Una stanza e un’ora tutta per sé: ancora un miraggio per le donne

- The Wom - Tuesday, December 23, 2025
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Una stanchezza che non passa dormendo. Né che si risolve con un weekend libero o qualche ora di ferie. Quella che attraversa la vita delle donne è una stanchezza strutturale, cronica, che ridisegna i confini della quotidianità: i dati dell’ultimo report della School of Gender Economics, “Determinanti strutturali e meccanismi di riproduzione delle disuguaglianze di genere”, diretto da Azzurra Rinaldi, fotografano con precisione questa fatica diffusa. E raccontano una realtà che non riguarda solo il benessere individuale, ma il funzionamento stesso della nostra società

La stanchezza femminile non è una sensazione passeggera, né un problema individuale di cattiva organizzazione. È un dato strutturale. Lo certifica il report “Determinanti strutturali e meccanismi di riproduzione delle disuguaglianze di genere”, realizzato dalla School of Gender Economics dell’Università Unitelma Sapienza e diretto da Azzurra Rinaldi, con la collaborazione di Claudia Pitteo e il supporto del ricercatore Dawid Dawidowicz.

Il tempo non è una variabile neutra

Nel lavoro della School of Gender Economics il tempo smette di essere una variabile neutra. Diventa un indicatore capace di misurare la profondità delle disuguaglianze di genere. La ricerca, condotta su un campione di 2.456 donne, mostra come la scarsità di tempo condizioni l’accesso al lavoro, alla formazione, alla salute e, più in generale, alla possibilità di autodeterminazione.

Quando il tempo manca, le opportunità si restringono. E questo ha un costo non solo individuale, ma collettivo

I numeri non parlano di scelte individuali, né di una presunta incapacità di organizzarsi. Parlano di un sistema che continua a scaricare sulle donne la gestione del tempo, della cura, dell’energia emotiva. La stanchezza femminile, ci dice il report, non è una questione privata: è un indicatore economico e sociale.

Stanchezza cronica, non individuale

La stanchezza che emerge dal report non è legata a momenti specifici della vita, ma attraversa le diverse fasce d’età.

Tra le più giovani, nella fascia 25-35 anni, oltre otto donne su dieci dichiarano una stanchezza costante, che incide sulla concentrazione, sulla capacità decisionale e sulla progettualità

Non si tratta di un disagio temporaneo, ma di una condizione che si sedimenta e accompagna le donne negli anni centrali della vita lavorativa e familiare.

Il tempo sottratto alla salute

Uno degli effetti più evidenti della scarsità di tempo riguarda la salute. Quasi il 45% delle donne intervistate afferma di non riuscire a prendersi cura del proprio benessere fisico per mancanza di tempo.

Ancora più rilevanti sono i dati sul piano psicologico: circa il 70 % segnala livelli elevati di stress e difficoltà di recupero delle energie

La rinuncia alla salute non è una scelta, ma una conseguenza diretta di un’organizzazione sociale che continua a scaricare sulle donne il peso della cura.

Il lavoro di cura che non scompare

A incidere in modo decisivo sulla disponibilità di tempo è il lavoro di cura non retribuito. Il 53 % delle donne dichiara di occuparsi completamente da sola della gestione domestica e familiare. Solo una minoranza può contare su una reale condivisione con il partner. Anche quando le donne lavorano, il carico invisibile dell’organizzazione quotidiana continua a gravare su di loro, producendo una sovrapposizione costante di ruoli che riduce il tempo disponibile per sé.

Lavoro e flessibilità: un accesso diseguale

Sul fronte lavorativo, il report evidenzia un accesso fortemente diseguale agli strumenti di flessibilità. Tra le donne tra i 26 e i 35 anni, il 70 % non ha la possibilità di usufruire dello smart working. Una percentuale che diminuisce solo con l’avanzare dell’età, quando però il carico familiare tende ad aumentare.

La mancanza di flessibilità penalizza soprattutto le più giovani, rendendo più difficile investire sulla formazione e sulla crescita professionale

Un divario che si trasmette

La scarsità di tempo non è solo una fotografia del presente, ma un meccanismo che contribuisce alla riproduzione delle disuguaglianze. Crescere in contesti in cui il tempo delle donne è sistematicamente sacrificato normalizza una distribuzione asimmetrica delle responsabilità. Il rischio è che la mancanza di tempo diventi un modello interiorizzato, difficile da scardinare anche nelle generazioni successive.

Un’ora che misura l’autonomia

Il dato più simbolico resta quello sull’assenza di un’ora quotidiana per sé.

Per l’81 % delle donne tra i 36 e i 45 anni, quello spazio minimo non esiste. Eppure è proprio da quell’ora che passa la possibilità di prendersi cura di sé, formarsi, immaginare alternative

Come sottolinea il report, quando le donne possono investire sul proprio tempo e sulla propria salute, sono più presenti nella vita economica, prendono decisioni più informate e contribuiscono alla costruzione di un modello di sviluppo più equo e sostenibile. Al contrario, quando una donna non ha tempo, perde margini di autonomia. Non solo perché rinuncia al riposo o al piacere, ma perché rinuncia – spesso senza accorgersene – alla formazione, alla salute, alla possibilità di progettare.

La scarsità di tempo diventa così una delle principali leve attraverso cui le disuguaglianze di genere si riproducono.

Restituire tempo alle donne non è una questione privata. È una scelta economica e politica. Virginia Woolf scriveva che per creare servono una stanza tutta per sé e un reddito. A distanza di quasi un secolo, quella stanza resta ancora un privilegio per molte: a mancare è il tempo. Mentale, fisico, continuo.

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