Ceca
e Slovacchia.
> La media europea era pari a 0,39 donne uccise da un partner o da un parente
> ogni centomila abitanti. Nel 2019, ultimo anno per cui sono disponibili i dati
> di tutti e 20 i Paesi censiti, l’Italia aveva registrato 0,26 omicidi di donne
> ogni centomila, commessi da un partner o un parente.
Avevano numeri più bassi dell’Italia solo Spagna, Svezia, Grecia, Slovacchia e
Cipro. La media europea era pari, anche in quell’anno, a 0,39.
«L’Italia è fra i Paesi europei in cui il numero di femminicidi è meno
alto» aveva detto, all’indomani del dibattito sul femminicidio di Giulia
Cecchettin, la ministra alle pari opportunità Eugenia Roccella: come
riporta qui Pagella Politica, se si fanno dichiarazioni usando numeri, bisogna
avere bene a mente che cosa si sta conteggiando per evitare di fare affermazioni
scorrette o fuorvianti. «Contare è un esercizio politico» diceva Michela Murgia.
Nel caso dei femminicidi, lo è ancora di più.
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La violenza è un timore concreto e sempre più ingombrante per le ragazze, sia
nelle relazioni amorose che in quelle familiari: è quanto emerge
dall’Osservatorio indifesa realizzato da Terre des Hommes e da Scomodo che, in
occasione della Giornata Internazionale della Donna, ha raccolto la voce di
oltre 2.900 ragazze. Ecco cosa raccontano i dati
Timore, paura, stereotipi e controllo: la mappa delle relazioni delle under 26 è
costellata dal costante rischio di subire violenza. Non solo in amore, ma anche
in famiglia. Un segnale di allarme che fa luce su un altro cortocircuito tra
sfera pubblica e privata: nonostante le ragazze siano consapevoli di quanto
stereotipi e retaggi maschilisti limitino ancora le carriere femminili, nel
privato arrivano a tollerare un partner che abbia il controllo del loro
telefono. È ciò che emerge dall’Osservatorio indifesa realizzato dalla onlus
Terre des Hommes e dalla rivista Scomodo.
OSSERVATORIO INDIFESA: IL RISCHIO DI VIOLENZA PERCEPITO È ALTISSIMO
La paura è maggiore proprio nei luoghi e nei contesti in cui le ragazze
dovrebbero sentirsi protette e amate.
> Tra le under 26, il 40% delle intervistate individua nelle relazioni amorose
> l’ambito in cui è più probabile subire una violenza. Un altro 38% indica anche
> la famiglia come luogo a rischio violenza
Queste percentuali salgono con il crescere dell’età: tra le ragazze di 26 anni o
più, infatti, la famiglia, che in questa fascia d’età smette di essere quella di
origine per diventare quella che ci si costruisce, raggiunge il 58%, diventando
il luogo percepito come maggiormente a rischio violenza. Anche l’amore, con il
46%, è segnalato da più ragazze.
La stessa domanda sottoposta ai coetanei maschi ottiene risposte diverse: tra
gli under 26 solo il 25% indica l’amore e il 30% la famiglia come potenziali
scenari di violenza; tra i più grandi la famiglia è al 49% e l’amore al 34%.
«Non è un caso che oltre il 40% delle ragazze under 26 intervistate pensano che
il luogo più probabile dove subire una violenza sia all’interno della propria
relazione amorosa. Viviamo nella consapevolezza che la violenza di genere si
radica e si manifesta prima di tutto nelle nostre relazioni amorose, in quelle
famigliari e nei rapporti che abbiamo con persone vicine a noi. Siamo
costantemente esposte a una narrazione mediatica che cerca di ridurre la
violenza che subiamo alle strade, ai locali notturni, ai mezzi pubblici, quando
quello che realmente viviamo quotidianamente è la paura che le persone con cui
condividiamo una relazione possa esercitare una qualsiasi forma di violenza su
di noi», ha commentato la direttrice editoriale di Scomodo Cecilia Pellizzari
FORME DI CONTROLLO, PER 1 RAGAZZA SU 5 È ACCETTABILE FARSI CONTROLLARE IL
TELEFONO
Il paradosso che raccontano i dati dell’Osservatorio indifesa sta nelle forme di
controllo: se la maggior parte delle ragazze, il 79.5%, ritiene inaccettabile di
avere il telefono controllato dal partner, una su 5 lo tollera e addirittura
l’apprezza, come fosse una forma di rispetto. Col crescere dell’età, tuttavia,
aumenta la consapevolezza che tale pratica sia inaccettabile.
> I coetanei maschi hanno un’opinione diversa: per il 30% dei minori di 26 anni
> e il 22% degli over 26 il controllo del cellulare non è un problema e per il
> 5,5% dei più giovani e il 2,5% dei più grandi è addirittura una forma di
> rispetto
Evidenze note già in altre ricerche, la cui conferma ne sottolinea la gravità:
anche il report di Save The Children “Le Ragazze stanno bene?” sottolineava che
al 42% delle ragazze e dei ragazzi intervistati (800) era stato chiesto di non
accettare contatti da qualcuno sui social, al 40% di non uscire più con alcune
specifiche persone, al 39% di far controllare i dispositivi o i profili social,
al 32% di condividere le password del telefono o dei social. Nel caso delle
ragazze, si sale al 34%.
IL 95% DELLE UNDER 26 CHIEDE L’EDUCAZIONE SESSUO-AFFETTIVA A SCUOLA
Per scardinare questi stereotipi e false credenze su quello che si crede amore e
invece è controllo, si fa sempre più urgente l’introduzione dell’educazione alla
sessuo-affettività: secondo i dati dell’Osservatorio indifesa, le ragazze, in
particolare, sono consapevoli di quanto ci sia ancora da fare per contrastare
violenza e discriminazioni di genere e credono fortemente nell’importanza
dell’educazione sessuo-affettiva a scuola.
> Il 95% delle under 26 ritiene che possa essere utile a limitare la violenza di
> genere, con il 60% che ne è assolutamente convinta e il 35% che pensa la possa
> prevenire in parte. E ne sono convinti anche il 91,5% dei coetanei maschi e
> l’89% delle persone non binarie
Solo il 2,5% delle ragazze e il 4% dei ragazzi, ma il 7% di chi si considera non
binario, ritiene, invece, che anche un’educazione sessuo-affettiva insegnata a
scuola sarebbe inutile nel prevenire la violenza di genere.
«È il momento di occuparci di educazione sessuo-affettiva. Non possiamo più
aspettare lasciando i nostri ragazzi e le nostre ragazze sempre più in balia di
una narrazione affidata alla sola rappresentazione, violenta e maschilista,
della pornografia», sottolinea Paolo Ferrara, Direttore Generale Terre des
Hommes Italia, che continua: «Con il nostro Osservatorio indifesa da più di 10
anni ci facciamo megafono della voce di tante e tanti adolescenti, cercando di
orientare le politiche delle istituzioni e della comunità educante e oggi
vogliamo essere i portavoce di questa richiesta: introdurre l’educazione
sessuo-affettiva nelle scuole».
OSTACOLI E STEREOTIPI DI GENERE PESANO SULLA CARRIERA LAVORATIVA
Non sono solo le relazioni personali e sentimentali a preoccupare le ragazze:
anche la carriera lavorativa subisce il peso degli stereotipi e degli ostacoli
di genere.
> Più della metà (56%) delle ragazze intervistate ritiene che stereotipi e
> retaggi culturali retrogradi e maschilisti possano limitare le proprie scelte
> riguardati studio e carriera
Percezione che aumenta solo leggermente con l’età: tra le ragazze di 26 anni o
più lo pensa il 58%. Questo rischio pesa ancora di più (al 65% tra gli under 26
e al 68% tra gli over) tra chi si dichiara non binario, ma molto meno tra i
maschi (25,5% sotto i 26 anni, 28% per i 26 anni o più). Gli altri limiti
percepiti dalle giovani under 26 sono: mancanza di una rete di sostegno (27%),
mancanza di stabilità economica della famiglia (24,5%), mancanza di modelli a
cui ispirarsi (19%), mancato appoggio della famiglia (10%), mancato supporto dei
pari (7,5%).
> Solo il 24% delle ragazze under 26 e l’11% delle persone non binarie non vede
> limiti nella propria carriera professionale, a fronte del 31,5% dei coetanei
> maschi
Anche in questo caso, l’educazione è la chiave di volta: «È dai programmi di
educazione che dobbiamo partire per scardinare la cultura patriarcale in cui
viviamo. Questa sta facendo crescere generazioni di giovani donne che temono le
sfere della vita che più dovrebbero dare sicurezza e soddisfazione: l’amore, la
famiglia e la carriera lavorativa» conclude Ferrara.
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Il governo vuole introdurre il reato di femminicidio, punibile con l’ergastolo.
Tuttavia la deterrenza non è uno strumento efficace per contrastare davvero la
violenza di genere. Serve un cambiamento culturale
Subito prima dell’8 marzo, il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di
legge per introdurre il reato di femminicidio, cioè l’uccisione di una donna “in
quanto donna”, che verrà punito con l’ergastolo. Il provvedimento si accompagna
a delle modifiche al Codice rosso, lo strumento introdotto nel 2019 per
accelerare le indagini sui casi di abuso, e all’inasprimento delle pene per i
reati connessi alla violenza di genere. Il disegno di legge è propedeutico a un
testo unico che verrà presentato nei prossimi mesi.
COSA CAMBIERÀ SUL FEMMINICIDIO
Anche se la parola “femminicidio” è ormai entrata nel lessico comune e viene
usata quotidianamente da giornali e tribunali, finora in Italia non esiste una
fattispecie di reato apposita, ma solo un’aggravante. L’articolo 577 del Codice
penale aumenta la condanna nel caso in cui l’omicidio sia commesso contro
persone legate da vincoli di parentela o di affinità, anche risalenti al
passato. Nonostante fosse stata ribattezzata dai media “legge sul femminicidio”,
l’aggravante viene applicata anche nel caso in cui sia la moglie a uccidere il
marito. Questa impostazione era da tempo molto criticata dalle associazioni
femministe e dai centri antiviolenza, perché non riconosce la specificità del
femminicidio, che non è un reato come tutti gli altri.
La parola “femminicidio” non si riferisce infatti al sesso della vittima o al
solo legame famigliare, ma al fatto che l’uccisione avvenga per mano di un uomo
(che può essere anche un padre, un fratello o un amico) in una dinamica di
sopraffazione della libertà della donna. Inoltre la sola aggravante risultava
difficile da applicare, come dimostra il recente caso di Salvatore Montefusco,
condannato a 30 anni di reclusione e non all’ergastolo dopo aver ucciso la
moglie e la figlia adottiva. Secondo i giudici, l’omicidio sarebbe avvenuto in
un contesto di conflitti familiari che non c’entrerebbero con la dinamica della
violenza di genere, nonostante Montefusco lo abbia commesso il giorno prima
della sentenza di separazione dalla moglie.
Una manifestazione di protesta contro i femminicidio a Roma
COSA NON VA IN QUESTA PROPOSTA
Di per sé, il riconoscimento del reato di femminicidio non è una cattiva
notizia, anche perché il disegno di legge prevede una formazione specifica per
tutti gli operatori di giustizia, dalle forze dell’ordine ai giudici. Tuttavia,
come ha sottolineato la presidente della rete dei centri antiviolenza D.i.Re
Antonella Veltri, “non è con pene severe o più severe che si afferma il diritto
delle donne di vivere una vita libera dalla violenza”. Negli ultimi anni,
infatti, le politiche del governo hanno puntato tutto sulla deterrenza,
aumentando le pene per i reati del codice rosso o introducendo strumenti come il
braccialetto elettronico anti-stalking. Tuttavia, tra settembre e ottobre del
2024 si sono verificati ben tre femminicidi commessi da uomini che indossavano
il braccialetto.
> Gli inasprimenti delle pene introdotti negli anni non hanno cambiato le cifre
> della violenza di genere: i femminicidi restano stabili negli anni, mentre il
> numero di altri reati come maltrattamenti in famiglia e violenze sessuali è
> addirittura cresciuto
Se è vero che parte di questo fenomeno si spiega con l’aumentata consapevolezza
delle donne rispetto a questi fenomeni, e quindi a una maggior propensione alle
denunce, questo potrebbe anche essere un segnale del fatto che le campagne di
prevenzione funzionano più per le potenziali vittime che per i potenziali
aggressori. Resta poi aperto il tema della certezza della pena: un codice penale
sempre più ricco e articolato non si traduce in automatico in un sistema
giudiziario che funziona e che assolve alla funzione prevista dalla
Costituzione, ovvero “tendere alla rieducazione del condannato”.
Una manifestazione a Roma del movimento Non Una di Meno
UN CAMBIAMENTO CULTURALE
Numerosi studi dimostrano ormai che l’inasprimento delle pene non ha un effetto
deterrente neppure per i reati comuni, tanto meno per la violenza di genere che
ha invece radici culturali e sociali profonde. Queste radici però appaiono
intoccabili. Il femminicidio di Giulia Cecchettin aveva aperto il dibattito
sull’urgenza di fare educazione affettiva e sessuale nelle scuole, ma il piano
annunciato dal ministro dell’istruzione Valditara, già carente nella sua
impostazione, un anno e mezzo dopo non è mai partito. Anzi, l’impressione è che
abbia solo rinsaldato il fronte degli intransigenti che considerano ogni tipo di
educazione di genere una forma di “indottrinamento”.
> Il femminicidio è il culmine di un fenomeno più ampio, che va combattuto prima
> che le donne vengano uccise
Sembra una cosa ovvia, ma le risposte che abbiamo prodotto finora si concentrano
tutte sul momento in cui il reato – se non il femminicidio uno dei suoi reati
spia – è già stato commesso: le vittime vanno tutelate e la giustizia va
assicurata, ma la violenza di genere si combatte solo impedendo agli uomini
anche solo di pensarla, prima ancora di metterla in atto. E il nuovo reato di
femminicidio, purtroppo, non assolverò questa funzione.
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