Preferisci ascoltare il riassunto audio?
Avvertite anche voi quella stanchezza un po’ frustrante, quella rassegnazione
che sa di amaro in bocca? Non è solo disillusione, non è solo una serie di
appuntamenti andati male e non è la conseguenza del download dell’ennesima app
di incontri. Questa sensazione adesso a quanto pare un nome, coniato nelle
accademie ma vissuto nei nostri gruppi WhatsApp, nelle cene tra amiche dove le
risate diventano isteriche: si chiama eterofatalismo
Eterofatalismo, ovvero la consapevolezza, amara e cristallina, che il gioco
dell’eterosessualità sia truccato, ma che il tavolo sia l’unico in città. Amiamo
gli uomini, certo, ci piacciono, ma quanto ci fanno penare? Questo perché ormai
riconosciamo il sistema stereotipato che ci vorrebbe compagne-tate in relazioni
troppo spesso a senso unico, eppure ci sentiamo fatalmente in trappola, perché
il desiderio, l’abitudine, la norma sociale ci legano a quel copione.
È il sapore di un futuro che sembra già scritto: polveroso, ineguale, e
infinitamente faticoso. Una prigione di affetto dolente di cui abbiamo,
finalmente, trovato la chiave. Sembra eccessivamente drammatico, mi rendo conto,
e in effetti la rappresentazione più pop dell’eterofatalismo arriva direttamente
dal grande schermo. Basta osservare lo sguardo rassegnato e ironico di Shailene
Woodley in certi ruoli, o l’aurea di splendida, serena autosufficienza che
celebrità come Emma Watson o Renée Zellweger incarnano – donne che non sembrano
per nulla in crisi per la mancanza di un partner ufficiale – diventando per noi
icone involontarie.
> Non stanno “aspettando il principe”. Stanno vivendo. È l’immagine specchiata
> del nostro desiderio più profondo: uscire dalla narrazione della “mancanza” e
> scoprirci abbastanza
ETEROFATALISMO E L’ETERNO ADOLESCENTE INTELLETTUALIZZATO
Il sintomo più lampante di questa malattia dei nostri tempi ha il volto di un
fantasma ben educato. Non è più il naschio tossico d’altri tempi, quello per cui
la fatica la facevi volentieri, perché almeno la sua era una crudeltà chiara, un
archetipo riconoscibile come quello del Christian Grey di Cinquanta Sfumature –
un problema concentrato e, in fondo, prevedibile, riconoscibile. No. Oggi il
nemico è l’evanescenza. È il “male withdraw”: la sparizione dello
maschio-stronzo sostituita dalla crisi esistenziale del bravo ragazzo. Sono
uomini “pretesi evoluti”, progressisti nelle app e nel linguaggio (sono loro che
ti parlano di quanto è brutto essere ghostati o friendzonati) ma emotivamente
inerti nella vita, incapaci di desiderare con convinzione, paralizzati di fronte
al peso di tre scambi di messaggi. Personaggi apparentemente usciti da una
commedia di Noah Baumbach, eterni adolescenti intellettualizzati che analizzano
tutto tranne le proprie responsabilità. Insomma tutto pur di non andare in
terapia.
Noi donne etero, intanto, siamo condannate al “lavoro ermeneutico”: siamo le
archeologhe del non-detto, traduttrici di pause e sospiri rumorosi, ingegnere di
significati ricavati dal nulla. Facciamo il pane con le briciole, come Pollicino
che, nella speranza di trovare una via d’uscita, trova solo altro bosco.
> Ci chiediamo: era meglio quando sparivano senza dir nulla, o adesso che
> spiegano diffusamente perché non ce la fanno, in monologhi degni di un podcast
> su mindset e crescita personale?
LA CRISI DEL MASCHIO ETERO
Di chi è la colpa? La diagnosi ce l’abbiamo: a quanto pare si tratta della crisi
del maschio etero, che da decennio glorioso e territorio di crescita (di fatti
ogni momento di crisi rappresenta un punto di inevitabile svolta), si è
trasformata in uno stato permanente di incapacità relazionali: eterni Peter Pan
terrorizzati dalla responsabilità e dalle discussioni complicate. Ma se fosse
anche il veleno sottile dell’epoca digitale: se tutto è a disposizione, senza
sforzo e senza narrazione, che importa se ti piace? Siamo diventate tutte e
tutti personaggi in una gigantesca “lista dei preferiti di Netflix”: un catalogo
infinito di possibilità, in cui ognuna può essere scartata dopo pochi secondi se
non intrattiene subito. Il dating moderno ha la stessa ansia da scorrimento
infinito: Forse la prossima volta sarà meglio.
È la logica distopica di un episodio di Black Mirror, vissuta ogni giorno nelle
nostre dita che scrollano. E nel frattempo, cresciuti in un mondo che dice loro
di essere roccia e non vulcano, di essere fornitori e non comunicatori, molti
uomini sono emotivamente analfabeti. Noi siamo socializzate a curare, a
interpretare, a costruire ponti, come terapiste involontarie. Loro, spesso, sono
socializzati a stare dall’altra parte del fiume, a guardare l’acqua scorrere,
indecisi se costruire una barca o semplicemente cambiare fiume. Il risultato?
Dialoghi che sembrano monologhi intensi, potenti, umani ma rivolti a un muro di
gomma.
ETEROFATALISMO COME CRISI CULTURALE NECESSARIA?
Allora, che facciamo? Ci rassegniamo a relazioni deludenti? Ammettiamo che
“vincono sempre loro”? No. Perché questa stanchezza collettiva, questo
eterofatalismo, non è il punto finale. È il sintomo di una rottura culturale
necessaria. È il corpo che dice basta, dopo troppi tentativi di rattoppare un
abito che non ci sta più. Non è un addio agli uomini, è un arrivederci a un
certo modo di essere in coppia: rigido, sbilanciato, logoro come certe dinamiche
tossiche tipiche delle prime stagioni di Grey’s Anatomy. È il rifiuto di fare la
tata emotiva per l’ennesimo adulto che non sa allacciarsi le scarpe dei
sentimenti. È la presa di coscienza, feroce e poetica, che forse siamo noi, con
la nostra rabbia stanca, a poter riscrivere le regole.
Un upgrade dell’eterosessualità non arriverà da solo. Forse inizia proprio qui,
dalle nostre risate isteriche, dalla nostra solidarietà digitale, dal nostro
rifiuto di fare più il pane con le briciole. Forse inizia quando smettiamo di
dare centralità a un partner, e iniziamo a costruirci le nostre costellazioni di
affetti, di sorellanza e di amore, splendenti e autonome, non in attesa che
qualcuno, forse, impari a raggiungerci alla nostra altezza, ma in modo radicale
e permanente.
Non siamo condannate a essere le Penelope in attesa di un Odisseo che forse è
solo un ragazzo perso nelle storie di Instagram. Siamo le artefici di un nuovo
mito. E il primo capitolo lo scriviamo noi.
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ridefinendo i rapporti appeared first on The Wom.
Tag - relazioni
N egli ultimi anni in Italia sono stati pubblicati e tradotti numerosi testi
dedicati all’intimità e alle relazioni. In poco tempo sono usciti Sovvertire le
intimità. Per una politicizzazione del poliamore (2025) di Nic Braida, la
traduzione di Polisicure. Etica, teoria e pratica delle relazioni non monogame
(2025) di Jessica Fern, mentre nell’ambito della traduzione militante la fanzine
Amare senza emergenza di Clementine Morrigan, e alcuni capitoli di Spero
sceglieremo l’amore di Kai Cheng Thom. Questi testi si affiancano ad altri ormai
fondamentali come Per una rivoluzione degli affetti (2022) di Brigitte Vasallo,
alla ripubblicazione nel 2022 di Tutto sull’amore di bell hooks e a molti altri
contributi che interrogano il modo in cui costruiamo e viviamo le relazioni.
Questa costellazione di testi è testimone di un’urgenza collettiva, che nasce
anche da anni di riflessioni e pratiche transfemministe: quella di ripensare le
relazioni non come fatto privato ma come questione politica e sociale. È sempre
più diffuso ed evidente il desiderio di interrogarsi sulle nostre relazioni; su
come le costruiamo, su come le viviamo e su quanto siano influenzate dalle
condizioni materiali delle nostre vite, dal poco tempo che ci lascia il lavoro
retribuito, dall’isolamento e dalla precarietà che il capitalismo produce anche
sul piano affettivo.
In questo contesto si inserisce anche la traduzione di Il cuore scoperto. Per
ri-fare l’amore di Victoire Tuaillon, pubblicato quest’anno da add editore. Il
libro nasce dal percorso collettivo e autogestito dell’Associazione Vanvera che,
dopo aver realizzato la traduzione italiana del podcast Le cœur sur la table di
Tuaillon, ne ha curato un adattamento in forma di libro, situando contenuti e
riflessioni in ambito italiano.
Nel volume – oltre alla trascrizione delle puntate del podcast – sono raccolti
gli interventi di Leo Acquistapace, Marie Moïse, Giusi Palomba, Valentina
Amenta, la collettiva Sessfem, Giorgia Serughetti, Antonia Caruso, Giulia
Siviero e Carlotta Cossutta: attivistə e studiosə italianə invitatə a collocare
i discorsi proposti nel podcast, e situati in Francia, all’interno dei discorsi
collettivi, delle teorie e delle pratiche sviluppate in Italia. A fianco a
queste, ogni capitolo si chiude con la bibliografia consigliata da una libreria
indipendente.
> È sempre più evidente il desiderio di interrogarsi sulle relazioni e su quanto
> siano influenzate dalle condizioni materiali delle nostre vite,
> dall’isolamento e dalla precarietà che il capitalismo produce anche sul piano
> affettivo.
Il libro è un’indagine corale sulle relazioni, un discorso collettivo sulla
necessità di scardinare le normazioni e i dogmi dell’amore romantico, è
l’osservazione di quanto il sistema-coppia (eteronormata e monogama), per come
ci viene raccontato e venduto, sia funzionale alla sopravvivenza di un sistema
economico e socioculturale e al contempo origine di molte delle nostre
sofferenze. Il cuore scoperto, che nasce dall’esigenza di Tuaillon di
“preservare quello che conta: la cura, l’amore, l’arte, la vita, le relazioni
ricche e profonde”, è arrivato in Italia grazie all’urgenza che le persone di
Associazione Vanvera hanno sentito:
> l’urgenza che sentiamo di far fronte ai tempi bui, al dilagare di parole
> povere e di intenzioni prevaricatrici, a questo odio che è sempre stato lì, ma
> che oggi prende ancora più spazio. Un odio che assume anche la forma della
> violenza patriarcale, dell’oppressione eteronormativa, delle discriminazioni,
> dei femminicidi. In maniera più subdola, quest’odio passa anche dallo
> svilimento delle relazioni e del senso di comunità, ci isola nella nostra
> individualità e nella perpetua riconferma delle nostre identità frammentarie.
Fin dall’inizio della lettura, le parole di Tuaillon ci raccontano come l’amore
romantico che ci viene insegnato fin da bambinə – specialmente se si è
socializzate donne – sia un insieme di prescrizioni e limiti che poco hanno a
che fare con il costruire relazioni di cura. Nel primo capitolo, che introduce
le intenzioni delle riflessioni successive, Tuaillon afferma di voler indagare
“l’amore come questione sociale. Vorrei capire in che modo il fatto di essere
persone cresciute, socializzate, identificate come donne o uomini, come persone
bianche o non bianche, abili o no, abbia un impatto diretto sulle nostre
relazioni”.
> Il libro è l’osservazione di quanto il sistema-coppia (eteronormata e
> monogama), per come ci viene raccontato e venduto, sia funzionale alla
> sopravvivenza di un sistema economico e socioculturale e al contempo origine
> di molte delle nostre sofferenze.
Cresciamo pensando che la nostra principale ambizione debba essere quella di
avere una relazione romantica duratura, che dobbiamo salire il prima possibile
su quella scala mobile relazionale che ci costringe a innamorarci-fare
sesso-convivere-sposarci-fare figli. Cresciamo pensando che l’amore debba un po’
far soffrire, che sia legittimo mentirsi ogni tanto, che sia giusto mettere sé
stessə da parte per la persona che amiamo. Che non esiste altro modello d’amore
legittimo. Percorrendo diverse immagini dell’amore romantico, ascoltando le
esperienze di persone con vissuti diversi e facendole dialogare con teorie
femministe sull’amore, Tuaillon ci mostra quanta sofferenza derivi da questo
modello, e quanto potenzialmente trasformativo e liberatorio è cominciare,
collettivamente, a vedere limiti e storture, fino eventualmente a superarlo e
rifiutarlo.
Il libro parte da storie personali, alcune anche molto negative, pessimiste,
frustrate dalla rarità di rapporti umani basati sulla cura, sulla reciprocità,
sull’onestà. Tuaillon, insieme alle voci di chi racconta le proprie esperienze,
affronta vari aspetti e implicazioni dell’amore esplorando, tra le altre cose,
quanto sia diffusa nella società l’idea dell’essere ‘single’ (termine che già
suggerisce una mancanza) come fase transitoria della vita, qualcosa da superare
se si vuole essere accettati. Ci invita invece a riflettere sul fatto che la
scelta di non avere relazioni considerate convenzionalmente romantiche può
essere una decisione consapevole e altrettanto valida.
Le narrazioni che alimentano i nostri immaginari amorosi, però, vanno in
direzione opposta. Siamo immerse in racconti “che, nella stragrande maggioranza,
rappresentano coppie eterosessuali in cui uomini e donne non recitano la stessa
parte. Agli uomini spettano l’azione e la conquista, alle donne la dolcezza, la
passività e l’attesa”. Si tratta di un meccanismo di potere che assegna ruoli
definiti, che legittima solo un certo tipo di relazione e che rafforza l’idea
dell’amore come caccia costante, come competizione per ottenere la propria altra
metà, senza la quale saremmo incompletə, uno standard da raggiungere e
mantenere. Idee che, molto più spesso di quanto vorremmo ammettere, finiscono
per legittimare comportamenti molesti, violazioni del consenso e dinamiche di
prevaricazione, alimentando “la confusione tra amore e violenza, amore e
dominio, amore e paura”.
> Tuaillon ci mostra quanta sofferenza derivi dal modello dell’amore romantico,
> e quanto potenzialmente trasformativo e liberatorio sia cominciare,
> collettivamente, a vederne limiti e storture, fino a superarlo.
Le storie che attraversano il testo ci parlano di uomini cresciuti con l’idea di
dover essere aggressivi e di conquistare, di donne che invece erano educate a
essere mansuete e a lasciarsi conquistare, e di persone trans e non binarie che
hanno dovuto lottare per costruire un proprio spazio emotivo e relazionale. Ma
l’amore, ci dice Tuaillon “richiede di rinunciare all’esercizio del potere.
L’amore ha bisogno del riconoscimento dell’esistenza e della vulnerabilità
dell’altrə. L’amore è rifiutarsi di ferire, anche quando avremmo il potere di
farlo”.
Moltissimi sono gli stereotipi che nutrono questo immaginario, moltissime sono
le parole e le frasi che creano questa normazione. Ma non si tratta solo di
immagini e simboli, quanto di concretezza e materialità. Addentrandosi ancora di
più nel rapporto stretto che esiste tra sistema economico e relazioni, e
utilizzando anche le parole della sociologa Eva Illouz, Tuaillon ci fa
riflettere su quanto le nostre relazioni siano invase e condizionate dalle leggi
del mercato, facendoci concentrare sull’accumulo di capitale sessuale e rendendo
sempre più difficile costruire relazioni basate su uno scambio onesto, sulla
cura reciproca.
Il modello della coppia romantica eterosessuale monogama è normato anche da
leggi e dinamiche commerciali; in Italia non esiste una legittimazione
legislativa a nessun’altra forma di vita comune, se si esclude la possibilità
delle unioni civili, che comunque non garantisce gli stessi diritti, per esempio
quelli sulla genitorialità. E al di là delle concessioni legislative, che non
sono gli unici obiettivi di questo tipo di riflessioni e rivendicazioni, vivere
in coppia è più sostenibile da un punto di vista economico, perché tutto è
pensato per la coppia, dalle case ai bonus sociali, dalle confezioni di cibo al
supermercato alle promozioni per viaggi e cene. In questo modo, il sistema
economico premia la coppia come sistema normale di vita, e scoraggia ogni altra
forma di relazione o comunità, come per esempio la scelta di vivere uno spazio
domestico comunitario, considerato non adatto alla costruzione di una vita
adulta. Allo stesso modo, impariamo molto presto che le relazioni debbano
seguire, in linea con la scala mobile relazionale, un preciso susseguirsi di
step:
> anche le relazioni seguono il ciclo classico del consumo: prima l’eccitazione
> per l’acquisto di una novità (“sei fantastico”, “sei bellissima, averti mi
> rende speciale”), poi ci si abitua (“non è che mi sto accontentando?”, “credo
> di meritare di meglio”), poi ci si lascia perché ci sono sempre nuove merci
> disponibili (“una ne perdi, cento ne trovi”), quindi cerchiamo di nuovo
> l’eccitazione della novità (“sono di nuovo sul mercato”) e si ricomincia,
> ancora e ancora.
“Decostruire questi miti” che limitano il nostro immaginario relazionale, dice
Tuaillon, “non significa rifiutare le nostre emozioni, ma aprire la strada a
relazioni ancora più intense, esaltanti, magiche, finalmente basate
sull’onestà, l’uguaglianza, il rispetto dei nostri limiti”.
> Il sistema economico premia la coppia come sistema normale di vita, e
> scoraggia ogni altra forma di relazione o comunità.
In un mondo dominato da violenza, guerra e ingiustizie, manca lo spazio per un
discorso sull’amore. Le condizioni sociali e materiali ci sottraggono tempo ed
energia per coltivare relazioni di cura diffusa. La gerarchia per la quale la
coppia sia al di sopra di tutte le altre nostre relazioni, che a essa dobbiamo
tutta la nostra attenzione e le nostre energie, ci fa dimenticare quanto
importanti siano tutti gli altri nostri amori. Le nostre sorelle, le persone
amiche, lə nostrə nipoti, le persone con cui condividiamo un periodo di vita
anche breve, le compagnə di collettivi, quella persona conosciuta a un workshop,
lə nostrə insegnanti, le nostre passioni. Quel “bosco”, con le parole di
Brigitte Vasallo, quell’amore che ci salva ma che spesso non vediamo, “che
consideriamo meno amore degli altri, a cui non diamo l’importanza che merita e
senza il quale non potremmo andare avanti in questo mondo di merda”.
Il cuore scoperto è un’indagine sincera e profonda, che non offre ricette o
modelli alternativi da seguire, ma apre uno spazio di ascolto e di riflessione
collettiva. Gli argomenti che Tuaillon affronta ci riguardano tuttə da vicino; e
chi si aspetta un manuale di self-help per le relazioni troverà invece un invito
ad attraversare domande, a prendersi il tempo per guardarsi dentro e per parlare
insieme. Il podcast/libro ci accompagna in un percorso di autoindagine
condivisa: ci invita a ripensare il modo in cui siamo cresciutə, i modelli
familiari che ci hanno insegnato l’amore, ciò che ci ha fatto soffrire, ciò che
desideriamo e come i nostri desideri plasmano le relazioni che viviamo. C’è il
bisogno di comprendere i legami tra economia e intimità, di costruire strumenti
e pratiche per abitare la connessione e il conflitto.
Proprio a partire da questa necessità di discutere insieme e condividere
esperienze nasce tutta l’esperienza di Il cuore scoperto, che non si conclude
con le puntate del podcast o nelle pagine del libro. Tuaillon, e Associazione
Vanvera in Italia, organizzano dei cerchi di parola, una pratica mutuata dai
gruppi di autocoscienza femminista in cui le persone si incontrano per parlare e
ascoltare, fuori dalla logica del dibattito, senza la pressione di dover
rispondere, ma con la libertà di raccontarsi e di essere ascoltate. Nella bonus
track del podcast si trovano anche alcune indicazioni pratiche su come
organizzarne uno. Oltre a questo, Associazione Vanvera ha aperto uno spazio
virtuale in cui poter condividere esperienze, sensazioni, emozioni in seguito
all’ascolto o alla lettura di Il cuore scoperto, che poi vengono utilizzate per
performance o condivise anonimamente in altro modo.
Facendo un salto apparentemente lungo, in realtà piccolissimo, penso a un
recente post Facebook di Margherita Cioppi – una dellə attivistə a bordo della
Karma, una delle barche della Global Sumud Flotilla – in cui racconta del
sequestro da parte delle forze armate israeliane e di come si sia offerta di
aprire un tendalino per permettere ai soldati, che avevano preso il controllo
della barca, di ripararsi dal sole e dalle temperature molto alte. Cioppi
conclude così il suo racconto: “Ci penso da quel momento: perché ho provato a
dare sollievo a un assassino non lo so proprio. Ma in quel momento volevo che
fosse chiaro che non sono come loro. E che l’amore – solo quello – è la fine
dell’assedio”.
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