P er degli inspiegabili sommovimenti dell’algoritmo, qualche settimana fa sul
mio feed è comparso un video postato da un anonimo profilo privato, non
dissimile da quello di qualsiasi vostro conoscente o amico. A prima vista il
reel postato da @aaayushh245 – questo il nome dell’account – non è troppo
diverso dai migliaia di contenuti che ogni giorno invadono Instagram o Tik Tok:
una sequenza di spezzoni visivi dalla durata di pochi frame, montati uno di
seguito all’altro, con un breve testo in primo piano e un sottofondo musicale
d’accompagnamento.
Solo che in questo caso, a differenza del solito pattume che dura lo spazio di
uno scroll, il reel si differenziava non solo per la scelta musicale, piuttosto
dissonante rispetto al contesto, ma anche per il messaggio stesso veicolato dal
testo. Sul ritornello di The Winner Takes It All degli Abba, infatti, il video
proponeva una sequenza di palazzi in fiamme, rivolte, scontri con la polizia,
folle che incitano alla devastazione e al linciaggio. È questa una testimonianza
di quanto accaduto in Nepal a inizio settembre, dove, a seguito del divieto di
utilizzo dei social media e in risposta agli altissimi livelli di corruzione,
giovani e giovanissimi sono scesi in piazza, di fatto rovesciando il governo in
carica nell’arco di 48 ore. La “rivolta della Gen Z” – com’è stata denominata a
seguito dell’età della maggior parte dei manifestanti – è, a conti fatti, una
rivoluzione che – attraverso una votazione su Discord! – ha portato Sushila
Karki, ex presidente della Corte suprema, a essere la prima donna premier del
Paese.
Questo risultato, com’è immaginabile, è frutto di un’ingente e incontrollata
dose di violenza, che il summenzionato video non manca di mostrare. Hanno fatto
il giro del web le immagini del ministro delle Finanze che, spogliato, viene
inseguito nel fiume dai manifestanti. Il Parlamento, come la casa del primo
ministro e di altri membri di spicco dell’amministrazione nepalese sono stati
dati alle fiamme. Stessa sorte è toccata all’hotel Hilton di Katmandu, alle sedi
dei media considerati vicini all’establishment, ma anche alla sede del Nepali
Congress, il principale partito di opposizione. Sher Bahadur Deuba, leader
dell’opposizione, e la moglie Arzu Rana Deuba, a capo del ministero degli Affari
esteri, sono stati filmati mentre venivano presi a calci e pugni. Il bilancio
parla di oltre 400 feriti e decine di morti, tra cui anche la moglie dell’ex
primo ministro Jhala Nath Khanal, arsa viva quando la folla ha appiccato fuoco
alla sua casa.
L’elemento di fatale attrazione del video, però, è proprio la consapevolezza
dell’autore dell’ambiguità di una protesta dal basso che si alimenta e ha
successo attraverso la violenza. Infatti, mentre le immagini scorrono, la
scritta in sovrimpressione recita: “Abbiamo vinto! Ma a che prezzo? Forse è
quello che serviva. Dobbiamo accettare questo fatto: rivoluzione e violenza
procedono mano nella mano. Eppure, resta da capire se abbiamo vinto davvero”.
> L’agire esplicitamente violento della protesta nepalese viene situato in una
> zona grigia, in cui affiorano dubbi sulla legittimità e sulla necessità del
> gesto, così come sulle sue conseguenze.
Questa testimonianza è eccezionale non tanto perché mostra la geopolitica
internazionale in presa diretta, quanto perché è una delle rare volte in cui
l’azione politica viene tematizzata in un modo non univoco dai suoi stessi
protagonisti. Di conseguenza, l’agire esplicitamente violento della protesta
viene situato in una zona grigia, in cui affiorano dubbi sulla legittimità e
sulla necessità del gesto, così come sulle sue conseguenze. Il caso
discretamente istruttivo del Nepal riassume una serie di temi che, nonostante lo
strepitio di voci in merito alla violenza fisica e verbale nell’agone politico
contemporaneo, sembrano quasi assenti dal dibattito mainstream sul tema. Al di
là della retorica del giusto-o-sbagliato, il video di @aaayushh245 esemplifica
alcune questioni dirimenti, che toccano non solo le modalità di fruizione della
violenza, ma anche la legittimità e le conseguenze di tale posizionamento.
Fruizione
Sulla scia di Noam Chomsky e del suo classico La fabbrica del consenso. La
politica e i mass media (1988), pare oggi vieppiù lampante che la presunta
neutralità degli organi di informazione sia minata di continuo, anche nei Paesi
considerati fari della democrazia, in un’ottica di costruzione del consenso per
mezzi propagandistici. E d’altra parte pare pienamente compiuta la profezia di
Guy Debord contenuta in La società dello spettacolo (1967), come dimostra il
recente Lo stratega contro (2025) a firma di Gabriele Fadini, che conferma
l’attualità del filosofo francese. In una società in cui la spettacolarizzazione
della vita quotidiana operata dai mezzi di comunicazione ha raggiunto lo zenith,
saturando con la sua presenza ogni momento della vita privata, si decuplicano le
possibilità di essere sottoposti a immagini di violenza mediatizzata, ovvero
veicolata dai media.
Se si considerano insieme la parzialità delle narrazioni mainstream e la
spettacolarizzazione dell’oggetto dell’informazione, mi parrebbe utile, posti di
fronte all’evenienza della violenza, interrogarsi non solo sul cosa, ma sul come
viene veicolata, narrata, propagandata e, spesso, omessa la violenza. Poiché la
presenza del medium a fare da filtro tra noi e l’evento reale – una guerra, un
omicidio, una rissa tra manifestanti e polizia, continuate voi – non è neutra:
provare a capirne la natura parziale e l’effetto che genera sul contenuto
potrebbe essere importante per un’analisi che non si fermi alla violenza in sé,
ma che provi a porla in rapporto causale con il contesto.
È chiaro, per fare un esempio, che le immagini dei militanti dell’Isis che
decapitano i prigionieri politici a favore di telecamere porta lo spettatore
immediatamente a empatizzare col condannato. Tuttavia, il modo in cui quelle
immagini ci sono state proposte, segmentate all’interno al flusso di altre
notizie, programmi e pubblicità, rende complesso ricordare che l’ascesa di
al-Qaeda – da cui poi avrà vita l’Isis – è frutto anche del vuoto di potere
creato dall’invasione statunitense in Iraq nel 2003.
> Il processo di spettacolarizzazione del conflitto comporta un livellamento
> verso il basso del cuore semantico dell’informazione, una riduzione della
> violenza a contenuto mediatico.
Allo stesso modo, le immagini dei bombardamenti in Ucraina generano subito una
risposta emotiva nel pubblico occidentale. Tuttavia, questa ha reso difficoltosa
la ricostruzione del complesso panorama geopolitico che ha fatto da sfondo al
logorio dei rapporti tra Russia e blocco occidentale. Il processo di
spettacolarizzazione del conflitto – iniziato forse da qualche parte tra la
prima Guerra del Golfo e l’attacco alle Torri gemelle – comporta un livellamento
verso il basso del cuore semantico dell’informazione, una riduzione della
violenza a contenuto mediatico, a slide di Instagram, a video di TikTok, creato
velocemente per essere consumato velocemente e altrettanto velocemente gettato
via.
Parlando della cultura promossa dai media, Jean Baudrillard diceva che nella
società odierna “questa diviene oggetto di consumo nella misura in cui […]
diviene sostituibile e omogenea (sebbene gerarchicamente superiore) ad altri
oggetti”. Qualcosa di simile si potrebbe dire per la violenza. Nel cyberspazio
generato dai media, da un punto di vista di fruizione, non c’è praticamente
nessuna differenza, per esempio, tra una guerra e la sintesi di una partita di
calcio. Ma capirne le modalità di fruizione è essenziale per stabilire delle
contronarrazioni che tematizzino la violenza in senso storico, critico e
politico. Il rischio, altrimenti, è quello di relazionarci di fronte a essa
nello stesso modo in cui il tifoso prende parte al rito collettivo della
partita, in cui si amano i buoni – la propria squadra – e si odiano i cattivi –
gli avversari.
Riflessione
L’omicidio dell’attivista della destra americana estrema Charlie Kirk, colpito
da un’arma da fuoco durante un incontro con gli studenti in un campus
universitario nello Utah, è abbastanza esplicativo della reazione dell’opinione
pubblica di fronte alla violenza. Nonostante in Italia fosse già tarda serata,
per puro caso ho avuto l’occasione di seguire in diretta sui media americani la
cronistoria dell’evento. Fin dai primissimi minuti il popolo di Internet si è
spaccato tra chi glorificava Kirk come martire della libertà di pensiero e del
diritto di parola e chi gioiva per l’attentato a danno di un pericoloso
promotore di ideologie intolleranti e violente.
Questa dialettica degli schieramenti opposti è stata subito fatta propria dai
politici statunitensi e poi europei. I repubblicani hanno addossato le colpe
dell’omicidio alla sinistra fintamente liberale, rea di incitare all’odio e di
voler silenziare chi non la pensa come loro. I democratici, pur condannando in
toto l’omicidio, hanno respinto al mittente, dicendo che è invece la destra MAGA
(Make America Great Again) a fomentare un clima di violenza in un Paese in cui
il tema del possesso delle armi è, oggettivamente, un problema. E tutto questo
ben prima che venisse arrestato il presunto autore dell’attentato, il
ventiduenne Tyler Robinson che, stando a quanto si conosce al momento, non
corrisponde all’identikit del pericoloso leftist radicale a cui si pensava nelle
prime ore.
> L’omicidio di Charlie Kirk, colpito da un’arma da fuoco durante un incontro
> con gli studenti in un campus universitario nello Utah, è abbastanza
> esplicativo della reazione dell’opinione pubblica di fronte alla violenza.
Nonostante l’omicidio di Kirk rientri in uno scontro tutto statunitense tra MAGA
e liberals, anche da noi accuse, controaccuse, strumentalizzazioni e propaganda
hanno subito fatto perdere il punto della questione. Il modo in cui l’omicidio è
stato narrato, ha fatto sì che si sia passati immediatamente dal fatto, alle
possibilità strumentali del fatto. Eradicata dal rapporto di causalità con il
contesto americano, la violenza è stata usata solo in senso simbolico per un
fuoco incrociato di slogan – che, per inciso, di certo non stemperano gli animi,
ma anzi li infiammano, trasferendo sul piano verbale la violenza fisica.
Mi pare esplicativo che l’intero spettro della sinistra internazionale abbia
speso molte energie per “prendere le distanze” dal killer. Non solo è un
paradosso logico doversi distanziare da qualcuno con cui non si ha nessuna
vicinanza fattuale, ma farlo per dover ribadire quello che è naturalmente e
giuridicamente un caposaldo del dibattito democratico – la condanna della
violenza – è un’aporia del sistema. Il fatto che io stesso mi senta qui
obbligato a esplicitare la ferma condanna rispetto a quanto accaduto per evitare
di incappare in accuse di giustificazionismo è esplicativo di come la violenza,
anche a sinistra, sia ormai introiettata nel discorso politico solo per la sua
componente spettacolarmente simbolica, mentre manca qualsiasi tipo di analisi
materialista.
Un’operazione di questo genere non rientra, storicamente, né negli interessi,
né, forse, nelle capacità di una destra che trae il suo potere mediatico – e
anche il suo appoggio elettorale – dalla semplificazione per estremi e dalla
polarizzazione del dibattito, per cui l’uso strumentale della violenza è di
supporto alla creazione del consenso e al mantenimento del potere – e qui si
guardi, ancora, al già citato Chomsky. Tuttavia, è lecito aspettarsi da chiunque
afferisca all’ampio spettro della sinistra un approccio alla violenza in campo
politico che sappia interpretarla attraverso l’analisi delle condizioni
materiali, delle basi economiche e delle relazioni tra classi sociali, piuttosto
che attraverso valori e ideali astratti. Un approccio di questo tipo non è solo
legittimo, ma necessario per provare a capire a favore di chi gioca la violenza.
Chi trae vantaggio dall’uso della violenza in campo politico? Quali rapporti di
forza si nascondono dietro l’uso della violenza? E, soprattutto, quale influenza
ha la violenza sull’agentività del nostro schieramento politico nell’ottica di
una rinata (ma forse mai estinta) lotta di classe?
Al di là dei possibili discorsi etici sul personaggio, se analizzato in
quest’ottica, l’omicidio Kirk non sono sicuro vada a vantaggio della sinistra
democratica. L’evento, infatti, fornisce alla destra trumpiana – e poi
internazionale – non solo un martire, ma il lasciapassare ideologico per
l’inasprimento di una retorica securitaria che diventa poi pratica repressiva. E
poco importa se il presunto killer non è un radicale, fricchettone, esaltato di
sinistra, né che, negli ultimi dieci anni, la percentuale degli omicidi
riconducibili alla destra estrema sul numero di azioni violente commesse a fini
ideologici negli Stati Uniti sia di oltre il 75% (dati: Anti Defamation League).
Tutto ciò, tra l’altro, non sposta di una virgola i rapporti di forza rispetto
alle rivendicazioni delle classi sociali povere e delle minoranze nei confronti
della repressione statale.
> Non solo è un paradosso logico doversi distanziare da qualcuno con cui non si
> ha nessuna vicinanza fattuale, ma farlo per dover ribadire quello che è
> naturalmente e giuridicamente un caposaldo del dibattito democratico – la
> condanna della violenza – è un’aporia del sistema.
Dall’altra parte, quello che non si sta riuscendo a fare nel caso di Kirk, è
riuscito, almeno in parte, con Gaza. Dico “in parte”, perché ancora una volta
l’analisi materialista del genocidio è stata condotta pressoché in toto al di
fuori della politica dei partiti e promossa dalla società civile, da attivisti,
da organi di ricerca indipendenti e da un’esigua parte della stampa
internazionale. Questi attori, però, hanno contribuito a mantenere viva
l’attenzione sui crimini commessi da Israele, tanto a livello mediatico che
politico, attraverso un’intensa attività di mobilitazione dal basso. Il
movimento pro-Palestina è stato abile nel tenere insieme tanto la condanna alla
violenza contro i civili, quanto l’analisi degli interessi politici ed economici
che sostanziano l’intento genocidario – poi rilanciati in sede istituzionale dai
report della relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese (Genocide as
Colonial Erasure e From Economy of Occupation to Economy of Genocide).
La condanna ideologica, unita a un’analisi materialista del genocidio, non solo
ha impedito una lenta, ma spesso inesorabile assuefazione alla violenza, ma ha
denunciato in maniera fragorosa la vergognosa complicità nella mattanza di un
Occidente “necrocapitalista”, razzista e imperialista. Il successo, almeno
parziale, di tale narrazione mi pare verificabile se si considera che anche nel
dibattito mainstream molti sono costretti a riconoscere la propaganda sionista
per quello che è. Il “conflitto per la liberazione degli ostaggi” è per tanti –
anche per l’ONU, ma non per molti vessilliferi del moderatismo – un genocidio. I
tentativi di manipolazione dell’opinione pubblica da parte di Israele – come
l’invio di influencer nella Striscia per testimoniare i presunti aiuti umanitari
da parte dell’Idf – risultano grotteschi. Le parole di ministri come Smotrich e
Ben-Gvir non sono più le boutade di qualche estremista, ma le dichiarazioni
d’intenti di criminali di guerra. Questo, come si può vedere, non vuol dire che
la politica assecondi o sostenga le richieste del movimento pro-Pal. Anzi,
tutt’altro. Ma la verità sostanziale dei fatti affiancata a principi di
carattere etico-morale fornisce il fuoco ideologico delle rivendicazioni che,
nell’intento dei manifestanti, non sono destinate a rimanere solo sul piano
simbolico dell’utopia.
Azione
Per quello che se ne capisce, l’approccio fin qui descritto diventa il minimo
comune denominatore necessario nel momento in cui la speculazione teorica vuole
diventare pratica attiva. Come dimostra il prima citato esempio del Nepal, è
possibile che arrivi un momento in cui sarà doveroso interrogarsi sulla
necessità o meno della violenza, su come esercitarla e in che grado. Mi pare
superfluo ribadire – ma di questi tempi non è mai troppo – che l’adesione totale
alla non-violenza è il presupposto minimo per poter partecipare al dibattito
democratico. E tuttavia, il paradosso democratico enunciato da Karl Popper in La
società aperta e i suoi nemici (1945) impone un certo grado di repressione verso
gli intolleranti al fine di salvaguardare lo stesso sistema democratico.
In termini pratici, come ci insegnano innumerevoli esempi di storia, questo si
traduce in una continua negoziazione sulla necessità e sulla legittimità della
violenza in senso politico quando le regole del gioco democratico vengono meno.
Quale dialettica è possibile con un’ipotetica squadraccia fascista che viene a
rastrellare gli oppositori politici? Interrogato sulla questione, Sandro
Pertini, figura che difficilmente potrà essere accusata di populismo, la
risposta pareva averla molto chiara. E tuttavia, nelle nostre società
contemporanee pare un sacrilegio anche solo teorizzare una possibile risposta
violenta, pure laddove questa risponda solamente a scopi difensivi.
> Il movimento pro-Palestina è stato abile nel tenere insieme tanto la condanna
> alla violenza contro i civili, quanto l’analisi degli interessi politici ed
> economici che sostanziano l’intento genocidario.
A questo proposito, vale la pena riprendere le parole del sociologo francese
Nicolas Framont pubblicate nella newsletter di settembre del progetto di
estetica politica Iconografie (@iconografiexxi). Framont sottolinea come, al di
là dell’ordinamento giuridico-costituzionale sulla base del quale giudichiamo
qualsiasi forma di violenza dal basso come intrinsecamente esecrabile, chi
detiene il potere – la “classe borghese”, per lui – esercita nei fatti un grado
di violenza altissimo, giustificato in quanto statalizzato. Le élite del potere
capitalista, dunque, non solo continuano a teorizzare la necessità della
violenza, ma non hanno nessuna remora nell’esercitarla, in spregio a qualsiasi
tipo di ordinamento giuridico.
Di esempi, anche in questo caso, se ne potrebbero fare molti: dalla repressione
violenta delle manifestazioni di piazza da parte della polizia – pratica
talmente diffusa che ormai non fa più notizia – alla violenza nelle carceri,
fino, per venire a un caso specificatamente italiano, al trasferimento forzato
nei centri per migranti in Albania. Per rendersi conto del grado di violenza
introiettato e normalizzato da parte degli apparati statali, basta una lettura
dei report annuali di Amnesty International. Rispetto a questa legittimazione de
facto della violenza da parte di chi detiene il potere – che non vuol dire solo
potere legislativo, ma anche economico – mi sembra significativo il post che
Trump ha pubblicato su Truth in data 6 settembre, con il quale minacciava
Chicago di un inasprimento delle politiche anti-immigrazione e una maggior
repressione da parte delle forze dell’ordine federali. Il post, accompagnato da
un’immagine generata dall’Intelligenza artificiale con il presidente degli Stati
Uniti in panni militari in un chiaro riferimento al film Apocalypse Now,
recitava: “‘Mi piace l’odore delle deportazioni al mattino…’ Chicago sta per
scoprire perché è chiamato Dipartimento della GUERRA”.
Ancora una volta, tuttavia, l’esempio più denso di senso rimane il genocidio in
corso a Gaza, per la sua capacità di dare forma plastica – addirittura
quantificabile, negli oltre 60.000 morti – alla pratica omicida portata avanti
nel nome della “democrazia” israeliana e dell’Occidente “civilizzato”. La
radicalità della violenza perpetrata sulla pelle del popolo palestinese è
esplicativa della morale vergognosa con cui il consesso delle grandi democrazie
dell’Occidente non prova, nei fatti, nessun tipo di moto di fronte all’eccidio
di civili inermi, ma si affretta a gettare strali e biasimo su un manifestante
che tira un sampietrino durante una manifestazione.
Per dirla con le parole di Franco Palazzi, autore di La politica della rabbia
(2021), “da una parte lo stato liberaldemocratico fa manifestamente impiego di
numerose forme di violenza tanto diretta […], quanto indiretta […]; dall’altra
la menzione della violenza appare ammissibile nella sfera pubblica
liberaldemocratica unicamente nel registro retorico della condanna”. Per
Palazzi, “queste contraddizioni sono il frutto della scarsa capacità
contemporanea di pensare la politica al di là dell’ipoteca, a un tempo
istituzionale e concettuale, dello stato moderno”. Ma è proprio da questo tipo
di squilibri che deriverebbe, secondo Framont, la simpatia di larghe fasce della
popolazione verso figure come quella di Luigi Mangione, sospettato di aver
assassinato Brian Thompson, CEO del colosso assicurativo UnitedHealthcare.
Framont – autore di Saint Luigi (2025), un saggio sul culto mediatico e
ideologico riscosso proprio dal presunto killer italoamericano – afferma che di
fronte alla crescente, assidua violenza a cui le classi meno abbienti sono
sottoposte, gesti estremi come quello di Mangione servono a ricordarci che
servirebbe ristabilire un equilibrio tra le parti.
> Le élite del potere capitalista, dunque, non solo continuano a teorizzare la
> necessità della violenza, ma non hanno nessuna remora nell’esercitarla, in
> spregio a qualsiasi tipo di ordinamento giuridico.
Tuttavia, al pari dell’assassinio di Kirk, delitti come l’assassinio di
Thompson, se condannabili da un punto di vista morale, rischiano di essere
perfino controproducenti nell’ottica materialista del conseguimento degli
obiettivi. Che l’uso omicidiario della violenza – ma anche, per esempio, la
devastazione di negozi e beni comuni durante gli scontri di piazza – possa
essere però allo stesso tempo una forma di lotta di classe e un gesto populista
non deve trarre in inganno. Stabilita la legittimità ideologica delle richieste
degli oppressi verso gli oppressori, c’è poi la riflessione sulle strategie.
Fermandosi solo agli esempi fatti fin qui, i gesti eclatanti di Mangione e
Robinson non muovono oltre il piano simbolico, privi di qualsiasi potenzialità
nell’ottica di una rinegoziazione dello status quo. Di fronte al populismo di
questa violenza performativa, è doveroso però che le sinistre internazionali
inizino almeno a tematizzare le strategie attraverso le quali difendersi
rispetto alla violenza del sistema, catalizzando la rabbia popolare in una lotta
dove il nemico non si farà scrupoli ad uccidere se questo assicura il
mantenimento fattuale del potere. In fondo, quello che pare domandarsi
@aaayushh245 nel suo video sul Nepal è: può esistere una violenza generativa?
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“C hissà che direbbe se fosse ancora vivo” si sospira pensando a tutti i grandi
maestri che ci hanno lasciato e che, per un motivo o per l’altro, supponiamo
avrebbero tanto da dire sulla nostra povera contemporaneità. L’idea è che i
nostri tempi, che costoro non hanno fatto in tempo a vedere, portino il segno
visibile delle loro intuizioni finalmente avverate oppure che presentino nuove
sfide che sembrano fatte apposta per essere interpretate dalla loro cassetta
degli attrezzi teoretica. Non sono il solo a pensare che entrambe queste
affermazioni siano vere per René Girard, il grande filosofo e antropologo
francese scomparso precisamente dieci anni fa, il 4 novembre 2015.
Non sono il solo a pensare che il mondo che abitiamo da quindici anni a questa
parte sia particolarmente suscettibile di analisi girardiane, un mondo che
Girard ha fatto in tempo a scorgere ma non a commentare: le sue ultime
apparizioni pubbliche risalgono alla fine del primo decennio degli anni Duemila
quando la rivoluzione tecnologica che ci avrebbe costretto a parlare di “capro
espiatorio” quasi ogni santo giorno era appena iniziata. Non sono il solo a
pensare, infine, che proprio i social network siano, da un lato una sorta di
piastra di Petri del pensiero girardiano, dall’altro un acceleratore di queste
dinamiche che rende le sue riflessioni più attuali che mai.
Già ai suoi tempi Girard notò che la diffusione nella società della locuzione
“capro espiatorio”, tanto nel linguaggio giornalistico quanto in quello
quotidiano, comportava importanti conseguenze. A differenza di tanti pensatori
che sono gelosissimi della loro ridefinizione tecnica di un concetto noto a
tutti e passano la loro carriera a squalificare gli usi “barbari” di quella
parola che è diventata il centro del loro programma teorico, Girard riconobbe un
sostanziale accordo tra la sua raffinatissima comprensione del termine, fondata
su una vera e propria Teoria del tutto, e quella del senso comune. Proprio da
questa comprensione generale però, come vedremo, deriva secondo lui la
progressiva perdita di efficacia del meccanismo e, allo stesso tempo, una
proliferazione dei fenomeni ascrivibili allo stesso: di quelli veri e di quelli
falsi.
La chiamo Teoria del tutto perché la teoresi di Girard non mancava certo di
ambizione o di sistematicità. Spaziando tra antropologia, psicologia, sociologia
e storia delle religioni, con un pugno di intuizioni debitamente sviluppate e
interconnesse, Girard pretese di spiegare la condizione umana nel suo insieme e,
quasi en passant, la natura di Dio stesso: di quello vero e di quelli falsi.
Tanto sviluppate e interconnesse sono queste intuizioni ‒ e la Teoria del tutto
che ne segue ‒ che è complicato introdurle quali strumenti di analisi del
presente senza un approfondimento adeguato. Allo stesso tempo, l’originalità di
queste intuizioni fa sì che un’esposizione a volo d’uccello dei principali
assunti del pensiero girardiano risulterebbe, alla meglio, una cascata di
affermazioni arbitrarie e, alla peggio, uno sproloquio da manicomio.
> Girard riconobbe un sostanziale accordo tra la sua raffinatissima comprensione
> del termine, fondata su una vera e propria Teoria del tutto, e quella del
> senso comune.
Sì, le convinzioni di Girard sul mondo sono così radicali che solo enunciarle in
un testo breve come questo rischia solo di scandalizzarvi e farvi scappare
quanto più lontano possibile dal suo universo mentale. Ho pensato quindi di
proporvi tre ipotesi fondamentali e indigeribili del pensiero girardiano e,
insieme a queste, una versione diminuita delle stesse, una sorta di argomento
minore ‒ apocrifo e di mia invenzione ‒ che limita la portata dell’affermazione
originaria ma ci consente di metterle al lavoro sulla contemporaneità senza che
il lettore sia costretto a confrontarsi con l’intera opera girardiana per farsi
un’idea dettagliata, positiva o negativa che sia. Infatti le ho chiamate ipotesi
ma, come ho anticipato, il suo pensiero è così interconnesso che ciascuna di
queste affermazioni può essere fatta discendere dall’altra e viceversa. Girard
stesso, nel corso della sua vita, ha presentato la sua Teoria del tutto partendo
da punti diversi che, con quelli che definiva “ragionamenti a spirale”,
reintegravano e giustificavano quelle che nel saggio precedente erano le
premesse.
L’omicidio collettivo fondativo
Freud e Girard si azzuffano nel fango. Volano botte da orbi retoriche. Il
secondo accusa il primo di aver frainteso tutto quello che ha intuito, che il
triangolo non è edipico, che i tuoi genitori non c’entrano niente, il triangolo
è la base delle relazioni umane punto e basta (ci arriviamo). Rotolando per
terra attraverso i secoli e i millenni, giungono all’alba dei tempi. Lì, in una
radura poco distante, si sta consumando una scena incredibile e spaventosa: una
dozzina di ominidi sta uccidendo a mani nude un loro simile. Il Padre della
psicanalisi punta il dito ed esclama “Guarda! L’omicidio del Padre primordiale
ad opera dei suoi Figli! La nascita della Civiltà”.
> Le convinzioni di Girard sul mondo sono così radicali che enunciarle rischia
> di scandalizzarvi e farvi scappare quanto più lontano possibile dal suo
> universo mentale.
Girard si alza da terra, si ricompone e, con il suo Main Theme che suona in
sottofondo, sussurra: “Sigmund… come al solito non hai capito niente eppure hai
capito tutto”.
Più o meno così ci presenta Girard il suo confronto intellettuale con Sigmund
Freud, in particolare con la sua opera maledetta Totem e tabù (1913). Maledetta
perché, come ci riporta il nostro, già in quegli anni tutti i freudiani la
evitavano come la peste. E se non potevano fare a meno di parlarne, lo facevano
con mille mani avanti e esecrando il più scandaloso passo falso del loro
maestro, questa idea ridicola e preoccupante che l’umanità sia sorta
dall’omicidio di un Padre Primordiale da parte dell’Orda Primitiva composta dai
suoi Figli coalizzati contro di lui. Girard, con una soddisfazione intellettuale
che non riesce a nascondere, dice il contrario: buttate pure tutto Totem e tabù,
se non l’intera opera freudiana, ma lasciatemi l’omicidio collettivo che è
l’unica intuizione assolutamente geniale e assolutamente vera che egli ha avuto.
Anche questa intuizione, a dire il vero, la smussa e la radicalizza insieme. I
legami familiari, dice, non c’entrano nulla. Ogni società è sorta sul cadavere
di un individuo, un individuo qualsiasi, un capro espiatorio, ucciso da tutti i
membri del gruppo che hanno convogliato su di lui tutta la violenza che li
metteva gli uni contro gli altri, trovando finalmente unità. Questo evento non è
accaduto una volta per tutte, come sembra credere Freud, ma più volte per ogni
civiltà umana, in cicli che possiamo sintetizzare così: i rapporti in un gruppo
si guastano progressivamente fino a giungere a un’ostilità diffusa che Girard
chiama “crisi mimetica” (vedremo perché); una volta scatenatasi, questa violenza
può avere due esiti: l’estinzione del gruppo stesso attraverso una catena di
rappresaglie omicide senza fine, oppure l’omicidio collettivo di un membro
scelto a caso che si assume, insieme, la colpa di tutta la violenza che correva
per la società e il merito della pace che segue questa ritrovata unità: il capro
espiatorio. Da questa pace sorgono tutte le istituzioni culturali che
garantiranno la pace interna fino alla prossima crisi mimetica.
Ora vi chiederete: e Girard, tutte queste cose, come le sa? Risponde lui:
analizzando le istituzioni stesse, su tutte i riti e i miti. È pacifico che
questo fenomeno fondamentale non può più essere osservato direttamente ma,
sostiene Girard, le tracce che ha impresso nella storia culturale dell’uomo sono
chiarissime e univoche. Ogni rito è per lui una messa in scena della crisi
originaria e dell’omicidio collettivo che l’ha risolto, che serve a sfogare la
violenza e ripristinare le forze positive che l’hanno seguita “la prima volta”.
Ogni rito, infatti, era in origine un rito di sacrificio, di sacrificio umano
per la precisione, e solo modificazioni successive hanno trasformato la maggior
parte di questi, prima in sacrifici animali e poi in rappresentazioni via via
più allusive o giocose della violenza reale, come l’aggressione collettiva di
fantocci.
I miti, dal canto loro, sono la narrazione mistificata di questo episodio
omicida che informa i riti e, a cascata, tutte le istituzioni religiose e
sociali, cioè il sacro stesso. A subire la violenza, nel mito, è un dio o un
uomo in seguito divinizzato che paga per delle colpe che gli vengono attribuite
nel racconto medesimo. Per Girard, infatti, ogni mito è il racconto di questo
omicidio insensato ma narrato dal punto di vista dei persecutori stessi che si
convincono della colpevolezza della vittima. Proprio come i riti, anche i miti
vedono evoluzioni che marginalizzano o mistificano ulteriormente l’evento reale
da cui traggono origine, trasformandolo in una disputa, un esilio o un
allontanamento/suicidio volontario. Facile formulare un’obiezione ‒ che è stata
effettivamente mossa ‒ a tutto ciò: Girard opera un cherry picking e/o
un’interpretazione forzata dei materiali mitici e rituali al fine di affermare
l’universalità della sua scoperta.
> Ogni società è sorta sul cadavere di un individuo, un individuo qualsiasi, un
> capro espiatorio, ucciso da tutti i membri del gruppo che hanno convogliato su
> di lui tutta la violenza che li metteva gli uni contro gli altri, trovando
> finalmente unità.
Nei limiti di questo articolo, sacrifichiamo volentieri l’universalità per
mantenere la capacità esplicativa di molti miti e rituali che presentano con
inquietante ricorrenza il simulacro di una violenza collettiva. Tra queste
storie, ve n’è una che non consideriamo neppure mito ma realtà storica e che ha
avuto una certa influenza sull’umanità. Girard ci mette gli occhi sopra e
afferma che è, contemporaneamente, sempre la stessa storia e una completamente
diversa.
L’eccezionalità del Cristianesimo
Duemila anni fa un uomo fu ucciso da persone che, a suo dire, non sapevano
quello che facevano. Duemila anni dopo, oltre due miliardi di persone
considerano quell’uomo figlio di Dio e tra queste c’era anche René Girard. In
chiusura de La violenza e il sacro, la sua prima grande opera di taglio
antropologico uscita nel 1972 e dalla quale ho estratto le nozioni che vi ho
sintetizzato prima, Girard lancia al lettore una sorta di cliffhanger,
anticipando che “l’ampliamento di tale teoria in direzione giudeo-cristiano”
sarà rinviata a opere successive.
Niente suggerisce al lettore che la tradizione giudaico-cristiana farà eccezione
all’unità di tutti i riti fin lì tratteggiata dall’autore. Immaginate lo stupore
quando l’opera annunciata si intitola con una suggestiva frase estratta dal
Vangelo. Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo esce nel 1978. Da lì
in poi, l’opera di Girard diventa ‒ o forse si rivela ‒ una serratissima
apologetica cristiana che trae i suoi argomenti dalle precedenti ricerche
antropologiche, sociologiche, psicologiche e letterarie.
Lungi dall’essere la riproposizione del mito del dio ucciso e risorto, per
Girard il cristianesimo è la rivelazione della falsità del mito stesso, l’evento
che una volta per tutte mostra le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo,
ovverosia la mistificazione sacrificale dell’omicidio collettivo. Sì, la storia
è proprio la stessa ma per la prima volta è interpretata correttamente, viene
cioè raccontata dal punto di vista della vittima innocente e non da quello dei
persecutori. Questo è forse il boccone girardiano più difficile da ingoiare,
soprattutto se il lettore fa parte di quei sei miliardi circa che non sono
affatto convinti che quell’uomo lì fosse figlio di Dio. Eppure il centro del
ragionamento girardiano non è quasi toccato dall’effettiva esistenza di un
essere superiore, creatore del cielo e della terra ecc. La rivelazione cristiana
per lui coincide con la rivelazione del meccanismo vittimario e può pertanto
essere “accettata” anche da una prospettiva materialista. L’unico accenno di
“argomento ontologico” a sostegno dell’esistenza di Dio si trova in pochi e
frettolosi passaggi che stabiliscono, sulla logica degli altri argomenti
ontologici, che solo un essere superiore avrebbe potuto svegliare gli uomini e
rivelare loro la radice della propria violenza, attraverso la croce.
In questo senso, l’eccezionalità cristiana in Girard può essere ricevuta come la
pars construens della sua proposta teorica, il Che fare? di fronte a tutta la
violenza del mondo che per Girard coincide con l’aspetto di radicale
non-violenza del messaggio evangelico. Se la Passione racconta per la prima
volta in modo veritiero cos’è un capro espiatorio, colui che viene “odiato senza
ragione”, l’insegnamento di Cristo è tutto orientato a scongiurare con ogni
mezzo l’insorgere di questa violenza. Porgi l’altra guancia; chi è senza peccato
scagli la prima pietra; non giudicate, per non essere giudicati; e infine “Voi
avete udito che fu detto: ‘Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico’. Ma io vi
dico: ‘Amate i vostri nemici’”: Girard legge la novità evangelica come questa
profilassi estrema contro l’innesco della violenza, un pacifismo così radicale
da essere inaccettabile e infatti inaccettato tutt’ora, duemila anni dopo la
rivelazione.
> La rivelazione cristiana per lui coincide con la rivelazione del meccanismo
> vittimario e può pertanto essere “accettata” anche da una prospettiva
> materialista.
Ci resta da capire quale sia l’innesco della violenza per Girard, cos’è che
scatena, dapprima il tutti contro tutti e poi il tutti contro uno. Le basi di
questa risposta le gettò nella sua prima opera, un’opera di critica letteraria
incentrata sul desiderio, quando ancora non sapeva ‒ per sua stessa ammissione ‒
le ramificazioni antropologiche, sociologiche e infine religiose cui quella
singola intuizione lo avrebbe condotto.
Il desiderio mimetico
L’estate scorsa, per un paio di settimane, l’opinione pubblica si è
scandalizzata per un gruppo Facebook chiamato “Mia moglie” in cui decine di
migliaia di mariti italiani pubblicavano foto delle loro consorti ‒ sembra quasi
sempre senza consenso ‒ affinché venissero rese oggetto del desiderio di una
folla di altri uomini sconosciuti. Lo scandalo si è giustamente concentrato non
tanto sul gioco erotico in sé quanto sulla diffusa assenza di consenso al gioco
stesso da parte delle donne coinvolte loro malgrado. Stupisce però che quasi
nessuno si sia comunque interrogato sul perché questi ormai mitici trentaduemila
uomini italiani si trovassero tutti a loro agio in una perversione
apparentemente così specifica e marginale che non ha neppure una vera e propria
traduzione nella nostra lingua ‒ il cuckolding. Quasi nessuno eccetto un’autrice
che, proprio su queste pagine, ha correttamente parlato di “classica diffrazione
di stampo girardiano” per descrivere ciò che stava avvenendo lì.
E infatti non sarebbe poi così esagerato indicare il cuckolding come forma
universale del desiderio secondo Girard. Di questo stavano litigando lui e Freud
mentre si rotolavano nel fango. Il Padre della psicanalisi ha introdotto il
triangolo con il complesso d’Edipo mentre per Girard il triangolo è la forma di
tutte le relazioni e quella edipica è solo la prima di queste ma non ha nessun
primato epistemologico nella genesi del desiderio. Nella sua prima opera,
Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), analizzando un pugno di classici
moderni ‒ Cervantes, Stendhal, Flaubert e Dostoevskij ‒ Girard individua la
struttura fondamentale del desiderio nella triangolazione tra un soggetto, un
mediatore (in seguito chiamato anche modello/ostacolo) e un oggetto. Il
desiderio è mimetico perché imita sempre il desiderio altrui, si fa dire da
altri chi o cosa desiderare. Allo stesso tempo, il desiderio dell’imitatore
riverbera sul mediatore, innescando quella rivalità che è l’origine di ogni
violenza.
Se tutto questo sembra astratto, ritorniamo a ciò che succedeva in quel gruppo:
i mariti tornano a desiderare le proprie mogli solo se le vedono desiderate da
altri e, forse ancora più sconvolgente a ben guardare, gli altri desiderano
queste donne che intravedono in fotografie pessime e male inquadrate solo perché
gli viene detto che appartengono a qualcun altro. Il desiderio degli “aspiranti
bull” del gruppo è, paradossalmente, molto più strano del desiderio dei “cuck”
che cedono la loro donna alla massa. In un mondo in cui la pornografia più
esplicita è ovunque, costoro si eccitano alla vista di mezzo corpo femminile in
costume solo perché un mediatore sconosciuto gli dice: “Questa è mia moglie”.
Non concepisco migliore argomento in favore dell’esistenza del desiderio
mimetico girardiano nella sua purezza che questo.
> Il desiderio è mimetico perché imita sempre il desiderio altrui, si fa dire da
> altri chi o cosa desiderare. Allo stesso tempo, il desiderio dell’imitatore
> riverbera sul mediatore, innescando quella rivalità che è l’origine di ogni
> violenza.
I membri di “Mia moglie”, però, non accedono mai alla rivalità mimetica e quindi
alla violenza proprio in quanto perversi: sono riusciti a dirottare il loro
desiderio rivalitario in una reciprocità collaborativa che, tra le altre cose,
tende a far scomparire l’oggetto del desiderio lasciandoli in balia di un
desiderio reciproco. Pollastrini suggerisce giustamente, sulla scorta del
Challengers di Guadagnino ‒ come del caso Schreber di Freud ‒ che a sedimentarsi
è un desiderio omosessuale.
Ma non va sempre così, anzi, quasi mai. Girard afferma che l’oggetto del
desiderio tende sempre a eclissarsi ma per lasciare spazio a una rivalità che
odia senza neanche più bisogno dell’invidia o della gelosia: è la crisi dei
doppi. I due contendenti, ormai dimentichi dell’oggetto della contesa, si
recriminano l’un l’altro le stesse colpe, le stesse accuse. Niente più li
distingue. Un tipico oggetto del desiderio che, molto più delle mogli, si presta
a questa repentina scomparsa è l’onore. Chi ha offeso chi? Chi per primo, chi
per secondo, chi ha esagerato nella risposta a un’offesa che non era poi così
grave? La disputa verbale precede quella fisica e si allarga a macchia d’olio in
tutta la società: è la crisi mimetica.
Solo una cosa può risolvere questa crisi, già lo sapete, ma ora sapete anche
perché: il capro espiatorio assume su di sé tutte le recriminazioni, tutte le
colpe, tutta la catena di accuse ormai inestricabile che aveva diviso la
collettività. Lui e solo lui è l’origine dell’odio, della frustrazione, della
gelosia che proviamo. Una volta che lo abbiamo ucciso tutti insieme, ci
ritroviamo in pace: “la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la
pietra d’angolo”.
Lungi dall’essere un pretesto per misere liti, per Girard, la mimesi reciproca è
il vero motore dell’ominizzazione, ciò che ci ha resi umani, l’inizio di tutto
il processo. Imitandosi a vicenda, gli ominidi escono dal dominio del “montaggio
istintuale”, accedono a una nuova classe di desideri e quindi di conflitti. Si
scatena la violenza e uccidono uno di loro. Si calmano. Lo seppelliscono con un
cumulo di pietre: una piramide rudimentale, priva di punta, proprio come le più
antiche tombe di cui abbiamo testimonianza. Da qui, attraverso numerosi cicli,
nasce la civiltà con i suoi riti, i suoi miti, le sue istituzioni.
Mi rendo conto ora che forse, ancora più di Cristo morto e risorto, sia questo
il boccone girardiano più ostico, l’idea che la mimesi sia allo stesso tempo il
vero motore del salto compiuto dall’Homo sapiens sapiens e la realtà ultima di
ogni nostro desiderio. Anche qui possiamo però ridurre la portata universale
dell’affermazione girardiana dirigendo l’attenzione su quanti dei nostri
desideri sono mimetici senza che ce ne rendiamo conto. Fino alla fine, da
Menzogna romantica e verità romanzesca in poi, Girard ha difeso la tesi per cui
ogni desiderio è mimetico e il desiderio oggettuale è relegato all’ambito del
“montaggio istintuale”, malamente definito e ricondotto ai più bassi gradini
della piramide di Maslow. Senza cercare di dimostrare l’inesistenza totale del
desiderio oggettuale, noi possiamo fare a meno di questo assolutismo e
ipotizzare che il mimetismo sia una componente fondamentale di tanti nostri
desideri che raramente mettiamo a fuoco. Ora siamo pronti per affrontare la
contemporaneità da girardiani scettici.
I fondamenti dei nostri capri espiatori
In questi ultimi dieci anni tanti hanno evocato Girard, spinti da un mondo che
sembrava sempre più ostinato a dargli ragione. Spesso, però, è stato evocato
superficialmente, senza cioè integrare i fondamenti della sua teoria che,
abbiamo visto, non è d’altronde facile da comunicare. Di fronte al moltiplicarsi
di fenomeni quali le shitstorm, la call out culture, la cancel culture, il
politicamente corretto, a tanti saliva alla bocca la parola “capro espiatorio”
e, con questa, il nome del grande studioso che ci ha intitolato la sua opera più
famosa. All’interno di queste riflessioni, però, il ruolo di Girard si riduce
spesso all’averci genericamente “messo in guardia” contro un fenomeno brutto e
cattivo ‒ il capro espiatorio ‒ che si è stranamente moltiplicato nella nostra
società, chissà perché. Tanto più grande è stato Girard da averci dato gli
strumenti per interpretare le cause profonde del fenomeno e cioè quel meccanismo
di cui abbiamo appena parlato, chiamato mimetismo. Se tutti riconoscono che i
capri espiatori si sono moltiplicati grazie all’imporsi del social network,
Girard ci fornisce la chiave per decifrare che tipo di tendenze sono incentivate
da queste nuove forme di socialità e come queste portino a fenomeni di capro
espiatorio.
> Lungi dall’essere un pretesto per misere liti, per Girard, la mimesi reciproca
> è ciò che ci ha resi umani, l’inizio di tutto il processo. Imitandosi a
> vicenda, gli ominidi escono dal dominio del “montaggio istintuale”, accedono a
> una nuova classe di desideri e quindi di conflitti.
Quando Girard formulava la sua teoria mimetica non era semplice mostrare che
dietro ogni nostro desiderio c’è l’imitazione, cioè l’ammirazione per un modello
che ci indica cosa desiderare. Il cuckolding è il diorama del desiderio mimetico
perché Girard stesso, quando doveva scendere nel dettaglio, tra tutti i desideri
mimetici, selezionava i triangoli amorosi per illustrarne il funzionamento.
Invece, per rendere conto del mimetismo della stragrande maggioranza dei
desideri, Girard deve ricorrere alla dicotomia mediazione interna/mediazione
esterna: i desideri di mediazione interna sono quelli, come i triangoli amorosi,
in cui il modello/ostacolo è vicino a te, in carne ed ossa, un rivale nel senso
proprio del termine; quelli di mediazione esterna sono i desideri ispirati da un
mediatore lontano nello spazio e nel tempo, da un mediatore astratto, come
possono essere i mass-media novecenteschi che ti fanno desiderare di avere una
Ferrari perché ce l’hanno i ricchi. Anticipando le critiche, Girard non riduce
la mediazione esterna a un’innovazione contemporanea, e apre il saggio con
l’esempio del Don Chisciotte che imita il desiderio di Amadigi di Gaula, un
predecessore fittizio inventato da Cervantes come modello di cavaliere errante.
La mediazione esterna, insomma, nasce con la cultura e, a livello cronologico,
segue di poco l’apparizione della mediazione interna, quella che ha destato le
prime rivalità tra gli ominidi che si sono placate solo tramite ricorrenti
omicidi collettivi.
E se il social network comportasse la confusione e il collasso di mediazione
esterna e mediazione interna? I modelli sul social network siamo tutti noi, gli
uni per gli altri, conosciuti e sconosciuti. Mediatori interni e mediatori
esterni sono posti sullo stesso piano, tutti su quel piedistallo chiamato
“profilo” che attira sguardi, attenzioni, amori, odi e invidie. Più di ogni
altra cosa approvazioni pubbliche, quel pulsantino fondamentale nell’economia
del social network chiamato “like” che altro non è che un indice di gradimento,
un indice che indica cosa desiderare, in quanto già desiderato. Il sociologo
Niklas Luhmann chiamava queste dinamiche “osservazione di secondo ordine” e, in
tempi recenti, il filosofo Hans-Georg Moeller ha adoperato la categoria per
descrivere come “profilistica” la nuova tecnologia dell’identità inaugurata dal
social network. In ottica girardiana, il social network è la più perfetta
macchina mimetica perché registra e ci mostra tutti i nostri desideri reciproci.
Sul social network davvero ogni desiderio è desiderio dell’altro.
Insomma, se abbiamo assunto che i fenomeni di capro espiatorio si sono
moltiplicati per via dei social network e possiamo dimostrare indipendentemente
che sono anche uno degli ambienti più mimetici in cui l’umanità si sia trovata a
vivere, possiamo persino rovesciare la domanda e dire che ciò che abbiamo
davanti agli occhi conferma l’intuizione girardiana: il social network è la
prova del nesso tra mimesi e capro espiatorio, la piastra di Petri che rivela la
connessione profonda tra una società che si imita senza sosta e che senza sosta
si ritrova ad odiare collettivamente alcuni membri della società stessa.
L’inconsistenza dei nostri capri espiatori
Abbiamo anticipato che, già nel corso della sua vita, Girard osserva un duplice
e paradossale movimento dei capri espiatori: si moltiplicano ma non funzionano
più. Le ragioni che individua sono due e complementari. Intanto, sempre più
raramente uccidiamo i nostri capri espiatori e quindi non accediamo al momento
catartico che segue un vero e proprio omicidio collettivo, ma se uccidiamo
sempre più di rado è proprio perché non ci crediamo più fino in fondo. La
diffusione del termine “capro espiatorio” testimonia proprio questo: la (lenta)
presa di coscienza che l’umanità sta facendo del suo meccanismo fondatore. Anche
la più approssimativa comprensione del termine rimanda a una violenza che si
scatena senza ragione su un singolo o su un gruppo come “diversivo” o “sfogo” di
determinate energie.
> In ottica girardiana, il social network è la più perfetta macchina mimetica
> perché registra e ci mostra tutti i nostri desideri reciproci. Sul social
> network davvero ogni desiderio è desiderio dell’altro.
D’altro canto, queste “energie” ‒ che Girard inquadra come mimesi ‒ sono ancora
qui e pertanto i capri espiatori continuano ad essere ricercati senza che
nessuno di questi svolga il suo compito fino in fondo. Ancora una volta, la
situazione che osserviamo sui social network sembra confermare ed esasperare il
fenomeno. Se osservate con attenzione una qualsiasi shitstorm noterete non solo
che, ovviamente, non si conclude con un omicidio ma che produce tutta una serie
di shitstorm minori lungo i suoi bordi. I capri espiatori si moltiplicano
letteralmente all’interno dello stesso evento. Alcuni di questi sono
semplicemente i difensori del capro espiatorio originale che, in questo
contesto, diversamente da una lapidazione vera e propria, possono trovare il
coraggio di farsi avanti, rischiando molto ma non la morte immediata.
Altri, ancora più interessanti, fanno parte della cerchia dei persecutori. A
differenza della folla anonima che lapida e che ritrova l’unità in questo gesto
collettivizzante, i persecutori del social network hanno nomi e cognomi, profili
ricchi di storia e contraddizioni, facilmente accessibili. “Come si permette LUI
di parlare?” si chiede a un certo punto qualcuno che sposta lo sguardo dalla
vittima selezionata a un suo collega con la pietra in mano. Pervertendo il senso
ultimo della parabola dell’adultera, ovverosia comprendendolo solo parzialmente,
il lapidatore virtuale scopre che nessuno è senza peccato, nessuno può scagliare
la prima pietra tranne, guarda caso, sé stesso. Il colmo si raggiunge quando,
durante questo spostamento, il persecutore che ha selezionato una vittima
secondaria arriva persino a condannare il meccanismo di “capro espiatorio” per
meglio colpevolizzare il suo nemico, senza rendersi conto di averne appena
eretto un altro. La conoscenza del meccanismo di “capro espiatorio” indebolisce
la pratica ma viene contemporaneamente messa al lavoro per individuare la
vittima perfetta, il colpevole assoluto che finalmente e una volta per tutte
chiuderà il ciclo della violenza. Ma chi è questa vittima?
L’incertezza dei nostri capri espiatori
L’omicidio fondativo, l’eccezionalità cristiana, la mimesi di ogni desiderio:
abbiamo visto che nel pensiero girardiano ce ne sono di affermazioni che un
tempo avremmo definito “problematiche”, prima che questa parola prendesse a
significare “offensive per qualcuno”.
Ma c’è n’è una che potrebbe essere la più problematica di tutte e la sua
problematicità ha a che fare direttamente con una certa permalosità
generalizzata che Girard stesso vedeva crescere già nel suo tempo. Proprio colui
che ha dedicato la sua vita di studioso al riscatto delle vittime sulle quali
abbiamo fondato la civiltà, sin dagli anni Novanta, osserva attorno a sé una
propensione ad occupare il ruolo della vittima in modo indebito. L’idea non
suonerà nuova al lettore italiano perché è la tesi centrale del saggio nostrano
più discusso sul tema, Critica della vittima di Daniele Giglioli, uscito ormai
più di dieci anni fa. Per Girard, questa tendenza a posizionarsi all’interno di
quello che Giglioli chiama “paradigma vittimario” accompagna e cresce insieme
alla consapevolezza generalizzata sul meccanismo del capro espiatorio. Il
ragionamento è semplice: quanto più riconosciamo che alcuni vengono odiati senza
ragione e poi riscattati, tanto più abbiamo la tentazione di identificarci in
costoro e vivere i nostri conflitti come una persecuzione che chiede giustizia.
E a questo punto, sia in Girard sia in Giglioli, compare l’idea problematica che
rischia di squalificare l’intero discorso: la distinzione tra vittime false e
vittime vere. In più punti Girard intrattiene l’idea dell’assoluta innocenza
della vittima quando si trova effettivamente perseguitata. Oltre a Cristo ‒ che
lo è per dogma ‒, lo stesso viene detto di Giobbe, di Edipo, degli ebrei nelle
persecuzioni medievali. In Giglioli, che sembra criticare la posizione della
vittima in quanto tale, compaiono qui e lì delle vittime dichiaratamente false
che sembrano alludere all’esistenza delle vittime vere, o perlomeno “più vere”:
c’è Silvio Berlusconi e la sua persecuzione giudiziaria come simbolo
universalmente condiviso dai suoi lettori di sinistra di vittima falsa, ma anche
il popolo ebraico (di nuovo) che oggi eredita la posizione vittimaria dai
“titolari effettivi”, cioè le autentiche vittime dell’Olocausto.
> Quanto più riconosciamo che alcuni vengono odiati senza ragione e poi
> riscattati, tanto più abbiamo la tentazione di identificarci in costoro e
> vivere i nostri conflitti come una persecuzione che chiede giustizia.
L’errore che si costeggia con questi discorsi non è la volontà di distinguere le
vittime vere da quelle false ‒ cioè riconoscere empiricamente che si sono date,
si danno e si daranno persone completamente innocenti delle accuse loro rivolte
e persone che inventano di sana pianta dei torti mai subiti. L’errore è
immaginare che questa distinzione sia in qualche modo autoevidente, il punto di
partenza del discorso stesso quando invece è il suo precarissimo punto di
arrivo. E non lo dico io ma Girard stesso. Lo dice implicitamente in tutta la
sua opera ma anche esplicitamente: “Non pensiamo che per sfuggire alla
responsabilità della violenza sia sufficiente rinunciare all’iniziativa
violenta. Ma nessuno si accorge mai di prendere questa iniziativa. Perfino i
soggetti più violenti credono di reagire a una violenza che proviene dagli
altri”. Ogni violenza è agita da qualcuno che crede di averla già subita, da
qualcuno che si percepisce come vittima. Di questo ci parla la crisi mimetica
dei doppi che si rilanciano le stesse accuse, da qui viene la violenza per
Girard: non da una generica “aggressività animale” ma da un reciproco senso di
ingiustizia subita. Così in Girard la posizione della vittima è sia quella di
colui che viene infine accerchiato ma anche quella di coloro che l’accerchiano,
i quali si sentono soggettivamente vittime della sua azione.
A riprova dell’attualità di Girard, a pochi anni dalla sua morte, si è diffuso
uno slogan che ha segnato il rapporto irrazionale che stavamo instaurando con il
concetto di vittima, sempre più confusi dal proliferare dei capri espiatori.
“Credere alla vittima” è infatti un’assurdità logica ancora prima di
un’aberrazione etica. Di per sé, non vuol dire nulla. È una delle più brevi
petizioni di principio formulabili. Non puoi chiedere di credere alla vittima
poiché dal momento che la definisci tale, già le credi. Se riusciamo ad
attribuire un senso alla frase, se l’abbiamo fatta operare nel mondo come
significasse qualcosa di compiuto, è perché la vera affermazione al lavoro era
ben più sinistra: credi all’accusatore. Credi a chiunque si presenti come una
vittima di un torto subito, credi alla colpevolezza di colui che indica. Girard
aggiungerebbe qui “senza fare inchieste”, la frase che più lo inquieta nella sua
già citata rilettura del Libro di Giobbe in L’antica via degli empi. Ad agire
“senza fare inchieste” è il dio del massacro che gli accusatori mobilitano
contro Giobbe, ovverosia la folla linciante che si scatena sul primo
malcapitato. Giobbe, dal canto suo, mobilita un avvocato difensore che interceda
per lui presso l’Altissimo, un Paraclito, il vero Dio dei Vangeli che è il Dio
delle vittime.
Sebbene Girard mostri con quanta insistenza le Scritture pongano Satana nel
ruolo dell’accusatore e Cristo in quello del difensore, non stiamo qui
affermando che l’accusa ha sempre torto e la difesa sempre ragione ma che questa
dialettica deve quantomeno darsi per evitare che l’umanità risolva la propria
violenza a spese di una catena di capri espiatori, più o meno innocenti, più o
meno colpevoli, selezionati “senza fare inchieste”. Il luogo in cui questa
dialettica dovrebbe avere luogo esiste già ed è ovviamente il tribunale,
metonimia dello Stato di diritto, la cui elaborazione nel corso dei secoli,
dall’habeas corpus alla presunzione di innocenza, può essere letta come la
progressiva tutela di tutti i potenziali capri espiatori dalle grinfie della
folla.
> Da qui viene la violenza per Girard: non da una generica “aggressività
> animale” ma da un reciproco senso di ingiustizia subita. Così in Girard la
> posizione della vittima è sia quella di colui che viene infine accerchiato ma
> anche quella di coloro che l’accerchiano, i quali si sentono soggettivamente
> vittime della sua azione.
Se la seconda metà del Novecento ha visto l’emergere del “processo mediatico”
come oggettiva regressione resa possibile dai mass-media tradizionali, il social
network allarga la ferita e consente all’intera popolazione di istituire
processi sommari, ciò che di volta in volta abbiamo chiamato shitstorm, cancel
culture, call-out culture etc. C’è davvero da chiedersi, fuori da ogni
formulazione retorica, cosa avrebbe detto Girard se avesse avuto gli ultimi
dieci anni di fronte agli occhi. Dove si sarebbe soffermata la sua critica in
questo mondo che ha globalizzato per davvero il villaggio, in cui le più
primitive dinamiche di linciaggio sono riemerse solo a partire da una
complessiva virtualizzazione della socialità.
Girard ci ha lasciato un problema con due corni: l’assoluta certezza
dell’esistenza delle vittime e il necessario sospetto verso chiunque si presenti
come vittima, poiché farlo è il primo passo per esercitare la violenza. Eppure
non ci ha lasciati privi di strumenti. Con un anticipo spaventoso sui tempi,
mentre siamo immersi in uno Zeitgeist che ci intima di rintracciare nella nostra
storia personale tutti i modi in cui siamo stati vittime per rinfacciarli al
prossimo, Girard afferma che la conversione cristiana è una cosa semplicissima,
quella cosa accaduta a San Paolo sulla famosa via: riconoscere sé stessi in
quanto persecutori.
L'articolo Noialtri girardiani proviene da Il Tascabile.
L’ ultima opera di Jean-Luc Godard, Adieu au langage (2014), chiude un discorso
che il cineasta ha condotto nell’arco di tutta la sua filmografia. L’opera si
articola a partire dal pretesto di un melodramma amoroso inconsistente,
attorniato dalla Storia e dalla contemporaneità, che premono all’unisono per
insidiare i pensieri dei protagonisti, alle prese con la svilente contingenza
del vivere quotidiano. Le riflessioni enunciate con indisciplina dai due
personaggi, incapaci di comunicare, coincidono con quelle del regista. Così,
senza alcuna ragione apparente, Josette (Héloise Godet) si rivolge a Gédéon
(Kamel Abdelli) e racconta: “Quando un bambino, entrando nella camera a gas, ha
chiesto alla madre perché, l’SS ha risposto: kein warum”. Nessun perché. La
violenza assoluta non ha ragione alcuna.
Nel dopoguerra, la denuncia di quanto accaduto nei campi di sterminio nazista
lasciò attonita un’intera generazione di intellettuali e artisti, chiamati a
interrogarsi sulle rappresentazioni possibili dell’indicibile e
dell’insensatezza. Al contrario, in merito a quanto sta accadendo in Palestina,
si producono incredibili quantità di contenuti testuali e visivi, nella forma di
articoli di giornale, caption dei post sui social media, reel e caroselli,
immagini con disclaimer ed edulcorati servizi televisivi. Nessun utente al mondo
ha davvero il tempo per poter fruire di tutte le informazioni condivise, né per
poterne verificare l’esattezza o le intenzioni. Si tratta di una valanga di
materiali e risorse travolgente e al contempo inefficace.
Una tale vanità dipende dal fatto che non esistono parole per nominare le
atrocità di un genocidio come quello in corso da quasi due anni, specialmente se
finanziato e normato da potenze che si appellano ai valori democratici dello
Stato di diritto. Non è stato possibile sviluppare alcun tipo di dispositivo
linguistico per dare un senso all’insensatezza, alla vertigine dinanzi
all’abisso nichilista nel quale sprofonda la coscienza, ogni volta che le parole
e le convenzioni, i patti e la giurisprudenza vengono svuotati di senso. Se
tutto è opinabile, senza alcun fondamento teoretico, e nemmeno le immagini che
catturano la realtà possono essere considerate veritiere, se gli accordi
internazionali non sono rispettati dalle stesse istituzioni che le hanno
redatte, allora il linguaggio non ha più alcuno scopo, né senso di esistere.
> Non è stato possibile sviluppare alcun tipo di dispositivo linguistico per
> dare un senso all’insensatezza, alla vertigine dinanzi all’abisso nichilista
> nel quale sprofonda la coscienza, ogni volta che le parole e le convenzioni, i
> patti e la giurisprudenza vengono svuotati di senso.
Nel quadro teorico di Michel Foucault, il linguaggio è uno dei dispositivi che
rientra nelle tecnologie del sé attraverso le quali individui e collettività
possono esercitare la libertà di autodeterminarsi e trasformarsi, al di fuori
delle dinamiche egemoniche. Partendo dall’assunto secondo cui le tecnologie del
sé sono sempre ostacolate dalle tecnologie del potere, è possibile osservare
come, a partire dall’inizio del nuovo millennio, l’oppressione imposta alla
libera autodeterminazione dei popoli e delle soggettività sia da ricondurre agli
interessi degli oligarchi ultramiliardari dell’industria digitale, correlati ai
profitti dell’industria bellica. L’influenza di quest’ultima, nella sua forma
più apertamente oscena, si manifesta nelle politiche per il riarmo dei Paesi
occidentali, finanziato con denaro pubblico. Perciò, dal momento in cui le
tecnologie del sé sono state sistematicamente impoverite e capitalizzate dalle
tecnologie del potere, si potrebbe dire che la profezia di Herbert Marcuse si
sia del tutto avverata: i soggetti del sistema capitalista, identificandosi come
individui senza società, sono invero schiacciati da quella stessa società a una
sola dimensione, privati del pensiero critico e incapaci di esprimersi
liberamente.
L’indottrinamento di massa opprime il pensiero, il logos, fino a indurlo
all’“universo totalitario della razionalità tecnologica”, nella quale il
dislivello fra il linguaggio come tecnologie del sé e gli altri dispositivi del
potere rende la parola antiquata, inadeguata e sempre in ritardo rispetto a ciò
che la corrompe. Così, la civiltà occidentale ha perso la capacità di nominare
ciò che produce, di dare un senso alle conseguenze delle proprie azioni.
L’iperconnessione tecnologica della contemporaneità ha definitivamente privato
gli individui delle capacità di attribuire significato alle parole che
utilizzano o, per meglio dire, dalle quali si fanno utilizzare. Di conseguenza,
oggi il linguaggio è composto da unità che designano immagini senza fornire
concetti, appiattendo la parola solamente a un misero cliché unidimensionale.
La crisi del linguaggio è un tema degli anni Venti del nuovo millennio, ma è
soprattutto una delle questioni novecentesche per antonomasia. Il secolo breve è
stato attraversato dall’ultimo colpo di coda del pensiero positivista e
puntellato da catastrofi come l’insediarsi dei totalitarismi, la pianificazione
dell’olocausto e le persecuzioni nazifasciste ai danni di qualsiasi soggetto non
fosse conforme al pensiero unico. A partire dal linguaggio, tutti gli irrisolti
del Novecento si ripropongono nell’epoca attuale in una forma esasperata. Se
dalle ceneri della Seconda guerra mondiale sono sorte le parole che compongono
la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e solo settantasette anni dopo
il mondo è nelle mani dei neofascisti; se le sorti della civiltà umana dipendono
dalla volontà di Trump e Netanyahu, di al-Sisi ed Erdoǧan, di Orbán e Putin, di
Bolsonaro e Milei, allora i diritti universali sono solo cliché. Lo sono anche
le parole degli intellettuali che tentano di tenere insieme i valori
democratici, rinnegandoli. Sulla maggior parte dei quotidiani occidentali, si
sostituisce il termine resistenza con terrorismo e si rinnega la legittimazione
politica di Hamas, eletto da un popolo senza Stato e senza costituzione, poiché
occupato. Al contempo, l’informazione mainstream non fatica a riconoscere come
democratico l’esito che ha portato Netanyahu a essere presidente dell’entità
colonialista israeliana dal 1996 al 1999, dal 2009 al 2021 e dal 29 dicembre
2022 a oggi.
> L’iperconnessione tecnologica della contemporaneità ha definitivamente privato
> gli individui delle capacità di attribuire significato alle parole che
> utilizzano: oggi il linguaggio è composto da unità che designano immagini
> senza fornire concetti.
Parrebbe che una lunga tradizione stia conducendo l’umanità alla fine della
Storia, al collasso della civiltà, senza troppi intoppi. La crisi del pensiero
occidentale è imbrigliata in un vortice che lo costringe in un presente
continuo, senza memoria né futuro. Sono ancora terribilmente attuali l’inerzia
davanti all’orrore, lo smascheramento del logos come dispositivo e la messa in
discussione dei valori fondanti della civiltà egemonica e colonizzatrice, che ha
permeato il mondo intero. Pertanto, un’opera come Persona (1966), una delle più
note di Ingmar Bergman, soprattutto se esaminata attraverso l’analisi critica di
Susan Sontag, può essere considerata estremamente contemporanea.
In uno dei capitoli centrali della raccolta di saggi intitolata Stili di volontà
radicale (1969), Sontag si dedica al film del cineasta svedese a partire da
alcune falle argomentative, mosse dalla critica culturale dell’epoca, per poi
concentrarsi sulle questioni esistenziali e metafisiche che rendono Persona
un’opera sempiterna, ma anche un esempio canonico di cinema moderno. Lo fa
sottolineando come sia del tutto inutile, per non dire svilente, ridurre un
lavoro del genere a un dramma psicologico da camera, o peggio a un tentativo di
estetizzare la natura cannibalica dell’artista rispetto alla realtà, intesa come
materia prima di cui nutrirsi per creare o performare. La sinossi del film,
nella sua versione più essenziale, è la storia di Elisabeth (Liv Ullmann), una
famosa attrice di teatro, e della sua infermiera Alma (Bibi Andersson),
incaricata di prendersi cura della paziente e di stimolarla a riprendere l’uso
della parola, alla quale ha deliberatamente rinunciato. La psichiatra si è fatta
convinta di aver compreso il caso di Elisabeth. Esclude disturbi mentali o danni
neurali e sostiene che la sua paziente voglia smettere di parlare perché non
intende più recitare né sul palcoscenico, né al di fuori. Non vuole più mentire
e per farlo, escludendo il suicidio, non le resta che rifugiarsi nel mutismo.
Così come Bergman trascende sul legame passionale o sessuale fra le due
protagoniste, allo stesso modo agisce rispetto al piano dell’etica, della
psicologia e della narrazione lineare, perché, seguendo l’analisi critica di
Sontag, il cineasta “può fare molto di più che limitarsi a raccontare una
storia”. Il suo obiettivo è quello di coinvolgere il pubblico in modo più
diretto su altre questioni. La de-drammatizzazione, come modalità narrativa,
prevede che il significato di un film non sia determinato dalla trama. La
filosofa e intellettuale femminista contrappone concettualmente l’andamento
progressivo e lineare della narrazione, tipica dei film hollywoodiani, a quello
composto da “continui rimandi retrospettivi o incrociati”, che invitano a
“un’esperienza ripetuta, alla visione multipla”, esigendo che “lo spettatore o
il lettore ideale si collochi simultaneamente in punti diversi della
narrazione”; un espediente che “ovvia alla necessità di stabilire uno schema
cronologico convenzionale”.
In Persona, il nodo concettuale è quello delle variazioni sul tema del
raddoppiamento, “quali la duplicazione, l’inversione, lo scambio reciproco,
l’unità e la scissione, la ripetizione”, che impedisce di interpretare l’azione
dei personaggi in modo univoco. I livelli di lettura si articolano, da un lato,
in una dimensione più superficiale, incentrata sul duello identitario;
dall’altro, in una chiave più astratta, che mette in scena il conflitto tra
componenti mitiche di un medesimo Io, lacerato tra corruzione e ingenuità.
Ancora, il tema del raddoppiamento è soprattutto un’idea di forma, più che di
sostanza, poiché il raddoppiamento si manifesta anche in senso
metacinematografico, cioè metalinguistico. Al duello fra identità, Sontag
preferisce concentrarsi sull’ambiguità insita nel linguaggio, costituito, nella
sua ultima essenza, da significato e significante. L’elemento autoriflessivo non
è sovrapposto all’azione drammatica, ma corrisponde al livello di lettura
privilegiato dall’autore, dedicato alla forma e al tema del raddoppiamento.
> Sono ancora terribilmente attuali l’inerzia davanti all’orrore, lo
> smascheramento del logos come dispositivo e la messa in discussione dei valori
> fondanti della civiltà egemonica e colonizzatrice, che ha permeato il mondo
> intero.
Nella seconda parte di Stili di volontà radicale, ci si può soffermare sulle
descrizioni di alcune sequenze che manifestano episodi di autoriflessione
metacinematografica, collocati sia all’inizio, sia alla fine del film,
componendo una cornice. Si menziona anche il monologo ripetuto due volte da Alma
sulla maternità di Elisabeth, dove i loro volti in primo piano si alternano come
unici protagonisti dell’inquadratura, fino a spartirla per metà, confondendosi.
Il mezzo cinematografico non si nasconde, ma divelta lo schermo; sfida la
sospensione dell’incredulità esercitata dallo spettatore e lo disillude per
condurlo a riflettere. Sontag inquadra la scena culturale internazionale nella
quale scrisse il saggio dedicato a Persona, citando una frase estrapolata dalla
nota lettera di Pier Paolo Pasolini a Marco Bellocchio, nella quale osserva come
nel cinema moderno “si sente continuamente la presenza della macchina da presa”.
In realtà, Pasolini si riferiva non tanto a Bergman quanto a Godard rispetto
all’individuazione della nascita del cinema di poesia. Nella lettera, riconduce
il cinema delle origini a questa categoria “a causa soprattutto, probabilmente,
delle restrizioni prosodiche del muto”. Nel ripercorrere la storia del cinema,
prosegue fino a rintracciare la perdita di lirismo nelle ragioni commerciali,
che ha condizionato la settima arte a esprimersi in prosa, in uno stile che
predilige il dramma alla forma e la narrazione al linguaggio. Al contrario, nel
cinema di poesia, traspare ogni elemento teorico o materico che compone il mezzo
cinematografico, sovrapponendosi alla diegesi. Senza cadere in congetture
elitarie, Pasolini non pone gerarchicamente un linguaggio al di sopra dell’altro
e per di più sostiene che “si sono avuti dei capolavori di prosa – veri e propri
romanzi – mettiamo da Ford a Bergman.”
Rispetto a quello pasoliniano, il punto di vista di Sontag è differente: in
Persona, il lirismo è dato dal movimento di flessione metalinguistico, da una
cura della forma, che svela la mano dell’autore e trascura la trama. Lo dimostra
con l’analisi del monologo di Alma, a seguito del quale i volti delle due
protagoniste convergono, accennando a come Bergman, in senso brechtiano, alteri
il ruolo dello spettatore. Se si manifesta la presenza della macchina da presa,
allora ciò che si filma perde lo statuto di realtà documentata: il mezzo non
appare più neutrale, assume il ruolo di strumento attraverso cui la realtà è
manipolata per essere immortalata e resa visibile. Nel cinema moderno, la
differenza fra le produzioni hollywoodiane del dopoguerra e i film d’autore,
secondo Sontag, deriva da un atteggiamento stilistico: “quello che i cineasti
contemporanei mostrano sempre più spesso è il processo stesso della visione,
fornendo ragioni o prove dell’esistenza di modi diversi di vedere la stessa
cosa, che lo spettatore può sperimentare simultaneamente o sequenzialmente”. In
Persona, i momenti dialettici della riflessione metacinematografica conducono a
un’autofagocitazione del film stesso, in linea con “l’iper-raffinata
autocoscienza dell’arte contemporanea, che condurrebbe a una sorta di
autocannibalismo”, ma anche a una “liberazione di nuove energie di pensiero e di
sensibilità”. La lettura proposta diverge da quella di Pasolini non solamente
rispetto al mutamento di relazione fra autore, linguaggio cinematografico e
spettatore. Secondo l’autrice, Bergman supera Bertolt Brecht e aggiunge un altro
elemento allo shock dello svelamento, mostrando non solo la presenza della
macchina da presa, ma anche l’impossibilità di catturare e restituire una realtà
uniforme e oggettiva. L’autore di Il settimo sigillo (1957), Il posto delle
fragole (1957) e Sussurri e grida (1972) sposta l’attenzione su ciò che della
realtà non si può raccontare.
In Stili di volontà radicale, Sontag introduce il concetto di principio di
intensità per il quale nei film di Bergman “i personaggi che percepiscono
qualcosa intensamente finiscono per consumare, per esaudire, ciò che sanno e
sono costretti a passare ad altro” perché “ogni conoscenza profonda e indefessa
si rivela prima o poi deleteria”. Malgrado ogni epoca storica ne abbia prodotte
di svariate, incongrue fra loro e spesso anacronistiche, l’umanità non può
ambire ad alcuna verità assoluta. E sebbene ogni individuo della specie umana
debba necessariamente ricondurre le proprie esperienze, il proprio vissuto, a
una singola unità soggettiva, nessuno può rientrare in un’unica definizione
identitaria, poiché nemmeno l’identità personale è assoluta o immutabile, ma
sempre composita, ambigua e volubile. Riflettere sull’artificio
dell’individualità conduce a una vertigine “in cui sprofonda la coscienza”
minando il coesistere in società: “Se per conservare l’identità personale
occorre salvaguardare l’integrità della maschera, e se la verità su una persona
comporta sempre il suo smascheramento, l’incrinatura della maschera, la verità
sulla vita nel suo complesso, comportano lo sgretolamento dell’intera facciata,
dietro cui si cela una crudeltà assoluta”.
> Secondo Sontag, Bergman supera Bertolt Brecht e aggiunge un altro elemento
> allo shock dello svelamento, mostrando non solo la presenza della macchina da
> presa, ma anche l’impossibilità di catturare e restituire una realtà uniforme
> e oggettiva.
L’esistenza tiene in serbo un destino ineludibile e con esso quello che Sontag,
rispetto al tema centrale di Bergman in Persona, definisce come “violenza dello
spirito”, evidente nella sequenza iniziale del film. La cornice d’apertura
metalinguistica è composta dal susseguirsi di una carrellata di immagini rapide,
sia conturbanti che perturbanti: si alterna la visione di un chiodo conficcato a
colpi di martello sul palmo di una mano a quella di un pene in erezione, il
sacrificio di un monaco buddista nel Vietnam del Sud all’inquadratura stretta
sui cadaveri di un obitorio. Oltre all’orrore, Bergman mostra una platea vuota,
il palcoscenico e chi lo calpesta con una maschera di trucco sul volto.
L’attrice è Elisabeth, la stessa che, nell’articolarsi del film, più volte si
sofferma su immagini di violenza assoluta, come la nota fotografia del bambino
deportato dal ghetto di Varsavia, o su altre, identiche a quelle dell’incipit,
come quella del bonzo che si dà fuoco a Saigon. L’utilizzo di riferimenti alla
contemporaneità nel film di Bergman non ha la stessa valenza politica di quelli
presenti nelle opere di Jean-Luc Godard, bensì ha lo scopo di dire l’indicibile,
mostrare l’inimmaginabile, al di sopra di qualsiasi considerazione sulla morale
o sulla politica. Come sottolinea Sontag, “Bergman fa un uso estetico della
violenza”, divergendo dalla retorica progressista dell’epoca.
Una successione simile di fotogrammi disturbanti sull’orrore dell’abisso si può
ritrovare nell’ultimo film di Lars von Trier: The House That Jack Built (2018).
L’espediente narrativo è quello di entrare nella mente di un serial killer,
compiendo una discesa agli inferi, in una catabasi sempre più surreale, dove il
protagonista pluriomicida è accompagnato da Virgilio. Il montaggio seziona il
film in capitoli, puntellati di sequenze extradiegetiche, dove il tema
principale riguarda il precetto classicista del kalòs kai agathós e il ruolo
dell’etica nel fare arte. Jack è un narcisista patologico, ossessivo compulsivo
e predisposto alle dipendenze. È convinto di essere dotato di eccezionale
talento artistico e crede che sarebbe potuto diventare un grande architetto, se
solo non glielo avessero impedito. Il suo unico scopo è quello di realizzare un
edificio iconico. Nel tentativo di raggiungere la consacrazione artistica,
l’ostacolo principale nel quale si imbatte il protagonista dipende dal fatto che
la casa costruita da Jack è composta da materiali del tutto inediti nel campo
dell’edilizia, dato che quelli solitamente impiegati non lo soddisfacevano
abbastanza. Si tratta di cadaveri umani congelati, modellati e assemblati l’uno
a l’altro per mano del sedicente architetto.
Rispetto al rapporto fra etica e arte, il punto di vista di Jack risulta
particolarmente esplicito in una delle scene finali del film, quando dichiara
che “tutte le icone che hanno avuto e avranno sempre un impatto sul mondo sono
per me arte stravagante”. L’affermazione, pronunciata in voice over, è
sottolineata da una carrellata di filmati e immagini che ritraggono i dittatori
del Novecento e le peggiori atrocità, delle quali sono i principali
responsabili: mucchi di cadaveri ammassati con una macchina spalatrice, persone
ancora vive nelle baracche dei lager nazisti, cadaveri lanciati in fosse comuni,
mutilati di guerra, bambini malnutriti ridotti a scheletri. Secondo il
protagonista, il suo modo di fare arte è quello di svelare l’indicibile e
mostrare il male assoluto, per definirlo nichilisticamente solo come una mera
categoria morale, relativa al bene, assente in natura e presente solo nella
logica del pensiero umano. Il bene e il male, il bello e il brutto sono
artifici. È possibile commettere dei crimini perfetti così come è possibile
riconoscere il bello nella decadenza o persino nella decomposizione della
materia. Nel dialogare con Virgilio, Jack espone le sue ragioni, paragonando il
processo di decomposizione di un essere umano con quelli adottati per la
produzione di vini da dessert. Cita il gelo, la disidratazione e l’utilizzo
della muffa nobile come le tre più comuni forme di decomposizione degli uvaggi e
chiosa: “È il degrado a nobilitare il grappolo vivo, fino a farlo diventare
un’opera d’arte”.
In The House That Jack Built, l’estetica della morte e della violenza
rappresenta il filo conduttore di tutto il film. Tornando a Bergman, il male,
l’abisso e l’orrore si manifestano in Persona a partire da un altro principio
nichilista, ovvero la dissoluzione dell’identità delle due protagoniste. Il
processo di annullamento e disgregazione della personalità dei due soggetti
avviene a partire dalla messa in discussione del ruolo del linguaggio, definito
da Sontag come il dispositivo capace di “gettare un ponte sull’abisso”. La
parola definisce, mette ordine, crea la norma e stabilisce i confini necessari
per significare sia il soggetto che parla, sia l’oggetto di cui si parla.
L’autrice non trascura il contesto in seno al quale avviene la contestazione del
linguaggio negli ambiti del cinema moderno e della letteratura dell’epoca,
citando, fra i tanti, Jean-Luc Godard, Michelangelo Antonioni, Gertrude Stein e
Samuel Beckett.
Con Persona, Bergman si spinge oltre al tema dell’incomunicabilità o del
fallimento della parola e si concentra sul dimostrare “l’assenza di un
linguaggio appropriato, di un linguaggio veramente pieno”. Se Elisabeth ha
deciso scientemente di preferire il mutismo e rinunciare all’oralità, Alma è
impegnata nella verbalizzazione del mondo a fini terapeutici, come atto generoso
e benefico, compiuto per il benessere della sua paziente. Il dramma o la rottura
avviene nel momento in cui il silenzio diviene violento, provocatorio e crudele.
Sontag definisce il mutismo di Elisabeth come strumento di inganno, di
smascheramento e di autorivelazione. Per tutta la durata del film, la narrazione
procede per sottrazione o per “assenze di enunciazione” che, a poco a poco,
minano la fiducia riposta nel linguaggio da parte di Alma, portandola a farsi
carico dell’angoscia di Elisabeth.
Lo scambio di identità fra le due protagoniste avviene attraverso il vuoto che
l’attrice crea in risposta al tentativo dell’infermiera di mostrare il
linguaggio come un dispositivo innocuo. Lo sforzo compiuto da Alma le si ritorce
contro: la verbalizzazione del mondo, priva di alcun tipo di interlocuzione,
rivela l’insensatezza della parola e la sua pericolosa contingenza. In modo
analogo, il silenzio attorno alla condizione palestinese ‒ oppure il rumore
assordante dei discorsi svuotati di contenuto ‒ riflette la stessa impossibilità
di comunicazione autentica. Il linguaggio, anziché fungere da ponte, diventa
strumento di esclusione, rimozione, delegittimazione.
> Con Persona, Bergman si spinge oltre al tema dell’incomunicabilità o del
> fallimento della parola e si concentra sul dimostrare “l’assenza di un
> linguaggio appropriato, di un linguaggio veramente pieno”.
Sontag usa la lente del cinema di Godard per comprendere lo sviluppo del tema
del linguaggio in Bergman. Entrambi sono definiti come “asceti esemplari”,
“grandi eroi culturali” e al contempo “grandi distruttori”, ma il cineasta
francese lo è stato con ancor più scientezza, contribuendo a tracciare il solco
di una tendenza che accomuna le forme d’arte dell’epoca, ovvero quella
all’autoreferenzialità. La produzione di opere meta-artistiche ha lo scopo di
risemantizzare la relazione fra artista e pubblico, di riconfigurare la
sensibilità degli spettatori, e Godard lo ha fatto a partire dalla realtà fuori
dal cinema, dalla contemporaneità e dalla politica, mettendo in scena idee
astratte. Come lui stesso dichiarava, “Noi cineasti, come i romanzieri, siamo
condannati ad analizzare il mondo e la realtà”. Si definiva un saggista o un
romanziere, immerso nel contesto della letteratura moderna, per la quale non è
più d’interesse raccontare la vita delle persone, raccontare una storia, ma
piuttosto scrivere solamente della vita. Rifiutando radicalmente le strutture
formali della narrativa, Godard erige un cinema poetico e concettuale, fatto di
trame intermittenti e grossolane, al contrario di quelle delle opere di Bergman,
che Sontag definisce come “indeterminate”. Ambiva ad abitare la realtà tramite
una struttura filmica che utilizzi il presente come tempo verbale e che stia nel
solco fra la perfezione delle idee, del seducente artificio insito nel logos, e
“l’opacità brutale della condizione umana”.
Il linguaggio filmico adottato dall’autore di Bande à part (1964) è in totale
apertura verso il pensiero astratto e il mondo delle idee; pertanto è
dissociativo, composto da una colonna sonora intermittente, un montaggio rapido
e inquadrature disorientanti. Godard trasgredisce la regola estetica del punto
di vista unitario, annullando la distinzione tra narrazione in prima persona e
in terza persona, “facendo della persona del cineasta l’elemento strutturale
centrale della narrazione cinematografica” e che però non corrisponde “a una
lucida intelligenza autoriale”. In altre parole, l’autore fuori campo è dotato
di una coscienza turbata e più estesa rispetto ai personaggi del film.
Muovendosi nella scena modernista, Godard confonde le prospettive narrative per
favorire un maggiore rigore formale, dall’effetto alienante. Si tratta di un
metodo che consente l’apertura verso la concettualizzazione astratta di ciò che
non può essere espresso attraverso la logica di una narrazione lineare e che
consente di esplorare il cinema, facendo cinema.
> La realtà contemporanea ha ormai superato l’immaginazione più distopica. Il
> linguaggio è probabilmente il primo dispositivo tecnologico sfuggito al
> controllo dell’umanità, incapace di utilizzarlo senza esserne sopraffatto,
> fino ad arrivare alla sua totale dissoluzione.
Ordinando il discorso in soggetto e oggetto, il linguaggio è capace di mediare e
definire. Di fatto, se non esistono definizioni di identità senza la parola,
mettere in discussione la normatività del dispositivo linguistico significa
smascherarne l’artificiosità e dubitare di qualsiasi assolutismo, ma anche della
presunta autenticità dietro alla determinazione di ogni individualità. Il cinema
è il mezzo individuato da Godard per distruggere e demistificare il linguaggio,
proprio perché è “la truffa più bella del mondo”, parafrasando il titolo del
film collettivo di cui il cineasta francese diresse il quinto episodio, Il
profeta falsario (1964). Sulla scia della riflessione proposta da Sontag,
rinunciare a una narrazione sensata e lineare, porre l’attenzione sul
significante e non sul significato, consente di “incorporare il caso” attraverso
l’improvvisazione. Catturare ciò che sfugge alla logica significa stare nella
spontaneità della contingenza. Godard lo ha fatto attraverso l’utilizzo di
auricolari per guidare gli attori, in un dialogo diretto con la macchina da
presa, ma anche conservando suoni extradiegetici o rumori ambientali nelle
tracce audio e arrivando sul set senza una scaletta tecnica o un piano di regia
dettagliato.
La radicalità del gesto godardiano stava nell’aver previsto, già dagli anni
Sessanta, la dissoluzione imminente della parola come veicolo di senso. Il suo
cinema, rinunciando programmaticamente alla linearità narrativa, intuiva una
condizione di spaesamento cognitivo che oggi si è pienamente realizzata:
l’incapacità collettiva di discernere, comunicare e comprendere. In questo
scenario, le immagini non raccontano più, ma si accumulano, svuotate di forza
semantica; le parole si moltiplicano, ma non incidono.
La realtà contemporanea ha ormai superato l’immaginazione più distopica. Il
linguaggio è probabilmente il primo dispositivo tecnologico sfuggito al
controllo dell’umanità, incapace di utilizzarlo senza esserne sopraffatto, fino
ad arrivare alla sua totale dissoluzione, alla quale attualmente si assiste.
Oggi, di autori come Bergman e Godard, Sontag e Pasolini si sente la mancanza;
del logos rimane solo la sua rigida e sadica spietatezza, tale per cui
l’intellighenzia occidentale si è interrogata per quasi due anni sull’utilizzo
appropriato del termine genocidio, scrollando video e immagini del massacro di
un popolo, finanziato con il benestare della sedicente società civile.
L'articolo Oltre la parola proviene da Il Tascabile.