Non sei tu, è l’eterofatalismo. Come la crisi del maschio etero sta ridefinendo i rapporti

- The Wom - Tuesday, January 13, 2026
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Avvertite anche voi quella stanchezza un po’ frustrante, quella rassegnazione che sa di amaro in bocca? Non è solo disillusione, non è solo una serie di appuntamenti andati male e non è la conseguenza del download dell’ennesima app di incontri. Questa sensazione adesso a quanto pare un nome, coniato nelle accademie ma vissuto nei nostri gruppi WhatsApp, nelle cene tra amiche dove le risate diventano isteriche: si chiama eterofatalismo

Eterofatalismo, ovvero la consapevolezza, amara e cristallina, che il gioco dell’eterosessualità sia truccato, ma che il tavolo sia l’unico in città. Amiamo gli uomini, certo, ci piacciono, ma quanto ci fanno penare? Questo perché ormai riconosciamo il sistema stereotipato che ci vorrebbe compagne-tate in relazioni troppo spesso a senso unico, eppure ci sentiamo fatalmente in trappola, perché il desiderio, l’abitudine, la norma sociale ci legano a quel copione.

È il sapore di un futuro che sembra già scritto: polveroso, ineguale, e infinitamente faticoso. Una prigione di affetto dolente di cui abbiamo, finalmente, trovato la chiave. Sembra eccessivamente drammatico, mi rendo conto, e in effetti la rappresentazione più pop dell’eterofatalismo arriva direttamente dal grande schermo. Basta osservare lo sguardo rassegnato e ironico di Shailene Woodley in certi ruoli, o l’aurea di splendida, serena autosufficienza che celebrità come Emma Watson o Renée Zellweger incarnano – donne che non sembrano per nulla in crisi per la mancanza di un partner ufficiale – diventando per noi icone involontarie.

Non stanno “aspettando il principe”. Stanno vivendo. È l’immagine specchiata del nostro desiderio più profondo: uscire dalla narrazione della “mancanza” e scoprirci abbastanza

Eterofatalismo e l’eterno adolescente intellettualizzato

Il sintomo più lampante di questa malattia dei nostri tempi ha il volto di un fantasma ben educato. Non è più il naschio tossico d’altri tempi, quello per cui la fatica la facevi volentieri, perché almeno la sua era una crudeltà chiara, un archetipo riconoscibile come quello del Christian Grey di Cinquanta Sfumature – un problema concentrato e, in fondo, prevedibile, riconoscibile. No. Oggi il nemico è l’evanescenza. È il “male withdraw”: la sparizione dello maschio-stronzo sostituita dalla crisi esistenziale del bravo ragazzo. Sono uomini “pretesi evoluti”, progressisti nelle app e nel linguaggio (sono loro che ti parlano di quanto è brutto essere ghostati o friendzonati) ma emotivamente inerti nella vita, incapaci di desiderare con convinzione, paralizzati di fronte al peso di tre scambi di messaggi. Personaggi apparentemente usciti da una commedia di Noah Baumbach, eterni adolescenti intellettualizzati che analizzano tutto tranne le proprie responsabilità. Insomma tutto pur di non andare in terapia.

Noi donne etero, intanto, siamo condannate al “lavoro ermeneutico”: siamo le archeologhe del non-detto, traduttrici di pause e sospiri rumorosi, ingegnere di significati ricavati dal nulla. Facciamo il pane con le briciole, come Pollicino che, nella speranza di trovare una via d’uscita, trova solo altro bosco.

Ci chiediamo: era meglio quando sparivano senza dir nulla, o adesso che spiegano diffusamente perché non ce la fanno, in monologhi degni di un podcast su mindset e crescita personale? 

La crisi del maschio etero

Di chi è la colpa? La diagnosi ce l’abbiamo: a quanto pare si tratta della crisi del maschio etero, che da decennio glorioso e territorio di crescita (di fatti ogni momento di crisi rappresenta un punto di inevitabile svolta), si è trasformata in uno stato permanente di incapacità relazionali: eterni Peter Pan terrorizzati dalla responsabilità e dalle discussioni complicate. Ma se fosse anche il veleno sottile dell’epoca digitale: se tutto è a disposizione, senza sforzo e senza narrazione, che importa se ti piace? Siamo diventate tutte e tutti personaggi in una gigantesca “lista dei preferiti di Netflix”: un catalogo infinito di possibilità, in cui ognuna può essere scartata dopo pochi secondi se non intrattiene subito. Il dating moderno ha la stessa ansia da scorrimento infinito: Forse la prossima volta sarà meglio.

È la logica distopica di un episodio di Black Mirror, vissuta ogni giorno nelle nostre dita che scrollano. E nel frattempo, cresciuti in un mondo che dice loro di essere roccia e non vulcano, di essere fornitori e non comunicatori, molti uomini sono emotivamente analfabeti. Noi siamo socializzate a curare, a interpretare, a costruire ponti, come terapiste involontarie. Loro, spesso, sono socializzati a stare dall’altra parte del fiume, a guardare l’acqua scorrere, indecisi se costruire una barca o semplicemente cambiare fiume. Il risultato? Dialoghi che sembrano monologhi intensi, potenti, umani ma rivolti a un muro di gomma.

Eterofatalismo come crisi culturale necessaria?

Allora, che facciamo? Ci rassegniamo a relazioni deludenti? Ammettiamo che “vincono sempre loro”? No. Perché questa stanchezza collettiva, questo eterofatalismo, non è il punto finale. È il sintomo di una rottura culturale necessaria. È il corpo che dice basta, dopo troppi tentativi di rattoppare un abito che non ci sta più. Non è un addio agli uomini, è un arrivederci a un certo modo di essere in coppia: rigido, sbilanciato, logoro come certe dinamiche tossiche tipiche delle prime stagioni di Grey’s Anatomy. È il rifiuto di fare la tata emotiva per l’ennesimo adulto che non sa allacciarsi le scarpe dei sentimenti. È la presa di coscienza, feroce e poetica, che forse siamo noi, con la nostra rabbia stanca, a poter riscrivere le regole. 

Un upgrade dell’eterosessualità non arriverà da solo. Forse inizia proprio qui, dalle nostre risate isteriche, dalla nostra solidarietà digitale, dal nostro rifiuto di fare più il pane con le briciole. Forse inizia quando smettiamo di dare centralità a un partner, e iniziamo a costruirci le nostre costellazioni di affetti, di sorellanza e di amore, splendenti e autonome, non in attesa che qualcuno, forse, impari a raggiungerci alla nostra altezza, ma in modo radicale e permanente.

Non siamo condannate a essere le Penelope in attesa di un Odisseo che forse è solo un ragazzo perso nelle storie di Instagram. Siamo le artefici di un nuovo mito. E il primo capitolo lo scriviamo noi.

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