P arto dichiarando un’intenzione: voglio scrivere a proposito del saggio come
genere letterario. So che non sarò esaustivo, perché l’oggetto stesso me lo
vieta: il saggio esiste nella sua resistenza alle definizioni definitive. Tiene
sempre aperta la possibilità di scartare rispetto a ogni classificazione. Senza
questa libertà di movimento verrebbe meno la fedeltà al nome con cui lo battezzò
Montaigne: essai, cioè prova, esperimento. Pertanto, su di esso si possono fare
solo ricognizioni che accettino in partenza di essere parziali. Si possono fare
solo dei tentativi. Non è, quindi, solo per gusto delle strutture ricorsive che
si può affermare che parlando di forme del saggio è inevitabile mantenere un
atteggiamento saggistico.
Ciò implica che non posso premettere (o promettere) molto su ciò che seguirà:
non so dove arriverò, ma solo da dove parto. Tanto vale, dunque, usare queste
righe introduttive per esplicitare il punto di partenza, che consiste
essenzialmente in una cartella sul mio computer dove ho salvato un gran numero
di appunti presi nelle settimane scorse per preparare questo articolo. Sono per
lo più citazioni tratte da autori che hanno affrontato il mio stesso problema,
cioè che hanno ragionato in chiave teorica del saggio. Inoltre, sulla mia
scrivania, accanto al pc, ci sono tre libri: tre saggi, che ho scelto (in base a
criteri arbitrari su cui tornerò più avanti) da usare come campione per provare
a dare un po’ di sostanza alla riflessione teorica. Sulle loro pagine mi sono
segnato i brani che mi potranno tornare utili per questo pezzo. Il mio piano è
quello di assemblare insieme questi appunti e queste citazioni attraverso un
ragionamento che tenga tutto assieme, per creare qualcosa che non sarà
certamente esauriente, ma che abbia un senso. Cioè che non dica tutto sul
saggio, ma che dica comunque qualcosa.
E il primo pezzo che riprendo dalla mia cartella degli appunti per provare a
montare questo qualcosa è una citazione di Jean Starobinsky: “il saggio è il
genere letterario più libero che ci sia”. Mi sembra sia questo concetto il primo
punto da mettere in chiaro parlando di saggistica: non esistono generi letterari
che hanno lo stesso grado di libertà. La narrativa ha le sue strutture, le sue
regole profonde, che uno scrittore può anche sovvertire dall’interno o rompere
platealmente, ma con cui non può non confrontarsi nel momento in cui si dedica a
qualcosa che possa essere riconosciuto come una narrazione. Per questo può
esistere la narratologia, una disciplina che studia quelle regole, mentre è
difficile immaginare l’esistenza di una “saggiologia” che descriva una
grammatica fondamentale degli essais.
Il punto della libertà è determinante per risolvere una certa ambiguità
dell’italiano e distinguere il saggio letterario (uso questa formula per
indicare “il saggio come genere letterario”) da altre forme che nel linguaggio
corrente sono ugualmente chiamate “saggi”, ma che nei fatti sono cose molto
diverse e per certi versi opposte: lo scritto accademico e il testo divulgativo.
La scrittura accademica è evidentemente caratterizzata dall’obbligo di
rispettare rigidi protocolli, dunque non essendo libera non può essere
considerata saggistica. Nonostante l’essai possa occuparsi degli stessi oggetti
di cui si occupa la ricerca accademica o anche includerla tra le sue fonti, il
saggio continuerà a distinguersi nettamente dalla scrittura accademica per il
rifiuto di qualunque metodologia che lo riconduca alle prescrizioni e ai confini
di una specifica disciplina, procedendo, come scriveva Adorno in Il saggio come
forma, “con metodica non metodicità”. L’approccio del saggista rispetto al
sapere accademico è ben sintetizzato da Geoff Dyer che nell’introduzione della
raccolta Il sesso nelle camere d’albergo: saggi (1989-2010) (2014) scrive
appunto come “parte cruciale di una vita simile sta nel bighellonare, senza la
minima intenzione di entrarci, fuori dall’accademia, non intralciato da
specializzazioni (ovviamente) e dai rigori del metodo imposto”.
> Il punto della libertà è determinante per risolvere una certa ambiguità
> dell’italiano e distinguere il saggio letterario (“il saggio come genere
> letterario”) da altre forme ugualmente chiamate “saggi”, ma che nei fatti sono
> cose molto diverse e per certi versi opposte: lo scritto accademico e il testo
> divulgativo.
Anche la divulgazione non è saggistica, perché la libertà del saggio implica
l’incertezza: non si conosce a priori dove si arriverà. In questo senso ogni
saggio potrebbe essere descritto come una “avventura conoscitiva”. Tale
componente avventurosa non è presente nella divulgazione, che sa benissimo, nel
momento in cui si mette in moto, dove arriverà, poiché parte da un insieme di
conoscenze già date e fissate e il suo scopo principale è quella di adattarle o
tradurle, o se vogliamo, impacchettarle (in fondo la divulgazione altro non è
che una arte del packaging), per renderle comprensibili a un pubblico di
riferimento. Poi, certamente, la divulgazione mantiene un certo grado di
libertà, dato che una stessa cosa può essere spiegata in maniere diverse. Ma si
tratta di una libertà relativa considerando che si limita al poter scegliere la
strada per arrivare a una destinazione già stabilita e soprattutto che la
riuscita o meno del viaggio si giudicherà secondo criteri di efficienza (con
quanta più efficacia – in maniera più chiara, più esaustiva, più coinvolgente –
il testo divulgativo riesce a consegnare ai suoi lettori le nozioni che si
proponeva di portargli, tanto meglio avrà fatto oggettivamente il proprio
lavoro), il che lascia poco spazio alla possibilità di, come direbbe Dyer,
bighellonare.
Libertà saggistica significa, dunque, mancanza di vincoli esterni che orientino,
nella forma o nel contenuto, la scrittura. Ciò significa che la scrittura deve
orientarsi da sé. Il saggista non ricevendo delle regole a priori, si trova
nella situazione di doversele creare da capo ogni volta. Il che rende un saggio,
preso dal lato di chi lo scrive, qualcosa di simile a un gioco, se con gioco si
intende un’attività regolata, ma le cui regole sono non necessarie.
L’accostamento tra saggio e gioco non è nuova: già Adorno scriveva che “gioia e
gioco sono per il saggio essenziali”. Mentre la studiosa di letteratura Marine
Aubry-Morici in Dico a te, lettore (2023) – uno studio sulla forma del saggio
narrativo contemporaneo – fin dalla prefazione scrive che “il saggismo è una
disposizione d’animo e un atteggiamento” e che questo atteggiamento, tra le
altre cose, comporta che “il narratore-saggista veda il mondo come un terreno di
gioco”.
Ogni saggio è una partita a un gioco che è lo stesso saggista a inventarsi. La
libertà del saggista si manifesta prima di tutto nella possibilità di tracciare
il campo e delineare le regole che seguirà al suo interno. Da qui la forte
ricorrenza negli essais di ciò che Aubry-Morici chiama “modalità metadiscorsiva”
e che inserisce tra i “crismi principali” della scrittura saggistica. Il saggio
porta spesso avanti un metadiscorso su sé stesso, perché deve elaborare le
proprie regole, le deve chiarire con sé stesso e presentarle al lettore;
talvolta le riprende in corso d’opera per rivederle, ricontrattarle,
modificarle. In questo modo il saggio diviene, come scriveva Adorno, immune al
rischio di “procedere alla cieca, da automa”, perché “deve a ogni istante
riflettere su se stesso”.
Questi momenti metadiscorsivi, in cui il saggio riflette su sé stesso e così
facendo si dà una forma, possono essere più o meno espliciti: dipende da quanto
lo scrittore decida di lasciare visibili le impalcature che circondando la
costruzione. Del resto, tenere le porte aperte sul retrobottega, mostrare il
lavoro che dà origine alla scrittura, è perfettamente coerente con la natura del
saggio, che spesso trova nella storia del suo stesso formarsi la propria trama
nascosta (ma spesso neppure tanto nascosta). Perché l’essai non è solo pensiero,
ma anche messa in scena di come il pensiero funziona. Adorno parla in termini di
“teatro dell’esperienza intellettuale”, mentre Marc Angenot, in La parole
pamphlétaire (1982), sintetizza la peculiarità dello stile saggistico parlando
della registrazione di “un pensiero nell’atto del suo formarsi”. Il saggio,
dunque, si fa narrazione che segue passo passo le tappe di una riflessione, non
seguendo un percorso lineare, ma piuttosto riproducendo l’andamento caotico del
pensiero, compresi i salti logici, gli errori, le false piste, le correzioni in
corsa.
Ogni saggio ha un tema, cioè un proprio oggetto (un’opera d’arte, un libro, un
luogo, un evento storico, una persona, un concetto, un’esperienza o qualunque
altra cosa possa essere appunto tematizzato), ma ciò che il saggio racconta
davvero non è quell’oggetto in sé (per cui l’atteggiamento saggistico –
fondamentalmente scettico – è quasi sempre disposto ad accettarne la non
conoscibilità assoluta), quanto il rapporto che si instaura tra esso e il
soggetto che scrive: come l’oggetto entri nei pensieri dell’autore e come quei
pensieri si trasformino in scrittura.
Sebbene, dunque, il saggio sia un genere letterario che mette il fine
conoscitivo al primo posto (scrive Aubry-Morici che “per il narratore-saggista
la funzione conoscitiva della letteratura prevale su tutte le altre
dimensioni”), per conoscere adotta una strategia del tutto peculiare: le cose
non si conoscono direttamente, ma attraverso le reazioni (e la registrazione di
tali reazioni) di un io particolare a esse. È qui che sta la natura di
“esperimento” dell’essai. Considerazioni simili attraversano la storia delle
riflessioni sul genere. Ad esempio annotava Max Bense in Sulla prosa del saggio:
“È qui che un saggio si distingue da un trattato. Scrive con lo stile tipico del
saggio colui che compone sperimentalmente, volta e rivolta il suo oggetto, lo
interroga, lo palpa, lo esamina, lo penetra con la riflessione; colui che lo
affronta da angolature diverse, raccoglie entro la propria vista spirituale ciò
che vede e traduce in parole quanto l’oggetto mostra di sé nelle condizioni
create dalla scrittura”. Mentre Alfonso Berardinelli, in un altro libro
importante di studio teorico del genere come La forma del saggio (2002), scrive:
“Il tema di un saggio più che essere un oggetto è un rapporto: cioè il rapporto
in atto fra quello stesso oggetto di conoscenza e di riflessione e un soggetto
pensante con il suo particolare punto di vista e la sua particolare esperienza”.
> Sebbene, dunque, il saggio sia un genere letterario che mette il fine
> conoscitivo al primo posto, per conoscere adotta una strategia del tutto
> peculiare: le cose non si conoscono direttamente, ma attraverso le reazioni (e
> la registrazione di tali reazioni) di un io particolare a esse.
Qui chiudiamo il cerchio e torniamo al punto della libertà del saggio. Poiché se
il fine dell’essai è conoscere qualcosa attraverso lo specifico rapporto che si
va costruendo tra oggetto e un certo soggetto, è chiaro che quel rapporto non
può essere determinato o vincolato da regole esterne. Si può dire che nel saggio
libertà e autoriflessività (o metadiscorsività, che dir si voglia) siano due
facce della stessa medaglia: la libertà spinge il saggio a essere autoriflessivo
per elaborare quelle forme che necessariamente deve crearsi da sé; d’altra parte
l’autoriflessività alimenta e permette la libertà del saggio perché gli consente
di autoplasmarsi.
Ma, arrivati a questo punto, credo che sia arrivato il momento di mettere da
parte la teoria e iniziare a indicare esempi significativi di scrittura
saggistica in cui questa tendenza alla autoriflessività si manifesta. Nella fase
in cui progettavo questo articolo la mia prima preoccupazione era quella di
limitare il campione dei testi da prendere in considerazione. Ho deciso quasi
subito che i libri sarebbero stati tre, che mi pare un numero più che adeguato
per un semplice articolo che, temo, diventerà comunque troppo lungo. Sul
criterio con cui scegliere questi tre saggi sono stato a lungo incerto, sapendo
che sarebbe stato per forza di cose arbitrario, ma non volendo che fosse pure
totalmente casuale.
Alla fine mi sono deciso per tre saggi che si articolano intorno a racconti di
viaggi. Perché mi sembra che il viaggio sia una situazione che mette
particolarmente in rilievo le modalità con cui opera la scrittura saggistica.
Scrivevo poco sopra come il vero contenuto di un saggio sia il racconto del
rapporto che va creandosi tra un soggetto che scrive e un oggetto con cui viene
in contatto: il viaggio è precisamente il momento in cui il soggetto entra in
contatto con qualcosa di nuovo e deve iniziare a crearci un rapporto, quello in
cui si può manifestare l’ignoto e l’inatteso su cui il saggista è chiamato a
esercitare la propria arte, esplorandolo con il pensiero e con la scrittura.
Inoltre il racconto saggistico di viaggio fa emergere la differenza tra il
saggio e forme con cui si potrebbe superficialmente confonderlo, come i racconti
di viaggio con intenti divulgativi (o addirittura da guida turistica). In questi
ultimi tutto ruota attorno al fine informativo (far arrivare una serie di
nozioni il più possibile utili e complete sul luogo visitato) che nel saggio è
assente, o per lo meno non è primaria. Anche in un essai, ovviamente, possono
essere presenti informazioni dettagliate sui luoghi, ma non sono il fine, semmai
sono solo uno degli ingredienti con cui il saggista va costruendo quella
relazione con il luogo dal quale potrà emergere un altro tipo di conoscenza,
contemporaneamente più parziale e più profonda, che è il suo vero scopo.
> Il viaggio è precisamente il momento in cui il soggetto entra in contatto con
> qualcosa di nuovo e deve iniziare a crearci un rapporto, quello in cui si può
> manifestare l’ignoto e l’inatteso su cui il saggista è chiamato a esercitare
> la propria arte, esplorandolo con il pensiero e con la scrittura.
Prendiamo Sabbie bianche (2017) di Geoff Dyer (tradotto da Katia Bagnoli): una
raccolta di saggi brevi che raccontano di viaggi compiuti dall’autore, dove
emerge un atteggiamento pienamente saggistico. È da saggista, ad esempio, la
maniera con cui Dyer registra le potenzialità deludenti di qualunque viaggio. In
Dove? Che cosa? Dove? racconta di un viaggio in Polinesia, nei luoghi abitati da
Paul Gauguin nei suoi ultimi anni, per preparare un libro sull’artista. Ma la
descrizione dei luoghi e del loro rapporto con la vita e l’opera di Gauguin
lascia presto spazio al senso di fallimento sperimentato dall’autore nel cercare
di estrarre un maggior significato da quelli stessi luoghi e di avvicinarsi
all’esperienza del pittore francese (“Non riuscivo a mettermi nei panni di
Gauguin, non riuscivo a vedere il mondo attraverso i suoi occhi. Me ne stavo lì
a guardare quel che guardava lui, senza nemmeno avvicinarmi a vedere come vedeva
lui”). In compenso l’esperienza fa scattare la presa di coscienza che un viaggio
può sempre essere deludente, ma insieme di come viaggiare (e forse anche vivere)
ha un senso solo fintanto che la possibilità di essere delusi resta aperta:
> Ecco la sostanziale differenza fra il pellegrinaggio religioso e il
> pellegrinaggio laico: il secondo ha sempre in sé la potenzialità di deludere.
> A questa rivelazione ne seguì un’altra fulminea: che la mia enorme capacità di
> restare deluso fosse in realtà una conquista, una vittoria. La misura e la
> frequenza devastante delle mie delusioni (“in ginocchio, ma non ancora
> sconfitto” è il lamento vanaglorioso di Gauguin) erano la prova di quanto mi
> aspettavo e desideravo dal mondo, di quanta speranza vi riponessi ancora.
> Quando non sarò più capace di restare deluso l’avventura sarà finita: tanto
> vale essere morti.
È questo un passo squisitamente saggistico perché si tratta di un momento di
autoriflessione che sblocca nuove possibilità alla scrittura: quella di
registrare e dare un valore alle delusioni che tanto spesso accompagnano il
viaggiare. Possibilità a cui Dyer farà ampiamente ricorso anche nel resto della
raccolta. Ad esempio in Notte boreale, cronaca di un viaggio insieme alla moglie
fino alle Svalbard per vedere l’aurora boreale che si rivela un completo
fallimento: non riescono a vedere l’aurora e tutta l’esperienza è un susseguirsi
di malumori e disagi.
> In Sabbie bianche di Geoff Dyer si accetta che la delusione, il fallimento, il
> disagio possano essere la più autentica verità di un viaggio. Una verità che
> si può cogliere solamente per via saggistica: nella messa in scrittura del
> rapporto tra un io e l’esperienza del viaggio.
Perché se si intende genuinamente il viaggiare come un’apertura al non
prevedibile, allora bisogna accettare che la delusione, il fallimento, il
disagio possano essere la più autentica verità di un viaggio. Una verità che si
può cogliere solamente per via saggistica: nella messa in scrittura del rapporto
tra un io e l’esperienza del viaggio. Di certo non è il tipo di contenuto che si
può trovare in una guida turistica o in qualche altra forma di scrittura
divulgativa. Un modo di raccontare i luoghi verso cui Dyer esprime
programmaticamente la sua avversione fin dal primo saggio della raccolta, Città
Proibita. La situazione è questa: l’autore si trova a Pechino per promuovere un
libro; una mattina è prevista per lui una gita alla Città Proibita, ma viene
preso dall’avvilimento quando viene informato dalla sua accompagnatrice che la
visita sarebbe stata condotta da una guida:
> Aveva procurato una guida, mi disse, che ci accompagnasse nella visita della
> Città Proibita. Fui assalito dallo sconforto. Ho una certa propensione ad
> essere assalito dallo sconforto, e benché poche parole abbiano la capacità di
> sconfortarmi rapidamente e profondamente come “guida”, molte altre mi
> sconfortano al rallentatore come se stessi affondando con una pietra legata al
> collo, e sono le parole “dovere” e “ascoltare”, per esempio nella frase !dover
> ascoltare una guida” che mi racconta cose sulla Città Proibita che potrei
> leggermi a casa in un libro, con la conseguenza che qualsiasi desiderio di
> ascoltarla scompare senza lasciare traccia.
È il rifiuto del sapere antisaggistico della divulgazione: un sapere da fruire
passivamente, prefabbricato (“l’idea della verità come qualcosa di ‘bell’e
pronto’” che il saggio rifiuta, diceva Adorno), appiccicato sopra le cose, che
non nasce dall’interazione diretta fra sé e quelle cose e che infatti potrebbe
essere recepito anche in loro assenza.
Una visita guidata imposta è presente anche in uno degli ultimi saggi di Sabbie
bianche, ovvero La ballata di Jimmy Garrison. A essere raccontata questa volta è
una gita alle Watts Towers a Los Angeles. Le torri sono delle grandi strutture
costruite con materiali di recupero tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta da
una sola persona: l’immigrato italiano Sabato Rodia. Ma le torri non sono
liberamente visitabili: sono circondate da un recinto metallico e l’unico modo
per accedervi è comprare un biglietto per la visita guidata. La guida, dopo aver
esordito ricordando la “regola più importante della visita”, ovvero “non salire
sulle torri” (“Giusto – non puoi permettere alla gente di arrampicarsi sulle
torri come se si trovasse in un parco avventura – però mi sembra lo stesso un
po’ deprimente, come sono sempre deprimenti i divieti”, chiosa Dyer), procede
raccontando una biografia del creatore delle torri che “concordava
essenzialmente con la versione online della vita di Rodia”.
La visita risulta quindi accuratamente irregimentata nella prassi del tour
guidato, anche temporalmente delimitata dalla rigidità della tabella oraria, che
non ammette deroghe (“Benché iniziato tardi, il nostro giro finì puntualmente,
al fine di impedire ritardi a catena”). Una limitazione dell’esperienza delle
torri che ha il suo correlativo nella recinzione che le circonda (“È davvero un
peccato che per la protezione e la conservazione delle torri sia stata eretta
una recinzione d’acciaio impossibile da scavalcare”; “Il danno arrecato da
questa recinzione non finisce qui. La recinzione che annette le torri le
rimpicciolisce, ne riduce le dimensioni. Si ha la sensazione che siano
confinate, ghettizzate”).
Un confinamento che le Watts Towers tollerano poco, perché il loro fascino
dipende proprio dal loro “eccedere” rispetto a qualunque incasellamento di
significato, dall’”impossibilità di identificarne la vera natura, di dire di
cosa siano o cosa sembrino”. Sono dotate di un “fascino ecumenico” che fa
“affluire miriadi di significati e di associazioni privi di ostacoli, liberi”. E
ancora: “È quasi un corollario che le torri ci ricordano sempre qualcos’altro:
qualunque cosa uno dica è sempre necessaria una precisazione”; “La loro capacità
di generare miti su se stesse è endogena e inesauribile”. Le Watts Towers,
insomma, sono un perfetto oggetto saggistico, che rifiuta la spiegazione
definitiva, ma dotato di una “malleabilità” per cui si presta a un infinito e
libero gioco delle interpretazioni.
> Le Watt Towers di Los Angeles diventano metafora della scrittura saggistica,
> nelle sue caratteristiche di rendere visibili i processi del suo stesso farsi
> e di procedere in maniera non lineare, per tentativi, errori, improvvisazioni.
Ma le affinità delle torri con il saggismo non riguardano solo la loro
interpretazione, ma anche la loro costruzione. Dyer, nel descrivere la solitaria
impresa di Rodia, sembra suggerire una metafora della scrittura saggistica,
nelle caratteristiche di cui abbiamo già palato: il rendere visibili i processi
del suo stesso farsi (“Sono state costruite con attrezzi rudimentali, dalle mani
di Rodia, e con materiali spartani – todini, acciaio ritorto e piegato insieme
senza saldatura, bulloni e rivetti – in modo che i segreti e le complessità
della costruzione fossero esibiti, anziché nascosti”; “Se le torri sono templi,
allora sono templi dedicati alla costruzione di se stessi”), il procedere in
maniera non lineare, per tentativi, errori, improvvisazioni (“Il carattere
improvvisato dell’impresa, quell’imparare man mano che si fa – immersi in
qualcosa senza necessariamente essere sicuri di quale sarà il risultato”;
“Intoppi, errori e vicoli ciechi diventavano il presupposto inderogabile per
continuare, per fare qualcosa”).
Che il parallelismo tra il lavoro di Rodia e la scrittura non sia solo una
suggestione diventa evidente nel momento in cui Dyer esplicitamente passa dal
descrivere la costruzione delle Watts Towers a trattare dei processi della
scrittura, aprendo una digressione (innescata, per contrasto, dalla riflessione
sulla tenacia quasi punitiva con cui Rodia portò a termine la sua impresa) sul
momento in cui un autore rinuncia a scrivere un libro (ribadendo che il
fallimento e la delusione, o perlomeno la loro possibilità, sono uno dei temi
che percorrono tutti i saggi di Sabbie bianche).
Ma restiamo sulla scrittura che riflette su sé stessa mentre cambiamo libro.
Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (2016) di Giorgio
Vasta, è un perfetto esempio di saggio che sfrutta ampiamente la propria
libertà. In sintesi, il libro racconta di un viaggio negli Stati Uniti per
visitare città fantasma e altri luoghi abbandonati nei deserti dell’Ovest
americano. Riassunti così i contenuti potrebbero adattarsi perfettamente a un
reportage narrativo o a un diario di viaggio (e, in parte, effettivamente ne ha
la forma), ma a dare al tutto una decisa piega saggistica è la facoltà che Vasta
si tiene aperta di ridiscutere il senso e lo scopo di quello che sta scrivendo.
Il libro è iniziato da poche pagine e già l’autore fa sapere che il piano è
cambiato rispetto alle intenzioni iniziali: “E questa dovrebbe essere – doveva
essere – una guida di viaggio: narrativa, letteraria, ma una scrittura anche di
servizio che traccia itinerari e fornisce informazioni mantenendo chi ha
compiuto il viaggio se non sullo sfondo almeno in secondo piano”, scrive; ma
quando incontra Ramak Fazel (il fotografo autore delle foto che accompagnano il
volume) “l’asse di questo libro si modifica. Le persone si fanno personaggi, la
tortuosità si innalza a metodo e la carrozza del baedeker si trasforma nella
zucca di una scrittura che soprattutto suppone, finge, si arrangia, mente”.
> La riflessione sulla natura del libro stesso percorre, più o meno
> sottotraccia, tutto Absolutely Nothing e lo fa ricorrendo anche a strategie
> romanzesche, come trasformare i due compagni di viaggio (Silva – editrice e
> organizzatrice del viaggio – e Ramak) in personaggi che incarnano gli spiriti
> contrapposti che muovono il saggio.
La libertà che trasforma la guida in un saggio è appunto quella di poter
modificare “l’asse del libro” a scrittura in corso. Che è poi è anche la libertà
di continuare a utilizzare modalità di altri generi più codificati (appunto la
guida, il reportage, il diario di viaggio), ma sovvertendone le regole. Del
diario mantiene la scansione per giorni, indicati precisamente con le date a
inizio di ogni capitolo, ma contemporaneamente rinuncia all’ordine cronologico,
per un montaggio degli avvenimenti non lineare, che segue logiche proprie.
L’andamento da reportage di alcuni passi, invece, è contraddetto in altri dove
vengono inseriti elementi di finzione o troppo palesemente romanzati per essere
credibili, che rendono incerto lo statuto di verità di tutto quello che viene
raccontato e quindi annullano qualunque possibile intento documentaristico.
La riflessione sulla natura del libro stesso percorre, più o meno sottotraccia,
tutto Absolutely Nothing e lo fa ricorrendo anche a strategie romanzesche, come
trasformare i due compagni di viaggio (Silva – editrice e organizzatrice del
viaggio – e il già citato Ramak) in personaggi che incarnano gli spiriti
contrapposti che muovono il saggio. Silva è l’anima razionale ed esplicativa
della scrittura saggistica. Non solo è colei che organizza le tappe del viaggio,
dandogli un ordine e una forma, ma svolge la funzione di dare informazioni, di
convertire la muta fenomenicità delle cose in spiegazioni: “Silva parla
concentrata, in trance agonistica, preda dell’enciclopedismo. In parte legge
dalle sue schede, ma soprattutto racconta guardando fuori, lo sfondo senza
figure, dando l’impressione di trovare frasi lì, nel deserto, come se fossero
sottili perturbazioni nello spazio, lingua mimetizzata nel paesaggio”.
All’interno della narrazione di Vasta, Silva rappresenta la possibilità della
scrittura di produrre chiarezza, di ricondurre il caos e l’opacità del mondo
così come ci viene incontro a costruzioni intellegibili di significato e di
poterlo fare attraverso un lavoro attivo di ricerca e “ricomposizione” delle
informazioni disponibili. Un lavoro che salva dallo spaesamento in cui invece
trascina l’indolenza che l’autore riconosce in sé stesso:
> Da quando questo viaggio è iniziato so che in qualsiasi circostanza, persino
> sperduti ai bordi di un lago marcio, Silva attende sempre il momento in cui le
> domanderò dove siamo, cos’è successo, e come e per quale ragione. Perché
> domandando ammetto la mia inadeguatezza, dunque quell’indolenza che non mi ha
> fatto preoccupare di informarmi sulle tappe del viaggio; ma soprattutto perché
> c’è in lei un’ossessione nei confronti di tutto ciò che è dato, notizia,
> spiegazione, rapporto. Come se l’esistente dovesse in primo luogo declinare le
> proprie generalità. La sensazione è che nel ricomporre tramite Google o
> Wikipedia la storia di un luogo e di chi lo ha fondato, abitato e poi
> abbandonato, Silva dia forma a un metodo: salda il mondo – in apparenza
> chiaro, in realtà labile – alle parole che nel descriverlo lo sostengono e lo
> proteggono. Questa è la sua conoscenza delle cose.
Questa conoscenza delle cose è certamente uno degli strumenti di cui si può
avvalere la scrittura saggistica, ma nella quale non può esaurirsi. E infatti,
nel viaggio raccontato da Vasta, a equilibrare l’organizzazione e la precisione
informativa di Silva c’è la “cialtroneria” di Ramak:
> Parlo della cialtroneria smisurata e immaginifica di chi dice le cose senza
> esitazioni e senza porsi il problema di mettere alla prova credulità (quella
> altrui) e credibilità (la propria). L’eccesso che snerva il principio di
> verosimiglianza è parte integrante di tutto ciò che Ramak racconta, la
> furfanteria è in lui naturalmente estranea a qualsiasi giudizio morale. Una
> forma di prossimità ai fenomeni, di dimestichezza e di intraprendenza, che né
> io né Silva possediamo.
Quella di Ramak è un tipo di conoscenza tutta fondata sulla “prossimità” alle
cose, sulla “dimestichezza” con esse. Pertanto è non regolata, non riconducibile
a forme razionali o già legittimate di sapere, neppure a quelle della
credibilità, ma tende sempre all’“eccesso”. Perché “nel suo stile sempre mite e
ragionevole, Ramak è per l’esondazione”. È una modalità di conoscere che non
accetta piani, o per lo meno che è sempre disponibile a rimetterli in
discussione davanti all’inatteso (“Lasciare che l’imprevisto faccia irruzione
nel progetto, accettare che le cose vadano in modo diverso per il semplice fatto
che sono diverse: ecco il manifesto di Ramak”); che non necessariamente
semplifica o chiarifica, ma che ingloba la complessità anche al costo di
“ingarbugliare” le cose invece che scioglierle (“In compagnia di Ramak, ciò
attraverso cui si procede è vortice e garbuglio”). Un modo di procedere che
ammette di potersi perdere, perché anche l’apparente spreco di tempo che
comporta vagare da smarriti (e ritorniamo all’idea del “bighellonare” come
movimento tipico del saggio) ha un suo senso, dice qualcosa su ciò che si sta
cercando (“E dunque, mentre abita l’inconcludenza, Ramak canta, canticchia,
fischietta, fabbricando un frattempo da riempire con le immaginazioni di quello
che ognuno presume di cercare”).
> Vasta parte dal presupposto “che il paesaggio artificiale, dunque quello
> fabbricato dall’uomo, è un testo che è necessario imparare a leggere”. Ciò che
> viene raccontato è il tentativo di imparare o inventare il linguaggio giusto
> per leggere (e riscrivere) quel testo.
Il fine di questa doppia strategia di conoscenza è la scrittura, cioè
trasformare le cose che si incontrano in linguaggio. Anche questo processo è più
volte tematizzato nel corso del libro. “Mi ritrovo a pensare che da un viaggio
desidero soprattutto questo, percezione e inventario, vita sensoriale che
diventa linguaggio”, scrive Vasta in uno dei primi capitoli, avendo affermato
poco prima che “il presupposto da cui parte è che il paesaggio artificiale,
dunque quello fabbricato dall’uomo, è un testo che è necessario imparare a
leggere”. Ciò che viene raccontato è il tentativo di imparare o inventare il
linguaggio giusto per leggere (e riscrivere) quel testo. Un tentativo
particolarmente difficile vista la natura dei posti visitati: luoghi
abbandonati, svuotati del significato che avevano un tempo e quindi che si
ritrovano privati anche delle parole adatti per descriverli (“Ed è anche, penso,
la didascalia di questo viaggio: andare a vedere cosa succede negli spazi da cui
le parole sono andate via”). E se un saggio di viaggio fa la cronaca della
creazione di un rapporto con dei luoghi attraverso la scrittura, diventa
inevitabile che tali difficoltà linguistiche si prendano la scena, che la
descrizione dei luoghi passi attraverso momenti in cui la scrittura riflette su
sé stessa, prende consapevolezza dei propri limiti e, come sempre, procede per
tentativi:
> Scorgo un nesso tra gli abandoned places e le parole. A ogni passo che muovo
> fuori e dentro queste vecchie abitazioni, il mio sguardo sfida il linguaggio.
> Lo interroga, vuole sapere se ha da mettergli a disposizione qualcosa di buono
> per nominare, per fare frasi, vuole misurarne limiti e risorse. Del resto
> individuare le parole per dire un posto come Daggett non è semplice, le
> sfumature sono minime ma fondamentali. Per esempio, se anche mi piacerebbe
> descriverlo come smantellato, so di non poterlo fare. Perché smantellato
> presume un ordine logico, una procedura che qui è mancata; sfasciato oppure
> scassato sarebbero più adatti proprio perché più grossolani, così come il
> palermitano scafazzato, che vuol dire schiacciato, ma in una forma triviale;
> deperito medicalizza il fenomeno, deturpato lo moralizza, demolito rimanda a
> una intenzione, spaccato lo riconosce nella sua connessione a una materia
> divisibile: sgangherato semplicemente lo motteggia.
Ma andiamo all’ultimo libro che ho selezionato per questa ricognizione. Si
tratta de Il senso della natura. Sette sentieri per la Terra (2024) di Paolo
Pecere. In questo caso il racconto dei viaggi compiuti dall’autore in giro per
il mondo (Galapagos, Amazzonia, Ruanda, Indonesia, Tibet, per dirne alcuni) è
soprattutto un mezzo per trattare il vero oggetto del saggio, che va ben oltre i
singoli luoghi visitati, cioè la natura stessa. Scrivere un “saggio sulla
natura” può sembrare frutto di una ambizione smisurata, ma in realtà la natura è
un oggetto perfetto per la scrittura saggistica, proprio perché è qualcosa di
cui si riconosce immediatamente l’inesauribilità. “La realtà naturale è ciò che
rende i fatti in certa misura resistenti alle umane interpretazioni”, viene
detto esplicitamente, lasciando intendere che per definizione la natura è
qualcosa di cui non è possibile trovare un “senso” definitivo. Date queste
premesse, se la natura non può essere totalmente spiegata o interpretata, non
resta che esplorarla, sondarla con gli strumenti umani a disposizione.
Abbiamo ribadito più volte che la scrittura saggistica è quella che racconta la
relazione tra il soggetto che scrive e il suo oggetto. Nel libro di Pecere
questo legame contiene sempre un margine di incomprensione e spaesamento. Ad
esempio, a più riprese nel libro si descrive l’avventurarsi in ambienti naturali
come un evento intrinsecamente disorientante, dove l’essere umano perde i punti
di riferimento noti ed è costretto a un impegno cognitivo (ma anche linguistico)
supplementare per riuscire a comprendere ciò che lo circonda (“Bastano poche ore
nella foresta per suscitare una transizione cognitiva. Nella città mi oriento
con le mie categorie – case e strade, negozi e bagni – che qui non valgono. […]
Invece qui i miei sensi sono tesi e attenti, ma stanno muti, incapaci di
analizzare il cosmo di colori, suoni, odori e sensazioni tattili”; “Nel
paesaggio della foresta primaria, la vista è ovunque ostacolata dai tessuti
verdi, ed è sovente ingannata dal mimetismo e da codici cromatici ignoti. Gli
animali vivono nascosti. Per orientarsi serve l’udito. Con i suoni i viventi
comunicano e si localizzano tra loro. Ma la nostra lingua è uno strumento
inadeguato per decifrare questo concerto, e il nostro udito è disabituato a
questo ambiente sonoro”).
> In Il senso della natura. Sette sentieri per la Terra di Pecere il legame tra
> il soggetto che scrive e il suo oggetto contiene sempre un margine di
> incomprensione e spaesamento.
Proprio questo sforzo cognitivo e linguistico straordinario che la realtà
naturale richiede per essere compresa un po’ di più, è ciò che la scrittura
saggistica di Pecere mette su carta in Il senso della natura. Perché se non
possiamo davvero conoscere la natura in sé, quello che invece possiamo conoscere
e da cui possiamo estrarre un senso è la nostra relazione con essa. In questa
presa di coscienza lo spirito saggistico trova una inaspettata somiglianza con
l’animismo, che non è – come potrebbero suggerire le descrizioni puramente
etnologiche – una “teoria che si sviluppa sul piano discorsivo”, quanto
piuttosto un’esperienza che si fa della natura, “un’intuizione che attinge a
dimensioni non-umane della realtà”. L’animismo è un tipo di conoscenza che
“trova nelle sensazioni e nei sentimenti una relazione personale con l’ambiente
e ne ricava un senso”.
Ma la relazione con le cose che registra l’approccio saggistico non si esaurisce
“nelle sensazioni e nei sentimenti” o negli altri dati esperienziali. Il saggio
tiene ben presente che i nostri rapporti con il mondo non sono determinati solo
da quello che viviamo, ma anche da quello che sappiamo. Pertanto è necessario un
continuo dialogo tra livelli diversi: quello dell’esperienza e quello della
teoria, in cui si chiamano in causa, si rielaborano, si discutono, le conoscenze
filosofiche e scientifiche già acquisite. È una dinamica che innerva tutto il
libro e che (come da prassi saggistica) viene meta-discorsivamente esibita in
passi come questo:
> Mi trovo nella foresta amazzonica, ma non posso fare a meno di disputare su
> Bruno e Spinoza! È inevitabile, dopotutto, poiché insieme a me ‒ oltre a
> batteri, libri e apparecchi fotografici ‒ viaggia un bagaglio di idee. Anche a
> volersi disfare dei pregiudizi che impediscono di ripensare un equilibrio
> cosmico, bisogna esaminare le idee altrui e, non accoglierle
> indiscriminatamente.
Questa modalità di conoscere le cose attraverso la relazione che si può
stabilire con esse diviene particolarmente intensa quando si tratta di
raccontare gli incontri e i tentativi di comprensione con gli animali. Provare a
capire gli animali significa superare sia qualunque forma di reificazione che
liquida le vite non-umane come alterità assolute rispetto a noi, sia le
forzature antropomorfiche che li trasforma in nostri simulacri. Bisogna
piuttosto adottare quella che l’etologia cognitiva chiama “visione gradualista”:
partire dal riconoscimento di una connessione tra noi e loro, da ciò che ci
accomuna, ma continuando a tenere presente le differenze e le specificità. Si
tratta, insomma, ancora una volta di una modalità di comprensione saggistica:
che avanza per tentativi, che deve trovare una strada sua peculiare ogni volta,
che deve anche accettare la possibilità del fallimento (“Spesso ho sperimentato
il fallimento della comunicazione con i non-umani”) e che in ogni caso sa che a
un certo punto dovrà fermarsi e rimanere parziale, perché rimane consapevole che
in presenza di animali “siamo circondati da confini di senso e di vita che ci
sfuggono”.
> Se la scrittura saggistica è in un certo senso un gioco, allora è un gioco
> votato alla sconfitta, o per lo meno che non ha nella vittoria (il venire
> davvero a capo del proprio oggetto) il suo reale scopo.
Un esempio di questo modo di procedere lo troviamo nel capitolo del libro
dedicato all’oceano (dove “esistono altre menti, remote e intelligenti, con cui
capitano complessi scambi di attenzioni”), nel momento in cui l’autore si
interroga sulla maniera di percepire il mondo di un polpo incontrato in una
immersione notturna. A mediare il tentativo di comprendere l’animale sono prima
di tutto le conoscenze scientifiche, che ce lo descrivono come essere
radicalmente diverso da noi, dotato di un sistema nervoso decentrato, che rende
la sua coscienza qualcosa di difficile da immaginare per gli umani.
Dunque, scrive Pecere, “il polpo impone una massima che vale per ogni vivente:
non proiettare la tua immagine”. Ma questa alterità che è obbligatorio
riconoscere non è assoluta, se subito dopo aggiunge: “immaginare la mente
disunita del polpo e della sua coscienza corporea non ci pone di fronte a
qualcosa di totalmente altro. Piuttosto ci mette a confronto con qualcosa che ci
riguarda”. Anche nella mente del polpo c’è “qualcosa che ci riguarda”, cioè che
ci accomuna, e che può essere il punto di partenza per muoversi verso una
relativa comprensione. Ad esempio, certi stati di coscienza anomali che gli
uomini sono in grado di sperimentare potrebbero essere simili alla “mente
disunita” del polpo.
Assumere questa postura – cioè partire da ciò che una persona può conoscere per
andare verso ciò che non può conoscere direttamente – significa inizia a
compiere passi che aiutano a mettere l’animale “in una luce familiare”, pur non
annullando le diversità, cioè non facendo cessare “lo sforzo di congetturare,
leggere segni, interpretare ciò che non è trasparente e che la coscienza non
padroneggia”. La messa in scrittura di tale sforzo, con tutti gli azzardi, i
dubbi, le aporie, le intuizioni e le fantasie che possono scaturire, è la
sostanza del saggio. E così, dopo molte pagine dedicate al tentativo di
comprendere cosa sta percependo quel polpo, arriviamo qui:
> Ma la storia del mio incontro con il polpo continua: di tutto questo scriverò,
> la memoria del mio incontro con il polpo sarà tracciata con l’inchiostro. Da
> narratore starò dietro questa nube d’inchiostro, come il polpo nascosto. Ecco:
> continuo ostinato con le proiezioni, con le fantasie di vicinanza, che in
> certi istanti decisivi si realizzano. Ma il mio racconto deve includere
> l’incomprensione, e la mancanza.
Ecco, non vedo modo migliore per chiudere questa esplorazione della scrittura
saggistica che farlo nel segno di quel margine di incomprensione e di mancanza
che le cose, davanti alle pretese di conoscerle, insistono a conservare e che a
sua volta il saggista insiste a includere nel proprio resoconto. Se la scrittura
saggistica è in un certo senso un gioco, allora è un gioco votato alla
sconfitta, o per lo meno che non ha nella vittoria (il venire davvero a capo del
proprio oggetto) il suo reale scopo. Ci sono giochi che si giocano per vincere e
altri per continuare a giocare. Per il saggista l’accettare (e talvolta
l’esibire) l’incomprensione, la mancanza, il fallimento, la delusione, la
parzialità, non è soltanto un arrendersi, ma anche un mantenere la partita
sempre aperta.
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Q uesta signora indiana minuta, elegante, sorridente mi aspetta nella hall di un
hotel a Testaccio. Veena Das, una delle più grandi antropologhe viventi è stata
invitata al Festival delle Periferie diretto da Giorgio De Finis a parlare dei
temi che sono al centro del suo lavoro: la violenza e il modo con cui la gente
sopravvive a essa. Il suo libro, Vita e parole. La violenza e la discesa
nell’ordinario è appena uscito per Castelvecchi, con una prefazione del filosofo
Piergiorgio Donatelli che lo inquadra in maniera magistrale nel dibattito che fa
dialogare antropologia e scienze umane.
La sua prefazione precede quella fittissima di Stanley Cavell, il filosofo
americano di cui Veena Das è stata allieva e amica. La “discesa nell’ordinario”
del titolo si riferisce all’elaborazione che Cavell ha fatto del pensiero di
Wittgenstein. Veena Das ha le carte in regola per occuparsi della materia perché
ha sempre affiancato la sua ricerca alla pratica diretta di luoghi e persone
coinvolte in drammi e violenze. A Delhi, che è la sua città, ha vissuto tra le
vittime della violenza post-partition (quando l’India è stata separata dal
Pakistan), tra quelle dei massacri di sikh seguiti all’assassinio di Indira
Gandhi e quelle dei conflitti hindu-musulmani aizzati dalla politica
nazionalista di Modi.
Nel suo libro Veena parla del suo mestiere di antropologa come di una forma di
“devozione al mondo”, nello spirito con cui Wittgenstein diceva “Quando ho
esaurito le giustificazioni arrivo allo strato di roccia, e la mia vanga si
piega”. Veena commenta infatti: “Per me l’amore per l’antropologia si è
trasformato in una faccenda per cui quando raggiungo il sostrato di roccia non
mi rompo a causa della resistenza dell’altro, ma in questo gesto dell’attesa
lascio che la conoscenza dell’altro mi segni.” L’idea è che la realtà dell’altro
non sia deducibile astrattamente ma solo sperimentabile nella quotidianità, in
quel “passo a passo” di cui è fatta. L’ordinario è il modo con cui la gente fa
la vita e la rifà quando essa è stata distrutta, massacrata. La chiave è quella
“domesticità” che è fatta dei gesti quotidiani, ma anche della prossimità dei
vicini ‒ che spesso nei drammi sono più capaci di dare una mano degli amici.
Mentre ne parlo a Veena Das lei mi racconta come la gente “si aiuta” servendosi
delle mitologie hindu, delle storie che sono presenti nelle Ramayana come nel
Mabharata. C’è un modo di elaborare la violenza subita che è comportarsi come le
vedove delle storie che anche coloro che non sanno leggere e scrivere sanno. Il
discorso di Das è un continuo trapuntare l’esperienza diretta con la profonda
conoscenza della costellazione mitologica dentro cui la gente vive.
> L’ordinario è il modo con cui la gente fa la vita e la rifà quando essa è
> stata distrutta, massacrata.
Veena dice che il modo con cui le “agenzie di sviluppo” trattano i traumi non
afferra il fatto che il dolore non è mai “fermo”, ma si elabora continuamente.
La cura di esso passa attraverso la domesticità, quel prendersi cura ‒ anche nel
più devastato slum ‒ del luogo e delle persone, un carico soprattutto femminile,
ma anche assegnato agli amici hindu e musulmani che nonostante i massacri
interetnici riannodano i propri legami.
Oggi Veena Das è un riferimento obbligato per coloro che lavorano sulla violenza
e sui modi con cui si può resistere e sopravvivere a essa. I suoi testi sono una
lezione su come addomesticare la filosofia, su come farla scendere
nell’ordinario per farle toccare quello zoccolo duro che è la materia prima
della vita. Ce n’è uno recente che si intitola “Texture of the ordinary:
Anthropology after Wittegenstein”: fedele alla definizione di “forme di vita”
del filosofo viennese, per Veena Das si tratta proprio della minuzia, del
dettaglio, del modo con cui la vita si esprime nell’unico modo percepibile,
nella quotidianità.
Domanda infatti: “Che cosa significa abitare un mondo? Come si fa a renderlo il
“proprio” mondo? Come si spiega l’apparire del soggetto? Che cosa significa
perdere il proprio mondo? Qual è la relazione fra possibilità e realtà o fra
realtà ed eventualità, quando si cerca di trovare un mezzo per descrivere la
relazione fra gli eventi critici che hanno dato forma alle ampie domande
storiche e la vita quotidiana?”.
Mentre le parlo mi rendo conto che Veena mi regala il tessuto dei suoi rimandi,
tra poemi e racconti indiani, l’assiduità di una condivisione nei quartieri
popolosi di Delhi e la capacità di abbracciare il pensiero attuale che fa sì che
oggi insegni alla Hopkins University a Baltimora. Il suo lavoro e il suo
pensiero stanno influendo in maniera radicale sul modo in cui le scienze umane
devono imparare a guardare il mondo con i suoi strazi e le sue violenze, ma
anche con la coscienza della dignità che la gente nella propria vita quotidiana
riesce sempre a ricostruire.
> Come addomesticare la filosofia, come farla scendere nell’ordinario per farle
> toccare quello zoccolo duro che è la materia prima della vita?
Veena dice che sono queste persone a fare filosofia: “Penso che le persone
comuni, nel semplice processo della loro vita, arrivino a formulare riflessioni
molto profonde su come vivono le loro vite. Forse non hanno il linguaggio
filosofico, ma in un certo senso mi sembra che non ci debba essere distanza tra
una vera filosofia e la comprensione del modo in cui le persone vivono la loro
vita, come cercano di imparare ad abitare mondi che ci sono stati dati con tutti
i segni della distruzione che hanno subito”.
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U na delle confessioni più imbarazzanti che ogni tanto mi trovo a fare riguarda
l’età in cui mi sono masturbata per la prima volta – o almeno, la prima volta
che sono riuscita a farlo con un qualche risultato. L’imbarazzo viene dal fatto
di essere anche costretta ad ammettere che sì, è accaduto parecchi anni dopo il
mio primo rapporto sessuale e che sì, per una parte significativa della vita il
mio piacere è stato legato a doppio filo alla presenza di un partner maschile, e
che no, quando mi ritrovavo da sola non avevo idea di dove mettere le mani.
Credevo che l’orgasmo femminile – o quantomeno il mio – fosse un meccanismo così
complesso e misterioso, quasi alchemico, da richiedere almeno due persone –
preferibilmente innamorate – per riuscire a innescarlo.
La mia educazione sessuale non è stata, credo, diversa da quella di molte altre
donne della mia generazione: in famiglia non se n’è mai parlato, a scuola
neppure. Ho appreso le prime, maldestre e per lungo tempo uniche, nozioni dalle
pagine di Cioè e di Top Girl, dove però non si spiegava mai bene che cosa
bisognasse fare – la foto di una papaya tagliata in due rappresentava soltanto
un delizioso frutto esotico, non era ancora il supporto ideale per indicare alle
adolescenti il punto su cui insistere. Tra amiche ci chiedevamo “l’avete fatto?
È stato bello?”, e rispondevamo sempre, invariabilmente, di sì. Quando
accennavamo alla masturbazione assumevamo un’aria evasiva, come se fosse una
questione di scarso interesse, e passavamo oltre. La pornografia, va da sé, era
roba da maschi.
Immagino che ci fossero anche adolescenti meno imbranate di me, beate loro, ma
durante la lettura di Il piacere sovversivo. Breve storia della masturbazione
(2025) di Alessia Dulbecco non ho potuto fare a meno di pensare che gli anni in
cui ho delegato tutto il mio piacere a ragazzi che si mostravano, di volta in
volta, più o meno attenti a soddisfarlo, non siano stati altro che la perfetta
riproduzione di un dispositivo di potere che riaffermava la propria capacità
disciplinare negandomi una conoscenza che mi avrebbe reso una donna più libera e
consapevole.
Dulbecco traccia una storia della masturbazione che va dalla Genesi ai
succhiaclitoridi che abitano i nostri cassetti, da Montaigne a Sex and the city,
e indossando le lenti metodologiche della genealogia foucaultiana analizza le
diverse configurazioni di un discorso ‒ quello sulla masturbazione, appunto –
che nella storia ha assunto molteplici significati. Se il metodo ricorda da
vicino i tre volumi della Storia della sessualità (1978-85, ed. or. 1976-84), si
arriva qui però a conclusioni piuttosto distanti da quelle di Foucault:
moltiplicare i discorsi intorno alla masturbazione non significa per Dulbecco
moltiplicare anche i dispositivi di disciplina, ma, al contrario, innescare
nuove potenzialità espressive, liberatorie e di scoperta.
> Moltiplicare i discorsi intorno alla masturbazione significa per Dulbecco
> innescare nuove potenzialità espressive, liberatorie e di scoperta.
Nell’antica Grecia la masturbazione non aveva neanche un nome, perché non era
un’attività che riguardasse gli uomini virtuosi – quelli potenti, che davano i
nomi alle cose e che, all’occorrenza, potevano pagare una prostituta. Diogene la
praticava, ma era chiaramente uno spostato che si divertiva a sfidare la morale
comune e in particolare la sophrosyne, la virtù della misura che rappresentava
il cardine di tutta l’etica greca.
Con l’avvento del cristianesimo masturbarsi diventa un vero e proprio peccato
contro Dio e la morale. Sono due gli elementi che concorrono alla gravità del
gesto, e che segneranno la sua cattiva fama anche nei secoli a venire: la
segretezza dell’atto, svolto lontano dallo sguardo normativo della società e
quindi difficilmente sanzionabile, e il ricorso all’immaginazione, pozzo
inesauribile di fantasie sfrenate e del tutto inconciliabili coi dettami della
Chiesa – che, ricordiamolo, non vieta solo il sesso fuori del matrimonio, ma
anche tutti gli atti consumati in posizioni “innaturali” o non strettamente
finalizzati alla procreazione.
Nel Settecento i timori si spostano, o meglio, si moltiplicano: la medicina,
grazie agli studi di ispirazione galenica del medico svizzero Simon-André
Tissot, si interessa alla pratica, dichiarandola rischiosissima per la salute –
in particolare per quella maschile, che si ritroverebbe infiacchita, svuotata
tanto dal punto di vista fisico quanto da quello mentale. In questi anni si
pongono anche le basi per discernere la normalità dalla devianza, codificando
una sessualità che rispetti i principi naturali e una che invece va contronatura
– e che prende le mosse proprio dall’onanismo. Col diffondersi di tali credenze
a partire dal secolo successivo si moltiplicano gli strumenti – cinture e anelli
uretrali – che impediscono la masturbazione; veri e propri strumenti di
ortopedia morale da fare indossare già durante l’infanzia e l’adolescenza per
correggere sul nascere tutte le deviazioni del comportamento sessuale.
È solo nel Novecento, grazie al pioniere della sessuologia Havelock Ellis, che
all’autoerotismo viene riconosciuto un ruolo benefico e rilassante per
l’organismo, sebbene nel sistema freudiano esso rappresenti la manifestazione di
una sessualità bloccata a una fase infantile di sviluppo. Grazie ai progressi
della medicina, i timori legati all’insorgenza di malattie sembrano ormai
tramontati, e la progressiva secolarizzazione della società consente una
maggiore disinvoltura nella sfera sessuale. Dai rapporti Kinsey degli anni
Cinquanta emerge che il 90% degli americani e il 60% delle americane pratica la
masturbazione – anche se queste faticano a liberarsi dalla vergogna e dal senso
di colpa.
> La masturbazione insinua un principio di rivolta: quello di una pratica che,
> in definitiva, non produce e non consuma nulla, che rappresenta uno spreco
> libero e gratuito di risorse.
Grazie ai movimenti femministi degli anni Settanta, a poco a poco,
l’autoerotismo femminile viene ripulito dai residui moralistici e, attraverso la
costruzione di pratiche, teorie e scambi, si ritaglia uno spazio nel discorso
pubblico. Il lavoro di attiviste come Betty Dodson, che organizzava classi per
insegnare alle donne a masturbarsi, o di collettivi come il Boston Women’s
health book collective, che ha dato alle stampe il best seller Noi e il nostro
corpo (1974, ed or. 1972), hanno contribuito alla produzione di un sapere che da
cinquant’anni permane nel femminismo della quarta ondata, che rivendica per
l’autoerotismo un posto centrale all’interno della sfera della sessualità – in
sinergia con un nuovo modo di fare pornografia, liberato dal male gaze, e con la
vertiginosa moltiplicazione dei sex toys disponibili sul mercato.
Nel mentre, da circa un decennio, assistiamo a una trasformazione di segno
opposto che riguarda l’autoerotismo maschile. No nut November è una challenge
legata al movimento dell’androsfera NoFap che prescrive l’astensione dalla
masturbazione per un mese intero. Le promesse sono le stesse di duecento anni fa
– migliorare la salute e aumentare la concentrazione – ma la sfida emerge in
realtà da un’esigenza di matrice prettamente ideologica: quella di ristabilire
una differenza tra una sessualità normale, che tuteli la virilità dalle pratiche
sessuali non eteronormate, e una anormale, inquinata dall’industria del porno e
dalle perversioni dei movimenti queer. L’universo NoFap è piuttosto eterogeneo e
spazia dai fondamentalisti religiosi ai gruppi dell’Alt-Right, che associano
esplicitamente la masturbazione all’indebolimento della mascolinità e, per
estensione, dell’Occidente.
Sul versante diametralmente opposto abbiamo pensatori luminosi come Paul B.
Preciado, che in Manifesto controsessuale (2019) offre una visione prettamente
politica dell’autoerotismo, individuato come l’atto antiborghese par excellence
– e perciò condannato così aspramente nel corso del Diciottesimo secolo, che ha
visto il potere della borghesia imporsi su quello della nobiltà. Masturbarsi,
nella lettura di Preciado, comporta un rischio per la tenuta della classe
borghese non perché dreni le energie del singolo privandolo della sua
funzionalità, ma perché sfugge alle maglie del controllo e insinua un principio
di rivolta all’interno stesso della società: quello di una pratica che, in
definitiva, non produce e non consuma nulla, che rappresenta uno spreco libero e
gratuito di risorse.
L’onanista slega la sessualità dal suo incarico riproduttivo e ostacola perciò
l’accumulo del capitale; non crea nuovi legami economicamente vantaggiosi e non
rinsalda quelli già esistenti, ma innesca un potenziale liberatorio, sovversivo
e gravido di nuove soggettività desideranti. Quello che fa è, semplicemente, ciò
che un buon borghese non farebbe mai: perde tempo. Oltre a scardinare le logiche
del pensiero capitalista, l’autoerotismo si configura come una pratica di
autodeterminazione e scoperta di sé in grado di sfidare i dispositivi
patriarcali, liberando il piacere femminile e svincolandolo dall’universo
prescrittivo della coppia. Citando la poeta femminista Audre Lorde, “Dopo aver
sperimentato la pienezza di questo sentire profondo e averne riconosciuto il
potere noi non possiamo, in onore e rispetto di noi, pretendere di meno da noi
stesse”.
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