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Orwell contro tutti. Dialogo intorno allo scrittore più citato (e frainteso) di sempre
Le date, in letteratura, sono importanti: ingannano l’eterno. James Joyce ha realizzato un romanzo intero intorno al 16 giugno del 1904; per Petrarca è decisivo il 6 aprile del 1327: in quel giorno – cadeva il Venerdì Santo – il poeta incontra Laura: ne fu crocefisso. La morte di Virgilio, il sommo romanzo di Hermann Broch, narra, invece, l’ultimo giorno terreno – ma già inverato di cielo – di Virgilio, il 21 settembre del 19 a.C.; la vita della Signora Dalloway, elegante controfigura di Virginia Woolf, si sviluppa di mercoledì, nel giugno del 1923. Winston Smith, il protagonista di 1984, comincia a scrivere il suo diario il “4 aprile 1984”:  > “Intinse la penna nell’inchiostro, poi ebbe un attimo di esitazione. Tremava > fin nelle viscere”.  Tremava – come al cospetto di una rivelazione. Se volessimo riassumere 1984 potremmo usare questa frase: la scrittura è la vera rivoluzione; rivela la sua natura brigante. Il romanzo tematizza proprio questo, in fondo. Scrivere a mano, con la penna – esercizio che coinvolge tutto il corpo, la bella fatica di chi ara – un diario, è il modo fondamentale per conoscere se stessi – dunque: per non essere incarcerati da un regime, totalitario, democratico, utopistico esso sia. È esercizio che violenta – e salva. La scrittura di un diario personale è vomere e pugnale: qualcosa deve sanguinare perché qualcuno, prima o poi, nasca. L’appendice a 1984 – I princìpi della Neolingua – descrive con plastica precisione il regno delle intelligenze artificiali e dei poteri coercitivi, che procedono per semplificazioni – e per parodia: simulando il linguaggio giuridico, lirico, accademico, politico: retorica che livella ogni lirica. Decisivo è – cito – “privare le parole di ogni ambiguità e di ogni sfumatura di senso”, per costruire una lingua “concepita per esprimere pensieri semplici e tendenti a uno scopo preciso”. Il linguaggio non dice più – sviscerandoli – i labirinti dell’anima: è mera, disanimata, funzione, mera disanima del qui. Il linguaggio è un ingranaggio, una macchina – da adescare, addomesticare, aggiogare. Razziato, vinto nel linguaggio, l’uomo è un burattino.  Orwell scrive 1984 a Jura, in un villaggio quasi inaccessibile delle Ebridi: si sentiva – così il titolo originario del libro – The Last Man in Europe. Insieme a lui, in condizioni estreme, il figlio adottivo, Richard Horatio; Eileen, la moglie, era morta da poco. 1984 è uno dei romanzi più letti di sempre – non si contano più le traduzioni italiane; ne sono previste altrettante. Non è il romanzo più bello di sempre. Anzi. Orwell è un giornalista di genio: cinico, sagace, possedeva il senso assoluto del ‘ritmo’ – sapeva rettificare le proprie opinioni. Alcuni ‘pezzi’ – la ‘recensione’ del “Mein Kampf” di Hitler uscita nel 1940; l’“intervista immaginaria a Jonathan Swift”, del novembre ’42 e Riflessioni sul rospo, del ’46 – vanno riletti di continuo, per imparare il ‘mestiere’. Quanto a impatto culturale e ad analisi ‘morale’ – non certo per bellezza estetica –, 1984 va letto al fianco del Signore degli Anelli e del Dottor Zivago.   Scrittore singolare, singolarmente attratto dal sottosuolo e dalle scelte ultime – obbligò la moglie a trasferirsi nell’Hertfordshire, in una casa senza elettricità, bagno e acqua calda, procacciandosi il cibo nei campi coltivati con estro da dilettante – Orwell è uno degli autori centrali del Novecento: lo dimostra la bibliografia che lo accerchia, oceanica. Dire qualcosa su di lui – gli studiosi hanno setacciato ogni carta, ogni cicca, ogni scarto, sanno perfino quanto George sborsava ai bordelli – è pressoché impossibile; la “Orwell Foundation” e la “Orwell Society” si impegnano a promuoverne l’opera. Il merito del libro di Luca Fumagalli, George Orwell. L’arte di uno scrittore politico, uscito nei ‘Profili’ delle Edizioni Ares, ha il merito di introdurci nel pensiero di Orwell: tesse, insomma, una sorta di biografia per intenti, momenti, ideali. Il libro va giù veloce, è la giusta rampa di lancio per un viaggio a precipizio nello scrittore più citato – e più frainteso – del secolo: ciascuno troverà l’Orwell che preferisce. Nella Prefazione al libro, Paolo Gulisano scrive che “Ogni totalitarismo è, prima e al di là di ogni colore politico e ideologico, un enorme laboratorio per la trasformazione della natura umana e la creazione di una sorta di nuova specie”. La frase suona come un monito – Orwell, più vivo che mai, ci serva come un’ascia per fendere questo tempo, per tornare all’uomo in un’era dai tratti disumani.  Come ha fatto Orwell a diventare Orwell, cioè lo scrittore citato più di tutti, lo scrittore-profeta per antonomasia? Per caso, per un frainteso, per un tiro della Storia? Orwell non era affatto un talento naturale e men che meno un genio delle belle lettere. In altri termini, non era uno di quegli scrittori, come ad esempio William Golding, che ebbe la fortuna di ottenere uno straordinario successo di pubblico e critica con la sua opera d’esordio, né era uno alla C. S. Lewis, che vergava con facilità pagine su pagine di ottima prosa senza alcuna necessità di rivederle e correggerle. Orwell nacque dalla fatica, dal sacrificio, da quel duro lavoro che, proverbialmente, prima o poi paga. Difatti fu solo al termine di una gavetta lunghissima, durata quasi tutta la vita, che riuscì a trovare la sua “voce”, a dare una direzione chiara alla propria scrittura, finendo per sfornare due capisaldi della letteratura occidentale del Novecento quali La fattoria degli animali e 1984. E tutto questo lo fece pagandone sempre e comunque il fio: non ebbe mai aiuti o protettori influenti, e le sue prese di posizione – sovente controcorrente, esito di una straordinaria lucidità e di un’onestà intellettuale non comune – gli causarono non pochi grattacapi.  Orwell: più sagace opinionista che geniale romanziere. È d’accordo? Da sempre si dibatte su quale sia l’Orwell migliore, se il saggista vivace e polemico o il romanziere, specie quello favolistico/distopico. È innegabile che nel testo breve Orwell seppe coltivare uno stile singolarmente raffinato e penetrante, di difficile imitazione, ma è altrettanto evidente che se non avesse scritto La fattoria degli animali e 1984 il suo nome sarebbe finito nel dimenticatoio. Detto questo, Orwell fu un fine critico letterario, tutt’altro che convenzionale, mentre come opinionista politico ebbe intuizioni al limite del profetico. Nel corso della sua breve parabola biografica si dimostrò inoltre coraggioso nel limare o rivedere le proprie opinioni, ammettendo ogni volta gli eventuali sbagli. Tuttavia, quando la sua narrativa imboccò quella via politica che l’avrebbe condotto ai capolavori della maturità, l’Orwell romanziere si dimostrò una spanna avanti al saggista, facendogli guadagnare l’immortalità.  Credo che il punto centrale di “1984” sia quello di ricordarci che ogni potere, anche il più ‘benevolo’, agisce attraverso il linguaggio, sottraendoci il linguaggio, sostituendo il linguaggio umano con la ‘neolingua’, semplificando i ‘classici’, togliendoci le parole per dire l’amore e la rivolta. È così? In qualche modo Orwell è l’antidoto al dominio del linguaggio ‘artificiale’? Il linguaggio è lo strumento principe attraverso il quale il potere cerca di controllare le masse, distorcendolo, depauperandolo, pervertendone i significati. Orwell suggerisce giustamente che senza un vocabolario adeguato a rappresentare le mille e più sfumature del reale, la realtà stessa si fa meschina, piatta, banale. Pertanto la complessità che la contraddistingue si annulla in uno slogan – o in un meme – buono per tenere a bada le coscienze e per evitare che il cervello faccia lo sforzo di concedersi una riflessione un poco più approfondita. La manipolazione del linguaggio non è prerogativa esclusiva dei regimi totalitari o della propaganda politica in senso lato, ma pure di quel mondo liberal-capitalistico che lo scrittore inglese criticava con pari ferocia, il cui spirito è incarnato dalla pubblicità denunciata nel romanzo Fiorirà l’aspidistra. Orwell, da parte sua, invita a rimanere ancorati al dato esperienziale, alla concretezza della realtà, a ciò che è oggettivo: solo così è possibile sfuggire alla fumosità di un linguaggio reso astratto da chi ha l’ambizione di intruppare le coscienze.   In fondo, qual è la ‘visione del mondo’ di Orwell? In cosa credeva Orwell?  Guido Bulla, uno dei principali divulgatori di Orwell in Italia, lo ha definito un «socialista asociale». Si tratta di un’etichetta facile, ma che ha dalla sua la capacità di cogliere l’essenza, il nocciolo duro del pensiero orwelliano. Lo scrittore inglese era infatti un socialista adogmatico, del tipo umanitario, e fece sempre parte a sé, rifiutando ogni compromesso, anche minimo. La sua fu una scelta radicale che diede alla personale lotta contro l’ingiustizia un tono eroico, a tratti commovente, condannandolo a uno scontro perenne con la destra e la sinistra, attaccato su entrambi i fronti. Orwell non ebbe mai paura delle proprie idee e pure nei suoi testi non si contano i richiami ai temi dell’autonomia dell’individuo e della libertà di chi scrive. Quando sostenne che «l’arte è in qualche misura propaganda» – una delle sue frasi più travisate – intendeva che la letteratura deve supportare un qualcosa di importante e di meritevole, non svilirsi servendo il potere. Allo stesso tempo, però, fece sempre fatica a rompere il cordone ombelicale con quella ‘lower-upper-middle class’, come lui la definiva, dalla quale proveniva, fatta di rispettabilità e buon senso. Ciò rende ragione del suo essere un pensatore asistematico, cangiante, quando non apertamente contraddittorio. Tuttavia questo non toglie nulla al suo fascino. Si può dire che Orwell esprimesse una ‘poetica della politica’ come scrittore? Orwell è da considerarsi uno scrittore politico non perché la politica fosse il suo interesse esclusivo, anzi, ma perché fu per lui uno strumento per difendere innanzitutto valori non politici: «Se il totalitarismo diviene il nostro consueto modo di vivere», scrive Bernard Crick, il suo primo biografo di una certa rilevanza, «allora tutti gli altri valori umani, libertà, fraternità, giustizia sociale, amore per la letteratura, del parlar franco e dello scrivere chiaro, la fiducia dell’esistenza di una morale naturale fra la gente comune, l’amore per la natura, il gusto per la bizzarria umana e il patriottismo perirebbero». Semplificando un poco, si potrebbe affermare che i capolavori orwelliani altro non sono che una fenomenologia del potere in forma narrativa – in questo, per quanto lontanissimi nello spirito e nel genere, non troppo dissimili da Il Signore degli Anelli – e tra le gemme più luminose di quel tesoro che lo scrittore ha voluto consegnare alla posterità vi è senza ombra di dubbio l’ammonimento a coltivare una coscienza critica, a essere disposti a mettere in discussione ogni cosa in nome della verità. Si tratta di un insegnamento che appare ancor più decisivo in una società come la nostra in cui, complice la tecnologia, il grado di falsificazione del reale ha raggiunto vette che Orwell non avrebbe neanche mai potuto immaginare. Tra parasocialità internettistica, intelligenze artificiali e fake news è facilissimo smarrirsi e, come sempre, chi trae vantaggio dal disorientamento collettivo sono i pochi che tirano i fili.  Ci dica: il libro di Orwell assolutamente da leggere – e il testo più inconsueto, spiazzante.  Oltre a La Fattoria degli animali e a 1984 sono particolarmente legato al romanzo Una boccata d’aria, che tocca i temi dell’urbanizzazione alienante e della nostalgia con un piglio insieme irriverente e commovente. Invece lo scritto più spiazzante resta per me La strada di Wigan Pier, un “documentario” sulla terribile condizione dei minatori del nord dell’Inghilterra, che si risolve, nella seconda parte, in una tirata contro l’ipocrisia di certa intellighenzia di sinistra per certi versi ancora attuale.  A proposito della ‘vocazione’ alla scrittura di Orwell: sono stati decisivi i giorni in Birmania o quelli a Parigi? Difficile rispondere, anche perché Orwell non è mai completamente affidabile quando ritorna sul proprio passato col senno di poi. Nei suoi memoriali sostiene infatti che la decisione di darsi alla scrittura avvenne a conclusione di un periodo trascorso in Birmania, subito dopo il diploma, in forza presso la polizia coloniale. Lo sfruttamento sistematico e i soprusi di cui fu testimone, sempre a suo dire, lo convinsero a prendere la penna e a denunciare le storture del sistema, schierandosi dalla parte degli oppressi. La cosa, fonti alla mano, appare poco probabile: quella di Orwell, allora, fu forse un’intuizione, non una scelta così chiara come poi ebbe a descriverla. Allo stesso modo i mesi a Parigi, vissuti in povertà, furono un primo, timido tentativo di sposare la causa degli underdog, in questo caso dei derelitti che abitavano i bassifondi. L’esperimento fu di per sé fallimentare, ma si trattò di un piccolo passo verso quella consapevolezza politica che sarebbe stata alla base dei suoi capolavori.   Orwell e le donne. In uno studio recente, Anna Funder si premura di ricordarci che Orwell era misogino, sessuomane, maldestro fino a essere manesco. Un fedifrago compulsivo. E che il vero genio, in famiglia, era la prima moglie, Eileen O’Shaughnessy. Concorda? Commenti.  Il libro della Funder, L’invisibile signora Orwell, nel complesso è ben documentato e godibile. Ha anche il merito di “umanizzare” Orwell, di mostrarne cioè i limiti caratteriali e i pregiudizi. Troppo spesso infatti l’inglese è stato trattato dagli ammiratori alla stregua di un santo laico, di un eroe senza macchia e senza paura. Nondimeno la Funder cade nella trappola di un approccio ideologico che deforma grottescamente la realtà: smaniosa com’è di denunciare la cosiddetta “cultura patriarcale”, finisce per azzerare, o quasi, i meriti di Orwell e per rimarcare eccessivamente quelli di Eileen, incistata nel ruolo della povera donna di genio vittima dell’asservimento domestico.   Cosa ha scoperto di sorprendente – quando non di inedito – della biografia orwelliana? Un dettaglio che ci mostro Orwell con un profilo inconsueto.  Resta intrigante la scelta di Orwell, subito dopo la fine del Secondo conflitto mondiale, di trasferirsi sull’isola di Jura, nelle Ebridi. Si tratta, allora come oggi, di un luogo remoto, difficilmente raggiungibile, che nulla ha a che spartire col caos di Londra. Alcuni hanno definito la sua decisione, presa all’indomani del successo finalmente ottenuto con La fattoria degli animali, un suicidio o un atto masochistico; ma forse, al di là delle cagionevoli condizioni di salute, dietro di essa si nascondeva il sogno di edificare una sorta di bolla edenica, una piccola parentesi di serenità bucolica in un mondo che si stava dirigendo a grandi passi verso la Guerra fredda. Jura fu forse anche la volontà di una rinnovata comunione con la terra, di riscoperta delle proprie radici – la famiglia di Orwell era originaria della Scozia – quasi un guanto di sfida gettato in faccia alla modernità alienante.  Orwell – come Kafka – è stato relegato a un aggettivo, ‘orwelliano’. Già, ma chi sono gli autentici scrittori orwelliani, oggi? (Tra quelli di ieri, ricordo soltanto Burgess, a tratti).   Anthony Burgess, poco noto al grande pubblico se non come autore di Arancia meccanica, il romanzo da cui Kubrick ha tratto l’omonimo capolavoro cinematografico, ha firmato diversi lavori di taglio distopico sul modello orwelliano, con rimandi talvolta evidenti (basti pensare a 1984 & 1985, esplicito sin dal titolo, o a Il seme inquieto). Qualcosa di Orwell c’è anche nel Dave Eggers de Il cerchio, romanzo abbastanza mediocre dal punto di vista letterario, ma in cui le dinamiche connesse al Grande fratello sono efficacemente aggiornate all’epoca di internet e dei social. Altro “orwelliano” è il danese Henrick Stangerup, autore di un’opera come L’uomo che voleva essere colpevole che ben illustra gli effetti disumani prodotti da una reiterata mistificazione della realtà. Analogo discorso per Margaret Atwood, che ne Il racconto dell’Ancella e ne I testamenti dell’Ancella descrive una società futura in cui i diritti umani vengono repressi e le donne vivono in una condizione di semischiavitù. Dove si avverte, a suo dire, la ‘funzione Orwell’ in Italia? Orwell meriterebbe di essere riscoperto, soprattutto alle nostre latitudini, non tanto e non solo per i moniti sulla società massificante e le subdole manipolazioni del potere, ma soprattutto per quell’onestà intellettuale e quello spirito genuinamente libertario che oggi è quasi del tutto scomparso, affossato da ridicole partigianerie e da interessi di piccolo cabotaggio. La frase «nell’epoca dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario», che solitamente gli si attribuisce, non è una citazione esatta tratta da uno dei suoi libri, ma, come a volte capita con simili apocrifi, ha almeno il pregio di riassumerne efficacemente il pensiero, ancora drammaticamente attuale.  L'articolo Orwell contro tutti. Dialogo intorno allo scrittore più citato (e frainteso) di sempre proviene da Pangea.
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“Io possiedo il mondo”. Intorno alla poesia di Sidney Keyes
In una delle pochissime foto che lo ritraggono, Sidney Keyes sembra una combinazione tra un boxeur e un attore hollywoodiano alle prime armi – una faccia da yankee, una di quelle che avrebbero popolato Coney Island in un pomeriggio festivo degli anni Trenta. Il labbro inferiore, prominente, denota una rapinosa fame di vita; la camicia, leggermente aperta sulla peluria del petto, gli restituisce l’arrogante sfrontatezza della sua età.  Sidney Keyes, inglese, nasce nel 1922 in una cittadina del Kent. La scomparsa precoce della madre e l’assenza della figura paterna sviluppano nel ragazzo uno spiccato senso di solitudine e isolamento. La campagna del Kent e il suo immaginario folklorico – fate, ninfe, alberi possenti e corsi d’acqua mormoranti – sollecitano in Keyes una sensibilità romantica verso la natura, dove sempre si aggira lo spettro della morte. Costretto da una salute cagionevole a un domicilio coatto nella vasta casa di campagna, Keyes scopre le vaste contrade della sua immaginazione, nutrita al tempo stesso di rustica ingenuità e antica saggezza. Coltiva dentro di sé un’ardente mitologia personale fatta di animali, nebbiose brughiere e cavalieri di nobile stirpe.  Il battesimo poetico, straordinariamente precoce, avviene a sedici anni con Elegy, scritta in occasione della morte del nonno paterno, uomo di grande carisma che si era occupato dell’educazione del nipote. Quando Keyes entra come studente di storia a Oxford, ha già scritto almeno ottanta poesie e alcuni componimenti teatrali. Si lega d’amicizia con Heath-Stubbs e Drummond Allison, rileva dalla meteora poetica Keith Douglas la direzione della rivista universitaria “Cherweell” e cura l’antologia di versi Eight Oxford Poets. Nell’introduzione all’opera, Keyes esprime scarso entusiasmo nei confronti dei contemporanei e della scuola audeniana. I suoi modelli sono altrove: su tutti, svetta come un faro Rilke, poi Wordsworth e Goethe. Del grande poeta praghese propone una suggestiva traduzione di Der Dichter. Un vago e ancestrale senso di colpa, unito ad un interesse quasi morboso per il tema del dolore e della morte, sembrano indicare a Keyes la direzione del suo dettato poetico. Lo attraggono le inquiete parabole dei visionari: coloro che hanno avvertito, nello spirito ancor prima che nell’espressione artistica, la tensione verso un altrove misterioso e potente. * L’amore e la guerra irrompono insieme nella vita appartata di Keyes. Il giovane è cresciuto, ama frequentare pub e cinematografi. I lineamenti sono più spigolosi, i capelli si sono scuriti, le dimensioni del naso hanno tolto grazia all’ovale del viso. Resta il colore nocciola degli occhi, sempre alla ricerca di misteriose lontananze. Nel 1942 Keyes inizia l’addestramento militare nell’Irlanda del Nord. In quello stesso periodo esce la sua prima raccolta poetica, The Iron Laurel. In guerra, le testimonianze lo descrivono come avverso alle gerarchie e intollerante alla disciplina. Le sue mani non sono fatte per impugnare un fucile. Keyes continua a scrivere lettere, pagine di diario, poesie. A questi mesi risalgono alcune delle opere più significative.  Nel 1943 la sua compagnia si sposta in Algeria. Quando viene ucciso in azione vicino a Sidi Abdullah, il 20 aprile, non ha ancora compiuto ventun anni. Il luogo della sua sepoltura è incerto.In fin dei conti, ha davvero bisogno di una tomba la salma di un poeta? La poesia trafigge le spoglie mortali – ne escono versi che piovono dal cielo come piccole scie di meteoriti. * In guerra, come in amore, ogni secondo vale come l’ultimo. Ci si aggrappa a ogni attimo come se si sostasse sulla vetta di una montagna. In guerra, come in amore, si resta soli, restando a contemplare il cielo notturno delle proprie emozioni. Di tanto in tanto, lo attraversa un bagliore che rischiara per qualche secondo le chiome degli alberi e le linee dei campi – il bengala che si leva in cielo altro non è che la poesia. All’erta, il poeta è abituato a dimorare nella guerra, addestrato al corpo a corpo con le parole, la grammatica, la genesi del senso. La guerra pone il poeta nella condizione di perenne assertività verso tutto ciò che lo circonda. Nel taccuino del poeta-soldato, tenuto accanto alla piastrina, trovano spazio albe e diluvi di fuoco, pietre e volti bruniti dal sole, stelle e corpi crivellati. Il soldato va alla guerra esibendo la sfrontatezza di chi si illude immortale. Il poeta vi porta i suoi libri del cuore. Ai versi affida la sua speranza d’invulnerabilità. Quando i barellieri recuperano il corpo senza vita di Wilfred Owen, riverso in un canale paludoso dell’Oise, gli trovano addosso un quaderno di poesie, i Collected Poems di John Keats e la Bibbia.  In Sidney Keyes, come quando si legge l’Endymion di Keats, senti la promessa del genio un attimo prima che si manifesti nella sua evidenza. In lui, diamanti di poesia s’alternano a versi di un’ispirazione ancora incantevolmente acerba. Senti l’adolescenza del giovane, cresciuto e fortificato nell’altare della solitudine, intravedi il fiorire di una sensibilità lunare incline a una rarefatta e sognante malinconia.   C’è qualcosa di affascinante e conturbante nell’immagine del poeta-soldato. Forse, l’ossimoro stesso racchiuso nella figura del poeta – dall’indole contemplativa – al quale si impone di confrontarsi con la furia sanguinosa della storia. Sidney Keyes entra nella vita nel momento stesso in cui essa viene messa a repentaglio, infine annientata. Resta la poesia e, dentro la poesia, l’amore. Forse, come nella chiusa di una delle sue più celebri composizioni, Keyes ha davvero visto i giardini e i palazzi di giada, i cortili e le porte scolpite. Ha incontrato davvero la sua amata, né orgogliosa né riluttante. Poi, la sabbia del deserto gli ha serrato gli occhi e la bocca. Lorenzo Giacinto *** Consigli per un viaggio  Borbotta il tamburo di guerra, presto dobbiamo partire in cerca del paese dove sembra che la gioia sbocci come un fiore tra le rocce, per conquistare la favolosa montagna dorata della nostra pace. Amici miei, privi di arte e bussola, siamo troppo giovani per fare gli esploratori, né abbiamo la ferrea certezza che guidava i nostri padri verso il Nord del proprio compimento. Dunque non prendete provviste, dimenticate le vostre case, resti solo la cieca e ostinata speranza di seguire  questa landa desolata. I pensosi seminano le loro ossa nei ventosi affamati campi dello sconforto. Non guardate mai indietro, né troppo oltre il bianco Everest del vostro desiderio; la pietraia frana sotto i piedi, mai raggiungerete le esili vette dove transitano solo le nuvole. Altri sono giunti prima di voi. Gli immortali  vivono come riflessi e i loro volti gelati vi daranno il coraggio di ignorare il sottile sogghigno della genziana e del sasso consunto dal gelo. Le trombe piangono la morte, sibilano venti affilati. Affrontate la roccia; andate, uscite  nelle guaste terre di battaglia, verso le nebbiose mura del futuro. Amici miei, liberatevi dalle paure. Andate avanti, amici miei, il corvo non sarà cattivo segno; spezzate la rabbia delle nuvole con i vostri immutati volti. Forse, troverete il sogno oltre la collina – mai la terra di Canaan, né nessuna montagna dorata. * Il giardiniere  Se tu venissi in un giorno come questo, tra le linee rosa e gialle dei tulipani pappagallo, io sarei il tuo amante. I miei stivali brillano mentre battono sulla ghiaia sciocca. Oh vieni, questo è il tuo giorno. Se tu posassi la tua mano, foglia venata, sulla mia mano squadrata, io accarezzerei la sua forma, e questo mi basterebbe. Osservo gli afidi che lavorano sulla rosa. Il tempo mi scivola tra le dita come una foglia. Somigli forse agli angeli silenziosi e dagli occhi chiari che seguono i bambini? Il tuo viso è un fiore? Gli amanti e i mendicanti lasciano il parco –  e ancora tu non vieni. I cancelli stanno chiudendo. Oh, è terribile sognare gli angeli. * Il lamento di Didone per Enea Lui non ha mai amato il furore del sole né i mari limpidi. È venuto con armi da eroe e occhi da torello, temendo nulla se non i suoi dèi petulanti. Non ha mai amato le spiagge dal suono cavo né ha riposato con agio in letti scolpiti. Il fumo soffia sopra i flutti, l’alta pira attende. La sua mente era un muro vuoto che rimandava echi, non certo così sottile come le fiamme avvolgenti. Non ha mai amato i miei occhi selvatici né i colombi che abitavano le mie porte. * Il poeta (Una rilettura di Der Dichter di Rilke) Il tempo mi scivola via: i colpi d’ala dell’ora mi feriscono e allontanano la mia pace. Solo io. Eppure quale strana potenza abita tutta la mia vita, la mia notte, il mio giorno? Senza casa e senza amata vivo in nessun luogo sicuro, privo di ogni centro: mi dono interamente, e in questo abbandono io possiedo il mondo. * Poeta di guerra Sono l’uomo che cercava la pace e ha trovato i propri occhi irti di spine. Sono l’uomo che brancolava tra le parole e ha trovato una freccia nella mano. Sono il costruttore le cui solide mura circondano una terra che scivola via. Quando mi ammalo o impazzisco non deridetemi né incatenatemi: quando protendo le mani verso il vento non gettatemi a terra: anche se il mio volto è un libro bruciato e una città devastata. * Sonetto per Lady Elizabeth Hastings Non avrei mai pensato, mia cara, che ci avresti lasciati per quella terra di cui tanto si parla: tu che vivevi sempre in mezzo alle favole e sorridevi alla morte come a uno scherzo mal riuscito. Deve essere più difficile – molto più difficile –  per un’ombra istruita, in quel regno senza lettere: prego che i morti cinguettanti volteggino innocui, salvandoti dall’umido contagio della tristezza. È duro per me, tuo devoto allievo, non poter più confrontare splendore vivente con il tuo volto ormai avvolto nel sudario: non credevo che i miei occhi dovessero attendere tanto per ritrovarti nel luogo del ballo. Ma tu scuoterai anche il purgatorio, mostrando ai morti l’espressione della tua grazia ribelle. Traduzione di Lorenzo Giacinto *In copertina: il fronte africano della Seconda guerra, truppe “alleate” in azione contro reparti tedeschi; 27 novembre 1942 L'articolo “Io possiedo il mondo”. Intorno alla poesia di Sidney Keyes proviene da Pangea.
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Lorenzo Giacinto
Seconda guerra mondiale
“Stanco dell’immensità”. Rupert Brooke o dell’intollerabile splendore del genio
Un sapere oscuro, «un sapere dalle tenebre» che si travasa in levità, una segreta rispondenza degli elementi in metamorfosi accanita, la loro caducità o transience, un senso del tempo che prevede l’estensione dell’istante e lo squadernarsi di una dimensione del Bello che aspira a una metafisica sensuosa: sono i tratti di più immediata, e calda, adesione al poeta inglese delle grandi altezze e dal destino fulmineo, quale fu Rupert Brooke, giovane meraviglioso capace di creare «una mescolanza singolare di canto delle sfere e fango, bianche ali d’angelo e pesantezza terrestre», stimato dai fertili ingegni dell’epoca, da Henry James al miglior fabbro Pound, e che a Grantchester, villaggio poco fuori Cambridge che ha ospitato anche Chaucer e Byron, Milton e Coleridge, riuniva una comunità di spiriti eletti tra «picnic e tè al cottage sul fiume, dotte letture sul prato e spericolate nuotate nudi nel fiume in omaggio agli antichi greci, secondo gli insegnamenti di Jane Harrison». Brooke compose i suoi versi in una manciata d’anni in cui riuscì anche a viaggiare tra gli Stati Uniti e il Canada, e poi verso Waikiki, dove «un ukulele freme e piange/ E pugnala di dolore la buia ferocia della notte», le Samoa, le Figi, la Nuova Zelanda, Tahiti alla ricerca di Gauguin.  Poi tornò, perché «stanco dell’immensità».  Vide pubblicati solo i Poems 1911, con una cinquantina di poesie. Il resto uscì postumo grazie a Edward Marsh. In guerra, il giovane contrasse un’infezione degenerata in setticemia. Morì nei pressi dei Dardanelli, nel 1915, e venne sepolto a Sciro.  Circa un mese prima della morte, una delle sue poesie più celebri fu citata dal «Times Literary Supplement» e letta dal diacono della Cattedrale di St. Paul, la domenica di Pasqua: era Il soldato, straziante e limpida. La sua fama crebbe fino alle stelle. Scrittrice e appassionata ritrattista di autori e poeti anglosassoni, tra cui Byron e Virginia Woolf, Paola Tonussi si è a lungo occupata anche di Rupert Brooke, a partire dal volume antologico dedicato ai War Poets, tra i quali l’«angelo dallo sguardo di cristallo e il fisico di un dio greco» si è guadagnato un posto di spicco per i pochi versi che l’hanno accreditato nel pantheon dei giovani immortali (senza però che venissero acclarate la densità e la preziosa trama del suo poetare) e tratteggiando un dettagliato e partecipe profilo biografico in Lo splendore delle ombre (entrambi per le Edizioni Ares).  Ora, Tonussi licenzia tutte le Poesie (InternoPoesia, 2025) attingendo a una parola rotonda e alla grazia, sì, la grazia di una lingua che canta e riesce a star dietro a quell’«intollerabile splendore d’ali», alle «ore d’oro». Tonussi si appaia all’inglese, ne imita le cadenze e diventa angelo femmina compagno dell’Arcangelo, come il postfatore, l’ispirato Silvio Raffo chiama il cherubino biondo dalla fama fulgente e dalle ore brevi, il ragazzo che ha trascritto il suo sentire vasto in ascolto di tutto ciò che vibra e vive, riuscendo a mostrare i conturbanti paesaggi notturni dove dimora la brama vigorosa che ci restituisce amanti in perenne attività desiderante, in «una notte inconfessabile» dove «Dio dorme» e «le nere distese inquiete del mare» chiamano o le oscurità si muovono profumate e tremanti. La tela poetica di Brooke è un incanto, respira sempre come fosse in vetta, non si abbassa, non è mai cupa, semmai viene solo dolcemente increspata da un presentimento che agita le profondità.  “La sua poesia ci appare senza tempo, fuori da ogni tempo” scrive Tonussi.  Ha ragione. Brooke ha l’eleganza classica, quella limpidezza tesa ad arte capace di aprirsi a qualunque lettore. Conserva il respiro della gioventù, e quindi dell’ideale, lo intesse all’anelito eternizzato, aere perennius, verso quanto trascende la caducità umana. Il sole non si spegne mai sulle sue terre perché cresce sempre in una «bianca e prodigiosa alba», dove l’oro poi deborda tra foschia e splendori, o in un’alba che «si risveglia rosso sangue», oppure si inabissa oltre il giorno, amaro, con i pini che si stagliano «contro il cielo chiaro del nord/ Stupendi e immoti, con le nere/ Teste affilate contro la quiete di quel cielo», in un momento in cui non si desidera più morire.  «Strano connubio è questo, tra una sorta di Gozzano d’Albione e i cruenti e violenti elisabettiani, accostati alla grazia metafisica di Marvell e al grandioso blanck verse di Marlowe» riprende Tonussi, senza dimenticare John Donne, altro poeta cardine del suo universo lirico. Ecco allora che l’amore respira innalzando anche chi assiste all’ascensione di due anime ricongiunte dopo la morte, «la dirompente estasi» del loro fuoco: «E i deboli cuori privi di passione bruceranno// Avvizzendo in quel grandioso bagliore,/ Finché l’oscurità sbarrerà il cielo;/ E sapranno – poveri sciocchi, sapranno! –/ Per un secondo, cosa significa amare» scrive Brooke in Dust. In quest’ultima poesia, anticipa i temi dell’altro componimento riguardante il cielo, Clouds, in cui le nuvole si fanno «evanescenti ancelle dei nostri cari trapassati», dice Raffo. In postfazione, l’anglista si sofferma sui due poli evidenti dell’opera poetica di Brooke, l’acqua e l’aria, prendendo a testimonianza The fish e Clouds, appunto.  Rupert Brooke ritratto da Sherill Schell, aprile 1913 Si potrebbe dire, poi, che i due elementi si sfiorano toccando terra in Dining-Room Tea, dove la scena si anima con le persone amate – tu, tu e tu – nel fremito della luce che mima quello delle cose destinate a svanire, mentre in aria si lancia «la danza degli istanti», almeno finché al poeta, imperioso, non si palesa «l’attimo immortale». Ed è l’apnea, ogni cosa si sospende. Solo una pausa perché poi tutto rifluisce, il Tempo torna a strisciare e il mutamento si richiude sul giovane, come sonno. «Non hai mai saputo che mi ero spinto/ Lontano mille miglia, e vi ero rimasto/ Un milione di anni» dice Brooke all’amata, chiusa nel paradiso della sua inconsapevolezza. Un bagliore appena, la coscienza che rischiara i dirupi del sonno dove si compiono «cupe estasi», come in Fish, quelle d’amore, e «Traslucidi tremolii illuminano/ Trasparenza di tenebre alla deriva»: il «sapere delle tenebre», appunto, che si svoltola dagli amplessi, in notti impenetrabili dove «sola delizia è il ritmo» e «la musica è/ Lo stupendo pulsare del sangue». Una folgorazione, per Brooke, grazie alla quale gli abissi dell’amore e della conoscenza si fanno carne in una stanza, quella di Dining-Room Tea, sfiorata dal «balbettio di luci ineffabili», tra risa e scherzi, oltre la morte che insegue gli amanti così che i Morti possano non più morire, ma restare in cielo, come le nuvole, Clouds, nel petto dei loro cari a guardare da lassù «gli uomini, che vanno e vengono sulla terra», simili alle foglie omeriche.  Quanti echi antichi e futuri, di voci poetiche passate e di altre a venire, si ritrovano tra questi versi cesellati e belli. Su tutti quelli di un Amore custodito tra le pieghe della Poesia, che eternizza anche ciò che svampa: né il marmo né gli aurei monumenti dei principi, secondo Shakespeare, sopravvivranno alle sue rime, ma l’amato sì, «più luminoso/ che in sudicia pietra insozzata dal tempo». Rossella Pretto ** È nata la Italian Rupert Brooke Society, una società regolarmente registrata con il logo presso la Camera di Commercio di Verona, dedita a indagare la figura del poeta inglese – travisata nella sua essenza per i sonetti che gli hanno dato la fama ma che non lo rappresentano appieno – e la sua contemporaneità, consentendo altresì di approfondire i colleghi poeti, i musicisti, il gruppo di Bloomsbury, ma anche i decadenti suoi maestri, il fenomeno dell’antologia Georgian Poetry e i War Poets. Così «We few we happy few, we band of brothers» – noi pochi, noi pochi e felici, noi compagnia di fratelli – abbiamo deciso di riunirci e far convergere i nostri studi e le nostre ricerche verso un centro comune, e abbiamo fondato questa Society, una specie di micro monastero medieval-moderno sotto l’egida di Rupert Brooke, che ha messo in atto varie collaborazioni e dialoghi con altri enti (la Società Letteraria di Verona, il gruppo finanziario Protection & Growth, l’Archivio Tommasoli, e altre società che si occupano di autori britannici).  I soci fondatori contano: Paola Tonussi (presidente e ideatrice della Society, anglista e traduttrice che ha approntato la prima biografia italiana di Rupert Brooke: Lo splendore delle ombre e la traduzione delle Poesie); Silvio Raffo (vice-presidente, traduttore di Emily Dickinson e altre poetesse americane), Mario Martino (professore di Letteratura inglese presso la Sapienza, i cui interessi di ricerca si concentrano sulla lirica elisabettiana e la letteratura di Otto-Novecento), Rossella Pretto (traduttrice e scrittrice che sta curando l’opera di Alice Oswald in Italia), Nicola Guerini (direttore d’orchestra, presidente del Festival internazionale Maria Callas), Cristina De Piante (illuminata editrice di progetti innovativi che si impegna a riportare in vita testi dimenticati o particolari), Pierluigi Piscopo (giovanissimo studioso di Brooke, il primo a laurearsi con una tesi su Rupert Brooke in Italia).  *** Dust When the white flame in us is gone, And we that lost the world’s delight Stiffen in darkness, left alone To crumble in our separate night; When your swift hair is quiet in death, And through the lips corruption thrust Has stilled the labour of my breath – When we are dust, when we are dust! – Not dead, not undesirous yet, Still sentient, still unsatisfied, We’ll ride the air, and shine, and flit, Around the places where we died, And dance as dust before the sun, And light of foot, and unconfined, Hurry from road to road, and run About the errands of the wind. And every mote, on earth or air, Will speed and gleam, down later days, And like a secret pilgrim fare By eager and invisible ways, Nor ever rest, nor ever lie, Till, beyond thinking, out of view, One mote of all the dust that’s I Shall meet one atom that was you. Then in some garden hushed from wind, Warm in a sunset’s afterglow, The lovers in the flowers will find A sweet and strange unquiet grow Upon the peace; and, past desiring, So high a beauty in the air, And such a light, and such a quiring, And such a radiant ecstasy there, They’ll know not if it’s fire, or dew, Or out of earth, or in the height, Singing, or flame, or scent, or hue, Or two that pass, in light, to light, Out of the garden, higher, higher… But in that instant they shall learn The shattering ecstasy of our fire, And the weak passionless hearts will burn And faint in that amazing glow, Until the darkness close above; And they will know – poor fools, they’ll know! – One moment, what it is to love. December 1909 – March 1910 Polvere Quando in noi la fiamma chiara sarà scomparsa, E la gioia del mondo perduta C’irrigidiremo al buio, lasciati A sgretolarci separati, ciascuno nella propria notte; Quando i tuoi mobili capelli si fermeranno nella morte, E sospinto tra le labbra il disfacimento Avrà bloccato lo sforzo del mio respiro – Quando saremo polvere, quando saremo polvere! – Non morti, non ancora privi di desideri Eppure senzienti, ancora insoddisfatti, Cavalcheremo l’aria, brilleremo volteggiando Presso i luoghi in cui siamo morti, E danzeremo come polvere davanti al sole, Con lievi piedi e senza confini, Andremo svelti di strada in strada, di corsa Per gli incarichi del vento. E ogni granello di polvere, per terra o nell’aria, Andrà veloce e lucente, in giorni a venire, E come pellegrino straniero viaggerà Per sollecite e invisibili vie, Non riposerà o dormirà Finché, oltre il pensiero, oltre la vista, Un granello della polvere che sarò io Incontrerà un atomo che sei stata tu. Allora in un giardino riparato dal vento, Nel tepore dei bagliori ultimi al tramonto, Coloro che si amano tra i fiori sentiranno, Dolce e strana inquietudine, crescere La pace; e, lasciato ogni desiderio, Tanta bellezza nell’aria, E tanta luce e tanti canti, E quella radiosa estasi, Non sapranno se sarà fuoco o rugiada, Proveniente dalla terra o dal cielo, Se canto o fiamma, profumo o colore, O due che passano, nella luce, alla luce, Superato il giardino, sempre più in alto, in alto… Ma in quell’istante conosceranno La dirompente estasi del nostro fuoco, E i deboli cuori privi di passione bruceranno Avvizzendo in quel grandioso bagliore, Finché l’oscurità sbarrerà il cielo; E sapranno – poveri sciocchi, sapranno! – Per un secondo, cosa significa amare. Dicembre 1909 – marzo 1910 *** The Fish In a cool curving world he lies And ripples with dark ecstasies. The kind luxurious lapse and steal Shapes all his universe to feel And know and be; the clinging stream Closes his memory, glooms his dream, Who lips the roots o’ the shore, and glides Superb on unreturning tides. Those silent waters weave for him A fluctuant mutable world and dim, Where wavering masses bulge and gape Mysterious, and shape to shape Dies momently through whorl and hollow, And form and line and solid follow Solid and line and form to dream Fantastic down the eternal stream; An obscure world, a shifting world, Bulbous, or pulled to thin, or curled, Or serpentine, or driving arrows, Or serene slidings, or March narrows. There slipping wave and shore are one, And weed and mud. No ray of sun, But glow to glow fades down the deep (As dream to unknown dream in sleep); Shaken translucency illumes The hyaline of drifting glooms; The strange soft-handed depth subdues Drowned colour there, but black to hues, As death to living, decomposes – Red darkness of the heart of roses, Blue brilliant from dead starless skies, And gold that lies behind the eyes, The unknown unnameable sightless white That is the essential flame of night, Lustreless purple, hooded green, The myriad hues that lie between Darkness and darkness!… And all’s one. Gentle, embracing, quiet, dun, The world he rests in, world he knows, Perpetual curving. Only – grows An eddy in that ordered falling, A knowledge from the gloom, a calling Weed in the wave, gleam in the mud – The dark fire leaps along his blood; Dateless and deathless, blind and still, The intricate impulse works its will; His woven world drops back; and he, Sans providence, sans memory, Unconscious and directly driven, Fades to some dank sufficient heaven. O world of lips, O world of laughter, Where hope is fleet and thought flies after, Of lights in the clear night, of cries That drift along the wave and rise Thin to the glittering stars above, You know the hands, the eyes of love! The strife of limbs, the sightless clinging, The infinite distance, and the singing Blown by the wind, a flame of sound, The gleam, the flowers, and vast around The horizon, and the heights above – You know the sigh, the song of love! But there the night is close, and there Darkness is cold and strange and bare; And the secret deeps are whisperless; And rhythm is all deliciousness; And joy is in the throbbing tide, Whose intricate fingers beat and glide In felt bewildering harmonies Of trembling touch; and music is The exquisite knocking of the blood. Space is no more, under the mud; His bliss is older than the sun. Silent and straight the waters run. The lights, the cries, the willows dim, And the dark tide are one with him. Munich, March 1911 Il pesce Vive in un freddo mondo curvo E ondula per cupe estasi. Dolce e lussuoso un furtivo abbandono Modella l’intero universo che sente, Conosce e che per lui esiste; la corrente limitata Gli chiude il ricordo, gli abbuia il sogno Che lambisce le radici del lido e scivola Fiero per maree senza ritorno. Quelle acque silenziose compongono per lui Un mutevole mondo che fluttua e s’appanna, Dove masse ondeggianti si gonfiano attonite e Misteriose, e una forma dietro l’altra Muore in un attimo in spirali e avvallamenti, E forma e linea e solido inseguono Solido e linea e forma per sogni Irreali lungo il flusso eterno; Mondo oscuro, mondo mutevole, Tondo, o teso sottile, increspato, Serpeggiante o simile a irradiare di frecce, A sereni passaggi o a strettoie marzoline. Là onda sfuggente e lido si confondono, E così alghe e fango. Non raggio di sole, Ma bagliore dopo bagliore svanisce nel profondo (Come sogno in sogno ignoto nel sonno); Traslucidi tremolii illuminano Trasparenza di tenebre alla deriva; La strana morbida profondità vi assoggetta Il colore affogato, ma il nero in vari toni, Come la morte in vita, si scompone – Rosso cupo al cuore delle rose, Blu brillante di morti cieli senza stelle, E oro che brilla dietro le palpebre, L’ignoto innominabile e cieco biancore Che è la fiamma prima della notte, Porpora opaca, verde incappucciato. La miriade di toni tra Buio e buio!… E tutto è un’unica cosa. Delicato, avvolgente, calmo, grigio, Il mondo in cui riposa, il mondo che conosce, Eternamente curvo. Solo – si solleva Un vortice in quell’ordinata cascata, Un sapere dalle tenebre, un’alga Che chiama nell’onda, scintillio nel fango – Il buio fuoco gli scorre nel sangue; Eterno e immortale, cieco e immoto, L’intricato impulso compie la propria volontà; Il suo avviluppato mondo retrocede; e lui, Senza provvidenza o memoria, Inconsapevole e dall’istinto mosso, Svanisce in qualche umido paradiso. O mondo delle labbra, O mondo del sorriso, Dove svelta è la speranza e il pensiero la rincorre, O luci nella notte chiara, o pianti Che alla deriva spingono le onde e tenui Si levano alle stelle che luccicano in alto, Voi conoscete le mani, gli occhi dell’amore! La lotta delle membra, l’abbraccio cieco, La distanza infinita, e il canto Nel soffio del vento, una fiammata di suono, Il fulgore, i fiori, e la vastità vicina All’orizzonte, e le altezze sovrastanti – Voi conoscete la vista, il canto dell’amore! Ma là la notte è impenetrabile, e L’oscurità è fredda, strana e spoglia; Senza mormorii gli abissi segreti; E sola delizia è il ritmo; E vi è gioia nel sussulto della corrente, Le cui dita intrecciate battono e scivolano Nello sconcerto di armonie udite e Appena sfiorate; la musica è Lo stupendo pulsare del sangue, Lo spazio non esiste più, sotto il fango; La sua felicità è più antica del sole. Silenziose e piane scorrono le acque. Le luci, le grida, le alghe scure E la corrente cupa sono tutt’uno con lui. Monaco, marzo 1911 Dining-Room Tea When you were there, and you, and you, Happiness crowned the night; I too, Laughing and looking, one of all, I watched the quivering lamplight fall On plate and flowers and pouring tea And cup and cloth; and they and we Flung all the dancing moments by With jest and glitter. Lip and eye Flashed on the glory, shone and cried, Improvident, unmemoried; And fitfully and like a flame The light of laughter went and came. Proud in their careless transience moved The changing faces that I loved. Till suddenly, and other whence, I looked upon your innocence. For lifted clear and still and strange From the dark woven flow of change Under a vast and starless sky I saw the immortal moment lie. One instant I, an instant, knew As God knows all. And it and you I, above Time, oh, blind! could see In witless immortality. I saw the marble cup; the tea, Hung on the air, an amber stream; I saw the fire’s unglittering gleam, The painted flame, the frozen smoke. No more the flooding lamplight broke On flying eyes and lips and hair; But lay, but slept unbroken there, On stiller flesh, and body breathless, And lips and laughter stayed and deathless, And words on which no silence grew. Light was more alive than you. For suddenly, and otherwhence, I looked on your magnificence. I saw the stillness and the light, And you, august, immortal, white, Holy and strange; and every glint Posture and jest and thought and tint Freed from the mask of transiency, Triumphant in eternity, Immote, immortal. Dazed at length Human eyes grew, mortal strength Wearied; and Time began to creep. Change closed about me like a sleep. Light glinted on the eyes I loved. The cup was filled. The bodies moved. The drifting petal came to ground. The laughter chimed its perfect round. The broken syllable was ended. And I, so certain and so friended, How could I cloud, or how distress, The heaven of your unconsciousness? Or shake at Time’s sufficient spell, Stammering of lights unutterable? The eternal holiness of you, The timeless end, you never knew, The peace that lay, the light that shone. You never knew that I had gone A million miles away, and stayed A million years. The laughter played Unbroken round me; and the jest Flashed on. And we that knew the best Down wonderful hours grew happier yet. I sang at heart, and talked, and eat, And lived from laugh to laugh, I too, When you were there, and you, and you. Tè in salotto Quando tu eri lì, e tu, e anche tu, La felicità coronava la notte; anch’io, Che sorridevo e guardavo nel gruppo, Ho visto la luce della lampada tremare e cadere Sul piatto, i fiori e il tè versato, La tazza e la tovaglia; e insieme Abbiamo lanciato in aria la danza degli istanti Tra scherzi e luccichii. Nel fulgore Balenavano labbra brillanti e occhi commossi, Incuranti, immemori; E a sprazzi come una fiamma La luce dei sorrisi andava e veniva. Fieri nella loro beata caducità si muovevano I volti fragili che amavo. Finché all’improvviso, e come altrove, Ho riflettuto sulla tua innocenza. E chiaro, immobile e remoto Alto sul buio e variegato flusso del mutamento, Sotto il cielo vasto e senza stelle Ho visto stendermisi davanti l’attimo immortale. In un istante, un istante reso io stesso, ho saputo Ogni cosa come Dio. E questo e te Al di sopra del Tempo, oh, cieco! Ho visto Da imperturbabile immortalità. Ho visto la tazza d’alabastro; il tè, Flusso ambrato, sospeso in aria; Ho visto il bagliore del fuoco, La fiamma dipinta, il fumo congelato. Non più la luce del lampadario cadeva Su occhi, labbra e capelli che si muovevano; Ma ferma, lì, dormiva inviolata Su carne ferma, corpi senza respiro, E labbra e sorrisi fissi e immutabili, E parole su cui non sarebbe cresciuto il silenzio. La luce era più viva di te. Perché all’improvviso, e come altrove, Ho guardato la tua meravigliosa bellezza. Ho visto l’immobilità e la luce, E te, maestosa, immortale, chiara, Nella tua sacra lontananza; e ogni bagliore Aspetto e scherzo, pensiero e tinta Liberati dalla maschera della fuggevolezza, Trionfanti nell’eternità, Immoti, immortali. Attoniti infine Si sono fatti gli occhi umani, più debole La forza mortale; e il Tempo ha ricominciato a strisciare. Il mutamento si è chiuso su di me come sonno. La luce brillava di nuovo sugli occhi che amavo. La tazza era colma. I corpi si muovevano. Il petalo alla deriva aveva toccato terra. La risata risuonava nella sua voluta perfetta. La sillaba spezzata era conclusa. E, nella sicurezza della mia amicizia, Come potrei confondere o rattristare Il paradiso della tua inconsapevolezza? O agitarmi all’incantesimo del Tempo, Balbettio di luci ineffabili? La tua sacra eternità, La fine senza tempo, che mai hai conosciuto, E il regno della pace, lo splendore della luce. Non hai mai saputo che mi ero spinto Lontano mille miglia, e vi ero rimasto Un milione di anni. L’eco delle risate Continuava intorno a me; e lo sfolgorare Degli scherzi. E noi, che già avevamo il meglio, In ore meravigliose siamo stati ancora più felici. Ho cantato di cuore, parlato e mangiato, E vissuto di sorriso in sorriso, anch’io, Quando tu eri lì, e tu, e anche tu. Clouds Down the blue night the unending columns press In noiseless tumult, break and wave and flow, Now tread the far South, or lift rounds of snow Up to the white moon’s hidden loveliness. Some pause in their grave wandering comradeless, And turn with profound gesture vague and slow, As who would pray good for the world, but know Their benediction empty as they bless. They say that the Dead die not, but remain Near to the rich heirs of their grief and mirth. I think they ride the calm mid-heaven, as these, In wise majestic melancholy train, And watch the moon, and the still-raging seas, And men, coming and going on the earth. The Pacific, October 1913 Nuvole Nella notte blu le loro schiere infinite premono In silenzioso tumulto per pause, onde e flutti, Ora percorrono l’estremo sud, ora alzano cerchi di neve Fino alla bellezza nascosta della bianca luna. Alcune si fermano nella loro tomba e vagano senza compagne, Poi si volgono con gesto profondo, vago e lento, Come a invocare il bene per questo mondo, Benedizione che scompare in quello stesso istante. Dicono che i Morti non muoiano, ma restino Presso i ricchi eredi del loro dolore e della loro allegria. Penso cavalchino la calma del cielo, come loro, In malinconica processione di solennità e saggezza, E guardino la luna e i mari ancora in tempesta E gli uomini, che vanno e vengono sulla terra. Il Pacifico, ottobre 1913 Traduzione di Paola Tonussi In copertina: Rupert Brooke ritratto da Sherrill Schell, 1913 L'articolo “Stanco dell’immensità”. Rupert Brooke o dell’intollerabile splendore del genio proviene da Pangea.
Poesia
letteratura inglese
Paola Tonussi
Rupert Brooke
Italian Rupert Brooke Society
“Canterò cose che nessuno ha mai visto”. Keith Douglas, un poeta in guerra
Probabilmente, è bene cominciare dalla fine.  Il ragazzo decide di partecipare allo sbarco in Normandia. Mobilitato in Nord Africa, chiede ai superiori di essere impiegato durante il “D-Day”. Il ragazzo ha i grandi di capitano, l’ostinato desiderio di essere al ‘centro della Storia’. Tre giorni dopo lo sbarco, è il 9 giugno del 1944, il suo reggimento si impantana a Tilly-sur-Seulles, piccolo borgo del Calvados – ad oggi, supera di poco i mille e cinquecento abitanti. Il ragazzo – abile nel disobbedire, desto nel prendere l’iniziativa – sbarca dal suo tank, avanza in ricognizione solitaria. Un colpo di mortaio lo ammazza. Il cappellano del reggimento, il capitano Leslie Skinner, lo seppellisce alla buona, presso una siepe. Più tardi, sedata la guerra, i resti del ragazzo vengono sepolti nel cimitero militare di Tilly-sur-Seulles: lotto 1, fila E, tomba 2. Il ragazzo si chiamava Keith Douglas. Poeta.  Destino infero quello dei poeti della Seconda guerra. Ce ne sono stati tanti, eccellenti – pensiamo, alle nostre quote, al Diario d’Algeria di Vittorio Sereni, oppure a Fogli d’Ipnos, la raccolta del poeta ‘resistente’ René Char, tradotta guarda caso da Sereni – eppure è stato il reportage, il documentario ‘in diretta’; è stato il cinema a dire, con sicurezza definitiva, la Seconda guerra. Al contrario, la Prima guerra è stata una sorta di ‘laboratorio’ per la poetica del nuovo mondo, dei tempi nuovi: lo dimostra – in Italia – la quantità eccezionale di repertori antologici (Vallecchi editava una straziante Antologia degli scrittori morti in guerra; va visto, in particolare, l’“Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale”, Le notti chiare erano tutte un’alba, ideata da Andrea Cortellessa per Bompiani nel 2018). La nostra poesia ‘moderna’ nasce in trincea, con Giuseppe Ungaretti.  È come se la Seconda guerra, per sovrabbondanza d’orrore, non possa essere narrata: dev’essere subita, a operare nei recessi dell’anima, quando non vista (tradotta in film, anatomizzata nei reperti documentari). Nel mondo inglese, così, per “War Poets” s’intendono, in particolare, i Poets of the First World War, quelli gloriosamente onorati nel “Poet’s Corner” a Westminster, tra Shakespeare e Lord Byron, tra Chaucer e Dickens (tra gli altri, Rupert Brooke e Isaac Rosenberg, Wilfred Owen e Robert Graves; per un approfondimento, si veda l’antologia War Poets. Nelle trincee della Prima guerra mondiale, costruita da Paola Tonussi per le Edizioni Ares nel 2022). Dei poeti della Seconda guerra si fa memoria occasionale – spesso ci si dimentica di loro, sepolti da un disastro incomparabile, tacito accordo sull’ineluttabile irresolutezza dell’arte, della poesia di fronte alla morte.  Nato nel gennaio del 1920, Keith Douglas morì che aveva da poco compiuto ventiquattro anni. Dalla sua poesia esala la facondia immaginativa, la complessità della ‘scena’ e delle scelte lessicali, un certosino distacco nel vegliare sui fatti di guerra, che al posto di idealizzarsi in muta indifferenza esalta una tenuta, una postura poetica in grado di estrarre il dettaglio al diamante dal nulla bellico. Nato nel Kent, Douglas studiò al Christ’s Hospital mettendosi in luce sia per il talento, esagitato, che per l’animo, poco disposto a subire i rigori dell’educazione britannica. Pubblicò le prime poesie sedicenne; decise di arruolarsi perché pensava che la guerra fosse il ‘grande argomento’ della letteratura del suo tempo. Fu disciplinato nel Derbyshire Yeomanry, praticò al Cairo e in Palestina, partecipò – anche lì, per ardimento: non voleva più servire per lavori d’ufficio – alla Seconda battaglia di El Alamein: guidava un carro armato. Il suo superiore era il colonnello Edward O. Kellett, che sarebbe stato ucciso l’anno dopo, in azione, in Tunisia. Di quell’esperienza, Douglas ha lasciato un memoir, Alamein to Zem Zem, pubblicato da Faber, introdotto da Lawrence Durrell.  Nella scelta di arruolarsi di Douglas agì anche la situazione familiare. Figlio di un militare in congedo, con cui aveva pessimi rapporti, Douglas crebbe, in sostanza, solo, in collegio. La madre collassò in un’encefalite letargica grave; il padre mollò la famiglia, risposandosi, che Keith aveva dieci anni.  In molti riconoscono in Keith Douglas i prodromi del grande poeta, il cupo carisma dell’inattuato, dell’inespresso. Fu Edmund Blunden, il poeta veterano di guerra – per altro, ricordato nel “Corner” –, più volte nominato al Nobel per la letteratura, a riconoscere in Keith Douglas la stazza del talento puro. Nel 1938 inviò una scelta di sue poesie a Thomas S. Eliot, che le apprezzò. Il ragazzo era giovane, i fatti precipitarono. I Collected Poems di Keith Douglas vengono stampati da Faber nel ’46, con un’introduzione di Blunden. A quella seguiranno diverse altre edizioni: la più nota – Selected Poems, 1964 – è introdotta da Ted Hughes, che ha sradicato Keith Douglas dalle malie del ‘poeta di guerra’, utile a fini non soltanto estetici, “è la sua poesia, in generale, a serbare un valore unico, che rende il poeta più vivo che mai”. Tese tra le stelle e il cadavere, le poesie di Keith Douglas irrompono in noi con corvina tenerezza – come incisioni sulle ossa.   *** La Bestia Meraviglia Barone dei mari, il grande pesce spada dei tropici, straziato sul famelico ponte dove i marinai lo hanno ucciso nel paradisiaco Pacifico: lama che indaga occhio che fugge e stana la preda nei regni oscuri dov’era re; arma forgiata nella semi-tenebra, eppure, strappata dal cadavere di questo estroso viaggiatore, è una lente d’ingrandimento che riflette l’inusuale zampillo del sole. Con quella lama un marinaio incide sul legno il nome di una prostituta abbordata  nell’ultimo porto. È uno degli strumenti più strani custoditi dalle onde –  suppongo che la querula voce dei marinai marciti in spettri digeriti dalle ingorde maree potrebbe descriverne molti.  Che siano i vostri ospiti, che vi conducano negli abissi dove brucano i loro vascelli dimenticati – che tutto risorga nell’occhio  che arde. Per incidere quel verbo, il sole perfora la potenza del mare e urla il suo nome, omaggia quella meraviglia.  Linney Head, Galles, 1941 * Come si uccide Sotto la parabola di una palla un bambino diventato uomo fissa l’aria troppo a lungo. La palla mi è caduta in mano, canta nel pugno chiuso: Usami Usami sono un dono ideato per uccidere.  Ora nel mirino vedo il soldato che sta per morire. Sorride, si muove nei modi che solo sua madre conosce.  Fili sul suo viso: è l’ora in cui piango. La morte è il mio  più intimo familiare e muta  in polvere un uomo di carne.  Ma questa è la mia stregoneria. Sono un dannato, amo ammirare il centro dell’amore spalancarsi e un’onda di amore vagare nel vuoto.  È così facile creare un fantasma. La zanzara, leggerissima, tocca la misera ombra sulla pietra: con quanta, infinta tenerezza l’uomo e la sua ombra si incontrano. Si fondono. L’uomo è un’ombra  e le zanzare obbediscono alla morte.  * Fioriture nel deserto Soltanto i fiori proliferano nei paesaggi selvaggi –  ripeto soltanto ciò che stavi dicendo, Rosenberg –  la conchiglia e il falco ad ogni ora uccidono uomini e gerboa, uccidono la mente: ma i corpi possono soddisfare gli affamati fiori e i cani che gridano come  uomini, di notte, la cosa più dura di tutte. Ma questa non è una novità. Ogni volta che la notte lancia stracci sugli occhi, lascia la mente desta, guardo ai lati della porta del sonno cerco la piccola moneta necessaria  per comprare il segreto che non saprò mantenere. Vedo uomini che soffrono come alberi confondono i dettagli e l’orizzonte. Metti la moneta sulla mia lingua  canterò cose che nessuno ha mai visto.  * Vergissmeinnicht Tre settimane dopo i guerrieri erano spariti: tornammo su quel campo da incubo – il soldato era  ancora lì, disteso, incubato dal sole.  All’ombra della canna del suo fucile. Avanzavamo quel giorno e lui colpì il mio carro come  se fosse la mascella di un demone. Guarda. Qui, nella trincea dirupo la fotografia disfatta della sua donna: ha scritto Steffi. Vergissmeinnicht con una calligrafia gotica perfetta.  Ci sembra felice, ormai degradato, deriso dalla sua stessa divisa così dura e superba quando il corpo è in decomposizione. Ma lei piangerebbe, oggi, nel vedere le mosche che si muovono oscure sulla sua pelle, la polvere sull’iride di carta, lo stomaco squarciato come una grotta. Perché qui amante e assassino sono lo stesso, hanno un solo corpo e un solo cuore. La morte che ha eletto quel soldato ha avvelenato con un male mortale l’amante.   * Stelle (Per Antoniette) Le stelle marciano ancora, in ordine sparso da nulla a nulla. Guardatele, sono immobili sul campo notturno, autentica terra di nessuno. Lì, lontana, con spada e cintura, dev’essere Orione. Per i commissari di questa guerra da esaltati è il Carro. Nessuno favoloso confine può annientare il loro coraggio, nessuna banda le sfiderà: soltanto la disciplina le ha mobilitate e le mantiene vive. Così  le hanno viste il Tempo e i suoi avi. Così  combattere il disordine è il loro compito e la vittoria persiste nelle loro mani.  Dal limite delle vecchie colline fino a quelle pianure, laggiù, si estende  il loro accampamento. Gli eterei ufficiali salutano, da tenda a tenda, i messaggeri  cometa. Guardiamo in alto, con dolore a quei compagni lontani, quelle plaghe  che non possiamo calpestare.  1939 * Canoa  Questa potrebbe essere la mia ultima estate e non voglio perdermi nulla del piacere che dona l’antica arte  dell’ozio. Non mi lascio terrorizzare dal destino che aleggia sullo sfondo mentre l’erba e le case e il fiume insonne credono di poter durare per sempre e si scambiano sussurri sommessi –  impera l’afa. Quale terribile fato potrà  impedire alla mia ombra di vagabondare da queste parti il prossimo anno? Fischia: ti sentirò e verrò, a sera, sulla stessa barca con cui vai verso Iffley mentre fissi il cielo in attesa del tuono che come una campana preannuncia  pioggia – il mio spettro ti sfiorerà le labbra.  Keith Douglas L'articolo “Canterò cose che nessuno ha mai visto”. Keith Douglas, un poeta in guerra proviene da Pangea.
Poesia
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letteratura inglese
Seconda guerra mondiale
Ted Hughes
“L’assoluto nella dissolutezza”. Sulla poesia di Ella Frears
Dentro la materia “il mare è senza fine, dolorante”, ed è necessario che questo dolore sia focalizzato, parossisticamente pro-vocato e registrato, perché solo vivendone persino la proiezione è possibile sentire ciò che vive, ri-sentire nella provocazione la relazione:  La pellicola Il sole splendeva mentre noi andavamo in giro per il campus a fermare ragazzi e uomini chiedendo che mi colpissero in pieno viso.               Si rifiutavano tutti all’inizio, ma noi spiegavamo che era arte ed era necessario così mi hanno schiaffeggiata, uno dopo l’altro.               Ho capito che per farglielo fare dovevo indurire gli occhi, provocare. Lo schiaffo dei ragazzi era comico – palmo sul viso, con scuse prima e dopo. Era caldo e luminoso.               Abbiamo flirtato con un geografo dallo schiaffo leggero, con le dita a sfiorarmi la guancia come girandomi il viso di lato per vedermi di profilo. Avevamo circa venti               uomini su pellicola. È arrivato il ragazzo della mia amica e gli abbiamo chiesto se volesse farlo. Lui l’ha baciata e si è piazzato di fronte a me. La mia amica ha premuto record, e ha detto               ‘vai’ e io ridevo, mi ero dimenticata di preparare il viso, con la guancia sinistra un po’ rosa dopo una giornata di schiaffi. Non ero preparata al suo rovescio. Rapido                e forte, un rumore strano come se mi avesse schiaffato via la risata, un dolore più spesso di una puntura, un’immediata perdita di respiro. Siamo rimaste in silenzio                un attimo, e io ho guardato la mia amica e la sua mano portata alla guancia automaticamente, la luce rossa della telecamera che ancora lampeggiava e ho saputo                che non avremmo mai guardato la pellicola, che avrei sentito la nausea e la colpa finché il livido durava – più a lungo – avendo chiesto ciò che non era mio.  Il linguaggio di Frears è materia ustoria che sbracia e riaccende il percorso da metafora a dato, rinnova il senso della referenza, iniziando da un contesto umile e concreto. È una tensione ipercinetica a svolgere e riavvolgere il cammino della parola, i cui passi e salti manifestano una nudità d’intenti che è anche desiderio di stabilire un contatto. Altezze delle cadute ma più intimità nel dolore, in questa operosità slabbrata si muove il verso narrativo in tante zone di Risplendi, cara (Taut, 2023), il piccolo corpo del vivente (così come il corpo testuale) si aggrotta pudico per espandersi subito dopo e arrivare a toccare vertigini celesti: Mito lunare Dato che abbiamo donato i nostri gioielli per il tabernacolo (e con noi intendo le donne e con donne intendo le allegorie) ci è stata assegnata la luna. Non una luna, la nostra luna, la nostra piccola luna litigiosa. Il mare delle crisi e quant’altro – la vecchia ‘pietra dell’oh issa’ che trascina le onde ai ciottoli fin dall’alba dei tempi. Il 58% delle donne dice ‘prendi quello che ti danno, prima che ci assegnino un corpo celeste ancora più piccolo.’ Ad ogni modo, tutti sanno che la tuba di Falloppio è un germoglio di luna. Tutti sanno che il sole è una stella-ragazzo, buono e caldo e luminoso e piuttosto semplice se ti ricordi di portare la crema solare. Certo che ha un cazzo. Quando mi metto una torcia in bocca le guance mi si accendono di rosso come una lanterna carnosa – niente argento, né crescente né calante; sono accesa o sono spenta. Non proprio da luna. oh Satellite, oh Artemide, oh Orbe della notte. Domanda: posso dare la colpa alla luna perché dormo poco? Il 73% delle donne si è detto ‘a disagio’ con il nuovo rito lunare testato settimana scorsa, che prevede un melograno, un frutto stella (e del simbolismo di mela ben calcato). Ora di un altro gruppo di discussione. Magari possiamo bruciare cose, oppure il fuoco è solo roba da sole? Hanno versato del vino nuovo in una vecchia brocca, e ci hanno detto che i miti si fanno così. Abbiamo bevuto tutto il vino e ci siamo esposte al plenilunio, quindi dovevano aver ragione. Luce e carne costruiscono il mito, arte di raccontare il minimo, che confonde perché include piccolo e grande, abbattendo il confine dell’ambivalenza. Frears è certa del malessere di dire ma lo espone, è consapevole dell’impossibilità della permanenza per questo apre al lettore la sua intimità, offrendola come in una parabola: Scopare in Cornovaglia La pioggia è spessa e c’è un mezzo arcobaleno sulla spiaggia umida; mettimi la mano fin sopra. Ho camminato per quel museo di paese centinaia di volte e ho deciso che il cagnolino imbalsamato, etichettato: il cane più piccolo del mondo, è un falso. Baciami in un panificio di pasty con tutti i forni accesi. Ho stretto un uovo fresco e caldo in una fattoria e ho pensato a scopare. Ho stretto un piccolo granchio verde nel palmo della mano. Ho teso la manica fin sopra le dita e ho raccolto un’ortica e l’ho stretta contro la gola di un ragazzo come una spada. Slacciami le scarpe in quel vicolo e sollevami delicata sui cassonetti. Il sole luminoso del mattino viene e viene e i bambini vacanzieri sono pronti con i loro secchi gialli. Ti ricordi cosa si provava a scavare un buco tutto il giorno con una paletta solo per vederlo riempirsi di mare? Lo voglio così – come l’acqua che indovina un percorso al di  sopra del bordo. Come due anemoni rosso acceso in una pozza di marea, i tentacoli in onde estatiche. Come se la ginestra si è incendiata attraverso la brughiera e tu sei il fantasma di un pescatore, che ha sempre odiato la terra. Umiltà e fede, praticamente agostiniane, non sono eluse ma reindirizzate a nuove “apparizioni”, come fossero l’ossessione scaturente da un rapporto in perdita. La poesia si fa strumento, allora, che avvicina distanziando, che aspira e solo per poco accompagna: > Per favore capisci che non è addosso a te, è con te. Co-ire è sfiorare il rapporto mistico, l’assoluto nella dissolutezza dell’amore, è il tentativo che la carnalità si superi in un oltre desiderante e iper-percettivo. Ma cosa può l’essere umano esplorare l’infinito impraticabile della vita? Forse solo attraversandola facendosene infaticabile ricognitore, forse. Non cacciamo Giovanna, non cacciamo l’ossessione di sentire sempre e sempre più a fondo: Giovanna d’Arco ci perseguita Lei sa come trema il vetro prima che venga scagliata la pietra, come le tubature sibilano le une alle altre a mo’ di serpenti attraverso la casa. Ha sentito la prima spinta del fungo verso l’alto, ha mappato l’incedere furtivo della propria ombra sul terreno variabile. Cerca di ascoltare il tonfo minuto del cuore di un coniglio; ha sempre amato il calore del sangue anche mentre se ne va dal corpo, affonda nel fango. Ha sentito lo schiaffo rapido di uno sparo, la lenta leccata della lingua di un cervo, sa che il dolore si modella nella mente come la brina. Il sole le cuoce il corpo, le sue orecchie bacinelle di piccole pozze d’ombra nel fulgore, il rumore di un aereo nel cielo le ronza dentro. Nelle giornate storte lega i vestiti in complicati nodi, invita i passanti a fare lo stesso. Zitta, Giovanna, diciamo noi. Vai a contare i crochi. Et lux in tenebris lucet, afferrare o perdere la luce è la posta in gioco dell’incontro e della poesia che lo cerca. Frears dice di aver “sentito dire che il nemico che indossa le scarpe/ o troverà Dio o Lo perderà”, il che può essere tradotto nel desiderio e nella ricerca costante del bene nel male, in una spoliazione di sé e delle proprie acquisizioni. Frears spalanca la lingua della poesia e accoglie il mondo, prendendo e tremando: A una festa un ragazzo mi segue nel bagno sostenendo che quando ho lasciato la stanza gli ho fatto cenno di seguirmi. Davvero? Sapeva che non lo avevo fatto? Lo lascio entrare, perché quasi quasi mi prendo quello che mi dicono che desidero – chissà, magari ha ragione. * Mi chiama per controllare che non gli abbia dato un numero falso, mi lascia un messaggio in segreteria con il mio capezzolo nella sua bocca.       Il mattino seguente, da sola, ascolto la sua voce – un bambino che parla con la bocca piena                                                                         e poi io, come una madre noiosa, distante:                                piano,    piano,    piano. Nella compravendita che l’esistenza diventa quando lo slancio e il trasporto all’altro si interrompono, occorre confrontarsi con “l’agonia del deserto” e provarsi in un altro attraversamento. Nonostante “il mare imbestialito” sarebbe necessario accostarsi e sentire “l’orecchio bagnato del diavolo”, lasciarsi scorticare nella fuga continua che immagina una meta, in una tensione mai soddisfatta: Sulla cordatura della forma Esse sono la raffica di vento marino che ti tormenta mentre scendi in spiaggia; l’ambiguità sessuale dell’amico del tuo amico con cui ci stai provando in un bar.      Guidi in una galleria;             trattieni il respiro. Sono sette solide frasi spezzettate lungo un’idea; un singolo filo di ragnatela teso tra due corpi che dormono; i punti di sutura nella tua ferita sullo stomaco mentre ti allunghi verso il telecomando;        una macchina in bilico su una scogliera per sessant’anni. Sono la suspense mentre ti lavi il viso, sapendo che le probabilità di trovarti un assassino in casa sono aumentate mentre avevi gli occhi chiusi;       il picco febbrile che questa paura raggiunge mentre             chiudi l’armadietto a specchio del bagno. Non sono la tua autocoscienza, spalmata finemente sul tuo toast mattutino; non possono sedurre tua madre nella hall di un hotel. Ma sono un aeroplano di carta lanciato attraverso una stanza fumosa,       e sono esattamente come svegliarsi              per gli occhi di un insonne. Stai tornando a casa a piedi da un incontro / uno spettacolo /  negozi, hai con te gli ingredienti per la cena che hai deciso di fare – facendo dondolare un po’ il sacchetto semplicemente sentendo il peso di ciò che sarà. La sera è di un blu smorzato / arancio, l’aria non è né fredda, né calda. Di punto in bianco ti senti insignificante in un modo molto lussuoso e proprio in quell’istante il lampione sotto cui stai camminando si accende, tipo illuminazione. Attorno non c’è nessuno. Senti solo quella sensazione e continui verso casa. Corde – infilate e fisse:      una sensazione enorme, contenuta all’interno                di un piccolo corpo, sotto un cielo enorme. Enorme come ogni parola che s’inoltra e perde l’orientamento, come la luce che investe la strada mentre ad attraversarla il vivente vaga e prova. Sente? > Ci hai mai provato tu? È la luce più simile > all’acqua, a pozzanghera sulle tue palpebre, fresca > e senza parola sulla tua lingua. L’enorme si nientifica perché risgorghi lo slancio e ridiventi inondazione, pensiero lungo, racconto. La vita di ogni giorno è epica e metafisica, e solo così vivifica l’esperienza. La scrittura in versi di Frears e soltanto esperienza nell’urlo e nell’abbraccio, nell’alto come nel basso che comunicano, puro sentire: Elegia per la sonda Cassini 1997-2017 Pensavo alla tua morte. Cercavo di immaginare l’istante in cui la pressione diventa troppo forte o il calore troppo elevato.            E poi verso le quattro del pomeriggio ho sentito delle urla tremende. I suoni si diffondono in modo strano nel nostro vicolo cieco e non riuscivo a capire se fosse lontano o appena sotto la mia finestra.            Parte dell’orrore è non sapere da cosa proviene il suono. E infatti nei film fatti bene, la cosa brutta si intravede appena o non si vede per nulla. Ho sostato sulla porta cercando di capire: un cane abbaiava, un uomo gridava, una donna urlava.            E poi sentito un corpo che veniva colpito con un oggetto. Sapevo che era un corpo e non una cosa dal modo in cui gli altri suoni gli si piegavano attorno. Il traffico, le urla, gli alberi e il vento distorti da queste percosse sorde, irregolari. Gli sono corsa incontro.            Dietro una piccola staccionata, un uomo picchiava un cane con un badile. C’erano vicini alle finestre e per strada, guardavano. C’è stato il suono distante di sirene e l’uomo si è fermato ed è tornato dentro.            Il cane non faceva rumore, guardava nel vuoto verso il cielo. Ci siamo raccolti attorno alla staccionata. Respirava, poi non più.            Cassini, oggi, mentre ti tuffavi tra gli anelli di Saturno raccogliendo dati, ho visto un cane morire – una tristezza distaccata ma molto reale. Un ohh interiore, sfinito, come un palloncino che si sgonfia.            Gli altri cani nel vicolo cieco non hanno mai smesso di abbaiare fino al mattino. Sapevano. Dubito che sarà così anche per te. Non me li vedo i corvi che si levano improvvisamente dagli alberi, o un’anziana sulla strada di casa che di colpo inspira: se n’è andato!            Ieri notte i miei sogni erano pieni di quel suono – badile contro cane. Un miliardo di chilometri sono troppi per sentire la violenza della tua perdita, mi spiace. Invece mi immaginerò le lune, che sbirciano oltre gli anelli di Saturno come vicine di casa silenziose che guardano impotenti mentre tu inizi a tremare, bruciare e distruggerti.   Gianluca D’Andrea *In copertina: Ella Frears, photo Etienne Gilfilla L'articolo “L’assoluto nella dissolutezza”. Sulla poesia di Ella Frears proviene da Pangea.
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“Un cuore rompe il ghiacciaio della notte”. Vita lirica di Lynette Roberts
Dylan Thomas accettò di fargli da testimone di nozze. Era il 4 ottobre del 1939, non poteva rifiutare: conosceva Keidrych Rhys, gallese di Bethlehem, da una vita; spesso lo aveva pubblicato sulla rivista che dirigeva, “Wales”. Keidrych sguazzava con agio nell’editoria dell’epoca – nel ’44, per la Faber di Sir T.S. Eliot, avrebbe pubblicato un’importante antologia di Modern Welsh Poetry – ed era un gran bevitore. Nel ’39 Dylan Thomas, già superstar della letteratura anglofona, aveva licenziato, per Dent, The Map of Love; Keidrych compiva ventiquattro anni; la festa, a Llansteffan, annaffiata d’alti alcolici, si protrasse fino a notte.  Più che per Keidrych, gli astanti andarono in visibilio per lei, la sposa. Trentenne, di una bellezza estranea, Lynette Roberts – in verità: Evelyn Beatrice Roberts – era alla sua terza vita. La prima l’aveva passata in Argentina: nacque a Buenos Aires, negli agi; il papà, Cecil Arhur Roberts, era un ingegnere ferroviario che dal Galles si era trasferito prima in Australia, poi in Sud America. La prima lingua di Lynette era lo spagnolo: restò scolpito, in lei, il vello bruno, taurino, del Rio della Plata; l’indolenza – e l’equivalente violenza – dell’Argentina.  La seconda vita di Lynette ha per levatrice una ferita, uno squarcio: poco prima di compiere quattordici anni, sua mamma muore di tifo. Lei e le sorelle – Winifred e Rosemary – furono spedite a studiare in Inghilterra, alla Central School of Arts and Crafts. Di quella vita, si ricordano i lunghi viaggi – in Ungheria, Austria, Germania, al seguito di un’amica, Kathleen Bellamy, inviata per “La Nacion” – e l’avventura di aprire un negozio di fiori, “Bruska”, a Londra. Aveva cominciato a scrivere versi a Madeira, ispirata dal clima, da un angelo interiore, spinato.  Keidrych l’aveva conosciuto da poco, durante una lettura pubblica. Si sposarono all’improvviso, con inattesa furia: la terza vita di Lynette cominciò a Llanybri, villaggio di campagna nel Carmarthenshire, dove si era trasferita con il marito. Voleva riformulare le proprie origini gallesi. Voleva scriverne. Voleva scrivere. Dylan Thomas la licenziò con poche, apodittiche parole: “che ragazza curiosa, si dichiara poetessa a pieno titolo, in pieno petto… ha tutti i crismi dell’isterica”.  L’amore con Keidrych durò un decennio – i due divorziarono nel ’49 – e un paio di figli, Angharad e Preiden. Lentamente, Lynette deragliò nell’insania; aveva un precedente, in famiglia: il fratello Dymock, schizofrenico, finì in un ricovero di malati di mente appena sedicenne, a Salisbury, fino alla morte. Negli anni gallesi – di povertà, certo, ma anche di una gioia frugale, informe, di albatros e brughiere –, Lynette scrisse tanto – e magnificamente. Trovò in Edith Sitwell – poetessa-pitone, dall’enigmatico, viscido genio – una mecenate e una confidente; figura tra le figure di rilievo nella tabula gratulatoria de La Dea Bianca, il capolavoro di Robert Graves. Erano amici, lei gli raccontava diverse storie scardinandole dall’antica mitologia gallese, lui scrisse che “Lynette Roberts è uno dei pochi autentici poeti viventi”.  I suoi versi entusiasmarono un lettore altrimenti raggelato come Eliot: nel 1944 pubblicò con la Faber i Poems, seguiti, nel 1951, dall’opera più ambiziosa, il poemetto God with Stainless Ears, in cui il dato leggendario si fonde con il contemporaneo, la “baia brulicante di uccelli” si commisura a “soldati e corpi corazzati”. È poesia audace, quella di Lynette Roberts, a tratti involuta, con invenzioni che la collocano nel più alto lignaggio della poesia inglese dell’epoca. In un testo – a dire di un ardore –, Transgression – non certo il più bello –, rifà la Genesi:  > “All’inizio Dio non volle altro che se stesso. > E questa immensa emissione di luce eruttava orrore > attraverso i cieli senza aver nulla da fare.  > Conosceva il bene e il male, e noia lo torturava. > Sapeva la vita, e gli venne a noia”.  A leggerla, viene in mente Fernanda Romagnoli, avrebbero potuto essere amiche. La stessa dinamica le anima: una poesia apparentemente cristallina, emanata da un ematoma del cuore, che in un istante mette le unghie, azzanna. Lo stesso, spaesante istinto nel percorrere l’insolito, l’insoluto. In una poesia – tradotta in calce – Lynette Roberts scrive che i gabbiani le ricordano le “lacrime dei turisti”.  Sfinì, in uno sfarfallio di inquietudini, Lynette. Nel 1956 le fu dichiarata schizofrenica – due anni prima aveva pubblicato un libro, The Endeavour che romanzava intorno al “primo viaggio di James Cook in Australia”. Una volta radicata, volle sradicarsi. Vagò per diversi sanatori; morì il 25 settembre del 1995. Sepolta nel cimitero di Llanybri, che aveva celebrato più volte nei suoi versi, chiese una lapide sobria, una scritta assolutoria: Lynette Roberts, poet. Dylan Thomas aveva visto giusto.  I suoi versi – dalla potenza assurda, dissennata, estranea alle mode – furono dimenticati presto; per quarant’anni, Lynette rifiutò di scrivere perché la vita la rifiutava. Nel 2005 Carcanet pubblica, a cura di Patrick McGuinness, un’edizione dei Collected Poems, seguita, nel 2008, da Diaries, Letters and Recollections. Fu, decenni dopo, un’autentica scoperta, Lynette, d’insperata freschezza. Quest’anno, come A Letter to the Dead, esce una nuova edizione dei collected poems, arricchita da materiali d’archivio. *** Premonizione  Quando angoli di ferro blu e grumi di erba rada, a grottesche recedono furtivamente da qui e lasciamo una moltitudine allo spazio mentre crolla dal tuo sorgere un saluto, accetto l’impercettibile pallida notte, il suo volto ciclope in cui nascondere la mia paura, di ghiaccio.  * Non è stato facile  Mentre brilla la legna e brucia abbiamo spartito la nostra frugale felicità; mentre sulla grata, fredda, colava la cenere, ci siamo nutriti ai cancelli della povertà; idioma dell’umiliazione e del disastro. Non è stato facile.  Non lo è ora. Eppure, infuriava tempesta sul quieto verde volto del pianeta.  * L’ipnotista Continuava a fissarmi, quella volpe nel bosco – con un gesto di gioia pitocca ho deriso la sua audacia: e ora mi veglia, è lì, presso quell’albero.  * Spina di sangue C’è chi divora la piana fino alle anche della notte chi slega gli uccelli al volo e dilaga per leghe perché vuole vedere l’osso del bisonte, fiero come una pietra, c’è chi separa il mais e fa scempio  di questa luce sciroppo: questa è la dura, mostruosa condizione di chi nasce e piange in un’alba gialla in un’alba gialla come il limone. Un cuore rompe il ghiacciaio della notte è lì e fa scoppiare un’aquila di carta e c’è chi trascina il giorno in una cappa di gioia di pianto di mania: questo giorno è stato esaudito: un bimbo è nato                                     un bambino ci è nato.  * Gabbiani  Planano lenti i gabbiani, senza paura preferiscono perdersi come lacrime di turisti: il molo e la nave cominciano a muoversi e cominciamo  a piangere, così, senza motivo. Gridano i gabbiani ricordando l’oceano dell’incertezza e la brutalità dei marinai, mere  mosche ai margini della nave. I patti si stringono, si rompono e il rimpianto ci muove immotivato:  lacrime crinite d’ira, cretine, scavano solchi sulle guance.  * Blu ellittico È freddo e i gabbiani, le mucche del cielo, muggiscono, cercano cibo e sorvolano l’acqua blu: allora penso alla neve.                   Quando penso sono sola.  Penso al mare, alle sue immense onde onde piene di occhi che dicono alle onde, cercate i morti perché                   i morti non sono davvero morti.  Perché, è vero, il mare offre più di ciò che afferra e stigma di morte non grava sull’uomo – il mare concede ai morti una via di fuga: i gabbiani lo sanno                   e scalpitano presso le stalle del cielo. * Madrigale verde Vedi, il mio ospite è un albero: cresce nonostante il dolore le sfide e la difficoltà di crescere.  È verde, è risoluto: anche se respira angoscia sprigiona pace, la pace della mente e cresce e si muove  e cammina con verde tenerezza lungo la terra: cielo e sole sigillano il suo essere come io vorrei fare con il tuo.  * Coniglio accoppato Sdraiato nel cristallino del crepuscolo sono io il suo singolare difetto e i suoi occhi, come stelle dimentiche, si schiudono in una nebulosa distante anni luce. Desiderano che il passato sia scuro come la notte che il futuro sia piena luce e caritatevoli raggi. Eppure so, per un sapere ancora arcano, in qualche moto centrale del mio essere, che tutto risorgerà, che tutto si volgerà a me circondandomi, come gli anni luce  ruotano, invisibili, sul loro fuso di ghiaia.  Lynette Roberts L'articolo “Un cuore rompe il ghiacciaio della notte”. Vita lirica di Lynette Roberts proviene da Pangea.
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“La morte non è nulla”. Joseph Conrad in forma di kraken
Nel 1919 era riuscito a comprarsi una villa a Oswalds, nei pressi di Canterbury. Da poco, aveva raggiunto una certa sicurezza economica, non con i libri più belli; poco incline ai crismi della vita sociale inglese, soffriva di gotta, il viso irto di rughe e lo sguardo fermo, di chi ha valicato molte vite. Da ragazzo, nelle rare fotografie, piuttosto, ha gli occhi accesi, terrorizzati. Sarà che era rimasto orfano a undici anni e che un’insana fame, l’estro di chi è solo al mondo, lo obbligava agli estremismi. Preferì viaggiare per il globo; nato in una provincia dell’Ucraina russa, cresciuto tra Varsavia e Cracovia, come seconda lingua preferiva il francese, l’inglese lo parlava in modo involuto, lento, da straniero. Sulla terraferma, sempre, gli pareva di affogare.  Fu Hugh Walpole, in ogni caso, a propiziare l’incontro tra Joseph Conrad e T. E. Lawrence. Con Walpole, poligrafo, nato in Nuova Zelanda, affascinato dalla Rivoluzione russa (che aveva seguito sul posto), uno zelante ammiratore, Conrad si sentiva a suo agio. “Tu dici che ho subito l’influenza formativa di Madame Bovary…”, gli scrive, nel 1918, per ribattere, “Flaubert… lo ritenni meraviglioso. Non credo di aver imparato nulla da lui”.  L’incontro accadde in luglio, era il 1920: Conrad era già Conrad, il rivoluzionario della letteratura inglese, Lawrence, per tutti, era “Lawrence d’Arabia”; aveva scritto la prima, affrettata bozza dei Sette pilastri della saggezza e Winston Churchill era pronto a offrirgli un posto di rilievo presso il Colonial Office con il compito di risolvere la questione mediorientale. Lawrence, dal canto suo, mirava solo a disintegrarsi. Amava Conrad, quello sì, “ha reso la nostra prosa finalmente inquietante: ogni suo paragrafo (dacché non scrive frasi, ma paragrafi) si sviluppa a ondate, come il riverbero di una campana, dopo che si è bloccata”. L’incontro fu piacevole, privo di fronzoli, intonato al blu: forse nel mare di Conrad, Lawrence riconosceva il suo deserto. Il 18 agosto del 1922, da Oswalds, Conrad scrive “al mio caro Mr. Lawrence”: gli invia una copia di The Mirror of the Sea, “emendata da assurdi refusi”, con dedica, “A T.E. Lawrence con la massima stima da Conrad”. Nel frattempo, contraffatto con il nome di John Hume Ross, Lawrence si era appena arruolato nella RAF.  Dieci anni prima, piuttosto, Conrad aveva ricevuto gli omaggi di un altro uomo eccezionale, diversamente eccentrico. Nel 1912, durante un viaggio di sei mesi in Inghilterra, ad Ashford, nel Kent, Saint-John Perse incontra Conrad, folgorato, pure lui, da Cuore di tenebra, Nostromo, Lord Jim. Era stata un’amica comune, Agnès Tobin, americana, traduttrice di talento (anche di Petrarca), a introdurre Saint-John Perse a Conrad. Il 26 febbraio del 1921, da Pechino, all’apice di una brillante carriera diplomatica, il poeta, futuro Nobel per la letteratura, invia a Conrad una lettera tanto bella da sembrare fittizia, pura perla destinata ai posteri: “Una cosa misteriosa, che ho io stesso constatato, è che sugli altipiani dell’Asia, nel cuore del deserto, cavallo e cavaliere si girano ancora d’istinto verso Est, là dove giace la tavola invisibile del mare… Negli occhi dei cammellieri incontrati nel deserto del Gobi mi è sembrato qualche volta di sorprendere uno sguardo di uomo di mare”. La lettera è raccolta, tra poche altre a rarissimi interlocutori – Paul Claudel, André Gide, Thomas S. Eliot, un altro strenuo ammiratore di Conrad – nell’agiografico volume delle Œuvres complètesche Saint-John Perse si cura per la Bibliothèque de la Pléiade. Nato nelle Antille francesi, era uomo di mare pure lui, e al mare ha dedicato un poema oceanico, Amers (1957; recentemente tradotto da Nicola Muschitiello per le Edizioni Medhelan come Segni d’amaro approdo, 2024).  Queste testimonianze, necessarie per capire le intense passioni che Conrad sapeva suscitare – scrittore altrimenti schivo, nella stiva di un’ispirazione eclatante –, non sono raccolte nell’Epistolario (1885-1924) edito da Giometti & Antonello (2021), che riproduce l’edizione curata da Alessandro Serpieri per Bompiani nel 1966 (il libro, dunque, è anche un omaggio a quel grande anglista). Conrad resta, sempre, un espatriato, uno ormeggiato tra le nebbie: inutile cercare tra le sue lettere le vertigini di Rainer Maria Rilke, gli orpelli di Pasternak, gli innamoramenti di Albert Camus. Nato Korzeniowski, frugale come chi sa la fame, propenso al crollo, alieno al clima intellettuale dell’epoca, Conrad procede per coltellate verbali (“La morte non è nulla – ed io sono abituato alla sua rapidità. Ma quando la vita ti deruba d’un uomo su cui hai riposto la tua fiducia per vent’anni, il torto sembra troppo mostruoso per essere dimenticato”, scrive, il 5 dicembre 1897, a Edward Garnett, che per primo riconobbe il suo talento letterario), sconvolto, spesso, dalla necessità di scrivere e vendere racconti con estenuata continuità.  Nelle prime lettere – qui è da Calcutta, il 19 dicembre del 1885 – Conrad è fieramente reazionario, si scaglia contro il “progresso sociale” propugnato da “furfanti senza scrupoli e pochi lunatici, sinceri ma pericolosi” a discapito dell’“idiota gregge umano”:  > “Io vivo soprattutto nel passato e nel futuro. Il presente ha poche attrattive > per me… Separazione fra Stato e Chiesa, Riforma Agraria, Fratellanza > Universale non sono che le pietre miliari sulla strada della rovina”.  Si adatterà alla temperie tribunizia anglofona, con una perpetua attrazione verso i ribelli: “ogni estremista è rispettabile”, scrive il 7 ottobre del 1907, sull’onda del romanzo anarcoide, L’agente segreto.  In una lettera a Garnett, il 20 gennaio del 1900, Conrad si lancia in un ricordo del padre, Apollonius N. Korzeniowski, di plateale potenza:  > “Uomo di grande sensibilità, di temperamento esaltato e sognatore, con una > terribile dote di ironia e di umor tetro… Il suo aspetto era nobile, la sua > conversazione molto affascinante, la sua faccia triste quando era serio”.  Patriota, ribelle, giornalista sprezzante, personalità eccentrica, ipnotica, cupa, letterato genialoide (ma “drammi, poesie, prose furono bruciati dopo la sua morte secondo il suo ultimo desiderio”), Apollonius è il modello del Kurtz di Cuore di tenebra, dove sono coinvolti tutti i tormenti e le nostalgie di Conrad.  Secondo Alessandro Serpieri le lettere di Conrad sono “un’occasione unica per seguirlo nel suo difficile cammino di uomo e di artista, per sorprenderlo”. In verità, Conrad è refrattario a raccontarsi, si difende da ogni assalto, in una celata di cristallo: avendo vissuto, non ha confessioni da sperperare, è come il suo Marlow, a poppa, con le gambe incrociate, che “rassomiglia a un idolo” e attende di salpare verso “uno dei luoghi tenebrosi della terra”. L’anima, in certi uomini, è come un kraken incardinato negli abissi: non è materia per chiacchiere o lussurie epistolari.  L'articolo “La morte non è nulla”. Joseph Conrad in forma di kraken proviene da Pangea.
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Monumento a Chesterton, lo scrittore che poteva essere Kafka ma optò per la felicità
> Qui muore un altro giorno > Durante il quale ho avuto occhi, orecchie, mani > E il grande mondo tutto intorno; e domani > Ne inizia uno nuovo.  > Possibile ne possa avere due? > > G. K. Chesterton,  “Sera”, da The Notebook Scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa nelle sue lezioni di Letteratura inglese, in “Accenni ad alcuni contemporanei” (come ha spiegato Gioacchino Lanza Tomasi, suo figlio adottivo, lezioni meno “collettive” di quanto si pensi – per lo più scritte e “adoperate soltanto per [Francesco] Orlando, e lette clandestinamente da me in blocchi che mi venivano forniti da Giuseppe sotto la consegna del silenzio”): > “Gli inglesi passano, a giusta ragione, per essere un popolo silenzioso. Però > essi hanno prodotto, nel nostro secolo [ventesimo, ndr], quattro dei più > grandi e inesauribili conversatori che siano esistiti: Chesterton, Wells, > Huxley e Shaw, massimo fra tutti. E intendo dire conversatori non solamente > verbali ma gente cui le chiacchiere chilometriche scambiate fra amici non > bastano: gente che è stata costretta a scaricare in migliaia di pagine le > chiacchiere ancora inevase. A questa favolosa possibilità di chiacchierare, in > salotti e in libri, essi dovettero la immensa popolarità che li circondò > perché essa dovette apparire come una dote magica a quel popolo taciturno, > tanto più che erano chiacchiere di valore, nutrite di cognizioni vastissime e > condite dell’humour più genuino. […] ‘Vi è un tempo per parlare e un tempo per > tacere.’ Questo enunziato di saggezza salomonica restò loro incomprensibile > sulla terra; speriamo che nei Campi Elisi abbiano trovato il tempo del > silenzio; speriamolo, voglio dire, per gli altri ché per loro il dover tacere > equivarrà all’inferno.” Il principe di Lampedusa si soffermava sorprendentemente su uno di questi “super-campioni della polemica”, Gilbert Keith Chesterton (1874 – 1936), il “poeta che danza con cento gambe”: > “Fra lo scrittore cattolico italiano e quello inglese (o per dire vero di > qualsiasi altro paese) corre una grande differenza. Lo scrittore italiano che > si professi chiaramente cattolico è sempre uno scrittore ‘moscio’. Lo > scrittore inglese (o francese, o tedesco, o americano) che si batte per la > Chiesa cattolica è sempre uno scrittore ‘duro’. Ciò dipende dal fatto che in > Inghilterra, in Germania e negli Stati Uniti il cattolicesimo è una religione > di minoranza di fronte ad altre confessioni e gli occorre decisione, > aggressività e coraggio per affermarsi e mantenersi. In Francia il > cattolicesimo è anch’esso in minoranza non già di fronte ad altre forme di > religione ma di fronte alle varie sfumature della miscredenza.” In Italia, invece, “il cattolicesimo, oltre ad essere la confessione del novantasette per cento della popolazione, esce da un periodo di predominio che, evidentemente, non era producente. Quindi il cattolico italiano è pieno di rimorsi inconsci ed ha sempre l’aria di scusarsi di esserlo. In Inghilterra i cattolici sono il cinque per cento ed escono da un lungo periodo di persecuzione, sanguinosa in principio, patrimoniale e politica dopo, vessatoria sempre, che li pone nella redditizia posizione di accusatori.” Concludendo con l’usuale nota ironica: “E così si perpetua quella temperatura di brodo tiepido che favorisce la germinazione dei microbi ma non dei polemisti”.  * Se già allora (indicativamente tra il 1953 e il 1955 – Lampedusa sarebbe morto a breve), la memoria di questi grandi autori tendeva “ad affievolirsi”, oggi GKC non è ancora presente nel nostro panorama editoriale – Lindau ne traduce l’opera narrativa e saggistica da una decina di anni (fra gli ultimi: L’uomo comune, La mia fede, Il Napoleone di Notting Hill…), diverse opere sono state tradotte da Leardini (con la Società Chestertoniana Italiana) e da Jouvence, nonché da Adelphi, con il saggio L’età vittoriana nella letteratura(memorabile la quarta di copertina: “Chesterton era incapace di introdurre anche solo una traccia di moderazione in ciò che faceva…”). Presso le Edizioni Ares, a cura di Andrea Monda, è uscita “un’appassionante miscellanea di saggi” scritti negli anni Venti, Giovani idee. La felicità di pensare (della stessa casa editrice, si segnala la biografia di Paolo Gulisano e Daniele De Rosa, Chesterton. La sostanza della fede).  Come suggerisce quest’ultimo titolo, tra le caratteristiche più apprezzate di questo “spirito paradossale” fu forse proprio l’ironia: le sue poesie, scriveva ancora Lampedusa, sono “fra le più divertenti che esistano” – così come il suo modo di presentare “le verità più trite con la testa in giù in modo che esse ci appaiono inedite”. “Voi, naturalmente,” ammoniva “da buoni italiani che desiderate la letteratura ‘seria’ per poter più serenamente condurre una vita non seria, arriccerete il naso. Ma avete torto. Una buona serie di letture chestertoniane vi farà gran bene.”  Mi viene in mente a proposito un aneddoto raccontato da un suo appassionato lettore, Simon Leys:  > “Vidi una copia del Napoleone di Notting Hill di Chesterton; conoscevo il > libro solamente dal titolo, e, per curiosità, l’ho preso e aperto alla prima > pagina, leggendo l’inizio della prima frase nel Capitolo Uno: ‘La razza umana, > della quale fanno parte tanti miei lettori…’ Ho comprato il libro seduta > stante e lasciato di fretta la libreria. La vista di un anziano che ride > chiassosamente fra sé in un luogo pubblico potrebbe essere piuttosto > imbarazzante, e non avrei voluto disturbare gli altri avventori.” Eppure, bisogna al contempo rilevare come già fece Borges – “qualcosa nella creta del suo io inclinava all’incubo, qualcosa di segreto, e cieco e centrale” – la sotterranea vena di nero pessimismo attraversante l’umorismo di Chesterton; sempre Borges: “Poteva essere Kafka o Poe, ma coraggiosamente optò per la felicità e sostenne di averla trovata.” Lo stesso Leys, citato poco sopra, nel saggio che gli dedicò (si veda Le Studio de l’inutilité, Flammarion 2012; The Hall of Uselesness, The NYRB 2013), rifletteva a proposito: > “Uno dei molti equivoci in cui spesso incappiamo intorno alla figura di > Chesterton è di immaginarlo come un tizio grande, benigno e allegro, sempre > preso da una inesauribile e innocente risata… Un uomo forse di un’altra epoca, > il quale difficilmente avrebbe avuto un’idea dei terrori e degli orrori che > hanno caratterizzato la nostra. Alla fine di questo orribile ventesimo secolo > – indubbiamente il più selvaggio e disumano periodo della storia – potremmo a > buona ragione chiederci: con il suo permanente e imperturbabile buonumore, non > è forse, Chesterton, una sorta di monumento appartenente ad un’altra era – se > non ad un’altra civiltà? Non dovrebbe forse apparire al lettore moderno come > un toccante, ma in fondo irrilevante anacronismo? Dacché, dopo tutto, noi > siamo figli di Kafka: come potrebbe allora Chesterton avere a che fare con le > nostre ansie?” Tuttavia – continuava Leys – “il fatto è che Kafka stesso trovò in Chesterton uno specchio per le proprie ansie. Sappiamo dalla testimonianza di un suo giovane amico e ammiratore, Gustav Janouch, che Kafka ammirava in modo particolare L’uomo che fu Giovedì (che è per l’appunto, l’opera narrativa più riuscita e affascinante di Chesterton). A proposito di questo libro, si dovrebbe notare tra l’altro che Chesterton stesso si lamentò, una volta, che la maggior parte dei suoi lettori sembravano non essersi resi mai pienamente conto della seconda parte del titolo: L’uomo che fu Giovedì: UN INCUBO. Ma quest’ultima parola, certamente non dovette scappare a Kafka.”  * Anche Lampedusa aveva indicato tra i migliori libri di Chesterton, insieme ad Ortodossia e ai racconti di Padre Brown, proprio L’uomo che fu Giovedì (1908):  > “è un conte philosophique di Voltaire in ambiente mondano e soprattutto, col > bersaglio mutato. In esso s’intende deridere la scienza moderna e la filosofia > sulla quale essa si appoggia, che finisce con l’identificare il Male al Bene. > […] Ma a parte l’estrema maliziosità comune ad entrambi, essi [Chesterton e > Voltaire] hanno il segreto del movimento rapidissimo che non lascia riflettere > e la facoltà di saper incarnare in personaggi viventi le più astratte opinioni > filosofiche. Il buon umore continuo, l’attitudine caricaturale, le subitanee > frasi rivelatrici d’inaspettate profondità teologiche fanno di questo > romanzetto un capolavoro.”  Tra l’altro, già nel 1999, all’alba del nuovo millennio, Leys ne consigliava la lettura accostando questo romanzo soltanto a L’agente segreto di Conrad (scritto negli stessi anni, a cui anche dedicò un articolo intitolato “‘Je ne suis pas d’ici’: Joseph Conrad e L’Agent secret”) includendolo nei “tesori dimenticati” della letteratura del novecento, con la motivazione: “È l’unico romanzo nell’intera storia della narrativa, nel quale si è potuto introdurre Dio come plausibile personaggio!”  Sullo sfondo di questa cosmica detective story, con poliziotti e agenti segreti che rincorrono anarchici e pessimisti (“L’investigatore comune va nelle bettole ad arrestare i ladri, noi andiamo nei salotti culturali a scovare i pessimisti”) occupato dall’ambigua figura del presidente del Consiglio anarchico Europeo, soprannominato Domenica, si svolge un adrenalinico combattimento metafisico – che, prestandosi a diversi livelli di interpretazione, lascia al lettore anche dopo diverso tempo alcuni interrogativi esistenziali: come avere la certezza che quel facciamo è giusto o sbagliato? Siamo davvero sicuri di sapere contro chi stiamo combattendo? E sappiamo per davvero, nei nostri sforzi, quando siamo nella direzione giusta?  Difficile rispondere, ad ogni nuova situazione concreta, ed è proprio questo l’incubo che Chesterton qui inscena, mettendo i suoi personaggi sulla strada di prove sempre più estreme (“si ricordava di come la paura per il Professore assomigliasse a quella che generano gli eventi incontrollabili di un incubo e di come la paura per il Dottore assomigliasse a quella del vuoto soffocante della scienza”…) con un esito sempre inaspettato, senza che tuttavia si tirino mai indietro di fronte ad esse. E cogliendo un aspetto profondo della sua – e della nostra società.  Andrea Corsi * Da L’uomo che fu Giovedì “In fondo, non era forse vero che tutto, come in quel bosco incantato, consisteva in una danza tra il buio e la luce? Ogni cosa è solo un bagliore, un bagliore che giunge sempre inaspettato e che sempre viene subito dimenticato. Ecco che Gabriel Syme aveva trovato nel fitto di quel bosco punteggiato di luce ciò che vi trovarono molti pittori moderni: era ciò che la gente moderna definisce Impressionismo, un altro nome per identificare quello scetticismo estremo, incapace di trovare le fondamenta dell’universo.” “Syme balzò in piedi, fremendo dalla testa ai piedi: «Ora capisco, – gridò – capisco tutto. Perché ogni singola cosa sulla Terra fa guerra a tutte le altre? Perché ogni piccola cosa esistente al mondo deve combattere contro il mondo intero? Perché una mosca deve combattere contro l’intero universo? Perché un dente di leone deve combattere contro l’intero universo? Per lo stesso motivo per cui io dovevo sentirmi da solo in mezzo al tremendo Consiglio dei Giorni: e cioè, affinché ogni cosa che obbedisce alla legge possa avere la gloria e la solitudine dell’anarchico, affinché ogni uomo che combatte in nome dell’ordine possa essere tanto impavido e devoto quanto un terrorista. Solo così la bugia di Satana può essere ritorta contro quella sua faccia da bugiardo, solo così noi possiamo guadagnarci il diritto, attraverso le lacrime e il sangue versato, di dirgli in faccia: ‘Tu menti!’. Nessuna sofferenza è troppo grande, se ci fa guadagnare il diritto di dire in faccia a quest’accusatore: ‘Anche noi abbiamo sofferto’.”  L'articolo Monumento a Chesterton, lo scrittore che poteva essere Kafka ma optò per la felicità proviene da Pangea.
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“Quando vedrai milioni di morti senza parole…” Vita & poesia di Charles Hamilton Sorley
Non era tornato a casa. I compagni di plotone non lo avevano trovato. Nemmeno le squadre di cercatori inviate a Hulluch, nell’Alta Francia, riportarono notizie certe su di lui. Disperso tra le ceneri della battaglia in qualche fossa comune, il suo nome arrivò in tondo su un telegramma che i genitori, in Inghilterra, lessero in lacrime. Il biglietto avvisava la dipartita del capitano Charles Hamilton Sorley, colpito in testa da un cecchino durante i combattimenti a Loos, nell’ottobre 1915. Ucciso all’istante, il loro ragazzo se ne era andato con la promessa del congedo previsto di lì a qualche mese. Aveva appena vent’anni. Così la sua scomparsa si univa alla fine di un’intera generazione di giovani vittime in un massacro senza precedenti. Difatti, era da secoli che l’antica menzogna del «dolce morire per la patria» – il dictum latino trapiantato nel suolo d’Albione – aveva preparato schiere di figli devoti, mossi all’azione dai valori dei padri ed allevati nel grembo delle public schools, da immolare al momento opportuno sui campi di battaglia. Che il capitano Sorley componesse versi è una storia altrettanto amara quanto avventurosa. Annoverato fra i sedici war poets della Prima guerra onorati sulla lapide di Westminster, ne è il più giovane rappresentante, forse uno dei meno noti per l’opera rimasta incompiuta, benché prolifica, addirittura sorprendente se si considera l’età anagrafica. La sua voce singolare è attestata in una vasta messe di componimenti – quelli d’anteguerra i migliori – che rivelano un’esperta caratura tecnica d’impronta tradizionale, una combinazione di perfezione stilistica nel dettato e auscultazione del ritmo interno alla strofa, sempre attento alla rima e sostenuto dalla profonda cultura classica. La lucidità di visione e il rigore metrico ne fanno, in definitiva, uno dei lirici più dotati nell’eterogeneo coro di talenti che sbocciarono – per essere infine soffocati – sotto le bombe. Tuttavia, il suo profilo tende a sfuggire ad ogni etichetta affibbiata nel tentativo di inquadrarne la posizione verso il conflitto in un anello di congiunzione tra filone eroico-patriottico e svolta realistico-satirica, di per sé fallace se si considera la risposta di ciascun autore all’evolversi degli eventi, oltre la caratteristica linea d’azione.    Per circostanze storiche indubbie, i primi poeti-combattenti volontari cantavano la guerra in versi idealistici e patriottici, celeri a scattare al segnale della propaganda per partecipare al “gioco” o show (come incitava la sciovinista Jessie Pope, Who’s for the Game?) tenuto sull’impietoso palcoscenico del mondo. Se per un guerriero di razza come l’aristocratico Julian Grenfell era facile osannare la morte onorevole dalle «soffici ali» (Into Battle), un immaturo Rupert Brooke – non avendo conosciuto la vita di trincea – elogiava l’impresa virtuosa che avrebbe restituito la gloria eterna al milite sepolto in un campo straniero (The Soldier). Contro i grandi ideali dei suoi contemporanei, Charles Sorley – scozzese di origini e inglese per elezione – scaglia con coraggio la sua abiura, eppure non da subito. Agli inizi della campagna, aveva nutrito anche lui vaghe fantasie cavalleresche rispetto al pericolo della caduta, tra canti enfatici e ingenuità romantiche: «Ricoprite di gioia il letto della terra/ E così morite, siate felici.» (All the Hills and Vales Along). Sorley studente a Marlborough (fila inferiore al centro) © reserved Marlborough College Il testo più famoso e antologizzato, distante dai toni esultanti del 1914, sarà l’ultimo vergato al fronte, rinvenuto dai commilitoni nel suo kit, che, assieme ad altri frammenti e abbozzi di prose, lascia ai posteri un monito potente di fronte a ogni mistificazione della carneficina reale. Crollata l’edulcorata visione della guerra, la poesia apre uno slargo inaspettato nel panorama dell’epoca, un bagliore di verità nella critica al sistema bellicista dell’Impero, messa a segno in versi crudi e irriverenti, tesi a guardare la morte dritta negli occhi:    > “Quando vedrai milioni di morti senza parole > Che incedono nei tuoi sogni in pallidi battaglioni, > Non dire loro cose dolci come hanno fatto altri uomini, > Rammenta questo. Perché non è necessario. > Non concedere lodi. Sordi ormai, come potrebbero capire > Che soltanto le maledizioni si addensano sopra ogni testa squartata? > Né lacrime. I loro occhi ciechi non vedono scorrere le tue lacrime. > Né onore. È facile morire…” Dinanzi al culto vittoriano degli eroi, il blasone di Scozia fa sentire senza orpelli la sua natura indocile, rinunciando alla fedeltà dogmatica verso la corona. Fuori dalle gesta eroiche del mito, l’orrore della strage si poteva raccontare solamente nei resti umani risucchiati dentro la waste land della Terra di Nessuno, ovvero l’altra faccia dell’epopea. Dopo gli eccidi della Somme, la percezione del conflitto – e di conseguenza la sua rappresentazione letteraria, specie in poesia – non sarebbe stata più la stessa. La tragedia che aveva sperperato il fiore della gioventù britannica sui terreni delle Fiandre si annunciava agli occhi dei conterranei al netto di tutte le possibili distorsioni della memoria. Secondo Siegfried Sasson, il “sicuro” mondo d’anteguerra si era ridotto a un «inferno dove finiscono risate e ragazzi», e lo stesso Rudyard Kipling – il figlio John caduto anch’egli a Loos – avrebbe parlato, nei suoi Epitaphs of War (1914-18), a nome dei «giovani arrabbiati e traditi» (A Dead Statesman) nelle loro illusioni, derubati degli anni di innocenza con un sacrificio ingiusto. In questo solco di condanna dei mali inferti dal conflitto, il timbro di Sorley, col suo grido all’internazionalismo (To Germany), spicca per drammaticità e premonizione circa la futilità dell’impresa che vanifica ogni azione umana (Such, Such is Death), ponendosi da antesignano: una vena sovversiva precedente alla virata antimilitarista di un Siegfried Sassoon, degli epigoni Wilfred Owen e Isaac Rosenberg. Per questo, nella sua autobiografia Good-Bye to All That, Robert Graves lo pianse come la perdita più dolorosa di cui avesse sofferto la moderna poesia inglese.  La raccolta che gli diede la fama – giunta postuma e limitata alle liriche a tema bellico –, dal titolo Marlborough & Other Poems, venne pubblicata nel 1916 per volere della famiglia ed ebbe una tiratura altissima, con varie ristampe, nel primo dopoguerra. Nonostante ciò, colui al quale non spettò una canonizzazione simile all’apollineo Brooke merita di essere ricordato senza armi e divisa.  Frontespizio della raccolta Marlborough and Other Poems con un ritratto in gessetto di Cecil Jameson Discendente di una stirpe illustre sorta tra i fiumi Tay e Tweed, conta fra i suoi avi eminenti Scots del calibro di William Sorley, reverendo della Chiesa di provincia, e George Smith, uomo di lettere edimburghese rinomato per il suo “passaggio in India”. Il padre William Ritchie Sorley è professore emerito di filosofia all’Università di Aberdeen, le cui idee rivoluzionarie nel campo della morale gli valgono una cattedra a Cambridge nel 1900. Da questo momento, tutta la famiglia, d’indole eclettica e apertura cosmopolita, decide di avvicinarsi alla venerata città universitaria.  Fin dalla tenera età, i piccoli Sorley – la sorella Jean e i due gemelli Charles e Kenneth – vengono allevati dalla madre con una buona dose di grammatica francese e letteratura nazionale: passi di Shakespeare, brani di Scott e canti di Blake sono di casa. Da ragazzino, Charles divora i classici greci e tutti i drammi elisabettiani sugli scaffali, legge le odi di Keats come un salterio e allena l’orecchio sulle note di A. E. Housman (A Shropshire Lad, fra i suoi libri preferiti) fino a comporre versi propri. L’istruzione migliore a cui poteva aspirare lo vede dapprima allievo diurno alla King’s College Choir School di Cambridge e dal 1908 nel convitto privato di Marlborough, trampolino di lancio per le cime oxbridge. Qui viene eletto ai principali club studenteschi, conteso tra la Debating Society e la Junior Literary Society.  Il talento precoce nella scrittura lo condurrà ben presto alle prime pubblicazioni sulle riviste collegiali, tra cui il Marlburian. Nello stesso tempo, si distingue fuori dalle aule per l’eccezionale talento sportivo: nella corsa è una meteora. Sembra inoltre non badare a premi, medaglie e riconoscimenti poetico-letterari che si succedono sul suo cammino. Umile di carattere, fa anche fatica a riconoscere il fascino che emana crescendo. Alla soglia della maggiore età, è diventato un ragazzo bellissimo, dalla dizione perfetta e magnetico nei modi. Alle prese con le nuove consapevolezze, si ritrae come un privilegiato (come per gli estratti successivi, si fa riferimento al volume a cura di W. R. Sorley, The letters of Charles Sorley, with a chapter of biography, Cambridge University Press, 1919):   > “Mi sento terribilmente indegno e inesperto perché la vita non mi ha dato > difficoltà in casa né grossi problemi da risolvere, soltanto quelli possono > rafforzare davvero un uomo…” Si rende conto, a quell’altezza, che la vita è stata fin troppo buona con lui. E per restituire al mondo il dono ricevuto avrebbe fatto del suo meglio in tutto. Il nervo resistente della sua personalità, temprato sulle prediche evangeliche e addestrato al valore della disciplina, trovava in ogni cosa una prova da affrontare, in ogni difficoltà una sfida, come ricorderà il padre orgoglioso:    > “Voleva sempre crescere. Ogni nuova esperienza, che fosse un gioco, un libro, > un luogo o una persona da conoscere — era per lui un’avventura; dava la sua > opinione con entusiasmo, mentre coglieva soltanto il meglio, nient’altro > contava.  Qualunque delusione, apprensione o senso di sconfitta, per qualsiasi > fallimento, lo teneva per sé, andando incontro alle sue imprese, soprattutto > la più grande di tutte – nell’agosto 1914 – con un’allegra prontezza e un > umorismo che regalavano un senso di conforto e sicurezza a tutti quelli che lo > vedevano. ‘Ecco Charlie, sempre brillante e coraggioso,’ diceva la nostra > vecchia padrona di casa dello Yorkshire alla fine di ogni vacanza.” Alla luce dei successi scolastici, i versi della fase Marlborough raccontano slanci d’ebbrezza giovanile, l’abitudine alla camaraderie contratta dalla vita di collegio e, più di tutto, un desiderio indomabile di libertà, il bisogno di solitudine nella natura selvaggia e incontaminata, a contatto con burrasche e temporali. Lungo i pendii delle vicine Downs o sulle native Highlands, Charles ama ritirarsi, come un asceta, percorrendo ampie distese a lunghi passi, attirato dai misteri dei glen, in maratone da cui torna rigenerato: > “Era solito fare lunghe passeggiate, come quando spariva per correre in > maglietta e pantaloncini sulle Downs. Aveva scelto di starsene per conto suo.” Il cognome Sorley – in gaelico sta per pellegrino o viandante – lo aveva predestinato, imprimendo nel suo spirito il desiderio di un riparo dell’anima, l’istinto animale a fuggire “via dalla pazza folla”. A quell’atteggiamento romantico verso l’esistenza si sarebbe aggrappato per capire sé stesso nel profondo del cuore, ma soprattutto per scrivere. Corsa, pioggia, vento e poesia sono per lui un tutt’uno. > “[…] nello Yorkshire, dove le brughiere discendono verso il mare, oppure in > qualche luogo delle sue origini – Selkirk, Dunbar o Aberdeen; […] attraverso > la Francia, in bici, cavalcò la costa della Normandia e le sponde della Senna. > Una volta, in un pomeriggio di tempesta, dopo aver percorso a fatica una > scarpata, sul punto di attraversare le colline, ci imbattemmo improvvisamente > in un campo coperto da grandi selci bianche. Ma Charlie, che in genere > rispondeva prontamente, non disse una parola; fissava il campo come se ci > vedesse scritto qualcosa.” Più tardi, il talento di famiglia viene ammesso a Oxford con una borsa di studio e grazie all’intervento paterno gli è concessa l’interruzione prematura degli studi. Al giovane spettava la gioia di un Grand Tour, o almeno una breve esperienza formativa all’estero, prima di precipitarsi nel mondo dei college. Non perde tempo e all’inizio del 1914 è a Jena per frequentare i corsi di filologia all’università locale. Dopo un tour mitteleuropeo, si cala appieno nella vita della città. La lingua gli dà la fame della scoperta, trasmettendogli la ricchezza di una cultura che non smetterà mai di affascinarlo. In questo periodo, la visita del fratello e dei genitori, che coinvolge in passeggiate campestri e giri turistici, viene a ricordargli il calore della patria, a rinsaldare il rapporto sincero custodito per lettera. Una sera, in cima a un colle, guarda insieme a loro una Jena luccicante sotto il crepuscolo, e in quell’istante si sente al sicuro. Basterà la notizia della dichiarazione di guerra a richiamarlo al di là della Manica dopo una rocambolesca giornata di carcere a Treviri (nel frattempo Russia e Germania sono diventate nemiche). Non appena tocca terra, firma convinto le liste di coscrizione. L’invasione tedesca del Belgio è una mossa troppo oltraggiosa per resistere alla tentazione. Arruolato come secondo tenente nei reparti del Suffolk Regiment, viene da qui mobilitato in fretta sul Fronte occidentale, a marcia indietro sul continente. A sostenerlo durante l’addestramento militare sarà l’amicizia fraterna di Arthur Watts (soldato del battaglione alleato ed ex lettore di inglese a Jena), più dolce dei vecchi legami camerateschi, che riaccende in lui l’amore dei miti greci. Uniti da comuni interessi letterari, i loro scambi epistolari celano, in sordina, intense vibrazioni romantiche, scintille di intimità che tentano di ricucire la distanza sulla scia dell’epica. Tra le righe cifrate in greco e tedesco, come un appassionato codice segreto, un adorante Charles trasfigura il compagno nei panni di Ulisse per sentirlo più vicino:  > “Dammi l’Odissea e restituirò il Nuovo Testamento. Indicami la strada, sia > fisica che spirituale. Solo qualche volta l’orribile visione di pane e burro > viene ad eclissare il mio sogno; […] In questi sogni mi appari come il > sergente-pioniere. Forse sei tu l’Odisseo, mentre io non sono altro che uno di > quei fedeli ἑταῖροι [compagni]… Ma comunque sia, le nostre vite saranno > πολύπλαγκτοι [agitate dal Fato].  E noi verremo sepolti dal mare – […] > Dall’inizio di questa lettera, sento un certo profumo di romanticismo durante > la ronda notturna.” Mentre si scrivono, i due amici separati dalla guerra guardano lo stesso cielo inondato di malinconia, l’uno al lume di un fiammifero, l’altro proiettato verso le stelle: > “Tu, al telescopio, vedi la strada verso la stella nella sua vastità, senza > l’ingombro degli atomi che soffiano negli occhi e riempiono i nostri pori di > linfa vitale – metà strada verso quella stella – ad ogni curva. […] E così > fino al nostro prossimo incontro!” Negli ultimi mesi in trincea, Sorley non ha perso il suo umorismo né la nostalgia degli affetti. Ciò che lo tiene sveglio di notte è il pensiero di aver dimenticato a casa la sua copia di Omero – come detta il frammento Non ho portato la mia Odissea con me sul mare [XXXVI] – e il desiderio di una colazione rigorosamente inglese.   Irrequieto e in preda all’attesa spasmodica nelle retrovie, ha il tempo di scrivere ai propri cari che la firma della pace sembra «un brutto scherzo» sulla bocca di tutti. Il suo addio alle armi, del resto, lo ha già annotato nel taccuino impolverato che porta in tasca. Esegue quindi l’ultimo comando, butta giù una lettera per Arthur e a qualche giorno dall’azione saluta l’Inghilterra con Auf Wiedersehen. * Per riscoprire la penna di Charles Sorley, si propone qui di seguito una selezione di testi inediti e rappresentativi della sua opera poetica, tratti ciascuno da una sezione della raccolta Marlborough e altre poesie: Il canto dei corridori spogli  Agitiamo i fianchi discinti Con la luce negli occhi, La pioggia ci cade sulle labbra, Non corriamo per vincere. Non sappiamo di chi fidarci, Ma non torniamo indietro, Perché è nostro dovere correre  Attraverso l’immensità dell’aria. Le acque dei mari Si agitano come in tempesta. La tempesta spezza gli alberi E non li lascia al caldo. Eppure, si ferma forse la lacerante tempesta? Si chiedono perché le cime degli alberi? Così, noi corriamo senza una ragione Sotto la grandezza del cielo terso.  La pioggia ci cade sulle labbra, Non corriamo per vincere. La tempesta frusta l’acqua E l’onda ulula ai cieli. S’alzano i venti, che la colpiscono E la infrangono come sabbia, E noi corriamo perché ci dà piacere Lungo la radiosa vastità della terra. * Pioggia (estratto) C’è qualcosa nella pioggia Che mi invita a rimanere: C’è qualcosa nel vento Che mi sussurra “Lasciati alle spalle Questa terra di tempi e regole, Terra di campane e lezioni mattutine. Il latino, il greco e il cibo del collegio Non ti servono a molto. Lasciali: se vuoi essere libero  Seguimi, seguimi, vieni con me!” Quando raggiungo i quattro chilometri, Per guardare di nuovo là fuori   Sui cieli bianco opaco E il velo di pioggia alla deriva, E il mucchio di siepi sparse Che ondeggia debole sul dirupo, E l’infinita distesa di colline Ricoperte di vesti verdi e d’argento; C’è qualcosa nella loro foggia Di desolante e sterile bruttezza, Che mi sussurra “Hai letto di una terra di luce e gloria: Ma non credere a ciò che dicono. È un regno tetro e desolato, Dove i venti e le tempeste ti chiamano  E la pioggia spazza via ogni cosa. Non dar retta ai predicatori Che parlano di una terra dolce e remota. Qui c’è una terra migliore e più gentile E non si trova lontano”. * Due sonetti (Parte I) I santi hanno adorato la nobiltà della tua anima. I poeti sono diventati pallidi davanti alla tua gloria. Noi siamo tra i milioni di anime che in ogni ora Attendono di percorrere il tuo cammino. Tu, così familiare, un tempo diverso: abbiamo tentato Di vivere senza pensare alla tua presenza. Ma in ogni strada, da ogni parte, adesso Vediamo la tua insegna dritta e ferma. La immagino come quel cartello nella mia terra, Alto e canuto, che mi indicava di andare In alto, sulle colline, a destra, Dove nuotano le nebbie e i venti urlano e soffiano, Una terra senza casa e senza amici, ma pur sempre Una terra ignota che desideravo conoscere. * Smarrito Sulle fantasie del mio passato  È calata una cecità grave e silente. Adesso il mio sguardo si volge ad altre cose,  Non quelle che un tempo vide e conobbe. Non posso pensare a quelle terre a me care (O laggiù, i tempi andati!) Dove il vecchio cartello malconcio resta in piedi E le quattro strade vanno in silenzio                               Verso est, ovest, sud e nord, Dove spirano i freddi venti invernali. E cosa porterà con sé la sera Non spetta a me né a voi saperlo. *Il servizio e la traduzione dei testi sono di Pierluigi Piscopo Riferimenti bibliografici: – C. H. Sorley, Marlborough: and other poems, a cura di W. R. Sorley, Cambridge University Press, Cambridge 1916. – C. H. Sorley, Collected Poems, a cura di J. Moorcroft Wilson, Cecil Woolf, London 1985. – J. Moorcroft Wilson, Charles Hamilton Sorley: A Biography, Cecil Woolf, London 1985. – W. R. Sorley, a cura di, The letters of Charles Sorley, with a chapter of biography, Cambridge University Press, Cambridge 1919. – J. Moorcroft Wilson, a cura di, The Collected Letters of Charles Hamilton Sorley, Cecil Woolf, London 1990.  – N. McPherson, It Is Easy to Be Dead, Oberon Books, 2016. *In copertina: Charles Hamilton Sorley, fotografo sconosciuto, circa 1914. L'articolo “Quando vedrai milioni di morti senza parole…” Vita & poesia di Charles Hamilton Sorley proviene da Pangea.
Poesia
letteratura inglese
Pierluigi Piscopo
Charles Sorley
War Poets
“Sono un idolatra. Vagammo, attratti dal sogno”. Ernest Dowson, il poeta che fu leggenda (e che ha ispirato i Cure)
Fu Arthur Symons, l’insigne studioso dei Simbolisti francesi, il traduttore di D’Annunzio, l’oppiaceo biografo di William Blake, a foggiare il mito di Ernest Dowson. I caratteri c’erano tutti, energici: il genio malinconico, una famiglia sotto l’aura della tragedia, la dissipazione del sé, il disordine erotico e la morte, troppo giovane, come da maledettismo all’ora del tè, a trentadue anni, dopo aver abitato a lungo nelle lande del nulla, in una sorta di afasia del cuore.  L’edizione dei Poems of Ernest Dowson, allestita da Symons a Londra, per John Lane, pochi anni dopo la morte del poeta, nel 1905, aveva tutti i crismi del libro ‘generazionale’; diventò la bibbia del decadentismo inglese. Nel frontespizio campeggiava un ritratto di Dowson firmato da William Rothenstein: lo sguardo del giovane, sempiterno e allarmato; il corpo spettrale, pronto a svanire dallo spettacolo del tempo. Il libro era scortato da quattro illustrazioni di Aubrey Beardsley, lo spiritato artista, il magnetico illustratore delle opere di Oscar Wilde. Per altro, Wilde, pianse la morte di Dowson, “povero, meraviglioso ragazzo ferito”: lo inseguì tra i plumbei meandri della morte. Dowson era morto in febbraio, nel 1900, in circostanze poco chiare; Wilde finì i suoi giorni, tristemente, quello stesso anno, a Parigi – sfioriva novembre. Erano amici, Ernest ne idolatrava il prodigioso talento, osava firmarsi “Dorian” – si era fatto obbligo di costringerlo ai più infimi bordelli di Parigi. Per sopravvivere, traduceva in inglese Zola e Balzac.  A pagina sette dell’edizione dei Poems, l’apoteosi, la fotografia di Dowson: abiti eleganti, di stampo eccentrico; lo sguardo fisso nel vuoto, chiuso, atterrito, di chi è attratto dal vuoto. Abusava di hashish. Era nato in un sobborgo di Londra nell’agosto del 1867; lo zio, Alfred Domett, poeta di alterno talento, era stato Primo ministro della Nuova Zelanda. Si diceva della tragedia familiare: il padre morto di tubercolosi che lui compiva ventisette anni; la madre lo seguì poco dopo, suicida. Ernest soffriva di bipolarismo: a un carattere schivo, tenue fino all’essere deciduo, coerente con la poetica, alternava l’ira, irragionevole, frenata da cupe colpe. Con pochi tratti, Symons ne intagliò il ‘carattere’, fino a farne il ‘tipo’ di un’epoca: > “Sempre estraneo a se stesso, morbosamente timido, appesantito da una > sensibilità anarchica, che lo allentava da ogni obbligo; si rifiutava di > comunicare con i parenti, che lo avrebbero volentieri aiutato”. Frequentò Oxford, senza mai laurearsi; amava il music hall, scrisse per il teatro – The Pierrot of the Minute, ad esempio, “A Dramatic Phantasy” di un unico atto –, fu amico di Lionel Johnson e di William Butler Yeats. Il grande poeta irlandese ricordò a lungo “la lettura delle disperate poesie di Dowson in una taverna di Londra”: nel 1936 antologizzò questo pioniere della “generazione tragica” nell’Oxford Book of Modern Verse. In quel libro – decisivo per carpire il crisma della poesia inglese del Novecento – i versi di Dowson seguono quelli di Yeats.  Intorno alla morte e alla malia del male che attanagliò Dowson, Symons compie un laccato esercizio di stile: > “La malattia finì per debilitarlo, lui volle lasciarsi morire di fame. Fu > trovato da un amico, anche lui indigente, in una bottega: riusciva a malapena > a tenersi in piedi. Un muratore si prese generosamente cura di lui, > ospitandolo in una povera casa alla periferia di Catford. Il poeta non sapeva > che stava morendo, era pieno di progetti per il futuro. La vendita di una > proprietà, diceva, gli avrebbe consentito 600 sterline e una nuova vita; > iniziò a leggere Dickens con singolare entusiasmo. L’ultimo giorno della sua > vita terrena, restò sveglio a chiacchierare fino alle cinque di mattina. Cercò > di tossire, inutilmente; il cuore smise di battere… Fu artista privo di > ambizioni, che scriveva per soddisfare i propri gusti esigenti, con un > atteggiamento di altezzosa umiltà verso un pubblico da cui non si attendeva > alcun riconoscimento. Morì nell’oscurità, incurante delle sue scritture. Morì > giovane, sfinito da una vita che non fu mai davvero vita, lasciandoci questi > pochi versi che hanno il pathos delle cose troppo giovani e troppo fragili per > invecchiare”.  Poco più che ventenne, si era innamorato di “Missie”, la figlia di un ristoratore polacco. Lei aveva undici anni, lui la elesse a musa. Quando la chiese in sposa, cinque anni dopo, lei gli preferì un altro, un sarto. Ernest Dowson, da allora, volle soltanto la compagnia di prostitute d’ogni sorta: non aveva l’estro di un Baudelaire, piuttosto, quello di uno che sa ricamare tra anfratti di nebbia, un pittore di paraventi.  Il volume dei Poems, adatto alle giornate di pioggia, alle brume interiori, da nascondere dall’avidità di sguardi chiassosi, diventò leggenda. Margaret Mitchell trasse il titolo del suo maggior libro, Gone with the Wind, da un verso di Non sum qualis eram bonae sub regno Cynarae, una delle più note poesie di Dowson. “Lawrence d’Arabia” citò una poesia di Dowson – Impenitentia Ultima – nei Sette pilastri della saggezza; così fece Jack London, ammaliato da quell’avventuriero dei mondi paralleli. Le poesie di Dowson hanno ispirato le canzoni di Morrissey e dei Cure (Dregs, in particolare, è il contrafforte di Alone).  Le stole della poesia decadente, che appesantiscono i versi, virandoli in kitsch, in sniffata d’eroina, non ottenebrano la ricerca di Dowson. Il poeta – forse perché incauto, incurante dell’esito del proprio lavoro – leva tutti i trucchi, annienta gli orpelli. In lui, anche la disperazione è leggera, un colpo d’ala l’inquietudine, l’estremo grido pare una falena. In Dowson, cioè, il pallore di Poe si mescola all’armonia di Orazio – a leggerle troppo forti, queste poesie rischiano di frantumarsi. Ha testimoniato il Nessundove, ha mappato il respiro ultimo, l’ultima soglia, il punto in cui il sogno è la primizia della realtà, il suo più puro bocciolo. Voleva sfracellarsi, Dowson, e dare a questo umiliarsi una tempra solenne – si convertì al cattolicesimo perché la sequela avesse il nitore di chi si pavoneggia tra rovine di volti appena violati, di chi non ha nulla da restituire.       ** Ernest Dowson (1867-1900) Non sum qualis eram bonae sub regno Cynarae Trascorse la notte tra le mie e le sue labbra: lì tracce d’ombra, Cynara! Mesci il respiro  dalla mia anima, tra baci e vino; disfatto, distrutto da un’antica passione feci di me deserto e inclinai il capo: a mio modo ti fui fedele, Cynara! Per tutta la notte: il tuo cuore rimbomba sul mio per tutta la notte: il sonno ti dileguò tra le mie braccia dolci i baci della sua rossa bocca acquistata a buon prezzo; disfatto, distrutto da un’ancestra passione feci di me deserto e inclinai il capo: a mio modo ti fui fedele, Cynara! Tutto ho dimenticato, Cynara! Via col vento le rose, le rose erose dalla folla, e ballo, ballo per confinare all’oblio i tuoi pallidi gigli; disfatto, distrutto da fatale passione feci di me deserto e inclinai il capo: a mio modo ti fui fedele, Cynara! Più folle del vino, più forte fu la musica ma a festa finita si spegne la lampa e cala, nottola, a notte, la tua ombra, Cynara; disfatto, distrutto da un’arcana passione feci di me deserto e inclinai il capo: a mio modo ti fui fedele, Cynara! * Epigramma Sono un idolatra e ho implorato con gravi suppliche, con preghiere a unghiate l’immagine plasmata dai miei sogni – il suo collo di cigno, i suoi scuri capelli –  ma gli dèi non tollerano culti stranieri: hanno  mutato in marmo il mio idolo, in pietra il suo cuore.  * Notti in grigio Vagammo, a tratti, attratti dal sogno, lungo i sabbiosi greti del Nessundove –  papaveri sbocciano nella sabbia: li abbiamo colti per gettarli con noncuranza nel fiume segugio mentre, mano nella mano, sotto  stelle indigene, vedevamo ogni cosa su strade inaudite, sotto l’aura dell’ombra.  Poi le stelle si spensero e i papaveri ci parvero rari – e i tuoi occhi, che erano tutta la mia luce, si oscurarono: perché  nessuno sospetti che i giorni perduti ancora mi perseguitano, li ho gettati nel nulla.  * Crescere  Vidi la gloria della sua infanzia mutare a mezzadria del dolore: la bambina che conoscevo, amata al tempo dei gigli, diventò una donna enigmatica, dagli occhi chiari – occhi cari ma diversi da quelli di allora.  Infine, nell’anima maculata di inquietudini l’antico bene dell’amata infanzia ritornò, in nuova foggia: adorai la gloria della sua femminilità ritrovando l’antica grazia in quegli occhi abissali, educati al gesto gentile.  * Spleen Insonne, di deserto pianto sonnambuli i ricordi vidi il fiume farsi lebbra perdere la pelle fino a sera fino a sera vidi la pioggia passeggiare sulle finestre nessun dolore: mi sfianca ciò che desidero le sue labbra, gli occhi sono l’ombra di un’ombra finché mangiare il suo cuore fu l’opera del nulla pensai di poter piangere ma i ricordi non mi danno tregua.  * Vitae summa brevis spem nos vetat incohare longam Non durano a lungo il pianto e la gioia l’amore, il desiderio e l’ira: una volta varcata la soglia non faranno più parte di noi. Non durano a lungo i giorni del vino e delle rose, nebbie fugaci: il nostro sentiero si scorge a mala pena per svanire in un sogno.  * Ruderi  Il fuoco si è spento, non scalda più (così svanisce ogni umano canto). Il bronzeo vino è finito, resta il sedimento amaro come l’assenzio, salace come il dolore.  Il bene e la speranza, insieme all’amore, sono ora nel tetro teatro delle cose perdute. Gli spettri non ci danno tregua: questa era un’amante, quella, forse, un’amica. Con occhi bianchi, indifesi, sediamo, aspettiamo che cali il sipario, che il cancello si chiuda: così svanisce il rudere di ogni umano canto.  * A una ragazza che fa sciocche domande Perché ti chiedo scusa, Cloe? Perché la luna  è lontana e io sono costretto a questo angusto astro.  Perché il tuo viso è bello? E se non lo fosse? Il viso più bello è quello che non ho mai visto. Perché la terra è fredda e per quanto lo desideri non trovo una nave che mi porti nella terra di nessuno?  Perché le tue labbra sono rosse e il tuo petto fa vergognare le nevi? Dove sono diretto non esistono né rosso né neve. Perché le tue labbra impallidiscono e il tuo petto crolla? Vedo dove soffia il vento, Cloe, e non devo chiederti scusa.  * Altrove Le conseguenze dell’amore!  Credo sia ora, dobbiamo separarci e razziare il più triste di tutti i raccolti                       le conseguenze dell’amore.  Ieri eri dolce, poi cominciò il pianto una piantagione che non puoi più arginare ecco la nostra vigna! Baci che raggelano il cuore, gelide labbra, sguardi in contorsione: no, non possiamo separarci, eppure muti, mietiamo ciò che abbiamo seminato, le conseguenze dell’amore.  * Impenitentia Ultima Prima che la luce si spenga per sempre, non vorrei che Dio mi conceda altri giorni, né che le cose risorgano nel ristagno;  così grido: “Un solo giorno tra i grandi perduti giorni, un solo volto tra tutti i volti, ti chiedo di farmi vedere prima del nulla perché, o Dio, sciolto dai Tuoi fiori ho scelto le tristi rose del mondo: per questo ho i piedi laceri e gli occhi acini accecati dal sudore, ma al Tuo terribile tribunale, quando questa vuota vita si concluderà, salderò il mio debito, raccoglierà ciò che ho seminato. Eppure, una volta che la sabbia è scorsa e il filo d’argento spezzato, ti prego, concedimi una grazia, concedimi  un’ora tra tutte le ore, un’ora soltanto, e fammi vedere pari a un sigillo, i suoi occhi sgargianti che piangono”. Le sue mani mi acquietino, i suoi capelli mi crocefiggano lontano dall’abisso della notte, fuori dalla porzione della paura, che i suoi occhi siano la mia guida mentre il sole si spegne che la sua voce sia l’estremo bocciolo nel cavo delle orecchie.  Prima che le acque trabocchino rovinose, che la vita sia vinta e che la Tua ira mi fucili come un bimbo che recide un fiore ti loderò, Signore, dagli Inferi, con le membra dilaniate per l’ultima visione del suo viso, la breve grazia di un’ora, la garza.  L'articolo “Sono un idolatra. Vagammo, attratti dal sogno”. Ernest Dowson, il poeta che fu leggenda (e che ha ispirato i Cure) proviene da Pangea.
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