Il 14 settembre 2026 ci ha lasciati all’età di 96 anni Bodil Cappelen, vedova
del poeta norvegese Olav H. Hauge. Formatasi alla Scuola statale di artigianato
e arti applicate di Oslo, Cappelen fu per oltre un decennio un’artista tessile,
impegnata anche nel sociale. Si dedicò inoltre alla pittura a olio, tenendo la
sua prima mostra personale a Oslo nel 1991, alla scrittura e all’illustrazione
di libri per bambini. Nel febbraio del 1970, Bodil – sposata con lo scrittore e
artista Finn Strømsted, da cui aveva avuto due figli – scrisse a Olav H. Hauge
dopo aver scoperto la sua poesia:
> «Caro Olav Hauge, stamattina mi sono alzata e ho pensato a una stanza piena di
> libri dal pavimento al soffitto. Non restare sorpreso se ti scrivo queste cose
> e tu nemmeno mi conosci: passerà, ci si può incontrare per lettera altrettanto
> bene quanto per strada».
Iniziò così una corrispondenza epistolare (poi pubblicata in Brev 1970-1975 nel
1996) che durò quattro anni prima che i due si incontrassero. Bodil divorziò e
un anno dopo, nel 1975, si trasferì a Ulvik per convivere con Olav H. Hauge,
all’epoca quasi settantenne. Si sposarono tre anni dopo e insieme pubblicarono
il libro per bambini ABC (1986), con le poesie di Olav e le illustrazioni di
Bodil. Dopo la morte di Hauge, nel 1994, Bodil si dedicò a mantenere viva la
memoria e il lascito culturale del marito, contribuendo – tra le altre cose –
alla fondazione, nel 2009, dell’Haugesenteret di Ulvik, un museo con una mostra
permanente dedicata al poeta norvegese.
Olav Håkonson Hauge nacque nel 1908 a Ulvik, villaggio sul fiordo di Hardanger,
nella Norvegia occidentale, dove visse tutta la vita, guadagnandosi da vivere
come giardiniere e frutticoltore nella propria fattoria, dedicandosi alla poesia
e traducendo in norvegese poeti tedeschi, francesi, inglesi e americani. Apprese
il francese da autodidatta e l’inglese dai libri inviati da uno zio, Edmund
Hakestad, che viveva in America. Quelle di Hauge sono poesie ridotte all’osso,
minimaliste, simili a haiku giapponesi nella loro essenzialità, e non è un caso
che siano state particolarmente apprezzate dal connazionale Jan Erik Vold,
poeta, traduttore, corrispondente di Hauge nonché autore di haiku.
Olav Hauge e Bodil Cappelen
Le poesie di Hauge traggono spesso ispirazione dalla natura e dal paesaggio
norvegesi, dalla quotidianità della vita rurale, ma anche dalla letteratura
norrena, dal romanticismo inglese, dal simbolismo francese, dal modernismo e
dalla poesia classica cinese (Ch’ü Yüan, Li Po, T’ao Ch’ien, Wang Wei): «Una
buona poesia/ deve odorare di tè./ O di terra umida e legna appena tagliata»,
recitano i versi finali del componimento Eg har tri dikt (“Ho tre poesie”).
Nella sua opera convivono sia poesie scritte utilizzando forme metriche e schemi
rimici tradizionali che, soprattutto a partire dal 1951, poesie in verso libero,
più vicine alle sperimentazioni formali del modernismo. Sono scritte nel
dialetto di Hardanger del nynorsk (“neonorvegese”), una delle due varietà
scritte ufficiali della lingua norvegese insieme al bokmål (“lingua del libro”)
o riksmål (“lingua di stato”). Si tratta di una lingua artificiale basata sulla
sintesi dei dialetti norvegesi occidentali e creata dal linguista Ivar Aasen
nella seconda metà dell’Ottocento. Rispetto al bokmål, più vicino al danese,
il nynorsk è una variante minoritaria (diffusa soprattutto nelle aree rurali del
Vetsland), ma più arcaica e conservativa, tanto da mantenere alcune
caratteristiche della lingua norrena, come i tre generi.
Anche lo scrittore Jon Fosse, Premio Nobel per la Letteratura nel 2023, scrive
in nynorsk – estimatore di Hauge, visitò il poeta nella sua dimora a Ulvik nel
1991. «Ho strappato troppe erbacce e raccolto troppe mele. Non sono un
accademico. Sono un ladrone. Un filisteo», disse di se stesso in una
conversazione con Fosse. Le poesie di Hauge sono state tradotte in inglese dal
poeta del Minnesota Robert Bly (a sua volta tradotto in norvegese da Hauge),
mentre in Italia è stata pubblicata una selezione delle sue poesie da
Crocetti, La terra azzurra (2008), a cura di Fulvio Ferrari, ma purtroppo il
volume è da tempo fuori catalogo. Segue una selezione di poesie sinora inedite
in italiano tradotte dal nynorsk.
Emilio Patavini
**
Oggi e domani
Io non sono che una favilla
del grande fuoco.
E come fui acceso nel buio,
così una sera mi spegnerò.
Io sono l’onda che spumeggia
in questo momento,
con le nuove nasco e mi rigonfio
e con le vecchie nel sonno sprofondo.
Io sono la foglia che vibra
in questa primavera.
Tu tremerai nella bufera
un altro anno ancora.
Io sono il desto, colui che possiede,
l’occhio che vede,
la goccia che per ora riflette
il respiro del cielo.
Vivo e ardo,
non so perché –
il mondo, con i suoi fiori e le sue donne,
per oggi è mio.
Sarà tua tutta la bellezza
di questa terra
quando me ne sarò già andato
e scomparse le mie impronte.
(da Glør i oska, 1946)
*
Il tappeto
Tessimi un tappeto, Bodil,
tessimelo di sogni e visioni,
tessimelo di vento –
così che io, come un beduino, possa
stenderlo quando prego,
avvolgermelo attorno
quando dormo,
e ogni mattina urlare:
La tavola è apparecchiata!
Tessilo per
un mantello
contro il freddo,
per una vela
per la mia barca!
– Un giorno mi metterò sul tappeto
e veleggerò lontano su di esso
verso un altro mondo.
(da Janglestrå, 1980)
*
A Bodil che mi ha mandato un disco di Bach e Händel
Cosa avrebbe fatto Wang Wei se tu
gli avessi mandato un disco di Bach e Händel?
Avrebbe eseguito le sonate ancora e ancora
nella sua baita sul fiume Wang a Chungnan
e avrebbe sognato di essere lontano, tra le bianche nubi.
Dopodiché avrebbe composto una poesia e te l’avrebbe spedita.
Non solo avrebbe reso contento te, ma anche i posteri.
La mia poesia la leggerai solo tu, Bodil.
(da Janglestrå, 1980)
*
Ci sono i premonitori
Ci sono i premonitori:
il vento, il fuoco fatuo, gli uccelli.
E le porte a vento.
Chi
era che ho visto
nel mio specchio
quando sei entrato?
La porta si è richiusa.
Entrambi rimaniamo in silenzio.
(da Spør vinden, 1971)
*
Attraverso il circolo polare
Un uomo sul treno indica la torre di pietra sulla montagna,
stiamo attraversando il circolo polare, dice.
Sulle prime a noi non fa alcuna differenza,
andando verso nord il paesaggio resta lo stesso,
ma sappiamo a cosa andiamo incontro.
Non mi sarei aggrappato a questo piccolo episodio,
se, uno di questi giorni, non avessi passato i settanta.
(da Janglestrå, 1980)
*
Vivo qui
Vivo qui da più di una vita d’uomo.
Anni di vento e stelle nell’alto sartiame
sono salpati.
Alberi e uccelli si sono sistemati qui,
ma io non mi sono acquietato.
(da Spør vinden, 1971)
L'articolo “Ho strappato troppe erbacce e raccolto troppe mele. Sono un
ladrone”. Le poesie di Olav H. Hauge proviene da Pangea.
Source - Pangea
Rivista avventuriera di cultura&idee
Se in Umana gloria la lastra trasparente del vetro garantiva ancora una
visibilità nitida del mondo, permettendo al soggetto di sostare sul margine
della dispersione e di mappare i luoghi, in Pitture nere su carta lo schermo si
oscura definitivamente. Il titolo evoca direttamente le Pinturas negras di
Francisco Goya, evocando un universo cromatico ridotto al grado zero, dove la
luce del faro di Fontana viene sostituita da una tenebra cartacea che inghiotte
le forme. La poesia non è più un’incursione nei luoghi, ma la presa d’atto che i
luoghi sono stati del tutto cancellati: non esiste più il Friuli, non esiste più
la città, non ci sono stanze o cantieri. Il verso lungo e prosastico, che prima
serviva a intensificare la presa sul reale attraverso lo sforzo inclusivo,
subisce in questa fase una progressiva frammentazione, trasformandosi in un
referto secco, in una serie di annotazioni brevi, quasi lapidarie, che
registrano l’avvenuta catastrofe dell’esperienza. L’allucinazione della fine si
è pacificata nell’evidenza del nulla; il soggetto non cammina più “più in là di
sé”, ma parla direttamente da una condizione di post-mortem, muovendosi
all’interno di uno spazio bidimensionale dove l’identità è ormai un materiale
inerte, un reperto testuale privo di un corpo che lo sostenga.
Iniziamo questo nuovo affondo analitico considerando come in Pitture nere su
carta la scrittura stessa si faccia pittura opaca, superficie che non mostra più
il mondo, ma certifica unicamente la traccia dell’inchiostro sul foglio:
Colori 1
quais de la Seine
Inoltrato, non visto,
tra acqua e miseria, sfigurato.
Chiesa di Saint Julien le Pauvre, auberge.
Strada non saziata, tremanti.
Non io, non tu, nell’arcobaleno.
Padre, iconòstasi.
Carta dei nostri visi la speranza.
Acqua con le vite sui ponti,
le case galleggianti. Vai
iride scolorata, gonfia del mio sangue.
Il testo segna l’ingresso nell’universo di Pitture nere su carta, qui la parola
si satura e opacizza, trasformando lo spazio parigino in un diorama spettrale
dove la geografia urbana viene risucchiata dalla materia stessa del foglio.
Sin dall’inizio Benedetti dichiara lo statuto sotterraneo e rimosso del
soggetto: “Inoltrato, non visto,/ tra acqua e miseria, sfigurato”. L’io lirico
smarrisce ogni residuo di centralità percettiva, come ci dice l’aggettivo
“sfigurato” che ratifica il collasso dei lineamenti identitari, mentre la
condizione del “non visto” capovolge la postura fenomenologica della raccolta
precedente: il soggetto è un’ombra clandestina che si muove in un’intercapedine
degradata, schiacciata tra il fluire dell’elemento liquido e la nudità della
miseria, non è più esposto al mondo dal suo sguardo.
La seconda strofa riduce la topografia cittadina a un elenco di detriti verbali
e storici isolati dall’asindeto: “Chiesa di Saint Julien le Pauvre, auberge./
Strada non saziata, tremanti”. I luoghi storici della città perdono la loro
consistenza volumetrica per farsi nomi propri scritti su una superficie inerte.
L’antichissima chiesa parigina e l’albergo si affiancano alla “strada non
saziata”, personificazione di un’urbanità famelica che consuma i corpi,
lasciando l’io e l’altro in una condizione di puro brivido biologico
(“tremanti”). Il punto di rottura ontologica si compie nel verso successivo,
dove la distruzione della relazione intersoggettiva si consuma all’interno di
un’apparizione ottica priva di consistenza: “Non io, non tu, nell’arcobaleno”.
L’arcobaleno, tradizionale simbolo di conciliazione e di scomposizione luminosa,
si rivela un miraggio vuoto, uno schermo cromatico che accerta l’assenza delle
persone. La negazione simmetrica dei pronomi cancella sia la consistenza dell’io
sia quella del tu, estinguendo la possibilità stessa del dialogo e del
riconoscimento reciproco che in Umana gloria passava attraverso lo sguardo
rivolto al qualunque viso.
La comparsa delle figure della memoria arcaica e religiosa subisce la medesima
reificazione oggettuale: “Padre, iconòstasi./ Carta dei nostri visi la
speranza”. La figura paterna si fissa nell’immagine della muraglia sacra
dell’iconostasi, una parete che separa il fedele dal santuario, trasformando il
legame filiale in un diaframma visivo invalicabile. Immediatamente dopo, il
testo rivela il mutamento definitivo dei supporti dell’esistenza: i volti umani
perdono la consistenza della carne per farsi “carta”. La speranza stessa si
riduce a un’operazione tipografica, una filigrana impressa sulla superficie del
foglio che accoglie le “pitture nere”. I visi sono ormai ritagli, supporti
cartacei privi di spessore.
La chiusa del componimento sigilla l’assimilazione dei corpi al flusso
impersonale della materia cittadina: “Acqua con le vite sui ponti,/ le case
galleggianti. Vai// iride scolorata, gonfia del mio sangue”. Il fluire della
Senna trascina con sé le esistenze e le abitazioni, livellando ogni distinzione
in un’unica corrente spersonalizzata. Il comando finale (“Vai”) è rivolto a
un’“iride scolorata”, un occhio o un arcobaleno che ha perduto ogni vivacità
cromatica per saturarsi dell’ultimo fluido vitale del soggetto. Il sangue
dell’io non serve più a garantire la presenza carnale nel mondo, ma si
trasferisce nell’immagine stessa, gonfiando un’iride artificiale e spettrale. La
poesia di Benedetti approda così alla sua fase più radicale: lo sguardo si è
staccato dal corpo, il mondo si è ridotto a pigmento nero su carta e il soggetto
parla ormai dal fondo di una cancellazione in cui l’unica realtà superstite è la
traccia opaca della scrittura che constata la propria avvenuta scomparsa.
Il percorso di affondo nel “mondo nero” della superficie continua nel Capitolo
secondo:
Lacrime 5
Niente, adesso, è dire.
Quante le vite di abiti, visi, mani,
quante. Indietro, intorno.
Lo sai, è finire, qui.
Venivi dal pianto, ricordi, strappato
alla voce. Gli occhi sulla pagina
che scrivevi, blu, nera.
Padri, spose, in bianche
lapidi, bianche.
E tutto tenevi sul tuo maglione.
L’articolazione di Pitture nere su carta in macro-sezioni denominate come
capitoli risponde esattamente alla necessità di organizzare i detriti
dell’esperienza secondo le cadenze del romanzo, ovvero all’interno di una
struttura narrativa. Non si tratta, tuttavia, di una narrazione romanzesca
tradizionale, dotata di trama e sviluppo, quanto piuttosto della parodia
spettrale di una biografia. Benedetti adotta la partizione in capitoli perché il
mondo, essendo ormai diventato pura figurazione e superficie cartacea, può
essere registrato soltanto come un testo già scritto, un volume da sfogliare. Il
“mondo non mondo” si dà esclusivamente nella forma del racconto del suo stesso
congedo; la vita, smarrita la sua consistenza carnale e tridimensionale, si
deposita sulla pagina assumendo la linearità cronologica di un indice
romanzesco, dove ogni capitolo certifica una stazione ulteriore della catastrofe
percettiva.
In questo quadro di narrazione postuma si colloca Lacrime 5, componimento che
radicalizza il collasso della parola già emerso nel testo precedente. L’incipit
formula un’equazione definitiva tra l’azzeramento semantico e l’atto verbale nel
tempo presente: “Niente, adesso, è dire”. L’avverbio “adesso” sancisce
l’ingresso in una temporalità svuotata, dove il linguaggio cessa di essere uno
strumento di espressione o di evocazione per coincidere con l’evidenza del
vuoto. Dire equivale a enunciare il nulla. Subito dopo, il testo elenca per
accumulazione i residui delle esistenze passate: “Quante le vite di abiti, visi,
mani,// quante. Indietro, intorno”. Gli abiti, i visi e le mani – elementi che
in Umana gloria costituivano i supporti del contatto e della relazione –
appaiono qui parcellizzati, ridotti a una statistica spettrale (“quante”) che si
estende nello spazio e nel tempo (“indietro, intorno”) senza trovare un centro
di radicamento. Il verso successivo formula la presa d’atto della fine con una
perentorietà colloquiale raggelante: “Lo sai, è finire, qui”. Il “qui” non
indica più lo spazio accogliente della scrittura o della relazione minima, ma
coincide con la superficie bidimensionale e claustrofobica del foglio, luogo
geometrico dell’estinzione.
La terza strofa rievoca l’origine traumatica del soggetto attraverso l’atto
dello sradicamento: “Venivi dal pianto, ricordi, strappato// alla voce”. La
nascita stessa dell’io coincide con una lacerazione, una separazione violenta
dalla pienezza fonica della voce. Il pianto in Benedetti perde ogni connotazione
psicologica per farsi materia biologica primaria. Questo trauma dell’origine si
riflette immediatamente sulla postura dello scrittore: “Gli occhi sulla pagina/
che scrivevi, blu, nera”. La vista si schiaccia sulla superficie cartacea;
l’azione della scrittura non apre varchi verso l’esterno, ma si risolve nella
stesura cromatica dell’inchiostro, oscillante tra il “blu” della memoria e il
“nera” della definitiva cancellazione goyesca (o più prosasticamente i colori
delle biro utilizzate per scrivere). Eppure, la dimensione retorica potrebbe
aprire a un accordo per sillessi tra il “blu” dello sguardo e il “nera” della
pagina. In tal caso, Benedetti schiaccerebbe i due aggettivi l’uno sull’altro,
separati solo da una virgola che agirebbe come una fessura millimetrica, per
fare in modo che lo sguardo e il supporto che lo accoglie (la pagina) non siano
più due entità distinte ma la loro fusione sulla superficie del foglio. La
sillessi così estremizzata mostrerebbe visivamente il disorientamento e la
reificazione del soggetto: l’atto del vedere sarebbe talmente schiacciato sulla
carta da subire una metamorfosi di genere e di sostanza. Lo sguardo non
attraverserebbe più lo spazio, ma diventerebbe esso stesso pigmento, alterandosi
nell’urto con la pagina nera. C’è una bellezza raggelante in questa infrazione
grammaticale, perché, se così fosse, dimostrerebbe come la lingua di Benedetti
si pieghi fino a spezzarsi, rinunciando alla logica dei legami tradizionali per
poter registrare la fusione finale tra l’occhio del soggetto e il buio del
supporto (di qualunque strumento operativo dell’essere umano,
aggiungerei). Teniamoci per cara questa suggestione e passiamo alla strofa
successiva dove si realizza la pietrificazione del legame genealogico e
affettivo: “Padri, spose, in bianche/ lapidi, bianche”. Le figure centrali della
vita privata subiscono una monumentale reificazione tombale. L’aggettivo
“bianche”, ripetuto e isolato dalla spezzatura del verso, non evoca una
dimensione di purezza o di luce, ma il grado zero del colore, l’estensione
gessosa della pietra che cancella i tratti dei visi e la consistenza della
carne. La chiusa del testo raccoglie questi frammenti all’interno di un’immagine
di dimessa quotidianità: “E tutto tenevi sul tuo maglione”. Il “tutto” – che
comprende i padri, le spose, le lapidi, il pianto e le vite passate – perde il
suo peso metafisico per farsi pulviscolo, scoria materiale che si deposita
sull’indumento del soggetto. Il maglione diventa l’ultimo, fragile supporto
percettivo capace di trattenere i resti del mondo, un piano di consistenza
minimo dove la memoria si riduce a un’impronta tessile, un accumulo di pelucchi
e polvere che l’io contempla prima dell’oscuramento definitivo.
6.
Casa, lastre che sono state occhi,
e il proprio nulla. Vaga
nel silenzio. E io so dire e non dire,
fu il perdono antico.
Non so, dove e quando, casa
degli uomini e delle bestie,
del loro nulla, come
sia nostro mondo, da lastre
a bastoncelli, la nostra luce
nell’universo, e questa pagina.
Il passaggio dal Capitolo secondo al Capitolo terzo di Pitture nere su
carta trova in questo testo, contrassegnato dal numero 6, una cerniera teorica e
stilistica. Benedetti qui sembra compiere il passo verso la formulazione di una
vera e propria cosmologia della reificazione, dove la biologia dell’occhio e la
materia del foglio si scoprono sottomesse alla medesima cecità.
L’inizio del componimento stringe l’inquadratura sulle macerie dello spazio
domestico, saldandole immediatamente alla fine della funzione visiva: “Casa,
lastre che sono state occhi,/ e il proprio nulla”. La “casa”, che in Umana
gloria e nei primi testi urbani costituiva l’ultimo contenitore dei corpi, viene
ridotta a un cumulo di “lastre”. Questo termine recupera e radicalizza la
nozione della lastra trasparente del vetro, ma ne ribalta il segno: le finestre
e gli specchi più che diaframmi attraverso cui guardare il mondo, sono detriti
opachi che “sono stati occhi”. L’architettura stessa ha perduto la capacità di
riflettere e di accogliere l’umano, ospitando esclusivamente “il proprio nulla”
che “vaga/ nel silenzio”.
Davanti a questa desertificazione, la postura del soggetto si attesta sulla
capacità di dire della lingua in difetto: “E io so dire e non dire, / fu il
perdono antico”. Il “dire e non dire” riprende la formula di Lacrime 5 (“Niente,
adesso, è dire”), configurandosi come una pronuncia reticente, un’oscillazione
tra la parola e il silenzio che costituisce l’unica forma di “perdono” o di
conciliazione possibile con il passato. La poesia rinuncia alla pretesa di
spiegare o di trattenere l’esperienza, accettando la parzialità del segno.
La strofa successiva allarga lo sguardo verso la dimensione arcaica e
genealogica (il Friuli?), riletta però attraverso la categoria dello
smarrimento: “Non so, dove e quando, casa/ degli uomini e delle bestie,// del
loro nulla”. La coabitazione rurale tra l’umano e l’animale, che nelle raccolte
precedenti conservava una dignità pur nella miseria, viene qui risucchiata dalla
medesima voragine nichilistica. Non esiste più un centro originario a cui fare
ritorno; la casa comune degli uomini e delle bestie si rivela il luogo della
condivisione del vuoto.
La chiusa del testo realizza la saldatura biologica e scientifica di questa
catastrofe percettiva: “come/ sia nostro mondo, da lastre// a bastoncelli, la
nostra luce/ nell’universo, e questa pagina”. Il riferimento a “lastre” e
“bastoncelli” traspone la riflessione poetica sul piano dell’anatomia oculare,
evocando i fotorecettori della retina (i coni, qui assimilati alle lastre, e i
bastoncelli) deputati alla visione notturna e crepuscolare, in una poetica della
visione assimilabile in senso ampio a quella di Magrelli. Il “nostro mondo” e
“la nostra luce nell’universo” non sono entità metafisiche, ma costrutti chimici
e biologici, proiezioni destinate a spegnersi con l’esaurimento dell’organismo.
L’inserimento finale del sintagma “e questa pagina”, isolato e coordinato per
asindeto, chiude perfettamente la cerniera romanzesca verso il capitolo quarto.
Il mondo, la luce dell’universo e l’anatomia dell’occhio condividono lo stesso
identico destino di degradazione di questo foglio di carta. La scrittura non è
un’alternativa vitale alla morte del corpo, ma l’estensione materiale di quella
retina che si sta spegnendo. I bastoncelli dell’occhio e le fibre della carta si
confondono in un’unica superficie, dove la poesia di Benedetti smette di mappare
i luoghi per farsi pura anatomia della cecità, referto biologico di una luce che
si riduce a inchiostro nero nell’atto stesso di mostrarsi.
Dicevamo di come il testo appena esaminato conduca al Capitolo quarto dove il
rapporto con le Pinturas negras di Goya si fa totalmente esplicito. Dopo la
riduzione a “superficie di inchiostro nero” occorre confrontarsi con il
denudamento di senso della scrittura, con la sua parte in ombra:
4.
Il sonno delle mele, quiero dormir.
L’ombra delle lacrime.
Brillino i denti dei teschi.
Los dientes de la calavera.
Tierra sin un junco. Mani radici.
Terra senza un giunco,
dove non si accende il nudo
bianco, come un nero cactus.
…tu limpio desnudo
como un negro cactus…
Oltre il cono d’ombra delle Pinturas negras, si rende evidente il dialogo
sotterraneo con il barocco tragico e notturno di Federico García Lorca,
esplicitamente evocato dai prelievi in lingua spagnola. Il testo, contrassegnato
dal numero 4, mette in scena la spoliazione del senso attraverso una struttura a
specchio, dove ogni verso in italiano trova il suo doppio o la sua matrice
spagnola, traducendosi in una superficie ecoica, priva di spessore dialogico
reale.
L’esordio affianca l’animato e l’inanimato in una medesima richiesta di oblio:
“Il sonno delle mele, quiero dormir./ L’ombra delle lacrime”. Il riferimento al
“sonno delle mele” e il desiderio di dormire (“quiero dormir”) estraggono la
coscienza dal dovere della veglia e della testimonianza ottica che aveva
animato Umana gloria. Lo sguardo si ritira, il sonno evoca la celebre acquaforte
di Goya, Il sonno della ragione genera mostri, ma qui la ragione si è già
assopita, lasciando il posto all’“ombra delle lacrime”, ovvero a un pianto che
ha perso persino la sua consistenza liquida per farsi proiezione, macchia scura
sul foglio.
La seconda strofa realizza l’irruzione del macabro goyesco, spogliato di
qualsiasi intento espressionista o violento: “Brillino i denti dei teschi./ Los
dientes de la calavera”. La duplicazione linguistica accentua l’effetto di
straniamento e di svuotamento. Il verbo “brillino” attribuisce ai teschi l’unica
forma di luce superstite in questo universo cartaceo: non la luce solare del
faro di Fontana, ma il riverbero osseo e minerale della morte. La “calavera”
cessa di essere un simbolo religioso o antropologico per farsi puro elemento
grafico, un segno inciso sulla pagina.
La strofa successiva descrive un paesaggio desertificato, privo di ogni rigoglio
biologico o vegetale: “Tierra sin un junco. Mani radici./ Terra senza un
giunco”. La terra di Benedetti subisce un processo di mineralizzazione assoluta;
la totale assenza del giunco indica l’estinzione dell’elemento flessibile,
vitale, acquatico. I corpi umani subiscono una metamorfosi fossile (“Mani
radici”): gli arti, che un tempo cercavano il contatto, si conficcano nel suolo
inerte, trasformandosi in appendici lignee.
La chiusa del componimento sigilla questa estetica del denudamento attraverso un
ossimoro visivo violento: “dove non si accende il nudo/ bianco, come un nero
cactus.// …tu limpio desnudo/ como un negro cactus…”. Il contrasto cromatico tra
il “nudo bianco” (il corpo amato, la carne pulita evocata da Lorca) e il “nero
cactus” descrive l’impossibilità della rivelazione luminosa. Il bianco non
riesce ad “accendersi”, a bucare la tenebra della pagina; viene immediatamente
assimilato alla forma spinosa, arida e scura del cactus. Il nudo perde la sua
grazia erotica o vitale per farsi scultura vegetale d’inchiostro. In questa
riscrittura e scomposizione linguistica, il Capitolo quarto dimostra come il
disorientamento del soggetto sia ormai completo: la parola poetica non morde più
il reale e non abita più il margine del “tra”, se non nel confronto con la
propria ombra, traducendo i corpi e i paesaggi in una sequenza di citazioni e
deformazioni pittoriche dove l’unica certezza è l’opacità del foglio che
accoglie la fine dell’esperienza. Ecco perché l’evocazione di “reliquari” e
“sacrifici” all’interno del Capitolo quinto istituisce il legame più intimo e
strutturale con l’universo delle Pinturas negras e dei Disastri della guerra di
Goya, definendo il punto di non ritorno della riflessione di Benedetti sul
denudamento del senso.
Nelle opere più tarde e radicali di Francisco Goya, questi due concetti
subiscono un totale ribaltamento ironico e tragico, perdendo ogni funzione
sacrale per farsi referti di un’atrocità biologica. I “sacrifici” in Goya – si
pensi a tele come Saturno che divora i suoi figli o alle scene di mutilazione
dei Disastri – sono atti di violenza pura, cieca, svestiti di qualsiasi
giustificazione rituale, teologica o civile. Il sacrificio goyesco è la
constatazione raggelata di una carne che viene smembrata dal potere, dalla
follia o dal tempo, ridotta a pura materia inerte senza possibilità di
riscatto. Di conseguenza, i “reliquari” subiscono la medesima profanazione
materialistica. Nella tradizione religiosa, il reliquiario è il contenitore
nobile che custodisce il frammento osseo del santo per garantirne l’immortalità
e il culto. Nello sguardo di Goya, invece, l’intero mondo si trasforma in un
reliquiario mostruoso e ironico: i corpi appesi ai rami nei Disastri, le teste
decapitate o i volti grotteschi dei vecchi che mangiano la minestra nelle
pitture murali della Quinta del Sordo sono i resti di un’umanità ridotta a
detrito, a pezzo anatomico isolato. Il reliquiario di Goya esibisce la ferita,
certificando che dell’uomo non resta che un avanzo biologico, una scoria
scheletrica.
In Pitture nere su carta, Benedetti – come sempre più evidente man mano che si
avanza nel libro – interiorizza questa lezione figurativa, traducendola sul
piano della lingua e dei supporti percettivi. I “sacrifici” diventano il
compiersi della catastrofe dell’esperienza: l’immolazione definitiva dell’io
lirico e del suo mondo affettivo, che vengono privati di ogni spessore
biografico o sentimentale. La poesia rinuncia a trovare un riscatto morale al
nichilismo. I “reliquari” di Benedetti sono così le sue stesse poesie, i
frammenti verbali (i “brandelli”), i sostantivi isolati come “abiti, visi, mani”
o i nomi dei morti che non proteggono il passato per sottrarlo alla morte, ma
agiscono come l’esposizione dei reperti di un’avvenuta dispersione. I versi
del Capitolo quinto diventano contenitori gessosi, lapidi o scatole di cartone
in cui i resti sopravvivono come tracce opache galleggianti sulla superficie
della pagina. Il testo poetico sposa l’onestà estrema di Goya: si fa reliquiario
di un vuoto, rinunciando alla luce per farsi testimone che accoglie, registra e
fissa per sempre il sacrificio della presenza umana:
Reliquiari 6
mummie
Nella teca, il disseccamento naturale.
Un vento e l’asciuttezza, il congelamento.
Raggrinzito viso, rinsecchito. Cartonata pelle.
Testa dell’omero. Buchi, celle di porosità.
Carpo, ulna, radio. Fratture. Cartonata pelle.
Abrasioni, usura, carie, nelle corone.
Sullo smalto dei denti, nel cristallo dei denti.
*
Sacrifici 2
Rinnegato il canto.
Gli altari.
Perché tutti possano udire.
Dal tuo
…du rollst die Altäre
zeitenwärts…
i brandelli,
verso l’interno del tempo.
In Reliquiari 6, sottotitolato emblematicamente mummie, la teca poetica si apre
per esibire un campionario autoptico. All’inizio si descrive il processo di
sottrazione dei fluidi vitali: “Nella teca, il disseccamento naturale./ Un vento
e l’asciuttezza, il congelamento”. L’ambiente è dominato da agenti atmosferici
gelidi che privano i corpi di ogni spessore organico. Il verso successivo
formula una precisa dichiarazione di poetica e di metamorfosi dei supporti:
“Raggrinzito viso, rinsecchito. Cartonata pelle”. Il volto umano, che in Umana
gloria costituiva il perno del legame intersoggettivo, subisce qui una letterale
reificazione cartacea, la pelle infatti si fa “cartonata”.
La strofa centrale parcellizza il corpo attraverso un catalogo osteologico
isolato dall’asindeto: “Testa dell’omero. Buchi, celle di porosità.// Carpo,
ulna, radio. Fratture. Cartonata pelle”. La sineddoche anatomica riduce l’essere
umano a uno scheletro abraso, un cumulo di ossa segnate da fratture e porosità
che richiamano la grana stessa della carta. La chiusa strofica stringe
l’obiettivo sui dettagli dentari: “Abrasioni, usura, carie, nelle corone./ Sullo
smalto dei denti, nel cristallo dei denti”. I denti dei teschi, che nel capitolo
precedente brillavano goyescamente come unico riflesso minerale, mostrano adesso
i segni del logoramento temporale (“usura, carie”). La menzione del “cristallo
dei denti” evoca un’ultima, solida lucentezza che viene però aggredita dal
vuoto, confermando come la degradazione biologica sia ormai penetrata fin dentro
la sostanza più dura della presenza.
In perfetta continuità, Sacrifici 2 sposta questa distruzione anatomica sul
piano della parola letteraria, ratificando l’immolazione della lirica
tradizionale: “Rinnegato il canto./ Gli altari./ Perché tutti possano udire”.
L’atto del rinnegare colpisce il “canto”, ovvero la pretesa di armonia, di ritmo
e di riscatto che la poesia ha storicamente rivendicato. Gli “altari” del
sacrificio non servono più a innalzare preghiere, ma a esibire la violenza del
tempo in modo pubblico e perentorio, affinché la comunità ne sia testimone.
Il nucleo del testo si compie nel dialogo intertestuale con la poesia di Paul
Celan, esplicitamente citata: “Dal tuo/ …du rollst die Altäre/ zeitenwärts…/ i
brandelli,/ verso l’interno del tempo”. Il prelievo celaniano (“tu rotoli gli
altari verso il tempo”) descrive lo scardinamento dei luoghi stabili del sacro,
i quali vengono travolti dal flusso cronologico. Ciò che resta sull’altare della
pagina non sono corpi integri o identità ricomposte, ma “i brandelli”. Questa
parola descrive contemporaneamente i pezzi di carne lacerata del sacrificio
goyesco e i frammenti verbali, i ritagli di versi rimasti dopo il collasso della
sintassi (come in Celan). La traiettoria di questi detriti è un movimento
retrogrado “verso l’interno del tempo”. Il cammino della poesia arretra verso
l’origine traumatica, verso quel fondo opaco della memoria dove le parole, i
corpi e le immagini si fondono nell’oscurità dell’inchiostro. In questo quinto
capitolo, Benedetti rinuncia definitivamente alla trasparenza: la poesia si fa
contemporaneamente mummia e altare di brandelli, assumendosi il compito di
testimoniare la fine dell’esperienza attraverso una lingua che mostra unicamente
la propria spettrale, irriducibile usura.
Nel Capitolo sesto troviamo “sfarzi, smalti e supernove”:
Sfarzo 2
Vernissage. Rue des Beaux-Arts, Parigi.
Sfolgoranti i colori di Sebastian Matta.
Toni del rosso, del blu, del brunito.
È deflagrato L’oroscopo del giardino.
Christie’s. Fine costumes.
In azzurro e oro, a righe, di raso,
l’abito con blu, rosa, and gold flowers.
Di seta azzurra ricamato di seta rosa.
Atelier. Parigi, Rue de Verneuil.
Acciaio ossidato. Liberty. Molto Fuoco.
Poltrone e divani, lampade.
Stoffe rosse e blu, chemiluminescenti.
*
Smalti 3
Duane Hanson
Il corpo, colato in vetroresina,
si muove lentissimamente.
Dove? Sembra fisso, vuoti i movimenti.
È là? Si muove, un poco sempre.
Tra irrealtà e lacrime.
*
Supernove 2
Stella in esplosione. Anelli
concentrici. Cede
la vista, cede la memoria…
sicut oculus videns excellentissimum sensibile.
Oh, …come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova…
eco di luce che non da sé è vera.
Dopo il disseccamento autoptico dei reliquiari, Pitture nere su carta si concede
un’irruzione di luce e colori che non rappresenta affatto una guarigione, ma il
compiersi di una catastrofe ottica. “Sfarzi, smalti e supernove” funzionano come
un’allegoria della cecità per eccesso: è il bagliore accecante della parola che,
prima di spegnersi, sprigiona tutta la sua energia in una fiammata artificiale,
una saturazione retinica che precede la tenebra totale.
Sfarzo 2 sposta la scena nei luoghi del mercato e della consacrazione estetica
parigina: “Vernissage. Rue des Beaux-Arts, Parigi./ Sfolgoranti i colori di
Sebastian Matta”. La pittura del surrealista cileno Roberto Matta (nome
completo: Roberto Antonio Sebastián Matta Echaurren), nota per le sue esplosioni
cosmiche e le sue geometrie fiammeggianti, introduce una tavolozza satura: “Toni
del rosso, del blu, del brunito./ È deflagrato L’oroscopo del giardino”. Il
verbo “deflagrato” descrive perfettamente l’urto visivo: il giardino – che
storicamente nella poesia è il luogo dell’idillio naturale – diventa un quadro
che esplode in pigmenti puri.
Subito dopo, la scomposizione si sposta nelle sale d’asta di Christie’s, dove
gli abiti del lusso e del passato vengono frazionati in un catalogo di tessuti e
dettagli plurilingui. Lo sfarzo descritto è però una ricchezza priva di vita, un
accumulo di superfici tessili (“di raso”, “di seta”) esposte alla vendita,
residui di corpi che non ci sono più. L’atelier di Rue de Verneuil sigilla
questa atmosfera industriale e museale: “Acciaio ossidato. Liberty. Molto
Fuoco.// Poltrone e divani, lampade./ Stoffe rosse e blu, chemiluminescenti”.
L’antico contrasto tra il rosso e il blu si converte qui in una luce
“chemiluminescente”, una luminosità fredda, chimica, artificiale, prodotta da
una reazione di laboratorio. Lo sfarzo di Benedetti è la retroilluminazione di
un mondo ridotto a vetrina e a catalogo antiquario, nonché, forse, il suo ultimo
sforzo di riattivare una vitalità che si avverte perduta.
Con Smalti 3, lo schermo si sposta sulla scultura iperrealista di Duane Hanson,
offrendo la chiave di lettura di questa saturazione visiva: “Il corpo, colato in
vetroresina,/ si muove lentissimamente”. Il corpo umano subisce la sua
reificazione definitiva: non si fa carta, ma resina sintetica, plastica lucida.
Lo smalto non è la grazia di un dipinto rinascimentale, ma la vernice
industriale che ricopre il manichino. I versi centrali descrivono lo scacco
della percezione davanti a questo simulacro: “Dove? Sembra fisso, vuoti i
movimenti./ È là? Si muove, un poco sempre”. La stasi e il movimento si
confondono; l’essere umano, ridotto a installazione pop, oscilla “tra irrealtà e
lacrime”, prigioniero di una prassi svuotata di ogni intenzione biologica o
esistenziale. Il soggetto guarda il simulacro e vi ritrova specchiata la propria
anestesia.
La catastrofe ottica trova il suo compimento cosmico in Supernove 2. La
supernova è, per definizione astronomica, l’esplosione finale di una stella
morente, che brilla per brevissimo tempo di una luce immensa prima di collassare
in un buco nero: “Stella in esplosione. Anelli/ concentrici. Cede/ la vista,
cede la memoria…”. L’esplosione siderale coincide con la paralisi degli organi
conoscitivi del soggetto: davanti a troppa luce, l’occhio si acceca (“cede la
vista”) e il linguaggio perde il suo ancoraggio (“cede la memoria”).
A questo punto, Benedetti convoca la massima tradizione filosofica e teologica
per sanzionare il crollo. La citazione latina scolastica (“sicut oculus videns
excellentissimum sensibile” che proviene da un commento di Benvenuto da Imola
alla Divina Commedia dove l’autore fa un paragone filosofico tra la vista umana
e l’intelletto: “L’occhio umano, quando vede un oggetto eccellente – la luce del
sole –, si indebolisce ed è incapace di vedere altre cose inferiori. Al
contrario, l’occhio intellettuale che osserva l’oggetto eccellente – la luce del
sole eterno – si rafforza e diventa capace di vedere più perfettamente quella
luce e quelle inferiori”) riprende un principio aristotelico fondamentale:
l’occhio, davanti a un sensibile troppo eccellente (come il sole o, in questo
caso, la supernova), viene distrutto dalla violenza dello stimolo, confermando
che l’eccesso di visibilità produce cecità.
Subito dopo, il testo innesta il prelievo dal trentatreesimo canto
del Paradiso dantesco (ma già nel precedente Supernove 1, con cui il nostro
testo forma un dittico leggiamo: “Candida rosa, fiore maturo, / la mente sospesa
dal corpo si disnoda.// Grande Nube. Bianca, fucsia. Bianchi,/ innumeri
frammenti nel nero.// Corte celeste, moltitudine volante/ di banco in banco, di
foglia in foglia.// Aurea fiamma degli spiriti assolti. / Eco di luce che non da
sé è vera”), nel momento in cui Dante si trova davanti alla visione trinitaria e
constata il fallimento della propria mente: “Oh, …come si convenne/ l’imago al
cerchio e come vi s’indova…”. Ma mentre in Dante la geometria del cerchio
accoglieva l’immagine umana in un mistero di armonia divina, in Benedetti questa
ascesa mistica viene come congelata e rovesciata nell’ultimo, lapidario verso:
“eco di luce che non da sé è vera”.
La luce della supernova, lo sfarzo di Matta, la lucentezza della vetroresina di
Hanson non possiedono una verità propria o metafisica; sono soltanto un’eco, un
riflesso parassitario, la combustione finale di un linguaggio che ha consumato
tutta la sua materia. Il Capitolo sesto realizza così il paradosso estremo
di Pitture nere su carta: la poesia brilla di una luce violentissima e
artificiale solo per ratificare la fine della propria capacità di illuminare,
trasformando il paradiso dantesco nella constatazione che l’immagine e il
cerchio non si incastrano più, lasciando dietro di sé l’impronta bruciata di un
inchiostro che ha fatto troppa luce prima del buio definitivo. Per questo, a mio
avviso, il Capitolo settimo si apre così:
1.
Solo e oscuro, via da cani e da notti.
– Vogliono già stabilirsi, ci tengono, in una casa nuova
Voglio non essere muto, potendolo, in una voce nuova –
Così vera era l’estate.
Marciapiede, inferriata, sentiero, colchici,
noci, arbusti, lucignoli, ombre,
ombre.
L’inverno portato in manto, altrove il sole ha la luce.
– Sono protetti. Si specchiano, l’un l’altro. Interposta
l’immagine alla cosa… è la stanza e essi sono
Frane, in me, frane nella spalla, diplopie –
Diplopie.
Ossa della bocca gettate sulla neve a placche.
La fiammata artificiale del capitolo precedente sembra essersi consumata,
lasciando il soggetto in una condizione di assoluta spettralità. Il “buio” che
ne consegue è la risultante biologica e conoscitiva di quella distruzione
ottica.
L’incipit formula un referto di isolamento radicale, quasi animalesco: “Solo e
oscuro, via da cani e da notti”. L’aggettivo “oscuro” sanziona l’avvenuto
spegnimento della visione. Subito dopo, la pagina viene incisa da due versi
racchiusi tra trattini, che introducono una polifonia sdoppiata, una citazione
di voci impersonali o un dialogo interiore drammatico: “– Vogliono già
stabilirsi, ci tengono, in una casa nuova/ Voglio non essere muto, potendolo, in
una voce nuova –”. Questo passaggio costituisce un esplicito e tragico
controcanto alle sezioni finali di Umana gloria (Qualcuno guarderà il
bene, Verso la casa nuova). Là, la “casa nuova” rappresentava la speranza di una
percezione purificata, un nuovo inizio; qui, quel progetto viene bloccato. Chi
“vuole stabilirsi” vi si aggrappa quasi con disperazione commerciale e
burocratica (“ci tengono”), mentre il desiderio del soggetto si riduce al grado
zero della sopravvivenza espressiva: non si chiede più la pienezza del canto, ma
la possibilità minima, biologica, di “non essere muto” attraverso “una voce
nuova” che tuttavia appare già incrinata dal dubbio (“potendolo”).
La seconda strofa evoca per un attimo, con un passaggio nostalgico, l’evidenza
perduta del mondo tridimensionale: “Così vera era l’estate”. Ma questa pienezza
viene immediatamente polverizzata in un elenco asindetico di detriti, dove gli
arredi urbani parigini e la natura friulana si mescolano sulla superficie piatta
del foglio: “Marciapiede, inferriata, sentiero, colchici,/ noci, arbusti,
lucignoli, ombre,// ombre”. La ripetizione isolata di “ombre” sancisce la
perdita di volume delle cose. Gli oggetti elencati non hanno consistenza
corporea; sono sagome, proiezioni d’inchiostro nate dal logoramento della luce.
L’inverno diventa un indumento claustrofobico che avvolge il corpo (“L’inverno
portato in manto”), mentre la vera luminosità viene esiliata in un’alterità
irraggiungibile (“altrove il sole ha la luce”).
La seconda sezione tra trattini esplicita la natura di questo scacco percettivo
e relazionale: “– Sono protetti. Si specchiano, l’un l’altro. Interposta/
l’immagine alla cosa… è la stanza e essi sono/ Frane, in me, frane nella spalla,
diplopie –”. La diagnosi è spietata: gli esseri umani si muovono all’interno di
un’illusione narcisistica e protettiva (“Si specchiano, l’un l’altro”), ma il
contatto con il reale è definitivamente compromesso perché si è compiuta
l’“interposizione dell’immagine alla cosa”. Lo schermo del visibile, la lastra
di inchiostro opaco, si è infilata come un diaframma invalicabile tra l’occhio e
il mondo. La conseguenza immediata di questa alienazione è il crollo fisico
dell’organismo del poeta, espresso con formule di sfacelo anatomico e
neurologico: l’io si scopre vulnerabile all’erosione interna (“Frane, in me,
frane nella spalla”) e, soprattutto, viene colpito dalla “diplopia”. Il termine
“Diplopie”, isolato e ripetuto all’inizio dell’ultimo distico, descrive la
patologia oculare della visione doppia. È il referto clinico definitivo del
disorientamento: l’occhio, traumatizzato dall’eccesso di stimoli (e dallo sfarzo
precedente?), non riesce più a fondere le immagini in un unico centro di senso.
Il mondo si sdoppia, si sfoca, rivelando la sua natura di puro inganno ottico.
La chiusa del testo realizza la fusione finale tra il catalogo autoptico dei
reliquiari e il paesaggio invernale dell’estinzione: “Ossa della bocca gettate
sulla neve a placche”. La bocca, organo della fonazione e della parola, viene
ridotta alle sue componenti scheletriche, ossa che vengono “gettate” – con un
gesto di abbandono goyesco – sulla “neve a placche”. La neve si presenta “a
placche”, evocando così la superficie gessosa, la crosta che ricalca
la texture materica e irregolare della carta spessa e rovinata. Con questa
immagine da brividi, il Capitolo settimo sin dall’inizio dichiara il fallimento
di ogni “casa nuova”: i visi sono di carta, la vista è deformata dalla diplopia,
e i resti dello strumento poetico (per surreale metonimia le “ossa della bocca”)
giacciono dispersi sulla pagina bianca, fissati nel loro quasi afasico
silenzio.
Ma come prosegue questo transito al buio e al silenzio se non attraverso colpi
di coda, sempre rinnovati tentativi di catalogare l’esistente e renderlo
accessibile nel “tra”, nella relazione di soggetto e mondo:
3.
Della fabbrica del mondo, sec. XVI
Elementi. Terra,
metalli, pietre preziose, fiori, veleni.
Anima. Mente,
memoria, oblio, pape, stupefazione.
Inferno.
Nomi di diavoli, tormento, lamento, ah, disperazione.
Quantità. Numero,
nullo, nulla, niente, aleppe, alleluiamento, iota, zero.
Quantità. Misura,
forziere, valigia, in parte, spanna, scheggia, cospargere,
Particelle.
Elle, egli, ei, elleno, ello, eglino, ella.
Particelle.
O! vocante, o! dolente, o! riminiscente.
In questo testo Benedetti mette in scena un tentativo estremo di aggrapparsi
alla lingua nel momento esatto del suo sfaldamento, configurando il testo come
un’archeologia del linguaggio, un viaggio a ritroso verso le strutture
elementari della catalogazione rinascimentale evocata sin dall’epigrafe: “Della
fabbrica del mondo, sec. XVI”. Il riferimento è al trattato del 1548 di
Francesco Alunno da Ferrara, uno dei primi grandi dizionari metodici della
lingua italiana, strutturato per grandi categorie enciclopediche. Benedetti mima
questa tassonomia cinquecentesca per esibire la definitiva reificazione in
inventario dell’ordine delle cose. Il catalogo procede per macro-categorie,
ognuna seguita da un elenco di sostantivi, lemmi e particelle grammaticali. La
prima sezione, dedicata a “Elementi” e “Anima”, si apre con la materia fisica
per scivolare subito verso i “veleni”, introducendo la scoria tossica nella
natura; quando passa all’interiorità, il processo psicologico si risolve
nell’“oblio” e nella “stupefazione”. Il termine dantesco “pape”, tratto dal
celebre ed enigmatico verso dell’Inferno, agisce come un fonema puro,
un’interiezione dello stupore e dello sgomento che priva la mente di capacità
logica: l’anima è una facoltà interdetta, paralizzata davanti al vuoto.
Immediatamente dopo, la categoria dell’“Inferno” condensa il barocco goyesco (e
dantesco?) in una sequenza di reperti acustici, dove l’esclamazione (“ah”)
irrompe come un puro sussulto biologico della carne ferita, introducendo il
passo successivo della “Quantità. Numero”, che mette in scena una spaventosa
matematica del nulla. Allineando i sinonimi del vuoto (“nullo, nulla, niente,
[…] iota, zero”) e inserendovi nel mezzo “aleppe” e “alleluiamento”, Benedetti
realizza un livellamento agghiacciante (da Inferno, appunto): la lode sacra e il
nonsenso demoniaco vengono ridotti allo stesso statuto numerico dello “zero”,
costringendo il linguaggio a quantificare il proprio stesso azzeramento.
L’ultima parte del testo sprofonda nei supporti minimi della comunicazione,
persino le misure e i numeri di quantità non resistono alla perenne forza
disgregatrice, riducendosi appunto a “particelle” come tutti i pronomi di terza
persona elencati al dodicesimo verso, poco più di una neutra lista come nel
repertorio di Alunno.
Questo collasso delle macro-strutture logiche e matematiche dimostra che la
frantumazione investe anche i sistemi metrici con cui l’uomo ha storicamente
tentato di recintare e dominare il reale; davanti all’avanzare del buio
“goyesco”, il forziere e la valigia si spaccano, rivelando l’inconsistenza del
loro contenuto e lasciando emergere soltanto i frammenti minimi, i detriti
atomici della morfologia. L’esilio definitivo dell’io e del tu si consuma in
questo livellamento grammaticale, dove l’alterità si fa assoluta e spettrale,
priva di una carne o di una voce che possano abitare lo spazio della relazione.
Resta allora solo un commento con esclamativi continui (“O! vocante, o! dolente,
o! riminiscente”). La poesia rinuncia così alla funzione predicativa e
assertiva, ritraendosi nel perimetro di un’interiezione pura, un sussulto
fonetico che ricalca i moduli dell’antica grammatica scolastica per denudarne la
natura traumatica. L’atto del chiamare, il patire e il ricordare non sono più
verbi d’azione che modificano il mondo o che cuciono il “tra”, ma etichette di
un’afflizione impersonale che sopravvive alla scomparsa dei corpi. In questa
inversione radicale, il dolore cessa di essere un’esperienza psicologica del
soggetto per farsi struttura stessa della pagina, una vibrazione acustica
isolata che risuona nel vuoto della “fabbrica” ormai dismessa. Benedetti sigilla
in questo modo il transito verso l’afasia di Pitture nere su carta: la
rimembranza e il pianto perdono ogni residuo di consolazione lirica e si offrono
allo sguardo come reperti tipografici lacerati che testimoniano, con l’onestà
terrorizzante di un grido interrotto, la persistenza del patire nel momento
esatto in cui tutto il resto si riduce a inchiostro opaco e a zero.
Pitture nere su carta si chiude sul dolore (nello specifico, la morte della
madre di Benedetti) che ancora prova a raccontarsi nonostante il “congelamento”
da archivio cui il libro nella sua interezza ci ha condotto:
8.
Era la madre e sua madre, nel ricordo.
Risentiva parole, nelle proprie parole.
Io, soffio addensato a un’ombra di cera,
a un’ombra di sagoma…
Velame di posti. Viti, uova, radicchio,
aringhe, polenta. Maria, la nonna.
Viti di viti, uova di uova…
Carezzevole buio, sì, sono io.
Gianluca D’Andrea
(continua)
*In copertina: Mario Benedetti in un ritratto fotografico di Dino Ignani
L'articolo “Carezzevole buio, sì, sono io”. Sulla poesia di Mario Benedetti
proviene da Pangea.
Di recente ho visto un documentario di Werner Herzog, s’intitola Cave of
Forgotten Dreams. Il regista tedesco ispeziona la Grotta Chauvet, nell’Ardèche,
in Francia: scoperta negli anni Novanta, è un luogo unico al mondo, costellato
da dipinti che risalgono a 35mila anni fa. Le opere d’arte degli uomini del
Paleolitico sono straordinarie: i cavalli che s’insinuano, si direbbe, in un
unico, monolitico nitrito; i rinoceronti che s’inabissano uno nell’altro; i
leoni in estro. Sono pitture ‘cinetiche’, queste, desunte dall’ombra, da
stratificate vite, meravigliose. La sapienza – una sapienza che sa di terra e di
fuoco, di caccia e di veglia – non è diversa dal ciclo degli Scrovegni, dalle
“Storie della Vera Croce”, dalla Sistina. Quella della Grotta Chauvet, però, è
opera viva: le bestie, sotto i colpi d’accetta della torcia e il suono di flauti
d’osso, si muovono, agiscono, mordono. C’è qualcosa di predatorio e di
allucinato nel loro profilo. È al via una magia, un sortilegio nel loro essere.
La Grotta Chauvet – così dicono gli esperti nel documentario di Herzog – era,
pare, un tempio più che un abitato: edificio di culto collettivo. Non sono stati
rinvenuti scheletri umani; al contrario, la grotta pullula di mascelle d’orso,
vertebre di lupo, frammenti di iena, ossa d’aquila. Sedimenti di un pasto
millenario – il tempo equipara preda e predatore, assassino e assassinato.
Un tempo, lassù era zona di ghiacci – una geroglifica astuzia nell’appuntire la
pietra era utile.
Ecco: a questo spazio ‘bestiale’ pieno di segni umani in assenza d’uomo paragono
le poesie di Giulio Paci. La poesia come un luogo di figure plastiche, da
decifrare – e di scheletri di bestie preesistenti. Alcune poesie, si direbbe,
vanno lette nei sobborghi dell’io, quando l’io sborda.
Poesia, intendo, come un’eco: occorre ricostruire il canto; il lettore si armi
di carta lucida, matita, cronometro dell’essere.
Giulio ha trentaquattro anni, vive a Pistoia –; il nostro incontro, improvviso,
qualche mese fa, di rade parole, ossee, clownesche, forse. Entrambi: creature
fuori luogo. Poco tempo dopo, Giulio invia alcuni testi – L’inattualità delle
idee; L’invenzione dell’ignoranza – che convergono in un libro ultimo, Il
visitatore, posto sotto il convegno di due epigrafi: Dylan Thomas e Wallace
Stevens. Strano, mi dico, per un poeta artigiano tanto artico, che ha poco
dell’uno e dell’altro – poco importa, è bene scegliere maestri per contrasto,
per sfida. Sarebbe facile censire Giulio nell’egida di una poesia epigrafica,
epigrammatica, algida, dalle lasse Ungaretti. Non è così. La poesia di Giulio
Paci è il rimbombo nella Grotta Chauvet. È l’anonimo che ha tormentato di mani
rosse la parete della grotta: aveva il mignolo storto, dicono gli esperti,
mentre intorno crescevano le stalattiti, come angeli liquidi.
Senti:
“Si mangia due volte al giorno
un breve pasto.
Dormiremo riuniti,
nudi com’erano i roghi
e i sogni dei bambini.”
È così – è come rincorrere un rigurgito originario – come un
Paleolitico-origami. I dettagli non permettono di dirimere altro: c’è qualcosa
del diario notturno – andare con un taccuino e ‘rifare’ il mondo, parola per
parola, a zappate – e della meditazione kafkiana. Appunto: ammirare il cranio di
un orso estinto da secoli; lì per lì, sembra un fiore, un’anemone,
brachilogia-cosmologia.
Naturalmente, questa è una poesia senza pose né pause, che chiede un ritmo
ossessivo, che si installa in mania. Quando ho chiesto a Giulio di raccontarmi
che senso ha per lui la poesia, ne è nato un testo assolutorio, da cui fatico a
disarticolare gli assoluti. Ne estraggo un brano:
> “Le mie visioni arrivano sempre da un’asprezza della natura, che serve a
> conservare la sua semplicità e bellezza dalle mediazioni del mondo, per
> conoscere com’è che può rivelarsi, e prendersene cura consegnandola per mezzo
> delle parole all’altro. Per conto mio, a parte la scrittura, ho lavorato per
> la Pearson, ho fatto il falegname, e mi sono laureato in Scienze Filosofiche,
> che potrebbe ora quest’anno portarmi a impegnarmi nell’ambito scolastico”.
Libero dalla Storia, il poeta, finalmente, legifera – esito: l’accusa di essere
alieni al tempo, marginalizzati per eccesso di centratura.
Su un corridoio della Grotta Chauvet si osservano, distinte, le tracce di un
lupo e di un bambino. Il lupo stava forse seguendo il piccolo uomo?
Probabilmente, sono segni tracciati a distanza di secoli: un inseguimento nel
sogno. È bello pensare al bambino che cammina di fianco al lupo: piccolo messia
che sa condurre le voci in un unico significato, che sa cavalcare il lupo.
Anche questo – la fame e la fragilità, l’istinto predatorio e l’innocuo, la
belva e il neonato – ha a che fare con il senso profondo della poesia di cui qui
abbiamo un emblema.
*
Da “Il visitatore”
1
Quando il nulla è intenso, per esempio,
parlare di un albero sulla strada.
L’idea che rende nuovo il principio.
La notte ansiosa della carità. L’oggetto
che disperde la sua grazia,
ora che restituiamo alla materia
la sua immortalità.
È quando non c’è più differenza
tra l’intuire sé stessi e l’idea del racconto
che si vuole esser dimenticati.
Così in ogni luogo è preservato l’addio,
da lungo preparato, per la notte
di un solo giorno.
*
2
Siamo una parte di bosco.
Questo poco spazio dove l’ospite
cade in eterno. La nebbia è custode.
È buono il respiro ora che sono dimezzati
gli uccelli. Gli alberi ti hanno lasciato
senza fame.
La mente ingiusta coglie margherite,
anche adesso. Anche adesso, il vuoto non è morto.
*
3
Nessuno chiede vita
più di quella che può ascoltare.
Il cielo insiste sul niente, pensa a un tradimento.
Per questo ignoriamo chi abita la storia.
Non concessa è la parola
che potrebbe rendermi testimone
di questi fiori.
*
4
I venti hanno abbandonato il credo
di madri inesplorate.
Una vecchia porta
d’autunno abituata a far sentire
la propria voce.
*
5
L’ultima figura, l’inaspettato centro
di un’idea. Meridiane esitanti
contano i fiori.
Non so dove inizia il giorno comune.
C’è da mangiare, con i vestiti usati.
Una rondine smarrita tenta le foglie
dell’alba. I cipressi dicono
quanto basta.
Il tuo bacio, gli uccelli non possono
volare senza che ci sia
un’ombra.
*
6
Si svegliano i passeri, la città è salva
se non si conosce l’ora esatta.
Senza correggere la caduta delle foglie,
l’autunno è un discorso più vero
a cui non so rispondere.
*
7
Questo il tempo degli uomini forti.
Si sono giunte le mani
di chi si apprestava a un lavoro.
Non esiste cosa di cui potremmo servirci,
perché noi già ora ci conosciamo.
Dove esita chi scorge un fiore,
l’evento che non muta le acque tranquille.
*
8
Il giorno dopo le donne seppellirono
gli uccelli migratori.
Un modo per riconoscere
le pietre riscaldarsi alla luce.
Mentre un uomo riscattava la paura
d’esser soltanto il mestiere di una pace
scontata dai fiori.
*
9
Son voce della terra, e non hanno mai veduto
una stella. Sarebbe troppo ergersi
a frutti, evitando lo specchio.
Come alberi a cui sussurrare la festa
del popolo muto. Ho cercato l’albero attento
trattenere la pioggia.
L’anonimo compito della campagna,
il costume di raccogliere la mancata solitudine
d’una mente.
*
10
Nell’aria, riversato sul giardino aperto
l’invisibile. Un uccello chiamerà l’indifferente
posa delle immagini.
Un minimo fogliame che richiami
l’esistenza di una fonte.
Chi non usa
questo spazio? Il sole non è altro
che i vecchi rifiuti presenti a una mente.
L’elemento è raro, quanto la storia
degli uomini lontani.
*
11
Io credo in ciò che vuole una voce
inesperta. Mani senza terra imitano
ciò che resta di un nome.
L’animale è una distanza
per ogni colpa sopravvissuta ai fiori.
Perché io usi la rovina di uccelli
isolati dal presente, disposta ogni cosa
del giorno.
*
12
Ha ancora un movimento
l’esser stati nemici di questi spettatori.
Riaffiora l’acqua in autunno
per le poche convalescenze di un sorriso.
A fatica la sorte ha smesso di scrivere.
È piena ogni fossa sotto il cielo.
*
13
Chi riconosce il giorno? Dischiude
l’infedeltà di un segreto la madre
che sempre vediamo.
In lei verso la mia assenza.
*
14
La povertà
sarebbe un amico, non avessimo chitarre
troppo intelligenti.
*
15
Una foglia è maestra di ripetizione
quando smette di riempire
con qualcosa di eccezionale la ragione.
*
16
Tutto rimane, grazie a una decisione
di chi per primo partorì la luce.
Adesso parliamo senza incontrare la rosa.
Questa la grazia che ci separò
dalla fiamma. I fiori hanno lo stesso odore
dei fiori, senza che io lo sappia.
Per questo il nostro addio,
vive ancora in un nome.
*
17
La fiamma non va oltre il nome,
non cambia l’avversario.
L’ospite ha cambiato nome al giardino.
Una voce perduta di parole più semplici.
Le rose si sono riunite lungo i giorni.
*
18
Sorvegliano chi abita senza perdono,
l’incanto. Ciò non accade senza la notte.
Chi vuole assistere alla mia memoria?
Noi non diciamo parole. Ancora un nome
nella povertà degli eventi.
*
19
Per esistere confessai a mio padre
lo scandalo della mia nascita.
Imparai a fare attenzione per non calpestare
le radici di un albero impaurito.
Abbiamo afferrato quella croce.
La sua figura costrinse il mare
a ricordare i nostri nomi.
*
20
Nei cimiteri l’erba ha la stessa fretta
dei cancelli. Nell’aria che ora non fa più fatica,
la libera concessione di frutti che sappiamo.
Ero la foglia che dormiva, più volte il gregge
disperato. Insieme impedivano la caduta
di quelle braccia.
*
21
L’inconsistente silenzio degli alberi.
Una moneta, tra le radici di un fiore.
La madre lava l’incessante preghiera
del figlio senza sporcarsi i vestiti.
Giulio Paci
In copertina: Félix Vallotton, Mon portrait, 1885
L'articolo “Siamo una parte di bosco”. La poesia di Giulio Paci proviene da
Pangea.
Percorrere la via – quella non battuta, eccentrica, marginale, “inattuale” – è
il privilegio tragico di figure ribelli che scelgono percorsi di soglia come
luoghi di accesso a orizzonti alternativi e radicali. Mondi possibili, quelli
immaginati da questi pensatori, la cui “amicizia stellare”, per usare una
celebre immagine nietzscheana (Gaia scienza, § 279), codifica una comunità di
solitari, metaforicamente “navi, ognuna delle quali ha la sua meta e la sua
rotta”, ma destinati a incrociarsi in “un’immensa invisibile curva e orbita
siderale, in cui le (…) diverse vie e mete potrebbero essere intesequali esigui
tratti di strada”, divenendo “amici nel senso di quella elevata possibilità”.
Cosmografie che sono state tracciate da filosofi – come non pensare
agli Holzwege di Martin Heidegger, quei “sentieri interrotti” da lui traversati
nella Foresta Nera, del tutto omologhi al suo pensiero errante rivolto
all’Essere, così ossessivamente inseguito? Squarci di senso lambiti dagli
scrittori – si evochi qui, a mo’ di exemplum, la labirintica prosa del vate ceco
di Buenos Aires, Jorge Luis Borges, cantore della potenza dell’immaginazione
creatrice e architetto di uno spiraliforme orizzonte post-cartesiano. Impeti
demiurgici, quelli menzionati, in cui la visione individuale risuona all’unisono
con lo spirito di un’epoca – come nelle creazioni degli artisti capaci di
traslare la sapienza di simboli archetipici in forme estetiche calate nella
storia e nella materia.
Tra le sue opere, marziale, Roberto Floreani
Nel novero di quest’ultima nobile tradizione s’inserisce la “via astratta”
tracciata, e sempre ricorsivamente battuta, da Roberto Floreani. Il pittore
opera in sintonia con il magistero dei “classici” dell’Astrazione, cui da
artista “militante” – ma non, si badi bene, “artivista” (V. Trione) –, ha
dedicato una seminale monografia, Astrazione come Resistenza (De Piante, 2021),
tracciando con decisione una continuità fra la “Via italiana all’Astrattismo”,
soprattutto nella sua matrice futurista, e la propria estetica. Al contempo,
innovativo nelle scelte formali e nelle sincretiche soluzioni artistiche, il
nostro affronta nella sua opera astratta temi fondamentali di ordine filosofico
ed esistenziale, sempre declinandoli in relazione alle sfide epocali del nostro
tempo.
Tale poetica si evidenzia (anche) nella mostra “La via astratta”, un progetto
espositivo site-specific con oltre venti opere ideate per contaminare la
collezione permanente del museo Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei
(GASC). La cosmovisione di Floreani è qui articolata attorno a tre serie
pittoriche: le Costellazioni, ispirate a un tema e astronomico e mitopoietico,
evocano la relazione con l’indefinito e il mistero, considerati dal versante
scientifico, in opposizione al dis-astro della modernità, letta come alienazione
dal piano celeste; le Soglie, protagoniste della recente, monumentale personale
“Soglie. Tempo del Prima, Tempo del poi” (Museo Diocesano di Vicenza, 2025),
esibiscono la capacità della “quadratura” geometrica d’inscrivere – e riscrivere
– il mondo; sono figure liminali e dinamiche, transiti fra immanenza e
trascendenza, sensibile e sovrasensibile, materia e spirito, accessi iconici
metafisicamente “concreti” all’Ulteriore; nella mostra vengono presentate le
nuove Soglie “bordate”: il quadrato della Soglia viene ulteriormente
geometrizzato da un margine che conchiude la pulsante tensione romantica
all’infinito entro una esigenza di limite e ordine; infine, i Ritmati, in cui le
figure geometriche predilette dall’artista vengono ricomposte e valorizzate
mediante l’inserzione di tasselli rettangolari colorati, volti a “ritmare” –
quasi un gong spirituale – la libera necessità del moto astratto,
cartografandone la geografia invisibile in termini sinestetici, vista la
sovrapposizione della simbologia musicale alla traccia visuale; nei Ritmati le
immagini si fanno impulsi sonori e la musica si plasticizza, in quella tensione
pitagorica a ricomporre il molteplice e l’Uno mediante il ritmo, riconoscendo
nella sistole e diastole del respiro cosmico il ritmico dispiegarsi del senso
originario del reale – in una sensibilità che, complementarmente, il Kandinskij
affascinato dalla dodecafonia di Schönberg impiegò nelle sue tele come forma di
“dissonanza” radicale.
In tutte e tre le serie presentate, l’arte di Floreani assurge a
riappropriazione di quella tradizione antica in cui Arte, Rito e
Simbolo appaiono lati dinamici di un medesimo triangolo, il cui vertice è
rivolto verso l’Alto. Le opere di Floreani sono eredi
dei mandala e yantra orientali, delle icone ortodosse, delle decorazioni dei
portali dei templi di Oriente e Occidente: tutte figure di passaggio che
alludono alle immense possibilità di alleanza con il divino, ma anche al rischio
implicito nel distacco da esso. Temi questi, che il contesto della GASC non può
che far risaltare. L’arte di Floreani, infatti, è laica e aconfessionale, ma non
per questo secolarizzata: responsabilmente tesa alla custodia della scintilla
spirituale riposta al centro dell’uomo – l’“uomo interiore” di Meister Eckhart
–, lumeggia vie d’accesso al sacro nell’oscurità del postmoderno.
Itinerari astratti, in cui il viaggio estetico si fa diaframma pulsante verso
l’Altrove.
Luca Siniscalco
*La mostra di Roberto Floreani, “La via astratta” è in atto fino all’8 novembre
2026 presso GASC | Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei, nella sede di Villa
Clerici a Milano
L'articolo Itinerari astratti verso l’Altrove. Le icone di Roberto Floreani
proviene da Pangea.
Vorrei conoscere il destino della polvere per sapere se ha luoghi che le
appartengono, se si abitua subito al buio o prova pena, se si spegne o si
illumina; sotto le scarpe sento il pietrisco che geme mentre il caldo ancora
opprime, una voce mi indica la tomba di Marc Chagall, ho appena varcato la
soglia del cimitero di Saint-Paul-de-Vence, mi giro verso destra, c’è una
tabella con su scritto Allé B Allé C e, accanto, una freccia con su scritto
CHAGALL.
La voce è di Antonella Attanasio, ha portato me e mia moglie Lucia in questo
meraviglioso borgo medievale della Provenza-Costa Azzurra dove visse gli ultimi
venti anni il grande pittore bielorusso nato Moishe Segal, diventato in russo
Mark Zacharovič Šagal prima di adattare il nome alla francese una volta
trasferitosi a Parigi.
Il caldo si è attaccato al giorno e stringe anche il pomeriggio, il sole sosta
sulle colline intorno e pare non aver voglia di andarsene. Antonella, che vive
con la famiglia a Mougins dove è morto Picasso, confessa di essere stata spesso
qui ma di non essere mai entrata nel cimitero. Solo qualche turista si avvicina
alla tomba del pittore, dopo aver calpestato l’ombra di un pino marittimo,
guarda incuriosito e subito torna indietro tra le voci dei bambini; la lastra di
marmo ormai, dopo tanti anni, si è trasformata in un souvenir, non si prega più,
non si medita più, non si resta più in silenzio; ha smesso di essere tomba. Di
lato a quella di Chagall ce n’è una che costudisce ciò che resta di Jean August
Mazzi (1905-1950) e di Catherine Mazzi (1889-1951), chissà forse fratello e
sorella; non c’è più memoria di loro – ma la morte forse conosce e conserva
qualcuno di noi?
Lucia e Antonella osservano la lapide, commentano, fanno alcune foto poi Lucia
si allontana verso l’esterno, ingolosita dalla bellezza del paese. Non c’è più
la morte là dentro, solo un oggetto da portare a casa.
Il funerale di Chagall si tenne lunedì primo aprile 1985 in forma privata, pochi
giorni dopo la scomparsa, avvenuta il 28 marzo all’età di quasi 98
anni; aveva dipinto fino a quel momento, lavorando a delle litografie insieme al
suo stampatore e amico Charles Sorlier. La sera si era sentito male
nell’ascensore privato interno alla sua villa “La Colline”; era stato
installato, data l’età, per spostarsi tra il piano nobile dell’abitazione e il
suo grande atelier luminoso. Morì accanto alla seconda moglie, Valentina ‘Vava’
Brodsky; si dice che le sue ultime parole siano state: Je suis toujours en train
de rêver (“Sto ancora sognando”), portando anche nella morte la sua incantata
leggerezza.
Anche nelle poesie, oltre che nei quadri, Chagall esprimeva la perdita del mondo
natale: la nostalgia per Vitebsk, per lo shtetl e per le tradizioni distrutte
dalla guerra, dal comunismo e dai pogrom. La sua poesia, come la pittura, è
dialogo con Dio fatto di gioia e tristezza, memoria e speranza, colore e
forma. Forte era l’amore per Bella Rosenfeld, la prima moglie, la cui morte, nel
1944, lasciò un vuoto che si riflette in versi cupi e disperati. Chagall
scriveva in yiddish su taccuini, lingua con cui pensava e sognava; li leggeva e
spiegava al grande poeta svizzero Philippe Jaccottet.
> Un giardino verde fiorisce in me, fiori immaginari,
> In me si estendono le mie stesse strade.
> Le case mancano
> Fin dai tempi della mia infanzia sono in rovina,
> I loro abitanti si smarriscono nell’aria,
> Cercano un rifugio, vivono nella mia anima.
Il cimitero è piccolo, curato, sembra un orto di pietra e di verde, ha una
quieta allegria o, forse, una serena rassegnazione; il frinire delle cicale che
lo circonda è un continuo lamento funebre che si incastra nella luce. Nonostante
le radici ebraiche e la profonda spiritualità delle opere, non venne celebrata
alcuna cerimonia religiosa per onorare Chagall; così fu il volere della moglie
Vava. Tuttavia, mentre la bara veniva calata nella fossa lo scrittore Leon
Léneman, con il permesso del nipote Piet e della figlia Ida Chagall, cominciò a
recitare a bassa voce il kaddish, la preghiera ebraica per defunti; non
essendoci un minyan formale (il quorum di dieci uomini ebrei richiesto dalla
tradizione), venne sostenuto dall’ambasciatore israeliano Ovadia
Soffer. Finalmente mi avvicino alla tomba, bianca di luce e ricoperta di pietre,
secondo l’usanza ebraica, ce ne sono centinaia, sistemate a forma di cerchio,
hanno diverse dimensioni e sembrano il greto di un fiume come ad arginare la
vita che ancora vorrebbe uscire fuori; alcune sono ricoperte da scritte molto
semplici: “Grossman Rubin 6/10/26”, “Thanks for the joy and light you brought”,
“Se rappeles que la haut qualqu’un vaille sur toi”, ricordati che lassù qualcuno
veglia su di te, scritto in un francese colloquiale, con sotto il disegno a
colori di una bambina sospesa in aria, forse una vaga evocazione del salmo 121 e
il desiderio di ascesa al cielo di Chagall.
> Avvicinati, nuvola bianca
> Portami in alto
> Sento suonare le campane laggiù
> E dalle case sale il fumo
Sulla tomba sono scritti i nomi di Valentina ‘Vava’ Brodsky, morta nel 1993, e
del cognato Michel deceduto nel 1997. Marc non sopportava il cognato per via del
carattere vanesio, eccessivo e parassitario ma Valentina era legatissima al
fratello e, avendo gestito lei l’eredità e le proprietà dopo la morte del
pittore, decise che la tomba a Saint-Paul-de-Vence avrebbe ospitato anche
Michel. Ci sono famiglie che, in qualche modo, portano l’infelicità persino
nella tomba dove invece della scala di Giacobbe si ritrovano con la propria
anima impigliata nella morte, come le corna del montone di Abramo nel
cespuglio.
> Qualcuno dice:
> Non aspettarti troppa luce
> Lungo la strada.
> Le tue lacrime, le berrai da solo
> Alla fine del cammino.
Antonella mi dice che nel cimitero sono sepolti anche i grandi galleristi Aimé e
Marguerite Maeght, amici di Chagall, che fondarono la famosissima Fondation; la
vedo scendere verso una zona in basso, alla ricerca del loculo. Io non mi muovo,
non ancora. Chagall dichiarò: “Non ho un solo quadro che non si ispiri o non
rifletta Vitebsk”, il paese dove era nato e cresciuto. Nelle sue tele ricreò
ossessivamente il paesaggio bielorusso dell’infanzia: casette di legno colorate,
staccionate spruzzate di neve e la cupola della chiesa ortodossa che dominava la
sua città.
La famiglia di Chagall apparteneva alla comunità ebraica chassidica, movimento
religioso che poneva al centro un rapporto gioioso ed emotivo con Dio celebrato
attraverso il canto, la danza e la natura. Da qui deriva la totale assenza di
gravità nei suoi quadri. Capre, mucche, asini e galli non sono semplici elementi
della campagna bielorussa ma creature magiche e parlanti che volano nei cieli,
reinterpretando la spiritualità chassidica secondo cui la scintilla divina
risiede in ogni essere vivente.
> La mia mano ha forse toccato Dio?
> Mi sono allontanato
> All’incrocio delle strade
> È più breve il canto dell’usignolo
> Dove mi trovo?
Dopo la Rivoluzione russa del 1917, Šagal fu inizialmente entusiasta e venne
nominato Commissario alle Belle Arti per la regione di Vitebsk, dove fondò una
scuola d’arte rivoluzionaria, ma la propaganda sovietica pretendeva un’arte
realista incentrata sulla glorificazione di Marx e di Lenin e non certo su
animali e persone che volavano. Per questo motivo, Šagal rassegnò le dimissioni
e nel 1922 lasciò la Russia sovietica, diventando per sempre Chagall.
Antonella torna indietro, dice di aver trovato la tomba dei galleristi, si trova
su un secondo terrazzamento, appartata, ci sono tre pietre sulla lastra anche se
non sono ebrei; le avrà forse messo qualcuno per creare una relazione interiore
con il loro famoso amico.
> La terra sotto i miei piedi
> Mi sostiene giorno e notte
> Giro vorticosamente tra le mie ali
Andando verso l’uscita mi accorgo che l’ombra ha coperto in parte la tomba di
Chagall per farla riposare dalla stanchezza del giorno, sul lato opposto invece
la luce prova a tenere ancora svegli i morti.
Davide Palmieri
*Le poesie sono tratte da: Marc Chagall, Poèmes, Cramer Editeur, Genève 1975; le
traduzioni dal francese sono di Emanuela Chiriacò e Antonella Attanasio.
In copertina: Marc Chagall nel 1948, in un ritratto fotografico di Willy Maywald
L'articolo “Giro vorticosamente tra le mie ali”. Sulla tomba di Marc Chagall
proviene da Pangea.
Esprimere nella poesia quello che nella vita non si è stati capaci di fare.
Questo sicuramente accadde a Cesare Pavese; un uomo ‒ prima di tutto che poeta ‒
che conosceva profondamente il femminile, tanto da rimanerne assuefatto,
attirato, ammaliato fino all’inverosimile. Fino forse a sentirsi lusingato, se
non usato; di sicuro, ferito.
Mentre alcune donne, incontrando il poeta, cercavano felicità effimere, se non
divertimento; mentre altre ancora erano disposte a donargli amicizia o a essere
opportuniste, magari sfruttando alcune sue debolezze; altre poi cercarono e
trovarono in Pavese quel maestro che avrebbe dischiuso loro le porte della
letteratura einaudiana e italiana, se non internazionale.
Ma lui? Lui cosa desiderava in una donna? Certamente la sicurezza di un
matrimonio. La sicurezza di avere una donna accanto per la durata di una vita
intera. Quella sicurezza che forse, in altro modo, gli era stata negata fin da
bambino.
Ecco quindi che soccombe di fronte alla bellezza. Cesare cede davanti a Tina
Pizzardo, come pure con Fernanda Pivano, e con Bianca Garufi (con la quale
scriverà insieme Fuoco grande, oltre a un epistolario necessario). L’ultima, tra
le varie donne più importanti della sua vita, sarà Constance Dowling, micidiale
e bellissima attrice americana…
Ma tutte queste donne, in realtà, non furono muse, per Pavese. Egli, di volta in
volta, chiese a tutte di sposarlo. Lo chiese persino in ginocchio, o per
lettera. All’apparenza uomo rude e duro, viceversa nei loro incontri svelava una
fragilità a non tutte ben accetta.
Ma come può un genio adattarsi ingenuamente al fatuo gioco dell’amore? Come
poteva, Cesare Pavese, dirsi amato, sentirsi amato, se non era affatto
corrisposto!
Fu grazie a loro, comunque; fu grazie a queste donne che ebbe il destino di
incontrare, se scrisse poesie importanti: a volte dedicandole; altre, appunto,
per esprimere quello che nella vita non era stato capace di fare. O forse, per
sopperire a troppa ingenua banalità femminile, che guardava unicamente a un
tornaconto personale.
Questo non lo sapremo mai. Rimangono, invece, versi memorabili di un poeta che
ha dato la vita intera per la letteratura.
(Giorgio Anelli)
*
Paesaggio IV
(a Tina)
I due uomini fumano a riva. La donna che nuota
senza rompere l’acqua, non vede che il verde
del suo breve orizzonte. Tra il cielo e le piante
si distende quest’acqua e la donna vi scorre
senza corpo. Nel cielo si posano nuvole
come immobili. Il fumo si ferma a mezz’aria.
Sotto il gelo dell’acqua c’è l’erba. La donna
vi trascorre sospesa; ma noi la schiacciamo,
l’erba verde, col corpo. Non c’è lungo le acque
altro peso. Noi soli sentiamo la terra.
Forse il corpo allungato di lei, che è sommerso,
sente l’avido gelo assorbirle il torpore
delle membra assolate e discioglierla viva
nell’immobile verde. Il suo capo non muove.
Era stesa anche lei, dove l’erba è piegata.
Il suo volto socchiuso posava sul braccio
e guardava nell’erba. Nessuno fiatava.
Stagna ancora nell’aria quel primo sciacquío
che l’ha accolta nell’acqua. Su noi stagna il fumo.
Ora è giunta alla riva e ci parla, stillante
nel suo corpo annerito che sorge fra i tronchi.
La sua voce è ben l’unico suono che si ode sull’acqua
‒ rauca e fresca, è la voce di prima.
Pensiamo, distesi
sulla riva, a quel verde più cupo e più fresco
che ha sommerso il suo corpo. Poi, uno di noi
piomba in acqua e traversa, scoprendo le spalle
in bracciate schiumose, l’immobile verde.
*
Notturno
La collina è notturna, nel cielo chiaro.
Vi s’inquadra il tuo capo, che muove appena
e accompagna quel cielo. Sei come una nube
intravista fra i rami. Ti ride negli occhi
la stranezza di un cielo che non è il tuo.
La collina di terra e di foglie chiude
con la massa nera il tuo vivo guardare,
la tua bocca ha la piega di un dolce incavo
tra le coste lontane. Sembri giocare
alla grande collina e al chiarore del cielo:
per piacermi ripeti lo sfondo antico
e lo rendi più puro.
Ma vivi altrove.
Il tuo tenero sangue si è fatto altrove.
Le parole che dici non hanno riscontro
con la scabra tristezza di questo cielo.
Tu non sei che una nube dolcissima, bianca
impigliata una notte fra i rami antichi.
*
Tu sei come una terra
che nessuno ha mai detto.
Tu non attendi nulla
se non la parola
che sgorgherà dal fondo
come un frutto tra i rami.
C’è un vento che ti giunge.
Cose secche e rimorte
t’ingombrano e vanno nel vento.
Membra e parole antiche.
Tu tremi nell’estate.
*
Anche tu sei l’amore.
Sei di sangue e di terra
come gli altri. Cammini
come chi non si stacca
dalla porta di casa.
Guardi come chi attende
e non vede. Sei terra
che dolora e che tace.
Hai sussulti e stanchezze,
hai parole ‒ cammini
in attesa. L’amore
è il tuo sangue ‒ non altro.
*
Passerò per Piazza di Spagna
Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
I fiori spruzzati
di colori alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane ‒
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.
Sarai tu ‒ ferma e chiara.
Cesare Pavese
L'articolo “Nella luce smarrita”. Cesare Pavese e le donne proviene da Pangea.
Gaudete è il libro più complesso, cifrato, inaccessibile di Ted Hughes.
Intanto, per una questione ‘geologica’. Si tratta di testi scritti nel corso di
diversi anni, incorporati intorno a un tronco narrativo. Hughes comincia ad
abbozzare Gaudete nel 1964. In realtà, compone una sceneggiatura lirica: al
centro, c’è un pastore anglicano che seduce le sue fedeli ideando una congrega
di baccanti. Per prossimità simbolica, Hughes invia il testo a Ingmar Bergman.
Il grande regista svedese ha da poco compiuto Luci d’inverno e Il silenzio: non
sembra aver mai ricevuto il canovaccio di Hughes.
In verità, è la vita di Hughes a precipitare in infero baccanale: Sylvia Plath
si è uccisa l’anno prima; l’anno dopo, nel marzo del ’65, Assia Wevill dà alla
luce ‘Shura’. Ne profetizziamo la fine: Assia, in suicidio raddoppiato, suicidio
fotocopia – possedere il posseduto –, muore, insieme alla figlia, nel marzo del
1969.
Gaudete attraversa la vita di Hughes come un sussurro insistente, mefistofelico.
Il poeta, nel frattempo, pubblica il capolavoro, Crow: per la prima volta la
poesia, dall’iperuranio postmoderno, torna ‘mania’, torna sciamanesimo. Crow è
un libro di non ritorno – è il libro di un posseduto.
Gaudete esce per la Faber, dopo lenta gestazione, nel 1977 – i critici ne
restano sbalorditi, reagiscono, al massimo, coi massimali del gelo. Il libro,
d’altronde, è una specie di atto sacro – una specie di atto sacro ordito da
burattini. Una mascherata.
Fin dall’Argument posto in apertura, il libro si presenta come soglia sul
medianico, senza mediazioni:
> “Un ecclesiastico anglicano, il reverendo Nicholas Lumb, viene trasportato
> nell’altro mondo dagli spiriti degli elementi. Proprio come nelle fiabe
> popolari, questi spiriti lo vogliono perché porti a termine un compito nel
> loro mondo. Per sostituirlo in questo mondo, durante la sua assenza, gli
> spiriti creano un duplicato esatto del reverendo, ricavato da un tronco di
> quercia, animato dallo spirito degli elementi. Questo nuovo Nicholas Lumb è,
> in apparenza, identico all’originale: possiede sapienza e abitudini
> dell’originale, ma è un tronco. Questo sostituto soprannaturale,
> questo changeling, si mette a predicare il Vangelo dell’amore secondo la
> propria ignea natura. Organizza le donne della parrocchia in una congrega, una
> società dell’amore. Il fine di questa congrega, evidentemente, è la nascita di
> un Messia generato da Lumb”.
Il libro alterna brani in prosa a porzioni di versi, di sintetica audacia.
L’ultima parte del libro, Epilogue – che abbiamo tradotto in parte in calce – è
quella ritenuta più efficace. All’artificio narrativo – tre ragazze/tre
grazie/trinità femminea incontrano uno sconosciuto che evoca un demone delle
acque e porge loro una cartellina con un taccuino – seguono 45 brevi liriche,
scritte da Hughes secondo i modi del vacana, l’antica poesia devozionale
indiana, diffusa dal X secolo (che Hughes, per sua ammissione, ha tratto
ispirandosi da Speaking of Siva, raccolta di vacanas tradotti da A. K.
Ramanujian per Penguin nel 1973). In queste brevi poesie, dicono gli studiosi
(Nicola Gardini in: Ted Hughes, Poesie, Mondadori, 2008, p. 1520), “La ricerca
di Hughes è arrivata a un nuovo traguardo di intensità e tragico fulgore”.
Più che altro, a questo riguardo, c’importa cosa sia poesia – c’interessa il
senso della poesia nell’era insensata, nel’era-ora, insensibile alla poesia,
avvelenata dal poetico. Ted Hughes, ormai, ha lacerato tutti gli ornamenti
letterari, tutti gli orpelli retorici: è ‘al di là’. Qualcosa di oscuro si
avverte nel suo dire: la parola di Hughes, dopo decenni di ‘modernismi’ e di
manierismi, torna ‘efficace’. Entriamo nell’opera, cioè: andiamo a messa. I
serpenti si volgono in nubi; i malati guariscono; la ferita, frattura di
spettro, feconda la freccia, l’abbaino, il baluginio del gufo. Ogni poesia,
scrive Hughes, “sorge per proprio impulso… in maniera estemporanea”. La
letteratura è trascesa – siamo nella danza. Chi riemerge dalla lettura non è più
lo stesso: è ‘segnato’ dal verbo. Dai canti dei nativi americani – la ‘fonte’
ineluttabile di Crow – Hughes è passato all’antica sapienza indiana:
> “Il dio, per il cantore di vacana, non si può conquistare né con promesse né
> con suppliche. Il vacana è un’esperienza che non ha programmi né scopi: è un
> contatto improvviso e spontaneo con il divino, che, nel migliore dei casi,
> porta alla comunione completa e alla nullificazione del soggetto… [Il vacana]
> non ambisce a nessuna memorabilità, per cui non segue regole o schemi
> letterari. È una forma casuale, momentanea, transeunte, senza una metrica
> fissa. Il vacana, dunque, comporta il rifiuto di ogni intenzionalità
> artistica”.
>
> (Gardini, ivi, pp. 1519-1520)
Hughes trascende la citazione colta, si disinteresse dell’esito letterario, vive
altrove dalla ‘storia della letteratura’: a differenza, chessò, dei Quattro
quartetti e dei Cantos – che leggiamo come sublimi opere letterarie, a loro modo
riassuntive, risolutive –, i libri di Hughes – in forme diverse di sciamanesimo
– non vanno letti ma ‘usati’, abitati, danzati. Hughes ambisce al testo sacro:
le questioni del ‘gusto’ non penetrano in tale sacrario.
Per questo, i libri del grande poeta inglese sono banditi dalla società libraria
– leggerlo atterrisce. Hughes non vuole lettori – pretende adepti, scalmanati,
fuggiaschi.
In particolare, Gaudete è costellato di riferimenti: in esergo Hughes riscrive
una sentenza di Eraclito – “…ma Ade e Dioniso sono uno” – e un brano del
Parzival sul doppio in lotta con se stesso (“Quei due, tuttavia, erano uno: ‘mio
fratello e io’ erano un unico corpo, come un buon marito con la buona moglie.
Lottando per lealtà di cuore, un solo sangue e una sola carne, recavano grave
danno a se stessi”). Il titolo del libro – Gaudete, l’inno cristiano
testimoniato dal XVI secolo – di per sé è paradosso: l’opera parrebbe
un Requiem… Invece, è una nascita quella a cui tende il libro sciamanico
– Christus est natus Ex Maria virgine, gaudete! –, sciamannato infine,
sciabolato di nostalgie, dacché gli spiriti della natura non ci parlano,
l’evocazione evoca mostri. La lontra miracolosa che appare in epilogo è estratta
da Tarka la lontra di Henry Williamson, tra i libri-totem di Hughes.
Anche il nome del reverendo, Nicholas Lumb parla. Nicholas Ferrar, amico del
poeta inglese George Herbert e avo di Hughes, è il diacono che ha ideato nel
XVII secolo la comunità cristiana di Little Gidding. Lumb equivale a Lamb,
l’Agnello di Dio, Cristo.
Riferimenti, tuttavia, presi da Oriente e da Occidente, pretesi in cornice,
presto defunti mentre si procede nel canto – di cui noi, lettori, siamo il
capro, fienagione di espiazione, corpo sacrificale, ostia.
Leggere Hughes evoca sempre spettri e arcani. Mentre scrivo di Gaudete, Flavio
Santi – amico risorto – mi invia un articolo sulle poesie di Simone Cattaneo.
Così, Simone, con il suo effluvio di farfalle fatue attorno, si sdraia sulla mia
scrivania come un orso su un iceberg. Mi latra addosso. Lo placo. Mi racconta
una barzelletta. Da dove vieni? Ride. Ha denti luminosi, sembrano lampadine. Se
ne stacca uno, me lo conficca nel costato. Il mio cuore diventa un corvo. Vola
via. Ridiamo. Resta sempre in me, dico. Ti mangio, risponde. Fluttua. Un orso
Simone sul soffitto di casa.
Grazie, Ted.
**
Da Gaudete
Epilogo
In un arruffato sparso villaggio sulla costa occidentale dell’Irlanda è una
mattina di maggio – una mattina di raffiche e squarci – tre ragazzine vanno dal
reverendo, che siede nel suo studio, concentrato su una pagina di Sant’Ignazio.
Portano qualcosa in una cartellina nera impermeabile. Uno sconosciuto, un uomo,
che poi è sgattaiolato via in macchina, l’ha lasciata su uno scoglio, presso
l’insenatura. Il sacerdote apre la cartellina e trova un taccuino, logoro.
Osserva con attenzione le pagine dense di patimenti e di correzioni: sono piene
di versi. Chiede alle ragazze qualcosa di più sull’uomo.
Stavano giocando sugli scogli, in riva al lago, non c’era anima viva. Un brivido
le trapassa. Un attimo prima, solo scogli; poi, un uomo, accanto a loro, su una
roccia, che le osserva.
Prima che potessero scappare, prese la parola. Chiede loro il nome
dell’insenatura – voleva sapere il nome della montagna oltre le acque. E poi
dell’altra montagna e di quell’altra ancora. Così di ogni montagna – una dietro
l’altra, a perdita d’occhio, verso Nord e verso Sud. Le ragazzine rivelarono i
nomi, rivelando di non conoscerle. Infine, l’uomo chiese se avessero mai
assistito a un miracolo. Risposero di no.
Le fece sedere sulle rocce, al suo fianco. Qualunque cosa fosse accaduta,
promisero le ragazzine, non si sarebbero mosse, non avrebbero detto parola.
Allora, l’uomo si mise il dorso della mano sulle labbra. Attesa delle ragazzine.
Improvvisamente, i nervi raggrinziscono, come capelli sul fuoco. Un suono
inquietante proviene dalla mano dell’uomo. Un suono sottile. Come un grido.
Piccolo, tenue. Un grido tremulo, terribile si impossessò delle loro teste –
dolore al cranio. Come se un sottile filo di ferro, insanguinato, fosse
arrotolato intorno al loro cuore. L’uomo fissò il suono che si propagava sulle
acque. Sempre più lontano. Le ragazzine, pietrificate, fissavano l’uomo. Aveva
un’aria solenne, il volto allungato e scuro, il cranio calvo, tormentato da
cicatrici. Interruppe il richiamo. Il silenzio che ne seguì fu doloroso. Le
ragazzine fisse su dove fissava. Qualcosa emergeva dalle acque. Una specie di
bestia – le guardava.
Poi il suono ricominciò, sommesso. Le ragazzine sentivano che qualcosa, dentro
di loro, tirava da punti diversi – quel suono faceva venire voglia di piangere.
E la bestia uscì dalle acque.
Non assomigliava a nulla che le ragazzine avessero mai visto prima. Pareva una
lontra. Risalì la spiaggia e gli scogli, con andatura vivace, serpeggiando, come
fanno le lontre. Avanzò oltre le rocce. Scomparve. Pensarono fosse andata via.
Riapparve – più vicina, più grande. L’uomo, intanto, continuava a modulare il
suo strano, sommesso, doloroso richiamo.
Alla fine, la creatura fu davanti a loro – grande come un grosso gatto, dal pelo
scuro, torto dall’umidità, si protendeva verso l’uomo, tremando, tanto che lui
avrebbe potuto toccarla – aveva l’odore selvaggio dei pesci di lago.
L’uomo tacque. Osservò la bestia. La bestia tremava, annusava, si protendeva
verso di lui. Avrebbe voluto saltargli in grembo. Una delle ragazzine non riuscì
a reggere. Ritrasse il piede, si rannicchiò, gridò. La bestia fissò lo sguardo
sulle tre. Si alzò sulle zampe posteriori, come fosse un uomo, le guardava,
immobile, come se fossero lontanissime. Videro i suoi occhi alieni – le lunghe
vibrisse. Pensarono che la bestia le avrebbe potuto attaccarle da un momento
all’altro. Invece, la creatura si voltò, divincolandosi tra gli scogli,
oltrepassando rupi e spiagge, verso l’acqua. L’uomo non disse nulla. La creatura
si alzava e abbassava, in acqua – si voltò. Sparì.
Il reverendo ascolta il racconto, sorride per l’eccitazione delle ragazze.
“Se far uscire una lontra dal lago è un miracolo… allora cosa dovrebbe pensare
quell’uomo del mondo, di questa scintillante immensa bellezza che Dio ha fatto
scaturire dal caos con un fischio?”.
Il reverendo si lascia trascinare dalle sue parole. I pensieri volano verso una
vasta distesa di fuoco; chissà quale scintilla è scoccata su di lui dai volti
arrossati delle tre ragazze… Sembra volare verso un’alba infinita, folgorante,
descrive la Creazione mentre sgorga dall’abisso: infinita creatura brulicante di
miracoli. Continua a descrivere questa creatura, densa di occhi scintillanti, di
membra gloriose – la arricchisce di bellezze straordinarie, finché il cuore non
romba e si trova a camminare in una stanza, avanti e indietro, parlando di Dio,
mentre le lacrime gli solcano il volto e cadono infrangendosi sulla tonaca.
Le ragazzine zittiscono. Quando le parole del reverendo cessano, fuggono dalla
soglia. Il prete non se accorge, così preso dalla sua visione. Si siede – trema
– spossato dalla febbre. Qualcosa di soprannaturale è accaduto.
Poi si accorge del quaderno sul tavolo, ricorda la lontra scaturita dal lago e
un uomo che la chiama con un suono. Apre il quaderno e decifra i versi. Trova
una penna, un foglio, li ricopia.
*
Che te ne fai del mezzo uomo
mezza faccia
orlo sfilacciato?
Veglia di un unico occhio
glabro sonno dell’indomani
Il suo vigore
osso deforme delle conseguenze
I suoi talenti
depravata privazione della fuga
Come correggerai
il veterano delle negazioni
il sopravvissuto a tutto?
*
Odo l’orda dei tuoi in estasi
grida di uccelli, perfetti un tempo
di bestie dalle gole ingolfate
che non raggelano sintassi.
E sento il dire, la fronte sfrontata di Neanderthal
che si fa poderosa chiacchiera
la mascella-macina dell’Uomo di Giava sublimata in pettegolezzo.
Il verbo torce la voce
sotto il diaframma
finché il grido digrada e il dire
si fa fistola
che distilla e installa
come un medico cretino o scaltro
col suo anno dopo anno
di sanguinari intrugli
di quasi e più tardi
lungo una vita di vitalizi.
*
Chi sei?
Il ragno artiglia il moscone – panico di morte
diventa d’improvviso assorta assortita quiete.
L’ermellino preme sulla nuca del rannicchiato coniglio
che fissa l’orizzonte.
Fotografia di gente – a bocca aperta
nello sparo che impera e impetra
e tu mi afferri
così forte che il sangue balza nei denti
e “presto!” bisbigli “oh, presto!”
e “ora! ora! ora!”
Ora cosa?
Che io oda l’età della terra
Che io senta
la madre sollevarmi dalle sue gambe?
**
Cercando di essere una foglia
nel tuo regno
per un istante sono foglia
e la tua pienezza mi raggiunge
ma sono ricacciato
nel mio volto e dentro le mani
come l’uomo elettrico
che si divincola dalle cinghie
*
Cavalca la terra
su un mulo, su un leone.
Cavalca i cieli
sul grande toro bianco.
È una mela.
Chi la coglie
inchioda il proprio cuore
all’albero senza foglie.
*
I cacciatori sulle ondeggianti equine torri
hanno facce sfaccettate come taglieri di macellaio, sono furiosi.
Hanno perso la volpe.
Hanno perso i cani.
Non posso aiutarli.
Quello che caccio
il solo
che farò a pezzi
e del cui sangue lorderò le tue guance
è sotto il mio cappotto.
*
Ho detto addio alla terra
sono entrato nel vento
che si inoltra in tunnel di fuoco
sotto la montagna d’acqua
arrivai alla luce
e non avevo ombra
vidi il fiocco di neve crocefisso
sui chiodi del nulla
ho sentito gli atomi pregare
per entrare nel suo regno
per essere spezzati come pane
su una nera soglia e sanguinare.
Ted Hughes
*In copertina: Ted Hughes nel 1978
L'articolo “Cercando di essere foglia”. Intorno a un libro sciamanico di Ted
Hughes proviene da Pangea.
Il 22 settembre, al Teatro Nuovo Ateneo di Roma, è andato in scena Waiting in
the dark, drammaturgia di Francesco d’Alfonso liberamente ispirata a Assassinio
nella cattedrale di Thomas S. Eliot, nella traduzione inedita di Iolanda
Plescia. L’incasso dello spettacolo è destinato al sostegno degli studenti
detenuti del Polo Universitario Penitenziario della Sapienza. Assassinio nella
cattedrale, scritto da Eliot nel 1935, dopo la sua conversione, mette in scena
il martirio di Thomas Becket e appartiene alla stagione del teatro in versi con
cui il poeta porta nel Novecento una materia religiosa e politica. La prima
rappresentazione italiana, l’11 marzo 1940, al Teatro dell’Università di Roma,
inaugurò la storia scenica italiana del dramma. È curioso, dunque, che sia
ancora una volta uno spazio universitario a riaprire quella vicenda.
La prima cosa che si vede, quando si apre il sipario, è il buio. Ma non è un
buio vuoto. È un buio abitato, organizzato, quasi rituale: due figure velate ai
lati della scena, davanti ai leggii; una scala coperta di rosso al centro, che
sale verso un fondale nero; quattro piccole luci ai suoi piedi. I personaggi
entrano con un cero in mano, lo depongono e si siedono. Il ticchettio di un
orologio accompagna il loro ingresso. Prima ancora che la storia cominci,
dunque, il palcoscenico ha già stabilito la propria condizione: l’attesa.
> «Fermiamoci qui. Qui attendiamo».
Non c’è ancora Thomas Becket. Non c’è ancora il conflitto. Ci sono degli uomini
che aspettano e che, nell’attesa, sono costretti a testimoniare. La prima azione
dello spettacolo è dunque quasi un’azione mancata, una rinuncia all’azione. E
questa immobilità non ha nulla di pacificato. Nella terra desolata d’acqua e
fango, nel vento, nel buio, nell’anno nuovo che «attende, respira, sussurra», il
tempo non è una promessa ma una minaccia.
È una scelta registica precisa quella di Francesco d’Alfonso. Canterbury non
viene ricostruita come un luogo storico, ma ridotta a una forma essenziale,
quasi mentale. Le candele, i veli, la croce che apparirà più tardi, la scala
rossa non descrivono un’epoca: la evocano. E proprio per questo la vicenda di
Becket può attraversare il Medioevo, il Novecento di Eliot, scritto nel 1935,
tra le due guerre, e arrivare fino al presente. Non occorre dichiarare il
passaggio: è già inscritto nella forma della scena.
Anche gli attori, all’inizio, appartengono a questa forma. Irene Ciani
interpreta la Donna di Canterbury, che nell’originale di Eliot è un coro di
donne; Matteo Santinelli il Sacerdote, che nell’originale appartiene al coro dei
sacerdoti; Leonardo Della Bianca e Stefano Poeta interpretano invece, assumendo
una doppia funzione, i quattro Tentatori e i quattro Cavalieri. Stefano
Guerrieri è Thomas Becket. Questa distribuzione è importante perché mostra
immediatamente il lavoro drammaturgico compiuto da d’Alfonso: non una semplice
messinscena di Eliot, ma una riduzione e una ricomposizione della materia corale
dell’originale.
Quando Thomas entra, qualcosa si rompe. La musica cambia. La croce appare. Il
centro si illumina. Guerrieri percorre il tappeto rosso con una presenza che non
ha bisogno di imporsi: è il suo stesso attraversamento dello spazio a modificare
la scena. Sale verso il proprio scanno e passa accanto alla Donna e al
Sacerdote, che gli tendono la mano. La geometria fino a quel momento orizzontale
e collettiva acquista una verticalità. Qualcuno si stacca dalla comunità e sale.
Ma non è l’ingresso rassicurante dell’eroe che torna fra i suoi. La Donna ha già
paura di lui. «Tu vieni portando morte a Canterbury». L’uomo che arriva portando
la pace porta con sé anche la possibilità della rovina.
Irene Ciani è particolarmente efficace proprio nel sostenere questa
contraddizione. Non cerca di trasformare la Donna di Canterbury in un
personaggio individuale nel senso tradizionale: conserva qualcosa della sua
natura corale, e proprio questa sottrazione rende credibile il suo «noi». La sua
interpretazione dà peso alla condizione di una comunità che non governa gli
eventi ma ne subisce le conseguenze. È una presenza che acquista
progressivamente densità: dalla paura iniziale alla richiesta di salvezza, fino
al lutto e alla frase conclusiva, «Noi non volevamo accadesse nulla». Ciani
riesce così a non fare della Donna una semplice voce di commento: la rende il
punto umano attraverso cui misurare il prezzo dell’azione di Thomas. La sua
prova convince proprio per questa capacità di non cercare l’effetto. La Donna
acquista forza senza uscire dalla misura del coro, e proprio questa misura rende
più concreto il dolore che attraversa la scena. Ciani dà alla paura una forma
trattenuta e fa sì che quel «noi» non sembri una formula poetica, ma la voce di
esseri umani che vorrebbero soltanto continuare a vivere.
Accanto a lei, Matteo Santinelli costruisce un Sacerdote meno assertivo che
interrogativo. È una scelta efficace perché evita di fare della figura religiosa
un portatore automatico della verità. Santinelli lavora invece sulla posizione
incerta di chi appartiene al sacro ma è ancora un uomo, e dunque conosce la
paura. La sua presenza serve a mantenere aperta la frattura tra fede e storia:
non è il sacerdote che spiega ciò che accade, ma quello che deve attraversarlo
senza poterlo comprendere fino in fondo. Santinelli è efficace soprattutto nel
non irrigidire mai questa incertezza in una figura astratta. Il suo Sacerdote
rimane un uomo dentro una situazione più grande di lui, e questa misura rende
credibile il suo rapporto con Thomas: non è la voce di chi possiede una verità,
ma quella di chi cerca di non perdere la propria mentre tutto intorno si
disgrega.
Guerrieri ha il compito più difficile, perché Thomas rischia continuamente di
diventare un monumento: arcivescovo, santo, martire, oppositore del potere. La
drammaturgia gli chiede invece di essere prima di tutto un uomo. E
l’interpretazione funziona proprio quando lascia intravedere, dietro la figura
pubblica, l’uomo che ancora desidera. Le quattro tentazioni non sono soltanto
episodi della trama: sono prove successive attraverso cui il personaggio viene
ricondotto alla propria umanità. Piacere, amicizia, potere politico, interessi
nazionali, gloria: il tentatore non gli offre qualcosa di sconosciuto, ma gli
restituisce ciò che già possiede.
> «Chi sei tu, che mi tenti coi miei stessi desideri?»
È qui che Guerrieri dà al personaggio la sua dimensione più interessante: Thomas
non deve semplicemente resistere agli altri, deve riconoscere ciò che negli
altri appartiene ancora a lui. La battuta «fare la cosa giusta per un’ingiusta
ragione» diventa così il centro della sua prova. L’interpretazione evita, in
questo modo, una lettura troppo celebrativa del martire: Thomas non arriva alla
scena già santo, ma deve liberarsi persino dal desiderio di essere glorificato
per il proprio sacrificio. Guerrieri riesce così a sostenere la complessità
senza cercare di risolverla. È una prova che acquista progressivamente peso
proprio perché non consegna subito allo spettatore un Thomas già compiuto:
l’uomo precede il martire, e il martire nasce lentamente dall’uomo. La sua
interpretazione trova qui il proprio centro, nella capacità di tenere insieme
autorità e vulnerabilità, fede e desiderio, senza trasformare nessuna di queste
dimensioni in una posa.
Della Bianca e Poeta affrontano una difficoltà diversa e, nella loro doppia
funzione di Tentatori e Cavalieri, c’è forse l’intuizione più interessante della
distribuzione. Il fatto che siano gli stessi interpreti a passare dalla
seduzione alla minaccia rende concreta la continuità fra il potere che parla e
il potere che colpisce. Nei Tentatori la parola deve convincere; nei Cavalieri
deve imporre; dopo l’uccisione deve giustificare. I due interpreti sostengono
bene questo slittamento e soprattutto evitano di separare troppo nettamente la
tentazione dalla violenza: prima il potere costruisce le proprie ragioni, poi
trova gli uomini che le trasformano in forza. È una prova che funziona
soprattutto per la sua duttilità. Della Bianca e Poeta non hanno bisogno di
costruire due antagonisti riconoscibili una volta per tutte: la loro efficacia
sta nel passaggio, nella possibilità di essere prima persuasori e poi
persecutori, prima uomini che parlano e poi uomini che eseguono. È proprio
questa trasformazione, più che una caratterizzazione individuale, a dare
consistenza ai loro personaggi. La loro presenza acquista così una durezza
progressiva, fino alla freddezza dell’ultima parola, quando l’assassinio deve
diventare una versione ragionevole dell’assassinio.
È un passaggio importante anche per il modo in cui d’Alfonso dirige la scena. La
violenza non arriva come qualcosa di improvviso e inspiegabile: viene preparata
dal linguaggio. Quando i Cavalieri, dopo aver ucciso Thomas, si rivolgono al
pubblico e spiegano il proprio gesto come necessità, legge, ordine e ragione, la
morte non è ancora finita. Deve essere amministrata attraverso una versione dei
fatti. Il potere non coincide quindi soltanto con la forza: ha bisogno di
raccontare la forza come necessaria.
È questa, la parte più contemporanea dell’operazione registica. Il Medioevo
di Waiting in the dark non viene usato per allontanare la storia, ma per
renderne più visibile il meccanismo. Guerre, dittature, ragion di Stato,
violenza esercitata in nome dell’ordine appartengono al Novecento evocato da
Eliot, ma anche al presente. E tuttavia lo spettacolo evita una semplificazione:
Thomas stesso deve attraversare la propria ambiguità. La sua lotta non consiste
soltanto nel rifiutare il potere degli altri, ma nel riconoscere quello che può
ancora esercitare dentro di sé.
La regia trova una delle sue immagini più forti nel destino della scala rossa.
All’inizio è la via attraverso cui Thomas sale verso il proprio posto, dentro
una scena dominata dal buio. Alla fine è lo stesso luogo in cui il suo corpo
cade. L’elemento scenografico non rimane dunque decorazione: la regia lo
trasforma progressivamente in una figura del destino del personaggio. Il rosso
che all’inizio possiede qualcosa di rituale e solenne diventa, dopo la morte,
inevitabilmente il colore del sangue. Ciò che sembrava atmosfera si rivela
struttura.
E alla fine il teatro ritorna quasi al suo principio. La Donna e il Sacerdote si
avvicinano al corpo. Ritorna il «noi», ma non è più quello dell’inizio. Allora
era un noi che aspettava che non accadesse nulla; ora è un noi che deve fare i
conti con qualcosa che è accaduto. I Cavalieri parlano, il morto tace. La
tragedia passa così dal gesto alla sua interpretazione, dall’assassinio alla sua
giustificazione.
> «Noi non volevamo accadesse nulla».
Quella frase, pronunciata dopo tutto ciò che è successo, contiene la
contraddizione più profonda dello spettacolo: anche chi non vuole agire è dentro
ciò che accade. Il buio del titolo non è soltanto quello della notte, della
guerra o della morte. È il buio della coscienza quando la violenza può diventare
una ragione e quando l’uomo può raccontare a se stesso che ciò che ha fatto era
inevitabile.
> «Perché il buio proclamerà per sempre la gloria della luce».
Non è una consolazione. Non cancella il cadavere e non assolve nessuno. È
piuttosto l’ultima contraddizione di Waiting in the dark: la luce non è qualcosa
che ha semplicemente sconfitto il buio, ma qualcosa che il buio stesso rende
visibile. Il lavoro dei cinque personaggi non illustra dunque cinque idee già
compiute: le mette in rapporto, le fa entrare in conflitto, le costringe a
modificarsi. Attraverso la loro relazione, la parola di Eliot e la riscrittura
di d’Alfonso passano dal testo alla scena. Il lavoro degli attori, in questo
senso, non è separabile dalla regia: la coralità iniziale, l’apparizione
dell’individuo, la tentazione, la violenza e il ritorno al «noi» sono
altrettante trasformazioni della presenza umana nello spazio.
Waiting in the dark non racconta dunque soltanto il martirio di Thomas Becket.
Racconta il momento in cui un uomo decide di entrare nella storia e quello,
altrettanto decisivo, in cui gli altri scoprono di non poter più restare fuori.
Il teatro non ha bisogno di raccontarci che la storia entrerà nella stanza.
Quando la luce si spegne, ci accorgiamo che era già lì.
Ahmed Marouani
*In copertina e nel testo: fotografie di scena da Waiting in the dark
L'articolo “Waiting in the dark”, ovvero: perché il genio di Mr. Eliot ci parla
ancora proviene da Pangea.
Il talento di un poeta è inversamente proporzionale alla lunghezza della sua
nota biografica. Quella di Anne Carson è brevissima. “Anne Carson è nata in
Canada e si guadagna da vivere insegnando il greco antico”. Rotonda, ancillare
all’empireo, esatta. Nata a Toronto nel 1950, la Carson ha insegnato, tra
l’altro, a Princeton. A Omero – tornato di moda – preferisce i tragici: ha
tradotto Sofocle, Eschilo, Euripide; l’ultimo libro sarà edito in Italia nel
2027 – per Crocetti, che pubblica la Carson con lungimirante dedizione –;
s’intitola Antigonick, è una riscrittura dell’Antigone. Attacca così:
“Cominciamo nel buio”; Ismene e Antigone si scambiano opinioni su Hegel e
Beckett.
Non è una poetessa facile, per fortuna, Anne Carson. Per capire il suo stile
pensate a Virgilio mixato a David Lynch. Un esempio. In Era una nuvola –
Crocetti, 2021; in origine: Norma Jeane Baker of Troy, 2019 – Carson riscrive
l’Elena di Euripide dando scena a Marilyn Monroe: “La verità è/ che una nuvola
andò a Troia./ Una nuvola sotto forma di Norma Jeane Baker./ Furono gli dèi a
renderlo possibile, o quasi./ Mi portarono in volo a Los Angeles. Mi rinchiusero
in una suite del Chateau Marmont”. In un brandello della pièce, Norma Jeane
appare “nelle vesti di Truman Capote”. Nell’appendice di Era una nuvola,
Patrizio Ceccagnoli, suo storico, illuminato traduttore, intervista Anne Carson;
alla domanda sul ruolo dei classici “nella società contemporanea” la poetessa
risponde come se fosse la reincarnazione di Cristina Campo:
> “Invece di preoccuparci della rilevanza dei classici, potremmo riflettere su
> come rendere noi stessi rilevanti per i classici”.
I classici – se davvero tali – non sono “rilevanti”: vivono attorno a noi.
Sofocle sul comò; Agamennone che pulisce la vasca da bagno in cui è stato
sgozzato.
Anne Carson ha folti capelli grigi che ne accrescono la nobiltà; in un articolo
pubblicato sulla “London Review of Books” due anni fa, il giorno di Ferragosto,
s’intitola Gloves on!, ha confessato di avere il Parkinson. “Quando mi è stato
diagnosticato il morbo di Parkinson, un sintomo che ho trovato mortificante è
stato il letale disintegrarsi della grafia. Un tempo amavo scrivere sui taccuini
– ne ho degli scaffali pieni. Ora i tratti verticali si piegano, si spezzano,
spaziano in ogni direzione; le vocali sono macchie informi… il tutto è piuttosto
imbarazzante”. L’articolo – per dirvi dell’estro iliadico della Carson – levita
in una riflessione sullo ‘stile’. Di recente, Crocetti ha pubblicato un
saggio, Il genere del suono (2026), in cui la Carson elabora una ‘filosofia del
rumore’ per esplorare – così promette la quarta, sibilante – “gli stereotipi di
genere”. Più che altro, è una vertiginosa indagine sul senso del suono a partire
da Aristofane e da Hemingway. Rettifico quanto detto sopra. La Carson è Saffo –
l’ha tradotta in un libro del 2002, If Not, Winter – mixata a Marina Abramović.
La Carson, al contempo, è la poetessa più nuova e più antica di oggi. Chi ha
affinità con questi generi, riconosce alcuni tratti di Norman O. Brown e di H.
D.; ma non è questo il momento di fare i ratti da biblioteca.
L’ho letta la prima volta venticinque anni fa. L’ho letta perché Harold Bloom
diceva che Anne Carson era la più grande poetessa vivente in lingua
inglese. Diceva che era l’ultimo dei sapienti. All’epoca, in Italia, c’era
soltanto un libro di Anne Carson, Autobiografia del rosso. Stampava Bompiani;
traduceva Sergio Claudio Perroni (a cui, senza prevederlo, sarei stato
così legato) – La nave di Teseo lo ha riproposto nel 2020. Il libro – centrato
sulla figura di Gerione, estratto da un’opera di Stesicoro – mi fece
un’impressione straniante. È difficile appassionarsi alla poesia di Anne Carson:
chiede il martello dell’intelletto, obbliga a scuoiare la mente, è una sfida. Mi
appuntai il nome sul polso. Bloom era il mio oracolo, ma l’editoria italiana era
impreparata di fronte alla Carson. Pluripremiata nel mondo inglese, in odore di
Nobel da anni – troppo facile onorarla ora –, da noi non se l’è filata nessuno –
o quasi – nonostante nobili lettori (i più tenaci: Antonella Anedda, Elisa
Biagini, Carmen Gallo). Dopo avergli dedicato una copertina su “Poesia”, nel
2015 (n.307), Nicola Crocetti ha preso a pubblicarla sistematicamente da cinque
anni. La casa editrice Utopia si è concentrata sull’attività saggistica della
Carson, traducendo, tra l’altro, il suo primo libro, Eros il dolceamaro,
pubblicato quarant’anni fa, nel 1986. Meriterebbe un ‘Meridiano’.
Piuttosto. Il libro più bello della Carson è Vetro, Ironia e Dio (Crocetti,
2023; in origine 1995): la ricerca della poetessa canadese – spesso inerpicata
su un Elicona postmoderno – fa del lirismo una forma di agguato. In una sezione
del libro, La verità su Dio, la Carson fa ciò che deve fare un poeta: disseziona
l’Onnipotente. Alcuni versi sono mirabili: “…le pareti esterne di Dio sono di
vetro./ Vedo un milione di anime arrampicarsi sulle pareti interne/ per sfuggire
al Dio in fiamme,// abbandonato”.
In fondo, la Carson è una visionaria. In un’intervista rilasciata alla “Paris
Review” nell’aprile del 2024 ha detto di aver visto Ermes. Era “un autostoppista
a cui io e mio marito Currie abbiamo dato un passaggio nel bel mezzo del
Michigan, nel nulla più assoluto”. Profumava. “Era diretto alla prima biblioteca
pubblica lungo la strada, tre paesi più in là”. Vestiva, impeccabilmente, di
blu.
Quando ha ricevuto la notizia del Nobel, la Carson era in Islanda, paese di cui
è cittadina onoraria. “Ascoltava il vento”, ha riferito la segretaria
dell’Accademia Svedese. Lo ha detto con naturalezza, come si dice: sono a lavare
i piatti. Viene in mente Ezra Pound, la chiusa dei Cantos: “let the wind speak”.
Lascia che parli il vento. I cattivi poeti ascoltano se stessi. I grandi poeti
ascoltano il vento.
Per entrare nel cuore dell’opera di Anne Carson abbiamo interpellato il suo
traduttore, Patrizio Ceccagnoli.
Preliminari. Come ha conosciuto Anne Carson? L’ha conosciuta?
Ho conosciuto l’opera di Anne Carson nei primi anni Duemila a NYC dove lei era
già una star, una scrittrice culto, e io un dottorando alla Columbia University.
Ricordo che un mio amico, Gian Maria Annovi, finalista allo Strega poesia, ne
tradusse dei testi per “Nazione Indiana”. Me l’ha poi presentata un collega qui
in Kansas, un suo amico, Stan Lombardo, un classicista, noto traduttore. Grazie
a Maria Borio abbiamo partecipato a un evento online insieme. C’erano anche
Antonella Anedda, una delle prime lettrici italiane di Carson, e Valerio
Magrelli. Abbiamo un rapporto epistolare via email.
Un gioco. Descriva in tre aggettivi l’opera di Anne Carson.
Divertente, commovente, spiazzante.
Un gioco un po’ più serio. Ci spieghi perché l’opera di Anne Carson è così
importante.
È importante perché è una summa postmodernista della civiltà occidentale, da
Saffo a Heidegger, da Platone a Celan. E poi è come dicono gli accademici
svedesi, è giocosa.
Se devo dire del suo lavoro direi: dedizione; pervicacia. Quanto è difficile
tradurre un’autrice difficilissima come Carson? Come lavora? Interloquisce con
lei? Preferisce agire in solitudine?
Ci interloquisco il meno possibile, perché Anne non ama spiegarsi, non puntando
alla chiarezza, alla linearità. A volte abbiamo scelto dei titoli alternativi
insieme: Era una nuvola per Norma Jeane Baker of Troy lo ha proposto lei; Come
l’acqua per Plainwater l’ho suggerito io, lei ha accettato.
Bibliografia ludica. Ci dica: a) Il libro che ama di più di Carson (e perché);
b) Il libro che consiglia a un lettore che non ha mai letto finora Carson (e
perché).
Amo Economia dell’imperduto, il primo che ho tradotto, perché mi ha consentito
il neologismo per cui ho dovuto combattere. E poi direi Vetro, Ironia e Dio,
perché è una raccolta degli esordi con uno dei testi più belli, Il saggio di
vetro. C’è anche un testo ambientato a Roma e Orvieto, The Fall of Rome.
Ci dica la poesia-amuleto di Carson, quella che continua a folgorarla.
Direi Il saggio di vetro, o alcuni testi di Decreazione, quelli che parlano di
Monica Vitti e Antonioni.
Bibliografia mistica. Quale libro di Carson non ha ancora tradotto e vorrebbe
tradurre.
Nox! For sure.
Cosa insegna Carson sul modo: 1) di dialogare con i cosiddetti ‘classici’; 2) di
intendere la poesia.
Ci ricorda che il dialogo è ancora possibile e che la poesia è solo uno dei modi
di relazionarsi agli altri, ma è profondo e durevole.
…che cos’è per lei poesia?
A costo di suonare dannunziano, lo scarto dalla banalità, dal luogo comune, dal
linguaggio dei mass media, dell’IA. È il linguaggio idiomatico e idiosincratico
di Anne Carson.
**
La crisi di Dio
A volte Dio piomberà su di voi in preda all’ira.
Vi lascerà nel letto a mugolare.
Non prendetela malamente.
Perché le pareti esterne di Dio sono di vetro.
Vedo un milione di anime arrampicarsi sulle pareti interne
per sfuggire al Dio in fiamme,
abbandonato.
*
Il colpo di stato di Dio
Dio è una grandiosa incisione del cuore.
Sulla strada dove l’uomo si leva, possa Egli,
come dice il profeta,
indugiare.
*
La donna di Dio
Sei arrabbiata con la natura? disse Dio alla Sua donna.
Sì, sono arrabbiata, non voglio la natura conficcata
in mezzo alle mie gambe sulla tua bacchetta rosa
o scodellata come la geografia ogni volta
che la tua fibbia abbia bisogno di una leccatina.
Che intendi per Creazione?
Dio la circondò.
Fuoco. Tempo. Fuoco.
Scegli, disse Dio.
*
Il lavoro di Dio
Il chiaro di luna in cucina è un segno di Dio.
Il tipo di tristezza che come un nero tubo ci risucchia
dal nostro stesso ombelico e che i buddisti chiamano
“assenza di un manto mentale” è un segno di Dio.
I vicoli ciechi che come ciglia delimitano
l’umana conversazione sono un segno di Dio.
Perfino la calma di Dio è un segno di Dio.
Quell’odore sorprendentemente freddo di patate o denaro.
Solidi blocchi di silenzio.
Da questi diversi segni si può vedere
quanto lavoro rimanga da fare.
Mettete via la tristezza, è un ammanto del lavoro.
Da: Anne Carson, Vetro, Ironia e Dio, a cura di Patrizio Ceccagnoli, Crocetti
Editore – Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2023
**
Sul giovane di notte
Il giovane di notte si sarebbe fatto portare in giro intorno al grido. Questo si
trovava nel mezzo della città e lo guardava a sua volta con il suo calore e le
sue pozze carnali di rose. Una lava terrificante brillava sull’anima del
giovane. Senza fermarsi, continuava a fissare.
*
Sulle orchidee
Viviamo scavando gallerie perché siamo dei sepolti vivi. A me le gallerie da te
scavate sembreranno stranamente senza meta, orchidee sradicate. Ma la fragranza
è immortale. Un ragazzino è scappato da Amherst qualche giorno fa, scrive Emily
Dickinson in una lettera del 1883, e quando gli fu chiesto dove stesse andando,
rispose: Vermont o Asia.
*
Su Hölderlin e la ferita della notte del mondo
Forse il re Edipo aveva un occhio di troppo, disse Hölderlin continuando a
salire. Sopra le cime degli alberi tutto è vuoto come dentro a un polso. La
roccia resta. I nomi restano. I nomi gli cadevano addosso, sibilando.
Da: Anne Carson, Come l’acqua, a cura di Patrizio Ceccagnoli, Crocetti Editore –
Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2025
L'articolo Tra Saffo e David Lynch: qualcosa su Anne Carson (e sul suo
traduttore) proviene da Pangea.
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai
farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di
nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle
nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho
preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e
tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi
al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li
insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece
uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano
degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete,
chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli
che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava
l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito
nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi
e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». (Mt 22,1-14)
*
DESIDERIO NON CONDIVISO
Non so dire se la vita sia una festa a nozze. Non so dire se vivere sia una
festa. L’ombra lunga del dolore, del fallimento, dei sogni che si infrangono,
del tempo che passa, della malattia. Del male nel mondo. Del peccato che stringe
i cuori. Non so dire, anche se mi reputo felice, se vivere sia davvero una festa
di nozze. Forse la vera festa di nozze è la morte.
O meglio, il passaggio tra le braccia dell’Eterno.
Forse, se avessimo il coraggio di recuperare davvero quella visione del mondo e
della vita, potremmo comprendere cosa significhi vivere beati. In attesa dello
Sposo.
> “Ma l’incontro decisivo è quello con Dio, poiché Dio è il reale per
> definizione, ciò che ha valore per essenza. Solo in questo incontro, se
> vissuto correttamente, l’uomo diventa quell’essere che il suo Creatore ha
> voluto”.
>
> (Romano Guardini)
Nascere, amare, soffrire, cercare, pensare, ogni nostra azione dovrebbe essere
svelata per quello che è, spazio per poter fare esperienza del reale, e il
reale, ha ragione Guardini, è solo Dio. Comprendo la fatica di giustificare
questa affermazione che, in tempi di individualismo esasperato e di relativismo
suona con un timbro di rigida assertività. Ma proprio in tempi confusi e malati
sento sempre più il bisogno di profili credibili, non tanto e non solo a parole,
ma nella vita. Martiri, testimoni. Che con radicalità e misericordia sappiano
raccontarmi che solo l’incontro con Dio rende reale la vita. E che tutti noi
siamo creature figlie del desiderio di un Creatore.
Un Dio che desidera alleanza con l’uomo, che lo invita al banchetto e un uomo
che, invece, preferisce altro. Un uomo incurante di Dio e un Dio fallito nel suo
desiderio d’amore. Gli invitati declinano l’invito. E così si condannano.
> “La sua esistenza (dell’uomo) non si realizza nello sviluppo e nel compimento
> di una «natura», ma nell’attuarsi di una «storia», in quanto egli incontra ciò
> che esiste al di fuori di sé, prende posizione, prova, agisce e crea. In
> quest’incontro si definisce di volta in volta il suo essere. (…) La figura che
> ne rappresenta il carattere non è il cerchio chiuso in se stesso bensì l’arco
> proteso verso ciò che gli viene incontro”.
Dio è l’arciere; i servi sono le sue frecce. Il Creatore cerca, prega, invita.
Paradosso: è quello che dovrebbe fare l’uomo, sono le azioni di un credente. Dio
è il vero credente. Invece la creatura spezza le frecce. Boicotta l’amore del
re. Ammutolisce il Creato.
Saranno categorie che suonano antiche, ma se il reale viene svuotato dal
Creatore (cioè dall’unico reale), quel che resta è una vita orizzontale che si
muove solo per cause ed effetti. Quel che resta è il “proprio campo”, cioè uno
spazio di mondo privatizzato che non contiene più nessun tesoro, nessuna
perla. Ma se il campo è muto di Dio perché dovrei andare a lavorarlo? Per chi?
Come pretendere di strappare felicità degne di reggere l’ambizione del termine,
se mi condanno all’individualismo più bieco. Se mi richiudo nel cerchio
spezzando l’arco?
Un uomo condannato ai propri affari è espropriato del reale. Il materialista,
secondo questa logica, è l’uomo astratto. Molto più dell’uomo di fede!
La reazione di chi si ostina a chiudere fuori il Creatore dal creato può essere
violenta. Ogni segno viene bruciato dalla decisione che non possa esistere Dio;
ci si condanna a non voler vedere segni che si muovono su altri paradigmi, si
prova una certa soddisfazione a definirsi non toccati dal dono della fede. Ma il
reale è un arco e l’invito è costante e continuo. E non riconoscerlo condanna
all’infelicità.
*
PERCHÉ NO?
Certo che non è facile credere e non è immediato neppure sentire il sussurro di
Dio nel grido scomposto di certe esistenze. Ma in qualche modo siamo chiamati a
rispondere all’appello di essere stati messi al mondo. Sempre Romano Guardini mi
aiuta con parole che io, probabilmente, non avrei avuto il coraggio di scrivere,
non così:
> “È sconcertante osservare ciò a cui l’uomo moderno attribuisce importanza e
> ciò che trascura. A volte pare che le cose abbiano per lui un peso tanto
> minore quanto più sono prossime al centro della sua esistenza”.
Lo sconcerto di Guardini mi interroga. Lo lascio brillare ai piedi di questa
pagina evangelica che colpisce per il violento rifiuto che l’uomo opera verso
l’invito di Dio. E poi lo mastico, quello sconcerto, boccone amaro, esame di
coscienza. Non basta scrivere di Dio, non basta essere prete, non basta vivere
isolato. Cosa ho posto davvero al centro della mia esistenza? A quali inviti sto
rispondendo, quali messaggeri di Dio sto uccidendo?
Quando sono cerchio sento il peccato originale che, come cappio, mi soffoca:
come trovare il coraggio di essere arco? Ma anche in questa domanda si cela la
grande tentazione umana. Il proprio campo, i propri affari, la propria fede, il
proprio impegno di credere, tutto è “proprio”, sempre e solo il nostro io, così
il cerchio si chiude su di noi.
E la città fortificata brucia.
*
LA REDENZIONE
> “Ora la fede dice che l’uomo non può arrivare a Dio per virtù propria, ma per
> la grazia garantita dall’azione redentrice di Cristo. Ciò che lo eleva alla
> nuova vita è il perdono, quell’atto divino rivolto non al bene, ma al male
> dell’uomo; l’atto di sommo amore con cui Dio si rivolge all’uomo e lo
> assolve”.
E allora rieccomi per strada. Non più buono o cattivo, ma buono e cattivo. A
salvarmi può essere solo il mio espormi alla vita e alla sicurezza che Cristo
passerà a chiamarmi. La cosa essenziale è che io stia attento. L’attenzione,
tensione, corda d’arco, forma somma di preghiera. Non so come mi chiamerà oggi,
non so che volto avrà Cristo tra i traffici confusi della mia quotidianità, ma
so per certo che anche oggi verrà a cercarmi.
E verrà a cercare me per assolvermi. Anche fare trincea dei propri limiti è
forma d’orgoglio. Falsa umiltà. Cristo oggi, adesso, cammina nella mia storia,
nella storia di tutti; capitolare al suo insensato amore è l’unica salvezza, il
prezzo per accedere al reale. Un Cristo che cammina nel mio male. Si fa trovare
lì. E non è illusione. Non è scelta di comodo, perché il Dio del Vangelo non è
l’evanescente presenza che annulla il male in nome di una divina amnistia.
Lasciare entrare Cristo nel mio male fa male. Perché apre alla necessità della
conversione.
Non basta accettare di entrare al banchetto delle nozze perché tanto tutto e
tutti sono stati perdonati. Occorre rivestirsi di Cristo. È scelta battesimale.
Conversione vera e a caro prezzo, una morte diversa. Altrimenti non si
comprenderebbe la condanna finale del re contro l’uomo senza l’abito adeguato.
*
VERITA’ E MISERICORDIA
Ritorno alla parabola del Vangelo di oggi; non posso fingere che non ci sia
giudizio, che non ci sia condanna; non riesco a piegarmi ad una sola
interpretazione allegorica del testo. La città brucia, uomini sono ammazzati e
l’inviato senza vestito nuziale è gettato nelle tenebre. Non posso credere che
la misericordia divina sia una spugna gettata sulla storia; renderebbe
indifferente ogni atto umano, sarebbe solo l’umiliazione della nostra libertà.
Non può essere tutto uguale.
> “Una realtà superiore è male intesa se causa la scomparsa di una realtà
> inferiore, perché anche questa è verità. La redenzione non è opera
> dell’entusiasmo, ma di un amore che è verità. La grazia di Dio è tutto; ma
> questo non significa che l’azione terrena, gli errori della vita, le
> distorsioni e le lacune dell’essere non siano nulla. Sono qualcosa, e lo sono
> dinanzi a Dio che è verità. E il suo amore non consiste nell’eliminare le
> ultime mancanze, ma nel condurle alla verità e nel porre riparo a ognuna di
> esse, anche alla più piccola, e in modo radicale”.
Mi aggrappo alle parole di Guardini, a quella verità che è Dio. Verità e
misericordia si incontreranno, come dice il Salmo 85, e nessuna delle due sarà
umiliata. Rileggo la parabola, la ripenso in prospettiva della mia morte,
dell’Eterno a cui cerco di credere e alla mia storia attuale. Rileggo la
parabola e sento che è, prima di tutto, un maestoso invito, una professione di
fede che Dio pone nei confronti dell’uomo. E questo mi spaventa, mi commuove e
mi spinge alla conversione:
> “Quando un uomo simile entra nella luce divina, vede se stesso con gli occhi
> di Dio. Ama la santità di Dio e odia se stesso, che è in contrasto con quella
> santità. Prende coscienza del suo stato. Ora vive ciò che prima soltanto era,
> o forse presentiva. Vivrà se stesso come colui che è dinanzi a Dio: questa
> sofferenza dev’essere inimmaginabile, eppure è feconda”.
E se anche Guardini si sta riferendo alla “purificazione dopo la morte”, io
sento che la lettura di questa pagina del Vangelo ci raggiunge qui e ora, che la
Sua luce può iniziare a invaderci già qui, con verità e misericordia. Solo a
Dio affiderei di fare verità su di me. Forse questa è fede. E nella fatica
ringrazio perché:
> “…mai come nel messaggio cristiano si attribuisce tanta grandezza all’uomo,
> nessun’altra dottrina prende tanto seriamente il mondo, e mai come per mezzo
> di Cristo le cose create, che esistono nella temporalità, s’innalzano con
> tanta risolutezza verso Dio e sono assunte in Lui”.
Alessandro Deho’
Tutte le citazioni sono tratte da: Romano Guardini, “Le cose ultime”, Vita e
Pensiero, 1997
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Giovanni Pisano, Cristo crocefisso, XIII secolo
L'articolo Il cerchio o l’arco proviene da Pangea.