S crivo questo testo mentre nelle piazze italiane – e, a intensità variabile, di
altri Paesi europei – divampano mobilitazioni moltitudinarie e scioperi massicci
in sostegno alla liberazione del popolo palestinese, segnalando una forte crisi
di consenso e di legittimità delle classi dirigenti europee, complici ed
ipocrite di fronte al genocidio, ma prone alla corsa generale al riarmo.
Potrebbe profilarsi all’orizzonte lo spazio per un’alternativa antifascista ed
emancipatrice contro di esse.
Tattiche e pratiche eterogenee, unite via terra e via mare da un unico obiettivo
comune, ma indipendenti le une dalle altre – flash mob, blocchi dei nodi
logistici dell’invio di armi, boicottaggio delle università e delle aziende
israeliane, blocchi delle infrastrutture della riproduzione, disobbedienza
civile, aiuti umanitari, mozioni popolari, minuti di silenzio, minuti di urla,
digiuno degli operatori sanitari – si rafforzano reciprocamente e si compongono
all’interno di un movimento plurale e diversificato.
Già nel triennio 2019-2022, anche il movimento per la giustizia climatica – non
a caso oggi “confluito” nel movimento di solidarietà internazionalista pro-Pal –
aveva saputo combinare pratiche differenti all’interno di una lotta politica,
poi polverizzata dalle impasse della congiuntura di guerra successiva al 25
febbraio 2022. Le “fiammate” degli ultimi mesi non sarebbero certo possibili
senza il lavoro costante e paziente di collettivi, sindacati e associazioni che,
da molti decenni e negli ultimi due anni, hanno tenacemente insistito sulla
lotta al fianco della Palestina, anche quando le manifestazioni rimanevano
isolate, scarsamente partecipate e quando su di esse calava lo stigma
dell’antisemitismo, nell’ambiguità e nei silenzi dei cosiddetti progressisti.
La potenza accumulata nelle piazze dovrà ora costruire una propria continuità,
coniugando l’allargamento con la capacità organizzativa, nella speranza di
incidere sul lungo periodo e nella consapevolezza che in Palestina si consuma,
accelerandola, una tappa di una tendenza imperialistica alla conquista militare
di territori e risorse, sostenuta dalla riconversione bellica delle economie
mondiali.
> La potenza accumulata nelle piazze dovrà ora coniugare l’allargamento con la
> capacità organizzativa, nella consapevolezza che in Palestina si assiste a una
> tendenza sostenuta dalla riconversione bellica delle economie mondiali.
È una “bella” coincidenza che, proprio in questi giorni, sia arrivata nelle
librerie la traduzione italiana di un libro che ci costringe a riflettere in
questa direzione: Né verticale né orizzontale. Verso una teoria
dell’organizzazione politica, di Rodrigo Nunes, pubblicato nel 2021 in lingua
inglese per Verso Books e tradotto da Enrico Gullo per Edizioni Alegre. È
possibile concepire e costruire una dimensione organizzativa che – mimando
l’eterogeneità dei movimenti sopra menzionati – possa combinare tattiche e
strumenti differenti, che si rafforzano a vicenda invece di competere, e
includere molteplici “anime” in tensione tra loro, ma che condividono un
obiettivo strategico di medio periodo? Per l’autore il passaggio teorico-pratico
necessario è quello di “pensare all’organizzazione come a un’ecologia”, in cui
tutte le componenti, ciascuna nella sua autonomia, condividono un medesimo
ambiente e possono così plasmare e favorire il campo d’azione delle altre. Solo
così sarà forse possibile integrare a livello organizzativo quella molteplicità
che può convivere (e litigare) in un movimento, ma che solitamente si dà forme
organizzative separate e concorrenti.
La diagnosi di Nunes muove dall’evanescenza dello straordinario ciclo di
mobilitazioni globali del 2011 contro l’austerity e la rendita finanziaria,
defluito velocemente, incapace di costruire una durata all’interno delle piazze
occupate, indifeso di fronte alla torsione reazionaria e securitaria che gli si
è poi contrapposta. La sua sensazione – scrive – è quella di aver mancato una
grande e storica opportunità nel 2011, da cui è poi derivato un progressivo
ridimensionamento dell’orizzonte e un senso di impotenza collettiva. Non a caso,
nel decennio successivo, da più parti sia a livello teorico sia a quello
pratico, è stata riproposta la questione dell’organizzazione, dell’articolazione
e della durata. Da angolature eterogenee, irriducibili e talvolta in contrasto
tra loro, si è discusso negli ultimi anni di “crisi dell’immanenza” e di
“istituzioni plebee” (da una prospettiva neomachiavelliana), di “auto-affezione
mediata della moltitudine” e di “effetto di trascendenza nell’immanenza” (da una
prospettiva neospinoziana), di “insurrezione democratica” e di “dualismo di
potere” (da una dichiaratamente neomarxista).
L’esigenza del nostro tempo, approfondita certo dalla crisi della pandemia e
dalla dispersione che ne è succeduta, pare quella di “articolare” quei termini
che, in altre epoche storico-filosofiche, sono stati invece separati: natura e
politica, immanenza e trascendenza, orizzontale e verticale, unità e
molteplicità, insurrezione e democrazia, autonomia ed egemonia, micropolitica e
macropolitica. La gradazione di questo dosaggio, nonché la concettualità più
idonea a esprimerla, resta questione viva e aperta, discutibile più nella
pratica che nella teoria. Ed è all’interno di questo dibattito, che si colloca
il libro di Nunes, redatto proprio tra la fine degli anni Dieci e la pandemia da
Covid-19.
> Per l’autore è necessario “pensare all’organizzazione come a un’ecologia”, in
> cui tutte le componenti, ciascuna nella sua autonomia, condividono un medesimo
> ambiente e possono così plasmare e favorire il campo d’azione delle altre.
Nunes non si abbandona a fantasticherie o idealizzazioni sulla creazione di una
“nuova organizzazione” ma, con un approccio mirabilmente pragmatico, è piuttosto
impegnato a ripensare relazioni più virtuose ed efficaci tra le organizzazioni
già esistenti. Non si tratta, infatti, di “creare” ex novo un’ecologia, perché –
aderendo all’ontologia relazionale di Spinoza – ogni soggetto (individuale o
collettivo) esiste e agisce sempre e soltanto all’interno di una rete di
interdipendenze, attraversato e influenzato dalle affezioni esterne e
dall’ambiente circostante più prossimo, che lo arricchiscono o lo contengono.
Ciascuna cosa consiste, infatti, in un’integrazione di molteplici parti entro e
attraverso una struttura di relazioni che stabilisce l’equilibrio e i limiti di
quella composizione, e che a sua volta è parte di una composizione a un livello
ulteriore. La proposta teorica di Nunes è allora quella di trasformare questa
ontologia transindividuale in azione politica e ripensare a ciò che già esiste
(in primis noi stessi e i gruppi di cui siamo parte) in termini ecologici,
dunque nutrire cooperazione, reciprocità e condivisione di risorse tra nuclei
organizzativi differenti ma accomunati da una strategia condivisa, enfatizzando
i legami che connettono gli uni agli altri.
Da un lato, all’interno di questa ecologia organizzativa, non vige
un’orizzontalità piatta ed esasperata che annulla ogni differenza (di posizione
oggettiva nella struttura sociale e di preparazione politica soggettiva) tra i
nuclei, bensì vi sono prevalenti che possono (e devono) assumere la funzione di
avanguardia in una data congiuntura e punti strutturalmente significativi della
totalità sociale (alcuni più di altri) che possono destabilizzare il sistema.
Dall’altro lato, di fronte ai limiti dell’orizzontalismo e dell’assemblearismo,
non è certo sufficiente richiamare la necessità di un’ecologia organizzativa
maggiormente articolata e integrata, ma vanno affrontanti anche tutti i limiti
che, sull’altro versante, la dimensione organizzativa ha mostrato nel corso del
Novecento, attirando su di sé sospetti e critiche.
Nunes vuole dunque offrire una terapia filosofica al cosiddetto trauma
dell’organizzazione: se per Nunes tale paura dell’organizzazione è storicamente
legata alla torsione autoritaria dei Paesi socialisti, l’inclinazione
identitaria dei vari gruppi della sinistra radicale alle nostre latitudini ha
perpetuato quel trauma anche tra le più giovani generazioni. Si può allora
ripensare l’organizzazione non come la cristallizzazione di un’identità
omogenea, da difendere dalle minacce esterne, ma come l’assemblaggio di parti
molteplici in una potenza collettiva e la concentrazione di questa potenza su
dei punti strategici condivisi. Obiettivi comuni e strategia condivisa segnano
dunque un perimetro entro cui tattiche e “anime” differenti possono non solo
coesistere, bensì arricchirsi reciprocamente: convergere. Per quanto
nell’astrattezza di un libro teorico – il metodo di Nunes suggerisce il netto
realismo di partire dalle forze già esistenti e dalla pratica dell’obiettivo
comune.
All’interno di un’ecologia organizzativa, l’agire politico viene concepito nei
termini dell’azione distribuita. Non si tratta né di un’azione aggregata, quella
che viene spontaneamente ripetuta da molti soggetti senza alcun tipo di
coordinamento, né di strategia comune, né di un’azione collettiva, pianificata
intorno a un centro decisionale che ne stabilisce modi e tempi dell’esercizio. A
lato di questi speculari eccessi – eccesso di dispersione e differenze non
coordinate da un lato, di centralizzazione verticistica dall’altro – l’azione
distribuita è promossa da un nucleo della rete e assunta dagli altri nuclei,
ciascuno secondo le proprie caratteristiche, scale e temporalità, che in questo
modo integrano e modificano lo stimolo iniziale.
> Nunes non si abbandona a fantasticherie sulla creazione di una “nuova
> organizzazione”, ma, con un approccio mirabilmente pragmatico, è piuttosto
> impegnato a ripensare relazioni più virtuose ed efficaci tra le organizzazioni
> già esistenti.
Un nucleo prende un’iniziativa, lancia un percorso e delle parole d’ordine,
aprendo uno spazio in cui altri nuclei posso a loro volta intervenire e
contribuire. Lo stimolo iniziale “condiziona ma non determina” il processo che
ne segue, secondo una logica relazionale e non proprietaria dell’azione
politica. Si genera così un sistema di scambi e risonanze, in cui la
funzione-di-avanguardia del nucleo che per primo innesca l’azione non è visto
con sospetto o gelosia, e in cui una molteplicità di nuclei portano avanti una
lotta comune in forme variegate, su una scala spaziale e temporale più ampia di
quanto un singolo nodo potrebbe fare. I processi organizzativi non sono piatti e
orizzontali, ma al loro interno si differenziano tempi e modi diversi di
attività, funzioni e capacità differenti: tali differenze possono essere
sfruttate per la crescita e l’avanzamento dell’ecologia e la leadership può
circolare da un nucleo all’altro a seconda delle fasi.
Porre il focus sull’azione distribuita permette di partire non da quel che ci
dovrebbe essere, ma da quel che c’è già, un irriducibile dato di pluralità
ecologica, e sottoporlo alla disamina dei nostri obiettivi, non delle nostre
identità. Effettivamente, nelle dinamiche “orizzontaliste” del movimento, i
nuclei spesso si chiudono risentiti in sé stessi quando un altro prende
l’iniziativa senza previo avviso e consenso di tutti gli altri, o senza averne
prima discusso insieme, e così si perdono lo spazio di opportunità e
“traducibilità” che quella ha aperto. O, altrettanto spesso, i vari collettivi
competono nella gara a chi per primo promuove un’iniziativa, invece di
concentrarsi sulla possibile moltiplicazione e risonanza che ogni azione genera.
L’azione distribuita vorrebbe dissolvere questa competizione identitaria e il
tic – tipico di una condizione di impotenza – di accusarsi o sfidarsi l’un
l’altro.
Di fondo, l’orizzontalismo prevederebbe, nel suo ideale, che ogni decisione
venga presa nell’assemblea generale alla presenza di tutte e tutti. Il principio
(sano) della massima condivisione e allargamento scade nella tendenza (malsana)
a rimandare le decisioni all’infinito, quando tutte/i sono presenti e vi è il
tempo di discutere di tutto. Questo feticismo della presenza e sete di
inclusività illimitata riproduce, secondo la critica di Nunes, quel principio di
trascendenza della sovranità contro cui vorrebbe invece battersi. La presenza di
tutte/i in assemblea configura infatti un’entità trascendente e separata, come
se fosse qualcosa di superiore alle relazioni che la creano, che deve
continuamente difendersi dalle minacce (esterne e interne) e affermare il
proprio potere decisionale (fosse anche, per esempio, la decisione della data di
un’iniziativa pubblica) nello spazio dell’ecologia con gli altri nodi.
Come si organizzano insieme i vari nuclei, senza fare assemblea sempre tutte/i
insieme? Pare questa dunque una domanda che il libro ispira, senza darvi una
risposta esaustiva. O – per slittare dal “come” al “chi”, sebbene non sia certo
un passaggio lineare – chi articola l’ecologia e il processo convergente?
Domande che reinterrogano la necessità di una mediazione capace di tessere e
articolare insieme i differenti nuclei. Nunes distingue una mediazione come
forma da una mediazione come forza, e optando per questa seconda, si distanzia
dalle posizioni che vorrebbero elevare una certa forma (il partito) o un certo
simbolo a cerniera tra le varie parti in gioco. La mediazione non è più
concepita come una sintesi superiore tra due termini contrari, bensì come un
equilibrio metastabile tra forze molteplici, variabile a seconda della
situazione in cui si trova ad agire, che conserva tutte le forze in gioco in una
certa proporzione.
Come in fisica due forze A e B che premono in direzioni opposte non si negano
l’un l’altra, ma possono coesistere in un punto di equilibrio, allo stesso modo
un’organizzazione politica non è chiamata a scegliere tra un picchetto, un
comizio, uno spazio sociale o una petizione parlamentare, bensì può combinare
differenti espressioni di una lotta a seconda delle condizioni date. “Se non è
possibile avere tutto insieme (massima identità e massima apertura, massima
centralizzazione e massima democrazia, massima autonomia e massimo
coordinamento…), è necessario averli in misure diverse e in punti diversi,
bilanciati a seconda delle esigenze dell’occasione” (p. 107).
> Nunes vuole offrire una terapia filosofica al cosiddetto trauma
> dell’organizzazione: se tale paura è storicamente legata alla torsione
> autoritaria dei Paesi socialisti, l’inclinazione identitaria dei vari gruppi
> della sinistra radicale ha perpetuato quel trauma anche tra le più giovani
> generazioni.
Mediazione non suona allora come compromesso tra le parti, ma come distribuzione
dei ruoli e differenziazione funzionale. Senza un’assemblea generale che debba
ratificare ogni passaggio e decisione, ciascun nucleo svolge le proprie funzioni
(chi indice il picchetto di fronte ai luoghi di studio o lavoro, chi gestisce
uno spazio sociale, chi offre supporto legale alle occupazioni abitative, chi
conduce una mozione in consiglio): un nodo può svolgere più ruoli
contemporaneamente, magari a intensità differenti, ma nessuno li svolgerà tutti,
né ci sarebbe il bisogno di farlo. E se alcuni nuclei svolgono una medesima
funzione, le loro tensioni possono anche rivelarsi generative e sane, se nessun
nucleo mira a depotenziare l’altro. All’interno dell’ecologia, convivono infatti
più risposte possibili: se si pensa che esista una sola risposta possibile, si
compete contro gli altri nodi al fine di estirpare le false alternative; se si
ammettono più soluzioni possibili, si è meno incentivati a competere e più a
cooperare.
“Pensare davvero le proprie azioni in termini ecologici – secondo Nunes –
significa essere meno aggrappati alla propria immagine di sé” (p. 221): vale a
dire, più concentrati sulle proprie funzioni che sulle proprie posizioni
identitarie, e agire tenendo conto degli altri nuclei della rete, proponendosi
di creare vantaggi e opportunità gli uni per gli altri. Le azioni molteplici
possono rafforzarsi reciprocamente: la “differenziazione funzionale” è uno dei
principi di un’ecologia, in cui ci sono diversi e vari ruoli (il rebel, azione
diretta e conflitto; l’organiser, l’organizzatore politico; gli helpers; gli
advocates, o figure istituzionali) e in cui maggiore è la differenziazione e la
specializzazione dei singoli nuclei, più l’ecologia si espande ed è in salute.
La concezione di mediazione come distribuzione equilibrata di forze non risolve,
nel libro di Nunes, interamente la questione del coordinamento strategico tra le
varie parti: chi coordina, se certo il coordinamento non può darsi
spontaneamente, ma nemmeno può farlo un’assemblea costante di tutte le parti in
gioco? Un nucleo tra gli altri dell’ecologia? Un nucleo separato dell’ecologia,
deputato a questa funzione? Come si forma quell’unità di azione strategica tra
nuclei che tendono alla dispersione? Un mancato chiarimento di questi
interrogativi ha reso spesso precarie le ecologie che abbiamo visto formarsi. La
riflessione di Nunes mette per lo meno sulla strada giusta. Cinque indicazioni,
in particolare, possono essere ricavate.
1) In primo luogo, una critica dell’immediatezza, tanto delle filosofie che la
sostengono, quanto di quelle pratiche che la rivendicano. Se oggi è sempre più
comune affermare il primato delle relazioni (la posizione teorica secondo cui
ogni ente è costituito dalle sue stesse connessioni e soltanto nelle relazioni
possa esistere, esprimersi o trasformarsi) contro ogni sostanzialismo ed
essenzialismo, questa posizione spesso coesiste con una forte richiesta di
immediatezza: l’idea secondo cui tutte le mediazioni debbano essere eliminate e
che le differenze e le singolarità debbano esprimersi così come esistono “di per
sé”. Si tratta di due posizioni inconciliabili. In virtù del fatto che ogni
azione ed espressione è una composizione di molteplici parti, vincolate le une
alle altre in un qualche punto di equilibrio, la struttura di questi “vincoli”
determina una mediazione che connette le parti tra loro ma, al tempo stesso, le
limita. Non è possibile collocarsi all’interno di un’ecologia e, insieme,
rivendicare la piena e istantanea espressione di sé (che sia in una chat, in un
coordinamento o in un’azione). Concepirsi come parzialità significa accettarsi
come parzialità, rinviare la propria espressione ai momenti e alle forme
adeguati agli altri termini della relazione. Un eccesso di immediatezza
determina un sovraccarico del sistema e, con esso, un effetto di entropia non
desiderato. L’ecologia è quella mediazione che espande e arricchisce l’essere
delle sue parti soltanto se queste ne accettano i limiti. Ne deriva quella che
potremmo riassumere come la “positività del limite”: si rinuncia a una libertà
parziale e immediata, per conquistare una forza maggiore. L’autolimitazione
reciproca delle parti di un’ecologia è quella pratica su cui si gioca
l’efficacia di una struttura: la capacità di valorizzare e non di reprimere la
massima forza di ciascun nucleo che ne fa parte.
> All’interno dell’ecologia convivono più risposte possibili: se si pensa che
> esista una sola risposta si compete contro gli altri nodi al fine di estirpare
> le false alternative; se si ammettono più soluzioni possibili, si è meno
> incentivati a competere e più a cooperare.
2) Limiti interni, che sono a loro volta posti dai limiti complessivi della
congiuntura: il problema machiavelliano per eccellenza di adattarsi alle
circostanze esistenti e non pensare che tutto sia sempre illimitatamente
possibile. Contro la melancolica difesa di una qualche purezza ideologica, la
consapevolezza di agire all’interno di limiti determinati e la necessità di far
presa sulla realtà esterna orienta l’azione all’efficacia e, dunque,
all’esigenza di non disperdere o allontanare le forze che condividono i
nostri stessi obiettivi strategici. L’adattamento non è sinonimo né di
opportunismo conciliante, né di cinismo amorale, ma si inscrive in un progetto
di trasformazione della società. Come suggerisce Nunes, si tratta di “espandere
il regno delle possibilità, cioè i fini, nelle condizioni date”: “non si tratta
solo di agire nei limiti dati, ma di agire su quei limiti per trasformarli” (p.
328). Il comportamento collettivo o aggregato non può essere troppo lontano
rispetto alle condizioni esistenti o non sarà praticabile (forse l’eccesso di
soggettivismo della sinistra rivoluzionaria negli ultimi decenni), né troppo
vicino da perdere ogni distanza critica e obiettivo trasformativo (il problema
della sedicente sinistra tecnocratica e riformista). Si tratta di mirare al
“massimo del cambiamento possibile nei limiti esistenti” (p. 344). Il realismo
si traduce non in una politica della prudenza estrema e dello stare dentro
limiti stabiliti, ma in una politica sperimentale: “essere radicali in rapporto
a una circostanza concreta”, sostenere e amplificare ciò che già esiste
nell’ecologia, facendo attenzione a non danneggiare le condizioni che rendono
possibili le azioni altrui.
3) Egemonia e cura, spinta e ascolto, non sono necessariamente pratiche
alternative, ma possono combinarsi all’interno di relazioni ecologiche. Ogni
attore può esercitare legittimamente il massimo di egemonia di cui è capace
sugli altri nuclei, ossia il proprio potere di influenzare il corso
dell’ecologia, ma al tempo stesso prendersi la massima cura di non metterla a
repentaglio. Da un lato, qualunque spinta deve andare nella direzione
dell’obiettivo comune e sostenere il processo, senza ambire a controllarlo
interamente. Dall’altro, si riconosce l’egemonia – con la correlata “funzione”
di leadership – come un aspetto ineliminabile della politica. Dare avvio a un
comportamento collettivo ed “essere seguiti” non si traduce nella volontà di
costringere gli altri a fare una cosa, ma in quella di moltiplicare la potenza
collettiva su dei punti di lotta specifici, concentrati e non eccessivamente
dispersi (qui la differenza tra funzione-di-leadership e
posizione-di-leadership). Spingere i nuclei di un’ecologia verso un’azione fa
parte di un’ecologia in salute, attraversata da inevitabili tensioni interne,
quando questo non è finalizzato alla riproduzione di un’identità, ma alla
concentrazione della potenza collettiva su qualche punto strategico, e si
accetta che la propagazione di quell’azione non sia interamente allineata
all’input iniziale.
4) Partito ed ecologia organizzativa non sono la stessa cosa. Il partito non
rappresenta né la totalità dell’ecologia, la riunione di tutte le istanze, né la
forma più avanzata della coscienza (e dell’organizzazione) della molteplicità.
Nunes rinuncia a queste concezioni tradizionali del partito e lo circoscrive a
una funzione per lo più comunicativa: il partito come megafono mediatico, dedito
alla necessità di influenzare un’opinione pubblica esterna ai circuiti
dell’attivismo, all’occupazione degli spazi mediatici mainstream, ad articolare
interessi differenti in un’identità comune al di là di quelle già esistenti, e
dunque a guadagnarsi il sostegno di quelle parti di società non politicamente
attive.
Il partito raccoglie le istanze dei nuclei dell’ecologia, riceve da questi
direzionalità strategica con apertura e flessibilità, al pari di ogni nucleo
dell’ambiente condiviso, ma ciò che lo distingue dagli altri è la funzione
precipua di comunicare quelle istanze all’esterno dell’ecologia, nei settori
non-organizzati, dunque di fare mediazioni tra settori differenti e ottenere
consensi trasversali. Non significa che questa funzione sia svolta solamente e
interamente dal partito, ma che il partito ha questa come funzione principale,
in un quadro di distribuzione delle funzioni sopra menzionato. Nunes esce dunque
dallo schema tipico di un certo pensiero della sinistra radicale, quello della
“verticalizzazione”: non si tratta di verticalizzare le lotte sociali nel campo
della rappresentanza, ma di amplificarle nel campo della lotta mediatica e
ideologica e di permettere così che queste crescano e diano maggior forza al
partito stesso.
> Non si tratta di verticalizzare le lotte sociali nel campo della
> rappresentanza, ma di amplificarle nel campo della lotta mediatica e
> ideologica e di permettere così che queste crescano e diano maggior forza al
> partito stesso.
Nel far menzione del partito e della sua funzione, Nunes non chiarisce né il
problema del rapporto con lo Stato né propone un’analisi dei media su cui
combattere la lotta ideologica. Se da un lato viene rifiutata la posizione
appellista secondo cui il potere non risiede più nelle istituzioni dello Stato,
dall’altro viene accolta una certa parte di questa posizione, come dimostrato
dal fallimento del governo greco nel 2015 e dall’espansione globale delle catene
del valore, che supera ogni spazio di sovranità politica. Per quanto limitato,
il potere delle istituzioni pubbliche non è annullato e anzi ancora esercita una
tutela fondamentale degli interessi del capitale e la riproduzione della
forza-lavoro. Il potere dello Stato e la sua “autonomia relativa” sono emersi
durante la fase più acuta della pandemia. Nell’attuale e profonda
disarticolazione e competizione tra le istituzioni e i poteri dello Stato, forse
bisognerebbe chiarire a quale livello istituzionale possa collocarsi una
strategia della trasformazione sociale. Né, forse, si può parlarne in astratto,
ma ogni Stato presenta differenti caratteristiche istituzionali e attuali
condizioni di esercizio del potere. Allo stesso modo, il funzionamento
dell’arena mediatica viene menzionato ma non approfondito. La discussione
collettiva del libro potrà forse riprendere alcuni di questi problemi.
5) Separare interno ed esterno non pare più realmente possibile, né tanto meno
utile: isolare un soggetto politico dall’ambiente esterno, o pensarlo come
sovrano di quello spazio (imperium in impero) e capace di plasmarlo interamente,
è fallace e illusorio. Un sistema è sempre trasformato e modificato dalle
informazioni e dagli stimoli esterni. Auto-organizzazione è sempre, in parte,
etero-organizzazione, se una molteplicità di elementi all’interno di un ambiente
condiviso si influenzano gli uni con gli altri, aprendo o limitando il campo di
possibilità degli altri. Ne risulta che l’organizzazione sia sempre un dosaggio
contingente e variabile, a seconda della congiuntura, di auto- ed
etero-organizzazione, non la prevalenza di un termine sull’altro. Lo spinozismo
di cui abbiamo bisogno oggi ci mostra proprio questa reciprocità del dentro e
del fuori: molteplicità ed eterogeneità sono punti di forza se articolate
all’interno di un dispositivo di etero-determinazioni reciproche, in cui
ciascuna parte è al tempo stesso arricchita e limitata dalle altre.
L'articolo Né orizzontale né verticale di Rodrigo Nunes proviene da Il
Tascabile.
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S enza volto, no face. Aleggia nella Città Incantata, nessunə sa chi è, ma solo
che è lì, tra le vasche di Yubaba. Appare e sparisce, e che sia uno o siano
cento, il risultato è lo stesso: denuncia la corruzione dell’oro. Chiunque e
nessuno dietro la maschera: uno spirito della Città Incantata di Hayao Miyazaki,
ma anche un’idea politica. Lasciare indietro il volto, travisarsi come forma di
resistenza collettiva. Io traviso, tu travisi ed egli non riconosce. Non in quel
noi. Non sa dove mettere le mani. Che persone pigliare. Quali perseguitare.
Manifestare a volto coperto fa della sicurezza delle singole persone una
possibilità ‒ seppur erosa dalla tecnologia ‒ rendendole al contempo un simbolo.
A volto coperto la singola persona diventa qualcosa di più grande, e nella
politica crea perturbazioni e timori. Ed è proprio per questo che fa paura.
Paura persino al presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump.
Le fiamme di Los Angeles, le proteste, sono racchiuse nell’immagine, diventata
virale nell’arco di poco, di una persona a torso nudo. In piedi sull’auto della
polizia con una bandiera del Messico tra le mani e il volto completamente
coperto. Nulla urla “Fuck ICE” più di quest’immagine: la sfida all’intoccabilità
della polizia. Iconica l’immagine ed iconica la reazione. Da Truth, la versione
trumpiana del fu Twitter, il presidente statunitense ha ordinato agli agenti
schierati di arrestare le persone a volto coperto. Letteralmente e in lettere
maiuscole: “ARRESTATE TUTTE LE PERSONE MASCHERATE, ORA!”. Per Trump, le
proteste di Los Angeles sono sintomo di disordine, del controllo che sfugge. Le
azioni dei manifestanti, infatti, respingono al mittente le pratiche di
deportazione ‒ volute dall’attuale amministrazione ‒ compiute di notte, da
agenti armati e a volto coperto.
Il che potrebbe apparire assurdo considerando che la divisa mimetica in città
risalta anche di più, ma in verità risponde a uno scopo: palesare una presenza
militare e quindi intimorire. Per questo gli agenti della ERO (Enforcement and
Removal Operations, un’unità dell’ICE, Immigration and Customs Enforcement)
agiscono a volto coperto. Il corpo armato dello Stato può celarsi e tutelarsi,
mentre lo stesso criterio pare non applicarsi, perlomeno in termini di
legittimità, a chi è sottoposto all’autorità di quel medesimo potere. Si svela
perciò una doppia morale, che tutela il volto coperto quando a celarsi è lo
Stato, ma che ne fa un atto criminale quando a usarlo è chi contesta sistemi
oppressivi. Un’asimmetria che si svela e che fa, letteralmente, calare la
maschera al potere.
Ogni simbolo ha un significato, perciò difficilmente si può ritenere che una
scelta istituzionale sia casuale. In una società che si rispetti, questi si
inseriscono in una conversazione che, perciò, prevede e innesca delle risposte.
In questo caso, la scelta di una mobilitazione colossale che usa la guerriglia
urbana come mezzo di contenimento e minaccia nei confronti di chi sta
perseguitando le persone immigrate sul territorio statunitense: le forze
dell’ordine, certo, ma soprattutto chi queste procedure le ha volute
implementare, e cioè le istituzioni.
> A volto coperto la singola persona diventa qualcosa di più grande, e nella
> politica crea perturbazioni e timori.
Ovvero, proprio il cinguettante presidente Donald Trump. Forse, però, c’è anche
qualcosa di più profondo nella mobilitazione di forze voluta da Trump, che ha
visto lo schieramento di 2000 agenti della Guardia nazionale prima e 700 marines
dopo. In essa potrebbe annidarsi la preoccupazione per la memoria storica
statunitense. L’ossessione per l’identificazione non è una novità. Anche nella
storia americana, l’anonimato ha rappresentato una strategia di opposizione,
talvolta centrale per cambiare ‒ in parte ‒ alcuni equilibri di potere. Già nel
1773, i membri del Boston Tea Party, hanno deciso di camuffarsi prima di andare
a sversare il tè di sua maestà nella baia di Boston per protestare contro le
tasse. I Bostoneers, però, indossarono abiti tradizionali delle Prime Nazioni,
ovvero di alcune delle popolazioni autoctone del Nord America, appropriandosi di
una cultura e di un’appartenenza che loro, per primi, avevano invaso e abusato.
Quindi, il tentativo di anonimato del Boston Tea Party era lo strumento di chi
protestava contro la corona, non contro l’imperialismo. Era un travestimento da
oppressi per difendere il diritto a essere oppressori.
Pochi anni dopo, nel 1775, nonostante i tentativi di rabbonire i coloni da parte
del Regno Unito, iniziò la Guerra d’indipendenza. Proprio da quel 16 dicembre
1773 il potere inglese non si è più ripreso, messo in bilico dagli atti di
persone che scelsero di nascondere, per quanto possibile, la loro identità. Se
allora il volto coperto era stata una strategia di chi già aveva un potere
maggiore rispetto ad altri, le proteste attuali lottano proprio contro quel
medesimo potere, denunciando la matrice coloniale che nutre il razzismo
sistemico negli Stati Uniti. La volontà, ora, è quella di fare dell’anonimato un
atto collettivo capace di far tremare il potere, tutto.
Spesso il Boston Tea Party è glorificato dagli stessi che ne temono il retaggio,
senza una riflessione critica. L’inquinamento storico del volto coperto, viene
perciò ribaltato, in diverse proteste, che lo reclamano ‒ a volte indossando
balaclava rosa, come è accaduto poco tempo fa con l’occupazione del Pirellino a
Milano ‒, perché sia un atto ribelle e non un atto a sua volta violento. Il
volto coperto, quindi, può trascendere i suoi usi, in base alle rivendicazioni e
alla natura delle lotte che lo indossano. Le proteste No Kings, infatti, sono
state organizzate per contestare il modello imperiale voluto da Trump, e si
basano sul presupposto che gli Stati Uniti sono stolen lands, terre rubate
proprio alle Prime Nazioni. Territori invasi dai coloni, con una serie di
strumenti che hanno marginalizzato e tentato di rimuoverne l’identità, di
cancellare la loro storia e, quindi, la loro voce sul mondo. Una voce che nella
protesta, invece, risuona forte e chiara.
Il volto coperto ha una storia fortemente connessa all’azione contro oppressioni
sistemiche. Nei primi del Novecento, le suffragette, soprattutto quelle
impegnate in azioni dirette ‒ ovvero le suffragiste, per questo spesso
identificate come terroriste ‒ cercavano di rendersi poco riconoscibili,
modificando le proprie espressioni e posture, per sfuggire al monitoraggio
fotografico costante a cui erano sottoposte. Le foto, oltretutto, erano spesso
alterate dalle autorità per restituirne un’immagine pericolosa o sciocca. Una
foto di archivio del 1936, durante una protesta contro la guerra, ritrae diverse
donne, suffragette, che indossano maschere antigas bianche fatte di carta.
L’anonimato visivo, quindi, era ricercato come deterrente all’identificazione e
come performance. Facendo un salto temporale e rincorrendo le proteste più note,
il maggio francese del Sessantotto vide una quasi totale assenza di volti
coperti. L’anonimato corporeo, in questo caso, passava in secondo piano in forza
del numero immenso di partecipanti che, nella massa, hanno trovato la protezione
necessaria per la protesta.
> Il corpo armato dello Stato può celarsi e tutelarsi, mentre lo stesso criterio
> pare non applicarsi, in termini di legittimità, a chi è sottoposto
> all’autorità di quel medesimo potere.
Caso più esplicito, a matrice profondamente decoloniale, è quello della
resistenza zapatista, che tutt’oggi rivendica la maschera come strumento perché
la lotta e la resistenza siano viste. A volto coperto, nel 1993, migliaia di
persone zapatiste occuparono ben sette città, tra cui San Cristobal de Las Casas
e al grido di “¡Ya basta!, denunciarono l’invisibilizzazione delle popolazioni
originarie in Messico e l’intenzione di liberare la terra con la lotta.
In Europa, e più in generale nei Paesi occidentali, il volto coperto è temuto.
Una paura politica incanalata contro quella modalità di protesta in cui la
copertura interessa il volto e tutto il corpo, creando un anonimato quasi
integrale. La tattica di protesta black bloc è stata per la prima volta
descritta nel maggio del 1980, nella Germania Ovest, nel contesto di proteste
contro sgomberi, movimenti neonazisti e più in generale, contro le autorità
centralizzate. Ha, quindi, una matrice identitaria profondamente antisistema e
anticapitalista. L’uso della copertura permette alle persone di compiere azioni
dalla grande portata dirompente in uno spazio di protezione collettiva, creata
non solo dai dispositivi individuali, ma dal coordinamento del blocco. Le
proteste a volto coperto si muovono su questa linea: resistere al controllo e
alla cancellazione, proteggere un’identità in pericolo e portare avanti azioni e
manifestazioni dalla forte capacità conflittuale. Il volto coperto crea un corpo
collettivo, reattivo, che non si lascia isolare.
Oggi, però tutto questo risulta sempre più difficile, e quindi rischioso, a
causa di tutte le tecnologie di sorveglianza sparpagliate nelle città che stanno
riducendo lo spazio dell’anonimato. Al punto che vien da chiedersi se sia ancora
possibile un anonimato reale in un contesto che non solo rintraccia ‒
potenzialmente ‒ ogni persona, ma che addirittura spettacolarizza e trasforma
tutto in intrattenimento. In un contesto in cui il tracciamento dei nostri
percorsi è talmente pervasivo da sembrare normale, in cui c’è addirittura una
spinta a trasformare la folla in contenuto individuale, si può sfuggire a quello
sguardo digitalizzato? Le autorità, dopotutto, ne fanno ampio uso.
Le forze dell’ordine statunitensi, ad esempio, hanno a disposizione un vasto
arsenale di controllo e monitoraggio: oltre a filmare costantemente le persone
manifestanti, sono dotate di dispositivi e strumenti ‒ come come Clearview AI ‒
che permettono di ricostruire, con l’ausilio dell’Intelligenza artificiale, i
volti delle persone manifestanti in ritratti. Efficaci, ma non infallibili e
che, anzi, possono portare ad arrestare le persone sbagliate. Ma non solo, tra i
rilevatori che permettono di triangolare i segnali emanati dagli smartphone ‒
detti stingray ‒, le videocamere e la capacità di identificare una persona
addirittura dall’andatura, la possibilità dell’anonimato sembra restringersi con
ogni aggiornamento. Ogni persona, infatti, è potenzialmente rintracciabile. E
non serve nemmeno essere in prima linea. Una storia su Instagram o un passaggio
in metro con la carta, lasciano tracce, disegnando la geografia dei nostri
movimenti. E sebbene in Italia, al momento, non vengano usati gli stessi
dispositivi statunitensi, l’impegno delle forze dell’ordine per identificare i
manifestanti non è meno strenuo e non lesina a ricorrere alle tecnologie di
tracciamento o monitoraggio.
> Il volto coperto crea un corpo collettivo, reattivo, che non si lascia
> isolare.
Nel nostro ordinamento, l’atto di coprirsi il volto durante le manifestazioni
viene definito travisamento, ed è considerato un illecito amministrativo. Il
termine stesso con cui viene descritto rivela una postura repressiva: il termine
evoca l’inganno, la distorsione, e non la possibilità di autodifesa o di
anonimato politico. E, in effetti, può diventare un’aggravante, come dimostrato
nella recente sentenza in primo grado contro dieci persone manifestanti solidali
con Alfredo Cospito. Il tutto, in un concerto di riprese e identificazioni con
cui l’anonimato della persona manifestante viene eroso. Chi manifesta viene
continuamente filmato, archiviato nelle memorie della sorveglianza statale.
Volti, date, cortei. E durante le proteste non sono rari i tentativi delle forze
dell’ordine di abbassare le maschere ai manifestanti, come accaduto nel corteo
pro-Palestina del 12 aprile a Milano. Quello che in teoria non è reato, qui,
viene comunque punito, anche solo con l’aumento di attenzione riservata a quella
presenza. Con la presa dello spazio e la conseguente intossicazione del margine
politico.
In Italia come negli Stati Uniti, alla repressione materiale si accompagna
quella culturale: chi copre il volto viene raccontato come un pericolo sociale,
isolato narrativamente dal resto della piazza, dipinto come facinoroso e
infiltrato. Uno spirito malvagio pronto a distruggere la ‒ apparente ‒ quiete
sociale, senza un perché. La sovranarrazione, in questi casi, protegge lo status
quo, che diventa vittima di un attacco immotivato. La protesta, e le azioni che
può comprendere, viene collocata su un asse immaginario, ad un estremo la
narrazione di un profilo, all’altro la totale cancellazione, per evitare che
venga raccontata. Quale che sia la scelta, però, si attiva un meccanismo di tone
policing che insegna quale modo di manifestare sia “giusto”, perché più
controllabile e meno minaccioso, e quale sia “sbagliato” e, per questo,
punibile.
Una protesta decaffeinata. Altamente digeribile. L’ostinazione di alcunə deve
essere corrosa: a questo serve l’intento di rendere criminali agli occhi
dell’opinione pubblica nazionale e internazionale non schierata ‒ o già
schierata contro ‒ chi si copre il volto in piazza. Un processo immediato che
risponde in maniera quasi meccanica alla minaccia percepita. Dare l’allarme e
tratteggiare il volto coperto come un pericolo per l’ordine pubblico ‒ quindi
collettivo, cittadino ed ordinario ‒ mette le persone nella condizione di
percepire a loro volta quella minaccia. Come se fosse rivolta direttamente
contro di loro. La speranza di questo tipo di descrizione è che si inneschi un
rifiuto assoluto. Ostile. Una contrapposizione che poi permetta di punire chi ha
manifestato e di intimidire le altre persone evitando che possano anche solo
pensare di fare una cosa del genere.
> Chi manifesta viene continuamente filmato, archiviato nelle memorie della
> sorveglianza statale.
Annidarsi nella mente sociale è il miglior meccanismo di sorveglianza, perché
sono le singole persone a diventare le prime controllore di sé stesse e delle
altre. Diventano loro le voci che richiedono repressione e militarismo, che
invocano divieti contro il diritto di coprirsi il volto ‒ con una deriva
volutamente islamofoba ‒ prima ancora che gli organi repressivi si mettano in
moto da soli, agendo senza chiedersi nemmeno un perché, mossi dall’idea che lo
stato delle cose sia un ordine sacro. E il problema, forse, si annida anche
qui. Perché quando è “l’ordine pubblico” a dover essere messo in discussione –
per ottenere libertà, protezione, giustizia o quant’altro – e quando farlo
comporta gravi rischi individuali e collettivi, coprirsi il volto non è forse
uno strumento di sopravvivenza? E non solo per celare i tratti riconoscibili e,
quindi, rintracciabili del viso (occhi, naso, forma del viso ecc.), ma anche per
proteggersi dai dispositivi di controllo della folla impiegati dalle forze
dell’ordine come i gas lacrimogeni, contro cui una maschera filtrante può essere
effettivamente efficace, ma per esserlo deve necessariamente coprire il viso.
Nasconderlo, tutelarlo. E se non dai deterrenti urticanti, dal diventare un
bersaglio, perseguibile, rintracciabile, con una vita che può essere sbriciolata
sotto il peso della burocrazia punitiva.
Da Occupy Wall street alle rivolte contro i proprietari terrieri della metà
dell’Ottocento, passando per la demonizzata tattica dei black bloc, il volto
coperto cancella la vulnerabilità individuale creando una grande identità
plurale in divenire. In cui nessunə è protagonista e nessunə viene lasciato
indietro, proprio perché, a volto coperto, si entra in un’identità plurale. Si
diventa innesti in un’entità multipla, parti essenziali che si aggiungono e
muovono individualmente ma nella stessa direzione: la ribellione.
La paura del volto coperto è anche paura dell’ignoto, di un’identità collettiva
che sfugge al controllo. Non sapere chi ci sia dietro impedisce di prendere di
mira la singola persona, di isolarla. Il volto coperto protegge idee e corpi,
crea un grande territorio politico in cui nessunə è protagonista e nessunə è
lasciato indietro. Gli zapatisti scelgono di mostrarsi sempre a volto coperto,
in modo da proteggere tanto l’identità quanto l’ideale. Con una serie dì
strategie anti gerarchiche, per cui non ci sono capi, ma subcomandanti che si
pongono dopo e per il popolo, che garantiscono la natura decentralizzata della
lotta. Il volto coperto è perciò un simbolo di umiltà che non conosce le
limitazioni dei confini e degli interessi statali. È il potenziale contenitore
per la ricerca di un modo diverso di vivere, in cui si abbandonano le velleità
di successo personali e si abbraccia l’idea ‒ perlomeno la possibilità ‒ di un
benessere reale, per tuttə. Insomma, è il contrario della tutina di un
supereroe, quella che mette in mostra e diventa riconoscibile, un brand. Mentre
il volto coperto è così banale da non potere appartenere a nessuno. Anche quando
vi si appone un logo davanti, è troppo forte per essere totalmente cooptato.
Oggi, in un’epoca in cui il panopticon digitale dilaga, in cui condividiamo e
siamo sorvegliati allo stesso tempo, la pratica del volto coperto rappresenta
una forma di protezione e resistenza. Per questo, il volto coperto non è solo
difesa. È anche attacco, sabotaggio, creazione. È la possibilità di essere parte
di qualcosa senza essere consumatə da quello sguardo che vuole schedare,
isolare, colpire. Perché un volto nascosto può custodire tutto: una vita, una
storia, una ribellione. E, forse più di ogni altra cosa, un ideale. La minaccia
contro chi si copre il volto ci ricorda che in effetti, ogni regime, non teme
tanto la singola persona con la sua storia e le sue azioni, quanto piuttosto
l’insieme di quelle persone, quelle storie e quelle azioni. Le idee che si
portano dentro. Che sa cosa vuol dire vedere una persona che ha scelto di essere
parte di una causa, sventolare una bandiera senza reclamare qualcosa di
materiale per sé: una sfida aperta allo status quo a volto coperto. Senza volto
e con mille facce.
L'articolo Protesta senza volto proviene da Il Tascabile.
L a prima volta che ho notato il nome Pierre Fabre non è stato su un cartellone
pubblicitario o su un titolo di giornale, ma sul bordo di un lavandino. Era
nella casa dei miei zii di Lione, sul tubetto di un dentifricio. Stava lì, con
una grossa impronta nel mezzo, e la scritta Laboratoire Pierre Fabre sbiadita
dall’uso. Perciò, quando anni dopo mi sono ritrovata a leggere del
coinvolgimento della Pierre Fabre nella costruzione di un’autostrada molto
contestata nella regione di Castres, non ho potuto non provare un distratto
senso di familiarità. Nelle case francesi, Pierre Fabre potrebbe essere ovunque
e da nessuna parte, considerato appena eppure ben conosciuto.
L’imprenditore da cui prende il nome la casa farmaceutica è infatti un volto
noto per la Francia, Pierre Jacques Louis Fabre ha aperto il suo primo
laboratorio nel 1961 e ha un curriculum abbastanza tipico della grande
imprenditoria di quegli anni: un impero in crescita, la proprietà temporanea di
un club di Rugby e un’attività di beneficenza. Magnate, mecenate e filantropo.
Nel 1999 l’imprenditore ha infatti prestato il proprio nome a un’altra entità,
la Fondation Pierre Fabre il cui scopo è la diffusione di medicine di qualità
nei Paesi del Sud del mondo. Non sembra perciò così assurdo immaginare in che
modo il desiderio di Fabre di lasciare il proprio nome inciso nella storia possa
essere stato solleticato dall’idea di estenderlo a un’opera infrastrutturale,
qualcosa di monumentale e tangibile come quella di un’autostrada.
L’occasione si è presentata negli anni Novanta, quando la posizione dell’azienda
era già più che salda nell’imprenditoria francese, con il completamento della
A680. Fabre ha quindi proposto la costruzione di un altro tratto autostradale di
circa 53 km che connettesse Tolosa e Castres, collegando direttamente la A680
alla A68, la A69. Un nuovo raccordo autostradale, quindi, che prevede la
conversione di parte di una strada nazionale (la N126) in una a pedaggio e che
avrebbe come beneficio stimato la capacità di ottimizzare di un quarto d’ora il
percorso. Quindi, velocizzare l’arrivo agli stabilimenti Fabre della zona. Per
trasformare l’idea in realtà, l’iter progettuale di Fabre si è concentrato sin
dall’inizio su un’intensa campagna lobbistica, sfruttando le proprie conoscenze
nell’alta politica francese. Così, quei 53 km di raccordo sono entrati
nell’agenda politica della Francia, diventando oggetto di un dibattito che, più
di tutto, sembra aver confermato il supporto all’imprenditoria in generale, e a
Fabre in particolare, più che un reale interesse nella A69.
Tant’è che nel 2010, sotto la presidenza Sarkozy, è arrivata la concessione
ufficiale a firma dell’allora ministro per l’Ecologia Jean-Louis Borloo, su
intercessione dello stesso primo ministro François Fillon. Addirittura, dopo la
morte di Fabre, nel 2013, il presidente François Hollande ha espresso rammarico
per la mancata ultimazione dei lavori. A suo dire, la A69 avrebbe già dovuto
essere inaugurata. Completata prima che il suo ideatore morisse. I lavori,
infatti, hanno incontrato sin dall’inizio ostacoli difficilmente sormontabili e
che, ancora oggi, non hanno permesso che la A69 superasse lo stadio di cantiere.
Autorizzazione e delibere, infatti, sono state valutate e concesse senza tener
conto di un elemento cruciale, ovvero la volontà degli abitanti della zona.
Dalla loro prospettiva, ad esempio, anche il guadagno temporale ha un risvolto
insostenibile proprio perché, oltre a prevedere un pedaggio pari a 17 euro,
sembrerebbe riguardare non tanto le singole persone cittadine, né tantomeno
quelle che lavorano negli stabilimenti, quanto piuttosto i trasporti industriali
da e per gli stabilimenti.
> Quei 53 km di raccordo sono entrati nell’agenda politica di Francia,
> confermando il supporto all’imprenditoria in generale, e a Fabre in
> particolare, più che un reale interesse nella A69.
Lo scontento locale non si limita alla singola spesa, ma all’impatto complessivo
della costruzione: eppure, non ha trovato riverbero nelle autorità politiche
che, anzi, nel 2018, già nel mandato presidenziale di Emmanuel Macron, hanno
dichiarato l’autostrada un progetto di pubblica utilità per poi aprire la gara
d’appalto. Il bando è stato aggiudicato a NGE group, che ha creato la società
Atosca per portare a compimento questo specifico progetto, il cui costo
complessivo è stato stimato in circa 450 milioni di euro, di cui 23 in fondi
pubblici. Il piano di lavoro, però, per quanto apparecchiato, è ancora in
stallo. Diverse associazioni, tra cui Les amis de la Terre, France nature
environnement, Extinction rébellion France, sono intervenute e altre si sono
formate, come il Collectif a69-Non à l’autoroute!, per denunciare l’impatto
ambientale del progetto e difendere il territorio.
Uno degli effetti immediati della costruzione, infatti, prevede la
deforestazione di circa 400 ettari di foresta che, oltre a essere una perdita
immediata in termini di salute ambientale, costituiscono ‒ come tutto l’ambiente
intorno al cantiere ‒ l’habitat di circa 157 specie di animali non umani, di cui
23 protette, che saranno, inevitabilmente, a rischio. L’abbattimento
preventivato di circa 200-260 alberi e la distruzione di circa 22 zone umide
comportano serie modificazioni idrogeologiche, tali per cui la compensazione
promessa risulta poco credibile ed efficace, in quanto non in grado, in effetti,
di restituire la complessità di un ecosistema che risulterebbe fisicamente
rimosso.
Nel 2023 lo sciopero della fame ‒ e poi della sete ‒, durato complessivamente 39
giorni indetto da Thomas Brail del National Tree Surveillance Group e da altre
persone attiviste che avevano occupato gli alberi per evitarne l’abbattimento,
culminato con l’ospedalizzazione di Brail, ha portato a una sospensione
effettiva dell’ordine di abbattimento. Ma non solo: la presenza massiccia di
gruppi ambientalisti, come Soulèvements de la Terre, ha permesso un lavoro che,
partendo dalle proteste è potuto intervenire a più livelli, compresi quelli
istituzionali, con la presentazione di ricorsi e richieste formali di
sospensione dei lavori. L’eco generata dal gesto di Brail e delle altre persone
scioperanti aveva interessato i media nazionali, portando alla ribalta le
proteste e i motivi per cui si sono rese necessarie. Al punto che, sempre nel
2023, le motivazioni delle autorità a favore della costruzione della A69 sono
state addirittura soppesate da 1500 scienziati, tra cui alcuni membri dell’IPCC
(Intergovernmental Panel on Climate Change), che con un articolo apparso su
L’obs si sono schierati a favore dei gruppi in protesta definendo l’A69 “uno di
quei progetti che devono essere abbandonati”.
(fot. Saverio Nichetti)
Infatti, i guadagni promessi sono piuttosto aleatori. In primo luogo; la A69 non
rappresenta un valido modello per ridurre il traffico e quindi le emissioni,
proprio perché incentiva il trasporto privato a discapito di quello pubblico.
Secondariamente, sempre secondo le analisi presentate nell’articolo, la strada
viene definita come “un progetto socialmente ingiusto”, in quanto andrebbe a
costituire la seconda autostrada più costosa di Francia. Infine, gli scienziati
hanno fatto presente che il disboscamento con successiva compensazione non può
essere considerato un modello valido. La piantumazione di alberi giovani in un
altro ambiente non è materialmente in grado di compensare per l’equilibrio
ambientale generato da una foresta di alberi adulti, ma soprattutto, per la
capacità degli ambienti selvatici di preservare la biodiversità di un
territorio. Ma non solo: l’autorità ambientale e il CNPN (Conseil National de
Protection de la Nature) hanno dichiarato il progetto ampiamente incompatibile
con gli obiettivi della Francia in materia di emissioni e neutralità climatica.
Nonostante le obiezioni scientifiche e l’opposizione crescente, la repressione
non è arretrata, anzi.
> L’autostrada sarebbe la seconda più costosa in Francia, definita per questo
> “un progetto socialmente ingiusto”. Ma non solo: l’autorità ambientale e il
> CNPN hanno dichiarato il progetto ampiamente incompatibile con gli obiettivi
> della Francia in materia di emissioni e neutralità climatica.
Lo scorso anno, ad esempio, gli scontri sono stati prolungati e mal incassati
dalla polizia antisommossa francese, il CRS (Compagnies Républicaines de
Sécurité), che si è trovato con qualche camionetta in fiamme, nonostante
l’impiego ingente della forza bruta. Quest’anno, per evitare lo scontro
ravvicinato e diretto con le persone manifestanti, oltre allo schieramento
massiccio di agenti, con annessi controlli e perquisizioni costanti in tutta la
zona limitrofa al campeggio, le forze dell’ordine francesi hanno utilizzato
metodi di repressione della folla a lungo raggio con un’assiduità che ha
trasformato la marcia, la turbo teuf, in una resistenza a un assedio. La
manifestazione è stata dapprima circondata su tre lati, per poi essere colpita
da una pioggia di dissuasori urticanti, irritanti e da shock, e infine attaccata
alle spalle, passando proprio dal bosco che costituiva l’unico spazio non
occupato dalle forze dell’ordine. L’impiego di lacrimogeni e granate stordenti
si è protratto per diverse ore, rendendo l’aria più che irrespirabile persino
nei giorni successivi e lasciando uno strascico che avrà, inevitabilmente,
effetti sulla fauna che abita i boschi limitrofi agli scontri.
Un aumento della tensione e del tentativo di reprimere le proteste, resosi
necessario per l’efficacia delle proteste stesse e per la validità delle
rivendicazioni supportate dalle autorità scientifiche. Eppure, nemmeno il parere
degli esperti sembra poter essere decisivo. Il via libera ai lavori era rimasto
in essere fino alle proteste del 2024, dopo le quali era stato preso in esame.
In particolare, il 27 febbraio di quest’anno, il Tribunale amministrativo di
Tolosa ne ha annullato l’autorizzazione esprimendosi in merito al ricorso
presentato dalle associazioni ambientaliste e ritenendo che i benefici del
progetto fossero insufficienti rispetto ai danni ambientali prospettati. Il
governo francese si è quindi trovato a rilanciare un appello sostenendo con
forza la presenza di un interesse nazionale di forza maggiore ‒ lo stesso
contestato dai 1500 scienziati su L’obs ‒ e sostenendo che l’annullamento
definitivo dei lavori avrebbe potuto compromettere future implementazioni della
rete infrastrutturale francese. Quindi, il 28 maggio, lo stesso tribunale
amministrativo ha concesso una “sursis à exécution”, cioè una sospensione
dell’esecuzione della sentenza. Il Tribunale ha convenuto sul fatto che
l’interesse di forza maggiore sia sufficiente a ripristinare le concessioni
ambientali annullate, permettendo, di fatto, la ripresa dei lavori. Le pressioni
governative hanno quindi avuto la meglio, al momento, sulle valutazioni
territoriali. L’opposizione, però rimane forte.
La zona contesa, infatti, è una ZAD (Zone Á Défendre), e cioè una zona in cui
agiscono persone contrarie alla devastazione ambientale provocata dai grandi
progetti infrastrutturali e dai loro cantieri. Il nome deriva dall’acronimo
usato in campo edile per designare un cantiere: Zone d’aménagement différée,
letteralmente zona di sfruttamento differita. Il termine è stato quindi ripreso
e rivendicato da gruppi di persone attiviste ‒ dette zadiste ‒ il cui obiettivo
è reclamare territori e spazi sottraendoli alla speculazione economica e
risparmiando loro il danno ambientale, sociale e politico. Le ZAD non hanno come
unico scopo la preservazione dell’ambiente, ma anche la rivendicazione
dell’umanità come parte integrante di questa natura. La tradizione delle Zone
difese in Francia è molto lunga, sintomo di una lotta ecologista profondamente
radicata nel territorio, ma anche nel futuro. La ZAD più celebre è quella che,
nel 2018, ha impedito la costruzione dell’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes nei
pressi di Nantes, riuscendo a preservare circa 1650 ettari di foresta.
Lo slogan che nel 2018 ha accompagnato manifestazioni e azioni rimane tuttora
presente nelle varie zone di mobilitazione, dai megabassines all’A69, arrivando
fino alla resistenza No TAV in Valsusa: “Siamo la natura che si difende”. La ZAD
di Nantes, è stata molto più che un luogo di resistenza alla devastazione. Sin
dall’inizio si è caratterizzata per la sua volontà trasformativa. La ZAD,
infatti è più di tutto un luogo di comunità. A Nantes, l’occupazione ha permesso
di creare coesistenze alternative, inframmezzate e aggredite dagli sgomberi
della gendarmerie. In particolare, nel 2012 è stata colpita dall’operazione
Cesar, la più grande mobilitazione poliziesca dal 1968, a cui la comunità ha
risposto con una presenza di 40.000 volontari impegnati per ricostruire le
abitazioni e i luoghi condivisi. La tradizione della ZAD guarda molto più avanti
rispetto alla singola emergenza, per quanto drammatica, cercando di renderla uno
spazio per costruire un’alternativa.
> Un aumento della tensione e del tentativo di reprimere le proteste, resosi
> necessario per l’efficacia delle proteste stesse e per la validità delle
> rivendicazioni supportate dalle autorità scientifiche.
E infatti, quale che sia la mobilitazione, negli spazi condivisi ‒ temporanei o
meno ‒ si respira un’aria totalmente diversa. Prima di tutto, la volontà di
essere spazi di convivenza sicuri per chi li attraversa. Il che avviene sì con
appositi servizi dedicati e una continua opera di informazione ‒ non è insolito
trovare cartelli che spiegano cosa sia il consenso, e, soprattutto cosa
significa estorcerlo ‒ ma più di tutto con una cultura interna estremamente
ricettiva che unisce l’ascolto di chi attraversa la ZAD alla necessità che sia
consapevole che comportamenti coerenti con il modello oppressivo esterno non
sono benaccetti. Un esempio banale ma non troppo: durante le grandi
mobilitazioni estive, chi organizza si premura di fornire un servizio pasto che
garantisca alle persone la possibilità di mangiare ed essere in forze prima
delle lunghe manifestazioni. I pasti serviti sono semplici, poveri, a offerta
libera. Negli ultimi due anni, poi, le cucine hanno sempre proposto cibo vegano
e senza glutine rendendo più facile per le persone che prendevano parte alle
manifestazioni accedervi e avere la certezza che non sarebbero rimaste per ore
sotto il sole a stomaco vuoto. Elementi di cura collettiva, questi, che si
sommano creando una dimensione antitetica rispetto a quella esterna, informata
dall’attuale stadio del capitalismo in cui tutto è merce e consumo, dissenso
compreso.
(fot. Martina Micciché).
Quindi, oltre a essere una zona occupata per evitare che grandi opere
infrastrutturali devastino l’ambiente, è anche il punto di partenza per la
costruzione di una comunità. La ZAD A69 si inserisce in questa cornice. Infatti,
la rivendicazione sul territorio non riguarda solo qualcosa di misurabile, come
la metratura di foresta che verrebbe irrimediabilmente distrutta, ma anche
qualcosa di più inafferrabile: l’idea per un modo diverso di vivere e convivere.
Nelle ZAD si propone qualcosa di diverso, di nuovo e antico insieme, che parte
dalla collettività. Essere parte della natura, significa anche questo: inserirsi
in un ambiente come parte dello stesso e non come proprietari occupanti. Una
prospettiva ben diversa da quella che, normalmente, disciplina i rapporti tra
umanità e ambiente solitamente incentrati sull’utile e l’uso. Disporre di ciò su
cui si può imporre un diritto di proprietà, ad esempio acquistando un terreno,
in maniera arbitraria e individualistica genera inevitabilmente un incremento
del danno ambientale proprio perché, in prima istanza, l’ambiente diventa un
oggetto inerte, un bene.
Una volta depauperato della sua identità, svuotato della sua complessità e
rimosse tutte le soggettività, umane e non, che vi entrano in relazione per
vivere ‒ e, magari, vivervi bene ‒, questo territorio viene plasmato dalla
tendenza alloplastica delle relazioni economiche che intervengono
strutturalmente su tutto ciò in cui vengono intessute per metterlo a reddito. E
quindi, una ZAD ne costituisce il contrappunto. Un rigetto del dogma produttivo
e dell’interesse speculativo dei singoli a favore di un approccio alla terra più
ampio, comunitario e non solo. Perché non si tratta solo di preservare un
territorio e di costruirci benessere per chi vi è immediatamente prossimo, ma
anche di creare delle reali alternative che diano garanzie a chi è lontano e a
chi verrà dopo.
Una ZAD potrebbe sorgere ovunque, contro il progetto di un traforo, di
un’autostrada o di un allevamento intensivo. Ciò che la caratterizza e la rende
possibile è la presenza di una comunità attiva, interna ed esterna al
territorio: cooperativa ed attenta alle reali esigenze di chi abita e attraversa
quei luoghi. Ecco perché non è raro che anche chi non partecipa direttamente
alle mobilitazioni si renda in qualche modo utile. Lo scorso anno, a La
Rochelle, gli abitanti della città che avevano case al pianterreno hanno aperto
i cancelli alle oltre 20.000 persone manifestanti, per garantire loro la
possibilità di riempire le borracce, sciacquare le ferite o ripulirsi dalle
sostanze urticanti. La ZAD si propaga anche così, di casa in casa. Diventando
memoria organica del fatto che la terra è vita, comunità e memoria. E forse, è
proprio questo che spaventa di più.
> La zona contesa, oltre ad essere occupata per evitare che grandi opere
> infrastrutturali devastino l’ambiente, è anche il punto di partenza per la
> costruzione di una comunità.
Il passaggio dagli scaffali alla casa è ciò che traghetta la produzione nella
normalità, i grandi nomi nelle dispense e nei cassetti, appesi negli armadi o
dimenticati in giro. Etichette. Familiari in modo sinistro, amichevoli in modo
impensato. I nomi del consumo sono ovunque, ciò che vi si nasconde dietro, per
qualche motivo invece no. Rimane impigliato alle pieghe della routine, esterno.
Appeso ai luoghi della devastazione, incernierato nella terra divelta, inciso
sui tronchi degli alberi morti, passa sopra i cadaveri degli animali intossicati
dai miasmi, disidratati dalla siccità, scardinati dalle tane dalle benne delle
ruspe. Inciso nella memoria di chi ricorda che lì, proprio lì, stava un bosco.
La traccia indelebile lasciata da certi nomi, la devastazione, su quel
lavandino, non arriva. Là dove Pierre Fabre sembra semplicemente una firma, non
certo la presa di un’industria e di un industriale su un territorio.
L'articolo A69: l’autostrada della discordia proviene da Il Tascabile.
I n Puglia, tra i comuni di Nardò e Porto Cesareo, perfettamente tracciato nel
bel mezzo di un’estesa macchia verde, si sviluppa un anello di asfalto e cemento
lungo quasi tredici chilometri: si tratta del ring del Nardò Technical Centre
(NTC), la pista di collaudo dal 2012 proprietà della Porsche Engineering,
assieme a circa un terzo dell’area interna alla circonferenza, quella più a sud.
Dentro al cerchio, su una superficie pari a 7 milioni di m², si snodano 20
circuiti minori e diversi impianti di prova, dove vengono testate non solo
autovetture del gruppo tedesco ma anche prototipi di altri brand di lusso, come
McLaren, Aston Martin, Ferrari, Audi e Mercedes. L’indotto generato dal NTC si
estende ben oltre i confini della pista: esercizi commerciali, attività di
ristorazione e strutture ricettive della costa beneficiano delle trasferte di
ingegneri, piloti e meccanici anche in bassa stagione, garantendo alla Regione
Puglia un introito che si attesterebbe attorno ai 10 milioni di euro l’anno.
Fin qui tutto bene, o, almeno, così pare. Secondo Antonio Gratis, dal 2018 il
direttore generale del NTC, originario di Ugento (Lecce), ci troveremmo di
fronte a un caso di “unione ideale tra sviluppo e tradizione”, un matrimonio
all’apparenza felice tra “il mondo tecnologico di Porsche” e “quello rurale
della campagna salentina”, che sarebbe proseguito senza grandi clamori fino a
quando, nel corso del 2023, non è cominciata a trapelare la notizia relativa al
piano d’ampliamento del centro, confermata dall’avviso, nell’agosto dello stesso
anno, dell’imminente esproprio “per pubblica utilità” ai danni dei 134
proprietari dei 351 ettari di terreno interessati dal progetto: ancora una
volta, il Capitale colpisce d’estate, quando l’Italia è assopita e la
distensione massima.
Era già successo ai 421 operai e lavoratori delle ditte in appalto dell’ex GKN
Driveline di Campi Bisenzio nella piana fiorentina, che a luglio 2021, a pochi
giorni dallo sblocco dei licenziamenti, ricevettero una mail che li lasciava da
un giorno all’altro di fatto senza lavoro. Iniziava così l’assemblea permanente
più lunga nella storia delle lotte operaie, che ha portato il Collettivo di
fabbrica a presidiare ininterrottamente lo stabilimento per impedirne la
delocalizzazione e la definitiva dismissione, richiedendo, al loro posto, un
intervento pubblico per reindustrializzarla e trasformarla in un polo delle
energie rinnovabili e della mobilità sostenibile.
Anche nel caso di Nardò, la risposta non tarda ad arrivare. In poco tempo si
costituisce il Comitato custodi del Bosco d’Arneo, composto di cittadini,
attivisti e solidali, che si oppongono alla costruzione delle 9 piste
aggiuntive, oltre alla modernizzazione di quelle esistenti, e soprattutto
all’abbattimento di 200 ettari (l’equivalente di 300 campi da calcio) di
vegetazione; un’operazione quanto mai necessaria, a detta di Porsche, per
adattare il NTC alle esigenze delle nuove frontiere dell’automotive, tra cui la
guida autonoma e connessa, per un investimento complessivo di circa 450 milioni
di euro (l’area in questione era stata strategicamente dotata di rete 5G giusto
qualche tempo prima).
> Ancora una volta, il Capitale colpisce d’estate, quando l’Italia è assopita e
> la distensione massima.
Peccato che il cosiddetto Bosco d’Arneo compaia tra i siti protetti di
importanza comunitaria secondo la rete Natura 2000 e la Direttiva Habitat
dell’Unione Europea relativa alla conservazione degli habitat naturali e
semi-naturali e della flora e della fauna selvatiche. Anche la valutazione
ambientale svolta dalla Regione Puglia ha riconosciuto come “negativi” e
“significativi” gli eventuali impatti sul bosco di lecci di quasi 40 ettari e su
una piccola porzione di prateria mediterranea, definendo dunque l’intervento di
Porsche altamente invasivo nei confronti della struttura paesaggistica locale.
È successo, però, che il vincolo è stato aggirato, facendo leva sul presunto
valore di interesse pubblico del piano, sia per la salute dell’uomo, sia per la
sicurezza pubblica: il primo punto era motivabile grazie alla realizzazione di
un centro medico con elisoccorso all’interno del circuito, integrato al sistema
sanitario pugliese, nonostante gli ospedali della zona – in primis il Vito Fazzi
di Lecce e il Centro grandi ustionati di Brindisi – siano sprovvisti di
eliporti, e i costi di equipaggio, del personale medico, degli elicotteri stessi
e della loro manutenzione peserebbero sulle tasche della regione, che ad oggi
non riesce ad assicurare il servizio neanche laddove esistono le infrastrutture
necessarie; il secondo punto prevedeva invece l’impegno di Porsche nel mettere a
disposizione della collettività il servizio antincendio, lo stesso che avrebbe
tra l’altro consentito al bosco di crescere così rigoglioso, dal momento che,
sostiene Gratis, “le nostre termocamere individuano anche la più piccola
fiamma”.
Con una mossa inaspettata, il paradosso è finalmente compiuto: è Porsche il vero
custode del Bosco. E continuerebbe a esserlo anche qualora portasse
effettivamente a termine la deforestazione, a patto che sappia compensare la
perdita, anzi “sovracompensarla”, come se la natura fosse il frutto di
un’equazione. A questo scopo, il colosso tedesco – la cui sede, come nota Marc
Beise, si trova in Svevia, un distretto in cui non a caso i Verdi sono al potere
da una decina d’anni – ha acquistato terreni dentro e fuori al cerchio, per un
totale di 600 ettari, destinati a ospitare 1,2 milioni di giovani alberelli
bisognosi di cure e acqua in un Salento sempre più desertificato e dalle falde
pericolosamente salinizzate.
La manovra si rivela quantomeno ad alto tasso di rischio, un rischio che, forse,
la Puglia ora come ora non può permettersi di correre, dopo anni di inveterate
“monoculture della mente”, per citare Vandana Shiva, che hanno drammaticamente
impoverito il suolo del profondo tacco dello stivale, rendendolo facile preda di
speculazione e privatizzazione selvaggia, e meno reattivo nel fronteggiare
minacce quali l’epidemia da xylella fastidiosa che ne ha contribuito a
distruggere la biodiversità. Una rete virtuosa, fatta di realtà che da tempo
investono con convinzione nella possibilità di riscattare un paesaggio
fortemente traumatizzato, cerca di invertire la rotta: tra queste, Casa delle
Agriculture a Castiglione d’Otranto, nel versante Adriatico, promuove un’idea di
“restanza” attraverso l’azione sinergica di un’agricoltura rigenerata e di
un’arte pubblica che rafforza i vincoli di comunità e tenta di arginare l’esodo
di risorse naturali e umane dalla regione.
> Il paradosso è finalmente compiuto: è Porsche il vero custode del Bosco.
O la Free Home University, dove impegno pedagogico e artistico convergono nella
prefigurazione di nuovi modi di condividere e creare conoscenza, sperimentando
modelli di vita in comune e forme di ricerca-azione nel territorio assieme alle
comunità di pratica e di lotta. Per la recente mostra Learning
Intentions/Learning in Tensions allestita in occasione dei 10 anni di attività
nella ex chiesa di San Francesco della Scarpa a Lecce, i curatori Alessandra
Pomarico e Nikolay Oleynikov, hanno commissionato a Oliver Ressler, artista,
regista e attivista austriaco, riconosciuto per il suo trentennale impegno di
documentazione dei movimenti sociali di resistenza al capitalismo globale e al
cambiamento climatico, il film We Are the Forest Enclosed by the Wall,
incentrato proprio sulla battaglia dei Custodi d’Arneo per difendere il Bosco
dal piano ecocida del gruppo Porsche.
Sostenuto dalla fondazione svizzera Tinguely, il film sarà presentato a
settembre alla comunità locale e poi a quella internazionale nel circuito dei
festival di cinema e in quello dell’arte contemporanea. Ad aprire il percorso
espositivo della mostra, in una sorta di vero avamposto con tanto di volantini
divulgativi e raccolta firme, l’installazione del collettivo di artisti e
attivisti Ultra-red, chiamati a condurre un’investigazione sonora per analizzare
la congiuntura politco-economica in atto in questo così come in altri territori,
e le strategie di risposta per la salvaguardia della foresta.
Un audio diffonde stralci di interviste ai custodi, mentre alle pareti, assieme
alle mappe indicanti il livello di inquinamento acustico generato dal NTC,
compaiono tracce del processo di facilitazione partecipata, registrazioni
grafiche delle assemblee e le risposte dei visitatori invitati a un esercizio di
riflessione sulla crisi aperta dal progetto di ampliamento. A essere esposte,
anche le stampe offerte da diversi artisti a supporto della campagna (tra gli
altri Ruan Grupa, Crater Invertido, Glucklya, Chto Delat, Enrie Larsen e Sherry
Millner), portate in strada come stendardi e bandiere durante le manifestazioni
e i picchetti.
Storicamente, la contrapposizione tra arte e attivismo può dirsi riconducibile a
motivazioni di carattere ideologico, funzionali innanzitutto a negare sia
l’agibilità politica che la prima ambirebbe a dischiudere, sia il ruolo
dell’artista come agente di cambiamento; le cosiddette pratiche “artivistiche”
contemporanee – di cui Casa delle Agriculture, Free Home University, Oliver
Ressler e Ultra-red sono a tutti gli effetti rappresentativi – mettono in
discussione le fondamenta di tale polarizzazione, dimostrando come il medium
artistico, inteso come un campo di forze generativo e non mero simulacro, in un
momento in cui predomina l’urgenza, assuma una rilevanza catalizzatrice
nell’ottica di una sempre maggiore emancipazione sociale.
> Il medium artistico, in un momento in cui predomina l’urgenza, assume una
> rilevanza catalizzatrice nell’ottica di una sempre maggiore emancipazione
> sociale.
Alla base della comprensione del collasso climatico in corso e delle possibili
modalità di fronteggiarlo, risiede la questione di un immaginario ormai
cristallizzato che blocca la possibilità di un’inversione di rotta. Per
decostruire i paradigmi vigenti e immaginarne di nuovi o diversi, servono
strategie capaci di incorporare una differente nozione di natura, non più vista
come altro da noi o “risorsa” sempre a disposizione, e di promuovere politiche
terrestri che strutturino, a partire da presupposti altri e valori quali
l’interdipendenza e interconnessione le nostre coscienze ecologiche.
All’arte, con la sua potenza anticipatrice ed evocatrice, attraverso l’abilità
ricombinatoria di agire sull’immaginario, spetta dunque il compito di smuovere
l’irremovibile e configurarlo diversamente, mostrando come “sia possibile
invertire ciò che era ritenuto inevitabile, per quanto inimmaginabile” (da una
conversazione privata tra Oliver Ressler e TJ Demos, traduzione dell’autrice).
Del resto, sacche di resistenza e di creazione di alternative esistono e si
organizzano da tempo anche all’interno dell’anello: a meno di due chilometri dal
NTC, l’agricampeggio Le Fattizze, da tre generazioni di proprietà della famiglia
Rolli, sorge su un antico podere nel cuore della Terra d’Arneo, coniugando
l’agricoltura biologica all’ecoturismo in quello che assomiglia a un campo di
prova per il futuro del pianeta; o ancora, il neonato bosco 209 custodito da
Viola Berlanda, fotoreporter di Torino che a febbraio 2021, nel vivo delle due
pandemie disastrose che hanno colpito ulivi ed esseri umani, ha lasciato la sua
vita a Parigi per prendersi cura di 300 baby alberi appartenenti a 80 specie
antiche e ormai dimenticate, per tentare di ristabilire la biodiversità del
luogo. Queste e altre esperienze partecipano di quel fermento incessante e
laborioso che, scegliendo di non abbandonare la regione, promuove strategie
sempre nuove per rivitalizzare il territorio e garantire un’eredità verde alle
prossime generazioni: una sorta di contraltare di ciò che avviene a pochi passi
da lì, dall’altra parte del muro.
Da quando è arrivata Porsche, all’inizio degli anni Dieci, la pista è stata
progressivamente avvolta da un velo di mistero: protetta e nascosta dalla cinta
muraria e dalla vegetazione fitta, un po’ come accade nel film La zona
d’interesse (2023) di Jonathan Glazer, l’attività dei circuiti di prova, coperta
com’è dal segreto aziendale, è diventata deducibile unicamente dai suoni – la
legge del più forte parla il linguaggio del ronzio costante dei motori. Si
tratta di luoghi inaccessibili alla collettività e alla comunità scientifica,
tanto da impedire ai più di conoscere con esattezza le specificità del
patrimonio floristico e faunistico al loro interno, quantificarlo o precisarne i
rischi causati da un eventuale disboscamento.
> La legge del più forte parla il linguaggio del ronzio costante dei motori. La
> pista è inaccessibile alla collettività e alla comunità scientifica.
Con l’ingresso in scena del progetto di ampliamento del NTC, la battaglia tra il
gruppo automobilistico e il Comitato dei custodi si è giocata, in poche parole,
sul piano dell’assenza: cosa significa proteggere un bosco che non si vede ma
che indirettamente si percepisce? Come cambiano le modalità di protesta
nell’epoca della finanziarizzazione della natura, dove le forze all’opera sono
più che mai decentrate, smaterializzate e svincolate dal terreno (del) reale, e
dove le distanze tra i “luoghi esecutivi” (Stoccarda, quartier generale di
Porsche), che decidono delle sorti e degli usi di un territorio, e quelli in cui
tali disposizioni vengono applicate (Terra d’Arneo) si dilatano, passando per un
fitto reticolo di rimandi e differimenti in cui a perdersi, alla fine, è proprio
il referente nella sua sostanziale prossimità (il bosco)? A rispondere è
Alessandra Pomarico, co-founder di Free Home University e parte del Comitato
custodi del Bosco d’Arneo:
“L’impenetrabilità del bosco è una condizione di partenza interessante, che ha
portato al centro di questa lotta tante tensioni. Intanto ha evitato il rischio
di una visione ‘nimby’ (not in my backyard), invitandoci a riconsiderare il
valore dei beni comuni (commons), e disattivando il paradigma antropocentrico di
molti movimenti ambientalisti occidentali che continuano a considerare la natura
come risorsa. Non ci siamo mobilitati per difendere un bosco ‘utilizzabile’,
fruibile, o godibile in una prospettiva umana, per la nostra idea di bellezza,
di paesaggio, per il bisogno o desiderio di ‘riconnetterci con la natura’; la
questione è diventata inevitabilmente ecosistemica, di interrelazione e
interdipendenza tra comunità umane e più-che-umane, ci ha connesso a lotte
translocali e ha permesso una temporalità più estesa, che guarda al passato e al
presente, e soprattutto alle future generazioni. Naturalmente la distruzione di
questa, così come di altre foreste, significa accelerare il rischio di
estinzione della specie umana. Qui vivevamo anche un’altra tensione:
paradossalmente il fatto che il bosco fosse inaccessibile ha significato anche
la sua protezione dagli incendi – che da noi sono sempre di origine dolosa –
oltre che da altre speculazioni, ma il fatto che sia in mano a una
multinazionale dell’industria automobilistica, come questa vicenda ha
dimostrato, non ci salva da rischi di eradicazione malgrado i vincoli europei”.
“Abbiamo dovuto immaginarcelo questo bosco” prosegue Pomarico, “ipotizzare sulla
vita che lo popola, studiare le relazioni tecniche, raccolto le testimonianze
degli abitanti della zona per capire cosa ci fosse dietro il muro, quali uccelli
nidificano, l’esistenza dei lupi. Alcuni di noi hanno fatto riprese e fotografie
coi droni, e abbiamo dovuto persino utilizzare un elicottero mantenendoci nella
‘no fly zone’, che difende il segreto industriale, per consentire a Oliver
Ressler delle riperse dall’alto. È interessante come una relazione affettiva, e
direi di solidarietà, si possa instaurare per qualcosa che non si conosce, e che
forse non si conoscerà mai, ma la cui esistenza è fondamentale in una
prospettiva di giustizia ecologica e di difesa del vivente. Questa lotta ci ha
permesso di parlare di diritti della natura, della possibilità di dare
personalità giuridica al mare, ai fiumi, agli alberi, all’aria, di costituenti
della Terra”.
Gli attivisti salentini, dopo una campagna di informazione e mobilitazione,
scendendo in piazza e spingendosi fino alla capitale del Land del
Baden-Württemberg per prendere parte all’annual general meeting di Porsche e
contestarne il piano – oltre a rinominare simbolicamente la Porsche-Platz in
Bosco d’Arneo-Platz durante una cerimonia accompagnata dalla piantumazione di un
leccio, grazie al sostegno degli alleati tedeschi del gruppo ambientalista Robin
Wood – hanno prestato i loro corpi affinché fungessero da cassa di risonanza di
una vicenda che, confinata a quei 12,5 chilometri del ring, sarebbe altrimenti
rimasta senza voce, e per realizzare il sogno di poterlo finalmente
attraversare, quel bosco, e di vederlo tornare a essere, dopo cinquant’anni, di
nuovo pubblico in quanto riconosciuto a tutti gli effetti bene comune.
> Come cambiano le modalità di protesta nell’epoca della finanziarizzazione
> della natura, dove le forze all’opera sono più che mai decentrate,
> smaterializzate e svincolate dal terreno (del) reale?
È infatti negli anni Settanta che la foresta viene privatizzata: qui FIAT
costruisce per prima la pista, inaugurandola nel 1975 sotto la denominazione
SASN (Società Autopiste Sperimentali Nardò). Nel periodo tra il 1970 e il 1973,
l’azienda automobilistica italiana realizza un programma di investimenti nel
Mezzogiorno per circa 250 miliardi di lire, che avrebbero portato alla creazione
di 18.000 posti di lavoro diretti e, auspicabilmente, ad altrettanti
collaterali. Tra i siti individuati per la costruzione degli stabilimenti oltre
a Termini Imerese, Termoli, Vasto, Bari, Lecce, Sulmona e Cassino figura anche
Nardò, interessata dalla realizzazione di un circuito di collaudo, da terminarsi
a metà del 1974. Nel video Fiat nel Sud Italia, disponibile nel canale Youtube
dell’Archivio nazionale Cinema Impresa, la sezione del servizio dedicata a
quest’ultima è l’unica a non fornire dati precisi, come è invece il caso di
tutte le altre città coinvolte dal progetto di sviluppo. Ancora una volta,
l’anello sembra essere un luogo impenetrabile.
Sull’onda degli incentivi governativi per “risolvere” il problema della grave
disoccupazione e sottoccupazione del Meridione e decongestionare Torino e le
aree limitrofe del Nord industrializzato da poco reduce dall’“autunno caldo”,
FIAT, similmente ad altri colossi del secondario, delocalizza l’attività
produttiva là dove le tensioni sociali erano meno rumorose, la densità abitativa
tutt’altro che elevata, i lavoratori, vittime del ricatto occupazionale, meno
sindacalizzati. Insomma, spostarsi a sud si rivelava, per molti aspetti, una
scelta quasi obbligata.
La società di Agnelli rileva dunque il sito di Nardò, mantenendo pressoché
intatta la conformazione del ring, frutto dei lavori preliminari realizzati
negli anni Sessanta per accogliere un acceleratore di particelle (il concorso
internazionale fu poi vinto da Ginevra, Svizzera). La piana tra Nardò e il
tarantino era stata giudicata adatta a ospitare il protosincrotrone in quanto
geologicamente stabile; l’operazione si inseriva nel quadro più ampio di
rilancio dell’economia del Sud Italia, vedendo negli stessi anni la costruzione
del centro siderurgico di Taranto, il petrolchimico di Brindisi o il
cementificio Colacem di Galatina. La storia recente della Terra d’Arneo, che
affonda le proprie radici nelle rivolte contadine “in bicicletta” degli anni
Cinquanta contro lo sfruttamento dei grandi latifondisti per ottenere la
redistribuzione delle terre, è una tessitura complessa di sogni e delusioni,
progetti industriali e sforzi di conservazione.
Dalla Cassa del Mezzogiorno alla riforma agraria, dall’ipotesi di un Salento
“nucleare” alle velleità della FIAT, fino ad arrivare alla “pacifica convivenza”
con Porsche, è visibile in controluce un filo rosso che collega tutti questi
passaggi: la lotta dei Custodi del Bosco non è una lotta circoscritta a un’unica
vertenza, ma a una logica coloniale ed estrattivista perdurante, che da decenni
insiste sul Sud mettendone a repentaglio ecosistemi fragili, identità e stili di
vita.
> La lotta dei Custodi del Bosco non è una lotta circoscritta a un’unica
> vertenza, ma a una logica coloniale ed estrattivista perdurante, che da
> decenni insiste sul Sud mettendone a repentaglio ecosistemi fragili, identità
> e stili di vita.
Il ricatto salute o lavoro, su cui il marchio tedesco ha fatto a più riprese
leva per ottenere il via libera al progetto di ampliamento, si è tradotto in un
aut aut dichiarato: “O il piano, o il ritiro di tutti gli investimenti
dall’area”. A fronte delle critiche infondate che attribuiscono a una presunta
resistenza ideologica al progresso la causa principale dell’immobilismo
pugliese, dati alla mano la regione ospita sul proprio territorio l’acciaieria
più grande d’Europa – campione di inquinamento industriale e di CO2 –; è tra
quelle in cui si concentra la maggiore produzione di energia eolica; costituisce
il corridoio nazionale di gas naturale dall’Azerbaigian; assiste da tempo a un
aumento progressivo di consumo di suolo; è la prima al Sud per crescita del
prodotto interno lordo. Non proprio lo scenario che ci si aspetterebbe da
un’aprioristica sequenza di “no”.
Osservando un po’ più da vicino il caso del NTC emerge, inoltre, quanto esiguo
sia da sempre il numero di dipendenti salentini occupati, e come, spesso, le
loro proteste siano state in qualche modo silenziate: precari storici in perenne
attesa di una stabilizzazione che non è mai arrivata, assunzioni interinali,
incidenti in pista per supposte violazioni delle norme in materia di tutela
della salute e della sicurezza sul posto di lavoro. Ma allora in nome di cosa il
Bosco d’Arneo, rimpiazzabile da un milione di alberelli che rischiano di non
attecchire, sarebbe sacrificabile? Di una Puglia ancora “più famosa nel mondo”
come dice il suo presidente Emiliano, pronta a essere inscenata proprio come è
successo durante il G7 di Borgo Egnazia? Di una fantomatica destagionalizzazione
del flusso turistico? O di un interesse pubblico fittizio che in realtà cela
unicamente quello di una multinazionale?
La vicenda del Bosco d’Arneo ha mostrato con chiarezza non solo l’assenza di un
dialogo costruttivo tra le parti, ma anche la difficoltà di stabilire una
narrazione condivisa. Il Comitato per la difesa del bosco, spesso tacciato di
abbracciare un ambientalismo ingenuo, ha faticato a reperire dati scientifici e
oggettivi a supporto delle proprie istanze, complice l’inaccessibilità
dell’area. Dall’altro lato, Porsche ha optato per una comunicazione opaca, che
ha alimentato sospetti e diffidenze, lasciando emergere solo frammenti parziali
delle proprie intenzioni. In questo scarto di trasparenza e verificabilità, la
battaglia si è giocata anche sul terreno scivoloso tra ciò che era possibile
dimostrare e ciò che si poteva soltanto supporre.
Il biologo Rocco Labadessa, incaricato della valutazione di incidenza ambientale
per conto dell’azienda tedesca, è stato tra i pochi a esplorare direttamente la
zona contesa. La sua analisi ha rivelato anzitutto l’assenza di un bosco
secolare: al suo posto, campi agricoli abbandonati dagli anni Settanta,
progressivamente riconquistati dalla vegetazione spontanea. Paradossalmente, la
recinzione dell’area da parte di Porsche avrebbe protetto questo ecosistema
nascente da incendi e pascoli, favorendo la crescita della vegetazione arborea e
impedendo la conservazione delle praterie mediterranee, tra gli habitat tutelati
dalla rete Natura 2000.
> In nome di cosa il Bosco d’Arneo, rimpiazzabile da un milione di alberelli che
> rischiano di non attecchire, sarebbe sacrificabile?
La situazione attuale mostra infatti un ecosistema più integro all’interno del
perimetro aziendale rispetto alle zone circostanti, dove l’agricoltura intensiva
ha compromesso la biodiversità. Curiosamente, i pochi lembi di prateria
superstiti si trovano lungo le piste dismesse, aree disturbate dall’attività
industriale, ma che hanno permesso la sopravvivenza di specie tipiche degli
spazi aperti. Questa dinamica, comune nel Mediterraneo, mette in discussione
l’efficacia delle direttive europee nel riconoscere e tutelare habitat mobili e
in continua evoluzione. Anche la definizione stessa di “bosco” risulta ambigua:
nella maggior parte dell’area si tratta di un uliveto inselvatichito, con poche
fasce a vegetazione ad alto fusto. Eppure, è proprio qui che gli ulivi sono
rimasti indenni dalla xylella, forse grazie alla ricchezza biologica
dell’ambiente, in netto contrasto con la monocoltura esterna che ha favorito la
diffusione dell’infezione.
Nel quadro dell’ampliamento del Nardò Technical Center, la questione della
compensazione ecologica si fa centrale. Per autorizzare opere che comportano
perdita di habitat, la legge prevede interventi di ripristino, spesso con
incremento quantitativo: misure di greenwashing, ma che – almeno in potenza – un
attore come Porsche potrebbe realizzare con maggiore efficacia rispetto a molte
istituzioni pubbliche (soprattutto italiane). Tuttavia, la complessità tecnica e
climatica di queste operazioni resta altissima. Numerose iniziative legate al
PNRR, anche in Puglia, ne sono un esempio: costose, poco trasparenti, spesso
senza un reale monitoraggio degli esiti. In regioni come il Salento, segnate da
desertificazione e carenza idrica, i modelli forestali tradizionali non sono più
replicabili. Serve un cambio di paradigma: non più piantare alberi per far
vedere il bosco, ma progettare restauri ecologici su scala lunga, curando le
condizioni che rendono possibile l’attecchimento, la resilienza, l’equilibrio.
Senza ombra, senza acqua, senza biodiversità iniziale, un bosco non si
improvvisa. Quello che si rischia, altrimenti, è un simulacro verde: un
paesaggio agricolo travestito da ecosistema. Non si tratta, in definitiva, di
sostituirsi alla natura, che ha tempi e processi propri – e che senza dubbio
saprà sopravviverci – ma di facilitare dinamiche di ripristino ecologico.
Il caso della resistenza dei Custodi si lega a numerose altre storie di ecologia
politica insurrezionale nel continente, che si oppongono al capitalismo verde e
alle misure semplicisticamente presentate come alternative sostenibili: dalle
“occupazioni forestali” ad Hambach e a Lützerath in Germania contro le miniere
di lignite gestite dalla compagnia energetica RWE, dove ambientalisti,
attivisti, anarchici e abitanti locali hanno sperimentato forme di autogestione
antispecista guardando a esperienze longeve come la più nota ZAD-Zone-To-Defend,
che per quarant’anni ha resisto alla costruzione di un nuovo aeroporto fuori
Nantes, alla lotta contro la “gigafactory” di Tesla nella cittadina di
Grünheide, a soli cinque chilometri a sud-est di Berlino.
In tutti gli esempi menzionati, ambiente, automotive e abitare si intrecciano
indissolubilmente in una trama che compone di volta in volta tessuti differenti,
appellandosi a strumenti legislativi ordinari e non, ma sempre a ricordarci che
giustizia climatica e giustizia sociale vanno di pari passo: è questa l’unica
formula per una transizione possibile. Uomo e natura si affiancano in una
rinnovata cultura attivista che rompe con le categorizzazioni politiche,
storicamente strutturata attorno a una logica dualistica e strumentale.
Continuare a relegare ai margini della sfera politica i soggetti più-che-umani
appare oggi impensabile: nel Capitalocene, come scrive Léna Balaud, le relazioni
sociali e i rapporti di potere sono percepibili fino alle profondità delle
torbiere e dei ghiacciai (e anche dei boschi a cui non si può accedere, ma che
si possono immaginare): non c’è più spazio per ritirarsi; è giunta l’ora di
ripensare la composizione di classe nell’ottica di interspecific resistances.
> Giustizia climatica e giustizia sociale vanno di pari passo: è questa l’unica
> formula per una transizione possibile.
A marzo, la notizia tanto attesa: il “Bosco” dell’Arneo è salvo, ma a salvarlo,
non è stata la Regione Puglia. A un anno esatto dalla comunicazione della
sospensione dell’accordo di programma con il NTC, a seguito dei richiami da
parte della Commissione europea dopo il ricorso presentato al Tar dal Comitato
custodi, Italia Nostra e Gruppo di intervento giuridico, grazie al quale è stato
mobilitato il commissario per l’ambiente Virginijus Sinkevičius, Porsche
annuncia l’abbandono del piano in una nota in cui motiva la decisione alla luce
delle attuali “prospettive sociali, ambientali ed economiche” e delle
“circostanze dell’industria automotive mondiale”.
Merito della resistenza dei Custodi? E della lungimiranza dimostrata dall’aver
coinvolto autorevoli associazioni per la tutela della natura tedesche?
Dell’adozione di tattiche artivistiche? O, piuttosto, delle mutate condizioni
del mercato automobilistico internazionale? Si è forse appresa la lezione che il
dibattito pubblico è inaggirabile e che su questioni di interesse collettivo non
può vigere il vincolo della segretezza? Ora che Porsche dichiara che “le
attività di testing continueranno a essere svolte nel sito, contribuendo allo
sviluppo di tecnologie innovative per la mobilità”, la tanto temuta “alternativa
zero” si regge tranquillamente in piedi: a oggi non c’è traccia né di
disinvestimento né di dismissione alcuna.
Resta forse da chiedersi che cosa abbia davvero vinto: non il bosco in quanto
tale – ancora in gran parte sconosciuto, eppure centrale – ma una forma di
opposizione che ha saputo saldare attivismo, pratiche artistiche e tensione
conoscitiva, tentando di colmare con strumenti propri il vuoto lasciato da un
sapere negato. Una mobilitazione che ha tracciato una via: quella di rivendicare
trasparenza, partecipazione dal basso e giustizia sociale ed ecologica nei
processi che decidono il destino dei territori. In un’epoca in cui la verità è
sempre più una costruzione negoziata, la posta in gioco non è solo ambientale ma
anche epistemologica: non si tratta solo di difendere i boschi, ma di
riconoscere chi ha il potere di nominarli, visibilizzarli, rappresentarli, e
quindi intervenirvi.
L'articolo Morto un bosco (non) se ne fa un altro proviene da Il Tascabile.
D a Huaraz si vedono le Ande. La città peruviana dista solo 20 chilometri dal
lago glaciale Palcacocha, alimentato dalla fusione del ghiacciaio Palcaraju. Da
alcuni anni, Luciano Lliuya, agricoltore e guida di montagna, osserva le cime
preoccupato. Il ghiacciaio si sta ritirando troppo, e troppo in fretta. Il
rischio che una frana o una valanga generino un’onda capace di travolgere il
centro abitato è diventato concreto: nel 2020, il lago conteneva acqua
sufficiente a riempire 800 piscine olimpioniche. Nonostante lo stato di
emergenza dichiarato dal governo e l’installazione di enormi tubi per drenare
l’acqua in eccesso, il livello del lago è sceso solo di pochi metri. Lliuya,
comunque, non è rimasto a guardare.
Dopo il vertice delle Nazioni Unite sul clima del 2014 – la Cop20 di Lima –
Lliuya e l’organizzazione tedesca, Germanwatch, arrivata in Perù in occasione
del negoziato ONU, hanno deciso di portare avanti un’idea folle, un’azione
giudiziaria senza precedenti: denunciare per i danni legati alla fusione del
ghiacciaio la società energetica tedesca RWE (Rheinisch-Westfälisches
Elektrizitätswerk), una delle aziende più inquinanti d’Europa, anche se questa
non ha mai operato in Sud America.
A novembre 2015, la denuncia è stata depositata al tribunale distrettuale di
Essen, città dove ha sede RWE. Citare in giudizio una multinazionale tedesca è
una scelta strategica: lo scopo è far giudicare il caso da un tribunale della
Germania. Nel Paese, infatti, la legge consente alle persone di fare causa a un
vicino se le sue azioni ne danneggiano la proprietà e – dettaglio importante –
il concetto di “vicinato” comprende qualsiasi luogo raggiunto dagli effetti
dannosi, anche se lontano migliaia di chilometri. Nel contesto delle emissioni
globali – nell’atmosfera senza confini – l’avvocata di Lliuya, Roda Verheyen, ha
argomentato che il “vicinato” di RWE comprende il mondo intero: le emissioni
della multinazionale contribuiscono in modo rilevante alla crisi climatica
globale e, dunque, al rischio di alluvione che incombe su Huaraz.
> Il caso dell’agricoltore peruviano Luciano Lliuya ha dimostrato che è
> possibile citare in giudizio un’azienda fossile per i danni prodotti
> dall’emergenza climatica anche a migliaia di chilometri di distanza.
La pronuncia del tribunale tedesco è attesa dalla metà di aprile 2025. Finora
nessuna sentenza è arrivata così lontana, nessuna ha collegato, nel contesto del
riscaldamento globale, un lago glaciale sulle Ande alla sede di una
multinazionale in Germania. I legali che stanno seguendo Lliuya ritengono che
una pronuncia favorevole avrebbe conseguenze a cascata su aziende e governi. Se
i grandi inquinatori cominciassero a temere di essere ritenuti responsabili per
i danni climatici ovunque nel mondo, potrebbero adottare pratiche più
sostenibili. E anche i governi più ricchi potrebbero essere spinti a finanziare
l’adattamento e i risarcimenti per i danni da eventi meteorologici estremi, pur
di evitare lunghe battaglie legali.
Il caso Lliuya v. RWE è solo uno degli ultimi contenziosi incentrati sul
cambiamento climatico ad aver attirato l’attenzione dei media. Le climate
litigation – come vengono chiamate anche in italiano le azioni legali intentate
contro Stati o aziende responsabili del riscaldamento globale e dei danni
ambientali connessi – esistono da alcuni anni, ma negli ultimi tempi sono
diventate sempre più visibili e numerose. In un periodo caratterizzato da una
crescente repressione delle azioni di protesta e da una ridotta mobilitazione
nelle piazze, portare il cambiamento climatico in tribunale può rappresentare il
cavallo di Troia dell’attivismo ambientale contemporaneo.
Una questione di diritto
A porre le basi per le attuali climate litigation furono le cause legate
all’inquinamento dell’aria, dell’acqua e al degrado ambientale, avviate negli
anni Settanta, soprattutto negli Stati Uniti. Sono stati questi primi casi ad
aprire la strada ai contenziosi climatici degli anni Duemila, quando il legame
tra attività antropiche e cambiamento climatico è diventato impossibile da
ignorare.
Nel 2007, ad esempio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso una sentenza
storica per il caso Massachusetts v. EPA. In quella causa, dodici Stati, tra cui
il Massachusetts, e diverse città statunitensi avevano citato in giudizio
l’Environmental Protection Agency (EPA) per non aver regolamentato le emissioni
di gas serra provenienti dai veicoli, sostenendo che tali emissioni
contribuivano al cambiamento climatico e mettevano a rischio la salute pubblica.
La Corte ha stabilito che, stando al Clean Air Act, la legge federale sulla
qualità dell’aria, i gas serra rientrano nella definizione di “inquinanti
atmosferici”, e dunque l’EPA era obbligata a regolamentarli. Per la prima volta,
la crisi climatica veniva riconosciuta anche come una questione di diritto da
affrontare giuridicamente. Da allora, le climate litigation sono aumentate di
anno in anno.
Stando al database Global Climate Change Litigation, dal 1986 al settembre del
2024 sono stati avviati 2976 contenziosi climatici, il 70% dei quali solo negli
ultimi dieci anni. Gli Stati Uniti sono il Paese dove se ne registrano di più.
Per contarli, comunque, occorre prima distinguerli, il che non è affar semplice.
> Il numero di cause climatiche sta aumentando drasticamente. Dal 1986 ad oggi
> sono stati avviati 2976 contenziosi in tutto il mondo, il 70% dei quali solo
> negli ultimi dieci anni.
Una delle definizioni più diffuse è quella adottata dal Sabin Center for Climate
Change Law della Columbia University, che utilizza due criteri per selezionare i
casi che vengono inseriti nel database sopracitato. Il primo è che il caso deve
essere stato presentato davanti a un organo giudiziario, sebbene spesso vengano
inclusi anche alcuni procedimenti amministrativi o richieste di indagine; il
secondo è che il diritto, le politiche o la scienza del cambiamento climatico
devono avere un ruolo rilevante nel caso.
Un altro modo di fare attivismo
Nel 2013 – un’era fa in termini di consapevolezza e politiche climatiche – un
gruppo di cittadini e cittadine dei Paesi Bassi, guidato dall’organizzazione
ambientalista Urgenda, ha deciso di citare in giudizio il proprio governo per
inazione climatica. Secondo i promotori della causa, lo Stato olandese, non
riducendo abbastanza rapidamente le emissioni di gas serra, stava violando i
diritti fondamentali di cittadini e cittadine. I legali hanno fatto riferimento
alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo: l’inerzia statale stava
minacciando il diritto alla vita (art. 2) e il diritto al rispetto della vita
privata e familiare (art. 8). Nel 2015 è arrivata la sentenza del tribunale
dell’Aia: entro il 2020 l’esecutivo dei Paesi Bassi avrebbe avuto l’obbligo di
ridurre le emissioni di almeno il 25 per cento rispetto ai livelli del 1990.
Nonostante il ricorso del governo, nel 2019 la Corte suprema ha confermato la
sentenza. Per la prima volta, un tribunale riconosceva la responsabilità legale
di uno Stato in materia climatica. I Paesi Bassi hanno annunciato diverse
iniziative per rispettare la decisione: chiusura delle centrali a carbone,
investimenti in energie rinnovabili e una legge sul clima più ambiziosa di
quella vigente fino a quel momento. Misure che hanno funzionato: nel 2024,
secondo l’Istituto nazionale di statistica (CBS Statistics Netherlands), le
emissioni nel Paese sono scese del 37% rispetto ai livelli del 1990. Così, il
contenzioso è diventato un precedente per chiunque voglia citare in giudizio uno
Stato per inazione climatica.
> Nel 2019 per la prima volta un tribunale ha riconosciuto la responsabilità
> legale di uno Stato in materia climatica. I Paesi Bassi hanno dovuto chiudere
> centrali a carbone, investire in rinnovabili e approvare una legge sul clima
> più ambiziosa.
Il cavallo di Troia del caso Urgenda ha dimostrato la sua efficacia, ottenendo
anche risultati extra-giuridici. I contenziosi climatici rientrano infatti nella
definizione più ampia di “cause strategiche”: procedimenti avviati non solo per
ottenere un esito giuridico o amministrativo, ma anche per produrre effetti
mediatici e politici. Poiché i ricorrenti – al pari di attiviste e attivisti –
cercano di sollecitare l’intervento di governi, istituzioni o imprese, la
questione al centro di un contenzioso strategico non riguarda solo i singoli
individui coinvolti nella causa, ma anche categorie più ampie, spesso l’intera
collettività.
È questo che fa delle climate litigation una forma di attivismo, magari diversa
nei modi dagli scioperi del venerdì promossi dai Fridays for future, dai blocchi
stradali e dalle performance fatte da Extinction rebellion e Ultima generazione,
ma non negli obiettivi. Fare attivismo climatico in tribunale funziona almeno su
due fronti: in primo luogo coinvolge persone che non parteciperebbero a cortei e
azioni dirompenti dei gruppi ambientalisti; in secondo luogo aggira il dibattito
pubblico, che sui temi climatici è ormai polarizzato, portando la questione
direttamente all’attenzione e alla pronuncia dei giudici.
Chi fa causa a chi
Nell’ambito delle climate litigation, i casi vengono classificati, in base al
soggetto citato in giudizio, in due categorie: da una parte ci sono le cause
contro gli Stati, accusati di inazione di fronte alla crisi climatica;
dall’altra quelle contro le aziende responsabili delle emissioni e dei danni
ambientali.
> I contenziosi climatici rientrano nella definizione più ampia di “cause
> strategiche”: procedimenti avviati non solo per ottenere un esito giuridico o
> amministrativo, ma anche per produrre effetti mediatici e politici.
Nella prima categoria, oltre al caso Urgenda, un altro contenzioso ormai storico
è quello Neubauer, et al. v. Germany. Nel 2019 un gruppo di giovani, attivisti e
attiviste tedeschi – sostenuti anche dal movimento locale dei Fridays for future
– ha presentato alla Corte costituzionale un ricorso contro la legge federale
per la protezione del clima. Nel 2021, il tribunale ha accolto le richieste,
riconoscendo la necessità di una normativa più ambiziosa in termini di riduzione
delle emissioni, e ha dichiarato incostituzionali alcune disposizioni della
legge, giudicate insufficienti a garantire la tutela dei diritti fondamentali
delle generazioni future.
La Corte ha quindi ordinato al legislatore di stabilire, entro la fine del 2022,
obiettivi chiari di riduzione delle emissioni. In risposta alla decisione, il
Parlamento tedesco ha modificato la legge sul clima, fissando l’obiettivo di
ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 65% rispetto ai livelli del 1990
entro il 2030 e di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2045, cinque
anni prima rispetto alla data prevista dall’Unione Europea. Anche in questo
caso, come in quello Urgenda, portare la questione climatica in tribunale si è
rivelato un mezzo efficace per costringere uno Stato ad agire.
Un altro precedente importante – anche nel dimostrare l’efficacia dei
contenziosi per allargare la sfera generazionale dell’attivismo climatico – è il
caso KlimaSeniorinnen v. Switzerland, avviato nel 2016 da un’associazione di
oltre duemila donne anziane. Le signore svizzere hanno sostenuto di essere, a
causa dell’età e del genere, più vulnerabili alle ondate di calore estreme,
notoriamente aggravate dal riscaldamento globale. Hanno quindi denunciato la
Svizzera alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), accusandola di non
aver ridotto in modo sufficiente le emissioni di gas serra, mettendo a rischio
salute e vita privata, contravvenendo così agli articoli 2 e 8 della Convenzione
europea.
Ad aprile 2024, la CEDU ha stabilito che l’inazione climatica di uno Stato può
violare i diritti umani e ha condannato la Svizzera per non aver adottato misure
adeguate e trasparenti di riduzione delle emissioni. Ha anche ribadito il dovere
degli Stati di proteggere soprattutto le categorie più vulnerabili. Un anno
dopo, il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha riconosciuto alcuni
miglioramenti legislativi da parte del Paese, ma ha chiesto ulteriori prove di
coerenza con la sentenza.
> Esistono diversi fattori che rendono difficile per cittadini, comunità o
> associazioni intentare cause contro governi o aziende, tra cui l’assenza di
> obblighi giuridicamente vincolanti, i lunghi tempi della giustizia, gli
> elevati costi legali.
Come accade per altre forme di attivismo, non tutte le cause climatiche hanno la
stessa efficacia. Le ragioni vanno ricercate sia nelle caratteristiche
specifiche di ciascun contenzioso, sia nel contesto nazionale in cui si svolge,
oltre che in fattori sociali e giuridici più ampi.
Le difficoltà dei contenziosi climatici
A chiarire le principali difficoltà che ostacolano chi intenta una causa
climatica è Luca Saltalamacchia, avvocato civilista esperto in materia:
“L’assenza di indicazioni specifiche nei trattati internazionali sul clima è uno
degli ostacoli più difficili da superare per ottenere una decisione positiva”,
spiega al Tascabile. Il riferimento principale è all’Accordo di Parigi, che ha
il merito di fissare un obiettivo mediaticamente forte – contenere l’aumento
delle temperature ben al di sotto dei due gradi rispetto ai livelli
preindustriali – ma non stabilisce come ciascun Paese debba contribuire
concretamente alla mitigazione del riscaldamento globale.
Esistono quindi diversi fattori che frenano la diffusione e l’efficacia delle
climate litigation: l’assenza di obblighi giuridicamente vincolanti nei trattati
internazionali, i lunghi tempi della giustizia, gli elevati costi legali.
Elementi che rendono difficile per cittadini, comunità o associazioni intentare
cause contro governi o grandi imprese. Anche quando sono presenti solidi
argomenti scientifici e giuridici, l’accesso alla giustizia climatica resta
diseguale, ostacolato da barriere economiche, normative e istituzionali.
Un esempio è quello del contenzioso Milieudefensie v. Shell, tra i più noti a
livello internazionale. Avviato nel 2019 dall’organizzazione olandese
Milieudefensie, insieme ad altre associazioni e oltre 17 mila cittadini, il
ricorso mirava a imporre alla compagnia petrolifera Royal Dutch Shell una
riduzione sostanziale delle proprie emissioni. Dopo una prima sentenza storica
favorevole ai ricorrenti – nel 2021 il tribunale distrettuale dell’Aia ordinava
a Shell di ridurre del 45% le emissioni di CO₂ entro il 2030 rispetto ai livelli
del 2019 – il procedimento ha incontrato un’inversione di rotta. Il 12 novembre
2024, infatti, la Corte d’appello dell’Aia ha ribaltato la decisione, stabilendo
che non si possono imporre a Shell obblighi specifici di riduzione. Le
associazioni ambientaliste stanno ora valutando se ricorrere in cassazione,
soppesando le probabilità di successo, i costi legali e l’importanza di
mantenere alta l’attenzione pubblica sulle responsabilità delle grandi
compagnie.
> L’Italia è tra i pochi Paesi europei a non avere una legge quadro sul clima,
> strumento che regolerebbe il processo di pianificazione e monitoraggio delle
> politiche climatiche.
Le incertezze che circondano alcuni tra i casi più emblematici di climate
litigation mostrano quanto sia fragile affidarsi unicamente alla giustizia per
ottenere risultati concreti nella riduzione delle emissioni e nel contrasto al
riscaldamento globale. Una fragilità che si manifesta con particolare evidenza
nel contesto italiano.
Le cause climatiche in Italia
L’Italia è tra i pochi Paesi europei a non avere una legge quadro sul clima,
strumento che regolerebbe il processo di pianificazione e monitoraggio delle
politiche climatiche: il Parlamento italiano, eletto con elezioni democratiche,
non è ancora riuscito ad approvarla. Questa mancanza genera difficoltà anche
nelle decisioni della magistratura in materia climatica.
A spiegare il contesto italiano è di nuovo l’avvocato Saltalamacchia, che
conosce bene le climate litigation in Italia anche facendo parte del team legale
della prima e più nota causa italiana di questo tipo. Promossa nel 2021 da oltre
200 ricorrenti, l’iniziativa è chiamata Giudizio universale ed è rivolta contro
lo Stato italiano, accusato di non attuare politiche efficaci per la riduzione
delle emissioni. Secondo i promotori, questa inazione viola numerosi diritti
fondamentali riconosciuti dalla Costituzione. A marzo 2024 è arrivata la
sentenza di primo grado: il tribunale civile di Roma, pur riconoscendo la
gravità della crisi climatica, ha dichiarato la causa inammissibile per “difetto
assoluto di giurisdizione”. I giudici hanno sostenuto che la definizione delle
politiche climatiche spetta alla sfera politica, non a quella giudiziaria, e
hanno richiamato il principio di separazione dei poteri. Tuttavia, come
sottolinea Saltalamacchia, “la sentenza della CEDU emessa il 9 aprile 2024 nel
caso KlimaSeniorinnen v. Switzerland ha stabilito che il principio di
separazione dei poteri non può essere invocato per impedire ai giudici di
pronunciarsi su una causa climatica”. Il team di Giudizio universale ha fatto
valere questa pronuncia nel ricorso in appello. La nuova sentenza è attesa nei
primi mesi del 2027.
> I casi italiani dimostrano che la mobilitazione per il clima attraverso lo
> strumento del contenzioso giudiziario, da sola, non è sufficiente. Per
> superarne i limiti, l’attivismo legale deve trasformarsi in capitale politico.
Un altro contenzioso climatico italiano affronta difficoltà simili. Si tratta
del caso La giusta causa, avviato nel 2023 da Greenpeace, ReCommon e dodici
cittadini contro la compagnia petrolifera ENI. L’accusa è di aver contribuito in
modo sostanziale al cambiamento climatico, investendo nel settore fossile pur
conoscendone gli impatti ambientali già dagli anni Settanta. Il procedimento è
stato sospeso dal tribunale di Roma ed è ora all’esame della Corte di
cassazione, che dovrà stabilire se il tribunale abbia giurisdizione sulla causa.
I casi italiani, come anche altri a livello internazionale, dimostrano che la
mobilitazione per il clima attraverso lo strumento del contenzioso giudiziario,
da sola, non è sufficiente. Per superare i limiti che ne riducono l’efficacia,
l’attivismo legale – come ogni altra forma di attivismo – deve trasformarsi in
capitale politico. Nelle democrazie, il mezzo a disposizione di ogni cittadina e
cittadino per compiere questo passaggio è il voto. Eleggere parlamenti e governi
capaci di approvare leggi a tutela del clima, adottare misure concrete contro il
riscaldamento globale e porre fine agli incentivi alle fonti fossili è il primo
passo per rendere incisiva anche l’azione nei tribunali. Solo così si può
provare a scardinare uno dei pilastri dell’impunità climatica: l’idea che gli
effetti della crisi siano troppo diffusi, indiretti o lontani nel tempo e nello
spazio per poter essere attribuiti a un singolo soggetto. In questo modo,
collegare la fusione di un ghiacciaio sulle Ande alle emissioni di una
multinazionale in Germania – come nel caso Lliuya – potrebbe non sembrare più
un’idea così folle.
L'articolo Salvare il mondo in tribunale proviene da Il Tascabile.
E ra l’estate del 2007 quando il Rhino, lo squat più conosciuto di Ginevra, fu
sgomberato dalla polizia. La fine di questa esperienza iniziata nel 1988 ha
rappresentato anche l’epilogo di un lungo periodo in cui le case occupate
ginevrine hanno attirato persone da ogni Paese d’Europa. A partire dalla metà
degli anni Settanta e con un incremento dalla fine degli anni Ottanta, infatti,
ci fu una proliferazione eccezionale delle occupazioni, dovuta alla penuria di
alloggi e alla grande speculazione immobiliare in atto nella città della
Svizzera romanda: un fenomeno che stava producendo l’allontanamento delle classi
sociali meno agiate dal centro urbano e che ha invece generato una reazione
storica agevolata dalle condizioni economiche e dalla situazione politica di
allora. Molti immobili dismessi, insomma, venivano popolati abusivamente da
gruppi di persone, per lo più giovani, che li sistemavano in autonomia puntando,
quando possibile, sul reimpiego di materiali e oggetti. Ne è seguita una lunga
stagione in cui questi spazi sono diventati degli esperimenti riusciti di vita
comunitaria ‒ per lo più tra artisti, creativi e studenti ‒ in cui si
promuovevano le culture underground e alternative in un clima di accoglienza,
socialità, solidarietà, convivialità, creatività e tolleranza.
All’inizio del 1995 nel comune di Ginevra risiedevano poco più di 175.000
persone: tra queste, circa duemila stavano occupando in contemporanea tra i 150
e i 250 spazi abbandonati, che avevano rivitalizzato, chi aprendosi al pubblico
e chi vivendoci in piena discrezione. Tra quelli più attivi pubblicamente c’era
il Rhino, il cui nome era stato scelto dagli occupanti dello stabile perché
acronimo di Retour des Habitants dans les Immeubles Non Occupés, ossia “ritorno
degli abitanti negli immobili non occupati”. Gli anni Novanta hanno costituito
l’epoca d’oro degli squat un po’ ovunque ‒ Italia compresa ‒ e in Europa Ginevra
era uno dei centri nevralgici di questo movimento.
Con ogni probabilità, però, per molti era il meno prevedibile perché la città
svizzera era ed è conosciuta nel mondo soprattutto per essere una delle sedi
predilette delle multinazionali e dei milionari (non a caso nel 2025 è ancora
una delle capitali internazionali dei servizi di private banking). A metà degli
anni Novanta se, da italiani, si passava per Ginevra, si restava colpiti per
come la città fosse quieta e pulita, e per quanto si percepisse la presenza
della ricchezza. Anche per queste ragioni passare nelle zone dove si
concentravano gli squat, ad esempio vicino all’università, nel quartiere
Plainpalais, apriva un panorama completamente inaspettato, molto differente dal
resto della città, quanto mai vivo e colorato: sulla facciata del Rhino, in
particolare, oltre agli striscioni con frasi sul concetto e sullo spirito
dell’occupazione, spiccava la riproduzione di un corno di rinoceronte enorme e
rosso.
“Bar, teatri, sale da concerto, ristoranti a prezzi modici e asili nido
autogestiti hanno costituito un arcipelago provvidenziale nella città svizzera,
sia per le fasce più precarie della popolazione sia per i giovani che, senza di
essi, avrebbero rischiato di morire di noia” ha scritto Mona Chollet, scrittrice
e giornalista svizzera romanda, su Le Monde Diplomatique (nel periodo in cui ne
era caporedattrice), per raccontare questa realtà. E al suo elenco iniziale si
potrebbero quanto meno aggiungere sale prove musicali, spazi espositivi, atelier
e negozi alternativi con prodotti provenienti dai circuiti dell’autoproduzione.
> Gli anni Novanta hanno costituito l’epoca d’oro degli squat un po’ ovunque ‒
> Italia compresa ‒ e in Europa Ginevra era uno dei centri nevralgici di questo
> movimento. Con ogni probabilità, però, per molti era il meno prevedibile.
Per anni la dimensione del fenomeno è stata tale che le istituzioni non potevano
permettersi di ignorarlo, ma neanche di reprimerlo con la violenza mettendo a
rischio l’ordine pubblico. Di conseguenza, si erano organizzate. Esisteva,
infatti, un corpo speciale della gendarmeria di Ginevra chiamato Brigade des
squats che per lo più provvedeva a fare da intermediario tra gli occupanti e i
proprietari degli immobili. Responsabile di questa “brigata” dal 1990, Christian
Pasquier, nel 2002 in un articolo del quotidiano locale La Tribune de Genève ha
sintetizzato l’essenza del lavoro svolto da lui e dai suoi colleghi in questo
modo: “Secondo la volontà del Consiglio di Stato cerchiamo di gestire la
situazione nella maniera meno conflittuale possibile”. In un post di un gruppo
Facebook fino a pochi anni fa molto vivo, Histoire des Squats à Genève (“Storia
degli Squat a Ginevra”), in cui si parla di questi poliziotti, i commenti delle
persone che all’epoca vivevano nelle case occupate si dividono tra chi li
ricorda come tolleranti, umani e disponibili, “più assistenti sociali che
poliziotti”, e chi li definisce subdoli, ipocriti e crudeli, “dei cani al
servizio del potere in carica”.
Senza dubbio quando agli inizi degli anni Duemila è cambiato il procuratore
generale e il clima di relativa tolleranza si è incrinato, si sono create le
condizioni per attuare una serie di sgomberi sistematici, e questi stessi
rappresentanti delle forze dell’ordine hanno messo in pratica tutte le misure
per evacuare gli spazi senza particolari “gentilezze”. Anche qualche anno prima,
in ogni caso, il clima non era sempre e comunque amichevole, come si deduce da
un volantino del 1995 redatto dal coordinamento di tutti questi spazi occupati,
Intersquat, che sottolineava un paradosso: “ci mandano in prigione coperti di
elogi”.
Le divergenze d’opinione riguardo alla polizia, anche dopo tanti anni dai fatti,
svela in parte un conflitto che si riscontrava anche su altre questioni. Il
sociologo urbano svizzero romando di origine italiana Luca Pattaroni, professore
della EPFL (École Polytechnique Fédérale de Lausanne), si occupa da anni di
squat, e in particolare di quelli ginevrini, anche perché ha vissuto in uno di
questi spazi grazie a un contratto fiduciario – un sistema controverso, non
amato dagli squatter più radicali (che concepivano le occupazioni esclusivamente
come illegali), ma comunque abbastanza diffuso. L’ho contattato perché provasse
a sintetizzarmi la realtà degli squat di allora, a cui ha dedicato molti
scritti. Mi ha spiegato che tra gli squatter di Ginevra non c’erano delle
tensioni molto forti, anche se c’erano delle divisioni e una di queste era
proprio in relazione alla tipologia di squat. “Alla fine, però, il coordinamento
Intersquat raggruppava tutte le tipologie di squat: da quelli illegali a quelli
con i contratti fiduciari, dai più radicali e più o meno politicizzati fino a
quelli più ‘festosi’ e ‘culturali’. La situazione era diversa, ad esempio, da
quella di Parigi, dove gli squat militanti erano repressi e quelli ‘culturali’
valorizzati, dunque lì ci sono state fratture alquanto dure”. Ma questo tipo di
divisioni erano meno presenti a Ginevra: “il Rhino, per capirci, era un grande
squat illegale la cui attività era prevalentemente culturale, perché era animato
da molti studenti di Belle arti”. Va specificato, mi spiega, che in Svizzera le
forme politiche della sinistra radicale sono sempre state più miti rispetto alla
tradizione francese, ma anche a quella italiana. Solo negli anni Duemila, quando
sono cominciati gli sgomberi, la situazione si è un po’ inasprita: “Poi, certo,
gli squatter più radicali si sono sempre rifiutati di dialogare con la Brigade
des squats perché per loro rappresentava un sistema di controllo, un modo per
rendere gli squat una realtà non anticapitalista ma capace di colmare un vuoto
fino a quando non ci sarebbe stato di nuovo bisogno di quel vuoto per fare
soldi”.
E alla fine è quello che è successo, specialmente da quando, negli anni Duemila,
i tassi ipotecari si sono abbassati (prima, tra il 1990 e il 1995 erano molto
alti). Dal 1998, in pratica, sono iniziate le dispute tra gli occupanti e il
procuratore generale Bernard Bertossa, un socialista nonché principale artefice
di questo clima di relativa tolleranza. “Questa dottrina faceva comodo anche a
un deputato di destra” prosegue Pattaroni “il membro del Partito liberale
svizzero Claude Haegi, ex consigliere amministrativo della città di Ginevra e
consigliere di Stato del Cantone di Ginevra, molto vicino agli ambienti del
mercato immobiliare ‒ in quel momento poco florido – e promotore in qualche modo
della politica del ‘self-help’. In pratica, Haegi lasciava il rinnovo delle
abitazioni a carico degli squatter, li trattava come imprenditori, e lo Stato
non spendeva nulla, ma poi la destra ha iniziato a criticarlo perché con i
contratti fiduciari sono arrivati dei costi per lo Stato”.
Inoltre tra il 1995 e il 1998 nel settore immobiliare è tornato a circolare il
denaro e quindi molti proprietari hanno depositato domande di autorizzazione per
attuare una serie di demolizioni e costruzioni. “Dal momento in cui sono stati
concessi loro i permessi, il procuratore ha iniziato ad autorizzare degli
sgomberi, ma non perché stesse ritrattando la sua dottrina di tolleranza,
semplicemente perché le condizioni del mercato immobiliare erano cambiate”.
Infine nel 2002 la situazione è cambiata ulteriormente con l’arrivo di un nuovo
procuratore, Daniel Zappelli ‒ vicino all’ambiente del mercato immobiliare ‒,
che, già durante la campagna elettorale, aveva promesso di sgomberare gli squat.
Lo farà anche grazie al supporto di un politico, Mark Muller (anche lui vicino
al mercato immobiliare), e alla virata a destra dei vertici della polizia. “Per
esaminare la storia degli squat bisogna considerare le vicende politiche ma
anche quelle economiche” conclude Pattaroni “perché va detto che le case vuote
che venivano occupate erano tutte fuori mercato, non rispettavano le norme per
poter stare sul mercato, e le statistiche dicono che a Ginevra il picco di
questo tipo di abitazioni è stato raggiunto nel 1995, lo stesso anno in cui ci
sono stati più squat nella storia della città”.
Di certo i semplici frequentatori, nella maggioranza dei casi ignari delle
dinamiche politico-economiche, restavano per lo più colpiti dall’intensa
programmazione culturale degli squat aperti al pubblico che, come si sottolinea
in un lungo servizio del 1993 realizzato dalla Radio televisione svizzera (RTS),
La culture squat, era ricercata e di qualità. In questo documentario televisivo
le dichiarazioni degli occupanti permettono soprattutto di capire lo spirito che
li animava. Ad esempio quando la giornalista di RTS chiede ad Anne, una giovane
stilista che vive nella casa occupata Philos da tre anni, “qual è il vantaggio
di abitare in uno squat?”, la risposta è questa: “Il vantaggio di poter… di
poter lavorare a dei progetti perché ci interessano e non perché sono pagati o
meno. Io ho voglia di fare quello che voglio e non di essere obbligata a
regolare la mia vita in relazione al denaro. Ossia, se alla fine del mese ho un
affitto da pagare, bisogna che accetti quel lavoro che mi dà quel tanto, anche
se me ne interessa un altro che non mi porta nulla: io così ho la libertà di
scegliere il lavoro che mi interessa e non quello che mi permette di pagare
l’affitto”.
> Un volantino del 1995 redatto dal coordinamento di tutti questi spazi
> occupati, Intersquat, sottolineava un paradosso: “ci mandano in prigione
> coperti di elogi”.
Ribadisce il concetto il fotografo Julien Gregorio, che ha vissuto in più di uno
squat ginevrino e nel 2012 ha pubblicato un libro ‒ con una postfazione
circostanziata di Pattaroni – che raccoglie una serie di immagini che
documentano la fase finale di questa lunga stagione di occupazioni: Squats.
Genève 2002-2012. Nell’introduzione al suo libro, Gregorio scrive: “In questi
luoghi vuoti e fatiscenti, abbandonati da anni, si è sviluppata una maniera di
vivere parallela, prima di tutto comunitaria e associativa, basata sulla
condivisione e sulla sperimentazione di modelli alternativi alla società del
commercio e del consumo”. Anche su un quotidiano conservatore, il Journal de
Genève, nel 1991 il giornalista Oliver Perrin sottolineava questo spirito: “gli
squatter tendono a recuperare un ideale culturale comunitario in una società
che, come tutti sappiamo, privilegia lo sviluppo economico e individuale”.
Insomma si trattava di una sorta di anticapitalismo molto pratico e poco
dogmatico, lo stesso che ha coinvolto attivamente una buona parte della
Generazione X europea prima che il cosiddetto movimento No global dai primi anni
del Duemila in poi (e in particolare nel 2001), fosse represso con violenza.
La memoria della lunga esperienza degli spazi occupati di Ginevra resta viva
grazie al lavoro di studiosi come Luca Pattaroni ma anche a iniziative di
attivisti come, ad esempio, Marie Hélène Grinevald, che ha precorso il periodo
più rigoglioso degli squat occupando una casa nella prima metà degli anni
Ottanta. Grinevald lavora soprattutto per tramandare lo spirito di quegli
ambienti e da circa dieci anni è una guida qualificata nel campo della cultura e
del turismo che ha organizzato per molto tempo delle passeggiate alla scoperta
degli squat ginevrini. Nel periodo in cui guidava questi tour si presentava così
online: “In questa città la lotta per gli alloggi nel centro a prezzi
accessibili (purtroppo non oso più usare il termine ‘a buon mercato’) rimane una
battaglia di attualità. Finché il diritto alla proprietà continuerà a prevalere
sul diritto alla casa, finché il diritto alla casa sarà solo un obiettivo
sociale e non un diritto fondamentale, continuerò a raccontare questa storia di
lotta per dei valori, delle culture e dei modi di vita diversi da quelli che ci
vengono imposti”.
Oggi, come racconta Pattaroni, a Ginevra le realtà in qualche modo riconducibili
all’esperienza degli squat degli anni Novanta e Duemila sono rappresentate da
una rete di collettivi engagé che ha a cuore la controcultura e, in specifiche
occasioni, organizza delle manifestazioni. Ma le poche occupazioni rimaste
esistono grazie ai contratti fiduciari e sono quasi tutte molto discrete, ovvero
raramente ospitano iniziative pubbliche. L’edificio dove ha preso vita il Rhino,
nel frattempo, è stato completamente ristrutturato ed è diventato un palazzo
residenziale, e la stessa sorte è capitata agli altri spazi occupati che non
sono stati demoliti. Alcuni occupanti hanno preso atto che i proprietari hanno
beneficiato della loro presenza perché un immobile abitato gode sempre di una
certa manutenzione che lo preserva dalla rovina, e quegli edifici senza di loro
sarebbero rimasti vuoti ancora per molto tempo proprio a causa della crisi del
mercato immobiliare di allora.
Non certo solo per questo, e non solo a Ginevra, quindi, gli appartenenti alla
Generazione X, in media, hanno una certa nostalgia di questa epoca d’oro degli
squat. Gli anni Novanta del resto arrivavano dopo gli anni Ottanta, che furono
una sinistra anticipazione di ciò che sarebbe stato il nuovo millennio. Forse di
fronte a questa anticipazione dell’impassibile avanzata del capitalismo, alcune
persone si sono giustamente impaurite e hanno tentato di reagire. Oggi in molte
città europee gli spazi occupati esistono ancora, sono attivi e resistono, ma
negli anni Novanta nell’Europa occidentale costituivano una fitta rete che
rendeva quanto mai rilevante la controcultura e faceva sentire a casa chi si
riconosceva in quello spirito e, arrivato per la prima volta in città lontane,
li andava subito a cercare.
L'articolo Ginevra occupata proviene da Il Tascabile.
A narchico, ironico, astuto, generoso, James Campbell Scott ha pubblicato decine
di libri ‒ senza contare articoli, conferenze e apparizione pubbliche ‒, e
ciascuno è stato in grado di generare un dibattito arrivato ben al di là dei
confini abituali di un professore ordinario di antropologia alla prestigiosa
università di Yale. Insieme a Colin Ward, David Graeber, Noam Chomsky e pochi
altri, James C. Scott è uno di quei pensatori che ci ricordano il motivo per cui
la critica radicale rimane un’esigenza fondamentale di qualsiasi tempo, come
quella di smascherare il volto innocuo di qualsiasi potere per tenere vivo il
desiderio di un futuro, se non migliore, almeno più autentico e consapevole.
Scott risponde a questo bisogno anche quando a essere raccontata è una storia
geograficamente lontana, come nel caso di L’infrapolitica dei senza potere
(2024). Si tratta della “storia ombra” del Sud-Est asiatico (ma non solo),
quella dei contadini che in Malesia come in Thailandia e in Vietnam oppongono
resistenza al controllo e alla repressione attraverso pratiche quotidiane di
truffa, menzogna, diserzione, ostruzione. Un’infrapolitica molteplice che è
l’unico mezzo nelle mani di chi non ha strumenti o risorse per resistere in
maniera eroica, “Storica”, con la maiuscola, insomma evidente. Una condizione
che non è riservata ai contadini dell’Asia ma, a maggior ragione in questo
momento storico, riguarda anche noi sempre più da vicino.
James C. Scott è stato un antropologo statunitense attivo dagli anni Sessanta
fino al 2024, anno della sua morte. Dopo quasi vent’anni dedicati all’economia
rurale malese si è interessato a tutto il Sud-Est asiatico, portando avanti la
sua ricerca all’università di Yale e vivendo in una fattoria nel Connecticut. I
suoi libri indagano gli strumenti e gli effetti della repressione politica e
sociale, dall’uso di mappe e catasti (Lo sguardo dello Stato, 2019) alle
politiche fiscali e territoriali (I contadini tra sopravvivenza e rivolta,
1981). Scott ha raccontato la storia di questi luoghi guardando a chi rimane,
normalmente, schiacciato: i margini dell’impero, le campagne minacciate dalla
globalizzazione, i contadini in lotta per la sussistenza, spesso analfabeti, che
in gran parte delle narrazioni storiche hanno il ruolo di marionette silenziose
alle spalle dei paragrafi dedicati ai grandi stravolgimenti politici.
Lo sguardo tipico di Scott, la sua capacità di dare una dignità “esplosiva” alle
interlinee dei libri di storia, è evidente anche in L’infrapolitica dei senza
potere. Qui Scott riesce a fare tre cose diverse. Per prima cosa raccoglie un
campionario di esperimenti, storie e tattiche adottate dalle comunità subalterne
del Sud-Est asiatico per conquistare libertà nonostante la subordinazione. Poi
riassume i temi più importanti della sua ricerca – la politica dei subalterni,
l’antropologia contadina, la critica radicale ai sistemi di potere – facendo una
specie di introduzione “indisciplinata” al proprio pensiero. Infine, offre
indirettamente più di una risposta alla domanda che tutti ci facciamo di fronte
a un libro che parla di popoli distanti decine di migliaia di chilometri da noi,
ossia: a cosa ci servono le loro storie?
> L’infrapolitica dei senza potere è una “storia ombra” del Sud-Est asiatico,
> quella dei contadini che oppongono resistenza al controllo e alla repressione
> attraverso pratiche quotidiane di truffa, menzogna, diserzione, ostruzione.
Il lavoro di Scott ricorda la microstoria, quel modo di raccontare gli eventi
storici partendo dai dettagli che normalmente sfuggono al campo largo dello
studioso. La microstoria è nata tra le pagine degli Annales di Marc Bloch e
Lucien Febvre; in Italia, ad averla resa nota al medio-pubblico, sono stati
successi editoriali e scientifici come Il formaggio e i vermi di Carlo Ginzburg
(1976). In quest’ultimo libro la Storia, maiuscola, passa letteralmente
attraverso il corpo di un mugnaio friulano sui generis, Menocchio, colpevole di
essersi distaccato troppo dalle convinzioni del suo tempo, di cui, per
contrappasso, si è rivelato essere un ottimo testimone.
James C. Scott parla di uomini e donne, di popoli e comunità, ma rifiuta questo
particolarismo secondo cui il mondo si rispecchia fedelmente anche in una
piccola goccia d’acqua. La sua non è una storia di individui ma di classi che,
oltre a essere sociali, sono anche geografiche: campagna contro città,
braccianti agricoli e contadini contro ceto medio-alto di burocrati al servizio
diretto del potere, capanne contro palazzi. La storia di Scott non è
microscopica nel senso di “piccola”, piuttosto emerge dagli spazi bianchi della
storia comune, tradizionale, padronale. È un’infrastoria che scorre,
violentemente, nelle pieghe della Storia stessa. La stessa storiografia, scrive
Scott, estromette e opprime le classi distanti dai centri semplicemente
determinando una “soglia” dell’azione politica – rivoluzione, movimento di
massa, guerra frontale – troppo alta perché ci siano concorrenti non legati a un
potere centrale. La stessa volontà di assimilare le classi periferiche ai propri
progetti è una forma di soggiogamento ai danni dei subalterni.
Nelle prime pagine di L’infrapolitica dei senza potere si dichiara quello che
sarà lo scopo del libro: “esiste qualcosa di sistematico nello slittamento tra
le idee religiose e politiche così come vengono intese e praticate in città e le
loro varianti rurali proprie delle piccole tradizioni”. Secondo Scott le
caratteristiche sociali delle comunità rurali – “piccole tradizioni” fatte di
villaggi, ceti e ideologie relativamente omogenei, stabili economie di
sussistenza – sono così diverse da quelle degli abitanti delle città in cui ha
sede il potere – “grande tradizione” fatta di norme giuridiche, ceti medi o
alti, economie di mercato – che è necessario pensare l’agire politico, e quindi
la storia sociale, in due modi diversi, di cui finora uno solo ha avuto diritto
di parola. “Il modello classico dei rapporti cooperativi tra grande e piccola
tradizione – un modello che esalta collaborazione, reciprocità e complementarità
– è l’ideologia sociale del patronato” o, in parole povere, l’idea che la Storia
sia una sola, per le città e le campagne, fa parte della struttura oppressiva
del potere ai danni delle popolazioni geograficamente marginali.
Torniamo al titolo del saggio. Infrapolitica è un termine che Scott usa per la
prima volta in Il dominio e l’arte della resistenza (2006) per indicare forme di
insubordinazione o ribellione così impastate con la vita quotidiana da non
apparire come vere e proprie azioni politiche. Il titolo originale di
L’infrapolitica dei senza potere è, in realtà, un altro: Decoding subaltern
politics, “decodificare le politiche subalterne”. Infrapolitica è quindi la
chiave che “decodifica”, se così si può dire, la politica dei subalterni. La
politica dei subalterni non si esprime con gli stessi strumenti di quella delle
classi dominanti perché, secondo Scott, rispecchia un localismo tipico: per
prima cosa “la preoccupazione primaria del localismo sono i diritti di
sussistenza. […] Non si tratta in alcun modo di un concetto di egualitarismo
radicale: non afferma che tutti debbano essere uguali, ma che tutti debbano
avere di che vivere”. Mentre nei centri di potere urbano l’economia è complessa
e non dipende più dal sostentamento dei singoli nuclei, nei contesti locali la
priorità è il sostentamento. A diversi bisogni rispondono modi di agire diversi:
da un lato la volontà di espansione, la propensione al guadagno, non solo
economico, per aumentare la propria influenza e il proprio potere, dall’altro la
ricerca di una stabilità moderata, ma garantita. Un esempio più vicino alle
nostre vite quotidiane sono i casi delle rivolte che scoppiano nei CPR (Centri
di Permanenza per i Rimpatri) italiani o nei campi profughi costruiti lungo le
frontiere dell’Europa: chi non ha documenti né denaro né alcun’altra leva, non
può accedere alla politica per come l’intendiamo noi, come rappresentazione
democratica, quindi è costretto, per esprimere un bisogno politico a tutti gli
effetti, a usare mezzi diversi per la propria lotta di classe.
> James C. Scott parla di uomini e donne, di popoli e comunità, ma rifiuta il
> particolarismo secondo cui il mondo si rispecchia fedelmente anche in una
> piccola goccia d’acqua. La sua non è una storia di individui ma di classi che,
> oltre ad essere sociali, sono anche geografiche.
Tornando ai “margini dell’impero”, raramente le persone che li abitano si
interessano di questioni nazionali, politica internazionale e così via.
L’interesse è, anche qui, locale, nel senso di legato alle necessità di una vita
il cui perimetro è disegnato dalle attività quotidiane. Le questioni politiche
nazionali – a partire dal nazionalismo, perché è ingenuo pensare che tutte le
politiche subalterne siano rivoluzionarie – diventano importanti solo quando
hanno immediate ripercussioni nell’ecosistema sociale locale. Di fronte alle
lotte nazionali o internazionali d’espansione, la “piccola tradizione” si pone
in una condizione di “subordinazione negoziata” o, quando la negoziazione
fallisce, di “dissimulazione”, “ostruzionismo” e “resistenza passiva”. “È un
tipo di tenacia brechtiana che potremmo persino considerare come il modello
normale della lotta di classe per i contadini”: paradossalmente, secondo Scott,
la stessa storia della lotta di classe è stata sistematicamente distorta “in una
direzione Stato-centrica”. Il fatto cioè che le azioni quotidiane di
ostruzionismo, diserzione, truffa ai danni del potere non vengano menzionati
come processi rivoluzionari è l’ennesimo modo con cui la repressione si attua ai
danni della piccola tradizione, “ma così come milioni di polipi antozoi creano,
volenti o nolenti, una barriera corallina, allo stesso modo migliaia di atti
individuali di insubordinazione ed elusione creano una propria barriera
corallina politica ed economica.”
I capitoli di L’infrapolitica dei senza potere rappresentano anche un
campionario di tattiche eversive, soprattutto in ambito rurale. Ad esempio, i
contadini malesi per evitare di pagare una tassa eccessiva sui propri raccolti
(già miseri, in particolare nelle stagioni peggiori), mescolano varietà
tassabili con varietà non tassabili di grano, dichiarando poi che tutto il campo
era piantato con la varietà non tassabile e sfruttando la maturazione più tarda
delle prime per nasconderle al momento del controllo. Altri agricoltori omettono
di dichiarare le bonifiche di nuove aree coltivabili, nascondendole tra alberi,
canne e grano alto. Sono moltissimi gli esempi di ribellioni silenziose nei
confronti di prelievi forzati che, improvvisamente, diventano da volontari o
consuetudinari a obbligatori: è il caso dello zakat islamico o, per uscire dai
confini dell’Asia, della decima cristiana. In tutti questi casi gli stratagemmi
sono infiniti: menzogne, occultamenti, sottostime e così via. Il risultato è
l’indebolimento sostanziale delle riserve alimentari ed economiche del potere
centrale, che non di rado hanno contribuito a eventi storici ben più evidenti.
Lo stesso vale sul campo di battaglia vero e proprio: anche senza il dichiarato
ammutinamento delle truppe, la diffusa diserzione dei soldati è stato un
tassello fondamentale di molte sconfitte belliche, a partire dalla
Confederazione durante la guerra civile americana. Quando i contadini sono
venuti a conoscenza del fatto che i figli di molti dei proprietari delle
piantagioni del Sud erano stati esentati dalla leva, non hanno imbracciato le
armi contro l’oppressore, il che avrebbe scatenato un bagno di sangue, ma hanno
semplicemente abbandonato il campo di battaglia condannando la Confederazione
alla sconfitta.
Un’altra serie di esempi interessanti riguarda il titanico progetto portato
avanti tanto in Europa quanto in Asia di creare un sistema universale di cognomi
permanenti. La tesi di Scott è che i patronimici permanenti siano un costrutto
sociale nato per rendere la popolazione maggiormente leggibile agli occhi dello
Stato, scopo che contraddistingue, al di là di questo progetto, buona parte
delle attività statali. Escluse le più rilevanti famiglie nobiliari, quasi
nessuno possedeva un cognome stabile all’interno delle economie e delle società
rurali. A ben vedere, trattandosi di società chiuse, il bisogno non c’era. Ha
cominciato a esistere nel momento in cui lo “sguardo dello Stato”, come lo
chiama Scott, si è elevato come giudice e padrone astratto, a cui ciascun
individuo in quanto “cittadino” deve esser noto. In Inghilterra, il sistema di
patronimici perenni ha coinciso con lo smembramento delle proprietà comuni, i
commons, che erano la forma territoriale più diffusa per consuetudine in tutte
le aree rurali. Nel caso dei cognomi la resistenza è più difficile e,
soprattutto oggi, anche i luoghi più recalcitranti sono costretti a uniformarsi
a un sistema divenuto quasi universale grazie alla globalizzazione. Si tratta
comunque, almeno in alcuni casi, di processi recentissimi, come il “progetto
cognomi” attuato sugli Inuit e datato 1970, che alla fine si è concluso,
racconta Scott, con una serie di violente incomprensioni e prove di forza tra le
comunità e il governo canadese.
“L’infrapolitica dei senza potere” si esprime quindi attraverso sotterfugi,
omissioni, piccole truffe, inadempienza: se tutto questo sembra poco eroico,
magari biasimabile, è perché forse gli eroi sui quali misuriamo i nostri giudizi
non facevano parte delle classi subalterne. Questi gesti infrapolitici si
mettono letteralmente “nel mezzo” degli strumenti con cui il potere attua il
proprio progetto repressivo e bisogna fare attenzione – mette in guardia Scott –
a non fare inavvertitamente il loro gioco. “La tendenza a dare priorità, ad
assegnare un maggior peso storico, alla resistenza organizzata e politica invece
che a quella quotidiana, è una posizione che fraintende in modo fondamentale la
stessa base della lotta economica e politica condotta ogni giorno dalle classi
subordinate – non soltanto contadine – nei contesti repressivi”. Il rischio non
è solo dimenticare lo sforzo di una moltitudine di persone nel ribaltare, anche
lentamente, un ordine che le opprimeva, ma anche quello di non riconoscere la
violenza di un sistema repressivo che costringe al sotterfugio perché impedisce
l’opposizione diretta, soprattutto da parte di chi non ha risorse adatte per
fare una rivoluzione.
> Il fatto che le azioni quotidiane di ostruzionismo, diserzione, truffa ai
> danni del potere non vengano menzionati come processi rivoluzionari è
> l’ennesimo modo con cui la repressione si attua ai danni della piccola
> tradizione.
Al di là delle storie raccontate da Scott, delle sue analisi e del suo tono, a
tratti veramente magnetico, dobbiamo chiederci quale sia il senso attuale di un
libro del genere. Uscito per la prima volta nel 2013, tradotto nel 2024,
incentrato su vicende che cominciano nel Novecento e affondano le proprie radici
nei secoli passati; a cosa serve, se serve? Questa domanda non è una domanda di
cortesia. Nel caso del libro di Scott è una domanda che nasce dalla sensazione
che questo libro abbia una profonda utilità, adesso, e questo malgrado una serie
di considerazioni necessarie che vanno al di là della distanza tra noi e la
Malesia o il popolo Inuit.
Prima tra tutte il fatto che oggi la separazione tra “piccola tradizione” e
“grande tradizione” o, in altri termini, la differenza sociale tra città-centri
di potere e campagne-margini dell’impero si sta riducendo notevolmente. La
tecnologia informatica e dei trasporti permette di coprire la distanza tra una
città e il più remoto angolo di campagna in ore, minuti, anche pochi secondi. Le
aree così remote da aver bisogno necessariamente di ore di cammino per
raggiungere un centro “globalizzato” sono pochissime. Oggi l’isolamento, di
qualsiasi grado, è quasi sempre una scelta. Se non la si fa, si può
tranquillamente rimanere connessi con le traiettorie politiche globali da
qualsiasi anfratto dotato di una connessione Internet.
Una seconda differenza ugualmente determinante la fanno le “protesi” di cui oggi
può avvalersi lo “sguardo dello Stato”. Prima lo Stato era costretto ad
avvalersi di funzionari e registri cartacei, ma oggi tra sistemi di identità
digitale, riconoscimento facciale, tracciabilità satellitare – per dirne solo
alcuni – le strategie di ostruzione raccontate da Scott non sono più così
efficaci. È difficile sottrarsi alle maglie della rete, che diventano ogni
giorno più fini, così come è difficile farla franca quando ci si prova.
L’ultima considerazione “contro” l’attualità del testo di Scott riguarda ancora
una volta la distinzione netta tra localismo rurale e spinta accentratrice del
potere centrale. Oggi molte delle lotte politiche di resistenza locale
contraddicono questo modello. Movimenti come quello No TAV in Val Susa o mosaici
di battaglie territoriali come quelli dei Soulevement de La Terre in Francia o,
ancora, le lotte dei popoli indigeni dell’Amazzonia contro i cercatori d’oro e
lo Stato brasiliano sono istanze locali che riescono benissimo a intercettare
temi globali come l’ecologia, l’oppressione e la lotta allo sfruttamento dei
territori. Locale e universale si saldano, da un lato come concrezione di un
problema politico in una situazione, dall’altro come espressione astratta e
violenta di un’idea.
> “L’infrapolitica dei senza potere” si esprime attraverso sotterfugi,
> omissioni, piccole truffe, inadempienza: se tutto questo sembra poco eroico,
> magari biasimabile, è perché forse gli eroi sui quali misuriamo i nostri
> giudizi non facevano parte delle classi subalterne.
Nel 2017 l’editore Zones ha pubblicato un saggio del filosofo Jean Baptiste
Vidalou chiamato Être forêts. Habiter des territoires en lutte. Questo testo
rappresenta perfettamente il sodalizio tra lotte locali e questioni universali,
in questo caso ecologiche e filosofiche, che uniscono territori sparsi per il
mondo. Vidalou racconta in prima persona la difficoltà di abitare nelle zone
contese tra cementificazione e tradizione secolare di conservazione delle
risorse naturali, in particolare le foreste nel Nord-Ovest della Francia. Nelle
pagine di questo libro si scambiano continuamente considerazioni sull’emergenza
ecologica, questioni antropologiche sul rapporto dell’essere umano con la natura
e storie di prima mano di lotte incarnate, come l’occupazione dell’area
destinata all’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes, a sud di Nantes, in corso da
più di dieci anni. Il saggio di Vidalou è solo uno degli esempi dell’alleanza di
scala che sta nascendo nel campo dell’ecologia e della lotta politica, e credo
che questo sodalizio, oltre a racchiudere una grande forza trasformatrice, vada
ancora in buona parte compreso nel suo potenziale.
A essere in procinto di scomparire sono invece le lotte territoriali in quanto
tali, le piccole alzate di scudi in difesa del proprio villaggio o del proprio
isolotto. Lo squilibrio di potere, in questi casi, è troppo schiacciante. Il
mondo fatto di un mosaico di luoghi distanti e distaccati, di villaggi,
metaforici o no, separati tra loro e impegnati autonomamente nella loro
conservazione, forse è veramente un mondo “vinto”, come scriveva Nuto Revelli
mezzo secolo fa, tracciando un requiem a un mondo contadino che tuttavia è stato
in grado, almeno parzialmente, di contraddirlo.
Le vittorie del “mondo dei vinti” di cui racconta anche James C. Scott, sebbene
questo mondo stia scomparendo, non vanno dimenticate. L’agency politica che
hanno dimostrato i contadini va prima di tutto riconosciuta – in questo
L’infrapolitica dei senza potere è uno strumento molto efficace – e poi se ne
può far tesoro. Se oggi, evidentemente, viviamo in un momento storico in cui il
livello di controllo e repressione cresce esponenzialmente in Europa e non solo,
non è detto che le infrapolitiche testimoniate da Scott non possano essere
d’ispirazione o, addirittura, d’aiuto. Le ondate di repressione violenta che si
abbattono su qualsiasi movimento di resistenza – l’arresto quotidiano di
manifestanti pacifici in Italia, negli Stati Uniti, in Turchia, in Germania, per
fare solo qualche esempio – mettono in discussione l’esistenza stessa di uno
spazio di dissenso politico e la proporzione tra il nostro potere collettivo e
quello dell’intesa nazionale e internazionale è sempre più sbilanciata.
Per di più l’accentramento brutale delle risorse materiali e immateriali – le
cosiddette oligarchie alle spalle dei governi più importanti – non fa altro che
creare un’immensa provincia dell’impero a cui, nostro malgrado, apparteniamo. Le
infrapolitiche testimoniate da Scott hanno lentamente mutilato i poteri centrali
in Malesia, Vietnam, Thailandia, ma anche negli Stati Uniti o in Francia, e per
questo hanno qualcosa da insegnarci anche solo per aprire nuovi spazi d’azione e
dissenso al di sotto di un piano politico diventato opprimente. Anche quando lo
scontro non si può vincere, la lotta va avanti in maniera quotidiana, vitale,
quasi abitudinaria, riappropriandosi, fra l’altro, di una dimensione di gioia e
compassione che è essenziale allo sviluppo del desiderio.
Michel de Certeau scrive nel 1980 uno dei libri più importanti per lo sviluppo
di un senso critico delle azioni quotidiane: L’invenzione del quotidiano è una
riflessione su come la politica non si riduca mai alle sue forme più
appariscenti o spettacolari, ma si sviluppi come una specie di radice
sotterranea fino a raggiungere anche i gesti più piccoli della vita quotidiana
degli individui. De Certeau fa una distinzione fondamentale: tattica e strategia
configurano due modi di lotta diversi e opposti. Strategica è l’azione nel
territorio, che viene portata avanti dalla parte avvantaggiata quanto a forze,
economie e potenza. La strategia nasce da una scelta autonoma di posizionamento,
fatta da chi può combattere in campo aperto e deve solo scegliere come disporsi
al meglio. La tattica, al contrario, è azione con il territorio, lavoro di
negoziazione e sfruttamento delle caratteristiche del campo di battaglia per
ribaltare uno stato di minorità.
Sia Scott che Vidalou citano la rivolta dei Camisardi, durata dal 1703 al 1709
nei boschi delle Cevenne, una zona montuosa del Sud-Est della Francia. Questa
rivolta vide contrapposti sparuti gruppi di ugonotti protestanti e l’esercito di
Luigi XIV, che gli dava la caccia. La frustrazione che si legge nei diari dei
generali francesi, costretti a combattere per anni contro una manciata di
contadini, nasce proprio dalla capacità di questi ultimi di sfruttare a loro
favore un territorio che per gli strateghi del re era completamente illeggibile.
Anche in stato di schiacciante minoranza e di crisi profonda, conoscere il
territorio e sfruttarlo a proprio favore attraverso lotte infrapolitiche può
significare ottenere ampi e insperati margini di cambiamento. È lo stesso
procedimento attuato dai contadini malesi, ben consapevoli delle caratteristiche
delle proprie varietà di riso e grano.
> Se oggi viviamo in un momento storico in cui il livello di controllo e
> repressione cresce esponenzialmente anche in Europa, non è detto che le
> infrapolitiche testimoniate da Scott non possano essere d’ispirazione o,
> addirittura, d’aiuto.
E noi quale territorio dobbiamo conoscere e saper usare? A questa domanda
impossibile provo a dare una risposta facile: il nostro, la terra, l’ecosistema
in pericolo. E, come abbiamo visto, questo può significare semplicemente una
valle, un bosco, un fiume che rispecchiano la stessa complessità del resto. Per
farlo non basta muoversi, bisogna incontrare le persone e stare ad ascoltare
storie che non ci coinvolgono, ma ci riguardano. Essere attenti testimoni e
ascoltatori partecipanti. Anche in questo Scott è un imprescindibile maestro.
L'articolo La resistenza invisibile dei subalterni proviene da Il Tascabile.
R obert Franklin Williams (1925-1996) è stato una figura chiave del movimento
per i diritti civili negli Stati Uniti: attivista e scrittore, prima a Monroe,
in North Carolina, città dove nasce, poi dall’esilio a Cuba e in Cina. Nel suo
libro Negroes with Guns (1962) Williams ripercorre eventi e azioni chiave della
sua vita politica: snodo essenziale è il diritto all’autodifesa armata contro la
violenza razzista. Il testo è stato reso disponibile in italiano grazie alla
traduzione Ne*ri con le pistole (2024), curata e pubblicata da Progetto Me-ti,
di cui fa parte Viola Carofalo, attivista, politica e professoressa associata di
filosofia morale all’Università degli Studi di Napoli.
PER PRIMA COSA VOLEVO PARTIRE DAL CONTESTO DI QUESTO LIBRO E QUINDI CHIEDERTI DI
RACCONTARE UN PO’ DI PROGETTO ME-TI. COME È EMERSO? COME SI È SVILUPPATO? CI
SONO ALTRI ASPETTI, OLTRE A QUELLO EDITORIALE, CHE VI STANNO A CUORE?
Progetto Me-ti è stato fondato da un gruppo di attivisti e attiviste. La nostra
esigenza era di darci uno spazio di dibattito su tre linee di discussione che
sono fondamentali per noi: l’antirazzismo e l’antiimperialismo, connesso al tema
della guerra; il rapporto fra i generi e il transfemminismo e l’emersione della
contraddizione di classe, che dal nostro punto di vista attualmente è
trascurata. La preoccupazione che ci muove è che nel dibattito fra gli
attivisti, e in quello della sinistra radicale, queste discussioni prendono
spesso una piega identitaria. Naturalmente i discorsi identitari giocano un
ruolo importante – per esempio per quanto riguarda l’emersione della differenza
– però, secondo noi, oltre a essere problematici da un punto di vista teorico,
possono diventare pericolosi soprattutto dal punto di vista organizzativo,
pratico e strutturante dei movimenti. Così, anche se non facciamo gli editori di
lavoro e nessuno viene pagato, abbiamo messo su Progetto Me-ti. L’idea è che
l’attività editoriale – tanto il blog quanto il cartaceo – sia incentrata
sull’attivismo per rafforzarlo. Williams è la nostra prima pubblicazione e a
maggio sono usciti altri due testi: Trame, un fumetto cui hanno lavorato
attivisti che operano nel carcere di Poggioreale a Napoli, e Alleanze ribelli,
la traduzione di un testo pubblicato in Spagna quattro anni fa da un collettivo
che si occupa di transfemminismo al di là della prospettiva identitaria e si
concentra anche sulla critica al punitivismo – tema importante in un momento
come questo, in cui il rapporto fra questione carceraria, questioni di genere e
sicurezza è diventato esplosivo. Il piano è quello di far uscire pochi testi e
di portarli in giro e presentarli. E in questo c’è l’altro aspetto fondamentale
di Me-ti, che è la formazione: fare incontri in tutta Italia – incontri di
discussione e autoformazione dal vivo – oltre che online, dedicati soprattutto a
persone legate al mondo dell’attivismo.
NE*RI CON LE PISTOLE RIENTRA CHIARAMENTE, PER UN VERSO, NELLE TRE LINEE DI
INTERESSE DI ME-TI PER COME LE HAI APPENA DESCRITTE. PER L’ALTRO, PERÒ, È UN
LIBRO CHE HA ORMAI QUALCHE ANNO. AL DI LÀ DI VOLER RENDERE DISPONIBILE QUESTO
TESTO IN ITALIANO, COME E PERCHÉ LO AVETE SCELTO, AL NETTO DELLA DISTANZA
TEMPORALE?
Sai, ci eravamo inciampati dentro tante volte. Anche se Williams non è molto
conosciuto in Italia, e infatti non lo aveva ancora tradotto nessuno, è un
teorico importante dell’autodifesa ed è un riferimento centrale del Black
panther party. Per noi il Black panther party è un esempio fondamentale di
pratica e teoria politica, soprattutto per quanto riguarda il tema del
mutualismo. Quello che ci interessa non è solo la lettura che Williams e il
Black panther danno del razzismo, ma anche e soprattutto il discorso sulla
comunità, sul mutualismo e in particolare sul mutualismo conflittuale, cioè che
va oltre la dimensione dell’associazionismo e del supporto. Williams trascende
l’antirazzismo e racconta di come si possono costruire, anche a partire da mezzi
scarsissimi e in notevoli condizioni di repressione, organizzazione comunitaria
e forme di politicizzazione. Lo fa peraltro in un contesto simile a quello in
cui ci troviamo ad agire noi come attivisti: nei contesti spuri del cosiddetto
sottoproletariato urbano, in cui il tema della razzializzazione esiste in un
modo specifico. Sia a Napoli, dove mi trovo io, sia a Padova, Milano e Roma,
dove si trovano gli altri del gruppo, lavoriamo in termini di supporto diretto,
cioè non solo di dibattito culturale, con persone che vivono una contraddizione
forte, legata alla discriminazione razziale, e che allo stesso tempo sono una
parte marginalizzata di lavoratori e lavoratrici, che noi consideriamo proprio
in quanto tali: con il diritto di avere un accesso ai servizi, a un lavoro
decente, eccetera. È su questo piano che vogliamo convogliare il lavoro teorico,
e Williams per questo è molto utile.
E IN EFFETTI NEL LIBRO MOLTO SPAZIO È LEGATO AL CONTESTO SPECIFICO, LA CITTADINA
DI MONROE, COSÌ COME AGLI EVENTI CONTINGENTI E AUTOBIOGRAFICI DELLA STORIA DI
WILLIAMS CHE POI SFOCIANO NELLA VITA POLITICA. COME LEGGI QUESTA COMMISTIONE FRA
L’ANEDDOTICO, L’AUTOBIOGRAFICO, GLI EVENTI CONTINGENTI, DA UN LATO, E POI IL
RIFERIMENTO A UN PIANO TEORICO PIÙ FORTE, PIÙ UNIVERSALE, DALL’ALTRO?
Parto da quello che dicevi, che è un testo autobiografico – in realtà,
chiaramente, non è soltanto così. Naturalmente il Black power ha una tradizione
di autobiografia enorme. Si scrivono principalmente testi autobiografici in quel
contesto. Ti faccio una digressione che è un mio pallino. Io credo che il tema
dell’autobiografia sia fondamentale per comprendere anche il modo di raccontare
in modo intersezionale le cose. È un ottimo strumento, che io per ragioni di
lavoro studio in campo femminista, perché consente costantemente di passare dal
particolare al generale producendo forme di rispecchiamento diretto. Banalmente
dici: questa cosa è successa anche a me, la capisco perché la ho vissuta. Quindi
non parliamo solo di autobiografia nel senso di racconto di una vita singolare,
ma di autobiografia come qualcosa che si inserisce in una storia con la S
maiuscola.
Williams, secondo me, racconta la sua vita, per un verso straordinaria, per un
verso simile alla vita di tanti attivisti neri di quell’epoca, con una potenza
diversa e con una capacità teorica diversa. Ed è importante però che Ne*ri con
le pistole sia anche un’autobiografia. Se Williams avesse scritto un saggetto su
come organizzare una comunità, probabilmente sarebbero state tre righe in cui
dice: ragazzi, bisogna essere spregiudicati, punto. Perché poi, secondo me,
questo è il precipitato maggiore: essere spregiudicati, usare tutti i mezzi
necessari, un po’ alla Malcolm X, e provare a rimanere in connessione coi
nostri, con cui abbiamo vissuto. L’autobiografia riesce a rendere questo tipo di
ragionamento, che è semplice ma non banale, e a trasmettere la visione politica
di Williams, che è molto chiara, di classe e antirazzista, in modo assolutamente
leggibile e alla portata di tutti. La scrittura è felice in questo senso, anche
se a volte difficile alla traduzione: a volte sembrava di tradurre il dialogo di
un poliziottesco. La resa generale però è quella di un discorso comprensibile,
che va dritto al punto, e che ha più chiavi di lettura.
Primo, si fa con quel che si ha – questo è il livello della spregiudicatezza.
Secondo, la profondità teorica: pur non essendo in prima linea un teorico – a
differenza di Malcolm X, per esempio, o di altri esponenti del Black power che
avevano avuto anche solo in carcere una maggiore formazione – Williams raggiunge
una profondità concettuale notevole. Terzo, per me è importante che una persona
così legata alla comunità riesca a essere così fortemente internazionalista, che
una persona così legata alla questione razziale, per ovvie ragioni, subendo la
discriminazione in maniera così potente, riesca contemporaneamente ad avere una
prospettiva trasversale e di classe, e che una persona così violentemente
oppressa nel modo più immediato – lo perseguitano per tutta la vita – riesca
sempre a inventarsi dei metodi molto furbi per continuare a fare politica. Mi fa
sempre sorridere che Williams continuamente telefoni all’autorità di turno:
“guardate che qui sta succedendo questa cosa,” perfettamente consapevole che non
verrà ascoltato né supportato. Per me è come se dicesse implicitamente: “faccio
tutti i passaggi, nessuno mi dirà che ho usato strumenti illegali prima di aver
usato tutti gli altri strumenti a disposizione”. Riesce sempre a infilarsi fra
le maglie e le contraddizioni. A me piacciono questi eroi pragmatici, anziché
gli eroi romantici, che magari sono più affascinanti. Però gli eroi pragmatici,
forse, sono più utili.
TELEFONATE CON L’AUTORITÀ CHE FINISCONO ANCHE CON “COM’È CHE NON SEI ANCORA
MORTO?”, PER DIRLO ESPLICITAMENTE. MA PARLIAMO DI QUESTO ASPETTO DI
SPREGIUDICATEZZA E PRAGMATISMO, CHE È MOLTO FORTE E MOLTO INTERESSANTE NEL
LIBRO, E RISPECCHIA ANCHE UN PO’ UNA FISSAZIONE MIA. SECONDO TE C’È UN ELEMENTO
QUASI UTILITARISTA IN NE*RI CON LE PISTOLE? IN TESTI PIÙ MARCATAMENTE TEORICI,
MENO INCENTRATI SULL’ATTIVISMO, I PUNTI DI VISTA PRIVILEGIATI SONO SPESSO
L’AUTONOMIA, IL RICONOSCIMENTO, LA GIUSTIZIA, ECC., MENTRE L’UTILE E IL
PRAGMATICO VENGONO UN PO’ MESSI IN SORDINA. COSA PENSI DI QUESTI ELEMENTI, SIA
NEL TESTO CHE NELL’ATTIVISMO IN GENERALE?
Rispetto a questo tema, io credo che per Williams sia forte, perché è forte per
tutto il Black power, l’influenza – nel suo caso indiretta – del maoismo. È
sempre Mao che rispunta fuori e che, per noi, è sempre scisso. Perché in Europa
è letto in un modo ma nei contesti coloniali, di colonia interna o di colonia
esterna che sia, è letto in un altro. Mao ha intrinsecamente alla sua visione
questa prospettiva pragmatica e credo che questo aspetto in Williams venga da
lì. E credo anche – e questa è un’altra ragione per cui Williams mi è simpatico
– che questa prospettiva sia invece molto trascurata nell’attualità, anche
nell’attivismo contemporaneo. La ragione che io mi do per l’abbandono di questo
riferimento immediato all’utile è l’introiezione della sconfitta e della resa.
Cioè, Williams e i suoi non si arrendono e proprio per questo usano tutto quello
che hanno per generare un beneficio per la comunità. Quando invece introietti la
resa, e ne fai quasi una bandiera, un manifesto, tutto ciò che rimane è un piano
morale: ha il suo lato positivo e con il suo lato negativo, ma rimane una forma
di purificazione.
Williams invece è assolutamente spurio: le usa tutte, tutti gli strumenti, tutte
le possibilità. Anche per questo l’insistenza che abbiamo inserito nell’apparato
critico: con ogni mezzo necessario non vuol dire con il mezzo più violento o con
il mezzo più radicale. Vuol dire con tutto, con tutto ciò che è funzionale, che
serve. Perché noi questo oggi lo facciamo meno? Perché questa prospettiva è
intrinsecamente legata all’idea che si può vincere e che si può trasformare. E,
se si può vincere, allora con cosa lo faccio? Con gli strumenti che ho a
disposizione. E per noi oggi questa prospettiva è molto lontana. Credo che la
nostra sia una prospettiva di purezza, come se ci chiedessimo: come posso essere
una persona migliore, come posso fare sì che le persone intorno a me siano
migliori?
Non Williams, ma altri attivisti del Black power erano persone terribili per
tanti versi, con delle biografie ambigue, con percorsi tortuosi, che avevano
fatto violenza non solo per sfamarsi, anche con storie di stupri, che insomma
avevano fatto cose orribili e inaccettabili. E però in questo magma provavano
sempre a dire: c’è qualcosa d’altro da fare. Sicuramente il loro problema non
era quello di essere persone migliori, o che fossero circondati da persone
migliori. Ci sono piuttosto i temi della sopravvivenza e della trasformazione,
che sono intrecciati.
RIMANIAMO SU QUESTO ASPETTO DI AMBIGUITÀ, CHE È MOLTO INTERESSANTE. SEMBRANO
ESSERCI DUE TENDENZE NEL TESTO. PER UN VERSO WILLIAMS RIVENDICA SEMPRE LA
DIMENSIONE DEL BISOGNO, DELLA COMUNITÀ LOCALE E ANCHE DELL’INDIVIDUO (QUELLA CHE
CHIAMA LA NECESSITÀ DI UNA “VITA DECENTE”). PER L’ALTRO SCRIVE ANCHE: “CI
INTERESSA ESSERE LIBERI”. QUESTO RAPPORTO FRA IL BISOGNO E IL MASSIMO SISTEMA
DELLA LIBERTÀ È UN’AMBIGUITÀ O LE DUE COSE VANNO INSIEME?
Secondo me rappresenta un’ambiguità per noi oggi. Non credo fosse ambiguo
allora. La mia impressione – altra ragione per cui mi piace la scrittura degli
esponenti del Black power – è che in realtà parlare di vite vivibili, di vite
degne, è esattamente l’unione di quelle due cose. Cioè, mi sembra il lato
migliore di quel “pane e pace” della Rivoluzione d’ottobre. Richiama alla
materialità della sopravvivenza: non vogliamo andare in guerra, vogliamo il
pane, punto. Non stiamo raccontando di quali sono le ingiustizie dal punto di
vista geopolitico, ma afferiamo di voler perseguire il nostro interesse. E il
nostro interesse è non andare a morire, il nostro interesse è mangiare.
Tuttavia, sappiamo anche che il nostro interesse di non andare a morire e di
mangiare non è disgiunto da una trasformazione che è più complessiva. Quelli di
Monroe, insieme con Williams, sanno che la loro sopravvivenza è necessariamente
legata a una trasformazione sociale. Non può essere legata semplicemente a una
capacità individuale di cavarsela o a una possibilità, anche molto ridotta,
della comunità di chiudersi in sé stessa e provare così a sopravvivere. Sanno
che o si spezza il meccanismo della violenza razzista o le loro vite
continueranno a essere vite che valgono di meno, che non hanno valore.
Ancora una volta, io trovo in questo ragionamento il pragmatismo, nella
concretezza la capacità di raccontare il grande ideale. Mi sembra a volte
stucchevole, quando parliamo di macro-questioni, il riferimento esclusivo alle
alte sfere, senza capire poi che la trasformazione di cui parliamo non è poi
altro che la trasformazione della nostra quotidianità, del nostro ordinario. A
Monroe c’era molta consapevolezza di questo, forse proprio perché le
contraddizioni erano così esplosive. C’era molta consapevolezza del fatto che il
macro e il micro erano la stessa cosa. Un ragazzo muore investito da una
macchina perché manca un semaforo – celebre episodio fondativo del Black panther
party –, allora andiamo a mettere il semaforo. Ma perché è stato investito quel
ragazzo? Perché quella vita vale di meno: nessuno si è preoccupato di mettere lì
un vigile urbano, un semaforo, qualcosa, perché non ce ne frega nulla, c’è stato
uno stato di negligenza assoluta rispetto a quelle vite. Quindi anche il
semaforo diventa simbolo del razzismo sistemico, dell’assenza di protezione, di
supporto, di sostegno. Proprio per questo non è sempre necessario e utile un
profilo teorico alto, riagganciarsi alla teoria in senso stretto, per
comprendere la dinamica e la dialettica politica – che Williams capisce
benissimo.
DICEVI DEL RAPPORTO FRA DIMENSIONE INDIVIDUALE E DIMENSIONE GENERALE. C’È UN
PASSO DEL LIBRO IN CUI WILLIAMS LAMENTA IL FATTO CHE A MONROE MANCA LA LEGGE.
NON NE VA SOLTANTO DELLA PARTECIPAZIONE AL PROCESSO DEMOCRATICO MA, A MONTE, DEL
FATTO CHE LE LEGGI CHE DOVREBBERO TUTELARE LUI E LA SUA COMUNITÀ NON VENGONO
CONSIDERATE. PERCIÒ CERCA DELLE PRATICHE EFFICACI IN QUESTA SITUAZIONE, CHE È
PRECEDENTE O ALMENO LATERALE RISPETTO ALLA PARTECIPAZIONE DEMOCRATICA. COME TI
SEMBRA IL RAPPORTO CON LE ISTITUZIONI, PER COME EMERGE DAL LIBRO?
Anche qui l’aspetto che io trovo interessante è la convivenza del piano
immediato e del piano generale. Mi spiego. Sarebbe stato semplice per uno come
Williams dire: non ce ne frega niente delle leggi, lo Stato di diritto è pura
formalità e la democrazia è puramente nominale, sappiamo che nella legge e sotto
il suo ombrello non posso ritrovare alcuna tutela, alcuna garanzia. E invece il
suo ragionamento è un altro. Lui sa che in uno Stato profondamente razzista come
gli Stati Uniti d’America non verrà mai tutelato dalla giustizia formale, perché
sarà sempre sostanzialmente altro da ciò che si vuole tutelare. Sa che, anche
con delle leggi totalmente egualitarie, non segregazioniste, non razziste,
quando va in tribunale il giudice lo vede, è nero, e lo tratta in maniera
diversa. In questa consapevolezza però non è un massimalista, non pensa: tanto
vale mettere tutto sottosopra. Piuttosto ci mostra, intelligentemente: io la
rivoluzione nel frattempo la vorrei fare, ma intanto combatto per guadagnarmi
degli spazi di vivibilità e di uguaglianza che passano anche per l’uguaglianza
formale. Quindi anche il picchetto per la piscina non segregata – e chi se ne
frega, no?, è una cosa piccolissima – io lo vado a fare. Perché quel picchetto
diventa occasione per raccontare come il mio bisogno sia un bisogno politico,
per aggregare persone intorno a quel bisogno, per conquistare uno spazio di
visibilità. Chiaramente lo stesso vale per gli interventi di carattere giuridico
antisegregazionista. Pur nella consapevolezza che tutto questo non mi porta a
una trasformazione radicale, non lo butto via. Anche questo a me sembra un
aspetto pragmatico – torniamo sempre lì – molto importante.
IN DIVERSI MOMENTI DELLA SUA ATTIVITÀ POLITICA, WILLIAMS CHIAMA IN CAUSA O
COINVOLGE ANCHE ATTORI DA QUELLO CHE OGGI CHIAMIAMO IL NORD GLOBALE. LEGGI
QUESTA INIZIATIVA NEGLI STESSI TERMINI DI CUI HAI APPENA PARLATO?
Sì, e anche questo è un segnale di grande spregiudicatezza. Altri esponenti del
nazionalismo o del separatismo nero hanno avuto per esempio l’impostazione per
cui l’intellettuale che sta a Parigi, a Roma, ad Amsterdam non viene convocato,
perché rappresenta il nemico. Invece Williams fa un ragionamento di
triangolazione, passando per l’Europa – ma anche per la Cina e per il Vietnam –,
e in questo emerge la tattica per così dire militare del suo approccio politico.
Se avesse agito frontalmente, solo negli Stati Uniti, non avrebbe ottenuto gli
stessi risultati, i suoi tentativi sarebbero stati molto probabilmente
vanificati. E invece lui si rende conto che, se ad Amsterdam o a Roma si parla
per esempio del “caso del bacio”, allora negli Stati Uniti non lo si può più
ignorare.
Questo scarto non è semplice, perché la cosa più immediata da fare è rivolgersi
alla propria comunità, senza interessarsi degli olandesi, degli italiani, dei
francesi. Williams invece si chiede: chi è che può servire, chi è che può
contribuire? E non dà mai patentini. Questo riguarda proprio la logica
identitaria. Per me – ed è un’impressione che ho sempre quando leggo scritti
legati al Black power – è incredibile come un movimento che potrebbe benissimo
inscriversi all’interno di quella logica, proprio perché parte da una dimensione
comunitaria, di riconoscimento a partire dal processo di razzializzazione, dalla
storia della schiavitù, ecc., in realtà è sempre stato estremamente trasversale,
ha sempre provato alleanze diverse.
La domanda di Williams è sempre: contribuisce alla causa, può farne parte? Bene,
allora è con noi. Poi certo prende anche in giro gli studenti bianchi che
provano ad aiutare e invece fanno guai. Ma in quel caso è più lui che registra
una difficoltà per queste persone a stare in contesti che sono estranei, non
rendendosi conto, per esempio, che la relazione con le forze dell’ordine non è
quella che loro immaginano. Però in generale non c’è mai una preclusione, non
c’è l’idea: non sono come noi, quindi non sono dei nostri.
INFATTI, LUI PASSA SEMPRE DAL CHIEDERSI: “QUALI BISOGNI PARTICOLARI SONO
CONDIVISI, SU QUALI RIESCO A COLLETTIVIZZARE?”, USCENDO DALLA DINAMICA
DELL’INCASELLAMENTO O DEL PATENTINO, COME DICEVI. PASSANDO A UN ALTRO TEMA
CENTRALE DEL LIBRO INVECE, QUELLO DELL’AUTODIFESA, VOLEVO CHIEDERTI IN UN MODO
UN PO’ PROVOCATORIO: DA UNA PARTE LEGGIAMO DI NE*RI CON LE PISTOLE, DALL’ALTRO
VIVIAMO NELL’EUROPA CHE SI RIARMA. C’È UNA DIFFERENZA FRA LE DUE COSE. COSA
IMPARIAMO DA WILLIAMS IN QUESTA PROSPETTIVA?
Al netto della fascinazione o della repulsione che si può avere all’idea di
qualcuno che impugna una pistola, della strana romantica nostalgia per stagioni
passate o della repulsione perché non ci si riconosce in quelle stagioni, il
succo o la radice dell’autodifesa sta nella lettura della struttura in
trasparenza. Mi spiego: chi ha postulato l’autodifesa fa un ragionamento di
sopravvivenza, cioè un ragionamento che è anche spiccio. La posizione di
Williams va poi collocata negli Stati Uniti, dove portare le armi o non poterle
portare ha, per le persone razzializzate, un preciso significato e una precisa
storia. Ha un significato anche politico e simbolico.
Sottolineo questo non per sminuire o cancellare il fatto che talvolta queste
armi venivano utilizzate. Ma prima di essere utilizzate venivano portate e
mostrate. Mostrare le armi significa “io posso rispondere”, non “io risponderò”
o “io ho risposto”. E prima ancora, dal punto di vista proprio del processo di
soggettivazione, significa: “io sono un essere umano come te”. La radice
dell’autodifesa per il Black power era un modo come un altro per sottolineare
che, se mi è vietato portare le armi, a partire dal Code noir francese, passando
alle leggi sull’autodifesa negli Stati Uniti, allora non vengo trattato come un
essere umano – e per affermare, invece, il contrario. Quindi c’è un elemento
simbolico importante. Poi non voglio tralasciare quello pratico: il poliziotto
bussa al finestrino e Williams può rispondere: “guarda, sono armato anche io,
vedi tu cosa fare”.
Però appunto c’è anche tanto altro. L’aspetto interessante che invece vale per
noi riguarda la persistenza della violenza, che è quello che ti dicevo prima:
l’autodifesa è un disvelamento del fatto che la violenza è la struttura che dà
forma alla nostra società, ai rapporti di forza nei quali siamo inseriti. Da
questo punto di vista, dunque, parlare di autodifesa non significa parlare di
pistole, significa parlare di tante cose. Quando Williams e i suoi prendono le
armi riaffermano di poter rispondere, di avere un potere. In maniera traslata,
questo ha perfettamente a che fare con la politica contemporanea. Siamo in grado
di fare qualcosa, cioè di non essere soltanto agiti dagli altri? Questo è il
grande tema.
Riguardo invece al riarmo europeo – al netto di discorsi surreali, Vecchioni che
parla di Kant e le sacre radici dell’Europa, cose che ci fanno un po’ sorridere
perché sembravano discorsi novecenteschi e superati e invece evidentemente,
nella scarsità di argomenti, vengono recuperati, ricorda quasi T.S. Eliot che
parla di Virgilio e dell’Europa meravigliosa dei popoli mentre intanto c’è la
Seconda guerra mondiale e questi si stanno scannando – al netto insomma di
questo aspetto grottesco, la guerra e l’attrezzarsi per la guerra hanno
anch’essi un aspetto rivelatore e quasi tragico. Ti mostrano che la dimensione
geopolitica, diplomatica, economica, del dialogo e del dibattito politico, si
appoggiano su un rapporto di forza materiale che è il più bieco e il più banale,
come dire, il più antico che si può immaginare: quello della forza pura. A chi
oggi argomenta – e su questo io sono pacifista integrale – dicendo: sì, però
bisogna stare attenti, perché se non ci armiamo lo faranno gli altri e ci
attaccheranno, rispondo che a me questa sembra da sempre la retorica che
sottende al nazionalismo. È insomma un’altra prospettiva rispetto a quella di
Williams. La violenza nelle sue varie forme, che non sono solo quelle della
guerra, permea la nostra società completamente. I discorsi per cui dovremmo
tifare per l’Europa invece che tifare per Trump o per Putin mi lasciano, ecco,
un po’ fredda.
PROPRIO SUL TEMA DELLA VIOLENZA RAZZISTA, C’È UN PASSAGGIO NEL LIBRO IN CUI
WILLIAMS PARLA DEL RAZZISMO COME “PSICOSI DI MASSA”. COME HAI GIÀ RIBADITO PIÙ
VOLTE, WILLIAMS HA CHIARAMENTE DAVANTI AGLI OCCHI LO STRETTO RAPPORTO FRA
CONTRADDIZIONE DI CLASSE E PROCESSI DI RAZZIALIZZAZIONE. PERCHÉ USA ALLORA
QUESTI TERMINI, CHE SEMBRANO ANDARE IN UN’ALTRA DIREZIONE E RISCHIANO DI
INTERPRETARE IL RAZZISMO COME UNA SORTA DI CONDIZIONE PSICHICA?
È un discorso molto scivoloso e il passaggio che citi è uno di quelli per cui ho
avuto più timore che si potessero fraintendere. Perché di solito, quando si
parla di “psicosi di massa” – e questo vale per tutte le forme di
marginalizzazione o di violenza –, tendiamo a parlarne da un punto di vista
culturalista e spesso individualizzante. Per cui la psicosi avrebbe a che fare
con il singolo individuo e con la sua incapacità di adattamento oppure, se
parliamo di un fenomeno di massa, stiamo alludendo a una tradizione culturale o
a un universo simbolico nel quale siamo collocati e dal quale non ci riusciamo a
districare. Secondo me attribuire questo tipo di visione a Williams sarebbe
contraddittorio rispetto al resto dell’opera. Io credo che lui lì – riprendendo
un dibattito che esisteva e che esisterà ancora di più negli anni successivi del
Black panther sulla scorta degli scritti di Frantz Fanon – stia facendo una
riflessione su quanto pervicace è il razzismo. Insomma, sta suggerendo che, come
le persone che hanno un forte disagio mentale, i razzisti vedono come naturale
ciò che è innaturale, vivono il rovesciamento completo di logiche umane come
qualcosa di assolutamente naturale.
In questo linguaggio – che poi si alterna al linguaggio poliziottesco e anche a
un linguaggio più aulico, a volte di carattere religioso, un altro registro
tipico di quel mondo – lui ci sta dicendo che i razzisti sono marci, sono
totalmente invischiati in quel tipo di mentalità. Sono irrecuperabili. E a
questo punto però dobbiamo anche chiederci: di chi sta parlando? Di tutti i
bianchi? Non credo, proprio perché la pratica politica che mette in campo è
diversa. Io penso che lui parlasse di chi attivamente si avvantaggia della
violenza razziale, di chi attivamente propugna quel tipo di modello. Perché, se
invece parlasse dei bianchi in quanto tali, poi non si spiegherebbe la sua
apertura a comunità che non sono la sua, a persone che non sono razzializzate.
Credo che la malattia mentale sia un modo, semplicissimo per alcuni versi,
efficace per altri, per parlare di un universo simbolico nel quale siamo
completamente invischiati. Ma d’altro canto Fanon parla in questi termini per i
colonizzati stessi, come totalmente invischiati nella malattia della
colonizzazione – e sta parlando dei suoi. Se non ci stupisce quello, forse non
ci può stupire nemmeno Williams che lo dice in merito al Ku Klux Klan, a chi
compie effettivamente violenze efferate.
SÌ, HAI RAGIONE, FORSE PARLA PROPRIO DI QUEGLI INDIVIDUI CHE ESCLUDONO GIÀ IL
RAPPORTO FRA SOGGETTI, AFFERMANDOSI SOLO NEI TERMINI DI “IO VOGLIO ESERCITARE
VIOLENZA, SOPRAFFARE”.
Ti dico un’altra cosa, che forse non c’entra niente, ma la ho sempre ricollegata
a questo tipo di discorso che fa Williams. Dire che qualcuno è irrecuperabile,
secondo me, è meno un problema proprio se si ha un approccio pragmatico. Un
approccio umanista puro, la palingenesi dell’umano, per cui il superamento del
razzismo e il superamento del classismo riguardano necessariamente tutti,
rischia di consumarci nell’educazione o nella trasformazione di soggetti che ‒
in maniera volontaria e consapevole o in maniera estremamente profonda e
radicata, e l’effetto poi è lo stesso ‒, finiscono per abbracciare il meccanismo
simbolico e pratico della violenza di classe, della violenza razziale, della
violenza di genere.
Faccio un paragone. Leggo spesso in questi giorni, per ovvie ragioni, dei noti
fatti di cronaca legati alla violenza di genere. Leggo espressioni di rabbia,
anche violenta, nei confronti degli uomini, perfettamente legittime e
comprensibili. Tuttavia, continuo a pensare che bisogna allearsi con gli uomini.
Consolarsi dicendo che le giovani donne sono più a sinistra, più radicali, più
capaci di smantellare l’apparato patriarcale penso sia una magra consolazione,
se poi dall’altra parte ti trovi una radicalizzazione in senso opposto. Per un
verso, gli uomini sono gente che dobbiamo riconquistare alla nostra causa. Ma,
per l’altro, dobbiamo chiederci: proprio tutti gli uomini? Cioè, io posso
passare la mia vita di attivista a convincere tutti?
Credo che esista una misura fra pensare che io non debba educare nessuno,
coinvolgere nessuno, allearmi con nessuno, che devo stare fra i miei – e questa
è la morte della politica e dell’attivismo –, e poi l’idea che io allora debba
coinvolgere tutti. Ci sono alcune persone radicate nelle loro idee, che
attivamente promuoveranno quelle idee, e convertirle non è il mio compito. Il
mio compito non è la conversione, al limite è l’emersione dei punti e degli
elementi comuni. Williams non è che vuole convertire quelli del Ku Klux Klan: li
vuole rendere inoffensivi, li vuole sconfiggere, rendere illegali. Vuole però
far emergere i punti comuni, materiali, che partono dai bisogni, dalle
condizioni di vita, con i bianchi poveri che incontra o con i bianchi sensibili
alla sua causa. Non è una posizione ambigua questa. Non so se siamo andati fuori
strada rispetto al discorso, però, secondo me, sta tutto lì: non essere
moralisti. Perché c’è un moralismo che sta nel dire: io sto solo con chi è già
come me – per vissuto, condizione, consapevolezza –, e poi c’è l’altro moralismo
che dice: devo stare con tutti, devo convertire tutti. In mezzo c’è la politica.
Io devo allearmi con chi può produrre un’alleanza utile, trasformativa. E
Williams questo lo fa molto bene. Parla dei bianchi contemporaneamente come
irrecuperabili e come alleati perché non sono gli stessi bianchi. I bianchi di
cui parla non sono un gruppo omogeneo, come nessun gruppo è omogeneo.
E INVECE C’ENTRA MOLTO E CI RIPORTA AL DISCORSO CHE FACEVAMO PRIMA. SCEGLIAMO
GLI ASSUNTI DI PRINCIPIO O SCEGLIAMO LA PRASSI POLITICA? IDENTIFICO QUALCUNO IN
QUANTO MI CI DEVO ASSOLUTAMENTE ALLEARE O CONFLIGGERE, O CERCO QUALI SONO I
PROCESSI MATERIALI CHE MI PERMETTONO DI FARE RESISTENZA E COLLETTIVIZZAZIONE SU
ASPETTI DETERMINATI? A QUESTO PUNTO, PER CONCLUDERE, VORREI CHIEDERTI SE CI SONO
ASPETTI DEL LAVORO DI WILLIAMS DI CUI VORRESTI PARLARE E CHE NON ABBIAMO
DISCUSSO.
In realtà più che di Williams proprio del libro nel complesso. Abbiamo fatto
tanto apparato critico perché è importante recuperare la storia del Black power
non come feticcio. Ci sembra che sia storia attuale che parla: dal punto di
vista del mutualismo conflittuale, dal punto di vista dell’intersezionalità e
dal punto di vista dell’emersione del tema di classe. Ribadisco questi tre punti
perché Williams scriveva in un momento nel quale probabilmente non era così
necessario esplicitare questa convergenza. L’apparato critico ci è servito per
costruire un ponte pratico e teorico: come costruire le alleanze? Cosa significa
internazionalismo? Perché il tema di classe, quello razziale e quello di genere
sono intersecati? Forse lui non aveva bisogno di dirlo, non aveva bisogno di
usare le parole che noi usiamo e che neanche esistevano ancora all’epoca, o
forse semplicemente parlava con un pubblico, peraltro spesso incolto, che non
era fatto da persone intellettuali come ce le immaginiamo e che però, vivendo in
quel contesto, già avevano accesso a questi problemi.
Con l’apparato abbiamo anche voluto ricostruire quel contesto, raccontare cosa è
successo nel frattempo, quali erano le radici teoriche e le radici politiche del
Black power. Non si tratta qui di portare alla luce un reperto archeologico che
in Italia non era emerso, metterlo in una teca e aggiungere gli scritti di
Williams a quelli di Eldridge Cleaver e di Angela Davis. Per noi era importante
Williams vivo, ma senza farne il calco – perché non c’è niente di peggio che
pensare che un classico può restituire una risposta non mediata alle nostre
domande. Volevamo mostrare come in nuce ci fosse, in Ne*ri con le pistole e
nell’attivismo che racconta, già tutta una serie di problemi che sono i problemi
con cui noi oggi ci troviamo ad avere a che fare.
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