Veronica Zinnia, custode dei dimenticati: “racconto i morti per ricordare ai vivi di vivere intensamente”

- The Wom - Wednesday, January 7, 2026
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Da bambina camminava nei cimiteri stringendo la mano del padre, da un lato, e i fiori con l’altra. Ascoltava i racconti, guardava le foto ovali, gli epitaffi antichi e le tombe dimenticate. Oggi Maria Veronica Zinnia – nata a Bologna il 5 aprile 1995 – per tutti Beccamorta, con centinaia di migliaia di follower su Instagram e Tik Tok – torna in quegli stessi luoghi per un motivo diverso: restituire voce e dignità a chi la storia ha sepolto due volte, nella terra e nell’oblio

Maria Veronica Zinnia si definisce “la custode dei dimenticati”, ma non è un’immagine poetica: è il suo lavoro. Divulgatrice di memorie sepolte. “Quando rispolvero una tomba, rispolvero una memoria.” La sua è un’educazione alla morte – e quindi alla vita – che passa dai social ma si fonda su metodo, rigore e una ferrea etica. Il risultato non è un racconto della morte, ma un affresco di umanità: storie che parlano meno di lutto e più di memoria, meno di paura e più di vita. «Ogni volta che racconto un morto, ricordo ai vivi che esistere significa lasciare traccia».

Perché Beccamorta non è la ragazza che parla con i morti: è la donna che restituisce loro la voce.

Intervista a Veronica Zinnia, aka “Beccamorta”

Puoi raccontarci com’è iniziato tutto? Era solo attrazione o una vocazione?
Avevo cinque o sei anni. Mio padre mi portava a trovare mio nonno al cimitero. Io non avevo paura: teschi, fantasmi, film “particolari” mi incuriosivano invece di spaventarmi. Guardavo le tombe fatiscenti e mi chiedevo chi fossero, perché nessuno le curasse. La curiosità è nata lì, sul campo.

Ricordi il momento in cui la bambina con i fiori ha incontrato la donna che sei?
Dopo anni difficili. A 19 anni mi diagnosticano un disturbo borderline di personalità. Tra il 2017 e il 2018 tocco il fondo: quattro ricoveri psichiatrici. Lì mi sono chiesta cosa volessi davvero. Ho capito che volevo prendermi cura di chi non c’è più. All’inizio era un rifugio dai vivi che mi avevano ferita. Ma da quel gesto è nato molto di più.

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“Beccamorta”: perché questo nome?
Nasce nel 2019, quando lavoravo in un cimitero con una borsa lavoro come operatrice cimiteriale. In quel periodo ho aperto un canale YouTube per sfatare i luoghi comuni sul settore funebre e sui cimiteri.
Il nome è a metà tra arte e professione: ero davvero una “beccamorta” e volevo mostrare sui social quel mondo dall’interno.

Quanto hanno contato le tue “estetiche altre” (Tim Burton, scheletri, dinosauri)?
Tantissimo. Ma non è stato solo Tim Burton: è stato soprattutto mio padre. Appassionato di storia, mi parlava di tragedie, misteri, Pompei, Titanic. Mentre le mie compagne giocavano con le Barbie e i maschi parlavano di Dragon Ball, io ero quella “strana” che amava i dinosauri e i film ambientati nei cimiteri. Quel lato lo nascondevo, perché non veniva capito.
Poi è arrivata la mia maestra di italiano e storia: grazie a lei la memoria è diventata casa. La mia scuola portava il nome di un partigiano morto a 18 anni, e ogni 25 aprile ci portava sul luogo della fucilazione. Esperienze fortissime che mi hanno formata.

Quando hai capito che il silenzio dei cimiteri non è vuoto ma pieno di vita da restituire?
Nel 2021 indagando sulla morte del cugino di mio padre. Guardavo la sua lapide: una iscrizione delicata ma enigmatica diceva che “voleva provare a volare ed è caduto dalla Torre degli Asini”. In archivio ho trovato l’articolo con i dettagli. Ho riportato a mio padre ricordi che neppure lui ricordava. Ho capito che le storie dei defunti si intrecciano con la storia di una città. Da lì non mi sono più fermata.

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Hai vissuto bullismo, depressione e giudizio: in che modo prenderti cura dei defunti ha riscritto la tua storia?
Mi ha guarito la parte che si sentiva abbandonata e “strana”. Io parlo soprattutto di persone comuni, come siamo noi. Ridare loro dignità ha dato dignità anche a me.

Sei tra le poche formate in tanato-estetica. In cosa consiste?
Ho l’attestato, ma non ho mai lavorato davvero nel settore: ho messo le mani su una salma solo durante il corso. In Italia la tanatoestetica è una libera professione, non un lavoro dipendente. È un mestiere che richiede tecnica, rigore e un’enorme empatia: dare un volto riconoscibile a una persona che non c’è più significa restituire conforto a chi resta.
Nel mio corso eravamo otto donne e un solo uomo, ma quando provi a entrare nel settore trovi ancora un mondo molto maschile. La cura però non ha genere: ha sensibilità. E quella, in qualsiasi forma, parla da sola.

Cosa significa stare ogni giorno a contatto con la morte?

Per me la morte non è la fine, ma la seconda parte del viaggio.

L’esistenza è un ciclo: siamo fatti della stessa sostanza delle stelle, e come le stelle non smettiamo di esistere, ci trasformiamo

Non seguo una religione precisa, ma credo nell’energia dell’universo: il corpo si ferma, l’energia no. Ciò che siamo continua altrove.
Quando entro in un cimitero non racconto una fine, ma il punto in cui quell’energia si è fatta storia. Restituire una storia significa rimettere in circolo quella stessa energia, farla uscire dalla lapide e tornare nel mondo.

Dal marmo all’archivio: com’è il tuo percorso d’indagine?
Vado spesso nei sotterranei dei cimiteri monumentali, tra i loculi dei primi del ’900. Mi attirano le foto d’epoca, epitaffi e date. Un tempo gli epitaffi dicevano molto sulla causa della morte; oggi sono frasi uguali.
Il mio metodo parte da un dettaglio: quando leggo “crudele destino”, “tragica fine”, “funesto caso”, so quasi sempre che non è morte naturale. Scatto una foto alla lapide e inizio l’indagine. Vado negli archivi dei quotidiani locali, chiedo i microfilm dell’anno di morte e li scorro finché non arrivo ai giorni successivi all’evento. È lì che, quasi sempre, trovo la notizia pubblicata e la verità. Raccolgo i dati, li scrivo, registro la voce. E mentre lo faccio, pulisco quella lapide: il gesto diventa racconto.

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Spolverare una tomba è storia, rito o gentilezza? Cosa resta in te?
Tutte e tre. Tolgo fisicamente ragnatele per vedere meglio il volto, ma soprattutto “rispolvero” simbolicamente la memoria e la sua dignità. Dopo mi sento bene, come se quella persona non fosse più sola e parlasse attraverso me e chi guarda il video.

“Memorie di marmo”: com’è nato il libro?
Nel 2021. All’inizio le ricerche erano meno approfondite di oggi, ma la storia di famiglia che ho inserito (quel cugino) mi ha dato l’input a cercare di più e meglio. Il libro non si trova più, ma erano ricerche più semplici, tratte da Google. Dal 2023 il lavoro d’archivio è la spina dorsale del mio metodo.

Come scegli chi raccontare? Ti capita che una storia “ti chiami”?
Mi chiamano le foto, gli epitaffi, le formule che lasciano intravedere cosa è accaduto. È un’attrazione precisa: mi fermo finché e mi dico che devo capire cosa è successo.

Tra tutte le vite che ho riportato alla luce, ce n’è una che ti ha cambiata?
Sì: quella di Giorgio Giardini, 13 anni. È la storia con cui ho empatizzato di più, forse perché alla sua età potevo essere io. Sulla lapide c’era scritto che era “morto mentre si addestrava alla ginnastica”: una frase che non mi convinceva. All’inizio avevo solo la foto della tomba e, grazie a un follower, l’atto di morte, dove compariva la parola “soffocamento”.
Per mesi non ho trovato nulla, finché nei microfilm dell’Avvenire d’Italia non è comparsa la verità: Giorgio non stava facendo ginnastica. Si era legato una corda al collo. Un suicidio nascosto con delicatezza, perché inaccettabile per un bambino. Quando l’ho letto, ho sentito un gelo improvviso: come se lui stesso, quasi un secolo dopo, mi chiedesse di non essere dimenticato. Nella verità che ho trovato, c’era una fragilità che riconoscevo. Un dolore che parlava anche a me.

Un’altra storia che porto dentro è quella di Dino, il bambino del concorso di bellezza. Sembrava una vicenda tenera, e invece nascondeva una ferita: quei concorsi esponevano i bambini a cosmetici tossici, usandoli di fatto come cavie. Dino era uno di loro.
La sua morte è il simbolo di un’ingiustizia normalizzata, mai raccontata davvero. Giorgio mi ha toccata per la sua fragilità, Dino per l’ingiustizia. Due ferite diverse, ma con la stessa richiesta: non lasciatemi nell’oblio.

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Ti rivedi nei volti che incontri?
Sì. A volte nelle foto ceramiche, a volte in coincidenze di date, come ad esempio la data del mio compleanno, il 5 aprile. Certe storie risuonano dentro, e non è paranormale: è umanissimo.

C’è un profumo, un suono o un dettaglio sensoriale che associ ai tuoi momenti di solitudine tra le lapidi?
L’odore di terra bagnata. E di crisantemi freschi, soprattutto a inizio novembre.

Che messaggio vuoi dare a chi ti vede prenderti cura delle tombe dimenticate?
Che nei cimiteri si studia tantissima storia. Non sono solo il luogo dove “c’è il nonno”: sono archivi a cielo aperto.

Il necro-turismo cresce: quali regole etiche per non trasformare i cimiteri in set?
Tutti i luoghi vanno rispettati, soprattutto quelli pieni di storia. Il problema non è mai il luogo, ma come ci stai. Entri per imparare, non per metterti in scena. È anche questo che cerco di trasmettere alle persone con i miei video.

I cimiteri sono luoghi d’arte e di pace. Dalle foto post-mortem alla cultura pop: come dialogano oggi arte funeraria e immaginario?
I monumenti storici andrebbero preservati: raccontano un’idea di lutto e di bellezza che oggi stiamo perdendo. Nei cimiteri monumentali trovi sculture straordinarie; nei campi moderni, invece, tutto è più neutro e asettico. È lo specchio di come viviamo la morte: abbassando il volume, cercando di renderla invisibile.

Un tempo il lutto era pubblico e condiviso, oggi c’è uno stigma su come “dovresti” soffrire. Ma il dolore non si standardizza

In altre culture la morte è ancora parte della vita – dal Día de los Muertos ai villaggi che spolverano le ossa dei defunti – mentre in Italia sta scomparendo dalla vista. L’arte funeraria continua a influenzare la cultura pop – statue usate per copertine, videoclip, estetiche gotiche – ma nella quotidianità abbiamo perso la capacità di guardarla senza paura.
Ed è un peccato: i cimiteri potrebbero essere ancora luoghi d’arte, memoria e pace.

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Perché abbiamo così paura della morte? È davvero la morte a spaventarci o l’idea di essere dimenticati?

Temiamo l’ignoto e viviamo distratti dagli affanni. Dimentichiamo che il nostro tempo, prima o poi, finisce: questo rende più spaventoso guardarlo in faccia. E allora la morte diventa un tabù. Non la guardiamo, non la nominiamo. E più la evitiamo, più ci spaventa.

Che rapporto hai tu con la morte?
Sono serena. Mi spaventa più la sofferenza. Temo solo i rimpianti: arrivare alla fine senza aver fatto ciò che sentivo e aver vissuto con la paura del giudizio degli altri. Non dobbiamo passare la vita a compiacere gli altri.

Se un giorno qualcuno dovesse ricordarti, quale traccia vorresti lasciare?
Vorrei che dicessero: “Ha cambiato il modo di guardare i cimiteri. Ha insegnato che la storia di una città e di una civiltà si impara anche dai suoi defunti”.

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Racconti la morte online con rigore e delicatezza: è una forma di educazione emotiva a guardare la morte senza paura, a riconoscerne altre valenze oltre all’idea di fine?
Sì. Perché ogni storia racchiude davvero un mondo intero. Quando racconto una vita dimenticata, non parlo solo di morte: parlo di memoria, umanità e ciò che resta. E questo aiuta le persone a guardare la morte da un altro punto di vista, meno spaventoso. In un certo senso è anche educazione antropologica: attraverso queste storie si capisce come vivevano, amavano e soffrivano le persone prima di noi. La morte diventa un modo per comprendere meglio la vita.

Le reazioni più frequenti?
Tantissimi grazie: “Pensavo di essere l’unico a chiedermi chi fosse quel ‘povero Cristo’ con la tomba abbandonata”. C’è chi torna a trovare un parente e mi dice: “Adesso lo vedo con occhi diversi”.

E tutto il lavoro che fai sui social – il passaggio dal cimitero come luogo fisico al digitale come spazio di racconto – ti fa sentire parte di una nuova cultura della memoria? Una sorta di memoria digitale che sostituisce quei racconti che una volta ci facevano i nonni, mano nella mano tra le lapidi?

Sì. È proprio questo: un racconto collettivo digitale. Sto dando voce a persone che non possono più farlo, e lo faccio in un luogo, i social, dove quella voce arriva lontano, molto più lontano di quanto potessero immaginare.

Cosa diresti alla te di dieci anni fa?
La abbraccerei. “Non sei sbagliata. Hai valore. Tieni duro: arriveranno persone capaci di amarti.”

Cosa ti hanno insegnato le persone che ti seguono?
Che i miei “valori” c’erano anche quando non venivano visti. Non ero “strana”: ero diversamente talentuosa.

Questo lavoro ha cambiato il rapporto con te stessa?
Sì. Le mie fatiche di salute mentale venivano anche dal giudizio degli altri. Trovare la mia strada mi ha tolto la benda dagli occhi: non devo essere chi non sono per compiacere nessuno.

Il sogno che non hai ancora realizzato?
Portare questo progetto in televisione, raggiungere ancora più persone. E farne un lavoro stabile che mi dia indipendenza.

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