N ella prefazione al libro di Monica Gagliano, Così parlò la pianta (2022),
testo di riferimento per gli studi sulle modalità attraverso cui le piante
sentono e comunicano tra di loro, Suzanne Simard, professoressa di forest
ecology presso la University of British Columbia (Vancouver, Canada), annota uno
spunto illuminante su cui è opportuno soffermarsi. Simard mette in relazione le
recenti scoperte scientifiche sulla sensibilità e sull’intelligenza vegetale ‒
rese note da Gagliano, Stefano Mancuso, Daniel Chamovitz, Eduardo Kohn, Anthony
Trewavas, ma anche Paco Calvo ed Emanuele Coccia ‒ con la saggezza degli
aborigeni del Nord America, depositari dei segreti della vita delle piante e
delle foreste. Prima di qualsiasi brevetto scientifico occidentale, è stato il
sapere delle comunità indigene a rivelare la dimensione relazionale della vita
vegetale, il profondo legame tra uomo e piante, individuando nella vita e nel
comportamento delle piante quegli aspetti che oggi riscopriamo attraverso gli
occhi della scienza, della filosofia e della biologia vegetale, e soprattutto
mostrando la necessità di preservare l’interdipendenza tra ambiente naturale ed
esseri viventi.
Autrice di un importante contributo dell’ecologismo mondiale e oggi direttrice
del The Mother Tree Project, Simard lavora al tentativo di ristabilire la
connessione rigenerativa tra l’uomo e le foreste, cioè con la natura, in un
periodo in cui i cambiamenti climatici segnano un profondo mutamento
dell’ambiente naturale. Partendo dal concetto di collaborazione delle piante,
Simard suggerisce di compiere una vera e propria reimmersione nel mondo vegetale
e nelle sue interrelazioni. L’intelligenza e la saggezza della foresta che
Simard svela nel suo libro è data dalla relazionalità e dallo scambio di
informazioni che la vita sotterranea indica, e che l’autrice ha brillantemente
individuato nelle reti micorriziche, sistemi fungini sotterranei che collegano
gli alberi e consentono lo scambio di informazioni e sostanze nutritive. Sulla
base di queste comunicazioni vegetali, la tesi centrale di Simard intende
mostrare che queste reti invisibili rivelano come la cooperazione, e non la
competizione, costituisca il cuore dell’evoluzione e della vita naturale.
> Prima di qualsiasi brevetto scientifico occidentale, è stato il sapere delle
> comunità indigene a rivelare la dimensione relazionale della vita vegetale, il
> profondo legame tra uomo e piante.
La tesi di Simard, tuttavia, affonda le sue radici in un sapere che supera la
tradizione scientifica occidentale a cui fa riferimento. Si tratta, infatti,
della saggezza indigena dei nativi americani, che aveva già individuato nella
collaborazione tra corpi il sistema della natura. Se questo aspetto sfugge, in
qualche modo, alla storia della cultura europea, e se questi spunti sono assenti
nei curricula accademici e scolastici dei nostri Paesi, sono invece le
tradizioni non europee a rivelarne l’importanza. Questo nesso è stato esplorato
da Robin Wall Kimmerer nel suo: La meravigliosa trama del tutto (2022). E su
questo aspetto meno diffuso tra i lettori vorrei focalizzare l’attenzione.
Direttrice del Center for native peoples and the environment, Wall Kimmerer nel
suo libro rivela un magnifico intreccio tra il sapere scientifico,
l’insegnamento accademico che ha ricevuto come studiosa di botanica da un lato,
e la saggezza indigena dei nativi americani che ha ereditato e acquisito
nell’incontro con i membri della sua famiglia, mostrando come queste due vie non
siano alternative ma possano coesistere e completarsi. La prima ci permette di
conoscere le piante e la natura, in una precisa divisione tra classi e generi, e
nello studio oggettivo di come funziona la vita delle piante. Ma agli occhi
dell’autrice questo sapere riduce le piante a oggetti separati, distinti dalla
vita umana, veri e propri oggetti pronti all’uso. Il rischio concreto è di
ridurre coerentemente questo approccio allo sfruttamento della vita vegetale.
In modo diverso, la saggezza indigena svela l’importanza della relazione degli
esseri umani con la natura e le piante al fine di conoscerne la bellezza, una
relazione che non si limita a un metodo di conoscenza, ma pervade tutte le
nostre modalità di comprensione ‒ nel comprendere, infatti, la nostra conoscenza
diventa relazione. La radice ecologica risiede nella capacità di individuare e
valorizzare questa relazione, ma vi è qualcosa di più, proprio perché questa
relazionalità può collegarsi alla scienza della natura. Come sottolineato da
Gregory Cajete, nel libro Look to the Mountain: An Ecology of Indigenous
Education (1994), questa prospettiva di conoscenza integrale deve coinvolgere le
quattro modalità della nostra esistenza, il cervello, il corpo, le emozioni e lo
spirito, e se l’aspetto scientifico privilegia due di queste vie va integrato a
una sapienza che metta in risalto la relazione con la natura.
In questo orizzonte, Wall Kimmerer colloca la riflessione sulla vita delle
piante, alla luce della relazione profonda che la natura instaura tra i diversi
corpi. Nella visione indigena, il mondo naturale non è una scala di esseri,
nella tirannia del più forte secondo la logica individualista della separazione,
ma è una democrazia di specie, quasi come se fosse una circolarità naturale. Al
di là della logica dell’economia di mercato, regolata dallo sfruttamento e dalla
separazione dei beni, il modello che si sviluppa a partire dalla relazione con
il mondo vegetale si fonda sulla cura, sullo scambio e l’incontro, in un
abbraccio che segue la logica del dono e della reciprocità: coltivare la natura
o raccogliere un frutto non è, quindi, una mera appropriazione, anche se quel
frutto poi verrà mangiato dal suo raccoglitore, e non lo è nella misura in cui
si stabilisce una rete relazionale profonda e uno scambio mutuale, sostiene Wall
Kimmerer.
> Nella visione indigena, il mondo naturale non è una scala di esseri, nella
> tirannia del più forte secondo la logica individualista della separazione, ma
> è una democrazia di specie, quasi come se fosse una circolarità naturale.
Se la scienza occidentale ha piuttosto distinto e isolato l’altro, l’autrice
mostra un ulteriore intreccio con l’insegnamento delle piante, che svela come
funziona l’interrelazione vitale tra i diversi corpi. La coordinazione che, per
esempio, si nota tra la fruttificazione e la raccolta di frutti compiuta da
alcune specie animali, denota secondo l’autrice una sincronicità che va oltre la
mera relazione ambientale, e sembra piuttosto confermare l’attività comune e la
capacità di dialogo tra i diversi corpi naturali. Un insegnamento che si
acquisisce dalla natura, e che quindi abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, ma
che è stato codificato in modo efficace della sapienza tradizionale indigena.
Tra gli esempi, vi è quello di un’erborista Navajo che sostiene vi siano legami
duraturi tra determinate piante, così rivelando una sorta di simbiosi e di
scambio comunicativo in una relazione sostenibile con l’ecosistema. Da ultimo,
questo insegnamento trova conferma negli studi sulla simbiosi con i funghi –
sono infatti i lavori di Simard ad aver mostrato l’importanza delle reti
micorriziche nel costruire una catena di interrelazioni e reciprocità mediante
cui le piante comunicano tra di loro e stabiliscono una connessione vitale
fondamentale per l’intero ecosistema.
Che cosa altro ci dice questo aspetto? Secondo Wall Kimmerer, la vita delle
piante indica la possibilità di ripensare la natura non come oggetto da
sfruttare, ma come relazione. C’è di più: l’autrice definisce questa relazione
come un dono, la cui caratteristica centrale è lo scambio reciproco e
l’attenzione e la cura dell’altro (di chi coltiva la pianta, ma anche della
pianta stessa verso chi la abita). In tal senso, questa relazione apre
implicitamente l’orizzonte a un sistema economico e sociopolitico fondato sullo
scambio e sulla cooperazione, e quindi contrapposto a certe, numerose derive
dell’economia di mercato e della globalizzazione, come ad esempio le pratiche di
sfruttamento delle risorse naturali, che sono alla base della crisi ecologica
attuale. In alternativa a queste relazioni negative tra uomo e ambiente,
sviluppatesi nella cultura occidentale, Wall Kimmerer riporta una serie di
storie della tradizione orale indigena americana, al fine di mostrare le
possibilità di una relazione positiva con l’ambiente, che non è utile solo a
preservare la natura ma serve, in qualche modo, anche agli esseri umani: la
ricerca della felicità, per esempio, trova la propria realizzazione in una
relazione sostenibile con l’ecosistema naturale, in una reciprocità ultima che
l’autrice ha sperimentato raccogliendo fagioli.
A tutt’altra latitudine, un percorso analogo si ritrova nella cultura indiana ed
emerge nel lavoro di Sumana Roy, Come sono diventata un albero. Una canzone
d’amore (2022). Anche in questo caso, non si tratta di una semplice relazione
affettuosa con le piante, ed è ben più che l’abbandono della propria condizione
umana e ben più che un rapporto ristretto all’uso delle piante come abbellimento
casalingo. Le piante non si rivelano semplicemente come altro rispetto agli
esseri umani, ma mostrano un’alternativa che non è privazione. Come in altri
casi, Roy combina la frustrazione per la caoticità della vita umana con
l’incontro con l’alternativa delle piante, il cui silenzio è il suono della
resistenza e dell’economicità, cioè di una ribellione, di un’attività, non di
una mera passività. Il mondo vegetale, infatti, non è un mero ricettore, non un
mero oggetto, ma un attore nel mondo.
> Se è vero che le analogie tra piante e animali, e la metamorfosi del corpo
> umano in pianta hanno popolato la cultura occidentale fin dalle origini,
> Sumana Roy segue una linea più profonda e radicale, in cui la pianta non è un
> essere umano dimezzato, ma rivela una superiorità vitale importante.
Come nel caso di Wall Kimmerer, Roy combina l’esperienza personale alla propria
tradizione culturale, unendo filosofia, storia letteraria e botanica. Partendo
dalla filosofia di Deleuze e Guattari, Roy si immerge nella prospettiva di
diventare una pianta, traslando le proprie esperienze e adattandole al mondo
vegetale. Così, l’autrice non vede solamente la vita delle piante attraverso le
lenti umane, ma mostra il tentativo di trasformare il proprio sguardo e le
proprie relazioni accordandole al sistema vegetale. Fuor di metafora, l’autrice
intende cambiare tutti gli aspetti della sua vita, adeguandosi a quello che è lo
stile delle piante, di cui ricostruisce le caratteristiche nel corso del libro
e, in tal senso, intende diventare pianta.
Questo percorso si sviluppa dall’elaborazione di un modo nuovo di guardare la
natura vivente: se è vero che le analogie tra piante e animali,
l’immedesimazione e la metamorfosi del corpo umano in pianta hanno popolato la
cultura occidentale fin dalle origini ‒ si pensi all’opera di Orazio o ad
Apuleio, alla pena dell’inferno dantesco, o alla dendolatria, la venerazione
degli alberi che emerge nella pervasività della metafora arborea, ma anche
all’albero della vita (l’albero Tuba del Corano, il Yggdrasil della tradizione
normanna, l’albero Mahabodhi, e l’albero della vita di Klimt, per nominare
alcuni casi) ‒ Roy segue una linea più profonda e radicale, in cui la pianta non
è un essere umano dimezzato, ma rivela una superiorità vitale importante.
Diversamente da ogni tentativo di antropomorfizzare la natura, Roy percorre un
percorso di ascesa alla condizione vegetale, riconoscendo alle piante le
capacità fondamentali di resistenza, parsimonia e armonia con l’ambiente
naturale. Per esempio, si suggerisce di abbandonare la temporalità degli orologi
per seguire il tempo ciclico e lento dell’albero – definito tree time –
immedesimandosi in una dimensione alternativa in cui ripensare i ritmi della
vita e rimodellandola secondo un sistema diverso.
In questo senso, il libro non mostra solamente una modalità di acquisire
serenità muovendosi all’interno di un bosco o su una collina, lontano dal caos
cittadino, ma una possibilità di rigenerazione profonda. Roy, infatti, non
intende distruggere sé stessa né perdersi nella foresta, ma vuole ridare a sé
quella parte vegetale che ha perduto ‒ e che in un qualche modo tutti noi
abbiamo perduto ‒ cioè liberare la vita della foresta secondo l’insegnamento
della tradizione indiana. Non si intende perdersi nella foresta in un ritorno
alle origini, che pure appartiene a una certa tradizione occidentale, ma è un
vero e proprio rigenerarsi. Allo stesso tempo, non è solo amore per le piante,
per l’albero di fronte a casa o per il fiore sulla tavola, è lo sforzo di andare
alla sorgente (o, opportunamente, alla radice) della vita stessa.
> Sumana Roy non ricerca una via per trasformare le piante in esseri umani, ma
> una via per vegetalizzare l’uomo, un percorso al cui culmine c’è lo
> svuotamento di ogni violenza dell’umano e la possibilità di realizzare una
> società diversa.
Nel corso del libro, i numerosi riferimenti letterari rivelano la ricchezza
della sapienza indiana in questo ambito, dai lavori di Rabindranath Tagore, le
cui poesie celebrano la relazione tra uomini e piante, così come il percorso a
ritroso verso la natura o verso la foresta, al lavoro del botanico Jagaish
Chandra Bose, che ha studiato i movimenti automatici e la crescita delle piante,
rischiarando le ombre sulla vita segreta delle piante. In Tagore, infatti, la
conversione dell’essere umano in pianta rivela una fluidità tra specie, mentre
Bose esalta la spontaneità della vita vegetale. La stessa fluidità e spontaneità
emerge dalla riflessione di Roy sulle funzioni umane trasposte nella vita
vegetale, dall’esperienza sessuale al matrimonio con un albero, attraverso
l’immagine del matrimonio nel regno delle piante di Kahlil Gibran o nel poema di
A.K. Ramanujan. La complessità del comportamento delle piante rende plausibile
l’esistenza di un linguaggio vegetale che non sia antropomorfizzato, e al tempo
stesso rivela la possibilità di acquisire le dinamiche vegetali per ordinare
certi estremi della vita umana.
In tal senso, Roy non ricerca una via per trasformare le piante in esseri umani,
ma una via per vegetalizzare l’uomo, un percorso al cui culmine c’è lo
svuotamento di ogni violenza dell’umano e la possibilità di realizzare una
società diversa, fondata sull’assunto per cui la vita delle piante favorisce e
supporta la vita di tutti, fuori da ogni conflitto, in una mutualità e
collettività che deve necessariamente farci riconsiderare l’ordine della natura.
Questo è l’insegnamento che Roy intende portare a compimento, nel percorso di
“trasformazione” in albero. A tutti gli effetti, è la via di Buddha, la cui vita
spirituale è inestricabilmente legata alla venerazione dell’albero. Sulla scia
di questa lunga e ricca tradizione, il libro è un tentativo di vivere la vita
degli alberi: adeguando i propri desideri ai bisogni naturali, vivendo il tempo
delle piante, rigettando velocità, eccessi, caos e confusione, indicando una via
per cambiare sé stessi e la propria società.
In conclusione, le opere di Wall Kimmerer e di Roy, pur nate in contesti
culturali distanti, convergono nel riconoscere un valore paradigmatico alla vita
delle piante per dare voce e contenuto a un nuovo umanesimo. Non si tratta di un
ritorno nostalgico alla natura, alla Rousseau, per intenderci, ma di una
rigenerazione, che parte dalla vita vegetale e dalla conoscenza scientifica del
comportamento delle piante. Infatti, le scoperte preziose della scienza
occidentale, che oggi rivela l’importanza e la complessità della vita e del
comportamento vegetale, rischiano di essere confinate agli interessi degli
studiosi e possono apparire distanti dalla vita quotidiana. Integrare queste
scoperte con la saggezza delle tradizioni non europee ne rivela l’importanza e
mostra un modo diverso di vivere la relazione con la natura. Seguendo la
reciprocità e mutualità delle piante, non si tratta di perdere la nostra
umanità, ma al contrario di portarla a compimento, aprendo a quegli aspetti che
caratterizzano la vita vegetale e che permettono di realizzare una società più
giusta e sostenibile, adatta alle sfide del futuro.
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È ormai difficile capire cosa intendesse José Bergamín per analfabetismo.
L’analfabeta è stato sostituito dall’ignorante, l’alfabetizzato dal regime del
logaritmo, dalle ragioni del risultato, dai legionari dell’io. Fiero di non
leggere, leggiadro in ipocrisia, l’ignorante ostenta la gioia di essere mondano
– non certo di essere al mondo, di questo mondo –, il genio pratico – l’opposto
del dotarsi di una pratica – il corrispondere ai desideri del proprio intestino,
l’unico interiore che contempli. Né anima né animale, l’ignorante di oggi è come
l’intellettuale di ieri: l’uomo alfabetico, che costringe ogni fatto in dimora
di misura, si diletta in statistiche, celebra il proprio status, bieco figlio
dell’istituzione – sentendosi, naturalmente, libero, bonificato dallo Stato,
anarca nel proprio ano, anodino.
L’analfabeta – cioè: il bambino, il popolo, l’apostolo, dunque il poeta – pare
scomparso. La logica algoritmica, che crea umani-manovali, umani-replicanti,
umanoidi mercenari dell’ego, in fondo, un’appendice del proprio portafogli,
sembra aver finalmente ucciso l’analfabeta, l’uomo lordo di vita, lordo di Dio,
in pieno possesso dell’essere mondo, dell’essere qui.
L’analfabeta non classifica le piante, le conosce; l’analfabeta non entra in
contatto con gli animali ma con le anime; sa la pericolosità della bestia e la
sua salvezza, e la riproduce in sé, nelle fattezze del viso e dell’agire. Così,
l’uomo analfabeta, ostile ai nomi e alle definizioni, è corvo e volpe, è larice
e airone, è luccio e luce, è acero e acerrimo nemico di chi alla persona
sostituisce la personalità, l’ennesima menzogna.
L’analfabeta non comprende – apprende per apprensione, per trasalimento e
assalto. Apprende per tradimento. L’analfabeta non conosce il linguaggio dacché
è verbo.
Allo stesso modo, l’analfabeta assoluto, il poeta, non stuzzica la retorica, la
stravolge; non sta al gioco del retore ma alla ferocia del re; non è al passo
coi tempi e coi poseur, autentico passeur, trapper tra i regni; è incauto, fuori
tono, scurrile, scomodo, senz’arte né parte, idiota ai più. È l’inosservato
assoluto, perché non ha niente da dire e nulla da dare – è il dato di fatto, il
dono, il detto e la contraddizione. Tutt’altro che incolto, il poeta legge
divorando, legge sottraendosi – mentre l’intelligenza algoritmica procede per
accumulo (norma bulimica, in cui non è contemplato l’eccedente, l’eccezionale,
l’eccesso che non offre via di accesso), il poeta opera per sottrazione: toglie
toglie toglie fino alla parola suprema, alla parola-stalattite, alla
parola-stilita. Parola che non dice ma agisce.
L’analfabeta, il mago. L’analfabeta, il perpetuo orante. Analfabeta: altro modo
di dire, vocazione. Essere chiamati; dunque: invasione di voci. Non vocalizzo,
non vocalità. Restare veritieri alla voce. Il che implica: impunità da serpe,
impurità, putridume nel dire. Allora: la vocale diventa angelo e a noi resta
l’eccomi, il sì come si assiste alla cosa sgozzata, alla cosa benedetta, alla
cosa cosmica.
Tommaso Scarponi, che figura tra i sapienti – leggete Distruzione e analogia,
Castelvecchi, 2025 – mi volta un brano tratto dal memorabile scritto di José
Bergamín. Eccolo:
> Quando Gesù era fanciullo analfabeta o analfabeta come un fanciullo (ché
> analfabeta fu sempre: come fanciullo, come uomo e come Dio), quando era
> fanciullo, Gesù si smarrì e fu trovato nel tempio. Lì insegnava ai dottori
> della legge, dottori della legge scritta, della lettera legale (gli stessi che
> poi lo avrebbero crocifisso per questo: perché era analfabeta); lì insegnò
> loro la dottrina spirituale dell’ignoranza, che essi non ascoltarono e non
> intesero. Perciò, quando poi lo condannarono a morte come analfabeta, lo
> crocifissero letteralmente, cioè a piè della lettera o delle lettere,
> collocando sulla sua testa un cartello o insegna su cui il letterato Pilato
> fece scrivere appositamente: Io sono il Re dei Giudei; fece scrivere ciò per
> mostrare a tutti che avevano preso alla lettera le parole di Cristo e che lo
> avevano crocifisso prendendolo così, letteralmente. Sotto questo INRI
> letterale, Cristo rese lo spirito a Dio; “dando un gran grido”, dice
> l’apostolo: divinamente e umanamente analfabeta. Lo spirito muore sempre
> crocifisso a piè della lettera. Ma muore per resuscitare.
José Bergamín scrive La decadencia del analfabetismo nel 1933, pubblicando sulla
rivista appena fondata, “Cruz y Raya”. Si premurava di far conoscere al mondo
l’opera di Federico García Lorca, uno dei rari ‘analfabeti’; quattro anni dopo
avrebbe guidato la delegazione spagnola del “II Congreso Internacional de
Escritores para la Defensa de la Cultura” (tra i tanti, erano convenuti André
Malraux e Wystan H. Auden, Pablo Neruda e Octavio Paz). Tradotto in italiano nel
1972, da Rusconi, riprodotto da Bompiani nel 2000, Decadenza
dell’analfabetismo è un libro uscito dai ranghi del consesso editoriale come
altri testi di José Bergamín. Nel 2003, Marco Dotti usò brandelli di Decadenza
dell’analfabetismo – insieme a testi di Céline e di Artaud – come ‘manifesto’
per il “Primo festival della letteratura resistente dedicato agli scrittori
analfabeti”, in atto a Pitigliano. Si reagiva – as usual – al “nuovo regime
culturale, blindato ed escludente, intento solo a perpetuare se stesso a
discapito di ogni scampolo di novità e impulso al rinnovamento” (così Marcello
Baraghini autore della deliziosa antologia, La vita si scrive, per Stampa
Alternativa).
Alla dinamica natura vs. cultura, José Bergamín ne pone un’altra, a vertigine,
sacro vs. letterale. La lettera uccide il sacro, la legge fa massacro del cuore.
Al linguaggio babelico – algoritmico – che fermenta burocrazia, si oppone il
brigantaggio del linguaggio, il verbo nel roveto, l’annuncio, il miracolo. Al
poeta cortigiano si preferisce il poeta ladro, il poeta in caccia aperta. Al
poeta impegnato si sostituisca il poeta impari, il paria assoluto. Al linguaggio
dell’istituzione, costituito dai vocabolari, il vocabolo onnivoro, parola che
vive tra le piante e le pietre, vivo dire dei mari, parola vespertina che si
sorseggia a colpo d’ala, insoluto sole.
L’attacco di Decadenza dell’analfabetismo – “Tutti i bambini, finché sono tali,
sono analfabeti” – pare memore del Fanciullino di Pascoli: “È dentro noi un
fanciullino… ma noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi
un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia”.
Pascoli mirava all’anonimato, al sovvertimento dei nomi (“Quando fioriva la vera
poesia; quella, voglio dire, che si trova, non si fa, si scopre, non s’inventa;
si badava alla poesia e non si guardava al poeta; se era vecchio o giovane,
bello o brutto, calvo o capelluto, grasso o magro: dove nato, come cresciuto,
quando morto”); scriveva che il poeta “non deve avere, non ha altro fine… che
quello di riconfondersi nella natura, donde uscì”. Ma noi temiamo il selvaggio,
la via senza ancoraggio di gloria o di nomea, così i poeti vengono stivati nelle
storie della letteratura, inermi, come strane bestie in formaldeide, per lo più
innocue. Parole sotto vuoto, parole disinnescate. E dei grandi autori che hanno
operato verso il ritorno all’analfabetismo, cioè verso i modi della mania
lirica, l’unica – chessò, Benjamin Fondane, Ted Hughes, Robinson Jeffers… – non
si dice, si traduce a sprazzi, li si imbraga tra criteri accademici, tra erbari
e mostre di lepidotteri.
Tra l’incolto che si bea della propria arrogante ignoranza e l’elegante istrione
che si muove tra cadaverici tomi, non c’è differenza: entrambi sono i sacerdoti
di un mondo morto; entrambi, alieni da un’eccezionalità individuale, erigono
santuari intorno al proprio io, si credono i migliori, gli scaltri, i pronti a
tutto. Di tutto privo, detto depravato dai doge di questo tempo, il poeta – se è
tale e non la sua maschera, l’infame implume – è l’unica creatura libera,
liberata: ripete le sue parole al vento – e se ne ritrae, perché nulla è invano
e tutto opera secondo la scia dell’angelo e dell’agnello.
***
Da Decadenza dell’analfabetismo
Ciò che un popolo serba del bambino, e ciò che l’uomo serba del popolo, ovvero
ciò che in lui è ancora bambino, è l’analfabetismo. Analfabetismo è la
denominazione poetica di uno stato autenticamente spirituale. Possiamo assistere
al processo di decadenza dell’analfabetismo nelle nostre vite come in quelle dei
popoli più colti, i più letterati. Guai a noi – guai a loro – se accettassimo
superstiziosamente come ineluttabile il monopolio del letterale, del letterario,
della cultura!
Esiste una cultura letterale. Esiste una cultura spirituale.
La prima perseguita l’analfabetismo, il suo nemico. Ed è oggi – non ieri né
domani – la più diffusa. È quella che ha disordinato il mondo: quella che ha
disordinato le cose e ha soppresso le gerarchie. Quando il senso delle gerarchie
è razionalmente perduto, tutto deve essere disposto in ordine alfabetico.
L’ordine alfabetico, però, è un ordine falso. L’ordine alfabetico è il disordine
spirituale: quello dei dizionari, dei vocaboli letterali, più o meno
enciclopedico, in cui la cultura letterale tenta di ridurre l’universo.
Il monopolio letterale della cultura ha disordinato le cose disorganizzando le
parole, che sono anch’esse cose, non lettere; e poiché sono cose (cose di idee o
idee di cose, cose della ragione, cose del gioco) sono pura realtà razionale o
poetica, realtà autenticamente spirituale o analfabeta.
*
C’è stata una sistematica esibizione stilistica della poesia. Attraverso questi
sottili lambicchi, la poesia viene sterilizzata: sterilizzazione immaginativa
del pensiero. La poesia distillata, lambiccata, sterilizzata, non è pura poesia:
è poesia letterata, letteralizzata. La poesia diventa letterata, alfabetica,
cercando la musica in una vocalizzazione esclusivamente letterale. Esiste
un’intera letteratura lirica che ha testi e musicalità, ma è priva di poesia.
*
La poesia pura è semplicemente la più impura: poesia analfabeta. La poesia è
analfabetismo integrale perché integra spiritualmente ogni cosa. La poesia è il
campo analfabeta della gravitazione universale di tutte le costruzioni
spirituali dell’uomo.
*
Lo stato poetico è uno stato del desiderio infantile o popolare: un desiderio di
analfabetismo; desiderio paradisiaco dello stato dell’uomo puro. Il poeta anela
all’ignoranza, all’infanzia, all’innocenza, all’ignoranza analfabeta che ha
perduto; anela all’analfabetismo perduto: pura ragione spirituale della sua
opera.
*
La parola, la viva parola, non si conforma nell’ordine alfabetico: perché la
vita accade tramite la parola, non la parola tramite la vita; così come la
verità è tramite la parola e non viceversa: tramite la parola divina. (In
principio era il Verbo e il Verbo era Dio e il Verbo era in Dio… così attacca
Giovanni nel suo Vangelo poetico, che è il Vangelo dell’analfabetismo spirituale
più puro).
*
Al termine del primo libro sulla Dotta ignoranza, che è dottrina spirituale
dell’analfabetismo, Nicola Cusano scrive che la verità risplende
incomprensibilmente nell’oscurità della nostra ignoranza. Il potere
dell’oscurità della nostra ignoranza, il potere spirituale dell’analfabetismo, è
quello di far risplendere incomprensibilmente in noi la precisione della verità.
Non esiste poesia che non richieda tale lucidità spirituale, rintracciabile
soltanto nell’oscurità della nostra ignoranza, approfondendo, direbbe Giordano
Bruno, la profondità della nostra ombra.
*
Il declino dell’analfabetismo è la decadenza della cultura spirituale quando la
cultura letterale la perseguita e la distrugge. Tutti i valori spirituali si
sbriciolano quando la lettera o le morte lettere sostituiscono la parola, che si
esprime tramite vive voci. Il valore spirituale di un popolo è inversamente
proporzionale al declino del suo analfabetismo pensante e parlante. Perseguitare
l’analfabetismo significa proseguire strisciando nel retro del pensare:
perseguire le tracce luminose e poetiche della parola. Le conseguenze letterali
di questa persecuzione è la morte del pensiero.
Chiunque si allontani dal gioco poetico del pensare è perduto, irrimediabilmente
perduto, perché abbandona la verità della vita, che è l’unica vera vita – quella
della fede, della poesia – per la menzogna della morte. Prendere tutto alla
lettera, confidando in essa: ma ciò che è letterale è morto.
Il declino dell’analfabetismo è, semplicemente, il declino della poesia. È il
declino del nostro pensiero da quando abbiamo perso la fede nella poesia, da
quando siamo diventati alfabetizzati: non abbiamo fede quando siamo orfani della
vera ragione, la ragione pura, quando sradichiamo dal nostro pensare la poesia.
*
La ragione poetica del pensare dell’uomo è la fede. La poesia appartiene sempre
agli uomini di fede, mai a quelli di lettere, ai letterati. Gli apostoli, in
quanto uomini di fede e dunque analfabeti, hanno dato la più perfetta
espressione poetica alla vita di Cristo. Confrontate i loro testi, poeticamente
puri, con una qualsiasi delle innumerevoli vite letterarie o da letterati di
Gesù Cristo: quella di Renan, di Strauss, di Papini… o qualsiasi altra (tranne
le visioni analfabete ed extra-letterarie dei mistici come Anna Katharina
Emmerick). Quelle vite letterate di Cristo contengono pagine e pagine di
letteratura vaga, amena, senza una parola di verità: non una sola parola di
verità né di menzogna perché ciò che pronunciano non sono parole ma lettere; la
parola può essere pronunciata soltanto come l’hanno pronunciata gli apostoli e i
santi: poeticamente. Non tutti gli analfabeti sono santi, ma tutti i santi
devono essere analfabeti.
*
Per apprendere il vero timore di Dio bisogna varcare la soglia poetica
dell’analfabetismo; l’altro, il timore letterale della morte – o della vita –,
il timore alfabetico del vuoto, non è timore di Dio: è terror panico.
Terror panico, cioè panteismo letterario, cioè letteralità del divino: la
confusione di Dio con il Demonio non è, letteralmente, altro che confusione
infernale, confusione di tutti i demoni; pandemonio, come lo fu la confusione
letterale di Babele, ma senza un dono illetterato delle lingue a succedergli:
senza Pentecoste spirituale redentrice.
*
L’ordine alfabetico internazionale della cultura, nato dagli enciclopedisti –
specie di mortale anticipazione dell’Inferno – è giunto, come logica e naturale
conseguenza, a trasformare per noi la rappresentazione totale del mondo e del
cosmo in un enorme Dizionario Enciclopedico Generale, alfabeticamente
organizzato. La progressiva alfabetizzazione della cultura ha agito sulla vita
umana come una progressiva paralisi del pensiero.
*
La lettera uccide lo spirito.
L’analfabeta ha dei diritti spirituali da difendere contro la dominazione
alfabetica di qualsiasi cultura, più o meno letterale o alfabetizzata. Se
parliamo dei diritti del bambino come possiamo ignorare i diritti
dell’analfabeta che sono, in origine, quelli del bambino, i più puri interessi
spirituali dell’infanzia? Diritti sacri perché esprimono l’unica indiscutibile
libertà sociale: quella dello spirito, quella del linguaggio creativo, quella
del pensiero immaginativo. L’analfabetismo spirituale e creativo dei popoli è
ciò che i popoli hanno in comune con i bambini, la loro infanzia permanente.
*
Se i bambini e i popoli cessano di essere analfabeti, cosa diventeranno? Se i
bambini e i popoli vengono privati dell’analfabetismo – quella vita spirituale
immaginativa del loro pensiero che chiamiamo analfabetismo – cosa resta di loro?
Un bambino e un popolo si snaturano quando vengono alfabetizzati, cominciano a
corrompersi, a cessare di essere; a cessare di essere ciò che sono: bambini,
popoli.
*
L’alfabetizzazione, o alfabetizzazione culturale è il nemico mortale del
linguaggio in quanto tale, nella misura in cui il linguaggio è spirito, è
parola. L’alfabetizzazione è il nemico giurato di ogni linguaggio spirituale,
cioè, in ultima analisi, della poesia.
José Bergamín
*Traduzione di Compiuta Donzella
In copertina: José Bergamín (1895-1983)
L'articolo Elogio dell’analfabetismo, o della poesia pura. Contro i legionari
dell’algoritmo proviene da Pangea.
F ulmini di pelo grigio corrono nelle aree verdi del Nord Italia e non
disdegnano un premio in cibo, preso direttamente da mani umane, mentre vengono
immortalati per l’immancabile video o fotografia per i social media. Sono gli
scoiattoli grigi (Sciurus carolinensis): a un occhio poco attento ambasciatori
della natura in zone urbanizzate, nella realtà una minaccia per i nostri
ecosistemi arrivata dagli Stati Uniti. Dal 1948, anno in cui alcuni esemplari
giunsero in Piemonte, questa specie ha dato filo da torcere allo scoiattolo
comune (Sciurus vulgaris), a cui ruba le scorte di cibo per l’inverno e che può
contagiare con il poxvirus, di cui è portatore sano. La popolazione degli
scoiattoli grigi nei decenni è cresciuta fino a diventare una minaccia reale per
la sopravvivenza dei cugini europei. Nel 1997 l’Istituto nazionale per la fauna
selvatica ‒ l’attuale ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca
Ambientale) ‒ avviò un progetto sperimentale per l’eradicazione della specie
aliena invasiva, ma l’iniziativa fu ostacolata da alcuni cittadini e
associazioni e venne sospesa in seguito a un’azione giudiziaria. Questa storia,
che si concluse con l’assoluzione degli scienziati coinvolti nel progetto e
nella prosecuzione del programma di eradicazione, è emblematica di uno degli
aspetti più critici della conservazione della natura: la scelta tra la vita di
una specie invece che un’altra, la salvezza di alcuni e la morte per altri.
Tutto per il bene della biodiversità.
Quell’attrito tra etica ambientale ed etica animale
Per biodiversità si intende ogni tipo di variabilità tra gli organismi viventi;
include la diversità entro specie, tra specie e tra ecosistemi, ma può essere
più semplicemente descritta come la ricchezza della vita sulla Terra: le miriadi
di esseri viventi che la abitano, il loro patrimonio genetico, i complessi
ecosistemi che essi costituiscono. È la rete pulsante costituita dalle specie e
dalle loro relazioni e interazioni, in grado di fornire cibo, acqua potabile,
aria pulita e tutto ciò che definiamo servizi ecosistemici. Nel momento in cui
una specie viene meno o una relazione s’incrina, il meccanismo può incepparsi e
le conseguenze possono essere molto gravi e propagarsi su più livelli, da quello
sanitario a quello economico, passando per la sicurezza alimentare.
> Inserirsi negli ingranaggi oliati da centinaia di migliaia di anni di
> evoluzione comporta dei costi, uno di questi è dover scegliere di sacrificare
> una specie per risparmiarne un’altra.
Proteggere la biodiversità è cruciale per la nostra sopravvivenza e per quella
del pianeta per come lo conosciamo, ma i dati a nostra disposizione non
dipingono un quadro roseo. Nel 2019, il rapporto dell’IPBES (Intergovernmental
Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services) ha evidenziato
che oltre un milione di piante e animali rischieranno l’estinzione nei prossimi
decenni a causa dell’attività umana. La sesta estinzione di massa a cui stiamo
assistendo scatena in noi indignazione, paura, l’urgenza di attivarsi per
fermare una catastrofe di cui ci sentiamo (e siamo) i colpevoli. Inserirsi negli
ingranaggi oliati da centinaia di migliaia di anni di evoluzione comporta, però,
dei costi e uno di questi è proprio dover scegliere di sacrificare una specie
per risparmiarne un’altra, di fare soffrire degli individui, degli esseri
senzienti, per salvaguardare degli ecosistemi che noi stessi abbiamo messo in
pericolo.
È l’attrito tra etica ambientale ed etica animale di cui parla Simone Pollo,
docente di filosofia morale dell’Università di Roma La Sapienza ed esperto di
etica del vivente, nel suo libro Umani e animali: questioni di etica (2016). La
stessa forza muscolare con cui abbiamo esercitato il nostro dominio su qualsiasi
risorsa naturale, ora la impieghiamo per la tutela della fauna selvatica. La
lezione di Charles Darwin che ci ricollocava al nostro posto, animali tra gli
animali, non è stata assimilata e ci rapportiamo al resto della biosfera con il
solito ben radicato antropocentrismo. Pollo scrive:
> L’anti-antropocentrismo che emerge dalla trasformazione darwiniana implica,
> piuttosto, una revisione del punto di vista dal quale le nostre risposte
> morali sono espresse e un ridimensionamento delle loro stesse richieste. Nel
> caso specifico qui in esame la pretesa di intervenire nelle vite degli animali
> selvatici in modo così intrusivo appare come una mossa problematica, nella
> misura in cui incarna una “dissonanza” con la reale collocazione degli esseri
> umani sulla Terra. La comprensione di questa posizione appare più
> efficacemente soddisfatta da un diverso atteggiamento nei confronti degli
> animali selvatici.
A questi ultimi dovremmo garantire il rispetto verso la loro libertà,
l’indipendenza e la possibilità di prosperare. Le politiche di conservazione
della natura, però, sono il risultato di un equilibrio tra istanze
antropocentriche, che desiderano salvaguardare la biodiversità per i servizi che
assicura, e antiantropocentriche, che riconoscono un valore assoluto,
intrinseco, a ciò che ci circonda. Sono il risultato di calcoli in cui la vita
di individui animali, che di quella diversità sono artefici e attori, è solo una
delle infinite variabili di cui tenere conto.
Specie da salvare a qualsiasi costo
Il conflitto tra individui e specie emerge spesso nella salvaguardia della
natura. In alcuni casi è particolarmente evidente, come nella conservazione ex
situ. È una strategia adottata per tutelare specie rare e gravemente minacciate,
il cui stato in natura è talmente critico da non garantirne la sopravvivenza nei
loro habitat (in situ), oppure perché gli ecosistemi in cui vivono sono ormai
così degradati da rendere incerto il loro futuro. Quindi, esemplari delle specie
in pericolo sono tenuti e fatti riprodurre in cattività: sono una scialuppa di
salvataggio, una scorta di animali da reintrodurre nel caso in cui le
popolazioni in situ non riuscissero a sopravvivere.
> Le politiche di conservazione della natura sono il risultato di un equilibrio
> tra istanze antropocentriche, che desiderano salvaguardare la biodiversità per
> i servizi che assicura, e antiantropocentriche, che riconoscono un valore
> assoluto, intrinseco, a ciò che ci circonda.
La reintroduzione di individui che non hanno mai vissuto nel proprio habitat
richiede ingenti sforzi e risorse e il successo non è mai garantito.
Improbabile, però, non significa impossibile. Un esempio è quello del condor
della California (Gymnogyps californianus). Nel 1967 il condor della California
fu classificato come specie in pericolo di estinzione: il calo drastico della
popolazione osservato nel Ventesimo secolo era dovuto al bracconaggio,
all’avvelenamento da piombo e al danneggiamento dell’habitat di questo animale.
Non si esclude che anch’esso fosse una delle vittime del DDT sul suolo
americano. Nel 1983, il US Fish and Wildlife Service ‒ l’agenzia governativa
degli Stati Uniti che si occupa della gestione e conservazione della fauna
selvatica, della pesca e degli habitat naturali ‒ avviò un programma di
riproduzione in cattività, in collaborazione con lo zoo di Los Angeles e il San
Diego Wild Animal Park a cui si unirono altre istituzioni. Nel frattempo, in
natura, le popolazioni di condor continuarono a diminuire fino a quando, nel
1985, rimasero solo nove esemplari selvatici alla mercé delle stesse cause che,
nel corso del tempo, avevano minacciato questa specie. Le autorità decisero di
catturare i condor rimasti e introdurre anche loro nel programma di riproduzione
in cattività. Era il 1987 e per quattro anni nessun condor della California volò
nei cieli statunitensi.
Era un progetto ambizioso: la riproduzione era solo una parte di un percorso che
richiedeva anche una riabilitazione comportamentale degli esemplari nati in
cattività. Una specie non è definita unicamente dai propri geni, ma anche da
cultura e da sistemi sociali, quando presenti. Qualcuno avrebbe dovuto insegnare
ai condor a evitare i pericoli, umani compresi, a cercare cibo in un ambiente
per loro sconosciuto e a riacquisire tutti quei comportamenti che si imparano
dalla vita in natura, seguendo l’esempio dei propri genitori e conspecifici. Gli
sforzi di scienziate e scienziati non furono vani: secondo i dati della IUCN
(International Union for the Conservation of Nature), la popolazione è aumentata
fino ad arrivare a 223 uccelli nell’agosto 2003, di cui 138 in cattività e 85
reintrodotti in California e nel nord dell’Arizona. La riproduzione in natura è
ripresa nel 2002 e ora avviene in tutte le sottopopolazioni selvatiche della
California, dell’area tra Arizona e Utah e della Baja California, in Messico.
Attualmente la popolazione selvatica conta 93 individui maturi ed è in aumento.
Quello dei condor della California non è l’unico esempio di reintroduzione
riuscita. Un altro caso è quello del gorilla di pianura occidentale (Gorilla
gorilla gorilla) in Congo e Gabon, avviata nel 1996 dalla Fondazione Aspinall.
> Nonostante gli zoo abbiano abbandonato in buona parte le finalità
> collezionistiche per cedere il posto a obiettivi di conservazione, ricerca ed
> educazione, dobbiamo essere consapevoli che sacrifichiamo degli esseri
> senzienti, molti dei quali non conosceranno mai la libertà.
Dietro queste storie di successo, ci sono milioni di animali in cattività per
cui non esiste un lieto fine, neanche in termini di generazioni future.
Nonostante strutture come gli zoo abbiano abbandonato in buona parte le finalità
collezionistiche e l’atmosfera da wunderkammer dei secoli passati per cedere il
posto a obiettivi di conservazione, ricerca ed educazione, dobbiamo essere
consapevoli che sacrifichiamo degli esseri senzienti, molti dei quali non
conosceranno mai la libertà.
Giocare a fare Gesù
Negli ultimi anni si sono affermate strategie persino più radicali per salvare
specie a rischio di estinzione. Lo scorso aprile è rimbalzata tra le testate
nazionali e internazionali e sui social media la notizia della de-estinzione
dell’enocione (Aenocyon dirus), specie scomparsa circa 10.000 anni fa, a opera
del gruppo di ricerca dell’azienda statunitense Colossal Biosciences. La
presunta “resurrezione” è stata decisamente ridimensionata nei giorni successivi
e analizzata per capirne i reali risvolti conservazionistici, economici,
etologici ed etici.
Se la nascita di quei cuccioli di metalupo ‒ per l’esattezza lupi grigi il cui
genoma è stato sottoposto a venti modifiche per fare assumere loro alcune delle
caratteristiche dell’antico animale ‒ è da considerarsi tristemente poco più di
una trovata pubblicitaria, la Colossal Biosciences è in realtà coinvolta
nell’impresa disperata di salvare il rinoceronte bianco settentrionale
(Ceratotherium simum cottoni). Questa sottospecie del rinoceronte bianco è stata
vittima del bracconaggio e delle guerre civili che tormentano la Repubblica
Democratica del Congo e il Sud del Sudan. Secondo le informazioni riportate
dall’IUCN, non sono stati avvistati rinoceronti vivi dal 2006 e si ritiene siano
probabilmente estinti nella Repubblica Democratica del Congo. L’ultima speranza
di non perdere per sempre questo tassello di biodiversità è rappresentata da due
femmine, Najin e Fatu, madre e figlia, trasferite nel 2009 dallo zoo di Dvůr
Králové in Repubblica Ceca, in cui erano nate, alla riserva di Ol Pejeta, in
Kenya. A loro si unirono Sudan, un maschio che era il padre di Najin e il nonno
di Fatu, e Suni, il fratellastro di Fatu e Najin (quindi gli esemplari erano tra
loro consanguinei) per incoraggiarne la riproduzione in un ambiente quanto più
simile a quello d’origine di questi mammiferi. Il trasferimento non portò i
risultati sperati: dal 2009 al 2013 ci furono diversi tentativi falliti di
accoppiamento con Sudan, Suni e alcuni rinoceronti bianchi meridionali. Suni
morì nel 2013 e Sudan nel 2018. Venuto meno il supporto degli esemplari maschi,
il consorzio di cui fa parte anche Colossal Biosciences, sta procedendo con
ulteriori prove mediante fecondazione in vitro ‒ usando lo sperma congelato dei
due rinoceronti defunti ‒ e maternità surrogata. Sono interventi invasivi e non
esenti da rischi per la salute anche negli animali non umani. Non possiamo
sapere come andrà a finire, se la sofferenza causata a Najin e Fatu dagli
spostamenti e dalle procedure mediche a cui sono state sottoposte servirà a non
far scomparire la specie a cui appartengono.
Stiamo giocando a “fare Dio”? Forse sarebbe meglio dire “giocare a fare Gesù”,
con un riferimento esplicito alla resurrezione, come si racconta accadde a
Lazzaro. Almeno così suggeriscono Bjørn Myskja e Mickey Gjerris, autori dello
studio “Playing Jesus to Save Species: A Virtue Ethics Approach to Biotech
De-Extinction Projects”, pubblicato su Journal of Agricultural and Environmental
Ethics nell’aprile 2025. I due studiosi, attraverso l’esame del valore delle
specie, delle responsabilità morali e del ruolo umano nelle estinzioni, si
rivolgono all’etica della virtù per un nuovo approccio nei confronti della
conservazione o del ripristino delle specie. L’etica della virtù si concentra
sulle virtù e sul carattere morale delle persone, a differenza della
deontologia, che si basa su regole e doveri, e del consequenzialismo, che valuta
le azioni in base alle loro conseguenze. In particolare, riguardo al conflitto
tra specie e individui, gli studiosi dichiarano nel testo:
> Sebbene la de-estinzione possa ripristinare una specie, non può essere
> realizzata senza il coinvolgimento di singoli animali, il cui benessere deve
> essere considerato nelle decisioni etiche. A seconda delle procedure
> impiegate, preoccupazioni come il benessere fisico e psicologico, la
> conoscenza delle esigenze tipiche degli animali e la sensibilità alle
> preferenze individuali devono guidare le nostre azioni. Virtù come la
> compassione e la cura sono centrali in queste decisioni.
Nel mondo in cui viviamo, l’essere umano ha creato situazioni che non possono
essere risolte con soluzioni perfette e per le quali siamo costretti ad adottare
scelte di compromesso. Davanti a questa prospettiva, la stima del rapporto
costi/benefici, che scaturisce dal confronto tra il benessere di individui e la
salvezza di una specie, dovrebbe soppesare molteplici fattori tra cui i dati
scientifici, ma anche, ad esempio, le percezioni culturali. Queste dovrebbero
essere le premesse per una riflessione continua e lucida sul nostro stile di
vita, che ha portato a diminuire le opportunità di prosperare per gli esemplari
di alcune specie. Myskja e Gjerris dichiarano nell’articolo: “In tali
riflessioni, le risposte generali ci portano solo in parte verso una soluzione,
che deve sempre essere particolare e contestualizzata”.
Di conservazione si può anche morire
Ipotesi di soluzioni particolari e contestualizzate sono quelle riportate in
un’altra pubblicazione, comparsa su Science il 15 maggio scorso, intitolata
“Deliberate extinction by genome modification: An ethical challenge. What
circumstances might justify deliberate, full extinction of a species?” Per
mantenere in piedi la rete di esseri viventi e relazioni che compongono un
ecosistema, in alcuni casi è necessario eliminare delle specie: anche questa è
una strategia di conservazione. Il gruppo di autrici e autori composto da
scienziati appartenenti a differenti ambiti, tra cui bioeticisti, biologi della
conservazione, ecologi ed esperti di scienze sociali, ha esaminato la
possibilità di adoperare l’ingegneria genetica per estinguere localmente o
globalmente tre particolari specie: la mosca del Nuovo Mondo (Cochliomyia
hominivorax), la zanzara Anopheles gambiae, vettore della malaria, e le specie
di roditori invasive come il topo domestico (Mus musculus) e i ratti (Rattus
rattus e Rattus norvegicus).
> Per mantenere in piedi la rete di esseri viventi e relazioni che compongono un
> ecosistema, in alcuni casi è necessario eliminare delle specie: anche questa è
> una strategia di conservazione.
Secondo l’analisi svolta, l’estinzione completa e deliberata potrebbe essere
accettabile solo in casi estremamente rari, dopo la valutazione di fattori come
le sofferenze causate ad animali umani o non umani dalla specie in esame, il suo
impatto ecologico, l’efficacia delle strategie genomiche rispetto ai metodi
tradizionali, il rischio di conseguenze indesiderate come l’estinzione
involontaria della specie, la pericolosità della specie per la salute pubblica
(compresa la sicurezza alimentare), il valore intrinseco della specie e i
benefici ambientali che eventualmente esercita. Emerge anche l’importanza del
coinvolgimento delle comunità locali e delle parti interessate nel processo
decisionale, per assicurarsi che il problema sia esaminato da diverse
prospettive, con un’adeguata rappresentanza di coloro che ne sono maggiormente
colpiti. Dallo studio risulterebbe che solo la mosca del Nuovo Mondo, un
parassita letale per l’essere umano e gli animali selvatici e d’allevamento,
sarebbe eleggibile per l’eradicazione totale, mentre per Anopheles gambiae si
dovrebbero dirottare le attenzioni direttamente sul plasmodio della malaria, e
per topi e ratti ‒ da sempre vettori di malattie e causa di gravi danni alle
scorte alimentari, alla fauna selvatica e agli ecosistemi ‒ sarebbe preferibile
l’eliminazione solo a livello locale, concentrandosi su tecniche che agiscano in
un intervallo di tempo limitato o si possano applicare su specifiche
sottopopolazioni. Di modifiche genetiche (e strategie di conservazione), dunque,
si può anche morire.
Le basi di questa discussione potrebbero essere una guida per gli interventi che
riguardano altre specie, proprio come lo scoiattolo grigio in Italia. Sempre
grazie ai dati raccolti dall’IPBES, sappiamo che le specie aliene invasive hanno
contribuito al 60% delle estinzioni di cui siamo venuti a conoscenza: si stima
che poco più di 200 tra queste abbiano causato oltre 1.200 estinzioni locali di
specie autoctone per predazione, competizione per le risorse, trasmissione di
malattie o distruzione dei loro habitat. Ne conseguono anche danni per Homo
sapiens, come scrive Piero Genovesi, responsabile ISPRA della conservazione
della fauna e del monitoraggio della biodiversità, e tra i massimi esperti
mondiali di specie aliene, nel suo libro Specie aliene. Quali sono, perché
temerle e come possiamo fermarle (2024). Genovesi spiega che il passo dalla
questione ecologica a quella sociale è molto breve. Le invasioni biologiche,
infatti, possono avere conseguenze gravi anche per le persone, colpendo in
particolare le comunità più vulnerabili e arrivando a minacciare anche la
salute. Purtroppo, questa molteplicità di effetti negativi non è un’eccezione,
ma una caratteristica frequente di molte invasioni biologiche, che spesso
esercitano impatti su diversi ambiti, dalle attività economiche alle
infrastrutture, fino a influenzare le economie locali e nazionali.
> Le specie aliene invasive hanno contribuito al 60% delle estinzioni locali di
> specie autoctone per predazione, competizione per le risorse, trasmissione di
> malattie o distruzione dei loro habitat.
Il caso dello scoiattolo grigio ha fatto emergere in Italia il conflitto tra
specie e individui. Per una parte dell’opinione pubblica è stato difficile
accettare che venissero eliminati quegli animali con cui avevano un contatto
diretto, un sentimento amplificato dal loro aspetto simpatico, dalla loro
socievolezza e dalla mancanza di consapevolezza dei danni che stavano arrecando.
Le nuove tecnologie genomiche, che riducono al minimo la sofferenza degli
animali durante le operazioni di eradicazione, insieme a un dialogo aperto che
consideri sia la scienza sia l’etica, potrebbero rappresentare il futuro della
tutela della biodiversità. Tuttavia, decisioni di questo tipo saranno sempre
accompagnate da un profondo dilemma morale.
Il residuo morale
Inquinamento, distruzione di habitat, sfruttamento dei suoli, emissioni di gas
serra, bracconaggio, disboscamento, cementificazione, commercio illegale di
animali: queste sono solo alcune delle attività su cui avremmo dovuto e dovremmo
agire per evitare un’imponente perdita di biodiversità e ridurre il rischio di
estinzione di molte specie. Ci sono poi strategie più invasive, che evidenziano
come Homo sapiens continui a esercitare il suo impatto sul pianeta e su tutti i
suoi abitanti, anche se per salvare, curare, ripristinare. Non solo il dominio,
anche la custodia può trasformarsi in una forma di controllo che imponiamo agli
altri esseri viventi. È vero: abbiamo a disposizione conoscenze e strumenti per
farlo nel migliore modo possibile, cercando di assicurare maggiore benessere per
gli esemplari oggetto dei programmi di conservazione e di eradicazione. Resta il
fatto che sosteniamo di voler far prosperare le specie, ma soprassediamo sul
valore degli individui.
A questo proposito, la giornalista Emma Marris, nel suo libro Anime Selvagge. La
rigogliosa libertà del mondo non umano (2022) ci invita a fare i conti con il
residuo morale, definito come l’insieme delle esigenze morali che rimangono
insoddisfatte in situazioni che presentano un dilemma, come quelle descritte.
Salvare lo scoiattolo comune europeo significa condannare a morte lo scoiattolo
grigio, i tentativi per evitare l’estinzione del rinoceronte bianco
settentrionale comportano rischi e forme di stress negli esemplari coinvolti nel
progetto di salvaguardia della specie. Le scelte che adottiamo ci costringono a
pagare dei costi etici inevitabili. “Non esiste un unico lieto fine per la vita
sulla Terra, così come non esiste una formula semplice per agire eticamente in
un mondo umanizzato”, scrive Marris: “Dobbiamo fare il meglio che possiamo con
molteplici valori incommensurabili, e poi convivere con le scelte che abbiamo
fatto, le specie non salvate, il dolore che abbiamo causato”.
L'articolo Il lato oscuro della conservazione proviene da Il Tascabile.
H aworth, cittadina del West Yorkshire ai piedi dei Monti Pennini, ha
un’altitudine media di 234 metri. La via principale sale ripidissima verso la
brughiera, tanto che le vecchie case edificate ai lati possono mostrare una
facciata di soli due piani e al tempo stesso nasconderne sul retro anche cinque
o sei, assecondando la discesa della collina a picco verso la vallata. In cima
alla Main Street, davanti a un vecchio cimitero, si trova la canonica dove
Charlotte, Emily e Anne Brontë vissero le loro brevi vite e scrissero opere
immortali ispirate dal vento dell’ovest, che batte le brughiere tra Yorkshire e
Lancashire con velocità medie di oltre 19,3 chilometri orari nelle stagioni
fredde, arrivando fino a 22,4 nel mese di gennaio. “Wuthering” di Wuthering
Heights (1847) significa proprio “un vento che soffia molto forte”: ed ecco che
già nel titolo del suo romanzo Emily Brontë lega strettamente una storia di
passione, vendetta e amore universale alla particolare natura della terra in cui
è vissuta. «E vedremo se un albero non crescerà storto come un altro con lo
stesso vento a piegarlo» (capitolo 17) è la sfida che Heathcliff lancia alle
nuove generazioni di Cime Tempestose, utilizzando il vento come metafora di sé
stesso. Di fatto, Heathcliff si è formato nell’immaginazione di Emily quale
incarnazione delle rigide condizioni atmosferiche che lo hanno modellato e che
si riflettono nella sua indole violenta e nelle sue trascinanti emozioni.
Anche le storie di Charlotte e Anne e del fratello Branwell sono intimamente
connesse alla brughiera che le ha generate: per questo visitare Haworth
significa immergersi nella vita della famiglia Brontë. Uno dei modi per
raggiungere la cittadina è prendere a Keighley il treno a vapore di una linea
privata che trasferisce subito nell’aura dell’epoca. La canonica è oggi sede del
Brontë Parsonage Museum, che ricrea l’atmosfera spartana della vecchia dimora
famigliare e che da solo richiama 85.000 visitatori ogni anno. Chiunque si rechi
in visita a Haworth non potrà fare a meno di notare come l’amore per la famiglia
Brontë e per la sua eredità letteraria abbia contribuito alla conservazione del
villaggio: dall’acciottolato di Main Street alle numerose botteghe dall’aspetto
quanto più possibile vicino all’originale, come il negozio dove le tre sorelle
si procuravano il materiale per scrivere. Un amore che si spinge fino a
contemplare anche l’ambiente naturale circostante: dalla Brontë Waterfall, dove
i giovani scrittori erano soliti scortare gli amici o ritirarsi in silenzio,
fino a Top Withens e Ponden Hall, ritenute rispettivamente l’ispirazione
per Cime Tempestose e Thrushcross Grange nel romanzo di Emily, l’intera
brughiera di Haworth è un luogo di culto per i brontëani di tutto il mondo. Di
più: dopo l’abbattimento dell’albero del Vallo di Adriano, i due sicomori che
segnano il punto in cui si trovano le rovine di Top Withens sono forse i più
amati in tutto il Regno Unito.
> Chiunque si rechi in visita a Haworth non potrà fare a meno di notare come
> l’amore per la famiglia Brontë e per la sua eredità letteraria abbia
> contribuito alla conservazione non solo del villaggio, ma anche dell’ambiente
> naturale circostante.
Proprio a causa della sua ventosità Haworth è stata individuata come luogo
ideale per investimenti in energia eolica. Nel corso del 2024 il proprietario di
una catena di centri commerciali, in collaborazione con un’azienda saudita, ha
sviluppato un piano per trasformare la brughiera nel Calerdale windfarm,
progetto che prevede la costruzione di 65 turbine alte fino a 200 metri – «due
terzi dell’altezza della Torre Eiffel». Secondo i sostenitori del progetto il
parco eolico potrebbe generare energia sufficiente per alimentare 286.491
abitazioni e consentire così di risparmiare 426.246 tonnellate di carbone ogni
anno. Di fatto, però, questi cambiamenti porterebbero a un danno devastante a
livello paesaggistico e a conseguenze disastrose sotto il profilo ecologico.
L’area interessata è infatti composta per il 90% circa da habitat prioritari sul
territorio nazionale (torbiere, brughiere e zone umide) e ospita un’enorme
varietà di fauna selvatica.
Tra le voci degli oppositori si sono levate quelle di varie organizzazioni
ambientali, preoccupate per la compromissione del ruolo che le torbiere hanno
storicamente svolto nel mitigare le inondazioni, nonché per il rilascio del
carbonio immagazzinato nel suolo. Joseph Holden, professore di geografia
dell’Università di Leeds, ha spiegato come l’entità del danno supererebbe la
grandezza delle singole turbine e delle loro fondamenta, giacché per ciascuna di
esse si renderebbe necessario costruire una strada di accesso e interrare grossi
cavi per collegarle alla rete elettrica nazionale, causando così la distruzione
su larga scala della torba. Sono stati messi in luce anche i rischi per la fauna
e in particolar modo per gli uccelli nidificanti, che verrebbero a perdere siti
critici per la nidificazione trovandosi costretti a migrare in aree subottimali,
qualora riescano a evitare collisioni fatali con le pale rotanti. Tuttavia, il
peso più determinante nel blocco del progetto è forse quello che hanno avuto i
membri della Royal Society of Literature e della Brontë Society, società storica
che si occupa di promuovere e preservare l’eredità materiale e culturale della
famiglia di scrittori, i quali hanno preso apertamente posizione dichiarando
come lo sviluppo del progetto avrebbe «un impatto significativo e dannoso […] su
un paesaggio di fama mondiale».
Oggi la brughiera delle sorelle Brontë è diventata la settima riserva naturale
nazionale (nonché prima nel West Yorkshire) della King’s Series of National
Nature Reserves, piano con cui il governo britannico si è impegnato a nominare
venticinque nuove riserve naturali in un periodo di cinque anni
dall’incoronazione di Re Carlo III. La Bradford Pennine Gateway National Nature
Reserve, questo il suo nome ufficiale, copre 1.274 ettari, di cui 738 (cioè il
58%) sono stati indicati come Site of special scientific interest (SSSI). La
riserva è stata designata quale sede per studi e ricerche sul campo in
collaborazione con università e college locali in vista dell’assegnazione dello
status di Città della cultura per il 2025 alla città di Bradford. La creazione
della Bradford Pennine Gateway, che collega otto siti naturali nell’area di
Bradford e dei Pennini meridionali, segna un passo cruciale nel percorso di
recupero degli ambienti naturali, non solo nello Yorkshire ma in tutto il Regno
Unito, marcando un’importante vittoria della letteratura sull’economia green.
Grazie alle suggestioni evocative con cui una famiglia di scrittori ha saputo
animarle, le brughiere di Haworth sono diventate un patrimonio culturale
protetto e tutelato, il che induce a porre una domanda interessante e ancora
poco esplorata: che ruolo può avere la letteratura nella salvaguardia di
ecosistemi e territori?
Educare alla conservazione ambientale con le opere letterarie
Nel 1810 William Wordsworth pubblica la Guide to the lakes, in cui espone il
resoconto di una salita su Scafell Pike, la montagna più alta d’Inghilterra. Il
racconto è l’occasione per descrivere il Lake District, dove il poeta visse e
trasse ispirazione per gran parte dei suoi lavori. In esso Wordsworth non si
limita a descrivere il paesaggio, ma si concentra piuttosto sull’intento di
trasmettere l’esperienza emotiva che la natura suscita in lui. Alcuni critici
hanno notato come lo stile e il contenuto della Guide sembrino a loro volta
ispirati a un’altra opera, Julie, ou la nouvelle Héloïse di Jean-Jacques
Rousseau, ambientata nella regione delle Alpi svizzere di Vevey. Pur non
contenendo una descrizione specifica del paesaggio alpino, il romanzo di
Rousseau evoca infatti la bellezza naturale della regione utilizzando l’ambiente
per restituire una specifica atmosfera e descrivere il rapporto intimo tra
esseri umani e natura. Si crea così un doppio movimento: da un lato il resoconto
di Wordsworth mostra l’impatto che la visione di Rousseau ha avuto sulla sua
percezione del Lake District; dall’altro la versione di Wordsworth è destinata a
influenzare il modo in cui i visitatori successivi (tra i quali Branwell Brontë)
vivranno l’esperienza di scalare Scafell Pike.
> Grazie al lavoro di una famiglia di scrittrici, le brughiere di Haworth sono
> diventate un patrimonio culturale protetto e tutelato, il che induce a
> domandarsi che ruolo possa avere la letteratura nella salvaguardia di
> ecosistemi e territori.
La grande quantità di opere letterarie che pone al proprio centro la natura
mostra come letteratura e ambiente siano strettamente correlati, se non
inseparabili. Come abbiamo visto per Wuthering Heights, la natura non è solo lo
sfondo dell’azione o un elemento d’atmosfera, ma costituisce anche un aspetto
fondante della trama. «Ora stai radunando i tuoi Personaggi in modo delizioso
[…] – 3 o 4 Famiglie in un Villaggio di Campagna è la cosa migliore per
lavorarci su» scriveva Jane Austen in una lettera alla nipote Anna, intenta a
pianificare la struttura di un romanzo.
Che le opere letterarie siano in grado di sensibilizzare alla tutela dei
territori e degli ecosistemi è la premessa alla base dell’ecoletteratura,
disciplina ibrida che si pone come obiettivo quello di operare modifiche nel
comportamento e nella mentalità utili a superare la crisi ambientale. Uno studio
condotto nel 2023 da un gruppo di ricercatori dell’Universitas Islam Sumatera
Utara, in Indonesia, su una selezione eterogena di opere a sfondo naturale
osserva come queste svolgano un importante ruolo nella conservazione
dell’ambiente e al tempo stesso nella formazione di una coscienza critica
sull’importanza di mantenere l’integrità degli ecosistemi. Esperimenti
interessanti in questo ambito esistono anche nel nostro Paese e si segnalano in
particolare quelli condotti da ZEST, progetto di divulgazione letteraria fondato
nel 2016 e dal 2024 attivo con una propria casa editrice. Tra le varie attività
di ZEST si annovera la curatela di festival che prevedono al loro interno la
presenza di panel internazionali, mostrando così una serie di punti di una
geografia culturale che si possono unire.
La preoccupazione per la conservazione degli ecosistemi e la consapevolezza che
la letteratura possa avere un impatto significativo sulla coscienza umana del
cambiamento hanno influenzato anche gli studi critici. Nel luglio 2013 il
Dipartimento di inglese del St. Xavier’s College for women, in India, ha
organizzato il primo seminario sull’ecocritica, con l’intento di sensibilizzare
i lettori sull’urgenza del tema e sull’utilità di alcune delle aree studiate,
selezionate dai relatori in collaborazione con attivisti ambientalisti.
> Un recente studio condotto in Indonesia rivela come le opere a sfondo naturale
> svolgano un importante ruolo nella conservazione dell’ambiente e nella
> formazione di una coscienza critica sull’importanza di tutelare l’integrità
> degli ecosistemi.
«Lo studio della letteratura in chiave ecologica ha preso piede soprattutto
negli Stati Uniti, a partire dagli anni Novanta» spiega Niccolò Scaffai,
professore ordinario di letteratura italiana contemporanea, nel saggio
Letteratura e ecologia (2017):
> è in quel decennio, infatti, che si è affermato il cosiddetto Ecocriticism.
> Più di recente, lo studio ecologico della letteratura si è diffuso anche in
> Europa e in Italia, con premesse e obiettivi in parte diversi dal modello
> americano. La differenza principale dipende da una diversa idea di natura e
> paesaggio: nella cultura americana prevale il valore della wilderness, la
> natura incontaminata e disabitata; nel contesto italiano, ambienti e paesaggi
> sono determinati da una stretta relazione con la Storia.
Letteratura e wilderness: il caso Big Sur
Oltre 110 chilometri di scogliere a picco sull’oceano, a un’altezza compresa tra
i 500 e 1.000 metri: Big Sur, sulla costa del Pacifico a sud di San Francisco, è
stato mitizzato da artisti e scrittori per via della sua natura impervia e
fortemente ispiratrice. Henry Miller vi si trasferì nel 1944, dopo essere
sfuggito all’Europa e alla Seconda guerra mondiale e avere intrapreso un viaggio
per «risalire alle fonti della natura e della cultura americana». Dal suo
capanno vedeva la foresta precipitare verso le onde spumeggianti e le aquile
volare sopra i canyon; di notte sentiva urlare i coyote, in «una regione dove
gli estremi si toccano, dove si ha sempre un senso di stagione, di spazio, di
grandiosità, di eloquente silenzio». Fino agli anni Trenta a Big Sur si arrivava
soltanto a piedi o a cavallo: «Avanzare» scriveva Miller «significava lottare
contro spine, rovi, liane». Per assecondare il crescente desiderio di sfuggire
all’urbanizzazione e tornare alla natura, nel 1937 era stata inaugurata la
celebre Highway 1, una delle strade panoramiche più iconiche del mondo.
Paradossalmente, l’operazione aveva comportato lo scavo di pareti rocciose «a
furia di dinamite», il riempimento di canyon e l’abbattimento di molte sequoie,
oltre allo scarico di un’enorme quantità di detriti nell’oceano con conseguenze
letali per la locale popolazione di abaloni. Nel suo memoriale Big Sur and the
Oranges of Hieronymus Bosch (1957), Miller notò come l’apertura della strada
avesse portato un numero crescente di turisti a riversarsi nella zona ed
espresse il timore che il suo carattere speciale venisse rovinato. Cinque anni
dopo gli fece eco Jack Kerouac, che nel suo romanzo Big Sur (1961) prese atto di
come la cultura dell’autostop fosse cambiata, vedendo sfilare «un’elegante
station wagon dopo l’altra».
Oggi Big Sur attrae più di 4 milioni e mezzo di visitatori all’anno (stima: See
Monterey), più dello Yosemite National Park. A differenza di quest’ultimo, però,
non dispone delle infrastrutture adatte per gestire grandi folle e la sua
struttura geologica ha risentito drammaticamente dello scavo dei monti Santa
Lucia per fare spazio alla strada panoramica, attraversata dalla faglia San
Gregorio-Hosgri. Le conseguenze si sono intensificate nell’ultimo decennio a
causa di ripetuti incendi e dell’accelerare della crisi climatica: forti piogge
seguite a mesi di siccità hanno fatto crollare a più riprese pezzi di corsia,
dislocando oltre un milione di metri cubi di terra e detriti e bloccando per
mesi l’accesso da sud a gran parte del Big Sur. Tuttora la strada è parzialmente
chiusa e la riapertura completa viene continuamente rimandata perché la parte
franata è ancora in movimento, con uno spostamento calcolato di un piede (circa
30 centimetri) al giorno. La maggior parte dei residenti non ha dubbi sul fatto
che la costa si stia sgretolando in mare. La combinazione di incendi, che
aumentano la suscettibilità del territorio all’erosione, e di piogge torrenziali
è la ricetta perfetta per un continuo incremento delle frane. Al pari di altre
destinazioni privilegiate nel mondo, Big Sur si trova dunque ad affrontare la
difficile sfida di mantenere un’economia fondata sul turismo e al tempo stesso
limitare l’impatto che questo ha sull’ambiente.
Con simili dati la situazione si complica e ci spinge ad addentrarci in luoghi
spinosi per trovare risposta alla nostra domanda. E se, come suggerisce il New
York Times, fosse proprio l’amore che nutriamo per i luoghi letterari quello che
li sta uccidendo?
Il turismo letterario in Italia, tra Storia e strumentalizzazione
In Italia si è sviluppato addirittura un sistema di Parchi letterari,
organizzati attorno a uno scrittore o a una scrittrice e ai suoi luoghi di
creazione, con l’idea di «ricercare e animare di suggestioni evocative i luoghi
che hanno visto la presenza fisica e interpretativa di grandi letterati». Se il
primo Parco letterario è stato creato in Norvegia, Giovanni Capecchi ne fa
risalire l’origine nel nostro Paese alla Fondazione Ippolito Nievo, che nel 1992
ha fondato il Parco nieviano per preservare i luoghi e le vicende narrati in Le
confessioni d’un italiano, con particolare attenzione per il Castello di
Colloredo di Mont’Albano, parzialmente distrutto da un terremoto.
> Il caso di Big Sur, un luogo invaso dal turismo anche per via del suo status
> letterario, pone un interrogativo di segno opposto: e se l’amore che nutriamo
> per i luoghi letterari, lungi dal tutelarli, finisse per condannarli?
A differenza dei parchi “a tema letterario” (come il Parco policentrico Collodi
in Toscana) i Parchi letterari non sono circoscritti in un perimetro preciso ma
si estendono per un’ampia area geografica che aspira a corrispondere allo spazio
fisico e psichico di un autore, spesso includendo gli edifici in cui questi ha
vissuto e lavorato. I loro confini possono coincidere in parte con quelli di un
parco naturale, ma perlopiù si tratta di itinerari ideali che riuniscono diverse
attività allo scopo di promuovere il turismo locale. Sul finire degli anni
Novanta diverse decine di Parchi sono sorte su tutto il territorio nazionale
grazie alle sovvenzioni dell’Unione Europea. Alle soglie del 2000 se ne
contavano 38, con oltre 300.000 visitatori nel 2000-2001. Elena Dai Prà,
professoressa associata di geografia presso l’Università degli studi di Trento,
spiega come il quadriennio 1997-2001 rappresenti «una tappa storica» per via del
«grande fervore di progettualità che puntava sulla letteratura come chiave
inedita per la valorizzazione territoriale». Solo nel Mezzogiorno furono
presentate ben 238 proposte, anche se solo 17 riuscirono ad accedere ai
finanziamenti della Sovvenzione globale. Un vero e proprio «boom dei Parchi» a
cui è seguita una fase più difficile dopo il giugno 2001, che ha visto la
conclusione del sostegno comunitario e ha portato alla chiusura di alcuni di
essi.
Nonostante queste difficoltà il dispositivo dei Parchi letterari continua a
funzionare e il 24 luglio 2024, a San Terenzo, nel cuore del Golfo della Spezia,
è stato inaugurato il Parco letterario Percy Bysshe Shelley. Fu infatti alla
Villa Magni di San Terenzo che nel 1822 Shelley decise di passare l’ultima
estate della sua vita insieme alla moglie e alcuni amici: è anche per il loro
passaggio che il luogo è oggi noto come Golfo dei poeti. Il percorso ideale del
Parco va dal giardino di Villa Magni al Monte Rocchetta che lo sovrasta,
passando per il punto panoramico noto come Pietraia da cui si può godere della
vista di quel golfo dove Percy trovò la morte. Mary Shelley ne parlava come di
uno scenario «di una bellezza inimmaginabile […] come se ne vedono soltanto nei
paesaggi di Salvator Rosa». Chissà cosa penserebbe se sapesse che quel golfo
tanto amato è oggi occupato da un vero e proprio ecomostro il cui muro di cinta
preclude l’accesso al mare. Si tratta dell’Arsenale della Marina militare,
inaugurato nel 1869 e progressivamente abbandonato dopo aver perso più di 10.000
lavoratori e lavoratrici nel corso di una settantina d’anni. Secondo William
Domenichini, membro dell’associazione Murativivi e autore del libro Il golfo ai
poeti, No Basi Blu (2023) l’Arsenale è una «discarica vista mare» e presenta
«una quantità di amianto impressionante», oltre a siti contaminati, sversamenti
a mare e rischi nucleari. Benché la struttura si estenda all’interno del centro
storico di La Spezia, coprendo una superficie totale di 900.000 m² e sviluppando
un reticolo stradale di circa 13 km, oltre a 6,5 km di banchine che circondano
quasi 1.400.000 m² di specchi acquei, non c’è in vista alcun piano di recupero o
di riattivazione dei tanti capannoni abbandonati. È invece in atto la procedura
di adeguamento agli standard NATO avviata dal Genio della Marina nel 2022,
nell’ambito del programma Basi Blu: un progetto spacciato come “green” che in
realtà non ha nulla di sostenibile e che porterà a un ulteriore ampliamento
delle infrastrutture portuali militari per una spesa complessiva di 354 milioni
di euro.
> Chissà cosa penserebbe Mary Shelley se sapesse che quel golfo tanto amato è
> oggi occupato da un vero e proprio ecomostro il cui muro di cinta preclude
> l’accesso al mare.
Che istituzioni di salvaguardia territoriale a mezzo culturale e comparto
cantieristico di natura bellica riescano a convivere nel medesimo spazio è una
delle contraddizioni tipiche del nostro tempo. Domenichini spiega che «il
marketing territoriale a La Spezia è debordante: basti pensare che la centrale
Enel, che fino a pochi mesi fa bruciava carbone e per 60 anni ha ucciso la gente
è intitolata a Eugenio Montale.»
Se l’amore (per la letteratura) non basta
Quello del Golfo dei poeti non è certo un caso isolato, così come non lo è Big
Sur; entrambi però ci aiutano a capire come l’amore per la letteratura, da solo,
non sia sufficiente a salvaguardare territori ed ecosistemi quando le forze in
gioco hanno nomi come collasso climatico, economia capitalista, assetto
imperialista e overtourism. Il dispositivo del Parco letterario può essere
interessante ma mostra tutti i suoi limiti proprio attraverso le iniziative che
promuove, che sono slegate dalla comunità, alimentate da un motore politico e
prive di continuità. Già nel 2003 Dai Prà notava l’assenza di una legislazione
specifica che regoli modalità di attuazione e di gestione dei Parchi, che
insieme all’«utilizzo prezzolato dei marchi registrati» rischiava di far scadere
un progetto nato con finalità culturale in un prodotto alla moda di stampo
anglosassone. Per le stesse ragioni è difficile attuare una vera didattica
letteraria e ambientale nelle scuole, se tutto dipende dagli umori del dirigente
scolastico di turno; eppure, questo avrebbe una messa a terra molto più
concreta, con il coinvolgimento di studenti e studentesse anche nel periodo
estivo.
> Quello di cui avremmo bisogno è un cambio di prospettiva radicale: una visione
> nuova, in grado di rivelare la bellezza degli ecosistemi al di là del loro
> potenziale di sfruttamento ai fini del profitto.
«Iniziative che culminano in laboratori di scrittura, storia del paesaggio e
storia locale sono capaci di mettere in moto delle energie urgenti» mi spiega il
poeta e saggista Francesco Maria Terzago, per il quale si può operare un
cambiamento nella coscienza collettiva promuovendo un’educazione ambientale che
sensibilizzi alla conservazione degli ecosistemi e che passi anche attraverso la
letteratura: «Una letteratura capace di contaminarsi e di cambiare il suo punto
di vista, che abbandoni una visione di privilegio per accogliere una policromia
di sistema anche grazie all’utilizzo di spazi laboratoriali all’aperto. Questo
si può e si deve fare soprattutto nelle periferie decentrate, per costruire una
dimensione di relazione con chi abita in quelle frazioni e ripartire dalle
piccole comunità.»
Quello di cui avremmo davvero bisogno, in sintesi, è una classe intellettuale
meno inerte, che trovi il coraggio di uscire dalle proprie fortezze costruite
attorno al privilegio, di una classe politica non asservita alle ingerenze
straniere e, per tutti e tutte, di un cambio di prospettiva radicale: una
visione nuova, in grado di rivelare la bellezza degli ecosistemi al di là del
loro potenziale di sfruttamento ai fini del profitto, che affranchi la Storia da
ogni tentativo di strumentalizzazione sia nel senso revisionistico della
propaganda che in quello predatorio del marketing. Solo così potrà emergere la
nuova letteratura dell’Antropocene.
L'articolo Quando la letteratura salva i territori proviene da Il Tascabile.
L a geopolitica dell’acqua oggi ha di certo meno visibilità rispetto alla corsa
all’intelligenza artificiale o alla competizione tecnologica globale, ma resta
un nervo scoperto nelle dinamiche di potere contemporanee. Ce lo ricordano le
recenti tensioni tra India e Pakistan: dopo un attentato, Nuova Delhi ha sospeso
il Trattato delle acque dell’Indo, minacciando di ridurre del 25% il flusso
verso il Pakistan. In un’area dove l’agricoltura dipende in larga parte da quei
fiumi condivisi, l’acqua torna a essere leva di pressione e possibile miccia di
conflitto.
A rendere ancora più instabile il quadro è l’impatto della crisi climatica, che
accentua la vulnerabilità delle risorse idriche in tutto il mondo. L’aumento
delle temperature, l’alterazione dei regimi delle piogge e la maggiore frequenza
di eventi estremi compromettono la disponibilità e la prevedibilità dell’acqua,
con effetti a catena su agricoltura, energia, salute e migrazioni. Anche regioni
un tempo considerate relativamente sicure stanno affrontando scenari di
scarsità.
Negli Stati Uniti, nel 2023, sette Stati del sud-ovest hanno siglato un accordo
per ridurre i prelievi dal fiume Colorado, evitando il collasso di metropoli
come Los Angeles e Phoenix. Ma la portata del fiume continua a calare, ponendo
interrogativi sempre più urgenti sulla sostenibilità di lungo periodo.
> La crisi climatica sta accentuando la vulnerabilità delle risorse idriche in
> tutto il mondo, con effetti a catena su agricoltura, energia, salute e
> migrazioni.
Sempre negli Stati Uniti, l’acqua è oggi al centro di dispute ben più
grottesche. Nell’aprile 2025, Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per
annullare i limiti ambientali sulla pressione delle docce, lamentando che le
regolazioni volute da Obama e Biden non gli consentivano di lavarsi bene i
capelli. A inizio del suo secondo mandato e in un modo decisamente più
preoccupante, rispolverando nostalgie imperiali, Trump ha evocato pubblicamente
la necessità di “riprendere” il controllo del Canale di Panama, denunciando le
tariffe panamensi come ingiuste e ventilando persino l’ipotesi di un’azione
militare.
In Africa, intanto, la Grand Ethiopian renaissance dam (GERD) continua a essere
motivo di scontro diplomatico tra Etiopia, Egitto e Sudan, preoccupati per il
controllo delle acque del Nilo Azzurro. Il progetto, ormai pienamente operativo,
è destinato a ridisegnare i rapporti di forza nel Corno d’Africa.
Il secolo delle acque forzate
Queste dinamiche contemporanee trovano radici profonde nel modo in cui, durante
il Novecento, si è concepita l’idrosfera: come spazio da dominare, modellare e
sfruttare a fini economici, politici e simbolici. Winston Churchill, fermandosi
nel 1908 a osservare il Nilo presso il lago Vittoria, scrisse che “una simile
leva per controllare le forze naturali dell’Africa che nessuno impugna, può
soltanto intrigare e stimolare l’immaginazione”. Negli anni successivi, la
costruzione di dighe e sistemi idraulici divenne una pratica globale: Stati
Uniti, Unione Sovietica, India e Cina investirono massicciamente in progetti di
deviazione dei fiumi e costruzione di bacini, vedendo in essi strumenti di
modernizzazione e legittimazione politica. Le dighe non solo fornivano
irrigazione ed energia elettrica, esprimevano anche la capacità eroica dello
Stato di dominare la natura per il bene collettivo.
Due casi emblematici mostrano il costo di questa visione: in India,
l’Inghilterra coloniale sfruttò l’Indo per consolidare il proprio dominio
agricolo, mentre in Asia centrale l’Unione Sovietica progettò imponenti sistemi
irrigui per sostenere la monocultura del cotone. L’ambizione sovietica portò
alla ben nota vicenda del prosciugamento del lago d’Aral, con conseguenze
disastrose: desertificazione, salinizzazione dei suoli, crollo dell’attività
ittica, crisi sanitaria ed economica.
> Prima di farsi geopolitica, ogni visione di dominio sulla natura si esercita
> nel piccolo: argini da spostare, bacini da svuotare, fiumi da conchiudere in
> invasi.
Negli anni Duemila tornò a circolare ‒ in forma speculativa e mai ufficialmente
stipulata in accordi ‒ l’ipotesi di rilanciare un antico progetto sovietico:
deviare parte delle acque dei grandi fiumi siberiani verso la Cina
nord-occidentale. Si parlava di piegare l’Irtyš, l’Ob, forse persino l’Enisej
verso sud-est, oltre la frontiera, fino alle regioni del Xinjiang e del Gansu ‒
terre assetate, industrializzate, in piena espansione. Un canale artificiale
lungo oltre mille chilometri: una ferita nella taiga da coprire con una promessa
di prosperità. L’idea, più volte evocata da funzionari russi e cinesi, fu
rilanciata nel 2002 dal sindaco di Mosca Yuri Luzhkov e rientrava, almeno
idealmente, nelle prospettive di cooperazione idrica tra i due Paesi.
Nulla di nuovo, in fondo: già negli anni Sessanta l’Unione Sovietica aveva
concepito piani dettagliati per rovesciare il corso dei fiumi artici e
trasferire enormi volumi d’acqua verso sud, con l’obiettivo di irrigare le
steppe dell’Asia centrale e sostenere la produzione agricola. Ma il progetto ‒
noto come Northern river reversal ‒ venne abbandonato nel 1986, sotto le
pressioni del mondo scientifico, per l’impatto ambientale potenzialmente
devastante.
Quel progetto mai realizzato, ma ciclicamente evocato, è forse il più recente
fantasma di una lunga ossessione imperiale, moderna, nazionalista che nell’ex
Unione Sovietica si è manifestata in modo particolarmente imponente: l’acqua
come vettore di potere, oggetto di controllo tecnico e politico. Ma prima di
farsi geopolitica, ogni visione di dominio sulla natura si esercita nel piccolo:
argini da spostare, bacini da svuotare, fiumi da conchiudere in invasi.
C’è un caso, all’apparenza periferico, che racconta meglio di altri questa
tensione. In un altopiano del Caucaso meridionale, un lago è stato trasformato
in strumento di modernizzazione forzata, banco di prova per ingegneri, politici
e ideologi. Una microstoria che rivela l’ambizione ‒ tipicamente novecentesca ‒
di rifare la geografia, riscrivere l’ecologia, disciplinare il paesaggio.
Storia di un equilibrio fragile
Arrivando dal Nord dell’Armenia, lungo le strade che scendono dal Parco
nazionale di Dilijan ‒ detto anche Piccola Svizzera d’Armenia per i suoi
paesaggi montuosi, le foreste dense e le sorgenti minerali curative – il lago di
Sevan apre il paesaggio seguendo l’estensione del grande altopiano che lo
contiene. L’altitudine si abbassa di poco, ma la vegetazione dirada e poi
scompare, gli spazi si allargano. Con oltre mille chilometri quadrati a quasi
duemila metri sul livello del mare, Sevan è la principale riserva d’acqua dolce
del Caucaso meridionale e uno degli spazi simbolici più importanti dell’Armenia.
> La storia del lago Sevan mostra come anche un bacino apparentemente periferico
> possa diventare banco di prova per ideologie tecnocratiche, ambizioni statali
> e progetti di disciplinamento territoriale.
Le sue rive sono abitate sin dall’antichità: ce lo dicono i ritrovamenti
archeologici, come quelli di Lchashen, dove è stato rinvenuto il celebre carro
dell’età del bronzo, o il cimitero medievale di Noraduz, con le tradizionali
khachkar, le croci di pietra, conservate e tuttora prodotte in loco da piccoli
laboratori artigiani.
Croci di pietra, Sevan, 2024; fot. Giulio Burroni.
Nonostante le pressioni ambientali e la crescita edilizia, Sevan è ancora oggi
meta di turismo interno, frequentata per le spiagge, le escursioni in barca, la
pesca, i monasteri sulle rive. Il più noto si trova su quella che un tempo era
un’isola ‒ Sevanavank ‒ e che oggi è una penisola. Non è un dettaglio
paesaggistico: è la traccia visibile di un abbassamento artificiale iniziato
negli anni Trenta, quando il livello del lago venne ridotto per scopi irrigui ed
energetici.
Già negli anni Venti, l’ingegnere armeno Soukias Manasserian aveva proposto di
abbassare Sevan di 45 metri per ridurre l’evaporazione e usare l’acqua a fini
produttivi. La proposta, ripresa con entusiasmo nel Primo piano quinquennale,
portò nel 1933 all’avvio della costruzione di un tunnel lungo quasi 40
chilometri, destinato a convogliare l’acqua verso sud, lungo il fiume Hrazdan.
Completato nel 1949, il tunnel diede avvio al progressivo svuotamento del lago.
Tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta, il livello si abbassò di quasi venti
metri, con una perdita di volume stimata attorno al 40%. Le conseguenze furono
gravi: perdita di biodiversità, prosciugamento delle coste, salinizzazione del
suolo, alterazione del microclima. Alcuni scienziati armeni sollevarono
l’allarme già negli anni Sessanta, ma le loro voci rimasero marginali. Solo nel
1978 si autorizzò la costruzione di un tunnel di reintegro (Arpa-Sevan),
completato nel 1981. Un secondo tunnel, il Vorotan-Sevan, entrò in funzione nel
2004.
> L’URSS rese l’acqua un agente politico e simbolico: controllare i fiumi
> significava piegare la natura alla volontà dello Stato.
Il lago ha recuperato alcuni metri, ma resta ecologicamente fragile, oggi
minacciato da eutrofizzazione, inquinamento e gestione politica incerta. La sua
storia, poco nota fuori dal Caucaso, mostra come anche un bacino apparentemente
periferico possa diventare banco di prova per ideologie tecnocratiche, ambizioni
statali e progetti di disciplinamento territoriale. Una microstoria che
racconta, in scala ridotta, le stesse logiche che hanno condotto al
prosciugamento del lago d’Aral.
Deviare fiumi, nutrire anime
Sevan fu, in un certo senso, un prototipo. A partire dagli anni Cinquanta, la
pianificazione sovietica riprodusse lo stesso schema in Asia Centrale, deviando
i fiumi Amu Darya e Syr Darya per l’irrigazione intensiva del cotone: nacque
così il ben noto disastro del Lago d’Aral, che in pochi decenni si ritirò
lasciando dietro di sé deserti salati e relitti navali. Negli anni Ottanta fu la
volta del Kara-Bogaz, golfo poco profondo del Mar Caspio, chiuso artificialmente
e trasformato in un bacino sterile. L’URSS rese l’acqua un agente politico e
simbolico: controllare i fiumi significava piegare la natura alla volontà dello
Stato.
Come spiega Frank Westerman nel suo reportage e saggio del 2020 Ingegneri di
anime l’Unione Sovietica mise in scena una titanica alleanza tra ingegneri e
scrittori, impegnati nella costruzione di un nuovo spazio fisico e ideologico.
La tesi di Westerman è che il concetto di “dispotismo idraulico”, formulato da
Karl Wittfogel, trovi la sua massima espressione in Unione Sovietica: lo Stato
totalitario si legittima attraverso il controllo delle acque, imponendo su di
esse una centralità politica, simbolica e produttiva che trascende la
razionalità ecologica.
> Oltre all’Unione Sovietica, anche i regimi autoritari europei del primo
> Novecento investirono sul paesaggio come strumento di legittimazione politica.
La fede sovietica nella trasformazione della natura affonda le radici nel
modernismo industriale. Lenin sintetizzava l’essenza del comunismo come “potere
sovietico più elettrificazione del Paese”. Stalin ne radicalizzò la visione:
fiumi da deviare, laghi da prosciugare, dighe da costruire. La tecnica,
asservita al piano quinquennale, diventava quindi narrazione, epopea, mito. Nel
cuore di questo racconto si collocano gli scrittori del realismo socialista.
Alla cena organizzata da Maksim Gor´kij nel 1932, Stalin proclamò:
> I nostri carri armati non valgono niente se le anime che devono guidarli sono
> di argilla. Per questo dico: la produzione delle anime è più importante di
> quella dei carri armati… Qui qualcuno ha osservato che gli scrittori non
> possono restarsene zitti e fermi, che devono conoscere la vita del loro Paese.
> L’uomo è trasformato dalla vita, e voi dovete aiutarlo nella trasformazione
> della sua anima. La produzione di anime umane è importante. E per questo
> brindo a voi scrittori, perché siete ingegneri di anime.
Nasce così la letteratura idraulica: un sottogenere del romanzo sovietico calato
dall’alto del regime (e sempre sottoposto ai raggi X della Glavlit, la Direzione
generale per gli affari della letteratura e dell’editoria) che esalta l’opera
pubblica come fondamento della nuova civiltà socialista e che funzionerà, da qui
in avanti, come un dispositivo ideologico per mascherare le contraddizioni della
modernità. Una su tutte: la realizzazione di queste opere fu davvero possibile
solo grazie allo sfruttamento della manodopera di milioni di condannati ai
lavori forzati.
Terraformare l’Europa
L’idea che la trasformazione dell’ambiente potesse diventare una leva narrativa
e simbolica non fu esclusiva dell’Unione Sovietica. Anche i regimi autoritari
europei del primo Novecento investirono sul paesaggio come strumento di
legittimazione politica: agire sulla natura significava dimostrare ordine,
efficienza, potere. In Italia, il fascismo fece della bonifica integrale uno dei
suoi principali dispositivi simbolici. Nonostante la portata di questi
interventi fosse in realtà marginale, la redenzione delle paludi malariche, la
trasformazione dell’Agro Pontino in insediamenti agricoli moderni e l’epopea dei
pionieri della terra nuova divennero elementi centrali della propaganda.
Cinegiornali, plastici, architetture monumentali e retoriche del lavoro
contribuirono a costruire l’immagine di una natura domata e redenta, conferma
tangibile della capacità del regime di instaurare un ordine anche ambientale.
> Anche nel fascismo la trasformazione fisica del paesaggio si accompagnava a un
> disegno bio-politico: disciplinare l’ambiente per disciplinare i corpi.
Frank Snowden, storico dell’Università di Yale, ha mostrato nel suo libro La
conquista della malaria (2008) come questa modernizzazione comportò un costo
umano elevatissimo: sradicamento di comunità rurali, imposizione di nuovi
modelli di vita e aumento della mortalità tra i lavoratori delle opere di
risanamento. Ma la politica ambientale del fascismo non si limitò alla pianura:
anche in montagna, il regime promosse una vasta opera di elettrificazione
alpina, costruendo dighe e bacini idroelettrici dalla Valtellina alla Val
d’Aosta. La montagna domata, l’acqua incanalata e sublimata in energia,
diventavano metafore dell’autarchia e dell’identità nazionale. Anche qui, come
nella bonifica, la trasformazione fisica del paesaggio si accompagnava a un
disegno bio-politico: disciplinare l’ambiente per disciplinare i corpi.
Il nazionalsocialismo tedesco portò questo paradigma a un’estremizzazione
ideologica. La dottrina Blut und Boden (sangue e suolo), elaborata dal ministro
Richard Walther Darré, legava l’identità razziale alla terra, sostenendo che la
sopravvivenza dell’ariano dipendesse dalla sua connessione ancestrale con il
territorio tedesco. L’organizzazione del Reichsarbeitsdienst mobilitava migliaia
di giovani in lavori pubblici, trasformando il paesaggio in un rituale
collettivo di disciplina e appartenenza.
In entrambi i casi, l’ambiente trasformato diventava un set politico e
pedagogico, costruito attraverso propaganda, architettura e narrazione. L’acqua
‒ bonificata, deviata, trattenuta ‒ fu uno degli elementi privilegiati di queste
operazioni ideologiche.
Dispotismo idraulico e modernità socialista
Il fascismo, il nazionalsocialismo e il socialismo sovietico agirono, con gradi
e strumenti diversi, all’interno di uno stesso orizzonte modernista: l’idea che
la tecnica potesse dominare la natura, ordinarla, piegarla a fini produttivi,
simbolici e politici. Anche il fascismo terraformò su larga scala, non solo
nelle aree di bonifica ma anche attraverso la grande opera di elettrificazione
delle Alpi, che comportò la costruzione di dighe, serbatoi artificiali, canali
forzati e centrali idroelettriche. L’acqua montana venne incanalata e messa al
lavoro per produrre energia, autosufficienza e immaginario patriottico.
L’intervento non fu solo simbolico, ma modificò concretamente gli equilibri
ambientali delle valli alpine e ne riscrisse la geografia.
> Il fascismo spesso restò legato a una visione spettacolare del paesaggio, ma
> nessuno ha trasformato i suoi paesaggi su scala così vasta e in tempi così
> rapidi come l’Unione Sovietica.
La differenza rispetto al caso sovietico sta, forse, meno in una
contrapposizione di intenti e più in una diversa magnitudo e organizzazione del
progetto. Il fascismo mise in scena la potenza trasformativa della tecnica, ma
spesso restò legato a una visione spettacolare del paesaggio: la natura, pur
disciplinata, continuava a funzionare come sfondo identitario e risorsa
simbolica. L’URSS, invece, si spinse verso una visione più sistemica, in cui la
natura ‒ e l’acqua in particolare ‒ veniva trattata come componente pienamente
integrata nel meccanismo della produzione pianificata. Non solo da domare, ma da
rimodellare funzionalmente. Come sottolinea John R. McNeill nella sua storia
ambientale del Ventesimo secolo, nessun altro Stato ha trasformato i suoi
paesaggi su scala così vasta e in tempi così rapidi come l’Unione Sovietica,
animata da una miscela di ideologia, urgenza industriale e fede tecnocratica.
Il concetto di “dispotismo idraulico” di Wittfogel voleva descrivere forme
antiche di potere che fondavano la loro autorità sul controllo delle risorse
idriche. Ma fu proprio nell’Unione Sovietica, secondo Westerman, che quel
modello trovò un’espressione moderna, tecnologicamente aggiornata e
ideologicamente giustificata. Il dominio sull’acqua genera inevitabilmente
centralizzazione politica, burocrazia espansiva e gerarchie verticali:
condizioni che trovano piena corrispondenza nell’organizzazione dell’economia
pianificata sovietica, sostiene Westerman.
A differenza dei regimi autoritari coevi in Europa, il socialismo reale non si
limitò a rappresentare la natura come spazio da redimere: tentò di
riorganizzarla integralmente secondo principi razionali e quantitativi su
larghissima scala. L’acqua veniva misurata, deviata, redistribuita; i bacini,
svuotati o riempiti a seconda delle esigenze della produzione agricola e
industriale. Questa visione trovò la sua massima espressione nei piani idraulici
dell’Asia centrale: milioni di ettari irrigati, chilometri di canali,
prosciugamenti artificiali.
> L’Unione Sovietica ha completamente snaturato il nucleo ecologico del pensiero
> marxista, che nei tardi scritti di Marx si stava orientando verso un’analisi
> della cosiddetta “frattura metabolica” tra società e natura.
Il filosofo giapponese Kohei Saito ha sviluppato una critica radicale al modello
estrattivista capitalistico, rileggendo Marx da una prospettiva ecologica: ma,
sebbene in misura largamente minoritaria, nel suo Capitale nell’Antropocene
(2024) Saito non tralascia di sostenere che l’Unione Sovietica ha completamente
snaturato il nucleo ecologico del pensiero marxista, che nei tardi scritti di
Marx si stava orientando verso un’analisi della cosiddetta “frattura metabolica”
tra società e natura. Per Marx, questa frattura ‒ causata dall’estrazione
intensiva di risorse e dalla disconnessione tra produzione e riproduzione
ecologica ‒ non era sanabile con il semplice superamento del capitalismo di
mercato. Occorreva ristabilire un equilibrio tra i cicli della natura e le forme
sociali. Il socialismo sovietico, invece, adottò un paradigma iperproduttivista,
trasferendo le logiche del dominio ambientale dalla proprietà privata alla
pianificazione centralizzata. La natura venne trattata come un deposito da
svuotare, un ostacolo da regolare, una risorsa da calcolare. Seguendo Saito,
quindi, la pianificazione sovietica non solo non colmò la frattura metabolica:
la istituzionalizzò, trasformandola in uno squilibrio strutturale tra l’apparato
statale e l’ambiente. L’acqua, da fattore di equilibrio, divenne leva di
controllo.
Decisamente più radicale la lettura ormai datata di Murray Feshbach e Alfred
Friendly Jr. nel loro libro Ecocide in the USSR: Health and Nature Under Siege ‒
opera che a ridosso del crollo del 1992 segnò l’opinione pubblica occidentale
con toni volutamente drammatici e generalizzanti: l’Unione Sovietica avrebbe
trasformato l’intero continente eurasiatico in una zona di sacrificio
ambientale, compromettendo irrimediabilmente ecosistemi, risorse idriche e
salute pubblica, in nome della produzione e della segretezza di Stato. Secondo
gli autori, l’ecocidio non era un incidente del sistema sovietico, ma una sua
componente strutturale, favorita dall’opacità del potere e dalla logica
pianificatrice che vedeva la natura solo come materia da sfruttare.
In questo quadro, il lago Sevan può essere considerato un laboratorio
preliminare, un esperimento su scala minore rispetto alle trasformazioni
idrauliche realizzate in Asia Centrale, ma già pienamente paradigmatico. La
deviazione del suo corso naturale, l’abbassamento controllato del livello, la
trasformazione di un’isola in penisola, l’alterazione degli equilibri ecologici
ed economici locali: tutto anticipava, per logica e metodo, quanto sarebbe
accaduto vent’anni dopo con il disastro del lago d’Aral.
La Casa degli scrittori di Sevan, 2024, fot. Giulio Burroni. Costruita negli
anni Trenta in stile modernista, sorge su una penisola rocciosa del lago Sevan.
Progettata come residenza estiva per l’élite letteraria sovietica, univa rigore
funzionale e slancio avanguardista. Oggi, semidiroccata, ospita un ostello
estivo e attira visitatori curiosi della sua storia.
L’acqua è ancora infrastruttura del potere
Oggi il controllo delle acque non è più dominio esclusivo dei regimi autoritari.
Anche nelle democrazie neoliberali, l’acqua è al centro di nuovi conflitti: come
risorsa scarsa, come leva geopolitica, come strumento di influenza economica.
Durante l’amministrazione Trump, il paradigma si è aggiornato: dal rilancio
delle grandi opere idrauliche alla sistematica deregulation ambientale, dalla
riduzione dei vincoli federali sulle risorse idriche al disimpegno dai trattati
sul clima e sulla cooperazione transfrontaliera. Il linguaggio si è fatto più
pragmatico, orientato al mercato, epurato della grammatica della sostenibilità.
> Anche nei contesti formalmente democratici, dunque, l’acqua tende a sfuggire
> alla logica del bene comune, per ricadere in quella del comando: un flusso da
> governare, un volume da misurare, un’infrastruttura da monetizzare.
Nella riconfigurazione attuale dei rapporti tra natura e politica, l’acqua
continua a essere un’infrastruttura strategica, al pari di un gasdotto o di una
piattaforma logistica. Il caso del Canale di Panama, con la sua gestione contesa
e le periodiche crisi idriche che ne minacciano l’operatività, dimostra quanto
la disponibilità e il controllo dell’acqua siano tornati a essere nodi centrali
nelle reti globali del potere. Allo stesso modo, la sospensione del Trattato
delle acque dell’Indo da parte dell’India dopo l’attentato del 2025 ci dice come
il flusso idrico possa essere impiegato come strumento di pressione
internazionale, mettendo a rischio la sicurezza alimentare e sociale del vicino
Pakistan.
Anche nei contesti formalmente democratici, dunque, l’acqua tende a sfuggire
alla logica del bene comune, per ricadere in quella del comando: un flusso da
governare, un volume da misurare, un’infrastruttura da monetizzare. I progetti
mai realizzati di deviazione dei fiumi siberiani non sono oggi interessanti per
la loro fattibilità, ma per la logica che incarnano: la tentazione ricorrente di
piegare l’idrosfera a un disegno politico, economico, ideologico.
Da questo punto di vista, la vicenda del lago Sevan ‒ apparentemente marginale
nella geografia dei grandi bacini ‒ si rivela paradigmatica. Lontana dalle
megalopoli e dalle rotte globali, eppure profondamente inserita nella storia del
dominio tecnico sulla natura, racconta con chiarezza come il controllo
dell’acqua sia sempre anche controllo del territorio, dei corpi, dei futuri
possibili. È in questi spazi periferici che si manifesta con maggiore nitidezza
la persistenza ‒ e l’adattabilità ‒ del potere idraulico.
L'articolo Acque sovrane, di guerra e propaganda proviene da Il Tascabile.
Q uesta storia può cominciare da un villaggio contadino della campagna haitiana.
È un villaggio sulle colline: alcuni cimarroni, ex schiavi di origine africana,
si sono rifugiati lì per sfuggire alle piantagioni schiaviste delle pianure.
Hanno tagliato qualche albero per costruire il villaggio, e altri per
l’agricoltura e la legna. Sono terreni poveri, quelli che si trovano a
coltivare, perché quelli ricchi sono coperti dalle piantagioni dei coloni. E
siccome i terreni rendono poco, tagliano altri alberi per farci carbone vegetale
da vendere in città. Allora i cimarroni vengono additati come responsabili della
deforestazione dagli ambientalisti. Possiamo immaginare che, per preservare la
biodiversità dell’isola, si deciderà di impedire il disboscamento di quelle
colline: si farà una riserva, da cui escludere del tutto quei cimarroni che
tagliavano gli alberi. A nessuno verrà in mente di accusare i coloni con le loro
piantagioni, che fin dal loro arrivo si erano occupati di deforestare tutto il
resto dell’isola. Nemmeno agli ambientalisti. Perché la nostra cultura, ci dice
questa storia, è talmente intrisa di colonialismo che spesso non lo vediamo e
anzi lo perpetriamo senza accorgercene anche nelle lotte, anche nell’attivismo.
L’ecologia stessa ne è costellata: sul colonialismo si fonda spesso il concetto
di riserva naturale così come l’estrazione di metalli e terre rare in America
Latina e in Africa. Liberarsene è parte del processo necessario per affrontare
la crisi climatica.
E in effetti questa storia potrebbe cominciare anche molto prima, fra il
Quindicesimo e il Diciannovesimo secolo, quando dodici milioni e mezzo di
africani furono strappati dalle loro terre e stipati nella stiva di navi dirette
nelle Americhe. Come scrive Malcom Ferdinand, ingegnere ambientale di origini
caraibiche, in Un’ecologia decoloniale (2024):
> questi spazi della stiva e dell’interponte rappresentano anche un dispositivo
> politico fondante del mondo moderno. Per diversi secoli, relazionarsi con un
> altro essere umano, o più precisamente trattarlo, mettendolo dentro una stiva
> fu considerato ammissibile e opportuno. […] La collocazione nella stiva è il
> gesto che inaugura la relazione schiavista con questi uomini, queste donne e
> questi bambini neri. Tale relazione non si ferma allo sbarco, all’uscita
> fisica dalla stiva delle navi negriere, benché assuma forme diverse. I
> prigionieri della nave negriera e gli schiavi della piantagione si ritrovano
> legati nella stessa stiva del mondo.
Ma come coglie lo stesso Ferdinand, questa storia comincia ancora prima, nelle
storie che popolano il nostro immaginario e che ci forniscono le lenti
attraverso cui leggiamo il mondo. L’arca di Noè, immagine fondante della cultura
occidentale, è una nave su cui un Padre sceglie chi far salire e chi no.
Assomiglia alla Tesla costosissima di Elon Musk, la salvezza per pochi di una
mobilità elettrica di lusso per una transizione d’élite. Ma l’immagine più
simbolicamente potente è quella della navicella spaziale diretta su Marte,
letteralmente un’arca di Noè: qualcuno, forse un anziano Musk, sceglierà chi far
salire sul ponte e chi nella stiva, mentre a tutti gli altri rimane soltanto la
tempesta.
> La nostra cultura è talmente intrisa di colonialismo che spesso non lo
> vediamo, perpetrandolo senza accorgercene, persino nelle lotte e
> nell’attivismo.
Queste sono le storie di una delle fratture profonde che isolano l’ecologismo
occidentale. Per la geografa Kathryn Yusoff della Queen Mary University of
London l’Antropocene è bianco. Bianco come chi non si schiera, e bianco prima di
tutto perché bianco e più o meno inconsapevolmente colonialista è il pensiero di
cui si nutre. Nel termine Antropocene c’è l’idea che la specie umana tutta abbia
inciso direttamente sui processi geologici della Terra e sia colpevole
dell’immensa e sfaccettata crisi climatica in cui ci troviamo: come se tutti
avessero contribuito allo stesso modo e addirittura come se fosse necessario che
l’umano, in quanto specie, finisse per rompere del tutto e a livello globale
quell’“interscambio complesso e dinamico tra gli esseri umani e la natura” che
Marx chiama “metabolismo”. In realtà solo un piccolo pezzo di umanità ha
prodotto questa rottura, in particolare l’uomo bianco nella società occidentale
capitalista e coloniale.
Moltissime proposte sono arrivate nello scorso decennio per sostituire la parola
Antropocene. Andreas Malm e Jason Moore hanno parlato di “Capitalocene”,
mettendo l’accento appunto sul sistema economico. Marco Armiero ha parlato di
“Wasteocene”, l’era degli scarti, intendendo non solo i rifiuti ma anche le
terre e le comunità umane e non umane sacrificate sull’altare del profitto.
Donna Haraway ha parlato invece di “Plantationocene”, per focalizzarsi sui danni
causati dalle monoculture nei Paesi del Sud globale.
Nella piantagione come nello scarto c’è quello che il colono e l’ambientalista
non vogliono vedere. Entrambi, come scrive Malcom Ferdinand, cercano uno stesso
paradiso da cui l’Altro è escluso. L’Altro è tutto ciò che sta fuori, nella
stiva del mondo, tutto ciò che Ferdinand chiama “il negro”: persino la Terra, in
questo senso, è “negra”. E Negrocene è quell’era storica che ha relegato “nella
stiva del mondo esseri umani e non umani”; “negri” per Ferdinand sono tutti i
gruppi umani considerati inferiori, usati come forza lavoro e allo stesso tempo
nascosti, nella stiva come ai margini della proprietà padronale perché il bianco
possa vivere da solo, nascondendo alla propria vista qualsiasi tipo di “Altro” e
rifiutandosi insomma di condividere la terra con altri viventi.
Ciò che resta fuori è tutto ciò che sfruttiamo ma non vogliamo vedere. Sono i
rifiuti e le risorse. Fra le risorse ci sono gli schiavi, ma anche le altre
specie, e anche le donne. Sono queste le tre categorie che per Marx, attraverso
il loro lavoro non pagato, permettono al capitalismo di esistere: il lavoro di
cura per le donne, il lavoro nei campi degli schiavi, ma anche il lavoro di un
mulo, di un cane da pastore, di un pollo. Accanto al mancato riconoscimento del
loro lavoro, queste categorie sono anche estromesse da ogni potere decisionale
sulla propria vita e sul suolo che abitano: non lavorando, non sono coinvolti in
nessuna scelta.
> Nel termine Antropocene si annida l’idea che la specie umana tutta sia
> colpevole dell’immensa e sfaccettata crisi climatica in cui ci troviamo: come
> se tutti avessero contribuito allo stesso modo e la specie umana fosse
> inevitabilmente distruttiva.
La crisi climatica affonda le proprie radici in un modello economico e in una
cultura dello scarto, della stiva e della piantagione, che emergono da un
sistema di potere patriarcale: senza Noè non esisterebbe un’arca. Noè è il punto
di vista unico e oggettivante dell’uomo bianco, che sceglie chi sale e chi non
sale sulla nave. Un ambientalismo che non tenga conto di tutto ciò è un
ambientalismo sterile e vuoto. Ferdinand trova un’immagine bellissima per
descrivere questo tipo di ecologia: è l’immagine di una “Terra senza Mondo”,
spopolata dei suoi abitanti, delle credenze, usanze e significati. Vergine e
pura come una vestale. Dunque morta, o finta, come un simulacro. In questo senso
le Americhe conquistate e la riserva naturale hanno molto in comune. L’uomo
bianco non accetta di convivere con il nativo. Lo stermina o lo sposta lontano
dal suo sguardo: uno scarto. Allo stesso modo dalla riserva naturale sono
estromessi gli umani della stiva, è un paradiso a cui ha accesso il turista e
che solo un potere dall’alto può gestire.
Questo, del resto, hanno in comune l’estrattivismo e il patriarcato: la
presunzione di avere a disposizione un oggetto da sfruttare o da ammirare, si
tratti di una donna o della Terra stessa. E infatti Ferdinand osserva: “I coloni
occidentali e gli ambientalisti si trovano accomunati nella loro ricerca di un
paradiso sulla Terra che nasconde l’esistenza dell’altro”. Il ripristino della
natura perché torni “incontaminata”, la riserva che esclude gli abitanti per
creare una foresta senza mondo, fa parte di questo immaginario.
> La crisi climatica affonda le proprie radici in un modello economico, e in una
> cultura dello scarto, della stiva e della piantagione, che emergono da un
> sistema di potere patriarcale.
L’ambientalismo occidentale è spesso stato bianco, sordo, colonialista e spesso
lontano dai lavoratori. Negli ultimi anni i movimenti ambientalisti di nuova
generazione, in particolare i Fridays For Future, hanno fatto alcuni importanti
sforzi di ascolto e di riflessione sulle proprie radici, sul proprio linguaggio
e sulle proprie istanze. Negli ultimi tre anni si sono confrontati con le
urgenze diverse, a volte in opposizione, dei movimenti MAPA (Most Affected
People and Areas), che rappresentano gruppi e territori particolarmente colpiti
dai cambiamenti climatici come indigeni, minoranze, donne, poveri e abitanti del
Sud globale. Nei Climate Camp e nei congressi di giustizia climatica si sono
affiancati e confrontati ambientalisti da tutto il mondo nella difficile impresa
di tenere assieme esperienze, voci e rivendicazioni lontanissime.
Nel 2022 Greta Thunberg non ha fatto un passo indietro, come suggeriscono
alcuni, ma si è spostata di lato per lasciar posto al suo fianco ad altre
attiviste, in particolare l’ugandese Vanessa Nakate. E dallo scorso anno quasi
tutti i movimenti ecologisti hanno integrato la causa palestinese nella loro
lotta. In Italia, i movimenti si sono uniti alla lotta operaia della ex GKN di
Campi Bisenzio, mentre in Francia il 2023 ha visto decine di migliaia di persone
che invece di scendere in piazza sono scese nei campi assieme agli agricoltori
del movimento Soulevement de la Terre. Non è abbastanza, ma è qualcosa ed è
importante che ci sia.
> L’ambientalismo occidentale è spesso stato bianco, sordo, colonialista e
> lontano dai lavoratori.
Eppure, molte “politiche verdi” nel concreto restano profondamente coloniali.
Prima di tutto nell’estrazione di risorse come il litio, il nichel e il cobalto,
che avviene per lo più su suolo africano o sudamericano, ne inquina le acque,
sfrutta lavoro sottopagato ed è destinata principalmente ai consumi del Nord
globale. Ma anche nel modo stesso di concepire l’idea di ripristino di un
ecosistema. All’inizio ho fatto riferimento a Haiti ma accade ovunque e in
continuazione. La riserva esclude gli abitanti dall’utilizzo della propria
terra. Allo stesso modo, con la scusa del progetto di una Grande Muraglia verde
lungo il Sahara e il Sahel, ossia una barriera di alberi per rallentare la
desertificazione, i governi dei Paesi interessati stanno ponendo vere e proprie
recinzioni che impediscono alla popolazione locale e in particolare ai nomadi di
muoversi liberamente. Del resto la narrazione stessa della transizione ecologica
ha spesso la forma ben riconoscibile di un’arca di Noè. Le pubblicità di
Plenitude o Hera raccontano una transizione bianca e benestante: vediamo sempre
e solo il ponte della nave, non chi è rinchiuso nella stiva o lasciato in mare.
Famiglie felici in bicicletta, in bei quartieri di città a misura d’uomo.
Per autori come Yussof e Ferdinand è fondamentale che l’ambientalismo sia
consapevole, non solo di come l’inquinamento e il degrado ambientale rafforzino
il dominio sui poveri e i razzializzati, ma anche di come alcune delle soluzioni
perpetrino lo stesso modello fondato sulle disuguaglianze e sul lavoro non
pagato (o quasi) degli abitanti delle stive ‒ che siano il Sud globale o
qualsiasi territorio di scarto ‒, sull’estrazione cieca di risorse e
sull’accaparramento di terre altrui. Non sono fratture diverse, quella coloniale
e quella ecologica, sono la stessa frattura. Dove per frattura, Ferdinand
intende la discontinuità nelle relazioni fra gli esseri umani e l’ambiente, fra
culture e fra diverse forme di conoscenza che è insita nell’ordine sociale
generato dal capitalismo. Politiche “verdi” incapaci di disfarsi dell’abitudine
coloniale al dominio non solo ripropongono le stesse logiche di potere da cui
proprio la crisi climatica, suonando un allarme sempre più chiaro, ci sta dando
la possibilità di liberarci: sono anche inefficaci e ancora una volta ci
isolano, sul ponte della nave, prigionieri della terra senza mondo che
continuiamo a costruire.
> Non sono fratture diverse, quella coloniale e quella ecologica, sono la stessa
> frattura, intesa come la discontinuità nelle relazioni fra gli esseri umani e
> l’ambiente, fra culture e diverse forme di conoscenza, insita nell’ordine
> sociale generato dal capitalismo.
Quello che va rifondato è il modo di abitare: non la ricerca di un paradiso
terrestre da cui l’Altro è escluso ma una “nave mondo” su cui abitare assieme
agli altri umani e alle altre specie. Significa rifondare l’immagine che abbiamo
di noi stessi e del mondo attraverso vite e storie che ci contaminino e
modifichino. L’ecologia decoloniale parte da qui e ha l’arduo compito di
renderci più vasti e decentrati. Abbandoniamo la consunta arca di Noé, o meglio
ancora reinterpretiamola, osserviamo cosa non funziona in quella narrazione.
Raccontiamo la storia della stiva della nave, lasciando che prenda parola tutto
ciò che non ha avuto voce e luce. Entriamo, insomma, a far parte di una nave
mondo. La storia dell’ecologia politica e decoloniale, di un Antropocene non
bianco, di un’ecologia che si sappia non bianca, è anche una storia di uscita da
una solitudine che separa l’uomo bianco occidentale dagli altri umani, dalle
altre specie, dalla Terra tutta. È una storia fatta di narrazioni da mettere in
comune, di condivisione di spazi e contaminazione.
La crisi climatica mette a nudo la vulnerabilità dell’immaginario occidentale, e
proprio per questo l’ecologismo per primo ha bisogno di destrutturarsi e
contaminarsi mettendo le mani, innanzitutto, nella produzione di conoscenze. In
un articolo uscito su The Conversation e intitolato Five shifts to decolonise
ecological science – or any field of knowledge, J. Auerbach Jahajeeah, C.
Trisos e M. Katti osservano come l’epistemologia e il pensiero dell’ecologia
poggino i piedi su un passato coloniale che comprende anche il nome che diamo
alle cose: piante e animali sono stati rinominati dall’uomo bianco al suo arrivo
e non sappiamo nulla dei nomi con cui erano chiamati prima. Allo stesso modo le
mappe sono state disegnate in modo da conferire centralità all’Europa e al Nord
America, attraverso regole di astrazione del pensiero occidentale.
Gli autori propongono appunto cinque passaggi necessari per decolonizzare il
pensiero e l’epistemologia ambientali, fra cui decolonizzare le menti, ossia
aprirsi a forme di conoscenza che non provengano necessariamente da pratiche
scientifiche occidentali; comprendere le storie, per una conoscenza che sia
sempre situata in un contesto; migliorare l’accesso alla conoscenza per
ricercatori o attivisti provenienti da zone del mondo da cui è più difficile
partecipare al dibattito accademico; e riconoscere le competenze al di là degli
stretti parametri occidentali.
> La storia dell’ecologia politica e decoloniale, è anche una storia di uscita
> dalla solitudine che separa l’uomo bianco occidentale dagli altri esseri
> umani, dalle altre specie, dalla Terra tutta.
Dissodare le basi su cui si muove la conoscenza è un inizio, o uno degli inizi
possibili. Di sicuro c’è da non dare per scontato nulla, né il nome di una
pianta, né la bontà di una riserva naturale o di un progetto di riforestazione,
né l’estrazione di un metallo per la mobilità elettrica. Nell’Antropocene questo
immaginario cade, scopriamo di aver bisogno delle altre specie e di immaginari
diversi dal nostro a cui attingere, per non inaridirci in una riforestazione
senza mondo.
L'articolo Decolonizzare l’ecologia proviene da Il Tascabile.
I n primavera inoltrata, nelle mie camminate per queste campagne dell’Agro
Pontino, comincio a cercare una cresta rossa dai bordi bianchi e neri: un’upupa
è inconfondibile anche per una che non sa distinguere una beccaccia da un tordo,
come me. Di solito la avvisto a terra, nei campi aperti, dove cerca lombrichi o
grillotalpa; se mi avvicino troppo spicca in un volo sgraziato ma coreografico,
perché le ali bianche e nere, quando sono spiegate, sono bellissime. È un
uccello abbastanza comune, non è una specie a rischio ma in Europa è
classificata come in declino: le cause sono l’uso di pesticidi, che riducono la
presenza degli insetti di cui si nutre, e la modifica delle zone rurali che
erano il suo habitat naturale, con la sparizione dei muretti a secco e la
contrazione dei sistemi agropastorali. Per me, che la cerco in una fascia sempre
più sottile di campagne, strette fra una linea ferroviaria e l’avanzata della
zona industriale, vederle tornare significa che questo ecosistema, anche se
fragile e a rischio, ancora tiene, ancora è aggrappato a un equilibrio minimo. È
il mio segnale positivo: mi dice che, per un’altra primavera, posso tenere anche
io.
Coltivare un ecosistema
Un ecosistema è il complesso sistema di relazioni biotiche presenti in un
determinato tipo di ambiente fisico – che sia il deserto, la foresta tropicale o
la tundra – tendenzialmente percepibile come naturale, ossia non influenzato
dalla presenza umana. Vengono invece definiti come ecosistemi artificiali o
secondari quelli dove la presenza umana è invasiva: un ecosistema urbano, per
esempio, ossia l’insieme delle relazioni biotiche presenti in un ambiente
cittadino. O un ecosistema agricolo: quello che si configura in un ambiente
naturale modificato dall’attività umana allo scopo di coltivare piante per la
produzione di cibo o per i pascoli.
> Un’agricoltura di tipo intensivo punta al massimo controllo su tutte le
> variabili che possono influenzare il raccolto, e la biodiversità è intesa come
> la prima variabile da controllare.
È una divisione labile: la pervasività delle azioni umane non risparmia più
alcun angolo di mondo ed è quindi arbitrario definire il limite oltre il quale
la nostra presenza fa sconfinare un ambiente nel non-naturale. Sarebbe forse più
utile smontarla, perché la separazione dell’umano rispetto al resto del mondo
vivente è artificiosa e dannosa per ogni discorso ecologico, e andare piuttosto
a cercare proprio quel punto in cui un ecosistema agricolo può assomigliare a un
ecosistema tout court. Gli ecosistemi agricoli hanno una loro branca
dell’ecologia, l’agroecologia, che ha definito una serie di pratiche utili a
tutelarne e ripristinarne salute e biodiversità: non troveremo salute e
biodiversità in un ambiente dove la pervasività, il peso e l’impatto della
coltivazione sono talmente pesanti da ridurre ai margini o schiacciare qualunque
altra forma di vita.
Un’agricoltura di tipo intensivo, su larga scala, è un’agricoltura che punta al
massimo controllo su tutte le variabili che possono influenzare il raccolto, ed
è la biodiversità a essere intesa come la prima variabile da controllare: che si
tratti di sbarazzarsi delle erbe spontanee, chiamate “infestanti”; degli insetti
presenti, con metodi che difficilmente fanno distinzione fra specie dannose per
il raccolto e specie utili come gli impollinatori; di regolare le componenti
biochimiche del terreno, con l’uso di concimi chimici di sintesi, che vanno a
compensare l’impoverimento dei suoli dovuto alle coltivazioni intensive e
all’aver dismesso pratiche come la rotazione e il riposo. Questo controllo ormai
viene esercitato perfino sul patrimonio genetico di un seme.
Vecchi e nuovi OGM
Lo sviluppo delle nuove tecniche genomiche (NGT, New Genomic Techniques) – o, in
Italia, tecniche di evoluzione assistita (TEA), sigle con cui si intendono le
nuove tecnologie di modifica genetica sulle sementi, per rimarcare una
differenza rispetto ai precedenti OGM (Organismi Geneticamente Modificati) –
segna un nuovo passo in questa direzione.
> A differenza degli OGM gli NGT richiedono modifiche del DNA più precise e meno
> invasive, e nell’Unione Europea c’è chi spinge perché vengano accettati alla
> stregua di sementi tradizionali.
La differenza si basa, sostanzialmente, su una maggiore precisione negli
interventi di modifica del DNA: nei vecchi OGM le modifiche venivano spesso
introdotte utilizzando geni di altri organismi – per esempio batteri resistenti
a determinati erbicidi – integrati in maniera non specifica all’interno del
genoma ospite, mentre nelle NGT si affidano a sistemi di editing genetico più
precisi, come CRISPR-cas9, che consente di intervenire direttamente sulla
sequenza di DNA in modo più mirato e preciso. Anche quando questi interventi
comportano l’utilizzo di materiale genetico proveniente dall’esterno, il DNA
arriva tendenzialmente da esemplari della stessa specie o di specie strettamente
imparentate.
Se questa sia una differenza sostanziale e sufficiente a sottrarre le nuove
tecniche ai limiti imposti sugli OGM è una questione aperta: chi nell’Unione
Europea sta spingendo per una deregolamentazione che permetta lo sviluppo e
l’uso di sementi NGT, eliminando i divieti di coltivazione e aggirandone gli
obblighi di etichettatura e tracciabilità, sostiene che questi siano semi più
simili a quelli prodotti con metodi “tradizionali” che agli organismi
geneticamente modificati. Ed è la strada che sta prendendo la Commissione: da
metà marzo sono stati affidati al COREPER (il Comitato dei rappresentanti
permanenti dei governi degli Stati membri dell’Unione Europea) i lavori di
preparazione per la legge che dovrà regolamentare questo settore, per rendere
più facile e veloce il processo di concessione di nuovi brevetti. Lo scopo è
garantire delle coltivazioni più robuste, visto che le sementi che si stanno
studiando hanno caratteristiche come la resistenza alla siccità e ad alcuni
patogeni: è il caso del riso Ris8imo, una varietà sviluppata dall’Università
Statale di Milano, che non viene attaccata dalla malattia fungina del brusone,
attualmente in fase di sperimentazione in campo in provincia di Pavia.
Nella Vision for Agricolture and Food UE – il documento di indirizzo pubblicato
lo scorso febbraio – le parole chiave con cui si apriva la strada all’utilizzo
di NGT erano proprio “resistenza” e “resilienza” rispetto alle sfide climatiche
e ambientali, “sicurezza” alimentare e “redditività” del settore. E sono le
stesse parole che accompagnano la retromarcia rispetto ad alcune misure del Farm
to Fork, come le limitazioni ai pesticidi e ai fertilizzanti chimici, e che
vengono sfruttate per ammorbidire, quando proprio non eliminare, alcuni obblighi
per ottenere i fondi europei di sostegno all’agricoltura, come la rotazione
delle colture e la destinazione “a riposo” del 4% delle superfici agricole.
Non c’è sicurezza senza biodiversità
Se potessimo circoscrivere i termini “resistenza”, “resilienza”, “sicurezza” e
“redditività” al piano economico della filiera agroalimentare, l’idea di
progettare in laboratorio dei semi che rispondono a determinate caratteristiche
richieste dal mercato sarebbe perfettamente razionale. Ma rimane razionale solo
finché non ci rendiamo conto che l’esigenza di sicurezza umana non sta al di
sopra della sicurezza ambientale complessiva, bensì dentro di essa e ne è
totalmente dipendente.
> Abbiamo la presunzione di poter creare degli organismi che siano più
> resistenti alle variabili del mondo esterno di quelli che in quel mondo sono
> nati, sopravvissuti ed evoluti.
Questi semi vengono progettati in ambienti sterili, in un laboratorio sterile in
cui ogni elemento è sotto controllo umano, in cui le forme di vita presenti sono
ridotte quasi a zero. In questa situazione totalmente artificiale abbiamo la
presunzione di poter creare degli organismi che siano più resistenti alle
variabili del mondo esterno di quelli che in quel mondo sono nati, sopravvissuti
ed evoluti nel corso della storia. Il mondo fuori dai laboratori è investito
dall’intensità e dall’imprevedibilità degli effetti della crisi climatica, le
cui variabili sono sempre meno controllabili: siccità, alluvioni, nuove specie
invasive, desertificazione e perdita di fertilità del suolo, caldo estremo,
gelate e grandinate intense fuori stagione. Il mondo esterno non assomiglia a un
laboratorio, per quanto ci si sia impegnati a controllare, arare, allineare,
ordinare i campi coltivati. Le interconnessioni tra gli organismi viventi sono
di diversi ordini superiori a quelle calcolabili in un ambiente chiuso: queste
interconnessioni rendono difficile esercitare un effettivo controllo su un
ecosistema, ma allo stesso tempo gli conferiscono resistenza, ossia la capacità
di resistere ai fattori di disturbo, e resilienza, la capacità, poi, di tornare
in equilibrio: queste capacità sono legate a doppio filo alla biodiversità.
Una superficie di ettari ed ettari coltivata con una sola varietà, con semi
identici uno all’altro perché prodotti in serie, in cui si tende ad azzerare le
altre forme di vita – che siano erbe spontanee o insetti o organismi del suolo
–, è un ecosistema agricolo la cui biodiversità è ai minimi, in cui tutte le
azioni umane sono indirizzate a rafforzare l’illusione di controllo, e in cui
sotto questa illusione si muove l’imprevisto: perché la fragilità di una
coltivazione così uniforme è massima; perché quella coltivazione sarà pure
resistente alle variabili che abbiamo previsto, ma non all’imprevisto. Un solo
insetto in grado di attaccare quella varietà distruggerà l’intera coltivazione,
senza trovare alcuna resistenza, che può essere portata invece dall’alternanza
di diverse coltivazioni, dalle aree destinate al riposo o alle fasce boschive,
dalla presenza di predatori.
> Le interconnessioni tra gli organismi viventi rendono difficile esercitare un
> effettivo controllo su un ecosistema, ma allo stesso tempo gli conferiscono
> resistenza e resilienza, capacità legate a doppio filo alla biodiversità.
Purtroppo, molto spesso anche chi si oppone alla deregolamentazione delle NGT ne
fa una questione parziale e non generale: si discute di sicurezza per la salute
dei consumatori, e non di salute degli ecosistemi agricoli, e degli ecosistemi
in generale, che comprende anche la salute delle persone che ci vivono dentro,
che siano consumatori o no di quei prodotti. Sapere se può essere dannoso
mangiare del riso geneticamente modificato – qualunque sia la tecnica e il
numero di modifiche apportate – è solo una delle questioni che ci dovremmo
porre prima di cominciare a coltivare quel riso. Le altre questioni riguardano a
monte che tipo di agricoltura vogliamo continuare a praticare e che tipo di
ecosistema agricolo vogliamo nei nostri ambienti coltivati.
Nessuno tocchi gli allevamenti intensivi
Il tipo di agricoltura che immagina l’Europa è contenuta nel documento di
vision, che la Commissione considera una “tabella di marcia” delle politiche
agricole fino al 2040. Le indicazioni contenute riflettono il cambio di
indirizzo dovuto alla formazione della nuova Commissione, in seguito alle
elezioni europee di giugno 2024, le proteste dei trattori (e le loro
strumentalizzazioni politiche), l’aumento della diffidenza – quando non proprio
avversione – per il Green deal europeo e per le misure di transizione ecologica,
e l’esplosione di nuove emergenze che hanno scalzato la crisi climatica dal
campo della nostra attenzione.
Eppure, a gennaio del 2024 era stato avviato un dialogo strategico sul futuro
dell’UE, presieduto da Peter Strohschneider (ex presidente della commissione per
il futuro dell’agricoltura del governo tedesco), che coinvolgeva rappresentanti
dei principali stakeholder della filiera agroalimentare, insieme a
rappresentanti dell’ambientalismo e della società civile. Le raccomandazioni
raccolte nel documento finale, presentato a ottobre scorso, elencavano dei punti
molto chiari e, purtroppo, accolti solo in parte: fra queste ‒ oltre a segnalare
una forte necessità di rivedere a favore delle aziende più piccole e più giovani
i criteri di distribuzione dei sussidi destinati al comparto (previsti nella
PAC, Politica Agricola Comune), alla richiesta di maggiori fondi per la
transizione ecologica della filiera e un intervento più incisivo contro le
pratiche commerciali sleali ‒, c’era anche una spinta per la transizione degli
allevamenti intensivi e per politiche di accompagnamento alla trasformazione
delle diete.
Quest’ultima parte manca completamente: “le preoccupazioni della società in
materia di benessere animale” vengono rimandate a un generico esame futuro.
Verrebbe da chiedersi quanto tempo ancora servirà per affrontare il nodo degli
allevamenti intensivi, un sistema di produzione che non è difendibile da nessun
punto di vista. Né da quello del benessere animale, né da quello della salute
umana, né, ancora, ambientale e nemmeno economico: se conteggiassimo i danni
sanitari e ambientali provocati, e togliessimo i sussidi ricevuti, sarebbe
un’attività insostenibile anche finanziariamente.
> Gli allevamenti intensivi hanno cambiato anche l’agricoltura, basti pensare a
> come il letame è stato sostituito da liquami altamente inquinanti e
> inutilizzabili come concime.
I miliardi di animali allevati e uccisi ogni anno, le tonnellate di carne che si
perdono o si sprecano lungo la filiera, la quota di gas climalteranti prodotta
dal settore, l’inquinamento atmosferico e di falde acquifere, le morti attuali e
quelle stimate in futuro per la diffusione di nuove pandemie e per lo sviluppo
di batteri resistenti agli antibiotici: ognuno di questi aspetti offre una
chiave, un pezzo, che smonta la retorica secondo cui questo sarebbe un metodo di
produzione efficiente, una garanzia per la sicurezza alimentare di un pianeta
sempre più popolato. È stata sempre un’esigenza di controllo a indurre lo
spostamento degli animali al chiuso, dai pascoli aperti ai capannoni
industriali. Fuori, eventi atmosferici, assalti dei predatori e malattie
sembravano incontrollabili; un luogo chiuso era un modo di tenere lontano ogni
imprevisto, nutrire e ingrassare degli animali immobili secondo tempistiche
perfettamente controllabili.
Cambiare gli allevamenti ha significato anche cambiare agricoltura: la riduzione
dei sistemi di rotazione che prevedevano anche i pascoli; la sostituzione del
letame con i liquami risultanti dagli allevamenti intensivi, altamente
inquinanti e inutilizzabili come concime: questo ha significato dover creare
industrialmente dei fertilizzanti di sintesi per arricchire suoli sempre più
poveri; la destinazione di aree sempre più vaste alla coltivazione di cereali e
legumi per i mangimi, che sono fra quelle a più alta esigenza idrica.
Il fatto è che questi non sono semplici errori di valutazione da correggere
all’interno di un processo da perfezionare, sono piuttosto gli effetti di un
processo che si basa interamente su premesse sbagliate: che la conoscenza umana
permetta il controllo di ogni aspetto del reale, che gli esseri viventi che
consideriamo inferiori o più semplici possano essere manipolati, bloccati,
indirizzati, fatti nascere e morire secondo degli obiettivi stabiliti in modo
indipendente dalla loro volontà. E invece la vita ha trovato la sua strada, in
miliardi di anni di evoluzione, molti dei quali non hanno contemplato la
presenza di umani, né della loro illusione di controllo, delle loro innovazioni,
dei loro bilanci aziendali e piani industriali, deperibili, momentanei,
illusori, ingenui e piccoli, rispetto all’ostinata volontà della vita di
proseguire, e adattarsi.
Un’agricoltura che comprenda i limiti
Se l’agricoltura intensiva tende alla standardizzazione dei processi e
all’uniformità dei prodotti, al controllo e alla riduzione della diversità in
ognuna delle sue forme, le sue alternative sono difficilmente riassumibili
perché la varietà di approcci, di metodi, di teorie e perfino – si può dire – di
ideali a cui si ispirano è vasta: va da antiche tradizioni indigene e contadine
alle nuove ricerche di scienza diffusa, dalle discipline agroecologiche ai
principi della biodinamica, dalla precisa legislazione sul biologico ai sistemi
autonomi di garanzia partecipata attivati dalle associazioni contadine, con
tutto quello che c’è in mezzo. Può essere un limite ‒ perché è difficile
immaginare, per esempio, delle politiche di sostegno che riescano a tenere
dentro tutti e al tempo stesso garantire dei chiari criteri di accesso ai fondi
‒ ma è anche la sua forza. La forza della diversità – che vale per le relazioni
di un ecosistema, e vale anche per la diversità di approcci, la loro
adattabilità a contesti e comunità specifici, a sfide in continuo cambiamento –
può essere la vera garanzia per la sovranità e la sicurezza alimentare.
> Invece di rispondere alla nostra esigenza di sicurezza con dei tentativi di
> dominio e controllo, dovremmo tentare di comprendere la complessità del mondo
> e dei suoi ecosistemi, e comprendere che molta di questa complessità ci è
> ancora sconosciuta.
Perché se rispondiamo alla nostra esigenza di sicurezza con dei tentativi di
dominio e controllo sempre maggiori, siamo destinati a fallire, a oltranza,
aumentando il livello dei dispositivi di controllo almeno fino a che non ci
renderemo conto che il controllo che pretendiamo sul mondo è un’illusione, e che
invece dovremmo tentare di comprenderne la complessità per imparare ad abitarlo;
e capire che molta di questa complessità ci è ancora sconosciuta.
Quando ci mettiamo a manipolare la sequenza genetica di un seme, non conosciamo
tutto ciò che è correlato a quella sequenza: lo studio sulle parti di DNA non
direttamente coinvolte nella codifica delle proteine – definite per anni “junk
DNA” – e lo studio delle interazioni fra ambiente esterno e modifiche cellulari
(epigenetica) sono talmente agli inizi che non esistono basi veramente solide
per affermare che le NGT permettano modifiche mirate, prevedibili e precise.
Quando è stato deciso che tenere gli animali da allevamento al chiuso fosse più
sicuro, non è stato considerato che un’intensità così alta di animali della
stessa specie favorisce lo sviluppo di epidemie; e quando si pensava di
risolvere il problema somministrando antibiotici in via preventiva, non sono
state prese in adeguata considerazione conseguenze come lo sviluppo di
un’antibiotico-resistenza nei batteri, né la facilità con cui i virus potevano
fare un salto di specie, da bovini, suini o pollame agli umani. Abbiamo
sovrastimato la nostra capacità di trovare nuovi farmaci e nuove misure di
contenimento, e sottostimato quella di batteri e virus di adeguarsi e
proliferare.
Quando abbiamo avviato la produzione industriale di fertilizzanti chimici per
ottenere raccolti sempre maggiori, sempre più velocemente, in modo sempre più
intensivo, non sapevamo quasi nulla del complesso sistema di relazioni biotiche
che rende possibile la fertilità dei suoli: abbiamo distrutto quell’ecosistema
prima ancora di conoscerlo, prima ancora di sapere come avremmo fatto, una volta
distrutto, a ripristinarlo. Per poi scoprire che i fertilizzanti chimici non
funzionano più quando il suolo è ormai deserto, e che sono necessarie le
relazioni fra funghi e radici per permettere alle piante di assorbire i
nutrienti.
Non è più ammissibile scegliere il corretto sistema di produzione sulla base di
valutazioni esclusivamente economiche, mettendo a bilancio solo i costi e i
profitti diretti di un’attività, senza considerare i costi indiretti che si
scaricano sulla collettività – in termini di salute, di danni ecologici
irreversibili, di utilizzo delle risorse – e senza considerare il valore dei
servizi che un ecosistema sano porta sul lungo termine.
Collaborare con un seme
Sono molte le aziende che, invece, questo valore lo riconoscono e hanno scelto
di portare avanti un tipo di agricoltura rigenerativa, che mira a ripristinare
la salute del suolo e che può ripopolare habitat distrutti da decenni di
monocolture intensive. Sono soprattutto aziende medie e piccole, o collocate in
zone marginali, dove l’agricoltura su larga scala è più difficile da praticare.
Il loro non è solo un metodo di coltivazione che ha eliminato i prodotti chimici
di sintesi, ma è un cambio di prospettiva: dalla natura considerata come
risorsa, come input di un processo di produzione a esaurimento, a un sistema
circolare integrato con l’ambiente. Si passa da un tentativo di dominio a una
collaborazione con gli elementi di un ecosistema.
> Non è più ammissibile scegliere il corretto sistema di produzione sulla base
> di valutazioni esclusivamente economiche, senza considerare i costi indiretti
> che si scaricano sulla collettività.
Nella provincia di Pavia, non lontano dai campi dove è in sperimentazione il
Ris8imo, ho avuto modo di conoscere persone che stanno portando avanti questo
approccio. Quando Roberto e Ilena hanno cominciato a occuparsi dell’azienda
agricola di famiglia, una cascina dell’Ottocento, hanno deciso anche che, prima
ancora che coltivare i loro campi, si sarebbero presi cura dell’ecosistema che
ci vive dentro. Quella che hanno instaurato con il riso che coltivano
(principalmente Carnaroli e Rosa Marchetti) è di fatto una forma di
collaborazione: non delle varietà messe a punto in un laboratorio, ma rinforzate
anno dopo anno direttamente in campo. Al riso il compito di adattarsi allo
specifico terreno in cui cresce, alle condizioni climatiche della zona, ai
patogeni che possono attaccare; a chi la coltiva il compito di selezionare a
fine ciclo le piante migliori da cui raccogliere i semi per l’anno successivo. È
quanto hanno fatto contadine e contadini per millenni, prima dell’avvento delle
industrie sementiere: preservare i semi delle piante migliori, le più forti, per
garantirsi coltivazioni sempre più resistenti.
Ed è una forma di collaborazione anche quella instaurata con la biodiversità:
riforestare le bordure dei campi coltivati permette la salvaguardia dei terreni
dall’erosione e l’insediamento di numerose specie. Vedere tornare anfibi,
uccelli, insetti, piccoli mammiferi nelle aree agricole non è solo una questione
di romanticismo e di bellezza: una salamandra è un indicatore ambientale, un
animale sentinella, che certifica la salute di un territorio quanto un esame di
laboratorio. Spesso, chi chiede, e tenta di praticare, un’agricoltura che sa
riportare la biodiversità dove questa era scomparsa, che sa curare un ecosistema
che era danneggiato, dove specie animali che si erano allontanate possano
trovare nuovamente posto viene accusato di ingenuità, poca concretezza, scarsa
scientificità e razionalità; sarebbe però da chiedersi se non sia stato poco
razionale, ma soprattutto poco lungimirante, affidarsi a un’agricoltura
intensiva, estrattivista, che dietro di sé lascia suoli e falde acquifere ormai
contaminati e inutilizzabili e se non lo sia continuare ad affidarsi allo stesso
modello, limandone solo gli impatti più estremi.
> Occorre operare un cambio di prospettiva: dalla natura considerata come
> risorsa, a un sistema circolare integrato con l’ambiente; da un tentativo di
> dominio a una collaborazione con gli elementi di un ecosistema.
Mentre io aspetto il ritorno delle upupe, Ilena e Roberto sono in ascolto per
intercettare i tarabusi, col loro canto profondo che somiglia al suono che
produciamo soffiando in una bottiglia vuota: tre note basse, profonde, lievi. I
tarabusi erano quasi spariti dall’Italia e hanno ripreso a nidificare fra i
campi di riso dell’azienda: è difficile vederli, perché si mimetizzano fra gli
steli, ma la loro presenza certifica che la strada intrapresa è quella giusta
per l’ecosistema, sentire quelle tre note è un indicatore scientifico prima
ancora che un momento di stupore e bellezza. Però contiene anche stupore e
bellezza e forse non ci ha fatto bene escluderli da ogni discorso economico,
sociale o politico, affinché questo ci sembrasse serio e credibile.
Abbiamo bisogno di intravedere la bellezza che c’è nella transizione dei sistemi
agricoli, e in ogni altro settore, di mostrarla a chi non si fida o teme che il
cambiamento possa intaccare la sicurezza – alimentare, energetica o lavorativa
–, di indicare una prospettiva che ampli i dati economici con indicatori del
benessere, nostro, di specie umana, e delle altre specie, degli interi
ecosistemi. Una prospettiva che sappia mostrare che la sicurezza, una sicurezza
duratura e aperta al futuro, non passa dal controllo e dall’uniformazione ma
dalla tutela e dal ripristino della biodiversità, dalla comprensione della
complessità, dall’ammissione che fra i nostri bisogni c’è anche quello della
bellezza, dello stupore, della meraviglia, del vivere non separati ma integrati
in un ambiente sano, in cui la nostra salute, fisica e mentale, è intimamente
connessa a quella dell’ecosistema in cui viviamo.
L'articolo Salvare l’agricoltura proviene da Il Tascabile.
S uccede che una fredda mattina di gennaio uno zoologo si sveglia e trova una
diga che fino a qualche giorno prima non c’era. Tra le montagne di Brdy, in
Boemia, c’è un parco nazionale che per decenni è stato utilizzato dall’esercito
della Repubblica Ceca per esercitazioni militari. Tra le autorità e
l’amministrazione del parco era in corso un tira e molla burocratico con oggetto
la bonifica di un canale di drenaggio, costruito per il transito di veicoli
cingolati. La costruzione di una diga avrebbe permesso di ristabilire l’assetto
idrico della zona, ma le procedure erano ferme da oltre sette anni. A risolvere
questo impasse ci ha quindi pensato una famiglia di otto castori, che nell’arco
di un paio di giorni ha tirato su una diga naturale proprio nella zona
interessata, con buona pace di autorizzazioni e richieste formali alle autorità.
Risparmio stimato per l’operazione? Circa 1,2 milioni di euro.
Non è la prima volta che i castori vengono in aiuto dei conservazionisti in
questioni di gestione ambientale. Il ruolo di questi animali nel regolare
l’assetto idrico e plasmare il territorio circostante è ben noto. Le loro dighe
sono in grado di trattenere milioni di litri d’acqua, creando un ambiente
favorevole a sostenere interi ecosistemi. Uno studio sui castori euroasiatici
(Castor fiber) nel parco nazionale delle foreste Bavaresi ha rivelato come la
loro presenza aumenti la biodiversità circostante: le aree dove i castori sono
attivi presentano un maggior numero di altre specie animali e vegetali rispetto
a quelle dove i castori non ci sono.
> Le dighe dei castori rallentano il flusso delle acque fluviali e mantengono
> ben idratate le foreste, che sono così meno suscettibili a seccarsi e prendere
> fuoco.
E creano riserve idriche utili anche a combattere gli incendi: la presenza del
castoro nordamericano (Castor canadensis) è stata fondamentale per mitigare i
danni degli incendi in California che hanno devastato la regione nel gennaio
2025. Le dighe, infatti, rallentano il flusso delle acque fluviali e mantengono
ben idratate le foreste, che sono così meno suscettibili a seccarsi e prendere
fuoco. Ragione per cui il California Department of Fish and Wildlife ha da poco
lanciato un programma di rilascio di questi animali in zone chiave dello stato
americano. Una ricerca decennale dell’Università di Exeter, nel Regno Unito,
dove i castori erano stati cacciati fino all’estinzione e dove sono stati
reintrodotti da poco, ha anche mostrato come le loro dighe rendano il territorio
più resiliente alle alluvioni, con una riduzione di un terzo del flusso fluviale
durante i periodi di forti piogge.
Ai biologi, si sa, piace catalogare le cose. Una di queste categorie è riservata
proprio a quelle specie in grado di alterare radicalmente la morfologia del
territorio e l’equilibrio delle risorse, influenzando le sorti del loro
ecosistema e di tutte le altre specie che vi dimorano. Vengono definite
ecosystem engineers, “ingegneri degli ecosistemi”, e se si cerca il termine su
Internet, i castori sono il primo esempio che salta fuori. È l’animale che,
assieme a formiche e termiti, associamo di più al concetto di “costruire”
qualcosa. Moltissimi animali si fanno una tana, ma una diga impatta
sull’ambiente circostante in proporzione ingegneristica. Tutte le specie, in
maniera istintiva, inconsapevole o deliberata, alterano l’ambiente in cui
vivono, a volte in modo drastico. Perché allora usiamo la parola “ingegneri”
solo per alcune, dove sta il discrimine?
A rendere una specie attrice protagonista del proprio ecosistema, invece che
semplice comparsa, potrebbe essere proprio l’influenza su altre specie, come ha
suggerito uno studio che ha simulato al computer la macroevoluzione di
ecosistemi virtuali per 15.000 generazioni. Le specie a cui veniva assegnata la
capacità di influenzare la fitness evolutiva di altre specie (ovvero, il loro
successo riproduttivo) finivano per monopolizzare interi ecosistemi in alcune
simulazioni, ma anche per aumentare la biodiversità generale in altre. In parole
povere, un ecosystem engineer è una specie che in un determinato luogo si fa
notare, a discapito o a beneficio delle altre.
> Vengono definite ingegneri degli ecosistemi quelle specie in grado di
> alterare radicalmente la morfologia del territorio e l’equilibrio delle
> risorse, influenzando le sorti del loro ecosistema e di tutte le altre specie
> che vi dimorano.
Ricercatori dell’Università del New Mexico hanno invece provato a porre la
questione in termini energetici, senza giudicare se l’impatto di una specie sia
positivo o negativo ma semplicemente stimando a quanto ammonta l’energia
utilizzata dagli animali per i processi “geomorfici”. Questi comprendono
qualsiasi attività in grado di alterare la superficie terrestre, dal pascolo
alla costruzione di tunnel sotterranei al sommovimento dei letti fluviali
durante la schiusa delle uova. Gli animali selvatici apporterebbero così
all’ambiente circa 76.000 gigajoules ogni anno, l’equivalente dell’energia di
centinaia di migliaia di alluvioni. Tra le specie maggiormente responsabili,
delle oltre 600 analizzate, ci sono termiti, formiche e gli immancabili castori.
L’impatto più grande rimane in ogni caso quello degli animali domestici, in
particolare il bestiame, per i quali l’energia dei processi geomorfici è di un
ordine di magnitudine tre volte superiore.
Nel dibattito su un concetto sempre più utilizzato ma dai contorni ancora un po’
fumosi, c’è chi propone un nome diverso da “ingegnere”, meno carico a livello
semantico di una intenzionalità che non siamo abituati ad attribuire agli
animali. Per essere ingegneri c’è per forza bisogno di avere in mente un
progetto? Un castoro “progetta” di costruire una diga oppure agisce per
aumentare la sua sopravvivenza, come fanno tutti gli animali, e la sua influenza
sull’ecosistema è solo una questione di magnitudine, non di approccio? Se
accettiamo questa distinzione, allora il dilemma diventa il seguente: o tutte le
specie sono, a modo loro, ecosystem engineers, oppure non lo è nessuna, tranne
noi. Se la parola ingegnere va riservata solo a chi progetta una struttura a
lungo termine, con lo specifico intento di far funzionare il proprio ambiente in
una maniera diversa, prevedendo specifici risultati, allora questa è
un’etichetta che possiamo affibbiare solo a noi.
E il nodo viene al pettine, perché se davvero l’unica specie che può
intenzionalmente alterare l’ambiente è la nostra, allora non stiamo facendo un
buon lavoro. Il modo in cui gestiamo le risorse idriche globali, da un lato
incrementando i fenomeni di siccità, dall’altro quelli di inondazione (a volte
nella stessa regione), non è sostenibile a lungo termine. La California era un
deserto, un deserto che è diventato una delle zone economicamente più importanti
del pianeta solo dopo aver dirottato le risorse idriche dagli Stati circostanti,
impoverendoli fino allo sfinimento, in un meccanismo in mano a corporation e
lobby edilizie che va avanti da decenni. Tutto questo lavoro, che potremmo
considerare un terraforming del nostro stesso pianeta, non ha reso questo luogo
più resistente agli incendi. Siamo in grado di far fiorire artificialmente la
vita in luoghi impensabili, ma a costo di risucchiarla altrove, lasciando il
fianco scoperto a catastrofi che costano miliardi, per non parlare del prezzo in
vite umane. Un bravo ingegnere non approverebbe progetti così insicuri e poco
lungimiranti.
> Se davvero l’unica specie che può intenzionalmente alterare l’ambiente è la
> nostra, allora non stiamo facendo un buon lavoro.
Qualunque sia la definizione di ecosystem engineers che vogliamo utilizzare, che
essa riguardi l’influenza sulla biodiversità circostante o più semplicemente
l’ammontare di energia geomorfica, la specie che più la rispecchia rimane la
nostra. È una etichetta adatta a noi, ma ce la meritiamo?
In L’era sintetica (2019), il filosofo ambientalista Christopher Preston
argomenta che la parola “antropocene” non è solo una descrizione del nostro
impatto senza precedenti sul pianeta, ma anche una presa di coscienza, una
chiamata ad assumersi le responsabilità che da questa derivano. Se noi umani
siamo i demiurghi della Terra, allora che si abbracci questo ruolo, in maniera
consapevole, con lo sguardo diretto verso la sostenibilità a lungo termine della
nostra specie e di tutte le altre. La dicotomia naturale/artificiale è
arbitraria, e se si considera naturale solo ciò che è intoccato dall’attività
umana, finiremo per trovarci in un mondo costellato di piccole oasi mentre tutto
il resto è discariche e distese di asfalto. La vera differenza tra noi esseri
umani e gli altri animali è che possediamo una capacità predittiva e progettuale
che a loro manca, una comprensione delle complesse dinamiche climatiche,
ecosistemiche, energetiche che a loro sfugge. A chi, meglio di noi, spetterebbe
un ipotetico ruolo di custodi del pianeta Terra, giardinieri di un parco
naturale su scala globale?
> Siamo in grado di far fiorire artificialmente la vita in luoghi impensabili,
> ma a costo di risucchiarla altrove, lasciando il fianco scoperto a catastrofi
> che costano miliardi, per non parlare del prezzo in vite umane.
D’altro canto è anche vero che finora, dove abbiamo messo mano, noi esseri umani
siamo stati capaci di fare danni incommensurabili. La nostra logica gestionale
dell’ambiente è stata finora quasi sempre estrattiva, non conservativa; la
priorità è stata data ai profitti a breve termine, a discapito della
sostenibilità. All’incremento delle nostre competenze ingegneristiche e della
nostra consapevolezza delle dinamiche ambientali non è corrisposta una maggior
cura dell’ambiente ‒ semmai è accaduto l’opposto. Non solo non siamo stati in
grado di rendere l’ambiente più resiliente alle catastrofi naturali, ma di
alcune ci siamo resi diretti responsabili, sia per ingordigia sia per mancanza
di lungimiranza. Legittima posizione quella di chi, di fronte a tutto questo,
dubita che la nostra specie sia in grado gestire in maniera virtuosa un
ecosistema, figuriamoci l’intero pianeta.
Anche perché la natura non funziona per progetti, ma per mutazioni casuali e
selezioni di caratteri imposte dalla disponibilità circostanziale di risorse.
Sorge dunque il dubbio se pianificare, virtuosamente o meno, sia possibile in
primo luogo, persino per una specie che possiede il potere di leggere il
passato, comprendere il presente e immaginare il futuro. Michael Pollan in Una
seconda natura (2016) la mette così: “Nessuno potrà dire cosa accadrà […] non
perché l’ecologia forestale sia una scienza giovane e imperfetta, ma perché la
natura stessa non sa cosa accadrà qui. Non ha alcun disegno grandioso per questo
luogo”. In altre parole, l’evoluzione è l’antitesi dell’ingegneria.
Meglio lasciare che i castori facciano da sé, quindi? In Italia questi animali
erano spariti dal Diciassettesimo secolo, per poi riapparire all’improvviso nel
2021 in alcune zone dell’Italia Centrale. E ancora non si sa come siano finiti
lì: “Con elevata probabilità, si tratta di rilasci non autorizzati, effettuati
da gruppi di rewilding che non seguono le normative di riferimento” mi ha
spiegato Emiliano Mori, ricercatore del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche)
e membro del gruppo del gruppo Rivers with beavers, che monitora la rinnovata
presenza di castori sul territorio nazionale in maniera autonoma. “In Italia
Settentrionale, sembrano essere arrivati da soli dai paesi di confine, ma visti
questi potenziali rilasci, non si può escludere un’immissione non autorizzata”:
una specie che era autoctona fino a pochi secoli fa è così ritornata, introdotta
dall’essere umano dopo che questo è stato responsabile della sua iniziale
sparizione. Un esempio paradossale di una specie invasiva nel suo territorio
originario.
> Non solo non siamo stati in grado di rendere l’ambiente più resiliente alle
> catastrofi naturali, ma di alcune ci siamo resi diretti responsabili, sia per
> ingordigia che per mancanza di lungimiranza.
L’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), ha
recentemente proposto di rimuovere questi castori invasivi, una posizione non
condivisa da Rivers with beavers e, secondo un sondaggio da loro effettuato,
nemmeno dalla popolazione locale, che vede di buon occhio il loro ritorno sul
territorio. “Sicuramente i rilasci illegali devono essere puniti in quanto tali;
la posizione di ISPRA, secondo me, è dettata dal fatto che l’introduzione non è
stata autorizzata, quindi non condotta secondo la normativa nazionale” ha
aggiunto Mori “Anche se, fino ad adesso, sono stati rilevati solo effetti neutri
o positivi in merito a questa nuova presenza”.
Ho finito di scrivere queste righe poco dopo l’alluvione del 14 marzo 2025 a
Sesto Fiorentino, dove mi sono trasferito da qualche mese. Il torrente Rimaggio,
di solito così placido, ha rabbiosamente rotto gli argini dopo giorni di pioggia
ininterrotta, trascinando giù dal Monte Morello tonnellate di fango. Il terreno
del piccolo sentiero che da casa mia porta al Parco dell’Oliveta è stato
strappato e portato via. Camminando per le strade della città con gli stivali a
mollo, è difficile non chiedersi se un complesso di dighe naturali non avrebbe
potuto evitare, o almeno mitigare, questo disastro che sembra colpire il
territorio toscano con crescente regolarità. Ma i castori sul Monte Morello non
ci sono. Ci siamo però noi esseri umani. Prima di domandarci se la soluzione è
reintrodurre castori, magari paracadutandoli clandestinamente in mezzo alle
montagne come se fossero corpi speciali in missione, forse conviene chiederci
che cosa, al loro posto, avremmo potuto fare noi.
L'articolo Gli esseri umani sono (pessimi) ingegneri ecosistemici proviene da Il
Tascabile.
N el musical del 1981 Forza venite gente, ispirato alla vita e alle gesta di san
Francesco, spicca un brano dedicato a uno degli episodi più noti che videro
protagonista il “poverello di Assisi”: l’incontro con il terribile lupo di
Gubbio. La canzone, che riprende la leggenda e narra l’impresa del frate di
fronte alla bestia che terrorizzava un’intera città, è un perfetto compendio
dell’immagine stereotipata del lupo antropofago, criminale e ingannatore, che ha
le sue radici nel Medioevo europeo e arriva fino a oggi dopo aver lasciato un
segno perenne nella letteratura, soprattutto in quella fiabesca.
> Il lupo a Gubbio sono solo io
> agnelli e vacche è tutto quanto mio.
> Se la foresta il cibo non mi dà
> io mangio carne d’uomo di città.
> Io mi travesto come meglio posso
> per ingannare Cappuccetto Rosso.
> Al mondo tutti sanno che non c’è
> un figlio di puttana come me, come, come me.
Il lupo, ieri e (purtroppo) ancora oggi, è spesso considerato un vero e proprio
flagello per uomini e animali d’allevamento, una creatura demoniaca che lo
stesso san Francesco, secondo quanto riportato nei Fioretti, non esita a
definire “degno delle forche come ladro e omicida pessimo”. Una cattiva fama
andata crescendo nel corso dei secoli, ma che non riflette il reale pericolo
rappresentato dal lupo per le persone e che lo storico Riccardo Rao, nel suo
libro Il tempo dei lupi. Storia e luoghi di un animale favoloso (UTET 2018),
sostiene sia emersa “nei momenti in cui l’uomo è sensibilmente intervenuto
sull’ambiente, riducendo gli spazi incolti e rompendo alcuni fondamentali
equilibri”. Cioè quando lupi ed esseri umani, lupi e animali domestici, hanno
cominciato a incontrarsi più di frequente, attraversando quel confine, pressoché
invisibile, ma necessariamente poroso, che divide il selvatico (l’antropologo
Adriano Favole direbbe a sua volta l’incolto) dal mondo antropizzato e che in
tempi di crisi ecologica si fa inevitabilmente più affollato.
> Questo libro consente a chiunque di riflettere sui motivi che ci hanno portati
> a proiettare su un carnivoro così elegante e misterioso una gran quantità di
> paure umane, risentimenti pastorali e meschinerie speciste.
Sugli scaffali delle librerie oggi è disponibile un nuovo tassello, una nuova
opera che tenta di raccontare proprio quel confine: I diari del lupo, pubblicato
nella collana “animalia” della casa editrice nottetempo. L’autore è lo scrittore
e traduttore Andrea Cassini, che già in precedenza, in un podcast e in un
articolo, aveva saggiato l’argomento, esplorandone contraddizioni, necessità e
obiettivi. L’idea e la pratica che stanno dietro al volume sono semplici da
riassumere: abitando a un passo dal confine fra case e boschi dell’appennino
pistoiese e avendo al suo fianco una femmina di pastore della Sila, Bora
(Borascura sulla linea tratteggiata dei documenti), bisognosa di movimento e
riabilitazione dopo un’operazione chirurgica al bacino subita in tenera età,
Cassini ha deciso di “inforestarsi”, su ispirazione diretta di Baptiste Morizot,
la cui opera Sulla pista animale (2020) attraversa in filigrana l’intero testo.
E quindi di muoversi nei boschi, di indagare la stratificazione di culture
animali che muove e cambia l’ecosistema forestale nelle diverse stagioni, e
infine di partecipare a un progetto di monitoraggio nazionale del lupo,
pubblicato poi nel maggio del 2022 dall’ISPRA (Istituto Superiore per la
Protezione e la Ricerca Ambientale). Il risultato di questi sforzi è un diario,
un resoconto di innumerevoli incursioni boschive, la storia di un ménage à trois
– squisitamente interspecifico – fra uno scrittore, Bora e diversi lupi, reali e
non.
Sarebbe arduo, e sostanzialmente sterile, citare qui tutti i temi che Cassini
tocca nel libro, tutte le riflessioni che ore e ore di camminate e scatti delle
fototrappole che lui stesso ha piazzato nei boschi intorno a casa sua hanno
scatenato. Ben più utile, forse, è provare a esaminare alcuni spunti che la sua
opera fornisce a chi volesse cercare di capire il rapporto fra esseri umani e
lupi, fra uomini e ambiente circostante, fra persone e bosco italiano (inteso
qui come area forestale che da millenni gli esseri umani vivono attivamente e
modificano senza posa). Il libro di Cassini, infatti, pur essendo un lavoro
estremamente personale – in cui scrittura, illustrazioni e fotografia si
intrecciano come gli innumerevoli sentieri di una selva –, consente a chiunque
di riflettere sui motivi che ci hanno portati a proiettare su un carnivoro così
elegante e misterioso una gran quantità di paure umane, risentimenti pastorali e
meschinerie speciste, una miscela di odio che ha dato origine a un massacro
indiscriminato che dura da secoli e che ha condotto questi animali sull’orlo
dell’estinzione in diverse regioni del mondo.
> Il risultato è un diario, un resoconto di innumerevoli incursioni boschive, la
> storia di un ménage à trois – squisitamente interspecifico – fra uno
> scrittore, una femmina di pastore della Sila, e diversi lupi, reali e non.
I diari del lupo è, prima di tutto il resto, un libro di mappe. La questione del
lupo, soprattutto oggi, è infatti una mera ma inevitabile questione di confini.
Lo stesso si può dire del nostro rapporto con altri grandi carnivori, come
l’orso. Nel caso del lupo, maratoneta straordinario, è però ancora più vero. Se
vi aggiungiamo la natura elusiva di questo animale e la sua capacità di vivere
nei pressi delle aree urbane, delle greggi, degli avamposti che costruiamo al
margine di boschi e campi, appare chiaro che il lupo non può essere raccontato
senza badare ai suoi spostamenti, alle sue apparizioni, ai suoi percorsi, ai
suoi areali. Cassina questo lo sa bene e sfrutta in tutta l’opera la sua
ossessione per gli ambienti ibridi e per la ricognizione sul campo, con
l’intento di capire quali sono le mappe degli altri, di quella che in un suo
racconto, L’impronta (2023), chiama la “congregazione del sottobosco”. Uomini,
lupi, scoiattoli, tassi, gufi: tutti hanno una mappa, tutti possiedono ed
esercitano uno sguardo sulla realtà, una prospettiva unica che soddisfa allo
stesso tempo istinti specifici e peculiarità individuali. Durante la lettura si
avvertono tutti gli sforzi compiuti dell’autore durante le passeggiate con Bora
nei boschi per arrivare a un risultato: osservare il mondo circostante
attraverso gli occhi di un altro essere. Cassina li definisce “esercizi di
prospettiva” e servono a “ricostruire la cosmicità perduta” dei luoghi che
(anche noi umani) abitiamo. Una postura essenziale che non può farci che bene,
strappandoci alla nostra quotidianità monotona ed egoistica, premessa di ogni
scempio ambientale.
Si stima che oggi, in Italia, vivano circa 3300 lupi. Sono diffusi in
particolare sulle Alpi e sugli Appennini, ma gli esperti ormai sostengono che
occupino tutti gli ambienti che sono loro congeniali nella penisola. Riuscire a
entrare in contatto con un lupo, in questi anni, è assai frequente rispetto a
qualche decennio fa, quando lo sterminio della specie l’aveva quasi del tutto
eliminata dall’Italia e dal resto dell’Europa. Cassini ne incontra più di uno
nel corso delle sue peregrinazioni e mai come in quei casi risulta determinante
la presenza di Bora, il cane da guardiania che, forse, è la vera protagonista
del libro. Bora è infatti l’essere fra i mondi, colei che mantiene ancora vivo
il rapporto con i lupi, tenendo fede alla loro comune discendenza e, al tempo
stesso, “lavorando” per gli umani e passando tutto il suo tempo con loro. È lei
che media – con linguaggi, segni e tracce; tutti affascinanti e tutti a noi
pressoché incomprensibili – fra l’uomo e il lupo. È lei che stabilisce i confini
e li sorveglia, attraversandoli quando è necessario, stringendoli quando il
pericolo si fa vicino.
Bora appartiene a quella vasta famiglia di animali che ha consentito ad alcuni
esseri umani di mettere un piede nel selvatico. Accanto a lei c’è Digit, il
gorilla di montagna che tanto insegnò sui primati a Dian Fossey sulle pendici
dei Virunga, in Ruanda; c’è il polpo che ha attirato il documentarista Craig
Foster nelle foreste di kelp lungo le coste del Sudafrica; c’è la femmina di
assiolo Alfie, che ha consentito all’etologo Carl Safina di esplorare il limite
fra vita selvatica e vita domestica attorno alle villette di Long Island. Gli
incontri con i lupi descritti da Cassini sono i momenti in cui il racconto si fa
sospeso, quasi irreale, e durante i quali la comunicazione fra le specie
coinvolte nel ménage risulta più incredibile: Bora guarda i lupi, i lupi
guardano il cane, l’umano fissa il cane per provare a capire che cosa vogliano i
lupi. È una stratificazione di linguaggi, e costituisce il primo passo verso la
coesistenza.
> I diari del lupo è un vero e proprio mosaico, con il lupo come figura di
> raccordo, che rispecchia in tutto e per tutto quel complesso groviglio
> selvatico che è il bosco del continente europeo.
Da queste note potrebbe forse sembrare che I diari del lupo sia un libro di
natura esclusivamente filosofica, un saggio sull’animalità incapace di calarsi
nel contesto odierno, quasi disconnesso dalla realtà in cui lupi ed esseri umani
si incontrano e “scontrano”, dando origine a diversi problemi. Non è così, e in
questo forse sta la sua grandezza. Cassina è riuscito a infilare, fra una
passeggiata e l’altra, digressioni ecologiche e antropologiche, persino
letterarie. C’è la filosofia di Morizot, certo, ma anche l’esperienza maturata
sul campo da un esperto come Rick McIntyre, colui che ha raccontato al mondo le
saghe familiari dei lupi di Yellowstone.
Ci sono poi le credenze dei nativi americani e le leggende orrorifiche tipiche
del passato europeo, dalla Bestia del Gévaudan alla licantropia. Ci sono le
lamentele degli allevatori, le incursioni dei cacciatori e i consigli su come
sia possibile difendere gli animali domestici dalle loro razzie. Ci sono le
preoccupazioni sul declassamento del lupo a livello europeo da “specie
rigorosamente protetta” a “specie protetta”, un provvedimento entrato in vigore
da pochi giorni su cui si gioca il futuro di molti membri di questa specie. Ci
sono poi, nemmeno troppo velate, critiche dirette a tutti quei paraventi dietro
ai quali ci nascondiamo, impedendoci così di vedere gli esseri, gli eventi e gli
ambienti che abitano a un passo da noi: il primo è senza dubbio il sapere
asettico ed esclusivamente tassonomico che accumuna quegli esponenti del mondo
scientifico incapaci di andare oltre il dato e il grafico, di vivere in prima
persona il bosco e il rapporto con l’altro da noi.
In definitiva, I diari del lupo è un vero e proprio mosaico, con il lupo come
figura di raccordo, che rispecchia in tutto e per tutto quel complesso groviglio
selvatico che è il bosco del continente europeo. E qui risiede, forse,
l’insegnamento più importante che questo libro regala: non siamo al di là della
natura, ma ne facciamo parte. Pur essendo spesso goffi, invadenti e distruttivi,
siamo una parte del tutto e non serve a nulla “chiamarci fuori”, lasciando che
la “natura faccia il suo corso”. In questo modo non preserviamo nulla, se non la
frattura che abbiamo un disperato bisogno di risanare. Come scrive Cassina: “Il
bosco è anche casa mia e di Bora, siamo parte integrante di questo equilibrio
che non è affatto fragile, perché i luoghi ibridi e contaminati, bastardi, i
terzi paesaggi, sono quelli più ricchi e forti”. Luoghi dove, per sua natura,
abita anche il lupo.
L'articolo I diari del lupo di Andrea Cassini proviene da Il Tascabile.
A lcune settimane fa mi trovavo a Roma, in una delle sedi del CREA (Consiglio
per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’Economia Agraria), per un corso
di formazione congiunto tra l’Ordine dei giornalisti e quello dei Dottori
agronomi e dottori forestali. Il filo conduttore si snodava attorno alla
comunicazione forestale: come narrare efficacemente il complesso rapporto tra
foreste ed esseri umani? Come trasferire a un pubblico vasto, di non addetti ai
lavori, concetti spesso difficili, talvolta persino scostanti? Durante la
discussione, un giornalista ha espresso un punto di vista interessante: a suo
avviso, certi termini tecnici che gli esperti utilizzano spontaneamente, dandoli
per scontati, non lo sono affatto per la stragrande maggioranza dei lettori. Da
qui un dilemma: meglio impiegare tanto spazio e fatica per spiegarli nel
dettaglio oppure ometterli del tutto? Secondo il collega, certe espressioni non
andrebbero proprio utilizzate, perché rischiano di creare solo confusione. Un
esempio lampante è l’espressione “servizi ecosistemici”, spesso utilizzata da
tecnici e ricercatori ma, a suo parere, quasi totalmente incomprensibile ai più.
Personalmente utilizzo molto spesso la locuzione “servizi ecosistemici” (tanto
che la avevo appena impiegata nel mio intervento), non solo perché il concetto
che porta con sé è difficilmente esprimibile in altre parole, ma anche perché lo
ritengo, dal punto di vista della divulgazione, carico di un enorme potenziale
narrativo. Alla fine dell’incontro, la direttrice del CREA Politiche e
bioeconomia, Alessandra Pesce, ha controbattuto al giornalista affermando che
quella di servizi ecosistemici è una definizione troppo importante per essere
omessa, per poi aggiungere: “Fino a pochi anni fa nessuno sapeva cosa fosse una
saccapoche o un impiattamento. Così come siamo diventati un po’ tutti esperti di
cucina, mi auguro che grazie al vostro lavoro le persone, tra qualche anno,
possano finalmente comprendere e utilizzare quotidianamente questo termine”.
> Già nel 1864, George Perkins Marsh sosteneva che l’esteso danno agli
> ecosistemi causato dalle azioni antropiche avrebbe diminuito il benessere
> umano, mostrando una stretta interrelazione tra risorse naturali, società ed
> economia.
Pesce probabilmente ha ragione: è davvero urgente e necessario far conoscere di
più e meglio i servizi ecosistemici, anche sfruttando l’occasione di un
importante anniversario che cade proprio quest’anno, nel 2025.
Un concetto giovane, ma non troppo
La considerazione del giornalista deriva probabilmente dal fatto che siamo di
fronte a un’espressione effettivamente giovane, coniata e sistematizzata solo
vent’anni fa. È stato infatti nel 2005, dopo quattro anni di lavoro e dibattito
tra oltre 1300 esperti di tutto il mondo, che ha visto la luce il MEA
(Millennium Ecosystem Assessment), una corposa serie di documenti in cui, per la
prima volta, viene spiegata ufficialmente la locuzione “servizi ecosistemici”
con questa breve, semplice, ma al tempo stesso illuminante definizione: “I
benefici multipli forniti dagli ecosistemi al genere umano”. Tali benefici si
riferiscono a tutte quelle relazioni che, direttamente o indirettamente, si
instaurano tra le risorse ambientali, i sistemi economici e noi.
Come ha spiegato Robert J. Johnston, professore di economia alla Clark
University di Worcester (MA), il concetto è emerso in realtà già negli anni
Settanta del Novecento. Tuttavia, l’idea che i sistemi naturali supportino il
benessere umano è decisamente più antica. Le relazioni tra deforestazione e
approvvigionamento idrico sono state documentate già da Platone nel 400 a.C., ed
economisti del Diciottesimo e Diciannovesimo secolo hanno riconosciuto i valori
forniti dalla terra e da altre risorse naturali come “beni produttivi”. Ma
secondo Johnston è in Man and Nature, il noto volume del 1864 di George Perkins
Marsh, considerato come una delle opere fondanti del movimento conservazionista
statunitense, che si è formalizzata per la prima volta la relazione tra sistemi
naturali e sociali. Marsh sosteneva infatti che l’esteso danno agli ecosistemi
causato dalle azioni antropiche avrebbe diminuito il benessere umano, mostrando
quindi un’interrelazione strettissima tra risorse naturali, società ed economia.
La stessa interconnessione che sta alla base del concetto sistematizzato e messo
nero su bianco nel 2005 all’interno del MEA.
> Inquadrare i benefici degli ecosistemi per il genere umano è il primo passo
> per tutelarli e gestirli in modo responsabile, tanto per noi stessi quanto per
> le generazioni future.
Si tratta di una definizione che, come alcuni hanno sottolineato esprimendo una
critica più o meno netta, è di indubbia matrice “antropocentrica”: la natura,
infatti, è descritta come “a servizio” dell’umanità. Ma questa definizione, come
vedremo, si incardina su una forma di antropocentrismo tutt’altro che
predatoria. Inquadrare i benefici degli ecosistemi per il genere umano, nella
visione del MEA, è infatti il primo passo per tutelarli e gestirli in modo
responsabile, tanto per noi stessi quanto per le generazioni future. Proprio per
questo, i servizi ecosistemici così intesi si esprimono al massimo del loro
potenziale solo se gli ecosistemi naturali e seminaturali sono ben gestiti e
considerabili “in salute”. Si tratta di un aspetto fondamentale per rifiutare la
possibile deriva antropocentrico-predatoria che può scaturire da una lettura
distorta della definizione, abbracciando al contrario una visione di equilibrio
che si determina nella conservazione e nella buona gestione delle risorse
naturali.
Come viene spiegato dall’ Agenzia italiana per lo sviluppo sostenibile (ASVIS),
all’interno del Position Paper 2024 intitolato Il ruolo, la valorizzazione e il
pagamento dei servizi ecosistemici:
> È necessario intraprendere nuove strade e sviluppare una visione olistica e
> sistemica per cambiare direzione verso nuovi obiettivi, capaci di integrare un
> modello di salute umana con quella animale ed ecosistemica in un legame
> sinergico e indissolubile, riassumibile nel concetto di “One health”, una sola
> salute. Infatti, gli esseri umani sono in salute se vivono in armonia con
> sistemi naturali sani e vitali. Questo equilibrio dinamico va sostenuto e
> mantenuto da azioni per conservare, gestire e preservare la funzionalità degli
> ecosistemi o ristabilirla quando alterati dall’uomo. In questa nuova visione,
> occorre integrare l’evoluzione delle società umane con il mantenimento del
> “Sistema Terra” in un processo resiliente e armonico.
Volendo utilizzare un’immagine più immediata ed emozionale, l’equilibrio è da
ricercare nell’agire etico del “prendersi cura” degli ecosistemi, non certo
perché essi abbiano bisogno di un intervento umano per sopravvivere e
prosperare, ma perché l’interazione che genera i servizi ecosistemici ‒ a patto
che sia rispettosa e sostenibile ‒ è indispensabile alla vita umana sul pianeta,
oggi come nel futuro. Ecco perché, citando nuovamente Alessandra Pesce, è così
necessario non omettere questo concetto, introducendolo ove possibile nel
dibattito e trasferendolo a più persone possibili.
Una definizione in divenire
All’interno del MEA, i servizi ecosistemici sono stati suddivisi in quattro
macro-categorie: di supporto, di approvvigionamento, di regolazione e culturali.
È tuttavia importante sapere che, negli anni, pur rimanendo generalmente
accettate, la definizione originaria e questa prima classificazione sono state
discusse e ampliate. Lo ha fatto ad esempio nel 2018 l’Agenzia europea
dell’ambiente all’interno della CICES (Common International Classification of
Ecosystem Services), dove i servizi ecosistemici sono definiti come “I
contributi che gli ecosistemi apportano al benessere umano”. La parola
“contributi” ‒ che sostituisce l’originaria “benefici” ‒ è centrale poiché
separa il “cosa fanno” gli ecosistemi dai “beni” e dai “benefici” che tutti noi,
attraverso varie forme di interazione, possiamo trarre dagli stessi. Nella
definizione CICES le categorie non sono più quattro, ma tre soltanto, poiché le
funzioni di regolazione (e di habitat) sono considerate superiori: non “beni” o
“benefici”, bensì la base necessaria per la generazione di tutte le tipologie di
servizi. Questa nuova gerarchia è considerata oggi fondamentale per il
mantenimento del capitale naturale.
> L’equilibrio è da ricercare nell’agire etico del “prendersi cura” degli
> ecosistemi, non certo perché essi abbiano bisogno di un intervento umano per
> sopravvivere e prosperare, ma perché l’interazione che genera i servizi
> ecosistemici è indispensabile alla vita umana sul pianeta.
Un’ulteriore variante della definizione di servizi ecosistemici, di poco
precedente a quella CICES, è quella proposta dalla IPBES (Intergovernmental
Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services): “Contributi
della natura alle persone”. La formula è interessante poiché rende più chiara la
presenza da un lato di un paniere di benefici e dall’altro di una moltitudine di
possibili beneficiari che vorrebbero e/o potrebbero utilizzarli. Si tratta di
una sfumatura rilevante per spingerci a ragionare anche sulle modalità per un
equo accesso alle risorse naturali.
Ma prima di tornare alla storica classificazione del MEA, ancora utile per
comprendere la definizione di servizi ecosistemici, occorre focalizzarsi su una
tipologia di ecosistema tra le tante presenti al mondo: le foreste. Proviamo
infatti a pensare a quanti e diversi contributi al benessere umano (o alle
persone) esprimono gli ecosistemi forestali: conservazione della biodiversità e
formazione del suolo; difesa dal dissesto idrogeologico e protezione dalla
caduta di massi e valanghe; produzione di legno; raccolta di funghi, tartufi,
castagne, frutti di bosco e altri alimenti selvatici, fauna compresa; stoccaggio
di carbonio; regolazione climatica; influenza nella composizione atmosferica;
potabilizzazione dell’acqua; conservazione di valori socioculturali. Ma la
foresta è anche elemento del paesaggio, è spazio per attività educative e
culturali, è un luogo adatto allo sport, al tempo libero, al relax, al benessere
psico-fisico, alla spiritualità, ecc. Un lungo elenco insomma, che tra l’altro
non è per nulla esaustivo.
Le quattro categorie di servizi
Torniamo ora alla definizione originaria, esplorando le quattro categorie viste
sopra e prendendo come esempio proprio le foreste: ci servirà per scoprire
quanto, per generare servizi ecosistemici, sia fondamentale l’azione umana. Un
passaggio non affatto scontato e che è spesso alla radice della confusione che
aleggia attorno al concetto. Secondo molti, infatti, il principale punto di
debolezza lessicale di questo termine è legato alla scelta, probabilmente
infelice, della parola “servizi”, che tradizionalmente in economia si
contrappone a “beni” e che quindi sembra alludere soltanto a qualcosa di
immateriale, di non tangibile. Ma come vedremo non è affatto così: è un servizio
ecosistemico il legno che utilizziamo per costruire, così come il fungo che
cuciniamo assieme alle tagliatelle. Un’incomprensione, questa, che nel tempo è
stata alimentata da politici e non solo, portando molte persone a fascinazioni
da un lato e a pregiudizi dall’altro, allontanando così il dibattito dal vero
fulcro della questione.
Ma addentriamoci nelle quattro categorie originarie. Nel MEA vengono definiti
innanzitutto i servizi di “supporto alla vita”: il ciclo dei nutrienti, la
formazione del suolo, la produzione primaria, la fotosintesi, il ciclo
dell’acqua, la funzione di habitat per una miriade di specie viventi. Essi
permettono la fornitura di tutte le altre tipologie di servizi ecosistemici e,
in ambito forestale, sono normalmente garantiti dalla sola presenza del bosco,
anche senza interazioni dirette con la nostra specie.
Ci sono poi quelli di “approvvigionamento” ‒ spesso dimenticati, ma fondamentali
‒ rappresentati dai beni che derivano dagli ecosistemi e che sono utili all’uomo
per soddisfare i propri bisogni. In foresta troviamo ad esempio cibo (funghi,
tartufi, erbe e frutti spontanei); troviamo legno, materia prima rinnovabile
essenziale in moltissimi campi dell’operare umano e considerata centrale nella
transizione ecologica; troviamo altri prodotti utilissimi alle nostre attività
come il sughero, le resine naturali o la gomma, ma anche acqua potabile, altro
bene fondamentale. Per generare questa tipologia servizi occorre
un’interconnessione diretta tra essere umano e foresta, quindi una qualche forma
di prelievo, di coltivazione, di gestione.
La terza categoria racchiude i servizi di “regolazione”, quelli rappresentati da
processi ecosistemici come la purificazione dell’acqua, l’impollinazione, la
regolazione della qualità dell’aria e del clima (tra cui l’assorbimento di CO2),
dell’erosione e dei pericoli naturali. Anche per governare alcuni di questi
servizi può essere necessario l’intervento umano. Un esempio sono i trattamenti
selvicolturali specificatamente attuati per massimizzare la funzione di
protezione diretta delle foreste dalla caduta di massi o valanghe, che potrebbe
danneggiare manufatti e infrastrutture.
Infine ci sono i servizi “culturali” (che sarebbe meglio definire come
“socioculturali”), accomunati dalla peculiarità di essere, questi sì, molto
spesso immateriali e non tangibili. Ad esempio, in un bosco si possono esprimere
valori sportivi, educativi, estetici, spirituali, d’ispirazione o ricreativi.
Anche per creare boschi più adatti a questi servizi talvolta occorre
l’intervento umano, basti pensare alla presenza e alla manutenzione di sentieri
o aree turistiche attrezzate.
> Il concetto di servizi ecosistemici ha anche un’importante valenza narrativa,
> perché ci mette di fronte a una stringente necessità, ossia il rapporto con le
> risorse naturali, e a un’enorme responsabilità, e cioè la buona gestione degli
> ecosistemi.
Tutte e tre le “vere categorie” di servizi ecosistemici, insomma, richiedono,
anche se in forme e modalità assai differenti tra loro, una qualche forma di
interazione tra natura ed esseri umani. Ma probabilmente, nel contesto della
crisi climatica, anche i servizi di supporto necessiteranno sempre più
dell’azione antropica, per proteggere attivamente, anche attraverso particolari
trattamenti selvicolturali, ecosistemi che potrebbero trovarsi a forte rischio.
Un esempio sono le attività di gestione forestale preventiva per ridurre il
rischio incendi in alcune foreste particolarmente suscettibili.
Ecco perché reputo assai affascinante, anche dal punto di vista narrativo, il
concetto di servizi ecosistemici, nonostante la sua complessità e le scelte
infelici compiute nel coniarlo: ci mette di fronte, in modo estremamente
pragmatico, a una stringente necessità (il rapporto con le risorse naturali) e a
un’enorme responsabilità (la buona gestione degli ecosistemi). I servizi
ecosistemici forestali si esprimono infatti sia attraverso l’istituzione di una
riserva naturale integrale, sia mediante l’uso responsabile della motosega,
obbligandoci così ad abitare una “terra di mezzo” ben lontana da manicheismi e
vuote retoriche oggi troppo spesso di moda che tendono a dividere forzatamente
la natura, sempre intesa come buona, dall’umanità, sempre intesa come cattiva.
Comunicare i servizi ecosistemici
Tutto questo lungo ma necessario approfondimento è forse la dimostrazione
plastica del fatto che il collega citato all’inizio avesse in parte ragione:
spiegare i servizi ecosistemici è complesso, richiede spazio e fatica, obbliga
il lettore a un grande sforzo di concentrazione. Tuttavia dovrebbe risultare
altrettanto chiaro come anche la direttrice del CREA Politiche e bioeconomia non
fosse affatto dalla parte del torto: data l’importanza che i servizi
ecosistemici hanno per il genere umano e viste le profonde riflessioni che da
essi scaturiscono sull’uso responsabile delle risorse naturali, è fondamentale
che questo termine diventi di dominio pubblico, che compaia più spesso nel
linguaggio comune. Ma come fare?
Personalmente credo occorra invitare le persone a visualizzare gli ecosistemi
anche laddove sembrano lontanissimi, a partire dalle nostre vite quotidiane e
dalle nostre case, specialmente se si trovano in città. Gli ecosistemi forestali
sono infatti osservabili nei rubinetti, dove scende acqua potabile; nel tavolo
di legno sul quale ogni giorno mangiamo o nel tetto di legno che ci ripara dal
freddo e dalla pioggia; nelle foto ricordo dei momenti spensierati passati
camminando o pedalando a contatto con la natura; nel tappo di sughero che
felicemente facciamo saltare in aria prima di un brindisi; nei prodotti che
popolano la nostra dispensa e in tantissimo altro ancora, che vi invito a
scoprire tutt’attorno a voi ragionando sempre sulle alternative: meglio un
tavolo di legno o uno di plastica?
> Occorre invitare le persone a visualizzare gli ecosistemi anche laddove
> sembrano lontanissimi, a partire dalle nostre vite quotidiane, ad esempio
> dalle nostre case, specialmente se si trovano in città.
Una volta visualizzati gli ecosistemi di origine, però, è essenziale anche
invitare le persone a riflettere su chi e cosa stia dietro al beneficio di cui
si gode: non solo boschi, montagne, oceani o fiumi, ma anche donne e uomini che,
spesso nell’ombra o remando controcorrente, studiano, pianificano e lavorano per
far sì che dalla gestione responsabile degli ecosistemi derivino servizi utili a
tutti noi. Azioni che spesso non vengono direttamente remunerate (il pagamento
dei servizi ecosistemici immateriali, ad esempio, è un enorme terreno di ricerca
e dibattito) proprio perché facciamo fatica a visualizzare l’origine di quei
benefici, a comprenderne i processi ‒ umani e naturali assieme ‒ che stanno alla
base della loro creazione.
Tra “servizi” ed “ecosistemici”, nello spazio che divide i due lemmi di questo
concetto ostico, complesso e affascinante, c’è un ponte, un legame, una
relazione tra esseri umani e risorse naturali che è tanto necessaria quanto
fragile. Sta a tutti noi renderla più solida, promuovendo la gestione
responsabile degli ecosistemi, dando valore a benefici che troppo spesso diamo
per scontati, ma anche utilizzando a ragion veduta il termine “servizi
ecosistemici”. Piuttosto che omettere questo concetto, sforziamoci di riempire
lo spazio tra le parole che lo compongono: popoliamolo di nuove immagini e
suggestioni, di buoni esempi replicabili, di mani e volti, non solo di alberi.
L'articolo Quello che gli ecosistemi fanno per noi proviene da Il Tascabile.