Entro giugno 2026, l’Italia dovrà recepire la direttiva europea sulla
trasparenza salariale, pensata per ridurre il divario retributivo tra uomini e
donne. Ma il Paese è in ritardo rispetto agli altri Stati membri e il gender pay
gap resta tra i più alti d’Europa. In occasione della Giornata europea della
parità salariale, lo scorso 17 novembre, ecco un’analisi dello stato dell’arte e
delle opportunità – ancora poco esplorate – che la pay transparency può offrire
a imprese e lavoratrici
Dal 17 novembre e fino al 31 dicembre, simbolicamente, le donne europee smettono
di essere pagate. È l’effetto concreto del gender pay gap, che nell’Unione
europea si attesta in media al 12%, ma che in Italia arriva al 16% nel settore
privato. Un dato che torna puntualmente al centro dell’attenzione in occasione
della Giornata europea della parità salariale, ma che racconta una
disuguaglianza strutturale, tutt’altro che episodica. E che rende necessarie
delle politiche sulla trasparenza salariale.
Nonostante un lento miglioramento negli ultimi anni, il divario retributivo
continua a penalizzare le donne lungo tutto l’arco della vita lavorativa, con
conseguenze dirette su autonomia economica, pensioni e possibilità di carriera.
LA DIRETTIVA UE SULLA TRASPARENZA SALARIALE
Per affrontare questa disuguaglianza, nel maggio 2023 l’Unione europea ha
approvato la direttiva sulla Pay Transparency, che dovrà essere recepita dagli
Stati membri entro il 7 giugno 2026. L’obiettivo è chiaro: garantire la parità
di retribuzione per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore.
La norma introduce obblighi precisi: durante le selezioni, le aziende dovranno
indicare il livello retributivo o una fascia salariale e non potranno chiedere
informazioni sugli stipendi precedenti. Una volta assunti, lavoratrici e
lavoratori avranno diritto a conoscere i livelli salariali medi, aggregati per
genere e categoria, mentre le imprese saranno chiamate a monitorare e
rendicontare i propri divari retributivi.
TRASPARENZA NON SIGNIFICA VIOLARE LA PRIVACY
Un punto spesso frainteso riguarda la riservatezza: la direttiva non autorizza
in alcun modo la diffusione delle retribuzioni individuali. I dati dovranno
essere condivisi in forma aggregata, nel rispetto delle normative sulla privacy.
L’obiettivo non è esporre i singoli, ma rendere visibili le disuguaglianze
sistemiche.
In caso di violazioni, sono previste sanzioni economiche proporzionate al
fatturato e, nei casi più gravi, l’esclusione dagli appalti pubblici. Le
lavoratrici e i lavoratori potranno inoltre richiedere il risarcimento degli
arretrati.
ITALIA FANALINO DI CODA IN EUROPA
A pochi mesi dalla scadenza, il quadro europeo è disomogeneo. Paesi come Svezia,
Belgio, Paesi Bassi e Irlanda hanno già presentato leggi o proposte legislative
che recepiscono – e in alcuni casi superano – gli standard minimi fissati da
Bruxelles. L’Italia, invece, resta indietro.
Dopo la legge approvata nel febbraio 2024 che delega il governo al recepimento
della direttiva, non risultano ancora provvedimenti concreti avviati. Un ritardo
che rischia di tradursi in un’ennesima occasione mancata sul fronte della parità
di genere.
PERCHÉ LE AZIENDE DOVREBBERO MUOVERSI SUBITO
In attesa delle norme nazionali, molte imprese scelgono di non intervenire.
Secondo Sabrina Testori, Pay Equity and Transparency Advisor di Winning Women
Institute – società benefit che promuove la parità di genere nel mondo del
lavoro e collabora con istituzioni e imprese – è un errore strategico. “I
princìpi della direttiva sono già chiari. Le aziende possono e dovrebbero
iniziare subito dall’analisi dei divari retributivi, dalla revisione delle
politiche di selezione e dalla comunicazione interna”.
La trasparenza salariale, infatti, non è solo un obbligo normativo, ma un
cambiamento culturale che può tradursi in benefici concreti: migliori
performance, minore turnover, maggiore attrattività per talenti e investitori,
reputazione più solida.
IL PESO DEL PART-TIME E DELLE CARRIERE DISCONTINUE
In Italia il problema del gender pay gap si amplifica se si guarda oltre la
retribuzione oraria. Il ricorso al part-time – che riguarda oltre il 64% delle
donne – e le carriere più frammentate fanno salire il divario medio fino al 20%,
con punte superiori al 35% in alcuni settori tecnico-scientifici.
Dati che mostrano come la disuguaglianza salariale sia intrecciata a modelli
organizzativi, carichi di cura e stereotipi di genere ancora profondamente
radicati.
PARITÀ SALARIALE COME LEVA DI SVILUPPO
Ridurre il gender pay gap non è solo una questione di giustizia sociale. Secondo
la Commissione europea, ogni punto percentuale in meno di divario retributivo
può generare un aumento dello 0,1% del Pil. “La parità di genere è una leva
strategica per crescita, innovazione e competitività”, sottolinea Paola Corna
Pellegrini, presidente di Winning Women Institute.
Il conto alla rovescia è iniziato. La domanda, oggi, non è più se intervenire,
ma quanto rapidamente l’Italia saprà colmare il divario che la separa dal resto
d’Europa.
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farà bene a tutti appeared first on The Wom.
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Quando, qualche mese fa, ho accettato la sfida di guidare la filiale Iberia di
una multinazionale del mondo FMCG e Consumer Health, avevo già costruito in
Italia una posizione solida e riconosciuta. Eppure sentivo che non volevo più
essere soltanto una manager “locale”: volevo diventare una leader globale.
Spostarsi significa crescere: ampliare l’impatto, reinventarsi, rimettere in
discussione identità, radici, equilibrio familiare. Ma soprattutto — e questo è
il filo rosso di questo articolo — la mobilità internazionale è ancora una leva
decisiva per la carriera femminile, un acceleratore di competenze e visibilità
globale, nonostante i dati dimostrino che non sia ancora accessibile a tutte. E
racconta una cosa importante: chi si muove non porta con sé solo la propria
valigia, ma un modello di leadership e un esempio per le generazioni future
Parlando di leardership femminile all’estero, secondo i principali studi
internazionali (Mercer e PwC), le donne rappresentano ancora solo tra il 15% e
il 25% delle assegnazioni globali, nonostante il 71% delle giovani
professioniste dichiari di voler lavorare all’estero almeno una volta nella
vita. Un paradosso che evidenzia un potenziale femminile ancora largamente
sotto-utilizzato. E in Italia il divario è ancora più evidente. Nel nostro Paese
le donne che ricoprono ruoli apicali — amministratrici delegate, membri di
comitati esecutivi, leadership team — sono appena il 17% nelle aziende quotate,
e il 18% considerando quotate e non. Sono numeri dell’Osservatorio Donne
Executive della SDA Bocconi, che ha analizzato oltre 5.300 executive in Italia,
Francia, Germania e Belgio: un ritardo strutturale che pesa sui percorsi di
carriera.
> La mobilità internazionale, invece, ha un effetto opposto: accelera, amplia
> prospettive, crea visibilità globale, sviluppa competenze multiculturali che
> oggi sono decisive per ruoli di comando
LE SFIDE DELLA LEADERSHIP FEMMINILE ALL’ESTERO: VISIBILITÀ SÌ, MA SENZA
SEMPLIFICAZIONI
Muoversi tra Paesi, contesti e culture non è mai soltanto un trasferimento
professionale: è un esercizio continuo di adattamento e ridefinizione.
Le principali sfide per le donne restano:
* Bias: molte aziende continuano a scegliere uomini per incarichi considerati
“più impegnativi”.
* Dual-career e famiglia: partner, figli, scuola, radici sono variabili che
impattano eccome, ma spesso vengono sottovalutate.
* Identità e appartenenza: spostarsi significa ricostruire legami, rinegoziare
se stessi, costruire una nuova quotidianità.
COSA INSEGNA VIVERE E LAVORARE OLTRE CONFINE: LA VOCE DI CRISTIANA SCELZA
Cristiana Scelza, VP Europe MID & Sustainability di Prysmian e Presidente di
Valore D, ha costruito la sua carriera tra Cina, Brasile, Russia, Olanda e
Italia, diventando una delle voci più autorevoli sulla leadership globale.
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Cosa ti ha insegnato vivere e lavorare in culture diverse?
Le esperienze internazionali mi hanno insegnato prima di tutto a conoscere me
stessa. Quando vivi in culture lontane capisci cosa caratterizza gli altri, ma
anche i punti di forza e di debolezza della tua cultura d’origine. E impari che
non puoi restare ferma: ciò che per te è “normale” altrove non lo è affatto.
Per avere successo all’estero servono curiosità, umiltà, ascolto e rispetto. Non
puoi arrivare aspettando che gli altri si adeguino a te. Da ogni Paese porto con
me qualcosa che oggi fa parte del mio modo di essere leader.
Quali difficoltà pensi siano specifiche dell’essere donna nell’affrontare la
sfida internazionale?
Le difficoltà non sono molto diverse da quelle che viviamo in Italia come donne
al lavoro. Ma credo che l’essere donna alla ricerca della mia realizzazione
personale e professionale mi abbia dato una marcia in più. Vedo tantissime
giovani donne scegliere oggi la sfida internazionale e portare a casa risultati
straordinari. Sono ottimista: le nuove generazioni ci insegneranno nuovi modi di
vivere e lavorare, nel pieno rispetto dei propri sogni.
COSTRUIRE LA LEADERSHIP DEL FUTURO
L’esperienza internazionale non è solo un incarico: è un acceleratore
identitario.
Le donne che si muovono imparano a leggere e integrare culture diverse, guidare
team multiculturali, gestire complessità e imprevedibilità, esercitare una
leadership più empatica e adattiva. Ma non solo: imparano a prepararsi al
cambiamento familiare, costruire reti globali (a Barcellona, altre donne in
ruoli analoghi mi hanno subito accolta), mantenere apertura culturale e
accettare l’imperfezione come parte del processo di crescita.
È il modello di leadership che oggi le aziende ricercano: flessibile, globale,
inclusivo.
Alle aziende, infatti, questo tipo di modello serve a sostenere le coppie
dual-career, offrire programmi di mobilità inclusivi, creare reti di expat
femminili, strutturare onboarding interculturali.
IL MOTIVO PIÙ IMPORTANTE: L’ESEMPIO CHE LASCIAMO ALLE GIOVANI GENERAZIONI
Al di là dei dati, dei modelli organizzativi e delle strategie di carriera, c’è
un motivo profondo che mi ha spinta a scegliere la mobilità internazionale:
l’esempio che voglio dare a mia figlia.
Ginevra e Matilde
Se mi sposto, se ricomincio, se mi metto in gioco anche quando è faticoso, è
perché voglio che lei cresca sapendo che il mondo è grande e che non bisogna
averne paura.
Voglio che impari che il cambiamento non è una minaccia, ma un’opportunità. Che
il futuro non va previsto: va esplorato. E soprattutto che capisca questo:
> la paura di rinunciare a ciò che potresti diventare deve essere sempre più
> forte della paura di perdere ciò che hai già
È lì, in quello spazio incerto tra ciò che lasci e ciò che scopri, che nasce la
parte più autentica e coraggiosa di noi.
E forse, se mia figlia Ginevra — durante la sua prima visita nel mio nuovo
ufficio, insieme alla sua amichetta Matilde — mi lascia diversi messaggi sulla
lavagna con scritto “ti voglio bene, ce la puoi fare”, allora significa che sto
camminando nella direzione giusta.
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La proposta di eliminare il divieto di affiggere cartelloni sessisti o
discriminatori, in vigore dal 2021, fa precipitare il nostro Paese indietro di
decenni
Fino a pochi anni fa, c’era un’Italia in cui il corpo delle donne era esibito a
ogni ora del giorno e in ogni spazio pubblico. Bastava accendere la televisione
all’ora di cena per vedere donne in perizoma consegnare premi a partecipanti
estasiati. Bastava andare in edicola per vedere donne in topless sulle copertine
delle principali riviste italiane, a prescindere dal contenuto dell’articolo.
Bastava uscire di casa per vedere i cartelloni di negozi di ferramenta,
ristoranti, autolavaggi che pubblicizzavano i propri prodotti o servizi con
donne in costume da bagno, o del tutto nude, con battute che ammiccavano al
sesso. Quell’Italia non c’è più, e non perché i tempi sono cambiati, ma perché
c’è stata la volontà politica di cambiarli:
> nel 2021, è stato introdotto un divieto di affiggere messaggi sessisti,
> omofobi o lesivi della dignità delle persone su strade, veicoli e mezzi
> pubblici. Oggi però si rischia di tornare indietro nel tempo, perché il
> senatore di Fratelli d’Italia Lucio Malan ha proposto di eliminare questo
> divieto
PUBBLICITÀ SESSISTE, IL PRETESTO PER ABOLIRNE IL DIVIETO
La stretta sui cartelloni era stata introdotta quattro anni fa con un
emendamento al decreto Infrastrutture e Trasporti, proposto da due deputate del
PD e Italia Viva, e riguardava sia le rappresentazioni sessiste che contenuti
discriminatori di varia natura, come quelli legati all’orientamento sessuale o
all’etnia.
> Negli anni la norma sulle affissioni infatti non ha bloccato solo immagini
> degradanti della donna, ma anche cartelloni di natura politica, come quelli
> dell’associazione antiabortista ProVita e Famiglia
È questo il motivo per cui Malan, molto vicino all’organizzazione, vuole abolire
il divieto: già nel 2021 lo aveva definito “una norma ideologica, volta a
limitare la libertà di espressione”. Lo scorso agosto, ProVita ha perso una
battaglia legale contro il comune di Roma, che nel 2018 aveva fatto rimuovere
dei manifesti che mostravano un bambino imbronciato, circondato da mani adulte
che cercavano di mettergli il rossetto e un fiocco sulla testa, con la scritta
“Basta confondere l’identità sessuale dei bambini”. L’associazione, nota per le
sue campagne choc contro aborto e “gender”, ha all’attivo numerosi contenziosi
con il comune che le ha rimosse più volte.
SACRIFICARE LA DIGNITÀ DELLE DONNE?
Eliminare il divieto in nome della “libertà di espressione” significa però
tornare ad autorizzare anche le pubblicità più sessiste e becere che per anni
hanno occupato gli spazi delle nostre città. Ed è curioso che proprio chi si
erge a paladino della dignità delle donne contro minacce inesistenti come il
“gender” e “l’ideologia trans” sia disposto a sacrificarla ripristinando una
delle forme più palesi e incontestabili di misoginia pubblica solo per far
avanzare i propri interessi ideologici. È dal 1979, quando il sociologo inglese
Erving Goffman pubblicò il famoso libro Gender Advertisements, che si discute
dell’oggettivazione delle donne nella pubblicità e si analizza il suo impatto
sulla realtà. Vietare le pubblicità sessiste non è solo una questione morale: è
ormai dimostrato che esse hanno un impatto negativo sull’auto-percezione del
proprio corpo e che sono associate a una maggiore accettazione e normalizzazione
della violenza sessuale.
LO SPAZIO DELLE DONNE
“Lo spazio”, scrive Daniela Brogi ne Lo spazio delle donne, “è campo di
espressione e verifica delle identità”. Alle donne è stato a lungo negato tanto
quello simbolico – la storia, l’arte, la letteratura – quanto quello concreto:
chiuse nelle quattro mura domestiche, le donne dovevano ritagliarsi la propria
dimensione in un luogo separato, lontano dagli occhi di tutti e soprattutto
lontano dai luoghi di potere.
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La conquista dello spazio pubblico, dalle prime donne che osavano andare in
bicicletta a quelle che scendevano in piazza per i loro diritti, è stata lunga e
faticosa, e non ancora conclusa: ancora oggi in molti luoghi del mondo, come in
Afghanistan, le donne non possono uscire di casa se non accompagnate o non
possono guidare l’automobile. Ma anche una volta ritagliato il proprio spazio,
le donne devono continuamente ricordarsi che tutto spinge a ricacciarle al loro
posto: le città sono modellate su abitudini ed esigenze maschili o non sono
sicure per camminarci la sera. Oggi potevamo contare almeno su una piccola
vittoria: niente più cosce e reggiseni per vendere padelle o lubrificanti, a
ricordarci che il nostro corpo è in vendita. Ma se l’emendamento di Fratelli
d’Italia passerà, sarà come tornare indietro nel tempo.
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Donne, bambine e ragazze: sono loro a pagare il prezzo più alto delle crisi
umanitarie, che non colpiscono tutte le persone allo stesso modo ma impattano
maggiormente su chi vive in condizioni di vulnerabilità. È quanto emerge dal
rapporto “Her future at risk. The cost of humanitarian crises on women and
girls” di WeWorld, organizzazione umanitaria che da oltre 50 anni lavora in 26
Paesi inclusa l’Italia, per portare al centro chi è ai margini, geografici e
sociali. Dall’Iran all’Afghanistan, l’apartheid di genere si aggrava e consolida
con le crisi umanitarie. Tuttavia, per contrastare concretamente le oppressioni
sistemiche delle donne in tutto il mondo, serve un’alleanza globale che tenga
conto della specificità di ogni contesto
Come sottolinea Osservatorio Afghanistan, la complessità di regimi che impiegano
regole e strumenti a più livelli per applicare una discriminazione sistemica
prolungata richiede una lotta altrettanto complessa, multiforme e perseverante.
Le donne afghane e iraniane, ad esempio, hanno fatto squadra per lottare contro
i sistemi di discriminazione di genere in cui vivono. Ma per quanto riguarda i
diritti delle donne in Iran e in Afghanistan, ci sono alcune differenze che
vanno considerate.
CONOSCERE LA SPECIFICITÀ DELLE LOTTE, MULTIFORMI E COMPLESSE
Sia in Afghanistan che in Iran il tentativo in corso da parte dei regimi è
quello di sottomettere le donne al potere dei leader uomini. E, in entrambi i
casi, la reazione delle donne è di resistenza. In svariate forme. Dalle proteste
che hanno portato nelle piazze il messaggio “donna, vita, libertà!” alla
disobbedienza civile messa in atto nella quotidianità, la vita delle donne è una
continua lotta che non si assesta in entrambi i Paesi. Ma, come testimoniato
dalle Ong che lavorano sui territori – tra cui Nove Caring Humans, tra le poche
Ong rimaste attive in Afghanistan – ci sono delle differenze che è necessario
conoscere per comprendere la situazione reale evitando il rischio di appiattire
la narrazione dietro gli stereotipi.
Ad esempio, le donne iraniane godono di libertà che non sono consentite alle
donne afghane. Le donne in Iran hanno il diritto alla partecipazione politica:
non è uguale a quella degli uomini in tutti gli aspetti – le donne non possono
diventare presidenti – ma possono impegnarsi in attività politiche a vari
livelli, tra cui votare ed essere elette. In Iran le donne fanno anche parte
delle principali strutture di leadership politica, compreso l’esecutivo.
In Afghanistan, invece, le donne non sono libere di partecipare a tutto lo
spettro della rappresentanza politica. La situazione non migliora sul fronte
dell’istruzione. I talebani – tornati al potere nell’agosto 2021 — hanno
proibito alle bambine afghane di frequentare la scuola oltre il sesto grado. Un
divieto che, nel marzo 2023, è stato poi esteso anche al livello secondario e
all’università.
L’Iran, invece, ha uno dei tassi di alfabetizzazione femminile più alti della
regione. Ci sono tantissime giovani donne laureate, soprattutto nelle materie
STEM.
«I più fondamentalisti avrebbero anche voluto negare la possibilità di studiare
alle bambine e alle ragazze, ma per fortuna non ci sono riusciti», spiega
l’attivista iraniana Pegah Moshir Pour nel suo contributo al dossier InDifesa di
Terre des Hommes, che evidenzia come il tasso di alfabetizzazione delle iraniane
superi l’80%. Anche nei media, sia a livello statale che privato, le donne sono
rappresentate.
> In Afghanistan sono state bandite da quasi tutte le rappresentazioni e
> posizioni di potere nei media. Lo stesso accade nella vita sociale e
> culturale: se le iraniane possono viaggiare e guidare liberamente, alle donne
> afghane è vietato viaggiare senza un accompagnatore maschio e persino visitare
> i parchi nazionali
A gravare ulteriormente sui diritti di donne e ragazze in Afghanistan, è la
sospensione degli aiuti umanitari di Usaid. In questo contesto ong e
associazioni della società civile sono l’ultima ancora di salvezza per la
popolazione, in primis per le donne di cui molte sono capofamiglia.
«Siamo riusciti a salvare la piccola Deeba, figlia di Munisa, da un matrimonio
precoce. Ci sono ancora molte storie che possiamo cambiare. Proprio in questo
momento dobbiamo rimanere in Afghanistan e proseguire tutte le nostre attività»,
riferiva ad Agi lo scorso 8 marzi Nove Caring Humans, ong italiana attiva da 13
anni nel Paese asiatico, una delle poche ancora operative nell’emirato talebano.
Nonostante la gravità della situazione, la crisi afghana è quasi del tutto
uscita dai radar dell’informazione mainstream e dall’agenda della comunità
internazionale: per questo motivo Nove ha lanciato un apposito “Fondo Emergenza
Donne Afghane”.
L’ALLEANZA DELLE DONNE IRANIANE E AFGHANE CONTRO L’APARTHEID DI GENERE
«Riconoscere l’apartheid di genere in Afghanistan è fondamentale per le lotte
delle donne a livello globale e sosterrà anche le lotte delle donne in Iran,
mentre le donne afghane possono beneficiare dell’esperienza, dell’energia e
della consapevolezza delle donne iraniane contro la discriminazione», sottolinea
Osservatorio Afghanistan.
> Le donne lo hanno capito e nel riconoscimento delle loro storie, individuali e
> collettive insieme, fanno rete
«Riconoscere questa differenza nello status delle donne tra Iran e Afghanistan è
importante per qualsiasi alleanza contro l’apartheid di genere» conclude
l’Osservatorio. Dal regime dei talebani a quello degli Ayatollah. Dalle proteste
fuori dall’Università di Kabul, da cui le donne sono state espulse, alle rivolte
scoppiate a Theran dopo l’uccisione di Mahsa Amini. Lo slogan delle donne curde
“donna, vita, libertà!” diventa un grido collettivo di resistenza: superando i
confini, ha ricordato al resto del mondo come l’oppressione delle donne sia una
componente strutturale dei regimi. Che, per essere contrastati, vanno conosciuti
nelle loro specificità.
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tra Iran e Afghanistan appeared first on The Wom.
Il nuovo rendiconto di parità di genere presentato dall’INPS mette in luce le
disparità di genere che ancora oggi, in Italia, non accennano a diminuire.
Vediamo perché
Il rendiconto di parità di genere 2024, presentato a metà febbraio dal consiglio
di indirizzo e vigilanza dell’INPS, mette in evidenza le disuguaglianze tra
uomini e donne in ambito lavorativo, sociale ed economico nel nostro Paese. I
dati raccolti per l’anno 2023 dipingono un quadro inquietante di divari che
ostacolano ancora il progresso verso una piena parità, creando inevitabilmente
importanti problematiche sociali.
RENDICONTO DI PARITÀ DI GENERE INPS: TASSO DI OCCUPAZIONE E DISUGUAGLIANZA
SALARIALE
Il tasso di occupazione femminile in Italia nel 2023 si è fermato al 52,5%, un
dato significativamente inferiore al 70,4% degli uomini, con un divario di
addirittura 17,9 punti percentuali. Ma non è finita qua: le donne, pur essendo
più istruite, faticano ad accedere ai ruoli di vertice: infatti, basti pensare
che solo il 21% dei dirigenti e il 32,4% dei quadri sono donne, segno di un
incessante e progressivo blocco della carriera a causato da discriminazioni di
genere. Inoltre, anche il gap salariale tra generi persiste in modo
preoccupante. In media, le lavoratrici guadagnano circa il 20% in meno rispetto
ai colleghi maschi. Differenze ancora più marcate si registrano in alcuni
settori specifici, come nelle attività finanziarie (32,1% in meno), nelle
attività professionali (35,1% in meno) e nei servizi immobiliari (39,9% in
meno).
LEGGI ANCHE – Segreto salariale: una nuova direttiva europea aprirà la strada
verso la parità retributiva
IL PESO DEL PART-TIME E DELLA PRECARIETÀ
Una delle ragioni di questo divario retributivo risiede nella maggiore incidenza
del lavoro part-time tra le donne, che costituiscono il 64,4% dei lavoratori
part-time. A questo poi, si aggiunge un fenomeno preoccupante: il part-time
involontario. Il 15,6% delle donne occupate è costretta a lavorare a tempo
parziale contro il 5,1% degli uomini, a causa di contratti precari e a tempo
determinato, con solo il 18% delle assunzioni femminili che si traducono in
contratti a tempo indeterminato, contro il 22,6% degli uomini. Ovviamente il
motivo è il peso del lavoro di cura unicamente sulle spalle della madre.
> La maternità è purtroppo ancora un forte blocco in un paese che non concepisce
> un ruolo paritario dei genitori in famiglia
Gli uomini infatti, non vengono assolutamente penalizzati se hanno la volontà di
diventare genitori, anzi a volte, quasi ne beneficiano.
LEGGI ANCHE – Cura: perché dovrebbe essere una competenza di valore anche in
azienda
L’INADEGUATEZZA DEI SERVIZI DI SUPPORTO ALLA FAMIGLIA
Nel 2023, le donne hanno utilizzato 14,4 milioni di giornate di congedo
parentale, contro soli 2,1 milioni di giornate utilizzate dagli uomini. Tale
squilibrio è aggravato dalla carenza di servizi adeguati per la prima infanzia,
includendo un’offerta di asili nido che non soddisfa le necessità. Quest’ultimo
dato è particolarmente presente in alcune regioni del sud Italia piuttosto che
in altre, ma rimane comunque insufficiente in tutto il Paese.
LE DIFFICOLTÀ DI CARRIERA E L’ACCESSO AI RUOLI DIRIGENZIALI
Nonostante la già citata superiorità delle donne a livello formativo, (i dati
indicano un 52,6% delle diplomate e un 59,9% delle laureate nel 2023), la
disparità di genere persiste nei livelli di carriera.
LA DISPARITÀ NELLE PENSIONI
Le disuguaglianze non si fermano al mercato del lavoro, ma si estendono anche al
campo delle pensioni. Sebbene le donne siano numericamente superiori tra i
beneficiari di pensioni (7,9 milioni di pensionate rispetto a 7,3 milioni di
pensionati), gli importi erogati sono decisamente inferiori. Le pensioni delle
donne nel settore privato, sono inferiori di oltre il 20% rispetto a quelle
degli uomini, con un divario che arriva a toccare il 44,1% per le pensioni di
vecchiaia. Ovviamente tale divario riflette le difficoltà delle donne
nell’accumulare contributi sufficienti per ottenere pensioni più alte, spesso a
causa delle già citate carriere discontinue e precarie.
LEGGI ANCHE – Pensioni e disparità: i dati INPS rivelano ancora il divario di
genere
NEET E INATTIVITÀ FEMMINILE: UN QUADRO ALLARMANTE
Il tasso di inattività delle donne, pari al 42,3%, è significativamente più alto
rispetto al 24,3% degli uomini e anche questo non ci stupisce. Tra i giovani, la
condizione di inattività è particolarmente preoccupante nelle regioni del Sud,
con le ragazze tra i 15 e i 34 anni che rappresentano una percentuale molto alta
tra i NEET (Not Engaged in Education Employment or Training) fenomeno che
colpisce più intensamente la Sicilia (30,4%) e la Campania (28,5%).
VERSO UNA PARITÀ EFFETTIVA: L’APPELLO DELLE ISTITUZIONI
Il presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’INPS, Roberto
Ghiselli, sottolinea che per affrontare la discriminazione di genere è
necessario intervenire su molteplici fronti, non solo nel mercato del lavoro, ma
anche nel sistema familiare, nei modelli organizzativi e nella cultura sociale.
Solo con l’impegno congiunto di istituzioni, politiche e associazioni sarà
possibile superare le attuali disuguaglianze e creare un contesto di parità
reale.
Il rapporto dell’INPS delinea dunque un quadro di disuguaglianze che, seppur in
parte migliorato negli ultimi anni, richiede un impegno continuo e condiviso per
favorire l’integrazione e l’accesso delle donne a tutte le dimensioni della vita
economica e sociale del Paese.
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