
Perché abbiamo bisogno di prevenzione primaria per abbattere stereotipi e violenza
- The Wom - Monday, January 12, 2026
Finché si continuerà a intervenire solo dopo, la violenza continuerà a riprodursi: la prevenzione primaria non è un’opzione idealistica, ma una necessità politica, sociale ed economica. È quanto evidenzia il rapporto “Perché non accada. La prevenzione primaria come politica di cambiamento strutturale”, realizzato da ActionAid con Osservatorio di Pavia e 2B Research. La ricerca si basa su un’indagine su un campione rappresentativo di 1.801 persone, uomini (48%) e donne (52%) di tutte le età, e analizza come le disuguaglianze di genere e gli stereotipi continuino a strutturare la percezione sociale della violenza.
Le disuguaglianze non sono un effetto collaterale della violenza, ma una delle sue cause profonde: da questo punto di partenza, il report attraversa le generazioni andando a fondo su stereotipi e pregiudizi. Un quadro che va dalla generazione over 60 dei Boomer, che spesso nega la violenza di genere e non sa vederne le diverse forme, agli uomini più giovani, che pur riconoscendola, la legittimano.
La violenza è legittimata e normalizzata
Nonostante negli ultimi anni la violenza maschile contro le donne sia entrata con forza nel dibattito pubblico italiano, suscitando un’ondata di indignazione e di partecipazione collettiva, la rottura del silenzio sul tema non ha migliorato la situazione. L’hype mediatico – che, come nota il rapporto, si genera però unicamente in seguito ai casi di femminicidio – restituisce un quadro ancora preoccupante. Persistono forme diffuse di legittimazione e di minimizzazione della violenza: comportamenti di controllo, linguaggi offensivi, pratiche di svalutazione o limitazione della libertà femminile continuano a essere percepiti da una parte significativa della popolazione come “comprensibili” o “giustificabili” in certe circostanze.
Per un uomo su quattro la violenza verbale e quella psicologica sono ampiamente motivate da provocazioni e comportamenti “scorretti” delle donne
La maggioranza (55%) dei Millennials ritiene legittimo il controllo sulla partner, soprattutto in caso di tradimento o di mancata cura della casa e dei figli. Anche la violenza fisica è giustificabile per quasi 2 maschi adulti su 10. La violenza economica è considerata accettabile da un uomo su tre, e lo è per quasi la metà dei maschi Millennial e quelli della Gen Z. Convinzioni radicate che inibiscono l’azione: solo il 34% del campione ha dichiarato di aver agito di fronte a episodi di violenza, mentre il 57% afferma di non aver mai assistito o saputo di casi simili. La propensione ad agire cresce tra la popolazione giovanile (50% Gen Z; 45% Millennials) e cala con l’avanzare dell’età (29% Gen X; 25% Boomers).
La frattura delle diseguaglianze e gli stereotipi che persistono
La violenza cresce su un terreno fertile per la sopraffazione maschile. Ogni spazio, ruolo sociale e privato che le donne vivono è attraversato da disuguaglianze di genere, dove si riproducono ruoli tradizionali e squilibri di potere che limitano l’autonomia delle donne. A casa, per esempio, il rapporto indica che il 74% delle donne si occupa da sola dei lavori domestici, contro il 40% degli uomini, con divari ancora più ampi tra le generazioni più anziane (80% delle Boomer e 83% delle donne della Gen X).
Nella genitorialità il carico resta sbilanciato: il 41% delle madri si occupa da sola dei figli e delle figlie, contro appena il 10% dei padri
Fuori dalle mura domestiche, la situazione non migliora: le città non sono a misura di donne: il 52% di loro ha provato paura negli spazi pubblici (contro il 35% degli uomini), una quota che sale al 79% tra le più giovani e resta alta anche tra le Boomers (55%).
Quello che può sembrare un gesto di routine, per le donne diventa un potenziale pericolo: il 38% delle persone ha avuto paura almeno una volta di viaggiare sui mezzi pubblici, ma tra le giovani donne della Gen Z il dato sale al 65,5%.
Il digitale non è uno spazio considerato sicuro
Come altri ambiti della società, anche il digitale non è un terreno neutro: le piattaforme, gli algoritmi e i linguaggi che lo abitano riflettono e amplificano disuguaglianze preesistenti.
Accanto alle opportunità di visibilità e di empowerment, l’ambiente online può trasformarsi quindi in uno spazio di esclusione, discriminazione e violenza
Quattro persone su dieci (40%) dichiarano di aver avuto “spesso” o “a volte” timore di ricevere reazioni sessiste ai propri contenuti online. La paura è più alta tra le donne (41% contro 39%) e cresce nelle fasce più giovani: tra le ragazze della Gen Z raggiunge il 59,3%, mentre scende al 29,1% tra le Boomers. Anche tra gli uomini si osserva un andamento simile ma con valori inferiori (52,4% Gen Z; 24,9% Boomers), a indicare che il clima ostile online colpisce entrambi i generi, pur colpendo maggiormente le ragazze e le donne. Le evidenze raccolte dalla ricerca mostrano come il digitale, pur essendo uno spazio di partecipazione e di possibilità, continui a riprodurre schemi di potere e visioni parziali.
A riguardo, negli ultimi anni. l’Unione europea ha compiuto passi significativi nel definire un quadro normativo per la tutela dei diritti delle donne e delle persone più vulnerabili nello spazio online. La Direttiva (UE) 2024/1385140, rappresenta un punto di svolta: per la prima volta riconosce la violenza online, inclusa quella connessa all’uso delle tecnologie e della comunicazione, come parte integrante della violenza contro le donne, imponendo agli Stati membri di garantire protezione effettiva anche contro pratiche come la diffusione non consensuale di materiale intimo o manipolato, la stalking online, le molestie online, l’istigazione alla violenza e all’odio online.
In Italia, il Codice Rosso, introdotto nel 2019 e successivamente aggiornato, ha ampliato la tutela penale includendo nuove forme di violenza digitale, come la diffusione non consensuale di immagini o video sessualmente espliciti. Più recentemente, la legge n. 132/2025 ha introdotto nel codice penale l’articolo 612-quater, che istituisce il reato di illecita diffusione di contenuti generati o alterati mediante sistemi di intelligenza artificiale, volto a sanzionare la condivisione non autorizzata di immagini, video o registrazioni vocali manipolate con IA, comprese le forme di deepfake a contenuto sessuale.
Prevenzione primaria, necessaria a tutta le età e in ogni ambito
Affinché le leggi possano agire in modo efficace, serve cambiare la cultura. Un cambio di rotta possibile attraverso la prevenzione.
Il termine “prevenzione” è polisemico e racchiude differenti significati operativi, la cui distinzione è essenziale per la corretta elaborazione delle norme, nonché progettazione e attuazione degli interventi:
- la prevenzione primaria agisce prima che la violenza si manifesti, intervenendo sulle cause strutturali e culturali che la rendono possibile;
- la prevenzione secondaria interviene quando emergono i primi segnali di rischio, per proteggere tempestivamente le donne;
- la prevenzione terziaria è quella che opera dopo la violenza, concentrandosi sulla riduzione dei danni e sulla prevenzione della recidiva attraverso percorsi di responsabilizzazione degli autori.
La prevenzione primaria, sottolinea il rapporto ActionAid, rappresenta la dimensione più ampia e trasformativa delle politiche di contrasto alla violenza maschile contro le donne: mira a impedire che la violenza si verifichi, intervenendo sulle cause strutturali, promuovendo uguaglianza di genere, il rispetto reciproco e relazioni non violente.
Non è un mero settore di intervento, ma una prospettiva di governo del cambiamento
Riconoscerla come tale significa consolidare un approccio fondato su conoscenza, partecipazione e responsabilità, capace di incidere nel tempo sui fattori che generano e legittimano la violenza. «Non si può prevenire la violenza senza promuovere uguaglianza, e non si può costruire uguaglianza senza assumere la prospettiva di genere in ogni politica pubblica. Significa intervenire sulle cause profonde, non solo sugli effetti – spiega Katia Scannavini, Co-Segretaria Generale ActionAid Italia – ActionAid chiede al Governo e al Parlamento che almeno il 40% delle risorse annuali del Piano antiviolenza sia vincolato alla prevenzione primaria insieme all’adozione di un piano strategico e operativo ad hoc, con risorse certe, obiettivi verificabili e responsabilità condivise». Affinché possa funzionare concretamente, aggiunge Scannavini, «La prevenzione primaria non si può fermare alla necessaria educazione nelle scuole, ma deve coinvolgere le persone di ogni età, con azioni dirette a tutti gli ambiti della vita quotidiana, perché solo un cambiamento culturale può fermare la violenza maschile contro le donne».
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