N el 1998 l’antropologa Clara Gallini pubblicò il libro Il miracolo e la sua
prova. Un etnologo a Lourdes. Il volume è l’unico testo in lingua italiana che
affronta la questione delle apparizioni di Lourdes dal punto di vista
antropologico. Tenendo conto che la data di pubblicazione rasenta il nuovo
millennio, questo ritardo della disciplina è quantomeno bizzarro. Perché non ci
sono altri riferimenti importanti in lingua italiana sul santuario? La
situazione nella letteratura internazionale è migliore, ma non di molto:
esistono dei testi, certo, ma non abbastanza da creare un corpus. Eppure,
Lourdes è un centro sacrale della cristianità europea, un pezzo fondamentale
della sua storia: terzo santuario cristiano al mondo per numero di visitatori,
dopo il Vaticano e la basilica di Guadalupe.
Si dice che ovunque ci siano esseri umani ci sia un antropologo a perseguitarli
con taccuino e registratore. Eppure, l’apparizione della Madonna di Lourdes e la
complessa storia dello sviluppo del santuario non sembra accendere
particolarmente l’interesse degli antropologi, che sembrano, invece, molto più
interessati a mappare le geografie della gentrification nell’ennesimo quartiere
metropolitano.
Ma perché, quindi, gli scienziati sociali hanno lasciato ai margini dei loro
interessi quel centro della cristianità moderna che è Lourdes, con la sua storia
di culto, veggenza e misticismo? Ce lo spiega Gallini stessa, che nel libro si
pone queste domande prima di me. In primis, secondo lei, Lourdes non sarebbe un
campo attrattivo per quelli che lei chiama “sociologi” (ma che qui potremmo
definire anche antropologi urbani), perché il santuario non è sorto in un centro
urbano o industriale, ma in un paesino rurale sui Pirenei francesi. In secondo
luogo, Lourdes non sarebbe nemmeno un campo attrattivo per i folkloristi, poiché
non è sede di un culto antico, radicato nella tradizione millenaria. Infatti,
come è noto, la Madonna è apparsa alla piccola Bernadette solo nel 1858: in
parole povere, più o meno quando il nonno di mio nonno saltava i fossi per il
lungo. In ultimo, Lourdes non si trova in nessun Paese che abbia conosciuto
l’esperienza coloniale: non evoca dunque l’esotismo orientalista che
l’antropologia ama cercare nei suoi oggetti di studio.
Spostandosi su un piano più generale, secondo l’autrice alle apparizioni mariane
europee mancherebbero quelle caratteristiche che rendono un oggetto di studio
interessante per l’antropologia. Il culto della Madonna sembra caratterizzato da
una posizione liminale, che è esattamente quello che ne rende difficile la
definizione. Figura né umana né divina, né antica né moderna, né esotica né
“domestica”, la Vergine Maria risulta difficile da collocare.
> Perché gli scienziati sociali hanno lasciato ai margini dei loro interessi
> quel centro della cristianità moderna che è Lourdes, con la sua storia di
> culto, veggenza e misticismo?
È proprio in un luogo caratterizzato da una forte liminalità che è iniziata la
mia esperienza etnografica nell’ambito delle apparizioni mariane. Più o meno due
anni fa, nel mezzo del tipico paesaggio di wasteland periurbana che chiunque
abbia abitato nella pianura padana conosce bene, ho condotto svariati mesi di
ricerca di campo in una zona dove il confine tra paesaggio urbano e paesaggio
naturale si sfuma. Lì, vicino a un piccolo agglomerato urbano, le casette a
schiera lasciano il posto ai capannoni, ai parcheggi e ai campi sportivi
periferici della zona industriale, che, a loro volta, mutano rapidamente in
quadrati di terra, coltivati a uso agricolo o lasciati incolti: nel mezzo di una
macchia boschiva abbastanza rada, sorge una piazzola di parcheggio a lato della
strada provinciale. La piazzola è conosciuta dagli abitanti della zona per
essere un luogo di scambio di sesso: cruisers, scambisti, clienti e sex workers
si avvicendano nella boscaglia alla ricerca di incontri fugaci tra le braccia di
amanti temporanei.
Sul bordo di questa piazzola, nel 1994, la Madonna è apparsa per la prima volta
a un operaio che si stava dirigendo al lavoro, molto presto la mattina, per
attaccare il primo turno nella catena di montaggio di un’enorme fabbrica situata
a pochi chilometri sulla provinciale.
La Vergine appare al veggente incredulo tra i rami di un albero, avvolta in un
fascio di luce: “Avvicinati, non temere” gli dice. Poi gli chiede di pregare con
lei, prima di congedarlo: “Tornerò qui tutti i lunedì”. E così, la settimana
dopo la Madonna ritorna. E quella dopo ancora. E ancora. Le apparizioni si
susseguono per anni, con ritmi e cadenze diverse. Tutto accade davanti agli
occhi increduli di chi vede cadere l’uomo in ginocchia e riportare le parole
della madre di Gesù, fissando il vuoto col viso pieno di luce. Dapprima piccoli
capannelli, poi centinaia di pullman provenienti da tutta Europa arriveranno per
venerare quel luogo sacro, dove la Madonna ha deciso di apparire a bordo di una
piazzola teatro di perversioni immorali e comportamenti deplorevoli. “Ma perché
è apparsa proprio qui?”, ho chiesto, una volta, a un fedele. “Ma perché la
Madonna appare sempre tra i rifiuti, come a Lourdes!” mi è stato prontamente
risposto.
Questo dualismo apparentemente antitetico tra sacro e profano rappresenta la
messa in scena di quella che Gallini, parlando del santuario di Lourdes,
definisce “la frantumazione del credere, la varietà delle forme di un’adesione
che può modularsi su registri solo in apparenza incompatibili”. Con queste
parole, Gallini si riferisce alle apparenti contraddizioni di Lourdes:
contemporaneamente luogo di purezza miracolosa e Tempio del consumo, dedalo e
crocevia di negozi, alberghi, ristoranti, un piccolo regno del capitalismo
religioso che si sviluppa intorno alla maxicattedrale, punctum narrativo della
scena-cartolina.
> Lourdes: contemporaneamente luogo di purezza miracolosa e Tempio del consumo,
> un piccolo regno del capitalismo religioso che si sviluppa intorno alla
> maxicattedrale, punctum narrativo della scena-cartolina.
In questo piccolo mondo, racconta l’antropologa, giorno e notte, nei pressi
della grotta, va in scena uno spettacolo inaspettato: quello della “kermesse” di
amori clandestini tra pellegrini, prostituzione in tutti gli hotel, tradimenti
seriali, amori proibiti, ma anche abboffate bulimiche, acquisti compulsivi. I
pellegrini, a Lourdes, sembrano vivere una seconda vita, opposta e speculare in
quanto a intensità solo alla fervenza della devozione religiosa che è vettore,
ogni giorno, di guarigioni miracolose e impensabili in ogni altro luogo del
mondo. Queste “desacralizzazioni”, secondo Gallini, non sono antitetiche
rispetto al culto: al contrario, lo costituiscono, rappresentando l’alterità
carnale alla purezza dello spirito.
Solo con questa consapevolezza possiamo comprendere come mai, negli anni
Novanta, la Madonna sarebbe apparsa in quella piazzola di cruisers e scambisti:
un terrain vague, uno spazio liminale, una zona di confine tra le “rovine”
sociali, come l’antropologa Anna Lowenhaupt Tsing definisce le periferie dei
centri di produzione economica, dove l’apparente linearità dei processi di
accumulazione capitalista si scontra con gli assemblaggi discontinui e
imperfetti delle economie marginali (Il fungo alla fine del mondo. La
possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo 2021). Qui, infatti, anche le
economie morali disegnano geografie invisibili e sotterranee: la vita libertina
di un paese di provincia, che si consuma tra le frasche nascoste a lato di una
strada ad alto scorrimento, fa da sfondo scenografico al culto religioso
dell’Immacolata concezione: donna concepita senza peccato, che partorì vergine,
senza mai conoscere la macchia del peccato sessuale.
Quando sono arrivata io, trent’anni dopo la prima apparizione, il veggente non
c’era più. Ormai l’uomo vive lontano e non frequenta più la comunità. Ma il
culto è ancora vivo e resiste alle forze politiche e sociali che cercano di
cacciare la comunità dei fedeli da quella piazzola.
Il veggente non c’è più, ma la Madonna abita ancora il luogo, in modalità più
timide, silenziose. Un uomo mi riferisce di aver sentito dei fruscii nell’erba.
Un altro di aver visto gocciolare dell’olio da una pianta. Un altro mi racconta
di aver ritrovato miracolosamente il suo amato rosario, perso qualche giorno
prima. Una donna mi indica le nuvole, sorridendo: “Lo vedi anche tu, vero?”, mi
chiede. Molti mi raccontano le grazie ricevute: il figlio dell’amico guarito da
una malattia grave, la moglie comparsa in sogno dopo la morte. Le vie della
Madonna sono infinite, come sa bene chi si occupa di apparizioni mariane. La
Madonna è anche una grande frequentatrice di internet: durante la mia
etnografia, ho potuto osservare come la rete non sia solo luogo di creazione di
comunità religiose, ma anche medium specifico che modella il rapporto che le
persone intrattengono con il miracolo.
> Le economie morali disegnano geografie invisibili e sotterranee: la vita
> libertina di un paese di provincia, che si consuma tra le frasche nascoste a
> lato di una strada ad alto scorrimento, fa da sfondo scenografico al culto
> religioso dell’Immacolata Concezione.
La Vergine Maria ricopre un ruolo centrale nella teologia cattolica; eppure, le
forme del suo culto assumono spesso aspetti eterodossi ‒ e un po’ ribelli ‒
rispetto alle istituzioni cattoliche. Questo non capita solo all’ombra di una
grande capitale industriale, nel mezzo della pianura padana: in tutta Italia
ogni tanto una Madonna piange, un’altra sanguina, un’altra fa capolino dalle
nuvole e manda messaggi di pace, un’altra ancora compare agli occhi di qualche
sventurato e annuncia una guerra in arrivo. La Madonna, puntualmente, compare
con modalità e linguaggi indecorosi, goffi, eccessivi, facendo storcere il naso
non solo ai teologi, ma anche all’opinione pubblica mainstream (cattolica e
non). La Madonna si circonda di personaggi ambigui – come la famosa Gisella
Cardia di Trevignano, da anni al centro di bufere mediatiche e indagini per
truffa ai danni dei tanti fedeli che si sono rivolti a lei ‒, oppure se ne esce
con profezie strampalate sulla politica globale, o ancora esaudisce desideri
venali, materiali (nel caso di Gisella, la famosa moltiplicazione delle fette di
pizza). La Madonna non si comporta come ci aspettiamo, e continuamente sfida i
confini teorici ed estetici che distinguono l’ambito del sacro da quello del
profano. Perché, come detto prima, è una figura liminale, una divinità della
soglia.
Le apparizioni della Madonna sono fenomeni culturali importanti da includere a
pieno titolo nell’analisi della complessità antropologica e politica della
contemporaneità europea. Eppure, spesso sono trattate solo come rimanenze
folkloriche curiose e bizzarre, che nel migliore dei casi ci strappano un
sorriso. Ci fa ridere che qualcuno parli con la Madonna, e releghiamo questa
stranezza o all’ambito medico-psichiatrico (“Sarà matto!”) o alla semplice
suggestione della ripetizione del gesto rituale. Prendo in prestito le parole
dell’antropologa Stefania Consigliere quando scrive “La nostra preoccupazione
per chi “vede quel che non c’è” (la Madonna, ad esempio, oppure i jinn, o gli
spiriti della foresta) maschera il fatto che, spessissimo, noi non vediamo quel
che c’è: la violenza, il cinismo, lo sfruttamento, la distruzione” (Favole del
reincanto 2020).
Nel caso del campo che io ho attraversato, “quel che c’è” è la vita nella
periferia periurbana all’ombra di un grande polo produttivo, che all’epoca della
prima apparizione stava iniziando a chiudere i battenti, causando una grossa
crisi occupazionale in tutta l’area circostante: la fine della fabbrica è stata
anche la “fine di un mondo”, utilizzando la famosa espressione demartiniana. Una
modesta ma dirompente apocalisse culturale che ha causato precarizzazione del
tessuto sociale e perdita di sicurezza economica: una crisi dei valori che,
nell’interpretazione dei fedeli, invece che essere imputata alla fabbrica veniva
ricondotta alla cattiva condotta sessuale degli avventori dei boschi.
Uno dei contributi più importanti di Clara Gallini alla letteratura
antropologica italiana è stato quello di sottolineare la modernità del miracolo:
questa antropologa aliena allo scenario antropologico italiano post-demartiniano
voleva liberarsi di quell’ossessione per il “primitivo” che ancora oggi
perseguita molti nella disciplina. “Ha mai visto degli uomini primitivi?
Esistono, invece, uomini moderni che vivono in società moderne che noi chiamiamo
primitive. Ma non lo sono”, sosteneva nel 2014 in un’intervista alla Repubblica.
> Le apparizioni della Madonna sono fenomeni culturali importanti da includere a
> pieno titolo nell’analisi della complessità antropologica e politica della
> contemporaneità europea.
Le apparizioni mariane, secondo l’antropologa, non erano certo eventi
“primitivi”, ovvero rimanenze di culti arcaici e antichi, destinati a scomparire
all’arrivo della modernità. Al contrario, secondo lei erano fenomeni reattivi
rispetto alle sfide della modernità capitalista. La sua analisi brillante,
muovendosi tra le pagine più note della teoria marxista, invita gli antropologi
a concentrarsi sulle condizioni materiali della vita umana nell’approcciarsi
all’analisi dei fenomeni religiosi. Secondo Gallini, in contrasto con la
posizione dominante degli allievi di de Martino e dell’etnologo stesso, la
“magia” non era qualcosa che si limitava agli ambiti rurali; al contrario,
secondo lei magia e religione sono ambiti in continuo mutamento dialettico
rispetto al capitalismo moderno e le sue varie manifestazioni: la società dei
consumi ‒ il piccolo impero capitalista di Lourdes ne è esempio ‒ ma potremmo
aggiungere, oggi, l’avvento del capitalismo digitale (come nel caso del recente
fenomeno Carlo Acutis, il “Santo dei millenial”).
Durante la mia etnografia, sfogliando il grande archivio dei messaggi che la
Madonna riferì al veggente, ne ho trovato uno che diceva: “Lascia che il mondo,
la fabbrica, la stessa Chiesa girino per il loro verso, Io agisco in senso
contrario”. Tracciare le geografie di quel “senso contrario” è uno dei compiti
ermeneutici che un’antropologia coraggiosa dovrebbe saper raccogliere.
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“C hissà che direbbe se fosse ancora vivo” si sospira pensando a tutti i grandi
maestri che ci hanno lasciato e che, per un motivo o per l’altro, supponiamo
avrebbero tanto da dire sulla nostra povera contemporaneità. L’idea è che i
nostri tempi, che costoro non hanno fatto in tempo a vedere, portino il segno
visibile delle loro intuizioni finalmente avverate oppure che presentino nuove
sfide che sembrano fatte apposta per essere interpretate dalla loro cassetta
degli attrezzi teoretica. Non sono il solo a pensare che entrambe queste
affermazioni siano vere per René Girard, il grande filosofo e antropologo
francese scomparso precisamente dieci anni fa, il 4 novembre 2015.
Non sono il solo a pensare che il mondo che abitiamo da quindici anni a questa
parte sia particolarmente suscettibile di analisi girardiane, un mondo che
Girard ha fatto in tempo a scorgere ma non a commentare: le sue ultime
apparizioni pubbliche risalgono alla fine del primo decennio degli anni Duemila
quando la rivoluzione tecnologica che ci avrebbe costretto a parlare di “capro
espiatorio” quasi ogni santo giorno era appena iniziata. Non sono il solo a
pensare, infine, che proprio i social network siano, da un lato una sorta di
piastra di Petri del pensiero girardiano, dall’altro un acceleratore di queste
dinamiche che rende le sue riflessioni più attuali che mai.
Già ai suoi tempi Girard notò che la diffusione nella società della locuzione
“capro espiatorio”, tanto nel linguaggio giornalistico quanto in quello
quotidiano, comportava importanti conseguenze. A differenza di tanti pensatori
che sono gelosissimi della loro ridefinizione tecnica di un concetto noto a
tutti e passano la loro carriera a squalificare gli usi “barbari” di quella
parola che è diventata il centro del loro programma teorico, Girard riconobbe un
sostanziale accordo tra la sua raffinatissima comprensione del termine, fondata
su una vera e propria Teoria del tutto, e quella del senso comune. Proprio da
questa comprensione generale però, come vedremo, deriva secondo lui la
progressiva perdita di efficacia del meccanismo e, allo stesso tempo, una
proliferazione dei fenomeni ascrivibili allo stesso: di quelli veri e di quelli
falsi.
La chiamo Teoria del tutto perché la teoresi di Girard non mancava certo di
ambizione o di sistematicità. Spaziando tra antropologia, psicologia, sociologia
e storia delle religioni, con un pugno di intuizioni debitamente sviluppate e
interconnesse, Girard pretese di spiegare la condizione umana nel suo insieme e,
quasi en passant, la natura di Dio stesso: di quello vero e di quelli falsi.
Tanto sviluppate e interconnesse sono queste intuizioni ‒ e la Teoria del tutto
che ne segue ‒ che è complicato introdurle quali strumenti di analisi del
presente senza un approfondimento adeguato. Allo stesso tempo, l’originalità di
queste intuizioni fa sì che un’esposizione a volo d’uccello dei principali
assunti del pensiero girardiano risulterebbe, alla meglio, una cascata di
affermazioni arbitrarie e, alla peggio, uno sproloquio da manicomio.
> Girard riconobbe un sostanziale accordo tra la sua raffinatissima comprensione
> del termine, fondata su una vera e propria Teoria del tutto, e quella del
> senso comune.
Sì, le convinzioni di Girard sul mondo sono così radicali che solo enunciarle in
un testo breve come questo rischia solo di scandalizzarvi e farvi scappare
quanto più lontano possibile dal suo universo mentale. Ho pensato quindi di
proporvi tre ipotesi fondamentali e indigeribili del pensiero girardiano e,
insieme a queste, una versione diminuita delle stesse, una sorta di argomento
minore ‒ apocrifo e di mia invenzione ‒ che limita la portata dell’affermazione
originaria ma ci consente di metterle al lavoro sulla contemporaneità senza che
il lettore sia costretto a confrontarsi con l’intera opera girardiana per farsi
un’idea dettagliata, positiva o negativa che sia. Infatti le ho chiamate ipotesi
ma, come ho anticipato, il suo pensiero è così interconnesso che ciascuna di
queste affermazioni può essere fatta discendere dall’altra e viceversa. Girard
stesso, nel corso della sua vita, ha presentato la sua Teoria del tutto partendo
da punti diversi che, con quelli che definiva “ragionamenti a spirale”,
reintegravano e giustificavano quelle che nel saggio precedente erano le
premesse.
L’omicidio collettivo fondativo
Freud e Girard si azzuffano nel fango. Volano botte da orbi retoriche. Il
secondo accusa il primo di aver frainteso tutto quello che ha intuito, che il
triangolo non è edipico, che i tuoi genitori non c’entrano niente, il triangolo
è la base delle relazioni umane punto e basta (ci arriviamo). Rotolando per
terra attraverso i secoli e i millenni, giungono all’alba dei tempi. Lì, in una
radura poco distante, si sta consumando una scena incredibile e spaventosa: una
dozzina di ominidi sta uccidendo a mani nude un loro simile. Il Padre della
psicanalisi punta il dito ed esclama “Guarda! L’omicidio del Padre primordiale
ad opera dei suoi Figli! La nascita della Civiltà”.
> Le convinzioni di Girard sul mondo sono così radicali che enunciarle rischia
> di scandalizzarvi e farvi scappare quanto più lontano possibile dal suo
> universo mentale.
Girard si alza da terra, si ricompone e, con il suo Main Theme che suona in
sottofondo, sussurra: “Sigmund… come al solito non hai capito niente eppure hai
capito tutto”.
Più o meno così ci presenta Girard il suo confronto intellettuale con Sigmund
Freud, in particolare con la sua opera maledetta Totem e tabù (1913). Maledetta
perché, come ci riporta il nostro, già in quegli anni tutti i freudiani la
evitavano come la peste. E se non potevano fare a meno di parlarne, lo facevano
con mille mani avanti e esecrando il più scandaloso passo falso del loro
maestro, questa idea ridicola e preoccupante che l’umanità sia sorta
dall’omicidio di un Padre Primordiale da parte dell’Orda Primitiva composta dai
suoi Figli coalizzati contro di lui. Girard, con una soddisfazione intellettuale
che non riesce a nascondere, dice il contrario: buttate pure tutto Totem e tabù,
se non l’intera opera freudiana, ma lasciatemi l’omicidio collettivo che è
l’unica intuizione assolutamente geniale e assolutamente vera che egli ha avuto.
Anche questa intuizione, a dire il vero, la smussa e la radicalizza insieme. I
legami familiari, dice, non c’entrano nulla. Ogni società è sorta sul cadavere
di un individuo, un individuo qualsiasi, un capro espiatorio, ucciso da tutti i
membri del gruppo che hanno convogliato su di lui tutta la violenza che li
metteva gli uni contro gli altri, trovando finalmente unità. Questo evento non è
accaduto una volta per tutte, come sembra credere Freud, ma più volte per ogni
civiltà umana, in cicli che possiamo sintetizzare così: i rapporti in un gruppo
si guastano progressivamente fino a giungere a un’ostilità diffusa che Girard
chiama “crisi mimetica” (vedremo perché); una volta scatenatasi, questa violenza
può avere due esiti: l’estinzione del gruppo stesso attraverso una catena di
rappresaglie omicide senza fine, oppure l’omicidio collettivo di un membro
scelto a caso che si assume, insieme, la colpa di tutta la violenza che correva
per la società e il merito della pace che segue questa ritrovata unità: il capro
espiatorio. Da questa pace sorgono tutte le istituzioni culturali che
garantiranno la pace interna fino alla prossima crisi mimetica.
Ora vi chiederete: e Girard, tutte queste cose, come le sa? Risponde lui:
analizzando le istituzioni stesse, su tutte i riti e i miti. È pacifico che
questo fenomeno fondamentale non può più essere osservato direttamente ma,
sostiene Girard, le tracce che ha impresso nella storia culturale dell’uomo sono
chiarissime e univoche. Ogni rito è per lui una messa in scena della crisi
originaria e dell’omicidio collettivo che l’ha risolto, che serve a sfogare la
violenza e ripristinare le forze positive che l’hanno seguita “la prima volta”.
Ogni rito, infatti, era in origine un rito di sacrificio, di sacrificio umano
per la precisione, e solo modificazioni successive hanno trasformato la maggior
parte di questi, prima in sacrifici animali e poi in rappresentazioni via via
più allusive o giocose della violenza reale, come l’aggressione collettiva di
fantocci.
I miti, dal canto loro, sono la narrazione mistificata di questo episodio
omicida che informa i riti e, a cascata, tutte le istituzioni religiose e
sociali, cioè il sacro stesso. A subire la violenza, nel mito, è un dio o un
uomo in seguito divinizzato che paga per delle colpe che gli vengono attribuite
nel racconto medesimo. Per Girard, infatti, ogni mito è il racconto di questo
omicidio insensato ma narrato dal punto di vista dei persecutori stessi che si
convincono della colpevolezza della vittima. Proprio come i riti, anche i miti
vedono evoluzioni che marginalizzano o mistificano ulteriormente l’evento reale
da cui traggono origine, trasformandolo in una disputa, un esilio o un
allontanamento/suicidio volontario. Facile formulare un’obiezione ‒ che è stata
effettivamente mossa ‒ a tutto ciò: Girard opera un cherry picking e/o
un’interpretazione forzata dei materiali mitici e rituali al fine di affermare
l’universalità della sua scoperta.
> Ogni società è sorta sul cadavere di un individuo, un individuo qualsiasi, un
> capro espiatorio, ucciso da tutti i membri del gruppo che hanno convogliato su
> di lui tutta la violenza che li metteva gli uni contro gli altri, trovando
> finalmente unità.
Nei limiti di questo articolo, sacrifichiamo volentieri l’universalità per
mantenere la capacità esplicativa di molti miti e rituali che presentano con
inquietante ricorrenza il simulacro di una violenza collettiva. Tra queste
storie, ve n’è una che non consideriamo neppure mito ma realtà storica e che ha
avuto una certa influenza sull’umanità. Girard ci mette gli occhi sopra e
afferma che è, contemporaneamente, sempre la stessa storia e una completamente
diversa.
L’eccezionalità del Cristianesimo
Duemila anni fa un uomo fu ucciso da persone che, a suo dire, non sapevano
quello che facevano. Duemila anni dopo, oltre due miliardi di persone
considerano quell’uomo figlio di Dio e tra queste c’era anche René Girard. In
chiusura de La violenza e il sacro, la sua prima grande opera di taglio
antropologico uscita nel 1972 e dalla quale ho estratto le nozioni che vi ho
sintetizzato prima, Girard lancia al lettore una sorta di cliffhanger,
anticipando che “l’ampliamento di tale teoria in direzione giudeo-cristiano”
sarà rinviata a opere successive.
Niente suggerisce al lettore che la tradizione giudaico-cristiana farà eccezione
all’unità di tutti i riti fin lì tratteggiata dall’autore. Immaginate lo stupore
quando l’opera annunciata si intitola con una suggestiva frase estratta dal
Vangelo. Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo esce nel 1978. Da lì
in poi, l’opera di Girard diventa ‒ o forse si rivela ‒ una serratissima
apologetica cristiana che trae i suoi argomenti dalle precedenti ricerche
antropologiche, sociologiche, psicologiche e letterarie.
Lungi dall’essere la riproposizione del mito del dio ucciso e risorto, per
Girard il cristianesimo è la rivelazione della falsità del mito stesso, l’evento
che una volta per tutte mostra le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo,
ovverosia la mistificazione sacrificale dell’omicidio collettivo. Sì, la storia
è proprio la stessa ma per la prima volta è interpretata correttamente, viene
cioè raccontata dal punto di vista della vittima innocente e non da quello dei
persecutori. Questo è forse il boccone girardiano più difficile da ingoiare,
soprattutto se il lettore fa parte di quei sei miliardi circa che non sono
affatto convinti che quell’uomo lì fosse figlio di Dio. Eppure il centro del
ragionamento girardiano non è quasi toccato dall’effettiva esistenza di un
essere superiore, creatore del cielo e della terra ecc. La rivelazione cristiana
per lui coincide con la rivelazione del meccanismo vittimario e può pertanto
essere “accettata” anche da una prospettiva materialista. L’unico accenno di
“argomento ontologico” a sostegno dell’esistenza di Dio si trova in pochi e
frettolosi passaggi che stabiliscono, sulla logica degli altri argomenti
ontologici, che solo un essere superiore avrebbe potuto svegliare gli uomini e
rivelare loro la radice della propria violenza, attraverso la croce.
In questo senso, l’eccezionalità cristiana in Girard può essere ricevuta come la
pars construens della sua proposta teorica, il Che fare? di fronte a tutta la
violenza del mondo che per Girard coincide con l’aspetto di radicale
non-violenza del messaggio evangelico. Se la Passione racconta per la prima
volta in modo veritiero cos’è un capro espiatorio, colui che viene “odiato senza
ragione”, l’insegnamento di Cristo è tutto orientato a scongiurare con ogni
mezzo l’insorgere di questa violenza. Porgi l’altra guancia; chi è senza peccato
scagli la prima pietra; non giudicate, per non essere giudicati; e infine “Voi
avete udito che fu detto: ‘Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico’. Ma io vi
dico: ‘Amate i vostri nemici’”: Girard legge la novità evangelica come questa
profilassi estrema contro l’innesco della violenza, un pacifismo così radicale
da essere inaccettabile e infatti inaccettato tutt’ora, duemila anni dopo la
rivelazione.
> La rivelazione cristiana per lui coincide con la rivelazione del meccanismo
> vittimario e può pertanto essere “accettata” anche da una prospettiva
> materialista.
Ci resta da capire quale sia l’innesco della violenza per Girard, cos’è che
scatena, dapprima il tutti contro tutti e poi il tutti contro uno. Le basi di
questa risposta le gettò nella sua prima opera, un’opera di critica letteraria
incentrata sul desiderio, quando ancora non sapeva ‒ per sua stessa ammissione ‒
le ramificazioni antropologiche, sociologiche e infine religiose cui quella
singola intuizione lo avrebbe condotto.
Il desiderio mimetico
L’estate scorsa, per un paio di settimane, l’opinione pubblica si è
scandalizzata per un gruppo Facebook chiamato “Mia moglie” in cui decine di
migliaia di mariti italiani pubblicavano foto delle loro consorti ‒ sembra quasi
sempre senza consenso ‒ affinché venissero rese oggetto del desiderio di una
folla di altri uomini sconosciuti. Lo scandalo si è giustamente concentrato non
tanto sul gioco erotico in sé quanto sulla diffusa assenza di consenso al gioco
stesso da parte delle donne coinvolte loro malgrado. Stupisce però che quasi
nessuno si sia comunque interrogato sul perché questi ormai mitici trentaduemila
uomini italiani si trovassero tutti a loro agio in una perversione
apparentemente così specifica e marginale che non ha neppure una vera e propria
traduzione nella nostra lingua ‒ il cuckolding. Quasi nessuno eccetto un’autrice
che, proprio su queste pagine, ha correttamente parlato di “classica diffrazione
di stampo girardiano” per descrivere ciò che stava avvenendo lì.
E infatti non sarebbe poi così esagerato indicare il cuckolding come forma
universale del desiderio secondo Girard. Di questo stavano litigando lui e Freud
mentre si rotolavano nel fango. Il Padre della psicanalisi ha introdotto il
triangolo con il complesso d’Edipo mentre per Girard il triangolo è la forma di
tutte le relazioni e quella edipica è solo la prima di queste ma non ha nessun
primato epistemologico nella genesi del desiderio. Nella sua prima opera,
Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), analizzando un pugno di classici
moderni ‒ Cervantes, Stendhal, Flaubert e Dostoevskij ‒ Girard individua la
struttura fondamentale del desiderio nella triangolazione tra un soggetto, un
mediatore (in seguito chiamato anche modello/ostacolo) e un oggetto. Il
desiderio è mimetico perché imita sempre il desiderio altrui, si fa dire da
altri chi o cosa desiderare. Allo stesso tempo, il desiderio dell’imitatore
riverbera sul mediatore, innescando quella rivalità che è l’origine di ogni
violenza.
Se tutto questo sembra astratto, ritorniamo a ciò che succedeva in quel gruppo:
i mariti tornano a desiderare le proprie mogli solo se le vedono desiderate da
altri e, forse ancora più sconvolgente a ben guardare, gli altri desiderano
queste donne che intravedono in fotografie pessime e male inquadrate solo perché
gli viene detto che appartengono a qualcun altro. Il desiderio degli “aspiranti
bull” del gruppo è, paradossalmente, molto più strano del desiderio dei “cuck”
che cedono la loro donna alla massa. In un mondo in cui la pornografia più
esplicita è ovunque, costoro si eccitano alla vista di mezzo corpo femminile in
costume solo perché un mediatore sconosciuto gli dice: “Questa è mia moglie”.
Non concepisco migliore argomento in favore dell’esistenza del desiderio
mimetico girardiano nella sua purezza che questo.
> Il desiderio è mimetico perché imita sempre il desiderio altrui, si fa dire da
> altri chi o cosa desiderare. Allo stesso tempo, il desiderio dell’imitatore
> riverbera sul mediatore, innescando quella rivalità che è l’origine di ogni
> violenza.
I membri di “Mia moglie”, però, non accedono mai alla rivalità mimetica e quindi
alla violenza proprio in quanto perversi: sono riusciti a dirottare il loro
desiderio rivalitario in una reciprocità collaborativa che, tra le altre cose,
tende a far scomparire l’oggetto del desiderio lasciandoli in balia di un
desiderio reciproco. Pollastrini suggerisce giustamente, sulla scorta del
Challengers di Guadagnino ‒ come del caso Schreber di Freud ‒ che a sedimentarsi
è un desiderio omosessuale.
Ma non va sempre così, anzi, quasi mai. Girard afferma che l’oggetto del
desiderio tende sempre a eclissarsi ma per lasciare spazio a una rivalità che
odia senza neanche più bisogno dell’invidia o della gelosia: è la crisi dei
doppi. I due contendenti, ormai dimentichi dell’oggetto della contesa, si
recriminano l’un l’altro le stesse colpe, le stesse accuse. Niente più li
distingue. Un tipico oggetto del desiderio che, molto più delle mogli, si presta
a questa repentina scomparsa è l’onore. Chi ha offeso chi? Chi per primo, chi
per secondo, chi ha esagerato nella risposta a un’offesa che non era poi così
grave? La disputa verbale precede quella fisica e si allarga a macchia d’olio in
tutta la società: è la crisi mimetica.
Solo una cosa può risolvere questa crisi, già lo sapete, ma ora sapete anche
perché: il capro espiatorio assume su di sé tutte le recriminazioni, tutte le
colpe, tutta la catena di accuse ormai inestricabile che aveva diviso la
collettività. Lui e solo lui è l’origine dell’odio, della frustrazione, della
gelosia che proviamo. Una volta che lo abbiamo ucciso tutti insieme, ci
ritroviamo in pace: “la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la
pietra d’angolo”.
Lungi dall’essere un pretesto per misere liti, per Girard, la mimesi reciproca è
il vero motore dell’ominizzazione, ciò che ci ha resi umani, l’inizio di tutto
il processo. Imitandosi a vicenda, gli ominidi escono dal dominio del “montaggio
istintuale”, accedono a una nuova classe di desideri e quindi di conflitti. Si
scatena la violenza e uccidono uno di loro. Si calmano. Lo seppelliscono con un
cumulo di pietre: una piramide rudimentale, priva di punta, proprio come le più
antiche tombe di cui abbiamo testimonianza. Da qui, attraverso numerosi cicli,
nasce la civiltà con i suoi riti, i suoi miti, le sue istituzioni.
Mi rendo conto ora che forse, ancora più di Cristo morto e risorto, sia questo
il boccone girardiano più ostico, l’idea che la mimesi sia allo stesso tempo il
vero motore del salto compiuto dall’Homo sapiens sapiens e la realtà ultima di
ogni nostro desiderio. Anche qui possiamo però ridurre la portata universale
dell’affermazione girardiana dirigendo l’attenzione su quanti dei nostri
desideri sono mimetici senza che ce ne rendiamo conto. Fino alla fine, da
Menzogna romantica e verità romanzesca in poi, Girard ha difeso la tesi per cui
ogni desiderio è mimetico e il desiderio oggettuale è relegato all’ambito del
“montaggio istintuale”, malamente definito e ricondotto ai più bassi gradini
della piramide di Maslow. Senza cercare di dimostrare l’inesistenza totale del
desiderio oggettuale, noi possiamo fare a meno di questo assolutismo e
ipotizzare che il mimetismo sia una componente fondamentale di tanti nostri
desideri che raramente mettiamo a fuoco. Ora siamo pronti per affrontare la
contemporaneità da girardiani scettici.
I fondamenti dei nostri capri espiatori
In questi ultimi dieci anni tanti hanno evocato Girard, spinti da un mondo che
sembrava sempre più ostinato a dargli ragione. Spesso, però, è stato evocato
superficialmente, senza cioè integrare i fondamenti della sua teoria che,
abbiamo visto, non è d’altronde facile da comunicare. Di fronte al moltiplicarsi
di fenomeni quali le shitstorm, la call out culture, la cancel culture, il
politicamente corretto, a tanti saliva alla bocca la parola “capro espiatorio”
e, con questa, il nome del grande studioso che ci ha intitolato la sua opera più
famosa. All’interno di queste riflessioni, però, il ruolo di Girard si riduce
spesso all’averci genericamente “messo in guardia” contro un fenomeno brutto e
cattivo ‒ il capro espiatorio ‒ che si è stranamente moltiplicato nella nostra
società, chissà perché. Tanto più grande è stato Girard da averci dato gli
strumenti per interpretare le cause profonde del fenomeno e cioè quel meccanismo
di cui abbiamo appena parlato, chiamato mimetismo. Se tutti riconoscono che i
capri espiatori si sono moltiplicati grazie all’imporsi del social network,
Girard ci fornisce la chiave per decifrare che tipo di tendenze sono incentivate
da queste nuove forme di socialità e come queste portino a fenomeni di capro
espiatorio.
> Lungi dall’essere un pretesto per misere liti, per Girard, la mimesi reciproca
> è ciò che ci ha resi umani, l’inizio di tutto il processo. Imitandosi a
> vicenda, gli ominidi escono dal dominio del “montaggio istintuale”, accedono a
> una nuova classe di desideri e quindi di conflitti.
Quando Girard formulava la sua teoria mimetica non era semplice mostrare che
dietro ogni nostro desiderio c’è l’imitazione, cioè l’ammirazione per un modello
che ci indica cosa desiderare. Il cuckolding è il diorama del desiderio mimetico
perché Girard stesso, quando doveva scendere nel dettaglio, tra tutti i desideri
mimetici, selezionava i triangoli amorosi per illustrarne il funzionamento.
Invece, per rendere conto del mimetismo della stragrande maggioranza dei
desideri, Girard deve ricorrere alla dicotomia mediazione interna/mediazione
esterna: i desideri di mediazione interna sono quelli, come i triangoli amorosi,
in cui il modello/ostacolo è vicino a te, in carne ed ossa, un rivale nel senso
proprio del termine; quelli di mediazione esterna sono i desideri ispirati da un
mediatore lontano nello spazio e nel tempo, da un mediatore astratto, come
possono essere i mass-media novecenteschi che ti fanno desiderare di avere una
Ferrari perché ce l’hanno i ricchi. Anticipando le critiche, Girard non riduce
la mediazione esterna a un’innovazione contemporanea, e apre il saggio con
l’esempio del Don Chisciotte che imita il desiderio di Amadigi di Gaula, un
predecessore fittizio inventato da Cervantes come modello di cavaliere errante.
La mediazione esterna, insomma, nasce con la cultura e, a livello cronologico,
segue di poco l’apparizione della mediazione interna, quella che ha destato le
prime rivalità tra gli ominidi che si sono placate solo tramite ricorrenti
omicidi collettivi.
E se il social network comportasse la confusione e il collasso di mediazione
esterna e mediazione interna? I modelli sul social network siamo tutti noi, gli
uni per gli altri, conosciuti e sconosciuti. Mediatori interni e mediatori
esterni sono posti sullo stesso piano, tutti su quel piedistallo chiamato
“profilo” che attira sguardi, attenzioni, amori, odi e invidie. Più di ogni
altra cosa approvazioni pubbliche, quel pulsantino fondamentale nell’economia
del social network chiamato “like” che altro non è che un indice di gradimento,
un indice che indica cosa desiderare, in quanto già desiderato. Il sociologo
Niklas Luhmann chiamava queste dinamiche “osservazione di secondo ordine” e, in
tempi recenti, il filosofo Hans-Georg Moeller ha adoperato la categoria per
descrivere come “profilistica” la nuova tecnologia dell’identità inaugurata dal
social network. In ottica girardiana, il social network è la più perfetta
macchina mimetica perché registra e ci mostra tutti i nostri desideri reciproci.
Sul social network davvero ogni desiderio è desiderio dell’altro.
Insomma, se abbiamo assunto che i fenomeni di capro espiatorio si sono
moltiplicati per via dei social network e possiamo dimostrare indipendentemente
che sono anche uno degli ambienti più mimetici in cui l’umanità si sia trovata a
vivere, possiamo persino rovesciare la domanda e dire che ciò che abbiamo
davanti agli occhi conferma l’intuizione girardiana: il social network è la
prova del nesso tra mimesi e capro espiatorio, la piastra di Petri che rivela la
connessione profonda tra una società che si imita senza sosta e che senza sosta
si ritrova ad odiare collettivamente alcuni membri della società stessa.
L’inconsistenza dei nostri capri espiatori
Abbiamo anticipato che, già nel corso della sua vita, Girard osserva un duplice
e paradossale movimento dei capri espiatori: si moltiplicano ma non funzionano
più. Le ragioni che individua sono due e complementari. Intanto, sempre più
raramente uccidiamo i nostri capri espiatori e quindi non accediamo al momento
catartico che segue un vero e proprio omicidio collettivo, ma se uccidiamo
sempre più di rado è proprio perché non ci crediamo più fino in fondo. La
diffusione del termine “capro espiatorio” testimonia proprio questo: la (lenta)
presa di coscienza che l’umanità sta facendo del suo meccanismo fondatore. Anche
la più approssimativa comprensione del termine rimanda a una violenza che si
scatena senza ragione su un singolo o su un gruppo come “diversivo” o “sfogo” di
determinate energie.
> In ottica girardiana, il social network è la più perfetta macchina mimetica
> perché registra e ci mostra tutti i nostri desideri reciproci. Sul social
> network davvero ogni desiderio è desiderio dell’altro.
D’altro canto, queste “energie” ‒ che Girard inquadra come mimesi ‒ sono ancora
qui e pertanto i capri espiatori continuano ad essere ricercati senza che
nessuno di questi svolga il suo compito fino in fondo. Ancora una volta, la
situazione che osserviamo sui social network sembra confermare ed esasperare il
fenomeno. Se osservate con attenzione una qualsiasi shitstorm noterete non solo
che, ovviamente, non si conclude con un omicidio ma che produce tutta una serie
di shitstorm minori lungo i suoi bordi. I capri espiatori si moltiplicano
letteralmente all’interno dello stesso evento. Alcuni di questi sono
semplicemente i difensori del capro espiatorio originale che, in questo
contesto, diversamente da una lapidazione vera e propria, possono trovare il
coraggio di farsi avanti, rischiando molto ma non la morte immediata.
Altri, ancora più interessanti, fanno parte della cerchia dei persecutori. A
differenza della folla anonima che lapida e che ritrova l’unità in questo gesto
collettivizzante, i persecutori del social network hanno nomi e cognomi, profili
ricchi di storia e contraddizioni, facilmente accessibili. “Come si permette LUI
di parlare?” si chiede a un certo punto qualcuno che sposta lo sguardo dalla
vittima selezionata a un suo collega con la pietra in mano. Pervertendo il senso
ultimo della parabola dell’adultera, ovverosia comprendendolo solo parzialmente,
il lapidatore virtuale scopre che nessuno è senza peccato, nessuno può scagliare
la prima pietra tranne, guarda caso, sé stesso. Il colmo si raggiunge quando,
durante questo spostamento, il persecutore che ha selezionato una vittima
secondaria arriva persino a condannare il meccanismo di “capro espiatorio” per
meglio colpevolizzare il suo nemico, senza rendersi conto di averne appena
eretto un altro. La conoscenza del meccanismo di “capro espiatorio” indebolisce
la pratica ma viene contemporaneamente messa al lavoro per individuare la
vittima perfetta, il colpevole assoluto che finalmente e una volta per tutte
chiuderà il ciclo della violenza. Ma chi è questa vittima?
L’incertezza dei nostri capri espiatori
L’omicidio fondativo, l’eccezionalità cristiana, la mimesi di ogni desiderio:
abbiamo visto che nel pensiero girardiano ce ne sono di affermazioni che un
tempo avremmo definito “problematiche”, prima che questa parola prendesse a
significare “offensive per qualcuno”.
Ma c’è n’è una che potrebbe essere la più problematica di tutte e la sua
problematicità ha a che fare direttamente con una certa permalosità
generalizzata che Girard stesso vedeva crescere già nel suo tempo. Proprio colui
che ha dedicato la sua vita di studioso al riscatto delle vittime sulle quali
abbiamo fondato la civiltà, sin dagli anni Novanta, osserva attorno a sé una
propensione ad occupare il ruolo della vittima in modo indebito. L’idea non
suonerà nuova al lettore italiano perché è la tesi centrale del saggio nostrano
più discusso sul tema, Critica della vittima di Daniele Giglioli, uscito ormai
più di dieci anni fa. Per Girard, questa tendenza a posizionarsi all’interno di
quello che Giglioli chiama “paradigma vittimario” accompagna e cresce insieme
alla consapevolezza generalizzata sul meccanismo del capro espiatorio. Il
ragionamento è semplice: quanto più riconosciamo che alcuni vengono odiati senza
ragione e poi riscattati, tanto più abbiamo la tentazione di identificarci in
costoro e vivere i nostri conflitti come una persecuzione che chiede giustizia.
E a questo punto, sia in Girard sia in Giglioli, compare l’idea problematica che
rischia di squalificare l’intero discorso: la distinzione tra vittime false e
vittime vere. In più punti Girard intrattiene l’idea dell’assoluta innocenza
della vittima quando si trova effettivamente perseguitata. Oltre a Cristo ‒ che
lo è per dogma ‒, lo stesso viene detto di Giobbe, di Edipo, degli ebrei nelle
persecuzioni medievali. In Giglioli, che sembra criticare la posizione della
vittima in quanto tale, compaiono qui e lì delle vittime dichiaratamente false
che sembrano alludere all’esistenza delle vittime vere, o perlomeno “più vere”:
c’è Silvio Berlusconi e la sua persecuzione giudiziaria come simbolo
universalmente condiviso dai suoi lettori di sinistra di vittima falsa, ma anche
il popolo ebraico (di nuovo) che oggi eredita la posizione vittimaria dai
“titolari effettivi”, cioè le autentiche vittime dell’Olocausto.
> Quanto più riconosciamo che alcuni vengono odiati senza ragione e poi
> riscattati, tanto più abbiamo la tentazione di identificarci in costoro e
> vivere i nostri conflitti come una persecuzione che chiede giustizia.
L’errore che si costeggia con questi discorsi non è la volontà di distinguere le
vittime vere da quelle false ‒ cioè riconoscere empiricamente che si sono date,
si danno e si daranno persone completamente innocenti delle accuse loro rivolte
e persone che inventano di sana pianta dei torti mai subiti. L’errore è
immaginare che questa distinzione sia in qualche modo autoevidente, il punto di
partenza del discorso stesso quando invece è il suo precarissimo punto di
arrivo. E non lo dico io ma Girard stesso. Lo dice implicitamente in tutta la
sua opera ma anche esplicitamente: “Non pensiamo che per sfuggire alla
responsabilità della violenza sia sufficiente rinunciare all’iniziativa
violenta. Ma nessuno si accorge mai di prendere questa iniziativa. Perfino i
soggetti più violenti credono di reagire a una violenza che proviene dagli
altri”. Ogni violenza è agita da qualcuno che crede di averla già subita, da
qualcuno che si percepisce come vittima. Di questo ci parla la crisi mimetica
dei doppi che si rilanciano le stesse accuse, da qui viene la violenza per
Girard: non da una generica “aggressività animale” ma da un reciproco senso di
ingiustizia subita. Così in Girard la posizione della vittima è sia quella di
colui che viene infine accerchiato ma anche quella di coloro che l’accerchiano,
i quali si sentono soggettivamente vittime della sua azione.
A riprova dell’attualità di Girard, a pochi anni dalla sua morte, si è diffuso
uno slogan che ha segnato il rapporto irrazionale che stavamo instaurando con il
concetto di vittima, sempre più confusi dal proliferare dei capri espiatori.
“Credere alla vittima” è infatti un’assurdità logica ancora prima di
un’aberrazione etica. Di per sé, non vuol dire nulla. È una delle più brevi
petizioni di principio formulabili. Non puoi chiedere di credere alla vittima
poiché dal momento che la definisci tale, già le credi. Se riusciamo ad
attribuire un senso alla frase, se l’abbiamo fatta operare nel mondo come
significasse qualcosa di compiuto, è perché la vera affermazione al lavoro era
ben più sinistra: credi all’accusatore. Credi a chiunque si presenti come una
vittima di un torto subito, credi alla colpevolezza di colui che indica. Girard
aggiungerebbe qui “senza fare inchieste”, la frase che più lo inquieta nella sua
già citata rilettura del Libro di Giobbe in L’antica via degli empi. Ad agire
“senza fare inchieste” è il dio del massacro che gli accusatori mobilitano
contro Giobbe, ovverosia la folla linciante che si scatena sul primo
malcapitato. Giobbe, dal canto suo, mobilita un avvocato difensore che interceda
per lui presso l’Altissimo, un Paraclito, il vero Dio dei Vangeli che è il Dio
delle vittime.
Sebbene Girard mostri con quanta insistenza le Scritture pongano Satana nel
ruolo dell’accusatore e Cristo in quello del difensore, non stiamo qui
affermando che l’accusa ha sempre torto e la difesa sempre ragione ma che questa
dialettica deve quantomeno darsi per evitare che l’umanità risolva la propria
violenza a spese di una catena di capri espiatori, più o meno innocenti, più o
meno colpevoli, selezionati “senza fare inchieste”. Il luogo in cui questa
dialettica dovrebbe avere luogo esiste già ed è ovviamente il tribunale,
metonimia dello Stato di diritto, la cui elaborazione nel corso dei secoli,
dall’habeas corpus alla presunzione di innocenza, può essere letta come la
progressiva tutela di tutti i potenziali capri espiatori dalle grinfie della
folla.
> Da qui viene la violenza per Girard: non da una generica “aggressività
> animale” ma da un reciproco senso di ingiustizia subita. Così in Girard la
> posizione della vittima è sia quella di colui che viene infine accerchiato ma
> anche quella di coloro che l’accerchiano, i quali si sentono soggettivamente
> vittime della sua azione.
Se la seconda metà del Novecento ha visto l’emergere del “processo mediatico”
come oggettiva regressione resa possibile dai mass-media tradizionali, il social
network allarga la ferita e consente all’intera popolazione di istituire
processi sommari, ciò che di volta in volta abbiamo chiamato shitstorm, cancel
culture, call-out culture etc. C’è davvero da chiedersi, fuori da ogni
formulazione retorica, cosa avrebbe detto Girard se avesse avuto gli ultimi
dieci anni di fronte agli occhi. Dove si sarebbe soffermata la sua critica in
questo mondo che ha globalizzato per davvero il villaggio, in cui le più
primitive dinamiche di linciaggio sono riemerse solo a partire da una
complessiva virtualizzazione della socialità.
Girard ci ha lasciato un problema con due corni: l’assoluta certezza
dell’esistenza delle vittime e il necessario sospetto verso chiunque si presenti
come vittima, poiché farlo è il primo passo per esercitare la violenza. Eppure
non ci ha lasciati privi di strumenti. Con un anticipo spaventoso sui tempi,
mentre siamo immersi in uno Zeitgeist che ci intima di rintracciare nella nostra
storia personale tutti i modi in cui siamo stati vittime per rinfacciarli al
prossimo, Girard afferma che la conversione cristiana è una cosa semplicissima,
quella cosa accaduta a San Paolo sulla famosa via: riconoscere sé stessi in
quanto persecutori.
L'articolo Noialtri girardiani proviene da Il Tascabile.
Si trasformò da arguto rivoluzionario a “Robinson polare”. Nato Natan
Mandelevich Bogoraz a Ovruč, attuale Ucraina, da famiglia colta ebraica, voltò
il nome in Vladimir dopo essersi convertito al cristianesimo, firmava i suoi
libri “Tan”. Come se il suo nome fosse il suono di un tamburo, un richiamo dai
primordi d’Oriente. Agli studi di legge a San Pietroburgo, Vladimir alternava
l’attività rivoluzionaria nei gangli dell’organizzazione antizarista e
sovversiva “Narodnaja volja”. Arrestato nel 1886, poco più ventenne, fu spedito
in Siberia, presso la Kolyma, in Jacuzia, area dei futuri campi stalinista,
luogo d’orrore reso leggenda nei memorabili Racconti della Kolyma di Varlam
Šalamov.
La reclusione e l’esilio nell’Estremo Oriente russo cambiarono la vita
di Vladimir Bogoraz. Fu affascinato dalla popolazione autoctona dei Ciukci:
tribù di pescatori, di cacciatori e allevatori di renne, veneravano l’orso,
vivevano in tende vaste come ville, si muovevano in kayak o su slitta. Sapevano
addestrare il cane e la renna alla briglia. Erano riusciti a tradurre un luogo
inospitale in una terra fertile di ‘segni’; perfino la più infima ombra, ai loro
occhi, era viva:
> “La lampada ha le zampe, cammina. Le pareti della tenda hanno voci
> proprie… le ombre sul muro costituiscono tribù ben definite, con un proprio
> terreno di caccia, delle proprie dimore, dei cacciatori sapienti…”
In questo mondo di ombre e di segni, che proliferavano ovunque, come il caglio
di un dio, gli sciamani avevano un ruolo preponderante. Vivevano in prossimità
dei boschi, addestrati dalle ‘voci’, per lo più eccentrici, decentrati
all’esistenza comune. Evanescenti come la neve. A loro ci si rivolgeva di
continuo: per propiziare la caccia e l’unione, per benedire le bestie e i
nascituri, per dialogare con i morti, che dilagavano, dappertutto. Esistevano
sciamani crudeli, scoppiavano guerre tra sciamani avversari. Bogoraz era
affascinato, soprattutto, dalla struttura sociale dei Ciukci: pareva non
avessero governanti diretti, le attività si svolgevano secondo
un’‘autogestione’, per così dire, guidata da gerarchie cosmiche, da una
consuetudine che nessuno osava intaccare. Gli parve di trovarsi di fronte a
degli uomini buoni.
La prima raccolta di “Miti e leggende dei Ciukci” è pubblicata da Bogoraz nel
1899; l’anno dopo esce a San Pietroburgo l’importantissimo “Materiali per lo
studio della lingua e del folclore dei ciukci”. Il giovane rivoluzionario
divenuto pioniere dell’antropologia russa, è accolto nei gangli dell’Accademia
delle Scienze. Quando può, però, Bogoraz attraversa l’oceano a sbarca a New
York: presso l’American Museum of Natural History trova un complice
nell’etnologo Franz Boas e partecipa alla mitica “Jesup North Pacific
Expedition”. La missione si occupa di snidare, sondare e studiare le popolazioni
indigene intorno allo stretto di Bering, tra Alaska e Estremo Oriente russo;
l’esito di queste osservazioni permette a Vladimir Bogoraz – ormai
americanizzato “Waldemar” – di pubblicare, nel 1910, Chukchee Mythology (da cui
abbiamo tratto i testi in appendice) e nel 1913 The Eskimo of Siberia. Sono
lavori miliari: la pagina dedicata ai Ciukci in Testi dello Sciamanesimo
siberiano e centro-asiatico (Utet 1984; 2009), si avvale ancora di quel
repertorio.
Rientrato in Russia, Bogoraz fu professore di etologia; forse vide in Lenin il
prototipo dello sciamano moderno; intuì che la Rivoluzione era guidata da un
fervore ‘magico’, che le masse si muovono soltanto se guidate dalle voci e dalle
ombre – cioè: dalle idee o dal dio, che a tratti sono la stessa cosa. Nel 1930
fondò a San Pietroburgo – allora Leningrado – l’“Istituto dei Popoli del Nord”,
con il compito precipuo di studiare le lingue degli indigeni, organizzandole per
vocabolari. Fu facile per Bogoraz intuire la parentela tra i Ciukci e gli Ainu,
gli indigeni del Giappone settentrionale, un popolo per molti versi avvolto nel
mistero. Ma i tempi cambiavano con rapidità di fortunale: Bogoraz, patriarca
dell’antropologia russa, fu attaccato dagli allievi più giovani perché si
rifiutava di utilizzare i codici della “lotta di classe” nell’interpretare
l’organizzazione sociale dei Ciukci. Lo accusarono di voler preservare i nativi
del Nord dai fasti dello “sviluppo economico”: per Bogoraz il cosiddetto
‘progresso’ avrebbe definitivamente corrotto la sciamanica autarchia dei Ciukci.
Voleva credere in un Eden nordico, nella possibilità – ancora viva, prossima –
di poter parlare con le renne, di cavalcare l’orso, di coalizzare un esercito di
spiriti. Le ombre avevano preso a dialogare con lui.
Il vecchio rivoluzionario fu costretto a ritrattare e a rivedere alcune
conclusioni. Comunque, morì poco dopo, nel maggio del 1936, in circostanze non
del tutto chiare. Costantemente ristampate nel mondo americano, le opere di
Bogoraz sono state recepite di recente dalle Éditions des Syrtes, in
Francia: Récits de la Perdition raccoglie i miti dei Ciukci, ma soprattutto il
picaresco racconto di un intellettuale perduto nel grande Nord. Così ne ha
scritto “Le Monde”: “Intriso di una tenerezza non priva di humour, il libro
racconta l’intima tragedia e il turbamento metafisico di un uomo bandito dalla
società, prigioniero di una natura superba ma di cui non sa riconoscere i
simboli, in cui è disorientato”.
Dal vasto repertorio di leggende, proverbi, miti assemblato da Bogoraz, si è
scelto di tradurre alcuni “Incantesimi”. Si tratta di parole pronunciate dagli
sciamani Ciukci e di brevi sketch che dicono di un mondo affollato di demoni, in
cui l’invisibile ha la prevalenza sulla mera, sgargiante superficie delle cose;
in cui le bestie parlano e risorgere vale quanto vendicarsi. Questo è un mondo
in cui la parola – coagulata in gesti, in effluvio di gesticolii – è efficace o
non è – come dovrebbe essere la parola poetica. Non c’è nulla di esornativo
nella ripetizione della formula verbale, perché è grazie a quel giaculio, a quel
gracidio, che il mondo continua a parlarci, continua a esistere. Vivere nel
canto per non subire l’incanto; fare nido nel miracolo osteggiando il miraggio.
In un testo raccolto in Testo dello Sciamanesimo siberiano e centro-asiatico,
“Il giovane sciamano e la sua fidanzata”, si narra del più piccolo di cinque
fratelli che rifiuta di conformarsi ai riti sociali. Quando è il suo turno di
prendere moglie, scappa, si nasconde, “sciamanizza” (cioè: articola canti a
ritmo di tamburo). Infine, si innamora di una ragazza morta, dopo aver scorto il
suo feretro trascinato dalle renne. Grazie agli innati, misteriosi poteri, il
giovane va nell’aldilà (“Ora io andrò… mi immergo… cerco la sua anima…”),
recupera l’anima della ragazza, la incastra nel corpo, fa della risorta la
propria moglie. L’estasi dello sciamano è un’immersione nell’amnio del mondo –
ascesi per apnea, diremmo –; la sua unione l’opera di un potere degno di aura. I
fratelli non canzoneranno più il più piccolo, accogliendo il suo destino di
solitudine e di estraneità.
A volte, attirato nell’altro mondo, nell’altrove, nel nessundove, uno sciamano
non fa ritorno su questa terra. Il suo corpo resta crisalide vuota, in una
specie di infantile rimbambimento. Tra le mani dello sciamano, si dice, mangiano
gli orsi; lo sciamano, si dice, può domare perfino la tigre dell’Amur, la preda
sbalorditiva, amata da Dersu Uzala, il “piccolo uomo delle grandi pianure”
eternato dal film di Kurosawa.
Di questa recluta di leggende desunte da un sussurro, di identità spaiate in
fotografia, in una cronaca della scienza, forse, restano le viscere di un dio,
il pellame messo a nudo, lo scalpo, lo scalpiccio.
***
Incantesimo di una donna rifiutata dal proprio marito, gelosa della rivale
Dunque sei tu quella donna!
Amore hai da mio marito – tanto che lui mi respinge.
Ma tu non sei un umano essere. In carogna ti muto, carogna che crolla sui
ciottoli, carogna vecchia, putrefatta.
Muto mio marito in un orso. Orso che viene da terre lontane. Orso roso dalla
fame. Orso che incrocia la carogna e la divora. Poi la vomita. In quel vomito ti
volto. Mio marito contempla il vomito. E la rifiuta appena la vede.
Muto il mio corpo in quello di un giovane castoro appena svezzato. Liscio ogni
mio pelo. Questa donna è gradita a lui, lui mi insegue, mi desidera, perché
l’altra gli è ripugnante.
(Sputa, si imbratta di bava dalla testa ai piedi, il marito comincia a volerla).
Egli mi ha rigettata e io mi rivolgo a lui, per lui mi trasformo in un male
mortale. Che sia attratto dal mio odore, che mi azzanni. Lo respingo perché con
più forza mi assalga.
Finché mio marito non abbandona la sua amante.
*
Incantesimo per far tornare indietro i morti
L’uomo è morto da poco e un altro esce allo scoperto: il morto è ancora nella
sala d’attesa della morte, nella più remota stanza.
L’altro uomo parla all’Alba e all’Essere Superiore. Dice: Mente disorientata la
mia, mente dissennata. A chi posso chiedere aiuto? Mi rivolgo a te. Dammi il tuo
cane! Sono addolorato per mio figlio, che è scappato in un luogo lontano.
Lasciami usare il tuo cane.
Muove la mano sinistra, come se afferrasse il cane. Poi sussurra all’occhio del
morto, ulula come un cane, Uu, uuu, così.
Il cane allora si lascia avvincere e insegue il morto. Lo insegue e ulula e
abbaia. Gli passa davanti, lo incrocia, lo incorna. Abbaia con ferocia. Gli si
avventa contro, gli blocca in ogni direzione il cammino. Infine, lo obbliga a
interrompere il suo lungo viaggio e a tornare indietro. Deve rimetterlo nel
corpo, deve riposizionarlo nel corpo. Poi il morto ricomincia lentamente a
respirare. Pur essendo morto, ora vive.
*
Per curare un malato
Quando un uomo è malato fino al punto di poter morire e il suo corpo è debole,
quest’uomo viene portato fuori casa, con grandi sforzi, e viene strofinato con
la neve, dappertutto. Un altro uomo implora le Regioni Superiori e il fiume
detto Ciottolo. “O Fiume Ciottolo, vieni a me! Scivola in me! Desidero che tu mi
serva”. Inoltre, reclama il vento dell’Est.
Segue un acquazzone. Il fiume si gonfia. Il malato diventa le rapide del fiume.
Tutto viene spazzato via – non resta più nulla. Qualcuno getta cibo nelle acque,
e il fiume trascina via ogni rifiuto e ogni dono.
Così l’uomo che soffre può guarire e viene riportato a casa.
*
Incantesimo per allontanare Ke’let, il demone
Quando scende la sera, lego due grandi orsi sulla soglia di casa mia e dico:
“Oh, voi siete così grandi, così forti, non può capitarmi nulla di male finché
sono al vostro fianco”.
Se un ke’let mi vuole e cerca di entrare in casa, gli orsi lo afferrano perché
non fanno passare nessuno.
Poi c’è una vecchia, cieca, con gli occhi incavati, con le orbite vuote: agita
una frusta di ferro tutta la notte, in ogni direzione. Lei sa spaventare i
ke’let. È difficile assalirla. Dopo, su ogni lato della casa devi porre dei gufi
polari di ferro. Hanno becchi di ferro e ali di ferro. Hanno becchi molto
affilati.
Quando ke’let, l’Assassino, l’aggressore, trova la casa, loro lo colpiscono, lo
feriscono, gli cavano gli occhi. Il demone, pieno di sangue, volta verso il
deserto – vola obliquo, ha paura, se ne va per sempre.
L'articolo “La lampada cammina, le ombre parlano”. Bogoraz e gli incantesimi dei
Ciukci proviene da Pangea.
S e volete capire perché le imminenti Olimpiadi Invernali di Milano Cortina sono
un disastro concettuale, prima ancora che ecologico, politico e economico,
leggete un libro sul ghiaccio. Leggete, anzi, il libro sul ghiaccio: Le vie del
freddo (2025) di Max Leonard, traduzione di Simonetta Frediani. Un saggio che
ripercorre la storia di come il ghiaccio abbia intersecato nel profondo
l’evoluzione delle civiltà umane, influenzandone forme e direzioni – a
dimostrazione di quanto fittizia sia la separazione tra “natura” e “cultura”.
Leonard sceglie come proprio oggetto d’analisi una sostanza, o meglio uno stato
fisico, che fa della contraddizione la propria caratteristica principale:
simbolo di calma e grazia sotto pressione, ma anche di insensibilità e distacco;
per millenni in bilico sul crinale medico tra il benefico e il dannoso; se
toccato, genera sensazioni di congelamento oppure di bruciore. Dall’ultimo
secolo in poi quest’ambiguità irriducibile è stata però, almeno apparentemente,
irreggimentata: il ghiaccio è entrato a far parte dell’esperienza quotidiana di
miliardi di persone in tutto il mondo e si è arrivati al costoso paradosso del
freddo artificiale, quello appunto senza il quale i Giochi olimpici invernali
del 2026 non sarebbero stati nemmeno pensabili.
> Un saggio che ripercorre la storia di come il ghiaccio, uno stato fisico che
> fa della contraddizione la propria caratteristica principale, abbia
> intersecato nel profondo l’evoluzione delle civiltà umane, influenzandone
> forme e direzioni.
«Le macchine per la neve consumano energia generata altrove e mentre producono
neve rilasciano calore. […] Quanto più freddo innaturale produciamo, tanto più
freddo naturale distruggiamo e più diventa scarso», scrive Leonard nell’ultimo
capitolo, dedicato al ghiaccio nell’Antropocene. La sua è, in effetti, una
parabola saggistico-narrativa che descrive una proporzionalità inversa: dai
primi passi nella storia del freddo, quando di ghiaccio sulla Terra ce n’era
tanto ma se ne sapeva poco, ai giorni d’oggi, in cui da perturbante il ghiaccio
è stato reso domestico, con la progressiva diminuzione della sua presenza allo
stato naturale, sui ghiacciai e ai poli. Eppure di avvilimento in questo libro
se ne respira poco. Piuttosto, Leonard sembra prefiggersi lo scopo di restituire
al ghiaccio l’aura di straordinarietà che a lungo lo ha contraddistinto,
portando chi legge ad apprezzare la profondità storica e anche filosofica di
qualcosa di ormai decisamente ordinario, ma proprio per questo valevole di
un’attenzione più sfaccettata.
Ciascun capitolo è dedicato a un diverso gruppo umano i cui destini sono stati
plasmati dall’incontro con il ghiaccio in una delle sue tante forme. Si va dai
pittori delle caverne, seguendo i quali si ripercorrono gli effetti dell’Era
glaciale sulle migrazioni umane e animali della preistoria, ai cosiddetti
festaioli, protagonisti del risvolto carnevalesco della Piccola era glaciale del
Seicento, fatto di feste popolari e fiere del gelo sul Tamigi, pattinaggio sul
ghiaccio e colf (gioco che molti olandesi considerano all’origine del golf). Ci
sono i filibustieri del Sedicesimo secolo, alla disperata ricerca di una rotta
di navigazione settentrionale per raggiungere l’Asia, convinti dell’esistenza di
un “mare polare aperto” al di là di un anello di iceberg. Tantissimi poi gli
scienziati che nel tempo hanno contribuito a districare i misteri più
disorientanti legati al ghiaccio: la forma dei suoi cristalli; l’andamento
dall’alto verso il basso del processo di congelamento (senza il quale la fauna
marina si sarebbe estinta a ogni era glaciale); l’espansione nel passaggio allo
stato solido; la sospensione sull’acqua liquida. Ma le storie sono anche quelle,
mai del tutto ordinarie, dei gelatai e dei birrai che dal ghiaccio hanno
estratto piaceri e ritualità ormai ineludibili, degli alpinisti e delle
alpiniste che hanno esplorato la Mer de Glace e i ghiacciai più inaccessibili
del pianeta, dei soldati combattenti per i confini e sui confini, spesso
ghiacciati, dei neonati stati-nazione del Novecento.
Molto di quel che oggi siamo e sappiamo è dovuto al ghiaccio e alle discipline
che intorno a questo si sono sviluppate. L’archeologia glaciale ci parla nel
dettaglio di culture lontanissime del tempo, i cui resti sono stati preservati
alla perfezione dal ghiaccio terrestre – almeno finché il suo scioglimento non
ha iniziato a restituirceli a ritmi sempre più serrati. La geologia glaciale è
stata in grado, attraverso la messa a sistema di “fossili indice” come quelli
dei mammut, di ricostruire una cronologia universale ben più complessa e
affascinante delle semplificazioni creazioniste (e negazioniste del clima) a
lungo imperanti in Occidente.
> Molto di quel che oggi siamo e sappiamo è dovuto al ghiaccio e alle discipline
> che intorno a questo si sono sviluppate.
Persino l’anatomia medica, al netto di dubbi morali e loschi commerci di
cadaveri, è stata resa possibile dal congelamento dei corpi e dal loro
sezionamento, molto prima che venissero scoperte la formalina e la
plastinazione. Più recente, tra tutte, la branca della criopolitica, definita
per la prima volta nel 2006 da Michael Bravo e Gareth Rees come termine ombrello
che mette insieme «la sicurezza dell’Artico, la protezione ambientale delle
popolazioni indigene, la storia del criosfruttamento, il lavoro scientifico sui
ghiacciai, gli interventi governativi sul cambiamento climatico e le questioni
culturali».
Questa storia della cultura mondiale sub specie gelus, attraversando ogni epoca
e territorio, non manca di toccare anche aspetti problematici. Leonard
sottolinea a più riprese il carattere intrinsecamente colonialista e razzista
del capitalismo speculativo e di frontiera che ha promosso le spedizioni del
ghiaccio – tanto in forma di incursioni territoriali quanto di imprese
scientifiche. Molte delle cosiddette scoperte che hanno plasmato la conoscenza
del ghiaccio in Occidente fanno parte da sempre della vita quotidiana delle
popolazioni dell’Artico, il cui contributo scientifico è stato storicamente
minimizzato o cancellato. Più a sud, la produzione del ghiaccio è stata
praticata in Persia e in India da migliaia di anni, e spesso con modalità di
accesso ben più democratiche di quelle della catena del freddo come espressione
tecnica dell’imperialismo britannico. In Cina, poi, le ghiacciaie e i depositi
di neve punteggiavano le coste già molto prima dell’industrializzazione della
pesca operata dalla Compagnia britannica delle Indie Orientali, e la stessa
morfologia esagonale dei cristalli di ghiaccio era nota agli scienziati cinesi
sin dal 135 a.C. – solo diciassette secoli prima della “nascita” della
cristallografia di Keplero.
> Molte delle cosiddette scoperte che hanno plasmato la conoscenza del ghiaccio
> in Occidente fanno parte da sempre della vita quotidiana delle popolazioni
> dell’Artico, il cui contributo scientifico è stato storicamente minimizzato o
> cancellato.
A proposito di colonialismo dei tempi d’oggi, nel capitolo sul ghiaccio e la
guerra Leonard rivela dettagli sulla presenza degli Stati Uniti in Groenlandia
che meriterebbero le prime pagine dei giornali, a dimostrazione di quanto lo
sguardo rapace di Donald Trump su questo territorio non sia nuovo né peggiore di
quello di molti suoi predecessori. Già nel 1946 il governo statunitense cercò di
acquistare la Groenlandia dalla Danimarca, vedendosi opporre un rifiuto. La
reazione in quel caso fu la creazione da parte degli Stati Uniti del programma
SIPRE (Snow, Ice and Permafrost Research Establishment) su suolo groenlandese,
dedicato alla scienza militare applicata alle aree glaciali. L’“applicazione” fu
però ben diversa da quella dichiarata:
> Il probabile segreto della base di ghiaccio è stato svelato soltanto nel 1996,
> quando documenti declassificati hanno confermato l’esistenza del Progetto
> Iceworm.
> L’obiettivo del Progetto Iceworm era niente meno che la realizzazione di una
> rete mobile di siti di lancio di missili nucleari rivolti verso la Russia,
> distribuiti su un’area tre volte più grande della Danimarca, tutti situati a
> quasi 9 metri al di sotto della superficie della calotta glaciale della
> Groenlandia. […] Il governo danese non avrebbe mai approvato ufficialmente
> un’installazione offensiva statunitense in Groenlandia e aveva vietato la
> presenza di armi nucleari nei suoi territori e nel suo spazio aereo. Il che,
> suppongo, è in parte il motivo per cui gli Stati Uniti avevano pianificato di
> nasconderle tra i ghiacci.
E pensare che proprio i ghiacci, ai tempi dell’ultimo massimo glaciale, univano
quel che la storia politica avrebbe poi separato per sempre: attraverso un ponte
ghiacciato tra la Siberia e l’Alaska, piccole popolazioni di esseri umani sono
arrivate nelle Americhe per la prima volta proprio dalla Russia orientale.
> Se le scalate delle donne sono meno note è forse anche per via dell’equilibrio
> pacato con cui le hanno riportate, senza ricorrere alle iperboli e alle
> millanterie tipiche di molti racconti maschili.
Leonard non manca di evidenziare nemmeno gli elementi misogini legati
all’alpinismo borghese dell’Ottocento, alimentato da una buona dose di vigore
ipermascolino e desiderio machista di pericolo, oltre che di avidità
territoriale. Nonostante i pregiudizi sociali e gli ostacoli più o meno
materiali posti sul loro cammino, di donne alpiniste nella storia ce ne sono
però state diverse. E se le loro scalate sono meno note è a causa delle minori
opportunità da queste avute di pubblicare i propri resoconti e di essere
riconosciute nelle proprie imprese, ma anche forse per via dell’equilibrio
pacato con cui le hanno raccontate, scevre delle iperboli e delle millanterie di
molti racconti maschili. Descrizioni come quelle di Margaret Jackson, che compì
sette prime ascensioni di cime superiori ai 4000 metri, si soffermano poco
sull’esperienza individuale della scalata, comunicando piuttosto la meraviglia
matericamente spirituale dell’alta quota e un senso di comunione con l’ambiente
circostante.
Se è vero che il razionalismo illuminista è riuscito a dare spazio a precisi
calcoli barometrici, meteorologici e geodetici allontanando dal ghiaccio le
streghe, gli spiriti e i demoni del folklore, è anche necessario riconoscere
quanto sia andato perso o frainteso con la tendenza delle scienze a ignorare la
meraviglia degli oggetti in esame. In altri termini, è più che mai necessaria
una pratica femminista e postcoloniale della scienza (dei ghiacci e non solo),
in grado di conciliare rigore dei calcoli e stupore dello sguardo: proprio
quello stupore, quel misticismo più o meno laico, di cui sono intrise le pagine
di Jackson e che attraversano molto del sapere indigeno. Il rischio insito nel
privilegiare la razionalità a totale discapito di una certa spiritualità, e
viceversa, è quello di cadere nello scientismo da un lato, nella superstizione
dall’altro – due facce opposte della medesima chiusura mentale. Il libro di
Leonard, con la sua miriade di dati tecnici tenuti insieme da una prosa
cristallina e impreziositi da un ricco apparato fotografico, è lì a dimostrare
che l’armonizzazione di scienza e arte, precisione e creatività, ricerca e
ispirazione, non è affatto un’impresa impossibile.
L'articolo Le vie del freddo di Max Leonard proviene da Il Tascabile.
> Quando arrivò a casa l’ambulanza chiedeva disperatamente di me. Mi voleva come
> sempre accanto a lui. Gli ho preso la mano e lui continuamente sussurrava:
> “Vittoria, Vittoria…”. Arrivati al San Camillo c’era mio fratello e dopo è
> arrivata la figlia Lia. Lui era in coma, eppure mi ha detto: “Perché non va
> qualcuno a comprarmi Paese Sera?”. Allora è andato mio fratello. Ernesto mi ha
> detto: “Ma la rivista Aut-Aut è arrivata?”. “Sì, è arrivata”, gli ho risposto.
> “Me la vai a prendere?”. Gli ho dato questa rivista sempre con la mano nella
> mano e mi fa: “Ma come mai non c’è luce?”.
> Allora facendomi estrema forza gli ho detto: “Ma guarda tu se in un ospedale
> può mancare la luce’”.
> Detto questo lui è spirato[i].
6 maggio 1965. così si compie il cammino di questo mondo di Ernesto De Martino.
la mano che lo tiene è quella di Vittoria De Palma, sua compagna di vita e di
ricerca per quasi vent’anni. l’ultima apocalissi della sua vita, la stanza di un
ospedale romano, una vita iniziata a ridosso di un’altra apocalissi, il
terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908. dai ricordi di sua madre,
Ernesto sarebbe nato il giorno dopo il terremoto, mentre per le strade di Napoli
stavano passando dei camion per la raccolta di vestiti e beni di prima necessità
per gli sfollati. la madre vide dalla finestra una donna sfinita con un bambino
in braccio, e il travaglio iniziò, disse. era il 1 dicembre[ii].
l’apocalissi è stata la condizione intrinseca della vita di De Martino, e non è
forse un caso che diede il nome anche all’ultima opera, incompiuta, cui lo
storico e antropologo napoletano lavorò, La fine del mondo. Contributo
all’analisi delle apocalissi culturali(postumo, 1977)[iii]. ampio spazio è stato
dato nella letteratura accademica all’analisi del concetto di apocalissi
demartiniano in una prospettiva sociale e politica, anche grazie agli ottimi
curatori delle ultime due edizioni, francese (2016) e italiana (2019), Giordana
Charuty, Daniel Fabre e Marcello Massenzio. De Martino distingue tra apocalissi
e catastrofe. nel primo caso la fine è “portatrice di senso e diventa nucleo di
produzione culturale: l’apocalisse è sempre, per etiologia, una
rivelazione” (Quarta 2021, 77). nel secondo caso, la catastrofe non ha apertura
sulla storia, è una caduta senza riscatto, una “catabasi senza anabasi” (Idem),
anche se la prima racchiude potenzialmente la possibilità di esaurirsi nella
seconda. De Martino contempla tre fenomenologie apocalittiche: quella
con escaton, quella senza escaton e le apocalissi psicopatologiche, simili alle
catastrofi. le prime due si svolgono sul piano culturale collettivo; prevedono
una “salvezza” che si esplica nel reintegro dell’individuo in un codice sociale
condiviso in cui c’è la gestione possibile del negativo. le terze non prevedono
nessuna possibilità di condivisione pubblica; sono l’esperienza di un mondo
“oscuro e privato”. quest’ordine porta De Martino ad avvicinare le apocalissi
senza escaton alla catastrofe. “Proprio perché fra tutte le apocalissi culturali
essa appare più di tutte le altre prossima alla crisi radicale dell’umano, la
apocalisse senza escaton dell’occidente si presta in modo elettivo a illustrare
il valore euristico del documento psicopatologico” (De Martino 2019, 356). una
tensione tra salvezza e caduta definitiva che caratterizzerà anche l’uomo De
Martino.
poco è stato scritto sui risvolti personali di Ernesto De Martino rispetto alla
dimensione apocalittica che lo rivestiva, presenza immanente a tutta la sua
ricerca antropologica come un continuo lamento tellurico a bassa frequenza.
apocalissi in cui cercò sempre un escaton attraverso una volontà incrollabile
quanto la speranza.
> Io credo tuttavia che tra la mia psicastenia, il mio ittero, la mia
> turbercolosi, la mia epilessia vi sia un rapporto intimo (mi guarderei
> dall’affermare tale rapporto fra queste malattie come tali), e che non si
> possa fare la storia della mia persona senza includervi anche le mie malattie.
>
> (De Martino 2004, 28)
la malattia, la cronica dimensione di carenza, è stata una condizione fondante
di De Martino. un travaglio che se in giovinezza fu esplicito, come le crisi di
epilessia, dopo i trentacinque anni rimase latente, anche grazie alla sua grande
forza d’animo, lui che non faceva parola della sofferenza, che non malediva
quello stremo che accompagnava le sue ricerche sul campo, il suo studio alacre,
ma che fu corpo di tutta la sua ricerca empirica e teorica. come ha scritto
Luigi Chiriatti, De Martino cercò di esorcizzare il dolore, la malattia, la
morte, quella paura di “cadere nel nulla o nelle mani di un dio irato” (De
Martino 2004, 26) studiando le manifestazioni di dolore, malattia, morte
attraverso quel caravanserraglio materiale e simbolico della “magia” che
accompagnava la resistenza al male in quegli umani più esposti alla catastrofe e
alla perdita improvvisa, a quella che chiamava “sapienza del pianto” (De Martino
2021, 14). erano i contadini del Sud Italia del secondo dopoguerra, quelli che
morivano, parafrasando un canto funebre lucano, “con la fatica alle mani”
(Ibidem, 90). questo attraverso un’analisi comparativa e un innovativo, per la
ricerca etnografica italiana, approccio interdisciplinare[iv] che unirono le
culture euromediterranee attraverso il filo rosso di sopravvivenze arcaiche,
come il lamento funebre rumeno, il bocet, evocato attraverso la descrizione dei
funerali di Lazzaro Boia, pastore di Ceriscior, morto a 50 anni nell’ospedale di
Ghelar. riportato a Ceriscior, il corpo fu vestito a festa e ricoperto di lino
in una bara di legno nero. tre candele di cera ardono al capezzale, altre tre
tra le mani del morto. come nella maggior parte dei rituali funebri riportati da
De Martino, sono le donne che intonano la litania del lutto. in questo caso
ognuna canta il proprio scomparso, ognuna rievoca il proprio lutto, in una
lamentazione collettiva che è anche consolazione reciproca per i lutti
passati. una donna canta il dolore per un figlio morto in terra straniera,
“senza i riti della sua gente, e perciò vagante nel mondo al pari di una larva
inquieta”: “…Se incontrerai Giorgio, Nicola mio,/ o caro, e se lo vedrai/ triste
e afflitto,/ è perché se ne andò senza i riti.” (Ibidem, 160). e al mondo
agreste si rifanno i pianti di Clitennestra e di Dario nell’Agamennone e
nei Persiani di Eschilo: “Fin troppa ne abbiamo mietuta di messe del dolore”,
“L’ΰβρις giunta alla fioritura, ha dato come frutto la spiga della colpa e della
punizione, donde ne venne messe infinita di pianti” (Ibidem, 242-243). il pianto
umano come specchio del pianto divino, di cui De Martino vede l’apice
nelle Lamentazioni di Iside e di Nephtys. così recita Iside: “Fin tanto che
posso vederti, ti chiamo piangendo, anche nelle altezze del cielo, ma tu non
senti la mia voce, sebbene io sia tua sorella che tu amasti sulla terra e
sebbene tu non amasti che me, o fratello, o fratello” (Ibidem, 279).
il filo rosso tra passato remoto e presente si materializza nell’ “Atlante
figurato del pianto”, ultima sezione di quello che è considerata forse l’opera
più compiuta della ricerca demartiniana, Morte e pianto rituale. Dal lamento
funebre antico al pianto di Maria (1958). qui, il materiale fotografico raccolto
in Lucania e in Sardegna viene comparato alla mimica gestuale della lamentazione
antica cristiana, greca ed egizia, come, ad esempio, le braccia piegate ad
angolo, considerate da De Martino un paradigma della lamentatiofunebre, o il
“kopetòs”: “le braccia sollevate in alto del modello precedente si abbattono
sulla testa e sono spinte verso il viso, con tendenza a iterare indefinitamente
l’atto e a dargli un ritmo di esecuzione collettiva” (Ibidem, 653)[v]. questo
passaggio dal dolore individuale a quello collettivo è una condizione costante
dell’opera demartiniana e della sua visione dell’apocalissi, che nel suo
andamento concentrico, dall’individuo, alla società contadina del Sud Italia, ai
popoli colonizzati[vi], sembra riprendere le parole di Gesù: “In verità vi dico:
ogni volta che avete fatto queste cose a uno dei più piccoli di questi miei
fratelli, l’avete fatto a me… In verità vi dico: tutto quello che non avete
fatto a uno di questi piccoli, non l’avete fatto a me” (Mt, 25, 40; 45). il
male, come il bene, ha un effetto domino che dal singolo si dilata alla
comunità, al cosmo, per questo ogni individuo, ogni gesto, è portatore di un
destino condiviso. De Martino, laico in dolore. bellissime, le sue parole, tutte
le sue parole a Vittoria De Palma:
> Ma non credere che io faccia propaganda di ateismo, e che con leggerezza
> voglia distruggere ciò che nella società presente con le sue ingiustizie e i
> suoi dolori è inevitabile, cioè la consolazione, della preghiera fatta al
> padre, e anche io, in dati momenti, come figlio di questa società, come figlio
> del dolore e dell’oppressione dico a dio la mia preghiera”.
>
> (De Martino 2004, 27)
la terza apocalissi della sua vita De Martino la visse durante la Resistenza,
cui partecipò attivamente da intellettuale[vii] anche redigendo, nel novembre
1944, dopo che le forze alleate erano entrate in Romagna, il Proclama della
Liberazione, all’epoca temporaneamente nascosto dal socialista Alvaro
Badiali[viii] nel granaio di Palazzo Maltoni, a Cotignola (Ravenna). nel
dicembre dello stesso anno De Martino soggiornò a Palazzo Annaratone, nella
frazione di Masiera (Bagnacavallo), a ridosso del fiume Serio, che per quattro
mesi divenne il fronte di guerra tra da una parte i Tedeschi e i repubblichini
fascisti e dall’altra le forze alleate. il racconto “I Trenta di Masiera”
rappresenta l’unico testo autobiografico pubblicato disponibile ad oggi di De
Martino, in cui parlando in terza persona quest’ultimo prende le spoglie di un
ingegnere meridionale stanco e pavido senza nome, “lo sfollato”, che insieme a
un gruppo di otto famiglie di classi sociali diverse è costretto a lasciare
Masiera, presso Fusignano, per andare a rifugiarsi in una villa vicina, in
attesa della liberazione. l’ingegnere “porta panni non suoi, laceri e unti, le
scarpe fanno acqua, e se ne sta avvolto in una capparella nera romagnola, dono
di un contadino di Masiera”. rimane in disparte, pensando alla famiglia lasciata
a Solarolo. proverà a incamminarsi su quei 28 Km che lo dividono dalla moglie e
dalle due bambine ma l’artiglieria lo farà tornare indietro. “il capitano
Adler”, delle forze alleate, dice loro che l’indomani all’alba dovranno
incamminarsi per 3 km verso Bagnacavallo con una bandiera bianca. ognuno
dispera, si insinua il dubbio che si tratti di un tranello. all’alba c’è
concitazione; nel mentre delle informazioni che si contraddicono una con
l’altra, entra un soldato tedesco, “lacero, infangato, senza elmetto, con la
barba lunga di giorni”. come non pensare al Ferito in fuga di Otto Dix, gli
occhi spalancati e ritorti, la benda sulla testa che non riesce a trattenere il
sangue che cola dalla fronte, la mano con una ferita come stimmate. dice
all’ingegnere che quello è il sesto Natale di guerra per lui. viene da una
cittadina della Bassa Sassonia. quando l’ingegnere gli chiede se ha una famiglia
risponde “Non so”, e poi si mette a ridere. De Martino dice che rideva come se
trovasse la domanda spiritosa. forse rideva dalla disperazione. morirà poco dopo
in un fosso, “l’oscuro fante”, accanto all’ingegnere, sporco del suo sangue[ix].
non ci sono più né nemici né alleati, né nobili né contadini ma una sola umanità
sofferente.
nei frangenti della Resistenza De Martino unisce la fragilità delle sue
condizioni di salute allo sperdimento della guerra, iniziando a forgiare nel
buio dell’anima quel concetto di “perdita della presenza” che caratterizzerà
tutta la sua riflessione scientifica, da Il mondo magico (1948)[x] a La fine del
mondo (1977). la “presenza” è presenza al mondo, alle ancore di riferimento
culturali della propria società: quello che fa rimanere in equilibrio, sebbene
precario. e la magia, “restauratrice di orizzonti in crisi” (De Martino 2022,
125) serve a riempire le voragini del crollo della presenza e la caduta
dell’individuo nel caos, la perdita della propria anima e di conseguenza del
proprio mondo, soprattutto in quei contesti dove gli àuguri si accaniscono
contro i più esposti, i contadini italiani e i popoli non industrializzati di
ogni parte del mondo. a domare i venti del fato contrario è lo sciamano, il
mago, “Cristo magico” “colui che sa andare oltre di sé, non già in senso ideale
ma proprio in senso esistenziale” (Ibidem, 99) per riscattare tutta la comunità
e portare “salvezza”. “Solo coloro che, nel loro dramma esistenziale, sono
diventati i signori del limite, gli esploratori dell’oltre, gli eroi della
presenza” (Ibidem, 105). il dramma magico esistenziale, scrive De Martino, si
dilata se ci riferiamo “a un grande tema culturale del magismo: la fattura o
malia”. prendendo l’esempio degli Arunta (Australia centrale), De Martino
descrive come il solo fatto di ritenersi affatturati dall’“apparecchio magico”
dell’arungquilta, o in caso di violazione di un tabù, può diventare causa di
morte laddove ci sia tale convinzione. da storico delle religioni, oltre che
antropologo, De Martino considera dramma nel dramma l’incapacità delle culture
occidentali industrializzate di capire la “funzione storica” della fattura e
della controfattura, che permette di cogliere il quadro esistenziale in cui
queste ultime si producono. negando la dimensione storica di questi fenomeni in
quanto eventi culturali si nega, tout court, la presenza storica degli individui
che ci credono e che in essi vivono. [xi]
è da ricordare che Il mondo magico viene pubblicato nel 1948, l’anno precedente
il primo soggiorno di De Martino in Lucania, a Tricarico, “l’immagine del caos”
(De Martino 2013, 121)[xii], e un anno dopo le Lettere dal carcere di Gramsci.
da quei primi soggiorni nel “Meridione” nascono le Note Lucane, pubblicate per
la prima volta nel 1950[xiii]. esse rappresentano il primo manifesto di pensiero
politico di De Martino applicato a una ricerca di campo etnografica nel Sud
Italia, e uno dei suoi documenti più vibranti. vengono da un humus storico e
politico che aveva già attirato l’attenzione su quelli che allora erano i servi
della gleba della nazione, i contadini del “Meridione”, rovina tra le rovine
della guerra. nel 1945 Carlo Levi aveva pubblicato Cristo si è fermato ad Eboli,
libro di testimonianza scaturito dal suo confino negli anni ‘30 per attività
antifasciste prima a Grassano, poi ad Aliano, in Basilicata. in quello stesso
anno Rossellini gira Roma città aperta; si inaugura la stagione neorealista ma
qui il regista, come lo scrittore, è una figura molto presente: le inquadrature
mostrano la sua mano, il suo angolo di lettura del mondo mentre nel
libro-testimone di Levi l’autore resta in disparte per far rimbombare l’umanità
dolente delle popolazioni lucane. De Martino, pur stimando Levi, non condividerà
la visione dei contadini lucani presi in un destino immobile; al contrario dirà
che proprio in quei sistemi di rappresentazione così lontani dal panorama
identitario della borghesia cittadina, tra cui il ricorso alla magia, sta la
dignità culturale, e quindi storica perché situata, delle popolazioni contadine.
in questo senso, De Martino si distacca dagli studi sul “folklore” che avevano
caratterizzato la demologia italiana fino ai primi decenni del ’900 per
costruire, anche a seguito dell’influenza gramsciana, una teoria sul confronto
tra classi egemoni e classi subalterne, che aprirà la strada al volume
dell’antropologo Alberto Maria Cirese Cultura egemonica e culture
subalterne. Rassegna degli studi sul mondo popolare tradizionale (1971)[xiv].
De Martino, che per primo si batte per rimanere presente alla sua storia, si
riconosce nello specchio delle lotte per rimanere al mondo dei contadini lucani,
siciliani, calabresi, la cui dignità di coscienza è insita proprio in quegli
oggetti di uso e di culto quotidiani ritenuti retrogradi e selvaggi dalle classi
politiche di un Paese che si apprestava ad entrare nel boom economico del
decennio successivo. nel 1948 Palmiro Togliatti andò a Matera per verificare le
condizioni di vita descritte da Levi, dichiarando le condizioni in cui vertevano
gli abitanti dei Sassi “vergogna nazionale”[xv]. tuttavia Togliatti si dimostrò
freddo rispetto alle ricerche di De Martino e al fatto che quest’ultimo
considerasse anche i contadini lucani protagonisti della storia in un momento in
cui il governo italiano era orientato verso l’industrializzazione del Paese e il
PCI guardava più al mondo operaio cittadino che ai contadini del “Meridione”, i
più poveri tra i poveri[xvi]. De Martino spiega il lamento lucano come parte di
un regime esistenziale, un sistema di rappresentazione del mondo imbevuto delle
tremende condizioni di vita dei contadini.
La Lucania, scrive De Martino, è caratterizzata da un’economia rurale
“relativamente arretrata”: i campi, caratterizzati da una grande
parcellizzazione della proprietà, distano decine di chilometri dai borghi di
residenza, i terreni sono avari, le frane frequenti. a livello famigliare vige
un profondo regime di dipendenza: gli uomini dipendono dai loro padroni, le
mogli dai mariti, l’anziana madre dai suoi figli, gli orfani restano in balίa di
chi li prende in carico. questo causa una grande “indeterminazione sociale”,
accentuata dall’enorme fatica delle attività agricole e dalle “lunghe
segregazioni” richieste dalla pastorizia, e porta a uno stato di “miseria
psicologica”. questa precarietà appare in tutto il suo fragore nel documentario
di Luigi Di Gianni Magia lucana (1958) di cui Ernesto De Martino fu consulente
scientifico. il paesaggio, simile a una cava di marmo, è scandito solo dagli
zoccoli dell’asino e dai passi dei contadini; i campi sono lontani dal paese,
ogni giorno è un viaggio per la vita in uno spazio ostile e muto, al tempo
stesso spazio vitale. e al paese si attende il ritorno “senza emozione”, quasi
che si sia incorporata già la possibilità di un lutto:
> E se non tornano? Se l’uomo cade colpito dalla natura muore con lui l’unica
> ricchezza, quella del suo vigore… Gioacchino mio, bene della tua donna, che
> morte improvvisa, bene della tua donna. Oh, le mani pregiate che avevi, quanta
> fatica hai fatto con queste mani, bene della tua donna. Mi debbo rimboccare la
> gonna e devo uscire fuori casa per lavorare alla giornata, bene della tua
> donna, e debbo scendere e salire le rampe del paese per guadagnare un pezzo di
> pane per i figli tuoi. Debbo mettermi la zappa sulle spalle per guadagnare una
> giornatella per i figli tuoi, bene della tua donna.
>
> Dove sarà il fidanzato lontano? Dimmelo Santa Monica, dimmelo, angelo della
> Notte.
in questo contesto, “la morte di una persona di famiglia risolleva di colpo,
nella sua imponente carica emozionale, tutto l’arco di una vicenda esistenziale
deficitaria”. le lacrime di una persona sono le lacrime di tutti, e non si
piange per una sola ragione ma per tutte le ragioni in un pianto solo. in questo
senso il lamento, ma anche l’ascesso erotico, la bulimia, l’autolesionismo,
rispondono a questo panorama esistenziale. in particolare, il lamento funebre
come “istituto culturale” serve a non scivolare nella “scarica incontrollata di
impulsi o in una sorta di stupore immemore della situazione luttuosa” (De
Martino 2013, 157), un ricorso questo in cui anche l’autolesionismo, come ad
esempio lo strapparsi i capelli o battersi il capo, viene ritualizzato con il
supporto di moduli recitativi ridondanti attraverso il lamento funebre.
nelle Note Lucane De Martino identifica un relativo riscatto dei contadini
lucani della Rabata di Tricarico attraverso forme di resistenza alle autorità e
ai politici locali che instillano un “fermento di civiltà e storia che
restituisce al tempo prospettiva e contenuto umani”. è emblematico il caso del
berretto del maresciallo Gallo, strappatogli durante l’occupazione della caserma
dei Carabinieri dai paesani di Tricarico e passato di mano in mano sino a finire
nell’orinatoio del paese, in un burrone e poi sotto le radici di un melo. sotto
la pressione popolare il maresciallo Gallo fu allontanato dal paese e questo
rappresentò per De Martino un momento di riappropriazione della storia da parte
dei Rabatani.
> Essi vogliono che quel loro cercarsi in questo mondo di tenebre tendendosi le
> mani e chiamandosi ‘frate, frate’ si costituisca in immagine altrettanto
> storica come gli affreschi della cappella Sistina o la cupola di Michelangelo.
> Ma essi vogliono anche che giunga al mondo l’eco dei loro sforzi per
> emanciparsi, e dal fondo delle loro spelonche, deformi nei corpi logorati
> dall’umido, essi gettano sul viso di coloro che iniquamente li tengono in
> catene il verso di sfida: ‘Nuie simme a’ mamma d’a’ bellezza’, noi siamo la
> giovinezza del mondo.
>
> (Ibidem, 132-133)
De Martino sente senso di colpa e collera per le condizioni dei Rabatani, “una
collera tutta storica perché storica è la mia colpa come anche la colpa del
gruppo sociale al quale appartengo” (Ibidem, 140). da borghese intellettuale,
vede la sua libertà come il sacrificio delle popolazioni lucane, un
compiacimento per “civettare con la ‘dignità della persona umana’ al modo che la
intendono coloro che ‘fanno gli intelligenti’”[xvii]. “Rendo grazie al quartiere
rabatano e ai suoi uomini per avermi aiutato a capire meglio me stesso e il mio
compito” (Idem).
è in questo solco che quasi dieci anni dopo Ernesto De Martino prepara la sua
missione di ricerca nel Salento sul tarantismo, anche qui per dimostrare che la
‘follia’ e la sua canalizzazione terapeutica non sono peculiari a popolazioni
ignoranti e incoscienti ma sono il grido di dolore di cuori castrati, della
“noia” della solitudine e dell’amore. colui che ama, sa. ne La Terra del
rimorso, egli incontra di nuovo un’umanità di sangue e carne che guarda al cielo
per scorgere i messaggi di fortuna e sfortuna dell’acre giornata, alla terra per
piangere i suoi morti. rispetto a questa condizione, scrive De Martino, il
tarantismo assicurava qualche giorno da eroi, l’attesa “dell’epoca del sogno”:
> ognuno poteva così rialzare la propria sorte tanto quanto la vita l’aveva
> abbassata, e viveva episodi che si configuravano come il rovescio della
> propria oscura esistenza. Al verde paradiso si contrapponeva un paradiso in
> rosso, un agonismo che si sforzava di mimare pose eroiche, il sognare di
> essere un grande della terra, un atleta, un abile, un capitano, un tribuno, un
> artista a corte, un Re dei Re.
>
> (De Martino 2023, 175)
c’è un’immagine, quasi un’immagine spiritica, evanescente, tra quelle presenti
ne La terra del rimorso, quella di una tarantata, Rosaria di Nardò, che, di
schiena, picchia con i pugni chiusi la porta che cela la statua di San Paolo,
patrono delle tarantate e dei tarantati. siamo a Galatina, alla festa annuale
dei SS. Pietro e Paolo. che differenza con quella sequenza de La taranta di Gian
Franco Mingozzi (1962), quando la tarantata Lea batte sul vetro del ritratto di
San Paolo, tenuto da un bambino. lì lei è a casa sua, regina. il viso è teso,
nodoso come un tronco d’olivo. è in collera con San Paolo, che non si decide
ancora a darle la grazia per far cessare la sua danza; è in collera com’è in
collera un’amante verso l’amato, con la rabbia dell’amore degli esseri umani.
intorno ha i musicanti che la accompagnano, la seguono e la “scazzicano”
formando un corpo solo con lei e allo stesso tempo un dialogo armonico[xviii].
San Paolo non concede la grazia, e Lea continua a danzare rabbiosa. è vita, lei,
secondo un codice che tutti conoscono. invece a Galatina i rituali domestici che
rendevano la tarantata protagonista della sua possessione sbiadiscono davanti a
una folla che sembra non fare altro che aumentare la solitudine del morso
d’assenza. non si può non notare anche la differenza di genere. una foto ritrae
un tarantato a terra all’interno della cappella di San Paolo. si chiama Donato
di Matino; ha gli occhi chiusi, le braccia e la bocca aperte. vicino a lui
quattro donne sono chine; stanno sistemando un cuscino sotto la testa di una
tarantata. attorno, un gruppo di persone guarda senza guardare, quasi a disagio.
altre due foto ritraggono la piazza antistante la chiesa dei SS. Pietro e Paolo.
la folla si accalca attorno a due tarantate; una è sdraiata a terra, l’altra,
nella seconda foto, è carponi. nelle due immagini sono presenti soprattutto
uomini. la donna che era carponi si alza e intima alla folla di dividersi in due
ali, lei al centro. sembra dare un ordine ma in realtà è schiacciata
dall’indifferenza, dalla non-partecipazione di chi le si accalca intorno. tra
quelle persone, oltre ai famigliari, c’è anche una massa di curiosi attratti da
una morbosità improferibile. il corpo unico del rituale domestico non c’è più,
c’è solo il corpo randomico della tarantata, urla sole senza rito. e non c’è più
la lotta d’amore con San Paolo, cancellata dalla sfilata della statua del
patrono con la banda del paese: suoni omogeneizzati in onore dei Santi patroni,
la modernità. fedeli anonimi, non amanti che si chiamano per nome.
“un sistema di inerzie, di intolleranze, di contraddizioni inavvertite, di
incompatibilità sopportate: ma in questo caos cui si dà il nome romantico di
‘folklore’” (Ibidem, 393)[xix]. queste parole, che chiudono La Terra del
rimorso, De Martino le scrive insieme a Vittoria De Palma. sul campo, Vittoria
prepara l’incontro, con il suo sorriso solare smussa la diffidenza, soprattutto
nell’approccio dell’équipe con le donne, quelle contadine che in un piccolo
paese videro per la prima volta le proprie fattezze attraverso le foto mostrate
da Vittoria, scattate durante un soggiorno precedente, credendo alle compaesane
presenti che dicevano che in effetti erano proprio loro. una ricerca di campo,
le antropologhe e gli antropologi lo sanno bene, è un travaglio di compromesso,
soprattutto con la propria coscienza. un continuo pericolo di oggettivazione
delle persone, i momenti in cui l’ambizione di raccogliere “dati” prevalica
sulla percezione che si è realmente davanti a esseri umani che hanno priorità
profondamente diverse dalle nostre. l’esperienza di campo è una continua
decentratura, un continuo riconoscimento dei propri limiti, un continuo rammendo
di poli a volte inconciliabili. anche De Martino si è trovato davanti a questo
compromesso. alcuni suoi metodi per ottenere le informazioni possono sollevare
interrogativi, come nel caso della giovane Rosa di Ferrandina, “l’immagine di un
torbido ingorgo di potente sensualità” (De Martino 1953, 75). De Martino voleva
registrare il pianto di Rosa per un lamento funebre ma la ragazza era restìa.
trovarono un compromesso. la ragazza proferì il suo lamento da uno sgabuzzino
dando a Vittoria la mano per allontanare il malaugurio di intonare il lamento
fuori dal rituale, e all’esterno il tecnico della RAI registrò la voce di Rosa
facendo passare il microfono attraverso l’angusta fessura della porta socchiusa.
in molti casi De Martino chiese espressamente alle persone di riprodurre canti e
gesti rituali funebri, come accadde a Pisticci. nelle Note lucane e nell’ultima
appendice de La Terra del rimorso si evince che De Martino era consapevole di
questi scarti dell’incontro, che riconobbe con anima intera, quella con cui
abbracciò tutti gli eventi della sua vita.
è difficile parlare di un essere umano smisurato. è difficile parlare di Ernesto
De Martino. cerco un appiglio nella vastità della sua opera, della sua persona,
di cui probabilmente ancora non ci si rende esattamente conto, per concludere
questo brevissimo omaggio. in un’intervista di molti anni fa chiesero a Norberto
Bobbio cosa considerasse la cosa più importante, arrivato alla sua età; credo
che all’epoca avesse circa 90 anni. durante la vita, disse, si considerano
prioritari il proprio lavoro, i propri testi; poi, arrivati in fondo, l’unica
cosa preziosa che resta è l’amore delle persone care. se devo pensare a una sola
cosa che resta di Ernesto De Martino dico l’amore. amore per quel creato che era
il teatro di apocalissi e catastrofi che egli restituì in una scrittura così
caparbiamente non-attuale, a tratti ostica. e così semplice quando parlava a
Vittoria nella lingua del sogno, nella loro lingua, nel loro sogno, alleggerita
di tutto tranne dell’essenziale:
> La mia anima è ormai un oceano in tempesta, e ogni ondata porta il tuo nome,
> il mio sguardo è ormai allucinato e l’unica immagine che esso vede è la tua.
> Il mio cuore batte solo le ore dei nostri incontri e i miei pensieri per te e
> anche il mondo che si tocca, il mondo delle cose, va gradatamente scomparendo
> al mio sguardo per lasciare posto ad un unico corpo reale, a un corpo che non
> è materia, che ha perso per me tutte le macchie del peccato, è un corpo che è
> puro, che è anima e che è solo la via per conoscere l’anima…
>
> (De Martino 2004, 30)
Cristiana Panella
**
Riferimenti bibliografici
Charuty, G. Les vies antérieures d’un anthropologue. Marseille: Éditions
Parenthèses, MMSH, 2009.
Dei, F. e A. Fanelli 2015. “Magia, ragione e storia: lo scandalo etnografico di
Ernesto de Martino”. Introduzione a E. De Martino, “Sud e magia”. Roma: Donzelli
[1959] 2015, IX-XLV.
De Martino, E. “Note di viaggio”, Nuovi Argomenti, 1 (2), 47-79, 1953.
De Martino, E. Vita di Gennaro Esposito napoletano. Appunti per una biografia di
Ernesto De Martino. Calimera: Kurumuny-edizioni, 2004.
De Martino, E. Furore Simbolo Valore. Milano: il Saggiatore [1962] 2013.
De Martino, E. La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi
culturali. Torino: Einaudi [1977] 2019.
De Martino, E. Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di
Maria. Torino: Einaudi [1958] 2021.
De Martino, E. La Terra del rimorso. A cura di M. Massenzio. Torino: Einaudi
[1959] 2023.
Fanelli, A. 2019. “ ‘La verità sta di casa tra Palazzo Filomarino e il Sasso di
Matera’. Un carteggio tra Alberto Maria Cirese ed Ernesto de Martino”, Studi
Storici, 1, 5-44.
Faranda, L. Le lacrime degli eroi. Pianto e identità nella Grecia antica. Roma:
Edizioni Universitarie Romane [1992] 2022.
Panella, C. 2022. “L’incantevole vertigine dell’anima sbigottita. Magia,
etnografia e movimento nella taranta di Suzanne Doppelt”, Pangea, 25 Marzo 2022.
Quarta, L. “Apocalisse e storia. Fondazione trascendentale dell’umano”, ANUAC,
10 (2), 75-83, 2021.
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[i] Intervista di Luigi Chiriatti a Vittoria De Palma in De Martino 2004, 29.
[ii] Il sisma di magnitudo XI della scala Mercalli con il successivo maremoto
che uccise, tra le province di Messina e Reggio, circa 90.000 persone avvenne
all’alba del 28 dicembre 1908 ma le scosse erano iniziate dai primi di novembre
di quell’anno; pertanto è probabilmente agli eventi di fine novembre che il
ricordo della madre di De Martino si riferisce (Panella 2025, in pubblicazione).
Ringrazio Maria Grazia Insinga per avermi dato questa informazione temporale
sulla scosse del novembre/dicembre 1908.
[iii] La prima edizione de La fine del mondo è stata curata per Einaudi da
un’assistente di ricerca di De Martino, e successivamente fine antropologa,
Clara Gallini. Dopo l’edizione del 2002, quella del 2019, sempre per Einaudi, a
cura di Giordana Charuty, Daniel Fabre e Marcello Massenzio, è stata in alcune
parti tradotta e redatta, con un’organizzazione più sistematica e accessibile
rispetto all’edizione a cura di Gallini, a partire dalla versione francese
pubblicata nel 2016 dall’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS),
curata da Charuty.
[iv] Le ricerche di campo vedranno la partecipazione di diverse competenze tra
cui Vittoria De Palma come assistente sociale e ponte con il mondo femminile, lo
psichiatra Giovanni Jervis, l’antropologa Amalia Signorelli, lo psicanalista
Emilio Servadio, l’etnomusicologo Diego Carpitella e il fotografo Franco Pinna.
[v] In Le lacrime degli eroi. Pianto e identità nella Grecia
antica l’antropologa Laura Faranda recupera la prospettiva di Morte e pianto
rituale per indicare il principio di “soglia” tra il polo della vita e quello
della morte, insito nel pianto rituale demartiniano, per sondare la valenza del
pianto anche nel polo di vita, tornando alla funzione sociale del pianto
teorizzata da Marcel Mauss, che vedeva l’obbligatorietà delle lacrime in un
assetto istituzionalizzato, come le formule di saluto o i rituali iniziatici,
poi riscontrate in successivi contesti etnografici (Faranda 2022). Allo stesso
tempo De Martino scrive che la pratica del kopetòs era combattuta dalla Chiesa
cristiana stessa, riportando diverse omelie e testimonianze già del primo
Cristianesimo, da San Paolo a Giovanni Crisostomo a Gregorio Nazanzieno, fino
alle punizioni contro le “donnette” che si danno ai “barbarici clamori” operate
nel ‘500 e nel ‘600, in cui si nobilita il dolore composto e si redarguisce il
lamento ostentato (De Martino 2013, 147-152). A questo proposito non si può non
pensare alla compostezza del dolore di Maria come leit-motiv di molte
rappresentazioni pittoriche.
[vi] Rispetto a Gramsci, De Martino estende la riflessione sul confronto tra
culture egemoni e culture subalterne ai Paesi extra-europei colonizzati dalle
potenze europee, anche avvicinandosi allo studio dei culti millenaristici. “In
tal modo si è venuta raccorciando la distanza che separava le forme culturali
subalterne interne alla civiltà occidentale e le culture indigene dell’epoca
coloniale: la differenza tra le une e le altre appare sempre più esser di misura
e non di qualità, e sempre meno appare giustificabile una distinzione rigorosa
dell’oggetto della etnologia da quello delle tradizioni popolari, poiché in
entrambi i casi stanno davanti a noi sincretismi interculturali, rapporti tra
livelli diversi di cultura, dinamiche messe in movimento da questi rapporti” (De
Martino 2019, 322).
[vii] Dal 1945 De Martino operò come segretario di federazione del Partito
socialista a Bari, Molfetta e Lecce; l’anno dopo si iscrive al Partito comunista
italiano, in cui viene ufficialmente ammesso nel 1953.
[viii] Alvaro Badiali fu attivo nella 28° Brigata Gordini Garibaldi a Cotignola
(Ravenna). Rappresentò il PSI nel CLN locale (fonte:
storiaememoriadibologna.it).
[ix] Il racconto “I Trenta di Masiera” è disponibile sul blog dell’antropologo
Riccardo Ciavolella “Alterpolitica” (hypotheses.org).
[x] Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo inaugurò la celebre
“Collana viola”, Collezione di studi etnologici, religiosi e psicologici di
Einaudi, creata da De Martino stesso e Cesare Pavese, importante contributo per
l’apertura della cultura italiana a temi e lavori internazionali di
antropologia, sociologia e psicanalisi. Nella stessa Collana furono pubblicati,
tra altri, Jung, Lévi-Bruhl, Kérény, Propp, Malinowski, Frobenius, Frazer,
Durkheim, Eliade.
[xi] Il confronto tra Ernesto De Martino e i suoi maestri, Adolfo Omodeo e
Benedetto Croce, fu travagliato e non privo di ambiguità rispetto a quelle
posizioni etnocentriche da cui il primo voleva distaccarsi. Semplificando
estremamente potremmo dire che De Martino, per una parte della sua ricerca, si
distingue dal pensiero di Croce nella misura in cui quest’ultimo considera la
magia una superstizione fuori dalla storia, ossia dal libero arbitrio e dalle
scelte individuali che fanno la storia, e la follia come un spazio senza storia
né prospettiva storica. Per un’analisi sfumata delle posizioni di Croce e De
Martino si veda Dei e Fanelli 2015.
[xii] Tra il 1949 e il 1950, Ernesto De Martino effettua tre soggiorni à
Tricarico, ospite, insieme a Vittoria De Palma, del sindaco e poeta Rocco
Scotellaro. Ci tornerà nel giugno 1952 per una missione di preparazione del
soggiorno di ricerca dell’autunno dello stesso anno, insieme, oltre che a
Vittoria De Palma, a Benedetto Benedetti e Arturo Zavattini.
[xiii] Prima pubblicazione: De Martino 1950. “Note Lucane”, Società, VI (4),
650-667. La rivista Società era stata creata nel 1945 dall’archeologo Ranuccio
Bianchi Bandinelli e dal filosofo Cesare Luporini come voce del PCI. Nel 1953
verrà avviata da Alberto Moravia e Alberto Carocci la rivista Nuovi Argomenti,
che nel primo numero accoglierà diversi testi di Francesca Armento, madre di
Rocco Scotellaro. Queste iniziative editoriali daranno un forte impulso al
dibattito sul folklore che, nutrito dall’opera di Gramsci e dalla pubblicazione
di Cristo si è fermato ad Eboli, non avrà pari in Europa in quel periodo
(Charuty 2009, 22).
[xiv] Sul carteggio tra Ernesto De Martino e Alberto Cirese, si veda Fanelli
2019.
[xv] I Sassi vennero sgomberati su iniziativa di Alcide De Gasperi con la legge
619 del 17 maggio 1952.
[xvi] Tra gli anni ’50 e ’60 per la prima volta in Italia il numero degli
operai superò quello degli agricoltori.
[xvii] Qui De Martino riprende una famosa rima rabatana contro gli
intellettuali, identificati soprattutto con i politici e il clero: “Voi che fate
l’intelligente/non capite proprio niente./Se nun fusse pe’ li cafoni/ve
mangiassive li cuglioni”.
[xviii] Per la sintesi di alcuni elementi che caratterizzano il tarantismo
“agito” analizzato da De Martino, si veda Panella 2022.
[xix] Il passo è tratto dall’appendice V, l’ultimo contributo del volume.
L'articolo “La mia anima è ormai un oceano in tempesta”. In ricordo di Ernesto
De Martino proviene da Pangea.
Q uesta signora indiana minuta, elegante, sorridente mi aspetta nella hall di un
hotel a Testaccio. Veena Das, una delle più grandi antropologhe viventi è stata
invitata al Festival delle Periferie diretto da Giorgio De Finis a parlare dei
temi che sono al centro del suo lavoro: la violenza e il modo con cui la gente
sopravvive a essa. Il suo libro, Vita e parole. La violenza e la discesa
nell’ordinario è appena uscito per Castelvecchi, con una prefazione del filosofo
Piergiorgio Donatelli che lo inquadra in maniera magistrale nel dibattito che fa
dialogare antropologia e scienze umane.
La sua prefazione precede quella fittissima di Stanley Cavell, il filosofo
americano di cui Veena Das è stata allieva e amica. La “discesa nell’ordinario”
del titolo si riferisce all’elaborazione che Cavell ha fatto del pensiero di
Wittgenstein. Veena Das ha le carte in regola per occuparsi della materia perché
ha sempre affiancato la sua ricerca alla pratica diretta di luoghi e persone
coinvolte in drammi e violenze. A Delhi, che è la sua città, ha vissuto tra le
vittime della violenza post-partition (quando l’India è stata separata dal
Pakistan), tra quelle dei massacri di sikh seguiti all’assassinio di Indira
Gandhi e quelle dei conflitti hindu-musulmani aizzati dalla politica
nazionalista di Modi.
Nel suo libro Veena parla del suo mestiere di antropologa come di una forma di
“devozione al mondo”, nello spirito con cui Wittgenstein diceva “Quando ho
esaurito le giustificazioni arrivo allo strato di roccia, e la mia vanga si
piega”. Veena commenta infatti: “Per me l’amore per l’antropologia si è
trasformato in una faccenda per cui quando raggiungo il sostrato di roccia non
mi rompo a causa della resistenza dell’altro, ma in questo gesto dell’attesa
lascio che la conoscenza dell’altro mi segni.” L’idea è che la realtà dell’altro
non sia deducibile astrattamente ma solo sperimentabile nella quotidianità, in
quel “passo a passo” di cui è fatta. L’ordinario è il modo con cui la gente fa
la vita e la rifà quando essa è stata distrutta, massacrata. La chiave è quella
“domesticità” che è fatta dei gesti quotidiani, ma anche della prossimità dei
vicini ‒ che spesso nei drammi sono più capaci di dare una mano degli amici.
Mentre ne parlo a Veena Das lei mi racconta come la gente “si aiuta” servendosi
delle mitologie hindu, delle storie che sono presenti nelle Ramayana come nel
Mabharata. C’è un modo di elaborare la violenza subita che è comportarsi come le
vedove delle storie che anche coloro che non sanno leggere e scrivere sanno. Il
discorso di Das è un continuo trapuntare l’esperienza diretta con la profonda
conoscenza della costellazione mitologica dentro cui la gente vive.
> L’ordinario è il modo con cui la gente fa la vita e la rifà quando essa è
> stata distrutta, massacrata.
Veena dice che il modo con cui le “agenzie di sviluppo” trattano i traumi non
afferra il fatto che il dolore non è mai “fermo”, ma si elabora continuamente.
La cura di esso passa attraverso la domesticità, quel prendersi cura ‒ anche nel
più devastato slum ‒ del luogo e delle persone, un carico soprattutto femminile,
ma anche assegnato agli amici hindu e musulmani che nonostante i massacri
interetnici riannodano i propri legami.
Oggi Veena Das è un riferimento obbligato per coloro che lavorano sulla violenza
e sui modi con cui si può resistere e sopravvivere a essa. I suoi testi sono una
lezione su come addomesticare la filosofia, su come farla scendere
nell’ordinario per farle toccare quello zoccolo duro che è la materia prima
della vita. Ce n’è uno recente che si intitola “Texture of the ordinary:
Anthropology after Wittegenstein”: fedele alla definizione di “forme di vita”
del filosofo viennese, per Veena Das si tratta proprio della minuzia, del
dettaglio, del modo con cui la vita si esprime nell’unico modo percepibile,
nella quotidianità.
Domanda infatti: “Che cosa significa abitare un mondo? Come si fa a renderlo il
“proprio” mondo? Come si spiega l’apparire del soggetto? Che cosa significa
perdere il proprio mondo? Qual è la relazione fra possibilità e realtà o fra
realtà ed eventualità, quando si cerca di trovare un mezzo per descrivere la
relazione fra gli eventi critici che hanno dato forma alle ampie domande
storiche e la vita quotidiana?”.
Mentre le parlo mi rendo conto che Veena mi regala il tessuto dei suoi rimandi,
tra poemi e racconti indiani, l’assiduità di una condivisione nei quartieri
popolosi di Delhi e la capacità di abbracciare il pensiero attuale che fa sì che
oggi insegni alla Hopkins University a Baltimora. Il suo lavoro e il suo
pensiero stanno influendo in maniera radicale sul modo in cui le scienze umane
devono imparare a guardare il mondo con i suoi strazi e le sue violenze, ma
anche con la coscienza della dignità che la gente nella propria vita quotidiana
riesce sempre a ricostruire.
> Come addomesticare la filosofia, come farla scendere nell’ordinario per farle
> toccare quello zoccolo duro che è la materia prima della vita?
Veena dice che sono queste persone a fare filosofia: “Penso che le persone
comuni, nel semplice processo della loro vita, arrivino a formulare riflessioni
molto profonde su come vivono le loro vite. Forse non hanno il linguaggio
filosofico, ma in un certo senso mi sembra che non ci debba essere distanza tra
una vera filosofia e la comprensione del modo in cui le persone vivono la loro
vita, come cercano di imparare ad abitare mondi che ci sono stati dati con tutti
i segni della distruzione che hanno subito”.
L'articolo Vita e parole di Veena Das proviene da Il Tascabile.
R icordo di essermi sempre chiesto cosa significasse l’orizzonte di casa. Dal
balcone, al terzo piano di un palazzo, osservavo i crinali di due grosse
montagne sporgenti, a sinistra e a destra, mari d’alberi e due piccoli paesini
arroccati. Sotto – tra loro e me – una strada, orientata nord-sud, parallela
alla linea delle alture. Mi chiedevo perché quegli accumuli di case fossero
proprio lì e non più giù, o più su, e perché la strada piegasse esattamente in
quella direzione. Per come era ordinato il tutto – pensavo – a me, alle montagne
e ai paesi, non rimaneva che essere spettatori, in basso, di un transitare
infinito. Di macchine, principalmente. Quella geometria del mio orizzonte, lo
spazio vuoto, lo sguardo obbligato sulla strada, ho scoperto, non erano casuali.
A Isernia vivevo, infatti, sul fantasma di un tratturo. Il che spiegava tutto, o
quasi.
Una lunga via d’erba, che attraversa campi, boschi, pascoli e neviere, dalla
montagna alla pianura, andata e ritorno, è questo il tratturo. Sopra, le capre e
i pastori: in inverno sulla spianata, in estate sui monti. L’arteria stradale
della secolare transumanza appenninica. Una forma antica e duratura di economia
naturale, che spingeva a muoversi lungo tracciati segnati da un verde un po’ più
pallido, smorto dal calpestio.
Il grande storico Fernand Braudel in Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età
di Filippo II (1965) diceva dei tratturi che sono “cicatrici, come quelle che
segnano la pelle di un uomo per tutta la vita”. Braudel però era stato
ottimista. D’altronde non aveva ancora assistito a tutte le tremende conseguenze
dei processi di sviluppo sui territori non urbani. Alla lenta e graduale
cancellazione delle loro vocazioni naturali e ambientali, avvenuta dalla seconda
metà del Novecento. Da cicatrici, segni che comunque restano, i tratturi si sono
trasformati in qualcosa di più simile a dei fantasmi: sono una presenza dubbia,
che si fa trasparente. Quando se ne cercano le tracce, solo allora, acquistano
un senso i muretti a secco diroccati, le sbieche strisce d’erba tra le campagne,
i vecchi stazzi sulle cime dei monti, i santuari micaelici nelle grotte. Oggi
qualche cartello, marrone e solitario, segnala la loro presenza tra i tornanti
che servono a raggiungere contrade ormai quasi disabitate. Ma sono ben poco
rispetto a quello che erano. Certo, hanno segnato lo spazio in profondità, ma in
un modo che ormai si fa fatica a riconoscere. Rinselvatichiti, degradati o
coperti dall’asfalto, ne rimangono residui, scampoli. Quasi tutti in Molise.
Chiunque lo attraversi non può che cadere in una rete di piste false, strade
d’asfalto nuove e incongruenti, partorite su mondi scomparsi.
> Da cicatrici, segni che comunque restano, i tratturi si sono trasformati in
> qualcosa di più simile a dei fantasmi: sono una presenza dubbia, che si fa
> trasparente.
Come ha scritto Gino Massullo, in Storia del Molise (2006), già dal Secondo
secolo dopo Cristo infatti il Molise è una regione di passaggio, una sezione
intermedia, tra due poli attrattivi, le cime abruzzesi e le pianure pugliesi e
laziali: per questo la storia dei tratturi è strettamente legata a quella
molisana e l’una sconfina nell’altra. Il paesaggio di questa piccola regione si
è formato attraverso una danza nomade animale e umana con l’ambiente naturale.
Da quando si è spenta la causa che lo originava, la transumanza, è rimasto un
senso di vuoto, e in Molise l’assenza di qualcosa è più evidente che in altri
posti. Niente o quasi ha riempito un orizzonte passato, di un tempo fuori dal
tempo.
E frutto di una lunghissima storia. Isernia è stata casa dell’uomo più antico
d’Italia, a metà strada tra erectus e sapiens (il ritrovamento di un dente di
bimbo ce lo testimonia). Il sito archeologico La Pineta conserva il suo
insediamento di bisonti, mammut, ippopotami, una grassa festa di carcasse
fossilizzate. Durante l’antichità, fin dal Settimo secolo prima della nascita di
Cristo, su quelle stesse terre era emersa un’oligarchia di pastori guerrieri che
al suo massimo sviluppo li avrebbe portati a competere con i romani per il
predominio sull’intera penisola. Edward Togo Salmon, nel noto Il Sannio e i
Sanniti (1985), scrive che per i popoli della regione “gli animali più
importanti erano le pecore, per la loro produzione di latte e per i suoi
derivati, nonché per la lana”. Iniziavano quegli spostamenti regolari, e
regolati, delle greggi condotte dal monte al piano. All’alba del ver sacrum, “la
primavera sacra”, una nuova generazione fondava una nuova colonia. Un rito
sacrificale dietro cui si nascondeva la necessità migratoria di una società
pastorale che soffriva la sovrappopolazione e la conseguente mancanza di risorse
(i pascoli): i sanniti si espandevano sulla scia dei loro animali.
Una vita dedita alle bestie implicava anche un abitare diverso. Il sistema
paganico-vicanico (il pagus era una circoscrizione rurale legata a un culto
locale, il vicus una sua parte) ha lasciato una traccia indelebile: nel Molise e
nell’Abruzzo meridionale odierno rimangono i resti degli oppida, e dei castella,
gli insediamenti fortificati di mura “ciclopiche” a guardia delle vie della
transumanza più a valle. Sono vedette di pietra ormai nascoste dalla
vegetazione, a tratti diventate tutt’uno con il verde circostante e la roccia
bianca delle murge. Arrampicarsi sulle montagne per cercarle è la cosa più
vicina a quel che rimane dell’esplorazione in un mondo già tutto esplorato.
Vedere i grossi massi incastrati, occultati tra gli alberi, fa tornare in mente
le parole dell’ecologo statunitense Aldo Leopold quando diceva che “la natura
selvaggia è il materiale grezzo nel quale l’uomo ha faticosamente scolpito
quest’artificio che chiamiamo civiltà”. Nelle tracce della civiltà pastorale
sannita, fatta di strade e pietre, quella fatica si respira.
Anche i romani capirono abbastanza presto la forza economica nata sugli
Appennini. Aprirono però l’orizzonte a quei movimenti di lungo raggio che hanno
caratterizzato la transumanza. Spostamenti ritmici, cadenzati, definiti da tempi
vegetali e climatici, per soddisfare le esigenze vitali delle bestie, sempre
fameliche di erbe fresche, di germogli e arbusti. Le vie usate per monticare e
demonticare, su e giù, e verticalmente e orizzontalmente, tra regioni diverse,
iniziarono a segnare a fondo il paesaggio italico creando il saltus – un sistema
di campi aperti al pascolo promiscuo delle greggi – che descriverà bene Emilio
Sereni nella sua opera più celebre, la Storia del paesaggio agrario italiano
(1961).
Il sacro, poi, incastonava i tratturi. Disseminate di statuette bronzee di
Ercole, connesso alla forza fisica soprattutto guerriera e pastorale, sulle
“strade animali”, nel Medioevo, si è sovrapposto il culto micaelico. Nei giorni
della celebrazione di san Michele si parte e si torna con le greggi: “scasata” e
“remenuta”. La spada dell’arcangelo ha sostituito la clava erculea, e il
mantello il leonté, la pelle del leone nemeo, ucciso durante la prima fatica. Il
santo viene venerato specialmente nelle grotte, dove affiorano le sorgive, che
sono il riparo perfetto per i pastori e sosta obbligata per le capre:
dall’Abruzzo al Gargano, all’interno della transumanza, la via micaelica
rappresenta una riconoscibile traiettoria sincretica. Lo stesso può dirsi per il
culto mariano. Le Vergini nere, legate in particolare ai luoghi della
pastorizia, sarebbero in relazione con gli spazi già consacrati a divinità
pagane. Il santuario della Madonna di Canneto, tra Abruzzo, Lazio e Molise, meta
di pellegrini e luogo di apparizione, a una pastorella, della Vergine Bruna – la
Stella del Monte Meta – sorge sul culto di Mefite, dea sabellica connessa alle
acque e alla fertilità. La Madonna Nera, in un’altra assonanza pagana, siede
sempre su troni di quercia che rappresenterebbero la Natura stessa. La madre del
figlio di Dio in Molise poggia il suo corpo su quello che c’è. I tratturi in
questo senso sono stati lo scenario di un crocevia religioso secolare, di
un’evoluzione cultuale legata indissolubilmente alla fisicità ambientale dei
luoghi. Spiegano la ricchezza sacrale in posti così raccolti.
> Il sacro incastonava i tratturi. Disseminate di statuette bronzee di Ercole,
> connesso alla forza fisica soprattutto guerriera e pastorale, sulle “strade
> animali”, nel Medioevo, si è sovrapposto il culto micaelico.
La Regia dogana della mena (la conduzione) delle pecore di Puglia, istituita nel
1447 da Alfonso d’Aragona e sopravvissuta fino all’Ottocento, produsse le vie
d’erba che si riconoscono oggi più facilmente. I tratturi divennero regi: furono
stabilite le misure del passaggio, la larghezza delle strade – sessanta passi
napoletani – tracciati i confini, puntellati da cippi: venne formandosi “l’erbal
fiume silente” dannunziano, resistito fino al Diciannovesimo secolo, fra
tratturelli, bracci, stazioni di posta e riposi. Lungo quelle strade
transitavano, nel periodo di massima espansione, quasi tre milioni di ovini su
oltre tremila chilometri di tracciato. Una fila animale interminabile, un
traffico stagionale senza semafori, economie della lana, città di guardia.
Le narrazioni si soffermano però su un mondo arcadico irrealistico. Le vite dei
pastori, affatto “romanticizzabili”, raccontano piuttosto delle partenze, dei
viaggi e delle lontananze, e delle difficoltà incontrate lungo il percorso. Una
di queste, sebbene ingigantita nell’immaginario collettivo, è rappresentata dal
Canis lupus italicus, nemico temibile e vorace di ovini. Romolo Trinchieri nel
suo lavoro sulla transumanza negli anni Cinquanta del Novecento scriveva che
“nelle ore antelucane su in montagna talvolta la quiete dello stazzo è rotta ad
un tratto da ululati, abbaiamenti, clamori”. Così iniziava la lotta con i lupi.
Dall’altra parte i pastori e i loro bastoni, i cani dotati di “vraccale”, il
collare chiodato, e i lupari, veri e propri professionisti della difesa dei
greggi. Una lotta impari, come ha scritto Corradino Guacci, storico e
naturalista, in La transumanza. Uomini e lupi nella Capitanata del XIX secolo
(2013), che si è declinata in una ferocia così brutale, verso il nemico naturale
degli ovini, che ne ha quasi decretato l’estinzione. Il lupo solo da poco è
tornato ad affacciarsi in queste zone.
> Le narrazioni si soffermano su un mondo arcadico irrealistico. Le vite dei
> pastori, affatto “romanticizzabili”, raccontano piuttosto delle partenze, dei
> viaggi e delle lontananze, e delle difficoltà incontrate lungo il percorso.
Anche la mitografia del pastore, del suo carattere guerriero o nomadico,
possiede scarsa aderenza con le dinamiche evolutive economiche e di potere che
hanno visto l’emergere, alla fine del Diciottesimo secolo, di grossi “locati” –
i proprietari degli armenti – e di latifondisti. I pastori con poche greggi
subivano soprusi da chi ne possedeva molte, e da chi aveva molti terreni per
accoglierle. Come ha notato Potito d’Arcangelo, la “cosmovisione” del pastore
transumante modellata sul movimento “fasico dei cicli naturali e degli
spostamenti lungo i tratturi”, gli ha conferito in compenso “la capacità di
segnare, di trasformare i luoghi nel profondo”. In questo, sta ancora una volta,
propriamente, il carattere più emblematico e reale del tratturo lungo tutta
l’età moderna e ai confini della contemporaneità. La sua natura contestuale, di
evoluzione e trasformazione in una continuità ambientale fatta però di relazioni
umane e animali. Quelle che sono praticamente sparite all’alba del Novecento,
lasciando il grande vuoto molisano.
La costruzione di un immaginario fortemente negativo del mondo transumante si è
imposta con lo spirito illuminista, che ha prodotto la demonizzazione degli usi
civici, delle terre comuni e ovviamente di quei tratturi, che con la loro
trasversalità spaziale erano nemici naturali della proprietà privata, delle
chiusure dei campi e della razionalità agricola. Così che, sebbene la
transumanza sia continuata in altre forme anche nel secondo dopoguerra, la
rottura dei tragitti del “reame delle pecore”, ha decretato una
marginalizzazione di territori ancestralmente vocati a quel tipo di
sfruttamento. Il fascismo prima, con la battaglia del grano e la costruzione di
un Molise “ruralissimo”, e i processi di modernizzazione poi, hanno fatto il
resto, spezzando un mondo, culturale e naturale assieme, secolare.
> La costruzione di un immaginario fortemente negativo del mondo transumante si
> è imposta con lo spirito illuminista, che ha prodotto la demonizzazione degli
> usi civici, delle terre comuni e di quei tratturi, che con la loro
> trasversalità spaziale erano nemici naturali della proprietà privata.
La sostituzione di quell’antico sistema economico – con un’agricoltura intensiva
e gli scarsi impianti industriali creati dall’alto – non ha prodotto, come ha
rilevato lo storico Rossano Pazzagli, in Un Paese di paesi. Luoghi e voci
dell’Italia interna (2021) una ricchezza tale da fermare i processi di
spopolamento di quelle zone. Anzi, il Molise è l’unica regione d’Italia a
contare meno abitanti rispetto all’anno zero dell’Unità. Così che il ritorno a
uno sfruttamento del territorio coerente con il territorio stesso costituisce,
secondo Letizia Bindi, antropologa dell’Università del Molise, non solo la
possibilità di produzioni di qualità e servizi bioculturali che contribuiscono
al mantenimento della biodiversità, ma anche possibilità di rigenerazione
locale, di rivedere in profondità le relazioni interspecie, “un’economia morale
dell’allevare in armonia con gli ambienti e i paesaggi”. Gli animali che
pascolano sui tratti infiniti delle alture molisane sarebbero solo un ritorno al
buonsenso.
Nel frattempo la faticosa riconoscibilità dei tratturi ha comunque attirato
grandi studi di architetti, come quello di Stefano Boeri, per rilanciarne il
recupero. Travolti frettolosamente da una modernità su ruote, diventano la
destinazione di progetti di ripristino, proprio come avviene per le paludi, le
torbiere, le saline, vittime degli stessi processi di cancellazione, colpevoli
di una presunta primitività. Far rivivere però i tratturi a uso e consumo del
turismo – strutture ricettive in un angolo di paradiso – è forse una strada
auspicabile per chi crede che sia possibile farlo senza mettere in discussione
gli stessi processi che li hanno cancellati, che hanno svuotato il senso stesso
delle grandi “vie d’erba”. È, in sostanza, il pericoloso equivoco della
patrimonializzazione, della musealizzazione e della romanticizzazione, che si
abbattono, come sui borghi, anche sui tratturi, cristallizzando e fissando
rappresentazioni stereotipate, riattualizzando quei luoghi come lo specchio dei
sogni selvaggi della vita urbana.
Anche se si tratta di un fenomeno molto limitato e diverso dalla lunga marcia
orizzontale – tra regioni diverse – di un tempo, sui tratturi oggi sono tornati
alcuni pecorai che accompagnano le greggi al pascolo. Valerio Berardo da Roma si
è trasferito a Duronia, paese dei suoi genitori. Carmine Valentino Mosesso
ricorda invece piuttosto da vicino una figura particolare, come quella di
Cesidio Gentile “Jurico”, poeta pastore di Pescasseroli di inizio Novecento. Non
è più però solo un mestiere da uomini. Se Romolo Trinchieri parlava della
patrona abruzzese come di un tipo patriarcale votata “all’unico ideale di
servire il marito, e poi i figli, e poi la servitù della casa maritale”, Anna
Kauber ha ribaltato gli stereotipi di genere. Un suo documentario intitolato In
questo mondo (2018), segue le storie di pastore, come Carmela Colavecchio, che
muove i suoi animali tra i campi molisani. Al centro delle storie raccolte da
Kauber, emblematicamente, il paesaggio, il tratturo, gli animali che ci si
muovono dentro, e le storie documentate dalla regista si fondono, appaiono
inscindibili l’una dall’altra.
> Travolti frettolosamente da una modernità su ruote, i tratturi diventano la
> destinazione di progetti di ripristino, proprio come avviene per le paludi, le
> torbiere, le saline, vittime degli stessi processi di cancellazione, colpevoli
> di una presunta primitività.
In un certo senso il Molise rimane ancora una regione di passaggio. Mirco Di
Sandro e Vincenzo Carbone, due sociologi, in un volume del 2024 intitolato
emblematicamente Sui bordi del qui e dell’adesso, hanno rilevato il carattere
multilocalizzato dei suoi abitanti, nonostante nessuna autostrada la attraversi
orizzontalmente. La transumanza si è fatta umana e basta, e tende a svuotare più
che a riempire. Le vie vengono percorse per lasciare casa senza tornare. Il
vuoto che è rimasto fa sempre più paura perché sembra sempre più il niente. Chi
si salva? La regione rimane quella “molecola incandescente nell’universo
dell’avventura”, come definiva Francesco Jovine le sue Terre del Sacramento
(1950)? Il Molise conserva meglio di altri luoghi i residui di un mondo
disadattato che, con tutto quello che significa anche in negativo, non è
allineato perfettamente all’onnivoro modello di sviluppo economico attuale. Uno
spazio appena fuori dall’uniformità devastatrice ed estrattiva di quelle
attività umane che segnano il paesaggio appiattendolo in un disequilibrio di
asfalto, case e lamiere, quando va bene. Qui forse si può provare nostalgia di
giorni primordiali, della “sacra aria onnipresente che circonda”, come scriveva
Friedrich Hölderlin. I tratturi ce lo ricordano, nella loro contraddittorietà di
presenza e assenza che sono allo stesso tempo un monito e un’attesa. Aspettano
quietamente di essere dischiusi da nuovi passaggi, nuovi nomadi, nuove
avventure, nuove migrazioni che li riabitino. E contengono nel mentre un
avvertimento contro quei pochi anni, tanto violenti quanto irrispettosi, che li
hanno quasi del tutto cancellati. Il Molise, con le vie d’erba fantasma, con il
vuoto che lo definisce, esiste come testimonianza – o forse ne è solo la sua
pareidolia – di un lembo di terra aggrappato a un mondo ancora giovane e suo
malgrado incorrotto.
L'articolo Vie d’erba nel vuoto proviene da Il Tascabile.
I l rapporto fra l’essere umano e la téchne, intesa come la capacità pratica di
operare per raggiungere un dato fine, è sempre stato storicamente un oggetto
d’indagine privilegiato per una riflessione multidisciplinare, per via delle sue
implicazioni insieme scientifiche e umanistiche. Con Umanamente insostenibile.
Il capitalismo nuoce gravemente ai sapiens, Luigi D’Elia e Nora Sophie Nicolaus
propongono un’interpretazione attualizzata del fenomeno, che parte dalla
necessità di riconoscere il ruolo ineluttabile del capitalismo nelle dinamiche
che orientano il progresso tecnologico e che stanno progressivamente minando la
nostra salute individuale e collettiva.
La premessa alla base del saggio scaturisce dall’evidenza antropologica di una
discrepanza fra la velocità imposta dalle evoluzioni tecnosociali a cui stiamo
assistendo e la lentezza della nostra mente paleolitica, che presenta un
apparato psicologico strutturalmente identico a quello dei nostri antenati.
Scrive D’Elia: “Condizione umana ed evoluzione umana hanno due velocità
estremamente diverse: la prima accelera a dismisura, la seconda procede
ecologicamente con la propria ancestrale lentezza, rispondendo esclusivamente ai
numerosi vincoli propri dell’evoluzione e al suo intrinseco bricolage.”
Le conseguenze di questa discrepanza agiscono su più piani: quello della salute
psicologica, che oggi più che mai deve sostenere l’insorgere di comportamenti
problematici più o meno inediti e intergenerazionali; quello degli stili di
vita, che si modificano e decostruiscono per assecondare ‒ o per contrastare ‒
questa velocità; quello dell’organizzazione politico-economica su scala globale,
continuamente soggetta a “bug di sistema” che minano da un lato la fiducia
dell’individuo nell’intrinseca lentezza dei modelli democratici e dall’altro ne
rivelano l’inadeguatezza ad anticipare delle risposte pertinenti alle sfide di
uno scenario economico e sociale dai contorni sfuggenti.
D’Elia e Nicolaus mostrano come da sempre ‒ ne è ricca testimone la mitologia ‒
ogni innovazione tecnologica abbia imposto alla specie umana un adattamento
etico e culturale, spesso lungo e laborioso, che consentisse di controllarne le
implicazioni problematiche. In questo senso, l’accelerazione autodistruttiva a
cui stiamo assistendo ha radici filosofiche, religiose, psicologiche ed
economiche, una miscela originata da fattori concomitanti. A partire da una
concezione del mondo che separa l’individuo dalla natura, legittimando il
dominio del primo sulla seconda, e dando corso alla falsa percezione che le
risorse che abbiamo a disposizione siano illimitate. Questa illusione
rappresenta un chiaro corto circuito di quella capacità narrativa tipicamente
umana che pure si rivela cruciale nell’anticipare scenari funzionali alla nostra
sopravvivenza. Un altro fattore è la vocazione intrinsecamente speculativa del
capitalismo, modello economico che deve il proprio successo alla capacità di
solleticare la nostra euforia dopaminergica e di reinventarsi camaleonticamente
una volta esaurito il proprio terreno di conquista. Non bisogna infine
trascurare la compatibilità di questa vocazione con le opportunità offerte da
una dimensione digitale in cui la tecnologia è ubiqua e in grado di raggiungerci
‒ e potenzialmente suggestionarci ‒ in modo istantaneo, pervasivo e spontaneo.
> D’Elia e Nicolaus mostrano come da sempre ogni innovazione tecnologica abbia
> imposto un adattamento etico e culturale che consentisse di controllarne le
> implicazioni problematiche.
In quest’ottica, il profondo cambiamento nel flusso di informazioni non può che
avere effetti rilevanti sull’essere umano, una creatura per la quale ottenerle
implica maggiori possibilità di sopravvivenza. Scrive sempre D’Elia:
> Il capitalismo realizza una forma di assuefazione profonda e silenziosa dei
> propri codici che sarebbero alla radice di ansia e depressione, disturbi di
> memoria e attenzione, bipolarismo ecc. Assistiamo allo smantellamento del
> tessuto sociale a causa dell’ideologia individualista, competitiva, alla
> precarietà lavorativa, all’assegnazione del tempo al lavoro anziché alla vita
> intima e famigliare. Si crea così una solitudine diffusa che appare anch’essa
> come risultante ineluttabile di sistema.
Su una scala collettiva, un fenomeno come la crisi climatica porta allo scoperto
le conseguenze della scissione fra suggestione e narrazione incentivata dal
modello capitalistico: da un lato il predominio delle ragioni del mercato sulle
ragioni della sopravvivenza (non è un caso che uno dei due autori sia di
Taranto, città segnata dal caso Ilva), tanto quanto l’idea tacita che prima o
poi riusciremo ad adattarci a qualsiasi situazione anche quando gli eventi
raccontano altrimenti; dall’altro l’inesorabile attecchire di una visione
individualista che privilegia il benessere del singolo rispetto a quello della
comunità.
Tutti questi fattori rendono complessa la comprensione del fenomeno. Come
prevedibile nel saggio viene ripreso il concetto, ideato dal filosofo britannico
Timothy Morton, di iperoggetto, ovvero un fenomeno la cui complessità è talmente
inafferrabile da non essere direttamente esperibile e sfuggire alle logiche di
comprensione della sfera umana (mi torna in mente l’imperscrutabile oceano del
pianeta Solaris descritto da Stanisław Lem).
Se i primi tre capitoli servono a delineare cause e conseguenze dello scenario
attuale da un punto di vista prima evolutivo e poi psicologico, l’ultimo, a cura
di Nicolaus, tenta di individuare possibili vie d’uscita attraverso la
comparazione speculativa di due manifestazioni agli antipodi come la cultura del
self-made man e la pratica giapponese dell’ikigai: il primo come apogeo
dell’individualismo competitivo che permea la società moderna, il secondo a
dimostrazione di un senso dell’esistenza che trova pieno appagamento nella
cooperazione.
Scrive Nicolaus: “Una qualsiasi organizzazione umana funziona e può dirsi
realmente “comunità” solo se valori, principi e obiettivi sono adottati
all’unanimità dal gruppo”. È dunque nella coltivazione di un’etica comunitaria e
nella promozione di un approccio conoscitivo transdisciplinare ‒ e
intersezionale, aggiungerei ‒ che possiamo trovare gli anticorpi per contrastare
l’attuale discrepanza tra i nostri bisogni come persone e la propulsione
performativa neoliberista. Intento assolutamente condivisibile, ma che nella
pratica chiede molto alla nostra capacità individuale e collettiva di compiere
decisioni responsabili, radicali e consapevoli.
> Per innescare un cambiamento agire sul piano culturale è sicuramente un
> passaggio indispensabile. Ma servono anche figure con capacità progettuali che
> sappiano lavorare sia sul livello individuale, che su quello organizzativo e
> su quello etico.
Qui mi permetto un inciso personale: per lavoro mi occupo di design e user
experience (disciplina che parte dall’analisi dei bisogni delle persone per
progettare prodotti e servizi digitali e fisici di valore), e conosco bene
quanto sia difficile aspettarsi dagli utenti un coinvolgimento spontaneo, anche
quando la posta in palio è assolutamente nobile. Per innescare un cambiamento
fondato sui valori e i principi invocati da Nicolaus, agire sul piano culturale
‒ come fa questo saggio, in scia a molta letteratura affine ‒ è sicuramente un
passaggio indispensabile. Ma, per rendere conseguibili gli obiettivi, servono
anche figure con capacità progettuali che sappiano lavorare su più livelli:
quello individuale, creando esperienze d’uso coerenti con le inclinazioni delle
persone a cui sono destinate; quello organizzativo, orientando i processi
decisionali in una prospettiva qualitativa e non manipolatoria; e quello etico,
considerando fin da principio l’impatto non solo individuale, ma anche sociale e
ambientale di ogni soluzione.
Si potrebbe facilmente obiettare che anche il progettista sia corresponsabile,
se non addirittura complice diretto dei processi capitalistici denunciati
(lettura che trova sponda nel lavoro critico sulla professione fatto da Mike
Monteiro in Ruined by design, 2019). La prima “buona notizia” è che esistono
diverse correnti all’interno del design che stanno ripensando sistematicamente i
modelli di produzione, proponendo delle alternative post-capitalistiche che
antepongono alla creazione di nuovi prodotti la manutenzione e il riutilizzo
dell’esistente, nonché incoraggiano il coinvolgimento fin dall’inizio delle
realtà marginalizzate nei processi decisionali e progettuali comunitari. Sono
spinte che devono comunque muoversi entro il perimetro concesso dai sistemi
stessi in cui si opera, ma nondimeno importanti per spostare alcuni equilibri
valoriali attraverso il progetto.
L’altra “buona notizia” è che, a differenza di quanto talvolta
deterministicamente viene affermato in questo saggio (che, a favore di tesi,
snocciola sbrigativamente le implicazioni benefiche della virtualizzazione,
quando abilitata da attori responsabili dentro modelli organizzativi maturi),
anche un piano capitalistico ben finanziato può fallire nei suoi intenti
seduttivi. Ad esempio, gli autori danno molta enfasi al ruolo del metaverso
(termine ombrello sotto il quale Mark Zuckerberg avrebbe voluto “brandizzare” la
realtà virtuale e mista) nella virtualizzazione tossica della nostra esistenza.
Sappiamo però che “quel” metaverso è già morto, seppellito dalle alte barriere
di adozione cognitiva ed economica richieste ai suoi potenziali fruitori (alta
connettività, un dispositivo costoso e pesante, un’offerta di servizi
numericamente povera e di scarso valore).
Se è vero che il capitalismo non vede l’ora di trasformare predatoriamente nuove
comunità in marketplace, va anche detto che il massimo che i brand più
prestigiosi sono riusciti a fare su Fortnite è stato vendere delle skin
griffate, mentre Apple conteneva le aspettative sui suoi visori e i primi
prodotti che si fondavano sull’AI come aspetto distintivo sono naufragati appena
messi alla prova del contesto d’uso. Alcuni anticorpi “spontanei” sembrano
quindi essere ancora in nostra dotazione come esseri umani. In questo senso,
Umanamente insostenibile fa un ottimo lavoro nel fornire degli strumenti
culturali efficaci con cui leggere la nostra condizione, ma è meno convincente e
approfondito quando specula sulle possibili vie d’uscita.
> In uno scenario in cui le sorti della tecnologia sono affidate al capitale,
> creare le condizioni perché ogni spinta trasformativa sia ricondotta a una
> prospettiva umanistica è un proposito difficile, ma non irraggiungibile.
Di fronte a questa dialettica sulla téchne sospesa fra ambizione salvifica e
pessimismo deterministico ‒ proprio come la nostra specie lo è fra istinto di
sopravvivenza e tensioni autodistruttive ‒ continuavo a pensare alla condanna
che lo scrittore Alasdair Gray ha messo in bocca allo scalpitante dottor Godwin
Baxter in Povere creature:
> Sono stato guidato da avidità e impazienza egoiste e QUESTO […] è il motivo
> per cui le nostre arti e scienze non possono migliorare il mondo, checché ne
> dicano i filantropi liberali. Le nostre nuove e importanti tecniche
> scientifiche vengono utilizzate per prima cosa dalle parti dannatamente avide,
> egoiste e impazienti della nostra natura e della nostra nazione, la parte
> premurosa, gentile e socievole arriva sempre per seconda.
In uno scenario in cui le sorti della tecnologia sono affidate al capitale,
creare le condizioni perché ogni spinta trasformativa sia ricondotta a una
prospettiva umanistica è un proposito difficile, forse controintuitivo, ma non
irraggiungibile, soprattutto se affrontato praticando collettivamente una
resistenza a lungo termine che coinvolga più espressioni della società: da
quella più riflessiva a quella più pratica, da quella più critica a quella più
ottimista.
L'articolo Umanamente insostenibile di Luigi D’Elia e Nora Sophie Nicolaus
proviene da Il Tascabile.