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Il sociale e il parasociale
Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato. Speciale a cura di Giulia Moriconi “P rima andavamo su Internet per fuggire dalla realtà, ora andiamo nella realtà per fuggire da Internet” recita un proverbio contemporaneo, e per proverbio contemporaneo intendo ovviamente un meme. Di meme mi sono occupato in un libro che ha ormai quasi dieci anni, ma non è di questo che voglio parlare oggi. Pur rimanendo in ambito Internet, nel corso del tempo il mio interesse si è progressivamente spostato dalle cose, come i manufatti digitali, alle persone, o a ciò che rimane delle persone quando abitano ambienti virtuali. Di questo passaggio ritrovo l’abbrivio nel primo articolo che scrissi per questa rivista, anch’essa giunta a spegnere dieci candeline, un’indagine controcorrente sul fenomeno del ghosting. All’epoca, nel 2019, di ghosting si parlava già da qualche anno e in modo a mio avviso superficiale. Talmente superficiale che alcuni discorsi sbrigativi in merito riuscivano a rivelarne la verità per contrasto. Tutti associavano correttamente il ghosting al tipo di socialità che passava per le nuove tecnologie – social media, messaggistica istantanea, dating app e Internet nel suo insieme – ma poi traevano conclusioni senza senso. Si diceva che queste tecnologie avessero reso “più facile sparire” e da qui la diffusione del neologismo. Appare invece evidente il contrario: sparire era facilissimo quando al massimo ti si poteva raggiungere con una telefonata, magari su fisso. Ben più difficile quando ogni relazione si estende su una pletora di social media e applicazioni di messaggistica. Allora il paradosso del ghosting va inteso in un altro senso, più vicino alla figura del fantasma da cui prende il nome: chi “ghosta” non scompare davvero, anzi. Insiste ad apparire in tutti gli ambienti virtuali che continuiamo a condividere con foto, stories, status e altre manifestazioni di vita. Mi sento “ghostato” solo quando osservo una chat in cui l’ultimo messaggio è il mio. Per questo il neologismo si è diffuso solo in questo ecosistema tecnologico, perché è l’unico che consente di sparire continuando ad apparire. Oggi considero il ghosting come un caso particolare e acuto di parasocialità, ovverosia il regime di socialità cui siamo costantemente immersi per via delle nuove tecnologie e il tema di questo articolo. > L’accelerazione tecnologica è stata tale che epoche da noi vissute sono tanto > incongruenti con il presente da scolorire nel fiabesco. Non solo il mondo > pre-Internet, ma anche quella fase intermedia, tra l’imporsi dell’Internet di > massa e l’alba del moderno social network. Ad alcuni non sarà sfuggito il riferimento gucciniano del titolo, a Il sociale e l’antisociale, una delle canzoni meno note del cantautore recentemente scomparso. Ma a ispirare la stesura di quest’articolo è stata in realtà una delle sue canzoni più famose, che ho sempre trovato un po’ retorica: Il vecchio e il bambino. Riascoltandola nella strada verso il mare, a poche ore dalla sua morte, ho pensato che lo struggente verso finale descrive bene chi si occupa di new media al giorno d’oggi: “Mi piacciono le fiabe, raccontane altre”. Così ci sentiamo a fare archeologia del recente, recentissimo, passato del web, ma non verso un ipotetico vecchio: verso noi stessi. L’accelerazione tecnologica è stata tale che epoche da noi vissute sono tanto incongruenti con il presente da scolorire nel fiabesco. Non solo il mondo pre-Internet, ma anche quella fase intermedia, tra l’imporsi dell’Internet di massa e l’alba del moderno social network. Ed è lì che ora dobbiamo tornare per capire la situazione in cui ci troviamo. Le tre gomitate di Goku Durante il 22° Torneo Tenkaichi, Goku, il protagonista di Dragon Ball, stende il suo avversario con una fulminea gomitata alla bocca dello stomaco. O almeno così sembra. Così sembra ai lettori e agli spettatori meno esperti all’interno della storia; ma non al suo rivale Tien Shinhan che spiega: le gomitate sono state tre, ma talmente veloci e fluide da sembrare una sola. Oltre a fondare un topos immortale del genere, questa scena di Dragon Ball è una splendida metafora dell’atto creativo, artistico e non; Star Wars non è semplicemente un blockbuster con effetti speciali inediti per l’epoca, non è semplicemente una riproposizione del “viaggio dell’Eroe” alla base del folklore occidentale, non è semplicemente uno sguardo in un mondo che preesiste la storia che racconta e si estende nello spazio e nel tempo nella mente dello spettatore: è tutte queste cose insieme, eseguite contemporaneamente. E lo stesso vale per Facebook. Ho parlato delle sue tre gomitate istantanee in questo articolo (che si è poi sviluppato in un libro, ci arriviamo), un solo gesto articolato in tre punti che hanno fondato il social network moderno e, per metonimia, l’Internet contemporaneo: rete, identità e profilo. L’Internet primordiale cui assesta questa triplice gomitata era un posto ben strano visto con gli occhi odierni, simile a una fiaba che non ricordiamo di aver vissuto. Ci aggiravamo per posti chiamati “forum” e “chat room” e lo facevamo nel più completo anonimato, mascherati dietro avatar e nomi fittizi. Avevamo paura che a fare altrimenti saremmo caduti vittime di predatori sessuali e ladri di bancomat. Questi luoghi di aggregazione erano poi tantissimi e della “rete” promessa dal web che tutto doveva collegare non vi era traccia. > Zuckerberg con Facebook in un solo gesto articolato in tre punti fonda il > social network moderno e, per metonimia, l’Internet contemporaneo: rete, > identità e profilo. Arriva la gomitata di Zuckerberg e tutto si riassembla: appare la rete, ovverosia un solo sito che copre tutta la socialità del web e si struttura non a partire da spazi comuni ma da profili interconnessi, ognuno con l’identità anagrafica dell’utente. Nell’articolo di cui sopra, ho analizzato in lungo e in largo la genialità di questa rivoluzione e cercherò di non ripetermi oltre. Voglio infatti parlare di quello che gli è mancato, la gomitata che non ha assestato e che hanno poi inferto i suoi competitor, completando il quadro parasociale dei social media contemporanei e costringendo il pioniere a inseguirli sul loro campo. Parlarne tra amici Mentre parlavamo della faccenda, della suddetta gomitata mancata di Facebook, un’amica, una sincera spin doctor di area dem che ha uscite tanto politicamente scorrette quanto pregnanti, la sintetizzò così: “La home di Facebook è l’immagine mentale di un ebreo”. Si riferiva alla grafica che compariva all’utente non ancora iscritto al social: una dozzina di omini disposti ai quattro angoli del globo su una cartina geografica stilizzata, uniti da linee tratteggiate. Sopra campeggiava la scritta “Connettiti con i tuoi amici”. Solo il popolo diasporico per antonomasia, suggeriva la spin doctor, ha amici letteralmente in tutto il mondo. Sebbene molto probabilmente la sua origine non sia questa, l’amicocentrismo del padre fondatore dei social network è un aspetto singolare e a tratti incomprensibile. È come se Zuckerberg si fosse ritrovato per le mani la chiave per unire finalmente tutto il mondo sotto un unico sito e avesse deciso di limitarne la portata alle rispettive cerchie sociali di ciascuno. A ben guardare, fu un passaggio dialettico necessario. Consapevole o meno non importa. Ricordate l’Internet pieno di sconosciuti pronti a rubarvi i dati personali nel quale ci aggiravamo nascosti dietro nickname? Per farci andare in mare aperto senza protezioni occorreva che questo oceano spaventoso venisse ridotto: su questo sito ci sono solo i tuoi amici, aggiungi solo chi conosci. Il virtuale come doppio del reale. Ma appunto fu solo un passaggio dialettico, un gradino per salire al successivo. Dapprima furono gli utenti stessi a compiere questo salto, attraverso l’uso pragmatico che fecero del mezzo. Sin dall’inizio, specialmente i più giovani, iniziarono ad “aggiungere” anche gli sconosciuti, da quel menù che è tutt’ora ipocritamente intitolato “Persone che potresti conoscere”. Ma quella di Facebook non era una mera scelta semantica, quanto un vero e proprio meccanismo: l’amicizia è reciproca, va “accettata” da entrambi gli utenti. Su questo campo, tutti e dico tutti i suoi competitor hanno ignorato le direttive del padre fondatore senza pensarci due volte. Agli amici hanno sostituito i “follower”, i seguaci. Anche qui non è semantica, giacché non viene richiesta reciprocità e puoi seguire chi ti pare, che lui lo voglia o meno (sì, lui può bloccarti ma ci siamo capiti). > Su Facebook l’amicizia è reciproca, va “accettata” da entrambi gli utenti. Su > questo campo, tutti e dico tutti i suoi competitor hanno ignorato le direttive > del padre fondatore senza pensarci due volte. Agli amici hanno sostituito i > “follower”, i seguaci. Lo squadernamento completo del mondo, che Facebook aveva aperto per poi richiudere subito, ha avuto bisogno di un altro passaggio, ovverosia la distribuzione algoritmica dei contenuti. Nei manuali di storia dei social media si legge ancora che “l’algoritmo” lo ha implementato Facebook a inizio anni Dieci, scegliendo di mostrare agli utenti i contenuti non in ordine cronologico ma secondo altri criteri di preferibilità, tarati sulle loro azioni precedenti, determinati appunto da un algoritmo. Si tratta però di una verità fuorviante, visto che l’algoritmo di quei tempi si ostinava comunque a mostrare solo i contenuti condivisi da questi appiccicosi amici. La vera distribuzione algoritmica dei contenuti, implementata via via da tutti gli altri social media, prescinde dal network dell’utente – che sia di amici o di follower – e gli fa arrivare un certo numero di contenuti “da fuori”, i cosiddetti “suggeriti”, che sono poi stati la base del social media marketing. Al punto che il wunder kid dei social media, l’ultimo arrivato, l’infante prodigio chiamato TikTok, ha proposto come punto forte un algoritmo programmaticamente fondato sui contenuti esterni, i “PerTe”, con la rete sociale preesistente trattata alla stregua delle vestigia di un organo inutilizzato, il coccige di nonno Facebook. Pensate che nonno ha raggiunto figli e nipoti solo negli ultimi due anni, quando ha finalmente aperto del tutto i rubinetti dei contenuti esterni, con risultati altalenanti che gli hanno cagionato una sorta di bizzarra seconda giovinezza. Ma di questo parleremo un’altra volta. > La vera distribuzione algoritmica dei contenuti, implementata via via da tutti > gli altri social media, prescinde dal network dell’utente e gli fa arrivare un > certo numero di contenuti “da fuori”, i cosiddetti “suggeriti”, che sono poi > stati la base del social media marketing. Il punto è che con le frontiere aperte ai contenuti alieni si delinea compiuto il panorama attuale dei social media in cui amici, conoscenti, influencer, celebrità e sconosciuti sono tutti sullo stesso piano. Un piano particolare però, un piano parasociale, e ora finalmente spiegherò cosa significa. Il parasociale Nel 2025 il Cambridge Dictionary ha eletto “parasociale” parola dell’anno. Lo stesso dizionario la definisce così: > involving or relating to a connection that someone feels between themselves > and a famous person they do not know, a character in a book, film, TV series, > etc., or an artificial intelligence. Wow, quanta roba. Celebrità, romanzi, film e addirittura intelligenze artificiali… davvero un solo tipo di relazione ci lega a tutte queste cose?  Curiosamente, tra tutte queste ne manca una che è invece centrale nell’articolo scritto per spiegare il premio del 2025: > Interest in one-sided parasocial relationships that people form with > celebrities, influencers and AI chatbots has driven Cambridge Dictionary’s > Word of the Year for 2025. Eccoli qui, gli influencer, e per estensione i social media. Parasociale vince nel 2025 e non nel 1774, anno di pubblicazione dei I dolori del giovane Werther o nel 1963 della Beatlemania, perché i social media hanno centralizzato tutta una serie di fenomeni, rendendoli visibili. A unire tutte queste esperienze è l’unilateralità della relazione, vuoi perché l’altro non esiste (romanzi e film), perché non lo conosciamo e probabilmente non lo conosceremo mai (celebrità e influencer) o perché il suo statuto di esistenza è ambiguo e dibattuto (intelligenze artificiali).  È l’unilateralità il discrimine, ciò che aggiunge il prefisso para- a questa inquietante forma di socialità. La celebrità, o per meglio dire la relazione che instauriamo con questa, il rapporto di fama, è stato il fondamento storico del concetto di parasocialità, la prima relazione unilaterale che ha attirato l’attenzione degli studiosi. Questi studiosi si chiamavano Donald Horton e Richard Wohl e nel 1956 usarono per la prima volta la locuzione “interazione parasociale” in un paper che ha avuto un’enorme influenza sulla psicologia e la sociologia degli anni seguenti. Descrivevano così le reazioni dei primi telespettatori ai convenevoli dei personaggi televisivi: “Signore e signori, buonasera!” e dal divano si sentivano salutati per davvero, dimenticando di star osservando un elettrodomestico luminoso. La relazione parasociale è l’evoluzione di queste prime interazioni, un attaccamento stabile verso figure che non hanno idea della tua esistenza ma ti sembra di conoscere per davvero. Quindi, la relazione parasociale nasce per descrivere il rapporto che ci lega alle celebrità “classiche”, quelle novecentesche, si estende alle nuove microcelebrità come gli influencer e poi ingloba personaggi di finzione e i chatbot. Tutto qui? Non proprio. > Fama e parasociale sono praticamente sinonimi, il primo termine indica un > fenomeno sociologico e il secondo descrive la natura di questa relazione, > caratterizzata sostanzialmente da un’asimmetria conoscitiva che produce una > serie di conseguenze psicologiche e sociali da entrambi i lati della > barricata. Ho unito tutti questi puntini dapprima in quell’articolo del 2024 e poi in un libro uscito a inizio 2025,  Storia della fama, Genesi di otto miliardi di celebrità, portando il ragionamento alle sue estreme conseguenze. La mia tesi parte dal presupposto che non possiamo legare la definizione di fama – e quindi la relazione parasociale – ad un criterio quantitativo, perché implica il paradosso del Sorite (sopra quale soglia uno può considerarsi “davvero” famoso? Da quante persone deve essere conosciuto? E se fosse una in meno o una in più? ecc.). Pertanto, la definizione deve essere minimale: essere famoso vuol dire essere conosciuto da almeno una persona che tu non conosci. La relazione di fama è quindi definita da tale asimmetria conoscitiva che però si ritrova anche al di fuori delle relazioni con famosi propriamente detti, le celebrità classiche novecentesche. In virtù di quanto detto prima sull’architettura dei social media, questo tipo di relazione è cresciuta a dismisura negli ultimi quindici anni, al punto che ciascuno di noi è conosciuto da almeno una persona che non conosce, anche solo come utente e foto profilo. Da qui traevo le mie estreme conseguenze: siamo diventati otto miliardi di celebrità, ognuno è famoso per tutta la vita per almeno quindici persone. Riassumendo, fama e parasociale sono praticamente sinonimi, il primo termine indica un fenomeno sociologico e il secondo descrive la natura di questa relazione, caratterizzata sostanzialmente da un’asimmetria conoscitiva che produce tutta una serie di conseguenze psicologiche e sociali da entrambi i lati della barricata. E nel mondo dei social media viviamo continuamente su tutti e due i lati perché la struttura profilistica delle piattaforme ha fornito a ciascuno un palcoscenico su cui performare e infiniti palchi da ammirare. Se mi fermassi qui, avrei sostanzialmente rielaborato riflessioni già esposte altrove, come un dottorato che ricompone la sua tesi per un progetto di ricerca leggermente diverso. E invece sento che manca qualcosa. Sento che se parasociale vuole arrivare a descrivere davvero lo straniante tipo di socialità in cui siamo immersi dopo l’avvento dell’Internet contemporaneo, il concetto va ripensato completamente. Onlife e parasocialità totale Onlife è il fortunato neologismo coniato oltre dieci anni fa dall’italiano Luciano Floridi per rendere conto della continuità tra online e offline. Se suona un po’ retorico e vago, torniamo ancora una volta al fiabesco mondo dell’Internet primordiale. In quel contesto esisteva una classe di individui chiamata “gli amici di Internet”. Costoro erano quei soggetti – che conoscevamo primariamente attraverso il loro buffi nickname – che avevamo raccattato in giro per forum e chat e che di tanto in tanto beccavamo di persona nei cosiddetti “raduni”, solitamente convocati in una città del centro Italia per dare modo a tutti di raggiungerla. Il salto tra l’online e il reale era un vero e proprio evento che riguardava solamente questa eterogenea ciurma di persone che si erano conosciute sul web e che avevano poi una vita “vera”, con amici “veri”, completamente separata dal side-project forumistico. > È parasociale ogni comunicazione che assume l’asincronia come premessa > dell’interazione. Di converso, la relazione sociale propriamente detta è > quella che assume la sincronia della comunicazione. Oggi non solo sarebbe bizzarro chiamare un contatto Instagram o Facebook un “amico di Internet”, visto che nella maggior parte dei casi è collegato a voi attraverso uno stuolo di persone “reali” che avete in comune, ben visibile nell’apposita sezione della piattaforma, ma è vero anche il contrario: chi sono gli amici “reali”? Tutti i nostri rapporti, compresi quelli con persone che conosciamo da una vita intera, vivono online tanto quanto offline. Li abbiamo su tutti i social media che condividiamo – che spesso ci aggiornano sulla loro vita prima di qualsiasi chiacchierata individuale – e li sentiamo più volte al giorno sulle app di messaggistica. Certo, con i più vicini ci incontriamo di frequente, ma pensateci un attimo: se potessimo quantificare le interazioni virtuali e quelle reali, in quante di queste relazioni vincerebbe il reale? A meno che non conviviate direi: nessuna, esclusi i colleghi di lavoro (sempre che non siate “in smart”). Il grosso della nostra socialità avviene online e segue le modalità comunicative delle sue infrastrutture. Voglio espandere il senso di parasociale affinché possa descrivere il quid di tutte queste relazioni, ciò che di straniante hanno rispetto alla socialità precedentemente conosciuta. In Storia della fama facevo un passo in questa direzione quando parlavo di “stilizzazione famogena” delle interazioni con persone che conoscevamo davvero. Portavo l’esempio di una discussione virtuale che avviene in pubblico, sotto il profilo di qualcuno. Osservavo come la presenza di spettatori – e dei loro like, dei loro commenti, delle loro reazioni – trasformasse una conversazione tra amici che si conoscono da una vita in un dibattito tra un famoso che difende il suo “content” e un fan/hater che lo contesta. Questo però riguardava appunto solo le interazioni pubbliche. Cosa ne è di quelle individuali? Perché avvertiamo qualcosa di parasociale anche nello scambiarci continuamente reel con amici che conosciamo benissimo, nei lunghi vocali da ascoltare che diventano impegni di lavoro, nel fidanzato che ti dà la buonanotte e risulta online due ore dopo? Per rendere conto anche di questo straniante dobbiamo slegare il parasociale dalla fama e quindi dal criterio che lo fondava: l’asimmetria/unilateralità della relazione. Fonderemo il più ampio concetto di parasociale su un altro criterio: l’asincronia. È parasociale ogni comunicazione che assume l’asincronia come premessa dell’interazione. Di converso, la relazione sociale propriamente detta è quella che assume la sincronia della comunicazione. Se vi sembra un criterio arbitrario e riduttivo, vi faccio notare che per decine di migliaia di anni la socialità umana non è stata altro che questa. La scrittura inaugura la possibilità parasociale che rimane per altre svariate migliaia di anni circoscritta alla comunicazione pubblica (libri, leggi, documenti ecc.) e all’episodico della comunicazione epistolare. > Il parasociale prevede l’interazione continua con documenti, documenti magari > molto recenti, documenti che possono animarsi da un momento all’altro, ma > comunque documenti. Documenti, scritture, tracce, come le chiamava Derrida. In questo senso, il parasociale prevede l’interazione continua con documenti, documenti magari molto recenti, documenti che possono animarsi da un momento all’altro, ma comunque documenti. Documenti, scritture, tracce, come le chiamava Derrida. La disseminazione continua di documenti da parte di persone comuni è una cosa recentissima che merita di essere inquadrata come una nuova forma di socialità. Quelli del passato erano artefatti culturali prodotti e diffusi dalle élite – politiche e culturali – e solo in senso molto lato si poteva parlare di relazione sociale mediata da questi, come il lettore che scorge l’animo dell’autore e si affina elettivamente a Goethe attraverso Werther.  Non a caso, quando questi documenti si fanno più vivi per mezzo della tecnologia video, ecco che si attivano i recettori della socialità, rispondiamo al “buongiorno” del presentatore e gli studiosi individuano quella prima forma di parasocialità. Faccio notare di passaggio che l’asincronia include anche tutte le relazioni di fama che abbiamo discusso in precedenza; non le caratterizza profondamente come l’asimmetria/unilateralità, che è un criterio aggiuntivo e discriminante, ma nondimeno la comprende. Il parossismo di questa comunicazione documentale, il luogo paradigmatico che sembra negarla ma in realtà svela la sua vera natura, è chiaramente la chat. Wikipedia alza un bel dito medio alla mia teoria e dice che la chat è formalmente nota come synchronous computer-mediated communication, SCMC. E dice una cazzata. La chat è sincronica nelle sue intenzioni ma non nella sua sostanza, non nelle implicazioni delle sue premesse materiali. È sincronica solo relativamente, solo paragonata ad altre forme di comunicazione telematica che incorporano una diversa intenzionalità come le e-mail. Di fatto, sono scrittura sia l’una sia l’altra e pertanto possono essere lette in qualsiasi momento. Come dicevano gli antichi, solo la voce vola, la scrittura è ciò che rimane. L’unica vera comunicazione sincronica passa per la voce (sempre che questa non sia registrata, come i lunghissimi vocali di cui sopra). Dal momento che la scrittura entra in gioco, siamo nel documentale almeno in potenza. Ed è una potenza che si fa atto più spesso di quanto vorremmo. > L’introduzione delle cosiddette spunte blu, ossia dei marcatori dell’avvenuta > visualizzazione del messaggio in una chat, all’inizio degli anni Dieci è stato > un atto di terrorismo sociale senza precedenti, una sadica aggressione > psichica alla popolazione mondiale da parte di Big Tech. Lo sgarbo più grave e insieme ridicolo che l’uomo moderno può fare al suo prossimo è “visualizzarlo in faccia”. L’introduzione delle cosiddette spunte blu, ossia dei marcatori dell’avvenuta visualizzazione del messaggio in una chat, implementata all’inizio degli anni Dieci è stato un atto di terrorismo sociale senza precedenti, una sadica aggressione psichica alla popolazione mondiale da parte di Big Tech. Ancora una volta in contrasto col fiabesco mondo dell’altro ieri in cui il pioniere di tutte queste applicazioni, MSN Messenger, aveva messo a disposizione tutta una serie di etichette come “Occupato” o “Non al computer” per depotenziare l’ambigua presenza online di un contatto. Il cambio di marcia verso l’iperconnessione permanente, la reperibilità verificabile, è stato repentino e sconvolgente. Bontà loro, hanno poi consentito a ciascuno di rimuovere la feature e addirittura gli ultimi accessi online, ma parallelamente si è diffusa la sensibilità per cui, come chi non beve vino, un uomo senza spunte blu ha qualcosa da nascondere. Nessuno dal vivo, ma neanche al telefono, può ascoltarti e non risponderti. La possibilità di questa offesa si apre solo a partire dell’indecidibilità della tua presenza perché, i tuoi messaggi come i suoi, altro non sono che documenti, lettera morta, delle semplici cose. L’Internet delle cose che noi siamo (la vera Dead Internet Theory) Ma torniamo da dove siamo partiti: il ghosting come apparizione anziché come scomparsa. Nessuno ha mai avuto problemi a sparire dalla vita di qualcuno prima del 2010. Solo da quindici anni a questa parte abbiamo inventato una parola per inquadrare un fenomeno apparentemente vecchio quanto il mondo, ma in realtà profondamente diverso. Le persone non spariscono più, lasciano delle tracce, dei documenti, dei fantasmi. Internet delle cose è un’improbabile locuzione tecnica dal sapore colloquiale che vuole semplicemente indicare l’ecosistema di aggeggi connessi alla rete che ci circondano nella nostra vita quotidiana: il telefono che comunica col pc, che comunica col tablet, che comunica con la TV, che comunica con l’AirTag nella macchina, che comunica con la lavatrice ecc. La prendo in prestito per annunciare che le cose siamo noi, quando siamo dentro Internet. Cose giustapposte ad altre cose in un tentativo di comunicazione. Siamo messaggi, foto, like, video, condivisioni, parole che si depositano sul fondo virtuale eternamente visibile in attesa della risposta di altre cose. Viviamo nella parasocialità quando crediamo di socializzare mentre lasciamo tracce, segni della nostra presenza non più attuale, semplici cose. A proposito di locuzioni fortunate e vagamente suggestive, possiamo rubarne una a un filosofo prestato all’economia chiamato Karl Marx. Critici e seguaci in egual misura gli hanno sempre riconosciuto una prosa talmente vivida da trasformare analisi scientifiche in brani letterari memorabili. Ad esempio, nel tentativo di riportare sulla terra i misteri dell’economia che si presenta come un eterno scambio di cose chiamate merci, prodotte chissà come e chissà perché, si inventa l’espressione “lavoro morto” (verstorbene Arbeit), buttandoci dentro pure un vampiro. Tutto ciò che vediamo, tutta la ricchezza oggettivata, il capitale, le merci, i mezzi attraverso i quali sono state prodotte, altro non sono che azioni ormai concluse compiute da esseri umani, lavoro morto incorporato. Allo stesso modo, dobbiamo intendere il parasociale come socialità morta, incorporata nelle tracce che di essa abbiamo davanti agli occhi. Il disagio che viviamo deriva da un dialogo tra morti. La parasocialità è uno scambio di documenti che alludono alla presenza dell’altro. Ma per quanto ne sappiamo l’altro potrebbe pure essere morto, morto in senso letterale. Ridi pure ma accade e ci accadrà. Ognuno di noi scriverà l’ultimo post su Facebook, l’ultima story di Instagram, l’ultimo messaggio su Whatsapp che non saprà di essere l’ultimo. > La parasocialità è uno scambio di documenti che alludono alla presenza > dell’altro. Ma per quanto ne sappiamo l’altro potrebbe pure essere morto, > morto in senso letterale. Chissà come avrebbe descritto “il tipo parasociale” il morto illustre che abbiamo precedentemente citato. Forse una via di mezzo tra il suo sociale e antisociale: “Amo oltremodo dissare gli altri, mandare fuochi alle ragazze / A ottobre vado al Club2Club e condivido diciotto stories / Perché su Insta poi non conta la presenza, basta ci sia soltanto l’apparenza”. Ma il parasociale non è un tipo, un carattere proprio di alcuni individui, quanto una dimensione che attraversiamo tutto il giorno, tutti i giorni, con amici, conoscenti e sconosciuti. Disertare completamente questa dimensione è senza dubbio possibile, ma richiede investimenti radicali: comprarsi un telefono antico che manda solo SMS e abbandonare tutte le piattaforme di social media. Per tutti gli altri, occorre imparare a navigare la parasocialità dando la giusta importanza alle sue “cose” che si spacciano per persone. E quando siete sociali, fateci caso. L'articolo Il sociale e il parasociale proviene da Il Tascabile.
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Divenire flusso
Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato. Speciale a cura di Giulia Moriconi N el pieno infuriare della pandemia da Covid-19, le notizie di animali alla riconquista degli habitat da cui l’uomo li aveva respinti si rincorrevano sui vari social. Mentre le città erano percorse da bus quasi vacanti, su cui viaggiavano operai e altri lavoratori considerati “essenziali” – sacrificabili –, un gruppo di delfini agitava le acque della laguna veneziana, tornate limpide grazie allo stop forzato delle imbarcazioni. Sono i sacrificabili a incarnare per primi la fantasia di redenzione che il resto della specie si concede a distanza di sicurezza. Nessuno, mentre condivide dal proprio divano le immagini dei delfini a Venezia, si immagina davvero tra le vittime della “punizione divina” che invoca. La speranza di questa punizione governa le condivisioni della notizia, in breve tempo virale. Peccato che quelle pinne e quei cetacei non fossero affatto a Venezia, ma nel mare del porto di Cagliari. I solerti debunker tentano di denunciare la bufala, ma i segmenti di utenza confinati nella quarantena non rispondono più alle metriche tradizionali di verifica del vero e del falso: che quei delfini fossero davvero a Venezia è totalmente secondario perché a essere importante è che l’immagine svolgesse il suo compito redentivo, offrendo alla coscienza anestetizzata delle masse confinate il carburante emotivo perfetto per la prossima condivisione. Il dibattito mainstream sui nuovi media occulta il fatto che oggi l’informazione viene recepita solo in base alla sua funzione operativa e alla sua velocità di ricircolo nei feed. La popolazione è precipitata nello schermo nero del digitale. Era il 2020, un tempo che avvertiamo lontano, soffuso, come si addice ai contenuti rimossi dalla coscienza, un tempo in cui delle pinne decontestualizzate, detournate, annunciarono una svolta nell’apocalisse culturale iniziata quattro anni prima, nel 2016, l’anno in cui il Merriam-Webster nominò “surreale” parola dell’anno, come ricordava su questa rivista Daniele Cassandro in Cronaca pop di un anno surreale. A giugno 2016 il Regno Unito fuoriesce dall’Unione Europea, e il 9 novembre, inverando una vecchia puntata dei Simpson, Donald Trump diventa presidente degli Stati Uniti. Nel nostro Paese, la parabola di Matteo Renzi volge al capolinea: dopo la sconfitta referendaria, il presidente del consiglio, “il rottamatore”, si dimette. Sono grandi eventi politici che per la prima volta vengono vissuti interamente dentro la temporalità dei social network. > Il dibattito mainstream sui nuovi media occulta il fatto che oggi > l’informazione viene recepita solo in base alla sua funzione operativa e alla > sua velocità di ricircolo nei feed. La popolazione è precipitata nello schermo > nero del digitale. D’altronde parliamo di un momento in cui si consuma l’apice di un processo che potremmo chiamare memification: la rincorsa della realtà allo svuotamento del suo significato referenziale originario per andare incontro a una riconfigurazione in unità informative modulari, altamente replicabili e pronte alla circolazione virale. A questo movimento si contrappone l’incursione dei meme nella realtà. Dopo una lunga permanenza nelle retrovie di Internet, il meme di Pepe the Frog viene bollato come vettore di odio razziale, ormai saldamente nelle mani dell’alt-right statunitense, e persino Facebook è costretto ad adottare una policy specifica per contenerlo. Nei talk show italiani vengono utilizzati i meme satirici di Federico Palmaroli, l’admin della pagina Facebook “Le frasi di Osho”: è il primo caso di un autore di meme italiano che diventa opinion leader politico. Il 2016 “è stato un anno in cui, come nei sogni, le cose più ovvie hanno preso una forma nuova”, ricorda Cassandro. La discesa in politica di Donald Trump avviene infatti nello stesso momento in cui Pokémon Go, “il gioco più surrealista mai realizzato”, permette a dei mostri di invadere i quartieri, mentre sullo sfondo l’ISIS e la sua guerra asimmetrica perseguitano l’immaginario collettivo, sgozzando preti e colpendo l’Occidente con attentati sanguinari messi a segno da “lupi solitari” mimetizzati nella società dei consumi e arruolati su Call of Duty. È un anno “contraddittorio”, oltre che surreale, un fermento esuberante di sogni e incubi, in cui le conquiste civili – In Italia viene approvata la legge Cirinnà che ha riconosciuto legalmente le unioni civili per coppie dello stesso sesso – si contrappongono alle brutali violazioni dei diritti umani. Il 2016 è stato anche l’anno di nascita del Tascabile, rivista online che nel corso di un decennio ha agito come una sonda in grado di attraversare le crepe sulla facciata del mondo, inoltrandosi in quei vuoti che lasciano intravedere i lineamenti di una metamorfosi dell’immaginario, una rivoluzione, che trascende il semplice mutamento delle nostre immagini culturali e si manifesta come un mutamento del rapporto tra immaginario e reale. Ripercorrere questo decennio significa attraversare tre soglie, e la prima, che si estende dal 2016 al 2019, è quella in cui l’intero decennio comincia a perdere fiducia in ciò che si presenta alla vista. Questione di fiducia (2016-2019) Il mondo è sulla soglia di una crisi di fede, l’idea di realtà vacilla sotto il peso di una nuova accumulazione originaria. Mentre il #MeToo porta all’arresto del produttore cinematografico Harvey Weinstein, ridisegnando il discorso sul genere come hashtag globale, sullo schermo il Marvel Cinematic Universe consuma la propria fase 3, costruendo una mitologia condivisa capace di tenere insieme un pubblico globale sempre più diviso su tutto il resto. Nel frattempo, i social si evolvono: Instagram copia le istantanee di Snapchat e introduce le “storie”, brevi contenuti della durata di ventiquattro ore, Facebook la possibilità di reagire ai contenuti, e dalla Cina inizia la sua corsa egemonica TikTok, una app concentrata esclusivamente su video verticali che in pochi anni spazzerà via la concorrenza. La parola algoritmo è centrale nel dibattito culturale e diventa presto questione geopolitica quando nel 2018 scoppia lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica: il furto dei dati personali di oltre ottanta milioni di utenti e la loro profilazione, attraverso lo studio delle interazioni sui social, al fine di influenzare elezioni politiche e referendum cruciali, come quello che aveva portato alla Brexit due anni prima. > La parola algoritmo è centrale nel dibattito culturale e diventa presto > questione geopolitica quando nel 2018 scoppia lo scandalo Facebook-Cambridge > Analytica: il furto dei dati personali di oltre ottanta milioni di utenti e la > loro profilazione. Nel 2017 Carlo Mazza Galanti, che in Robot come umani riprende le parole di Philip K. Dick, descrive la “graduale confusione della generale natura e funzionalità umana nella natura e funzionalità di ciò che gli umani hanno costruito”: “abdicando la sua fisicità animale e riducendo gli spazi di autonomia è l’uomo a diventare macchina, e non viceversa”. L’intuizione di Mazza Galanti anticipa qualcosa di preciso, e vale la pena di fissarla un attimo: muovendo le sue argomentazioni a partire da Westworld, il serial HBO in cui i robot di un gigantesco parco a tema Far West si ribellano ai loro sadici costruttori, Mazza Galanti invita il lettore a prendere atto che è il genere umano a rivelarsi sempre più un dispositivo di registrazione, che come tale non si interroga più sulla veridicità di ciò che riprende. È l’uomo a scivolare verso la macchina, o forse a rivelarsi già tale. È un rovesciamento che riguarda, prima ancora del lavoro e dell’identità, la percezione stessa: il crollo della realtà conduce a uno sfaldamento dell’esperienza, intesa come la capacità di dare un senso a ciò che accade, e al suo posto avviene una semplice registrazione. È esattamente questo scollamento tra vedere e credere, esperire e registrare, che Pietro Minto descrive l’anno successivo, nel 2018. In Il collasso della realtà, Minto racconta come “i social network” siano riusciti a confezionare “un piccolo mondo personalizzato per ciascun utente, un feed che contiene notizie e personaggi che l’algoritmo ritiene possano piacerci”. Il mondo scompare, l’accesso empirico al referente va incontro a una contrazione, al suo posto a essere vista è la sua immagine, qualcosa di già filtrato, prodotto per essere visto e mai colto nella sua innocenza: l’evento non viene mai fruito all’esterno della sua mediazione tecnica. L’apparente dimensione globale delle interazioni sui social network si rivela presto una contraria dispersione delle comunità online in vere e proprie prigioni psichiche e ideologiche: le bolle filtro diventano gigantesche camere di eco a causa del labirinto autoreferenziale in cui l’algoritmo delle diverse piattaforme rinchiude i propri utenti. Tutto ciò non è stato un effetto collaterale, ma un elemento strutturale delle modalità con cui le piattaforme hanno creato una merce ancora più miracolosa della viva carne umana: il dato, una risorsa che, per essere estratta, ha richiesto una vera e propria “rivoluzione agricola del digitale”, capace di coltivare mercati su desideri inoculati così in profondità da far impallidire i vecchi pubblicitari. > L’apparente dimensione globale delle interazioni sui social network si rivela > presto una contraria dispersione delle comunità online in vere e proprie > prigioni psichiche, labirinti autoreferenziali in cui l’algoritmo delle > diverse piattaforme rinchiude i propri utenti. Le filter bubble hanno sì garantito una maggiore personalizzazione dell’esperienza dell’utente, ma con lo stesso gesto lo hanno trasformato in una miniera di estrazione dati, intensificando il processo di mercificazione dell’esistente, superando in parte la dimensione materiale e pervadendo anche le nicchie più recondite. La figura dell’utente-macchina trova qui il suo destino pratico: privato di margini di agency autonoma, il soggetto viene incorporato nell’architettura delle piattaforme di intermediazione, diventando così miniera di dati comportamentali. Da agente a giacimento. Elementi essenziali della virtualità creata dalle bolle filtro, scrive ancora Minto, “sono le fake news […] aggiornate secondo i voleri dell’algoritmo, e quindi scritte per fare da esca a un certo pubblico”. È una frattura che si propaga rapidamente dal terreno tecnico a quello politico: se ciascuno abita un mondo confezionato su misura, la premessa stessa della vita democratica, un terreno di fatti condivisi, smette di reggere. Mentre la politica, in particolare le nuove destre, cavalca questa frattura muovendosi in avanti, in direzione del sospetto sistematico, della contraffazione e della propaganda più smaliziata, il mondo culturale sceglie la direzione opposta, conducendo una battaglia dalle retrovie che lo porta a indietreggiare nel tempo. L’immaginario pop subisce una regressione che lo riporta alle estetiche degli anni Ottanta: già due anni prima, la serie Netflix Stranger things fa del citazionismo al decennio dell’opulenza un genere a sé. È il tribalismo del Digital Folklore descritto da Valerio Mattioli in Il Medioevo digitale, nome di un’epoca che “guarda ai primi anni del web come a un’epoca di ingenuo artigianato popolare prima dell’avvento dei grandi monopoli”. La realtà è che sotto la patina anni Ottanta si cela il fatto che “le più spericolate proiezioni post-umane della tardomodernità si sovrappongono alle vestigia del passato”: sotto i synth, le acconciature vaporose e le biciclette bmx che sfrecciano tra i vialetti con le loro case tutte uguali, pulsa il midollo di un sempiterno Medioevo. Al suono dei clavicembali e dei sintetizzatori viene assemblata un’estetica che “risponde alla sensazione di vivere in una fase di transizione e disgregazione, dove la fede nel progresso lineare si è spezzata”. Un’epoca di “carestie e di epidemie”, in cui la servitù della persona torna a essere la norma sociale esplicita, non il suo sintomo; il nostro tempo è il manifestarsi di una nuova gleba scavata da servi algoritmici: robot, da robota, “schiavo” nelle lingue slave. Nel 2019, in Consumare la nostalgia, Francesco Guglieri chiude il cerchio aperto dall’anno surreale descritto da Cassandro, recensendo il film interattivo di Netflix Bandersnatch. Più di ogni altra piattaforma, il colosso dello streaming ha colonizzato l’immaginario capitalizzando la nostalgia e convertendo l’intrattenimento in profilazione di massa. “Ogni minuto che viviamo”, scrive Guglieri, “produciamo una nuvola di dati […] il punto è cosa si fa con quei dati. E chi”. Operazioni come Bandersnatch non sono che “beta-testing” aperti “a un’audience globale e mainstream […] un raffinato sondaggio d’opinione, un test psicologico su misura. Un test Voight-Kampff”. Nel 1982 quel test, reso celebre da Blade Runner di Ridley Scott, serviva a smascherare i replicanti, e per funzionare presupponeva che esistesse ancora un confine reale, per quanto sottile, tra l’umano e la sua simulazione. Nel 2019, l’anno stesso in cui è ambientato Blade Runner, quel confine è già ridotto a un sondaggio di marketing travestito da narrazione. Basteranno pochi mesi, e un virus, per oltrepassare definitivamente la soglia. Biennio cerniera (2020-2021) Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo solo un anno dopo. O meglio: la comunità scientifica non era all’oscuro, a più riprese aveva tentato di avvertire i governi di una possibile catastrofe epidemiologica e non ne era all’oscuro neanche David Quammen, il divulgatore statunitense che nel 2012 finì per predire, in Spillover, la pandemia e la quarantena globale. Da Wuhan, periferica città della Cina centro-orientale, capoluogo della provincia dello Hubei, il SARS-CoV-2 compie il salto di specie, dai pipistrelli agli uomini, e con esso la realtà si prepara a deflagrare. Sono gli ultimi mesi del 2019, ma il tutto esploderà all’inizio dell’anno successivo e alle immagini televisive di mesti cittadini cinesi in mascherina si sostituiranno presto le ambulanze che sfrecciano verso l’ospedale di Brescia e le funebri processioni mediatiche di innumerevoli bare. È ufficialmente l’inizio della fine. Ali di pipistrelli, laboratori segreti per produrre armi chimiche, oscuri complotti per decimare la popolazione attraverso la modifica del DNA: gli anni del Covid sono stati anni di guerra ideologica furiosa. > I nemici dei regimi democratici hanno un nuovo nome: complottisti. Un fronte > non lineare, composto da una parte da veri e propri fabbricanti di > disinformazione e dall’altra da una generazione stritolata dalla crisi della > classe media che ha abbracciato le dietrologie per continuare a sperare che > esista un senso umano al male del mondo. L’urgenza del vaccino scatena gli animi dei no-vax, e in alcuni casi gli Stati rispondono con l’introduzione di specifici pass che garantiscono la circolazione previa vaccinazione. I nemici dei regimi democratici hanno un nuovo nome: complottisti. Un fronte non lineare, composto da una parte da veri e propri fabbricanti di disinformazione e dall’altra da una generazione stritolata dalla crisi della classe media che non ha superato il lutto della società della mediazione e ha abbracciato le dietrologie per continuare a sperare che esista un senso umano al male del mondo. Nuovi eretici, contro cui è necessario mobilitare il vocabolario bellico. Giancarlo Sturloni lo osserva nei suoi primi giorni di diffusione, in Il linguaggio militare della pandemia: “l’appello a respingere il tiranno invasore è rimbalzato dalle stanze del potere alle corsie degli ospedali, trovando eco nei titoli dei giornali e negli applausi dai balconi […] siamo in guerra”. È un lessico che funziona, riesce a compattare, mobilitare, perché è capace di rassicurare dando una forma riconoscibile all’ignoto. Il linguaggio militare trasforma “i medici in soldati da mandare al fronte e i malati in vittime collaterali o in combattenti a cui si chiede di ‘vincere la loro battaglia’”. “La metafora della guerra impedisce di concepire le malattie infettive nell’ambito delle relazioni ecologiche in cui gli agenti patogeni emergono e si diffondono”. Così, l’altro, il virus, il complottista, lo straniero o il “deviato”, diventano frammenti dello stesso fuori espunto: emanano un’aura minacciosa, in quanto simboli di un tremendo da cui ci separa un fronte, una trincea, la nostra porta di casa, ultimo criterio per distinguere il dentro dal fuori. È in questo frangente emergenziale che le priorità imposte dalla catastrofe climatica sono state surclassate dal desiderio di sopravvivenza immediata. Sono lontanissimi i tempi in cui la studentessa svedese Greta Thunberg aveva dato vita a una gigantesca mobilitazione globale attraverso il movimento di protesta ambientalista Fridays for Future; lontanissimi seppure sia trascorso solo qualche anno da quando, entrando di peso nel nostro immaginario, Thunberg lanciò i suoi strali ai potenti nel suo discorso di apertura al UN Climate Action Summit, in cui chiede furiosa ai capi di Stato e di governo mondiali: “How dare you?”, “Come osate?! Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote”. L’attenzione per la catastrofe climatica si rivela però uno dei tanti trend che si rincorrono nel palinsesto delle piattaforme. Con il Covid-19 è giunta l’alba della “società dello streaming”. > Nel frangente emergenziale del Covid-19 le priorità imposte dalla catastrofe > climatica sono state surclassate dal desiderio di sopravvivenza immediata. > Sono lontanissimi i tempi in cui Greta Thunberg aveva dato vita alla > mobilitazione globale dei Fridays for Future. In Parole sulla pandemia, Paolo Pecere si fa portavoce di Arundhati Roy, leggendo nel tempo pandemico una “porta, un passaggio tra un mondo e il successivo”. Critico verso le posizioni espresse da Agamben in L’invenzione di un’epidemia, Pecere invita a coniugare l’analisi delle fonti scientifiche con la capacità di restare con i piedi per terra, senza mitizzare (e militarizzare) la vita pandemica né in senso positivo né in quello distopico. Era l’aprile del 2020, e nell’articolo di Pecere si possono già ritrovare frasi che incrinavano “la possibilità di tornare a una normalità comunitaria e sociale”, chance “andata persa del tutto”, vittima del processo di accelerazione con cui la pandemia ha estremizzato le tendenze omicide del capitalismo. È stato sì un passaggio, il definitivo “jack-in” della popolazione ai dispositivi mediali. Il nuovo mondo è sempre meno umano, sempre meno razionale. Con lo spazio comune, anche il sapere condiviso si frantuma. L’abdicazione alla scienza, un anno dopo l’inizio della pandemia, porta all’emersione di vecchie teorie olistiche, come il terrapiattismo, capaci di prendere il timone nella spiegazione del mondo complicato dalle nuove tecnologie. Il consesso umano presente è scisso in mondi, spazi di significato differenti, e a volte in collisione. Con la quarantena alle spalle, Laura Tripaldi affronta in Quantum dot, controllo dell’umanità e materia programmabile il proliferare dei complottisti antiscientifici, avversari della tecnologia 5G, ossessionati dai quantum dot e dalle nanoparticelle, e li legge come sintomo di uno “spostamento più profondo” che pone la società davanti a un bivio: o affrontiamo la possibilità di intendere la tecnologia in modo radicalmente diverso, oppure ci condanniamo alla sua demonizzazione. Bisogna prendere atto che “ci troviamo di fronte a una tecnologia che non si manifesta più attraverso la presenza ingombrante e visibile delle macchine tradizionali, perché agisce a livello molecolare, mimetizzandosi con la natura stessa e rendendo i confini tra artificiale e naturale sempre più sfumati”. Maggiore sarà la potenza della tecnologia, maggiore la diffidenza nei suoi confronti. Non è un caso che, nello stesso anno, un’abdicazione dello stesso tipo si consumi anche sul fronte letterario. Francesco Pacifico mette sotto accusa la voce narrante del romanzo occidentale contemporaneo, quella che si vuole empatica, progressista, consapevole del proprio privilegio, e che proprio per questo, scrive Pacifico in La voce narrante del padrone, resta compromessa esattamente quanto la scienza di Tripaldi, che arranca nella vaporizzazione dell’autorevolezza. La prima persona letteraria e l’uso della terza persona distaccata dominano lo spazio del romanzo, così come il genere di successo dell’autofiction, e si rivelano come trampolini per indebite generalizzazioni che mascherano una verità evidente, ossia che “la voce narrante non è mai neutrale”, e questo perché “porta con sé il peso della provenienza sociale, del privilegio e delle aspettative del mercato editoriale”. La comunicazione trasparente, come la buona letteratura che entra in classifica, è sempre frutto della voce del padrone, che vuole rassicurare il suo sottoposto: il lettore borghese, il cittadino; questo accade affinché non si inizi a mettere in crisi la propria visione del mondo, le proprie parole, finendo così per desiderare storie capaci di sovvertire il linguaggio e, inevitabilmente, il mondo. > La comunicazione trasparente, come la buona letteratura che entra in > classifica, è sempre frutto della voce del padrone, che vuole rassicurare il > suo sottoposto: il lettore borghese, il cittadino, affinché non si inizi a > mettere in crisi la propria visione del mondo, le proprie parole. È in questo doppio vuoto – esplicativo e narrativo – che trova spiegazione l’ossessione escapista per lo spazio domestico borghese, dominante nelle narrazioni contemporanee. Del resto, finché la fuga dalla realtà resta l’unica via, dal momento che abbiamo perduto il mondo, non possiamo che cercare rifugio tra le mura domestiche, l’unico luogo a rimanere familiare. La pandemia e le restrizioni imposte dai governi hanno chiuso la parabola di Greta Thunberg ma hanno soprattutto reso ancora più difficile raccontare l’ignoto. Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi, gli autori di Medusa (2021), denunciano espressamente la crisi climatica come crisi dell’immaginazione, guardando all’impossibilità di creare narrazioni capaci di comprendere il cambiamento climatico, poiché quest’ultimo, in quanto “iperoggetto” (Timothy Morton, Iperoggetti, 2018), evidenzia il limite umano nel concettualizzare una scala di realtà così enorme. Il cambiamento climatico non ci sta davanti, esso ci attraversa e per questo non riusciamo a visualizzarlo e quindi a raccontarlo. In quanto “schema organizzativo espresso in forma di storia”, la letteratura secondo De Giuli e Porcelluzzi deve “creare gli spazi mentali per ciò che non siamo ancora capaci di vedere o accettare”, invece di limitarsi a “rispecchiare il presente”. Ciò che gli scrittori non fanno più viene eseguito da eserciti di professionisti alle dipendenze di magnati californiani narcisisti e abbronzati. A ottobre del 2021, mentre il decennio si prepara ad attraversare la sua terza e ultima soglia, Facebook cambia nome in Meta e annuncia di voler costruire il metaverso: uno spazio interamente sintetico in cui vivere, lavorare, socializzare, sostitutivo del mondo condiviso che nel frattempo si è appena prosciugato. La stessa azienda che aveva confezionato le bolle filtro si ribattezza nel momento esatto in cui la letteratura chiede un nuovo spazio mentale per l’impensabile, e risponde, a modo suo, con un mondo del tutto immaginario da vendere. Nonostante il metaverso si sia poi rivelato un flop, il compito affidato alla letteratura da De Giuli e Porcelluzzi finirà per essere raccolto da un nuovo tipo di macchina. L’immagine senza corpo (2022-2026) Dal 2016 a oggi l’immagine ha smesso di mentire dentro un mondo verificabile e si è resa così autonoma, capace di esistere indipendentemente dal mondo. A distanza di sei anni da quell’anno surreale in cui i sogni avevano invaso la realtà, sono le macchine, questa volta, a cominciare a sognare e a delirare. Il 2022 è l’anno di Dall-e e Midjourney, i primi sistemi di intelligenza artificiale text-to-image in grado di generare immagini a partire da un testo scritto. Il loro impatto, scrive Francesco D’Isa in La rivoluzione degli algoritmi nel mondo dell’arte, è paragonabile a quello della fotografia. Nell’articolo, D’Isa individua nella reazione della società e del mondo dell’arte un pattern ricorrente, un processo che dallo scetticismo iniziale evolve nella meraviglia – “quando la novità dello strumento è tale che ogni prodotto che crea sembra straordinario” – per poi passare alla preoccupazione, il timore che il nuovo strumento esaurisca le possibilità dell’attività creativa umana, e approdare infine, dialetticamente, all’accettazione, in cui la diffusione della tecnologia normalizza il proprio stesso utilizzo. D’Isa richiama lo sprezzante giudizio di Baudelaire di fronte alla fotografia. La “principale paura” del poeta francese era che la facilità di realizzazione di immagini offerta dalla macchina fotografica “avrebbe moltiplicato a dismisura le opere dozzinali, e a distanza di secoli possiamo dire che aveva perfettamente ragione”. Ma Baudelaire negava alla fotografia lo statuto d’arte non per una ragione di principio, bensì “banalmente” perché “non era un bravo fotografo”: “non basta una macchina fotografica per fare un fotografo”. > Nella reazione della società e del mondo dell’arte all’IA è individuabile un > pattern ricorrente, un processo che dallo scetticismo iniziale evolve nella > meraviglia per poi passare alla preoccupazione e approdare infine, > dialetticamente, all’accettazione. Dall-e e Midjourney, osserva D’Isa, non sono un “androide antropomorfo con una personalità propria”, ma “modelli algoritmici” capaci di riconoscere pattern in un’enorme quantità di dati – non diversi, sostiene, da un pennello: uno strumento come tanti altri, carico delle contraddizioni che ne strutturano il funzionamento. Lo sguardo malinconico di Walter Benjamin sulla perdita d’aura dell’opera d’arte, in questa lettura, va ridimensionata: l’artista resta “co-autore” dello strumento, ma a problematizzarsi è semmai la limitazione al pieno utilizzo dello strumento stesso che infatti, nel caso dei Large Language Models “opera una severa censura, vietando termini e immagini che possano offendere più o meno chiunque” sulla base dell’intervento umano con cui è stato programmato. “A monte di questa censura”, nota D’Isa, “non è difficile notare una confusione tra l’idea di immagine di fantasia e reale”. Il dibattito sulle IA, in questa fase ancora aurorale, resta concentrato su una futile culture war mentre manca ancora una riflessione seria sulla loro impronta materiale: “l’industria dell’AI richiede sempre più materie prime per mantenere la sua corsa verso il progresso […] per allenare un grande modello linguistico vengono emesse circa 300 tonnellate di CO2: una cifra considerevole e preoccupante”, senza contare che solo chi possiede un’enorme quantità di GPU può permettersi di allenare questi modelli, un fattore questo che esclude in partenza i piccoli attori dalla sperimentazione d’avanguardia. L’ottimismo critico di D’Isa non nasconde che questi strumenti non sono affatto neutrali: chi li utilizza, in qualche misura, viene utilizzato a sua volta per gli scopi estrattivi che caratterizzano questa nuova fase della tecnologia. Attraverso il prompt, l’utente non impartisce ordini alla macchina: la sta allenando. In quel momento è il modello a essere nutrito. Quando nel 2023 nasce su Reddit il meme del Will Smith che mangia gli spaghetti – un video generato con le prime versioni dei text-to-image, dai tratti fortemente espressionisti, movimenti innaturali e forme grottesche in divenire continuo – quel senso di uncanny valley non è ancora la crisi vera e propria, ma ne è già il sintomo visibile; è il nostro primo impatto con una immagine non umana del mondo, un’immagine che ha smesso di imitare o sostituire la realtà perché il suo referente ha cessato di essere il mondo ed è oggi l’archivio delle immagini umane pregresse, che è stato divorato, ricombinato e restituito senza passare mai dal reale. Mentre l’immaginario dell’uomo entra progressivamente in crisi, quello della macchina comincia ad assemblarsi con una logica del tutto inumana. La macchina resta, in questo senso, saldamente sé stessa, ed è proprio questo aspetto, non la sua eventuale somiglianza con noi, il punto più inquietante. Jacopo Cirillo lo nota nello stesso anno del Will Smith che mangia spaghetti, spostando l’ultima frontiera del test di Turing verso la comicità (La comicità artificiale, 2023): “il senso dell’umorismo, la capacità cioè di riconoscere una porzione di mondo e di realtà in quanto ‘comica’”, rende l’uomo “l’unico animale che ride”, ed è proprio questa capacità a determinarlo. Non ci resta che una risata, e la speranza che gli algoritmi non imparino mai a comprendere gli intricati metalivelli ironicamente misogini, razzisti e abilisti della migliore stand-up comedy americana. > Con l’IA l’immagine che ha smesso di imitare o sostituire la realtà perché il > suo referente ha cessato di essere il mondo ed è oggi l’archivio delle > immagini umane pregresse, che è stato divorato, ricombinato e restituito senza > passare mai dal reale. La distinzione tra vero e sintetico si ripercuote sulla ragione pubblica. Nell’estratto pubblicato dal Tascabile dal libro di Gregorio Magini, Mitologia del complottismo. Il Behemoth delle storie (2024), il complottista occupa una delle tante posizioni nello spettro indistinto in cui siamo tutti immersi – proprio come l’immagine sintetica non è più il falso da smascherare, ma una posizione nello stesso flusso indistinto di immagini vere. Anche il ragionamento perde per il proprio fuori rispetto a cui essere verificato: chiedersi chi ha ragione e chi mente significa mancare completamente il punto della questione. L’adesione al complottismo riposa su basi alogiche, esistenziali, emotive se vogliamo, le stesse su cui riposa il ragionamento di buon senso, per cui pur bollandole come teorie pseudoscientifiche o irrazionali, i complottismi non smetteranno di diffondersi finché le loro premesse non verranno disattivate. A darle manforte, facendo capolino nel nostro presente, il rilascio, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, di milioni di documenti del Dipartimento di Giustizia americano sul caso Epstein. I file confermano ciò che il sospetto più moderato aveva paventato per anni, ossia una fitta rete di complicità tra il finanziere e un’élite politica ed economica reale, non immaginata. Nonostante manchino prove reali del traffico di minori e persino degli atti di cannibalismo rituale immaginati da QAnon, gli Epstein’s files hanno dato ragione anche ai complottisti, è questo il punto della questione, che analisti e sciocchi e creduloni siano finiti dentro lo stesso gesto di sospetto verso il potere. Nel suo articolo Magini si poneva nel solco della soluzione comunitaria, un tic che denuncia una certa retromania umanista della critica del presente, una postura che guarda al passato piuttosto che prendere atto della scomparsa dell’umanità analogica. Chiedere più socialità, in questa lettura, ignora l’eccesso di società che già condiziona e avvelena la sfera interiore. Nel 2025, Fabio Ciancone, esaminando l’opera della sociologa Eva Illouz in Sovrasocialità e altre storie, aiuta il lettore ad addentrarsi nella “modernità esplosiva” in cui anche le emozioni umane sono modellate in profondità dalle strutture economiche e sociali. Con il venir meno dello spazio pubblico e la pervasività dei social media, lo spaesamento individuale porta la razionalità tradizionale a incrinarsi davanti a disuguaglianze crescenti e a una diffusa rassegnazione politica. Con la conversione degli smartphone in dispositivi di ripresa e trasmissione continua, si consolida un regime di celebrità diffusa che atomizza i soggetti e li inchioda al loro personaggio virtuale. Siamo tutti famosi e tutti più soli, separati nelle nostre camere esistenziali, siamo diventati pixel di un unico, grande, script pubblicitario. Posseduti da una fama inconsistente, subentrata al crollo dell’olimpo un tempo riservato ai divi del cinema e della televisione, spazzato via dal #MeToo e dall’avvento dello streaming, la celebrità del nostro tempo è minima e globalmente diffusa, scrive Alessandro Lolli in Storia della fama (2025). Intervistato sul Tascabile da Elisa Cuter, Lolli parla esplicitamente della fine del mainstream tradizionale in favore di “micro-celebrità” di nicchia, un’altra tessera che va ad aggiungersi al puzzle della frantumazione dell’immaginario. Per comprendere come si sia arrivati a questo punto bisogna guardare al passaggio dai social network ai social media. “Il social network nasceva per parlare con gli amici, creando fama in modo quasi inconscio. I social media richiedono invece un’intenzionalità imprenditoriale: chi vi partecipa accetta consapevolmente di salire su un palcoscenico per un pubblico di sconosciuti […] fare arte o comunicazione diventa simile a un’indagine di mercato, dove bisogna differenziarsi dai competitor e studiare il proprio target di riferimento”. Tutto ruota attorno al feedback costante, che costringe l’utente dei social a un’autocensura preventiva pur di compiacere la propria bolla. > Con la conversione degli smartphone in dispositivi di ripresa e trasmissione > continua, si consolida un regime di celebrità diffusa che atomizza i soggetti > e li inchioda al loro personaggio virtuale. Siamo tutti famosi e tutti più > soli, pixel di un unico, grande, script pubblicitario. La filosofia ha sempre guardato con sospetto le immagini. Schermo, esca, apparenza, inganno, un vocabolario che oggi descrive però qualcosa di diverso da ciò per cui era stato pensato. Giacomo Croci, recensendo L’inquietudine dell’immaginario. Etiche dello sguardo di Pietro Bianchi (2026), lo scrive nella forma più netta: “la preoccupazione non è più soltanto la manipolazione ma anche la generazione, per via d’intelligenza artificiale, di flussi continui di immagini senza redini né referenti reali”. Secondo Bianchi viviamo ormai una nuova modalità percettiva, che fa a meno del corpo: la vista prescinde dagli occhi e dai nervi, perché oggi vediamo innanzitutto “con il cinema”, “con la televisione, gli smartphone, i musei” e “le finestre”. Siamo noi stessi immagini, immagini che producono altre immagini: è la fine dell’autorialità dispersa nel dominio del flusso. Ma è anche la fine dell’immagine stessa. È in questa luce che va letta, forse, la morte annunciata del meme stesso. Il reel, secondo Alessandro Lolli, ha preso il posto del meme visivo e statico. Nella baraonda di “sketch comici interpretati da aspiranti comedian, pubblicità buffe di aperitivi a Catania, influencer che fanno la predica, influencer che ‘reactano’ l’influencer di prima cercando di umiliarlo, gymbro e cryptobro che cercano di insegnarti la vita, rare footage di concerti o programmi televisivi, interviste al man on the street e ovviamente tonnellate di AI slop”, il meme è morto “come idea, come attore principale di Internet”, non più “parola-chiave delle nuove culture digitali”. Fuoriuscendo dall’anonimato autoriale dei forum e diffondendosi sui social media, il meme è stato presto cooptato dalla pubblicità e, come già ricordato, dalla politica. Come le altre immagini, anche il meme si inserisce negli “interessi degli asset finanziari”, che hanno svelato secondo Hito Steyerl il mondo dell’arte come settore economico, capace di accelerare la circolazione delle immagini in un ecosistema che, oltre a una dimensione energivora, impatta profondamente anche sul piano del lavoro – con artisti costretti a operare “su e per infrastrutture produttive delle aziende del big tech”, fomentando “dinamiche razziali/imperialiste in cui divisione e delocalizzazione di micro-task” ricadono su “lavoratori e lavoratrici poveri e razzializzati”, come descritto da Vincenzo Estremo in Estetica del surriscaldamento – rafforzando così, ulteriormente, il divario di classe. > L’epilogo di questo viaggio nel passato recente è il quadro di un’epoca in cui > l’immagine ha decretato la morte dell’immagine stessa, indisponibile ormai > alla contemplazione perché parte di un flusso globale di estrazione violenta > di dati mediante la cattura dell’attenzione.  Proprio quest’anno, quasi a certificare per via finanziaria ciò che l’immagine ha già mostrato per via teorica, l’oligopolio delle grandi piattaforme cambia volto: al vecchio acronimo GAFAM – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft, le compagnie che dieci anni fa avevano costruito le bolle filtro descritte da Pietro Minto – subentra, sui mercati, il nuovo acronimo MANGOS: Meta, Anthropic, Nvidia, Google, OpenAI, SpaceX. Non più le aziende che estraevano dati da un mondo condiviso, ma quelle che generano mondi propri, sintetici, attraverso il sacrificio del mondo materiale. L’epilogo di questo viaggio nel passato recente è il quadro di un’epoca in cui l’immagine ha decretato la morte dell’immagine stessa, indisponibile ormai alla contemplazione perché parte di un flusso globale governato da un’oscura termodinamica, in cui il maggiore o minore calore non segnala altro in quale settore sta avvenendo l’estrazione violenta di dati mediante la cattura dell’attenzione. L'articolo Divenire flusso proviene da Il Tascabile.
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“Io mi identifico con un chicken nugget”: adolescenti queer tra autenticità e rappresentazione
L a cultura digitale ha moltiplicato le immagini vicine al mondo queer, ma non sempre le ha rese più autentiche. Tra social network e piattaforme digitali, gli adolescenti LGBTQIA+ sono chiamati a scegliere come, quando e davanti a chi raccontarsi, negoziando continuamente la propria visibilità tra desiderio di espressione e bisogno di sottrazione. Una stanza con due specchi “I’m the princess, I’m the freak” In quattro parole l’icona queer del pop, Chappell Roan, sintetizza un tema che abbiamo imparato a riconoscere come sempre più familiare: la possibilità di accettare la propria complessità, imparando a convivere con le diverse parti di sé e con lo sguardo altrui che cerca di definirle. Dialogare con gli adolescenti su questi temi era precisamente lo scopo di un progetto da Di.G.I.T. – Digital practices, Gender and Intimacy in Teens’ everyday life ‒ un progetto di ricerca nazionale coordinato dal professor Cosimo Marco Scarcelli dell’Università di Padova e dalle professoresse Lorenza Parisi e Francesca Comunello della Sapienza Università di Roma, che ha permesso di interrogare il mondo della GenZ in più di dieci città italiane da nord a sud. Grazie a questo progetto abbiamo potuto isolare una serie di temi che ci invitano a rivedere cosa intendiamo per visibilità, appartenenza e autenticità nel mondo digitale. indagando vari aspetti della vita online delle e degli adolescenti e, non da ultimo, quelli legati alle soggettività LGBTQIA+ e ai loro modi di vivere questi spazi. Attraverso focus group, interviste e incontri con giovani tra i sedici e i diciotto anni, abbiamo esplorato le loro pratiche quotidiane di presenza online, cercando di comprendere come piattaforme, algoritmi e linguaggi digitali influenzino le modalità con cui ragazze e ragazzi si raccontano, si rappresentano e si riconoscono in relazione all’intimità. > La distanza tra le rappresentazioni LGBTQIA+ che popolano i media digitali e > le esperienze dirette delle e dei giovani riguarda il modo in cui le > piattaforme organizzano la visibilità e definiscono ciò che appare autentico. Tra i molti temi affrontati, uno si è imposto con forza crescente: la distanza tra le rappresentazioni LGBTQIA+ che popolano i media digitali e le esperienze dirette delle e dei giovani che vi si riconoscono, o non vi si riconoscono affatto. Questa distanza non è solo simbolica, ma anche mediale: riguarda il modo in cui le piattaforme stesse organizzano la visibilità e definiscono ciò che appare autentico. Negli ultimi anni, insieme al mutamento radicale delle piattaforme digitali, abbiamo visto trasformarsi anche le strategie di autorappresentazione degli individui. La soggettività si manifesta mediante un processo mediato, continuamente rimodulato dallo sguardo altrui. Mostrarsi online non è più soltanto un atto comunicativo, ma un modo per costruire riconoscimento e appartenenza. Come racconta la sociologa Zizi Papacharissi in Affective Publics (2015), le piattaforme digitali non sono semplici spazi di interazione, ma pubblici affettivi che organizzano la visibilità attraverso emozioni condivise e dinamiche di consenso. La partecipazione si traduce in una forma di esposizione, e il racconto di sé in uno spazio di negoziazione con lo sguardo altrui. I social hanno ampliato lo spazio del racconto, promettendo libertà e inclusione, ma anche ridefinendo, in modo sottile, cosa significhi esporsi. Da un lato sembrano offrire possibilità inedite di sperimentazione e racconto di sé; dall’altro costruiscono confini invisibili, stabilendo cosa può essere mostrato, celebrato o messo in tendenza. L’inclusione, nei media digitali, funziona come una grammatica: amplia il vocabolario del possibile, ma impone nuove regole sintattiche. Le soggettività queer sono oggi più che mai presenti nella cultura digitale: serie, campagne pubblicitarie, creator su TikTok e Instagram popolano i feed, eppure la loro visibilità non coincide con un pieno riconoscimento, né sul piano simbolico né su quello dei diritti. > La partecipazione alle piattaforme digitali si traduce in una forma di > esposizione, e il racconto di sé in uno spazio di negoziazione con lo sguardo > altrui. Le logiche che regolano le piattaforme, gli algoritmi, la ricerca di viralità, la necessità di essere leggibili e replicabili, non sono mai neutrali: privilegiano forme di rappresentazione semplici, rassicuranti, immediatamente consumabili. Ciò che è riconoscibile diventa commerciabile, e ciò che è commerciabile finisce per definire il perimetro del visibile. Nel mondo adolescenziale, dove tutto è ancora in movimento, queste immagini possono produrre effetti ambivalenti. Possono ispirare, ma farsi allo stesso tempo portatrici di distanza o frustrazione. Molte persone LGBTQIA+ che abbiamo incontrato ci hanno raccontato di sentirsi in bilico tra due pressioni opposte: aderire a un’estetica queer riconoscibile o restare fedeli alla propria esperienza, spesso più sfumata, incerta, “meno instagrammabile”, per usare le parole di Sof, 16 anni, persona non binary, bisessuale. La difficoltà, dicono le persone che hanno preso parte alla nostra ricerca, non sta tanto nei contenuti in sé quanto nel modo in cui vengono esposti: quando l’intento di mostrarsi diventa troppo evidente, si perde naturalezza. Ragazze e ragazzi parlano del bisogno di una narrazione normalizzata, in cui la differenza non debba essere continuamente spiegata o rivendicata. > Ciò che è riconoscibile diventa commerciabile, e ciò che è commerciabile > finisce per definire il perimetro del visibile. I corpi e le storie che circolano online finiscono per essere analizzati, discussi, reinterpretati ma anche ignorati. In quelle scelte, nei like mancati o nei profili seguiti e silenziati si disegna un nuovo modo di negoziare la visibilità. Come gli e le adolescenti italiane si confrontano con le immagini digitali delle soggettività LGBTQIA+? Quali tensioni attraversano i loro sguardi e quali visioni alternative emergono dai margini di una visibilità sempre più codificata? La visibilità non è mai solo una questione di scelta individuale: è il risultato di un sistema che decide cosa può circolare, cosa resta invisibile e chi merita di essere guardato. Gli algoritmi, nel silenzio del codice, costruiscono gerarchie simboliche. Decidono cosa è rilevante, chi appare desiderabile, costruendo un feed personalizzato infarcito di narrazioni autoreferenziali non proprio accurate. Come suggerisce Taina Bucher nei suoi studi sulle piattaforme digitali, l’algoritmo è un dispositivo di potere affettivo: non mostra solo ciò che funziona, ma ciò che conferma le proprie aspettative, orientando così il modo in cui viene interpretato il proprio universo di riferimento. > Molte persone LGBTQIA+ si sentono in bilico tra l’aderire a un’estetica queer > riconoscibile o restare fedeli alla propria esperienza, spesso più sfumata, > incerta, “meno instagrammabile”. In questo, la GenZ mostra di sapere che la visibilità non dipende solo dai contenuti o dal numero di follower, ma da un sistema che decide, in modo spesso opaco e poco comprensibile, cosa far emergere e cosa lasciare a margine. Il digitale, infatti, non si limita a riflettere il reale: lo modella, lo ordina, lo distribuisce secondo una logica di attenzione che è contemporaneamente economica ed emotiva. Eppure, se le piattaforme stabiliscono i confini del visibile, ragazze e ragazzi imparano presto a muoversi dentro quei confini, inventando strategie di presenza e, all’occorrenza, di sottrazione. Tra queste strategie rientra anche la capacità di controllare chi può vedere cosa: una forma quotidiana di regia della propria immagine, che introduce un nuovo modo di intendere la privacy. Scegliere chi ci guarda La sociologia classica, a partire da Erving Goffman, ha mostrato quanto conti la distinzione tra ribalta e retroscena nella vita sociale. In La vita quotidiana come rappresentazione (1959), Goffman descrive le interazioni quotidiane come una forma di teatro: in ribalta si recitano i ruoli pubblici, con comportamenti pensati per un pubblico; nel retroscena, invece, si prova, si allenta la postura. È il luogo in cui si sospende la performance, si controlla il proprio lavoro e si prepara la scena successiva. Nei social il retroscena si può tradurre in uno spazio dove parole e immagini possono circolare senza dover passare per l’approvazione collettiva, in cerchie sapientemente selezionate, profili secondari, chat private o liste di “amici stretti”. La privacy, in questa prospettiva, rappresenta la condizione materiale della libertà: la possibilità di decidere i confini, modulandone la permeabilità, riposizionandosi quando le cose cambiano. Il controllo selettivo dello sguardo diventa un gesto politico, una forma di autodeterminazione minima. > Gli algoritmi, nel silenzio del codice, costruiscono gerarchie simboliche. > Decidono cosa è rilevante, chi appare desiderabile, costruendo un feed > personalizzato infarcito di narrazioni autoreferenziali non proprio accurate. Questo si traduce in un sapere raffinato nella pratica. Giovanna, 16 anni, ragazza cisgender lesbica, parla della possibilità di selezionare strategicamente chi guarda i contenuti perché ci sono cose che non le va di spiegare a chi la segue sui social. Questa selettività non ha però il tono della ritirata. È, semmai, una forma di cittadinanza digitale che riconosce la pluralità delle audience: una nuova consapevolezza generazionale. Anche Andrea, 18 anni, ragazzo cisgender gay, evidenzia la necessità di elaborare percorsi capaci di restituire agency, soggettività attiva, a chi decide di condividere la propria esperienza, sottolineando come sia fondamentale che chi racconta possa usare a suo vantaggio le possibilità offerte dalla piattaforma, per esempio rendere visibili le storie a un pubblico selezionato. Le persone intervistate non presentano questa possibilità come eccezione, ma come norma. La coerenza non coincide con la totale apertura: coincide con l’appropriatezza di ciò che si dice rispetto a chi si sceglie di interpellare. L’idea di un sé unico e monolitico lascia spazio a una competenza relazionale: l’identità come tessitura situata, che si fa e si disfa nell’incontro con pubblici differenti. Già nel 2007, uno studio di danah boyd e Nicole Ellison pubblicato sul Journal of Computer-Mediated Communication mostrava come i social network stessero dando forma a un sé reticolare: un’identità pubblica costruita attraverso connessioni e interazioni, continuamente attraversata dallo sguardo e dal riconoscimento dell’altro/a. > La privacy rappresenta la condizione materiale della libertà: il controllo > selettivo dello sguardo diventa un gesto politico, una forma di > autodeterminazione minima. In questa cornice, il sé digitale si comporta come un dispositivo negoziale continuamente messo in discussione. Diego, 16 anni, ragazzo cisgender gay, racconta che sui social preferisce mostrare solo ciò che decide consapevolmente di rendere visibile: una parte di sé costruita attorno a certi aspetti della propria identità, come l’orientamento sessuale, che sceglie di condividere per parlarne o confrontarsi. Spiega di essere consapevole che la propria immagine online sia, in fondo, una semplificazione. Per questo dice di scegliere con attenzione cosa mostrare e cosa tenere per sé, per non lasciare che la propria personalità venga definita unicamente da un’etichetta o da una categoria. Immaginiamo la visibilità non come un interruttore ma come un dimmer, quel dispositivo che permette di regolare l’intensità della luce in una stanza, che la GenZ (senza velleità da influencer) sa regolare in base alle proprie esigenze e necessità. È una forma di agency adattiva, che non rifiuta la scena ma la rimodula continuamente. Ma cosa succede quando la scena smette di restituire un’immagine riconoscibile di sé? Quando la visibilità si trasforma in distorsione più che in rispecchiamento? Fuori fuoco: quando l’immagine non coincide Da pochi anni, la cultura mainstream ha moltiplicato immagini e discorsi sulla queerness: serie, film, campagne pubblicitarie. Eppure molte e molti adolescenti queer parlano di uno scarto tra vita quotidiana e rappresentazione: guardano quei contenuti, li apprezzano, ma non si riconoscono. Durante un’intervista, un ragazzo trans ci ha detto ridendo: “C’è chi dice ‘mi identifico con un chicken nugget’”. Allo sguardo perplesso della ricercatrice, che per un attimo ha creduto di aver intercettato una nuova sfumatura dell’identità di genere, ha subito precisato: stava scherzando. Non lo diceva per prendersi gioco della queerness, ma per ironizzare sulla tendenza sempre più diffusa online a trasformare ogni dettaglio in identità. Dentro quella battuta c’era però una consapevolezza precisa: l’idea che oggi anche l’autenticità possa, in qualche modo, essere interpretata come un trend. L’identità è diventata una performance situata, e come ogni performance ha bisogno di un pubblico per esistere. > La coerenza non coincide con la totale apertura: coincide con l’appropriatezza > di ciò che si dice rispetto a chi si sceglie di interpellare. Alcune estetiche o l’autoironia portata all’esasperazione non piacciono a Martina, 18 anni, ragazza cisgender che non vuole etichette quando si parla di orientamento sessuale. Ci dice che a volte le sembra che anche fare coming out possa diventare un modo per mettersi in mostra più che per esprimersi davvero. Se posizioni il telefono e ti riprendi mentre dici a tua nonna che sei gay non può essere capitato per caso che tu abbia premuto “registra”. In questo racconto emerge una critica sottile alla spettacolarizzazione del sé, un fastidio verso l’obbligo di rendere pubblico ciò che potenzialmente è un gesto intimo. Per Valentina, 16 anni, ragazza cisgender bisessuale, invece, la quotidianità diventa un linguaggio implicito. Segue un paio di coppie lesbiche che postano video di vita domestica, una lavastoviglie da caricare, un gatto che non collabora. Dice che quelle scene non sono più vere delle altre, ma che semplicemente sono spontanee e non sembrano costruite. Eppure, in quelle stesse dinamiche, capita che arrivi il contenuto sponsorizzato, la collab con il brand amico che scopre l’arcobaleno a giugno, la call to action che suona sempre un po’ uguale. Dalle voci raccolte non si levano moralismi: si registra piuttosto il bisogno di prendere le distanze da una narrazione didascalica, e la volontà di cercare un riconoscimento più fluido, meno codificato. L’autenticità al tempo dei feed Nella pratica di questo segmento della GenZ, l’autenticità, non coincide con il riversare online ogni dettaglio del proprio vissuto; diversamente, necessita di una coerenza di fondo tra ciò che si prova e il modo in cui lo si racconta, tenendo conto del contesto. > Dalle voci raccolte non si levano moralismi: si registra piuttosto il bisogno > di prendere le distanze da una narrazione didascalica, e la volontà di cercare > un riconoscimento più fluido, meno codificato. Ed è qui che entrano in scena gli algoritmi. Non in astratto, ma come esperienza concreta: basta osservare come cambiano le visualizzazioni a seconda della musica di sottofondo, dell’hashtag, del ritmo del video. È un learning by doing delle logiche dei media digitali: si impara facendo, e insieme si impara cosa conviene non fare. Chi parla di transizione alterna momenti informativi a leggerezza; chi attraversa ansia o confusione la trasforma in un racconto che possa essere compreso e condiviso: tagli rapidi, una punchline in chiusura, un riferimento condiviso. Improvvisamente le competenze digitali prendono il sopravvento nel racconto che sottostà alle logiche della piattaforma. E poi c’è l’ironia, usata come strumento per alleggerire e per difendersi. Un meme che sdrammatizza, un video che gioca con i cliché per prenderne le distanze. Come nota la studiosa Susanna Paasonen in NSFW: Sex, Humor, and Risk in Social Media (2019), l’ironia online agisce come forma di vulnerabilità condivisa: un modo per elaborare esperienze complesse senza trasformarle in un trauma. Marco, 17anni, ragazzo cisgender gay, racconta che a volte preferisce rispondere alle battute omofobe o ai commenti ignoranti con l’umorismo: condivide meme o frasi ironiche che, dice, fanno capire da che parte stai senza esporti troppo. Per lui è un modo per gestire la distanza e tenere insieme autoironia e affermazione di sé senza dover fare il solito “spiegone in difesa dei propri diritti”. Fuori dalla lente Nelle testimonianze raccolte, un’idea torna con insistenza: sparire, di tanto in tanto, è salutare. Limitare le visualizzazioni, non postare, disattivare i commenti, azzerare il feed. Mark Fisher l’aveva profetizzato nel suo Realismo capitalista (2009, trad. it. 2018), ciò che affatica non è solo la richiesta di una presenza continua, ma il fatto di dover essere sempre visibili e costantemente disponibili. In questo orizzonte, il gesto di sottrarsi diventa una forma minima di cura: un tentativo di ristabilire la distanza necessaria per tornare a sentire la propria voce. > L’ironia online agisce come forma di vulnerabilità condivisa: un modo per > elaborare esperienze complesse senza trasformarle in un trauma. Potrebbe essere percepita come una forma di igiene mentale. Nadia, 17 anni, ragazza cisgender bisessuale, racconta di aver disinstallato Instagram per una settimana “solo per respirare un po’”. Miriam, 18 anni, ragazza cisgender che alla domanda sul suo orientamento sessuale ci risponde “non lo so”, spiega che usa due profili non per moda ma perché così può scegliere a chi concedere cosa vedere della sua vita. Claudio 18 anni, ragazzo cisgender gay, dice: “a volte è bello sapere di non esserci, anche solo per vedere chi se ne accorge”. Sul piano politico, questa ritrazione minima non è irrilevante. Sottrarsi momentaneamente alla visibilità non equivale a nascondersi, ma a riprendere il controllo sul proprio tempo e sulla propria immagine. La sparizione temporanea è un gesto di autorità sul sé, ma anche un atto di cura. Una ricerca sulle pratiche digitali di giovani LGBTIQ+ mostra come la disconnessione diventa una forma di benessere relazionale: non una fuga, ma un modo di rimettere in equilibrio presenza e vulnerabilità, di difendere la propria continuità emotiva in un ambiente che premia la costante esposizione, il valore politico ed emotivo del non esserci sempre, della scelta di modulare la propria visibilità come gesto di autodeterminazione. Questo diritto al fuori campo non si pone in contrasto con i movimenti queer che hanno faticato per conquistare la scena; al contrario, ne raccoglie l’eredità in un momento storico di grandi transizioni. In questa prospettiva, la sottrazione non è negazione, ma una forma di agency: un modo per abitare la visibilità. Seguendo il pensiero della filosofa Judith Butler, potremmo dire che la visibilità è quasi sempre una pratica di relazione: non esiste al di fuori dei regimi di riconoscimento che stabiliscono chi può apparire e in quali forme. Agire ai margini di questa visibilità, scegliendo quando e come mostrarsi, significa mettere a tema i criteri stessi del riconoscimento. > Il gesto di sottrarsi diventa una forma minima di cura: un tentativo di > ristabilire la distanza necessaria per tornare a sentire la propria voce. Come ha detto una delle partecipanti: “non sempre ho voglia di spiegare chi sono, e non credo di doverlo fare ogni volta”. In quella sottrazione parziale, uno squarcio invisibile nella fessura della visibilità, si possono aprire nuovi spazi espressivi. Domande aperte Qual è l’equilibrio giusto tra visibilità e discrezione? Come si misura l’autenticità? La risposta più onesta è partire ponendosi ulteriori interrogativi, riconoscendo come l’urgenza di trovare un responso universale faccia parte del problema. Infatti, le pratiche che abbiamo osservato sono molte e in movimento. Ogni tentativo di normare gli atteggiamenti digitali rischia di trasformarsi in una nuova forma di pressione. Possiamo però avanzare alcune domande che ci paiono utili. In che modo la rappresentazione queer online può restare uno spazio di libertà, e non solo un repertorio di gesti codificati? Chi decide quali corpi, storie, desideri meritano di circolare, e con quali estetiche? E ancora: quanto di ciò che chiamiamo condivisione è davvero nostro, e quanto è un riflesso del modo in cui le piattaforme ci addestrano a mostrarci? In molte conversazioni, le domande non arrivavano da noi ma da loro. Una ragazza, parlando della propria presenza online, chiedeva: “ma se non posto niente per un mese, esisto lo stesso?”. Un ragazzo ironizzava: “forse ci serve un modo per non essere sempre leggibili, anche quando non vogliamo sparire”. Altri ancora raccontavano di sentirsi “troppo queer per certi spazi, troppo normali per altri”. > Qual è l’equilibrio giusto tra visibilità e discrezione? Come si misura > l’autenticità? Abbiamo la possibilità di costruire collettivamente una cittadinanza digitale non ingenua, in cui autorappresentazione e diritto alla privacy, sempre meno garantiti, possano convivere senza annullarsi. Non è poco. Voci che, più che cercare risposte, mettono in scena la fatica di restare riconoscibili senza doversi definire. La domanda, più che la risposta, è la forma di pensiero politico di questa generazione. “Principessa” e “freak” sono due entità che possono darsi il cambio e possono convivere. È lì, tra una sbirciata ai like dei seguiti e una storia che si dissolve allo scadere delle 24h, che immaginiamo un futuro più abitabile: alla ricerca del mantello della semi-invisibilità. L'articolo “Io mi identifico con un chicken nugget”: adolescenti <i>queer</i> tra autenticità e rappresentazione proviene da Il Tascabile.
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Giù in metrò di Luca Gricinella
H o dimenticato di quale torto pensai di essere stato vittima durante la gita di maturità. Ricordo solo che durante quella settimana parlai pochissimo e di controvoglia. Invece che andare a sballarmi con il resto dei miei compagni, passavo le poche ore libere che i professori ci concedevano ogni giorno infilandomi nella metropolitana. Senza curarmi della direzione, salivo sul primo treno di passaggio. Qualche volta, a un’intersezione tra due linee, smontavo dal treno e prendevo una coincidenza, lasciandomi trasportare da un altro convoglio. Poi, a un certo punto, senza seguire un principio preciso, sceglievo una fermata e smontavo. Obbedendo alla segnaletica procedevo verso l’uscita e, una volta ritornato in superficie, mi dedicavo all’esplorazione del quartiere in cui il caso aveva deciso di portarmi. A volte andava male. Il quartiere scelto poteva essere un quartiere dormitorio, il cui paesaggio era dominato da un’infilata di alveari per umani in un anonimo stile brutalista. Altre volte, invece, il caso regalava qualcosa. Come quando, girovagando per un piacevole blocco di condomini in stile liberty, m’imbattei in un pittoresco negozio che vendeva oggettistica rockabilly; una rarità per chi, come me, veniva dalla provincia profonda. Che andassero bene o male, quando l’orologio m’imponeva di tornare sui miei passi e ritornare sotto terra per rientrare in ostello, quelle esplorazioni mi lasciavano lo stesso qualcosa sulla pelle. Era una sorta di brivido, come una scarica elettrica che faceva drizzare i peli delle braccia. L’esaltazione o la spossatezza del giocatore d’azzardo che, almeno per un istante, aveva contemplato l’inebriante girotondo di infinte possibilità tutte ancora da attualizzare. Solo che la mia slot machine, in quei frangenti, era la metropolitana, un treno urbano che correva sotto la superficie della città, divorando le distanze senza che me ne accorgessi. La cosa più simile a cui potevo ricondurre quei viaggi senza meta era l’esperienza di una partita a Super Mario. I momenti in cui, ignaro di quel che potrebbe accadere, posizioni la figurina dell’idraulico sopra uno dei tanti tubi di cui sono costellati i livelli del gioco e pigi il tasto inferiore della croce direzionale per farla accucciare. Il tubo potrebbe essere un passaggio che conduce a un’area segreta del mondo di gioco, carica di tesori. Oppure a una scorciatoia, che può farti avanzare rapidamente verso il livello finale. Oppure, più spesso, essere bloccato e non portare da nessuna parte. La metro, che ‒ curiosa coincidenza ‒, si può chiamare anche tube (tubo), funzionava per me allo stesso modo. O meglio, ero io che la facevo funzionare così, perché il resto delle persone che condividevano con me quei viaggi sapevano alla perfezione dove stavano andando, quanto sarebbe durato il loro tempo sottoterra e, soprattutto, cosa avrebbero trovato una volta riemersi dalla rete metropolitana. > La mia slot machine era la metropolitana, un treno urbano che correva sotto la > superficie della città, divorando le distanze senza che me ne accorgessi. O almeno così pensavo. Magari, su quei treni, seduto a fianco a me o aggrappato a uno dei pali di sostegno, c’era qualcun altro che aveva deciso di scendere nella metropolitana per smontare a una fermata sconosciuta solo per provare il brivido di scoprire che aspetto aveva la città sopra di lui. Chissà, forse non ero solo. Non lo so; quello che so è che questi ricordi e le sensazioni a loro collegate e a lungo sopite nel mio cervello sono state riattivate dalla lettura di un saggio uscito qualche settimana fa per il marchio MachinaLibro dell’editore DeriveApprodi. Scritto dal giornalista culturale Luca Gricinella, Giù in metrò. Società, arti e culture è un libro dedicato a ricostruire il ruolo che la metropolitana riveste nell’immaginario contemporaneo e le influenze che essa ha esercitato su ogni forma di espressione. Dalla fotografia alla musica, dal cinema alla letteratura, fino alle arti performative, quello della metropolitana nell’immaginario collettivo è un ruolo caratterizzato da un ampio ventaglio di sfaccettature. Per poterlo raccontare in modo esaustivo, l’autore ricorre ‒ non potrebbe fare altrimenti ‒, a molte, diverse forme di scrittura: dall’autobiografia alla saggistica, dall’intervista al reportage, dalla recensione all’etnografia. A imporre questo stile ibrido è la natura stessa della metropolitana. Essa è infatti molte cose diverse allo stesso tempo. Prima di tutto è un mezzo di trasporto. Un treno che corre sottoterra grazie a un reticolo di gallerie. È grazie a questa caratteristica che permette a un vasto numero di persone di spostarsi rapidamente, percorrendo lunghe distanze. La costruzione dei primi treni metropolitani ha inizio alla fine del Diciannovesimo secolo. La prima vera linea meritevole di questa definizione è stata quella di Londra, che ha cominciato a operare il 10 gennaio del 1863. Ad avanzare la proposta di costruirla pare sia stato l’allora sindaco della capitale britannica, Charles Pearson, determinato a ridurre il caos insopportabile delle vie del centro, dovuto in parte anche alla mancanza di un interscambio diretto tra le stazioni ferroviarie londinesi. Da allora e fino agli anni cinquanta del Ventesimo secolo, la costruzione di reti di trasporto ferroviario metropolitano visse un periodo di forte e rapida espansione. Una crescita che non si limitò solo al numero di città che adottavano questa soluzione o alla lunghezza complessiva delle loro reti, ma che fu anche un progresso tecnologico. La metropolitana deriva dalla ferrovia, da cui mutua buona parte del suo apparato tecnologico. Tuttavia, le particolarità dello spazio in cui opera hanno fatto sì che questi impianti fossero oggetto di innovazioni, come il controllo della marcia dei treni e la guida automatica. > Giù in metrò è un libro dedicato a ricostruire il ruolo che la metropolitana > riveste nell’immaginario contemporaneo e le influenze che essa ha esercitato > su ogni forma di espressione. Oggi, i diversi tipi di tecnologia impiegati distinguono i sistemi di metropolitana, dando origine a molteplici categorie. Le metropolitane si distinguono così in base al loro tipo di guida, con o senza conducente; al tipo di rotaia usata, metallica o gommata; al tipo di sede, che può essere sotterranea, sopraelevata o di superficie; in base al genere di servizio, dunque pesante o leggero. Potrebbe sembrare una nota di poco conto, ma una parte dell’identità di ogni metropolitana nasce proprio dalle molte combinazioni possibili di queste tecnologie. Ruote e rotaie di quella di New York, racconta Gricinella nel capitolo a essa dedicato, continuano a essere entrambe di metallo, dando così origine al forte stridio che ne è diventato ormai un simbolo. Mentre i convogli automatizzati della linea lilla (M5) della metropolitana di Milano ‒ che attraversa la città da nord a nord ovest collegando lo stadio di San Siro con il capolinea di Bignami Parco Nord ‒ la rendono la linea più amata dai bambini. Seduto su uno dei seggiolini, l’autore li osserva con tenerezza correre verso l’ampia vetrata rivolta nel senso di marcia per potersi godere l’emozione di veder comparire la luce al fondo dell’oscurità del tunnel, mano a mano che il treno si avvicina a una stazione. Ma la metropolitana non è solo un mezzo di trasporto tecnologico, è anche uno spazio. Uno spazio molto particolare; un non luogo, per dirla con il concetto coniato dall’antropologo francese Marc Augé, che alla metropolitana ha dedicato Un etnologo nel metrò (1992), uno dei suoi testi più celebri. A renderla tale è la sua posizione sotterranea. Alla metropolitana si accede infatti attraverso un complesso sistema di soglie composto da scale, portali, tornelli, ascensori, rampe e diversi altri tipi di forme architettoniche. Attraversando i quali non ci si lascia solo alle spalle il mondo di superficie, si perdono tutti i riferimenti e le coordinate spaziali che rendono possibile orientarsi nello spazio. L’esperienza di un viaggio in metropolitana è un’esperienza straniante, durante la quale ci vengono sottratti i riferimenti cardinali a cui siamo abituati ad affidarci quando attraversiamo gli spazi di superficie. A meno di non possedere un’approfondita e inusuale conoscenza della rete e delle corrispondenze che essa ha con i punti di riferimento che scorrono sopra le nostre teste, è impossibile stabilire in quale direzione ci si stia muovendo quando si procede all’interno dei suoi tunnel. > Un viaggio in metropolitana è un’esperienza straniante, durante la quale ci > vengono sottratti i riferimenti cardinali a cui siamo abituati ad affidarci > quando attraversiamo gli spazi di superficie. Un compito per cui non troviamo aiuto nemmeno nelle mappe che rappresentano le diverse linee della metropolitana di una città. Se il modo in cui vengono rappresentate ricorda più uno schema elettrico che una carta geografica è proprio perché disegnare circuiti elettrici era il mestiere di Harry Charles Beck, la persona che ha inventato questo sistema di rappresentazione allo scopo di tracciare la mappa della metropolitana di Londra nel 1933. Ma prendendoci il tempo per guardarla con più attenzione e provando a smettere di attraversarne gli spazi frenetici come elettroni, e Gricinella ci sollecita a farlo con il suo libro, ci accorgiamo che la natura di non luogo ‒ anche Augé lo era nella sua definizione ‒ è molto meno netta e stabile di quanto possiamo pensare. L’antropologo francese specificava infatti che “ciò che per alcuni è un luogo, per altri può essere un non luogo e viceversa”. Scopriamo così che nella stazione di piazza Venezia della metropolitana di Milano ‒ che, è la città in cui l’autore del libro è nato e vive  ‒ esiste un grande spazio vuoto, un mezzanino appartato ma non inaccessibile, di cui si sono appropriate persone delle comunità sudamericane o asiatiche che lo utilizzano come sala prove per le loro coreografie collettive, in quello che Gricinella definisce “un esempio di spazio pubblico completamente in disuso che è stato ben sfruttato”. Oppure veniamo a sapere delle scorribande dei writer, che studiano le reti alla ricerca di varchi o passaggi incustoditi da cui calarsi all’interno dei tunnel della metropolitana per raggiungere i depositi dei treni e marchiarli con tag e graffiti. O, ancora, dalle parole di Gricinella impariamo come le carrozze dei treni metropolitani possano diventare il palcoscenico per un ampio ventaglio di artisti di strada: dai senzatetto che si improvvisano intrattenitori fino agli artisti affermati che usano la metropolitana come ispirazione per i propri lavori. > Guardando la metro con più attenzione, e provando a smettere di attraversarne > gli spazi frenetici come elettroni, ci accorgiamo che la natura di non luogo è > molto meno netta e stabile di quanto possiamo pensare. È il caso di Sara Pizzi, performance artist italiana che vive e lavora a New York, città dalla cui metropolitana si è fatta ispirare per lo spettacolo L Train, realizzato insieme ad Aida Takashima. Ispirato all’omonima linea della metro newyorkese, L Train, una coreografia di danza contemporanea, ha debuttato il 21 e 22 gennaio del 2022 al Green Space Theatre nel Queens e, oltre alla musica, conteneva annunci registrati della linea L e una narrazione recitata. Al centro di questo lavoro c’è il desiderio di parlare “di come la vita sia instabile, di come tutto cambi regolarmente senza che ce ne rendiamo conto, di quante persone abbiamo lasciato nella nostra vita, di quante persone dimentichiamo, di quanto siano imprevedibili le relazioni e di quanto sia facile sentirsi sostituibili. Tutte queste domande portano alla conclusione che la vita sembra come la linea del treno L: tutti vanno nella stessa direzione ma nessuno ha la stessa destinazione.” La linea L della metropolitana di New York collega Manhattan a Brooklyn con ventisette fermate. È stata la prima linea automatizzata della città ed essendo così lunga serve un considerevole numero di persone diverse, che si alternano sui suoi convoglia a seconda del momento della giornata. “Dalle sei alle otto” dice Pizzi, intervistata nel libro, > studenti, insegnanti, altri lavoratori. Dalle nove del mattino fino alle tre > del pomeriggio, tutti gli altri lavoratori con orari normali, senzatetto, > artisti, turisti. Dalle quattro fino alle sette del pomeriggio è il delirio: > fiumi di persone che tornano a casa dal lavoro e qui devi sgomitare tra > skateboard, animali, buste della spesa e borse per entrare nella carrozza e > sentirsi come una sardina in lattina. Dalle otto di sera in poi, invece, c’è > la gente che torna tardi o va a lavoro, a cena, a un evento, e te la ritrovi a > mezzanotte sullo stesso treno per tornare a casa ubriaca. Dalle due alle > quattro del mattino, infine, è quell’orario magico in cui non sai se stai > sognando o sei sveglio: tra carrozze vuote, o solo con senzatetto > addormentati, lavoratori della metropolitana o giovani adulti ubriachi, > l’unica cosa che si può temere è di addormentarsi e ritrovarsi all’altro capo > della città. Per quanto emblematica, quella testimoniata da Pizzi è solo una delle tante storie che Luca Gricinella raccoglie per raccontare cosa sia davvero la metropolitana e il legame che abbiamo con essa. Non soltanto un ambiente urbano, né un comodo per quanto affollato mezzo di trasporto. Vista attraverso la penna dello scrittore milanese, la metropolitana ‒ o metro, oppure metrò, alla francese ‒ si rivela per quello che è in realtà: un complesso oggetto culturale che, in virtù del fascino che le sue caratteristiche esercitano su di noi, occupa un posto di rilievo nel nostro immaginario e continua a rappresentare un luogo in cui storie personali, dinamiche di comunità, pratiche artistiche spontanee e marketing corporativo continuano a incontrarsi e influenzarsi le une con le altre, in quell’incessante lavorio creativo ed espressivo che siamo abituati a chiamare “cultura”. L'articolo Giù in metrò di Luca Gricinella proviene da Il Tascabile.
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M illenovecentonovantadue. “Lo stile di vita americano non è negoziabile” afferma perentorio George W.H. Bush al Summit della Terra, dando così inizio anticipato al ventunesimo secolo. Mike Judge ha trent’anni e ha appena venduto Frog Baseball, il suo primo cortometraggio animato, a MTV. Quell’american way of life sbandierata da Bush lo ossessionerà per tutta la sua carriera di animatore, sceneggiatore e regista, fino a diventare il centro gravitazionale di tutto il suo universo comico, in equilibrio precario tra sarcasmo e barbarie. Nei due minuti e cinquantotto secondi di Frog Baseball esordiscono i suoi personaggi più celebri, Beavis e Butt-Head, due giovani metallari perdigiorno che seviziano degli animali in modi molto creativi alternando le violenze ai riff, cantati a cappella, di Iron Man dei Black Sabbath e Smoke on the water dei Deep Purple. Con l’arrivo del corto su MTV, Mike Judge entra di fatto nel rooster della mitologica Liquid Television, un carosello di short animati a cui devono la propria fama diversi altri capolavori dell’animazione come Æon Flux o Brad Dharma, Psychedelic Detective. Nato a Guayaquil in Ecuador, nel 1962, da madre bibliotecaria e padre archeologo, a tre anni Mike si trasferisce con la famiglia in una fattoria ad Albuquerque, nel New Mexico. Finito il liceo si sposta a San Diego dove ottiene una laurea in fisica alla University California San Diego nel 1985. L’anno successivo inizia a lavorare a Santa Monica, nella ruggente Silicon Valley, in un’azienda che produce schede video per computer, tre mesi dopo si licenzia. Per diversi anni suona come bassista in oscure blues band texane mentre segue un corso di specializzazione superiore in matematica all’università del Texas. È in questo periodo che comincia a cimentarsi con l’animazione. Crea il suo primo corto: Office Space, in cui appare come protagonista Milton, un impiegato frustrato che, tra un’angheria e l’altra del capo, balbetta tra sé di voler dar fuoco all’azienda; ai tempi doveva probabilmente apparire come una versione punk e apocalittica di Dilbert, la celebre striscia feriale di Scott Adams. Riesce a presentare il corto in un festival di animazione a Dallas e Comedy Central lo acquista. Nel giro di qualche anno Office Space, rinominato Milton come il suo protagonista, diventerà un siparietto fisso nel Saturday Night Live. Nel frattempo Judge lavora per espandere le avventure dei due protagonisti apparsi in Frog Baseball, dando vita all’omonima serie, Beavis and Butt-Head, che dal 1993 va in onda su MTV, divenendo la risposta hardcore punk del network al recente successo dei Simpson di Matt Groening. Nel giro di qualche puntata si conferma una delle serie animate per adulti di maggior successo negli Stati Uniti, archetipo, insieme all’opera di Groening di una nuova forma di animazione per adulti, che verrà sviluppata da South Park (1997) e dai Griffin (1999). > La serie di animazione Beavis and Butt-Head di Mike Judge, che dal 1993 va in > onda su MTV, diviene la risposta hardcore punk del network al recente successo > dei Simpson di Matt Groening. Nel 1996 Judge si confronta con il cinema, scrive e dirige il film d’animazione Beavis and Butt-Head do America in cui partecipano anche star umane come Bruce Willis e Demi Moore. Sessantatré milioni di dollari al box office. L’anno successivo ritorna in TV con una nuova serie, King of the Hill, scritta insieme a Greg Daniels (The Simpson, The Office, Park and Recreation), che continuerà ad andare in onda su FOX per una decina di anni. Mentre il successo gli sorride, Judge decide di abbandonare per la prima volta l’animazione e confrontarsi con un film live action, il remake di un’opera di animazione realizzato con attori reali. Scrive così la sceneggiatura per un lungometraggio ispirato alla sua serie di corti ambientati in ufficio. Riproposto con il suo nome originale, Office Space esce nei cinema nel 1999 ed è un fiasco, rientra appena delle spese di produzione (dieci milioni contro i dodici guadagnati). Il film è l’occasione per riproporre molte delle gag della serie animata originale calandole in una inedita cornice politica, quasi sindacale. Peter Gibbons, il protagonista e collega di Milton, è anche lui un impiegato frustrato della Initech, una software house texana. Insofferente al suo monotono lavoro d’ufficio e costantemente sopraffatto dai rimproveri passivo-aggressivi dei suoi otto capi, Peter viene convinto dalla sua ragazza a intraprendere delle sedute di psicoterapia. Seduto sulla poltrona confessa allo psichiatra che da quando ha iniziato a lavorare “ogni singolo giorno della mia vita è stato peggiore di quello precedente; questo significa che ogni singolo giorno che ci incontriamo qui, quello è il giorno peggiore della mia vita”. Il dottore, impressionato dalla sua tristezza, gli propone un percorso di ipnosi, ma durante una delle sedute, mentre cade in trance con la proposizione di “ignorare tutte le sue preoccupazioni riguardo il suo lavoro, fino a quando non schioccherò nuovamente le dita”, lo psichiatra muore per un attacco cardiaco. Peter, ancora incosciente, torna a casa e si risveglia il mattino successivo in uno stato di inedito benessere. Niente è cambiato tranne che, nonostante non si sia presentato a lavoro, gli infiniti messaggi del capo nella segreteria telefonica non lo turbano più. Comincia così a ignorare completamente le preoccupazioni per il lavoro e la sua vita si riempie nuovamente di senso: chiude la sua vecchia relazione in costante crisi e chiede di uscire alla ragazza che ammirava da tempo. Ottiene addirittura una promozione al lavoro quando impressiona una coppia di headhunter, chiamati a efficientare l’azienda, confessando di “lavorare appena quindici minuti ogni giorno e il resto del tempo fissare la sua scrivania” e che proprio alla struttura dell’azienda si deve la sua totale assenza di motivazione sul lavoro: “Ho otto capi. Questo significa che quando faccio un errore ci sono otto diverse persone che vengono a farmelo notare. Questa è la mia sola motivazione: evitare di essere scocciato”. Gibbons è insomma un impiegato in quiet quitting che, attraverso una forma artificiale di rimozione della responsabilizzazione introiettata sul lavoro, ritrova la libertà di affermare sé stesso in un mondo nel quale non era che un ingranaggio anonimo. È questo il primo distillato del cinema di Mike Judge che tornerà in ognuno dei suoi film: prendere l’impalcatura della rom-com per sviluppare al suo interno un tema politico. Nonostante i risultati altalenanti, l’intuizione è efficace e permette al film di sviluppare una profonda riflessione sui i lati più disumanizzanti dello sfruttamento lavorativo. La svolta decisiva nel film avviene quando Gibbons e due suoi colleghi che stanno per essere licenziati, decidono di truffare l’azienda con un virus informatico che devia microtransazioni sul loro conto bancario, “come succede in Superman 3, un film davvero sottovalutato”. Dopo varie peripezie e sul punto di venire scoperti, Peter decide di restituire il denaro con un assegno e lascia nell’ufficio del capo una lettera in cui confessa la truffa. Proprio quel giorno, dopo l’ennesima angheria, Milton decide finalmente di dare fuoco all’azienda, che brucerà insieme alle prove del misfatto. > In Office Space è presente un aspetto del cinema di Mike Judge che tornerà in > ognuno dei suoi film: prendere l’impalcatura della rom-com per sviluppare al > suo interno un tema politico. Sono i classici temi dell’alienazione e della reificazione, ampiamente esposti da Karl Marx nelle sue teorizzazioni sulla struttura del lavoro nella società capitalista quelli su cui si concentra la trama del film. L’alienazione è lo stato in cui si trova l’uomo quando non riconosce più nel lavoro (nella sua organizzazione, nei suoi strumenti, nei suoi prodotti) una parte di sé, una sua creazione, ma gli appare come qualcosa che sfuggendo alla sua volontà si pone contro di lui, un ostacolo alla spontanea ricerca di felicità e realizzazione. È un conflitto che ricorda quello tra il dottor Frankenstein e la sua creatura, se soltanto il primo soffrisse di un’amnesia che non gli permettesse più di riconoscerla come un frutto del suo ingegno. La reificazione, in breve, è la naturalizzazione di questo stato: l’uomo crede di riconoscere nello stato transitorio imposto dalle logiche dello sfruttamento una legge di natura. Continuando la lettura marxista, il film incappa proprio in quella che era la maggiore forma di ribellione operaia con cui il giovane Marx si era duramente confrontato: il luddismo. In una delle scene finali del film infatti vediamo Peter abbandonare l’ufficio per l’ultima volta, insieme ai suoi due complici, Michael e Samir, e portare con sé una delle fotocopiatrici. La macchina sarà la protagonista di una lunga scena di “pestaggio luddista” con tanto di slow-motion, mazze da baseball e gangsta rap in sottofondo. Mentre in Office Space i temi dell’alienazione e della reificazione restano confinati al mondo dell’ufficio, di cui esiste ancora un fuori, un mondo esterno fatto di amicizie, bevute e barbecue in cui si può evadere, nella sua opera successiva Mike Judge porterà queste minacce alle estreme conseguenze fino a coinvolgere l’intera società e infiltrarsi profondamente nelle facoltà cognitive dell’umanità intera. Nel 2006, con il suo terzo film, Idiocracy, Judge si confronta per la prima volta con la fantascienza. Il film si apre con un’epica voce fuoricampo che, mentre assistiamo all’avvicinarsi sullo schermo del globo terrestre fluttuante nello spazio, ci introduce alla premessa distopica: > L’evoluzione umana era giunta a una svolta. La selezione naturale, il processo > per cui il più forte, più intelligente, più veloce, si riproduce in maniera > maggiore rispetto agli altri, il processo che un tempo aveva favorito gli > aspetti più nobili dell’uomo adesso favoriva caratteristiche diverse. La > maggior parte della fantascienza dell’epoca aveva predetto un futuro più > civilizzato e più intelligente, ma più il tempo passava, più le cose > sembravano andare nella direzione opposta: un istupidimento generale. Com’era > potuto succedere? L’evoluzione non premia necessariamente l’intelligenza. > Senza predatori naturali ad assottigliare il branco iniziò a premiare coloro > che si riproducevano di più e lasciò che gli intelligenti diventassero una > specie in via d’estinzione. Non è, evidentemente, la più raffinata delle ipotesi di biologia speculativa, ma c’è anche di peggio: il problema, in cui incappa Mike Judge al minuto uno del film, implicito nella sua stessa premessa (darwinismo sociale), e ben più problematico, è l’eugenetica. Incomincia così la memorabile sequenza (un case study, ci suggerisce la scritta in sovraimpressione) in cui vediamo due coppie confrontarsi con la propria intenzione di procreare in un frenetico montaggio alternato: per Trevor e Carol, dall’alto quoziente intellettivo, “avere figli è un’importante decisione”, “aspettiamo il momento giusto” (all’unisono, guardandosi negli occhi) “non vogliamo farlo senza riflettere”; Trish invece entra in cucina mentre Clevon sta bevendo una birra e gli urla: “oh merda sono di nuovo incinta”; apprendiamo dall’albero genealogico in sovraimpressione che questo è il loro quinto figlio. Le scene continuano a susseguirsi in un’escalation grottesca che avanza di quinquennio in quinquennio: Trevor e Carol constatano sereni che “non possiamo permetterci un figlio adesso, non con l’attuale congiuntura finanziaria”; nel frattempo Clevon ha avuto due figli anche con la vicina di casa Britney e uno da Mckenzie che lo sta inseguendo con un bastone; Trevor e Carol, finalmente decisi al grande passo, non riescono a ottenere una gravidanza e battibeccano sul possibile ricorso all’inseminazione artificiale; intanto Clevon Jr., quarterback della squadra locale e primogenito di Clevon, nonostante si sia impalato con i genitali su un cancello in seguito a un incidente con una moto d’acqua, grazie ai progressi scientifici nel campo delle cellule staminali è riuscito comunque ad avere diversi figli con le cheerleaders del suo liceo; purtroppo Trevor è morto per un infarto mentre si masturbava per ottenere lo sperma per l’inseminazione artificiale, Carol incrociando le dita dice di aver congelato i suoi ultimi ovuli, “per quando arriverà l’uomo giusto”; l’albero genealogico di Clevon nel frattempo si espande fino a straripare dallo schermo; “andò avanti così per generazioni” annuncia, piena di pathos, la voce fuori campo. > In Idiocracy i due partecipanti a un esperimento segreto di ibernazione si > ritrovano nel 2505 in un mondo dove regna la più totale stupidità. Ma quello > in cui vediamo risvegliarsi i due protagonisti non è poi così dissimile dal > nostro 2025. Esposto il presupposto teorico dell’intreccio narrativo, il film si sviluppa come una scanzonata commedia fantascientifica in cui seguiamo le avventure di Joe Bauers, bibliotecario dell’esercito, e Rita, una prostituta, scelti per i loro parametri cognitivi “perfettamente nella media”, per partecipare a un esperimento segreto di ibernazione della durata di un anno. Qualcosa ovviamente va storto e i due si ritrovano nel 2505 in un mondo dove regna la più totale stupidità. Ma quello in cui vediamo risvegliarsi i due protagonisti non è poi così dissimile dal nostro 2025 (di cui è pure una sorta di anagramma numerico). Prendiamo il primo incontro di Joe, che piomba per sbaglio nella casa di Frito Pendejo, quello che più avanti nel film diventerà il suo avvocato. Lo trova seduto, su una poltrona con gabinetto integrato, mentre guarda un grande schermo contornato di pubblicità su cui va in onda Ow! My balls!, una serie interminabile di video in cui il protagonista incappa in vari incidenti che hanno a che fare con i suoi genitali. Una situazione familiare che non può non ricordarci quella di una seduta mattutina al bagno mentre ci frastorniamo con centinaia di clip su TikTok. Joe e Frito, durante tutta la parte centrale del film, ci accompagnano in varie peripezie, permettendoci di scoprire come funziona la società del futuro: mentre le insegne delle attività commerciali hanno adottato nomi sempre più volgari (bambini festeggiano il compleanno dalla famosa catena di fastfood Buttfuckers), i vari indumenti che le persone indossano non sono che patchwork pubblicitari di una moltitudine di brand e Joe, nonostante parli il suo inglese medio, ha grandi difficoltà a comunicare con chiunque: ogni volta scatena una reazione violenta in chi lo ascolta perché, come ci avverte la solita voce fuori campo, la sua lingua rispetto a quella corrente suona davvero “pompous and faggy”. Ancora: negli ospedali si accumulano le slot machine, il film di maggior successo dell’anno si chiama Ass ed “è esattamente quello, per novanta minuti” (un culo su uno schermo). Joe finirà persino per incontrare il presidente degli Stati Uniti Dwayne Elizondo Mountain Dew Herbert Camacho, un ex wrestler che ha trasformato la Casa bianca in una corrida di macchiette untuose da talent show. Una classe politica non dissimile da quella che è possibile ammirare oggi nel secondo governo Trump. Ogni azione (ricordiamolo: siamo nel futuro) è tecnologicamente determinata, dalle diagnosi negli ospedali, alla videosorveglianza onnipervasiva, dalla gestione carceraria fino alla identità stessa dell’individuo, esposta costantemente al controllo delle forze dell’ordine tramite un codice a barre tatuato sul polso. Tutto così assurdo eppure stranamente familiare, come nella migliore fantascienza. Con una forzatura ermeneutica possiamo provare a ipotizzare, con il senno di poi, che un così plateale declino cognitivo, invece che da una selezione genetica, potrebbe essere stato causato proprio dall’uso di quelle tecnologie compiacenti che, in Idiocracy, vediamo radicate profondamente nella vita quotidiana della società. Tanto nella fantascienza di Judge, quanto nel nostro presente, viviamo in una società ipertecnologica che, deresponsabilizzando l’individuo in ogni sua mansione pratica e lo porta a un inaridimento cognitivo dovuto all’oblio del processo stesso, demandato ormai da tempo, soltanto alla macchina. È la situazione che André Gorz, filosofo francese, in L’immateriale (2003), interrogandosi se l’umanità sia ancora soggetto o oggetto della propria evoluzione tecnologica, rintraccia nelle nuove forme di capitalismo cognitivo: > gli apparati megatecnologici, ritenuti dominare la natura e sottometterla al > potere degli uomini, assoggettano gli uomini agli strumenti di quel potere. Il > soggetto sono loro: questa megamacchina tecnoscientifica che ha abolito la > natura per dominarla e che costringe l’umanità a mettersi al servizio di > questo dominio. Lo sviluppo delle conoscenze tecnoscientifiche cristallizzate > nel macchinario del capitale, non ha generato una società dell’intelligenza ma > una società dell’ignoranza. La grande maggioranza conosce sempre più cose, ma > ne sa e ne comprende sempre meno. In Idiocracy le piante vengono annaffiate da anni con una bevanda energetica chiamata Brawndo – The thirst mutilator. Lo scopriamo quasi alla fine del film, quando realizziamo che tutto il mondo è preda di una carestia di cui non si conoscono le cause. Nel frattempo Joe aveva aperto un lavandino e visto uscire la bevanda verde fluorescente invece dell’acqua, una tra le tante stranezze. Tutto il mondo in realtà ha sostituito da tempo e ovunque l’acqua col Brawndo; quando Joe chiede dell’acqua gli viene risposto ridendo “quale? quella del cesso?”; quando chiede il perché di questa sostituzione gli viene risposto “perché Brawndo ha gli elettroliti!”, ma nessuno, Joe compreso, sa cosa siano questi elettroliti. > Tanto nella fantascienza di Judge, quanto nel nostro presente, viviamo in una > società ipertecnologica che, deresponsabilizzando l’individuo in ogni sua > mansione pratica e lo porta a un inaridimento cognitivo dovuto all’oblio del > processo stesso, demandato ormai da tempo, soltanto alla macchina. Torna, come in Office Space, il tema dell’alienazione e della reificazione, ma in Idiocracy la sua pervasività è completa, l’ottusità tecnocratica della software house ha infiltrato l’intera società e come l’ufficio era destinato a bruciare alla fine del film precedente, qui il mondo, reso sterile dall’eccesso di sali minerali contenuti nella Brawndo sembra destinato a inaridirsi e collassare. L’apocalisse appare imminente perché anche il bene primario alla base della vita terrestre, l’acqua, ha subito un processo di completa risignificazione mercantile, è mancante di una qualche proprietà fondamentale (i decantati elettroliti) e, in quanto gratuita e disponibile, non può avere valore, o se lo ha deve essere regolamentata. È proprio questo il modo in cui Gorz illustra il rapporto fagocitante tra capitalismo e natura: “l’abolizione della natura ha come motore non il progetto demiurgico della scienza, ma il progetto del capitale di sostituire alle ricchezze prime, che la natura offre gratuitamente e che sono accessibili a tutti, delle ricchezze artificiali e mercantili: trasformare il mondo in merci di cui il capitale monopolizza la produzione, ponendosi in tal modo come padrone dell’umanità”. Quando Joe viene infine riconosciuto come l’uomo più intelligente del mondo e assoldato dal presidente Camacho come ministro degli Interni per risolvere il problema della siccità, propone banalmente di sostituire della semplice acqua alla bevanda energetica usata nell’irrigazione dei campi ormai infertili. Prima che, tra lo sgomento di tutti, la soluzione si riveli efficace, il presidente viene contattato dal CEO della Brawndo Corporation in preda al panico, le azioni stanno crollando e il computer ha eseguito autonomamente i licenziamenti necessari a riassestare la società, metà della popolazione del Paese si ritrova disoccupata e inferocita invade la Casa bianca: vogliono la testa di Joe. La messa in scena del film è decisamente più sobria rispetto all’attacco a Capitol Hill del 2021. Lo scambio reciproco di soggetto e oggetto che Gorz vede nel rapporto odierno tra esseri umani e tecnologia digitale non determina soltanto un inedito slittamento di potere ma anche un capovolgimento delle influenze ideologiche attive in questo campo di forze. Quella che Marcuse definiva la razionalità tecnologica, l’ideologia della classe dominante di cui è imbevuto ogni prodotto tecnologico da questa progettato, in una società in cui la tecnologia è ormai soggetto autonomo dell’esistente, da strumento del potere diventa essa stessa creatrice di una propria ideologia autonoma che l’uomo subisce passivamente. L’umanità aspira infine a quell’assenza di pensiero (istupidimento), a quell’automatismo freddo (deresponsabilizzazione) che è una caratteristica intrinseca della macchina. Non stiamo già decantando tutti da anni le virtù sorprendenti dell’Intelligenza artificiale? Sentendoci in pericolo, dipendenti, aspirando infine alla sua velocità e abilità tecnica? Quanto abbiamo dovuto sminuire la vita umana in sé per paragonarci a efficienti dispositivi digitali e quanto della visione attuale dell’uomo come semplice macchina pensante è implicita in questo schema di pensiero? Continua Gorz: “l’uomo è ‘obsoleto’, bisogna dotarlo di protesi chimiche per ‘tranquillizzare’ il suo sistema nervoso stressato dalle aggressioni che subisce e di protesi elettroniche per aumentare le capacità del suo cervello”. Come si esce da tutto ciò? Un testo recente, Hacking del sé (2024), l’ultimo contributo del lavoro ormai decennale del collettivo Ippolita, un centro di ricerca indipendente che si occupa di filosofia dell’informatica e tecnopolitica, può essere una guida utile. Il libro, raccogliendo una miscellanea di interventi del collettivo (prefazioni, postfazione, articoli e cut-up) pubblicati in varie sedi, si interroga proprio su “l’impatto che le tecnologia commerciali hanno sui loro utenti e come influiscano sulla costituzione della loro soggettività, sulla loro formazione e sul loro vivere comune”. > Secondo il collettivo Ippolita è in atto una sempre maggiore “delega reiterata > dei desideri e delle capacità cognitive a procedure algoritmiche. Ma se le > tecnologie non sono neutre, bensì incarnano e configurano mondi, la delega > tecnica si rivela per quello che è: delega sociale e politica”. Analizzando la delega tecnologica che mette in atto l’umanità nei confronti delle tecnologie digitali, Ippolita scandaglia le conseguenze di quel processo per cui “milioni di utenti si servono di app e servizi per il monitoraggio e la gestione di aspetti sempre più numerosi della vita quotidiana”; è in atto una sempre maggiore “delega reiterata dei desideri e delle capacità cognitive a procedure algoritmiche. Ma se le tecnologie non sono neutre, bensì incarnano e configurano mondi, la delega tecnica si rivela per quello che è: delega sociale e politica”. L’obiettivo delle grandi corporation tecnologiche, si spiega nel testo, è proprio quello “di rendere comune e abituale un numero crescente di azioni e relazioni cui viene riconosciuto valore in quanto profittevole, secondo l’etica del consumo incarnata appunto dall’utente, che è paradossalmente al servizio del fornitore del servizio”. È lo stesso ribaltamento di prospettiva di cui parla Gorz riguardo il progresso tecnologico. È lo stesso procedimento che, fuori dall’ambito tecnologico, è attuato dalla Brawndo Corporation nel film, che è riuscita a sostituire l’acqua con la sua bevanda energetica. Per Ippolita la soluzione non passa per un intervento correttivo sociale (che oggi nessuno, nemmeno gli Stati, se volessero, avrebbero la forza di effettuare) ma da una disciplina del soggetto, una routine che coinvolga tanto il nostro corpo quanto la nostra mente. Il concetto è espresso fin dal titolo del volume: > per hacking del sé, ispirandoci ai lavori dell’ultimo Foucault, intendiamo un > esercizio di cura del sé che inizia con il comprendere quale tipo di norma le > megamacchine sono capaci di farci assumere, per capire come disinnescarla > prima che la sua forza ci renda conformi e oppressi. Avere riguardo per il > proprio corpo digitale, proteggerlo perché si emancipi dall’informatica > commerciale, riconoscere l’importanza che ha nella nostra vita, significa fare > un passo di consapevolezza tecnica e nel contempo di responsabilità etica > verso noi stessi e verso la comunità. Per questo secondo noi il campo della > battaglia si gioca sulla cura di sé, tra addestramento e consapevolezza, ed è > qui che si aprono margini possibili di emancipazione e coscientizzazione. Il lavoro che bisognerà fare – qui e ora – è esposto nel libro in maniera piana e pragmatica, sono semplici propositi che provano a illuminare una via possibile, di cui non conosciamo gli ostacoli futuri ma di cui possiamo già intuire chiaramente la direzione: “comprendere che tipo di riconfigurazione sta avvenendo e agire una decodifica delle norme che tentano di scriverci addosso: è questo l’esercizio e l’abito che stiamo ricercando. Osservare e osservarsi, andare domandando, sperimentare e verificare nuove individuazioni psichiche e collettive”. L'articolo Idiocracy now proviene da Il Tascabile.
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Quantofrenia, la patologia dell’anima misurata
N el 1956 il sociologo russo-americano Pitirim Sorokin coniava il termine quantofrenia per denunciare un fenomeno che, a suo dire, rischiava di svuotare le scienze sociali di ogni profondità: l’ossessione per la misurazione numerica della realtà. In un momento storico segnato dalla volontà di rendere scientificamente affidabili le scienze umane, la quantità sembrava l’unica strada per la legittimazione. Eppure, Sorokin vedeva in questa tendenza un pericolo: ridurre la complessità dell’esperienza umana a semplici dati significava sacrificare la qualità alla contabilità, la comprensione profonda alla superficie della cifra. Quella che Sorokin descriveva come una deriva potenziale è oggi diventata sistema. Viviamo immersi in un ambiente culturale che ha fatto della datificazione la sua ideologia dominante. Ogni gesto, emozione, desiderio e pensiero può (e deve) essere tracciato, misurato, confrontato. L’essere umano contemporaneo si muove in un ecosistema fatto di tracker, dashboard, KPI (Key Performance Indicator), insight, analytics, convinto che ogni aspetto della sua esistenza sia più vero quanto più numericamente rappresentabile. Questo non vale solo per le aziende o le istituzioni, ma per la vita quotidiana. Il nostro sonno, il battito cardiaco, la produttività, le emozioni: tutto viene tradotto in dati. Il filosofo sudcoreano-tedesco Byung-Chul Han in La società della trasparenza (2014) ha scritto che “oggi tutto dev’essere trasparente, tutto deve essere visibile, misurabile”. Ma la trasparenza, apparentemente virtù democratica, si rivela così una forma subdola di controllo: l’efficienza che diventa valore morale. Sempre secondo Byung-Chul Han, “la società della trasparenza è una società della sorveglianza che si maschera da libertà”. Se in teoria sapere tutto di sé dovrebbe renderci più liberi e consapevoli, in pratica ci consegna a un’autosorveglianza continua. La quantità crescente di dati a nostra disposizione non ci rende affatto più lucidi: ci sovraccarica. L’accesso all’informazione è individuale, ma l’elaborazione è lasciata al singolo, senza strumenti, senza tempo, senza tregua. Non è tanto una questione di opacità, ma di asfissia cognitiva. David Brooks, editorialista del New York Times, in L’animale sociale. Alle origini dell’amore, della personalità e del successo (2012) esplora le radici emotive e inconsce del comportamento umano, contestando l’idea che siamo guidati da scelte razionali e misurabili: “La mente inconscia si occupa di gran parte del lavoro della vita. È come un presidente che prende decisioni ma che non ha idea di come le sue politiche vengano attuate”. L’ossessione per i dati, confrontandosi solo con la razionalità misurabile, ignora la complessità delle motivazioni umane. Brooks mostra come la vera formazione del carattere, della moralità, della felicità non sia misurabile: “Ciò che rende la vita significativa sono le relazioni intime, il senso di appartenenza, la gratitudine – tutte cose che sfuggono al numero”. > In un momento storico segnato dalla volontà di rendere scientificamente > affidabili le scienze umane, la quantità sembrava l’unica strada per la > legittimazione. La tendenza a ridurre la realtà a ciò che è misurabile non è solo una strategia cognitiva, ma un vero e proprio paradigma ideologico che si nutre di una falsa promessa: che i dati possano raccontare il reale in modo oggettivo. Come notava Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia, in Pensieri lenti e veloci (2012), invece, gran parte delle nostre decisioni è guidata da processi intuitivi, emotivi, non razionali. E là dove il dato pretende di spiegare tutto, finisce spesso per mascherare la complessità. Lo stesso Kahneman ha messo in guardia contro l’eccessiva fiducia nella coerenza statistica, evidenziando il ruolo centrale del contesto e delle euristiche. Più ci affidiamo ai numeri, più ci deresponsabilizziamo. Un effetto paradossale, dal momento che è proprio l’ansia di controllo che alimenta la smania di misurare tutto a portarci a delegare le decisioni ai dati, spogliandoci della responsabilità. Il numero rassicura, ci assolve: “lo dice l’algoritmo”, “è un dato oggettivo”, ma il controllo così perseguito si rivela illusorio: invece di decidere, lasciamo che una finta certezza decida per noi. Se un progetto fallisce, si incolpano i dati; se una decisione si rivela errata, era comunque “data-driven”. In questo modo, come ha osservato Herbert Simon, teorico dell’automazione e padre del concetto di “razionalità limitata”, in La ragione nelle vicende umane (1984), il dato diventa alibi e non strumento di comprensione. La distorsione non è solo cognitiva, ma anche narrativa. Isaac Asimov lo aveva intuito già nel 1955 con il racconto Diritto di voto (pubblicato per la prima volta in Italia nel 1962 sulla rivista Galaxy): in un futuro ipertecnologico, l’esercizio democratico viene rimpiazzato da un supercomputer, Multivac, in grado di prevedere il voto di tutta la popolazione intervistando un solo cittadino rappresentativo. Non importa più cosa si pensa o cosa si vuole: importa solo che i dati funzionino. L’immaginazione cede il passo all’inferenza statistica. > – Multivac possiede già la maggior parte delle informazioni necessarie per > decidere quali saranno i risultati delle elezioni nazionali, statali e locali. > […] Non possiamo prevedere quali domande le farà, ma sappiamo che forse non > avranno senso, né per lei né per noi. […] Durante il colloquio dovremo > ricorrere a qualche semplice dispositivo che le terrà sotto controllo > pressione sanguigna, il battito cardiaco, la conduttività della pelle e le > onde cerebrali. […] > – Questa roba serve per controllare se dico la verità? – chiese Norman. > – Nient’affatto, signor Muller. Non ha importanza che lei menta o dica la > verità. Nel momento in cui Multivac afferma che “non ha importanza che lei menta o dica la verità”, Asimov ci mostra una distopia dove la soggettività non ha più peso. Non conta cosa credi o cosa pensi, perché l’infrastruttura algoritmica ha già deciso chi sei e cosa farai. È una prefigurazione inquietante del nostro presente: i dati raccolti, incrociati e analizzati ci assegnano una “verità” algoritmica, spesso più influente delle nostre reali intenzioni o convinzioni. La verità, come l’intenzione politica, diventa ridondante. L’intelligenza artificiale generativa ha accelerato ulteriormente questa logica, rendendo possibile la creazione automatica di contenuti visivamente attraenti ma stilisticamente omologati. Emblematico il caso delle illustrazioni ispirate allo Studio Ghibli: la bellezza è replicabile, ma l’originalità è sacrificata. > Il numero rassicura, ci assolve: “lo dice l’algoritmo”, “è un dato oggettivo”, > ma il controllo così perseguito si rivela illusorio: invece di decidere, > lasciamo che una finta certezza decida per noi. La cultura digitale ha così internalizzato la quantofrenia. Le metriche sono diventate una seconda pelle: i like, le condivisioni, le visualizzazioni hanno sostituito il giudizio critico. La comunicazione si adatta alle logiche degli algoritmi e non alle esigenze del contenuto. Come osserva Evgeny Morozov in To Save Everything, Click Here (2013), l’uso strumentale della tecnologia tende a risolvere problemi complessi con soluzioni semplicistiche, nascondendo implicazioni politiche e culturali. La tendenza alla misurazione si è infiltrata anche nelle istituzioni educative. Le scuole e le università, sempre più soggette a ranking e valutazioni standardizzate, sono costrette a misurare l’impatto della ricerca e dell’insegnamento in termini di produttività. Ma come si misura una buona lezione? Come si quantifica l’effetto trasformativo della cultura su una persona? La valutazione dell’apprendimento rischia di diventare una caricatura di sé, come ha argomentato Martha Nussbaum in Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica (2014). Nussbaum critica l’educazione orientata ai test e ai numeri perché sacrifica le capacità critiche, empatiche ed etiche, cioè quelle fondamentali per una cittadinanza attiva. “Una democrazia – scrive – richiede cittadini che non solo abbiano capacità tecniche, ma che possano pensare criticamente, esaminare le tradizioni, comprendere il significato della sofferenza e dell’ingiustizia”. Ridurre tutto a metriche (valutazioni PISA, crediti, output di ricerca) snatura l’educazione: la trasforma in addestramento. La cultura, invece, dovrebbe formare esseri umani completi, non solo lavoratori efficienti. Eppure, i dati non sono il male. Come sottolineano anche Harvard Business Publishing e Forbes in numerosi contributi sul management, affidarsi esclusivamente alla quantificazione rischia di semplificare eccessivamente fenomeni complessi, conducendo a decisioni paradossalmente meno informate, ma le metriche possono aiutarci a identificare delle opportunità che sarà l’intuizione a tradurre in scelte realmente efficaci. I numeri non provano gioia, dolore, entusiasmo: sono strumenti, non fini. Un esempio virtuoso fu House of Cards (2013-2018), prima produzione originale Netflix basata su dati di fruizione che indicavano una domanda per contenuti politici. Ma non furono i numeri a decretarne il successo: fu l’intuizione creativa, il cast d’eccezione, la cura narrativa. Oggi, invece, la stessa piattaforma viene criticata per puntare su formule prevedibili e produzioni a basso rischio. La crisi della narrazione si accompagna a una crisi del senso. Se ogni scelta è calcolata, ogni comportamento previsto, che spazio resta per l’incertezza, per l’imprevisto, per l’errore creativo? Come possiamo ancora raccontare storie che aprano mondi, invece di ridurli a ciò che è già noto? In Contro i numeri. Perché l’ossessione per dati e quantità sta rallentando il mondo (2019), lo storico Jerry Z. Muller mostra come l’ossessione per la misurazione danneggi i contesti che vorrebbe migliorare. Il problema, secondo Muller, è che “quando una metrica diventa un obiettivo, smette di essere una buona metrica”. Succede nella sanità (dove si punta a ridurre i tempi d’attesa a scapito della qualità della cura), nell’istruzione (dove si insegna “per il test” anziché per formare pensiero critico), nella ricerca (dove si pubblica molto ma si scopre poco). Muller parla di “perversione dei segnali”: i numeri nascono come indicatori, ma finiscono per sostituire i fini ultimi delle istituzioni. > La nostra è l’epoca della datificazione della realtà, dove tutto deve essere > misurabile e misurato. I dati, insomma, possono ispirare, ma non devono dettare. Come ha scritto Shoshana Zuboff in Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri (2019), “l’esperienza umana è diventata materia prima gratuita per le pratiche commerciali nascoste di estrazione, previsione e vendita”. La logica predittiva, secondo Zuboff, sottrae all’individuo il diritto di definire la propria identità e i propri fini. L’azione spontanea, la creatività, la decisione etica vengono erose da modelli che anticipano e condizionano il comportamento. “Questa non è automazione – scrive – è espropriazione”. Il soggetto viene dissolto nella previsione: non siamo più chi scegliamo di essere, ma chi il sistema calcola che saremo. Ed è qui che, infine, la riflessione si fa personale. Ho visto alcune delle menti migliori della mia generazione struggersi di fronte a serie di dati impazziti. Rifiutare cene a base di pizze lievitate naturalmente per più di ventiquattr’ore per sacrificare la vista su metriche svuotate di significato e fogli Excel troppo luminosi, animate dall’isteria per la consegna del prossimo report trimestrale. Percorrere i pochi metri quadri di casa con una tazza di caffè filtrato, cuffie noise-cancelling e felpa oversize di cotone biologico alla ricerca della formula definitiva per il successo in dieci semplici mosse, se sintetizzabili in cinque anche meglio. I pollici incollati allo schermo in cerca di una validazione numerica a sé stessa. Siamo social media manager, data analyst, SEO specialist, ricercatori. Apostoli del dato, cavalieri della tabella pivot, eminenze grigie dell’analytics. Con montature da intellettuale non praticante e outfit business casual calibrati al millimetro, perché nulla dice “basato su dati significativi” come un look azzurrino ben stirato. Abbiamo smesso di parlare di idee: meglio restare ancorati alle metriche di performance, all’eventuale ritorno sull’investimento, di percentuali, tante percentuali. Sempre del “cosa”, mai del “perché”. La nostra è l’epoca della datificazione della realtà, dove tutto deve essere misurabile e misurato. Ogni respiro, ogni passo, ogni sbuffo viene tradotto in un grafico a torta o in una linea preferibilmente ascendente. Mi sono appena svegliata: Fitbit ci tiene a dirmi che ho dormito il 13% in meno rispetto alla media della popolazione degli altri millennial ansiosi. Ordino un cappuccino e c’è un’app che mi informa che ho speso il 22% in più rispetto al budget mensile per le mie bevande a base di latte d’avena. Il mio smartwatch registra un’accelerazione del battito cardiaco: inquietudine da overspending. Voglio lo zucchero, voglio il cacao? Consulto l’app delle calorie. Non me lo godo, ma almeno so quanto mi è costato in termini finanziari e metabolici: è fantastico. Se vado a correre e scordo di avviare l’app, semplicemente la mia corsa non esiste. Ogni decisione, ogni singolo, microscopico gesto è misurato, analizzato, comunicato e archiviato. Quand’è che ho smesso di raccontare storie per limitarmi a ricevere e distribuire dati? Quand’è che sono diventata un’anima misurata? L'articolo Quantofrenia, la patologia dell’anima misurata proviene da Il Tascabile.
Società
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Simulacri digitali di Andrea Daniele Signorelli
N on è mai facile fare affermazioni categoriche sulla propria contemporaneità, ma penso si possa dire con un certo grado di sicurezza che le tecnologie digitali sono tra quelle che hanno maggiormente caratterizzato l’orizzonte storico e sociale degli ultimi 25 anni. A renderle così influenti sono soprattutto due delle loro caratteristiche distintive: la capacità di trasformare qualsiasi dispositivo a cui vengono applicate in un calcolatore capace di generare, raccogliere e analizzare dati e la diffusione globale della connettività che mette in rete tutti questi dispositivi e permette loro di comunicare in modo (semi)istantaneo a grandi distanze. Con il tempo, la prima ha generato una logica per cui ogni fenomeno diventa misurabile (e quindi ottimizzabile), mentre la seconda ha esteso la rete dagli esseri umani agli oggetti, rendendo automatizzabile praticamente ogni genere di dispositivo. Nonostante semplifichi in modo brutale la sua effettiva complessità, questa descrizione ci serve per fissare lo stato dell’evoluzione delle tecnologie digitali e ci permette di indicarla come la base su cui poggiano le loro applicazioni più recenti ed embrionali. > In molti casi, l’impatto rivoluzionario che tecnologie come blockchain, > metaverso e intelligenza artificiale dovrebbero produrre è più supposto che > effettivo. Applicazioni che sono al centro di Simulacri digitali. Le allucinazioni e gli inganni delle nuove tecnologie, un saggio uscito all’inizio di aprile per add editore; a firmarlo è Andrea Daniele Signorelli, uno dei giornalisti tech più preparati che abbiamo in Italia. Blockchain, metaverso, robotica e intelligenza artificiale sono alcune delle principali tecnologie di cui Signorelli si propone di smascherare le “allucinazioni e gli inganni” a cui si fa riferimento in modo esplicito nel sottotitolo del libro. Ma per quale motivo Signorelli parla di allucinazioni e inganni a proposito di tecnologie a cui ci si riferisce quasi sempre in termini altisonanti, enfatizzando la loro capacità di produrre un impatto rivoluzionario? La risposta più semplice e brutale è: perché, in molti casi, l’impatto rivoluzionario che queste tecnologie dovrebbero produrre è più supposto che effettivo. Il web3 è un esempio a tal punto evidente di questa natura ingannevole di alcune delle più recenti e chiacchierate applicazioni delle tecnologie digitali, da spingere Signorelli a usare l’espressione “grand truffa” per aprire il paragrafo che le dedica nel penultimo capitolo del libro. Per l’autore, il web3 rappresenta “la terza incarnazione della rete”, che segue il web 1.0 (statico e leggibile) e il web 2.0 (dinamico e partecipativo) e “promette invece di sfruttare la blockchain e le criptovalute per dare vita a un ecosistema digitale in cui non solo possiamo leggere e scrivere sulle piattaforme, ma anche possederne delle quote”. Per spiegare quest’ultimo concetto Signorelli fa l’esempio di Filecoin: > una sorta di Dropbox (un popolare sistema di archiviazione file, ndr) della > blockchain che permette a tutti di salvare contenuti nel cloud. Il cloud di > Filecoin non ha però sede nei data center di proprietà di qualche colosso del > settore, ma negli hard disk di tutti i computer collegati a questa blockchain. > […] Chi affitta lo spazio presente sull’hard disk del proprio computer tramite > Filecoin ottiene in cambio una quantità proporzionale della criptovaluta > collegata, chiamata Fil, che può poi essere venduta sulle tradizionali > piattaforme di compravendita di criptovalute. Per i fautori e gli entusiasti di questa tecnologia “quella immaginata dal web3 è quindi un’utopia in cui l’economia di Internet fa piazza pulita dei colossi monopolistici che la dominano e permette a tutti gli utenti di conquistare una fetta della ricchezza oggi concentrata nelle mani di pochissimi”. > La distanza tra la narrazione di un’applicazione delle tecnologie digitali e > la realtà del loro effettivo impatto non è accidentale, si deve a quello che > l’autore definisce “technomarketing”, ovvero il modo in cui le grandi aziende > utilizzano tecniche di storytelling per promuovere sé stesse e i loro > prodotti. Il problema di questa narrazione, mostra in modo efficace Signorelli, è che la sua realizzazione si sta rivelando meno lineare del previsto ma, soprattutto, molto più opaca. La blockchain è una tecnologia che richiede all’utente conoscenze approfondite di informatica, impegno e un atteggiamento attivo e partecipe, caratteristiche che non la rendono facile da usare, per non parlare del fatto che i suoi fautori più accaniti sono una nicchia di utenti consapevoli e molto esperti di informatica, tutt’altro che propensi a renderla tale. Ciononostante, per poter finanziare lo sviluppo, la manutenzione e la crescita di applicazioni basate su questa tecnologia servono soldi e per poterla monetizzare serve allargarne la base di utenti disposti a pagare per farlo. È per allargare questo collo di bottiglia che intervengono i fondi di venture capital che finanziano sia lo sviluppo delle applicazioni basate sulla blockchain sia quello di piattaforme in grado di semplificare l’utilizzo da parte di utenti privi di un’alfabetizzazione digitale avanzata e specialistica. Un doppio movimento che, nonostante l’enfasi posta sulla sua natura decentralizzata, introduce nella blockchain le stesse dinamiche di centralizzazione di cui i suoi fautori più “zelanti” volevano fare piazza pulita. La distanza tra la narrazione di un’applicazione delle tecnologie digitali e la realtà del loro effettivo funzionamento, utilizzo e impatto non è accidentale ma, come mostra bene Signorelli durante tutta la trattazione, si riscontra nella maggior parte, se non in tutte, le applicazioni che vengono raccontate in Simulacri digitali. Questo iato si deve a un fenomeno che l’autore definisce “technomarketing”, ovvero il modo in cui le grandi aziende tecnologiche utilizzano tecniche di storytelling per promuovere sé stesse e i loro prodotti. Fino a qui nulla di particolarmente scandaloso; il racconto del prodotto e del brand sono alla base della leva promozionale del marketing mix di qualsiasi azienda. Ma è la scala a cui tende questo processo a rendere prolifica l’intuizione di Signorelli. Per capire cosa intendo con l’espressione “scala” è opportuno chiarire la distinzione tra “storia” (story) e “narrazione” (narrative). > Ciò che fa delle grandi aziende tecnologiche forze di natura storica > all’interno della nostra società è proprio la loro volontà esplicita di agire > sulla dimensione metanarrativa dello sviluppo dell’umanità. Una storia è il racconto di un evento ‒ reale o immaginario a seconda del registro che scegliamo di utilizzare o del genere che decidiamo di praticare ‒ o, nel nostro caso, di una tecnologia come, appunto, la blockchain, la robotica, il metaverso o l’intelligenza artificiale. Una narrazione invece è il modo in cui scegliamo di raccontare una storia o una serie di storie collegate tra di loro. Ciò che caratterizza le narrazioni è che esse possono dispiegarsi a più livelli sovrapposti. Il livello più basso di una narrazione è quello personale, ovvero il modo in cui raccontiamo la nostra vita come un susseguirsi di eventi puntuali o periodi lineari che costituiscono la nostra identità o il punto di vista che distilliamo sulla realtà che ci circonda. Al di sopra del livello personale c’è il livello delle organizzazioni, ovvero il modo in cui un’organizzazione di qualsiasi tipo (un’azienda, un partito politico, un culto) descrive sé stessa come una realtà unica e peculiare. Più sopra ancora c’è il livello industriale, ovvero quello in cui le organizzazioni elaborano una serie di storie in risposta alla domanda “quale ruolo interpretiamo e rivestiamo nel nostro specifico settore?”. L’ultimo livello, quello che caratterizza le narrazioni apicali, è quello a cui si collocano le cosiddette “metanarrazioni”, ovvero quello in cui una serie di individui organizzati elevano l’impatto che esercitano sul proprio contesto di riferimento a una dimensione storica, capace di piegare alle proprie condizioni lo sviluppo dell’umanità intera. > L’ideologia delle grandi aziende tecnologiche è composta da un melange di > millenarismo, fascinazioni soluzioniste ed echi di quella sorta di “destino > manifesto” proprio della corrente lungotermista della filosofia contemporanea. Ciò che fa delle grandi aziende tecnologiche forze di natura storica all’interno della nostra società è proprio la loro volontà esplicita di agire sulla dimensione metanarrativa dello sviluppo dell’umanità, attraverso il modo in cui l’ideologia personale dei loro fondatori si riflette nel modo in cui essi plasmano le organizzazioni e, attraverso di esse, influenzano i settori industriali nei quali operano. Quali siano i tratti dominanti di questa ideologia Signorelli lo spiega bene nei capitoli intitolati “La religione dell’intelligenza artificiale” e “L’inquietante filosofia della Silicon Valley”. Non c’è qui abbastanza spazio per approfondire le dimensioni religiose e filosofiche dell’ideologia delle Big Tech ma è opportuno specificare che questa è composta da un melange di millenarismo, fascinazioni soluzioniste ed echi di quella sorta di “destino manifesto” che trova nella corrente lungotermista della filosofia contemporanea il suo riferimento più saldo e prolifico. Quello che va invece sottolineato è a cosa sia funzionale la narrazione del futuro che, attraverso la produzione costante di storie, gli apparati di propaganda delle grandi aziende tecnologiche distillano da questo sostrato ideologico, ovvero la sua capacità di retroagire sul presente determinandolo. Lo sviluppo delle tecnologie digitali più avanzate sembra seguire un copione scritto in anticipo: quello delle storie che raccontiamo su di esse. E i loro effetti, a dispetto della retorica, sono tutt’altro che immaginari. Più una tecnologia viene raccontata come capace di risolvere i problemi dell’umanità su una scala e con un impatto di dimensione storica, più sarà probabile che questa tecnologia riuscirà a prevalere sulle altre tecnologie concorrenti nella competizione per assicurarsi risorse, materiali e finanziarie, per potersi sviluppare ulteriormente. > Lo sviluppo delle tecnologie digitali più avanzate sembra seguire un copione > scritto in anticipo: quello delle storie che raccontiamo su di esse. E i loro > effetti, a dispetto della retorica, sono tutt’altro che immaginari. Insieme alla tecnologia e al suo apparato di propaganda, la finanza, così sostiene Signorelli, è una delle tre forze che mantengono attivo questo processo di estrazione basato sulla produzione semiotica. Il metaverso è senza dubbio uno degli esempi in cui questo processo appare meno sensato e giustificato che in altri casi. Propagandate con la promessa di creare un mondo virtuale sostituivo di quello attuale, le aziende che dichiaravano di voler costruire applicazioni per questa tecnologia sono riuscite a raccogliere ingenti fondi ma sono state incapaci di creare un’esperienza in grado anche solo di avvicinarsi a quanto promesso, limitandosi a dare vita a goffe copie della realtà come l’ufficio delle imposte ricreato da un comune norvegese “all’interno di Decentraland (un ambiente immerso, non in realtà virtuale ma che rientra comunque nelle tradizionali definizioni di metaverso), in cui recarsi con il proprio avatar per pagare le tasse”. Attraverso l’imposizione delle proprie narrazioni, le grandi aziende tecnologiche riescono dunque a ottenere quello che, secondo l’interpretazione che ne dà il filosofo tedesco Martin Heidegger, è l’obiettivo della tecnologia moderna: smettere di essere il mezzo per ottenere un fine e diventare una modalità di rivelazione del mondo, ovvero una forza in grado di modificare il nostro modo di vedere e vivere la realtà. > Per l’autore del libro, la realtà che ci circonda assomiglia sempre più a una > simulazione: non perché sia finta, ma perché è filtrata da immagini e > narrazioni che si impongono sulla sostanza. Qual è dunque il modo di vedere e vivere la realtà che le tecnologie digitali e le loro applicazioni più avanzate stanno apparecchiando per noi? Signorelli prova ad articolare una risposta a questa domanda nel primo e nell’ultimo capitolo del libro, dialogando apertamente con il pensiero di Jean Baudrillard e due dei suoi concetti più celebri: quello di simulacro e quello di simulazione. Per l’autore del libro, la realtà che ci circonda assomiglia sempre più a una simulazione: non perché sia finta, ma perché è filtrata da immagini e narrazioni che si impongono sulla sostanza. Quelle create dalle grandi aziende tecnologiche sono metanarrazioni potenti, capaci di riscrivere il presente con la scusa di promettere il futuro. Signorelli ci mostra che, spesso, le tecnologie più celebrate non mantengono le promesse che le accompagnano. Ma le storie che le raccontano continuano a funzionare benissimo: attirano investimenti, ne orientano lo sviluppo, e giustificano privilegi che esse creano. In questo senso, Simulacri digitali è un invito a non fermarsi all’incanto della narrazione tecnologica, ma a interrogare il potere che l’ha prodotta ‒ e il mondo che sta costruendo al nostro posto. L'articolo Simulacri digitali di Andrea Daniele Signorelli proviene da Il Tascabile.
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Il futuro biologico delle batterie
S embra che in ogni secolo di sviluppo tecnologico umano si debba affrontare una nuova sfida relativa alla produzione dell’energia necessaria alla società; curiosamente però il meccanismo chimico alla base di questa sfida è sempre lo stesso, non da secoli bensì da miliardi di anni. Ciò che la nostra società cerca disperatamente è una fonte di energia economica e disponibile, in particolare oggi si tratta di produrre energia elettrica e del suo immagazzinamento. Di cosa parliamo quando parliamo di energia Da un punto di vista pratico qualsiasi sia la fonte energetica sperimentata dall’umanità o da altre forme di vita, si tratta sempre e comunque di mobilitare elettroni, cioè generare coppie redox, le odiatissime reazioni di ossidoriduzione incubo di ogni studente, ossessione di ogni studioso dell’energia. > Ciò che la nostra società cerca disperatamente è una fonte di energia > economica e disponibile, un sistema di conversione e, ancora più importante, > un sistema di stoccaggio efficiente.  La rivoluzione industriale, basata sul carbone prima e sul petrolio poi (da cui la locomotiva a vapore e il motore a scoppio), traeva energia dall’ossidazione del carbonio producendo anidride carbonica. Reazioni di ossidoriduzione tanto antiche quanto l’uso del fuoco da parte dell’uomo primitivo, che hanno l’indesiderata conseguenza di produrre i gas responsabili del cambiamento climatico attuale. È simile l’energia muscolare che trae origine da processi di ossidazione di molecole organiche ottenendo come sottoprodotto lo stesso identico gas, l’anidride carbonica. Più recentemente l’energia nucleare sembrava aver gettato le basi per una svolta concettuale scovando l’energia direttamente nel nucleo degli atomi, un’energia più abbondante e sfruttabile delle tante fonti sperimentate precedentemente. L’energia nucleare sostituisce efficientemente il carbone che scaldava le caldaie delle antiche locomotive a vapore o la fiamma sotto la pentola a pressione che usiamo in casa, ma il meccanismo è lo stesso: generare vapore in pressione per poi sfruttarlo meccanicamente. Tuttavia l’energia nucleare mostra aspetti drammaticamente negativi e irrisolvibili quali la scarsa disponibilità di materie prime fissili (molto meno disponibili di carbone, petrolio o gas naturale), questioni di sicurezza ambientale, oltre al mai risolto problema dello stoccaggio di scorie e sottoprodotti radioattivi (ridotti nelle centrali di ultima generazione, ma inevitabili e ingestibili per periodi estremamente lunghi). Oggi le fonti energetiche rinnovabili si stanno imponendo sul mercato assicurando la possibilità di convertire l’energia da fonti gratuite, ma con disponibilità limitata. L’energia solare può essere prodotta solo di giorno, il vento dipende dalle condizioni meteorologiche, il geotermico è limitato a livello geografico. Eppure le risorse rinnovabili mostrano aspetti imbattibili: sono già presenti e distribuite ovunque, riforniscono il nostro pianeta da milioni di anni, non impattano l’ambiente, non richiedono miniere o sistemi di estrazione delle materie di origine (come carbone, petrolio, uranio, ecc.). Servirebbe solo un sistema di conversione dell’energia scelta e, ancora più importante, un sistema di stoccaggio efficiente. > Le risorse rinnovabili mostrano aspetti imbattibili: sono già presenti e > distribuite ovunque, riforniscono il nostro pianeta da milioni di anni, non > richiedono miniere o sistemi di estrazione delle materie di origine. Le nostre precedenti sperimentazioni per generare reazioni di ossidoriduzione partendo da carbone, petrolio o gas naturale consentivano di liberare, in ultima analisi, l’energia solare catturata da qualche essere vivente milioni di anni fa e conservata nei legami chimici delle sostanze prelevate dagli strati geologici. Ma come avevano fatto i viventi del passato a carpire quell’energia? Quali altri meccanismi chimici o biologici possono conservarla efficientemente? Il dilemma dello stoccaggio La vera sfida del nostro secolo è proprio questa, ed è una sfida concettuale. Smettere di generare l’energia al momento dell’uso, ma affidarsi a una produzione continua, morigerata, controllata di energia che verrà poi stoccata, accumulata e resa disponibile da una rete capillare di distribuzione continua e costante. Si tratta ovviamente dell’energia elettrica, già in uso da generazioni, ma che dovrebbe sostituire tutte le altre fonti energetiche, in particolare nel mondo dei trasporti. Una sfida non banale, che si scontra con le nostre limitate capacità di accumulo e stoccaggio, a oggi il punto critico di questa nuova visione, il cui principale oggetto di ricerca e investimento sono le batterie. A questo proposito è curioso notare che le prime ricerche sui fenomeni elettrici vennero condotte da medici e naturalisti su certi viventi (da cui l’espressione “elettricità animale”) e dopo quasi tre secoli proprio la natura potrebbe rivelarsi la strategia vincente per scovare le soluzioni ai problemi sopracitati. > La vera sfida del nostro secolo è una sfida concettuale: smettere di generare > l’energia al momento dell’uso, ma affidarsi a una produzione continua, e a > un’infrastruttura decentralizzata di accumulo e distribuzione. Furono le piccanti dispute tra Luigi Galvani e Alessandro Volta a chiarire l’origine della corrente elettrica. Se il primo la considerava un fluido di origine vitale o animale (forte delle osservazioni condotte su esseri come le anguille elettriche), il secondo dimostrò come fosse possibile generare elettricità mediante l’uso di metalli diversi sapientemente accoppiati (la famosa pila di Volta). Ciò che oggi sappiamo è che entrambi i grandi scienziati stavano osservando correnti elettriche sviluppate da reazioni di ossidoriduzione. Volta aveva capito come impiegare materiali inorganici per incanalare gli elettroni che passavano da un elettrodo all’altro; Galvani invece osservava processi molto più complicati, non basati su metalli, ma complesse molecole organiche selezionate attraverso processi evolutivi da esseri che da generazioni affinavano sistemi di accumulo e stoccaggio di energia. La vita stessa si basa su sistemi di conversione energetica e, proprio come per noi umani di oggi, anche gli altri viventi hanno dovuto imparare a sfruttare fonti di energia diluita e saltuariamente disponibile per poi accumularla e sfruttarla metabolicamente. La natura ha inventato le batterie prima di noi I meccanismi di conversione e stoccaggio dell’energia presenti nei viventi sono moltissimi e non semplici, dalla fotosintesi clorofilliana alla respirazione cellulare. Alcuni batteri traggono energia da reazioni di ossidoriduzione del ferro, altri dello zolfo o del metano; il tutto è mediato da enzimi e proteine, elaborati sistemi di membrane, organuli, pori selettivi, gradienti chimici molto più complessi delle nostre batterie. Ciò che desta la nostra attenzione oggi è la straordinaria capacità degli organismi di immagazzinare energia, in alcuni casi con biomolecole che si stanno dimostrando estremamente utili per una possibile applicazione nel mondo delle batterie. Attraverso miliardi di anni di selezione naturale, gli organismi viventi hanno sviluppato reazioni metaboliche altamente efficienti, impossibili da replicare oggi nei sistemi artificiali. Inoltre, gli elementi che costituiscono questi complessi biologici provengono da fonti ecologiche presenti sulla Terra, sono facilmente decomponibili e hanno un impatto minimo sull’ambiente. Tutti gli organismi viventi si basano sulla conversione, il trasporto e l’immagazzinamento dell’energia su diversi substrati molecolari. Questi processi metabolici, in cui l’energia viene trasferita attraverso il passaggio di elettroni e ioni, sono esattamente gli stessi che dobbiamo migliorare partendo dalla conversione delle energie rinnovabili, alla distribuzione e stoccaggio, fino all’utilizzo finale. > L’approccio della biomimesi, cioè la possibilità di ispirarsi a strutture > biologiche per imitarne le prestazioni, potrebbe essere di grande aiuto per > risolvere le principali problematiche delle batterie oggi esistenti sul > mercato. La natura può fornirci più sistemi per migliorare la tecnologia delle batterie attuali, ad esempio particolari biomateriali possono essere impiegati direttamente, mentre altre sostanze naturali possono essere trattate artificialmente per essere modificate e integrate nei dispositivi di accumulo migliorandone le prestazioni. Anche nella fase di progettazione l’approccio della biomimesi, cioè la possibilità di ispirarsi a strutture biologiche per imitarne le prestazioni, potrebbe essere di grande aiuto per risolvere le principali problematiche delle batterie oggi esistenti sul mercato. Fare a meno del litio Nella situazione attuale il mercato delle batterie è dominato da quelle che si basano sugli ioni litio. Le prime sono state sviluppate negli anni Settanta da Stanley Whittingham e presentavano inizialmente gravi problemi di sicurezza. Negli anni Ottanta venne introdotto l’uso del cobalto nel catodo, aumentando le prestazioni e nei primi anni Novanta la Sony le ha commercializzate imponendosi nel mercato. La domanda globale di batterie al litio ha superato i 600-700 GWh nel 2022 e potrebbe raggiungere 3 TWh o più entro il 2030; il tutto è trainato dall’impiego in veicoli elettrici e dallo stoccaggio stazionario. A oggi i materiali impiegati per le diverse componenti delle batterie al litio includono manganese, cobalto, nichel e ferro, tutti metalli strategici e problematici dal punto di vista ambientale e geopolitico. A questo elenco si aggiunge ovviamente il bramatissimo litio. Ciò ha spinto i ricercatori a studiare soluzioni alternative per alleviare la pressione sulle risorse, migliorare la sostenibilità e assicurare maggiore sovranità industriale. Tutti i meccanismi di ossidoriduzione si basano su una coppia di componenti (anodo-catodo, ossidante-riducente) le cui reazioni permettono la movimentazione di elettroni creando così corrente elettrica. Le più promettenti e recenti alternative alle batterie al litio sono: batterie metallo-ione (sodio, magnesio, zinco, alluminio), batterie metallo-zolfo (litio-zolfo, sodio-zolfo), batterie metallo-aria (litio-aria, zinco-aria), batterie a flusso (o redox flow). Certamente nel futuro immediato le batterie al litio rimarranno centrali, ma esiste un crescente spazio di mercato per soluzioni alternative specializzate. > La domanda globale di batterie al litio ha superato i 600-700 GWh nel 2022 e > potrebbe raggiungere 3 TWh o più entro il 2030. A oggi la mobilità elettrica (autovetture elettriche e veicoli commerciali) impegna oltre il 70% della domanda, seguono lo stoccaggio stazionario generico (in rapida crescita, ma meno rilevante in volume rispetto all’automotive), l’uso in computer, cellulari ed elettronica di consumo e infine la micromobilità (bici elettriche, monopattini) con tassi di crescita sorprendenti. In definitiva circa l’80% delle nuove installazioni di batterie è correlato al trasporto elettrico, lo stesso aspetto che diede vita alla rivoluzione della locomotiva a vapore e dell’auto con motore a scoppio. Le quattro categorie di batterie alternative si basano su elementi più disponibili o facilmente lavorabili rispetto al litio. Gli elementi impiegati nelle batterie metallo-ione, metallo-zolfo, metallo-aria e batterie a flusso sono tutti strategicamente interessanti. Infatti, il litio è presente in quantità limitate e geograficamente molto localizzate (Cile, Australia, Cina), mentre gli altri ioni elencati sono più abbondanti e con distribuzione più ampia sul globo. Tuttavia, la sola abbondanza di un elemento non garantisce la realizzabilità industriale, poiché contano anche le tecnologie di estrazione, i processi di purificazione e l’intero ciclo di produzione del dispositivo. Per alcune tecnologie, come le batterie zinco-aria, le materie prime sono largamente disponibili, ma rimangono problematiche ingegneristiche. Inoltre ogni elemento estratto prevede impatti ambientali, inquinamento e consumo di risorse. Tutte le alternative proposte presentano pregi e difetti, non esiste quindi a oggi una tecnologia capace di imporsi sulle altre garantendo facile applicabilità a tutti i settori energivori. Ad esempio le batterie basate sul sodio, già pronte a una prima commercializzazione, presentano costi e sostenibilità migliori, ma una densità energetica inferiore e prestazioni ancora molto migliorabili. Similmente le batterie a flusso sono già commercializzate e in uso in diversi impianti di stoccaggio stazionario (in questo caso il metallo impiegato è il vanadio); le più comuni batterie a flusso offrono elevata scalabilità e lunga durata (anche oltre 10.000 cicli), ma minore densità energetica e soprattutto un maggiore ingombro e peso, aspetto determinante per quanto riguarda il trasporto. Costruire batterie biologiche Faremmo bene a ricordare che tutti i viventi affrontano da ere geologiche il problema della conversione energetica, e del conseguente stoccaggio, senza scavare miniere o ricorrere a elementi rari. La selezione naturale ha identificato materiali con proprietà utili e performanti e in milioni di anni di evoluzione gli organismi hanno elaborato strutture altamente efficienti per il trasferimento di energia e materia, dissipare il calore, contenere il peso e rappresentano quindi un modello estremamente interessante. > Tutti i viventi affrontano da ere geologiche il problema della conversione > energetica, e della conseguente conservazione e stoccaggio, senza scavare > miniere o ricorrere a elementi rari. I materiali di origine biologica possono essere impiegati direttamente oppure sottoposti a trattamenti che ne esaltano le proprietà, trasformandoli in nanostrutture utili per la costruzione di elettrodi e altri componenti. In altri casi si tratta di imitare i principi che regolano i processi biologici, riproducendoli artificialmente per migliorarne le prestazioni tecnologiche. I biomateriali più promettenti si dividono in tre famiglie. La lignina, presente nel legno, è interessante per le sue proprietà redox, e può essere impiegata come additivo per elettrodi, come legante o per ottenere carboni a porosità controllata. La polidopamina, nota per le capacità adesiva dei molluschi, è stata utilizzata per rivestire gli elettrodi, migliorandone la stabilità. Le flavine e i chinoni sono composti biologici coinvolti nel metabolismo energetico in reazioni simili a ciò che avviene nei cicli di carica/scarica delle batterie. Molte tecniche si basano sulla trasformazione dei materiali naturali. Ad esempio le biomasse fungono da ottimi stampi per la formazione di materiali nanostrutturati in seguito a processi termici. Oppure è il caso di particolari ioni metallici che tendono ad autoassemblarsi sulla superficie delle proteine o di certi batteri (ad esempio Streptomyces) favorendo la crescita di complesse strutture minerali. stratificate, simili a guaine. Sono esempi in cui i sistemi biologici producono materiali funzionali, spesso impossibili da ottenere artificialmente. La natura fornisce anche ispirazione nella progettazione dei dispositivi. Molti organismi viventi hanno sviluppato soluzioni ingegneristiche straordinarie, come pori e membrane, in grado di trasportare selettivamente ioni e molecole, suggerendo nuove vie per l’ottimizzazione nei dispositivi elettrochimici. L’osservazione del mondo biologico può inoltre offrire soluzioni concrete nel campo della gestione del calore. Nei sistemi elettrochimici, infatti, l’aumento della temperatura compromette l’efficienza delle reazioni. Eppure alcuni organismi (come il verme marino Alvinella pompejana), riescono a vivere in ambienti a temperature estreme senza alterare il proprio metabolismo. Comprendere i meccanismi di adattamento di questi organismi può aiutare a sviluppare batterie capaci di operare in un ampio intervallo termico. Similmente, ispirandosi alla struttura alveolare delle ali delle libellule, sono state proposte strutture biomimetiche per ottimizzare resistenza, peso e flessibilità. La necessità di un approccio interdisciplinare Sembra quindi che per una svolta tecnologica sia necessario tornare alle origini: non alle anguille elettriche di Galvani o alla pila di Volta, ma alle basi biochimiche selezionate dai sistemi naturali nel corso dell’evoluzione. Materiali e strategie di conversione e stoccaggio energetico presenti nella meccanica stessa della vita. La biomimetica offre infatti un grande potenziale per la progettazione di dispositivi avanzati per accumulo di energia elettrochimica e la produzione di materiali correlati (composizione, proprietà meccaniche e funzionalità). Ciò include l’utilizzo diretto di composti da biomasse, l’impiego di strutture organiche come stampi molecolari, la preparazione di materiali con strutture macro-microscopiche e l’imitazione dei meccanismi e strategie biologiche. > Sembra quindi che per una svolta tecnologica sia necessario tornare alle > origini: non alle anguille elettriche di Galvani o alla pila di Volta, ma alle > basi biochimiche selezionate dai sistemi naturali nel corso dell’evoluzione. È l’unica prospettiva vincente per svincolarci da metalli rari, strategici, inquinanti; questo perché tutti i materiali biologici garantiscono rinnovabilità, adattabilità, sostenibilità ed ecocompatibilità, aspetti particolarmente significativi per un impiego a lungo temine. È il tipo di sviluppo di cui abbiamo disperatamente bisogno e che implica una fondamentale collaborazione interdisciplinare (chimica, zoologia, botanica, micologia, fisica, ingegneria energetica) per accelerare la transizione dalle idee di laboratorio all’industria, ispirandosi in modo concreto e produttivo alla grande saggezza conservata negli organismi viventi, acquisita con milioni di anni di evoluzione e ora alla nostra portata. Il futuro dell’innovazione nel campo energetico, oggi così urgente e necessaria per l’essere umano, sembra risiedere nei meccanismi stessi della vita, il cuore pulsante della natura che ci circonda. L'articolo Il futuro biologico delle batterie proviene da Il Tascabile.
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A lla domanda “Come ti sentiresti se non potessi più utilizzare la nostra app?”, tra le tre opzioni “Molto deluso”, “Un po’ deluso”, “Per niente deluso”, Daniel (36 anni, maschio) aveva scelto l’opzione “Per niente deluso”, rientrando così tra i Detractor del nostro prodotto. Gli inviai la solita e-mail preimpostata per invitarlo a un’intervista, come avevo fatto con altri centoquarantasette utenti che nelle ultime due settimane avevano espresso lo stesso giudizio rispondendo al questionario che appare nell’applicazione. Speravo di intervistare almeno otto di loro. Per incentivare la partecipazione, offrivo un premio: un’infusione endovenosa gratuita di vitamina C presso il nostro laboratorio. Nel corpo dell’e-mail avevo incluso un link al mio calendario. Dopo pochi minuti, la notifica: Daniel aveva prenotato uno slot per il giorno successivo alle 8 e 30 del mattino. Odiavo fare interviste così presto. Un’intervista alle 8 e 30 significava dovermi svegliare un’ora prima del solito. Ma considerate le condizioni del mercato del lavoro a Berlino dopo la pandemia, non potevo certo lamentarmi. Parte I: Il questionario Tra marzo 2024 e aprile 2025, prima di essere vittima del secondo licenziamento di massa in cinque anni, ho lavorato come User Researcher per una start up tedesca nel settore Health Tech. L’applicazione, tuttora presente sul mercato, consente agli utenti di prenotare esami del sangue, recarsi in un laboratorio affiliato e ricevere il referto entro ventiquattro ore direttamente sul proprio telefono. Il vantaggio principale del prodotto è quello di bypassare il medico, spesso definito the middle man dagli utenti che intervistavo durante le varie ricerche e test di usabilità. The middle man: una locuzione dietro la quale si cela una presuntuosa, a tratti feroce sfiducia nella scienza normale, scomodando una celebre espressione di Thomas Kuhn. Prima del marzo 2024, non sapevo nulla del settore Health Tech, né tantomeno di come interpretare referti di laboratorio. Avevo da poco compiuto quarant’anni e non mi era mai passato per la testa di aggirare il parere medico per sapere se ci fosse qualcosa di sbagliato dentro di me. Il motivo per cui ero stato assunto da quella start up era determinare se il loro prodotto fosse market fit, ovvero se rispondesse in modo efficace ai bisogni del target audience, il pubblico a cui era indirizzata. Avevo condotto ricerche simili in passato per due aziende diverse: una di viaggi, un’altra di e-commerce. Ci sono vari modi per misurare il cosiddetto Product-Market Fit. Quello che preferisco è stato ideato recentemente da Sean Ellis, una sorta di guru del Growth Marketing. Tutto comincia con una semplice domanda da porre in un questionario: “Come ti sentiresti se non potessi più utilizzare la nostra app?” Tre risposte possibili: “Molto deluso”, “Un po’ deluso”, “Per niente deluso”. > Il motivo per cui ero stato assunto da una start up del settore Health Tech > era determinare se il loro prodotto fosse market fit, ovvero se rispondesse in > modo efficace ai bisogni del target audience, il pubblico a cui era > indirizzata. Secondo Ellis, un prodotto soddisfa i bisogni di mercato quando almeno il 40% di chi risponde al questionario si dichiara “molto deluso” all’idea di non poterlo più usare. Quella app raggiungeva a malapena il 30%, quindi era ancora lontana dal tanto desiderato market fit. Ma la ricerca non finiva qui. Il questionario era solo l’inizio. Oltre a offrire quel benchmark ideale, mi permetteva di segmentare gli utenti in tre categorie di sentimento: Supporter, On-the-fence, Detractor. In quelle settimane di aprile del 2024, la mia attenzione era rivolta ai Detractor come Daniel. Parte II: L’intervista Il giorno dell’intervista, mi svegliai alle 7. Come ogni mattina, presi dal frigorifero la scodella di fiocchi d’avena lasciati in ammollo tutta la notte per ridurne il contenuto di acido fitico che, a detta della nutrizionista olistica dell’azienda, interferisce con l’assorbimento dei minerali. Vi aggiunsi miele e una manciata di mirtilli, antiossidanti. In pochi minuti l’avevo spazzato. Poi inghiottii una pastiglia di vitamina D3 da 5000 IU e un integratore di vitamine B-Complex. Da circa un mese, questa era diventata la mia routine mattutina: una nuova versione di me che non mi sarei mai aspettato ‒ perché stavo benissimo. Per provare quel prodotto avevo fatto un test. Era gratis per i dipendenti. Risultati alla mano, la nutrizionista aziendale disse che i miei valori di vitamina D e vitamine B, sebbene pienamente nella norma, potevano essere più alti: dovevano essere più alti. Citava opinioni di influencer come Rhonda Patrick e Mark Hyman, di cui non avevo mai sentito parlare. Mi prescrisse due integratori, io mi fidai. Quella mattina arrivai in ufficio puntuale alle 8 e 15, giusto il tempo per prepararmi un caffè lungo, nero e senza zucchero, che sempre secondo la nutrizionista avrebbe la proprietà di prevenire. tra gli altri, cancro al fegato, diabete di tipo 2 e infarto. Alle 8 e 25 prendevo posto sul piccolo sgabello nel booth insonorizzato, aprivo il laptop di fronte a me, pronto per la videochiamata con Daniel. Alle 8 e 30, la notifica: Daniel era entrato nella sala d’attesa virtuale. Lo feci accedere alla chiamata. “Grazie per aver trovato il tempo per parlare con me,” lessi dai miei appunti. Di fronte a me avevo un documento intitolato PMF Interview Script. Cominciai a recitare l’introduzione in cui spiegavo a Daniel come sarebbe andata la nostra chiacchierata. Avremmo parlato dei suoi interessi legati a salute, fitness, nutrizione. Poi gli avrei posto una quarantina di domande sulla sua esperienza con il nostro prodotto ed eventuali competitor. Infine avrei lasciato cinque minuti di tempo per le sue domande. Quarantacinque minuti in tutto. > Il vantaggio principale dell’applicazione è quello di bypassare il medico, > spesso definito the middle man dagli utenti, una locuzione dietro la quale si > cela una presuntuosa, a tratti feroce sfiducia nella scienza normale. “Okay, cominciamo,” mi esortò lui, stortando il volto in un’espressione annoiata. Non era un comportamento insolito. I detrattori di un prodotto, quando accettano di essere intervistati, tendono a esagerare il proprio malcontento. Spesso lo fanno per ottenere sconti su acquisti futuri o, nei casi più audaci, per richiedere rimborsi completi e la cancellazione dell’account. Non mi feci intimidire. “Perfetto. C’è un aspetto della tua salute a cui presti particolare attenzione ultimamente?” “Ho da poco superato i 35 anni,” rispose Daniel, trascinando le parole, “Prima di provare il vostro servizio, l’anno scorso ho fatto un esame del sangue generico. È saltato fuori che i miei livelli di colesterolo LDL sono troppo elevati.” Daniel indossava una maglietta a maniche corte bianca; rivelava spalle strette, spigolose, un collo sottile e teso. A guardarlo, pensai che non doveva essere un Optimizer, una delle quattro user persona su cui si basava il design del prodotto. Forse rientrava tra i Guidance Seeker o i Disease Preventer. Per la sua età, oltre che per la figura esile, non poteva certo essere un Fit Retiree. Indagai.  “In che modo cerchi di monitorare e migliorare il tuo colesterolo?” “Cosa devo fare? Cerco di fare attenzione a quello che mangio. Ogni tanto vado a correre, ma non con regolarità.” Confermato: non era un Optimizer. Un Optimizer avrebbe parlato fino allo sfinimento ‒ mio ‒ di sport, diete, integratori, podcast, influencer. Gli sport che vanno per la maggiore tra gli Optimizer sono cross-fit, corsa, nuoto. Quelli che avevo intervistato nelle settimane precedenti facevano maratone e gare di triatlon. Tra i podcast, menzionavano spesso biohacker come Andrew Huberman, Peter Attia, Bryan Johnson. Leggono libri di self-help come The Glucose Revolution di Jessie Inchauspe, e Metabolical di Robert Lustig. Gli Optimizer poi tendono a utilizzare app di tracciamento biometrico. Prodotti come Whoop, Fitbit, Garmin, Oura. Utilizzano bilance a sensori come quelle di Withings che offrono analisi della composizione corporea e monitoraggio della salute cardiaca. Invece di consultare dottori, gli Optimizer chiedono consigli a ChatGPT e Claude. I dottori, sostengono loro, pensano a curare, non a prevenire: non ne sanno nulla di self-improvement. Il fatto che Daniel avesse risposto in modo così misero alla mia domanda sulle sue abitudini di fitness e alimentazione ‒ una corsetta ogni tanto e una generica attenzione al cibo ‒ lo collocava chiaramente tra i Disease Preventer: quelli che sì, vogliono evitare di ammalarsi, ma non dimostrano lo stesso impegno attivo, costante degli Optimizer. Stavo per porgli un’altra domanda, quando lui mi interruppe.  “In tutta onestà, non so nulla di queste cose. Dovete dirmi voi cosa fare. Ho accettato di partecipare a questa intervista solo per poter parlare con qualcuno della pessima esperienza che ho avuto.”  “Qualcosa non è andato come speravi?”  “Ho fatto il test a fine gennaio. Avevo undici valori fuori range. Undici. Sono andato nel panico. Cliccavo qua e là per capire se avessi qualcosa di grave. Una malattia. Un tumore. Ma la app non diceva nulla. Mi consigliava di fare sport, mangiare salmone, smettere di fumare. Non ho mai fumato e credo di nutrirmi bene. Il servizio clienti mi ha detto che in quanto prodotto non-medico, non potete fare diagnosi. Ho pagato 179 euro per questo test e tutto quello che avete da dirmi è di mangiare salmone?” Daniel era decisamente un Disease Preventer di tipo ansioso. Il candidato perfetto per un progetto su cui stavamo lavorando in quel periodo, dal titolo Reduce Anxiety, che prevedeva nuove funzionalità per ridurre l’ansia in caso di referti che potevano apparire preoccupanti. Cliccai sul tasto “Eureka” del software di videochiamata per evidenziare quel momento e presentarlo al team più tardi, come spunto di riflessione. “Puoi dirmi di più sulle sensazioni che hai provato quando hai ricevuto il referto?” “Panico. Ho telefonato al mio dottore. Mi disse che non avrei dovuto spendere soldi per un servizio del genere. Che sarei dovuto andare da lui. Ma lui non mi è mai stato d’aiuto. Dice sempre ‘Va tutto bene’, anche quando lo vedo con i miei occhi che i risultati non sono nella norma.”  “E cosa hai fatto allora?” “Non avevo altra scelta. Sono andato in studio da lui. Mi ha fatto un altro prelievo. Una settimana dopo mi ha chiamato. I risultati non erano diversi dai vostri, ma secondo lui non c’era nulla di strano. Erano appena passati Natale e Capodanno, era normale che trigliceridi, glucosio, insulina fossero un po’ sballati, diceva. E che stress e cattivo sonno potessero influenzare cortisolo, glicemia e altre cose. Dovrò rifare i test tra quattro mesi.” “C’è qualche contenuto tra quelli proposti dalla app che hai trovato di qualche utilità?” “No.” “Cosa avresti voluto trovare in una app ideale, in quel momento?” “Dirmi chiaramente che non stavo per morire. Ricevere consigli personalizzati. Darmi una lista di integratori da prendere. Quello sarebbe un buon inizio.” “Prendi qualche integratore?” “Per ridurre stress e infiammazione prendo curcumina, quercetina e bromelina.” “Te li ha consigliati il dottore?” “No. Lui dice che non sono scientificamente provati. Li ho trovati su Internet.” “Stanno funzionando?” “Ho cominciato da poco.” > Il mercato globale del settore Health Tech appare in forte crescita ‒ stimata > circa al 7% annuo ‒, trainato dalla crescente domanda di soluzioni sempre più > accessibili e personalizzate. Si stima che il settore possa raggiungere un > fatturato di quasi 200 miliardi di dollari entro la fine del 2025. Quando il tempo a disposizione stava per terminare, chiesi a Daniel se avesse qualcosa da aggiungere. Disse di no. Conclusi ringraziandolo per il tempo che mi aveva dedicato. Lui ricambiò con una smorfia insoddisfatta, lo schermo si fece buio. Finii il mio caffè in una sorsata e gli inviai un’e-mail con le informazioni su come riscuotere l’infusione endovenosa di vitamina C presso il nostro laboratorio di Mitte. Tre giorni dopo, ricevetti un suo messaggio. Voleva farmi sapere che era stato al laboratorio per l’infusione. Qualche ora dopo, ChatGPT gli ha assicurato che è normale non avvertire un effetto immediato dopo un’infusione di vitamine, che spesso i risultati si manifestano gradualmente. Avrebbe riprovato in futuro, diceva. Parte III: La società della stanchezza Secondo un rapporto di Statista del febbraio 2025, il mercato globale del settore Health Tech appare in forte crescita ‒ stimata circa al 7% annuo ‒, trainato dalla crescente domanda di soluzioni sempre più accessibili e personalizzate. Si stima che il settore possa raggiungere un fatturato di quasi 200 miliardi di dollari entro la fine del 2025. Il mercato analizzato da Statista si articola in tre segmenti principali: fitness tracking, consultazioni online e trattamenti digitali con l’uso di biosensori per diagnosi e cura. Questo trend si manifesta in larga parte nella proliferazione di applicazioni dedicate alla gestione autonoma della salute, arricchite spesso dall’integrazione di modelli linguistici di grandi dimensioni (Large Language model, LLM) presi in prestito da OpenAI o Alphabet, altre volte creati di sana pianta. Un caso tra tutti quello di SelfDecode, start up di base a Miami che si definisce l’unica azienda al mondo a fornire direttamente al consumatore un “punteggio di rischio poligenico” basandosi sull’analisi del DNA ed esami di laboratorio. Questa è la promessa, o in gergo tech lo “Unique Value Proposition” di SelfDecode, che si riflette nel classico, pomposo inciting incident da public speaking espresso dal CEO, Joe Cohen: “Negli anni, ho sofferto di settantacinque diversi problemi di salute. I medici non potevano curarmi, così ho dovuto pensarci io. Molti anni e milioni di dollari dopo, sono stato in grado di usare la mia genetica per risolvere tutti i miei problemi.” Tralasciando per un momento la disarmante performatività che si cela, neanche troppo velatamente, dietro queste parole ‒ e immagini, se avete dato un’occhiata a come si presenta il CEO di SelfDecode in fondo alla homepage ufficiale ‒, si nota nel proliferare di questi nuovi prodotti un desiderio sempre più ossessivo di controllo sull’io che prende le mosse da una progressiva perdita di fiducia nella medicina tradizionale, spesso percepita come ostacolo: quello scomodo middle man, appunto, di cui è meglio sbarazzarsi. Nel libro La società della stanchezza, pubblicato per la prima volta in tedesco (Müdigkeitsgesellschaft) nel 2010 e giunto alla sua sesta edizione uscita in Italia nel 2020, il filosofo Byung-Chul Han esplora e critica in modo incisivo questa spinta ossessiva verso il continuo miglioramento di sé. Un concetto che affonda le radici in una delle idee cardine del secolo corrente, secondo la quale un progresso individuale costante sia non solo possibile, ma dovuto. Han vede in questo mantra una forma di autosfruttamento che, nell’incessante ricerca della massima performance, non può che portare l’individuo al collasso. > Nel proliferare dei prodotti del settore Health Tech si nota un desiderio > sempre più ossessivo di controllo sull’io che prende le mosse da una > progressiva perdita di fiducia nella medicina tradizionale, spesso percepita > come ostacolo. Secondo Byung-Chul Han, questa dinamica caratterizza la fine della “società immunologica” del secolo scorso che aveva come categoria fondamentale l’alterità, ovvero l’estraneità di batteri e virus da sconfiggere: “Oggi, invece, al posto dell’alterità abbiamo la differenza, che non provoca alcuna reazione immunitaria […] non è causa di malattia.” Qui Han allude tangenzialmente all’eguale di Baudrillard de La trasparenza del male. Saggio sui fenomeni estremi  (1991), per definire un nuovo tipo di violenza che l’individuo contemporaneo si trova ad affrontare: una violenza che non è più volta verso l’esterno, ma l’interno. Una “violenza della positività” che non presuppone più alcuna ostilità perché si sviluppa in una società ormai sterilizzata. Svanisce quindi una volta per tutte, nell’analisi di Han, la polarizzazione interno-esterno, perché la violenza oggi è “sistemica, vale a dire immanente al sistema”: un’infiammazione interna dell’Io che si sente in costante difetto nell’odierna società della prestazione (Leistungsgesellschaft). L’estremo di questa visione è il doping, che “trasforma non solo il corpo, ma l’essere umano nel suo complesso in una macchina da prestazione che deve funzionare indisturbata.” L’individuo da ottimizzare rifugge così da qualsiasi divieto o ostacolo ‒ da qui, anche il suo compiaciuto svincolarsi dalla scienza normale ‒ e si allinea invece con la società della libera volontà, al centro della quale può finalmente dirsi unico player incontrastato, soggetto di prestazione che, ora pienamente libero, “concorre con se stesso e cade sotto la costrizione distruttiva a doversi superare costantemente.” Questo perenne senso di insufficienza dà origine a una guerra viziosa che si svolge tutta all’interno del soggetto e che, nella ricerca di un Io-Ideale irraggiungibile, idealmente immortale, conduce necessariamente al collasso: il burnout. “Il burnout è il risultato della concorrenza assoluta. […] Di fronte all’Io-Ideale, l’Io reale appare come un fallito, che viene coperto di autorimproveri. L’Io fa guerra a se stesso. In questa guerra non può esserci un vincitore, perché la vittoria termina con la morte di chi vince. Il soggetto di prestazione si distrugge nella vittoria. La società della positività, che crede di essersi liberata da ogni costrizione estranea, si impiglia in autocostrizioni distruttive.” Ecco qui spiegata l’ansia irrisolvibile di un Disease Preventer impossibile da soddisfare: scettico del parere medico, deluso dalle applicazioni, perso nelle sue ricerche online. Un destino terrificante. > Il perenne senso di insufficienza dà origine a una guerra viziosa che si > svolge tutta all’interno del soggetto e che, nella ricerca di un Io-Ideale > irraggiungibile, idealmente immortale, conduce necessariamente al collasso: il > burnout. Byung-Chul Han però si sforza di trovare una soluzione positiva a tutto questo. Per farlo, attinge al Saggio sulla stanchezza (1991) di Peter Handke, in cui vengono esplorati due tipi di stanchezza: una “stanchezza solitaria, priva di mondo”, quella del burnout, distruttiva perché causata da un senso di costante mancanza; e una “stanchezza fiduciosa del mondo”, che risulta invece nel non-fare come atto di resistenza contemplativa, generativa. Han scrive: “[La stanchezza fiduciosa] non è uno stato nel quale ogni senso svanirebbe. In essa invece si risveglia una particolare capacità di vedere.” Leggendo questo passaggio mi è tornato alla mente Horacio Oliveira, protagonista del romanzo Il gioco del mondo (1969, ed. or. 1963) di Julio Cortázar, quando si trova ad affermare esattamente e forse ancora più incisivamente questo stesso cambio di paradigma, da una stanchezza del difetto a una stanchezza del non-fare come rinuncia consapevole: “dietro ad ogni azione si nascondeva la protesta […] in ogni atto era insita l’ammissione di una carenza, di qualcosa non ancora fatto e che era possibile fare, la protesta tacita di fronte alla continua evidenza della mancanza, della diminuzione, della pochezza del presente. […] Era meglio rinunciare, perché la rinuncia all’azione era la protesta medesima e non la sua maschera.” Qualche settimana dopo la chiacchierata con Daniel, mi svegliai in piena notte con formicolii ai piedi e alle mani, pruriti che nei giorni successivi sarebbero diventati veri e propri bruciori, accompagnati da un fastidioso senso di nausea. Mi sentivo sempre stanco, i muscoli molli, vuoti. Una mattina prima di andare in ufficio, mi presentai in laboratorio per fare un esame completo su oltre sessanta marker. La sera del giorno dopo, una notifica mi avvisava che i risultati erano pronti. Aprii la app e scoprii con sollievo che tutti i valori erano in regola, eccetto due: la vitamina B6 aveva fatto un salto del 250% in più rispetto al test precedente e la vitamina D era ben oltre la soglia massima dei livelli di riferimento per individui adulti. Tra i sintomi di eccesso di vitamina B6 ci sono formicolii agli arti e intorpidimenti. Mentre l’eccesso di vitamina D può causare nausee. Non c’era altra spiegazione: entrambi i valori erano schizzati alle stelle a causa delle dosi massicce di integratori prescritti dalla nutrizionista olistica che seguiva religiosamente le opinioni dei biohacker di Instagram. Smisi immediatamente di prendere integratori, i formicolii svanirono nel giro di un paio di settimane. Nella mia piccola rinuncia ripresi a stare bene, normalmente bene. L'articolo Teorie e pratiche della stanchezza proviene da Il Tascabile.
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