N el 1840 Pierre-Joseph Proudhon, studente di poverissime origini e perlopiù
autodidatta, che può frequentare l’Accademia di Besançon solo grazie a una borsa
di studio per giovani meritevoli, pubblica una risposta al quesito annuale posto
dalla sua università, ovvero quali siano “le conseguenze economiche e morali che
ha prodotto in Francia, e che sembra destinata a produrre in futuro, la legge
sulla equa divisione dei beni tra i figli”. Il suo testo Che cos’è la proprietà,
un classico del pensiero anarchico, si apre con la negazione perentoria della
legittimità della proprietà. La proprietà, anzi, è furto, esattamente come la
schiavitù è assassinio.
L’equivalenza delle due affermazioni stabilisce subito il legame per lui
essenziale tra possedere e asservire. Questa relazione è di immediata
comprensione se calata nel contesto storico feudale, in cui il dominio economico
coincide con quello politico, ma diventa più oscura e meno leggibile con la
formulazione della proprietà privata come la conosciamo oggi: ben separata dal
potere pubblico. Una simile demarcazione, che si cristallizza in Francia grazie
alla Rivoluzione del 1789, porta con sé una promessa emancipatoria:
l’uguaglianza tra i cittadini si ottiene attraverso il diritto universale alla
proprietà. In questo passaggio Proudhon scorge però non la scomparsa bensì la
metamorfosi del dominio, di cui la proprietà è l’estensione economica.
> Partendo da due critiche alla proprietà privata (teoria dei beni comuni e
> decoloniale), Malabou analizza il carattere “performativo” della proprietà,
> per poi delineare una breve storia di furto, eredità e asservimento.
Nel recente La rivoluzione? Non c’è mai stata (2025), la filosofa francese
Catherine Malabou propone una critica alla proprietà, al dominio e alla servitù
radicata in quella proudhoniana, con la duplice ambizione di espanderla alle
forme contemporanee di asservimento e di metterla al riparo dalla vis polemica
di uno dei primi ammiratori ma anche, in seguito, uno dei più feroci
commentatori di Proudhon: il contemporaneo Karl Marx. Il volume si impegna
quindi per prima cosa nell’analisi di due importanti critiche contemporanee alla
proprietà privata, la teoria dei beni comuni e la teoria decoloniale, per poi
entrare nel vivo della diatriba tra Marx e Proudhon, e infine stendere una breve
storia del furto, del concetto di eredità e dell’asservimento dal feudalismo
prerivoluzionario al neofeudalelismo odierno. Lo scopo:
> interrogare gradualmente ‒ con Proudhon e oltre Proudhon ‒ l’amnesia generale
> che colpisce l’origine della condizione servile, il modo in cui il discorso
> repubblicano continua a occultare la memoria delle diverse tradizioni di
> asservimento da cui il popolo proviene nella sua stragrande maggioranza.
Le due prospettive critiche si rafforzano a vicenda. Affrontare le caustiche
osservazioni di Marx permette infatti a Malabou di districare i nodi del testo
di Proudhon. Al contempo, lo sviluppo delle tesi proudhoniane le consente di
dimostrare come esse siano tutt’altro che generiche, né tantomeno dimentiche (se
non addirittura ignare: questa l’accusa più seria mossa da Marx) delle
condizioni storiche e sociali in cui il conflitto di classe si sviluppa.
> Attingendo dal lavoro dello studioso Robert Nichols, Malabou evidenzia come la
> colonizzazione non sia soltanto una questione materiale ma intacchi e
> distrugga nei soggetti colonizzati la “sfera del sé”.
L’intuizione di Proudhon è che sia il furto a precedere la proprietà, così
inaugurandola, e non viceversa. Si tratta di un’affermazione contraddittoria sul
piano cronologico, perché l’atto stesso del furto presuppone, o dovrebbe
presupporre, che esista qualcosa da rubare: una proprietà, per l’appunto. Ma
Proudhon si muove su un terreno logico e, ancora di più, ontologico e simbolico.
Rovesciando il suo ragionamento si può sostenere che l’affermazione della
proprietà altro non è che l’istituzionalizzazione del furto, ovvero che la
proprietà si crea dichiarandola e che quindi essa non dispone che della propria
autolegittimazione.
Questa traiettoria è particolarmente chiara se si osservano quelle che Malabou
chiama le “nuove enclosures”, come i tentativi di brevettare il genoma umano, il
processo di privatizzazione dell’acqua, o la spartizione dell’Internet libera
fra i giganti del tech. Lo stesso vale per lo spossessamento coloniale,
un’appropriazione forzata di terre e risorse che prima dell’invasione europea
non appartenevano a nessuno ed erano liberamente abitate e usate dalle
popolazioni indigene. Attingendo da un importante lavoro dello studioso Robert
Nichols, debitore di Proudhon già dal titolo Theft is property! (2019), Malabou
evidenzia come la colonizzazione non sia soltanto una questione materiale ma
intacchi e distrugga nei soggetti colonizzati la “sfera del sé”: “La
subordinazione a ‘élite imperialiste’ ha impedito loro di parlare le loro
lingue, di praticare i loro culti; ha cambiato i loro nomi e li ha separati dai
loro figli e da loro stessi”. Quest’ultima puntualizzazione le permette di
preparare il terreno per alcuni ragionamenti successivi riguardo un aspetto
fondamentale della proprietà, sia essa simbolica (identità culturale, genealogia
familiare) o concreta: la capacità di riceverla e lasciarla in eredità.
Malabou non tralascia qui di sottolineare la distinzione, spesso dimenticata o
taciuta in malafede, tra la proprietà dei mezzi di produzione e quella dei mezzi
di consumo. Solo la prima è al centro delle critiche di Marx e Proudhon, in
questo sostanzialmente allineati: il possesso individuale, fondato sull’uso, è
del tutto legittimo e anzi minacciato dalla proprietà privata dei mezzi di
produzione. Non potrebbe essere altrimenti, visto che questa si radica sulla
spoliazione e sullo sfruttamento del lavoro altrui.
Il carattere performativo della proprietà, il fatto cioè che prenda forma
attraverso dispositivi politici e giuridici, costituisce il punto di divergenza
con il pensiero marxiano e una frattura di difficile ricomposizione fra i due
campi. Per Marx la proprietà non è affatto “impossibile”, come sostiene
Proudhon, ma costituisce una necessità storica perché derivante da un processo
economico e materiale, quello dell’accumulazione originaria, che pone le basi
per lo sviluppo del capitalismo. In questo senso la proprietà non dipende dalle
forme arbitrarie del dominio politico, ma risponde piuttosto alle esigenze
strutturali del capitale. Secondo i primi teorici anarchici, come lo stesso
Proudhon e Kropotkin, gli strumenti della scienza economica impiegati da Marx
sono invece insufficienti a spiegare le dinamiche politiche e simboliche che
regolano il dominio e la proprietà.
> Per Proudhon le promesse di uguaglianza della Rivoluzione francese non sono
> servite ad abolire il dominio bensì a rimuoverlo dalla memoria collettiva, in
> un’operazione che ha consolidato il potere rendendolo invisibile, non-creato e
> proprio per questo naturale.
Resta quindi da chiarire la natura del furto: una sottrazione non solo materiale
ma soprattutto ideologica, un “trafugamento” del ricordo del dominio nella
transizione tra ancien régime e periodo postrivoluzionario. Per Proudhon le
promesse di uguaglianza della Rivoluzione francese non sono servite ad abolire
il dominio bensì a rimuoverlo dalla memoria collettiva, in un’operazione di
offuscamento che ha consolidato il potere rendendolo invisibile, non-creato e
proprio per questo naturale.
Questa eliminazione della coscienza del dominio si palesa nella questione
dell’eredità e del diritto di albinaggio. In epoca feudale e prerivoluzionaria
il signore ereditava automaticamente i beni degli stranieri che morivano nel suo
territorio. Il legame tra proprietà ed estraneità alla vita civile si
concretizza in questo dispositivo giuridico, che non a caso coinvolge anche i
bastardi e i servi. L’incapacità di testare ed ereditare, di partecipare cioè
alla trasmissione dei beni, delinea il perimetro dell’appartenenza alla
condizione libera e crea fra i membri della società una gerarchia speculare a
quella che il diritto di primogenitura stabilisce tra fratelli.
> Dopo la Rivoluzione il diritto di spossessare si mantiene, traslandosi nel
> meccanismo di estrazione di plusvalore ai danni della classe lavoratrice,
> negli interessi sui prestiti, nelle rendite sugli immobili e tutto ciò che
> consente di fare profitti a spese di chi non possiede nulla.
La Rivoluzione spazza via l’insieme dei diritti feudali e con essi anche il
diritto di primogenitura, eppure questa trasformazione formale non si traduce
nell’uguale possibilità di possedere patrimoni e, di conseguenza, disporne in
eredità. Al contrario, il diritto allo spossessamento si mantiene, traslandosi
nel meccanismo di estrazione di plusvalore ai danni della classe lavoratrice,
negli interessi sui prestiti, nelle rendite sugli immobili e in tutto ciò che
consente ai proprietari di fare profitti a spese di chi non possiede nulla.
La divisione tra chi sfrutta e chi viene sfruttato muta così nella forma ma non
certo nella natura, né tantomeno nei suoi effetti, che hanno a che vedere non
tanto, o non solo, con la deprivazione materiale di oggetti e denaro. La
confisca dei beni degli stranieri non è principalmente volta ad arricchire il
signore feudale, così come la simile prassi contemporanea di sequestrare i pochi
possedimenti dei migranti al loro arrivo in Europa non ha alcuno scopo
economico. Si tratta piuttosto, allora come oggi, di una prova muscolare
dell’autorità politica, che dimostra di poter arbitrariamente scaraventare
chiunque entri nel suo raggio d’azione “ai margini del sociale”.
> La confisca dei beni degli stranieri non è principalmente volta ad arricchire
> il signore feudale, così come la prassi contemporanea di sequestrare i pochi
> possedimenti dei migranti al loro arrivo non ha alcuno scopo economico.
Il capitalismo sopravvive dunque non malgrado il gesto rivoluzionario che
vorrebbe superarlo, ma proprio in esso. Con questa premessa, Malabou non può che
essere scettica nei confronti di alcune moderne teorie secondo cui il
capitalismo possa autoregolarsi se non addirittura modificarsi nei suoi
caratteri essenziali. Diverse pagine sono dedicate al lavoro dell’economista
Jeremy Rifkin e in particolare al suo saggio del 2000 L’era dell’accesso.
Secondo Rifkin l’economia contemporanea tende a spostarsi sempre di più dal
possesso all’accesso: l’esplosione di servizi a noleggio o in abbonamento,
l’intero settore della cultura e del divertimento, il turismo di massa,
l’industria del benessere e del fitness descrivono a suo dire un nuovo modello
economico che pone maggior rilievo all’esperire rispetto al possedere, e di
conseguenza all’accesso (provvisorio e di certo non trasmissibile) piuttosto che
allo scambio. Di conseguenza, possedere beni materiali è sempre meno importante
fintanto che la possibilità di farne comunque uso resta garantita. Eppure,
riflette Malabou, la proprietà delle infrastrutture che assicurano tale
esperienza non scompare, e neanche lo spossessamento. L’autrice ha ulteriormente
chiarito questo punto in un’intervista concessa a Philosophie Magazine:
> Quando si guarda alla storia della proprietà privata, essa non è mai stata,
> per la gente comune, un fattore di emancipazione. Piuttosto è il contrario. Si
> deve pur vivere da qualche parte e, per chi voglia possedere quella “qualche
> parte”, l’accesso alla proprietà avviene solitamente a costo di rinunce. Al
> giorno d’oggi molti giovani preferiscono affittare piuttosto che acquistare.
> C’è una vera crisi del mercato immobiliare e una sensibile restrizione dei
> crediti bancari. Quanto ai beni di consumo: ne possediamo senza dubbio di più,
> ma quanto valgono? Per la maggior parte nulla. Quando si perdono i genitori e
> si svuota la loro casa, si scopre presto che i tre quarti degli oggetti non
> hanno alcun valore, e quelli che forse ne hanno sono spesso privi di ogni
> legame affettivo. Si eredita pochissimo. L’apparente abbondanza di beni
> nasconde la futilità, la liquidità dei beni personali. Non è che la ricchezza,
> la vera ricchezza, a determinare il senso e l’effettività dell’eredità.
Secondo Malabou la proprietà non va quindi regolata: deve piuttosto essere
abolita non solo sul piano materiale dei beni ma anche su quello simbolico, cioè
dei meccanismi che legittimano il potere. In questa prospettiva, l’autrice si
interroga sul ruolo dell’anarchismo in questo processo, esaminando le proposte
del movimento politico e teorico dei beni comuni sul solco delle direzioni
individuate da Proudhon (riconquista della forza collettiva, mutualismo,
federalismo).
Ma questo movimento, come ogni altro, si coagula attorno a un’idea di futuro,
all’auspicio di un miglioramento delle condizioni presenti. Tale futuro e le sue
caratteristiche non possono restare indeterminati perché devono orientare
l’azione politica che mira a conseguirli. In altre parole, lo slancio verso un
futuro immaginato parte da un principio (in questo caso il comune) nel suo
doppio significato di “idea centrale” e “cominciamento”: tutto ciò che
l’an-archè (assenza di principio) rifiuta. Il principio si trova all’inizio e
nel nucleo rovente della teoria e della pratica politica: tutto dovrà seguirlo
ed essere in armonia con esso, pena lo snaturamento del progetto stesso. È qui
che Malabou rileva un’insidia appostata: quella della gerarchia, rigida e
intollerante.
> Ogni movimento si coagula attorno a un’idea di futuro e a un auspicio di un
> miglioramento delle condizioni presenti che non possono restare indeterminati,
> perché devono orientare l’azione politica che mira a conseguirli.
È in questo spazio di tensione tra teoria e prassi che Malabou colloca la figura
dell’anarchico. Lo spazio in cui agisce l’anarchico, per tradizione estraneo e
sradicato, è infatti “incerto e pericoloso”. Qualsiasi tentativo di associarlo a
un ideale politico univoco e definito comporterebbe la chiusura di questo
spazio. Conviene allora usare l’anarchismo come Malabou si serve delle teorie
proudhoniane: non un progetto politico di carattere normativo quanto un “quadro
politico interpretativo” che consenta all’anarchico di
> diventare il portavoce di ubenati, servi, bastardi e operai restando uno
> straniero: interrogare la memoria rubata della servitù senza creare memoria
> servile né discepoli obbedienti. Restare l’altro, improprio e
> “improprietario”.
L'articolo La rivoluzione? Non c’è mai stata di Catherine Malabou proviene da Il
Tascabile.
Tag - capitalismo
L e prestigiose scuole di economia e management, culle per niente oniriche in
cui vengono assemblate le menti secondo le regole della finanza, pare siano
molto vicine all’introduzione di corsi dedicati all’organizzazione del piacere.
Un solo obiettivo: sviluppare teorie e metodi che nascondano la diretta
correlazione tra divertimento, consumo e guadagno. La profanazione di questo
intreccio rivelerebbe una verità estremamente pericolosa: il tempo trascorso nei
luoghi (reali e virtuali) del piacere o dello svago anestetizza gli utenti
dell’inutilità del lavoro che, offrendo a chi lo svolge una rassicurante
sussistenza quotidiana, arricchisce esclusivamente il sistema capitalistico.
Come sostengono i filosofi postmarxisti del Ventunesimo secolo, tra i punti
all’ordine del giorno del sistema di potere egemonico non è mai stato annoverato
il miglioramento della condizione umana. Il verdetto è abbastanza intuitivo: il
capitalismo avrebbe fatto benissimo a meno dell’esistenza del piacere ma, non
essendoci le condizioni necessarie per l’abrogazione definitiva, ne ha elaborato
una versione subordinata alla logica di mercato. Il piacere è stato
riconfigurato come piacere produttivo: una forma ambigua di godimento indotto,
orientata – direttamente o indirettamente – a produrre utile. Neutralizzando il
potenziale sovversivo, il capitalismo ha reso il piacere un elemento funzionale
alla formazione di soggettività standardizzate.
> Il capitalismo avrebbe fatto benissimo a meno dell’esistenza del piacere ma,
> non essendoci le condizioni necessarie per l’abrogazione definitiva, ne ha
> elaborato una versione subordinata alla logica di mercato.
La ricerca artistica e curatoriale di ATI suffix, collettivo interdisciplinare
nato a Roma nel 2013, interroga e decostruisce le categorie di pensiero del
sistema dominante. I progetti del collettivo, di cui fanno parte architett*,
artist*, filosof* e ricercator*, sono accomunati da un’esasperazione critica e
speculativa degli immaginari urbani, replicabili su scala globale. Attraverso
installazioni, attraversamenti, azioni laboratoriali e pratiche performative,
ATI suffix si insinua all’interno dei dispositivi di sorveglianza, oppressione e
controllo disseminati negli spazi di aggregazione quotidiana, di lavoro e di
piacere. In questo senso, i progetti del collettivo possono essere considerati
come pratiche di invasione, destabilizzazione, apparizione imprevista.
Prima possibilità per attivare il piacere (strategia a lungo termine)
Pensare alla concessione di tempo libero, a cui è possibile accedere
esclusivamente dopo aver prestato servizio a una qualsiasi società che concorra
al raggiungimento degli obiettivi del capitalismo. In questo orizzonte, ogni
soggettività agente è caldamente invitata a esercitare attivamente e senza
tregua il ruolo di lavoratore e di consumatore, oscillando tra due condizioni
che si fagocitano a vicenda.
> Per lungo tempo il desiderio di svago estivo è stato il principale incentivo
> al lavoro. Lavorare per le vacanze. Lavorare per l’estate. Lavorare per la
> spiaggia. Oggi il capitalismo ha messo la sabbia al servizio della produzione.
> La rilevanza fisica degli spazi concepiti per preparare cittadini/consumatori
> all’estate è chiara a tutti. Dalle palestre ai cantieri, la città si trasforma
> in un UrbanBeachScape.
Il progetto, sviluppato al Columbia Global Centers di Istanbul nel 2015, è
concepito come un’installazione site specific per il quartier generale della
società Borusan, tra le principali produttrici di tubi in acciaio nel mondo.
UrbanBeachScape contesta le reti transnazionali dello sponsor della mostra
esplorando il valore della sabbia nel traffico di denaro. Seconda risorsa
naturale più sfruttata dopo l’acqua, la sabbia viene estratta a una velocità
molto maggiore rispetto al tempo necessario affinché si rinnovi. Il valore
economico della sabbia sul mercato globale determina un forte attrito rispetto
all’immaginario esotico pubblicizzato dai resort di lusso.
Il testo curatoriale, redatto nella forma di manifesto programmatico, insiste
sulle logiche pubblicitarie del capitalismo: sigle e acronimi per abbreviare il
tempo della lettura e facilitare il processo di memorizzazione.
> UBS è un business, perché il capitale mette in produzione il desiderio di
> spiaggia
> UBS è edilizia, perché la sabbia è la seconda risorsa naturale più utilizzata
> UBS è estetica, perché i corpi urbani sono sempre pronti per la spiaggia
> UBS è sfruttamento, perché le spiagge scompaiono mentre le città crescono.
Scrive Giorgio Agamben in Mezzi senza fine (1996), “la società nel suo insieme è
consegnata irrevocabilmente alla forma della società di consumo e di produzione
orientata al solo fine del benessere”. Spargendo oltre trenta tonnellate di
sabbia nell’atrio della multinazionale, UrbanBeachScape celebra la relazione
segreta tra sfruttamento e benessere. Una lettera firmata da un immaginario
Beach Liberation Front mette in guardia dalla tentazione di godere del sole
artificiale: non è possibile che alcun sogno appartenga al presente. Chi si
sottrae volontariamente al gioco del capitale rinuncia all’immaginazione
normativa del tempo libero. Eppure anche sviluppare una strategia per garantirsi
l’accesso al futuro senza pagare il dazio del lavoro è un’attitudine produttiva
di stampo capitalista. Non c’è via d’uscita. La spiaggia è una gabbia che
incastra i corpi.
> Spargendo oltre trenta tonnellate di sabbia nell’atrio della multinazionale,
> UrbanBeachScape celebra la relazione segreta tra sfruttamento e benessere.
Il futuro, come raccoglitore di ambizioni, è uno specchio che riflette ed esalta
i bisogni vitali del sistema: poiché siamo condannati ad avere un futuro, siamo
condannati a lavorare, e viceversa. La realizzazione dei sogni – accettando
l’accezione materialista che il capitalismo ha affidato al sogno – dipende dalla
fedeltà al lavoro. Attraverso un monumento effimero realizzato nella forma di
inciampo all’abituale fruizione dello spazio aziendale, ATI suffix ritrae il
dark side del capitalismo.
Seconda possibilità per attivare il piacere (strategia a breve termine)
Risolvere i disturbi causati dal tempo del dovere attraverso espedienti
simbolici e/o concreti messi a disposizione a basso costo dall’efficiente
sistema di produzione.
> White Sheep, una bevanda arricchita di melatonina, si confronta con l’insonnia
> indotta e la seduzione della produttività. La bevanda è disponibile tramite un
> distributore automatico posizionato in uno spazio pubblico ad Amsterdam.
White Sheep è un’installazione nello spazio pubblico, realizzata per Amsterdam
Light Festival nel 2017. Il progetto assume la forma di un distributore di
bibite alla melatonina, caratterizzate da un design patinato che ammicca a
quello delle più famose bevande energetiche. Il rebranding speculativo sovverte
la fascinazione per la cessazione del sonno adottando l’estetica del
distributore h24. Sotto forma di piacere, ovvero bevanda al gusto di caramelle
alla fragola, il capitalismo genera comportamenti che si trasformano in
abitudini e che deformano i corpi. I supporti energetici a cui si fa
affidamento, inizialmente proposti come soluzione rapida per mantenere alte le
prestazioni di uno stile di vita animato dalla concorrenza, mirano a
trasformarsi in un’esigenza radicale. La diffusione di tisane con polveri di
melatonina rappresenta il collasso dello stesso sistema. Allegoria di una classe
di lavoratori e lavoratrici intrappolate tra le maglie di un sistema
claustrofobico e ripiegato su sé stesso, White Sheep è un progetto segretamente
disturbante che ammicca ed esalta lo stesso immaginario che contesta.
> Il progetto White Sheep assume la forma di un distributore di bibite alla
> melatonina, caratterizzate da un design patinato che ammicca a quello delle
> più famose bevande energetiche: un rebranding speculativo che sovverte la
> fascinazione per la cessazione del sonno.
Una simile ambiguità caratterizza La manipolazione onirica del Carrefour, azione
collettiva e performativa realizzata per il festival di teatro Contrabbando di
Roma, nel 2017.
> Con la sua intrusione capillare, il capitalismo sta velocemente erodendo forme
> di comunità ed espressione politica, utilizzando come mezzo di controllo
> l’abolizione della naturale alternanza giorno/notte. Un tempo senza ritmo,
> senza pause, senza sonno.
Probabilmente il più grande desiderio del capitalismo è fare in modo che si
realizzi l’astensione completa dal sonno e che assuma la forma di abdicazione di
massa, scrive Jonathan Crary in 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno
(2015). Dopo aver individuato nelle sostanze energizzanti un rimedio istantaneo
a questa disfunzione ereditaria che “affligge” la specie umana, il sistema
inventa degli spazi collettivi in cui sviluppare esercizi notturni di
divertimento e consumo. Tra questi, i supermercati h24 rappresentano il modello
più riuscito. La manipolazione onirica del Carrefour guida i partecipanti
attraverso un esercizio di concentrazione e critica collettiva dedicata alla non
banalità del potere decisionale che possiamo esercitare sulle azioni routinarie.
Rifiutando la velocità che i pavimenti sempre lucidi dei supermercati impongono
alle suole delle scarpe da trekking urbano, la performance è un attraversamento
lento dei corridoi infestati da trame di potere e sfruttamento interspecie
attuato su scala globale. Percorrere senza fretta uno spazio pensato
esclusivamente per l’acquisto e uscire a mani vuote è un atto di boicottaggio.
> La manipolazione onirica del Carrefour guida i partecipanti attraverso un
> esercizio di concentrazione e critica collettiva dedicata alla non banalità
> del potere decisionale che possiamo esercitare sulle azioni routinarie.
Dopo la spedizione al Carrefour, la performance si conclude con un rituale
onirico nella sala teatrale del Cinema Palazzo. Il sonno, dopo aver abbandonato
la dimensione intima, si rivela ora nella sua temporalità imperitura del 24/7.
La manipolazione onirica del Carrefour assalta i vessilli del capitalismo
applicando segrete e impercettibili modifiche che alterano temporaneamente il
funzionamento. La prefigurazione di immaginari che alterano la scissione
disciplinata tra utopia e distopia è un gesto politico.
Epilogo (stare in guardia)
L’esistenza del tempo libero è incerta.
L’induzione del disturbo del sonno aumenta la capacità estrattiva.
Il benessere concorre al raggiungimento della massimizzazione del profitto.
L'articolo Avvelenare il banchetto capitalista proviene da Il Tascabile.
I l rullo compressore e il violino (1960), il mediometraggio che Andrej
Tarkovskij portò come prova finale del corso di regia all’università, descrive
l’eterna distanza fra le persone bambine e gli adulti. I due personaggi
principali sono stati amici per un giorno, nonostante la differenza di età e di
stile di vita, ma sarà un certo tipo di disincanto a frapporsi tra l’uno e
l’altro, separandoli nell’ultima sequenza. La scena si svolge in una stanza
assolata, dove un bambino di nome Saša si adopera in tutta fretta per mandare un
messaggio al suo nuovo amico operaio Sergej. Sceglie un foglio rigato da
pentagrammi puliti, poggiato sopra lo spartito con la partitura per violino
sulla quale si era esercitato per un esame. Afferra una matita rossa e scrive
“Non è colpa mia. Mia madre non mi lascia venire. Saša”. Piega il foglio a metà
e porta i due lembi superiori verso il centro, formando una punta. Ora, fra le
mani ha un aeroplano di carta. Si affaccia dal balcone, tentando invano di
attirare l’attenzione di Sergej, in sua attesa nel cortile del palazzo. Subito
dopo, lancia l’aeroplanino, che fluttua verso il basso, seguendo una diagonale
quasi perfetta, diretta verso l’angolo in basso a destra dell’inquadratura.
Nell’istante esatto in cui il messaggio del bambino prende il volo, l’operaio
rinuncia ad aspettarlo, volta le spalle e imbocca l’uscita buia della corte.
Quando l’aeroplanino tocca terra, Sergej è ormai rassegnato: dopo una giornata
trascorsa sul rullo compressore, si è fatto convinto che il suo giovane amico
non abbia voluto mantenere la promessa di andare al cinema insieme a lui. Invece
Saša è inerme, obbligato a rispettare un’altra promessa, ovvero quella di
accogliere ospiti che si aspettano di trovarlo pulito e in ordine nel salotto
dell’appartamento dove abita.
Il divario tra infanzia ed età adulta si manifesta sin dall’inizio del film,
quando Saša interpreta le parti di violino e la sua insegnante tira fuori il
metronomo; l’asticella che sbatte indefessa e il suo ticchettio costringono
l’entusiasmo del bambino alla grammatica musicale. Riuscirà a liberarsi dalle
grinfie asfittiche dell’educazione e dal cinismo degli adulti solo per un
momento, esibendosi per Sergej. Alcuni degli aspetti più atroci innescati dallo
scarto esistenziale dell’essere fanciulli in un mondo di adulti, sono ripresi da
Tarkovskij nel suo successivo primo lungometraggio, L’infanzia di Ivan (1962).
Un’altra prospettiva sulla differente natura delle bambine e dei bambini si
manifesta in Stalker (1979) attraverso l’osservazione di ciò che si considera
desiderio, quando il protagonista recita una preghiera. Essere duttili e
indifesi come quando si nasce, secondo la poetica dell’autore, è sintomo di
potenza: “Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità
esprimono la freschezza dell’esistenza. Ciò che si è irrigidito non vincerà”.
> Il desiderio in Tarkovskij si configura con le tinte oniriche di un’ascesi
> nostalgica e inquieta verso un luogo dove non si è mai stati. Un movimento di
> apertura continua che nei bambini e nelle bambine si manifesta con più
> evidenza rispetto agli adulti.
Con questo auspicio, lo Stalker che guiderà in direzione della “Zona” il
Professore e lo Scrittore, personaggi di uno dei lungometraggi più noti di
Tarkovskij, si augura che, una volta arrivati alla meta, i suoi clienti possano
avverare i loro desideri, discernendoli dalle passioni, mero “attrito tra
l’anima e il mondo esterno”. Se saranno capaci di abbandonare l’assuefazione
alle sovrastrutture abituali e di cogliere ciò che corrisponde all’ascesa verso
il puro desiderio, il Professore e lo Scrittore saranno come bambini, perché
“Così come l’albero mentre cresce è tenero e flessibile, quando è duro e secco,
muore.” In estrema sintesi, il desiderio in Tarkovskij si configura con le tinte
oniriche di un’ascesi nostalgica e inquieta verso un luogo dove non si è mai
stati. Un movimento di apertura continua che nei bambini e nelle bambine si
manifesta con più evidenza rispetto agli adulti.
Del desiderio e del suo movimento ascensionale, Emmanuel Lévinas descrisse con
termini che sfiorano la teologia, una tensione verso l’assolutamente altro da
sé. Per il filosofo, quando si parla di desiderio non si contempla la sfera dei
bisogni, delle passioni o del godimento, bensì quella dell’aspirazione verso il
bene metafisico, verso ciò che spinge l’umano, con disinteresse, a incontrare il
volto dell’altro, senza che questo si conceda mai del tutto per essere compreso.
Se il bisogno deriva da un’assenza che il soggetto può colmare, al contrario il
desiderio nasce a partire dal suo oggetto, dal desiderabile. Pertanto, è
mancanza che non può essere soddisfatta perché tende verso l’assoluto.
In Totalità e infinito: saggio sull’esteriorità (1961), il filosofo francese
definisce la fenomenologia del desiderio come tensione infinitamente irrisolta
verso l’altro, inteso come il confine tra esperienza e trascendenza. La sua
ipotesi è che, seppur l’essere umano, come ogni altro essere vivente, è definito
da bisogni, è anche capace di relazionarsi all’altro da sé non solamente per
possederlo e sfruttarlo, ma è mosso anche da un’apertura senza ritorno, da un
desiderio che non è un bisogno.
Se, a partire da Lévinas, ci si spinge al di là della teologia, si può presumere
che il desiderio abbia a che fare con l’etica. Allora, ci si potrebbe chiedere
cosa comporti stare nella contraddizione di chi crede di desiderare ciò che è
bene per sé assecondando valori conformi al neoliberismo, nonostante le
condizioni per adeguarvisi siano debilitanti. La prospettiva di uno stile di
vita validato dalla società, ovvero il desiderio di normatività, presuppone il
sottostare all’obbligo di un’opprimente scalata sociale, ripida e impervia, che
risulta di ostacolo al soddisfacimento del desiderio stesso. In Ottimismo
crudele (2024, ed. or. 2011), Lauren Berlant definiva la causa di questa
propensione alla “good life”, come l’ottimismo crudele dal quale, nella società
dei consumi, sono orientati sia i bisogni, sia i desideri.
> Se il bisogno deriva da un’assenza che il soggetto può colmare, al contrario
> il desiderio nasce a partire dal suo oggetto, dal desiderabile. Pertanto, è
> mancanza che non può essere soddisfatta perché tende verso l’assoluto.
La filosofa e critica letteraria ha contribuito agli studi sulla teoria degli
affetti, passando attraverso l’analisi della loro tipizzazione in varie forme di
espressione artistiche e culturali nella società statunitense. I contorni del
sistema teorico argomentato in Ottimismo crudele sono dichiarati
nell’introduzione, approfondendone il titolo. L’ottimismo crudele, relativo al
raggiungimento dell’oggetto del desiderio, è descritto a partire dalla sua
natura ambigua e fraintendibile, alla quale è possibile cedere solo se si
aderisce all’inganno sociale che sottende la coesistenza di capitalismo e
democrazia. Malgrado l’esperienza del quotidiano arrabattarsi mini costantemente
la speranza di vivere una buona vita, nel presente storico preso in analisi
dall’autrice si vive nell’impasse che costringe alla statica ripetizione di una
serie di propositi e di gesti, animati da una sorta di fede: una fantasia che
pervade ogni ambito della vita relazionale, intima, morale ed economica.
I confini di questa fantasia sono quelli della staccionata che separa il
giardino di casa dai vicini. Nel primo capitolo del saggio, Berlant li descrive
a partire da una poesia di John Ashbery, “sogno borghese in rima”, riflettendo
su come
> vediamo i nostri vicini quando vogliamo vederli, quando sbrighiamo faccende
> all’aperto, o magari al ristorante, e in ogni caso il piacere da loro
> provocato deriva da una relativa distanza, dal loro essere paralleli, e non
> interni alla proprietà, che è suddivisa in zone “comunali”, del narratore, che
> vi accumula e gode i suoi svaghi agiati, come in una vigna in campagna, dove
> le intrusioni dei vicini curiosi, o del Super-io, interromperebbero la
> proiezione di felicità che si spande a partire dall’impero del giardino sul
> retro.
Si potrebbe dire che il desiderio di normatività neoliberista non contempli
alcuna forma di reciprocità, di incontro col volto dell’altro, se non
all’interno di alcuni rituali sociali narcisistici e opportunistici.
La condizione di possibilità per il sogno americano e la relazione di ottimismo
crudele con ciò che promette possono essere ricondotte anche alla ripetizione
ossessiva di un presente continuo, che Max Horkheimer e Theodor W. Adorno
rintracciarono perfino nel jazz. In Dialettica dell’illuminismo (1947)
definiscono questo genere musicale come espressione e sintomo della “vita nel
tardo capitalismo”, cadenzata da “un rito di iniziazione permanente” per il
quale “Ognuno deve mostrare che si identifica senza riserve col potere che lo
batte. Ognuno può essere come la società onnipotente, ognuno può diventare
felice, purché sia disposto a concedersi corpo e anima e a rassegnare la sua
pretesa alla felicità”.
Rispetto all’interpretazione di Lévinas sul desiderio, comparandola alla lettura
di Horkheimer e Adorno sull’identificazione col potere, è possibile dedurre che
il capitalismo funzioni perché ricalca la dinamica ritualizzata dell’ascensione,
tendente all’infinito, propria della fede nelle religioni abramitiche. Al
contempo, pur presupponendo il sacrificio e l’accettazione, elimina ogni legame
con l’etica o con la dimensione contemplativa del sacro, lasciando che la
promessa di un’ascesi verso una vita migliore governi ogni ambito
dell’esistenza, dettando il ritmo delle giornate. Così, nel mondo contemporaneo
il desiderio di normatività resta attraente anche se, per il soggetto, le
condizioni di vita ordinaria sono logoranti. Non si tratta di utopia, ma di
promettere una vita migliore a seguito di una di penitenze.
Tornando a Berlant, per l’autrice la volontà di adeguarsi al modello di
normatività, incoraggiata dalla società neoliberista, è alimentata dal sistema
egemonico su più fronti. Uno di questi è la messa a punto di “tecnologie della
pazienza”, ideate per indirizzare il propendere al futuro con ottimismo e, allo
stesso tempo, per sospendere il giudizio sulla crudeltà del presente. Il
desiderio di conformità è rafforzato anche dalla stigmatizzazione di ogni
tentativo di lateral agency, intesa come la volontà di abbrutimento, lo
scivolare nella morte lenta, in opposizione all’agentività sovrana del soggetto
neoliberista, che costruisce ed estende l’io con intenzionalità propulsiva. Di
contro, l’azione laterale interrompe il ritmo della produzione capitalistica e
sospende il movimento in avanti dell’io. L’agentività laterale è quindi, sia una
forma di ciò che Berlant chiama “morte lenta”, sia un modo per sopravvivere alle
incessanti richieste del lavoro professionale, domestico e affettivo.
> Il desiderio di conformità è rafforzato anche dalla stigmatizzazione di ogni
> tentativo di lateral agency, intesa come la volontà di abbrutimento, lo
> scivolare nella morte lenta, in opposizione all’agentività sovrana del
> soggetto neoliberista.
Chi invece incarna l’agency sovrana, non si oppone né resiste all’attrattività
dell’oggetto del desiderio, ma la subisce. Ciò a cui si aspira si configura come
un mondo, un insieme di promesse verso le quali il soggetto è perennemente
troppo in ritardo per vederne il compimento. Eppure, l’attrito provocato da una
tale asincronia, non è sufficiente per interrompere l’aspirazione al benessere
dato da una vita affidabile, routinaria, rassicurante o, in una parola, normale.
La tensione si riproduce nell’eterno presente del soggetto desiderante,
tramandandola di generazione in generazione, anche o soprattutto in contesti di
marginalità e disagio, nei quali la sussistenza è garantita dall’instaurarsi di
economie informali, in contraddizione con l’ambizione di normatività. Difatti,
per Berlant “più sei in basso sulla scala economica, meno è formale la tua
relazione con l’economia e più sei solo nel progetto di mantenimento e
riproduzione della vita. Le comunità, quando esistono, sono, nel migliore dei
casi, fragili e contingenti.”
Il paradosso dell’ottimismo crudele sta nel fatto che perfino la fantasia assume
forme conservative: immaginare alternative di vita migliore a quella stabilita
dal sistema egemonico risulta ancora più complesso per chi, dallo stesso
sistema, è oppresso. Complementariamente, per gli emarginati l’unico capitale
che è possibile trasmettere con certezza alle nuove generazioni è la fantasia,
il sogno americano o il desiderio di una vita normale. In uno dei capitoli
cruciali del saggio, Berlant osserva il manifestarsi di tali dissonanze sotto la
lente di due film di Jean-Pierre e Luc Dardenne: Rosetta (1999) e La promesse
(1996). Al centro di entrambi i lavori, la filosofa individua il contrasto fra
il mondo degenerato degli adulti e il tentativo degli adolescenti di uscire dal
destino occludente del ceto popolare, rimosso dalle istituzioni e dalle
narrazioni neoliberiste.
Rosetta è la protagonista dell’omonimo film. Vive insieme alla madre in una
roulotte, al di là della strada che separa la città belga di Liegi dal campeggio
Grand Canyon. Ogni volta che, intrufolandosi, forza la recinzione, dopo aver
attraversato il boschetto umido, ripete sempre gli stessi identici gesti sia
prima, sia dopo aver dovuto attraversare il confine asfaltato. L’unica parvenza
di quotidianità è data dal ripetere schemi collaudati per sopravvivere ai
margini dei sogni degli altri. Agisce in allerta, nasconde le scarpe buone, il
suo lasciapassare per arrivare nell’altro mondo possibile. Al privilegio
dell’ordinarietà, è costretta ad arrivarci attraverso una serie di gesti
ripetitivi, ma non routinari: togliere i gambali di plastica e indossare gli
stivaletti stringati o viceversa; pescare lungo il fiume con una trappola
ricavata da una bottiglia e nascondere le trappola sotto terra; non dare mai
confidenza a nessuno e cercare continuamente lavoro. Scalpita nel tentativo di
mettersi in salvo senza concedersi alcun sogno se non quello di vivere
un’esistenza normale, dove i giorni si ripetono sempre uguali.
Nell’immaginario di un adolescente ai margini, la riproduzione del desiderio
diviene espressione di una volontà collettiva, incarnata da un soggetto
solitario, intenzionato a ottenere la buona vita promessa dalla cultura
capitalista. Andando in questa direzione, Berlant sostiene: “È come se i
bambini, non conoscendo nulla tranne questo indice di felicità proiettata, siano
spinti a ripetere l’attaccamento alle stesse forme il cui fallimento nel
garantire le dignità di base dell’esistenza ordinaria è centrale per la
riproduzione della difficoltà delle loro singole storie e dei disagi vissuti sul
fondo della società classista”.
Rosetta non conosce reciprocità: ogni forma di intimità le è preclusa. I
fratelli Dardenne, alla stregua di un western o in un film di guerra, spesso
inquadrano la ragazza di spalle. L’incontro con l’altro avviene prevalentemente
in scontri corpo a corpo, come quando viene licenziata nella sequenza iniziale,
cadenzata da porte che si sbattono. Sono colluttazioni accese dall’impossibilità
di accettare alcun rifiuto da parte della società neoliberista in crisi,
opponendosi con violenza alla realtà alla quale è predestinata. Aggredisce e
ripudia il corpo corrotto della madre, in ogni scena dedicata alla narrazione
del loro rapporto. Perfino quando le viene proposto un nuovo lavoro, respinge
per istinto la visita del collega Riquet, azzuffandosi con l’unico personaggio
che tenta di esserle d’aiuto, prima ancora di dargli ascolto.
L’amicizia con il suo collega apre a Rosetta la possibilità di relazionarsi con
l’altro in uno scambio reciproco di affetto e di cura. A casa di Riquet,
riconosce e sigilla il momento in cui può tirare fiato, pensando di aver trovato
un posto dove restare per riposarsi e prega, fra sé e sé, prima di chiudere gli
occhi: “Tu ti chiami Rosetta, io mi chiamo Rosetta. Tu hai trovato un lavoro, io
ho trovato un lavoro. Tu hai trovato un amico, io ho trovato un amico. Tu hai
una vita normale, io ho una vita normale. Tu non finirai in un buco nero nero,
io non finirò in un buco nero. Buonanotte. Buonanotte”. La relazione con Riquet
insegna a Rosetta cosa significhi quotidianità, ma per proteggere ciò che ha
appena conquistato a fatica, mette in pratica quello che ha imparato dal mondo
degli adulti e tradisce il suo unico amico.
> Il paradosso dell’ottimismo crudele sta nel fatto che perfino la fantasia
> assume forme conservative: immaginare alternative di vita migliore a quella
> stabilita dal sistema egemonico risulta ancora più complesso per chi, dallo
> stesso sistema, è oppresso.
Rispetto a Rosetta, in La promesse l’evoluzione del protagonista segue un
movimento inverso. I fratelli Dardenne presentano Igor come un adulto che ha già
imparato la lezione: la scalata sociale prevede opportunismo, slealtà, ambiguità
morale e violenza. Guida la motocicletta, fuma, è il secondo in affari di suo
padre Roger nello sfruttamento degli immigrati clandestini e non ci pensa due
volte prima di rubare il portafogli a una signora anziana, cliente della pompa
di benzina dove è apprendista meccanico. Lo sviluppo narrativo del film prende
le mosse da una condizione di partenza eticamente più misera rispetto a quella
di Rosetta.
Nella speranza di ottenere una buona vita, una vita normale, la ragazza adotta
una postura moralmente rigida, incorruttibile nemmeno davanti ai crampi della
fame. Rifiuta di mangiare il cibo che sua madre è riuscita a procurare in cambio
di prestazioni sessuali; vuole un posto nella società regolamentata da
un’economia riconosciuta come lecita. Non accetta la sua condizione di
marginalità, né le scappatoie per uscirne. Piuttosto, preferirebbe morire.
Andando in senso contrario, nello sviluppo drammaturgico del protagonista in La
promesse, Igor passa dall’essere complice senza scrupoli delle atrocità commesse
dal padre, al dare ascolto alla sua capacità di provare empatia, fino ad
avvertire il peso della slealtà e della difficoltà di agire nel rispetto di ciò
che è giusto piuttosto che di ciò che conviene.
Per il ragazzo, seguire la condotta morale che sente di dover applicare,
significa opporsi radicalmente all’educazione paterna e alle sue regole.
L’occasione per redimersi gli viene offerta da Hamidou. L’uomo è un immigrato
clandestino che lavora per Roger. Poco prima di morire fra i calcinacci del
cantiere, in fin di vita chiede a Igor di promettergli che si prenderà cura di
sua moglie e suo figlio. Da quel momento, mantenendo la promessa suggellata con
il padre di un altro bambino, il ragazzo tradirà il suo. Igor onora l’impegno
preso un poco alla volta, accettando compromessi sempre più complessi e
intricati, fino alla rottura di un vero e proprio sigillo. Quando al compro-oro
una tronchese taglia in due il grande anello identico a quello di Roger, i soldi
racimolati sono offerti da Igor alla moglie di Hamidou, la donna della quale suo
padre si vuole liberare a tutti i costi.
Secondo Berlant, dai film dei fratelli Dardenne emerge come “il riconoscimento e
la reciprocità possono assumere molte forme, alcune delle quali mimano
l’uguaglianza sotto forma di collaborazione, altre producono contesti di fiducia
nell’interdipendenza, altre sono forzate o strategiche, e tutte quante sono
profondamente ambigue, compromesse e instabili”. In questo scenario, ciò che si
considera reciprocità è opacizzato da altri significati, in ogni classe
economica e a qualsiasi livello di socialità. Pertanto, in contrapposizione a un
certo sguardo del femminismo accademico, la filosofa sostiene che nella società
odierna “l’amore è solo leggermente meno contingente del lavoro”.
Oltre all’analisi delle condizioni di possibilità che rendono persistente il
desiderio di normatività nelle soggettività più fragili, in Ottimismo crudele si
dedica attenzione anche a La vita pischica del potere. Teorie del soggetto
(2005, ed. or. 1997) e a Vite precarie. I poteri del lutto e della violenza
(2004), due testi in cui Judith Butler teorizza come le disuguaglianze sociali
siano fortificate dalle contraddizioni dei legami di potere all’interno dei
nuclei famigliari. In breve, Butler considera centrali le capacità empatiche del
soggetto, come le forme di solidarietà, ma sostiene anche che l’esperienza di
sovranità sia una reazione formativa: rispetto alle figure genitoriali, alla
dipendenza infantile si reagisce desiderando di assoggettarsi a quella medesima
forma di potere che in quel momento si subisce. Da qui si muove la critica di
Berlant, ovvero dal presupposto che, tenendo insieme soggettività personale e
politica, Butler “equipara la dipendenza infantile agli attaccamenti normativi”
e gli attaccamenti normativi a potere e privilegio. La fase della dipendenza
infantile agli attaccamenti normativi, dovrebbe giustificare l’attaccamento al
sistema di potere, fondato sul dominio.
> Butler considera centrali le capacità empatiche del soggetto, come le forme di
> solidarietà, ma sostiene anche che l’esperienza di sovranità sia una reazione
> formativa.
L’autrice di Ottimismo crudele, invece, si chiede se “la struttura infantile
della dipendenza sublimata dall’amore sia davvero l’origine di tutta la
sopportazione dell’ingiustizia” o se sia invece necessario prendere in
considerazione anche le promesse contraddittorie di protezione, di delegazione e
di buona vita. Per Berlant, lo snodo teoretico non si sviluppa tanto
nell’attaccamento a una dipendenza subordinata, ma in quello alla promessa di
superare la subordinazione che si subisce; perché l’oggetto del desiderio è
piuttosto un ambiente trasformativo. Sottolinea anche che “Vedere l’egemonia
come dominazione e subordinazione significa rinnegare quanto la vita dipendente
si basi sul puro formalismo ottimistico dell’attaccamento.” Rispetto alla
volontà di raggiungere l’oggetto del desiderio, cioè di invertire a proprio
favore la relazione di subalternità, l’amore ai tempi del tardo capitalismo è
contingente, accidentale e non necessario, quasi quanto il lavoro.
Anche l’impossibilità di fermarsi a riflettere ha un ruolo nella reiterazione
del desiderio di normatività e di conformità alla società dei consumi.
Nell’accezione di Walter Benjamin, dopo la rivoluzione industriale, ovvero dal
superamento della “prima tecnica” nella “seconda tecnica”, l’essere umano si
emancipa del tutto dalla natura, producendone storicamente un’altra, una seconda
natura. Di conseguenza, la seconda tecnica ha come paradigma l’autonomia, o
meglio l’automa, ciò che ha in sé il principio del suo movimento, la sua causa e
il suo scopo. Ripetitività e riproducibilità sono i processi che caratterizzano
la produttività della seconda tecnica nell’era del capitale, in grado di
superare la casualità del divenire in una artificiosa necessità, prevedibile e
calcolabile. Qui risiede il pericolo distruttivo della seconda tecnica, in un
mondo regolato dalla logica del profitto. Il suo procedere per automatismo è ben
diverso da quello propriamente casuale della natura.
> Rispetto alla volontà di raggiungere l’oggetto del desiderio, cioè di
> invertire a proprio favore la relazione di subalternità, l’amore ai tempi del
> tardo capitalismo è contingente, accidentale e non necessario, quasi quanto il
> lavoro.
Seconda tecnica e seconda natura coincidono e si regolano autonomamente, per
necessità. È qui che la politica, tecnica intimamente non automatica, ha il
compito di intervenire come forza regolatrice tra i rapporti umani e
l’automazione dei processi produttivi e riproduttivi. Insieme a una concezione
corrotta del lavoro, avere fede nel progresso e fare del sistema egemonico il
garante del benessere, della buona vita, sono i presupposti della degenerazione
nella guerra totale. Perciò, la seconda tecnica è al contempo rischio e
occasione di salvezza per l’intera specie umana: distruzione del creato e
liberazione dalla fatica del lavoro. Tuttavia, secondo quanto teorizzato da
Benjamin, nelle mani del fascismo il potenziale della seconda tecnica è solo
massimamente distruttivo, proprio perché impedisce di immaginare sogni
alternativi a quello egemonico, o forse proprio perché il desiderio ha a che
fare con l’etica e non con la mera sussistenza.
L'articolo Desiderio crudele proviene da Il Tascabile.
S ulla copertina di Il senso della natura di Paolo Pecere c’è una fotografia,
fatta dall’autore, del vulcano Semeru sull’isola di Giava. La fotografia è
incorniciata come se nella copertina blu del libro edito da Sellerio ci fosse
proprio un affaccio rettangolare, una finestra sul Semeru. La cima del vulcano è
in secondo piano, sopra c’è l’alba, sotto c’è una striscia di fumo chiaro, sotto
un altro cono, il monte Bromo, che ci sembra più vicino e anch’esso sospeso sui
fumi. Il senso della natura comincia quindi da un affaccio, una vista dalla
finestra che chiama di fuori, che indica una direzione ma per un sentiero ancora
da battere. Capita anche a noi, che sia proprio la vista a chiamarci per partire
su sentieri magari già pronti, come quando nel weekend scappiamo per la
fotografia di un paesaggio o per un certo “richiamo della natura”. Ma tornando
al libro, per chi si fa convincere dalla copertina dunque la lettura comincerà
anche in questo caso con una partenza fuori dalla città, lungo sette direzioni,
Sette sentieri per la Terra, che è il sottotitolo.
Sono sette capitoli tematici, come sette arcani maggiori: la città (o la
partenza), l’equilibrio, l’acqua, gli animali, le piante, l’aria, la casa (o il
ritorno). L’intento della ricerca: “risvegliare un senso perduto della natura
per farne un nuovo senso comune”. Il viaggio dunque, certo, è il motore
dell’azione di questo libro, anche se non si tratta di un solo grande viaggio
catartico à la Chatwin. I viaggi di Paolo Pecere – che insegna filosofia e
scrive anche per il Tascabile – somigliano più alle spedizioni naturalistiche e
geografiche del passato, come quelle del grande geografo, esploratore e
naturalista Alexander von Humboldt, cui fa più volte riferimento (uno dei quadri
con cui lo ricordiamo è proprio la vista di un altro vulcano, il monte
Chimborazo). Come Humboldt, mentre viaggia Paolo Pecere fa una ricerca di campo
integrale: racconta un luogo, studiandone ciò che si vede, chi lo abita e chi si
incontra, le relazioni ecologiche con le altre specie animali, l’attività
economica umana e come essa si intrecci con la conformazione dell’ambiente, con
le sue viscere minerarie o la sua superficie erbosa; come un luogo sia il nodo
di un mondo più ampio, l’intera Terra, e il punto di scontro di tante questioni
odierne, ecologiche e umane.
In Nigeria, esamina le “piaghe del capitalismo” sull’ambiente umano e naturale
della città di Lagos e della laguna che la circonda. Nell’Amazzonia è ospite
della comunità Kitchwa e della familiarità che intrattiene con gli altri animali
e la foresta, un “mondo senziente”. Nelle Azzorre si immerge per contemplare le
mante e interrogarsi sull’essere senzienti degli altri animali (il libro è
dedicato a una gatta), o interrogarsi sulla mente del polpo, ripescando le
riflessioni di Peter Godfrey-Smith e Vinciane Despret, sullo sguardo
dell’animale che ti osserva, come una balena alle Galapagos. E così via, in
Africa, in Asia, o tra gli abitanti della Slab City nel deserto californiano, o
a Hong Kong. La curiosità geografica è lo strumento per un’indagine profonda
sulle relazioni che legano l’uomo alla Terra, alle sue risorse e alle sue
presenze.
Insomma, ricapitolando, il resoconto dei viaggi sta assieme alla riflessione
filosofica, scientifica, storica, ecologica. Ma il movimento è anche stilistico:
il testo infatti non si presenta come una dissertazione serrata, anzi si va dal
racconto all’analisi, alla riflessione e viceversa e al contrario. La
digressione e la suggestione sono il metodo. L’incontro con un esemplare
silverback di gorilla può suggerire un altro ricordo, una parentesi che si apre
sulla storia della filosofia, con cui si torna a nuova coscienza nel bel mezzo
della foresta.
Il tentativo di risvegliare quel senso della natura si fa non solo ridiscutendo
i limiti dell’uomo ma anche attraverso il racconto di un’esperienza del mondo.
Pecere procede attraverso le conversazioni con le persone, i suoi interessi
personali e noi lo seguiamo. Lo spostamento è anche antropologico e psicologico,
in cerca di altre forme di vita come in certi documentari di Werner Herzog, e
ancora più oltre certe forme dell’identità, fuori dalla vita ordinaria e urbana.
Uno spostamento estatico che esplora le piante allucinogene per far traballare
l’individualità. Segue lo straniamento, l’essere spaesati e sorge qualcosa di
amaro che anche tra i fiori angoscia (Lucrezio). Insomma forse non è vero che
chi viaggia cambia solo il cielo ma non il proprio spirito, almeno quando ci si
muove così.
Io però raggiungo online Paolo Pecere che si trova negli Stati Uniti, dove sta
facendo ricerca alla Columbia University. Cerchiamo di capire alcune cose del
suo libro e di prendere le mosse da lì per parlare del suo modo di fare ricerca,
tra l’esperienza del viaggio e lo studio filosofico e geografico, del senso
anche politico di questa ricerca, e delle possibilità che per noi si aprono.
COME È CRESCIUTO IL LIBRO: È UN COLLAGE DI PEZZI CHE AVEVI GIÀ SCRITTO NEL TEMPO
MENTRE VIAGGIAVI, OPPURE HAI SCRITTO TUTTO DA ZERO, RIFLETTENDO A POSTERIORI SU
QUEI VIAGGI E RICOSTRUENDOLI, TEMPO DOPO, CON IL RICORDO?
Il metodo è stato misto. Avevo un ampio dossier nella mia memoria, un dossier di
fotografie e letture fatte in quei viaggi di circa vent’anni. Ma non pensavo di
scriverne. Quando qualche anno fa ho cominciato invece a pensare a questo
progetto – a partire da alcune lezioni nei licei sulla storia del pensiero
ecologico – allora ho cominciato a unire i punti. Poi, nei due anni in cui ho
lavorato al libro, ho fatto anche alcuni viaggi mirati, scrivendo dei reportage
per fissare alcune impressioni e avere una base narrativa, perché mi sono reso
conto che questa dimensione del viaggio era un elemento fondamentale da
accostare alla parte di studio e che mi ha condotto verso esperienze e
consapevolezze che altrimenti non avrei raggiunto. Il capitolo sulle piante è un
esempio di questo metodo: l’introduzione all’immaginario delle piante è basata
sul mio primo rapporto con le foreste in Italia, viaggi precedenti di molto;
segue una parte sulla botanica contemporanea e sull’intelligenza delle piante,
parte che ho raccontato attraverso un viaggio nelle foreste americane
californiane; infine c’è una parte sulle piante psicoattive per le quali ho
fatto un viaggio di proposito, già pensando a questo libro.
IL VIAGGIO: COME DIVENTA UNO STRUMENTO CONOSCITIVO?
Sicuramente per me il viaggio è un’esperienza di conoscenza in due sensi
diversi. Uno è legato alla cultura più recente del viaggio, in cui c’è una
componente di evasione dalla nostra vita ordinaria e spesso per me questa
componente è stata istruttiva: seguivo una sorta di istinto e gradualmente poi
cominciavo a capire perché ero stato attratto da certi luoghi – il che indica
delle mancanze della vita che facciamo ordinariamente. Poi c’è un altro senso,
di indagine scientifico-filosofica. Negli anni in cui stavo cominciando a
pensare a questi temi, ho approfondito Darwin e Humboldt. Entrambi non sono
narratori di viaggio molto presenti soggettivamente, c’è però in loro una
dimensione estetica del racconto e soprattutto diverse dimensioni di conoscenza:
Humboldt in particolare nei suoi libri fa annotazioni antropologiche così come
naturalistiche. In generale, il punto per Humboldt è che ogni luogo della Terra
si comprende attraverso un’interazione globale di fattori, il tipo di piante che
incontri, il tipo di animali che incontri, le popolazioni che incontri, quindi
l’ambiente in senso ampio condiziona profondamente tutto ciò che si vede. In
questo mi ci sono ritrovato. Dunque uscire dal modello di viaggio da cartolina,
della cultura turistica, e lavorare sui nessi più ampi: che società c’è intorno,
che economia c’è intorno, che ecologia c’è intorno a un paesaggio, e quanto
questo si trasforma nel tempo. Quindi, certo, è fondamentale andare nei luoghi,
ma questo processo di conoscenza necessariamente è sempre preceduto e seguito da
studio.
POTREMMO ALLORA FORSE IMMAGINARE UN SAPERE SCIENTIFICO E FILOSOFICO E CHE
ASSIEME SIA UN RITORNARE SITUATI IN MEZZO AL MONDO? MI RICORDA QUELLO CHE SCRIVE
Leopardi in Lettera a un giovane del XX secolo, dove auspica la nascita di una
ultrafilosofia che, per così dire, colga l’intero delle cose. È il tuo modo di
fare ricerca?
Certamente nelle cose che leggeva Leopardi, nella cultura del Settecento, questo
tema emerge spesso. La stessa geografia comincia a costituirsi in quel periodo e
ha un’importante componente filosofica. Un autore di cui sono esperto, Kant, non
il solito Kant dell’a priori, faceva un sacco di cose e tra l’altro ha insegnato
geografia e antropologia per tutta la vita. Dalle sue lezioni è stato ricavato
un manuale dove definisce la geografia come una scienza del globo, del tutto, in
cui tutto deve essere considerato congiuntamente, dalle relazioni di viaggio
alle relazioni naturalistiche. Kant non si era mosso di casa, come si sa, però
questo metodo può essere esercitato – secondo me anche più fruttuosamente –
aggiungendo quello che ho provato a fare io: una dimensione soggettiva in cui
coinvolgere chi legge. E per me questo è anche fare filosofia, riflettendo su
uno slum a Lagos, sull’esperienza di stare in alcuni luoghi montuosi della
Colombia, o su quella di incontrare gli allevatori di renne in Mongolia. Credo
che si possa fare una filosofia geografica anche a partire da queste cose.
IL LIBRO HA NEL TITOLO LA PAROLA “NATURA”, NEL SOTTOTITOLO LA PAROLA “TERRA”.
ALLORA PENSO: NON SAREBBE FORSE MEGLIO INSISTERE PROPRIO RAGIONANDO NEI TERMINI
DELLA “TERRA”, DELLE “PORZIONI DELLA TERRA”, LASCIANDO INVECE PER UN MOMENTO DA
PARTE LA QUESTIONE DI DEFINIRE E RIDEFINIRE IL CONCETTO DI NATURA?
Molti pensatori che si occupano di ecologia oggi tendono a criticare se non
addirittura a rifiutare la dicotomia natura-cultura e a non usare il concetto di
natura. Io l’ho usato anzitutto perché il mio libro non vuole semplicemente
portare il mio punto di vista ma accompagnare chi legge in un percorso storico e
rendersi conto delle questioni, avendo una prospettiva lunga. “Natura” c’è nel
nostro passato: c’è la storia naturale, la filosofia della natura, c’è un’idea
di natura che ha animato l’ecologismo, l’ambientalismo. Un altro motivo per cui
ho mantenuto il concetto è che mi sembra che sia ancora utile per sottolineare
che esistono dei fattori che possiamo chiamare naturali (certo, è una
contingenza linguistica, una cosa della nostra lingua) comunque indipendenti
dalle società umane. D’altra parte, “Terra” è un termine che da questo punto di
vista ha meno rischi. Però sia natura che Terra sono parole che hanno dietro di
sé un portato mitico e come Madre Natura c’è anche Gaia, come nei libri di James
Lovelock. A me interessa la Terra dal punto di vista geografico, cioè come
totalità interconnessa, di territorio, di fattori che determinano quello che
succede in ogni luogo, in quanto influenzato da quello che succede in tutti gli
altri luoghi. Da questo punto di vista, non poteva quindi mancare il riferimento
alla Terra.
PARLIAMO DI UMANI, TU NE PARLI ATTRAVERSO I MOLTI INCONTRI CHE HAI FATTO. AL DI
LÀ DEL FATTO CHE QUESTE STORIE FANNO PARTE DEL TUO RACCONTO, PER TE SI TRATTA DI
RICERCARE UN ELENCO DI POSSIBILI VITE? MAGARI DI POSSIBILI VITE ALTERNATIVE ALLA
NOSTRA?
Sicuramente, questa è una delle cose che mi ha sempre motivato a viaggiare.
L’ambiente è quasi sempre popolato. Anche quando l’ambiente è pochissimo
popolato, per sottrazione o per il fatto che stai lì a guardarlo e ci sono altre
persone con te, c’è una dimensione di investimento dello sguardo umano. Humboldt
l’aveva raffigurato benissimo in un dipinto che si era fatto fare: quello che
succede quando si viaggia è che arriva un visitatore dall’esterno e si relaziona
con un paesaggio attraverso la mediazione di una persona che abita lì. Ciò ha
tutta una serie di implicazioni politiche, economiche che non si possono
trascurare e che sono produttive. Perché non si tratta di dire soltanto:
“guardate, qui che c’è un posto dove ci sono ancora i pastori di renne, i
nomadi, gli animisti”, come pure faccio. Ma si tratta soprattutto di innescare
delle domande: forse in questo modo di vivere c’è qualcosa che possiamo
recuperare? E si tratta, d’altra parte, anche di rendersi conto che noi, eredi
delle società che hanno colonizzato mezzo mondo, portiamo oltre alla distruzione
e al colonialismo anche delle cose di cui non possiamo fare a meno, delle idee
di cui non possiamo fare a meno.
STRETTI NELLA PROPRIA VITA URBANA, MAGARI DIRETTI AL LAVORO E STRESSATI, SI
VIENI COLPITI – IO QUANTOMENO – DA UNA CITAZIONE CHE È NEL TUO LIBRO. IL DIO
DIONISO CHE PARLA AL RE PENTEO E GLI DICE “TU NON SAI COS’È LA TUA VITA NÉ COSA
STAI FACENDO”. DIONISO MI HA FATTO VENIRE IN MENTE IL TUO LIBRO PRECEDENTE IL
DIO CHE DANZA. MI SEMBRA CHE ENTRAMBI I LIBRI SI MUOVANO ANCHE ALLA RICERCA DI
UN’USCITA DALLA GABBIA DELL’IDENTITÀ, COME A DIRE: C’È VITA LÀ FUORI, CI SONO
PERSONE CHE VIVONO DIVERSAMENTE, CI SONO DEGLI INCONTRI POSSIBILI COME CON UNA
BALENA CHE TI GUARDA DRITTO PER UN ATTIMO. LA RICERCA DI UNA SORTA DI ESPANSIONE
ESTATICA.
Sì, c’è proprio una continuità tra i due libri – tra l’altro l’ultima frase di
Il dio che danza è la prima di Il senso della natura, come se continuasse il
viaggio. In effetti, in entrambi i casi per me si è trattato di parlare di
esperienze in cui quello che ci sembra normale e inevitabile, addirittura
strutturato nella nostra identità – si vive così secondo certe norme e spesso in
città –, è messo in discussione e c’è un’apertura benefica. Questo avveniva con
la danza e con i riti di possessione che racconto in Il dio che danza, ed è
raffigurato simbolicamente da quell’episodio fondamentale delle Baccanti, in cui
Dioniso arriva e pretende accoglienza per l’energia vitale che rappresenta nella
città. Esperienze simili le ho fatte immergendomi sott’acqua, camminando in alta
montagna o per cinque ore in un bosco. Ma possiamo trovare degli spazi anche
nelle nostre città, per rompere le norme che ci opprimono e che sono
introiettate, esattamente come con la danza. Prendere le distanze è possibile e
questo può avere effetti trasformativi che è più difficile raggiungere stando
soltanto a teorizzare.
ANCHE ANDARE AL MARE (CHE FORSE NON È QUELLO CHE IMMAGINIAMO SUBITO QUANDO
DESIDERIAMO ANDARE INTO THE WILD) È UN MOMENTO DI CONTATTO VIVO CON UNA SERIE DI
ELEMENTI NATURALI, IL MARE, IL SALE, LA SABBIA, IL CALORE, ECCETERA, E QUESTO
PUÒ ESERCITARE UNA FORZA SU DI NOI. TU MOSTRI CHE CIÒ CHE CHIAMIAMO ANIMISMO È
UNA FORMA ELABORATA E CODIFICATA DI ESPERIENZA CHE NON È SOLO DI CERTE CULTURE
LONTANE. ANCHE CHI FA PER ESEMPIO QUESTA ESPERIENZA COL MARE, TUTTO SOMMATO
ACCESSIBILE, SPERIMENTA UNA QUALCHE FORMA DI ANIMISMO?
Sì, questo è proprio un caso di quello che ho tentato di ricavare dal mio lavoro
di interazione e di scambio. La categoria dell’animismo è stata rilanciata da
Philippe Descola per designare un modo di pensiero, proprio di alcune società,
che anima in una maniera tendenzialmente antropomorfa tutti gli esseri viventi.
In passato, un secolo fa grosso modo, il termine era inteso implicitamente in
senso dispregiativo perché era proprio di società ritenute inferiori, mentre
oggi si tende a rovesciarlo in una valutazione nostalgica di una visione
incantata e perduta del mondo. Quello che io ho proposto è invece che c’è
qualcosa che abbiamo in comune tutti in quanto esseri umani, rispetto a cui le
culture cosiddette animiste sono un modo di elaborare e codificare una visione
del mondo. Ma dal punto di vista esperienziale c’è qualcosa in comune: la nostra
passività rispetto ai fenomeni meteorologici, naturali, le relazioni sensoriali
che vanno ben oltre il semplice vedere un’immagine sulla retina ma che
coinvolgono tutto il corpo. Tutto questo, secondo me, costituisce una base su un
piano cognitivo ed emotivo di quello che poi chiamiamo animismo. Del resto
sappiamo anche che i bambini di tutte le civiltà tendono un po’ spontaneamente a
personificare cose, oggetti, parlare con altri animali, piante.
C’
è quel filone di pensiero che sostiene che proprio attraverso il confronto con
le culture native nel Settecento l’Illuminismo ha preso certe strade. Oggi
tornare a confrontarsi con altre culture, come hai fatto tu, può avere una
direzione politica? Per te ha uno scopo politico?
Sì, questa è una cosa che mi ha sempre affascinato e per me certamente è una
linea d’indagine che ha una dimensione politica. L’Illuminismo è stato un
movimento in cui è stato fortissimo l’impatto della colonizzazione e degli
incontri geografico-culturali, dal Sud America al Pacifico. Un esempio è Diderot
che, non soltanto cercò di dare voce ai nativi in maniera fittizia nel
Supplemento al viaggio di Bougainville (1773), ma intervenne in maniera
importante in Storia delle due Indie (1770) di Raynal, dando voce già a un punto
di vista fortemente anticoloniale, antischiavistico. Però in Diderot, e ancora
prima anche in Montaigne, si trattava di selvaggi e di incontri fittizi o
largamente rielaborati, di dialoghi immaginari. Di recente David Graeber e David
Wengrow in L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità (2022) hanno invece
immaginato che in questi incontri tra missionari e nativi alcuni personaggi
fossero reali e che quindi sia arrivato qualcosa del pensiero nativo, che abbia
influenzato il pensiero europeo.
Comunque stiano le cose, oggi abbiamo un epicentro di vera e propria lotta
politica ed ecologica che è l’Amazzonia, un territorio enorme che coinvolge
molti Paesi, dove c’è una lotta indigena di popolazioni, che non sono soltanto
portavoce di certe idee, ma stanno consapevolmente dentro una contesa giuridica
e politica, soprattutto in Brasile. Questo ha un impatto globale perché
ovviamente le sorti di una foresta come l’Amazzonia hanno un impatto globale. Ci
sono poi figure come Davi Copenawa e Ailton Krenak che hanno preso voce nel
contesto brasiliano; c’è l’attivista e giornalista Eliane Brum che vive
nell’Amazzonia e collabora a progetti come un’associazione giornalistica in cui
le notizie sulla Amazzonia vengono date dai nativi in più lingue. Insomma, c’è
qualcosa di nuovo che sta avvenendo. Quello che è stato a lungo il termine di
confronto per un’autocritica della civiltà europea, “il nativo, l’ingenuo, il
selvaggio”, adesso è una persona reale. Perciò non bisogna cadere di nuovo nella
trappola del primitivismo: se sono persone reali, come tali non sono ignare
della nostra società, della nostra cultura e questo è positivo, contro ogni
mitizzazione del purismo culturale e nostalgico. L’incontro storico c’è stato,
in maniera drammatica e sanguinosa, allora tanto vale rendersi conto che
possiamo interagire. Insomma, non si tratta di dire: adesso mollo tutto e vado a
vivere nella foresta con gli orsi (così Voltaire prendeva in giro Rousseau), ma
posso invece portare delle idee e modificare le mie idee, in dialogo.
CONTINUANDO A PARLARE DI POLITICA, DAL TUO RACCONTO DI CERTI LUOGHI, E DELLE
LORO IMPLICAZIONI POLITICHE ED ECONOMICHE, SI VEDONO IN AZIONE MECCANISMI DI
PRODUZIONE E DI SCAMBIO GLOBALI, COME SE IN LUOGHI AI “CONFINI DELL’IMPERO”, SI
VEDESSE DAVVERO MEGLIO COME FUNZIONA L’IMPERO: QUINDI IL CAPITALE. RITIENI CHE
SIA IL CAPITALISMO IL PROBLEMA?
Io provo a fare i conti con l’impatto dell’industrializzazione, ovviamente di
una certa industrializzazione, di una certa economia. Constato che di fatto non
esiste un altrove incontaminato da queste dinamiche. Vai in Nigeria e ti rendi
conto che è stata fatta una scelta di abbandono dell’agricoltura, di sviluppo
sul petrolio che ha avuto degli effetti devastanti sul piano ecologico e sul
piano sociale. Vai in Colombia e ti rendi conto di come il narcotraffico ha
avuto un impatto enorme sulla storia del Paese e sul paesaggio. Vai in luoghi
molto remoti a osservare pastori in Mongolia e ti rendi conto che la sussistenza
di queste comunità dipende da sussidi. Altra cosa: sul piano dell’impatto
economico, e quindi anche in un certo senso capitalistico, oggi la conservazione
degli ecosistemi dipende strettamente dall’attivazione di un’economia del
turismo. In Ruanda, come racconto in un capitolo di cui parlo dei gorilla di
montagna, dopo la guerra civile e il genocidio c’è stato un grande investimento
nel settore del turismo. È un’industria in cui c’è un capitale che perlopiù
viene dagli Stati Uniti e che però ha permesso di tutelare queste comunità di
gorilla. Non si scappa mai da questo discorso.
Per me non è però soltanto un discorso sul capitalismo, perché racconto anche di
contesti in cui c’è il capitalismo ma elaborato dai modelli politici in modo
diverso, come in Cina. In generale quello che mi sembra emergere è l’esigenza di
un’altra industrializzazione, rispetto alla quale non sono sufficienti i
correttivi morbidi che oggi vengono proposti, che non cambiano la traiettoria
dell’economia capitalista con le sue teorie sottostanti. Come racconto, per
esempio, tutto il decentramento green e la decarbonizzazione nell’Unione Europea
sono uno spostamento delle cause inquinanti della produzione delle attività
minerarie in Paesi perlopiù africani.
QUANDO NEL LIBRO PARLI DEI COMPLICATI INTRECCI SU CERTI LUOGHI TRA ATTORI UMANI
E NON, MI VENIVA IN MENTE QUELL’IDEA DI BRUNO LATOUR DEL “PARLAMENTO DELLE
COSE”, CIOÈ DI DARE RAPPRESENTANZA AD ATTORI CHE UMANI NON SONO, ATTRAVERSO
RAPPRESENTANTI UMANI. TU CHE NE PENSI?
Seguo queste discussioni perché oggi sono molto forti in filosofia e in
antropologia, per esempio oggi è molto vivo il dibattito sui diritti dei
territori e, prima ancora, lo era l’espansione dei diritti animali rispetto alle
pratiche di allevamento e ricerca scientifica. Sono cose importantissime senza,
come dire, essere subito unilaterali. Alcune cose non le sappiamo bene con
chiarezza, perché si tratta sempre di attribuzione per analogia di diritti che
abbiamo formulato anzitutto rispetto agli umani. Si pongono due problemi. Primo,
fin dove regge questa analogia e come noi decidiamo a un certo punto che ha
senso farla valere. Nel caso di animali potenzialmente senzienti, ci sono buone
ragioni per evitare che soffrano inutilmente, nel caso dei territori può avere
un senso da un punto di vista della tutela ecologica. Il secondo problema è che
non diventi una strana ricerca di nicchia in cui aprire una nuova frontiera di
diritti umani, quando i diritti umani non sono regolarmente rispettati da
nessuna parte.
POSTO DI FRONTE ALLA NECESSITÀ DI UNA FORMA DIVERSA DI PRODUZIONE INDUSTRIALE E
DI SCAMBI TRA UMANI E NON, HAI FANTASTICATO DI QUALCHE UTOPIA O PENSI CHE CI SIA
LA NECESSITÀ DI RIATTIVARE QUALCHE PROCESSO DI PENSIERO UTOPICO?
Il pensiero utopico è per me un passo importante, preliminare. Mi sono anche
posto il problema di non lasciare belle parole, mi sorveglio molto, mi censuro
per certi versi: il rischio è di dire cose molto belle, come “torniamo a vivere
con gli animali in città”, raccontando delle favole totalmente irrealizzabili.
Questo non vuol dire che utopia sia una parola sbagliata, come a volte si dice
dalle parti dei conservatori: intanto perché il sistema in cui viviamo è un
episodio. È un mito raccontare che l’attuale sistema economico-politico sia
permanente, necessario, l’unico e che tutto il resto sia una cosa che va contro
il buon senso; è questo il punto di forza della prospettiva storica che ho
adottato. L’utopia è senz’altro una terapia del pensiero molto positiva. Mi
sembra un esercizio del pensiero utile immaginare che non per forza tutte le
società devono convergere verso quel modello e che se ne possono immaginare
altri, per cui qualcuno che sta a mezza strada potrebbe deviare prima che sia
troppo tardi.
PERCHÉ INVECE NON SOGNARE OLTRE LA TERRA, COSTRUIRE CITTÀ SU MARTE E DIVENTARE
MULTIPLANETARI COME SOSTIENE
Musk?
Da lettore di fantascienza non escludo nulla: se vogliamo immaginare con Philip
Dick che l’atmosfera di Marte diventi respirabile, vedremo. Come immaginario del
presente, mi sembra una scappatoia rischiosa. In quell’ambiente marziano
piuttosto morto non c’è qualcosa di vitale. Nell’immaginario di certi miliardari
quello è uno spazio di assoluta libertà di organizzazione della società, di
controllo assoluto: un set cinematografico in cui riproduciamo delle cose
terrestri, selezionandole. Invece la Terra, che è un ambiente ospitale e
straordinario, spesso ci costringe anche in maniera catastrofica a fare i conti
con i limiti delle nostre idee: quel rapporto è produttivo, anche se ci
litighiamo.
L'articolo Viaggi, virus, colonialismo proviene da Il Tascabile.
I l rapporto fra l’essere umano e la téchne, intesa come la capacità pratica di
operare per raggiungere un dato fine, è sempre stato storicamente un oggetto
d’indagine privilegiato per una riflessione multidisciplinare, per via delle sue
implicazioni insieme scientifiche e umanistiche. Con Umanamente insostenibile.
Il capitalismo nuoce gravemente ai sapiens, Luigi D’Elia e Nora Sophie Nicolaus
propongono un’interpretazione attualizzata del fenomeno, che parte dalla
necessità di riconoscere il ruolo ineluttabile del capitalismo nelle dinamiche
che orientano il progresso tecnologico e che stanno progressivamente minando la
nostra salute individuale e collettiva.
La premessa alla base del saggio scaturisce dall’evidenza antropologica di una
discrepanza fra la velocità imposta dalle evoluzioni tecnosociali a cui stiamo
assistendo e la lentezza della nostra mente paleolitica, che presenta un
apparato psicologico strutturalmente identico a quello dei nostri antenati.
Scrive D’Elia: “Condizione umana ed evoluzione umana hanno due velocità
estremamente diverse: la prima accelera a dismisura, la seconda procede
ecologicamente con la propria ancestrale lentezza, rispondendo esclusivamente ai
numerosi vincoli propri dell’evoluzione e al suo intrinseco bricolage.”
Le conseguenze di questa discrepanza agiscono su più piani: quello della salute
psicologica, che oggi più che mai deve sostenere l’insorgere di comportamenti
problematici più o meno inediti e intergenerazionali; quello degli stili di
vita, che si modificano e decostruiscono per assecondare ‒ o per contrastare ‒
questa velocità; quello dell’organizzazione politico-economica su scala globale,
continuamente soggetta a “bug di sistema” che minano da un lato la fiducia
dell’individuo nell’intrinseca lentezza dei modelli democratici e dall’altro ne
rivelano l’inadeguatezza ad anticipare delle risposte pertinenti alle sfide di
uno scenario economico e sociale dai contorni sfuggenti.
D’Elia e Nicolaus mostrano come da sempre ‒ ne è ricca testimone la mitologia ‒
ogni innovazione tecnologica abbia imposto alla specie umana un adattamento
etico e culturale, spesso lungo e laborioso, che consentisse di controllarne le
implicazioni problematiche. In questo senso, l’accelerazione autodistruttiva a
cui stiamo assistendo ha radici filosofiche, religiose, psicologiche ed
economiche, una miscela originata da fattori concomitanti. A partire da una
concezione del mondo che separa l’individuo dalla natura, legittimando il
dominio del primo sulla seconda, e dando corso alla falsa percezione che le
risorse che abbiamo a disposizione siano illimitate. Questa illusione
rappresenta un chiaro corto circuito di quella capacità narrativa tipicamente
umana che pure si rivela cruciale nell’anticipare scenari funzionali alla nostra
sopravvivenza. Un altro fattore è la vocazione intrinsecamente speculativa del
capitalismo, modello economico che deve il proprio successo alla capacità di
solleticare la nostra euforia dopaminergica e di reinventarsi camaleonticamente
una volta esaurito il proprio terreno di conquista. Non bisogna infine
trascurare la compatibilità di questa vocazione con le opportunità offerte da
una dimensione digitale in cui la tecnologia è ubiqua e in grado di raggiungerci
‒ e potenzialmente suggestionarci ‒ in modo istantaneo, pervasivo e spontaneo.
> D’Elia e Nicolaus mostrano come da sempre ogni innovazione tecnologica abbia
> imposto un adattamento etico e culturale che consentisse di controllarne le
> implicazioni problematiche.
In quest’ottica, il profondo cambiamento nel flusso di informazioni non può che
avere effetti rilevanti sull’essere umano, una creatura per la quale ottenerle
implica maggiori possibilità di sopravvivenza. Scrive sempre D’Elia:
> Il capitalismo realizza una forma di assuefazione profonda e silenziosa dei
> propri codici che sarebbero alla radice di ansia e depressione, disturbi di
> memoria e attenzione, bipolarismo ecc. Assistiamo allo smantellamento del
> tessuto sociale a causa dell’ideologia individualista, competitiva, alla
> precarietà lavorativa, all’assegnazione del tempo al lavoro anziché alla vita
> intima e famigliare. Si crea così una solitudine diffusa che appare anch’essa
> come risultante ineluttabile di sistema.
Su una scala collettiva, un fenomeno come la crisi climatica porta allo scoperto
le conseguenze della scissione fra suggestione e narrazione incentivata dal
modello capitalistico: da un lato il predominio delle ragioni del mercato sulle
ragioni della sopravvivenza (non è un caso che uno dei due autori sia di
Taranto, città segnata dal caso Ilva), tanto quanto l’idea tacita che prima o
poi riusciremo ad adattarci a qualsiasi situazione anche quando gli eventi
raccontano altrimenti; dall’altro l’inesorabile attecchire di una visione
individualista che privilegia il benessere del singolo rispetto a quello della
comunità.
Tutti questi fattori rendono complessa la comprensione del fenomeno. Come
prevedibile nel saggio viene ripreso il concetto, ideato dal filosofo britannico
Timothy Morton, di iperoggetto, ovvero un fenomeno la cui complessità è talmente
inafferrabile da non essere direttamente esperibile e sfuggire alle logiche di
comprensione della sfera umana (mi torna in mente l’imperscrutabile oceano del
pianeta Solaris descritto da Stanisław Lem).
Se i primi tre capitoli servono a delineare cause e conseguenze dello scenario
attuale da un punto di vista prima evolutivo e poi psicologico, l’ultimo, a cura
di Nicolaus, tenta di individuare possibili vie d’uscita attraverso la
comparazione speculativa di due manifestazioni agli antipodi come la cultura del
self-made man e la pratica giapponese dell’ikigai: il primo come apogeo
dell’individualismo competitivo che permea la società moderna, il secondo a
dimostrazione di un senso dell’esistenza che trova pieno appagamento nella
cooperazione.
Scrive Nicolaus: “Una qualsiasi organizzazione umana funziona e può dirsi
realmente “comunità” solo se valori, principi e obiettivi sono adottati
all’unanimità dal gruppo”. È dunque nella coltivazione di un’etica comunitaria e
nella promozione di un approccio conoscitivo transdisciplinare ‒ e
intersezionale, aggiungerei ‒ che possiamo trovare gli anticorpi per contrastare
l’attuale discrepanza tra i nostri bisogni come persone e la propulsione
performativa neoliberista. Intento assolutamente condivisibile, ma che nella
pratica chiede molto alla nostra capacità individuale e collettiva di compiere
decisioni responsabili, radicali e consapevoli.
> Per innescare un cambiamento agire sul piano culturale è sicuramente un
> passaggio indispensabile. Ma servono anche figure con capacità progettuali che
> sappiano lavorare sia sul livello individuale, che su quello organizzativo e
> su quello etico.
Qui mi permetto un inciso personale: per lavoro mi occupo di design e user
experience (disciplina che parte dall’analisi dei bisogni delle persone per
progettare prodotti e servizi digitali e fisici di valore), e conosco bene
quanto sia difficile aspettarsi dagli utenti un coinvolgimento spontaneo, anche
quando la posta in palio è assolutamente nobile. Per innescare un cambiamento
fondato sui valori e i principi invocati da Nicolaus, agire sul piano culturale
‒ come fa questo saggio, in scia a molta letteratura affine ‒ è sicuramente un
passaggio indispensabile. Ma, per rendere conseguibili gli obiettivi, servono
anche figure con capacità progettuali che sappiano lavorare su più livelli:
quello individuale, creando esperienze d’uso coerenti con le inclinazioni delle
persone a cui sono destinate; quello organizzativo, orientando i processi
decisionali in una prospettiva qualitativa e non manipolatoria; e quello etico,
considerando fin da principio l’impatto non solo individuale, ma anche sociale e
ambientale di ogni soluzione.
Si potrebbe facilmente obiettare che anche il progettista sia corresponsabile,
se non addirittura complice diretto dei processi capitalistici denunciati
(lettura che trova sponda nel lavoro critico sulla professione fatto da Mike
Monteiro in Ruined by design, 2019). La prima “buona notizia” è che esistono
diverse correnti all’interno del design che stanno ripensando sistematicamente i
modelli di produzione, proponendo delle alternative post-capitalistiche che
antepongono alla creazione di nuovi prodotti la manutenzione e il riutilizzo
dell’esistente, nonché incoraggiano il coinvolgimento fin dall’inizio delle
realtà marginalizzate nei processi decisionali e progettuali comunitari. Sono
spinte che devono comunque muoversi entro il perimetro concesso dai sistemi
stessi in cui si opera, ma nondimeno importanti per spostare alcuni equilibri
valoriali attraverso il progetto.
L’altra “buona notizia” è che, a differenza di quanto talvolta
deterministicamente viene affermato in questo saggio (che, a favore di tesi,
snocciola sbrigativamente le implicazioni benefiche della virtualizzazione,
quando abilitata da attori responsabili dentro modelli organizzativi maturi),
anche un piano capitalistico ben finanziato può fallire nei suoi intenti
seduttivi. Ad esempio, gli autori danno molta enfasi al ruolo del metaverso
(termine ombrello sotto il quale Mark Zuckerberg avrebbe voluto “brandizzare” la
realtà virtuale e mista) nella virtualizzazione tossica della nostra esistenza.
Sappiamo però che “quel” metaverso è già morto, seppellito dalle alte barriere
di adozione cognitiva ed economica richieste ai suoi potenziali fruitori (alta
connettività, un dispositivo costoso e pesante, un’offerta di servizi
numericamente povera e di scarso valore).
Se è vero che il capitalismo non vede l’ora di trasformare predatoriamente nuove
comunità in marketplace, va anche detto che il massimo che i brand più
prestigiosi sono riusciti a fare su Fortnite è stato vendere delle skin
griffate, mentre Apple conteneva le aspettative sui suoi visori e i primi
prodotti che si fondavano sull’AI come aspetto distintivo sono naufragati appena
messi alla prova del contesto d’uso. Alcuni anticorpi “spontanei” sembrano
quindi essere ancora in nostra dotazione come esseri umani. In questo senso,
Umanamente insostenibile fa un ottimo lavoro nel fornire degli strumenti
culturali efficaci con cui leggere la nostra condizione, ma è meno convincente e
approfondito quando specula sulle possibili vie d’uscita.
> In uno scenario in cui le sorti della tecnologia sono affidate al capitale,
> creare le condizioni perché ogni spinta trasformativa sia ricondotta a una
> prospettiva umanistica è un proposito difficile, ma non irraggiungibile.
Di fronte a questa dialettica sulla téchne sospesa fra ambizione salvifica e
pessimismo deterministico ‒ proprio come la nostra specie lo è fra istinto di
sopravvivenza e tensioni autodistruttive ‒ continuavo a pensare alla condanna
che lo scrittore Alasdair Gray ha messo in bocca allo scalpitante dottor Godwin
Baxter in Povere creature:
> Sono stato guidato da avidità e impazienza egoiste e QUESTO […] è il motivo
> per cui le nostre arti e scienze non possono migliorare il mondo, checché ne
> dicano i filantropi liberali. Le nostre nuove e importanti tecniche
> scientifiche vengono utilizzate per prima cosa dalle parti dannatamente avide,
> egoiste e impazienti della nostra natura e della nostra nazione, la parte
> premurosa, gentile e socievole arriva sempre per seconda.
In uno scenario in cui le sorti della tecnologia sono affidate al capitale,
creare le condizioni perché ogni spinta trasformativa sia ricondotta a una
prospettiva umanistica è un proposito difficile, forse controintuitivo, ma non
irraggiungibile, soprattutto se affrontato praticando collettivamente una
resistenza a lungo termine che coinvolga più espressioni della società: da
quella più riflessiva a quella più pratica, da quella più critica a quella più
ottimista.
L'articolo Umanamente insostenibile di Luigi D’Elia e Nora Sophie Nicolaus
proviene da Il Tascabile.