Il meglio della spoken word music italiana 2025 secondo la classifica di Barbara
Giuliani
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Recensione di Barbara Giuliani dall'album "Tutto lascia traccia" del progetto Di
noi stessi e di altri mondi
Matteo Piantedosi è intervenuto all’evento per i 20 anni del Centro nazionale
anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche
(Cnaipic).
Il ministro dell’Interno ha indicato questo nuovo bilanciamento di diritti a cui
spera le piattaforme di messaggistica (da WhatsApp a Signal fino a Telegram) si
adeguino presto per consentire alle Forze dell’Ordine di “rompere” la
crittografia end-to-end per le attività investigative contro i cyber criminali.
“Le policy delle grandi piattaforme sono molto incentrate sull’offerta della
privacy degli utenti”, ha osservato Piantedosi. “Io credo”, ha aggiunto il
ministro, “che il bilanciamento di interessi, tra libertà democratiche,
costituzionalmente garantite, e elementi di sicurezza è il vero snodo su cui si
gioca la sfida del futuro, ossia tra la attività di Polizia per contrastare i
crimini e la privacy”.
Durante lo stesso evento, il prof. Sala ha dichiarato “secondo me una soluzione
su cui lavorare c’è per consentire gli scopi della Forze dell’Ordine, perché,
essendo l’algoritmo crittografico una forma matematica, il modo in cui è
utilizzato e l’ambiente in cui è sviluppato, permette dei margini in cui si può,
in qualche modo, indebolire un pochino la sicurezza del sistema, tenendola,
però, sempre accettabile, consentendo quindi le investigazioni della Polizia”.
Quindi, come aveva già annunciato il ministro in estate, il governo italiano
sarebbe al lavoro per ridurrre il livello di sicurezza della crittografia end to
end, per favorire le attività poliziesche: “Una nuova autorità pubblica sotto il
Ministero dell’Interno – in particolare presso la Polizia Postale – per vigilare
sui servizi di messaggistica crittografata come WhatsApp, Signal e Telegram”
Quindi, se Chat Control sembra per il momento bloccato, in Italia già si pensa a
un sistema simile, che ci porterebbe a essere molto vicini ai regimi
dittatoriali come Cina e Russia.
Fonte web
Intervista di Barbara Giuliani a Valentina Ghelfi e Selene De Maria, vincitrici
con il progetto GhlefiDema del VI Premio Roberto Sanesi di poesia in musica
Recensione di "Tavole anatomiche per postumani" di Marco Barbetti e Mauro Omar
Triscari, a cura di Barbara Giuliani
È una straordinaria resa dei conti con il nostro passato e la nostra Storia
(politica, culturale e sociale), quella che Giampiero Mughini, regala ai lettori
con il suo Controstoria dell’Italia. Dalla morte di Mussolini all’era
Berlusconi (Bompiani, 2024). Un viaggio a ritroso in oltre settant’anni di vita
politica e culturale – mischiando storia e memoria, critica e indagine – tra
libri, immaginari e personaggi che hanno cambiato e condizionato la storia
italiana. Dagli aneliti fratricidi e i camaleontismi che hanno accompagnato il
dopoguerra alle guerriglie ideologiche degli anni Settanta passando per i
linciaggi mediatici della Seconda Repubblica. Tra Pasolini, Bilenchi, Ramelli,
Craxi e Berlusconi. Un testo in cui Mughini, intellettuale, scrittore,
giornalista e grande maestro di gusto e di pensiero, ha ricostruito la storia
d’Italia oltre ataviche ripartizioni e lottizzazioni, mostrandone le complessità
e profondità aldilà di pregiudizi atavici e ancestrali antagonismi. Mostrando i
fenomeni più complessi e le figure più discusse del nostro patrimonio storico
culturale attraverso la lente non dell’ideologia o del moralismo, bensì tramite
un approccio capace di restituire ad essi la loro irriducibile complessità e la
loro ineludibile umanità. Ne emerge un documento personale e collettivo, fatto
di tanti voci e personaggi che in qualche modo pone finalmente le condizioni
fondamentali per una vera pacificazione (senza giustificazionismi o
strumentalizzazioni) per la nostra storia nazionale.
Questo 25 aprile sono caduti gli ottant’anni dalla Liberazione. Secondo lei come
è stato affrontato nel nostro Paese il tema della “guerra civile”?
L’ondata di speranze portate dalla Liberazione aveva favorito l’idea che con la
fine del ventennio fascista ci sarebbe stata una palingenesi che avrebbe
costruito una sorta di paradiso terrestre. Tanto che io stesso mi portai dietro
per molti anni l’idea che l’antifascismo ci avrebbe condotto verso un futuro
radioso e perfetto. Però con gli anni capii che la storia è fatta di ambiguità,
di complessità, di esperienze e persone. Tutti fattori che non possono essere
riassunti nella logica bene/male, luce/ombra, buoni/cattivi, uomini e no. Ci
sono, infatti, troppe sfumature intermedie nella realtà e ridurre tale
complessità a questi facili dualismi è un gravissimo errore. Un errore che
spesso ci ha impedito di comprendere la storia del nostro Paese a causa di
vecchie nostalgie e deleterie sacralizzazioni. A distanza di ottant’anni credo,
infatti, che possiamo convenire che con il 25 aprile del 1945 non
iniziò nessuno paradiso terrestre, ma finì per fortuna una tragica e sanguinosa
guerra civile in cui ci furono tanti morti e tante ragioni diverse, alcune
giuste altre sbagliate, che però a distanza di ottant’anni non bisogna
strumentalizzare, bensì studiare e capire. Credo, infatti, che non serva più
continuare a dividersi e a rievocare, con troppa retorica, i fantasmi della
Storia. Servirebbe, invece,solo cercare di affrontarli senza pregiudizi e
preconcetti. Cercando di confrontarci finalmente con le numerose sfumature del
nostro passato.
Ma… c’è ancora nel nostro Paese un anelito fratricida?
No, io credo che non ci sia (per fortuna) un anelito fratricida nella società
italiana. C’è però molta gente che, purtroppo, ancora si avvantaggia di quella
divisione, e che appena può cerca di avvalersi di essa per i propri scopi.
Cercando di sfruttare una polarizzazione, fascismo-antifascismo, che nel 2025
non esiste e non conta niente, per fini strumentali. Purtroppo, la Repubblica
Italiana pur lasciandosi alle spalle un ventennio maledetto e nefasto quanto a
sopraffazioni e violenze, è nata, infatti, nel peggiore dei modi. Marchiata a
sua volta dal gusto del sangue, dalla vendetta, dall’odio reciproco delle
fazioni, dall’esaltazione che della guerra civile facevano quelli che l’avevano
vinta (e per fortuna) grazie agli aerei da bombardamento e ai carri armati degli
americani. E del resto a tutt’oggi, quanti di quelli che nel linguaggio pubblico
diffuso cianciano di “fascismo” e di “anti-fascismo” sanno di che cosa stanno
parlando? Essi ignorano, infatti, quanto fosse stato intricato e complesso il
reticolato della storia politica e morale dell’Italia del Novecento.
A proposito di tale ambiguità mi ha colpito l’episodio del cameriere e di suo
padre che compare nel libro, indicativo delle contraddizioni del dopoguerra. Può
raccontarcelo? E che insegnamento ci dà quell’aneddoto?
Ma sa, i miei genitori erano separati e io andavo a pranzo da mio padre un paio
di volte al mese. Papà parlava poco, pochissimo, giusto l’indispensabile. Con il
passare degli anni diventai uno studente della sinistra radicale nella versione
propria degli anni Sessanta. E sebbene tale visione fosse agli antipodi della
ideologia di mio padre mai, mai una volta, lui obiettò qualcosa alle mie
sfuriate di sinistra radicale, che pure erano ben note nella città in cui
vivevo. Lo fece solo una volta. E qui veniamo alla sua domanda. In quella
occasione eravamo andati a pranzare con mio padre in un ristorante dove i
camerieri erano entrati in sciopero contro il loro datore di lavoro, e il capo
cameriere (leader degli scioperanti) era venuto a salutare mio padre. Nel
momento in cui lui venne al nostro tavolo io giovane studente di sinistra
guardai con estasi quello che mi appariva come un vero ribelle. Quando lui si
allontanò mio padre mi disse, però, poche parole: “Sei un settario. Quel
cameriere che ti piaceva così tanto perché in sciopero era stato a suo tempo un
manganellatore, e io l’ho espulso dal Partito Nazionale Fascista.” Parole che, a
ripetermele oggi che sono passati circa sessant’anni, mi trafiggono ancora come
mi trafissero allora per quanto erano inappellabili. Del resto, sempre le poche
parole che pronunziava mio padre mi trafiggevano.
Com’era suo padre?
Era una brava persona. E posso dire che oggi a distanza di tanti anni solo a
questo tengo, anche io: ad essere una brava persona. Tutto il resto (destra e
sinistra incluse) è cianfrusaglia.
Perché dice che la cultura degli anni del dopoguerra era solo illusoriamente
fatta di uomini nuovi e costruita ex novo?
L’idea che noi ventenni bevemmo a gran sorsate negli anni Sessanta, ossia che a
guerra conclusa e a Liberazione avvenuta si fosse manifestata in Italia una
cultura radicalmente nuova, animata da uomini che avevano poco se non niente a
che vedere con la storia culturale del ventennio, era un’idea che non valeva
nulla. Né più né meno dell’idea, sussurrata una volta nientedimeno che dal
nostro maestro, Norberto Bobbio, che affermava che il fascismo non avesse avuto
una sua “cultura”. Una tesi che sembrava volesse dire che durante il ventennio
non ci fosse stata in Italia una vita culturale degna di questo nome, non ci
fossero stati scrittori, pittori, architetti, riviste di cultura che avessero
lasciato delle tracce. E lo dico senza nulla togliere a quello che rappresentò
per tutti noi ventenni la lettura dei Quaderni che Antonio Gramsci era andato
stilando in una cella fascista e che l’editore torinese Giulio Einaudi aveva
pubblicato dal 1948 al 1951. Certo che era un uomo nuovo l’Antonio Gramsci i cui
scritti potevamo finalmente leggere perché il Tribunale speciale fascista aveva
sì racchiuso il suo corpo, ma non era riuscito a spegnere il suo cervello. Solo
che non tutto della cultura italiana dell’immediato secondo dopoguerra
cominciava e finiva con Gramsci. Anzi. Non erano uomini nuovi o comunque
radicalmente diversi da quel che erano stati nel ventennio dei creatori dal gran
risalto quali l’architetto e designer Giò Ponti, il prodigioso scrittore Alberto
Savinio nonché il suo imponente fratello Giorgio De Chirico, il giornalista e
editore Leo Longanesi, e Mino Maccari. Non lo era Romano Bilenchi o Elio
Vittorini, e neppure quel Bruno Munari che fin dal 1930 era andato trasformando
in oro tutto quel che creava. Come non lo erano l’architetto Luigi Moretti, il
cui genio per essere lui rimasto fascista sino all’ultimo (è morto a sessantasei
anni nel 1973) viene ricordato una volta sì e cinque no. Persino Vitaliano
Brancati che già durante il ventennio aveva preso a scrostare da sé l’iniziale
sua venerazione di Mussolini non lo era; come non lo erano Rossellini e
Visconti. Oppure pensiamo, sempre in questo senso, ai Longhi, ai Praz, agli
Ungaretti. Ciò deve farci riflettere. La storia, specie quella della cultura, è
sempre più complessa di quanto la immaginiamo o di come vorremmo che fosse. Poi
non parliamo del delitto più torvo compiuto dalle ricostruzioni culturali in
auge nell’immediato secondo dopoguerra.
Quale?
Quello per cui si spiegava tutto e ogni cosa in nome della partizione avversante
tra l’Italia dei tempi dominati dal fascismo e l’Italia sopravvenuta dopo la
Liberazione. Una partizione talmente secca da aver cancellato d’un colpo solo
una delle avanguardie più frastornanti e geniali dell’intero Novecento europeo,
quel futurismo marinettiano che per trent’anni s’era completamente avviluppato
con il fascismo e con la sua topografia ideale.Furono, infatti, così cancellati
i libri creativamente strepitosi di Fortunato Depero (un altro che rimase
fascistissimo fino all’ultimo), i quadri di Mario Sironi, il succulento libro di
esaltazione della “cucina futurista” a firma di Marinetti e Fillia. Per fortuna
qualcosa sta cambiando e le ragioni dell’arte possono essere riscoperte.
Quale è l’orgoglio e il fondale che accompagna questa controstoria di cui parla
nel libro? E perché ha scritto questo testo?
Quello di cui sono più orgoglioso e che costituisce il vero significato della
“controstoria” che ho scritto è il tentativo di rimuovere via via i presupposti
di quella guerra civile che aveva insanguinato l’Italia tra il 1943 e il 1945, e
di cui sono stati in molti ad avere nel dopoguerra come una sorta di nostalgia.
E dunque darsi ad affrontare ciascun personaggio rilevante, ciascun momento
politico della nostra storia, ciascun comparto della nostra scena culturale non
con l’aria di chi ha già etichettato tutto, ma con la volontà di andare
scoprendone ogni volta un versante rimasto nascosto e offrirlo a un lettore che
non sia accecato dalle sue convinzioni. Tutto l’opposto della cancel culture che
ripete ad ogni riga ossessivamente le stesse prosopopee e sempre quelle, e cioè
fondamentalmente che il Bene è meglio del Male. E questo tanto più oggi che le
topografie del Novecento cui ci eravamo abituati sono saltate tutte. Solo che
questo darsi addosso reciproco è divenuto per molti una necessità ossessiva,
incuranti come sono che da tempo siamo entrati in un nuovo millennio della
storia umana. Anzi tale condizione è divenuta, quasi, una mania nell’attuale
sistema politico-partitico italiano, dove in mancanza di meglio le parti
contrapposte (quali parti poi esattamente?) non la smettono di alimentare ogni
volta inesauribili litigi su questioni emotive e insignificanti. Tutte questioni
che ti sbattono addosso se entri in uno studio televisivo a commentare il
presente e che mi fanno appisolare al solo rievocarle.
Uno degli ultimi capitoli è quello su Silvio Berlusconi. Le volevo chiedere come
Silvio Berlusconi ha cambiato la politica italiana, la politica dei partiti, e
l’immaginario italiano?
Nei primi anni Novanta i partiti ansimavano e allora la figura di quest’uomo
talmente ricco, talmente potente e se non anche talmente abile ha preso il
sopravvento.
Lei crede che ormai i partiti non esistano più? Avevano cominciato a non
esistere già allora. Un partito, del resto, per esistere deve essere fatto da
uomini che hanno delle certezze assolute e che sulla base di quelle certezze
assolute si comportano e agiscono giorno per giorno seguendo una determinata
visione. Tutto questooggi non esiste. Da Berlusconi in poi la scena politica
italiana sarebbe divenuta, invece, il teatro di un unico e asfissiante
referendum politico e morale pro o contro Berlusconi, il teatro di una inesausta
e rabbiosa colluttazione permanente tra berlusconiani estatici e
antiberlusconiani ostinatissimi.
Secondo lei, dal ricordo che sta emergendo della figura di Sergio Ramelli allo
sdoganamento dei pregiudizi su Bettino Craxi, si sta cercando di costruire una
narrazione unificante nella società italiana?
Purtroppo, prima il nome di Sergio Ramelli non veniva neppure pronunciato, tanto
che per alcuni era uno che era morto quasi per un’infezione sconosciuta. Invece,
adesso onestamente sono contento di notare che il nome di Ramelli viene
pronunciato… e questa è una grande fortuna. Per quanto riguarda Craxi, vorrei
sottolineare che è morto da esule della nostra patria, mentre qualcuno diceva
che era un latitante… Anche se non sfugge, o almeno non sfugge a chi ha un
occhio minimamente esercitato, che sia stato uno dei grandi uomini politici
della nostra epoca. Per tale motivo sono soddisfatto che finalmente gli stiano
tributando l’attenzione e il rispetto che merita e che avrebbe meritato
soprattutto nell’ultima fase della sua vita.
In questo senso, quali sono stati, gli eventi che hanno accompagnato questa sua
presa di coscienza, questa sua evoluzione oltre la logica dello scontro frontale
degli anni Sessanta e Settanta?
Moltissimi. Lei ha citato giustamente un evento come la morte di Ramelli, ma in
quegli anni furono troppi gli episodi che mi fecero prendere coscienza di quella
situazione insostenibile che si stava sviluppando in Italia. Iniziai a sentire,
col passare degli anni, sempre di più la cognizione di quest’aria fratricida di
cui abbiamo parlato e che volevo superare. Ed anche da questa cognizione
nacque Compagni addio. Un testo che in tale ottica segnò uno spartiacque tanto
nella mia vita quanto nei miei libri.
Ci sono varie personalità in questa Controstoria dell’Italia, descritte anche
con toni letterari, ma quali sono stati, dei personaggi citati nel testo, quelli
che l’hanno più colpita, che l’hanno più cambiata?
Tanti, talmente tanti, che non riuscirei ad elencarli tutti. Certamente non
posso non citare una figura come Norberto Bobbio, che è stato per un lungo
momento un personaggio nel quale io ho visto un mio riferimento. Ma ce ne sono
tanti altri. Nella politica, forse, le direi Ugo La Malfa, una figura
che stimavo molto. Però è estremamente difficile scegliere.
Lei ha detto che la morte di Giovanni Gentile non è così diversa dall’omicidio
di Matteotti. Perché?
Mi pare evidente, anche perché non riesco a comprendere in che cosa tali morti
dovrebbero essere diverse. Giovanni Gentile non aveva fatto nulla di male,
semplicemente è stato un filosofo e un intellettuale che ha continuato ad essere
dalla parte che aveva sostenuto per oltre vent’anni. Matteotti, allo stesso
modo, aveva semplicemente fatto un discorso alla Camera, presentando la sua
coerente e intransigente visione politica. Entrambi sono stati uccisi da una
violenza cieca, fratricida, crudele solo perché erano visti come dei simboli da
distruggere. Ma dietro quei simboli c’erano grandi uomini che avevano cercato di
cambiare il loro paese e che sono stati uccisi da innocenti. Quindi sono due
morti che si somigliano, che si somigliano pazzescamente. Pertanto porto a
queste due figure il medesimo profondo rispetto che meritano.
Francesco Subiaco
L'articolo Italia, una Repubblica fondata sulla vendetta. Dialogo con Giampiero
Mughini proviene da Pangea.
I marciapiedi che costeggiano il quartiere della stazione ferroviaria di Udine
sono un pullulare di negozi etnici e mercatini di frutta esotica. Le strade
minori tra via Aquileia e viale Ungheria sono punteggiate di barber shops e
minimarket gestiti da cittadini pakistani. I banglabazar si riconoscono da
lontano perché, a differenza delle grandi catene commerciali europee, qui la
disposizione del cibo ricorda ancora i fruttivendoli del Sud Italia, piccoli
locali colmi di frutti che strabordano sul marciapiede, punteggiando le strade
di colori vivaci.
Nur, bengalese, è arrivato in Italia nel 2008. Il suo bazar ha pomodori, banane
e clementine in bella mostra. Dalle vetrine si intravede la disposizione
apparentemente caotica e casuale di shampoo, verdura e spezie nella minuscola
stanza del locale; in fondo, in un angolo, la cassa e una radiolina che manda
hindi hip-hop a tutto spiano. Sulle prime Nur ha uno sguardo quasi difensivo,
poi si scioglie. Non è certo il primo arrivato in Italia. I bengalesi sono qui
dagli anni Novanta. Il maggiore dei suoi fratelli è arrivato a Monfalcone nei
primi mesi del 2000. “Io sono venuto in Italia per lavorare e per vivere una
vita decente”, racconta Nur. Se ne sta in cima ai tre scalini del minimarket,
braccia conserte, orgoglioso del suo piccolo impero. La famiglia se l’è
costruita in Italia. Nei primi anni ha incontrato una donna bengalese e si sono
sposati. Adesso vivono con i figli in un appartamento di Borgo Stazione.
Nur racconta che la situazione abitativa in città non è sempre stata questa.
“Anni fa era più facile”. Cosa è cambiato? “Prima”, spiega, “non ti chiedevano
tante garanzie. Adesso vogliono sapere tutto della tua situazione: il tuo
contratto di lavoro, la durata del tuo permesso di soggiorno… vogliono essere
sicuri che pagherai fino all’ultimo. E se hanno dei dubbi, danno l’appartamento
a qualcun altro”. Nel raccontare la sua storia, Nur nomina alcuni amici della
comunità bengalese di Udine; giovani uomini arrivati in Italia non più di tre
anni fa, che si stanno facendo strada come possono nel mercato del lavoro. Per
ora nessuno di loro spera di poter prendere in affitto anche il più modesto dei
monolocali. Di solito vivono in cinque o sei in piccoli appartamenti. In questo
modo spendono meno e riescono a mandare una parte dello stipendio alle famiglie
in Bangladesh. Gli stranieri che sono in Italia da meno di cinque anni fanno
sempre più fatica a trovare un posto dove dormire. Ma per comprendere tutti i
tasselli che tengono insieme questa fragile filiera, bisogna risalire il
percorso andando a ritroso, al momento in cui queste persone mettono piede in
Italia.
Fuori dall’accoglienza
Nel 1998 la legge Turco-Napolitano mette la parola fine alla possibilità per le
persone straniere di entrare nel territorio italiano in maniera non clandestina.
Ad oggi l’unico modo per assumere uno statuto regolare è presentarsi agli uffici
delle questure e manifestare la volontà di chiedere asilo. Il 99% dei
richiedenti asilo non hanno soldi per mantenersi, pertanto trascorrono i primi
anni in strutture di accoglienza governative facenti capo al ministero
dell’Interno. Che sia in una grande ex caserma o in un appartamento, finché
vivono in accoglienza non devono preoccuparsi di trovare una casa dove stare.
Hanno diritto a un alloggio, ricevono del cibo e una piccola quota mensile in
contanti. Trascorsi 60 giorni dalla formalizzazione della richiesta di asilo in
questura possono lavorare. Ma nel percorso di un richiedente asilo la vita in
accoglienza è una breve parentesi. Il ministero dell’Interno, tramite le
prefetture territorialmente competenti, dispone la revoca delle misure di
accoglienza per tutti coloro che, con la somma degli stipendi guadagnati
dall’inizio dell’anno solare, superano l’importo dell’assegno sociale annuo, una
sorta di tetto finanziario sopra il quale, per lo Stato, non sei più indigente.
> Nel percorso di un richiedente asilo la vita in accoglienza è una breve
> parentesi.
Il passaggio alla vita autonoma è traumatico e violento. Da un giorno all’altro
i richiedenti asilo si ritrovano alla ricerca di una camera o di un posto letto
in affitto senza disporre di alcun aiuto o sussidio. Tutta questa storia non
sarebbe un grande problema se l’offerta di appartamenti in affitto fosse
adeguata alla domanda. Ma il mercato immobiliare è congelato, e le regole per
accedervi stanno diventando sempre più selettive e spietate. Gli stranieri non
hanno né la forza contrattuale né le garanzie finanziarie per sostenere un
conflitto sociale definito da regole borghesi e razziste.
Le condizioni del mercato immobiliare
Nel comparto alloggiativo la maggior parte delle persone straniere sembrano
relegate a un mercato parallelo a quello regolare: le reti dei connazionali, un
posto letto in subaffitto, un buco in una casa piccola e già affollata. Cosa li
costringe a ripiegare su queste soluzioni?
“Il problema è almeno su due livelli”, spiega G., rappresentante di un ente di
accoglienza. “Il primo è congiunturale: i prezzi degli affitti sono alle stelle
per tutti. A queste condizioni una compagine così precaria come quella degli
stranieri non può sostenere le spese. Il secondo livello è ideologico: i
locatori non vogliono fare contratti con gli stranieri”. E questo
tendenzialmente prescinde dalle loro condizioni economiche. Stando alle
testimonianze delle persone immigrate in Friuli negli ultimi due anni, non basta
presentarsi ai proprietari degli immobili con delle referenze. Non basta più
neanche un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Questa crescente
diffidenza potrebbe derivare da una percezione di instabilità: complici le
traversie giuridiche legate ai permessi di soggiorno, che rendono il labirinto
burocratico sempre più fitto e impenetrabile, la popolazione immigrata viene
vista come una categoria inaffidabile, in continua carenza di prospettive a
lungo termine. Perché arrischiarsi con locatari che possono perdere il lavoro e
smettere di pagare?
Ma non si tratta soltanto di questo. Dai racconti di G. emerge che gli stessi
enti di accoglienza vengono respinti da agenti immobiliari e locatori. “Ci
rispondono che non sono interessati a questo tipo di clientela”, spiega G. “E
allora non è un fatto di garanzie. Gli enti di accoglienza sono aziende: pagano
le spese di affitto, le utenze e tutte le caparre come qualsiasi azienda che
prende in affitto un immobile”. Il problema non riguarda il cliente, ma il
fruitore ultimo delle case: l’immigrato. È lui il tipo di clientela che tutti,
dalle agenzie immobiliari ai gruppi dei privati in rete, cercano di tenere
lontano dagli appartamenti.
Nelle faglie del labirinto
“Per trovare un posto in affitto ci sono i nostri canali e ci sono i loro
canali”, racconta Luigina Perosa, attivista e operatrice legale. Luigina segue
da tempo i percorsi di molti stranieri a Pordenone. Da venticinque anni Rete
Solidale Pordenone lotta al fianco delle persone migranti che arrivano dalla
rotta balcanica. Ci sono i transitanti, che hanno ricevuto dai solidali una
coperta o una zuppa nelle notti di bivacco al parcheggio dell’Inail. Ma alcuni a
Pordenone ci sono rimasti. Hanno studiato l’italiano, hanno imparato un
mestiere. “Alcuni ragazzi sono arrivati nel 2000, erano con noi nei primi mesi
del lavoro in strada e sono ancora qui. In questi anni abbiamo partecipato
insieme a decine di mobilitazioni davanti alla prefettura o al comune. Le cose
si fanno insieme o non si fanno”.
> I locatori non vogliono fare contratti con gli stranieri. E questo
> tendenzialmente prescinde dalle loro condizioni economiche.
Luigina racconta che quello dell’abitare è un tema drammatico. “Gli immigrati
che cercano una stanza in affitto sanno già che non la troveranno su
Immobiliare.it o nei gruppi dei privati su Facebook. Loro hanno altre vie”.
Nella maggior parte dei casi chi riceve la revoca dell’accoglienza si rivolge
alle reti dei connazionali, alle conoscenze che si fanno in fabbrica o durante
la giornata nei campi. Di solito vivono da amici in attesa di trovare una
sistemazione più stabile. “Che poi, sistemazione stabile… Di solito si tratta di
un posto letto in subaffitto in appartamenti affittati ad altri stranieri”.
Luigina spiega che “in genere sono appartamenti vecchissimi, dove non sono stati
fatti lavori di manutenzione; case dove gli italiani non vivrebbero mai”. Gli
stranieri con più anzianità in Italia, dunque, da intestatari di vecchi
contratti di affitto accolgono in casa i più giovani.
I racconti di chi vive fuori dal circuito dell’accoglienza combaciano con le
testimonianze degli attivisti. “Io mi sono sistemato nella casa del capo”,
racconta Saddam, che lavora in uno dei tanti kebabbari della città. I datori di
lavoro, specie se connazionali, contando su una situazione alloggiativa più
stabile, offrono un posto letto ai propri dipendenti – richiedenti asilo più
giovani, arrivati in Italia nel pieno della crisi abitativa. “Alcuni hanno
cercato per mesi. Nel frattempo sono andati a dormire a casa di amici. C’è
sempre spazio per un materasso in più.” Finché quel materasso non è diventato il
loro materasso. Prima di desistere cercano per mesi una soluzione più stabile. A
un certo punto l’amico inizia a chiedere un contributo per l’affitto e le utenze
e il desiderio di privacy e di stabilità sfuma.
Spesso è ancora più difficile. In certe case si entra solo in cambio di una
quota pagata in nero. Nelle faglie della crisi abitativa si creano microclimi
che consentono a business illegali di nascere e prosperare, gestiti da
affittuari che lucrano sull’ospitalità di connazionali disperati. Se la
mensilità per un tricamere è 1500 euro, l’”affittuario principale” mette tre,
quattro, cinque persone in ogni camera, chiedendo a ciascuno una quota di
trecento euro. In questo modo a fine mese l’affitto viene pagato interamente
dagli abusivi e l’intestatario del contratto intasca anche qualcosa.
“Almeno non dormo in strada”, prosegue Saddam. “Quando mi hanno ordinato di
uscire dall’accoglienza avevo un contratto di lavoro fino ad aprile. Poi il capo
me lo ha rinnovato per altri quattro mesi.” Saddam guadagna mille euro al mese,
di cui almeno trecento vanno alla famiglia in Kashmir tramite Western Union.
Quando la prefettura ha disposto la revoca dell’accoglienza, aver ricevuto una
mano dal datore per l’alloggio è stato fondamentale. Quanto al rinnovo del
contratto di lavoro: una fortuna. Con proroghe del contratto di quattro mesi in
quatto mesi, Saddam è regolarmente assunto in questo locale da quasi un anno –
una rarità nella categoria dei migranti, abituati a una fortissima mobilità
negli impieghi.
> Nelle faglie della crisi abitativa si creano microclimi che consentono a
> business illegali di nascere e prosperare.
Se il nostro mercato del lavoro è estremamente precario, quello dei richiedenti
asilo è un rimbalzare nevrotico e senza sosta: finti contratti a chiamata,
situazioni di grigio o di nero, contratti brevi o brevissimi. Nella giungla del
mercato del lavoro a tempo determinato, le persone migranti occupano il più buio
dei sottoboschi. Anche se il lavoro è pesante, a singhiozzi e in condizioni
indegne, resta fermo un punto: in una casa, la sera, bisogna tornare. Ma avere
un posto letto o una camera senza contratto di affitto, per quanto ti salvi
dalla strada, ti esclude da decine di diritti. Ad esempio non puoi dichiarare la
residenza. Per l’anagrafe smetti di esistere, e non ti rinnovano più il permesso
di soggiorno.
La bilancia dei diritti
Analizzare concetti giuridici come il permesso di soggiorno e la residenza
diventa interessante in rapporto al nostro modo di concepire e possedere il
diritto di vivere in Italia e di essere fisicamente reperibili. Il diritto di
muoversi nel territorio italiano deriva dal fatto stesso di discendere da
cittadini italiani, è un frammento del DNA giuridico che ci trapassa di
generazione in generazione come una fisarmonica estendibile all’infinito. Data
la natura così intima e costitutiva di questo diritto, per un cittadino italiano
il domicilio o la residenza sono talmente scontati da essere evanescenti come
l’aria che respiriamo. Per un cittadino extracomunitario in Italia, invece,
avere accesso o meno a questi stessi diritti è una questione dirimente, le cui
conseguenze pervadono fino al più concreto aspetto dell’esistenza.
Sul diritto alla residenza anagrafica l’associazione Avvocato di strada, che dal
2000 lavora a tutela delle persone senza dimora, afferma che “nel tempo,
l’istituto della residenza ha assunto un ruolo molto significativo venendo a
rappresentare il legame non solo giuridico, ma anche politico e sociale tra il
singolo e la comunità territoriale alla quale egli appartiene.” A fronte di
questo, un apparato amministrativo che nega il diritto alla residenza nega alle
persone straniere la possibilità di un reale radicamento nel Paese. Gli avvocati
di strada sostengono che “la residenza rappresenta un elemento integrante dello
stato individuale della persona, garantendo al soggetto una precisa identità.
Più che la cittadinanza, infatti, è la residenza ad esprimere il legame reale
dell’individuo al territorio, anche in termini di partecipazione e contribuzione
all’economia del paese”.
Dalla residenza, poi, discendono diritti fondamentali come il diritto alla
salute mentale. La dichiarazione di residenza, ad esempio, è condizione
necessaria per beneficiare delle tutele assistenziali nei nostri territori, ma
ad oggi sono tantissime le persone straniere bisognose di assistenza che non
hanno una dimora fissa – men che meno un indirizzo di residenza. T., ad esempio,
è un cittadino tunisino con una diagnosi di schizofrenia. Arrivato in Italia
dalla Libia, dopo un percorso frastagliato in Friuli tra centri di accoglienza
straordinaria, dormitori per senza fissa dimora e i bordi delle strade di
Latisana, è stato riconosciuto titolare di protezione internazionale e inserito
nelle liste di attesa per progetti dedicati a persone vulnerabili. Dopo otto
mesi queste liste non accennano ad accorciarsi. Nel frattempo T., ormai fuori
dal circuito di accoglienza dei richiedenti asilo, ha ricominciato una vita
nomade tra i centri diurni e i dormitori. Se durante il periodo in accoglienza
si curava nel centro di salute mentale e veniva supportato dagli operatori
dell’appartamento dove viveva, da senza dimora ha perso la residenza, e senza
residenza gli assistenti sociali non lo prendono in carico. Se gli stranieri
restano inchiodati ai cortocircuiti del labirinto, gli stranieri più deboli ne
restano bruciati.
Ospiti a casa
Il testo più importante che norma il diritto di asilo in Italia, il decreto
legislativo 286 del 1998, obbliga chiunque ospiti una persona straniera a
rilasciare alla questura una formale dichiarazione entro le prime 48 ore. “Si
chiama comunicazione di ospitalità”, spiega Luigina. Come tanti altri documenti
che le persone straniere devono produrre, anche la comunicazione di ospitalità
non è un vezzo formale. Molti dei cortocircuiti in cui finiscono le persone
straniere dipendono da questo documento. Se il cittadino straniero non presenta
una formale comunicazione di ospitalità che attesti dove abita, quando il
permesso di soggiorno giunge a scadenza la questura non lo rinnova. Senza
permesso di soggiorno non può rinnovare la tessera sanitaria (che per un
richiedente asilo ha durata semestrale): perde dunque il medico di base e il
diritto all’assistenza sanitaria. Se ha un contratto di lavoro, prima o poi il
datore scoprirà che è irregolare e lo manderà a casa. Come in un domino, un solo
documento può far saltare il fragile castello burocratico che riconosce agli
stranieri i diritti di base. A partire da un solo documento mancante si scivola
nell’irregolarità e, se vieni scoperto dalle autorità di pubblica sicurezza, sei
passibile di un provvedimento di rimpatrio.
> Come in un domino, un solo documento può far saltare il fragile castello
> burocratico che riconosce agli stranieri i diritti di base.
“Pensare che un tempo la dichiarazione di ospitalità non era obbligatoria”,
prosegue Luigina. “Nel 2015 le condizioni per rinnovare un permesso non erano
così severe.” Ospitalità, residenza, permesso di soggiorno, assegno sociale
annuo… Accanto alla normativa, poi, ci sono le procedure amministrative. Le
prassi delle questure e degli enti territoriali diventano sempre più ottuse e
discriminatorie. Nel labirinto di carte che sbloccano diritti aumentano le vie
cieche. Nascono tunnel sotterranei che possano aprire varchi. Per non perdere il
permesso di soggiorno, anche le dichiarazioni di ospitalità sono diventate un
prodotto commerciale. “Se dove vivi non ti rilasciano la dichiarazione di
ospitalità, di solito qualcun altro può fartene una fittizia in cambio di
denaro”, raccontano M. e I. “In pratica compilano il modulo con i tuoi dati e
con l’indirizzo di casa loro. Ti prestano quell’indirizzo. Tu non abiti lì,
potresti non aver mai visto quel posto, ma all’occorrenza puoi inserire
l’indirizzo nei tuoi documenti. Una sorta di pied-à-terre burocratico.” Stando
alle testimonianze delle persone intervistate, una comunicazione di ospitalità
può costare fino a quattrocento euro.
Di recente alcune questure non richiedono solo la dichiarazione di ospitalità,
ma anche l’attestazione di idoneità abitativa. “Possono chiederti quante persone
vivono in casa con te, quanto è grande l’appartamento… per capire se il tuo
alloggio è idoneo”. I criteri che stabiliscono l’idoneità abitativa sono dati
nel decreto ministeriale del 5 luglio 1975, in cui è scritto che “per ogni
abitante deve essere assicurata una superficie abitabile non inferiore a 14
metri quadrati per i primi quattro abitanti, e a 10 metri quadri per ciascuno
dei successivi”. Ma chi teme di dormire in strada non si formalizza. È chiaro
che pur di stare all’asciutto ci si accontenta anche di un terzo dello spazio
previsto dalla normativa.
L’emergenza abitativa coinvolge tutti, ma le persone straniere ne risentono
nella forma più severa. Innanzitutto perché, statisticamente, ricoprono i
comparti lavorativi meno retribuiti o più esposti allo sfruttamento della
manodopera: le fabbriche, la ristorazione, l’agricoltura. Quando i periodi di
lavoro sono brevi e senza un vincolo formale tra le parti, se il datore non ti
paga lo stipendio non puoi farci molto. E poi i richiedenti asilo non possono
contare su una rete familiare o su altri paracaduti sociali che i cittadini
italiani hanno in ragione del loro radicamento in Italia. Gli italiani in
precarietà alloggiativa si appoggiano ad amici e parenti. Per i richiedenti
asilo, invece, l’alternativa alla strada è data dagli alloggi senza contratto in
un mercato clandestino che corrode quello regolare. È tutto noto, è tutto
prevedibile. E allora, se le amministrazioni vincolano il rinnovo di un permesso
di soggiorno a un’improbabile idoneità alloggiativa, il sottotesto sembra
essere: “vogliamo stanarvi”.
Tornare a casa
Se i Centri di accoglienza straordinaria (CAS), pensati per accogliere in regime
di emergenza (ma di fatto divenuti maggioritari rispetto al sistema ordinario di
accoglienza, il cosiddetto SAI, Sistema Accoglienza Immigrazione), non hanno le
risorse per accompagnare le persone all’autonomia, in alcuni territori ci sono
dei progetti virtuosi che provano a colmare i vuoti lasciati da un mercato
impoverito e dalla questione abitativa. Ad esempio, alcuni progetti facenti capo
a fondi comunali o europei cercano di scongiurare il rischio della strada per le
persone immigrate che vivono in Italia da poco. Alcuni enti gestori di progetti
SAI, ad esempio, da bando di progetto hanno la possibilità di aiutare chi va
verso l’autonomia lavorativa e abitativa.
> Anche il nuovo Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo, ponendo delle
> condizioni a quello che dovrebbe essere un diritto fondamentale, intende
> creare un filtro tra le persone che entrano nell’Unione e la possibilità di
> restarci, di lavorare e di abitare i nostri territori.
“Alcuni ragazzi hanno ottimi contratti di lavoro, ma senza una casa dove dormire
non vanno lontano”, raccontano. “Da bando la nostra organizzazione può garantire
ai proprietari il pagamento dei primi sei mesi di affitto, nella prospettiva di
una piena autonomia dopo questo periodo”. In altri casi è possibile sperimentare
soluzioni più elastiche. All’uscita dall’accoglienza si può pattuire un periodo
di sostegno solo in caso di bisogno. In questo modo, le persone possono
sperimentare la vita autonoma a partire dal giorno uno. “Ad esempio possiamo
contribuire alle spese di affitto con una percentuale che concordiamo con il
ragazzo sulla base di una proiezione delle spese che avrà”. Ci sono poi i
progetti di co-housing o di housing sociale.
Ma accedere a percorsi di vera inclusione è sempre più difficile. Basti pensare
che la percentuale di centri di accoglienza straordinaria rispetto ai progetti
SAI è in aumento e che la normativa più recente, la legge 50/2023, preclude
l’accesso ai progetti di accoglienza ordinaria ai richiedenti asilo a eccezione
di poche (arbitrarie) eccezioni, riservando questa modalità di accoglienza
soltanto a coloro che sono già titolari di protezione. In questo modo i
richiedenti asilo hanno diritto alla forma più povera di accoglienza, spesso in
grandi strutture simili a ospedali o a caserme, parcheggi in cui non si può far
altro che aspettare il momento in cui verrà distribuito un pasto in vaschette di
plastica o fare la fila per un gabinetto sudicio. Anche il nuovo Patto europeo
sull’immigrazione e l’asilo, ponendo delle condizioni a quello che dovrebbe
essere un diritto fondamentale, la richiesta di asilo, intende creare un filtro
tra le persone che entrano nell’Unione e la possibilità di restarci, di lavorare
e di abitare i nostri territori.
Qualsiasi cosa succeda, a fine giornata i bazar, le officine e i ristoranti
devono chiudere. Gli operai, i cuochi, i braccianti e i lavapiatti impegnati per
ore nelle loro attività escono a respirare l’aria della sera, che da chiara
diventa scura e fa cambiare umore alla città. Alcuni si incamminano su una
strada sterrata e raggiungono gli amici, qualcun altro recupera una
videochiamata con la moglie in Pakistan. Alcuni prendono il Corano e recitano
una sura mentre il sole tramonta. Altri crollano appena arrivati in camera.
Domani è un nuovo giorno di lavoro. Non c’è tempo per gustare la fatica del
corpo che si rilassa che il sonno è già sopraggiunto. Non si vuole altro che
tornare in una casa, in una tana, in un baricentro. Chi l’ha persa o non l’ha
mai avuta la pensa. Magari mentendo ai familiari lontani sulla propria
condizione, per non allarmarli o deluderli. Chi è ancora in un CAS conta gli
stipendi per stimare tra quanto tempo sarà costretto a cercare un’alternativa.
Allora arriverà la parte più difficile. Cercare una casa, chiedere aiuto a un
amico, pagare una finta dichiarazione di ospitalità. Mentre il labirinto si
stringe intorno ai loro percorsi, aziende grandi e piccole li vogliono riposati
e in forze per una nuova giornata di lavoro. “Farebbe comodo a molti italiani se
di questi stranieri potessero arrivare solo le braccia”, osserva Luigina con
amarezza. Il problema è che arrivano interi: le braccia, i bisogni, i desideri.
L'articolo Ospiti indesiderati proviene da Il Tascabile.
R icordo di essermi sempre chiesto cosa significasse l’orizzonte di casa. Dal
balcone, al terzo piano di un palazzo, osservavo i crinali di due grosse
montagne sporgenti, a sinistra e a destra, mari d’alberi e due piccoli paesini
arroccati. Sotto – tra loro e me – una strada, orientata nord-sud, parallela
alla linea delle alture. Mi chiedevo perché quegli accumuli di case fossero
proprio lì e non più giù, o più su, e perché la strada piegasse esattamente in
quella direzione. Per come era ordinato il tutto – pensavo – a me, alle montagne
e ai paesi, non rimaneva che essere spettatori, in basso, di un transitare
infinito. Di macchine, principalmente. Quella geometria del mio orizzonte, lo
spazio vuoto, lo sguardo obbligato sulla strada, ho scoperto, non erano casuali.
A Isernia vivevo, infatti, sul fantasma di un tratturo. Il che spiegava tutto, o
quasi.
Una lunga via d’erba, che attraversa campi, boschi, pascoli e neviere, dalla
montagna alla pianura, andata e ritorno, è questo il tratturo. Sopra, le capre e
i pastori: in inverno sulla spianata, in estate sui monti. L’arteria stradale
della secolare transumanza appenninica. Una forma antica e duratura di economia
naturale, che spingeva a muoversi lungo tracciati segnati da un verde un po’ più
pallido, smorto dal calpestio.
Il grande storico Fernand Braudel in Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età
di Filippo II (1965) diceva dei tratturi che sono “cicatrici, come quelle che
segnano la pelle di un uomo per tutta la vita”. Braudel però era stato
ottimista. D’altronde non aveva ancora assistito a tutte le tremende conseguenze
dei processi di sviluppo sui territori non urbani. Alla lenta e graduale
cancellazione delle loro vocazioni naturali e ambientali, avvenuta dalla seconda
metà del Novecento. Da cicatrici, segni che comunque restano, i tratturi si sono
trasformati in qualcosa di più simile a dei fantasmi: sono una presenza dubbia,
che si fa trasparente. Quando se ne cercano le tracce, solo allora, acquistano
un senso i muretti a secco diroccati, le sbieche strisce d’erba tra le campagne,
i vecchi stazzi sulle cime dei monti, i santuari micaelici nelle grotte. Oggi
qualche cartello, marrone e solitario, segnala la loro presenza tra i tornanti
che servono a raggiungere contrade ormai quasi disabitate. Ma sono ben poco
rispetto a quello che erano. Certo, hanno segnato lo spazio in profondità, ma in
un modo che ormai si fa fatica a riconoscere. Rinselvatichiti, degradati o
coperti dall’asfalto, ne rimangono residui, scampoli. Quasi tutti in Molise.
Chiunque lo attraversi non può che cadere in una rete di piste false, strade
d’asfalto nuove e incongruenti, partorite su mondi scomparsi.
> Da cicatrici, segni che comunque restano, i tratturi si sono trasformati in
> qualcosa di più simile a dei fantasmi: sono una presenza dubbia, che si fa
> trasparente.
Come ha scritto Gino Massullo, in Storia del Molise (2006), già dal Secondo
secolo dopo Cristo infatti il Molise è una regione di passaggio, una sezione
intermedia, tra due poli attrattivi, le cime abruzzesi e le pianure pugliesi e
laziali: per questo la storia dei tratturi è strettamente legata a quella
molisana e l’una sconfina nell’altra. Il paesaggio di questa piccola regione si
è formato attraverso una danza nomade animale e umana con l’ambiente naturale.
Da quando si è spenta la causa che lo originava, la transumanza, è rimasto un
senso di vuoto, e in Molise l’assenza di qualcosa è più evidente che in altri
posti. Niente o quasi ha riempito un orizzonte passato, di un tempo fuori dal
tempo.
E frutto di una lunghissima storia. Isernia è stata casa dell’uomo più antico
d’Italia, a metà strada tra erectus e sapiens (il ritrovamento di un dente di
bimbo ce lo testimonia). Il sito archeologico La Pineta conserva il suo
insediamento di bisonti, mammut, ippopotami, una grassa festa di carcasse
fossilizzate. Durante l’antichità, fin dal Settimo secolo prima della nascita di
Cristo, su quelle stesse terre era emersa un’oligarchia di pastori guerrieri che
al suo massimo sviluppo li avrebbe portati a competere con i romani per il
predominio sull’intera penisola. Edward Togo Salmon, nel noto Il Sannio e i
Sanniti (1985), scrive che per i popoli della regione “gli animali più
importanti erano le pecore, per la loro produzione di latte e per i suoi
derivati, nonché per la lana”. Iniziavano quegli spostamenti regolari, e
regolati, delle greggi condotte dal monte al piano. All’alba del ver sacrum, “la
primavera sacra”, una nuova generazione fondava una nuova colonia. Un rito
sacrificale dietro cui si nascondeva la necessità migratoria di una società
pastorale che soffriva la sovrappopolazione e la conseguente mancanza di risorse
(i pascoli): i sanniti si espandevano sulla scia dei loro animali.
Una vita dedita alle bestie implicava anche un abitare diverso. Il sistema
paganico-vicanico (il pagus era una circoscrizione rurale legata a un culto
locale, il vicus una sua parte) ha lasciato una traccia indelebile: nel Molise e
nell’Abruzzo meridionale odierno rimangono i resti degli oppida, e dei castella,
gli insediamenti fortificati di mura “ciclopiche” a guardia delle vie della
transumanza più a valle. Sono vedette di pietra ormai nascoste dalla
vegetazione, a tratti diventate tutt’uno con il verde circostante e la roccia
bianca delle murge. Arrampicarsi sulle montagne per cercarle è la cosa più
vicina a quel che rimane dell’esplorazione in un mondo già tutto esplorato.
Vedere i grossi massi incastrati, occultati tra gli alberi, fa tornare in mente
le parole dell’ecologo statunitense Aldo Leopold quando diceva che “la natura
selvaggia è il materiale grezzo nel quale l’uomo ha faticosamente scolpito
quest’artificio che chiamiamo civiltà”. Nelle tracce della civiltà pastorale
sannita, fatta di strade e pietre, quella fatica si respira.
Anche i romani capirono abbastanza presto la forza economica nata sugli
Appennini. Aprirono però l’orizzonte a quei movimenti di lungo raggio che hanno
caratterizzato la transumanza. Spostamenti ritmici, cadenzati, definiti da tempi
vegetali e climatici, per soddisfare le esigenze vitali delle bestie, sempre
fameliche di erbe fresche, di germogli e arbusti. Le vie usate per monticare e
demonticare, su e giù, e verticalmente e orizzontalmente, tra regioni diverse,
iniziarono a segnare a fondo il paesaggio italico creando il saltus – un sistema
di campi aperti al pascolo promiscuo delle greggi – che descriverà bene Emilio
Sereni nella sua opera più celebre, la Storia del paesaggio agrario italiano
(1961).
Il sacro, poi, incastonava i tratturi. Disseminate di statuette bronzee di
Ercole, connesso alla forza fisica soprattutto guerriera e pastorale, sulle
“strade animali”, nel Medioevo, si è sovrapposto il culto micaelico. Nei giorni
della celebrazione di san Michele si parte e si torna con le greggi: “scasata” e
“remenuta”. La spada dell’arcangelo ha sostituito la clava erculea, e il
mantello il leonté, la pelle del leone nemeo, ucciso durante la prima fatica. Il
santo viene venerato specialmente nelle grotte, dove affiorano le sorgive, che
sono il riparo perfetto per i pastori e sosta obbligata per le capre:
dall’Abruzzo al Gargano, all’interno della transumanza, la via micaelica
rappresenta una riconoscibile traiettoria sincretica. Lo stesso può dirsi per il
culto mariano. Le Vergini nere, legate in particolare ai luoghi della
pastorizia, sarebbero in relazione con gli spazi già consacrati a divinità
pagane. Il santuario della Madonna di Canneto, tra Abruzzo, Lazio e Molise, meta
di pellegrini e luogo di apparizione, a una pastorella, della Vergine Bruna – la
Stella del Monte Meta – sorge sul culto di Mefite, dea sabellica connessa alle
acque e alla fertilità. La Madonna Nera, in un’altra assonanza pagana, siede
sempre su troni di quercia che rappresenterebbero la Natura stessa. La madre del
figlio di Dio in Molise poggia il suo corpo su quello che c’è. I tratturi in
questo senso sono stati lo scenario di un crocevia religioso secolare, di
un’evoluzione cultuale legata indissolubilmente alla fisicità ambientale dei
luoghi. Spiegano la ricchezza sacrale in posti così raccolti.
> Il sacro incastonava i tratturi. Disseminate di statuette bronzee di Ercole,
> connesso alla forza fisica soprattutto guerriera e pastorale, sulle “strade
> animali”, nel Medioevo, si è sovrapposto il culto micaelico.
La Regia dogana della mena (la conduzione) delle pecore di Puglia, istituita nel
1447 da Alfonso d’Aragona e sopravvissuta fino all’Ottocento, produsse le vie
d’erba che si riconoscono oggi più facilmente. I tratturi divennero regi: furono
stabilite le misure del passaggio, la larghezza delle strade – sessanta passi
napoletani – tracciati i confini, puntellati da cippi: venne formandosi “l’erbal
fiume silente” dannunziano, resistito fino al Diciannovesimo secolo, fra
tratturelli, bracci, stazioni di posta e riposi. Lungo quelle strade
transitavano, nel periodo di massima espansione, quasi tre milioni di ovini su
oltre tremila chilometri di tracciato. Una fila animale interminabile, un
traffico stagionale senza semafori, economie della lana, città di guardia.
Le narrazioni si soffermano però su un mondo arcadico irrealistico. Le vite dei
pastori, affatto “romanticizzabili”, raccontano piuttosto delle partenze, dei
viaggi e delle lontananze, e delle difficoltà incontrate lungo il percorso. Una
di queste, sebbene ingigantita nell’immaginario collettivo, è rappresentata dal
Canis lupus italicus, nemico temibile e vorace di ovini. Romolo Trinchieri nel
suo lavoro sulla transumanza negli anni Cinquanta del Novecento scriveva che
“nelle ore antelucane su in montagna talvolta la quiete dello stazzo è rotta ad
un tratto da ululati, abbaiamenti, clamori”. Così iniziava la lotta con i lupi.
Dall’altra parte i pastori e i loro bastoni, i cani dotati di “vraccale”, il
collare chiodato, e i lupari, veri e propri professionisti della difesa dei
greggi. Una lotta impari, come ha scritto Corradino Guacci, storico e
naturalista, in La transumanza. Uomini e lupi nella Capitanata del XIX secolo
(2013), che si è declinata in una ferocia così brutale, verso il nemico naturale
degli ovini, che ne ha quasi decretato l’estinzione. Il lupo solo da poco è
tornato ad affacciarsi in queste zone.
> Le narrazioni si soffermano su un mondo arcadico irrealistico. Le vite dei
> pastori, affatto “romanticizzabili”, raccontano piuttosto delle partenze, dei
> viaggi e delle lontananze, e delle difficoltà incontrate lungo il percorso.
Anche la mitografia del pastore, del suo carattere guerriero o nomadico,
possiede scarsa aderenza con le dinamiche evolutive economiche e di potere che
hanno visto l’emergere, alla fine del Diciottesimo secolo, di grossi “locati” –
i proprietari degli armenti – e di latifondisti. I pastori con poche greggi
subivano soprusi da chi ne possedeva molte, e da chi aveva molti terreni per
accoglierle. Come ha notato Potito d’Arcangelo, la “cosmovisione” del pastore
transumante modellata sul movimento “fasico dei cicli naturali e degli
spostamenti lungo i tratturi”, gli ha conferito in compenso “la capacità di
segnare, di trasformare i luoghi nel profondo”. In questo, sta ancora una volta,
propriamente, il carattere più emblematico e reale del tratturo lungo tutta
l’età moderna e ai confini della contemporaneità. La sua natura contestuale, di
evoluzione e trasformazione in una continuità ambientale fatta però di relazioni
umane e animali. Quelle che sono praticamente sparite all’alba del Novecento,
lasciando il grande vuoto molisano.
La costruzione di un immaginario fortemente negativo del mondo transumante si è
imposta con lo spirito illuminista, che ha prodotto la demonizzazione degli usi
civici, delle terre comuni e ovviamente di quei tratturi, che con la loro
trasversalità spaziale erano nemici naturali della proprietà privata, delle
chiusure dei campi e della razionalità agricola. Così che, sebbene la
transumanza sia continuata in altre forme anche nel secondo dopoguerra, la
rottura dei tragitti del “reame delle pecore”, ha decretato una
marginalizzazione di territori ancestralmente vocati a quel tipo di
sfruttamento. Il fascismo prima, con la battaglia del grano e la costruzione di
un Molise “ruralissimo”, e i processi di modernizzazione poi, hanno fatto il
resto, spezzando un mondo, culturale e naturale assieme, secolare.
> La costruzione di un immaginario fortemente negativo del mondo transumante si
> è imposta con lo spirito illuminista, che ha prodotto la demonizzazione degli
> usi civici, delle terre comuni e di quei tratturi, che con la loro
> trasversalità spaziale erano nemici naturali della proprietà privata.
La sostituzione di quell’antico sistema economico – con un’agricoltura intensiva
e gli scarsi impianti industriali creati dall’alto – non ha prodotto, come ha
rilevato lo storico Rossano Pazzagli, in Un Paese di paesi. Luoghi e voci
dell’Italia interna (2021) una ricchezza tale da fermare i processi di
spopolamento di quelle zone. Anzi, il Molise è l’unica regione d’Italia a
contare meno abitanti rispetto all’anno zero dell’Unità. Così che il ritorno a
uno sfruttamento del territorio coerente con il territorio stesso costituisce,
secondo Letizia Bindi, antropologa dell’Università del Molise, non solo la
possibilità di produzioni di qualità e servizi bioculturali che contribuiscono
al mantenimento della biodiversità, ma anche possibilità di rigenerazione
locale, di rivedere in profondità le relazioni interspecie, “un’economia morale
dell’allevare in armonia con gli ambienti e i paesaggi”. Gli animali che
pascolano sui tratti infiniti delle alture molisane sarebbero solo un ritorno al
buonsenso.
Nel frattempo la faticosa riconoscibilità dei tratturi ha comunque attirato
grandi studi di architetti, come quello di Stefano Boeri, per rilanciarne il
recupero. Travolti frettolosamente da una modernità su ruote, diventano la
destinazione di progetti di ripristino, proprio come avviene per le paludi, le
torbiere, le saline, vittime degli stessi processi di cancellazione, colpevoli
di una presunta primitività. Far rivivere però i tratturi a uso e consumo del
turismo – strutture ricettive in un angolo di paradiso – è forse una strada
auspicabile per chi crede che sia possibile farlo senza mettere in discussione
gli stessi processi che li hanno cancellati, che hanno svuotato il senso stesso
delle grandi “vie d’erba”. È, in sostanza, il pericoloso equivoco della
patrimonializzazione, della musealizzazione e della romanticizzazione, che si
abbattono, come sui borghi, anche sui tratturi, cristallizzando e fissando
rappresentazioni stereotipate, riattualizzando quei luoghi come lo specchio dei
sogni selvaggi della vita urbana.
Anche se si tratta di un fenomeno molto limitato e diverso dalla lunga marcia
orizzontale – tra regioni diverse – di un tempo, sui tratturi oggi sono tornati
alcuni pecorai che accompagnano le greggi al pascolo. Valerio Berardo da Roma si
è trasferito a Duronia, paese dei suoi genitori. Carmine Valentino Mosesso
ricorda invece piuttosto da vicino una figura particolare, come quella di
Cesidio Gentile “Jurico”, poeta pastore di Pescasseroli di inizio Novecento. Non
è più però solo un mestiere da uomini. Se Romolo Trinchieri parlava della
patrona abruzzese come di un tipo patriarcale votata “all’unico ideale di
servire il marito, e poi i figli, e poi la servitù della casa maritale”, Anna
Kauber ha ribaltato gli stereotipi di genere. Un suo documentario intitolato In
questo mondo (2018), segue le storie di pastore, come Carmela Colavecchio, che
muove i suoi animali tra i campi molisani. Al centro delle storie raccolte da
Kauber, emblematicamente, il paesaggio, il tratturo, gli animali che ci si
muovono dentro, e le storie documentate dalla regista si fondono, appaiono
inscindibili l’una dall’altra.
> Travolti frettolosamente da una modernità su ruote, i tratturi diventano la
> destinazione di progetti di ripristino, proprio come avviene per le paludi, le
> torbiere, le saline, vittime degli stessi processi di cancellazione, colpevoli
> di una presunta primitività.
In un certo senso il Molise rimane ancora una regione di passaggio. Mirco Di
Sandro e Vincenzo Carbone, due sociologi, in un volume del 2024 intitolato
emblematicamente Sui bordi del qui e dell’adesso, hanno rilevato il carattere
multilocalizzato dei suoi abitanti, nonostante nessuna autostrada la attraversi
orizzontalmente. La transumanza si è fatta umana e basta, e tende a svuotare più
che a riempire. Le vie vengono percorse per lasciare casa senza tornare. Il
vuoto che è rimasto fa sempre più paura perché sembra sempre più il niente. Chi
si salva? La regione rimane quella “molecola incandescente nell’universo
dell’avventura”, come definiva Francesco Jovine le sue Terre del Sacramento
(1950)? Il Molise conserva meglio di altri luoghi i residui di un mondo
disadattato che, con tutto quello che significa anche in negativo, non è
allineato perfettamente all’onnivoro modello di sviluppo economico attuale. Uno
spazio appena fuori dall’uniformità devastatrice ed estrattiva di quelle
attività umane che segnano il paesaggio appiattendolo in un disequilibrio di
asfalto, case e lamiere, quando va bene. Qui forse si può provare nostalgia di
giorni primordiali, della “sacra aria onnipresente che circonda”, come scriveva
Friedrich Hölderlin. I tratturi ce lo ricordano, nella loro contraddittorietà di
presenza e assenza che sono allo stesso tempo un monito e un’attesa. Aspettano
quietamente di essere dischiusi da nuovi passaggi, nuovi nomadi, nuove
avventure, nuove migrazioni che li riabitino. E contengono nel mentre un
avvertimento contro quei pochi anni, tanto violenti quanto irrispettosi, che li
hanno quasi del tutto cancellati. Il Molise, con le vie d’erba fantasma, con il
vuoto che lo definisce, esiste come testimonianza – o forse ne è solo la sua
pareidolia – di un lembo di terra aggrappato a un mondo ancora giovane e suo
malgrado incorrotto.
L'articolo Vie d’erba nel vuoto proviene da Il Tascabile.
JUDGE DECLINES PROSECUTION OF ANARCHIST PRISONER ALFREDO COSPITO AND 11 OTHERS
FOR INCITEMENT AND SUBVERSION
~ Sonia Muñoz Llort ~
A judge in Italy has declined to indict twelve anarchists associated with the
insurrectionary magazine Vetriolo of various incitement and subversion charges.
Alfredo Cospito and Michele Fabiani, along with ten others, faced terrorism
enhancements on almost all the charges sought by the public prosecutor.
Cospito and his partner Anna Beniamino have been imprisoned for years, along
with other comrades accused of clandestine action. In 2013 Cospito was sentenced
to ten years and eight months in prison for having shot Roberto Adinolfi, a
manager of engineering firm Ansaldo, in the leg. Being already in jail, in June
2006 he was also convicted of having set two explosive devices in front of a
Carabinieri police training college in northern Italy.
In 2022 he was moved to the Bancali prison in Sardinia, and subject to a
restrictive 41 bis regime of isolation, which human rights organisations have
condemned as torture. This has led to a widespread campaign for his release and
led him to launch a hunger strike in opposition.
The prosecution of Vetriolo magazine began in November 2023. However, at the
hearing on 15 January the judge announced that the indictment sought by the
public prosecutor in Perugia would not go forward.
During the hearing, the accused made spontaneous statements to clarify their
positions on the entire case against them, as well as for the abolition of the
41 bis regime. Cospito warned that his disturbing prosecution as supposedly
having a “top role” in an anarchist organisation “opens wide the gates of 41 bis
to anyone who disturbs power”, describing the case as “fundamentally an attack
on freedom of thought and of the press”.
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