Pareva, con le dovute distanze, un nuovo ‘caso Pasternak’.
Nel 1966, attraverso il meccanismo del samizdat, arriva in Mondadori il
manoscritto di una donna, Evgenija Ginzburg: racconta una durissima esperienza
di prigionia nei Gulag. Il libro, pur in forma diaristica, è scritto in maniera
sapiente, sapida, feroce. Il memoir sfugge dagli artigli della letteratura
concentrazionaria, ergendosi a j’accuse politico, ad abissale indagine di
un’epoca, quella delle ‘Grandi purghe’ ordite da Stalin dal 1936. Tra l’altro,
Boris Pasternak viene citato più volte, come poeta-emblema di quegli anni;
l’autrice dimostra una notevole conoscenza letteraria: parla di Tjutčev e di
Dostoevskij, di Aleksandr Blok e di Nikolaj Nekrasov. In uno dei passi più crudi
del libro, scrive:
> “Mi avevano tolto ogni cosa, mi aveva rubato i vestiti, le scarpe, le calze e
> il pettine; mi avevano lasciata così, mezza nuda, inerme, al gelo; ma non
> potevano portarmi via la poesia, non era in loro potere sottrarmi la poesia –
> la poesia era e restava mia. Così, sarei sopravvissuta perfino a quella
> cella”.
A volte, l’autrice abbozza delle poesie – prima a mente, come un salvifico
rebus, poi, più tardi, molto più tardi, su quaderni improvvisati. Una di
queste, La cella di punizione, attacca così:
> “Non è la fantasia di un folle regista
> un incubo registrato da Poe: mentre
> mi sveglio, sento il rumore
> degli stivali dei miei carcerieri
> il loro zelo da iene ubriache
> il lezzo della loro viltà…
> nella fredda cella
> l’oscurità si insinua ovunque.
> Esiste un’anima più perduta
> della mia all’inferno?
> Devo inghiottire tutto
> fino in fondo, ma non sono
> sola in questo calvario:
> una lastra di pietra mi fa da
> cuscino e Puškin, seduto in un angolo
> mi recita un poema – invisibile
> alle guardie, entra nella mia cella
> un altro inestimabile amico:
> il suo nome è Aleksandr Blok”.
All’epoca, Vittorio Sereni era direttore letterario in Mondadori. Subodorò il
talento – intuì lo scoop. Pochi anni prima, nel 1963, Garzanti aveva
pubblicato Una giornata di Ivan Denisovič, il romanzo di Aleksandr Solženicyn.
Ideando Arcipelago Gulag – pubblicato proprio da Mondadori nel ’74 – Solženicyn
avrebbe fatto riferimento all’esperienza di quella donna, Evgenjia: l’aveva
voluta incontrare, a Mosca.
Franco Fortini fu il primo a leggere il manoscritto; scrisse che aveva una
“forza polemica enorme”, che avrebbe potuto diventare “un caso”. Restava il
problema: verificare l’autenticità del manoscritto; contattare l’autrice. Quanto
al primo punto, diede la parola definitiva Oreste del Buono. Nella scheda
editoriale inviata a Sereni il 4 dicembre del ’66 dice di una “Lettura
eccezionale… di questo testo pervenuto dalla Russia sovietica”, giudicato
come “un trascinante romanzo popolare da collocarsi in uno scaffale tra Il Conte
di Montecristo e Resurrezione”; un grande libro, insomma, “in tempi di libri
fiacchi e grigi” (ed erano gli anni in cui lo Strega andava a Giovanni Arpino,
Paolo Volponi e Anna Maria Ortese…).
Quanto all’autrice, nessuno riuscì a contattarla. A tenere i rapporti con
Mondadori sarà il figlio, Vasilij Aksënov, scrittore già riconosciuto – nel 1961
Einaudi aveva pubblicato Il biglietto stellato, Mondadori avrà in
catalogo L’ustione; ora è difficile leggerlo –, cresciuto negli orfanotrofi
creati per i figli dei detenuti politici.
Nata a Mosca il 20 dicembre del 1904 da famiglia di origine ebraica, Evgenija
Ginzburg aveva studiato a Kazan’. Docente di Storia del leninismo
all’università, comunista convinta, aveva mollato il primo marito, Dmitrij, per
unirsi a Pavel Aksënov, sindaco di Kazan’ e alto dirigente del Partito comunista
sovietico. In seguito all’assassinio di Sergej Kirov, accaduto il primo dicembre
del 1934, fu invischiata, insieme ad altri ‘compagni’, nella violenta
repressione interna al partito architettata da Stalin. Dissero che era
trotzkista; dissero che era una “nemica del popolo”, attiva in azioni
“controrivoluzionarie”. Nella sua autobiografia – che è poi una specie di
contro-vita nel sottosuolo, di esistenza spettrale nella “casa dei morti” del
Partito-Dio – Evgenija Ginzburg descrive con maniacale precisione i processi
farsa, l’iniziazione all’inquietudine costante, gli interrogatori condotti con
candida viltà, la scabrosa ovvietà dei burocrati, definiti “non-uomini”,
“non-più-umani”.
Evgenija si fece tutti i gironi delle carceri sovietiche: le prigioni nei
sotterranei di Kazan’; il carcere di Btyrka, a Mosca; la cella d’isolamento a
Jaroslavl’; i campi di lavoro alla Kolyma. Fu nel campo di transito di
Valdivostok, letale al poeta Osip Mandel’štam, onorato nel libro. Non fu
ascritta tra i delatori: a differenza di molti altri ‘compagni’, Evgenija
Ginzburg non denunciò gli amici per avere uno sconto di pena, non si dichiarò
colpevole – per questo, le fu riservato un trattamento di impari crudeltà. Le
accuse a suo carico, in effetti, erano fatue, paradossali: dissero che
fiancheggiava Nikolaj Naumovič Elvov, suo collega all’università di Kazan’,
vicino a Trockij. Fu riabilitata nel 1955 per “assenza di prove”. Nel frattempo,
Evgenija si era unita ad Anton Walter, un medico di origine tedesca, internato
come lei, che le aveva salvato la vita alla Kolyma.
L’autobiografia ‘del terrore’ di Evgenija Ginzburg uscì in prima mondiale nel
1967, per Mondadori, dieci anni dopo Il dottor Živago. L’autrice, ignara della
pubblicazione, viveva a Mosca, faceva la giornalista; i dirigenti sovietici
bollarono il libro come “diffamatorio” – uscì in Russia, per la prima volta, nel
1989, con una prima tiratura di 50mila copie. Nel mondo occidentale il libro fu,
effettivamente, un ‘caso’: Mondadori studiò un titolo efficace, Viaggio nella
vertigine, installandolo nella collana “Nuovi scrittori stranieri”, diretta da
Del Buono, ereditata da Elio Vittorini. Dal libro fu tratto un film, E cominciò
il viaggio nella vertigine, diretto da Toni De Gregorio con Ingrid Thulin
protagonista: fu presentato nel ’74 alla Mostra del cinema di Venezia. Cinque
anni dopo, per la cura di Giovanni Buttafava e Sergio Repetti, Mondadori
pubblica Viaggio nella vertigine 2: il testo, emendato da errori, è
supervisionato dall’autrice, morta due anni prima, poco dopo aver fatto il primo
viaggio in Occidente, con l’intento, tra l’altro, di incontrare Heinrich Böll.
Nonostante gli anni di prigionia e le torture inferte, Evgenija restò comunista
convinta – piuttosto, non sopportava Stalin, il ‘culto della personalità’,
l’aura d’apocalisse che lo adornava. Fu questo ad attirargli le antipatie di
altri ‘scrittori dei Gulag’, Varlam Šalamov su tutti. Ai suoi occhi, lo stile
della Ginzburg – sempre colto, ragionato, fermo – peccava di “romanticismo a
buon mercato”.
Ad ogni modo, Viaggio nella vertigine, dopo un po’, si perse nel marasma
editoriale italiano, ‘annientato’, forse, da
testimonianze monstre come Arcipelago Gulag e da libri-libri, più raffinati,
come I racconti della Kolyma. Baldini&Castoldi stampò una nuova edizione del
libro nel 2013 – poi nient’altro. Nel mondo anglofono, Within the
Whirlwind o Journey into the Whirlwind – questo il titolo – è diventato un
classico della letteratura sovietica: nel 2008 ne hanno tratto un film, Emily
Watson impersona Evgenija Ginzburg.
Ora. Come si sa, nel 2013 David Bowie ha stilato la lista dei suoi “100 libri
preferiti”; si va dall’Iliade ad Arancia meccanica, alcuni sono ovvi – As I Lay
Dying di Faulkner, 1984 di Orwell, Lo straniero di Camus, Bruce Chatwin, Il
grande Gatsby, Flaubert… – altri non lo sono affatto – “Blast”, la rivista di
Wyndham Lewis, Il giorno della locusta di Nathanael West, Il ponte di Hart
Crane, le poesie di Frank O’Hara. Al centesimo posto c’è il libro di Eugenija
Ginzburg. Quando Evgenija muore, David Bowie pubblica Heroes; la pubblicazione
di Viaggio nella vertigine coincide con il primo album pubblicato da Bowie. Ci
sono creature il cui viso incarna un’era; David Bowie – vuoi per l’eterocromia,
vuoi per il corpo, efebico – avrebbe potuto essere Alessandro Magno; in un’altra
vita, forse, era un cesare, cavalcava un cocchio guidato da leopardi. C’è
qualcosa di dionisiaco e di inevitabile nella postura di Bowie. I volti, a
volte, sono strazianti: alcuni adempiono precisamente alle proprie fattezze –
altri, con la stessa diagonale determinazione, deviano, cadono.
La traduzione di alcune parti di Viaggio nella vertigine, in appendice – dalla
versione inglese, approntata da Paul Stevenson e Max Hayward –, vuole essere,
anche, un omaggio a David Bowie. Fu – per i metodi e i modi, consustanziali
all’ultimo disco, Blackstar – una morte epocale, la sua: tutti ricordiamo –
grosso modo – chi eravamo e cosa facevamo quel dieci gennaio del 2016. Io ero a
Bellaria, a teatro: Monica Guerritore portava in scena Qualcosa rimane. Ricordo
che avremmo dovuto fare qualcosa insieme. Alla fine dello spettacolo, la
Guerritore annunciò la morte di Bowie: il teatro mandò Space Oddity a tutto
volume. La Guerritore balla sul palco – tutti balliamo – alcuni rotti come vasi,
in lacrime. Mio figlio, a cena, poco più tardi, biondocrinito, un piccolo,
attonito leone, mi fa, Papà, chi era David Bowie? Vertigine è la parola giusta.
**
Da Viaggio nella vertigine
I
Il 1937 iniziò, in realtà, alla fine del 1934 – il primo dicembre, per
esattezza.
Alle quattro del mattino, il telefono squillò, strillava. Mio marito, Pavel
Vasil’evič Aksënov, membro di spicco del Comitato provinciale tartaro del
Partito, era via per lavoro. Nella stanza accanto, i miei figli respiravano
sereni, nel sonno.
“Siete attesi all’ufficio del Comitato regionale: stanza 37, ore sei del
mattino”.
L’ordine fu scandito con queste parole – anch’io ero un membro del Partito.
“È guerra?”
Riattaccarono – chiaramente, il problema era grave.
Senza svegliare nessuno, scesi in strada. Non c’era ancora traffico. Ricordo:
nevicata silente, passo stranamente leggero.
Non voglio peccare di vanagloria, ma devo ammettere che, in tutta onestà, se il
Partito mi avesse ordinato di morire, non una volta ma tre volte, quella stessa
notte, in quella stessa alba invernale oleata di neve, avrei obbedito, subito,
senza la minima esitazione. Nessun dubbio maculava l’assoluta purezza dei
progetti del Partito. Soltanto, non riuscivo – suppongo, per istinto – a
idolatrare Stalin: la sua personalità cominciava a pervadere ogni cosa. Una vaga
inquietudine inquinava, ai miei occhi, la sua figura; nascondevo accuratamente
le mie perplessità – anche a me stessa.
Una quarantina di compagni, per lo più insegnanti – colleghi, persone che
conoscevo – si accalcavano nei corridoi dell’ufficio. Pallidi, muti, destati,
come me, nel cuore della notte. Aspettavano il segretario del comitato
regionale, Lepa.
“Cosa è successo?” “Non lo sai ancora? Kirov è stato assassinato”.
Lepa, un lettone stolido e impassibile, imperscrutabile membro del Partito dal
1913, era fuori di sé. Parlò per meno di cinque minuti. Non sapeva nulla delle
circostanze dell’omicidio; lesse un comunicato ufficiale – lo ripeté ancora. Ci
aveva convocato perché andassimo nelle fabbriche a parlare agli operai, dando un
breve resoconto dei fatti. Fui assegnata alla fabbrica tessile di Zarachye, il
distretto industriale di Kazan’. In piedi, su una pila di sacchi pieni di
cotone, in mezzo alla fabbrica, ripetei con precisione le parole che ci aveva
detto Lepa.
Quando tornai in città, passai alla sede del comitato per un bicchiere di tè, in
mensa. Seduto accanto a me c’era Yestafjev, il direttore dell’Istituto Marxista.
Veniva da Rostov, era un uomo buono, semplice, di origine proletaria, membro del
Partito da prima della Rivoluzione. Nonostante i vent’anni di differenza,
facevamo conversazioni interessanti ogni volta che ci capitava di incrociarci.
Ora beveva il tè in silenzio, senza guardarmi. Poi si guardò alle spalle, si
sporse verso di me, con una voce strana, sibilante, non sua, che mi riempì di un
fosco presentimento di sventura: “L’assassino – dicono fosse un comunista”.
*
VI
L’ultimo anno della mia antica vita, che si è conclusa nel febbraio del 1937, fu
piuttosto confuso: l’unica cosa chiara è che dopo il processo Zinov’ev-Kamenev
mi sporgevo sul disastro.
Le notizie bruciavano, pungevano, graffiavano il cuore. Dopo ogni processo, le
maglie del potere si strinsero sempre di più intorno alle nostre vite. Entrò in
uso un termine terribile: “nemico del popolo”. Ogni regione, ogni repubblica
nazionale era costretta, per una folle logica, ad avere la propria falange di
“nemici del popolo”; per non restare alle spalle degli altri, come se si
trattasse di una campagna per la consegna del grano o del latte.
Io stessa mi sentivo marchiata, braccata – non posso dimenticarlo, neanche per
un istante. Trascorsi quell’anno a Mosca, la mia causa era passata sotto la
commissione di controllo del Partito. Poiché mio marito era ancora un membro del
Comitato esecutivo centrale dell’Urss, mi diedero una camera assai confortevole
all’Hotel Moskva; per i miei continui spostamenti a Kazan’ avevo in dote una
macchina personale dall’ufficio moscovita della Repubblica Tartara. Mi
accompagnavano alla stazione e all’ufficio che avrebbe deciso del mio destino.
Tali erano i paradossi e le incongruenze dell’epoca.
Quell’estate, morì Gor’kij; al suo funerali vidi, per la prima e ultima volta in
vita mia, Stalin. Camminavo tra le fila degli accoliti iscritti all’Unione degli
scrittori, lo fissai da vicino. Sarebbe esagerato attribuirmi allora pensieri
particolarmente profondi, preveggenze in merito al ruolo che quell’uomo avrebbe
avuto nella tragedia del nostro Paese e del nostro Partito. Eppure, fissai il
suo volto senza alcun senso di venerazione; mi colpì la sua bruttezza. Non c’era
nulla, in Stalin, del viso radioso che ci guardava benigno in milioni di
manifesti e di ritratti.
Non solo non guardavo Stalin con adulazione: provavo nei suoi confronti un
sentimento di ostilità repressa, sorta più dall’istinto che dalla ragione.
*
X
Spesso ho pensato alla tragedia degli uomini tramite i quali è stata condotta
l’epurazione del 1937. Che vita hanno avuto! Erano sadici, è chiaro. Soltanto
pochi di loro hanno avuto il coraggio di uccidersi.
Passo dopo passo, obbedendo alle direttive, passarono dalla condizione umana a
quella bestiale. I loro volti, coll’andare del tempo, si fecero indescrivibili.
In ogni caso, non trovo parole per descrivere le fattezze di quei volti, non più
umani – volte di non-uomini.
Ma tutto accadde gradualmente.
Quella notte guidava l’interrogatorio tale Livanov, un funzionario pubblico
particolarmente efficiente. Aveva il viso placido, ben nutrito; la scrittura
ordinata ricopriva il lato sinistro del foglio, quello riservato alle domande;
parlava con l’accento di Kazan’. Certi suoi modi, provinciali, antiquati, mi
ricordavano la mia balia, Fima; suscitarono in me una penetrante nostalgia di
casa.
Per un momento, pensai che quella follia fosse finita, che me la fossi lasciata
alle spalle, laggiù, tra il clangore dei lucchetti e gli occhi dolenti di una
ragazza dai capelli dorati, trascinata fin lì dalle rive del fiume Sungari. Qui,
a quanto pareva, c’era il mondo della gente comune, degli esseri normali. Fuori
dalla finestra, una città costruita secondo gli antichi modi, con i tram che
sferragliavano. La finestra non aveva sbarre né zanzariere, ma belle tende. Il
piatto con i resti della cena di Livanov non era sul pavimento, ma su un
tavolino, ordinato, in un angolo della sala.
Livanov pareva un uomo perbene, un silenzioso funzionario che scriveva le mie
risposte alle sue domande semplici, insignificanti: dove avevo lavorato tra
quell’anno e quell’altro, quando avevo incontrato quella tale persona o
quell’altra…
Quando finì di compilare la prima pagina me la porse, da firmare. “Cosa vuol
dire questo? Mi ha chiesto da quanto tempo conosco il compagno Elvov e ho
risposto, ‘dal 1932’, ma qui c’è scritto: ‘Conosce il trotskista Elvov dal
1932’. Non è ciò che ho detto”.
Il funzionario mi fissò stupito, come se non capisse. “Conosce il trotzkista
Elvov dal 1932”. “Non sapevo che lo fosse”. “Ma noi lo sappiamo. È stato
accertato. Gli inquirenti hanno prove inconfutabili”. “Ma io non lo sapevo. Mi
ha chiesto quando ho incontrato il compagno Elvov, gliel’ho detto. Non sapevo
che fosse un trotskista”.
“Spetta a me porre le domande, non ha il diritto di dirmi cosa devo o non devo
scrivere. Tutto ciò che deve fare è rispondere a ciò che le chiedo”. “Allora
scriva esattamente ciò che le dico, con le mie parole, non con le sue. Perché
non chiama uno stenografo, altrimenti”.
Quelle parole testimoniavano la mia ingenuità – furono accolte con scoppi di
risa.
Evgenija Ginzburg
*In copertina: David Bowie legge, Parigi, 1976
L'articolo “Esiste un’anima più perduta della mia?” Storia di un libro
vertiginoso (amato da David Bowie) proviene da Pangea.
Tag - Russia
REPRESSION TARGETS CHITA ANARCHISTS ALREADY JAILED FOR WAR RESISTANCE
AND ANTI-REGIME GRAFFITI
~ Antti Rautiainen ~
The regional prosecutor’s office for the Trans-Baikal region in eastern Siberia
has submitted a petition to a local court to recognize the “Trans-Baikal Left
Association” as a terrorist organisation. The petition refers to the telegram
channel 75zlo, allegedly maintained by jailed anarchists Aleksandr Snezhkov and
Lyubov Lizunova, which the petition asks to declare as “leaders” of this
association.
The court hearing is scheduled for January 13. Currently the channel has 72
subscribers, and no posts have been published there since the anarchists were
detained. If the court agrees with the prosecutor’s office and recognises 75zlo
as a “terrorist community”, any activity related to it will be prohibited. In
Russia, “forming a terrorist organisation” is punishable from 15 years in prison
to a life sentence. Aleksandr does not agree with the prosecutor’s claim and
will seek to participate in the hearing.
Snezhkov and Lizunova, then 19 and 16 years old, were arrested in October 2022
in Chita, Eastern Siberia, and accused of “vandalism” and “propaganda of
terrorism” for spraying graffiti against the regime and maintaining anti-war
Telegram channels. More than two years later, in November 2024, they were
sentenced by a military court to 6 and 3.5 years in prison, respectively.
75 is the regional code of the Trans-Baikal region used in car licence plates,
and zlo is an acronym for both the Trans-Baikal Left Association and the popular
anti-police slogan “to revenge everything on cops”.
Last October, Snezhkov was sentenced to an additional five years for
“justification of terrorism” for reading his case files to his cellmates. During
his imprisonment, Snezhkov has been sent to solitary confinement for long
periods, last spring he spent 90 days in the hole. During his current pre-trial
detention he was again sent to the hole for 20 days.
Recently, a support group announced a collection of 280 thousand rubles (about
£2,600) to help the two anarchists for costs of parcels during the next six
months.
Letters of support must be written in Russian (use auto-translate) and can be
sent to Aleksandr at:
Снежкову Александру Евгеньевичу 2003 г.р.
Россия, 672010, Забайкальский край, г. Чита, ул Ингодинская, 1а, СиЗО-1. России
по Забайкальскому краю
and to Lyubov at:
Лизуновой Любови Витальевне, 2006 г.р.
Россия, 670000, г.Улан-Удэ, ул.Пристанская, 4-а, ИК-7
It is also possible to write to Alexandr via prisonmail.online using region
“Zabaykalsky Krai” and prison “SIZO-1 Chita”
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With information from Moscow Anarchist Black Cross, Fires of Freedom and Ivan
Astashin
The post Russia plans to declare anti-war Telegram channel a “terrorist
organisation” appeared first on Freedom News.
News:
> The Danish Defence Intelligence Service (DDIS) announced on Thursday that
> Moscow was behind a cyber-attack on a Danish water utility in 2024 and a
> series of distributed denial-of-service (DDoS) attacks on Danish websites in
> the lead-up to the municipal and regional council elections in November.
>
> The first, it said, was carried out by the pro-Russian group known as
> Z-Pentest and the second by NoName057(16), which has links to the Russian
> state.
Slashdot thread.
CIVILIANS FACE REPRESSION FOR SHARING RUSSIAN TROOP MOVEMENTS
~ Nikita Ivansky ~
In September 2025, opposition media in Belarus estimated that one thousand
civilians —many unknown to to human rights defenders—have been prosecuted for
spreading intelligence about Russian troop movements on Telegram since the start
of Russia’s invasion of Ukraine in 2024.
Preparations for the invasion were made in Belarus under the guise of military
training. When Belarusians found themselves on the Kremlin’s side of the war,
there existed a partisan movement which sabotaged the railroad system to
paralyze troop movement, while a larger part of society joined the silent
resistance by taking pictures and videos of Russian military personnel at bases
or in transit. They sent these images and videos to different Telegram channels
to provide the Ukrainian resistance with crucial information on the movement of
aviation or rocket/drone launches, which often targeted civilian infrastructure
One of the biggest information gathering projects that emerged from this was
called Belarusian Hajun, a Telegram channel with a bot to where people could
send pictures directly. Within several weeks, the project exploded, with over
30,000 information points sent in the first 45 days of the invasion.
While the project was a huge open-source intelligence success in countering the
Russian war, the Belarusian state began hunting those providing such information
from the very beginning. Among them was antifascist Anna Pyshnik, who was
sentenced to three years in prison for sending pictures of the military on
Telegram. She served her whole term and was released in 2024, she had to leave
Belarus in fear of further political prosecution.
“When the war started, it was difficult to comprehend”, said Pyshnik after her
release. “The very next day, I heard something like an explosion; even our
building shook. I ran outside and saw a rocket trail. I decided to film it. You
just stand there and realise how close the war is, you realise how the
authorities are lying when they say that nothing will ever happen to Ukraine
from Belarusian territory. I understood that people needed to know what was
happening. So I sent the video I had filmed to independent media outlets. Two
days later, I filmed military helicopters over the city and sent that to the
media as well”.
At the beginning of 2025, the Belarusian secret police infiltrated a critical
Telegram chat on Belarusian Hajun, obtaining information on thousands of
accounts working for the project. Many of these accounts belonged to people
inside the country. Since then, a massive wave of repression has begun against
anyone who participated in the project by sending reports. At least 54 people
were prosecuted for helping the project under the charge of “aiding an extremist
organisation”.
The attack on the Belarusian Hajun project was made possible by an old link
found on the phone of someone arrested before February 2025. Created in 2022,
this link allowed them to join a closed chat containing critical information.
This is not the first time the KGB has managed to access closed chats and
collect information leading to more prosecutions.
The post Belarus’s informational partisans appeared first on Freedom News.
HOW WESTERN LEFTISTS AND ANARCHISTS FOUND ‘CONVENIENT’ VOICES FROM EASTERN
EUROPE
~ Nikita Ivansky ~
Debates on anti-militarism continue to shake the anarchist movement in the
western part of the world. Often in these debates we can see some organisations
from Ukraine or Russia show support for the ‘no war but class war’ position.
Three and a half years since the full-scale invasion of Ukraine, the anarchist
movement is extremely divided. Previous strategies of ‘listening to local
voices’ have mostly failed for those who were not interested in the first place.
With more scandals certain to come in the future, it’s important to
understand how we came to this point.
More than 10 years ago, Russia annexed Crimea and occupied part of eastern
Ukraine. Even then, the Kremlin cited various reasons for the occupation
depending on the political views of its target audience. For the
leftist/anti-fascist movement, Russian propagandists prepared a narrative that a
fascist regime in Kyiv had seized power illegally. The 2014 invasion was
presented as an anti-fascist action. Most anarchists and anti-fascists in the
region had developed immunity to such lies over many years of propaganda. But
for some Western anti-fascists and leftists, the presence of fascist flags
during the Maidan protests was so shocking that they believed the story of a
far-right coup without further facts.
Many anarchists in Ukraine at the time believed that to fight the Russian
Empire, it was enough familiarise oneself with the situation in order to
understand what was occurring in the country, and to provide facts what was
happening. In Belarus, we had a similar idea of how to work with comrades in the
West in the fight against Russian propaganda. This was: the truth speaks for
itself, and those who insist on Putin’s position are just people who, for some
reason, have not been reached by the facts. But, even then, we encountered
people who knew better about what was happening in your own house.
I still remember how, at one presentation, an anti-authoritarian activist from
Ukraine talked about Maidan and the situation after the protests, and a German
expert responded by talking about how Kyiv was simply occupied by fascists.
Attempts to prove him wrong were useless in that moment. Russian propaganda had
already done its job. Back then, sitting at a presentation about Ukraine, it
didn’t even occur to me that we were incredibly naive in our belief in critical
thinking within the anarchist and leftist milieu…
After the full-scale invasion, I was one of those who insisted on the need to
hear the voices of anarchists from Ukraine in order to understand the war and
what we could do in this situation, depending on our capabilities. In my mind,
such calls turned into the formation of permanent contacts between Western
groups and activists from Ukraine/Belarus/Russia. And for a while, that’s what
happened as people became interested, researched, and listened. But it didn’t
last long. Soon after, self-proclaimed fighters with militarism within the
anarchist movement appeared on the horizon. For them, the messages of Ukrainian
and Russian anarchists were unacceptable. Instead of organising in solidarity,
some Western leftists and anarchists decided to look for groups within
Belarus/Ukraine/Russia that would fully correspond to their dogmatic
perspectives on the war and the role of Western countries in it.
In Russia, such allies were found relatively quickly. For anti-militarists, the
Russian organisation KRAS-MAT’s positions was easily integrated into the Western
mothballed analysis of wars. They turned the Kremlin’s attack on Ukraine into a
clash between the ruling elites of both countries. Texts calling on Ukrainian
society to lay down their arms and start fighting their own government began to
spread across various anarchist and left-wing websites. The leftists and
anarchists were not particularly interested in the criticism of KRA-MAT by other
groups within the affected regions. The ideological proximity of the Western
left to KRAS-MAT was more important than any political problems with the
syndicate of academics, which had long since ceased to try to participate in the
workers’ movement in Russia.
However, KRAS-MAT’s position was relatively weak even in the eyes of Western
anarchists. After all, the organisation exists within the aggressor state, where
resistance to the war is almost completely absent. In this situation, some
left-wing pacifists and anti-militarists began to chaotically search for allies
in Ukraine and Belarus who could confirm their political analysis of the region.
In 2022-2023, some pacifists and anti-militarists found the Ukrainian Pacifist
Movement (UPM). The UPM has never declared its commitment to any leftist views,
and a mixture of right-wing and left-wing ideas can often be found on the
organisation’s information platforms. Moreover, Western leftists were not
particularly bothered by the fact that one of the leaders of the organisation is
the pro-Russian blogger Ruslan Kotsaba who was was expelled from the
organisation in 2023. Nine months later he became part of the right-wing
pro-Russian organisation ‘Another Ukraine.’
During the same period, European anarchists and leftists also discovered
Assembly, another Ukrainian organisation. However, it was not the leftists who
flocked to Assembly, but rather the authors of Assembly who, with the help of
automatic translations, broke into leftist platforms such as libcom, completely
filling the information field about Ukraine. The collective’s texts, often
written in a sensationalist style, fit well with the old political analyses of
leftists and some anarchist organizations in the West. For most activists,
Assembly can be understood from this excerpt, which begins the story of
resistance to mobilisation in Ukraine:
“Throughout the territory of the Gulag darkness in the middle of Europe, a
people’s war against war is spreading. The heirs of the freedom-loving
Zaporozhye Cossacks, Makhnovists, and rebels of Karmalyuk and Dovbush are
responding with their own violence to the violence of the heirs of the NKVD,
Gestapo, and Pinochet’s death squads. And we are only on the threshold of a
full-scale round-up of conscripts, which is expected after July 16.”
In essence, Assembly does not write anything special. Rather, it collects
discontent within Ukrainian society such as: the fight against corruption,
resistance to mobilisation, the lawlessness of local officials. All of which is
written about by the Ukrainian media and in social networks. The lack of
criticism of the Russian regime and their attempts to put Russia and Ukraine on
an equal political footing show, at least, Assembly’s unwillingness to
understand the Russian world. The relative popularity of Assembly in Western
circles has only reinforced the dogmatism of the group, which is completely
removed from any anarchist organisations in the region. The only exception being
their active cooperation with the aforementioned KRAS-MAT.
Activists from Ukraine and Belarus tried unsuccessfully to draw attention to the
inadequacy of the Assembly. But, once again, they came up against an ideological
wall. Assembly, like other organisations, proved to be much more convenient for
Western anti-militarists than the objective truth, which requires much greater
effort in constant research, discussions, and even trips to war-torn countries.
The situation in Belarus was even more complicated for the Western left than
with Ukraine. After the 2020 crackdown on dissent and protests, there were only
a few anarchist organisations left in Belarus and the leftist movement was
largely absent and uninteresting. Belarusian anarchist organisations immediately
condemned the war and called for resistance to Russian aggression. There were no
equivalents of the Assembly or KRAS-MAT in the country. However, somewhere in
the vastness of the internet and NGO business, the German left dug up Olga
Karach with her project ‘Our Home,’ which since 2022 has been trying to sell
stories to the West about mass resistance to compulsory military service in
Belarus.
Belarusian youth do indeed resist militarism, but this did not begin in 2022. It
has existed for many decades. Websites and forums with information on how to
avoid military service appeared in the early 2000s. But for Western activists,
Olga Karach’s story seemed very plausible. Yet, the ideology of ‘Our Home’ can
be described as… money. The project has been around for a long time and, during
its existence, has managed to secure sufficient funds from European and American
foundations for the development of democracy and human rights. But Olga Karach’s
problems began after 2020, when Svetlana Tikhanovskaya appeared on the scene and
dozens of new liberal organizations emerged to compete with ‘Our Home’s
projects. For some time, Karach tried to fight Tikhanovskaya for leadership of
the opposition, but she had relatively little chance, given that everyone within
the opposition knew who Karach was. In November 2022, Pramen published an
article about Karach with information that Western pacifists had begun to raise
money for her projects. I personally had to communicate with some German
leftists on this matter, but information about “Our Home” was largely ignored.
Over many years in the NGO environment, Olga has become very skilled at selling
the right messages to different political groups and seems to have become a
regular contributor to the German anarcho-pacifist newspaper Graswurzel
Revolution (Grassroots Revolution).
At the moment, I doubt that discussions or presentations can lead to a greater
understanding of what is happening among the ‘skeptics’ of the struggle against
the ‘Russian world’. Further, in many ways three years of discussions about the
war in Ukraine have once again shown my own naivety and belief in anarchists.
For example, somewhere in the past we lost track of the pro-Russian Stalinist
organisation “Borotba” from Ukraine, which for many years reinforced myths about
the Ukrainian fascist regime, and no amount of texts or public speeches could
eradicate this myth. Borotba’s ties to the Kremlin went largely unnoticed by
Western leftist structures, and the damage done by the organization to the
anti-fascist movement in Ukraine and beyond remains significant.
For me, the situation in the anarchist movement is very reminiscent of something
that happened to me in Greece. During one of my trips around the country, I had
the good fortune to find myself in the same car as some Greek anti-fascists. It
was a long journey, and I fell asleep quite quickly. Half an hour later, I was
awakened by Russian Nazi rap. When I asked the Greek anti-fascists where they
got such music, they replied that it was a gift from their anti-fascist friends
in Donbas. When I told them that it was Nazi rap, they simply dismissed my
comment. Fortunately, the Greek anti-fascists did not insist that we continue
listening to the music of their friends from Donbas.
Examples from three countries with different political groups shows that the
concept ‘needing to listen to voices from the region’ does not work in cases of
ideological dogmatism. Western leftists and some anarchists are willing to work
with openly fraudulent organisations, just to preserve old ideological
principles. With this approach, and in an atmosphere of information warfare, it
becomes relatively easy to find a person or a group who will repeat slogans that
are convenient and completely ignore a significant part of the organised
anarchist movement.
The post The anti-militarism of fools appeared first on Freedom News.
A zero-day vulnerability in WinRAR is being exploited by at least two Russian
criminal groups:
> The vulnerability seemed to have super Windows powers. It abused alternate
> data streams, a Windows feature that allows different ways of representing the
> same file path. The exploit abused that feature to trigger a previously
> unknown path traversal flaw that caused WinRAR to plant malicious executables
> in attacker-chosen file paths %TEMP% and %LOCALAPPDATA%, which Windows
> normally makes off-limits because of their ability to execute code.
More details in the article...
Un conoscente, in vena cinica, disse, dopo aver dato un occhio al cadavere e
sogghignato sui presenti, “d’altronde, si è scavato la fossa da solo”. Nel
ritratto firmato da Boris Kustodiev ha il doppio petto, le mani eleganti giocano
con una sigaretta, il viso reca un sorriso cupo, violento, che non ha paura di
nulla. Evgenij Zamjatin morì il 10 marzo del 1937, d’infarto: aveva 53 anni, il
cielo era, secondo il canone, grigio, simile a un pugno. “Molto ho visto… si è
chiuso un cerchio. Ancora non so, non vedo quali curve si profilino nella mia
vita”, aveva scritto in un abbozzo autobiografico, nel 1928. La vita l’aveva
portato a Parigi, tra i russi emigrati, antibolscevichi, solitamente ricchi,
eleganti, rappresentati dall’eccentrica Zinaida Gippius e da Ivan Bunin,
scrittore eccelso, tolstojano, adatto, che nel 1933 era stato insignito del
Nobel per la letteratura.
Zamjatin, che aveva creduto nell’euforia della Rivoluzione, non stava bene in
quel giro. Se li inimicò tutti, scrisse qualche sceneggiatura per Jean Renoir,
morì povero di tutto. Fu sepolto nel cimitero di Thiais, fuori Parigi, dove
sarebbero stati sepolti anche Joseph Roth e Paul Celan: la tomba è semplice,
cruda, al funerale parteciparono rari conoscenti. Zamjatin finì per azzerarsi.
Nel 1931 era arrivato a Parigi tramite le buone relazioni di Maksim Gork’ij.
> “Il giorno era straordinariamente caldo e un temporale tropicale aveva
> scassato Mosca”, ricorda Zamjatin, “quando la segretaria di Gork’ij annunciò
> che mi si voleva a cena”.
La cena era una specie di raduno di letterati, una festa, nella villa in
campagna di Gork’ij. Il vino illuminava la conversazione. Zamjatin era
considerato un reietto dall’Unione degli scrittori sovietici – da cui si era
felicemente ‘licenziato’ –, una specie di sovversivo dai politici. Incurante del
disastro, nel 1924 aveva fatto in modo che il suo romanzo proibito, Noi,
attraversasse il confine, fosse tradotto, venisse pubblicato a New York, da E.P.
Dutton.Come si sa, il libro inscena gli esiti di un regime totalitario, secondo
l’epica statale sovietica e l’etica del lavoro taylorista. Zamjatin era stato
tra le barricate bolsceviche nel 1905; credeva che la Rivoluzione fosse,
soprattutto, una rivoluzione spirituale, estetica, che i veri rivoluzionari
avessero l’onere di criticare la deriva autoritaria del Politburo. Si stava
scavando la fossa, appunto. Peccava di logica, di buon senso, di lucidità – o
meglio: di comicità.
Nel 1919 Lenin aveva varato le Edizioni di Stato, Gosizdat, che sostituirono le
case editrici private, con funzioni per lo più censorie. Nel 1921 Zamjatin firmò
un articolo, Ho paura, in cui riassume lo stato dell’arte nell’era dell’arte di
Stato:
> “Una letteratura autentica può esserci soltanto là dove a farla non sono
> funzionari coscienziosi e benpensanti, ma folli, eremiti, eretici, sognatori,
> ribelli, scettici”.
Una frase da stampare sui muri dei palazzi di governo. Dieci anni dopo scrive a
Stalin di poter lasciare l’Unione Sovietica, “qui la mia posizione è disperata,
la condanna a morte grava su di me, nella mia patria, in quanto scrittore”.
Nella fatidica cena in villa, Gork’ij si avvicinò a Zamjatin dicendogli che “la
faccenda del passaporto è risolta”; gli chiese di ritornare sulle sue posizioni.
Zamjatin preferì non abboccare.
> “Era appena terminato il temporale. Gork’ij si accigliò, tornò dagli altri
> ospiti. Più tardi, me ne stavo andando, mi domandò quando ci saremmo rivisti,
> ‘in Italia, forse?, vieni a trovarmi, ti prego’”.
Non si videro mai più: Gork’ij, “il fondatore del realismo socialista,
l’iniziatore della letteratura sovietica” (così nelle antologie scolastiche
russe), morì, in situazioni mai chiarite, un anno prima di Zamjatin.
Ingegnere navale, Zamjatin, nel 1915, andò a lavorare a Glasgow, Newcastle,
Sunderland, “costruivo rompighiaccio”. I tedeschi sganciavano bombe dagli
zeppelin e allo scrittore l’Occidente parve “tutto nuovo e tutto strano”.
Zamjatin resta, sempre, straordinariamente russo: rientrò in patria per gustarsi
la Rivoluzione, “nel settembre del 1917, su un vecchio piroscafuccio inglese… a
fari spenti, con addosso le cinture di salvataggio, le scialuppe pronte”, certo
che “se non fossi vissuto insieme alla Russia, non sarei più stato in grado di
scrivere”.
I Racconti di Zamjatin (Mondadori, 2021), raccolti a cura di Alessandro Niero,
già traduttore di Noi – e di un altro splendido ribelle, Boris Pasternak –,
quasi una primizia (i Racconti inglesi sono editi da Voland nel 1999; alcuni
testi, Nella vecchia Russia, X e La caverna, sono usciti per Urban Apnea nel
2019), testimoniano il genio caustico, scorbutico, espressionista dello
scrittore che un po’ da tutti era ritenuto una specie di Gogol’ redivivo. La
scrittura sconcerta per eccessi (questo è l’incipit de La iolla: “Le nubi,
addensatesi per due settimane, si squarciarono all’improvviso, come
accoltellate, e dallo strappo, stendendosi per numerosi aršiny e saženi, sgusciò
l’azzurro”), ha livore e gioia; la critica politica è ovunque. Zamjatin non
sopporta l’istituzione, la clausura burocratica, la botanica dei delatori, il
sacerdozio delle norme: lo Stato non include, occlude con la sua perversa
pervasività; tutto ciò che limita l’esplosione anarchica della fantasia uccide,
è coercitivo, un veleno. Da Parigi vide il deperimento della Rivoluzione in
marchingegno del terrore: si fece livido, solo. Morì tra la morte di Vladimir
Majakovskij, che si spara un giorno di aprile del 1930 sigillando la fine di
ogni pia utopia comunista, e quella di Vladislav Chodasevič, il poeta, passato a
Parigi, pure lui, nel 1925, malato, morto di stenti, nel 1939, gran maestro di
Nabokov, che nel suo capolavoro tombale, Necropoli, ricorda “le misure
inibitorie contro la libera creazione artistica” subite da Zamjatin.
Noi diventò il libro di culto degli anticomunisti e degli occidentali liberi: vi
si ispirarono George Orwell, Aldous Huxley, Kurt Vonnegut; Tom Wolfe,
nell’oceanica intervista rilasciata alla “Paris Review” nel 1991, dichiara di
aver iniziato a scrivere imitando Zamjatin, su cui si era laureato. Tutto bello.
In un saggio del 1923 Zamjatin scrive che
> “Gli eretici sono l’unico rimedio contro l’entropia del pensiero… Il dogma,
> nella scienza, nella religione, nella vita sociale, nell’arte, è l’entropia
> del pensiero. Il dogma non brucia; è glaciale. Al posto del Discorso della
> Montagna, infuocato, assistiamo alla preghiera sonnolenta magnificata nelle
> chiese; invece di Galileo ci sono calcoli in stanze ben attrezzate, epigoni
> che costruiscono le proprie strutture e le proprie carriere intorno
> all’intuizione di un genio… Il dogma accusa la letteratura eretica: afferma
> che essa è dannosa. Ma la letteratura ‘dannosa’ è più utile di quella utile,
> utilitaristica, perché sfida la calcificazione, la sclerosi, il muschio, la
> quiescenza”.
Eppure, questa è l’era della rabbia senza mediazioni, senza meditazione, degli
intellettuali servili, dei sudditi. Zamjatin fa l’effetto di uno che ti sega la
calotta cranica e riempie il vuoto cerebrale di falchi, di fenici.
L'articolo “Gli eretici sono l’unico rimedio contro l’entropia del pensiero”.
Elogio di Zamjatin proviene da Pangea.
Quando a fine anni ’80 Deng Xiaoping affermò che “il Medio Oriente ha il
petrolio, la Cina le terre rare”, in pochi diedero il giusto peso alla
dichiarazione dell’allora leader della Repubblica Popolare cinese.
Come invece sempre più spesso accade, il Dragone asiatico dimostrò di avere la
capacità di immaginare e mettere in atto strategie di lungo termine: le terre
rare, infatti, rappresentano oggi uno dei maggiori motivi di frizione
geopolitica nel mondo, a causa dell’elevata richiesta e del loro complesso
approvvigionamento, di cui la Cina detiene il monopolio.
Praticamente nessun settore industriale ad alta tecnologia può farne a meno, da
quello militare – per missili guidati, droni, radar e sottomarini – a quello
medico, in cui sono impiegate per risonanze magnetiche, laser chirurgici,
protesi intelligenti e molto altro ancora.
Non fa eccezione il settore tecnologico e in particolare quello legato allo
sviluppo e all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Come spiega Marta Abbà,
fisica e giornalista esperta di temi ambientali, le terre rare possiedono
qualità magnetiche uniche e sono eccellenti nel condurre elettricità e resistere
al calore, e anche per questo risultano essenziali per la fabbricazione di
semiconduttori, che forniscono la potenza computazionale che alimenta l’AI, per
le unità di elaborazione grafica (GPU), per i circuiti integrati specifici per
applicazioni (ASIC) e per i dispositivi logici programmabili (FPGA, un
particolare tipo di chip che può essere programmato dopo la produzione per
svolgere funzioni diverse).
Sono inoltre cruciali per la produzione di energia sostenibile: disprosio,
neodimio, praseodimio e terbio, per esempio, sono essenziali per la produzione
dei magneti utilizzati nelle turbine eoliche.
Senza terre rare, quindi, si bloccherebbe non solo lo sviluppo dell’intelligenza
artificiale, ma anche quella transizione energetica che, almeno in teoria,
dovrebbe accompagnarne la diffusione rendendola più sostenibile. Insomma, tutte
le grandi potenze vogliono le terre rare e tutte ne hanno bisogno, ma pochi le
posseggono.
Leggi l'approfondito articolo di Del Monte
Si trasformò da arguto rivoluzionario a “Robinson polare”. Nato Natan
Mandelevich Bogoraz a Ovruč, attuale Ucraina, da famiglia colta ebraica, voltò
il nome in Vladimir dopo essersi convertito al cristianesimo, firmava i suoi
libri “Tan”. Come se il suo nome fosse il suono di un tamburo, un richiamo dai
primordi d’Oriente. Agli studi di legge a San Pietroburgo, Vladimir alternava
l’attività rivoluzionaria nei gangli dell’organizzazione antizarista e
sovversiva “Narodnaja volja”. Arrestato nel 1886, poco più ventenne, fu spedito
in Siberia, presso la Kolyma, in Jacuzia, area dei futuri campi stalinista,
luogo d’orrore reso leggenda nei memorabili Racconti della Kolyma di Varlam
Šalamov.
La reclusione e l’esilio nell’Estremo Oriente russo cambiarono la vita
di Vladimir Bogoraz. Fu affascinato dalla popolazione autoctona dei Ciukci:
tribù di pescatori, di cacciatori e allevatori di renne, veneravano l’orso,
vivevano in tende vaste come ville, si muovevano in kayak o su slitta. Sapevano
addestrare il cane e la renna alla briglia. Erano riusciti a tradurre un luogo
inospitale in una terra fertile di ‘segni’; perfino la più infima ombra, ai loro
occhi, era viva:
> “La lampada ha le zampe, cammina. Le pareti della tenda hanno voci
> proprie… le ombre sul muro costituiscono tribù ben definite, con un proprio
> terreno di caccia, delle proprie dimore, dei cacciatori sapienti…”
In questo mondo di ombre e di segni, che proliferavano ovunque, come il caglio
di un dio, gli sciamani avevano un ruolo preponderante. Vivevano in prossimità
dei boschi, addestrati dalle ‘voci’, per lo più eccentrici, decentrati
all’esistenza comune. Evanescenti come la neve. A loro ci si rivolgeva di
continuo: per propiziare la caccia e l’unione, per benedire le bestie e i
nascituri, per dialogare con i morti, che dilagavano, dappertutto. Esistevano
sciamani crudeli, scoppiavano guerre tra sciamani avversari. Bogoraz era
affascinato, soprattutto, dalla struttura sociale dei Ciukci: pareva non
avessero governanti diretti, le attività si svolgevano secondo
un’‘autogestione’, per così dire, guidata da gerarchie cosmiche, da una
consuetudine che nessuno osava intaccare. Gli parve di trovarsi di fronte a
degli uomini buoni.
La prima raccolta di “Miti e leggende dei Ciukci” è pubblicata da Bogoraz nel
1899; l’anno dopo esce a San Pietroburgo l’importantissimo “Materiali per lo
studio della lingua e del folclore dei ciukci”. Il giovane rivoluzionario
divenuto pioniere dell’antropologia russa, è accolto nei gangli dell’Accademia
delle Scienze. Quando può, però, Bogoraz attraversa l’oceano a sbarca a New
York: presso l’American Museum of Natural History trova un complice
nell’etnologo Franz Boas e partecipa alla mitica “Jesup North Pacific
Expedition”. La missione si occupa di snidare, sondare e studiare le popolazioni
indigene intorno allo stretto di Bering, tra Alaska e Estremo Oriente russo;
l’esito di queste osservazioni permette a Vladimir Bogoraz – ormai
americanizzato “Waldemar” – di pubblicare, nel 1910, Chukchee Mythology (da cui
abbiamo tratto i testi in appendice) e nel 1913 The Eskimo of Siberia. Sono
lavori miliari: la pagina dedicata ai Ciukci in Testi dello Sciamanesimo
siberiano e centro-asiatico (Utet 1984; 2009), si avvale ancora di quel
repertorio.
Rientrato in Russia, Bogoraz fu professore di etologia; forse vide in Lenin il
prototipo dello sciamano moderno; intuì che la Rivoluzione era guidata da un
fervore ‘magico’, che le masse si muovono soltanto se guidate dalle voci e dalle
ombre – cioè: dalle idee o dal dio, che a tratti sono la stessa cosa. Nel 1930
fondò a San Pietroburgo – allora Leningrado – l’“Istituto dei Popoli del Nord”,
con il compito precipuo di studiare le lingue degli indigeni, organizzandole per
vocabolari. Fu facile per Bogoraz intuire la parentela tra i Ciukci e gli Ainu,
gli indigeni del Giappone settentrionale, un popolo per molti versi avvolto nel
mistero. Ma i tempi cambiavano con rapidità di fortunale: Bogoraz, patriarca
dell’antropologia russa, fu attaccato dagli allievi più giovani perché si
rifiutava di utilizzare i codici della “lotta di classe” nell’interpretare
l’organizzazione sociale dei Ciukci. Lo accusarono di voler preservare i nativi
del Nord dai fasti dello “sviluppo economico”: per Bogoraz il cosiddetto
‘progresso’ avrebbe definitivamente corrotto la sciamanica autarchia dei Ciukci.
Voleva credere in un Eden nordico, nella possibilità – ancora viva, prossima –
di poter parlare con le renne, di cavalcare l’orso, di coalizzare un esercito di
spiriti. Le ombre avevano preso a dialogare con lui.
Il vecchio rivoluzionario fu costretto a ritrattare e a rivedere alcune
conclusioni. Comunque, morì poco dopo, nel maggio del 1936, in circostanze non
del tutto chiare. Costantemente ristampate nel mondo americano, le opere di
Bogoraz sono state recepite di recente dalle Éditions des Syrtes, in
Francia: Récits de la Perdition raccoglie i miti dei Ciukci, ma soprattutto il
picaresco racconto di un intellettuale perduto nel grande Nord. Così ne ha
scritto “Le Monde”: “Intriso di una tenerezza non priva di humour, il libro
racconta l’intima tragedia e il turbamento metafisico di un uomo bandito dalla
società, prigioniero di una natura superba ma di cui non sa riconoscere i
simboli, in cui è disorientato”.
Dal vasto repertorio di leggende, proverbi, miti assemblato da Bogoraz, si è
scelto di tradurre alcuni “Incantesimi”. Si tratta di parole pronunciate dagli
sciamani Ciukci e di brevi sketch che dicono di un mondo affollato di demoni, in
cui l’invisibile ha la prevalenza sulla mera, sgargiante superficie delle cose;
in cui le bestie parlano e risorgere vale quanto vendicarsi. Questo è un mondo
in cui la parola – coagulata in gesti, in effluvio di gesticolii – è efficace o
non è – come dovrebbe essere la parola poetica. Non c’è nulla di esornativo
nella ripetizione della formula verbale, perché è grazie a quel giaculio, a quel
gracidio, che il mondo continua a parlarci, continua a esistere. Vivere nel
canto per non subire l’incanto; fare nido nel miracolo osteggiando il miraggio.
In un testo raccolto in Testo dello Sciamanesimo siberiano e centro-asiatico,
“Il giovane sciamano e la sua fidanzata”, si narra del più piccolo di cinque
fratelli che rifiuta di conformarsi ai riti sociali. Quando è il suo turno di
prendere moglie, scappa, si nasconde, “sciamanizza” (cioè: articola canti a
ritmo di tamburo). Infine, si innamora di una ragazza morta, dopo aver scorto il
suo feretro trascinato dalle renne. Grazie agli innati, misteriosi poteri, il
giovane va nell’aldilà (“Ora io andrò… mi immergo… cerco la sua anima…”),
recupera l’anima della ragazza, la incastra nel corpo, fa della risorta la
propria moglie. L’estasi dello sciamano è un’immersione nell’amnio del mondo –
ascesi per apnea, diremmo –; la sua unione l’opera di un potere degno di aura. I
fratelli non canzoneranno più il più piccolo, accogliendo il suo destino di
solitudine e di estraneità.
A volte, attirato nell’altro mondo, nell’altrove, nel nessundove, uno sciamano
non fa ritorno su questa terra. Il suo corpo resta crisalide vuota, in una
specie di infantile rimbambimento. Tra le mani dello sciamano, si dice, mangiano
gli orsi; lo sciamano, si dice, può domare perfino la tigre dell’Amur, la preda
sbalorditiva, amata da Dersu Uzala, il “piccolo uomo delle grandi pianure”
eternato dal film di Kurosawa.
Di questa recluta di leggende desunte da un sussurro, di identità spaiate in
fotografia, in una cronaca della scienza, forse, restano le viscere di un dio,
il pellame messo a nudo, lo scalpo, lo scalpiccio.
***
Incantesimo di una donna rifiutata dal proprio marito, gelosa della rivale
Dunque sei tu quella donna!
Amore hai da mio marito – tanto che lui mi respinge.
Ma tu non sei un umano essere. In carogna ti muto, carogna che crolla sui
ciottoli, carogna vecchia, putrefatta.
Muto mio marito in un orso. Orso che viene da terre lontane. Orso roso dalla
fame. Orso che incrocia la carogna e la divora. Poi la vomita. In quel vomito ti
volto. Mio marito contempla il vomito. E la rifiuta appena la vede.
Muto il mio corpo in quello di un giovane castoro appena svezzato. Liscio ogni
mio pelo. Questa donna è gradita a lui, lui mi insegue, mi desidera, perché
l’altra gli è ripugnante.
(Sputa, si imbratta di bava dalla testa ai piedi, il marito comincia a volerla).
Egli mi ha rigettata e io mi rivolgo a lui, per lui mi trasformo in un male
mortale. Che sia attratto dal mio odore, che mi azzanni. Lo respingo perché con
più forza mi assalga.
Finché mio marito non abbandona la sua amante.
*
Incantesimo per far tornare indietro i morti
L’uomo è morto da poco e un altro esce allo scoperto: il morto è ancora nella
sala d’attesa della morte, nella più remota stanza.
L’altro uomo parla all’Alba e all’Essere Superiore. Dice: Mente disorientata la
mia, mente dissennata. A chi posso chiedere aiuto? Mi rivolgo a te. Dammi il tuo
cane! Sono addolorato per mio figlio, che è scappato in un luogo lontano.
Lasciami usare il tuo cane.
Muove la mano sinistra, come se afferrasse il cane. Poi sussurra all’occhio del
morto, ulula come un cane, Uu, uuu, così.
Il cane allora si lascia avvincere e insegue il morto. Lo insegue e ulula e
abbaia. Gli passa davanti, lo incrocia, lo incorna. Abbaia con ferocia. Gli si
avventa contro, gli blocca in ogni direzione il cammino. Infine, lo obbliga a
interrompere il suo lungo viaggio e a tornare indietro. Deve rimetterlo nel
corpo, deve riposizionarlo nel corpo. Poi il morto ricomincia lentamente a
respirare. Pur essendo morto, ora vive.
*
Per curare un malato
Quando un uomo è malato fino al punto di poter morire e il suo corpo è debole,
quest’uomo viene portato fuori casa, con grandi sforzi, e viene strofinato con
la neve, dappertutto. Un altro uomo implora le Regioni Superiori e il fiume
detto Ciottolo. “O Fiume Ciottolo, vieni a me! Scivola in me! Desidero che tu mi
serva”. Inoltre, reclama il vento dell’Est.
Segue un acquazzone. Il fiume si gonfia. Il malato diventa le rapide del fiume.
Tutto viene spazzato via – non resta più nulla. Qualcuno getta cibo nelle acque,
e il fiume trascina via ogni rifiuto e ogni dono.
Così l’uomo che soffre può guarire e viene riportato a casa.
*
Incantesimo per allontanare Ke’let, il demone
Quando scende la sera, lego due grandi orsi sulla soglia di casa mia e dico:
“Oh, voi siete così grandi, così forti, non può capitarmi nulla di male finché
sono al vostro fianco”.
Se un ke’let mi vuole e cerca di entrare in casa, gli orsi lo afferrano perché
non fanno passare nessuno.
Poi c’è una vecchia, cieca, con gli occhi incavati, con le orbite vuote: agita
una frusta di ferro tutta la notte, in ogni direzione. Lei sa spaventare i
ke’let. È difficile assalirla. Dopo, su ogni lato della casa devi porre dei gufi
polari di ferro. Hanno becchi di ferro e ali di ferro. Hanno becchi molto
affilati.
Quando ke’let, l’Assassino, l’aggressore, trova la casa, loro lo colpiscono, lo
feriscono, gli cavano gli occhi. Il demone, pieno di sangue, volta verso il
deserto – vola obliquo, ha paura, se ne va per sempre.
L'articolo “La lampada cammina, le ombre parlano”. Bogoraz e gli incantesimi dei
Ciukci proviene da Pangea.
THE TRIAL AND SENTENCING OF RUSLAN SIDIKI HAS EXPOSED BOTH THE TERROR OF AN
AUTHORITARIAN STATE AND THE POWER OF CLANDESTINE DIRECT ACTION
~ Josie Ó Súileabháin ~
At the Ryazan garrison military court, Judge Oleg Shishov on 23 May sentenced
Ruslan Sidiki to 29 years of imprisonment for bombing railway tracks leading to
the front and a drone attack on a military base. Sidiki will have to spend the
first 7 in a high-security prison and after that in a high-security penal
colony. He would also have to pay about 58 million roubles in fines and damages
(about 640,000 Euros).
Russian Railways reported damages of more than 17 million Rubles and the
disruption to 61 trains using the same line. Petrochemical outfit Apatit said
that 700 tonnes of concrete crumbled and mixed with the soil, causing damage of
38 million Rubles. Bogdan Fedak, a representative of the Ministry of Defence,
confirmed the drone at Dyagilyevo airfield caused minimal damage, but it did
threaten “the combat readiness of the military unit” although when pressed, he
could not say what the threat was.
“Of course, any loud bang and news of an explosion can scare someone”, Sidiki
said in his final statement to the court. “Just as missiles flying over houses
and the start of military operations carry with them intimidation of the
population of the country against which these actions are being carried out”.
Sabotage of the railways carrying military equipment through Russia into Ukraine
rose sharply after the announcement of the full-scale war in 2022. The violent
suppression of street protests and anti-war demonstrations has left no avenue
but clandestine direct action.
“Early in the morning of February 24th” Sidiki wrote, “I was riding in the train
Ryazan-Moscow… I began to monitor the news and saw that a large-scale invasion
had begun. It was a very unpleasant feeling (knowing) that you couldn’t do
anything. I saw how trains with military equipment are going, out of desperation
I wanted to overshadow the gun trucks”.
By early March, Sidiki had written to a comrade in Ukraine to ask if they would
fight in the armed forces. The comrade replied: “We burn their equipment in the
hundreds, and they wipe our cities from the face of the earth”.
‘BEWARE, MOSCOW’
63 trains had de-railed in Russia in the first four months of full-scale war,
according to media reports seen by The Insider. Several underground groups were
claiming responsibility, uploading reports to social media and sharing recipes
for explosives. Russian Railways has claimed that half of these derailments were
due to technical problems rather than political sabotage—preferring to be
accused of criminal negligence than admit to the scale of actions.
Already in 2020, the Rail Guerrillas in Belarus were active in sabotaging state
infrastructure as part of the uprising against dictatorship in the country. In
2022 the focus mainly changed to sabotaging the Russian war machine in Belarus.
The same year the Belarussian regime passed legislation that would allow the
death penalty for attempted acts of sabotage, and violently crushed the movement
in the country.
In April 2022, the Russian security service (FSB) announced it they had detained
two Russians who were “supporters of Ukrainian Nazism” and were being charged
with sabotage. A video was released as ‘evidence’ for their crimes, with one
blurred-faced man talking to camera and wearing a shirt with Union Jacks on it.
Their names were not released, but even after an investigation by The Insider,
no data could be found on charges being brought in the region reported.
The announcement by the FSB did fit the public narrative of the “de-Nazification
of Ukraine” as propagated by Russian leadership a little too well. Behind the
scenes, the FSB was looking for the anarchists and other political activists. In
the public chat ‘Beware, Moscow’ a message warned that the security service was
after a “militant organisation of anarcho-communists”.
According to investigators, the group responsible for several acts of sabotage
were not supporters of Ukrainian fascism but their political counterforce; the
Combat Organisation of Anarcho-Communists (BOAK). The underground militant
direct action group had managed to delay military freight trains by unscrewing 8
nuts, splitting a rail joint and partially dislodging the tracks. “As anarchists
and revolutionaries”, a member of BOAK wrote in February 2025, “it was obvious
that we needed to stand in defence of society when it faced fascist imperial
aggression”.
“The defeat of Ukraine will bring about the triumph of the most reactionary
forces in Russia”, another statement from BOAK reads, “finalizing its
transformation into a neo-Stalinist concentration camp, with unlimited power
concentrated in the FSB and totalitarian Orthodox imperialist ideology”.
Several BOAK comrades went to fight in the resistance in Ukraine, including one
of the founders of the combat organisation Dmitry Petrov. From the first day of
the invasion of Ukraine, Petrov worked to establish anti-authoritarian and
autonomous military units, including the Anti-Authoritarian Platoon that fought
until the summer of 2022.
“Right now we are going through a turning point in the history of eastern
Europe”, Petrov wrote in ‘To be an independent force’. “In the abyss of events,
the small black sail of the anarchist movement is clearly visible”.
In the following year, Dmitry Petrov was killed alongside Finbar Cafferly and
Cooper Andrews as they were fighting close to Bakhmut in Ukraine.
TERROR STATE
As Sidiki reflected in court, he was forced underground when “all opportunities
to influence the situation peacefully” were cut off. “Whoever opposes war is
declared a traitor and subject to repression… it is not surprising that someone
would prefer to leave the country and someone will take up the explosives”.
Sidiki’s defence lawyer had argued that the charge of terrorist training should
be dropped, referring both to the defendant’s prior knowledge of explosives and
drone operations, and the court’s recognition of the defendant as a prisoner of
war. Destruction of the property of the military is known as sabotage, Sidiki
argued, whereas it is the Russian military targeting of Ukraine’s energy
infrastructure that fits the legal definition of terrorism — “committing an
explosion or other actions that frighten the population in order to influence
decision-making by the authorities”. Access to water, electricity and gas were
severely restricted in order to put pressure on Ukraine’s leadership.
As reported by Mediazona, Sidiki previously reflected from prison, “did I feel
like a guerrilla? I think I could be called that. If during the Second World
War, people opposing the Third Reich on its territory were called partisans,
then I can be attributed to them…”
“Torturing with electricity and beating up a tied up person is an extremely low
act” Sidiki said at his last hearing. “Here, responsibility falls not only on
the one who used these methods, but also the one who knows, and the one who does
not react and helps hide it”.
Standing in a cage, his final words to the court were from a fragment of a poem
by Nestor Makhno:
Let them bury us now,
but our essence will not
sink into oblivion
It will rise at the right time
and win. I believe in it
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