Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia
cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi
anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le
trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato.
Speciale a cura di Giulia Moriconi
“P rima andavamo su Internet per fuggire dalla realtà, ora andiamo nella realtà
per fuggire da Internet” recita un proverbio contemporaneo, e per proverbio
contemporaneo intendo ovviamente un meme. Di meme mi sono occupato in un libro
che ha ormai quasi dieci anni, ma non è di questo che voglio parlare oggi. Pur
rimanendo in ambito Internet, nel corso del tempo il mio interesse si è
progressivamente spostato dalle cose, come i manufatti digitali, alle persone, o
a ciò che rimane delle persone quando abitano ambienti virtuali. Di questo
passaggio ritrovo l’abbrivio nel primo articolo che scrissi per questa rivista,
anch’essa giunta a spegnere dieci candeline, un’indagine controcorrente sul
fenomeno del ghosting. All’epoca, nel 2019, di ghosting si parlava già da
qualche anno e in modo a mio avviso superficiale. Talmente superficiale che
alcuni discorsi sbrigativi in merito riuscivano a rivelarne la verità per
contrasto.
Tutti associavano correttamente il ghosting al tipo di socialità che passava per
le nuove tecnologie – social media, messaggistica istantanea, dating app e
Internet nel suo insieme – ma poi traevano conclusioni senza senso. Si diceva
che queste tecnologie avessero reso “più facile sparire” e da qui la diffusione
del neologismo. Appare invece evidente il contrario: sparire era facilissimo
quando al massimo ti si poteva raggiungere con una telefonata, magari su fisso.
Ben più difficile quando ogni relazione si estende su una pletora di social
media e applicazioni di messaggistica. Allora il paradosso del ghosting va
inteso in un altro senso, più vicino alla figura del fantasma da cui prende il
nome: chi “ghosta” non scompare davvero, anzi. Insiste ad apparire in tutti gli
ambienti virtuali che continuiamo a condividere con foto, stories, status e
altre manifestazioni di vita. Mi sento “ghostato” solo quando osservo una chat
in cui l’ultimo messaggio è il mio. Per questo il neologismo si è diffuso solo
in questo ecosistema tecnologico, perché è l’unico che consente di sparire
continuando ad apparire. Oggi considero il ghosting come un caso particolare e
acuto di parasocialità, ovverosia il regime di socialità cui siamo costantemente
immersi per via delle nuove tecnologie e il tema di questo articolo.
> L’accelerazione tecnologica è stata tale che epoche da noi vissute sono tanto
> incongruenti con il presente da scolorire nel fiabesco. Non solo il mondo
> pre-Internet, ma anche quella fase intermedia, tra l’imporsi dell’Internet di
> massa e l’alba del moderno social network.
Ad alcuni non sarà sfuggito il riferimento gucciniano del titolo, a Il sociale e
l’antisociale, una delle canzoni meno note del cantautore recentemente
scomparso. Ma a ispirare la stesura di quest’articolo è stata in realtà una
delle sue canzoni più famose, che ho sempre trovato un po’ retorica: Il vecchio
e il bambino. Riascoltandola nella strada verso il mare, a poche ore dalla sua
morte, ho pensato che lo struggente verso finale descrive bene chi si occupa di
new media al giorno d’oggi: “Mi piacciono le fiabe, raccontane altre”. Così ci
sentiamo a fare archeologia del recente, recentissimo, passato del web, ma non
verso un ipotetico vecchio: verso noi stessi. L’accelerazione tecnologica è
stata tale che epoche da noi vissute sono tanto incongruenti con il presente da
scolorire nel fiabesco. Non solo il mondo pre-Internet, ma anche quella fase
intermedia, tra l’imporsi dell’Internet di massa e l’alba del moderno social
network. Ed è lì che ora dobbiamo tornare per capire la situazione in cui ci
troviamo.
Le tre gomitate di Goku
Durante il 22° Torneo Tenkaichi, Goku, il protagonista di Dragon Ball, stende il
suo avversario con una fulminea gomitata alla bocca dello stomaco. O almeno così
sembra. Così sembra ai lettori e agli spettatori meno esperti all’interno della
storia; ma non al suo rivale Tien Shinhan che spiega: le gomitate sono state
tre, ma talmente veloci e fluide da sembrare una sola. Oltre a fondare un topos
immortale del genere, questa scena di Dragon Ball è una splendida metafora
dell’atto creativo, artistico e non; Star Wars non è semplicemente un
blockbuster con effetti speciali inediti per l’epoca, non è semplicemente una
riproposizione del “viaggio dell’Eroe” alla base del folklore occidentale, non è
semplicemente uno sguardo in un mondo che preesiste la storia che racconta e si
estende nello spazio e nel tempo nella mente dello spettatore: è tutte queste
cose insieme, eseguite contemporaneamente. E lo stesso vale per Facebook.
Ho parlato delle sue tre gomitate istantanee in questo articolo (che si è poi
sviluppato in un libro, ci arriviamo), un solo gesto articolato in tre punti che
hanno fondato il social network moderno e, per metonimia, l’Internet
contemporaneo: rete, identità e profilo. L’Internet primordiale cui assesta
questa triplice gomitata era un posto ben strano visto con gli occhi odierni,
simile a una fiaba che non ricordiamo di aver vissuto. Ci aggiravamo per posti
chiamati “forum” e “chat room” e lo facevamo nel più completo anonimato,
mascherati dietro avatar e nomi fittizi. Avevamo paura che a fare altrimenti
saremmo caduti vittime di predatori sessuali e ladri di bancomat. Questi luoghi
di aggregazione erano poi tantissimi e della “rete” promessa dal web che tutto
doveva collegare non vi era traccia.
> Zuckerberg con Facebook in un solo gesto articolato in tre punti fonda il
> social network moderno e, per metonimia, l’Internet contemporaneo: rete,
> identità e profilo.
Arriva la gomitata di Zuckerberg e tutto si riassembla: appare la rete,
ovverosia un solo sito che copre tutta la socialità del web e si struttura non a
partire da spazi comuni ma da profili interconnessi, ognuno con l’identità
anagrafica dell’utente. Nell’articolo di cui sopra, ho analizzato in lungo e in
largo la genialità di questa rivoluzione e cercherò di non ripetermi oltre.
Voglio infatti parlare di quello che gli è mancato, la gomitata che non ha
assestato e che hanno poi inferto i suoi competitor, completando il quadro
parasociale dei social media contemporanei e costringendo il pioniere a
inseguirli sul loro campo.
Parlarne tra amici
Mentre parlavamo della faccenda, della suddetta gomitata mancata di Facebook,
un’amica, una sincera spin doctor di area dem che ha uscite tanto politicamente
scorrette quanto pregnanti, la sintetizzò così: “La home di Facebook è
l’immagine mentale di un ebreo”. Si riferiva alla grafica che compariva
all’utente non ancora iscritto al social: una dozzina di omini disposti ai
quattro angoli del globo su una cartina geografica stilizzata, uniti da linee
tratteggiate. Sopra campeggiava la scritta “Connettiti con i tuoi amici”. Solo
il popolo diasporico per antonomasia, suggeriva la spin doctor, ha amici
letteralmente in tutto il mondo.
Sebbene molto probabilmente la sua origine non sia questa, l’amicocentrismo del
padre fondatore dei social network è un aspetto singolare e a tratti
incomprensibile. È come se Zuckerberg si fosse ritrovato per le mani la chiave
per unire finalmente tutto il mondo sotto un unico sito e avesse deciso di
limitarne la portata alle rispettive cerchie sociali di ciascuno. A ben
guardare, fu un passaggio dialettico necessario. Consapevole o meno non importa.
Ricordate l’Internet pieno di sconosciuti pronti a rubarvi i dati personali nel
quale ci aggiravamo nascosti dietro nickname? Per farci andare in mare aperto
senza protezioni occorreva che questo oceano spaventoso venisse ridotto: su
questo sito ci sono solo i tuoi amici, aggiungi solo chi conosci. Il virtuale
come doppio del reale. Ma appunto fu solo un passaggio dialettico, un gradino
per salire al successivo.
Dapprima furono gli utenti stessi a compiere questo salto, attraverso l’uso
pragmatico che fecero del mezzo. Sin dall’inizio, specialmente i più giovani,
iniziarono ad “aggiungere” anche gli sconosciuti, da quel menù che è tutt’ora
ipocritamente intitolato “Persone che potresti conoscere”. Ma quella di Facebook
non era una mera scelta semantica, quanto un vero e proprio meccanismo:
l’amicizia è reciproca, va “accettata” da entrambi gli utenti. Su questo campo,
tutti e dico tutti i suoi competitor hanno ignorato le direttive del padre
fondatore senza pensarci due volte. Agli amici hanno sostituito i “follower”, i
seguaci. Anche qui non è semantica, giacché non viene richiesta reciprocità e
puoi seguire chi ti pare, che lui lo voglia o meno (sì, lui può bloccarti ma ci
siamo capiti).
> Su Facebook l’amicizia è reciproca, va “accettata” da entrambi gli utenti. Su
> questo campo, tutti e dico tutti i suoi competitor hanno ignorato le direttive
> del padre fondatore senza pensarci due volte. Agli amici hanno sostituito i
> “follower”, i seguaci.
Lo squadernamento completo del mondo, che Facebook aveva aperto per poi
richiudere subito, ha avuto bisogno di un altro passaggio, ovverosia la
distribuzione algoritmica dei contenuti. Nei manuali di storia dei social media
si legge ancora che “l’algoritmo” lo ha implementato Facebook a inizio anni
Dieci, scegliendo di mostrare agli utenti i contenuti non in ordine cronologico
ma secondo altri criteri di preferibilità, tarati sulle loro azioni precedenti,
determinati appunto da un algoritmo. Si tratta però di una verità fuorviante,
visto che l’algoritmo di quei tempi si ostinava comunque a mostrare solo i
contenuti condivisi da questi appiccicosi amici.
La vera distribuzione algoritmica dei contenuti, implementata via via da tutti
gli altri social media, prescinde dal network dell’utente – che sia di amici o
di follower – e gli fa arrivare un certo numero di contenuti “da fuori”, i
cosiddetti “suggeriti”, che sono poi stati la base del social media marketing.
Al punto che il wunder kid dei social media, l’ultimo arrivato, l’infante
prodigio chiamato TikTok, ha proposto come punto forte un algoritmo
programmaticamente fondato sui contenuti esterni, i “PerTe”, con la rete sociale
preesistente trattata alla stregua delle vestigia di un organo inutilizzato, il
coccige di nonno Facebook. Pensate che nonno ha raggiunto figli e nipoti solo
negli ultimi due anni, quando ha finalmente aperto del tutto i rubinetti dei
contenuti esterni, con risultati altalenanti che gli hanno cagionato una sorta
di bizzarra seconda giovinezza. Ma di questo parleremo un’altra volta.
> La vera distribuzione algoritmica dei contenuti, implementata via via da tutti
> gli altri social media, prescinde dal network dell’utente e gli fa arrivare un
> certo numero di contenuti “da fuori”, i cosiddetti “suggeriti”, che sono poi
> stati la base del social media marketing.
Il punto è che con le frontiere aperte ai contenuti alieni si delinea compiuto
il panorama attuale dei social media in cui amici, conoscenti, influencer,
celebrità e sconosciuti sono tutti sullo stesso piano. Un piano particolare
però, un piano parasociale, e ora finalmente spiegherò cosa significa.
Il parasociale
Nel 2025 il Cambridge Dictionary ha eletto “parasociale” parola dell’anno. Lo
stesso dizionario la definisce così:
> involving or relating to a connection that someone feels between themselves
> and a famous person they do not know, a character in a book, film, TV series,
> etc., or an artificial intelligence.
Wow, quanta roba. Celebrità, romanzi, film e addirittura intelligenze
artificiali… davvero un solo tipo di relazione ci lega a tutte queste cose?
Curiosamente, tra tutte queste ne manca una che è invece centrale nell’articolo
scritto per spiegare il premio del 2025:
> Interest in one-sided parasocial relationships that people form with
> celebrities, influencers and AI chatbots has driven Cambridge Dictionary’s
> Word of the Year for 2025.
Eccoli qui, gli influencer, e per estensione i social media. Parasociale vince
nel 2025 e non nel 1774, anno di pubblicazione dei I dolori del giovane Werther
o nel 1963 della Beatlemania, perché i social media hanno centralizzato tutta
una serie di fenomeni, rendendoli visibili. A unire tutte queste esperienze è
l’unilateralità della relazione, vuoi perché l’altro non esiste (romanzi e
film), perché non lo conosciamo e probabilmente non lo conosceremo mai
(celebrità e influencer) o perché il suo statuto di esistenza è ambiguo e
dibattuto (intelligenze artificiali). È l’unilateralità il discrimine, ciò che
aggiunge il prefisso para- a questa inquietante forma di socialità.
La celebrità, o per meglio dire la relazione che instauriamo con questa, il
rapporto di fama, è stato il fondamento storico del concetto di parasocialità,
la prima relazione unilaterale che ha attirato l’attenzione degli studiosi.
Questi studiosi si chiamavano Donald Horton e Richard Wohl e nel 1956 usarono
per la prima volta la locuzione “interazione parasociale” in un paper che ha
avuto un’enorme influenza sulla psicologia e la sociologia degli anni seguenti.
Descrivevano così le reazioni dei primi telespettatori ai convenevoli dei
personaggi televisivi: “Signore e signori, buonasera!” e dal divano si sentivano
salutati per davvero, dimenticando di star osservando un elettrodomestico
luminoso. La relazione parasociale è l’evoluzione di queste prime interazioni,
un attaccamento stabile verso figure che non hanno idea della tua esistenza ma
ti sembra di conoscere per davvero. Quindi, la relazione parasociale nasce per
descrivere il rapporto che ci lega alle celebrità “classiche”, quelle
novecentesche, si estende alle nuove microcelebrità come gli influencer e poi
ingloba personaggi di finzione e i chatbot. Tutto qui? Non proprio.
> Fama e parasociale sono praticamente sinonimi, il primo termine indica un
> fenomeno sociologico e il secondo descrive la natura di questa relazione,
> caratterizzata sostanzialmente da un’asimmetria conoscitiva che produce una
> serie di conseguenze psicologiche e sociali da entrambi i lati della
> barricata.
Ho unito tutti questi puntini dapprima in quell’articolo del 2024 e poi in un
libro uscito a inizio 2025, Storia della fama, Genesi di otto miliardi di
celebrità, portando il ragionamento alle sue estreme conseguenze. La mia tesi
parte dal presupposto che non possiamo legare la definizione di fama – e quindi
la relazione parasociale – ad un criterio quantitativo, perché implica il
paradosso del Sorite (sopra quale soglia uno può considerarsi “davvero” famoso?
Da quante persone deve essere conosciuto? E se fosse una in meno o una in più?
ecc.). Pertanto, la definizione deve essere minimale: essere famoso vuol dire
essere conosciuto da almeno una persona che tu non conosci. La relazione di fama
è quindi definita da tale asimmetria conoscitiva che però si ritrova anche al di
fuori delle relazioni con famosi propriamente detti, le celebrità classiche
novecentesche. In virtù di quanto detto prima sull’architettura dei social
media, questo tipo di relazione è cresciuta a dismisura negli ultimi quindici
anni, al punto che ciascuno di noi è conosciuto da almeno una persona che non
conosce, anche solo come utente e foto profilo. Da qui traevo le mie estreme
conseguenze: siamo diventati otto miliardi di celebrità, ognuno è famoso per
tutta la vita per almeno quindici persone.
Riassumendo, fama e parasociale sono praticamente sinonimi, il primo termine
indica un fenomeno sociologico e il secondo descrive la natura di questa
relazione, caratterizzata sostanzialmente da un’asimmetria conoscitiva che
produce tutta una serie di conseguenze psicologiche e sociali da entrambi i lati
della barricata. E nel mondo dei social media viviamo continuamente su tutti e
due i lati perché la struttura profilistica delle piattaforme ha fornito a
ciascuno un palcoscenico su cui performare e infiniti palchi da ammirare. Se mi
fermassi qui, avrei sostanzialmente rielaborato riflessioni già esposte altrove,
come un dottorato che ricompone la sua tesi per un progetto di ricerca
leggermente diverso. E invece sento che manca qualcosa. Sento che se parasociale
vuole arrivare a descrivere davvero lo straniante tipo di socialità in cui siamo
immersi dopo l’avvento dell’Internet contemporaneo, il concetto va ripensato
completamente.
Onlife e parasocialità totale
Onlife è il fortunato neologismo coniato oltre dieci anni fa dall’italiano
Luciano Floridi per rendere conto della continuità tra online e offline. Se
suona un po’ retorico e vago, torniamo ancora una volta al fiabesco mondo
dell’Internet primordiale. In quel contesto esisteva una classe di individui
chiamata “gli amici di Internet”. Costoro erano quei soggetti – che conoscevamo
primariamente attraverso il loro buffi nickname – che avevamo raccattato in giro
per forum e chat e che di tanto in tanto beccavamo di persona nei cosiddetti
“raduni”, solitamente convocati in una città del centro Italia per dare modo a
tutti di raggiungerla. Il salto tra l’online e il reale era un vero e proprio
evento che riguardava solamente questa eterogenea ciurma di persone che si erano
conosciute sul web e che avevano poi una vita “vera”, con amici “veri”,
completamente separata dal side-project forumistico.
> È parasociale ogni comunicazione che assume l’asincronia come premessa
> dell’interazione. Di converso, la relazione sociale propriamente detta è
> quella che assume la sincronia della comunicazione.
Oggi non solo sarebbe bizzarro chiamare un contatto Instagram o Facebook un
“amico di Internet”, visto che nella maggior parte dei casi è collegato a voi
attraverso uno stuolo di persone “reali” che avete in comune, ben visibile
nell’apposita sezione della piattaforma, ma è vero anche il contrario: chi sono
gli amici “reali”? Tutti i nostri rapporti, compresi quelli con persone che
conosciamo da una vita intera, vivono online tanto quanto offline. Li abbiamo su
tutti i social media che condividiamo – che spesso ci aggiornano sulla loro vita
prima di qualsiasi chiacchierata individuale – e li sentiamo più volte al giorno
sulle app di messaggistica. Certo, con i più vicini ci incontriamo di frequente,
ma pensateci un attimo: se potessimo quantificare le interazioni virtuali e
quelle reali, in quante di queste relazioni vincerebbe il reale? A meno che non
conviviate direi: nessuna, esclusi i colleghi di lavoro (sempre che non siate
“in smart”).
Il grosso della nostra socialità avviene online e segue le modalità comunicative
delle sue infrastrutture. Voglio espandere il senso di parasociale affinché
possa descrivere il quid di tutte queste relazioni, ciò che di straniante hanno
rispetto alla socialità precedentemente conosciuta. In Storia della fama facevo
un passo in questa direzione quando parlavo di “stilizzazione famogena” delle
interazioni con persone che conoscevamo davvero. Portavo l’esempio di una
discussione virtuale che avviene in pubblico, sotto il profilo di qualcuno.
Osservavo come la presenza di spettatori – e dei loro like, dei loro commenti,
delle loro reazioni – trasformasse una conversazione tra amici che si conoscono
da una vita in un dibattito tra un famoso che difende il suo “content” e un
fan/hater che lo contesta. Questo però riguardava appunto solo le interazioni
pubbliche. Cosa ne è di quelle individuali?
Perché avvertiamo qualcosa di parasociale anche nello scambiarci continuamente
reel con amici che conosciamo benissimo, nei lunghi vocali da ascoltare che
diventano impegni di lavoro, nel fidanzato che ti dà la buonanotte e risulta
online due ore dopo? Per rendere conto anche di questo straniante dobbiamo
slegare il parasociale dalla fama e quindi dal criterio che lo fondava:
l’asimmetria/unilateralità della relazione. Fonderemo il più ampio concetto di
parasociale su un altro criterio: l’asincronia.
È parasociale ogni comunicazione che assume l’asincronia come premessa
dell’interazione. Di converso, la relazione sociale propriamente detta è quella
che assume la sincronia della comunicazione. Se vi sembra un criterio arbitrario
e riduttivo, vi faccio notare che per decine di migliaia di anni la socialità
umana non è stata altro che questa. La scrittura inaugura la possibilità
parasociale che rimane per altre svariate migliaia di anni circoscritta alla
comunicazione pubblica (libri, leggi, documenti ecc.) e all’episodico della
comunicazione epistolare.
> Il parasociale prevede l’interazione continua con documenti, documenti magari
> molto recenti, documenti che possono animarsi da un momento all’altro, ma
> comunque documenti. Documenti, scritture, tracce, come le chiamava Derrida.
In questo senso, il parasociale prevede l’interazione continua con documenti,
documenti magari molto recenti, documenti che possono animarsi da un momento
all’altro, ma comunque documenti. Documenti, scritture, tracce, come le chiamava
Derrida. La disseminazione continua di documenti da parte di persone comuni è
una cosa recentissima che merita di essere inquadrata come una nuova forma di
socialità. Quelli del passato erano artefatti culturali prodotti e diffusi dalle
élite – politiche e culturali – e solo in senso molto lato si poteva parlare di
relazione sociale mediata da questi, come il lettore che scorge l’animo
dell’autore e si affina elettivamente a Goethe attraverso Werther. Non a caso,
quando questi documenti si fanno più vivi per mezzo della tecnologia video, ecco
che si attivano i recettori della socialità, rispondiamo al “buongiorno” del
presentatore e gli studiosi individuano quella prima forma di parasocialità.
Faccio notare di passaggio che l’asincronia include anche tutte le relazioni di
fama che abbiamo discusso in precedenza; non le caratterizza profondamente come
l’asimmetria/unilateralità, che è un criterio aggiuntivo e discriminante, ma
nondimeno la comprende.
Il parossismo di questa comunicazione documentale, il luogo paradigmatico che
sembra negarla ma in realtà svela la sua vera natura, è chiaramente la chat.
Wikipedia alza un bel dito medio alla mia teoria e dice che la chat è
formalmente nota come synchronous computer-mediated communication, SCMC. E dice
una cazzata. La chat è sincronica nelle sue intenzioni ma non nella sua
sostanza, non nelle implicazioni delle sue premesse materiali. È sincronica solo
relativamente, solo paragonata ad altre forme di comunicazione telematica che
incorporano una diversa intenzionalità come le e-mail. Di fatto, sono scrittura
sia l’una sia l’altra e pertanto possono essere lette in qualsiasi momento. Come
dicevano gli antichi, solo la voce vola, la scrittura è ciò che rimane. L’unica
vera comunicazione sincronica passa per la voce (sempre che questa non sia
registrata, come i lunghissimi vocali di cui sopra). Dal momento che la
scrittura entra in gioco, siamo nel documentale almeno in potenza. Ed è una
potenza che si fa atto più spesso di quanto vorremmo.
> L’introduzione delle cosiddette spunte blu, ossia dei marcatori dell’avvenuta
> visualizzazione del messaggio in una chat, all’inizio degli anni Dieci è stato
> un atto di terrorismo sociale senza precedenti, una sadica aggressione
> psichica alla popolazione mondiale da parte di Big Tech.
Lo sgarbo più grave e insieme ridicolo che l’uomo moderno può fare al suo
prossimo è “visualizzarlo in faccia”. L’introduzione delle cosiddette spunte
blu, ossia dei marcatori dell’avvenuta visualizzazione del messaggio in una
chat, implementata all’inizio degli anni Dieci è stato un atto di terrorismo
sociale senza precedenti, una sadica aggressione psichica alla popolazione
mondiale da parte di Big Tech. Ancora una volta in contrasto col fiabesco mondo
dell’altro ieri in cui il pioniere di tutte queste applicazioni, MSN Messenger,
aveva messo a disposizione tutta una serie di etichette come “Occupato” o “Non
al computer” per depotenziare l’ambigua presenza online di un contatto. Il
cambio di marcia verso l’iperconnessione permanente, la reperibilità
verificabile, è stato repentino e sconvolgente. Bontà loro, hanno poi consentito
a ciascuno di rimuovere la feature e addirittura gli ultimi accessi online, ma
parallelamente si è diffusa la sensibilità per cui, come chi non beve vino, un
uomo senza spunte blu ha qualcosa da nascondere. Nessuno dal vivo, ma neanche al
telefono, può ascoltarti e non risponderti. La possibilità di questa offesa si
apre solo a partire dell’indecidibilità della tua presenza perché, i tuoi
messaggi come i suoi, altro non sono che documenti, lettera morta, delle
semplici cose.
L’Internet delle cose che noi siamo (la vera Dead Internet Theory)
Ma torniamo da dove siamo partiti: il ghosting come apparizione anziché come
scomparsa. Nessuno ha mai avuto problemi a sparire dalla vita di qualcuno prima
del 2010. Solo da quindici anni a questa parte abbiamo inventato una parola per
inquadrare un fenomeno apparentemente vecchio quanto il mondo, ma in realtà
profondamente diverso. Le persone non spariscono più, lasciano delle tracce, dei
documenti, dei fantasmi. Internet delle cose è un’improbabile locuzione tecnica
dal sapore colloquiale che vuole semplicemente indicare l’ecosistema di aggeggi
connessi alla rete che ci circondano nella nostra vita quotidiana: il telefono
che comunica col pc, che comunica col tablet, che comunica con la TV, che
comunica con l’AirTag nella macchina, che comunica con la lavatrice ecc. La
prendo in prestito per annunciare che le cose siamo noi, quando siamo dentro
Internet. Cose giustapposte ad altre cose in un tentativo di comunicazione.
Siamo messaggi, foto, like, video, condivisioni, parole che si depositano sul
fondo virtuale eternamente visibile in attesa della risposta di altre cose.
Viviamo nella parasocialità quando crediamo di socializzare mentre lasciamo
tracce, segni della nostra presenza non più attuale, semplici cose.
A proposito di locuzioni fortunate e vagamente suggestive, possiamo rubarne una
a un filosofo prestato all’economia chiamato Karl Marx. Critici e seguaci in
egual misura gli hanno sempre riconosciuto una prosa talmente vivida da
trasformare analisi scientifiche in brani letterari memorabili. Ad esempio, nel
tentativo di riportare sulla terra i misteri dell’economia che si presenta come
un eterno scambio di cose chiamate merci, prodotte chissà come e chissà perché,
si inventa l’espressione “lavoro morto” (verstorbene Arbeit), buttandoci dentro
pure un vampiro. Tutto ciò che vediamo, tutta la ricchezza oggettivata, il
capitale, le merci, i mezzi attraverso i quali sono state prodotte, altro non
sono che azioni ormai concluse compiute da esseri umani, lavoro morto
incorporato. Allo stesso modo, dobbiamo intendere il parasociale come socialità
morta, incorporata nelle tracce che di essa abbiamo davanti agli occhi.
Il disagio che viviamo deriva da un dialogo tra morti. La parasocialità è uno
scambio di documenti che alludono alla presenza dell’altro. Ma per quanto ne
sappiamo l’altro potrebbe pure essere morto, morto in senso letterale. Ridi pure
ma accade e ci accadrà. Ognuno di noi scriverà l’ultimo post su Facebook,
l’ultima story di Instagram, l’ultimo messaggio su Whatsapp che non saprà di
essere l’ultimo.
> La parasocialità è uno scambio di documenti che alludono alla presenza
> dell’altro. Ma per quanto ne sappiamo l’altro potrebbe pure essere morto,
> morto in senso letterale.
Chissà come avrebbe descritto “il tipo parasociale” il morto illustre che
abbiamo precedentemente citato. Forse una via di mezzo tra il suo sociale e
antisociale: “Amo oltremodo dissare gli altri, mandare fuochi alle ragazze / A
ottobre vado al Club2Club e condivido diciotto stories / Perché su Insta poi non
conta la presenza, basta ci sia soltanto l’apparenza”. Ma il parasociale non è
un tipo, un carattere proprio di alcuni individui, quanto una dimensione che
attraversiamo tutto il giorno, tutti i giorni, con amici, conoscenti e
sconosciuti. Disertare completamente questa dimensione è senza dubbio possibile,
ma richiede investimenti radicali: comprarsi un telefono antico che manda solo
SMS e abbandonare tutte le piattaforme di social media. Per tutti gli altri,
occorre imparare a navigare la parasocialità dando la giusta importanza alle sue
“cose” che si spacciano per persone. E quando siete sociali, fateci caso.
L'articolo Il sociale e il parasociale proviene da Il Tascabile.
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Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia
cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi
anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le
trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato.
Speciale a cura di Giulia Moriconi
N el pieno infuriare della pandemia da Covid-19, le notizie di animali alla
riconquista degli habitat da cui l’uomo li aveva respinti si rincorrevano sui
vari social. Mentre le città erano percorse da bus quasi vacanti, su cui
viaggiavano operai e altri lavoratori considerati “essenziali” – sacrificabili
–, un gruppo di delfini agitava le acque della laguna veneziana, tornate limpide
grazie allo stop forzato delle imbarcazioni. Sono i sacrificabili a incarnare
per primi la fantasia di redenzione che il resto della specie si concede a
distanza di sicurezza. Nessuno, mentre condivide dal proprio divano le immagini
dei delfini a Venezia, si immagina davvero tra le vittime della “punizione
divina” che invoca. La speranza di questa punizione governa le condivisioni
della notizia, in breve tempo virale. Peccato che quelle pinne e quei cetacei
non fossero affatto a Venezia, ma nel mare del porto di Cagliari.
I solerti debunker tentano di denunciare la bufala, ma i segmenti di utenza
confinati nella quarantena non rispondono più alle metriche tradizionali di
verifica del vero e del falso: che quei delfini fossero davvero a Venezia è
totalmente secondario perché a essere importante è che l’immagine svolgesse il
suo compito redentivo, offrendo alla coscienza anestetizzata delle masse
confinate il carburante emotivo perfetto per la prossima condivisione. Il
dibattito mainstream sui nuovi media occulta il fatto che oggi l’informazione
viene recepita solo in base alla sua funzione operativa e alla sua velocità di
ricircolo nei feed. La popolazione è precipitata nello schermo nero del
digitale.
Era il 2020, un tempo che avvertiamo lontano, soffuso, come si addice ai
contenuti rimossi dalla coscienza, un tempo in cui delle pinne
decontestualizzate, detournate, annunciarono una svolta nell’apocalisse
culturale iniziata quattro anni prima, nel 2016, l’anno in cui il
Merriam-Webster nominò “surreale” parola dell’anno, come ricordava su questa
rivista Daniele Cassandro in Cronaca pop di un anno surreale. A giugno 2016 il
Regno Unito fuoriesce dall’Unione Europea, e il 9 novembre, inverando una
vecchia puntata dei Simpson, Donald Trump diventa presidente degli Stati Uniti.
Nel nostro Paese, la parabola di Matteo Renzi volge al capolinea: dopo la
sconfitta referendaria, il presidente del consiglio, “il rottamatore”, si
dimette. Sono grandi eventi politici che per la prima volta vengono vissuti
interamente dentro la temporalità dei social network.
> Il dibattito mainstream sui nuovi media occulta il fatto che oggi
> l’informazione viene recepita solo in base alla sua funzione operativa e alla
> sua velocità di ricircolo nei feed. La popolazione è precipitata nello schermo
> nero del digitale.
D’altronde parliamo di un momento in cui si consuma l’apice di un processo che
potremmo chiamare memification: la rincorsa della realtà allo svuotamento del
suo significato referenziale originario per andare incontro a una
riconfigurazione in unità informative modulari, altamente replicabili e pronte
alla circolazione virale. A questo movimento si contrappone l’incursione dei
meme nella realtà. Dopo una lunga permanenza nelle retrovie di Internet, il meme
di Pepe the Frog viene bollato come vettore di odio razziale, ormai saldamente
nelle mani dell’alt-right statunitense, e persino Facebook è costretto ad
adottare una policy specifica per contenerlo. Nei talk show italiani vengono
utilizzati i meme satirici di Federico Palmaroli, l’admin della pagina Facebook
“Le frasi di Osho”: è il primo caso di un autore di meme italiano che diventa
opinion leader politico.
Il 2016 “è stato un anno in cui, come nei sogni, le cose più ovvie hanno preso
una forma nuova”, ricorda Cassandro. La discesa in politica di Donald Trump
avviene infatti nello stesso momento in cui Pokémon Go, “il gioco più
surrealista mai realizzato”, permette a dei mostri di invadere i quartieri,
mentre sullo sfondo l’ISIS e la sua guerra asimmetrica perseguitano
l’immaginario collettivo, sgozzando preti e colpendo l’Occidente con attentati
sanguinari messi a segno da “lupi solitari” mimetizzati nella società dei
consumi e arruolati su Call of Duty. È un anno “contraddittorio”, oltre che
surreale, un fermento esuberante di sogni e incubi, in cui le conquiste civili –
In Italia viene approvata la legge Cirinnà che ha riconosciuto legalmente le
unioni civili per coppie dello stesso sesso – si contrappongono alle brutali
violazioni dei diritti umani.
Il 2016 è stato anche l’anno di nascita del Tascabile, rivista online che nel
corso di un decennio ha agito come una sonda in grado di attraversare le crepe
sulla facciata del mondo, inoltrandosi in quei vuoti che lasciano intravedere i
lineamenti di una metamorfosi dell’immaginario, una rivoluzione, che trascende
il semplice mutamento delle nostre immagini culturali e si manifesta come un
mutamento del rapporto tra immaginario e reale. Ripercorrere questo decennio
significa attraversare tre soglie, e la prima, che si estende dal 2016 al 2019,
è quella in cui l’intero decennio comincia a perdere fiducia in ciò che si
presenta alla vista.
Questione di fiducia (2016-2019)
Il mondo è sulla soglia di una crisi di fede, l’idea di realtà vacilla sotto il
peso di una nuova accumulazione originaria. Mentre il #MeToo porta all’arresto
del produttore cinematografico Harvey Weinstein, ridisegnando il discorso sul
genere come hashtag globale, sullo schermo il Marvel Cinematic Universe consuma
la propria fase 3, costruendo una mitologia condivisa capace di tenere insieme
un pubblico globale sempre più diviso su tutto il resto. Nel frattempo, i social
si evolvono: Instagram copia le istantanee di Snapchat e introduce le “storie”,
brevi contenuti della durata di ventiquattro ore, Facebook la possibilità di
reagire ai contenuti, e dalla Cina inizia la sua corsa egemonica TikTok, una app
concentrata esclusivamente su video verticali che in pochi anni spazzerà via la
concorrenza. La parola algoritmo è centrale nel dibattito culturale e diventa
presto questione geopolitica quando nel 2018 scoppia lo scandalo
Facebook-Cambridge Analytica: il furto dei dati personali di oltre ottanta
milioni di utenti e la loro profilazione, attraverso lo studio delle interazioni
sui social, al fine di influenzare elezioni politiche e referendum cruciali,
come quello che aveva portato alla Brexit due anni prima.
> La parola algoritmo è centrale nel dibattito culturale e diventa presto
> questione geopolitica quando nel 2018 scoppia lo scandalo Facebook-Cambridge
> Analytica: il furto dei dati personali di oltre ottanta milioni di utenti e la
> loro profilazione.
Nel 2017 Carlo Mazza Galanti, che in Robot come umani riprende le parole di
Philip K. Dick, descrive la “graduale confusione della generale natura e
funzionalità umana nella natura e funzionalità di ciò che gli umani hanno
costruito”: “abdicando la sua fisicità animale e riducendo gli spazi di
autonomia è l’uomo a diventare macchina, e non viceversa”. L’intuizione di Mazza
Galanti anticipa qualcosa di preciso, e vale la pena di fissarla un attimo:
muovendo le sue argomentazioni a partire da Westworld, il serial HBO in cui i
robot di un gigantesco parco a tema Far West si ribellano ai loro sadici
costruttori, Mazza Galanti invita il lettore a prendere atto che è il genere
umano a rivelarsi sempre più un dispositivo di registrazione, che come tale non
si interroga più sulla veridicità di ciò che riprende. È l’uomo a scivolare
verso la macchina, o forse a rivelarsi già tale. È un rovesciamento che
riguarda, prima ancora del lavoro e dell’identità, la percezione stessa: il
crollo della realtà conduce a uno sfaldamento dell’esperienza, intesa come la
capacità di dare un senso a ciò che accade, e al suo posto avviene una semplice
registrazione.
È esattamente questo scollamento tra vedere e credere, esperire e registrare,
che Pietro Minto descrive l’anno successivo, nel 2018. In Il collasso della
realtà, Minto racconta come “i social network” siano riusciti a confezionare “un
piccolo mondo personalizzato per ciascun utente, un feed che contiene notizie e
personaggi che l’algoritmo ritiene possano piacerci”. Il mondo scompare,
l’accesso empirico al referente va incontro a una contrazione, al suo posto a
essere vista è la sua immagine, qualcosa di già filtrato, prodotto per essere
visto e mai colto nella sua innocenza: l’evento non viene mai fruito all’esterno
della sua mediazione tecnica.
L’apparente dimensione globale delle interazioni sui social network si rivela
presto una contraria dispersione delle comunità online in vere e proprie
prigioni psichiche e ideologiche: le bolle filtro diventano gigantesche camere
di eco a causa del labirinto autoreferenziale in cui l’algoritmo delle diverse
piattaforme rinchiude i propri utenti. Tutto ciò non è stato un effetto
collaterale, ma un elemento strutturale delle modalità con cui le piattaforme
hanno creato una merce ancora più miracolosa della viva carne umana: il dato,
una risorsa che, per essere estratta, ha richiesto una vera e propria
“rivoluzione agricola del digitale”, capace di coltivare mercati su desideri
inoculati così in profondità da far impallidire i vecchi pubblicitari.
> L’apparente dimensione globale delle interazioni sui social network si rivela
> presto una contraria dispersione delle comunità online in vere e proprie
> prigioni psichiche, labirinti autoreferenziali in cui l’algoritmo delle
> diverse piattaforme rinchiude i propri utenti.
Le filter bubble hanno sì garantito una maggiore personalizzazione
dell’esperienza dell’utente, ma con lo stesso gesto lo hanno trasformato in una
miniera di estrazione dati, intensificando il processo di mercificazione
dell’esistente, superando in parte la dimensione materiale e pervadendo anche le
nicchie più recondite. La figura dell’utente-macchina trova qui il suo destino
pratico: privato di margini di agency autonoma, il soggetto viene incorporato
nell’architettura delle piattaforme di intermediazione, diventando così miniera
di dati comportamentali. Da agente a giacimento. Elementi essenziali della
virtualità creata dalle bolle filtro, scrive ancora Minto, “sono le fake news
[…] aggiornate secondo i voleri dell’algoritmo, e quindi scritte per fare da
esca a un certo pubblico”. È una frattura che si propaga rapidamente dal terreno
tecnico a quello politico: se ciascuno abita un mondo confezionato su misura, la
premessa stessa della vita democratica, un terreno di fatti condivisi, smette di
reggere.
Mentre la politica, in particolare le nuove destre, cavalca questa frattura
muovendosi in avanti, in direzione del sospetto sistematico, della
contraffazione e della propaganda più smaliziata, il mondo culturale sceglie la
direzione opposta, conducendo una battaglia dalle retrovie che lo porta a
indietreggiare nel tempo. L’immaginario pop subisce una regressione che lo
riporta alle estetiche degli anni Ottanta: già due anni prima, la serie Netflix
Stranger things fa del citazionismo al decennio dell’opulenza un genere a sé. È
il tribalismo del Digital Folklore descritto da Valerio Mattioli in Il Medioevo
digitale, nome di un’epoca che “guarda ai primi anni del web come a un’epoca di
ingenuo artigianato popolare prima dell’avvento dei grandi monopoli”.
La realtà è che sotto la patina anni Ottanta si cela il fatto che “le più
spericolate proiezioni post-umane della tardomodernità si sovrappongono alle
vestigia del passato”: sotto i synth, le acconciature vaporose e le biciclette
bmx che sfrecciano tra i vialetti con le loro case tutte uguali, pulsa il
midollo di un sempiterno Medioevo. Al suono dei clavicembali e dei
sintetizzatori viene assemblata un’estetica che “risponde alla sensazione di
vivere in una fase di transizione e disgregazione, dove la fede nel progresso
lineare si è spezzata”. Un’epoca di “carestie e di epidemie”, in cui la servitù
della persona torna a essere la norma sociale esplicita, non il suo sintomo; il
nostro tempo è il manifestarsi di una nuova gleba scavata da servi algoritmici:
robot, da robota, “schiavo” nelle lingue slave.
Nel 2019, in Consumare la nostalgia, Francesco Guglieri chiude il cerchio aperto
dall’anno surreale descritto da Cassandro, recensendo il film interattivo di
Netflix Bandersnatch. Più di ogni altra piattaforma, il colosso dello streaming
ha colonizzato l’immaginario capitalizzando la nostalgia e convertendo
l’intrattenimento in profilazione di massa. “Ogni minuto che viviamo”, scrive
Guglieri, “produciamo una nuvola di dati […] il punto è cosa si fa con quei
dati. E chi”. Operazioni come Bandersnatch non sono che “beta-testing” aperti “a
un’audience globale e mainstream […] un raffinato sondaggio d’opinione, un test
psicologico su misura. Un test Voight-Kampff”. Nel 1982 quel test, reso celebre
da Blade Runner di Ridley Scott, serviva a smascherare i replicanti, e per
funzionare presupponeva che esistesse ancora un confine reale, per quanto
sottile, tra l’umano e la sua simulazione. Nel 2019, l’anno stesso in cui è
ambientato Blade Runner, quel confine è già ridotto a un sondaggio di marketing
travestito da narrazione. Basteranno pochi mesi, e un virus, per oltrepassare
definitivamente la soglia.
Biennio cerniera (2020-2021)
Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo solo un anno dopo. O meglio: la
comunità scientifica non era all’oscuro, a più riprese aveva tentato di
avvertire i governi di una possibile catastrofe epidemiologica e non ne era
all’oscuro neanche David Quammen, il divulgatore statunitense che nel 2012 finì
per predire, in Spillover, la pandemia e la quarantena globale. Da Wuhan,
periferica città della Cina centro-orientale, capoluogo della provincia dello
Hubei, il SARS-CoV-2 compie il salto di specie, dai pipistrelli agli uomini, e
con esso la realtà si prepara a deflagrare. Sono gli ultimi mesi del 2019, ma il
tutto esploderà all’inizio dell’anno successivo e alle immagini televisive di
mesti cittadini cinesi in mascherina si sostituiranno presto le ambulanze che
sfrecciano verso l’ospedale di Brescia e le funebri processioni mediatiche di
innumerevoli bare. È ufficialmente l’inizio della fine. Ali di pipistrelli,
laboratori segreti per produrre armi chimiche, oscuri complotti per decimare la
popolazione attraverso la modifica del DNA: gli anni del Covid sono stati anni
di guerra ideologica furiosa.
> I nemici dei regimi democratici hanno un nuovo nome: complottisti. Un fronte
> non lineare, composto da una parte da veri e propri fabbricanti di
> disinformazione e dall’altra da una generazione stritolata dalla crisi della
> classe media che ha abbracciato le dietrologie per continuare a sperare che
> esista un senso umano al male del mondo.
L’urgenza del vaccino scatena gli animi dei no-vax, e in alcuni casi gli Stati
rispondono con l’introduzione di specifici pass che garantiscono la circolazione
previa vaccinazione. I nemici dei regimi democratici hanno un nuovo nome:
complottisti. Un fronte non lineare, composto da una parte da veri e propri
fabbricanti di disinformazione e dall’altra da una generazione stritolata dalla
crisi della classe media che non ha superato il lutto della società della
mediazione e ha abbracciato le dietrologie per continuare a sperare che esista
un senso umano al male del mondo.
Nuovi eretici, contro cui è necessario mobilitare il vocabolario bellico.
Giancarlo Sturloni lo osserva nei suoi primi giorni di diffusione, in Il
linguaggio militare della pandemia: “l’appello a respingere il tiranno invasore
è rimbalzato dalle stanze del potere alle corsie degli ospedali, trovando eco
nei titoli dei giornali e negli applausi dai balconi […] siamo in guerra”. È un
lessico che funziona, riesce a compattare, mobilitare, perché è capace di
rassicurare dando una forma riconoscibile all’ignoto. Il linguaggio militare
trasforma “i medici in soldati da mandare al fronte e i malati in vittime
collaterali o in combattenti a cui si chiede di ‘vincere la loro battaglia’”.
“La metafora della guerra impedisce di concepire le malattie infettive
nell’ambito delle relazioni ecologiche in cui gli agenti patogeni emergono e si
diffondono”. Così, l’altro, il virus, il complottista, lo straniero o il
“deviato”, diventano frammenti dello stesso fuori espunto: emanano un’aura
minacciosa, in quanto simboli di un tremendo da cui ci separa un fronte, una
trincea, la nostra porta di casa, ultimo criterio per distinguere il dentro dal
fuori.
È in questo frangente emergenziale che le priorità imposte dalla catastrofe
climatica sono state surclassate dal desiderio di sopravvivenza immediata. Sono
lontanissimi i tempi in cui la studentessa svedese Greta Thunberg aveva dato
vita a una gigantesca mobilitazione globale attraverso il movimento di protesta
ambientalista Fridays for Future; lontanissimi seppure sia trascorso solo
qualche anno da quando, entrando di peso nel nostro immaginario, Thunberg lanciò
i suoi strali ai potenti nel suo discorso di apertura al UN Climate Action
Summit, in cui chiede furiosa ai capi di Stato e di governo mondiali: “How dare
you?”, “Come osate?! Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre
parole vuote”. L’attenzione per la catastrofe climatica si rivela però uno dei
tanti trend che si rincorrono nel palinsesto delle piattaforme. Con il Covid-19
è giunta l’alba della “società dello streaming”.
> Nel frangente emergenziale del Covid-19 le priorità imposte dalla catastrofe
> climatica sono state surclassate dal desiderio di sopravvivenza immediata.
> Sono lontanissimi i tempi in cui Greta Thunberg aveva dato vita alla
> mobilitazione globale dei Fridays for Future.
In Parole sulla pandemia, Paolo Pecere si fa portavoce di Arundhati Roy,
leggendo nel tempo pandemico una “porta, un passaggio tra un mondo e il
successivo”. Critico verso le posizioni espresse da Agamben in L’invenzione di
un’epidemia, Pecere invita a coniugare l’analisi delle fonti scientifiche con la
capacità di restare con i piedi per terra, senza mitizzare (e militarizzare) la
vita pandemica né in senso positivo né in quello distopico. Era l’aprile del
2020, e nell’articolo di Pecere si possono già ritrovare frasi che incrinavano
“la possibilità di tornare a una normalità comunitaria e sociale”, chance
“andata persa del tutto”, vittima del processo di accelerazione con cui la
pandemia ha estremizzato le tendenze omicide del capitalismo. È stato sì un
passaggio, il definitivo “jack-in” della popolazione ai dispositivi mediali. Il
nuovo mondo è sempre meno umano, sempre meno razionale.
Con lo spazio comune, anche il sapere condiviso si frantuma. L’abdicazione alla
scienza, un anno dopo l’inizio della pandemia, porta all’emersione di vecchie
teorie olistiche, come il terrapiattismo, capaci di prendere il timone nella
spiegazione del mondo complicato dalle nuove tecnologie. Il consesso umano
presente è scisso in mondi, spazi di significato differenti, e a volte in
collisione. Con la quarantena alle spalle, Laura Tripaldi affronta in Quantum
dot, controllo dell’umanità e materia programmabile il proliferare dei
complottisti antiscientifici, avversari della tecnologia 5G, ossessionati dai
quantum dot e dalle nanoparticelle, e li legge come sintomo di uno “spostamento
più profondo” che pone la società davanti a un bivio: o affrontiamo la
possibilità di intendere la tecnologia in modo radicalmente diverso, oppure ci
condanniamo alla sua demonizzazione. Bisogna prendere atto che “ci troviamo di
fronte a una tecnologia che non si manifesta più attraverso la presenza
ingombrante e visibile delle macchine tradizionali, perché agisce a livello
molecolare, mimetizzandosi con la natura stessa e rendendo i confini tra
artificiale e naturale sempre più sfumati”. Maggiore sarà la potenza della
tecnologia, maggiore la diffidenza nei suoi confronti.
Non è un caso che, nello stesso anno, un’abdicazione dello stesso tipo si
consumi anche sul fronte letterario. Francesco Pacifico mette sotto accusa la
voce narrante del romanzo occidentale contemporaneo, quella che si vuole
empatica, progressista, consapevole del proprio privilegio, e che proprio per
questo, scrive Pacifico in La voce narrante del padrone, resta compromessa
esattamente quanto la scienza di Tripaldi, che arranca nella vaporizzazione
dell’autorevolezza. La prima persona letteraria e l’uso della terza persona
distaccata dominano lo spazio del romanzo, così come il genere di successo
dell’autofiction, e si rivelano come trampolini per indebite generalizzazioni
che mascherano una verità evidente, ossia che “la voce narrante non è mai
neutrale”, e questo perché “porta con sé il peso della provenienza sociale, del
privilegio e delle aspettative del mercato editoriale”. La comunicazione
trasparente, come la buona letteratura che entra in classifica, è sempre frutto
della voce del padrone, che vuole rassicurare il suo sottoposto: il lettore
borghese, il cittadino; questo accade affinché non si inizi a mettere in crisi
la propria visione del mondo, le proprie parole, finendo così per desiderare
storie capaci di sovvertire il linguaggio e, inevitabilmente, il mondo.
> La comunicazione trasparente, come la buona letteratura che entra in
> classifica, è sempre frutto della voce del padrone, che vuole rassicurare il
> suo sottoposto: il lettore borghese, il cittadino, affinché non si inizi a
> mettere in crisi la propria visione del mondo, le proprie parole.
È in questo doppio vuoto – esplicativo e narrativo – che trova spiegazione
l’ossessione escapista per lo spazio domestico borghese, dominante nelle
narrazioni contemporanee. Del resto, finché la fuga dalla realtà resta l’unica
via, dal momento che abbiamo perduto il mondo, non possiamo che cercare rifugio
tra le mura domestiche, l’unico luogo a rimanere familiare. La pandemia e le
restrizioni imposte dai governi hanno chiuso la parabola di Greta Thunberg ma
hanno soprattutto reso ancora più difficile raccontare l’ignoto. Matteo De Giuli
e Nicolò Porcelluzzi, gli autori di Medusa (2021), denunciano espressamente la
crisi climatica come crisi dell’immaginazione, guardando all’impossibilità di
creare narrazioni capaci di comprendere il cambiamento climatico, poiché
quest’ultimo, in quanto “iperoggetto” (Timothy Morton, Iperoggetti, 2018),
evidenzia il limite umano nel concettualizzare una scala di realtà così enorme.
Il cambiamento climatico non ci sta davanti, esso ci attraversa e per questo non
riusciamo a visualizzarlo e quindi a raccontarlo. In quanto “schema
organizzativo espresso in forma di storia”, la letteratura secondo De Giuli e
Porcelluzzi deve “creare gli spazi mentali per ciò che non siamo ancora capaci
di vedere o accettare”, invece di limitarsi a “rispecchiare il presente”.
Ciò che gli scrittori non fanno più viene eseguito da eserciti di professionisti
alle dipendenze di magnati californiani narcisisti e abbronzati. A ottobre del
2021, mentre il decennio si prepara ad attraversare la sua terza e ultima
soglia, Facebook cambia nome in Meta e annuncia di voler costruire il metaverso:
uno spazio interamente sintetico in cui vivere, lavorare, socializzare,
sostitutivo del mondo condiviso che nel frattempo si è appena prosciugato. La
stessa azienda che aveva confezionato le bolle filtro si ribattezza nel momento
esatto in cui la letteratura chiede un nuovo spazio mentale per l’impensabile, e
risponde, a modo suo, con un mondo del tutto immaginario da vendere. Nonostante
il metaverso si sia poi rivelato un flop, il compito affidato alla letteratura
da De Giuli e Porcelluzzi finirà per essere raccolto da un nuovo tipo di
macchina.
L’immagine senza corpo (2022-2026)
Dal 2016 a oggi l’immagine ha smesso di mentire dentro un mondo verificabile e
si è resa così autonoma, capace di esistere indipendentemente dal mondo. A
distanza di sei anni da quell’anno surreale in cui i sogni avevano invaso la
realtà, sono le macchine, questa volta, a cominciare a sognare e a delirare. Il
2022 è l’anno di Dall-e e Midjourney, i primi sistemi di intelligenza
artificiale text-to-image in grado di generare immagini a partire da un testo
scritto. Il loro impatto, scrive Francesco D’Isa in La rivoluzione degli
algoritmi nel mondo dell’arte, è paragonabile a quello della fotografia.
Nell’articolo, D’Isa individua nella reazione della società e del mondo
dell’arte un pattern ricorrente, un processo che dallo scetticismo iniziale
evolve nella meraviglia – “quando la novità dello strumento è tale che ogni
prodotto che crea sembra straordinario” – per poi passare alla preoccupazione,
il timore che il nuovo strumento esaurisca le possibilità dell’attività creativa
umana, e approdare infine, dialetticamente, all’accettazione, in cui la
diffusione della tecnologia normalizza il proprio stesso utilizzo.
D’Isa richiama lo sprezzante giudizio di Baudelaire di fronte alla fotografia.
La “principale paura” del poeta francese era che la facilità di realizzazione di
immagini offerta dalla macchina fotografica “avrebbe moltiplicato a dismisura le
opere dozzinali, e a distanza di secoli possiamo dire che aveva perfettamente
ragione”. Ma Baudelaire negava alla fotografia lo statuto d’arte non per una
ragione di principio, bensì “banalmente” perché “non era un bravo fotografo”:
“non basta una macchina fotografica per fare un fotografo”.
> Nella reazione della società e del mondo dell’arte all’IA è individuabile un
> pattern ricorrente, un processo che dallo scetticismo iniziale evolve nella
> meraviglia per poi passare alla preoccupazione e approdare infine,
> dialetticamente, all’accettazione.
Dall-e e Midjourney, osserva D’Isa, non sono un “androide antropomorfo con una
personalità propria”, ma “modelli algoritmici” capaci di riconoscere pattern in
un’enorme quantità di dati – non diversi, sostiene, da un pennello: uno
strumento come tanti altri, carico delle contraddizioni che ne strutturano il
funzionamento. Lo sguardo malinconico di Walter Benjamin sulla perdita d’aura
dell’opera d’arte, in questa lettura, va ridimensionata: l’artista resta
“co-autore” dello strumento, ma a problematizzarsi è semmai la limitazione al
pieno utilizzo dello strumento stesso che infatti, nel caso dei Large Language
Models “opera una severa censura, vietando termini e immagini che possano
offendere più o meno chiunque” sulla base dell’intervento umano con cui è stato
programmato. “A monte di questa censura”, nota D’Isa, “non è difficile notare
una confusione tra l’idea di immagine di fantasia e reale”.
Il dibattito sulle IA, in questa fase ancora aurorale, resta concentrato su una
futile culture war mentre manca ancora una riflessione seria sulla loro impronta
materiale: “l’industria dell’AI richiede sempre più materie prime per mantenere
la sua corsa verso il progresso […] per allenare un grande modello linguistico
vengono emesse circa 300 tonnellate di CO2: una cifra considerevole e
preoccupante”, senza contare che solo chi possiede un’enorme quantità di GPU può
permettersi di allenare questi modelli, un fattore questo che esclude in
partenza i piccoli attori dalla sperimentazione d’avanguardia. L’ottimismo
critico di D’Isa non nasconde che questi strumenti non sono affatto neutrali:
chi li utilizza, in qualche misura, viene utilizzato a sua volta per gli scopi
estrattivi che caratterizzano questa nuova fase della tecnologia. Attraverso il
prompt, l’utente non impartisce ordini alla macchina: la sta allenando. In quel
momento è il modello a essere nutrito.
Quando nel 2023 nasce su Reddit il meme del Will Smith che mangia gli spaghetti
– un video generato con le prime versioni dei text-to-image, dai tratti
fortemente espressionisti, movimenti innaturali e forme grottesche in divenire
continuo – quel senso di uncanny valley non è ancora la crisi vera e propria, ma
ne è già il sintomo visibile; è il nostro primo impatto con una immagine non
umana del mondo, un’immagine che ha smesso di imitare o sostituire la realtà
perché il suo referente ha cessato di essere il mondo ed è oggi l’archivio delle
immagini umane pregresse, che è stato divorato, ricombinato e restituito senza
passare mai dal reale. Mentre l’immaginario dell’uomo entra progressivamente in
crisi, quello della macchina comincia ad assemblarsi con una logica del tutto
inumana.
La macchina resta, in questo senso, saldamente sé stessa, ed è proprio questo
aspetto, non la sua eventuale somiglianza con noi, il punto più inquietante.
Jacopo Cirillo lo nota nello stesso anno del Will Smith che mangia spaghetti,
spostando l’ultima frontiera del test di Turing verso la comicità (La comicità
artificiale, 2023): “il senso dell’umorismo, la capacità cioè di riconoscere una
porzione di mondo e di realtà in quanto ‘comica’”, rende l’uomo “l’unico animale
che ride”, ed è proprio questa capacità a determinarlo. Non ci resta che una
risata, e la speranza che gli algoritmi non imparino mai a comprendere gli
intricati metalivelli ironicamente misogini, razzisti e abilisti della migliore
stand-up comedy americana.
> Con l’IA l’immagine che ha smesso di imitare o sostituire la realtà perché il
> suo referente ha cessato di essere il mondo ed è oggi l’archivio delle
> immagini umane pregresse, che è stato divorato, ricombinato e restituito senza
> passare mai dal reale.
La distinzione tra vero e sintetico si ripercuote sulla ragione pubblica.
Nell’estratto pubblicato dal Tascabile dal libro di Gregorio Magini, Mitologia
del complottismo. Il Behemoth delle storie (2024), il complottista occupa una
delle tante posizioni nello spettro indistinto in cui siamo tutti immersi –
proprio come l’immagine sintetica non è più il falso da smascherare, ma una
posizione nello stesso flusso indistinto di immagini vere. Anche il ragionamento
perde per il proprio fuori rispetto a cui essere verificato: chiedersi chi ha
ragione e chi mente significa mancare completamente il punto della questione.
L’adesione al complottismo riposa su basi alogiche, esistenziali, emotive se
vogliamo, le stesse su cui riposa il ragionamento di buon senso, per cui pur
bollandole come teorie pseudoscientifiche o irrazionali, i complottismi non
smetteranno di diffondersi finché le loro premesse non verranno disattivate.
A darle manforte, facendo capolino nel nostro presente, il rilascio, tra la fine
del 2025 e l’inizio del 2026, di milioni di documenti del Dipartimento di
Giustizia americano sul caso Epstein. I file confermano ciò che il sospetto più
moderato aveva paventato per anni, ossia una fitta rete di complicità tra il
finanziere e un’élite politica ed economica reale, non immaginata. Nonostante
manchino prove reali del traffico di minori e persino degli atti di cannibalismo
rituale immaginati da QAnon, gli Epstein’s files hanno dato ragione anche ai
complottisti, è questo il punto della questione, che analisti e sciocchi e
creduloni siano finiti dentro lo stesso gesto di sospetto verso il potere.
Nel suo articolo Magini si poneva nel solco della soluzione comunitaria, un tic
che denuncia una certa retromania umanista della critica del presente, una
postura che guarda al passato piuttosto che prendere atto della scomparsa
dell’umanità analogica. Chiedere più socialità, in questa lettura, ignora
l’eccesso di società che già condiziona e avvelena la sfera interiore. Nel 2025,
Fabio Ciancone, esaminando l’opera della sociologa Eva Illouz in Sovrasocialità
e altre storie, aiuta il lettore ad addentrarsi nella “modernità esplosiva” in
cui anche le emozioni umane sono modellate in profondità dalle strutture
economiche e sociali. Con il venir meno dello spazio pubblico e la pervasività
dei social media, lo spaesamento individuale porta la razionalità tradizionale a
incrinarsi davanti a disuguaglianze crescenti e a una diffusa rassegnazione
politica.
Con la conversione degli smartphone in dispositivi di ripresa e trasmissione
continua, si consolida un regime di celebrità diffusa che atomizza i soggetti e
li inchioda al loro personaggio virtuale. Siamo tutti famosi e tutti più soli,
separati nelle nostre camere esistenziali, siamo diventati pixel di un unico,
grande, script pubblicitario. Posseduti da una fama inconsistente, subentrata al
crollo dell’olimpo un tempo riservato ai divi del cinema e della televisione,
spazzato via dal #MeToo e dall’avvento dello streaming, la celebrità del nostro
tempo è minima e globalmente diffusa, scrive Alessandro Lolli in Storia della
fama (2025). Intervistato sul Tascabile da Elisa Cuter, Lolli parla
esplicitamente della fine del mainstream tradizionale in favore di
“micro-celebrità” di nicchia, un’altra tessera che va ad aggiungersi al puzzle
della frantumazione dell’immaginario. Per comprendere come si sia arrivati a
questo punto bisogna guardare al passaggio dai social network ai social media.
“Il social network nasceva per parlare con gli amici, creando fama in modo quasi
inconscio. I social media richiedono invece un’intenzionalità imprenditoriale:
chi vi partecipa accetta consapevolmente di salire su un palcoscenico per un
pubblico di sconosciuti […] fare arte o comunicazione diventa simile a
un’indagine di mercato, dove bisogna differenziarsi dai competitor e studiare il
proprio target di riferimento”. Tutto ruota attorno al feedback costante, che
costringe l’utente dei social a un’autocensura preventiva pur di compiacere la
propria bolla.
> Con la conversione degli smartphone in dispositivi di ripresa e trasmissione
> continua, si consolida un regime di celebrità diffusa che atomizza i soggetti
> e li inchioda al loro personaggio virtuale. Siamo tutti famosi e tutti più
> soli, pixel di un unico, grande, script pubblicitario.
La filosofia ha sempre guardato con sospetto le immagini. Schermo, esca,
apparenza, inganno, un vocabolario che oggi descrive però qualcosa di diverso da
ciò per cui era stato pensato. Giacomo Croci, recensendo L’inquietudine
dell’immaginario. Etiche dello sguardo di Pietro Bianchi (2026), lo scrive nella
forma più netta: “la preoccupazione non è più soltanto la manipolazione ma anche
la generazione, per via d’intelligenza artificiale, di flussi continui di
immagini senza redini né referenti reali”. Secondo Bianchi viviamo ormai una
nuova modalità percettiva, che fa a meno del corpo: la vista prescinde dagli
occhi e dai nervi, perché oggi vediamo innanzitutto “con il cinema”, “con la
televisione, gli smartphone, i musei” e “le finestre”. Siamo noi stessi
immagini, immagini che producono altre immagini: è la fine dell’autorialità
dispersa nel dominio del flusso. Ma è anche la fine dell’immagine stessa.
È in questa luce che va letta, forse, la morte annunciata del meme stesso. Il
reel, secondo Alessandro Lolli, ha preso il posto del meme visivo e statico.
Nella baraonda di “sketch comici interpretati da aspiranti comedian, pubblicità
buffe di aperitivi a Catania, influencer che fanno la predica, influencer che
‘reactano’ l’influencer di prima cercando di umiliarlo, gymbro e cryptobro che
cercano di insegnarti la vita, rare footage di concerti o programmi televisivi,
interviste al man on the street e ovviamente tonnellate di AI slop”, il meme è
morto “come idea, come attore principale di Internet”, non più “parola-chiave
delle nuove culture digitali”.
Fuoriuscendo dall’anonimato autoriale dei forum e diffondendosi sui social
media, il meme è stato presto cooptato dalla pubblicità e, come già ricordato,
dalla politica. Come le altre immagini, anche il meme si inserisce negli
“interessi degli asset finanziari”, che hanno svelato secondo Hito Steyerl il
mondo dell’arte come settore economico, capace di accelerare la circolazione
delle immagini in un ecosistema che, oltre a una dimensione energivora, impatta
profondamente anche sul piano del lavoro – con artisti costretti a operare “su e
per infrastrutture produttive delle aziende del big tech”, fomentando “dinamiche
razziali/imperialiste in cui divisione e delocalizzazione di micro-task”
ricadono su “lavoratori e lavoratrici poveri e razzializzati”, come descritto da
Vincenzo Estremo in Estetica del surriscaldamento – rafforzando così,
ulteriormente, il divario di classe.
> L’epilogo di questo viaggio nel passato recente è il quadro di un’epoca in cui
> l’immagine ha decretato la morte dell’immagine stessa, indisponibile ormai
> alla contemplazione perché parte di un flusso globale di estrazione violenta
> di dati mediante la cattura dell’attenzione.
Proprio quest’anno, quasi a certificare per via finanziaria ciò che l’immagine
ha già mostrato per via teorica, l’oligopolio delle grandi piattaforme cambia
volto: al vecchio acronimo GAFAM – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft,
le compagnie che dieci anni fa avevano costruito le bolle filtro descritte da
Pietro Minto – subentra, sui mercati, il nuovo acronimo MANGOS: Meta, Anthropic,
Nvidia, Google, OpenAI, SpaceX. Non più le aziende che estraevano dati da un
mondo condiviso, ma quelle che generano mondi propri, sintetici, attraverso il
sacrificio del mondo materiale. L’epilogo di questo viaggio nel passato recente
è il quadro di un’epoca in cui l’immagine ha decretato la morte dell’immagine
stessa, indisponibile ormai alla contemplazione perché parte di un flusso
globale governato da un’oscura termodinamica, in cui il maggiore o minore calore
non segnala altro in quale settore sta avvenendo l’estrazione violenta di dati
mediante la cattura dell’attenzione.
L'articolo Divenire flusso proviene da Il Tascabile.
L a cultura digitale ha moltiplicato le immagini vicine al mondo queer, ma non
sempre le ha rese più autentiche. Tra social network e piattaforme digitali, gli
adolescenti LGBTQIA+ sono chiamati a scegliere come, quando e davanti a chi
raccontarsi, negoziando continuamente la propria visibilità tra desiderio di
espressione e bisogno di sottrazione.
Una stanza con due specchi
“I’m the princess, I’m the freak” In quattro parole l’icona queer del pop,
Chappell Roan, sintetizza un tema che abbiamo imparato a riconoscere come sempre
più familiare: la possibilità di accettare la propria complessità, imparando a
convivere con le diverse parti di sé e con lo sguardo altrui che cerca di
definirle. Dialogare con gli adolescenti su questi temi era precisamente lo
scopo di un progetto da Di.G.I.T. – Digital practices, Gender and Intimacy in
Teens’ everyday life ‒ un progetto di ricerca nazionale coordinato dal professor
Cosimo Marco Scarcelli dell’Università di Padova e dalle professoresse Lorenza
Parisi e Francesca Comunello della Sapienza Università di Roma, che ha permesso
di interrogare il mondo della GenZ in più di dieci città italiane da nord a sud.
Grazie a questo progetto abbiamo potuto isolare una serie di temi che ci
invitano a rivedere cosa intendiamo per visibilità, appartenenza e autenticità
nel mondo digitale. indagando vari aspetti della vita online delle e degli
adolescenti e, non da ultimo, quelli legati alle soggettività LGBTQIA+ e ai loro
modi di vivere questi spazi.
Attraverso focus group, interviste e incontri con giovani tra i sedici e i
diciotto anni, abbiamo esplorato le loro pratiche quotidiane di presenza online,
cercando di comprendere come piattaforme, algoritmi e linguaggi digitali
influenzino le modalità con cui ragazze e ragazzi si raccontano, si
rappresentano e si riconoscono in relazione all’intimità.
> La distanza tra le rappresentazioni LGBTQIA+ che popolano i media digitali e
> le esperienze dirette delle e dei giovani riguarda il modo in cui le
> piattaforme organizzano la visibilità e definiscono ciò che appare autentico.
Tra i molti temi affrontati, uno si è imposto con forza crescente: la distanza
tra le rappresentazioni LGBTQIA+ che popolano i media digitali e le esperienze
dirette delle e dei giovani che vi si riconoscono, o non vi si riconoscono
affatto. Questa distanza non è solo simbolica, ma anche mediale: riguarda il
modo in cui le piattaforme stesse organizzano la visibilità e definiscono ciò
che appare autentico.
Negli ultimi anni, insieme al mutamento radicale delle piattaforme digitali,
abbiamo visto trasformarsi anche le strategie di autorappresentazione degli
individui. La soggettività si manifesta mediante un processo mediato,
continuamente rimodulato dallo sguardo altrui. Mostrarsi online non è più
soltanto un atto comunicativo, ma un modo per costruire riconoscimento e
appartenenza. Come racconta la sociologa Zizi Papacharissi in Affective Publics
(2015), le piattaforme digitali non sono semplici spazi di interazione, ma
pubblici affettivi che organizzano la visibilità attraverso emozioni condivise e
dinamiche di consenso. La partecipazione si traduce in una forma di esposizione,
e il racconto di sé in uno spazio di negoziazione con lo sguardo altrui.
I social hanno ampliato lo spazio del racconto, promettendo libertà e
inclusione, ma anche ridefinendo, in modo sottile, cosa significhi esporsi. Da
un lato sembrano offrire possibilità inedite di sperimentazione e racconto di
sé; dall’altro costruiscono confini invisibili, stabilendo cosa può essere
mostrato, celebrato o messo in tendenza. L’inclusione, nei media digitali,
funziona come una grammatica: amplia il vocabolario del possibile, ma impone
nuove regole sintattiche. Le soggettività queer sono oggi più che mai presenti
nella cultura digitale: serie, campagne pubblicitarie, creator su TikTok e
Instagram popolano i feed, eppure la loro visibilità non coincide con un pieno
riconoscimento, né sul piano simbolico né su quello dei diritti.
> La partecipazione alle piattaforme digitali si traduce in una forma di
> esposizione, e il racconto di sé in uno spazio di negoziazione con lo sguardo
> altrui.
Le logiche che regolano le piattaforme, gli algoritmi, la ricerca di viralità,
la necessità di essere leggibili e replicabili, non sono mai neutrali:
privilegiano forme di rappresentazione semplici, rassicuranti, immediatamente
consumabili. Ciò che è riconoscibile diventa commerciabile, e ciò che è
commerciabile finisce per definire il perimetro del visibile. Nel mondo
adolescenziale, dove tutto è ancora in movimento, queste immagini possono
produrre effetti ambivalenti. Possono ispirare, ma farsi allo stesso tempo
portatrici di distanza o frustrazione. Molte persone LGBTQIA+ che abbiamo
incontrato ci hanno raccontato di sentirsi in bilico tra due pressioni opposte:
aderire a un’estetica queer riconoscibile o restare fedeli alla propria
esperienza, spesso più sfumata, incerta, “meno instagrammabile”, per usare le
parole di Sof, 16 anni, persona non binary, bisessuale.
La difficoltà, dicono le persone che hanno preso parte alla nostra ricerca, non
sta tanto nei contenuti in sé quanto nel modo in cui vengono esposti: quando
l’intento di mostrarsi diventa troppo evidente, si perde naturalezza. Ragazze e
ragazzi parlano del bisogno di una narrazione normalizzata, in cui la differenza
non debba essere continuamente spiegata o rivendicata.
> Ciò che è riconoscibile diventa commerciabile, e ciò che è commerciabile
> finisce per definire il perimetro del visibile.
I corpi e le storie che circolano online finiscono per essere analizzati,
discussi, reinterpretati ma anche ignorati. In quelle scelte, nei like mancati o
nei profili seguiti e silenziati si disegna un nuovo modo di negoziare la
visibilità. Come gli e le adolescenti italiane si confrontano con le immagini
digitali delle soggettività LGBTQIA+? Quali tensioni attraversano i loro sguardi
e quali visioni alternative emergono dai margini di una visibilità sempre più
codificata?
La visibilità non è mai solo una questione di scelta individuale: è il risultato
di un sistema che decide cosa può circolare, cosa resta invisibile e chi merita
di essere guardato. Gli algoritmi, nel silenzio del codice, costruiscono
gerarchie simboliche. Decidono cosa è rilevante, chi appare desiderabile,
costruendo un feed personalizzato infarcito di narrazioni autoreferenziali non
proprio accurate. Come suggerisce Taina Bucher nei suoi studi sulle piattaforme
digitali, l’algoritmo è un dispositivo di potere affettivo: non mostra solo ciò
che funziona, ma ciò che conferma le proprie aspettative, orientando così il
modo in cui viene interpretato il proprio universo di riferimento.
> Molte persone LGBTQIA+ si sentono in bilico tra l’aderire a un’estetica queer
> riconoscibile o restare fedeli alla propria esperienza, spesso più sfumata,
> incerta, “meno instagrammabile”.
In questo, la GenZ mostra di sapere che la visibilità non dipende solo dai
contenuti o dal numero di follower, ma da un sistema che decide, in modo spesso
opaco e poco comprensibile, cosa far emergere e cosa lasciare a margine. Il
digitale, infatti, non si limita a riflettere il reale: lo modella, lo ordina,
lo distribuisce secondo una logica di attenzione che è contemporaneamente
economica ed emotiva. Eppure, se le piattaforme stabiliscono i confini del
visibile, ragazze e ragazzi imparano presto a muoversi dentro quei confini,
inventando strategie di presenza e, all’occorrenza, di sottrazione. Tra queste
strategie rientra anche la capacità di controllare chi può vedere cosa: una
forma quotidiana di regia della propria immagine, che introduce un nuovo modo di
intendere la privacy.
Scegliere chi ci guarda
La sociologia classica, a partire da Erving Goffman, ha mostrato quanto conti la
distinzione tra ribalta e retroscena nella vita sociale. In La vita quotidiana
come rappresentazione (1959), Goffman descrive le interazioni quotidiane come
una forma di teatro: in ribalta si recitano i ruoli pubblici, con comportamenti
pensati per un pubblico; nel retroscena, invece, si prova, si allenta la
postura. È il luogo in cui si sospende la performance, si controlla il proprio
lavoro e si prepara la scena successiva. Nei social il retroscena si può
tradurre in uno spazio dove parole e immagini possono circolare senza dover
passare per l’approvazione collettiva, in cerchie sapientemente selezionate,
profili secondari, chat private o liste di “amici stretti”.
La privacy, in questa prospettiva, rappresenta la condizione materiale della
libertà: la possibilità di decidere i confini, modulandone la permeabilità,
riposizionandosi quando le cose cambiano. Il controllo selettivo dello sguardo
diventa un gesto politico, una forma di autodeterminazione minima.
> Gli algoritmi, nel silenzio del codice, costruiscono gerarchie simboliche.
> Decidono cosa è rilevante, chi appare desiderabile, costruendo un feed
> personalizzato infarcito di narrazioni autoreferenziali non proprio accurate.
Questo si traduce in un sapere raffinato nella pratica. Giovanna, 16 anni,
ragazza cisgender lesbica, parla della possibilità di selezionare
strategicamente chi guarda i contenuti perché ci sono cose che non le va di
spiegare a chi la segue sui social. Questa selettività non ha però il tono della
ritirata. È, semmai, una forma di cittadinanza digitale che riconosce la
pluralità delle audience: una nuova consapevolezza generazionale. Anche Andrea,
18 anni, ragazzo cisgender gay, evidenzia la necessità di elaborare percorsi
capaci di restituire agency, soggettività attiva, a chi decide di condividere la
propria esperienza, sottolineando come sia fondamentale che chi racconta possa
usare a suo vantaggio le possibilità offerte dalla piattaforma, per esempio
rendere visibili le storie a un pubblico selezionato.
Le persone intervistate non presentano questa possibilità come eccezione, ma
come norma. La coerenza non coincide con la totale apertura: coincide con
l’appropriatezza di ciò che si dice rispetto a chi si sceglie di interpellare.
L’idea di un sé unico e monolitico lascia spazio a una competenza relazionale:
l’identità come tessitura situata, che si fa e si disfa nell’incontro con
pubblici differenti. Già nel 2007, uno studio di danah boyd e Nicole Ellison
pubblicato sul Journal of Computer-Mediated Communication mostrava come i social
network stessero dando forma a un sé reticolare: un’identità pubblica costruita
attraverso connessioni e interazioni, continuamente attraversata dallo sguardo e
dal riconoscimento dell’altro/a.
> La privacy rappresenta la condizione materiale della libertà: il controllo
> selettivo dello sguardo diventa un gesto politico, una forma di
> autodeterminazione minima.
In questa cornice, il sé digitale si comporta come un dispositivo negoziale
continuamente messo in discussione. Diego, 16 anni, ragazzo cisgender gay,
racconta che sui social preferisce mostrare solo ciò che decide consapevolmente
di rendere visibile: una parte di sé costruita attorno a certi aspetti della
propria identità, come l’orientamento sessuale, che sceglie di condividere per
parlarne o confrontarsi. Spiega di essere consapevole che la propria immagine
online sia, in fondo, una semplificazione. Per questo dice di scegliere con
attenzione cosa mostrare e cosa tenere per sé, per non lasciare che la propria
personalità venga definita unicamente da un’etichetta o da una categoria.
Immaginiamo la visibilità non come un interruttore ma come un dimmer, quel
dispositivo che permette di regolare l’intensità della luce in una stanza, che
la GenZ (senza velleità da influencer) sa regolare in base alle proprie esigenze
e necessità. È una forma di agency adattiva, che non rifiuta la scena ma la
rimodula continuamente. Ma cosa succede quando la scena smette di restituire
un’immagine riconoscibile di sé? Quando la visibilità si trasforma in
distorsione più che in rispecchiamento?
Fuori fuoco: quando l’immagine non coincide
Da pochi anni, la cultura mainstream ha moltiplicato immagini e discorsi sulla
queerness: serie, film, campagne pubblicitarie. Eppure molte e molti adolescenti
queer parlano di uno scarto tra vita quotidiana e rappresentazione: guardano
quei contenuti, li apprezzano, ma non si riconoscono. Durante un’intervista, un
ragazzo trans ci ha detto ridendo: “C’è chi dice ‘mi identifico con un chicken
nugget’”. Allo sguardo perplesso della ricercatrice, che per un attimo ha
creduto di aver intercettato una nuova sfumatura dell’identità di genere, ha
subito precisato: stava scherzando. Non lo diceva per prendersi gioco della
queerness, ma per ironizzare sulla tendenza sempre più diffusa online a
trasformare ogni dettaglio in identità. Dentro quella battuta c’era però una
consapevolezza precisa: l’idea che oggi anche l’autenticità possa, in qualche
modo, essere interpretata come un trend. L’identità è diventata una performance
situata, e come ogni performance ha bisogno di un pubblico per esistere.
> La coerenza non coincide con la totale apertura: coincide con l’appropriatezza
> di ciò che si dice rispetto a chi si sceglie di interpellare.
Alcune estetiche o l’autoironia portata all’esasperazione non piacciono a
Martina, 18 anni, ragazza cisgender che non vuole etichette quando si parla di
orientamento sessuale. Ci dice che a volte le sembra che anche fare coming out
possa diventare un modo per mettersi in mostra più che per esprimersi davvero.
Se posizioni il telefono e ti riprendi mentre dici a tua nonna che sei gay non
può essere capitato per caso che tu abbia premuto “registra”.
In questo racconto emerge una critica sottile alla spettacolarizzazione del sé,
un fastidio verso l’obbligo di rendere pubblico ciò che potenzialmente è un
gesto intimo. Per Valentina, 16 anni, ragazza cisgender bisessuale, invece, la
quotidianità diventa un linguaggio implicito. Segue un paio di coppie lesbiche
che postano video di vita domestica, una lavastoviglie da caricare, un gatto che
non collabora. Dice che quelle scene non sono più vere delle altre, ma che
semplicemente sono spontanee e non sembrano costruite.
Eppure, in quelle stesse dinamiche, capita che arrivi il contenuto
sponsorizzato, la collab con il brand amico che scopre l’arcobaleno a giugno, la
call to action che suona sempre un po’ uguale. Dalle voci raccolte non si levano
moralismi: si registra piuttosto il bisogno di prendere le distanze da una
narrazione didascalica, e la volontà di cercare un riconoscimento più fluido,
meno codificato.
L’autenticità al tempo dei feed
Nella pratica di questo segmento della GenZ, l’autenticità, non coincide con il
riversare online ogni dettaglio del proprio vissuto; diversamente, necessita di
una coerenza di fondo tra ciò che si prova e il modo in cui lo si racconta,
tenendo conto del contesto.
> Dalle voci raccolte non si levano moralismi: si registra piuttosto il bisogno
> di prendere le distanze da una narrazione didascalica, e la volontà di cercare
> un riconoscimento più fluido, meno codificato.
Ed è qui che entrano in scena gli algoritmi. Non in astratto, ma come esperienza
concreta: basta osservare come cambiano le visualizzazioni a seconda della
musica di sottofondo, dell’hashtag, del ritmo del video. È un learning by doing
delle logiche dei media digitali: si impara facendo, e insieme si impara cosa
conviene non fare. Chi parla di transizione alterna momenti informativi a
leggerezza; chi attraversa ansia o confusione la trasforma in un racconto che
possa essere compreso e condiviso: tagli rapidi, una punchline in chiusura, un
riferimento condiviso. Improvvisamente le competenze digitali prendono il
sopravvento nel racconto che sottostà alle logiche della piattaforma.
E poi c’è l’ironia, usata come strumento per alleggerire e per difendersi. Un
meme che sdrammatizza, un video che gioca con i cliché per prenderne le
distanze. Come nota la studiosa Susanna Paasonen in NSFW: Sex, Humor, and Risk
in Social Media (2019), l’ironia online agisce come forma di vulnerabilità
condivisa: un modo per elaborare esperienze complesse senza trasformarle in un
trauma. Marco, 17anni, ragazzo cisgender gay, racconta che a volte preferisce
rispondere alle battute omofobe o ai commenti ignoranti con l’umorismo:
condivide meme o frasi ironiche che, dice, fanno capire da che parte stai senza
esporti troppo. Per lui è un modo per gestire la distanza e tenere insieme
autoironia e affermazione di sé senza dover fare il solito “spiegone in difesa
dei propri diritti”.
Fuori dalla lente
Nelle testimonianze raccolte, un’idea torna con insistenza: sparire, di tanto in
tanto, è salutare. Limitare le visualizzazioni, non postare, disattivare i
commenti, azzerare il feed. Mark Fisher l’aveva profetizzato nel suo Realismo
capitalista (2009, trad. it. 2018), ciò che affatica non è solo la richiesta di
una presenza continua, ma il fatto di dover essere sempre visibili e
costantemente disponibili. In questo orizzonte, il gesto di sottrarsi diventa
una forma minima di cura: un tentativo di ristabilire la distanza necessaria per
tornare a sentire la propria voce.
> L’ironia online agisce come forma di vulnerabilità condivisa: un modo per
> elaborare esperienze complesse senza trasformarle in un trauma.
Potrebbe essere percepita come una forma di igiene mentale. Nadia, 17 anni,
ragazza cisgender bisessuale, racconta di aver disinstallato Instagram per una
settimana “solo per respirare un po’”. Miriam, 18 anni, ragazza cisgender che
alla domanda sul suo orientamento sessuale ci risponde “non lo so”, spiega che
usa due profili non per moda ma perché così può scegliere a chi concedere cosa
vedere della sua vita. Claudio 18 anni, ragazzo cisgender gay, dice: “a volte è
bello sapere di non esserci, anche solo per vedere chi se ne accorge”.
Sul piano politico, questa ritrazione minima non è irrilevante. Sottrarsi
momentaneamente alla visibilità non equivale a nascondersi, ma a riprendere il
controllo sul proprio tempo e sulla propria immagine. La sparizione temporanea è
un gesto di autorità sul sé, ma anche un atto di cura. Una ricerca sulle
pratiche digitali di giovani LGBTIQ+ mostra come la disconnessione diventa una
forma di benessere relazionale: non una fuga, ma un modo di rimettere in
equilibrio presenza e vulnerabilità, di difendere la propria continuità emotiva
in un ambiente che premia la costante esposizione, il valore politico ed emotivo
del non esserci sempre, della scelta di modulare la propria visibilità come
gesto di autodeterminazione.
Questo diritto al fuori campo non si pone in contrasto con i movimenti queer che
hanno faticato per conquistare la scena; al contrario, ne raccoglie l’eredità in
un momento storico di grandi transizioni. In questa prospettiva, la sottrazione
non è negazione, ma una forma di agency: un modo per abitare la visibilità.
Seguendo il pensiero della filosofa Judith Butler, potremmo dire che la
visibilità è quasi sempre una pratica di relazione: non esiste al di fuori dei
regimi di riconoscimento che stabiliscono chi può apparire e in quali forme.
Agire ai margini di questa visibilità, scegliendo quando e come mostrarsi,
significa mettere a tema i criteri stessi del riconoscimento.
> Il gesto di sottrarsi diventa una forma minima di cura: un tentativo di
> ristabilire la distanza necessaria per tornare a sentire la propria voce.
Come ha detto una delle partecipanti: “non sempre ho voglia di spiegare chi
sono, e non credo di doverlo fare ogni volta”. In quella sottrazione parziale,
uno squarcio invisibile nella fessura della visibilità, si possono aprire nuovi
spazi espressivi.
Domande aperte
Qual è l’equilibrio giusto tra visibilità e discrezione? Come si misura
l’autenticità? La risposta più onesta è partire ponendosi ulteriori
interrogativi, riconoscendo come l’urgenza di trovare un responso universale
faccia parte del problema. Infatti, le pratiche che abbiamo osservato sono molte
e in movimento. Ogni tentativo di normare gli atteggiamenti digitali rischia di
trasformarsi in una nuova forma di pressione.
Possiamo però avanzare alcune domande che ci paiono utili. In che modo la
rappresentazione queer online può restare uno spazio di libertà, e non solo un
repertorio di gesti codificati? Chi decide quali corpi, storie, desideri
meritano di circolare, e con quali estetiche? E ancora: quanto di ciò che
chiamiamo condivisione è davvero nostro, e quanto è un riflesso del modo in cui
le piattaforme ci addestrano a mostrarci?
In molte conversazioni, le domande non arrivavano da noi ma da loro. Una
ragazza, parlando della propria presenza online, chiedeva: “ma se non posto
niente per un mese, esisto lo stesso?”. Un ragazzo ironizzava: “forse ci serve
un modo per non essere sempre leggibili, anche quando non vogliamo sparire”.
Altri ancora raccontavano di sentirsi “troppo queer per certi spazi, troppo
normali per altri”.
> Qual è l’equilibrio giusto tra visibilità e discrezione? Come si misura
> l’autenticità?
Abbiamo la possibilità di costruire collettivamente una cittadinanza digitale
non ingenua, in cui autorappresentazione e diritto alla privacy, sempre meno
garantiti, possano convivere senza annullarsi. Non è poco. Voci che, più che
cercare risposte, mettono in scena la fatica di restare riconoscibili senza
doversi definire. La domanda, più che la risposta, è la forma di pensiero
politico di questa generazione. “Principessa” e “freak” sono due entità che
possono darsi il cambio e possono convivere. È lì, tra una sbirciata ai like dei
seguiti e una storia che si dissolve allo scadere delle 24h, che immaginiamo un
futuro più abitabile: alla ricerca del mantello della semi-invisibilità.
L'articolo “Io mi identifico con un chicken nugget”: adolescenti <i>queer</i>
tra autenticità e rappresentazione proviene da Il Tascabile.
H o dimenticato di quale torto pensai di essere stato vittima durante la gita di
maturità. Ricordo solo che durante quella settimana parlai pochissimo e di
controvoglia. Invece che andare a sballarmi con il resto dei miei compagni,
passavo le poche ore libere che i professori ci concedevano ogni giorno
infilandomi nella metropolitana. Senza curarmi della direzione, salivo sul primo
treno di passaggio. Qualche volta, a un’intersezione tra due linee, smontavo dal
treno e prendevo una coincidenza, lasciandomi trasportare da un altro convoglio.
Poi, a un certo punto, senza seguire un principio preciso, sceglievo una fermata
e smontavo. Obbedendo alla segnaletica procedevo verso l’uscita e, una volta
ritornato in superficie, mi dedicavo all’esplorazione del quartiere in cui il
caso aveva deciso di portarmi.
A volte andava male. Il quartiere scelto poteva essere un quartiere dormitorio,
il cui paesaggio era dominato da un’infilata di alveari per umani in un anonimo
stile brutalista. Altre volte, invece, il caso regalava qualcosa. Come quando,
girovagando per un piacevole blocco di condomini in stile liberty, m’imbattei in
un pittoresco negozio che vendeva oggettistica rockabilly; una rarità per chi,
come me, veniva dalla provincia profonda.
Che andassero bene o male, quando l’orologio m’imponeva di tornare sui miei
passi e ritornare sotto terra per rientrare in ostello, quelle esplorazioni mi
lasciavano lo stesso qualcosa sulla pelle. Era una sorta di brivido, come una
scarica elettrica che faceva drizzare i peli delle braccia. L’esaltazione o la
spossatezza del giocatore d’azzardo che, almeno per un istante, aveva
contemplato l’inebriante girotondo di infinte possibilità tutte ancora da
attualizzare.
Solo che la mia slot machine, in quei frangenti, era la metropolitana, un treno
urbano che correva sotto la superficie della città, divorando le distanze senza
che me ne accorgessi. La cosa più simile a cui potevo ricondurre quei viaggi
senza meta era l’esperienza di una partita a Super Mario. I momenti in cui,
ignaro di quel che potrebbe accadere, posizioni la figurina dell’idraulico sopra
uno dei tanti tubi di cui sono costellati i livelli del gioco e pigi il tasto
inferiore della croce direzionale per farla accucciare. Il tubo potrebbe essere
un passaggio che conduce a un’area segreta del mondo di gioco, carica di tesori.
Oppure a una scorciatoia, che può farti avanzare rapidamente verso il livello
finale. Oppure, più spesso, essere bloccato e non portare da nessuna parte. La
metro, che ‒ curiosa coincidenza ‒, si può chiamare anche tube (tubo),
funzionava per me allo stesso modo. O meglio, ero io che la facevo funzionare
così, perché il resto delle persone che condividevano con me quei viaggi
sapevano alla perfezione dove stavano andando, quanto sarebbe durato il loro
tempo sottoterra e, soprattutto, cosa avrebbero trovato una volta riemersi dalla
rete metropolitana.
> La mia slot machine era la metropolitana, un treno urbano che correva sotto la
> superficie della città, divorando le distanze senza che me ne accorgessi.
O almeno così pensavo. Magari, su quei treni, seduto a fianco a me o aggrappato
a uno dei pali di sostegno, c’era qualcun altro che aveva deciso di scendere
nella metropolitana per smontare a una fermata sconosciuta solo per provare il
brivido di scoprire che aspetto aveva la città sopra di lui. Chissà, forse non
ero solo. Non lo so; quello che so è che questi ricordi e le sensazioni a loro
collegate e a lungo sopite nel mio cervello sono state riattivate dalla lettura
di un saggio uscito qualche settimana fa per il marchio MachinaLibro
dell’editore DeriveApprodi. Scritto dal giornalista culturale Luca Gricinella,
Giù in metrò. Società, arti e culture è un libro dedicato a ricostruire il ruolo
che la metropolitana riveste nell’immaginario contemporaneo e le influenze che
essa ha esercitato su ogni forma di espressione.
Dalla fotografia alla musica, dal cinema alla letteratura, fino alle arti
performative, quello della metropolitana nell’immaginario collettivo è un ruolo
caratterizzato da un ampio ventaglio di sfaccettature. Per poterlo raccontare in
modo esaustivo, l’autore ricorre ‒ non potrebbe fare altrimenti ‒, a molte,
diverse forme di scrittura: dall’autobiografia alla saggistica, dall’intervista
al reportage, dalla recensione all’etnografia. A imporre questo stile ibrido è
la natura stessa della metropolitana. Essa è infatti molte cose diverse allo
stesso tempo.
Prima di tutto è un mezzo di trasporto. Un treno che corre sottoterra grazie a
un reticolo di gallerie. È grazie a questa caratteristica che permette a un
vasto numero di persone di spostarsi rapidamente, percorrendo lunghe distanze.
La costruzione dei primi treni metropolitani ha inizio alla fine del
Diciannovesimo secolo. La prima vera linea meritevole di questa definizione è
stata quella di Londra, che ha cominciato a operare il 10 gennaio del 1863. Ad
avanzare la proposta di costruirla pare sia stato l’allora sindaco della
capitale britannica, Charles Pearson, determinato a ridurre il caos
insopportabile delle vie del centro, dovuto in parte anche alla mancanza di un
interscambio diretto tra le stazioni ferroviarie londinesi.
Da allora e fino agli anni cinquanta del Ventesimo secolo, la costruzione di
reti di trasporto ferroviario metropolitano visse un periodo di forte e rapida
espansione. Una crescita che non si limitò solo al numero di città che
adottavano questa soluzione o alla lunghezza complessiva delle loro reti, ma che
fu anche un progresso tecnologico. La metropolitana deriva dalla ferrovia, da
cui mutua buona parte del suo apparato tecnologico. Tuttavia, le particolarità
dello spazio in cui opera hanno fatto sì che questi impianti fossero oggetto di
innovazioni, come il controllo della marcia dei treni e la guida automatica.
> Giù in metrò è un libro dedicato a ricostruire il ruolo che la metropolitana
> riveste nell’immaginario contemporaneo e le influenze che essa ha esercitato
> su ogni forma di espressione.
Oggi, i diversi tipi di tecnologia impiegati distinguono i sistemi di
metropolitana, dando origine a molteplici categorie. Le metropolitane si
distinguono così in base al loro tipo di guida, con o senza conducente; al tipo
di rotaia usata, metallica o gommata; al tipo di sede, che può essere
sotterranea, sopraelevata o di superficie; in base al genere di servizio, dunque
pesante o leggero. Potrebbe sembrare una nota di poco conto, ma una parte
dell’identità di ogni metropolitana nasce proprio dalle molte combinazioni
possibili di queste tecnologie.
Ruote e rotaie di quella di New York, racconta Gricinella nel capitolo a essa
dedicato, continuano a essere entrambe di metallo, dando così origine al forte
stridio che ne è diventato ormai un simbolo. Mentre i convogli automatizzati
della linea lilla (M5) della metropolitana di Milano ‒ che attraversa la città
da nord a nord ovest collegando lo stadio di San Siro con il capolinea di
Bignami Parco Nord ‒ la rendono la linea più amata dai bambini. Seduto su uno
dei seggiolini, l’autore li osserva con tenerezza correre verso l’ampia vetrata
rivolta nel senso di marcia per potersi godere l’emozione di veder comparire la
luce al fondo dell’oscurità del tunnel, mano a mano che il treno si avvicina a
una stazione.
Ma la metropolitana non è solo un mezzo di trasporto tecnologico, è anche uno
spazio. Uno spazio molto particolare; un non luogo, per dirla con il concetto
coniato dall’antropologo francese Marc Augé, che alla metropolitana ha dedicato
Un etnologo nel metrò (1992), uno dei suoi testi più celebri. A renderla tale è
la sua posizione sotterranea. Alla metropolitana si accede infatti attraverso un
complesso sistema di soglie composto da scale, portali, tornelli, ascensori,
rampe e diversi altri tipi di forme architettoniche. Attraversando i quali non
ci si lascia solo alle spalle il mondo di superficie, si perdono tutti i
riferimenti e le coordinate spaziali che rendono possibile orientarsi nello
spazio.
L’esperienza di un viaggio in metropolitana è un’esperienza straniante, durante
la quale ci vengono sottratti i riferimenti cardinali a cui siamo abituati ad
affidarci quando attraversiamo gli spazi di superficie. A meno di non possedere
un’approfondita e inusuale conoscenza della rete e delle corrispondenze che essa
ha con i punti di riferimento che scorrono sopra le nostre teste, è impossibile
stabilire in quale direzione ci si stia muovendo quando si procede all’interno
dei suoi tunnel.
> Un viaggio in metropolitana è un’esperienza straniante, durante la quale ci
> vengono sottratti i riferimenti cardinali a cui siamo abituati ad affidarci
> quando attraversiamo gli spazi di superficie.
Un compito per cui non troviamo aiuto nemmeno nelle mappe che rappresentano le
diverse linee della metropolitana di una città. Se il modo in cui vengono
rappresentate ricorda più uno schema elettrico che una carta geografica è
proprio perché disegnare circuiti elettrici era il mestiere di Harry Charles
Beck, la persona che ha inventato questo sistema di rappresentazione allo scopo
di tracciare la mappa della metropolitana di Londra nel 1933. Ma prendendoci il
tempo per guardarla con più attenzione e provando a smettere di attraversarne
gli spazi frenetici come elettroni, e Gricinella ci sollecita a farlo con il suo
libro, ci accorgiamo che la natura di non luogo ‒ anche Augé lo era nella sua
definizione ‒ è molto meno netta e stabile di quanto possiamo pensare.
L’antropologo francese specificava infatti che “ciò che per alcuni è un luogo,
per altri può essere un non luogo e viceversa”.
Scopriamo così che nella stazione di piazza Venezia della metropolitana di
Milano ‒ che, è la città in cui l’autore del libro è nato e vive ‒ esiste un
grande spazio vuoto, un mezzanino appartato ma non inaccessibile, di cui si sono
appropriate persone delle comunità sudamericane o asiatiche che lo utilizzano
come sala prove per le loro coreografie collettive, in quello che Gricinella
definisce “un esempio di spazio pubblico completamente in disuso che è stato ben
sfruttato”.
Oppure veniamo a sapere delle scorribande dei writer, che studiano le reti alla
ricerca di varchi o passaggi incustoditi da cui calarsi all’interno dei tunnel
della metropolitana per raggiungere i depositi dei treni e marchiarli con tag e
graffiti. O, ancora, dalle parole di Gricinella impariamo come le carrozze dei
treni metropolitani possano diventare il palcoscenico per un ampio ventaglio di
artisti di strada: dai senzatetto che si improvvisano intrattenitori fino agli
artisti affermati che usano la metropolitana come ispirazione per i propri
lavori.
> Guardando la metro con più attenzione, e provando a smettere di attraversarne
> gli spazi frenetici come elettroni, ci accorgiamo che la natura di non luogo è
> molto meno netta e stabile di quanto possiamo pensare.
È il caso di Sara Pizzi, performance artist italiana che vive e lavora a New
York, città dalla cui metropolitana si è fatta ispirare per lo spettacolo L
Train, realizzato insieme ad Aida Takashima. Ispirato all’omonima linea della
metro newyorkese, L Train, una coreografia di danza contemporanea, ha debuttato
il 21 e 22 gennaio del 2022 al Green Space Theatre nel Queens e, oltre alla
musica, conteneva annunci registrati della linea L e una narrazione recitata. Al
centro di questo lavoro c’è il desiderio di parlare “di come la vita sia
instabile, di come tutto cambi regolarmente senza che ce ne rendiamo conto, di
quante persone abbiamo lasciato nella nostra vita, di quante persone
dimentichiamo, di quanto siano imprevedibili le relazioni e di quanto sia facile
sentirsi sostituibili. Tutte queste domande portano alla conclusione che la vita
sembra come la linea del treno L: tutti vanno nella stessa direzione ma nessuno
ha la stessa destinazione.”
La linea L della metropolitana di New York collega Manhattan a Brooklyn con
ventisette fermate. È stata la prima linea automatizzata della città ed essendo
così lunga serve un considerevole numero di persone diverse, che si alternano
sui suoi convoglia a seconda del momento della giornata. “Dalle sei alle otto”
dice Pizzi, intervistata nel libro,
> studenti, insegnanti, altri lavoratori. Dalle nove del mattino fino alle tre
> del pomeriggio, tutti gli altri lavoratori con orari normali, senzatetto,
> artisti, turisti. Dalle quattro fino alle sette del pomeriggio è il delirio:
> fiumi di persone che tornano a casa dal lavoro e qui devi sgomitare tra
> skateboard, animali, buste della spesa e borse per entrare nella carrozza e
> sentirsi come una sardina in lattina. Dalle otto di sera in poi, invece, c’è
> la gente che torna tardi o va a lavoro, a cena, a un evento, e te la ritrovi a
> mezzanotte sullo stesso treno per tornare a casa ubriaca. Dalle due alle
> quattro del mattino, infine, è quell’orario magico in cui non sai se stai
> sognando o sei sveglio: tra carrozze vuote, o solo con senzatetto
> addormentati, lavoratori della metropolitana o giovani adulti ubriachi,
> l’unica cosa che si può temere è di addormentarsi e ritrovarsi all’altro capo
> della città.
Per quanto emblematica, quella testimoniata da Pizzi è solo una delle tante
storie che Luca Gricinella raccoglie per raccontare cosa sia davvero la
metropolitana e il legame che abbiamo con essa. Non soltanto un ambiente urbano,
né un comodo per quanto affollato mezzo di trasporto. Vista attraverso la penna
dello scrittore milanese, la metropolitana ‒ o metro, oppure metrò, alla
francese ‒ si rivela per quello che è in realtà: un complesso oggetto culturale
che, in virtù del fascino che le sue caratteristiche esercitano su di noi,
occupa un posto di rilievo nel nostro immaginario e continua a rappresentare un
luogo in cui storie personali, dinamiche di comunità, pratiche artistiche
spontanee e marketing corporativo continuano a incontrarsi e influenzarsi le une
con le altre, in quell’incessante lavorio creativo ed espressivo che siamo
abituati a chiamare “cultura”.
L'articolo Giù in metrò di Luca Gricinella proviene da Il Tascabile.
M illenovecentonovantadue. “Lo stile di vita americano non è negoziabile”
afferma perentorio George W.H. Bush al Summit della Terra, dando così inizio
anticipato al ventunesimo secolo. Mike Judge ha trent’anni e ha appena venduto
Frog Baseball, il suo primo cortometraggio animato, a MTV. Quell’american way of
life sbandierata da Bush lo ossessionerà per tutta la sua carriera di animatore,
sceneggiatore e regista, fino a diventare il centro gravitazionale di tutto il
suo universo comico, in equilibrio precario tra sarcasmo e barbarie. Nei due
minuti e cinquantotto secondi di Frog Baseball esordiscono i suoi personaggi più
celebri, Beavis e Butt-Head, due giovani metallari perdigiorno che seviziano
degli animali in modi molto creativi alternando le violenze ai riff, cantati a
cappella, di Iron Man dei Black Sabbath e Smoke on the water dei Deep Purple.
Con l’arrivo del corto su MTV, Mike Judge entra di fatto nel rooster della
mitologica Liquid Television, un carosello di short animati a cui devono la
propria fama diversi altri capolavori dell’animazione come Æon Flux o Brad
Dharma, Psychedelic Detective.
Nato a Guayaquil in Ecuador, nel 1962, da madre bibliotecaria e padre
archeologo, a tre anni Mike si trasferisce con la famiglia in una fattoria ad
Albuquerque, nel New Mexico. Finito il liceo si sposta a San Diego dove ottiene
una laurea in fisica alla University California San Diego nel 1985. L’anno
successivo inizia a lavorare a Santa Monica, nella ruggente Silicon Valley, in
un’azienda che produce schede video per computer, tre mesi dopo si licenzia. Per
diversi anni suona come bassista in oscure blues band texane mentre segue un
corso di specializzazione superiore in matematica all’università del Texas. È in
questo periodo che comincia a cimentarsi con l’animazione. Crea il suo primo
corto: Office Space, in cui appare come protagonista Milton, un impiegato
frustrato che, tra un’angheria e l’altra del capo, balbetta tra sé di voler dar
fuoco all’azienda; ai tempi doveva probabilmente apparire come una versione punk
e apocalittica di Dilbert, la celebre striscia feriale di Scott Adams. Riesce a
presentare il corto in un festival di animazione a Dallas e Comedy Central lo
acquista. Nel giro di qualche anno Office Space, rinominato Milton come il suo
protagonista, diventerà un siparietto fisso nel Saturday Night Live.
Nel frattempo Judge lavora per espandere le avventure dei due protagonisti
apparsi in Frog Baseball, dando vita all’omonima serie, Beavis and Butt-Head,
che dal 1993 va in onda su MTV, divenendo la risposta hardcore punk del network
al recente successo dei Simpson di Matt Groening. Nel giro di qualche puntata si
conferma una delle serie animate per adulti di maggior successo negli Stati
Uniti, archetipo, insieme all’opera di Groening di una nuova forma di animazione
per adulti, che verrà sviluppata da South Park (1997) e dai Griffin (1999).
> La serie di animazione Beavis and Butt-Head di Mike Judge, che dal 1993 va in
> onda su MTV, diviene la risposta hardcore punk del network al recente successo
> dei Simpson di Matt Groening.
Nel 1996 Judge si confronta con il cinema, scrive e dirige il film d’animazione
Beavis and Butt-Head do America in cui partecipano anche star umane come Bruce
Willis e Demi Moore. Sessantatré milioni di dollari al box office. L’anno
successivo ritorna in TV con una nuova serie, King of the Hill, scritta insieme
a Greg Daniels (The Simpson, The Office, Park and Recreation), che continuerà ad
andare in onda su FOX per una decina di anni.
Mentre il successo gli sorride, Judge decide di abbandonare per la prima volta
l’animazione e confrontarsi con un film live action, il remake di un’opera di
animazione realizzato con attori reali. Scrive così la sceneggiatura per un
lungometraggio ispirato alla sua serie di corti ambientati in ufficio.
Riproposto con il suo nome originale, Office Space esce nei cinema nel 1999 ed è
un fiasco, rientra appena delle spese di produzione (dieci milioni contro i
dodici guadagnati). Il film è l’occasione per riproporre molte delle gag della
serie animata originale calandole in una inedita cornice politica, quasi
sindacale.
Peter Gibbons, il protagonista e collega di Milton, è anche lui un impiegato
frustrato della Initech, una software house texana. Insofferente al suo monotono
lavoro d’ufficio e costantemente sopraffatto dai rimproveri passivo-aggressivi
dei suoi otto capi, Peter viene convinto dalla sua ragazza a intraprendere delle
sedute di psicoterapia. Seduto sulla poltrona confessa allo psichiatra che da
quando ha iniziato a lavorare “ogni singolo giorno della mia vita è stato
peggiore di quello precedente; questo significa che ogni singolo giorno che ci
incontriamo qui, quello è il giorno peggiore della mia vita”. Il dottore,
impressionato dalla sua tristezza, gli propone un percorso di ipnosi, ma durante
una delle sedute, mentre cade in trance con la proposizione di “ignorare tutte
le sue preoccupazioni riguardo il suo lavoro, fino a quando non schioccherò
nuovamente le dita”, lo psichiatra muore per un attacco cardiaco. Peter, ancora
incosciente, torna a casa e si risveglia il mattino successivo in uno stato di
inedito benessere. Niente è cambiato tranne che, nonostante non si sia
presentato a lavoro, gli infiniti messaggi del capo nella segreteria telefonica
non lo turbano più.
Comincia così a ignorare completamente le preoccupazioni per il lavoro e la sua
vita si riempie nuovamente di senso: chiude la sua vecchia relazione in costante
crisi e chiede di uscire alla ragazza che ammirava da tempo. Ottiene addirittura
una promozione al lavoro quando impressiona una coppia di headhunter, chiamati a
efficientare l’azienda, confessando di “lavorare appena quindici minuti ogni
giorno e il resto del tempo fissare la sua scrivania” e che proprio alla
struttura dell’azienda si deve la sua totale assenza di motivazione sul lavoro:
“Ho otto capi. Questo significa che quando faccio un errore ci sono otto diverse
persone che vengono a farmelo notare. Questa è la mia sola motivazione: evitare
di essere scocciato”. Gibbons è insomma un impiegato in quiet quitting che,
attraverso una forma artificiale di rimozione della responsabilizzazione
introiettata sul lavoro, ritrova la libertà di affermare sé stesso in un mondo
nel quale non era che un ingranaggio anonimo.
È questo il primo distillato del cinema di Mike Judge che tornerà in ognuno dei
suoi film: prendere l’impalcatura della rom-com per sviluppare al suo interno un
tema politico. Nonostante i risultati altalenanti, l’intuizione è efficace e
permette al film di sviluppare una profonda riflessione sui i lati più
disumanizzanti dello sfruttamento lavorativo.
La svolta decisiva nel film avviene quando Gibbons e due suoi colleghi che
stanno per essere licenziati, decidono di truffare l’azienda con un virus
informatico che devia microtransazioni sul loro conto bancario, “come succede in
Superman 3, un film davvero sottovalutato”. Dopo varie peripezie e sul punto di
venire scoperti, Peter decide di restituire il denaro con un assegno e lascia
nell’ufficio del capo una lettera in cui confessa la truffa. Proprio quel
giorno, dopo l’ennesima angheria, Milton decide finalmente di dare fuoco
all’azienda, che brucerà insieme alle prove del misfatto.
> In Office Space è presente un aspetto del cinema di Mike Judge che tornerà in
> ognuno dei suoi film: prendere l’impalcatura della rom-com per sviluppare al
> suo interno un tema politico.
Sono i classici temi dell’alienazione e della reificazione, ampiamente esposti
da Karl Marx nelle sue teorizzazioni sulla struttura del lavoro nella società
capitalista quelli su cui si concentra la trama del film. L’alienazione è lo
stato in cui si trova l’uomo quando non riconosce più nel lavoro (nella sua
organizzazione, nei suoi strumenti, nei suoi prodotti) una parte di sé, una sua
creazione, ma gli appare come qualcosa che sfuggendo alla sua volontà si pone
contro di lui, un ostacolo alla spontanea ricerca di felicità e realizzazione. È
un conflitto che ricorda quello tra il dottor Frankenstein e la sua creatura, se
soltanto il primo soffrisse di un’amnesia che non gli permettesse più di
riconoscerla come un frutto del suo ingegno. La reificazione, in breve, è la
naturalizzazione di questo stato: l’uomo crede di riconoscere nello stato
transitorio imposto dalle logiche dello sfruttamento una legge di natura.
Continuando la lettura marxista, il film incappa proprio in quella che era la
maggiore forma di ribellione operaia con cui il giovane Marx si era duramente
confrontato: il luddismo. In una delle scene finali del film infatti vediamo
Peter abbandonare l’ufficio per l’ultima volta, insieme ai suoi due complici,
Michael e Samir, e portare con sé una delle fotocopiatrici. La macchina sarà la
protagonista di una lunga scena di “pestaggio luddista” con tanto di
slow-motion, mazze da baseball e gangsta rap in sottofondo.
Mentre in Office Space i temi dell’alienazione e della reificazione restano
confinati al mondo dell’ufficio, di cui esiste ancora un fuori, un mondo esterno
fatto di amicizie, bevute e barbecue in cui si può evadere, nella sua opera
successiva Mike Judge porterà queste minacce alle estreme conseguenze fino a
coinvolgere l’intera società e infiltrarsi profondamente nelle facoltà cognitive
dell’umanità intera.
Nel 2006, con il suo terzo film, Idiocracy, Judge si confronta per la prima
volta con la fantascienza. Il film si apre con un’epica voce fuoricampo che,
mentre assistiamo all’avvicinarsi sullo schermo del globo terrestre fluttuante
nello spazio, ci introduce alla premessa distopica:
> L’evoluzione umana era giunta a una svolta. La selezione naturale, il processo
> per cui il più forte, più intelligente, più veloce, si riproduce in maniera
> maggiore rispetto agli altri, il processo che un tempo aveva favorito gli
> aspetti più nobili dell’uomo adesso favoriva caratteristiche diverse. La
> maggior parte della fantascienza dell’epoca aveva predetto un futuro più
> civilizzato e più intelligente, ma più il tempo passava, più le cose
> sembravano andare nella direzione opposta: un istupidimento generale. Com’era
> potuto succedere? L’evoluzione non premia necessariamente l’intelligenza.
> Senza predatori naturali ad assottigliare il branco iniziò a premiare coloro
> che si riproducevano di più e lasciò che gli intelligenti diventassero una
> specie in via d’estinzione.
Non è, evidentemente, la più raffinata delle ipotesi di biologia speculativa, ma
c’è anche di peggio: il problema, in cui incappa Mike Judge al minuto uno del
film, implicito nella sua stessa premessa (darwinismo sociale), e ben più
problematico, è l’eugenetica.
Incomincia così la memorabile sequenza (un case study, ci suggerisce la scritta
in sovraimpressione) in cui vediamo due coppie confrontarsi con la propria
intenzione di procreare in un frenetico montaggio alternato: per Trevor e Carol,
dall’alto quoziente intellettivo, “avere figli è un’importante decisione”,
“aspettiamo il momento giusto” (all’unisono, guardandosi negli occhi) “non
vogliamo farlo senza riflettere”; Trish invece entra in cucina mentre Clevon sta
bevendo una birra e gli urla: “oh merda sono di nuovo incinta”; apprendiamo
dall’albero genealogico in sovraimpressione che questo è il loro quinto figlio.
Le scene continuano a susseguirsi in un’escalation grottesca che avanza di
quinquennio in quinquennio: Trevor e Carol constatano sereni che “non possiamo
permetterci un figlio adesso, non con l’attuale congiuntura finanziaria”; nel
frattempo Clevon ha avuto due figli anche con la vicina di casa Britney e uno da
Mckenzie che lo sta inseguendo con un bastone; Trevor e Carol, finalmente decisi
al grande passo, non riescono a ottenere una gravidanza e battibeccano sul
possibile ricorso all’inseminazione artificiale; intanto Clevon Jr., quarterback
della squadra locale e primogenito di Clevon, nonostante si sia impalato con i
genitali su un cancello in seguito a un incidente con una moto d’acqua, grazie
ai progressi scientifici nel campo delle cellule staminali è riuscito comunque
ad avere diversi figli con le cheerleaders del suo liceo; purtroppo Trevor è
morto per un infarto mentre si masturbava per ottenere lo sperma per
l’inseminazione artificiale, Carol incrociando le dita dice di aver congelato i
suoi ultimi ovuli, “per quando arriverà l’uomo giusto”; l’albero genealogico di
Clevon nel frattempo si espande fino a straripare dallo schermo; “andò avanti
così per generazioni” annuncia, piena di pathos, la voce fuori campo.
> In Idiocracy i due partecipanti a un esperimento segreto di ibernazione si
> ritrovano nel 2505 in un mondo dove regna la più totale stupidità. Ma quello
> in cui vediamo risvegliarsi i due protagonisti non è poi così dissimile dal
> nostro 2025.
Esposto il presupposto teorico dell’intreccio narrativo, il film si sviluppa
come una scanzonata commedia fantascientifica in cui seguiamo le avventure di
Joe Bauers, bibliotecario dell’esercito, e Rita, una prostituta, scelti per i
loro parametri cognitivi “perfettamente nella media”, per partecipare a un
esperimento segreto di ibernazione della durata di un anno. Qualcosa ovviamente
va storto e i due si ritrovano nel 2505 in un mondo dove regna la più totale
stupidità. Ma quello in cui vediamo risvegliarsi i due protagonisti non è poi
così dissimile dal nostro 2025 (di cui è pure una sorta di anagramma numerico).
Prendiamo il primo incontro di Joe, che piomba per sbaglio nella casa di Frito
Pendejo, quello che più avanti nel film diventerà il suo avvocato. Lo trova
seduto, su una poltrona con gabinetto integrato, mentre guarda un grande schermo
contornato di pubblicità su cui va in onda Ow! My balls!, una serie
interminabile di video in cui il protagonista incappa in vari incidenti che
hanno a che fare con i suoi genitali. Una situazione familiare che non può non
ricordarci quella di una seduta mattutina al bagno mentre ci frastorniamo con
centinaia di clip su TikTok.
Joe e Frito, durante tutta la parte centrale del film, ci accompagnano in varie
peripezie, permettendoci di scoprire come funziona la società del futuro: mentre
le insegne delle attività commerciali hanno adottato nomi sempre più volgari
(bambini festeggiano il compleanno dalla famosa catena di fastfood Buttfuckers),
i vari indumenti che le persone indossano non sono che patchwork pubblicitari di
una moltitudine di brand e Joe, nonostante parli il suo inglese medio, ha grandi
difficoltà a comunicare con chiunque: ogni volta scatena una reazione violenta
in chi lo ascolta perché, come ci avverte la solita voce fuori campo, la sua
lingua rispetto a quella corrente suona davvero “pompous and faggy”. Ancora:
negli ospedali si accumulano le slot machine, il film di maggior successo
dell’anno si chiama Ass ed “è esattamente quello, per novanta minuti” (un culo
su uno schermo). Joe finirà persino per incontrare il presidente degli Stati
Uniti Dwayne Elizondo Mountain Dew Herbert Camacho, un ex wrestler che ha
trasformato la Casa bianca in una corrida di macchiette untuose da talent show.
Una classe politica non dissimile da quella che è possibile ammirare oggi nel
secondo governo Trump.
Ogni azione (ricordiamolo: siamo nel futuro) è tecnologicamente determinata,
dalle diagnosi negli ospedali, alla videosorveglianza onnipervasiva, dalla
gestione carceraria fino alla identità stessa dell’individuo, esposta
costantemente al controllo delle forze dell’ordine tramite un codice a barre
tatuato sul polso. Tutto così assurdo eppure stranamente familiare, come nella
migliore fantascienza. Con una forzatura ermeneutica possiamo provare a
ipotizzare, con il senno di poi, che un così plateale declino cognitivo, invece
che da una selezione genetica, potrebbe essere stato causato proprio dall’uso di
quelle tecnologie compiacenti che, in Idiocracy, vediamo radicate profondamente
nella vita quotidiana della società.
Tanto nella fantascienza di Judge, quanto nel nostro presente, viviamo in una
società ipertecnologica che, deresponsabilizzando l’individuo in ogni sua
mansione pratica e lo porta a un inaridimento cognitivo dovuto all’oblio del
processo stesso, demandato ormai da tempo, soltanto alla macchina. È la
situazione che André Gorz, filosofo francese, in L’immateriale (2003),
interrogandosi se l’umanità sia ancora soggetto o oggetto della propria
evoluzione tecnologica, rintraccia nelle nuove forme di capitalismo cognitivo:
> gli apparati megatecnologici, ritenuti dominare la natura e sottometterla al
> potere degli uomini, assoggettano gli uomini agli strumenti di quel potere. Il
> soggetto sono loro: questa megamacchina tecnoscientifica che ha abolito la
> natura per dominarla e che costringe l’umanità a mettersi al servizio di
> questo dominio. Lo sviluppo delle conoscenze tecnoscientifiche cristallizzate
> nel macchinario del capitale, non ha generato una società dell’intelligenza ma
> una società dell’ignoranza. La grande maggioranza conosce sempre più cose, ma
> ne sa e ne comprende sempre meno.
In Idiocracy le piante vengono annaffiate da anni con una bevanda energetica
chiamata Brawndo – The thirst mutilator. Lo scopriamo quasi alla fine del film,
quando realizziamo che tutto il mondo è preda di una carestia di cui non si
conoscono le cause. Nel frattempo Joe aveva aperto un lavandino e visto uscire
la bevanda verde fluorescente invece dell’acqua, una tra le tante stranezze.
Tutto il mondo in realtà ha sostituito da tempo e ovunque l’acqua col Brawndo;
quando Joe chiede dell’acqua gli viene risposto ridendo “quale? quella del
cesso?”; quando chiede il perché di questa sostituzione gli viene risposto
“perché Brawndo ha gli elettroliti!”, ma nessuno, Joe compreso, sa cosa siano
questi elettroliti.
> Tanto nella fantascienza di Judge, quanto nel nostro presente, viviamo in una
> società ipertecnologica che, deresponsabilizzando l’individuo in ogni sua
> mansione pratica e lo porta a un inaridimento cognitivo dovuto all’oblio del
> processo stesso, demandato ormai da tempo, soltanto alla macchina.
Torna, come in Office Space, il tema dell’alienazione e della reificazione, ma
in Idiocracy la sua pervasività è completa, l’ottusità tecnocratica della
software house ha infiltrato l’intera società e come l’ufficio era destinato a
bruciare alla fine del film precedente, qui il mondo, reso sterile dall’eccesso
di sali minerali contenuti nella Brawndo sembra destinato a inaridirsi e
collassare.
L’apocalisse appare imminente perché anche il bene primario alla base della vita
terrestre, l’acqua, ha subito un processo di completa risignificazione
mercantile, è mancante di una qualche proprietà fondamentale (i decantati
elettroliti) e, in quanto gratuita e disponibile, non può avere valore, o se lo
ha deve essere regolamentata. È proprio questo il modo in cui Gorz illustra il
rapporto fagocitante tra capitalismo e natura: “l’abolizione della natura ha
come motore non il progetto demiurgico della scienza, ma il progetto del
capitale di sostituire alle ricchezze prime, che la natura offre gratuitamente e
che sono accessibili a tutti, delle ricchezze artificiali e mercantili:
trasformare il mondo in merci di cui il capitale monopolizza la produzione,
ponendosi in tal modo come padrone dell’umanità”.
Quando Joe viene infine riconosciuto come l’uomo più intelligente del mondo e
assoldato dal presidente Camacho come ministro degli Interni per risolvere il
problema della siccità, propone banalmente di sostituire della semplice acqua
alla bevanda energetica usata nell’irrigazione dei campi ormai infertili. Prima
che, tra lo sgomento di tutti, la soluzione si riveli efficace, il presidente
viene contattato dal CEO della Brawndo Corporation in preda al panico, le azioni
stanno crollando e il computer ha eseguito autonomamente i licenziamenti
necessari a riassestare la società, metà della popolazione del Paese si ritrova
disoccupata e inferocita invade la Casa bianca: vogliono la testa di Joe. La
messa in scena del film è decisamente più sobria rispetto all’attacco a Capitol
Hill del 2021.
Lo scambio reciproco di soggetto e oggetto che Gorz vede nel rapporto odierno
tra esseri umani e tecnologia digitale non determina soltanto un inedito
slittamento di potere ma anche un capovolgimento delle influenze ideologiche
attive in questo campo di forze. Quella che Marcuse definiva la razionalità
tecnologica, l’ideologia della classe dominante di cui è imbevuto ogni prodotto
tecnologico da questa progettato, in una società in cui la tecnologia è ormai
soggetto autonomo dell’esistente, da strumento del potere diventa essa stessa
creatrice di una propria ideologia autonoma che l’uomo subisce passivamente.
L’umanità aspira infine a quell’assenza di pensiero (istupidimento), a
quell’automatismo freddo (deresponsabilizzazione) che è una caratteristica
intrinseca della macchina.
Non stiamo già decantando tutti da anni le virtù sorprendenti dell’Intelligenza
artificiale? Sentendoci in pericolo, dipendenti, aspirando infine alla sua
velocità e abilità tecnica? Quanto abbiamo dovuto sminuire la vita umana in sé
per paragonarci a efficienti dispositivi digitali e quanto della visione attuale
dell’uomo come semplice macchina pensante è implicita in questo schema di
pensiero? Continua Gorz: “l’uomo è ‘obsoleto’, bisogna dotarlo di protesi
chimiche per ‘tranquillizzare’ il suo sistema nervoso stressato dalle
aggressioni che subisce e di protesi elettroniche per aumentare le capacità del
suo cervello”.
Come si esce da tutto ciò? Un testo recente, Hacking del sé (2024), l’ultimo
contributo del lavoro ormai decennale del collettivo Ippolita, un centro di
ricerca indipendente che si occupa di filosofia dell’informatica e
tecnopolitica, può essere una guida utile. Il libro, raccogliendo una
miscellanea di interventi del collettivo (prefazioni, postfazione, articoli e
cut-up) pubblicati in varie sedi, si interroga proprio su “l’impatto che le
tecnologia commerciali hanno sui loro utenti e come influiscano sulla
costituzione della loro soggettività, sulla loro formazione e sul loro vivere
comune”.
> Secondo il collettivo Ippolita è in atto una sempre maggiore “delega reiterata
> dei desideri e delle capacità cognitive a procedure algoritmiche. Ma se le
> tecnologie non sono neutre, bensì incarnano e configurano mondi, la delega
> tecnica si rivela per quello che è: delega sociale e politica”.
Analizzando la delega tecnologica che mette in atto l’umanità nei confronti
delle tecnologie digitali, Ippolita scandaglia le conseguenze di quel processo
per cui “milioni di utenti si servono di app e servizi per il monitoraggio e la
gestione di aspetti sempre più numerosi della vita quotidiana”; è in atto una
sempre maggiore “delega reiterata dei desideri e delle capacità cognitive a
procedure algoritmiche. Ma se le tecnologie non sono neutre, bensì incarnano e
configurano mondi, la delega tecnica si rivela per quello che è: delega sociale
e politica”.
L’obiettivo delle grandi corporation tecnologiche, si spiega nel testo, è
proprio quello “di rendere comune e abituale un numero crescente di azioni e
relazioni cui viene riconosciuto valore in quanto profittevole, secondo l’etica
del consumo incarnata appunto dall’utente, che è paradossalmente al servizio del
fornitore del servizio”. È lo stesso ribaltamento di prospettiva di cui parla
Gorz riguardo il progresso tecnologico. È lo stesso procedimento che, fuori
dall’ambito tecnologico, è attuato dalla Brawndo Corporation nel film, che è
riuscita a sostituire l’acqua con la sua bevanda energetica.
Per Ippolita la soluzione non passa per un intervento correttivo sociale (che
oggi nessuno, nemmeno gli Stati, se volessero, avrebbero la forza di effettuare)
ma da una disciplina del soggetto, una routine che coinvolga tanto il nostro
corpo quanto la nostra mente. Il concetto è espresso fin dal titolo del volume:
> per hacking del sé, ispirandoci ai lavori dell’ultimo Foucault, intendiamo un
> esercizio di cura del sé che inizia con il comprendere quale tipo di norma le
> megamacchine sono capaci di farci assumere, per capire come disinnescarla
> prima che la sua forza ci renda conformi e oppressi. Avere riguardo per il
> proprio corpo digitale, proteggerlo perché si emancipi dall’informatica
> commerciale, riconoscere l’importanza che ha nella nostra vita, significa fare
> un passo di consapevolezza tecnica e nel contempo di responsabilità etica
> verso noi stessi e verso la comunità. Per questo secondo noi il campo della
> battaglia si gioca sulla cura di sé, tra addestramento e consapevolezza, ed è
> qui che si aprono margini possibili di emancipazione e coscientizzazione.
Il lavoro che bisognerà fare – qui e ora – è esposto nel libro in maniera piana
e pragmatica, sono semplici propositi che provano a illuminare una via
possibile, di cui non conosciamo gli ostacoli futuri ma di cui possiamo già
intuire chiaramente la direzione: “comprendere che tipo di riconfigurazione sta
avvenendo e agire una decodifica delle norme che tentano di scriverci addosso: è
questo l’esercizio e l’abito che stiamo ricercando. Osservare e osservarsi,
andare domandando, sperimentare e verificare nuove individuazioni psichiche e
collettive”.
L'articolo Idiocracy now proviene da Il Tascabile.
N el 1956 il sociologo russo-americano Pitirim Sorokin coniava il termine
quantofrenia per denunciare un fenomeno che, a suo dire, rischiava di svuotare
le scienze sociali di ogni profondità: l’ossessione per la misurazione numerica
della realtà. In un momento storico segnato dalla volontà di rendere
scientificamente affidabili le scienze umane, la quantità sembrava l’unica
strada per la legittimazione. Eppure, Sorokin vedeva in questa tendenza un
pericolo: ridurre la complessità dell’esperienza umana a semplici dati
significava sacrificare la qualità alla contabilità, la comprensione profonda
alla superficie della cifra.
Quella che Sorokin descriveva come una deriva potenziale è oggi diventata
sistema. Viviamo immersi in un ambiente culturale che ha fatto della
datificazione la sua ideologia dominante. Ogni gesto, emozione, desiderio e
pensiero può (e deve) essere tracciato, misurato, confrontato. L’essere umano
contemporaneo si muove in un ecosistema fatto di tracker, dashboard, KPI (Key
Performance Indicator), insight, analytics, convinto che ogni aspetto della sua
esistenza sia più vero quanto più numericamente rappresentabile.
Questo non vale solo per le aziende o le istituzioni, ma per la vita quotidiana.
Il nostro sonno, il battito cardiaco, la produttività, le emozioni: tutto viene
tradotto in dati. Il filosofo sudcoreano-tedesco Byung-Chul Han in La società
della trasparenza (2014) ha scritto che “oggi tutto dev’essere trasparente,
tutto deve essere visibile, misurabile”. Ma la trasparenza, apparentemente virtù
democratica, si rivela così una forma subdola di controllo: l’efficienza che
diventa valore morale. Sempre secondo Byung-Chul Han, “la società della
trasparenza è una società della sorveglianza che si maschera da libertà”. Se in
teoria sapere tutto di sé dovrebbe renderci più liberi e consapevoli, in pratica
ci consegna a un’autosorveglianza continua. La quantità crescente di dati a
nostra disposizione non ci rende affatto più lucidi: ci sovraccarica. L’accesso
all’informazione è individuale, ma l’elaborazione è lasciata al singolo, senza
strumenti, senza tempo, senza tregua. Non è tanto una questione di opacità, ma
di asfissia cognitiva.
David Brooks, editorialista del New York Times, in L’animale sociale. Alle
origini dell’amore, della personalità e del successo (2012) esplora le radici
emotive e inconsce del comportamento umano, contestando l’idea che siamo guidati
da scelte razionali e misurabili: “La mente inconscia si occupa di gran parte
del lavoro della vita. È come un presidente che prende decisioni ma che non ha
idea di come le sue politiche vengano attuate”. L’ossessione per i dati,
confrontandosi solo con la razionalità misurabile, ignora la complessità delle
motivazioni umane. Brooks mostra come la vera formazione del carattere, della
moralità, della felicità non sia misurabile: “Ciò che rende la vita
significativa sono le relazioni intime, il senso di appartenenza, la gratitudine
– tutte cose che sfuggono al numero”.
> In un momento storico segnato dalla volontà di rendere scientificamente
> affidabili le scienze umane, la quantità sembrava l’unica strada per la
> legittimazione.
La tendenza a ridurre la realtà a ciò che è misurabile non è solo una strategia
cognitiva, ma un vero e proprio paradigma ideologico che si nutre di una falsa
promessa: che i dati possano raccontare il reale in modo oggettivo. Come notava
Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia, in Pensieri lenti e veloci (2012),
invece, gran parte delle nostre decisioni è guidata da processi intuitivi,
emotivi, non razionali. E là dove il dato pretende di spiegare tutto, finisce
spesso per mascherare la complessità. Lo stesso Kahneman ha messo in guardia
contro l’eccessiva fiducia nella coerenza statistica, evidenziando il ruolo
centrale del contesto e delle euristiche.
Più ci affidiamo ai numeri, più ci deresponsabilizziamo. Un effetto paradossale,
dal momento che è proprio l’ansia di controllo che alimenta la smania di
misurare tutto a portarci a delegare le decisioni ai dati, spogliandoci della
responsabilità. Il numero rassicura, ci assolve: “lo dice l’algoritmo”, “è un
dato oggettivo”, ma il controllo così perseguito si rivela illusorio: invece di
decidere, lasciamo che una finta certezza decida per noi. Se un progetto
fallisce, si incolpano i dati; se una decisione si rivela errata, era comunque
“data-driven”. In questo modo, come ha osservato Herbert Simon, teorico
dell’automazione e padre del concetto di “razionalità limitata”, in La ragione
nelle vicende umane (1984), il dato diventa alibi e non strumento di
comprensione.
La distorsione non è solo cognitiva, ma anche narrativa. Isaac Asimov lo aveva
intuito già nel 1955 con il racconto Diritto di voto (pubblicato per la prima
volta in Italia nel 1962 sulla rivista Galaxy): in un futuro ipertecnologico,
l’esercizio democratico viene rimpiazzato da un supercomputer, Multivac, in
grado di prevedere il voto di tutta la popolazione intervistando un solo
cittadino rappresentativo. Non importa più cosa si pensa o cosa si vuole:
importa solo che i dati funzionino. L’immaginazione cede il passo all’inferenza
statistica.
> – Multivac possiede già la maggior parte delle informazioni necessarie per
> decidere quali saranno i risultati delle elezioni nazionali, statali e locali.
> […] Non possiamo prevedere quali domande le farà, ma sappiamo che forse non
> avranno senso, né per lei né per noi. […] Durante il colloquio dovremo
> ricorrere a qualche semplice dispositivo che le terrà sotto controllo
> pressione sanguigna, il battito cardiaco, la conduttività della pelle e le
> onde cerebrali. […]
> – Questa roba serve per controllare se dico la verità? – chiese Norman.
> – Nient’affatto, signor Muller. Non ha importanza che lei menta o dica la
> verità.
Nel momento in cui Multivac afferma che “non ha importanza che lei menta o dica
la verità”, Asimov ci mostra una distopia dove la soggettività non ha più peso.
Non conta cosa credi o cosa pensi, perché l’infrastruttura algoritmica ha già
deciso chi sei e cosa farai. È una prefigurazione inquietante del nostro
presente: i dati raccolti, incrociati e analizzati ci assegnano una “verità”
algoritmica, spesso più influente delle nostre reali intenzioni o convinzioni.
La verità, come l’intenzione politica, diventa ridondante. L’intelligenza
artificiale generativa ha accelerato ulteriormente questa logica, rendendo
possibile la creazione automatica di contenuti visivamente attraenti ma
stilisticamente omologati. Emblematico il caso delle illustrazioni ispirate allo
Studio Ghibli: la bellezza è replicabile, ma l’originalità è sacrificata.
> Il numero rassicura, ci assolve: “lo dice l’algoritmo”, “è un dato oggettivo”,
> ma il controllo così perseguito si rivela illusorio: invece di decidere,
> lasciamo che una finta certezza decida per noi.
La cultura digitale ha così internalizzato la quantofrenia. Le metriche sono
diventate una seconda pelle: i like, le condivisioni, le visualizzazioni hanno
sostituito il giudizio critico. La comunicazione si adatta alle logiche degli
algoritmi e non alle esigenze del contenuto. Come osserva Evgeny Morozov in To
Save Everything, Click Here (2013), l’uso strumentale della tecnologia tende a
risolvere problemi complessi con soluzioni semplicistiche, nascondendo
implicazioni politiche e culturali.
La tendenza alla misurazione si è infiltrata anche nelle istituzioni educative.
Le scuole e le università, sempre più soggette a ranking e valutazioni
standardizzate, sono costrette a misurare l’impatto della ricerca e
dell’insegnamento in termini di produttività. Ma come si misura una buona
lezione? Come si quantifica l’effetto trasformativo della cultura su una
persona? La valutazione dell’apprendimento rischia di diventare una caricatura
di sé, come ha argomentato Martha Nussbaum in Non per profitto. Perché le
democrazie hanno bisogno della cultura umanistica (2014). Nussbaum critica
l’educazione orientata ai test e ai numeri perché sacrifica le capacità
critiche, empatiche ed etiche, cioè quelle fondamentali per una cittadinanza
attiva. “Una democrazia – scrive – richiede cittadini che non solo abbiano
capacità tecniche, ma che possano pensare criticamente, esaminare le tradizioni,
comprendere il significato della sofferenza e dell’ingiustizia”. Ridurre tutto a
metriche (valutazioni PISA, crediti, output di ricerca) snatura l’educazione: la
trasforma in addestramento. La cultura, invece, dovrebbe formare esseri umani
completi, non solo lavoratori efficienti.
Eppure, i dati non sono il male. Come sottolineano anche Harvard Business
Publishing e Forbes in numerosi contributi sul management, affidarsi
esclusivamente alla quantificazione rischia di semplificare eccessivamente
fenomeni complessi, conducendo a decisioni paradossalmente meno informate, ma le
metriche possono aiutarci a identificare delle opportunità che sarà l’intuizione
a tradurre in scelte realmente efficaci. I numeri non provano gioia, dolore,
entusiasmo: sono strumenti, non fini. Un esempio virtuoso fu House of Cards
(2013-2018), prima produzione originale Netflix basata su dati di fruizione che
indicavano una domanda per contenuti politici. Ma non furono i numeri a
decretarne il successo: fu l’intuizione creativa, il cast d’eccezione, la cura
narrativa. Oggi, invece, la stessa piattaforma viene criticata per puntare su
formule prevedibili e produzioni a basso rischio.
La crisi della narrazione si accompagna a una crisi del senso. Se ogni scelta è
calcolata, ogni comportamento previsto, che spazio resta per l’incertezza, per
l’imprevisto, per l’errore creativo? Come possiamo ancora raccontare storie che
aprano mondi, invece di ridurli a ciò che è già noto? In Contro i numeri. Perché
l’ossessione per dati e quantità sta rallentando il mondo (2019), lo storico
Jerry Z. Muller mostra come l’ossessione per la misurazione danneggi i contesti
che vorrebbe migliorare. Il problema, secondo Muller, è che “quando una metrica
diventa un obiettivo, smette di essere una buona metrica”. Succede nella sanità
(dove si punta a ridurre i tempi d’attesa a scapito della qualità della cura),
nell’istruzione (dove si insegna “per il test” anziché per formare pensiero
critico), nella ricerca (dove si pubblica molto ma si scopre poco). Muller parla
di “perversione dei segnali”: i numeri nascono come indicatori, ma finiscono per
sostituire i fini ultimi delle istituzioni.
> La nostra è l’epoca della datificazione della realtà, dove tutto deve essere
> misurabile e misurato.
I dati, insomma, possono ispirare, ma non devono dettare. Come ha scritto
Shoshana Zuboff in Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità
nell’era dei nuovi poteri (2019), “l’esperienza umana è diventata materia prima
gratuita per le pratiche commerciali nascoste di estrazione, previsione e
vendita”. La logica predittiva, secondo Zuboff, sottrae all’individuo il diritto
di definire la propria identità e i propri fini. L’azione spontanea, la
creatività, la decisione etica vengono erose da modelli che anticipano e
condizionano il comportamento. “Questa non è automazione – scrive – è
espropriazione”. Il soggetto viene dissolto nella previsione: non siamo più chi
scegliamo di essere, ma chi il sistema calcola che saremo.
Ed è qui che, infine, la riflessione si fa personale. Ho visto alcune delle
menti migliori della mia generazione struggersi di fronte a serie di dati
impazziti. Rifiutare cene a base di pizze lievitate naturalmente per più di
ventiquattr’ore per sacrificare la vista su metriche svuotate di significato e
fogli Excel troppo luminosi, animate dall’isteria per la consegna del prossimo
report trimestrale. Percorrere i pochi metri quadri di casa con una tazza di
caffè filtrato, cuffie noise-cancelling e felpa oversize di cotone biologico
alla ricerca della formula definitiva per il successo in dieci semplici mosse,
se sintetizzabili in cinque anche meglio. I pollici incollati allo schermo in
cerca di una validazione numerica a sé stessa.
Siamo social media manager, data analyst, SEO specialist, ricercatori. Apostoli
del dato, cavalieri della tabella pivot, eminenze grigie dell’analytics. Con
montature da intellettuale non praticante e outfit business casual calibrati al
millimetro, perché nulla dice “basato su dati significativi” come un look
azzurrino ben stirato. Abbiamo smesso di parlare di idee: meglio restare
ancorati alle metriche di performance, all’eventuale ritorno sull’investimento,
di percentuali, tante percentuali. Sempre del “cosa”, mai del “perché”.
La nostra è l’epoca della datificazione della realtà, dove tutto deve essere
misurabile e misurato. Ogni respiro, ogni passo, ogni sbuffo viene tradotto in
un grafico a torta o in una linea preferibilmente ascendente. Mi sono appena
svegliata: Fitbit ci tiene a dirmi che ho dormito il 13% in meno rispetto alla
media della popolazione degli altri millennial ansiosi. Ordino un cappuccino e
c’è un’app che mi informa che ho speso il 22% in più rispetto al budget mensile
per le mie bevande a base di latte d’avena. Il mio smartwatch registra
un’accelerazione del battito cardiaco: inquietudine da overspending. Voglio lo
zucchero, voglio il cacao? Consulto l’app delle calorie. Non me lo godo, ma
almeno so quanto mi è costato in termini finanziari e metabolici: è fantastico.
Se vado a correre e scordo di avviare l’app, semplicemente la mia corsa non
esiste. Ogni decisione, ogni singolo, microscopico gesto è misurato, analizzato,
comunicato e archiviato. Quand’è che ho smesso di raccontare storie per
limitarmi a ricevere e distribuire dati? Quand’è che sono diventata un’anima
misurata?
L'articolo Quantofrenia, la patologia dell’anima misurata proviene da Il
Tascabile.
N on è mai facile fare affermazioni categoriche sulla propria contemporaneità,
ma penso si possa dire con un certo grado di sicurezza che le tecnologie
digitali sono tra quelle che hanno maggiormente caratterizzato l’orizzonte
storico e sociale degli ultimi 25 anni. A renderle così influenti sono
soprattutto due delle loro caratteristiche distintive: la capacità di
trasformare qualsiasi dispositivo a cui vengono applicate in un calcolatore
capace di generare, raccogliere e analizzare dati e la diffusione globale della
connettività che mette in rete tutti questi dispositivi e permette loro di
comunicare in modo (semi)istantaneo a grandi distanze.
Con il tempo, la prima ha generato una logica per cui ogni fenomeno diventa
misurabile (e quindi ottimizzabile), mentre la seconda ha esteso la rete dagli
esseri umani agli oggetti, rendendo automatizzabile praticamente ogni genere di
dispositivo. Nonostante semplifichi in modo brutale la sua effettiva
complessità, questa descrizione ci serve per fissare lo stato dell’evoluzione
delle tecnologie digitali e ci permette di indicarla come la base su cui
poggiano le loro applicazioni più recenti ed embrionali.
> In molti casi, l’impatto rivoluzionario che tecnologie come blockchain,
> metaverso e intelligenza artificiale dovrebbero produrre è più supposto che
> effettivo.
Applicazioni che sono al centro di Simulacri digitali. Le allucinazioni e gli
inganni delle nuove tecnologie, un saggio uscito all’inizio di aprile per add
editore; a firmarlo è Andrea Daniele Signorelli, uno dei giornalisti tech più
preparati che abbiamo in Italia. Blockchain, metaverso, robotica e intelligenza
artificiale sono alcune delle principali tecnologie di cui Signorelli si propone
di smascherare le “allucinazioni e gli inganni” a cui si fa riferimento in modo
esplicito nel sottotitolo del libro. Ma per quale motivo Signorelli parla di
allucinazioni e inganni a proposito di tecnologie a cui ci si riferisce quasi
sempre in termini altisonanti, enfatizzando la loro capacità di produrre un
impatto rivoluzionario?
La risposta più semplice e brutale è: perché, in molti casi, l’impatto
rivoluzionario che queste tecnologie dovrebbero produrre è più supposto che
effettivo. Il web3 è un esempio a tal punto evidente di questa natura
ingannevole di alcune delle più recenti e chiacchierate applicazioni delle
tecnologie digitali, da spingere Signorelli a usare l’espressione “grand truffa”
per aprire il paragrafo che le dedica nel penultimo capitolo del libro. Per
l’autore, il web3 rappresenta “la terza incarnazione della rete”, che segue il
web 1.0 (statico e leggibile) e il web 2.0 (dinamico e partecipativo) e
“promette invece di sfruttare la blockchain e le criptovalute per dare vita a un
ecosistema digitale in cui non solo possiamo leggere e scrivere sulle
piattaforme, ma anche possederne delle quote”.
Per spiegare quest’ultimo concetto Signorelli fa l’esempio di Filecoin:
> una sorta di Dropbox (un popolare sistema di archiviazione file, ndr) della
> blockchain che permette a tutti di salvare contenuti nel cloud. Il cloud di
> Filecoin non ha però sede nei data center di proprietà di qualche colosso del
> settore, ma negli hard disk di tutti i computer collegati a questa blockchain.
> […] Chi affitta lo spazio presente sull’hard disk del proprio computer tramite
> Filecoin ottiene in cambio una quantità proporzionale della criptovaluta
> collegata, chiamata Fil, che può poi essere venduta sulle tradizionali
> piattaforme di compravendita di criptovalute.
Per i fautori e gli entusiasti di questa tecnologia “quella immaginata dal web3
è quindi un’utopia in cui l’economia di Internet fa piazza pulita dei colossi
monopolistici che la dominano e permette a tutti gli utenti di conquistare una
fetta della ricchezza oggi concentrata nelle mani di pochissimi”.
> La distanza tra la narrazione di un’applicazione delle tecnologie digitali e
> la realtà del loro effettivo impatto non è accidentale, si deve a quello che
> l’autore definisce “technomarketing”, ovvero il modo in cui le grandi aziende
> utilizzano tecniche di storytelling per promuovere sé stesse e i loro
> prodotti.
Il problema di questa narrazione, mostra in modo efficace Signorelli, è che la
sua realizzazione si sta rivelando meno lineare del previsto ma, soprattutto,
molto più opaca. La blockchain è una tecnologia che richiede all’utente
conoscenze approfondite di informatica, impegno e un atteggiamento attivo e
partecipe, caratteristiche che non la rendono facile da usare, per non parlare
del fatto che i suoi fautori più accaniti sono una nicchia di utenti consapevoli
e molto esperti di informatica, tutt’altro che propensi a renderla tale.
Ciononostante, per poter finanziare lo sviluppo, la manutenzione e la crescita
di applicazioni basate su questa tecnologia servono soldi e per poterla
monetizzare serve allargarne la base di utenti disposti a pagare per farlo.
È per allargare questo collo di bottiglia che intervengono i fondi di venture
capital che finanziano sia lo sviluppo delle applicazioni basate sulla
blockchain sia quello di piattaforme in grado di semplificare l’utilizzo da
parte di utenti privi di un’alfabetizzazione digitale avanzata e specialistica.
Un doppio movimento che, nonostante l’enfasi posta sulla sua natura
decentralizzata, introduce nella blockchain le stesse dinamiche di
centralizzazione di cui i suoi fautori più “zelanti” volevano fare piazza
pulita.
La distanza tra la narrazione di un’applicazione delle tecnologie digitali e la
realtà del loro effettivo funzionamento, utilizzo e impatto non è accidentale
ma, come mostra bene Signorelli durante tutta la trattazione, si riscontra nella
maggior parte, se non in tutte, le applicazioni che vengono raccontate in
Simulacri digitali. Questo iato si deve a un fenomeno che l’autore definisce
“technomarketing”, ovvero il modo in cui le grandi aziende tecnologiche
utilizzano tecniche di storytelling per promuovere sé stesse e i loro prodotti.
Fino a qui nulla di particolarmente scandaloso; il racconto del prodotto e del
brand sono alla base della leva promozionale del marketing mix di qualsiasi
azienda. Ma è la scala a cui tende questo processo a rendere prolifica
l’intuizione di Signorelli. Per capire cosa intendo con l’espressione “scala” è
opportuno chiarire la distinzione tra “storia” (story) e “narrazione”
(narrative).
> Ciò che fa delle grandi aziende tecnologiche forze di natura storica
> all’interno della nostra società è proprio la loro volontà esplicita di agire
> sulla dimensione metanarrativa dello sviluppo dell’umanità.
Una storia è il racconto di un evento ‒ reale o immaginario a seconda del
registro che scegliamo di utilizzare o del genere che decidiamo di praticare ‒
o, nel nostro caso, di una tecnologia come, appunto, la blockchain, la robotica,
il metaverso o l’intelligenza artificiale. Una narrazione invece è il modo in
cui scegliamo di raccontare una storia o una serie di storie collegate tra di
loro. Ciò che caratterizza le narrazioni è che esse possono dispiegarsi a più
livelli sovrapposti.
Il livello più basso di una narrazione è quello personale, ovvero il modo in cui
raccontiamo la nostra vita come un susseguirsi di eventi puntuali o periodi
lineari che costituiscono la nostra identità o il punto di vista che distilliamo
sulla realtà che ci circonda. Al di sopra del livello personale c’è il livello
delle organizzazioni, ovvero il modo in cui un’organizzazione di qualsiasi tipo
(un’azienda, un partito politico, un culto) descrive sé stessa come una realtà
unica e peculiare. Più sopra ancora c’è il livello industriale, ovvero quello in
cui le organizzazioni elaborano una serie di storie in risposta alla domanda
“quale ruolo interpretiamo e rivestiamo nel nostro specifico settore?”. L’ultimo
livello, quello che caratterizza le narrazioni apicali, è quello a cui si
collocano le cosiddette “metanarrazioni”, ovvero quello in cui una serie di
individui organizzati elevano l’impatto che esercitano sul proprio contesto di
riferimento a una dimensione storica, capace di piegare alle proprie condizioni
lo sviluppo dell’umanità intera.
> L’ideologia delle grandi aziende tecnologiche è composta da un melange di
> millenarismo, fascinazioni soluzioniste ed echi di quella sorta di “destino
> manifesto” proprio della corrente lungotermista della filosofia contemporanea.
Ciò che fa delle grandi aziende tecnologiche forze di natura storica all’interno
della nostra società è proprio la loro volontà esplicita di agire sulla
dimensione metanarrativa dello sviluppo dell’umanità, attraverso il modo in cui
l’ideologia personale dei loro fondatori si riflette nel modo in cui essi
plasmano le organizzazioni e, attraverso di esse, influenzano i settori
industriali nei quali operano. Quali siano i tratti dominanti di questa
ideologia Signorelli lo spiega bene nei capitoli intitolati “La religione
dell’intelligenza artificiale” e “L’inquietante filosofia della Silicon Valley”.
Non c’è qui abbastanza spazio per approfondire le dimensioni religiose e
filosofiche dell’ideologia delle Big Tech ma è opportuno specificare che questa
è composta da un melange di millenarismo, fascinazioni soluzioniste ed echi di
quella sorta di “destino manifesto” che trova nella corrente lungotermista della
filosofia contemporanea il suo riferimento più saldo e prolifico. Quello che va
invece sottolineato è a cosa sia funzionale la narrazione del futuro che,
attraverso la produzione costante di storie, gli apparati di propaganda delle
grandi aziende tecnologiche distillano da questo sostrato ideologico, ovvero la
sua capacità di retroagire sul presente determinandolo.
Lo sviluppo delle tecnologie digitali più avanzate sembra seguire un copione
scritto in anticipo: quello delle storie che raccontiamo su di esse. E i loro
effetti, a dispetto della retorica, sono tutt’altro che immaginari. Più una
tecnologia viene raccontata come capace di risolvere i problemi dell’umanità su
una scala e con un impatto di dimensione storica, più sarà probabile che questa
tecnologia riuscirà a prevalere sulle altre tecnologie concorrenti nella
competizione per assicurarsi risorse, materiali e finanziarie, per potersi
sviluppare ulteriormente.
> Lo sviluppo delle tecnologie digitali più avanzate sembra seguire un copione
> scritto in anticipo: quello delle storie che raccontiamo su di esse. E i loro
> effetti, a dispetto della retorica, sono tutt’altro che immaginari.
Insieme alla tecnologia e al suo apparato di propaganda, la finanza, così
sostiene Signorelli, è una delle tre forze che mantengono attivo questo processo
di estrazione basato sulla produzione semiotica. Il metaverso è senza dubbio uno
degli esempi in cui questo processo appare meno sensato e giustificato che in
altri casi. Propagandate con la promessa di creare un mondo virtuale sostituivo
di quello attuale, le aziende che dichiaravano di voler costruire applicazioni
per questa tecnologia sono riuscite a raccogliere ingenti fondi ma sono state
incapaci di creare un’esperienza in grado anche solo di avvicinarsi a quanto
promesso, limitandosi a dare vita a goffe copie della realtà come l’ufficio
delle imposte ricreato da un comune norvegese “all’interno di Decentraland (un
ambiente immerso, non in realtà virtuale ma che rientra comunque nelle
tradizionali definizioni di metaverso), in cui recarsi con il proprio avatar per
pagare le tasse”.
Attraverso l’imposizione delle proprie narrazioni, le grandi aziende
tecnologiche riescono dunque a ottenere quello che, secondo l’interpretazione
che ne dà il filosofo tedesco Martin Heidegger, è l’obiettivo della tecnologia
moderna: smettere di essere il mezzo per ottenere un fine e diventare una
modalità di rivelazione del mondo, ovvero una forza in grado di modificare il
nostro modo di vedere e vivere la realtà.
> Per l’autore del libro, la realtà che ci circonda assomiglia sempre più a una
> simulazione: non perché sia finta, ma perché è filtrata da immagini e
> narrazioni che si impongono sulla sostanza.
Qual è dunque il modo di vedere e vivere la realtà che le tecnologie digitali e
le loro applicazioni più avanzate stanno apparecchiando per noi? Signorelli
prova ad articolare una risposta a questa domanda nel primo e nell’ultimo
capitolo del libro, dialogando apertamente con il pensiero di Jean Baudrillard e
due dei suoi concetti più celebri: quello di simulacro e quello di simulazione.
Per l’autore del libro, la realtà che ci circonda assomiglia sempre più a una
simulazione: non perché sia finta, ma perché è filtrata da immagini e narrazioni
che si impongono sulla sostanza. Quelle create dalle grandi aziende tecnologiche
sono metanarrazioni potenti, capaci di riscrivere il presente con la scusa di
promettere il futuro.
Signorelli ci mostra che, spesso, le tecnologie più celebrate non mantengono le
promesse che le accompagnano. Ma le storie che le raccontano continuano a
funzionare benissimo: attirano investimenti, ne orientano lo sviluppo, e
giustificano privilegi che esse creano. In questo senso, Simulacri digitali è un
invito a non fermarsi all’incanto della narrazione tecnologica, ma a interrogare
il potere che l’ha prodotta ‒ e il mondo che sta costruendo al nostro posto.
L'articolo Simulacri digitali di Andrea Daniele Signorelli proviene da Il
Tascabile.
S embra che in ogni secolo di sviluppo tecnologico umano si debba affrontare una
nuova sfida relativa alla produzione dell’energia necessaria alla società;
curiosamente però il meccanismo chimico alla base di questa sfida è sempre lo
stesso, non da secoli bensì da miliardi di anni. Ciò che la nostra società cerca
disperatamente è una fonte di energia economica e disponibile, in particolare
oggi si tratta di produrre energia elettrica e del suo immagazzinamento.
Di cosa parliamo quando parliamo di energia
Da un punto di vista pratico qualsiasi sia la fonte energetica sperimentata
dall’umanità o da altre forme di vita, si tratta sempre e comunque di mobilitare
elettroni, cioè generare coppie redox, le odiatissime reazioni di
ossidoriduzione incubo di ogni studente, ossessione di ogni studioso
dell’energia.
> Ciò che la nostra società cerca disperatamente è una fonte di energia
> economica e disponibile, un sistema di conversione e, ancora più importante,
> un sistema di stoccaggio efficiente.
La rivoluzione industriale, basata sul carbone prima e sul petrolio poi (da cui
la locomotiva a vapore e il motore a scoppio), traeva energia dall’ossidazione
del carbonio producendo anidride carbonica. Reazioni di ossidoriduzione tanto
antiche quanto l’uso del fuoco da parte dell’uomo primitivo, che hanno
l’indesiderata conseguenza di produrre i gas responsabili del cambiamento
climatico attuale. È simile l’energia muscolare che trae origine da processi di
ossidazione di molecole organiche ottenendo come sottoprodotto lo stesso
identico gas, l’anidride carbonica. Più recentemente l’energia nucleare sembrava
aver gettato le basi per una svolta concettuale scovando l’energia direttamente
nel nucleo degli atomi, un’energia più abbondante e sfruttabile delle tante
fonti sperimentate precedentemente. L’energia nucleare sostituisce
efficientemente il carbone che scaldava le caldaie delle antiche locomotive a
vapore o la fiamma sotto la pentola a pressione che usiamo in casa, ma il
meccanismo è lo stesso: generare vapore in pressione per poi sfruttarlo
meccanicamente. Tuttavia l’energia nucleare mostra aspetti drammaticamente
negativi e irrisolvibili quali la scarsa disponibilità di materie prime fissili
(molto meno disponibili di carbone, petrolio o gas naturale), questioni di
sicurezza ambientale, oltre al mai risolto problema dello stoccaggio di scorie e
sottoprodotti radioattivi (ridotti nelle centrali di ultima generazione, ma
inevitabili e ingestibili per periodi estremamente lunghi).
Oggi le fonti energetiche rinnovabili si stanno imponendo sul mercato
assicurando la possibilità di convertire l’energia da fonti gratuite, ma con
disponibilità limitata. L’energia solare può essere prodotta solo di giorno, il
vento dipende dalle condizioni meteorologiche, il geotermico è limitato a
livello geografico. Eppure le risorse rinnovabili mostrano aspetti imbattibili:
sono già presenti e distribuite ovunque, riforniscono il nostro pianeta da
milioni di anni, non impattano l’ambiente, non richiedono miniere o sistemi di
estrazione delle materie di origine (come carbone, petrolio, uranio, ecc.).
Servirebbe solo un sistema di conversione dell’energia scelta e, ancora più
importante, un sistema di stoccaggio efficiente.
> Le risorse rinnovabili mostrano aspetti imbattibili: sono già presenti e
> distribuite ovunque, riforniscono il nostro pianeta da milioni di anni, non
> richiedono miniere o sistemi di estrazione delle materie di origine.
Le nostre precedenti sperimentazioni per generare reazioni di ossidoriduzione
partendo da carbone, petrolio o gas naturale consentivano di liberare, in ultima
analisi, l’energia solare catturata da qualche essere vivente milioni di anni fa
e conservata nei legami chimici delle sostanze prelevate dagli strati geologici.
Ma come avevano fatto i viventi del passato a carpire quell’energia? Quali altri
meccanismi chimici o biologici possono conservarla efficientemente?
Il dilemma dello stoccaggio
La vera sfida del nostro secolo è proprio questa, ed è una sfida concettuale.
Smettere di generare l’energia al momento dell’uso, ma affidarsi a una
produzione continua, morigerata, controllata di energia che verrà poi stoccata,
accumulata e resa disponibile da una rete capillare di distribuzione continua e
costante. Si tratta ovviamente dell’energia elettrica, già in uso da
generazioni, ma che dovrebbe sostituire tutte le altre fonti energetiche, in
particolare nel mondo dei trasporti. Una sfida non banale, che si scontra con le
nostre limitate capacità di accumulo e stoccaggio, a oggi il punto critico di
questa nuova visione, il cui principale oggetto di ricerca e investimento sono
le batterie. A questo proposito è curioso notare che le prime ricerche sui
fenomeni elettrici vennero condotte da medici e naturalisti su certi viventi (da
cui l’espressione “elettricità animale”) e dopo quasi tre secoli proprio la
natura potrebbe rivelarsi la strategia vincente per scovare le soluzioni ai
problemi sopracitati.
> La vera sfida del nostro secolo è una sfida concettuale: smettere di generare
> l’energia al momento dell’uso, ma affidarsi a una produzione continua, e a
> un’infrastruttura decentralizzata di accumulo e distribuzione.
Furono le piccanti dispute tra Luigi Galvani e Alessandro Volta a chiarire
l’origine della corrente elettrica. Se il primo la considerava un fluido di
origine vitale o animale (forte delle osservazioni condotte su esseri come le
anguille elettriche), il secondo dimostrò come fosse possibile generare
elettricità mediante l’uso di metalli diversi sapientemente accoppiati (la
famosa pila di Volta). Ciò che oggi sappiamo è che entrambi i grandi scienziati
stavano osservando correnti elettriche sviluppate da reazioni di
ossidoriduzione. Volta aveva capito come impiegare materiali inorganici per
incanalare gli elettroni che passavano da un elettrodo all’altro; Galvani invece
osservava processi molto più complicati, non basati su metalli, ma complesse
molecole organiche selezionate attraverso processi evolutivi da esseri che da
generazioni affinavano sistemi di accumulo e stoccaggio di energia. La vita
stessa si basa su sistemi di conversione energetica e, proprio come per noi
umani di oggi, anche gli altri viventi hanno dovuto imparare a sfruttare fonti
di energia diluita e saltuariamente disponibile per poi accumularla e sfruttarla
metabolicamente.
La natura ha inventato le batterie prima di noi
I meccanismi di conversione e stoccaggio dell’energia presenti nei viventi sono
moltissimi e non semplici, dalla fotosintesi clorofilliana alla respirazione
cellulare. Alcuni batteri traggono energia da reazioni di ossidoriduzione del
ferro, altri dello zolfo o del metano; il tutto è mediato da enzimi e proteine,
elaborati sistemi di membrane, organuli, pori selettivi, gradienti chimici molto
più complessi delle nostre batterie. Ciò che desta la nostra attenzione oggi è
la straordinaria capacità degli organismi di immagazzinare energia, in alcuni
casi con biomolecole che si stanno dimostrando estremamente utili per una
possibile applicazione nel mondo delle batterie.
Attraverso miliardi di anni di selezione naturale, gli organismi viventi hanno
sviluppato reazioni metaboliche altamente efficienti, impossibili da replicare
oggi nei sistemi artificiali. Inoltre, gli elementi che costituiscono questi
complessi biologici provengono da fonti ecologiche presenti sulla Terra, sono
facilmente decomponibili e hanno un impatto minimo sull’ambiente. Tutti gli
organismi viventi si basano sulla conversione, il trasporto e l’immagazzinamento
dell’energia su diversi substrati molecolari. Questi processi metabolici, in cui
l’energia viene trasferita attraverso il passaggio di elettroni e ioni, sono
esattamente gli stessi che dobbiamo migliorare partendo dalla conversione delle
energie rinnovabili, alla distribuzione e stoccaggio, fino all’utilizzo finale.
> L’approccio della biomimesi, cioè la possibilità di ispirarsi a strutture
> biologiche per imitarne le prestazioni, potrebbe essere di grande aiuto per
> risolvere le principali problematiche delle batterie oggi esistenti sul
> mercato.
La natura può fornirci più sistemi per migliorare la tecnologia delle batterie
attuali, ad esempio particolari biomateriali possono essere impiegati
direttamente, mentre altre sostanze naturali possono essere trattate
artificialmente per essere modificate e integrate nei dispositivi di accumulo
migliorandone le prestazioni. Anche nella fase di progettazione l’approccio
della biomimesi, cioè la possibilità di ispirarsi a strutture biologiche per
imitarne le prestazioni, potrebbe essere di grande aiuto per risolvere le
principali problematiche delle batterie oggi esistenti sul mercato.
Fare a meno del litio
Nella situazione attuale il mercato delle batterie è dominato da quelle che si
basano sugli ioni litio. Le prime sono state sviluppate negli anni Settanta da
Stanley Whittingham e presentavano inizialmente gravi problemi di sicurezza.
Negli anni Ottanta venne introdotto l’uso del cobalto nel catodo, aumentando le
prestazioni e nei primi anni Novanta la Sony le ha commercializzate imponendosi
nel mercato. La domanda globale di batterie al litio ha superato i 600-700 GWh
nel 2022 e potrebbe raggiungere 3 TWh o più entro il 2030; il tutto è trainato
dall’impiego in veicoli elettrici e dallo stoccaggio stazionario. A oggi i
materiali impiegati per le diverse componenti delle batterie al litio includono
manganese, cobalto, nichel e ferro, tutti metalli strategici e problematici dal
punto di vista ambientale e geopolitico. A questo elenco si aggiunge ovviamente
il bramatissimo litio. Ciò ha spinto i ricercatori a studiare soluzioni
alternative per alleviare la pressione sulle risorse, migliorare la
sostenibilità e assicurare maggiore sovranità industriale.
Tutti i meccanismi di ossidoriduzione si basano su una coppia di componenti
(anodo-catodo, ossidante-riducente) le cui reazioni permettono la movimentazione
di elettroni creando così corrente elettrica. Le più promettenti e recenti
alternative alle batterie al litio sono: batterie metallo-ione (sodio, magnesio,
zinco, alluminio), batterie metallo-zolfo (litio-zolfo, sodio-zolfo), batterie
metallo-aria (litio-aria, zinco-aria), batterie a flusso (o redox flow).
Certamente nel futuro immediato le batterie al litio rimarranno centrali, ma
esiste un crescente spazio di mercato per soluzioni alternative specializzate.
> La domanda globale di batterie al litio ha superato i 600-700 GWh nel 2022 e
> potrebbe raggiungere 3 TWh o più entro il 2030.
A oggi la mobilità elettrica (autovetture elettriche e veicoli commerciali)
impegna oltre il 70% della domanda, seguono lo stoccaggio stazionario generico
(in rapida crescita, ma meno rilevante in volume rispetto all’automotive), l’uso
in computer, cellulari ed elettronica di consumo e infine la micromobilità (bici
elettriche, monopattini) con tassi di crescita sorprendenti. In definitiva circa
l’80% delle nuove installazioni di batterie è correlato al trasporto elettrico,
lo stesso aspetto che diede vita alla rivoluzione della locomotiva a vapore e
dell’auto con motore a scoppio.
Le quattro categorie di batterie alternative si basano su elementi più
disponibili o facilmente lavorabili rispetto al litio. Gli elementi impiegati
nelle batterie metallo-ione, metallo-zolfo, metallo-aria e batterie a flusso
sono tutti strategicamente interessanti. Infatti, il litio è presente in
quantità limitate e geograficamente molto localizzate (Cile, Australia, Cina),
mentre gli altri ioni elencati sono più abbondanti e con distribuzione più ampia
sul globo. Tuttavia, la sola abbondanza di un elemento non garantisce la
realizzabilità industriale, poiché contano anche le tecnologie di estrazione, i
processi di purificazione e l’intero ciclo di produzione del dispositivo. Per
alcune tecnologie, come le batterie zinco-aria, le materie prime sono largamente
disponibili, ma rimangono problematiche ingegneristiche. Inoltre ogni elemento
estratto prevede impatti ambientali, inquinamento e consumo di risorse.
Tutte le alternative proposte presentano pregi e difetti, non esiste quindi a
oggi una tecnologia capace di imporsi sulle altre garantendo facile
applicabilità a tutti i settori energivori. Ad esempio le batterie basate sul
sodio, già pronte a una prima commercializzazione, presentano costi e
sostenibilità migliori, ma una densità energetica inferiore e prestazioni ancora
molto migliorabili. Similmente le batterie a flusso sono già commercializzate e
in uso in diversi impianti di stoccaggio stazionario (in questo caso il metallo
impiegato è il vanadio); le più comuni batterie a flusso offrono elevata
scalabilità e lunga durata (anche oltre 10.000 cicli), ma minore densità
energetica e soprattutto un maggiore ingombro e peso, aspetto determinante per
quanto riguarda il trasporto.
Costruire batterie biologiche
Faremmo bene a ricordare che tutti i viventi affrontano da ere geologiche il
problema della conversione energetica, e del conseguente stoccaggio, senza
scavare miniere o ricorrere a elementi rari. La selezione naturale ha
identificato materiali con proprietà utili e performanti e in milioni di anni di
evoluzione gli organismi hanno elaborato strutture altamente efficienti per il
trasferimento di energia e materia, dissipare il calore, contenere il peso e
rappresentano quindi un modello estremamente interessante.
> Tutti i viventi affrontano da ere geologiche il problema della conversione
> energetica, e della conseguente conservazione e stoccaggio, senza scavare
> miniere o ricorrere a elementi rari.
I materiali di origine biologica possono essere impiegati direttamente oppure
sottoposti a trattamenti che ne esaltano le proprietà, trasformandoli in
nanostrutture utili per la costruzione di elettrodi e altri componenti. In altri
casi si tratta di imitare i principi che regolano i processi biologici,
riproducendoli artificialmente per migliorarne le prestazioni tecnologiche.
I biomateriali più promettenti si dividono in tre famiglie. La lignina, presente
nel legno, è interessante per le sue proprietà redox, e può essere impiegata
come additivo per elettrodi, come legante o per ottenere carboni a porosità
controllata. La polidopamina, nota per le capacità adesiva dei molluschi, è
stata utilizzata per rivestire gli elettrodi, migliorandone la stabilità. Le
flavine e i chinoni sono composti biologici coinvolti nel metabolismo energetico
in reazioni simili a ciò che avviene nei cicli di carica/scarica delle batterie.
Molte tecniche si basano sulla trasformazione dei materiali naturali. Ad esempio
le biomasse fungono da ottimi stampi per la formazione di materiali
nanostrutturati in seguito a processi termici. Oppure è il caso di particolari
ioni metallici che tendono ad autoassemblarsi sulla superficie delle proteine o
di certi batteri (ad esempio Streptomyces) favorendo la crescita di complesse
strutture minerali. stratificate, simili a guaine. Sono esempi in cui i sistemi
biologici producono materiali funzionali, spesso impossibili da ottenere
artificialmente.
La natura fornisce anche ispirazione nella progettazione dei dispositivi. Molti
organismi viventi hanno sviluppato soluzioni ingegneristiche straordinarie, come
pori e membrane, in grado di trasportare selettivamente ioni e molecole,
suggerendo nuove vie per l’ottimizzazione nei dispositivi elettrochimici.
L’osservazione del mondo biologico può inoltre offrire soluzioni concrete nel
campo della gestione del calore. Nei sistemi elettrochimici, infatti, l’aumento
della temperatura compromette l’efficienza delle reazioni. Eppure alcuni
organismi (come il verme marino Alvinella pompejana), riescono a vivere in
ambienti a temperature estreme senza alterare il proprio metabolismo.
Comprendere i meccanismi di adattamento di questi organismi può aiutare a
sviluppare batterie capaci di operare in un ampio intervallo termico.
Similmente, ispirandosi alla struttura alveolare delle ali delle libellule, sono
state proposte strutture biomimetiche per ottimizzare resistenza, peso e
flessibilità.
La necessità di un approccio interdisciplinare
Sembra quindi che per una svolta tecnologica sia necessario tornare alle
origini: non alle anguille elettriche di Galvani o alla pila di Volta, ma alle
basi biochimiche selezionate dai sistemi naturali nel corso dell’evoluzione.
Materiali e strategie di conversione e stoccaggio energetico presenti nella
meccanica stessa della vita.
La biomimetica offre infatti un grande potenziale per la progettazione di
dispositivi avanzati per accumulo di energia elettrochimica e la produzione di
materiali correlati (composizione, proprietà meccaniche e funzionalità). Ciò
include l’utilizzo diretto di composti da biomasse, l’impiego di strutture
organiche come stampi molecolari, la preparazione di materiali con strutture
macro-microscopiche e l’imitazione dei meccanismi e strategie biologiche.
> Sembra quindi che per una svolta tecnologica sia necessario tornare alle
> origini: non alle anguille elettriche di Galvani o alla pila di Volta, ma alle
> basi biochimiche selezionate dai sistemi naturali nel corso dell’evoluzione.
È l’unica prospettiva vincente per svincolarci da metalli rari, strategici,
inquinanti; questo perché tutti i materiali biologici garantiscono
rinnovabilità, adattabilità, sostenibilità ed ecocompatibilità, aspetti
particolarmente significativi per un impiego a lungo temine. È il tipo di
sviluppo di cui abbiamo disperatamente bisogno e che implica una fondamentale
collaborazione interdisciplinare (chimica, zoologia, botanica, micologia,
fisica, ingegneria energetica) per accelerare la transizione dalle idee di
laboratorio all’industria, ispirandosi in modo concreto e produttivo alla grande
saggezza conservata negli organismi viventi, acquisita con milioni di anni di
evoluzione e ora alla nostra portata.
Il futuro dell’innovazione nel campo energetico, oggi così urgente e necessaria
per l’essere umano, sembra risiedere nei meccanismi stessi della vita, il cuore
pulsante della natura che ci circonda.
L'articolo Il futuro biologico delle batterie proviene da Il Tascabile.
A lla domanda “Come ti sentiresti se non potessi più utilizzare la nostra app?”,
tra le tre opzioni “Molto deluso”, “Un po’ deluso”, “Per niente deluso”, Daniel
(36 anni, maschio) aveva scelto l’opzione “Per niente deluso”, rientrando così
tra i Detractor del nostro prodotto. Gli inviai la solita e-mail preimpostata
per invitarlo a un’intervista, come avevo fatto con altri centoquarantasette
utenti che nelle ultime due settimane avevano espresso lo stesso giudizio
rispondendo al questionario che appare nell’applicazione. Speravo di
intervistare almeno otto di loro.
Per incentivare la partecipazione, offrivo un premio: un’infusione endovenosa
gratuita di vitamina C presso il nostro laboratorio. Nel corpo dell’e-mail avevo
incluso un link al mio calendario. Dopo pochi minuti, la notifica: Daniel aveva
prenotato uno slot per il giorno successivo alle 8 e 30 del mattino. Odiavo fare
interviste così presto. Un’intervista alle 8 e 30 significava dovermi svegliare
un’ora prima del solito. Ma considerate le condizioni del mercato del lavoro a
Berlino dopo la pandemia, non potevo certo lamentarmi.
Parte I: Il questionario
Tra marzo 2024 e aprile 2025, prima di essere vittima del secondo licenziamento
di massa in cinque anni, ho lavorato come User Researcher per una start up
tedesca nel settore Health Tech. L’applicazione, tuttora presente sul mercato,
consente agli utenti di prenotare esami del sangue, recarsi in un laboratorio
affiliato e ricevere il referto entro ventiquattro ore direttamente sul proprio
telefono. Il vantaggio principale del prodotto è quello di bypassare il medico,
spesso definito the middle man dagli utenti che intervistavo durante le varie
ricerche e test di usabilità. The middle man: una locuzione dietro la quale si
cela una presuntuosa, a tratti feroce sfiducia nella scienza normale, scomodando
una celebre espressione di Thomas Kuhn.
Prima del marzo 2024, non sapevo nulla del settore Health Tech, né tantomeno di
come interpretare referti di laboratorio. Avevo da poco compiuto quarant’anni e
non mi era mai passato per la testa di aggirare il parere medico per sapere se
ci fosse qualcosa di sbagliato dentro di me. Il motivo per cui ero stato assunto
da quella start up era determinare se il loro prodotto fosse market fit, ovvero
se rispondesse in modo efficace ai bisogni del target audience, il pubblico a
cui era indirizzata.
Avevo condotto ricerche simili in passato per due aziende diverse: una di
viaggi, un’altra di e-commerce. Ci sono vari modi per misurare il cosiddetto
Product-Market Fit. Quello che preferisco è stato ideato recentemente da Sean
Ellis, una sorta di guru del Growth Marketing. Tutto comincia con una semplice
domanda da porre in un questionario: “Come ti sentiresti se non potessi più
utilizzare la nostra app?” Tre risposte possibili: “Molto deluso”, “Un po’
deluso”, “Per niente deluso”.
> Il motivo per cui ero stato assunto da una start up del settore Health Tech
> era determinare se il loro prodotto fosse market fit, ovvero se rispondesse in
> modo efficace ai bisogni del target audience, il pubblico a cui era
> indirizzata.
Secondo Ellis, un prodotto soddisfa i bisogni di mercato quando almeno il 40% di
chi risponde al questionario si dichiara “molto deluso” all’idea di non poterlo
più usare. Quella app raggiungeva a malapena il 30%, quindi era ancora lontana
dal tanto desiderato market fit. Ma la ricerca non finiva qui. Il questionario
era solo l’inizio. Oltre a offrire quel benchmark ideale, mi permetteva di
segmentare gli utenti in tre categorie di sentimento: Supporter, On-the-fence,
Detractor. In quelle settimane di aprile del 2024, la mia attenzione era rivolta
ai Detractor come Daniel.
Parte II: L’intervista
Il giorno dell’intervista, mi svegliai alle 7. Come ogni mattina, presi dal
frigorifero la scodella di fiocchi d’avena lasciati in ammollo tutta la notte
per ridurne il contenuto di acido fitico che, a detta della nutrizionista
olistica dell’azienda, interferisce con l’assorbimento dei minerali. Vi aggiunsi
miele e una manciata di mirtilli, antiossidanti. In pochi minuti l’avevo
spazzato. Poi inghiottii una pastiglia di vitamina D3 da 5000 IU e un
integratore di vitamine B-Complex.
Da circa un mese, questa era diventata la mia routine mattutina: una nuova
versione di me che non mi sarei mai aspettato ‒ perché stavo benissimo. Per
provare quel prodotto avevo fatto un test. Era gratis per i dipendenti.
Risultati alla mano, la nutrizionista aziendale disse che i miei valori di
vitamina D e vitamine B, sebbene pienamente nella norma, potevano essere più
alti: dovevano essere più alti. Citava opinioni di influencer come Rhonda
Patrick e Mark Hyman, di cui non avevo mai sentito parlare. Mi prescrisse due
integratori, io mi fidai.
Quella mattina arrivai in ufficio puntuale alle 8 e 15, giusto il tempo per
prepararmi un caffè lungo, nero e senza zucchero, che sempre secondo la
nutrizionista avrebbe la proprietà di prevenire. tra gli altri, cancro al
fegato, diabete di tipo 2 e infarto. Alle 8 e 25 prendevo posto sul piccolo
sgabello nel booth insonorizzato, aprivo il laptop di fronte a me, pronto per la
videochiamata con Daniel. Alle 8 e 30, la notifica: Daniel era entrato nella
sala d’attesa virtuale. Lo feci accedere alla chiamata.
“Grazie per aver trovato il tempo per parlare con me,” lessi dai miei appunti.
Di fronte a me avevo un documento intitolato PMF Interview Script. Cominciai a
recitare l’introduzione in cui spiegavo a Daniel come sarebbe andata la nostra
chiacchierata. Avremmo parlato dei suoi interessi legati a salute, fitness,
nutrizione. Poi gli avrei posto una quarantina di domande sulla sua esperienza
con il nostro prodotto ed eventuali competitor. Infine avrei lasciato cinque
minuti di tempo per le sue domande. Quarantacinque minuti in tutto.
> Il vantaggio principale dell’applicazione è quello di bypassare il medico,
> spesso definito the middle man dagli utenti, una locuzione dietro la quale si
> cela una presuntuosa, a tratti feroce sfiducia nella scienza normale.
“Okay, cominciamo,” mi esortò lui, stortando il volto in un’espressione
annoiata. Non era un comportamento insolito. I detrattori di un prodotto, quando
accettano di essere intervistati, tendono a esagerare il proprio malcontento.
Spesso lo fanno per ottenere sconti su acquisti futuri o, nei casi più audaci,
per richiedere rimborsi completi e la cancellazione dell’account. Non mi feci
intimidire. “Perfetto. C’è un aspetto della tua salute a cui presti particolare
attenzione ultimamente?” “Ho da poco superato i 35 anni,” rispose Daniel,
trascinando le parole, “Prima di provare il vostro servizio, l’anno scorso ho
fatto un esame del sangue generico. È saltato fuori che i miei livelli di
colesterolo LDL sono troppo elevati.”
Daniel indossava una maglietta a maniche corte bianca; rivelava spalle strette,
spigolose, un collo sottile e teso. A guardarlo, pensai che non doveva essere un
Optimizer, una delle quattro user persona su cui si basava il design del
prodotto. Forse rientrava tra i Guidance Seeker o i Disease Preventer. Per la
sua età, oltre che per la figura esile, non poteva certo essere un Fit Retiree.
Indagai. “In che modo cerchi di monitorare e migliorare il tuo colesterolo?”
“Cosa devo fare? Cerco di fare attenzione a quello che mangio. Ogni tanto vado a
correre, ma non con regolarità.”
Confermato: non era un Optimizer. Un Optimizer avrebbe parlato fino allo
sfinimento ‒ mio ‒ di sport, diete, integratori, podcast, influencer. Gli sport
che vanno per la maggiore tra gli Optimizer sono cross-fit, corsa, nuoto. Quelli
che avevo intervistato nelle settimane precedenti facevano maratone e gare di
triatlon. Tra i podcast, menzionavano spesso biohacker come Andrew Huberman,
Peter Attia, Bryan Johnson. Leggono libri di self-help come The Glucose
Revolution di Jessie Inchauspe, e Metabolical di Robert Lustig. Gli Optimizer
poi tendono a utilizzare app di tracciamento biometrico. Prodotti come Whoop,
Fitbit, Garmin, Oura. Utilizzano bilance a sensori come quelle di Withings che
offrono analisi della composizione corporea e monitoraggio della salute
cardiaca. Invece di consultare dottori, gli Optimizer chiedono consigli a
ChatGPT e Claude. I dottori, sostengono loro, pensano a curare, non a prevenire:
non ne sanno nulla di self-improvement.
Il fatto che Daniel avesse risposto in modo così misero alla mia domanda sulle
sue abitudini di fitness e alimentazione ‒ una corsetta ogni tanto e una
generica attenzione al cibo ‒ lo collocava chiaramente tra i Disease Preventer:
quelli che sì, vogliono evitare di ammalarsi, ma non dimostrano lo stesso
impegno attivo, costante degli Optimizer. Stavo per porgli un’altra domanda,
quando lui mi interruppe. “In tutta onestà, non so nulla di queste cose. Dovete
dirmi voi cosa fare. Ho accettato di partecipare a questa intervista solo per
poter parlare con qualcuno della pessima esperienza che ho avuto.” “Qualcosa
non è andato come speravi?” “Ho fatto il test a fine gennaio. Avevo undici
valori fuori range. Undici. Sono andato nel panico. Cliccavo qua e là per capire
se avessi qualcosa di grave. Una malattia. Un tumore. Ma la app non diceva
nulla. Mi consigliava di fare sport, mangiare salmone, smettere di fumare. Non
ho mai fumato e credo di nutrirmi bene. Il servizio clienti mi ha detto che in
quanto prodotto non-medico, non potete fare diagnosi. Ho pagato 179 euro per
questo test e tutto quello che avete da dirmi è di mangiare salmone?”
Daniel era decisamente un Disease Preventer di tipo ansioso. Il candidato
perfetto per un progetto su cui stavamo lavorando in quel periodo, dal titolo
Reduce Anxiety, che prevedeva nuove funzionalità per ridurre l’ansia in caso di
referti che potevano apparire preoccupanti. Cliccai sul tasto “Eureka” del
software di videochiamata per evidenziare quel momento e presentarlo al team più
tardi, come spunto di riflessione.
“Puoi dirmi di più sulle sensazioni che hai provato quando hai ricevuto il
referto?” “Panico. Ho telefonato al mio dottore. Mi disse che non avrei dovuto
spendere soldi per un servizio del genere. Che sarei dovuto andare da lui. Ma
lui non mi è mai stato d’aiuto. Dice sempre ‘Va tutto bene’, anche quando lo
vedo con i miei occhi che i risultati non sono nella norma.” “E cosa hai fatto
allora?” “Non avevo altra scelta. Sono andato in studio da lui. Mi ha fatto un
altro prelievo. Una settimana dopo mi ha chiamato. I risultati non erano diversi
dai vostri, ma secondo lui non c’era nulla di strano. Erano appena passati
Natale e Capodanno, era normale che trigliceridi, glucosio, insulina fossero un
po’ sballati, diceva. E che stress e cattivo sonno potessero influenzare
cortisolo, glicemia e altre cose. Dovrò rifare i test tra quattro mesi.” “C’è
qualche contenuto tra quelli proposti dalla app che hai trovato di qualche
utilità?” “No.” “Cosa avresti voluto trovare in una app ideale, in quel
momento?” “Dirmi chiaramente che non stavo per morire. Ricevere consigli
personalizzati. Darmi una lista di integratori da prendere. Quello sarebbe un
buon inizio.” “Prendi qualche integratore?” “Per ridurre stress e infiammazione
prendo curcumina, quercetina e bromelina.” “Te li ha consigliati il dottore?”
“No. Lui dice che non sono scientificamente provati. Li ho trovati su Internet.”
“Stanno funzionando?” “Ho cominciato da poco.”
> Il mercato globale del settore Health Tech appare in forte crescita ‒ stimata
> circa al 7% annuo ‒, trainato dalla crescente domanda di soluzioni sempre più
> accessibili e personalizzate. Si stima che il settore possa raggiungere un
> fatturato di quasi 200 miliardi di dollari entro la fine del 2025.
Quando il tempo a disposizione stava per terminare, chiesi a Daniel se avesse
qualcosa da aggiungere. Disse di no. Conclusi ringraziandolo per il tempo che mi
aveva dedicato. Lui ricambiò con una smorfia insoddisfatta, lo schermo si fece
buio. Finii il mio caffè in una sorsata e gli inviai un’e-mail con le
informazioni su come riscuotere l’infusione endovenosa di vitamina C presso il
nostro laboratorio di Mitte. Tre giorni dopo, ricevetti un suo messaggio. Voleva
farmi sapere che era stato al laboratorio per l’infusione. Qualche ora dopo,
ChatGPT gli ha assicurato che è normale non avvertire un effetto immediato dopo
un’infusione di vitamine, che spesso i risultati si manifestano gradualmente.
Avrebbe riprovato in futuro, diceva.
Parte III: La società della stanchezza
Secondo un rapporto di Statista del febbraio 2025, il mercato globale del
settore Health Tech appare in forte crescita ‒ stimata circa al 7% annuo ‒,
trainato dalla crescente domanda di soluzioni sempre più accessibili e
personalizzate. Si stima che il settore possa raggiungere un fatturato di quasi
200 miliardi di dollari entro la fine del 2025. Il mercato analizzato da
Statista si articola in tre segmenti principali: fitness tracking, consultazioni
online e trattamenti digitali con l’uso di biosensori per diagnosi e cura.
Questo trend si manifesta in larga parte nella proliferazione di applicazioni
dedicate alla gestione autonoma della salute, arricchite spesso
dall’integrazione di modelli linguistici di grandi dimensioni (Large Language
model, LLM) presi in prestito da OpenAI o Alphabet, altre volte creati di sana
pianta.
Un caso tra tutti quello di SelfDecode, start up di base a Miami che si
definisce l’unica azienda al mondo a fornire direttamente al consumatore un
“punteggio di rischio poligenico” basandosi sull’analisi del DNA ed esami di
laboratorio. Questa è la promessa, o in gergo tech lo “Unique Value Proposition”
di SelfDecode, che si riflette nel classico, pomposo inciting incident da public
speaking espresso dal CEO, Joe Cohen: “Negli anni, ho sofferto di settantacinque
diversi problemi di salute. I medici non potevano curarmi, così ho dovuto
pensarci io. Molti anni e milioni di dollari dopo, sono stato in grado di usare
la mia genetica per risolvere tutti i miei problemi.”
Tralasciando per un momento la disarmante performatività che si cela, neanche
troppo velatamente, dietro queste parole ‒ e immagini, se avete dato un’occhiata
a come si presenta il CEO di SelfDecode in fondo alla homepage ufficiale ‒, si
nota nel proliferare di questi nuovi prodotti un desiderio sempre più ossessivo
di controllo sull’io che prende le mosse da una progressiva perdita di fiducia
nella medicina tradizionale, spesso percepita come ostacolo: quello scomodo
middle man, appunto, di cui è meglio sbarazzarsi.
Nel libro La società della stanchezza, pubblicato per la prima volta in tedesco
(Müdigkeitsgesellschaft) nel 2010 e giunto alla sua sesta edizione uscita in
Italia nel 2020, il filosofo Byung-Chul Han esplora e critica in modo incisivo
questa spinta ossessiva verso il continuo miglioramento di sé. Un concetto che
affonda le radici in una delle idee cardine del secolo corrente, secondo la
quale un progresso individuale costante sia non solo possibile, ma dovuto. Han
vede in questo mantra una forma di autosfruttamento che, nell’incessante ricerca
della massima performance, non può che portare l’individuo al collasso.
> Nel proliferare dei prodotti del settore Health Tech si nota un desiderio
> sempre più ossessivo di controllo sull’io che prende le mosse da una
> progressiva perdita di fiducia nella medicina tradizionale, spesso percepita
> come ostacolo.
Secondo Byung-Chul Han, questa dinamica caratterizza la fine della “società
immunologica” del secolo scorso che aveva come categoria fondamentale
l’alterità, ovvero l’estraneità di batteri e virus da sconfiggere: “Oggi,
invece, al posto dell’alterità abbiamo la differenza, che non provoca alcuna
reazione immunitaria […] non è causa di malattia.” Qui Han allude
tangenzialmente all’eguale di Baudrillard de La trasparenza del male. Saggio sui
fenomeni estremi (1991), per definire un nuovo tipo di violenza che l’individuo
contemporaneo si trova ad affrontare: una violenza che non è più volta verso
l’esterno, ma l’interno. Una “violenza della positività” che non presuppone più
alcuna ostilità perché si sviluppa in una società ormai sterilizzata. Svanisce
quindi una volta per tutte, nell’analisi di Han, la polarizzazione
interno-esterno, perché la violenza oggi è “sistemica, vale a dire immanente al
sistema”: un’infiammazione interna dell’Io che si sente in costante difetto
nell’odierna società della prestazione (Leistungsgesellschaft).
L’estremo di questa visione è il doping, che “trasforma non solo il corpo, ma
l’essere umano nel suo complesso in una macchina da prestazione che deve
funzionare indisturbata.” L’individuo da ottimizzare rifugge così da qualsiasi
divieto o ostacolo ‒ da qui, anche il suo compiaciuto svincolarsi dalla scienza
normale ‒ e si allinea invece con la società della libera volontà, al centro
della quale può finalmente dirsi unico player incontrastato, soggetto di
prestazione che, ora pienamente libero, “concorre con se stesso e cade sotto la
costrizione distruttiva a doversi superare costantemente.” Questo perenne senso
di insufficienza dà origine a una guerra viziosa che si svolge tutta all’interno
del soggetto e che, nella ricerca di un Io-Ideale irraggiungibile, idealmente
immortale, conduce necessariamente al collasso: il burnout.
“Il burnout è il risultato della concorrenza assoluta. […] Di fronte
all’Io-Ideale, l’Io reale appare come un fallito, che viene coperto di
autorimproveri. L’Io fa guerra a se stesso. In questa guerra non può esserci un
vincitore, perché la vittoria termina con la morte di chi vince. Il soggetto di
prestazione si distrugge nella vittoria. La società della positività, che crede
di essersi liberata da ogni costrizione estranea, si impiglia in autocostrizioni
distruttive.” Ecco qui spiegata l’ansia irrisolvibile di un Disease Preventer
impossibile da soddisfare: scettico del parere medico, deluso dalle
applicazioni, perso nelle sue ricerche online. Un destino terrificante.
> Il perenne senso di insufficienza dà origine a una guerra viziosa che si
> svolge tutta all’interno del soggetto e che, nella ricerca di un Io-Ideale
> irraggiungibile, idealmente immortale, conduce necessariamente al collasso: il
> burnout.
Byung-Chul Han però si sforza di trovare una soluzione positiva a tutto questo.
Per farlo, attinge al Saggio sulla stanchezza (1991) di Peter Handke, in cui
vengono esplorati due tipi di stanchezza: una “stanchezza solitaria, priva di
mondo”, quella del burnout, distruttiva perché causata da un senso di costante
mancanza; e una “stanchezza fiduciosa del mondo”, che risulta invece nel
non-fare come atto di resistenza contemplativa, generativa. Han scrive: “[La
stanchezza fiduciosa] non è uno stato nel quale ogni senso svanirebbe. In essa
invece si risveglia una particolare capacità di vedere.”
Leggendo questo passaggio mi è tornato alla mente Horacio Oliveira, protagonista
del romanzo Il gioco del mondo (1969, ed. or. 1963) di Julio Cortázar, quando si
trova ad affermare esattamente e forse ancora più incisivamente questo stesso
cambio di paradigma, da una stanchezza del difetto a una stanchezza del non-fare
come rinuncia consapevole: “dietro ad ogni azione si nascondeva la protesta
[…] in ogni atto era insita l’ammissione di una carenza, di qualcosa non ancora
fatto e che era possibile fare, la protesta tacita di fronte alla continua
evidenza della mancanza, della diminuzione, della pochezza del presente. […] Era
meglio rinunciare, perché la rinuncia all’azione era la protesta medesima e non
la sua maschera.”
Qualche settimana dopo la chiacchierata con Daniel, mi svegliai in piena notte
con formicolii ai piedi e alle mani, pruriti che nei giorni successivi sarebbero
diventati veri e propri bruciori, accompagnati da un fastidioso senso di nausea.
Mi sentivo sempre stanco, i muscoli molli, vuoti. Una mattina prima di andare in
ufficio, mi presentai in laboratorio per fare un esame completo su oltre
sessanta marker. La sera del giorno dopo, una notifica mi avvisava che i
risultati erano pronti. Aprii la app e scoprii con sollievo che tutti i valori
erano in regola, eccetto due: la vitamina B6 aveva fatto un salto del 250% in
più rispetto al test precedente e la vitamina D era ben oltre la soglia massima
dei livelli di riferimento per individui adulti.
Tra i sintomi di eccesso di vitamina B6 ci sono formicolii agli arti e
intorpidimenti. Mentre l’eccesso di vitamina D può causare nausee. Non c’era
altra spiegazione: entrambi i valori erano schizzati alle stelle a causa delle
dosi massicce di integratori prescritti dalla nutrizionista olistica che seguiva
religiosamente le opinioni dei biohacker di Instagram. Smisi immediatamente di
prendere integratori, i formicolii svanirono nel giro di un paio di settimane.
Nella mia piccola rinuncia ripresi a stare bene, normalmente bene.
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La tecnologia non ha solo trasformato il nostro modo di vivere, ma ha anche
ridefinito il nostro immaginario. Dai circuiti stampati ai sigilli…
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