S e volete capire perché le imminenti Olimpiadi Invernali di Milano Cortina sono
un disastro concettuale, prima ancora che ecologico, politico e economico,
leggete un libro sul ghiaccio. Leggete, anzi, il libro sul ghiaccio: Le vie del
freddo (2025) di Max Leonard, traduzione di Simonetta Frediani. Un saggio che
ripercorre la storia di come il ghiaccio abbia intersecato nel profondo
l’evoluzione delle civiltà umane, influenzandone forme e direzioni – a
dimostrazione di quanto fittizia sia la separazione tra “natura” e “cultura”.
Leonard sceglie come proprio oggetto d’analisi una sostanza, o meglio uno stato
fisico, che fa della contraddizione la propria caratteristica principale:
simbolo di calma e grazia sotto pressione, ma anche di insensibilità e distacco;
per millenni in bilico sul crinale medico tra il benefico e il dannoso; se
toccato, genera sensazioni di congelamento oppure di bruciore. Dall’ultimo
secolo in poi quest’ambiguità irriducibile è stata però, almeno apparentemente,
irreggimentata: il ghiaccio è entrato a far parte dell’esperienza quotidiana di
miliardi di persone in tutto il mondo e si è arrivati al costoso paradosso del
freddo artificiale, quello appunto senza il quale i Giochi olimpici invernali
del 2026 non sarebbero stati nemmeno pensabili.
> Un saggio che ripercorre la storia di come il ghiaccio, uno stato fisico che
> fa della contraddizione la propria caratteristica principale, abbia
> intersecato nel profondo l’evoluzione delle civiltà umane, influenzandone
> forme e direzioni.
«Le macchine per la neve consumano energia generata altrove e mentre producono
neve rilasciano calore. […] Quanto più freddo innaturale produciamo, tanto più
freddo naturale distruggiamo e più diventa scarso», scrive Leonard nell’ultimo
capitolo, dedicato al ghiaccio nell’Antropocene. La sua è, in effetti, una
parabola saggistico-narrativa che descrive una proporzionalità inversa: dai
primi passi nella storia del freddo, quando di ghiaccio sulla Terra ce n’era
tanto ma se ne sapeva poco, ai giorni d’oggi, in cui da perturbante il ghiaccio
è stato reso domestico, con la progressiva diminuzione della sua presenza allo
stato naturale, sui ghiacciai e ai poli. Eppure di avvilimento in questo libro
se ne respira poco. Piuttosto, Leonard sembra prefiggersi lo scopo di restituire
al ghiaccio l’aura di straordinarietà che a lungo lo ha contraddistinto,
portando chi legge ad apprezzare la profondità storica e anche filosofica di
qualcosa di ormai decisamente ordinario, ma proprio per questo valevole di
un’attenzione più sfaccettata.
Ciascun capitolo è dedicato a un diverso gruppo umano i cui destini sono stati
plasmati dall’incontro con il ghiaccio in una delle sue tante forme. Si va dai
pittori delle caverne, seguendo i quali si ripercorrono gli effetti dell’Era
glaciale sulle migrazioni umane e animali della preistoria, ai cosiddetti
festaioli, protagonisti del risvolto carnevalesco della Piccola era glaciale del
Seicento, fatto di feste popolari e fiere del gelo sul Tamigi, pattinaggio sul
ghiaccio e colf (gioco che molti olandesi considerano all’origine del golf). Ci
sono i filibustieri del Sedicesimo secolo, alla disperata ricerca di una rotta
di navigazione settentrionale per raggiungere l’Asia, convinti dell’esistenza di
un “mare polare aperto” al di là di un anello di iceberg. Tantissimi poi gli
scienziati che nel tempo hanno contribuito a districare i misteri più
disorientanti legati al ghiaccio: la forma dei suoi cristalli; l’andamento
dall’alto verso il basso del processo di congelamento (senza il quale la fauna
marina si sarebbe estinta a ogni era glaciale); l’espansione nel passaggio allo
stato solido; la sospensione sull’acqua liquida. Ma le storie sono anche quelle,
mai del tutto ordinarie, dei gelatai e dei birrai che dal ghiaccio hanno
estratto piaceri e ritualità ormai ineludibili, degli alpinisti e delle
alpiniste che hanno esplorato la Mer de Glace e i ghiacciai più inaccessibili
del pianeta, dei soldati combattenti per i confini e sui confini, spesso
ghiacciati, dei neonati stati-nazione del Novecento.
Molto di quel che oggi siamo e sappiamo è dovuto al ghiaccio e alle discipline
che intorno a questo si sono sviluppate. L’archeologia glaciale ci parla nel
dettaglio di culture lontanissime del tempo, i cui resti sono stati preservati
alla perfezione dal ghiaccio terrestre – almeno finché il suo scioglimento non
ha iniziato a restituirceli a ritmi sempre più serrati. La geologia glaciale è
stata in grado, attraverso la messa a sistema di “fossili indice” come quelli
dei mammut, di ricostruire una cronologia universale ben più complessa e
affascinante delle semplificazioni creazioniste (e negazioniste del clima) a
lungo imperanti in Occidente.
> Molto di quel che oggi siamo e sappiamo è dovuto al ghiaccio e alle discipline
> che intorno a questo si sono sviluppate.
Persino l’anatomia medica, al netto di dubbi morali e loschi commerci di
cadaveri, è stata resa possibile dal congelamento dei corpi e dal loro
sezionamento, molto prima che venissero scoperte la formalina e la
plastinazione. Più recente, tra tutte, la branca della criopolitica, definita
per la prima volta nel 2006 da Michael Bravo e Gareth Rees come termine ombrello
che mette insieme «la sicurezza dell’Artico, la protezione ambientale delle
popolazioni indigene, la storia del criosfruttamento, il lavoro scientifico sui
ghiacciai, gli interventi governativi sul cambiamento climatico e le questioni
culturali».
Questa storia della cultura mondiale sub specie gelus, attraversando ogni epoca
e territorio, non manca di toccare anche aspetti problematici. Leonard
sottolinea a più riprese il carattere intrinsecamente colonialista e razzista
del capitalismo speculativo e di frontiera che ha promosso le spedizioni del
ghiaccio – tanto in forma di incursioni territoriali quanto di imprese
scientifiche. Molte delle cosiddette scoperte che hanno plasmato la conoscenza
del ghiaccio in Occidente fanno parte da sempre della vita quotidiana delle
popolazioni dell’Artico, il cui contributo scientifico è stato storicamente
minimizzato o cancellato. Più a sud, la produzione del ghiaccio è stata
praticata in Persia e in India da migliaia di anni, e spesso con modalità di
accesso ben più democratiche di quelle della catena del freddo come espressione
tecnica dell’imperialismo britannico. In Cina, poi, le ghiacciaie e i depositi
di neve punteggiavano le coste già molto prima dell’industrializzazione della
pesca operata dalla Compagnia britannica delle Indie Orientali, e la stessa
morfologia esagonale dei cristalli di ghiaccio era nota agli scienziati cinesi
sin dal 135 a.C. – solo diciassette secoli prima della “nascita” della
cristallografia di Keplero.
> Molte delle cosiddette scoperte che hanno plasmato la conoscenza del ghiaccio
> in Occidente fanno parte da sempre della vita quotidiana delle popolazioni
> dell’Artico, il cui contributo scientifico è stato storicamente minimizzato o
> cancellato.
A proposito di colonialismo dei tempi d’oggi, nel capitolo sul ghiaccio e la
guerra Leonard rivela dettagli sulla presenza degli Stati Uniti in Groenlandia
che meriterebbero le prime pagine dei giornali, a dimostrazione di quanto lo
sguardo rapace di Donald Trump su questo territorio non sia nuovo né peggiore di
quello di molti suoi predecessori. Già nel 1946 il governo statunitense cercò di
acquistare la Groenlandia dalla Danimarca, vedendosi opporre un rifiuto. La
reazione in quel caso fu la creazione da parte degli Stati Uniti del programma
SIPRE (Snow, Ice and Permafrost Research Establishment) su suolo groenlandese,
dedicato alla scienza militare applicata alle aree glaciali. L’“applicazione” fu
però ben diversa da quella dichiarata:
> Il probabile segreto della base di ghiaccio è stato svelato soltanto nel 1996,
> quando documenti declassificati hanno confermato l’esistenza del Progetto
> Iceworm.
> L’obiettivo del Progetto Iceworm era niente meno che la realizzazione di una
> rete mobile di siti di lancio di missili nucleari rivolti verso la Russia,
> distribuiti su un’area tre volte più grande della Danimarca, tutti situati a
> quasi 9 metri al di sotto della superficie della calotta glaciale della
> Groenlandia. […] Il governo danese non avrebbe mai approvato ufficialmente
> un’installazione offensiva statunitense in Groenlandia e aveva vietato la
> presenza di armi nucleari nei suoi territori e nel suo spazio aereo. Il che,
> suppongo, è in parte il motivo per cui gli Stati Uniti avevano pianificato di
> nasconderle tra i ghiacci.
E pensare che proprio i ghiacci, ai tempi dell’ultimo massimo glaciale, univano
quel che la storia politica avrebbe poi separato per sempre: attraverso un ponte
ghiacciato tra la Siberia e l’Alaska, piccole popolazioni di esseri umani sono
arrivate nelle Americhe per la prima volta proprio dalla Russia orientale.
> Se le scalate delle donne sono meno note è forse anche per via dell’equilibrio
> pacato con cui le hanno riportate, senza ricorrere alle iperboli e alle
> millanterie tipiche di molti racconti maschili.
Leonard non manca di evidenziare nemmeno gli elementi misogini legati
all’alpinismo borghese dell’Ottocento, alimentato da una buona dose di vigore
ipermascolino e desiderio machista di pericolo, oltre che di avidità
territoriale. Nonostante i pregiudizi sociali e gli ostacoli più o meno
materiali posti sul loro cammino, di donne alpiniste nella storia ce ne sono
però state diverse. E se le loro scalate sono meno note è a causa delle minori
opportunità da queste avute di pubblicare i propri resoconti e di essere
riconosciute nelle proprie imprese, ma anche forse per via dell’equilibrio
pacato con cui le hanno raccontate, scevre delle iperboli e delle millanterie di
molti racconti maschili. Descrizioni come quelle di Margaret Jackson, che compì
sette prime ascensioni di cime superiori ai 4000 metri, si soffermano poco
sull’esperienza individuale della scalata, comunicando piuttosto la meraviglia
matericamente spirituale dell’alta quota e un senso di comunione con l’ambiente
circostante.
Se è vero che il razionalismo illuminista è riuscito a dare spazio a precisi
calcoli barometrici, meteorologici e geodetici allontanando dal ghiaccio le
streghe, gli spiriti e i demoni del folklore, è anche necessario riconoscere
quanto sia andato perso o frainteso con la tendenza delle scienze a ignorare la
meraviglia degli oggetti in esame. In altri termini, è più che mai necessaria
una pratica femminista e postcoloniale della scienza (dei ghiacci e non solo),
in grado di conciliare rigore dei calcoli e stupore dello sguardo: proprio
quello stupore, quel misticismo più o meno laico, di cui sono intrise le pagine
di Jackson e che attraversano molto del sapere indigeno. Il rischio insito nel
privilegiare la razionalità a totale discapito di una certa spiritualità, e
viceversa, è quello di cadere nello scientismo da un lato, nella superstizione
dall’altro – due facce opposte della medesima chiusura mentale. Il libro di
Leonard, con la sua miriade di dati tecnici tenuti insieme da una prosa
cristallina e impreziositi da un ricco apparato fotografico, è lì a dimostrare
che l’armonizzazione di scienza e arte, precisione e creatività, ricerca e
ispirazione, non è affatto un’impresa impossibile.
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Q uesta storia può cominciare da un villaggio contadino della campagna haitiana.
È un villaggio sulle colline: alcuni cimarroni, ex schiavi di origine africana,
si sono rifugiati lì per sfuggire alle piantagioni schiaviste delle pianure.
Hanno tagliato qualche albero per costruire il villaggio, e altri per
l’agricoltura e la legna. Sono terreni poveri, quelli che si trovano a
coltivare, perché quelli ricchi sono coperti dalle piantagioni dei coloni. E
siccome i terreni rendono poco, tagliano altri alberi per farci carbone vegetale
da vendere in città. Allora i cimarroni vengono additati come responsabili della
deforestazione dagli ambientalisti. Possiamo immaginare che, per preservare la
biodiversità dell’isola, si deciderà di impedire il disboscamento di quelle
colline: si farà una riserva, da cui escludere del tutto quei cimarroni che
tagliavano gli alberi. A nessuno verrà in mente di accusare i coloni con le loro
piantagioni, che fin dal loro arrivo si erano occupati di deforestare tutto il
resto dell’isola. Nemmeno agli ambientalisti. Perché la nostra cultura, ci dice
questa storia, è talmente intrisa di colonialismo che spesso non lo vediamo e
anzi lo perpetriamo senza accorgercene anche nelle lotte, anche nell’attivismo.
L’ecologia stessa ne è costellata: sul colonialismo si fonda spesso il concetto
di riserva naturale così come l’estrazione di metalli e terre rare in America
Latina e in Africa. Liberarsene è parte del processo necessario per affrontare
la crisi climatica.
E in effetti questa storia potrebbe cominciare anche molto prima, fra il
Quindicesimo e il Diciannovesimo secolo, quando dodici milioni e mezzo di
africani furono strappati dalle loro terre e stipati nella stiva di navi dirette
nelle Americhe. Come scrive Malcom Ferdinand, ingegnere ambientale di origini
caraibiche, in Un’ecologia decoloniale (2024):
> questi spazi della stiva e dell’interponte rappresentano anche un dispositivo
> politico fondante del mondo moderno. Per diversi secoli, relazionarsi con un
> altro essere umano, o più precisamente trattarlo, mettendolo dentro una stiva
> fu considerato ammissibile e opportuno. […] La collocazione nella stiva è il
> gesto che inaugura la relazione schiavista con questi uomini, queste donne e
> questi bambini neri. Tale relazione non si ferma allo sbarco, all’uscita
> fisica dalla stiva delle navi negriere, benché assuma forme diverse. I
> prigionieri della nave negriera e gli schiavi della piantagione si ritrovano
> legati nella stessa stiva del mondo.
Ma come coglie lo stesso Ferdinand, questa storia comincia ancora prima, nelle
storie che popolano il nostro immaginario e che ci forniscono le lenti
attraverso cui leggiamo il mondo. L’arca di Noè, immagine fondante della cultura
occidentale, è una nave su cui un Padre sceglie chi far salire e chi no.
Assomiglia alla Tesla costosissima di Elon Musk, la salvezza per pochi di una
mobilità elettrica di lusso per una transizione d’élite. Ma l’immagine più
simbolicamente potente è quella della navicella spaziale diretta su Marte,
letteralmente un’arca di Noè: qualcuno, forse un anziano Musk, sceglierà chi far
salire sul ponte e chi nella stiva, mentre a tutti gli altri rimane soltanto la
tempesta.
> La nostra cultura è talmente intrisa di colonialismo che spesso non lo
> vediamo, perpetrandolo senza accorgercene, persino nelle lotte e
> nell’attivismo.
Queste sono le storie di una delle fratture profonde che isolano l’ecologismo
occidentale. Per la geografa Kathryn Yusoff della Queen Mary University of
London l’Antropocene è bianco. Bianco come chi non si schiera, e bianco prima di
tutto perché bianco e più o meno inconsapevolmente colonialista è il pensiero di
cui si nutre. Nel termine Antropocene c’è l’idea che la specie umana tutta abbia
inciso direttamente sui processi geologici della Terra e sia colpevole
dell’immensa e sfaccettata crisi climatica in cui ci troviamo: come se tutti
avessero contribuito allo stesso modo e addirittura come se fosse necessario che
l’umano, in quanto specie, finisse per rompere del tutto e a livello globale
quell’“interscambio complesso e dinamico tra gli esseri umani e la natura” che
Marx chiama “metabolismo”. In realtà solo un piccolo pezzo di umanità ha
prodotto questa rottura, in particolare l’uomo bianco nella società occidentale
capitalista e coloniale.
Moltissime proposte sono arrivate nello scorso decennio per sostituire la parola
Antropocene. Andreas Malm e Jason Moore hanno parlato di “Capitalocene”,
mettendo l’accento appunto sul sistema economico. Marco Armiero ha parlato di
“Wasteocene”, l’era degli scarti, intendendo non solo i rifiuti ma anche le
terre e le comunità umane e non umane sacrificate sull’altare del profitto.
Donna Haraway ha parlato invece di “Plantationocene”, per focalizzarsi sui danni
causati dalle monoculture nei Paesi del Sud globale.
Nella piantagione come nello scarto c’è quello che il colono e l’ambientalista
non vogliono vedere. Entrambi, come scrive Malcom Ferdinand, cercano uno stesso
paradiso da cui l’Altro è escluso. L’Altro è tutto ciò che sta fuori, nella
stiva del mondo, tutto ciò che Ferdinand chiama “il negro”: persino la Terra, in
questo senso, è “negra”. E Negrocene è quell’era storica che ha relegato “nella
stiva del mondo esseri umani e non umani”; “negri” per Ferdinand sono tutti i
gruppi umani considerati inferiori, usati come forza lavoro e allo stesso tempo
nascosti, nella stiva come ai margini della proprietà padronale perché il bianco
possa vivere da solo, nascondendo alla propria vista qualsiasi tipo di “Altro” e
rifiutandosi insomma di condividere la terra con altri viventi.
Ciò che resta fuori è tutto ciò che sfruttiamo ma non vogliamo vedere. Sono i
rifiuti e le risorse. Fra le risorse ci sono gli schiavi, ma anche le altre
specie, e anche le donne. Sono queste le tre categorie che per Marx, attraverso
il loro lavoro non pagato, permettono al capitalismo di esistere: il lavoro di
cura per le donne, il lavoro nei campi degli schiavi, ma anche il lavoro di un
mulo, di un cane da pastore, di un pollo. Accanto al mancato riconoscimento del
loro lavoro, queste categorie sono anche estromesse da ogni potere decisionale
sulla propria vita e sul suolo che abitano: non lavorando, non sono coinvolti in
nessuna scelta.
> Nel termine Antropocene si annida l’idea che la specie umana tutta sia
> colpevole dell’immensa e sfaccettata crisi climatica in cui ci troviamo: come
> se tutti avessero contribuito allo stesso modo e la specie umana fosse
> inevitabilmente distruttiva.
La crisi climatica affonda le proprie radici in un modello economico e in una
cultura dello scarto, della stiva e della piantagione, che emergono da un
sistema di potere patriarcale: senza Noè non esisterebbe un’arca. Noè è il punto
di vista unico e oggettivante dell’uomo bianco, che sceglie chi sale e chi non
sale sulla nave. Un ambientalismo che non tenga conto di tutto ciò è un
ambientalismo sterile e vuoto. Ferdinand trova un’immagine bellissima per
descrivere questo tipo di ecologia: è l’immagine di una “Terra senza Mondo”,
spopolata dei suoi abitanti, delle credenze, usanze e significati. Vergine e
pura come una vestale. Dunque morta, o finta, come un simulacro. In questo senso
le Americhe conquistate e la riserva naturale hanno molto in comune. L’uomo
bianco non accetta di convivere con il nativo. Lo stermina o lo sposta lontano
dal suo sguardo: uno scarto. Allo stesso modo dalla riserva naturale sono
estromessi gli umani della stiva, è un paradiso a cui ha accesso il turista e
che solo un potere dall’alto può gestire.
Questo, del resto, hanno in comune l’estrattivismo e il patriarcato: la
presunzione di avere a disposizione un oggetto da sfruttare o da ammirare, si
tratti di una donna o della Terra stessa. E infatti Ferdinand osserva: “I coloni
occidentali e gli ambientalisti si trovano accomunati nella loro ricerca di un
paradiso sulla Terra che nasconde l’esistenza dell’altro”. Il ripristino della
natura perché torni “incontaminata”, la riserva che esclude gli abitanti per
creare una foresta senza mondo, fa parte di questo immaginario.
> La crisi climatica affonda le proprie radici in un modello economico, e in una
> cultura dello scarto, della stiva e della piantagione, che emergono da un
> sistema di potere patriarcale.
L’ambientalismo occidentale è spesso stato bianco, sordo, colonialista e spesso
lontano dai lavoratori. Negli ultimi anni i movimenti ambientalisti di nuova
generazione, in particolare i Fridays For Future, hanno fatto alcuni importanti
sforzi di ascolto e di riflessione sulle proprie radici, sul proprio linguaggio
e sulle proprie istanze. Negli ultimi tre anni si sono confrontati con le
urgenze diverse, a volte in opposizione, dei movimenti MAPA (Most Affected
People and Areas), che rappresentano gruppi e territori particolarmente colpiti
dai cambiamenti climatici come indigeni, minoranze, donne, poveri e abitanti del
Sud globale. Nei Climate Camp e nei congressi di giustizia climatica si sono
affiancati e confrontati ambientalisti da tutto il mondo nella difficile impresa
di tenere assieme esperienze, voci e rivendicazioni lontanissime.
Nel 2022 Greta Thunberg non ha fatto un passo indietro, come suggeriscono
alcuni, ma si è spostata di lato per lasciar posto al suo fianco ad altre
attiviste, in particolare l’ugandese Vanessa Nakate. E dallo scorso anno quasi
tutti i movimenti ecologisti hanno integrato la causa palestinese nella loro
lotta. In Italia, i movimenti si sono uniti alla lotta operaia della ex GKN di
Campi Bisenzio, mentre in Francia il 2023 ha visto decine di migliaia di persone
che invece di scendere in piazza sono scese nei campi assieme agli agricoltori
del movimento Soulevement de la Terre. Non è abbastanza, ma è qualcosa ed è
importante che ci sia.
> L’ambientalismo occidentale è spesso stato bianco, sordo, colonialista e
> lontano dai lavoratori.
Eppure, molte “politiche verdi” nel concreto restano profondamente coloniali.
Prima di tutto nell’estrazione di risorse come il litio, il nichel e il cobalto,
che avviene per lo più su suolo africano o sudamericano, ne inquina le acque,
sfrutta lavoro sottopagato ed è destinata principalmente ai consumi del Nord
globale. Ma anche nel modo stesso di concepire l’idea di ripristino di un
ecosistema. All’inizio ho fatto riferimento a Haiti ma accade ovunque e in
continuazione. La riserva esclude gli abitanti dall’utilizzo della propria
terra. Allo stesso modo, con la scusa del progetto di una Grande Muraglia verde
lungo il Sahara e il Sahel, ossia una barriera di alberi per rallentare la
desertificazione, i governi dei Paesi interessati stanno ponendo vere e proprie
recinzioni che impediscono alla popolazione locale e in particolare ai nomadi di
muoversi liberamente. Del resto la narrazione stessa della transizione ecologica
ha spesso la forma ben riconoscibile di un’arca di Noè. Le pubblicità di
Plenitude o Hera raccontano una transizione bianca e benestante: vediamo sempre
e solo il ponte della nave, non chi è rinchiuso nella stiva o lasciato in mare.
Famiglie felici in bicicletta, in bei quartieri di città a misura d’uomo.
Per autori come Yussof e Ferdinand è fondamentale che l’ambientalismo sia
consapevole, non solo di come l’inquinamento e il degrado ambientale rafforzino
il dominio sui poveri e i razzializzati, ma anche di come alcune delle soluzioni
perpetrino lo stesso modello fondato sulle disuguaglianze e sul lavoro non
pagato (o quasi) degli abitanti delle stive ‒ che siano il Sud globale o
qualsiasi territorio di scarto ‒, sull’estrazione cieca di risorse e
sull’accaparramento di terre altrui. Non sono fratture diverse, quella coloniale
e quella ecologica, sono la stessa frattura. Dove per frattura, Ferdinand
intende la discontinuità nelle relazioni fra gli esseri umani e l’ambiente, fra
culture e fra diverse forme di conoscenza che è insita nell’ordine sociale
generato dal capitalismo. Politiche “verdi” incapaci di disfarsi dell’abitudine
coloniale al dominio non solo ripropongono le stesse logiche di potere da cui
proprio la crisi climatica, suonando un allarme sempre più chiaro, ci sta dando
la possibilità di liberarci: sono anche inefficaci e ancora una volta ci
isolano, sul ponte della nave, prigionieri della terra senza mondo che
continuiamo a costruire.
> Non sono fratture diverse, quella coloniale e quella ecologica, sono la stessa
> frattura, intesa come la discontinuità nelle relazioni fra gli esseri umani e
> l’ambiente, fra culture e diverse forme di conoscenza, insita nell’ordine
> sociale generato dal capitalismo.
Quello che va rifondato è il modo di abitare: non la ricerca di un paradiso
terrestre da cui l’Altro è escluso ma una “nave mondo” su cui abitare assieme
agli altri umani e alle altre specie. Significa rifondare l’immagine che abbiamo
di noi stessi e del mondo attraverso vite e storie che ci contaminino e
modifichino. L’ecologia decoloniale parte da qui e ha l’arduo compito di
renderci più vasti e decentrati. Abbandoniamo la consunta arca di Noé, o meglio
ancora reinterpretiamola, osserviamo cosa non funziona in quella narrazione.
Raccontiamo la storia della stiva della nave, lasciando che prenda parola tutto
ciò che non ha avuto voce e luce. Entriamo, insomma, a far parte di una nave
mondo. La storia dell’ecologia politica e decoloniale, di un Antropocene non
bianco, di un’ecologia che si sappia non bianca, è anche una storia di uscita da
una solitudine che separa l’uomo bianco occidentale dagli altri umani, dalle
altre specie, dalla Terra tutta. È una storia fatta di narrazioni da mettere in
comune, di condivisione di spazi e contaminazione.
La crisi climatica mette a nudo la vulnerabilità dell’immaginario occidentale, e
proprio per questo l’ecologismo per primo ha bisogno di destrutturarsi e
contaminarsi mettendo le mani, innanzitutto, nella produzione di conoscenze. In
un articolo uscito su The Conversation e intitolato Five shifts to decolonise
ecological science – or any field of knowledge, J. Auerbach Jahajeeah, C.
Trisos e M. Katti osservano come l’epistemologia e il pensiero dell’ecologia
poggino i piedi su un passato coloniale che comprende anche il nome che diamo
alle cose: piante e animali sono stati rinominati dall’uomo bianco al suo arrivo
e non sappiamo nulla dei nomi con cui erano chiamati prima. Allo stesso modo le
mappe sono state disegnate in modo da conferire centralità all’Europa e al Nord
America, attraverso regole di astrazione del pensiero occidentale.
Gli autori propongono appunto cinque passaggi necessari per decolonizzare il
pensiero e l’epistemologia ambientali, fra cui decolonizzare le menti, ossia
aprirsi a forme di conoscenza che non provengano necessariamente da pratiche
scientifiche occidentali; comprendere le storie, per una conoscenza che sia
sempre situata in un contesto; migliorare l’accesso alla conoscenza per
ricercatori o attivisti provenienti da zone del mondo da cui è più difficile
partecipare al dibattito accademico; e riconoscere le competenze al di là degli
stretti parametri occidentali.
> La storia dell’ecologia politica e decoloniale, è anche una storia di uscita
> dalla solitudine che separa l’uomo bianco occidentale dagli altri esseri
> umani, dalle altre specie, dalla Terra tutta.
Dissodare le basi su cui si muove la conoscenza è un inizio, o uno degli inizi
possibili. Di sicuro c’è da non dare per scontato nulla, né il nome di una
pianta, né la bontà di una riserva naturale o di un progetto di riforestazione,
né l’estrazione di un metallo per la mobilità elettrica. Nell’Antropocene questo
immaginario cade, scopriamo di aver bisogno delle altre specie e di immaginari
diversi dal nostro a cui attingere, per non inaridirci in una riforestazione
senza mondo.
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T ra le varie distorsioni cognitive che compromettono il nostro sguardo
occidentale sul mondo c’è una tendenza alla compartimentalizzazione dei saperi e
delle problematiche che spesso finisce per nascondere la reale portata di una
crisi. Joseph Henrich l’aveva raccontato bene nel suo WEIRD (2022): di fronte a
un segnale d’allarme, si tratti della crisi climatica, della trasformazione
digitale o di una pandemia globale, la nostra prima tendenza è quella di
trattare il problema come se fosse circoscrivibile e isolato dal contesto. Solo
in un secondo momento ci preoccupiamo di individuare le interconnessioni che
collegano questi fenomeni tra loro; ma spesso a questa fase nemmeno ci
arriviamo.
In questi anni stiamo attraversando un’emergenza ecologica, una rielaborazione
di un trauma pandemico globale e uno stato avanzato di digitalizzazione delle
transazioni economiche e sociali, territori che vengono spesso raccontati come
lontani e poco sovrapponibili, condizioni che per puro caso si sono trovate
all’interno della stessa cornice congiunturale.
In Antropocene digitale (2025), Adam Arvidsson e Vincenzo Luise provano a
rendere visibili queste interconnessioni, e lo fanno partendo proprio dalla
presa d’atto di una distorsione cognitiva, quella di un capitalismo
estrattivista che continua ad alimentare il mito di una crescita sostenibile
esternalizzandone i costi su soggetti (umani e non umani) che spesso non si
trovano nella condizione di reagire. In tempi in cui chi si oppone al
capitalismo fossile viene accusato di perseguire una non ben specificata
“ideologia ecologista”, Arvidsson e Luise specificano fin da subito che il
miraggio di un estrattivismo sostenibile, così come la progressiva
individualizzazione e digitalizzazione di ogni aspetto del nostro stare in
società, è tenuto in vita da un’ideologia ben più pericolosa, un’ideologia che
parte dal presupposto che possa e debba esistere una separazione tra essere
umano e natura.
Il risultato è che, per quanto la maggior parte delle persone sia in grado di
riconoscere le iniquità e le ingiustizie che caratterizzano questa congiuntura
storica, molti vivono nella rassegnata convinzione che non ci siano alternative
davvero esplorabili: “Un’ideologia è qualcosa di molto simile a un’idea fissa.
Una modalità di pensiero radicata che riflette alcuni aspetti della realtà ma ne
nasconde altri. Un’ideologia è ‘una verità che nasconde la verità’, ha scritto
Umberto Eco. Di solito, lo fa nell’interesse di attori potenti”.
In questo contesto, la pandemia ha rappresentato una sospensione di questo
incantesimo, uno squarcio nel velo su cui abbiamo imparato così bene a dipingere
una realtà immutabile: da un momento all’altro ci siamo trovati a prendere atto,
in modo diretto o indiretto, che la “normalità” su cui abbiamo edificato un
intero modo di vivere non era affatto scontata, che il futuro probabilmente
assomiglierà sempre di meno al presente, e che molte delle dinamiche che davamo
per acquisite potevano essere messe in pausa, se non totalmente rovesciate.
> Durante la pandemia ci siamo trovati a prendere atto che la “normalità” su cui
> abbiamo edificato un intero modo di vivere non era affatto scontata e che
> molte delle dinamiche che davamo per acquisite potevano essere messe in pausa,
> se non totalmente rovesciate.
Poteva essere un punto di svolta, e in molti all’epoca non hanno indugiato ad
annunciare l’avvio di un cambio di paradigma, che avrebbe approfittato della
plateale inadeguatezza del modello capitalistico fossile per favorire una
transizione ormai considerata inevitabile. Ma come già era successo ai tempi
dell’influenza spagnola, anche questa volta i sogni covati durante il lockdown
sono evaporati in una rincorsa verso una nuova normalità. Una volta rientrata
l’emergenza sanitaria, i due anni di pandemia sono diventati una parentesi da
rimuovere il prima possibile dalla coscienza collettiva, ma non senza prima
averla sfruttata per spostare ancora di più il baricentro delle nostre vite
verso un’individualizzazione digitalizzata.
> La diffusione di app e soluzioni digitali per affrontare problemi in ogni
> ambito della vita, e il nostro utilizzo di esse per operazioni quotidiane come
> la gestione bancaria, l’acquisto del pane o la prenotazione dei viaggi,
> rinforza la convinzione che le tecnologie digitali possano risolvere i
> problemi più vari. […] Vivere con il digitale non ci promette più qualcosa di
> nuovo e radicale, ma piuttosto un perpetuo “di più”: restiamo bloccati in un
> presente che sembriamo incapaci di cambiare.
Nella lettura di Arvidsson e Luise, la pandemia è stata un’occasione perfetta
per chi aveva interesse a puntellare il sistema estrattivo che già prima della
pandemia aveva mostrato segni di cedimento. D’un tratto era possibile rendere
ancora più pervasiva una “ideologia digitale sempre più mirata e adattata ai
nostri bisogni e desideri […], diventati sempre più dipendenti dalle stesse
tecnostrutture che dovrebbero soddisfarli”.
> Una volta rientrata l’emergenza, la pandemia è diventata una parentesi da
> rimuovere il prima possibile dalla coscienza collettiva, ma non senza prima
> averla sfruttata per spostare ancora di più il baricentro delle nostre vite
> verso un’individualizzazione digitalizzata.
Per rendersene conto è sufficiente dare una scorsa ai dati sulla quantità di
tempo che passiamo online (in media 6,40 ore al giorno, una cifra in costante
aumento negli ultimi 20 anni) e la fetta di tempo libero che dedichiamo agli
schermi (ormai più del 60%). Com’è intuibile, questo processo è stato affiancato
da una riduzione costante delle interazioni nel mondo reale, e da una
conseguente riduzione della capacità delle persone di percepirsi come parte di
una comunità. Siamo connessi come mai prima, ma si tratta di connessioni
virtuali e, appunto, circoscrivibili, a cui ci si può prestare e sottrarre nel
giro di un click. Per certi versi, ci rapportiamo più con le app, che con gli
utenti che le utilizzano, questo ha reso particolarmente semplice creare un
ambiente digitale in cui le persone si sentano “a casa”, e in cui ognuno ha la
possibilità di coltivare e rafforzare la verità che più si adatta alle proprie
esigenze: “Si è verificata una vera e propria frammentazione dei tipi di fiducia
che possano fondare la credenza in una realtà comune, mentre è avvenuta anche
una relativizzazione della realtà, con le persone che tendono a riporre maggiore
fiducia nei loro coetanei e nella loro interpretazione di ciò che sta
accadendo”.
In quest’ottica, le teorie cospirazioniste non nascono tanto da una mancanza di
informazioni corrette, quanto da una eccessiva quantità di informazioni, un
sovraccarico cognitivo che, in assenza di una narrazione unificatrice, finisce
per creare bolle di verità alternative che riescono a farsi più robuste proprio
in forza della loro lontananza dalle verità ufficiali (in primo luogo quelle
fornite dalla scienza).
> Per certi versi, ci rapportiamo più con le app, che con gli utenti che le
> utilizzano, questo ha reso particolarmente semplice creare un ambiente
> digitale in cui le persone si sentano “a casa”, e in cui ognuno ha la
> possibilità di coltivare e rafforzare la verità che più si adatta alle proprie
> esigenze.
Non è difficile comprendere quanto questo processo faccia gioco a chi ha
interesse a minimizzare la crisi climatica o a strumentalizzarne i tentativi di
affrontarla. Da ormai decenni gli scienziati di tutto il mondo insistono
compatti nel certificare le cause, il decorso e le prospettive della crisi
climatica, indicando come chiare responsabili quelle aziende e quelle nazioni
che dal secolo scorso a oggi hanno tratto profitto dall’estrazione, trasporto e
vendita di combustibili fossili. Chi conosce un minimo il mondo scientifico sa
che è raro trovare una simile convergenza. Ma paradossalmente il fatto che ci
sia un fronte così compatto, per chi si è arredato la bolla con una verità
alternativa, è prova del tentativo di confezionare una “realtà ufficiale” che
consenta di imporre un’agenda politica “green”.
Che fare, dunque? Arvidsson e Luise sono i primi a individuare nella
frammentazione digitale della sfera pubblica un ostacolo all’azione climatica,
ma sono anche i primi a riconoscere una varietà di nuove tendenze e movimenti
che si muovono in direzione opposta, spesso puntando a una riappropriazione a
una “depiattaformizzazione” delle tecnologie digitali (è il caso ad esempio
dell’agroecologia), e prefigurando una sottrazione del progresso tecnologico al
dominio della crescita per metterlo al servizio della ricerca di quello che Adam
Smith definiva “equilibrio naturale”.
> Chi oggi vive in condizioni di povertà relativa e assoluta, è spaventato tanto
> dalla crisi climatica quanto da una transizione iniqua che rischia di tradursi
> in una riformulazione in chiave verde del capitalismo, e in un ulteriore
> peggioramento delle sue condizioni di vita.
Un simile cambio di paradigma dovrà necessariamente passare dal tracciamento di
ponti che sopperiscano all’attuale frammentazione delle pratiche e dei
movimenti, ma prima ancora richiederà l’emergere di una narrazione collettiva
che possa risultare sia inclusiva che allettante, in particolare per quella
parte sempre più ampia di popolazione che oggi versa in condizioni di povertà e
marginalità. Persone che oggi, comprensibilmente, sono spaventate tanto dalla
crisi climatica quanto da una transizione iniqua che rischia di tradursi in una
riformulazione in chiave verde del capitalismo, e in un ulteriore peggioramento
delle loro condizioni di vita.
In un mondo che si avvia a essere sempre più esposto ai rischi, un primo passo,
secondo gli autori, è de-individualizzare il concetto di rischio:
> Dobbiamo pensare a nuovi modi di socializzare il rischio, basati
> sull’esperienza concreta delle condizioni materiali, e aprirci alla
> possibilità che i livelli accettabili di rischio emergano da interessi
> contrastanti, ciascuno riconosciuto come legittimo. […] Dovrebbe anche
> riuscire a trasformare il rischio da principio apolitico in qualcosa attorno a
> cui le persone possano unirsi in lotte collettive e solidarietà.
Quando parlano di “rischiare insieme”, Arvidsson e Luise non si riferiscono solo
all’antroposfera, e dunque agli esseri umani, l’ambizione è piuttosto quella di
fare rientrare nell’equazione tutti i viventi, non solo per ragioni di
principio, ma per una questione molto pratica: l’illusione di poter separare
l’essere umano dall’ambiente in cui vive non ha portato solo alla degradazione
degli ecosistemi, ma anche all’occultamento di tutte le interconnessioni che
rendono quegli ecosistemi vivi e funzionali.
In un mondo davvero compartimentalizzato non avremmo potuto prosperare. In un
mondo artificialmente compartimentalizzato rischiamo di non sopravvivere.
L'articolo Antropocene digitale di Adam Arvidsson e Vincenzo Luise proviene da
Il Tascabile.