Le date, in letteratura, sono importanti: ingannano l’eterno. James Joyce ha
realizzato un romanzo intero intorno al 16 giugno del 1904; per Petrarca è
decisivo il 6 aprile del 1327: in quel giorno – cadeva il Venerdì Santo – il
poeta incontra Laura: ne fu crocefisso. La morte di Virgilio, il sommo romanzo
di Hermann Broch, narra, invece, l’ultimo giorno terreno – ma già inverato di
cielo – di Virgilio, il 21 settembre del 19 a.C.; la vita della Signora
Dalloway, elegante controfigura di Virginia Woolf, si sviluppa di mercoledì, nel
giugno del 1923. Winston Smith, il protagonista di 1984, comincia a scrivere il
suo diario il “4 aprile 1984”:
> “Intinse la penna nell’inchiostro, poi ebbe un attimo di esitazione. Tremava
> fin nelle viscere”.
Tremava – come al cospetto di una rivelazione. Se volessimo
riassumere 1984 potremmo usare questa frase: la scrittura è la vera rivoluzione;
rivela la sua natura brigante. Il romanzo tematizza proprio questo, in fondo.
Scrivere a mano, con la penna – esercizio che coinvolge tutto il corpo, la bella
fatica di chi ara – un diario, è il modo fondamentale per conoscere se stessi –
dunque: per non essere incarcerati da un regime, totalitario, democratico,
utopistico esso sia. È esercizio che violenta – e salva. La scrittura di un
diario personale è vomere e pugnale: qualcosa deve sanguinare perché qualcuno,
prima o poi, nasca. L’appendice a 1984 – I princìpi della Neolingua – descrive
con plastica precisione il regno delle intelligenze artificiali e dei poteri
coercitivi, che procedono per semplificazioni – e per parodia: simulando il
linguaggio giuridico, lirico, accademico, politico: retorica che livella
ogni lirica. Decisivo è – cito – “privare le parole di ogni ambiguità e di ogni
sfumatura di senso”, per costruire una lingua “concepita per esprimere pensieri
semplici e tendenti a uno scopo preciso”. Il linguaggio non dice più –
sviscerandoli – i labirinti dell’anima: è mera, disanimata, funzione, mera
disanima del qui. Il linguaggio è un ingranaggio, una macchina – da adescare,
addomesticare, aggiogare. Razziato, vinto nel linguaggio, l’uomo è un
burattino.
Orwell scrive 1984 a Jura, in un villaggio quasi inaccessibile delle Ebridi: si
sentiva – così il titolo originario del libro – The Last Man in Europe. Insieme
a lui, in condizioni estreme, il figlio adottivo, Richard Horatio; Eileen, la
moglie, era morta da poco. 1984 è uno dei romanzi più letti di sempre – non si
contano più le traduzioni italiane; ne sono previste altrettante. Non è il
romanzo più bello di sempre. Anzi. Orwell è un giornalista di genio: cinico,
sagace, possedeva il senso assoluto del ‘ritmo’ – sapeva rettificare le proprie
opinioni. Alcuni ‘pezzi’ – la ‘recensione’ del “Mein Kampf” di Hitler uscita nel
1940; l’“intervista immaginaria a Jonathan Swift”, del novembre ’42
e Riflessioni sul rospo, del ’46 – vanno riletti di continuo, per imparare il
‘mestiere’. Quanto a impatto culturale e ad analisi ‘morale’ – non certo per
bellezza estetica –, 1984 va letto al fianco del Signore degli Anelli e
del Dottor Zivago.
Scrittore singolare, singolarmente attratto dal sottosuolo e dalle scelte ultime
– obbligò la moglie a trasferirsi nell’Hertfordshire, in una casa senza
elettricità, bagno e acqua calda, procacciandosi il cibo nei campi coltivati con
estro da dilettante – Orwell è uno degli autori centrali del Novecento: lo
dimostra la bibliografia che lo accerchia, oceanica. Dire qualcosa su di lui –
gli studiosi hanno setacciato ogni carta, ogni cicca, ogni scarto, sanno perfino
quanto George sborsava ai bordelli – è pressoché impossibile; la “Orwell
Foundation” e la “Orwell Society” si impegnano a promuoverne l’opera. Il merito
del libro di Luca Fumagalli, George Orwell. L’arte di uno scrittore politico,
uscito nei ‘Profili’ delle Edizioni Ares, ha il merito di introdurci nel
pensiero di Orwell: tesse, insomma, una sorta di biografia per intenti, momenti,
ideali. Il libro va giù veloce, è la giusta rampa di lancio per un viaggio a
precipizio nello scrittore più citato – e più frainteso – del secolo: ciascuno
troverà l’Orwell che preferisce. Nella Prefazione al libro, Paolo Gulisano
scrive che “Ogni totalitarismo è, prima e al di là di ogni colore politico e
ideologico, un enorme laboratorio per la trasformazione della natura umana e la
creazione di una sorta di nuova specie”. La frase suona come un monito – Orwell,
più vivo che mai, ci serva come un’ascia per fendere questo tempo, per tornare
all’uomo in un’era dai tratti disumani.
Come ha fatto Orwell a diventare Orwell, cioè lo scrittore citato più di tutti,
lo scrittore-profeta per antonomasia? Per caso, per un frainteso, per un tiro
della Storia?
Orwell non era affatto un talento naturale e men che meno un genio delle belle
lettere. In altri termini, non era uno di quegli scrittori, come ad esempio
William Golding, che ebbe la fortuna di ottenere uno straordinario successo di
pubblico e critica con la sua opera d’esordio, né era uno alla C. S. Lewis, che
vergava con facilità pagine su pagine di ottima prosa senza alcuna necessità di
rivederle e correggerle. Orwell nacque dalla fatica, dal sacrificio, da quel
duro lavoro che, proverbialmente, prima o poi paga. Difatti fu solo al termine
di una gavetta lunghissima, durata quasi tutta la vita, che riuscì a trovare la
sua “voce”, a dare una direzione chiara alla propria scrittura, finendo per
sfornare due capisaldi della letteratura occidentale del Novecento quali La
fattoria degli animali e 1984. E tutto questo lo fece pagandone sempre e
comunque il fio: non ebbe mai aiuti o protettori influenti, e le sue prese di
posizione – sovente controcorrente, esito di una straordinaria lucidità e di
un’onestà intellettuale non comune – gli causarono non pochi grattacapi.
Orwell: più sagace opinionista che geniale romanziere. È d’accordo?
Da sempre si dibatte su quale sia l’Orwell migliore, se il saggista vivace e
polemico o il romanziere, specie quello favolistico/distopico. È innegabile che
nel testo breve Orwell seppe coltivare uno stile singolarmente raffinato e
penetrante, di difficile imitazione, ma è altrettanto evidente che se non avesse
scritto La fattoria degli animali e 1984 il suo nome sarebbe finito nel
dimenticatoio. Detto questo, Orwell fu un fine critico letterario, tutt’altro
che convenzionale, mentre come opinionista politico ebbe intuizioni al limite
del profetico. Nel corso della sua breve parabola biografica si dimostrò inoltre
coraggioso nel limare o rivedere le proprie opinioni, ammettendo ogni volta gli
eventuali sbagli. Tuttavia, quando la sua narrativa imboccò quella via politica
che l’avrebbe condotto ai capolavori della maturità, l’Orwell romanziere si
dimostrò una spanna avanti al saggista, facendogli guadagnare l’immortalità.
Credo che il punto centrale di “1984” sia quello di ricordarci che ogni potere,
anche il più ‘benevolo’, agisce attraverso il linguaggio, sottraendoci il
linguaggio, sostituendo il linguaggio umano con la ‘neolingua’, semplificando i
‘classici’, togliendoci le parole per dire l’amore e la rivolta. È così? In
qualche modo Orwell è l’antidoto al dominio del linguaggio ‘artificiale’?
Il linguaggio è lo strumento principe attraverso il quale il potere cerca di
controllare le masse, distorcendolo, depauperandolo, pervertendone i
significati. Orwell suggerisce giustamente che senza un vocabolario adeguato a
rappresentare le mille e più sfumature del reale, la realtà stessa si fa
meschina, piatta, banale. Pertanto la complessità che la contraddistingue si
annulla in uno slogan – o in un meme – buono per tenere a bada le coscienze e
per evitare che il cervello faccia lo sforzo di concedersi una riflessione un
poco più approfondita. La manipolazione del linguaggio non è prerogativa
esclusiva dei regimi totalitari o della propaganda politica in senso lato, ma
pure di quel mondo liberal-capitalistico che lo scrittore inglese criticava con
pari ferocia, il cui spirito è incarnato dalla pubblicità denunciata nel
romanzo Fiorirà l’aspidistra. Orwell, da parte sua, invita a rimanere ancorati
al dato esperienziale, alla concretezza della realtà, a ciò che è oggettivo:
solo così è possibile sfuggire alla fumosità di un linguaggio reso astratto da
chi ha l’ambizione di intruppare le coscienze.
In fondo, qual è la ‘visione del mondo’ di Orwell? In cosa credeva Orwell?
Guido Bulla, uno dei principali divulgatori di Orwell in Italia, lo ha definito
un «socialista asociale». Si tratta di un’etichetta facile, ma che ha dalla sua
la capacità di cogliere l’essenza, il nocciolo duro del pensiero orwelliano. Lo
scrittore inglese era infatti un socialista adogmatico, del tipo umanitario, e
fece sempre parte a sé, rifiutando ogni compromesso, anche minimo. La sua fu una
scelta radicale che diede alla personale lotta contro l’ingiustizia un tono
eroico, a tratti commovente, condannandolo a uno scontro perenne con la destra e
la sinistra, attaccato su entrambi i fronti. Orwell non ebbe mai paura delle
proprie idee e pure nei suoi testi non si contano i richiami ai temi
dell’autonomia dell’individuo e della libertà di chi scrive. Quando sostenne che
«l’arte è in qualche misura propaganda» – una delle sue frasi più travisate –
intendeva che la letteratura deve supportare un qualcosa di importante e di
meritevole, non svilirsi servendo il potere. Allo stesso tempo, però, fece
sempre fatica a rompere il cordone ombelicale con quella ‘lower-upper-middle
class’, come lui la definiva, dalla quale proveniva, fatta di rispettabilità e
buon senso. Ciò rende ragione del suo essere un pensatore asistematico,
cangiante, quando non apertamente contraddittorio. Tuttavia questo non toglie
nulla al suo fascino.
Si può dire che Orwell esprimesse una ‘poetica della politica’ come scrittore?
Orwell è da considerarsi uno scrittore politico non perché la politica fosse il
suo interesse esclusivo, anzi, ma perché fu per lui uno strumento per difendere
innanzitutto valori non politici: «Se il totalitarismo diviene il nostro
consueto modo di vivere», scrive Bernard Crick, il suo primo biografo di una
certa rilevanza, «allora tutti gli altri valori umani, libertà, fraternità,
giustizia sociale, amore per la letteratura, del parlar franco e dello scrivere
chiaro, la fiducia dell’esistenza di una morale naturale fra la gente comune,
l’amore per la natura, il gusto per la bizzarria umana e il patriottismo
perirebbero». Semplificando un poco, si potrebbe affermare che i capolavori
orwelliani altro non sono che una fenomenologia del potere in forma narrativa –
in questo, per quanto lontanissimi nello spirito e nel genere, non troppo
dissimili da Il Signore degli Anelli – e tra le gemme più luminose di quel
tesoro che lo scrittore ha voluto consegnare alla posterità vi è senza ombra di
dubbio l’ammonimento a coltivare una coscienza critica, a essere disposti a
mettere in discussione ogni cosa in nome della verità. Si tratta di un
insegnamento che appare ancor più decisivo in una società come la nostra in cui,
complice la tecnologia, il grado di falsificazione del reale ha raggiunto vette
che Orwell non avrebbe neanche mai potuto immaginare. Tra parasocialità
internettistica, intelligenze artificiali e fake news è facilissimo smarrirsi e,
come sempre, chi trae vantaggio dal disorientamento collettivo sono i pochi che
tirano i fili.
Ci dica: il libro di Orwell assolutamente da leggere – e il testo più
inconsueto, spiazzante.
Oltre a La Fattoria degli animali e a 1984 sono particolarmente legato al
romanzo Una boccata d’aria, che tocca i temi dell’urbanizzazione alienante e
della nostalgia con un piglio insieme irriverente e commovente. Invece lo
scritto più spiazzante resta per me La strada di Wigan Pier, un “documentario”
sulla terribile condizione dei minatori del nord dell’Inghilterra, che si
risolve, nella seconda parte, in una tirata contro l’ipocrisia di certa
intellighenzia di sinistra per certi versi ancora attuale.
A proposito della ‘vocazione’ alla scrittura di Orwell: sono stati decisivi i
giorni in Birmania o quelli a Parigi?
Difficile rispondere, anche perché Orwell non è mai completamente affidabile
quando ritorna sul proprio passato col senno di poi. Nei suoi memoriali sostiene
infatti che la decisione di darsi alla scrittura avvenne a conclusione di un
periodo trascorso in Birmania, subito dopo il diploma, in forza presso la
polizia coloniale. Lo sfruttamento sistematico e i soprusi di cui fu testimone,
sempre a suo dire, lo convinsero a prendere la penna e a denunciare le storture
del sistema, schierandosi dalla parte degli oppressi. La cosa, fonti alla mano,
appare poco probabile: quella di Orwell, allora, fu forse un’intuizione, non una
scelta così chiara come poi ebbe a descriverla. Allo stesso modo i mesi a
Parigi, vissuti in povertà, furono un primo, timido tentativo di sposare la
causa degli underdog, in questo caso dei derelitti che abitavano i bassifondi.
L’esperimento fu di per sé fallimentare, ma si trattò di un piccolo passo verso
quella consapevolezza politica che sarebbe stata alla base dei suoi
capolavori.
Orwell e le donne. In uno studio recente, Anna Funder si premura di ricordarci
che Orwell era misogino, sessuomane, maldestro fino a essere manesco. Un
fedifrago compulsivo. E che il vero genio, in famiglia, era la prima moglie,
Eileen O’Shaughnessy. Concorda? Commenti.
Il libro della Funder, L’invisibile signora Orwell, nel complesso è ben
documentato e godibile. Ha anche il merito di “umanizzare” Orwell, di mostrarne
cioè i limiti caratteriali e i pregiudizi. Troppo spesso infatti l’inglese è
stato trattato dagli ammiratori alla stregua di un santo laico, di un eroe senza
macchia e senza paura. Nondimeno la Funder cade nella trappola di un approccio
ideologico che deforma grottescamente la realtà: smaniosa com’è di denunciare la
cosiddetta “cultura patriarcale”, finisce per azzerare, o quasi, i meriti di
Orwell e per rimarcare eccessivamente quelli di Eileen, incistata nel ruolo
della povera donna di genio vittima dell’asservimento domestico.
Cosa ha scoperto di sorprendente – quando non di inedito – della biografia
orwelliana? Un dettaglio che ci mostro Orwell con un profilo inconsueto.
Resta intrigante la scelta di Orwell, subito dopo la fine del Secondo conflitto
mondiale, di trasferirsi sull’isola di Jura, nelle Ebridi. Si tratta, allora
come oggi, di un luogo remoto, difficilmente raggiungibile, che nulla ha a che
spartire col caos di Londra. Alcuni hanno definito la sua decisione, presa
all’indomani del successo finalmente ottenuto con La fattoria degli animali, un
suicidio o un atto masochistico; ma forse, al di là delle cagionevoli condizioni
di salute, dietro di essa si nascondeva il sogno di edificare una sorta di bolla
edenica, una piccola parentesi di serenità bucolica in un mondo che si stava
dirigendo a grandi passi verso la Guerra fredda. Jura fu forse anche la volontà
di una rinnovata comunione con la terra, di riscoperta delle proprie radici – la
famiglia di Orwell era originaria della Scozia – quasi un guanto di sfida
gettato in faccia alla modernità alienante.
Orwell – come Kafka – è stato relegato a un aggettivo, ‘orwelliano’. Già, ma chi
sono gli autentici scrittori orwelliani, oggi? (Tra quelli di ieri, ricordo
soltanto Burgess, a tratti).
Anthony Burgess, poco noto al grande pubblico se non come autore di Arancia
meccanica, il romanzo da cui Kubrick ha tratto l’omonimo capolavoro
cinematografico, ha firmato diversi lavori di taglio distopico sul modello
orwelliano, con rimandi talvolta evidenti (basti pensare a 1984 & 1985,
esplicito sin dal titolo, o a Il seme inquieto). Qualcosa di Orwell c’è anche
nel Dave Eggers de Il cerchio, romanzo abbastanza mediocre dal punto di vista
letterario, ma in cui le dinamiche connesse al Grande fratello sono
efficacemente aggiornate all’epoca di internet e dei social. Altro “orwelliano”
è il danese Henrick Stangerup, autore di un’opera come L’uomo che voleva essere
colpevole che ben illustra gli effetti disumani prodotti da una reiterata
mistificazione della realtà. Analogo discorso per Margaret Atwood, che ne Il
racconto dell’Ancella e ne I testamenti dell’Ancella descrive una società futura
in cui i diritti umani vengono repressi e le donne vivono in una condizione di
semischiavitù.
Dove si avverte, a suo dire, la ‘funzione Orwell’ in Italia?
Orwell meriterebbe di essere riscoperto, soprattutto alle nostre latitudini, non
tanto e non solo per i moniti sulla società massificante e le subdole
manipolazioni del potere, ma soprattutto per quell’onestà intellettuale e quello
spirito genuinamente libertario che oggi è quasi del tutto scomparso, affossato
da ridicole partigianerie e da interessi di piccolo cabotaggio. La frase
«nell’epoca dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario»,
che solitamente gli si attribuisce, non è una citazione esatta tratta da uno dei
suoi libri, ma, come a volte capita con simili apocrifi, ha almeno il pregio di
riassumerne efficacemente il pensiero, ancora drammaticamente attuale.
L'articolo Orwell contro tutti. Dialogo intorno allo scrittore più citato (e
frainteso) di sempre proviene da Pangea.
Tag - letteratura inglese
In una delle pochissime foto che lo ritraggono, Sidney Keyes sembra una
combinazione tra un boxeur e un attore hollywoodiano alle prime armi – una
faccia da yankee, una di quelle che avrebbero popolato Coney Island in un
pomeriggio festivo degli anni Trenta. Il labbro inferiore, prominente, denota
una rapinosa fame di vita; la camicia, leggermente aperta sulla peluria del
petto, gli restituisce l’arrogante sfrontatezza della sua età.
Sidney Keyes, inglese, nasce nel 1922 in una cittadina del Kent. La scomparsa
precoce della madre e l’assenza della figura paterna sviluppano nel ragazzo uno
spiccato senso di solitudine e isolamento. La campagna del Kent e il suo
immaginario folklorico – fate, ninfe, alberi possenti e corsi d’acqua mormoranti
– sollecitano in Keyes una sensibilità romantica verso la natura, dove sempre si
aggira lo spettro della morte. Costretto da una salute cagionevole a un
domicilio coatto nella vasta casa di campagna, Keyes scopre le vaste contrade
della sua immaginazione, nutrita al tempo stesso di rustica ingenuità e antica
saggezza. Coltiva dentro di sé un’ardente mitologia personale fatta di animali,
nebbiose brughiere e cavalieri di nobile stirpe.
Il battesimo poetico, straordinariamente precoce, avviene a sedici anni
con Elegy, scritta in occasione della morte del nonno paterno, uomo di grande
carisma che si era occupato dell’educazione del nipote. Quando Keyes entra come
studente di storia a Oxford, ha già scritto almeno ottanta poesie e alcuni
componimenti teatrali. Si lega d’amicizia con Heath-Stubbs e Drummond Allison,
rileva dalla meteora poetica Keith Douglas la direzione della rivista
universitaria “Cherweell” e cura l’antologia di versi Eight Oxford Poets.
Nell’introduzione all’opera, Keyes esprime scarso entusiasmo nei confronti dei
contemporanei e della scuola audeniana. I suoi modelli sono altrove: su tutti,
svetta come un faro Rilke, poi Wordsworth e Goethe. Del grande poeta praghese
propone una suggestiva traduzione di Der Dichter. Un vago e ancestrale senso di
colpa, unito ad un interesse quasi morboso per il tema del dolore e della morte,
sembrano indicare a Keyes la direzione del suo dettato poetico. Lo attraggono le
inquiete parabole dei visionari: coloro che hanno avvertito, nello spirito ancor
prima che nell’espressione artistica, la tensione verso un altrove misterioso e
potente.
*
L’amore e la guerra irrompono insieme nella vita appartata di Keyes. Il giovane
è cresciuto, ama frequentare pub e cinematografi. I lineamenti sono più
spigolosi, i capelli si sono scuriti, le dimensioni del naso hanno tolto grazia
all’ovale del viso. Resta il colore nocciola degli occhi, sempre alla ricerca di
misteriose lontananze. Nel 1942 Keyes inizia l’addestramento militare
nell’Irlanda del Nord. In quello stesso periodo esce la sua prima raccolta
poetica, The Iron Laurel. In guerra, le testimonianze lo descrivono come avverso
alle gerarchie e intollerante alla disciplina. Le sue mani non sono fatte per
impugnare un fucile. Keyes continua a scrivere lettere, pagine di diario,
poesie. A questi mesi risalgono alcune delle opere più significative.
Nel 1943 la sua compagnia si sposta in Algeria. Quando viene ucciso in azione
vicino a Sidi Abdullah, il 20 aprile, non ha ancora compiuto ventun anni. Il
luogo della sua sepoltura è incerto.In fin dei conti, ha davvero bisogno di una
tomba la salma di un poeta? La poesia trafigge le spoglie mortali – ne escono
versi che piovono dal cielo come piccole scie di meteoriti.
*
In guerra, come in amore, ogni secondo vale come l’ultimo. Ci si aggrappa a ogni
attimo come se si sostasse sulla vetta di una montagna. In guerra, come in
amore, si resta soli, restando a contemplare il cielo notturno delle proprie
emozioni. Di tanto in tanto, lo attraversa un bagliore che rischiara per qualche
secondo le chiome degli alberi e le linee dei campi – il bengala che si leva in
cielo altro non è che la poesia. All’erta, il poeta è abituato a dimorare nella
guerra, addestrato al corpo a corpo con le parole, la grammatica, la genesi del
senso. La guerra pone il poeta nella condizione di perenne assertività verso
tutto ciò che lo circonda. Nel taccuino del poeta-soldato, tenuto accanto alla
piastrina, trovano spazio albe e diluvi di fuoco, pietre e volti bruniti dal
sole, stelle e corpi crivellati. Il soldato va alla guerra esibendo la
sfrontatezza di chi si illude immortale. Il poeta vi porta i suoi libri del
cuore. Ai versi affida la sua speranza d’invulnerabilità. Quando i barellieri
recuperano il corpo senza vita di Wilfred Owen, riverso in un canale paludoso
dell’Oise, gli trovano addosso un quaderno di poesie, i Collected Poems di John
Keats e la Bibbia.
In Sidney Keyes, come quando si legge l’Endymion di Keats, senti la promessa del
genio un attimo prima che si manifesti nella sua evidenza. In lui, diamanti di
poesia s’alternano a versi di un’ispirazione ancora incantevolmente acerba.
Senti l’adolescenza del giovane, cresciuto e fortificato nell’altare della
solitudine, intravedi il fiorire di una sensibilità lunare incline a una
rarefatta e sognante malinconia.
C’è qualcosa di affascinante e conturbante nell’immagine del poeta-soldato.
Forse, l’ossimoro stesso racchiuso nella figura del poeta – dall’indole
contemplativa – al quale si impone di confrontarsi con la furia sanguinosa della
storia. Sidney Keyes entra nella vita nel momento stesso in cui essa viene messa
a repentaglio, infine annientata. Resta la poesia e, dentro la poesia, l’amore.
Forse, come nella chiusa di una delle sue più celebri composizioni, Keyes ha
davvero visto i giardini e i palazzi di giada, i cortili e le porte scolpite. Ha
incontrato davvero la sua amata, né orgogliosa né riluttante. Poi, la sabbia del
deserto gli ha serrato gli occhi e la bocca.
Lorenzo Giacinto
***
Consigli per un viaggio
Borbotta il tamburo di guerra, presto dobbiamo partire
in cerca del paese dove sembra che la gioia
sbocci come un fiore tra le rocce, per conquistare
la favolosa montagna dorata della nostra pace.
Amici miei, privi di arte e bussola,
siamo troppo giovani per fare gli esploratori,
né abbiamo la ferrea certezza che guidava
i nostri padri verso il Nord del proprio compimento.
Dunque non prendete provviste, dimenticate le vostre case,
resti solo la cieca e ostinata speranza di seguire
questa landa desolata. I pensosi seminano le loro ossa
nei ventosi affamati campi dello sconforto.
Non guardate mai indietro, né troppo oltre
il bianco Everest del vostro desiderio;
la pietraia frana sotto i piedi, mai raggiungerete
le esili vette dove transitano solo le nuvole.
Altri sono giunti prima di voi. Gli immortali
vivono come riflessi e i loro volti gelati
vi daranno il coraggio di ignorare il sottile
sogghigno della genziana e del sasso consunto dal gelo.
Le trombe piangono la morte, sibilano venti affilati.
Affrontate la roccia; andate, uscite
nelle guaste terre di battaglia, verso le nebbiose mura
del futuro. Amici miei, liberatevi dalle paure.
Andate avanti, amici miei, il corvo non sarà cattivo segno;
spezzate la rabbia delle nuvole con i vostri immutati volti.
Forse, troverete il sogno oltre la collina –
mai la terra di Canaan, né nessuna montagna dorata.
*
Il giardiniere
Se tu venissi in un giorno
come questo, tra le linee rosa e gialle
dei tulipani pappagallo, io sarei il tuo amante.
I miei stivali brillano mentre battono sulla ghiaia sciocca.
Oh vieni, questo è il tuo giorno.
Se tu posassi la tua mano, foglia venata,
sulla mia mano squadrata, io accarezzerei
la sua forma, e questo mi basterebbe.
Osservo gli afidi che lavorano sulla rosa.
Il tempo mi scivola tra le dita come una foglia.
Somigli forse agli angeli silenziosi e dagli occhi chiari
che seguono i bambini? Il tuo viso è un fiore?
Gli amanti e i mendicanti lasciano il parco –
e ancora tu non vieni. I cancelli stanno chiudendo.
Oh, è terribile sognare gli angeli.
*
Il lamento di Didone per Enea
Lui non ha mai amato il furore del sole
né i mari limpidi.
È venuto con armi da eroe e occhi da torello,
temendo nulla se non i suoi dèi petulanti.
Non ha mai amato le spiagge dal suono cavo
né ha riposato con agio in letti scolpiti.
Il fumo soffia sopra i flutti, l’alta pira attende.
La sua mente era un muro vuoto che rimandava echi,
non certo così sottile come le fiamme avvolgenti.
Non ha mai amato i miei occhi selvatici né i colombi
che abitavano le mie porte.
*
Il poeta (Una rilettura di Der Dichter di Rilke)
Il tempo mi scivola via: i colpi d’ala dell’ora
mi feriscono e allontanano la mia pace.
Solo io. Eppure quale strana potenza
abita tutta la mia vita, la mia notte, il mio giorno?
Senza casa e senza amata vivo
in nessun luogo sicuro, privo di ogni centro:
mi dono interamente, e in questo abbandono
io possiedo il mondo.
*
Poeta di guerra
Sono l’uomo che cercava la pace e ha trovato
i propri occhi irti di spine.
Sono l’uomo che brancolava tra le parole e ha trovato
una freccia nella mano.
Sono il costruttore le cui solide mura circondano
una terra che scivola via.
Quando mi ammalo o impazzisco
non deridetemi né incatenatemi:
quando protendo le mani verso il vento
non gettatemi a terra:
anche se il mio volto è un libro bruciato
e una città devastata.
*
Sonetto per Lady Elizabeth Hastings
Non avrei mai pensato, mia cara,
che ci avresti lasciati per quella terra di cui tanto si parla:
tu che vivevi sempre in mezzo alle favole
e sorridevi alla morte come a uno scherzo mal riuscito.
Deve essere più difficile – molto più difficile –
per un’ombra istruita, in quel regno senza lettere:
prego che i morti cinguettanti volteggino innocui,
salvandoti dall’umido contagio della tristezza.
È duro per me, tuo devoto allievo,
non poter più confrontare splendore vivente
con il tuo volto ormai avvolto nel sudario:
non credevo che i miei occhi dovessero attendere tanto
per ritrovarti nel luogo del ballo.
Ma tu scuoterai anche il purgatorio, mostrando ai morti
l’espressione della tua grazia ribelle.
Traduzione di Lorenzo Giacinto
*In copertina: il fronte africano della Seconda guerra, truppe “alleate” in
azione contro reparti tedeschi; 27 novembre 1942
L'articolo “Io possiedo il mondo”. Intorno alla poesia di Sidney Keyes proviene
da Pangea.
Un sapere oscuro, «un sapere dalle tenebre» che si travasa in levità, una
segreta rispondenza degli elementi in metamorfosi accanita, la loro caducità
o transience, un senso del tempo che prevede l’estensione dell’istante e lo
squadernarsi di una dimensione del Bello che aspira a una metafisica
sensuosa: sono i tratti di più immediata, e calda, adesione al poeta inglese
delle grandi altezze e dal destino fulmineo, quale fu Rupert Brooke, giovane
meraviglioso capace di creare «una mescolanza singolare di canto delle sfere e
fango, bianche ali d’angelo e pesantezza terrestre», stimato dai fertili ingegni
dell’epoca, da Henry James al miglior fabbro Pound, e che a Grantchester,
villaggio poco fuori Cambridge che ha ospitato anche Chaucer e Byron, Milton e
Coleridge, riuniva una comunità di spiriti eletti tra «picnic e tè al cottage
sul fiume, dotte letture sul prato e spericolate nuotate nudi nel fiume in
omaggio agli antichi greci, secondo gli insegnamenti di Jane Harrison».
Brooke compose i suoi versi in una manciata d’anni in cui riuscì anche a
viaggiare tra gli Stati Uniti e il Canada, e poi verso Waikiki, dove
«un ukulele freme e piange/ E pugnala di dolore la buia ferocia della notte», le
Samoa, le Figi, la Nuova Zelanda, Tahiti alla ricerca di Gauguin.
Poi tornò, perché «stanco dell’immensità».
Vide pubblicati solo i Poems 1911, con una cinquantina di poesie. Il resto uscì
postumo grazie a Edward Marsh. In guerra, il giovane contrasse un’infezione
degenerata in setticemia. Morì nei pressi dei Dardanelli, nel 1915, e venne
sepolto a Sciro.
Circa un mese prima della morte, una delle sue poesie più celebri fu citata dal
«Times Literary Supplement» e letta dal diacono della Cattedrale di St. Paul, la
domenica di Pasqua: era Il soldato, straziante e limpida. La sua fama crebbe
fino alle stelle.
Scrittrice e appassionata ritrattista di autori e poeti anglosassoni, tra cui
Byron e Virginia Woolf, Paola Tonussi si è a lungo occupata anche di Rupert
Brooke, a partire dal volume antologico dedicato ai War Poets, tra i quali
l’«angelo dallo sguardo di cristallo e il fisico di un dio greco» si è
guadagnato un posto di spicco per i pochi versi che l’hanno accreditato nel
pantheon dei giovani immortali (senza però che venissero acclarate la densità e
la preziosa trama del suo poetare) e tratteggiando un dettagliato e partecipe
profilo biografico in Lo splendore delle ombre (entrambi per le Edizioni Ares).
Ora, Tonussi licenzia tutte le Poesie (InternoPoesia, 2025) attingendo a una
parola rotonda e alla grazia, sì, la grazia di una lingua che canta e riesce a
star dietro a quell’«intollerabile splendore d’ali», alle «ore d’oro». Tonussi
si appaia all’inglese, ne imita le cadenze e diventa angelo femmina compagno
dell’Arcangelo, come il postfatore, l’ispirato Silvio Raffo chiama il cherubino
biondo dalla fama fulgente e dalle ore brevi, il ragazzo che ha trascritto il
suo sentire vasto in ascolto di tutto ciò che vibra e vive, riuscendo a mostrare
i conturbanti paesaggi notturni dove dimora la brama vigorosa che ci restituisce
amanti in perenne attività desiderante, in «una notte inconfessabile» dove «Dio
dorme» e «le nere distese inquiete del mare» chiamano o le oscurità si muovono
profumate e tremanti. La tela poetica di Brooke è un incanto, respira sempre
come fosse in vetta, non si abbassa, non è mai cupa, semmai viene solo
dolcemente increspata da un presentimento che agita le profondità.
“La sua poesia ci appare senza tempo, fuori da ogni tempo” scrive Tonussi.
Ha ragione. Brooke ha l’eleganza classica, quella limpidezza tesa ad arte capace
di aprirsi a qualunque lettore. Conserva il respiro della gioventù, e quindi
dell’ideale, lo intesse all’anelito eternizzato, aere perennius, verso quanto
trascende la caducità umana. Il sole non si spegne mai sulle sue terre perché
cresce sempre in una «bianca e prodigiosa alba», dove l’oro poi deborda tra
foschia e splendori, o in un’alba che «si risveglia rosso sangue», oppure si
inabissa oltre il giorno, amaro, con i pini che si stagliano «contro il cielo
chiaro del nord/ Stupendi e immoti, con le nere/ Teste affilate contro la quiete
di quel cielo», in un momento in cui non si desidera più morire.
«Strano connubio è questo, tra una sorta di Gozzano d’Albione e i cruenti e
violenti elisabettiani, accostati alla grazia metafisica di Marvell e al
grandioso blanck verse di Marlowe» riprende Tonussi, senza dimenticare John
Donne, altro poeta cardine del suo universo lirico. Ecco allora che l’amore
respira innalzando anche chi assiste all’ascensione di due anime ricongiunte
dopo la morte, «la dirompente estasi» del loro fuoco: «E i deboli cuori privi di
passione bruceranno// Avvizzendo in quel grandioso bagliore,/ Finché l’oscurità
sbarrerà il cielo;/ E sapranno – poveri sciocchi, sapranno! –/ Per un secondo,
cosa significa amare» scrive Brooke in Dust. In quest’ultima poesia, anticipa i
temi dell’altro componimento riguardante il cielo, Clouds, in cui le nuvole si
fanno «evanescenti ancelle dei nostri cari trapassati», dice Raffo. In
postfazione, l’anglista si sofferma sui due poli evidenti dell’opera poetica di
Brooke, l’acqua e l’aria, prendendo a testimonianza The fish e Clouds, appunto.
Rupert Brooke ritratto da Sherill Schell, aprile 1913
Si potrebbe dire, poi, che i due elementi si sfiorano toccando terra
in Dining-Room Tea, dove la scena si anima con le persone amate – tu, tu e tu –
nel fremito della luce che mima quello delle cose destinate a svanire, mentre in
aria si lancia «la danza degli istanti», almeno finché al poeta, imperioso, non
si palesa «l’attimo immortale». Ed è l’apnea, ogni cosa si sospende. Solo una
pausa perché poi tutto rifluisce, il Tempo torna a strisciare e il mutamento si
richiude sul giovane, come sonno. «Non hai mai saputo che mi ero spinto/ Lontano
mille miglia, e vi ero rimasto/ Un milione di anni» dice Brooke all’amata,
chiusa nel paradiso della sua inconsapevolezza. Un bagliore appena, la coscienza
che rischiara i dirupi del sonno dove si compiono «cupe estasi», come in Fish,
quelle d’amore, e «Traslucidi tremolii illuminano/ Trasparenza di tenebre alla
deriva»: il «sapere delle tenebre», appunto, che si svoltola dagli amplessi, in
notti impenetrabili dove «sola delizia è il ritmo» e «la musica è/ Lo stupendo
pulsare del sangue». Una folgorazione, per Brooke, grazie alla quale gli abissi
dell’amore e della conoscenza si fanno carne in una stanza, quella
di Dining-Room Tea, sfiorata dal «balbettio di luci ineffabili», tra risa e
scherzi, oltre la morte che insegue gli amanti così che i Morti possano non più
morire, ma restare in cielo, come le nuvole, Clouds, nel petto dei loro cari a
guardare da lassù «gli uomini, che vanno e vengono sulla terra», simili alle
foglie omeriche.
Quanti echi antichi e futuri, di voci poetiche passate e di altre a venire, si
ritrovano tra questi versi cesellati e belli. Su tutti quelli di un Amore
custodito tra le pieghe della Poesia, che eternizza anche ciò che svampa: né il
marmo né gli aurei monumenti dei principi, secondo Shakespeare, sopravvivranno
alle sue rime, ma l’amato sì, «più luminoso/ che in sudicia pietra insozzata dal
tempo».
Rossella Pretto
**
È nata la Italian Rupert Brooke Society, una società regolarmente registrata con
il logo presso la Camera di Commercio di Verona, dedita a indagare la figura del
poeta inglese – travisata nella sua essenza per i sonetti che gli hanno dato la
fama ma che non lo rappresentano appieno – e la sua contemporaneità, consentendo
altresì di approfondire i colleghi poeti, i musicisti, il gruppo di Bloomsbury,
ma anche i decadenti suoi maestri, il fenomeno dell’antologia Georgian Poetry e
i War Poets. Così «We few we happy few, we band of brothers» – noi pochi, noi
pochi e felici, noi compagnia di fratelli – abbiamo deciso di riunirci e far
convergere i nostri studi e le nostre ricerche verso un centro comune, e abbiamo
fondato questa Society, una specie di micro monastero medieval-moderno sotto
l’egida di Rupert Brooke, che ha messo in atto varie collaborazioni e dialoghi
con altri enti (la Società Letteraria di Verona, il gruppo finanziario
Protection & Growth, l’Archivio Tommasoli, e altre società che si occupano di
autori britannici).
I soci fondatori contano: Paola Tonussi (presidente e ideatrice della Society,
anglista e traduttrice che ha approntato la prima biografia italiana di Rupert
Brooke: Lo splendore delle ombre e la traduzione delle Poesie); Silvio Raffo
(vice-presidente, traduttore di Emily Dickinson e altre poetesse americane),
Mario Martino (professore di Letteratura inglese presso la Sapienza, i cui
interessi di ricerca si concentrano sulla lirica elisabettiana e la letteratura
di Otto-Novecento), Rossella Pretto (traduttrice e scrittrice che sta curando
l’opera di Alice Oswald in Italia), Nicola Guerini (direttore d’orchestra,
presidente del Festival internazionale Maria Callas), Cristina De Piante
(illuminata editrice di progetti innovativi che si impegna a riportare in vita
testi dimenticati o particolari), Pierluigi Piscopo (giovanissimo studioso di
Brooke, il primo a laurearsi con una tesi su Rupert Brooke in Italia).
***
Dust
When the white flame in us is gone,
And we that lost the world’s delight
Stiffen in darkness, left alone
To crumble in our separate night;
When your swift hair is quiet in death,
And through the lips corruption thrust
Has stilled the labour of my breath –
When we are dust, when we are dust! –
Not dead, not undesirous yet,
Still sentient, still unsatisfied,
We’ll ride the air, and shine, and flit,
Around the places where we died,
And dance as dust before the sun,
And light of foot, and unconfined,
Hurry from road to road, and run
About the errands of the wind.
And every mote, on earth or air,
Will speed and gleam, down later days,
And like a secret pilgrim fare
By eager and invisible ways,
Nor ever rest, nor ever lie,
Till, beyond thinking, out of view,
One mote of all the dust that’s I
Shall meet one atom that was you.
Then in some garden hushed from wind,
Warm in a sunset’s afterglow,
The lovers in the flowers will find
A sweet and strange unquiet grow
Upon the peace; and, past desiring,
So high a beauty in the air,
And such a light, and such a quiring,
And such a radiant ecstasy there,
They’ll know not if it’s fire, or dew,
Or out of earth, or in the height,
Singing, or flame, or scent, or hue,
Or two that pass, in light, to light,
Out of the garden, higher, higher…
But in that instant they shall learn
The shattering ecstasy of our fire,
And the weak passionless hearts will burn
And faint in that amazing glow,
Until the darkness close above;
And they will know – poor fools, they’ll know! –
One moment, what it is to love.
December 1909 – March 1910
Polvere
Quando in noi la fiamma chiara sarà scomparsa,
E la gioia del mondo perduta
C’irrigidiremo al buio, lasciati
A sgretolarci separati, ciascuno nella propria notte;
Quando i tuoi mobili capelli si fermeranno nella morte,
E sospinto tra le labbra il disfacimento
Avrà bloccato lo sforzo del mio respiro –
Quando saremo polvere, quando saremo polvere! –
Non morti, non ancora privi di desideri
Eppure senzienti, ancora insoddisfatti,
Cavalcheremo l’aria, brilleremo volteggiando
Presso i luoghi in cui siamo morti,
E danzeremo come polvere davanti al sole,
Con lievi piedi e senza confini,
Andremo svelti di strada in strada, di corsa
Per gli incarichi del vento.
E ogni granello di polvere, per terra o nell’aria,
Andrà veloce e lucente, in giorni a venire,
E come pellegrino straniero viaggerà
Per sollecite e invisibili vie,
Non riposerà o dormirà
Finché, oltre il pensiero, oltre la vista,
Un granello della polvere che sarò io
Incontrerà un atomo che sei stata tu.
Allora in un giardino riparato dal vento,
Nel tepore dei bagliori ultimi al tramonto,
Coloro che si amano tra i fiori sentiranno,
Dolce e strana inquietudine, crescere
La pace; e, lasciato ogni desiderio,
Tanta bellezza nell’aria,
E tanta luce e tanti canti,
E quella radiosa estasi,
Non sapranno se sarà fuoco o rugiada,
Proveniente dalla terra o dal cielo,
Se canto o fiamma, profumo o colore,
O due che passano, nella luce, alla luce,
Superato il giardino, sempre più in alto, in alto…
Ma in quell’istante conosceranno
La dirompente estasi del nostro fuoco,
E i deboli cuori privi di passione bruceranno
Avvizzendo in quel grandioso bagliore,
Finché l’oscurità sbarrerà il cielo;
E sapranno – poveri sciocchi, sapranno! –
Per un secondo, cosa significa amare.
Dicembre 1909 – marzo 1910
***
The Fish
In a cool curving world he lies
And ripples with dark ecstasies.
The kind luxurious lapse and steal
Shapes all his universe to feel
And know and be; the clinging stream
Closes his memory, glooms his dream,
Who lips the roots o’ the shore, and glides
Superb on unreturning tides.
Those silent waters weave for him
A fluctuant mutable world and dim,
Where wavering masses bulge and gape
Mysterious, and shape to shape
Dies momently through whorl and hollow,
And form and line and solid follow
Solid and line and form to dream
Fantastic down the eternal stream;
An obscure world, a shifting world,
Bulbous, or pulled to thin, or curled,
Or serpentine, or driving arrows,
Or serene slidings, or March narrows.
There slipping wave and shore are one,
And weed and mud. No ray of sun,
But glow to glow fades down the deep
(As dream to unknown dream in sleep);
Shaken translucency illumes
The hyaline of drifting glooms;
The strange soft-handed depth subdues
Drowned colour there, but black to hues,
As death to living, decomposes –
Red darkness of the heart of roses,
Blue brilliant from dead starless skies,
And gold that lies behind the eyes,
The unknown unnameable sightless white
That is the essential flame of night,
Lustreless purple, hooded green,
The myriad hues that lie between
Darkness and darkness!…
And all’s one.
Gentle, embracing, quiet, dun,
The world he rests in, world he knows,
Perpetual curving. Only – grows
An eddy in that ordered falling,
A knowledge from the gloom, a calling
Weed in the wave, gleam in the mud –
The dark fire leaps along his blood;
Dateless and deathless, blind and still,
The intricate impulse works its will;
His woven world drops back; and he,
Sans providence, sans memory,
Unconscious and directly driven,
Fades to some dank sufficient heaven.
O world of lips, O world of laughter,
Where hope is fleet and thought flies after,
Of lights in the clear night, of cries
That drift along the wave and rise
Thin to the glittering stars above,
You know the hands, the eyes of love!
The strife of limbs, the sightless clinging,
The infinite distance, and the singing
Blown by the wind, a flame of sound,
The gleam, the flowers, and vast around
The horizon, and the heights above –
You know the sigh, the song of love!
But there the night is close, and there
Darkness is cold and strange and bare;
And the secret deeps are whisperless;
And rhythm is all deliciousness;
And joy is in the throbbing tide,
Whose intricate fingers beat and glide
In felt bewildering harmonies
Of trembling touch; and music is
The exquisite knocking of the blood.
Space is no more, under the mud;
His bliss is older than the sun.
Silent and straight the waters run.
The lights, the cries, the willows dim,
And the dark tide are one with him.
Munich, March 1911
Il pesce
Vive in un freddo mondo curvo
E ondula per cupe estasi.
Dolce e lussuoso un furtivo abbandono
Modella l’intero universo che sente,
Conosce e che per lui esiste; la corrente limitata
Gli chiude il ricordo, gli abbuia il sogno
Che lambisce le radici del lido e scivola
Fiero per maree senza ritorno.
Quelle acque silenziose compongono per lui
Un mutevole mondo che fluttua e s’appanna,
Dove masse ondeggianti si gonfiano attonite e
Misteriose, e una forma dietro l’altra
Muore in un attimo in spirali e avvallamenti,
E forma e linea e solido inseguono
Solido e linea e forma per sogni
Irreali lungo il flusso eterno;
Mondo oscuro, mondo mutevole,
Tondo, o teso sottile, increspato,
Serpeggiante o simile a irradiare di frecce,
A sereni passaggi o a strettoie marzoline.
Là onda sfuggente e lido si confondono,
E così alghe e fango. Non raggio di sole,
Ma bagliore dopo bagliore svanisce nel profondo
(Come sogno in sogno ignoto nel sonno);
Traslucidi tremolii illuminano
Trasparenza di tenebre alla deriva;
La strana morbida profondità vi assoggetta
Il colore affogato, ma il nero in vari toni,
Come la morte in vita, si scompone –
Rosso cupo al cuore delle rose,
Blu brillante di morti cieli senza stelle,
E oro che brilla dietro le palpebre,
L’ignoto innominabile e cieco biancore
Che è la fiamma prima della notte,
Porpora opaca, verde incappucciato.
La miriade di toni tra
Buio e buio!…
E tutto è un’unica cosa.
Delicato, avvolgente, calmo, grigio,
Il mondo in cui riposa, il mondo che conosce,
Eternamente curvo. Solo – si solleva
Un vortice in quell’ordinata cascata,
Un sapere dalle tenebre, un’alga
Che chiama nell’onda, scintillio nel fango –
Il buio fuoco gli scorre nel sangue;
Eterno e immortale, cieco e immoto,
L’intricato impulso compie la propria volontà;
Il suo avviluppato mondo retrocede; e lui,
Senza provvidenza o memoria,
Inconsapevole e dall’istinto mosso,
Svanisce in qualche umido paradiso.
O mondo delle labbra, O mondo del sorriso,
Dove svelta è la speranza e il pensiero la rincorre,
O luci nella notte chiara, o pianti
Che alla deriva spingono le onde e tenui
Si levano alle stelle che luccicano in alto,
Voi conoscete le mani, gli occhi dell’amore!
La lotta delle membra, l’abbraccio cieco,
La distanza infinita, e il canto
Nel soffio del vento, una fiammata di suono,
Il fulgore, i fiori, e la vastità vicina
All’orizzonte, e le altezze sovrastanti –
Voi conoscete la vista, il canto dell’amore!
Ma là la notte è impenetrabile, e
L’oscurità è fredda, strana e spoglia;
Senza mormorii gli abissi segreti;
E sola delizia è il ritmo;
E vi è gioia nel sussulto della corrente,
Le cui dita intrecciate battono e scivolano
Nello sconcerto di armonie udite e
Appena sfiorate; la musica è
Lo stupendo pulsare del sangue,
Lo spazio non esiste più, sotto il fango;
La sua felicità è più antica del sole.
Silenziose e piane scorrono le acque.
Le luci, le grida, le alghe scure
E la corrente cupa sono tutt’uno con lui.
Monaco, marzo 1911
Dining-Room Tea
When you were there, and you, and you,
Happiness crowned the night; I too,
Laughing and looking, one of all,
I watched the quivering lamplight fall
On plate and flowers and pouring tea
And cup and cloth; and they and we
Flung all the dancing moments by
With jest and glitter. Lip and eye
Flashed on the glory, shone and cried,
Improvident, unmemoried;
And fitfully and like a flame
The light of laughter went and came.
Proud in their careless transience moved
The changing faces that I loved.
Till suddenly, and other whence,
I looked upon your innocence.
For lifted clear and still and strange
From the dark woven flow of change
Under a vast and starless sky
I saw the immortal moment lie.
One instant I, an instant, knew
As God knows all. And it and you
I, above Time, oh, blind! could see
In witless immortality.
I saw the marble cup; the tea,
Hung on the air, an amber stream;
I saw the fire’s unglittering gleam,
The painted flame, the frozen smoke.
No more the flooding lamplight broke
On flying eyes and lips and hair;
But lay, but slept unbroken there,
On stiller flesh, and body breathless,
And lips and laughter stayed and deathless,
And words on which no silence grew.
Light was more alive than you.
For suddenly, and otherwhence,
I looked on your magnificence.
I saw the stillness and the light,
And you, august, immortal, white,
Holy and strange; and every glint
Posture and jest and thought and tint
Freed from the mask of transiency,
Triumphant in eternity,
Immote, immortal.
Dazed at length
Human eyes grew, mortal strength
Wearied; and Time began to creep.
Change closed about me like a sleep.
Light glinted on the eyes I loved.
The cup was filled. The bodies moved.
The drifting petal came to ground.
The laughter chimed its perfect round.
The broken syllable was ended.
And I, so certain and so friended,
How could I cloud, or how distress,
The heaven of your unconsciousness?
Or shake at Time’s sufficient spell,
Stammering of lights unutterable?
The eternal holiness of you,
The timeless end, you never knew,
The peace that lay, the light that shone.
You never knew that I had gone
A million miles away, and stayed
A million years. The laughter played
Unbroken round me; and the jest
Flashed on. And we that knew the best
Down wonderful hours grew happier yet.
I sang at heart, and talked, and eat,
And lived from laugh to laugh, I too,
When you were there, and you, and you.
Tè in salotto
Quando tu eri lì, e tu, e anche tu,
La felicità coronava la notte; anch’io,
Che sorridevo e guardavo nel gruppo,
Ho visto la luce della lampada tremare e cadere
Sul piatto, i fiori e il tè versato,
La tazza e la tovaglia; e insieme
Abbiamo lanciato in aria la danza degli istanti
Tra scherzi e luccichii. Nel fulgore
Balenavano labbra brillanti e occhi commossi,
Incuranti, immemori;
E a sprazzi come una fiamma
La luce dei sorrisi andava e veniva.
Fieri nella loro beata caducità si muovevano
I volti fragili che amavo.
Finché all’improvviso, e come altrove,
Ho riflettuto sulla tua innocenza.
E chiaro, immobile e remoto
Alto sul buio e variegato flusso del mutamento,
Sotto il cielo vasto e senza stelle
Ho visto stendermisi davanti l’attimo immortale.
In un istante, un istante reso io stesso, ho saputo
Ogni cosa come Dio. E questo e te
Al di sopra del Tempo, oh, cieco! Ho visto
Da imperturbabile immortalità.
Ho visto la tazza d’alabastro; il tè,
Flusso ambrato, sospeso in aria;
Ho visto il bagliore del fuoco,
La fiamma dipinta, il fumo congelato.
Non più la luce del lampadario cadeva
Su occhi, labbra e capelli che si muovevano;
Ma ferma, lì, dormiva inviolata
Su carne ferma, corpi senza respiro,
E labbra e sorrisi fissi e immutabili,
E parole su cui non sarebbe cresciuto il silenzio.
La luce era più viva di te.
Perché all’improvviso, e come altrove,
Ho guardato la tua meravigliosa bellezza.
Ho visto l’immobilità e la luce,
E te, maestosa, immortale, chiara,
Nella tua sacra lontananza; e ogni bagliore
Aspetto e scherzo, pensiero e tinta
Liberati dalla maschera della fuggevolezza,
Trionfanti nell’eternità,
Immoti, immortali.
Attoniti infine
Si sono fatti gli occhi umani, più debole
La forza mortale; e il Tempo ha ricominciato a strisciare.
Il mutamento si è chiuso su di me come sonno.
La luce brillava di nuovo sugli occhi che amavo.
La tazza era colma. I corpi si muovevano.
Il petalo alla deriva aveva toccato terra.
La risata risuonava nella sua voluta perfetta.
La sillaba spezzata era conclusa.
E, nella sicurezza della mia amicizia,
Come potrei confondere o rattristare
Il paradiso della tua inconsapevolezza?
O agitarmi all’incantesimo del Tempo,
Balbettio di luci ineffabili?
La tua sacra eternità,
La fine senza tempo, che mai hai conosciuto,
E il regno della pace, lo splendore della luce.
Non hai mai saputo che mi ero spinto
Lontano mille miglia, e vi ero rimasto
Un milione di anni. L’eco delle risate
Continuava intorno a me; e lo sfolgorare
Degli scherzi. E noi, che già avevamo il meglio,
In ore meravigliose siamo stati ancora più felici.
Ho cantato di cuore, parlato e mangiato,
E vissuto di sorriso in sorriso, anch’io,
Quando tu eri lì, e tu, e anche tu.
Clouds
Down the blue night the unending columns press
In noiseless tumult, break and wave and flow,
Now tread the far South, or lift rounds of snow
Up to the white moon’s hidden loveliness.
Some pause in their grave wandering comradeless,
And turn with profound gesture vague and slow,
As who would pray good for the world, but know
Their benediction empty as they bless.
They say that the Dead die not, but remain
Near to the rich heirs of their grief and mirth.
I think they ride the calm mid-heaven, as these,
In wise majestic melancholy train,
And watch the moon, and the still-raging seas,
And men, coming and going on the earth.
The Pacific, October 1913
Nuvole
Nella notte blu le loro schiere infinite premono
In silenzioso tumulto per pause, onde e flutti,
Ora percorrono l’estremo sud, ora alzano cerchi di neve
Fino alla bellezza nascosta della bianca luna.
Alcune si fermano nella loro tomba e vagano senza compagne,
Poi si volgono con gesto profondo, vago e lento,
Come a invocare il bene per questo mondo,
Benedizione che scompare in quello stesso istante.
Dicono che i Morti non muoiano, ma restino
Presso i ricchi eredi del loro dolore e della loro allegria.
Penso cavalchino la calma del cielo, come loro,
In malinconica processione di solennità e saggezza,
E guardino la luna e i mari ancora in tempesta
E gli uomini, che vanno e vengono sulla terra.
Il Pacifico, ottobre 1913
Traduzione di Paola Tonussi
In copertina: Rupert Brooke ritratto da Sherrill Schell, 1913
L'articolo “Stanco dell’immensità”. Rupert Brooke o dell’intollerabile splendore
del genio proviene da Pangea.
Probabilmente, è bene cominciare dalla fine.
Il ragazzo decide di partecipare allo sbarco in Normandia. Mobilitato in Nord
Africa, chiede ai superiori di essere impiegato durante il “D-Day”. Il ragazzo
ha i grandi di capitano, l’ostinato desiderio di essere al ‘centro della
Storia’. Tre giorni dopo lo sbarco, è il 9 giugno del 1944, il suo reggimento si
impantana a Tilly-sur-Seulles, piccolo borgo del Calvados – ad oggi, supera di
poco i mille e cinquecento abitanti. Il ragazzo – abile nel disobbedire, desto
nel prendere l’iniziativa – sbarca dal suo tank, avanza in ricognizione
solitaria. Un colpo di mortaio lo ammazza. Il cappellano del reggimento, il
capitano Leslie Skinner, lo seppellisce alla buona, presso una siepe. Più tardi,
sedata la guerra, i resti del ragazzo vengono sepolti nel cimitero militare di
Tilly-sur-Seulles: lotto 1, fila E, tomba 2. Il ragazzo si chiamava Keith
Douglas. Poeta.
Destino infero quello dei poeti della Seconda guerra. Ce ne sono stati tanti,
eccellenti – pensiamo, alle nostre quote, al Diario d’Algeria di Vittorio
Sereni, oppure a Fogli d’Ipnos, la raccolta del poeta ‘resistente’ René Char,
tradotta guarda caso da Sereni – eppure è stato il reportage, il documentario
‘in diretta’; è stato il cinema a dire, con sicurezza definitiva, la Seconda
guerra. Al contrario, la Prima guerra è stata una sorta di ‘laboratorio’ per la
poetica del nuovo mondo, dei tempi nuovi: lo dimostra – in Italia – la quantità
eccezionale di repertori antologici (Vallecchi editava una straziante Antologia
degli scrittori morti in guerra; va visto, in particolare, l’“Antologia dei
poeti italiani nella Prima guerra mondiale”, Le notti chiare erano tutte
un’alba, ideata da Andrea Cortellessa per Bompiani nel 2018). La nostra poesia
‘moderna’ nasce in trincea, con Giuseppe Ungaretti.
È come se la Seconda guerra, per sovrabbondanza d’orrore, non possa essere
narrata: dev’essere subita, a operare nei recessi dell’anima, quando
non vista (tradotta in film, anatomizzata nei reperti documentari). Nel mondo
inglese, così, per “War Poets” s’intendono, in particolare, i Poets of the First
World War, quelli gloriosamente onorati nel “Poet’s Corner” a Westminster, tra
Shakespeare e Lord Byron, tra Chaucer e Dickens (tra gli altri, Rupert Brooke e
Isaac Rosenberg, Wilfred Owen e Robert Graves; per un approfondimento, si
veda l’antologia War Poets. Nelle trincee della Prima guerra mondiale, costruita
da Paola Tonussi per le Edizioni Ares nel 2022). Dei poeti della Seconda guerra
si fa memoria occasionale – spesso ci si dimentica di loro, sepolti da un
disastro incomparabile, tacito accordo sull’ineluttabile irresolutezza
dell’arte, della poesia di fronte alla morte.
Nato nel gennaio del 1920, Keith Douglas morì che aveva da poco compiuto
ventiquattro anni. Dalla sua poesia esala la facondia immaginativa, la
complessità della ‘scena’ e delle scelte lessicali, un certosino distacco nel
vegliare sui fatti di guerra, che al posto di idealizzarsi in muta indifferenza
esalta una tenuta, una postura poetica in grado di estrarre il dettaglio al
diamante dal nulla bellico. Nato nel Kent, Douglas studiò al Christ’s Hospital
mettendosi in luce sia per il talento, esagitato, che per l’animo, poco disposto
a subire i rigori dell’educazione britannica. Pubblicò le prime poesie
sedicenne; decise di arruolarsi perché pensava che la guerra fosse il ‘grande
argomento’ della letteratura del suo tempo. Fu disciplinato nel Derbyshire
Yeomanry, praticò al Cairo e in Palestina, partecipò – anche lì, per ardimento:
non voleva più servire per lavori d’ufficio – alla Seconda battaglia di El
Alamein: guidava un carro armato. Il suo superiore era il colonnello Edward O.
Kellett, che sarebbe stato ucciso l’anno dopo, in azione, in Tunisia. Di
quell’esperienza, Douglas ha lasciato un memoir, Alamein to Zem Zem, pubblicato
da Faber, introdotto da Lawrence Durrell.
Nella scelta di arruolarsi di Douglas agì anche la situazione familiare. Figlio
di un militare in congedo, con cui aveva pessimi rapporti, Douglas crebbe, in
sostanza, solo, in collegio. La madre collassò in un’encefalite letargica grave;
il padre mollò la famiglia, risposandosi, che Keith aveva dieci anni.
In molti riconoscono in Keith Douglas i prodromi del grande poeta, il cupo
carisma dell’inattuato, dell’inespresso. Fu Edmund Blunden, il poeta veterano di
guerra – per altro, ricordato nel “Corner” –, più volte nominato al Nobel per la
letteratura, a riconoscere in Keith Douglas la stazza del talento puro. Nel 1938
inviò una scelta di sue poesie a Thomas S. Eliot, che le apprezzò. Il ragazzo
era giovane, i fatti precipitarono. I Collected Poems di Keith Douglas vengono
stampati da Faber nel ’46, con un’introduzione di Blunden. A quella seguiranno
diverse altre edizioni: la più nota – Selected Poems, 1964 – è introdotta da Ted
Hughes, che ha sradicato Keith Douglas dalle malie del ‘poeta di guerra’, utile
a fini non soltanto estetici, “è la sua poesia, in generale, a serbare un valore
unico, che rende il poeta più vivo che mai”. Tese tra le stelle e il cadavere,
le poesie di Keith Douglas irrompono in noi con corvina tenerezza – come
incisioni sulle ossa.
***
La Bestia Meraviglia
Barone dei mari, il grande pesce
spada dei tropici, straziato sul famelico
ponte dove i marinai lo hanno ucciso
nel paradisiaco Pacifico: lama che indaga
occhio che fugge e stana la preda
nei regni oscuri dov’era re; arma
forgiata nella semi-tenebra, eppure,
strappata dal cadavere di questo estroso
viaggiatore, è una lente d’ingrandimento
che riflette l’inusuale zampillo del sole.
Con quella lama un marinaio incide sul legno
il nome di una prostituta abbordata
nell’ultimo porto. È uno degli strumenti
più strani custoditi dalle onde –
suppongo che la querula voce
dei marinai marciti in spettri
digeriti dalle ingorde maree
potrebbe descriverne molti.
Che siano i vostri ospiti, che vi conducano
negli abissi dove brucano i loro vascelli
dimenticati – che tutto risorga nell’occhio
che arde. Per incidere quel verbo, il sole
perfora la potenza del mare e urla
il suo nome, omaggia quella meraviglia.
Linney Head, Galles, 1941
*
Come si uccide
Sotto la parabola di una palla
un bambino diventato uomo
fissa l’aria troppo a lungo.
La palla mi è caduta in mano, canta
nel pugno chiuso: Usami Usami
sono un dono ideato per uccidere.
Ora nel mirino vedo
il soldato che sta per morire.
Sorride, si muove nei modi
che solo sua madre conosce.
Fili sul suo viso: è l’ora
in cui piango. La morte è il mio
più intimo familiare e muta
in polvere un uomo di carne.
Ma questa è la mia stregoneria.
Sono un dannato, amo ammirare
il centro dell’amore spalancarsi
e un’onda di amore vagare nel vuoto.
È così facile creare un fantasma.
La zanzara, leggerissima, tocca
la misera ombra sulla pietra:
con quanta, infinta tenerezza
l’uomo e la sua ombra si incontrano.
Si fondono. L’uomo è un’ombra
e le zanzare obbediscono alla morte.
*
Fioriture nel deserto
Soltanto i fiori proliferano nei paesaggi selvaggi –
ripeto soltanto ciò che stavi dicendo, Rosenberg –
la conchiglia e il falco ad ogni ora
uccidono uomini e gerboa, uccidono
la mente: ma i corpi possono soddisfare
gli affamati fiori e i cani che gridano come
uomini, di notte, la cosa più dura di tutte.
Ma questa non è una novità. Ogni volta che
la notte lancia stracci sugli occhi, lascia la mente
desta, guardo ai lati della porta del sonno
cerco la piccola moneta necessaria
per comprare il segreto che non saprò mantenere.
Vedo uomini che soffrono come alberi
confondono i dettagli e l’orizzonte.
Metti la moneta sulla mia lingua
canterò cose che nessuno ha mai visto.
*
Vergissmeinnicht
Tre settimane dopo i guerrieri
erano spariti: tornammo su quel
campo da incubo – il soldato era
ancora lì, disteso, incubato dal sole.
All’ombra della canna del suo fucile.
Avanzavamo quel giorno
e lui colpì il mio carro come
se fosse la mascella di un demone.
Guarda. Qui, nella trincea dirupo
la fotografia disfatta della sua donna:
ha scritto Steffi. Vergissmeinnicht
con una calligrafia gotica perfetta.
Ci sembra felice, ormai degradato,
deriso dalla sua stessa divisa
così dura e superba quando
il corpo è in decomposizione.
Ma lei piangerebbe, oggi, nel vedere
le mosche che si muovono oscure
sulla sua pelle, la polvere sull’iride
di carta, lo stomaco squarciato come una grotta.
Perché qui amante e assassino sono
lo stesso, hanno un solo corpo e un solo
cuore. La morte che ha eletto quel soldato
ha avvelenato con un male mortale l’amante.
*
Stelle
(Per Antoniette)
Le stelle marciano ancora, in ordine sparso
da nulla a nulla. Guardatele, sono immobili
sul campo notturno, autentica terra di nessuno.
Lì, lontana, con spada e cintura, dev’essere
Orione. Per i commissari di questa guerra
da esaltati è il Carro. Nessuno favoloso confine
può annientare il loro coraggio, nessuna banda
le sfiderà: soltanto la disciplina le ha
mobilitate e le mantiene vive. Così
le hanno viste il Tempo e i suoi avi. Così
combattere il disordine è il loro compito
e la vittoria persiste nelle loro mani.
Dal limite delle vecchie colline fino
a quelle pianure, laggiù, si estende
il loro accampamento. Gli eterei ufficiali
salutano, da tenda a tenda, i messaggeri
cometa. Guardiamo in alto, con dolore
a quei compagni lontani, quelle plaghe
che non possiamo calpestare.
1939
*
Canoa
Questa potrebbe essere la mia ultima
estate e non voglio perdermi nulla
del piacere che dona l’antica arte
dell’ozio. Non mi lascio terrorizzare
dal destino che aleggia sullo sfondo
mentre l’erba e le case e il fiume insonne
credono di poter durare per sempre
e si scambiano sussurri sommessi –
impera l’afa. Quale terribile fato potrà
impedire alla mia ombra di vagabondare
da queste parti il prossimo anno?
Fischia: ti sentirò e verrò, a sera, sulla
stessa barca con cui vai verso Iffley
mentre fissi il cielo in attesa del tuono
che come una campana preannuncia
pioggia – il mio spettro ti sfiorerà le labbra.
Keith Douglas
L'articolo “Canterò cose che nessuno ha mai visto”. Keith Douglas, un poeta in
guerra proviene da Pangea.
Dentro la materia “il mare è senza fine, dolorante”, ed è necessario che questo
dolore sia focalizzato, parossisticamente pro-vocato e registrato, perché solo
vivendone persino la proiezione è possibile sentire ciò che vive, ri-sentire
nella provocazione la relazione:
La pellicola
Il sole splendeva mentre noi
andavamo in giro per il campus
a fermare ragazzi e uomini
chiedendo che mi colpissero
in pieno viso.
Si rifiutavano tutti
all’inizio, ma noi spiegavamo
che era arte ed era necessario
così mi hanno schiaffeggiata, uno
dopo l’altro.
Ho capito che per farglielo
fare dovevo indurire gli occhi,
provocare. Lo schiaffo dei ragazzi era
comico – palmo sul viso, con scuse prima
e dopo. Era caldo e luminoso.
Abbiamo flirtato con un geografo
dallo schiaffo leggero, con le dita
a sfiorarmi la guancia come
girandomi il viso di lato per vedermi
di profilo. Avevamo circa venti
uomini su pellicola.
È arrivato il ragazzo della mia amica
e gli abbiamo chiesto se volesse farlo.
Lui l’ha baciata e si è piazzato di fronte a me.
La mia amica ha premuto record, e ha detto
‘vai’ e io ridevo,
mi ero dimenticata di preparare il viso,
con la guancia sinistra un po’ rosa dopo
una giornata di schiaffi. Non ero preparata
al suo rovescio. Rapido
e forte, un rumore strano
come se mi avesse schiaffato via
la risata, un dolore più spesso
di una puntura, un’immediata perdita
di respiro. Siamo rimaste in silenzio
un attimo, e io ho guardato
la mia amica e la sua mano portata
alla guancia automaticamente,
la luce rossa della telecamera che ancora
lampeggiava e ho saputo
che non avremmo mai guardato
la pellicola, che avrei sentito la nausea
e la colpa finché il livido
durava – più a lungo – avendo chiesto
ciò che non era mio.
Il linguaggio di Frears è materia ustoria che sbracia e riaccende il percorso da
metafora a dato, rinnova il senso della referenza, iniziando da un contesto
umile e concreto. È una tensione ipercinetica a svolgere e riavvolgere il
cammino della parola, i cui passi e salti manifestano una nudità d’intenti che è
anche desiderio di stabilire un contatto. Altezze delle cadute ma più intimità
nel dolore, in questa operosità slabbrata si muove il verso narrativo in tante
zone di Risplendi, cara (Taut, 2023), il piccolo corpo del vivente (così come il
corpo testuale) si aggrotta pudico per espandersi subito dopo e arrivare a
toccare vertigini celesti:
Mito lunare
Dato che abbiamo donato i nostri gioielli per il tabernacolo
(e con noi intendo le donne e con donne intendo le allegorie)
ci è stata assegnata la luna.
Non una luna, la nostra luna, la nostra piccola luna litigiosa.
Il mare delle crisi e quant’altro – la vecchia ‘pietra dell’oh issa’
che trascina le onde ai ciottoli fin dall’alba dei tempi.
Il 58% delle donne dice ‘prendi quello che ti danno, prima che ci
assegnino un corpo celeste ancora più piccolo.’
Ad ogni modo, tutti sanno che la tuba di Falloppio è un germoglio di luna.
Tutti sanno che il sole è una stella-ragazzo, buono e caldo e
luminoso e piuttosto semplice se ti ricordi di portare
la crema solare. Certo che ha un cazzo.
Quando mi metto una torcia in bocca le guance mi si accendono di rosso
come una lanterna carnosa – niente argento, né crescente
né calante; sono accesa o sono spenta. Non proprio da luna.
oh Satellite, oh Artemide, oh Orbe della notte.
Domanda: posso dare la colpa alla luna perché dormo poco?
Il 73% delle donne si è detto ‘a disagio’ con il nuovo
rito lunare testato settimana scorsa, che prevede un melograno,
un frutto stella (e del simbolismo di mela ben calcato).
Ora di un altro gruppo di discussione. Magari possiamo
bruciare cose, oppure il fuoco è solo roba da sole?
Hanno versato del vino nuovo in una vecchia brocca,
e ci hanno detto che i miti si fanno così.
Abbiamo bevuto tutto il vino e ci siamo esposte al
plenilunio, quindi dovevano aver ragione.
Luce e carne costruiscono il mito, arte di raccontare il minimo, che confonde
perché include piccolo e grande, abbattendo il confine dell’ambivalenza. Frears
è certa del malessere di dire ma lo espone, è consapevole dell’impossibilità
della permanenza per questo apre al lettore la sua intimità, offrendola come in
una parabola:
Scopare in Cornovaglia
La pioggia è spessa e c’è un mezzo arcobaleno
sulla spiaggia umida; mettimi la mano fin sopra.
Ho camminato per quel museo di paese centinaia di volte
e ho deciso che il cagnolino imbalsamato,
etichettato: il cane più piccolo del mondo, è un falso.
Baciami in un panificio di pasty con tutti i forni accesi.
Ho stretto un uovo fresco e caldo in una fattoria e ho pensato a
scopare. Ho stretto un piccolo granchio verde nel palmo della mano.
Ho teso la manica fin sopra le dita e ho raccolto un’ortica
e l’ho stretta contro la gola di un ragazzo come una spada.
Slacciami le scarpe in quel vicolo e sollevami delicata sui cassonetti.
Il sole luminoso del mattino viene e viene
e i bambini vacanzieri sono pronti con i loro secchi gialli.
Ti ricordi cosa si provava a scavare un buco tutto il giorno
con una paletta solo per vederlo riempirsi di mare?
Lo voglio così – come l’acqua che indovina un percorso al di
sopra del bordo. Come due anemoni rosso acceso in una pozza
di marea, i tentacoli in onde estatiche.
Come se la ginestra si è incendiata attraverso la brughiera e tu
sei il fantasma di un pescatore, che ha sempre odiato la terra.
Umiltà e fede, praticamente agostiniane, non sono eluse ma reindirizzate a nuove
“apparizioni”, come fossero l’ossessione scaturente da un rapporto in perdita.
La poesia si fa strumento, allora, che avvicina distanziando, che aspira e solo
per poco accompagna:
> Per favore capisci che non è addosso a te, è con te.
Co-ire è sfiorare il rapporto mistico, l’assoluto nella dissolutezza dell’amore,
è il tentativo che la carnalità si superi in un oltre desiderante e
iper-percettivo. Ma cosa può l’essere umano esplorare l’infinito impraticabile
della vita? Forse solo attraversandola facendosene infaticabile ricognitore,
forse. Non cacciamo Giovanna, non cacciamo l’ossessione di sentire sempre e
sempre più a fondo:
Giovanna d’Arco ci perseguita
Lei sa come trema il vetro prima che venga scagliata la pietra,
come le tubature sibilano le une alle altre a mo’ di serpenti
attraverso la casa. Ha sentito la prima spinta del fungo
verso l’alto, ha mappato l’incedere furtivo della propria ombra
sul terreno variabile. Cerca di ascoltare
il tonfo minuto del cuore di un coniglio; ha sempre amato
il calore del sangue anche mentre se ne va dal corpo, affonda
nel fango. Ha sentito lo schiaffo rapido di uno sparo,
la lenta leccata della lingua di un cervo, sa che il dolore
si modella nella mente come la brina. Il sole le cuoce il corpo,
le sue orecchie bacinelle di piccole pozze d’ombra nel fulgore,
il rumore di un aereo nel cielo le ronza dentro.
Nelle giornate storte lega i vestiti in complicati
nodi, invita i passanti a fare lo stesso.
Zitta, Giovanna, diciamo noi. Vai a contare i crochi.
Et lux in tenebris lucet, afferrare o perdere la luce è la posta in gioco
dell’incontro e della poesia che lo cerca. Frears dice di aver “sentito dire che
il nemico che indossa le scarpe/ o troverà Dio o Lo perderà”, il che può essere
tradotto nel desiderio e nella ricerca costante del bene nel male, in una
spoliazione di sé e delle proprie acquisizioni. Frears spalanca la lingua della
poesia e accoglie il mondo, prendendo e tremando:
A una festa un ragazzo mi segue nel bagno
sostenendo che quando ho lasciato la stanza
gli ho fatto cenno di seguirmi.
Davvero?
Sapeva che non lo avevo fatto?
Lo lascio entrare, perché
quasi quasi mi prendo quello che mi dicono che desidero –
chissà, magari ha ragione.
*
Mi chiama per controllare
che non gli abbia dato un numero falso,
mi lascia un messaggio in segreteria con il mio capezzolo
nella sua bocca.
Il mattino seguente, da sola, ascolto la sua voce –
un bambino che parla con la bocca piena
e poi
io,
come una madre noiosa, distante:
piano, piano, piano.
Nella compravendita che l’esistenza diventa quando lo slancio e il trasporto
all’altro si interrompono, occorre confrontarsi con “l’agonia del deserto” e
provarsi in un altro attraversamento. Nonostante “il mare imbestialito” sarebbe
necessario accostarsi e sentire “l’orecchio bagnato del diavolo”, lasciarsi
scorticare nella fuga continua che immagina una meta, in una tensione mai
soddisfatta:
Sulla cordatura della forma
Esse sono la raffica di vento marino che ti tormenta
mentre scendi in spiaggia; l’ambiguità sessuale
dell’amico del tuo amico con cui ci stai provando in un bar.
Guidi in una galleria;
trattieni il respiro.
Sono sette solide frasi spezzettate
lungo un’idea; un singolo filo di ragnatela
teso tra due corpi che dormono; i punti di sutura
nella tua ferita sullo stomaco mentre ti allunghi verso il telecomando;
una macchina in bilico su una scogliera per sessant’anni.
Sono la suspense mentre ti lavi il viso, sapendo
che le probabilità di trovarti un assassino in casa
sono aumentate mentre avevi gli occhi chiusi;
il picco febbrile che questa paura raggiunge mentre
chiudi l’armadietto a specchio del bagno.
Non sono la tua autocoscienza, spalmata finemente
sul tuo toast mattutino; non possono sedurre
tua madre nella hall di un hotel. Ma sono
un aeroplano di carta lanciato attraverso una stanza fumosa,
e sono esattamente come svegliarsi
per gli occhi di un insonne.
Stai tornando a casa a piedi da un incontro / uno spettacolo /
negozi, hai con te gli ingredienti per la cena
che hai deciso di fare – facendo dondolare un po’ il sacchetto
semplicemente sentendo il peso di ciò che sarà.
La sera è di un blu smorzato / arancio, l’aria
non è né fredda, né calda. Di punto in bianco
ti senti insignificante in un modo molto lussuoso
e proprio in quell’istante il lampione
sotto cui stai camminando si accende, tipo illuminazione.
Attorno non c’è nessuno.
Senti solo quella sensazione e continui verso casa.
Corde – infilate e fisse:
una sensazione enorme, contenuta all’interno
di un piccolo corpo, sotto un cielo enorme.
Enorme come ogni parola che s’inoltra e perde l’orientamento, come la luce che
investe la strada mentre ad attraversarla il vivente vaga e prova. Sente?
> Ci hai mai provato tu? È la luce più simile
> all’acqua, a pozzanghera sulle tue palpebre, fresca
> e senza parola sulla tua lingua.
L’enorme si nientifica perché risgorghi lo slancio e ridiventi inondazione,
pensiero lungo, racconto. La vita di ogni giorno è epica e metafisica, e solo
così vivifica l’esperienza.
La scrittura in versi di Frears e soltanto esperienza nell’urlo e
nell’abbraccio, nell’alto come nel basso che comunicano, puro sentire:
Elegia per la sonda Cassini
1997-2017
Pensavo alla tua morte. Cercavo di immaginare l’istante in cui la pressione
diventa troppo forte o il calore troppo elevato.
E poi verso le quattro del pomeriggio ho sentito delle urla tremende.
I suoni si diffondono in modo strano nel nostro vicolo cieco e non riuscivo a
capire se fosse lontano o appena sotto la mia finestra.
Parte dell’orrore è non sapere da cosa proviene il suono. E infatti
nei film fatti bene, la cosa brutta si intravede appena o non si vede per nulla.
Ho sostato sulla porta cercando di capire: un cane abbaiava, un uomo gridava,
una donna urlava.
E poi sentito un corpo che veniva colpito con un oggetto. Sapevo che
era un corpo e non una cosa dal modo in cui gli altri suoni gli si piegavano
attorno. Il traffico, le urla, gli alberi e il vento distorti da queste percosse
sorde, irregolari. Gli sono corsa incontro.
Dietro una piccola staccionata, un uomo picchiava un cane con un
badile. C’erano vicini alle finestre e per strada, guardavano. C’è stato il
suono distante di sirene e l’uomo si è fermato ed è tornato dentro.
Il cane non faceva rumore, guardava nel vuoto verso il cielo. Ci
siamo raccolti attorno alla staccionata. Respirava, poi non più.
Cassini, oggi, mentre ti tuffavi tra gli anelli di Saturno
raccogliendo dati, ho visto un cane morire – una tristezza distaccata ma molto
reale. Un ohh interiore, sfinito, come un palloncino che si sgonfia.
Gli altri cani nel vicolo cieco non hanno mai smesso di abbaiare fino
al mattino. Sapevano. Dubito che sarà così anche per te. Non me li vedo i corvi
che si levano improvvisamente dagli alberi, o un’anziana sulla strada di casa
che di colpo inspira: se n’è andato!
Ieri notte i miei sogni erano pieni di quel suono – badile contro
cane. Un miliardo di chilometri sono troppi per sentire la violenza della tua
perdita, mi spiace. Invece mi immaginerò le lune, che sbirciano oltre gli anelli
di Saturno come vicine di casa silenziose che guardano impotenti mentre tu inizi
a tremare, bruciare e distruggerti.
Gianluca D’Andrea
*In copertina: Ella Frears, photo Etienne Gilfilla
L'articolo “L’assoluto nella dissolutezza”. Sulla poesia di Ella Frears proviene
da Pangea.
Dylan Thomas accettò di fargli da testimone di nozze. Era il 4 ottobre del 1939,
non poteva rifiutare: conosceva Keidrych Rhys, gallese di Bethlehem, da una
vita; spesso lo aveva pubblicato sulla rivista che dirigeva, “Wales”. Keidrych
sguazzava con agio nell’editoria dell’epoca – nel ’44, per la Faber di Sir T.S.
Eliot, avrebbe pubblicato un’importante antologia di Modern Welsh Poetry – ed
era un gran bevitore. Nel ’39 Dylan Thomas, già superstar della letteratura
anglofona, aveva licenziato, per Dent, The Map of Love; Keidrych compiva
ventiquattro anni; la festa, a Llansteffan, annaffiata d’alti alcolici, si
protrasse fino a notte.
Più che per Keidrych, gli astanti andarono in visibilio per lei, la sposa.
Trentenne, di una bellezza estranea, Lynette Roberts – in verità: Evelyn
Beatrice Roberts – era alla sua terza vita. La prima l’aveva passata in
Argentina: nacque a Buenos Aires, negli agi; il papà, Cecil Arhur Roberts, era
un ingegnere ferroviario che dal Galles si era trasferito prima in Australia,
poi in Sud America. La prima lingua di Lynette era lo spagnolo: restò scolpito,
in lei, il vello bruno, taurino, del Rio della Plata; l’indolenza – e
l’equivalente violenza – dell’Argentina.
La seconda vita di Lynette ha per levatrice una ferita, uno squarcio: poco prima
di compiere quattordici anni, sua mamma muore di tifo. Lei e le sorelle –
Winifred e Rosemary – furono spedite a studiare in Inghilterra, alla Central
School of Arts and Crafts. Di quella vita, si ricordano i lunghi viaggi – in
Ungheria, Austria, Germania, al seguito di un’amica, Kathleen Bellamy, inviata
per “La Nacion” – e l’avventura di aprire un negozio di fiori, “Bruska”, a
Londra. Aveva cominciato a scrivere versi a Madeira, ispirata dal clima, da un
angelo interiore, spinato.
Keidrych l’aveva conosciuto da poco, durante una lettura pubblica. Si sposarono
all’improvviso, con inattesa furia: la terza vita di Lynette cominciò a
Llanybri, villaggio di campagna nel Carmarthenshire, dove si era trasferita con
il marito. Voleva riformulare le proprie origini gallesi. Voleva scriverne.
Voleva scrivere. Dylan Thomas la licenziò con poche, apodittiche parole: “che
ragazza curiosa, si dichiara poetessa a pieno titolo, in pieno petto… ha tutti i
crismi dell’isterica”.
L’amore con Keidrych durò un decennio – i due divorziarono nel ’49 – e un paio
di figli, Angharad e Preiden. Lentamente, Lynette deragliò nell’insania; aveva
un precedente, in famiglia: il fratello Dymock, schizofrenico, finì in un
ricovero di malati di mente appena sedicenne, a Salisbury, fino alla morte.
Negli anni gallesi – di povertà, certo, ma anche di una gioia frugale, informe,
di albatros e brughiere –, Lynette scrisse tanto – e magnificamente. Trovò in
Edith Sitwell – poetessa-pitone, dall’enigmatico, viscido genio – una mecenate e
una confidente; figura tra le figure di rilievo nella tabula gratulatoria de La
Dea Bianca, il capolavoro di Robert Graves. Erano amici, lei gli raccontava
diverse storie scardinandole dall’antica mitologia gallese, lui scrisse che
“Lynette Roberts è uno dei pochi autentici poeti viventi”.
I suoi versi entusiasmarono un lettore altrimenti raggelato come Eliot: nel 1944
pubblicò con la Faber i Poems, seguiti, nel 1951, dall’opera più ambiziosa, il
poemetto God with Stainless Ears, in cui il dato leggendario si fonde con il
contemporaneo, la “baia brulicante di uccelli” si commisura a “soldati e corpi
corazzati”. È poesia audace, quella di Lynette Roberts, a tratti involuta, con
invenzioni che la collocano nel più alto lignaggio della poesia inglese
dell’epoca. In un testo – a dire di un ardore –, Transgression – non certo il
più bello –, rifà la Genesi:
> “All’inizio Dio non volle altro che se stesso.
> E questa immensa emissione di luce eruttava orrore
> attraverso i cieli senza aver nulla da fare.
> Conosceva il bene e il male, e noia lo torturava.
> Sapeva la vita, e gli venne a noia”.
A leggerla, viene in mente Fernanda Romagnoli, avrebbero potuto essere amiche.
La stessa dinamica le anima: una poesia apparentemente cristallina, emanata da
un ematoma del cuore, che in un istante mette le unghie, azzanna. Lo stesso,
spaesante istinto nel percorrere l’insolito, l’insoluto. In una poesia –
tradotta in calce – Lynette Roberts scrive che i gabbiani le ricordano le
“lacrime dei turisti”.
Sfinì, in uno sfarfallio di inquietudini, Lynette. Nel 1956 le fu dichiarata
schizofrenica – due anni prima aveva pubblicato un libro, The Endeavour che
romanzava intorno al “primo viaggio di James Cook in Australia”. Una volta
radicata, volle sradicarsi. Vagò per diversi sanatori; morì il 25 settembre del
1995. Sepolta nel cimitero di Llanybri, che aveva celebrato più volte nei suoi
versi, chiese una lapide sobria, una scritta assolutoria: Lynette Roberts, poet.
Dylan Thomas aveva visto giusto.
I suoi versi – dalla potenza assurda, dissennata, estranea alle mode – furono
dimenticati presto; per quarant’anni, Lynette rifiutò di scrivere perché la vita
la rifiutava. Nel 2005 Carcanet pubblica, a cura di Patrick McGuinness,
un’edizione dei Collected Poems, seguita, nel 2008, da Diaries, Letters and
Recollections. Fu, decenni dopo, un’autentica scoperta, Lynette, d’insperata
freschezza. Quest’anno, come A Letter to the Dead, esce una nuova edizione
dei collected poems, arricchita da materiali d’archivio.
***
Premonizione
Quando angoli di ferro blu e
grumi di erba rada, a grottesche
recedono furtivamente da qui
e lasciamo una moltitudine allo spazio
mentre crolla dal tuo sorgere
un saluto, accetto l’impercettibile
pallida notte, il suo volto ciclope
in cui nascondere la mia paura, di ghiaccio.
*
Non è stato facile
Mentre brilla la legna e brucia
abbiamo spartito la nostra frugale
felicità; mentre sulla grata, fredda, colava
la cenere, ci siamo nutriti ai cancelli
della povertà; idioma dell’umiliazione
e del disastro. Non è stato facile.
Non lo è ora. Eppure, infuriava tempesta
sul quieto verde volto del pianeta.
*
L’ipnotista
Continuava a fissarmi, quella volpe
nel bosco – con un gesto di gioia
pitocca ho deriso la sua audacia:
e ora mi veglia, è lì, presso quell’albero.
*
Spina di sangue
C’è chi divora la piana fino alle anche della notte
chi slega gli uccelli al volo e dilaga
per leghe perché vuole vedere l’osso
del bisonte, fiero come una pietra,
c’è chi separa il mais e fa scempio
di questa luce sciroppo:
questa è la dura, mostruosa condizione
di chi nasce e piange in un’alba gialla
in un’alba gialla come il limone.
Un cuore rompe il ghiacciaio della notte
è lì e fa scoppiare un’aquila di carta
e c’è chi trascina il giorno in una cappa
di gioia di pianto di mania:
questo giorno è stato esaudito: un bimbo è nato
un bambino ci è nato.
*
Gabbiani
Planano lenti i gabbiani, senza paura
preferiscono perdersi come lacrime
di turisti: il molo e la nave cominciano
a muoversi e cominciamo
a piangere, così, senza motivo.
Gridano i gabbiani ricordando
l’oceano dell’incertezza
e la brutalità dei marinai, mere
mosche ai margini della nave.
I patti si stringono, si rompono
e il rimpianto ci muove immotivato:
lacrime crinite d’ira, cretine,
scavano solchi sulle guance.
*
Blu ellittico
È freddo e i gabbiani, le mucche del cielo,
muggiscono, cercano cibo e sorvolano
l’acqua blu: allora penso alla neve.
Quando penso sono sola.
Penso al mare, alle sue immense onde
onde piene di occhi che dicono
alle onde, cercate i morti perché
i morti non sono davvero morti.
Perché, è vero, il mare offre più di ciò che afferra
e stigma di morte non grava sull’uomo – il mare
concede ai morti una via di fuga: i gabbiani lo sanno
e scalpitano presso le stalle del cielo.
*
Madrigale verde
Vedi, il mio ospite è un albero:
cresce nonostante il dolore
le sfide e la difficoltà
di crescere.
È verde, è risoluto:
anche se respira angoscia
sprigiona pace, la pace della mente
e cresce e si muove
e cammina con verde tenerezza
lungo la terra:
cielo e sole sigillano il suo essere
come io vorrei fare con il tuo.
*
Coniglio accoppato
Sdraiato nel cristallino del crepuscolo
sono io il suo singolare difetto
e i suoi occhi, come stelle dimentiche,
si schiudono in una nebulosa distante anni luce.
Desiderano che il passato sia scuro come la notte
che il futuro sia piena luce e caritatevoli raggi.
Eppure so, per un sapere ancora arcano,
in qualche moto centrale del mio essere,
che tutto risorgerà, che tutto si volgerà
a me circondandomi, come gli anni luce
ruotano, invisibili, sul loro fuso di ghiaia.
Lynette Roberts
L'articolo “Un cuore rompe il ghiacciaio della notte”. Vita lirica di Lynette
Roberts proviene da Pangea.
Nel 1919 era riuscito a comprarsi una villa a Oswalds, nei pressi di Canterbury.
Da poco, aveva raggiunto una certa sicurezza economica, non con i libri più
belli; poco incline ai crismi della vita sociale inglese, soffriva di gotta, il
viso irto di rughe e lo sguardo fermo, di chi ha valicato molte vite. Da
ragazzo, nelle rare fotografie, piuttosto, ha gli occhi accesi, terrorizzati.
Sarà che era rimasto orfano a undici anni e che un’insana fame, l’estro di chi è
solo al mondo, lo obbligava agli estremismi. Preferì viaggiare per il globo;
nato in una provincia dell’Ucraina russa, cresciuto tra Varsavia e Cracovia,
come seconda lingua preferiva il francese, l’inglese lo parlava in modo
involuto, lento, da straniero. Sulla terraferma, sempre, gli pareva di
affogare.
Fu Hugh Walpole, in ogni caso, a propiziare l’incontro tra Joseph Conrad e T. E.
Lawrence. Con Walpole, poligrafo, nato in Nuova Zelanda, affascinato dalla
Rivoluzione russa (che aveva seguito sul posto), uno zelante ammiratore, Conrad
si sentiva a suo agio. “Tu dici che ho subito l’influenza formativa di Madame
Bovary…”, gli scrive, nel 1918, per ribattere, “Flaubert… lo ritenni
meraviglioso. Non credo di aver imparato nulla da lui”.
L’incontro accadde in luglio, era il 1920: Conrad era già Conrad, il
rivoluzionario della letteratura inglese, Lawrence, per tutti, era “Lawrence
d’Arabia”; aveva scritto la prima, affrettata bozza dei Sette pilastri della
saggezza e Winston Churchill era pronto a offrirgli un posto di rilievo presso
il Colonial Office con il compito di risolvere la questione
mediorientale. Lawrence, dal canto suo, mirava solo a disintegrarsi. Amava
Conrad, quello sì, “ha reso la nostra prosa finalmente inquietante: ogni suo
paragrafo (dacché non scrive frasi, ma paragrafi) si sviluppa a ondate, come il
riverbero di una campana, dopo che si è bloccata”. L’incontro fu piacevole,
privo di fronzoli, intonato al blu: forse nel mare di Conrad, Lawrence
riconosceva il suo deserto. Il 18 agosto del 1922, da Oswalds, Conrad scrive “al
mio caro Mr. Lawrence”: gli invia una copia di The Mirror of the Sea, “emendata
da assurdi refusi”, con dedica, “A T.E. Lawrence con la massima stima da
Conrad”. Nel frattempo, contraffatto con il nome di John Hume Ross, Lawrence si
era appena arruolato nella RAF.
Dieci anni prima, piuttosto, Conrad aveva ricevuto gli omaggi di un altro uomo
eccezionale, diversamente eccentrico. Nel 1912, durante un viaggio di sei mesi
in Inghilterra, ad Ashford, nel Kent, Saint-John Perse incontra Conrad,
folgorato, pure lui, da Cuore di tenebra, Nostromo, Lord Jim. Era stata un’amica
comune, Agnès Tobin, americana, traduttrice di talento (anche di Petrarca), a
introdurre Saint-John Perse a Conrad. Il 26 febbraio del 1921, da Pechino,
all’apice di una brillante carriera diplomatica, il poeta, futuro Nobel per la
letteratura, invia a Conrad una lettera tanto bella da sembrare fittizia, pura
perla destinata ai posteri: “Una cosa misteriosa, che ho io stesso constatato, è
che sugli altipiani dell’Asia, nel cuore del deserto, cavallo e cavaliere si
girano ancora d’istinto verso Est, là dove giace la tavola invisibile del mare…
Negli occhi dei cammellieri incontrati nel deserto del Gobi mi è sembrato
qualche volta di sorprendere uno sguardo di uomo di mare”. La lettera è
raccolta, tra poche altre a rarissimi interlocutori – Paul Claudel, André Gide,
Thomas S. Eliot, un altro strenuo ammiratore di Conrad – nell’agiografico volume
delle Œuvres complètesche Saint-John Perse si cura per la Bibliothèque de la
Pléiade. Nato nelle Antille francesi, era uomo di mare pure lui, e al mare ha
dedicato un poema oceanico, Amers (1957; recentemente tradotto da Nicola
Muschitiello per le Edizioni Medhelan come Segni d’amaro approdo, 2024).
Queste testimonianze, necessarie per capire le intense passioni che Conrad
sapeva suscitare – scrittore altrimenti schivo, nella stiva di un’ispirazione
eclatante –, non sono raccolte nell’Epistolario (1885-1924) edito da Giometti &
Antonello (2021), che riproduce l’edizione curata da Alessandro Serpieri per
Bompiani nel 1966 (il libro, dunque, è anche un omaggio a quel grande anglista).
Conrad resta, sempre, un espatriato, uno ormeggiato tra le nebbie: inutile
cercare tra le sue lettere le vertigini di Rainer Maria Rilke, gli orpelli di
Pasternak, gli innamoramenti di Albert Camus. Nato Korzeniowski, frugale come
chi sa la fame, propenso al crollo, alieno al clima intellettuale dell’epoca,
Conrad procede per coltellate verbali (“La morte non è nulla – ed io sono
abituato alla sua rapidità. Ma quando la vita ti deruba d’un uomo su cui hai
riposto la tua fiducia per vent’anni, il torto sembra troppo mostruoso per
essere dimenticato”, scrive, il 5 dicembre 1897, a Edward Garnett, che per primo
riconobbe il suo talento letterario), sconvolto, spesso, dalla necessità di
scrivere e vendere racconti con estenuata continuità.
Nelle prime lettere – qui è da Calcutta, il 19 dicembre del 1885 – Conrad è
fieramente reazionario, si scaglia contro il “progresso sociale” propugnato da
“furfanti senza scrupoli e pochi lunatici, sinceri ma pericolosi” a discapito
dell’“idiota gregge umano”:
> “Io vivo soprattutto nel passato e nel futuro. Il presente ha poche attrattive
> per me… Separazione fra Stato e Chiesa, Riforma Agraria, Fratellanza
> Universale non sono che le pietre miliari sulla strada della rovina”.
Si adatterà alla temperie tribunizia anglofona, con una perpetua attrazione
verso i ribelli: “ogni estremista è rispettabile”, scrive il 7 ottobre del 1907,
sull’onda del romanzo anarcoide, L’agente segreto.
In una lettera a Garnett, il 20 gennaio del 1900, Conrad si lancia in un ricordo
del padre, Apollonius N. Korzeniowski, di plateale potenza:
> “Uomo di grande sensibilità, di temperamento esaltato e sognatore, con una
> terribile dote di ironia e di umor tetro… Il suo aspetto era nobile, la sua
> conversazione molto affascinante, la sua faccia triste quando era serio”.
Patriota, ribelle, giornalista sprezzante, personalità eccentrica, ipnotica,
cupa, letterato genialoide (ma “drammi, poesie, prose furono bruciati dopo la
sua morte secondo il suo ultimo desiderio”), Apollonius è il modello del Kurtz
di Cuore di tenebra, dove sono coinvolti tutti i tormenti e le nostalgie di
Conrad.
Secondo Alessandro Serpieri le lettere di Conrad sono “un’occasione unica per
seguirlo nel suo difficile cammino di uomo e di artista, per sorprenderlo”. In
verità, Conrad è refrattario a raccontarsi, si difende da ogni assalto, in una
celata di cristallo: avendo vissuto, non ha confessioni da sperperare, è come il
suo Marlow, a poppa, con le gambe incrociate, che “rassomiglia a un idolo” e
attende di salpare verso “uno dei luoghi tenebrosi della terra”. L’anima, in
certi uomini, è come un kraken incardinato negli abissi: non è materia per
chiacchiere o lussurie epistolari.
L'articolo “La morte non è nulla”. Joseph Conrad in forma di kraken proviene da
Pangea.
> Qui muore un altro giorno
> Durante il quale ho avuto occhi, orecchie, mani
> E il grande mondo tutto intorno; e domani
> Ne inizia uno nuovo.
> Possibile ne possa avere due?
>
> G. K. Chesterton, “Sera”, da The Notebook
Scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa nelle sue lezioni di Letteratura inglese,
in “Accenni ad alcuni contemporanei” (come ha spiegato Gioacchino Lanza Tomasi,
suo figlio adottivo, lezioni meno “collettive” di quanto si pensi – per lo più
scritte e “adoperate soltanto per [Francesco] Orlando, e lette clandestinamente
da me in blocchi che mi venivano forniti da Giuseppe sotto la consegna del
silenzio”):
> “Gli inglesi passano, a giusta ragione, per essere un popolo silenzioso. Però
> essi hanno prodotto, nel nostro secolo [ventesimo, ndr], quattro dei più
> grandi e inesauribili conversatori che siano esistiti: Chesterton, Wells,
> Huxley e Shaw, massimo fra tutti. E intendo dire conversatori non solamente
> verbali ma gente cui le chiacchiere chilometriche scambiate fra amici non
> bastano: gente che è stata costretta a scaricare in migliaia di pagine le
> chiacchiere ancora inevase. A questa favolosa possibilità di chiacchierare, in
> salotti e in libri, essi dovettero la immensa popolarità che li circondò
> perché essa dovette apparire come una dote magica a quel popolo taciturno,
> tanto più che erano chiacchiere di valore, nutrite di cognizioni vastissime e
> condite dell’humour più genuino. […] ‘Vi è un tempo per parlare e un tempo per
> tacere.’ Questo enunziato di saggezza salomonica restò loro incomprensibile
> sulla terra; speriamo che nei Campi Elisi abbiano trovato il tempo del
> silenzio; speriamolo, voglio dire, per gli altri ché per loro il dover tacere
> equivarrà all’inferno.”
Il principe di Lampedusa si soffermava sorprendentemente su uno di questi
“super-campioni della polemica”, Gilbert Keith Chesterton (1874 – 1936), il
“poeta che danza con cento gambe”:
> “Fra lo scrittore cattolico italiano e quello inglese (o per dire vero di
> qualsiasi altro paese) corre una grande differenza. Lo scrittore italiano che
> si professi chiaramente cattolico è sempre uno scrittore ‘moscio’. Lo
> scrittore inglese (o francese, o tedesco, o americano) che si batte per la
> Chiesa cattolica è sempre uno scrittore ‘duro’. Ciò dipende dal fatto che in
> Inghilterra, in Germania e negli Stati Uniti il cattolicesimo è una religione
> di minoranza di fronte ad altre confessioni e gli occorre decisione,
> aggressività e coraggio per affermarsi e mantenersi. In Francia il
> cattolicesimo è anch’esso in minoranza non già di fronte ad altre forme di
> religione ma di fronte alle varie sfumature della miscredenza.”
In Italia, invece, “il cattolicesimo, oltre ad essere la confessione del
novantasette per cento della popolazione, esce da un periodo di predominio che,
evidentemente, non era producente. Quindi il cattolico italiano è pieno di
rimorsi inconsci ed ha sempre l’aria di scusarsi di esserlo. In Inghilterra i
cattolici sono il cinque per cento ed escono da un lungo periodo di
persecuzione, sanguinosa in principio, patrimoniale e politica dopo, vessatoria
sempre, che li pone nella redditizia posizione di accusatori.”
Concludendo con l’usuale nota ironica: “E così si perpetua quella temperatura di
brodo tiepido che favorisce la germinazione dei microbi ma non dei polemisti”.
*
Se già allora (indicativamente tra il 1953 e il 1955 – Lampedusa sarebbe morto a
breve), la memoria di questi grandi autori tendeva “ad affievolirsi”, oggi GKC
non è ancora presente nel nostro panorama editoriale – Lindau ne traduce l’opera
narrativa e saggistica da una decina di anni (fra gli ultimi: L’uomo comune, La
mia fede, Il Napoleone di Notting Hill…), diverse opere sono state tradotte da
Leardini (con la Società Chestertoniana Italiana) e da Jouvence, nonché da
Adelphi, con il saggio L’età vittoriana nella letteratura(memorabile la quarta
di copertina: “Chesterton era incapace di introdurre anche solo una traccia di
moderazione in ciò che faceva…”). Presso le Edizioni Ares, a cura di Andrea
Monda, è uscita “un’appassionante miscellanea di saggi” scritti negli anni
Venti, Giovani idee. La felicità di pensare (della stessa casa editrice, si
segnala la biografia di Paolo Gulisano e Daniele De Rosa, Chesterton. La
sostanza della fede).
Come suggerisce quest’ultimo titolo, tra le caratteristiche più apprezzate di
questo “spirito paradossale” fu forse proprio l’ironia: le sue poesie, scriveva
ancora Lampedusa, sono “fra le più divertenti che esistano” – così come il suo
modo di presentare “le verità più trite con la testa in giù in modo che esse ci
appaiono inedite”. “Voi, naturalmente,” ammoniva “da buoni italiani che
desiderate la letteratura ‘seria’ per poter più serenamente condurre una vita
non seria, arriccerete il naso. Ma avete torto. Una buona serie di letture
chestertoniane vi farà gran bene.”
Mi viene in mente a proposito un aneddoto raccontato da un suo appassionato
lettore, Simon Leys:
> “Vidi una copia del Napoleone di Notting Hill di Chesterton; conoscevo il
> libro solamente dal titolo, e, per curiosità, l’ho preso e aperto alla prima
> pagina, leggendo l’inizio della prima frase nel Capitolo Uno: ‘La razza umana,
> della quale fanno parte tanti miei lettori…’ Ho comprato il libro seduta
> stante e lasciato di fretta la libreria. La vista di un anziano che ride
> chiassosamente fra sé in un luogo pubblico potrebbe essere piuttosto
> imbarazzante, e non avrei voluto disturbare gli altri avventori.”
Eppure, bisogna al contempo rilevare come già fece Borges – “qualcosa nella
creta del suo io inclinava all’incubo, qualcosa di segreto, e cieco e centrale”
– la sotterranea vena di nero pessimismo attraversante l’umorismo di Chesterton;
sempre Borges: “Poteva essere Kafka o Poe, ma coraggiosamente optò per la
felicità e sostenne di averla trovata.” Lo stesso Leys, citato poco sopra,
nel saggio che gli dedicò (si veda Le Studio de l’inutilité, Flammarion
2012; The Hall of Uselesness, The NYRB 2013), rifletteva a proposito:
> “Uno dei molti equivoci in cui spesso incappiamo intorno alla figura di
> Chesterton è di immaginarlo come un tizio grande, benigno e allegro, sempre
> preso da una inesauribile e innocente risata… Un uomo forse di un’altra epoca,
> il quale difficilmente avrebbe avuto un’idea dei terrori e degli orrori che
> hanno caratterizzato la nostra. Alla fine di questo orribile ventesimo secolo
> – indubbiamente il più selvaggio e disumano periodo della storia – potremmo a
> buona ragione chiederci: con il suo permanente e imperturbabile buonumore, non
> è forse, Chesterton, una sorta di monumento appartenente ad un’altra era – se
> non ad un’altra civiltà? Non dovrebbe forse apparire al lettore moderno come
> un toccante, ma in fondo irrilevante anacronismo? Dacché, dopo tutto, noi
> siamo figli di Kafka: come potrebbe allora Chesterton avere a che fare con le
> nostre ansie?”
Tuttavia – continuava Leys – “il fatto è che Kafka stesso trovò in Chesterton
uno specchio per le proprie ansie. Sappiamo dalla testimonianza di un suo
giovane amico e ammiratore, Gustav Janouch, che Kafka ammirava in modo
particolare L’uomo che fu Giovedì (che è per l’appunto, l’opera narrativa più
riuscita e affascinante di Chesterton). A proposito di questo libro, si dovrebbe
notare tra l’altro che Chesterton stesso si lamentò, una volta, che la maggior
parte dei suoi lettori sembravano non essersi resi mai pienamente conto della
seconda parte del titolo: L’uomo che fu Giovedì: UN INCUBO. Ma quest’ultima
parola, certamente non dovette scappare a Kafka.”
*
Anche Lampedusa aveva indicato tra i migliori libri di Chesterton, insieme
ad Ortodossia e ai racconti di Padre Brown, proprio L’uomo che fu
Giovedì (1908):
> “è un conte philosophique di Voltaire in ambiente mondano e soprattutto, col
> bersaglio mutato. In esso s’intende deridere la scienza moderna e la filosofia
> sulla quale essa si appoggia, che finisce con l’identificare il Male al Bene.
> […] Ma a parte l’estrema maliziosità comune ad entrambi, essi [Chesterton e
> Voltaire] hanno il segreto del movimento rapidissimo che non lascia riflettere
> e la facoltà di saper incarnare in personaggi viventi le più astratte opinioni
> filosofiche. Il buon umore continuo, l’attitudine caricaturale, le subitanee
> frasi rivelatrici d’inaspettate profondità teologiche fanno di questo
> romanzetto un capolavoro.”
Tra l’altro, già nel 1999, all’alba del nuovo millennio, Leys ne consigliava la
lettura accostando questo romanzo soltanto a L’agente segreto di Conrad (scritto
negli stessi anni, a cui anche dedicò un articolo intitolato “‘Je ne suis pas
d’ici’: Joseph Conrad e L’Agent secret”) includendolo nei “tesori dimenticati”
della letteratura del novecento, con la motivazione: “È l’unico romanzo
nell’intera storia della narrativa, nel quale si è potuto introdurre Dio come
plausibile personaggio!”
Sullo sfondo di questa cosmica detective story, con poliziotti e agenti segreti
che rincorrono anarchici e pessimisti (“L’investigatore comune va nelle bettole
ad arrestare i ladri, noi andiamo nei salotti culturali a scovare i
pessimisti”) occupato dall’ambigua figura del presidente del Consiglio anarchico
Europeo, soprannominato Domenica, si svolge un adrenalinico combattimento
metafisico – che, prestandosi a diversi livelli di interpretazione, lascia al
lettore anche dopo diverso tempo alcuni interrogativi esistenziali: come avere
la certezza che quel facciamo è giusto o sbagliato? Siamo davvero sicuri di
sapere contro chi stiamo combattendo? E sappiamo per davvero, nei nostri sforzi,
quando siamo nella direzione giusta?
Difficile rispondere, ad ogni nuova situazione concreta, ed è proprio questo
l’incubo che Chesterton qui inscena, mettendo i suoi personaggi sulla strada di
prove sempre più estreme (“si ricordava di come la paura per il Professore
assomigliasse a quella che generano gli eventi incontrollabili di un incubo e di
come la paura per il Dottore assomigliasse a quella del vuoto soffocante della
scienza”…) con un esito sempre inaspettato, senza che tuttavia si tirino mai
indietro di fronte ad esse. E cogliendo un aspetto profondo della sua – e della
nostra società.
Andrea Corsi
*
Da L’uomo che fu Giovedì
“In fondo, non era forse vero che tutto, come in quel bosco incantato,
consisteva in una danza tra il buio e la luce? Ogni cosa è solo un bagliore, un
bagliore che giunge sempre inaspettato e che sempre viene subito dimenticato.
Ecco che Gabriel Syme aveva trovato nel fitto di quel bosco punteggiato di luce
ciò che vi trovarono molti pittori moderni: era ciò che la gente moderna
definisce Impressionismo, un altro nome per identificare quello scetticismo
estremo, incapace di trovare le fondamenta dell’universo.”
“Syme balzò in piedi, fremendo dalla testa ai piedi: «Ora capisco, – gridò –
capisco tutto. Perché ogni singola cosa sulla Terra fa guerra a tutte le altre?
Perché ogni piccola cosa esistente al mondo deve combattere contro il mondo
intero? Perché una mosca deve combattere contro l’intero universo? Perché un
dente di leone deve combattere contro l’intero universo? Per lo stesso motivo
per cui io dovevo sentirmi da solo in mezzo al tremendo Consiglio dei Giorni: e
cioè, affinché ogni cosa che obbedisce alla legge possa avere la gloria e la
solitudine dell’anarchico, affinché ogni uomo che combatte in nome dell’ordine
possa essere tanto impavido e devoto quanto un terrorista. Solo così la bugia di
Satana può essere ritorta contro quella sua faccia da bugiardo, solo così noi
possiamo guadagnarci il diritto, attraverso le lacrime e il sangue versato, di
dirgli in faccia: ‘Tu menti!’. Nessuna sofferenza è troppo grande, se ci fa
guadagnare il diritto di dire in faccia a quest’accusatore: ‘Anche noi abbiamo
sofferto’.”
L'articolo Monumento a Chesterton, lo scrittore che poteva essere Kafka ma optò
per la felicità proviene da Pangea.
Non era tornato a casa. I compagni di plotone non lo avevano trovato. Nemmeno le
squadre di cercatori inviate a Hulluch, nell’Alta Francia, riportarono notizie
certe su di lui. Disperso tra le ceneri della battaglia in qualche fossa comune,
il suo nome arrivò in tondo su un telegramma che i genitori, in Inghilterra,
lessero in lacrime. Il biglietto avvisava la dipartita del capitano Charles
Hamilton Sorley, colpito in testa da un cecchino durante i combattimenti a Loos,
nell’ottobre 1915. Ucciso all’istante, il loro ragazzo se ne era andato con la
promessa del congedo previsto di lì a qualche mese. Aveva appena vent’anni.
Così la sua scomparsa si univa alla fine di un’intera generazione di giovani
vittime in un massacro senza precedenti. Difatti, era da secoli che l’antica
menzogna del «dolce morire per la patria» – il dictum latino trapiantato nel
suolo d’Albione – aveva preparato schiere di figli devoti, mossi all’azione dai
valori dei padri ed allevati nel grembo delle public schools, da immolare al
momento opportuno sui campi di battaglia.
Che il capitano Sorley componesse versi è una storia altrettanto amara quanto
avventurosa. Annoverato fra i sedici war poets della Prima guerra onorati sulla
lapide di Westminster, ne è il più giovane rappresentante, forse uno dei meno
noti per l’opera rimasta incompiuta, benché prolifica, addirittura sorprendente
se si considera l’età anagrafica. La sua voce singolare è attestata in una vasta
messe di componimenti – quelli d’anteguerra i migliori – che rivelano un’esperta
caratura tecnica d’impronta tradizionale, una combinazione di perfezione
stilistica nel dettato e auscultazione del ritmo interno alla strofa, sempre
attento alla rima e sostenuto dalla profonda cultura classica. La lucidità di
visione e il rigore metrico ne fanno, in definitiva, uno dei lirici più dotati
nell’eterogeneo coro di talenti che sbocciarono – per essere infine soffocati –
sotto le bombe. Tuttavia, il suo profilo tende a sfuggire ad ogni etichetta
affibbiata nel tentativo di inquadrarne la posizione verso il conflitto in un
anello di congiunzione tra filone eroico-patriottico e svolta
realistico-satirica, di per sé fallace se si considera la risposta di ciascun
autore all’evolversi degli eventi, oltre la caratteristica linea d’azione.
Per circostanze storiche indubbie, i primi poeti-combattenti volontari cantavano
la guerra in versi idealistici e patriottici, celeri a scattare al segnale della
propaganda per partecipare al “gioco” o show (come incitava la sciovinista
Jessie Pope, Who’s for the Game?) tenuto sull’impietoso palcoscenico del mondo.
Se per un guerriero di razza come l’aristocratico Julian Grenfell era facile
osannare la morte onorevole dalle «soffici ali» (Into Battle), un immaturo
Rupert Brooke – non avendo conosciuto la vita di trincea – elogiava l’impresa
virtuosa che avrebbe restituito la gloria eterna al milite sepolto in un campo
straniero (The Soldier). Contro i grandi ideali dei suoi contemporanei, Charles
Sorley – scozzese di origini e inglese per elezione – scaglia con coraggio la
sua abiura, eppure non da subito. Agli inizi della campagna, aveva nutrito anche
lui vaghe fantasie cavalleresche rispetto al pericolo della caduta, tra canti
enfatici e ingenuità romantiche: «Ricoprite di gioia il letto della terra/ E
così morite, siate felici.» (All the Hills and Vales Along).
Sorley studente a Marlborough (fila inferiore al centro) © reserved Marlborough
College
Il testo più famoso e antologizzato, distante dai toni esultanti del 1914, sarà
l’ultimo vergato al fronte, rinvenuto dai commilitoni nel suo kit, che, assieme
ad altri frammenti e abbozzi di prose, lascia ai posteri un monito potente di
fronte a ogni mistificazione della carneficina reale. Crollata l’edulcorata
visione della guerra, la poesia apre uno slargo inaspettato nel panorama
dell’epoca, un bagliore di verità nella critica al sistema bellicista
dell’Impero, messa a segno in versi crudi e irriverenti, tesi a guardare la
morte dritta negli occhi:
> “Quando vedrai milioni di morti senza parole
> Che incedono nei tuoi sogni in pallidi battaglioni,
> Non dire loro cose dolci come hanno fatto altri uomini,
> Rammenta questo. Perché non è necessario.
> Non concedere lodi. Sordi ormai, come potrebbero capire
> Che soltanto le maledizioni si addensano sopra ogni testa squartata?
> Né lacrime. I loro occhi ciechi non vedono scorrere le tue lacrime.
> Né onore. È facile morire…”
Dinanzi al culto vittoriano degli eroi, il blasone di Scozia fa sentire senza
orpelli la sua natura indocile, rinunciando alla fedeltà dogmatica verso la
corona. Fuori dalle gesta eroiche del mito, l’orrore della strage si poteva
raccontare solamente nei resti umani risucchiati dentro la waste land della
Terra di Nessuno, ovvero l’altra faccia dell’epopea. Dopo gli eccidi della
Somme, la percezione del conflitto – e di conseguenza la sua rappresentazione
letteraria, specie in poesia – non sarebbe stata più la stessa. La tragedia che
aveva sperperato il fiore della gioventù britannica sui terreni delle Fiandre si
annunciava agli occhi dei conterranei al netto di tutte le possibili distorsioni
della memoria. Secondo Siegfried Sasson, il “sicuro” mondo d’anteguerra si era
ridotto a un «inferno dove finiscono risate e ragazzi», e lo stesso Rudyard
Kipling – il figlio John caduto anch’egli a Loos – avrebbe parlato, nei
suoi Epitaphs of War (1914-18), a nome dei «giovani arrabbiati e traditi» (A
Dead Statesman) nelle loro illusioni, derubati degli anni di innocenza con un
sacrificio ingiusto.
In questo solco di condanna dei mali inferti dal conflitto, il timbro di Sorley,
col suo grido all’internazionalismo (To Germany), spicca per drammaticità e
premonizione circa la futilità dell’impresa che vanifica ogni azione umana
(Such, Such is Death), ponendosi da antesignano: una vena sovversiva precedente
alla virata antimilitarista di un Siegfried Sassoon, degli epigoni Wilfred Owen
e Isaac Rosenberg. Per questo, nella sua autobiografia Good-Bye to All That,
Robert Graves lo pianse come la perdita più dolorosa di cui avesse sofferto la
moderna poesia inglese.
La raccolta che gli diede la fama – giunta postuma e limitata alle liriche a
tema bellico –, dal titolo Marlborough & Other Poems, venne pubblicata nel 1916
per volere della famiglia ed ebbe una tiratura altissima, con varie ristampe,
nel primo dopoguerra. Nonostante ciò, colui al quale non spettò una
canonizzazione simile all’apollineo Brooke merita di essere ricordato senza armi
e divisa.
Frontespizio della raccolta Marlborough and Other Poems con un ritratto in
gessetto di Cecil Jameson
Discendente di una stirpe illustre sorta tra i fiumi Tay e Tweed, conta fra i
suoi avi eminenti Scots del calibro di William Sorley, reverendo della Chiesa di
provincia, e George Smith, uomo di lettere edimburghese rinomato per il suo
“passaggio in India”. Il padre William Ritchie Sorley è professore emerito di
filosofia all’Università di Aberdeen, le cui idee rivoluzionarie nel campo della
morale gli valgono una cattedra a Cambridge nel 1900. Da questo momento, tutta
la famiglia, d’indole eclettica e apertura cosmopolita, decide di avvicinarsi
alla venerata città universitaria.
Fin dalla tenera età, i piccoli Sorley – la sorella Jean e i due gemelli Charles
e Kenneth – vengono allevati dalla madre con una buona dose di grammatica
francese e letteratura nazionale: passi di Shakespeare, brani di Scott e canti
di Blake sono di casa. Da ragazzino, Charles divora i classici greci e tutti i
drammi elisabettiani sugli scaffali, legge le odi di Keats come un salterio e
allena l’orecchio sulle note di A. E. Housman (A Shropshire Lad, fra i suoi
libri preferiti) fino a comporre versi propri. L’istruzione migliore a cui
poteva aspirare lo vede dapprima allievo diurno alla King’s College Choir School
di Cambridge e dal 1908 nel convitto privato di Marlborough, trampolino di
lancio per le cime oxbridge. Qui viene eletto ai principali club studenteschi,
conteso tra la Debating Society e la Junior Literary Society.
Il talento precoce nella scrittura lo condurrà ben presto alle prime
pubblicazioni sulle riviste collegiali, tra cui il Marlburian. Nello stesso
tempo, si distingue fuori dalle aule per l’eccezionale talento sportivo: nella
corsa è una meteora. Sembra inoltre non badare a premi, medaglie e
riconoscimenti poetico-letterari che si succedono sul suo cammino. Umile di
carattere, fa anche fatica a riconoscere il fascino che emana crescendo. Alla
soglia della maggiore età, è diventato un ragazzo bellissimo, dalla dizione
perfetta e magnetico nei modi. Alle prese con le nuove consapevolezze, si ritrae
come un privilegiato (come per gli estratti successivi, si fa riferimento al
volume a cura di W. R. Sorley, The letters of Charles Sorley, with a chapter of
biography, Cambridge University Press, 1919):
> “Mi sento terribilmente indegno e inesperto perché la vita non mi ha dato
> difficoltà in casa né grossi problemi da risolvere, soltanto quelli possono
> rafforzare davvero un uomo…”
Si rende conto, a quell’altezza, che la vita è stata fin troppo buona con lui. E
per restituire al mondo il dono ricevuto avrebbe fatto del suo meglio in tutto.
Il nervo resistente della sua personalità, temprato sulle prediche evangeliche e
addestrato al valore della disciplina, trovava in ogni cosa una prova da
affrontare, in ogni difficoltà una sfida, come ricorderà il padre orgoglioso:
> “Voleva sempre crescere. Ogni nuova esperienza, che fosse un gioco, un libro,
> un luogo o una persona da conoscere — era per lui un’avventura; dava la sua
> opinione con entusiasmo, mentre coglieva soltanto il meglio, nient’altro
> contava. Qualunque delusione, apprensione o senso di sconfitta, per qualsiasi
> fallimento, lo teneva per sé, andando incontro alle sue imprese, soprattutto
> la più grande di tutte – nell’agosto 1914 – con un’allegra prontezza e un
> umorismo che regalavano un senso di conforto e sicurezza a tutti quelli che lo
> vedevano. ‘Ecco Charlie, sempre brillante e coraggioso,’ diceva la nostra
> vecchia padrona di casa dello Yorkshire alla fine di ogni vacanza.”
Alla luce dei successi scolastici, i versi della fase Marlborough raccontano
slanci d’ebbrezza giovanile, l’abitudine alla camaraderie contratta dalla vita
di collegio e, più di tutto, un desiderio indomabile di libertà, il bisogno di
solitudine nella natura selvaggia e incontaminata, a contatto con burrasche e
temporali. Lungo i pendii delle vicine Downs o sulle native Highlands, Charles
ama ritirarsi, come un asceta, percorrendo ampie distese a lunghi passi,
attirato dai misteri dei glen, in maratone da cui torna rigenerato:
> “Era solito fare lunghe passeggiate, come quando spariva per correre in
> maglietta e pantaloncini sulle Downs. Aveva scelto di starsene per conto suo.”
Il cognome Sorley – in gaelico sta per pellegrino o viandante – lo aveva
predestinato, imprimendo nel suo spirito il desiderio di un riparo dell’anima,
l’istinto animale a fuggire “via dalla pazza folla”. A quell’atteggiamento
romantico verso l’esistenza si sarebbe aggrappato per capire sé stesso nel
profondo del cuore, ma soprattutto per scrivere. Corsa, pioggia, vento e poesia
sono per lui un tutt’uno.
> “[…] nello Yorkshire, dove le brughiere discendono verso il mare, oppure in
> qualche luogo delle sue origini – Selkirk, Dunbar o Aberdeen; […] attraverso
> la Francia, in bici, cavalcò la costa della Normandia e le sponde della Senna.
> Una volta, in un pomeriggio di tempesta, dopo aver percorso a fatica una
> scarpata, sul punto di attraversare le colline, ci imbattemmo improvvisamente
> in un campo coperto da grandi selci bianche. Ma Charlie, che in genere
> rispondeva prontamente, non disse una parola; fissava il campo come se ci
> vedesse scritto qualcosa.”
Più tardi, il talento di famiglia viene ammesso a Oxford con una borsa di studio
e grazie all’intervento paterno gli è concessa l’interruzione prematura degli
studi. Al giovane spettava la gioia di un Grand Tour, o almeno una breve
esperienza formativa all’estero, prima di precipitarsi nel mondo dei college.
Non perde tempo e all’inizio del 1914 è a Jena per frequentare i corsi di
filologia all’università locale. Dopo un tour mitteleuropeo, si cala appieno
nella vita della città. La lingua gli dà la fame della scoperta, trasmettendogli
la ricchezza di una cultura che non smetterà mai di affascinarlo. In questo
periodo, la visita del fratello e dei genitori, che coinvolge in passeggiate
campestri e giri turistici, viene a ricordargli il calore della patria, a
rinsaldare il rapporto sincero custodito per lettera. Una sera, in cima a un
colle, guarda insieme a loro una Jena luccicante sotto il crepuscolo, e in
quell’istante si sente al sicuro.
Basterà la notizia della dichiarazione di guerra a richiamarlo al di là della
Manica dopo una rocambolesca giornata di carcere a Treviri (nel frattempo Russia
e Germania sono diventate nemiche). Non appena tocca terra, firma convinto le
liste di coscrizione. L’invasione tedesca del Belgio è una mossa troppo
oltraggiosa per resistere alla tentazione. Arruolato come secondo tenente nei
reparti del Suffolk Regiment, viene da qui mobilitato in fretta sul Fronte
occidentale, a marcia indietro sul continente.
A sostenerlo durante l’addestramento militare sarà l’amicizia fraterna di Arthur
Watts (soldato del battaglione alleato ed ex lettore di inglese a Jena), più
dolce dei vecchi legami camerateschi, che riaccende in lui l’amore dei miti
greci. Uniti da comuni interessi letterari, i loro scambi epistolari celano, in
sordina, intense vibrazioni romantiche, scintille di intimità che tentano di
ricucire la distanza sulla scia dell’epica. Tra le righe cifrate in greco e
tedesco, come un appassionato codice segreto, un adorante Charles trasfigura il
compagno nei panni di Ulisse per sentirlo più vicino:
> “Dammi l’Odissea e restituirò il Nuovo Testamento. Indicami la strada, sia
> fisica che spirituale. Solo qualche volta l’orribile visione di pane e burro
> viene ad eclissare il mio sogno; […] In questi sogni mi appari come il
> sergente-pioniere. Forse sei tu l’Odisseo, mentre io non sono altro che uno di
> quei fedeli ἑταῖροι [compagni]… Ma comunque sia, le nostre vite saranno
> πολύπλαγκτοι [agitate dal Fato]. E noi verremo sepolti dal mare – […]
> Dall’inizio di questa lettera, sento un certo profumo di romanticismo durante
> la ronda notturna.”
Mentre si scrivono, i due amici separati dalla guerra guardano lo stesso cielo
inondato di malinconia, l’uno al lume di un fiammifero, l’altro proiettato verso
le stelle:
> “Tu, al telescopio, vedi la strada verso la stella nella sua vastità, senza
> l’ingombro degli atomi che soffiano negli occhi e riempiono i nostri pori di
> linfa vitale – metà strada verso quella stella – ad ogni curva. […] E così
> fino al nostro prossimo incontro!”
Negli ultimi mesi in trincea, Sorley non ha perso il suo umorismo né la
nostalgia degli affetti. Ciò che lo tiene sveglio di notte è il pensiero di aver
dimenticato a casa la sua copia di Omero – come detta il frammento Non ho
portato la mia Odissea con me sul mare [XXXVI] – e il desiderio di una colazione
rigorosamente inglese.
Irrequieto e in preda all’attesa spasmodica nelle retrovie, ha il tempo di
scrivere ai propri cari che la firma della pace sembra «un brutto scherzo» sulla
bocca di tutti. Il suo addio alle armi, del resto, lo ha già annotato nel
taccuino impolverato che porta in tasca. Esegue quindi l’ultimo comando, butta
giù una lettera per Arthur e a qualche giorno dall’azione saluta l’Inghilterra
con Auf Wiedersehen.
*
Per riscoprire la penna di Charles Sorley, si propone qui di seguito una
selezione di testi inediti e rappresentativi della sua opera poetica, tratti
ciascuno da una sezione della raccolta Marlborough e altre poesie:
Il canto dei corridori spogli
Agitiamo i fianchi discinti
Con la luce negli occhi,
La pioggia ci cade sulle labbra,
Non corriamo per vincere.
Non sappiamo di chi fidarci,
Ma non torniamo indietro,
Perché è nostro dovere correre
Attraverso l’immensità dell’aria.
Le acque dei mari
Si agitano come in tempesta.
La tempesta spezza gli alberi
E non li lascia al caldo.
Eppure, si ferma forse la lacerante tempesta?
Si chiedono perché le cime degli alberi?
Così, noi corriamo senza una ragione
Sotto la grandezza del cielo terso.
La pioggia ci cade sulle labbra,
Non corriamo per vincere.
La tempesta frusta l’acqua
E l’onda ulula ai cieli.
S’alzano i venti, che la colpiscono
E la infrangono come sabbia,
E noi corriamo perché ci dà piacere
Lungo la radiosa vastità della terra.
*
Pioggia (estratto)
C’è qualcosa nella pioggia
Che mi invita a rimanere:
C’è qualcosa nel vento
Che mi sussurra “Lasciati alle spalle
Questa terra di tempi e regole,
Terra di campane e lezioni mattutine.
Il latino, il greco e il cibo del collegio
Non ti servono a molto.
Lasciali: se vuoi essere libero
Seguimi, seguimi, vieni con me!”
Quando raggiungo i quattro chilometri,
Per guardare di nuovo là fuori
Sui cieli bianco opaco
E il velo di pioggia alla deriva,
E il mucchio di siepi sparse
Che ondeggia debole sul dirupo,
E l’infinita distesa di colline
Ricoperte di vesti verdi e d’argento;
C’è qualcosa nella loro foggia
Di desolante e sterile bruttezza,
Che mi sussurra “Hai letto
di una terra di luce e gloria:
Ma non credere a ciò che dicono.
È un regno tetro e desolato,
Dove i venti e le tempeste ti chiamano
E la pioggia spazza via ogni cosa.
Non dar retta ai predicatori
Che parlano di una terra dolce e remota.
Qui c’è una terra migliore e più gentile
E non si trova lontano”.
*
Due sonetti (Parte I)
I santi hanno adorato la nobiltà della tua anima.
I poeti sono diventati pallidi davanti alla tua gloria.
Noi siamo tra i milioni di anime che in ogni ora
Attendono di percorrere il tuo cammino.
Tu, così familiare, un tempo diverso: abbiamo tentato
Di vivere senza pensare alla tua presenza.
Ma in ogni strada, da ogni parte, adesso
Vediamo la tua insegna dritta e ferma.
La immagino come quel cartello nella mia terra,
Alto e canuto, che mi indicava di andare
In alto, sulle colline, a destra,
Dove nuotano le nebbie e i venti urlano e soffiano,
Una terra senza casa e senza amici, ma pur sempre
Una terra ignota che desideravo conoscere.
*
Smarrito
Sulle fantasie del mio passato
È calata una cecità grave e silente.
Adesso il mio sguardo si volge ad altre cose,
Non quelle che un tempo vide e conobbe.
Non posso pensare a quelle terre a me care
(O laggiù, i tempi andati!)
Dove il vecchio cartello malconcio resta in piedi
E le quattro strade vanno in silenzio
Verso est, ovest, sud e nord,
Dove spirano i freddi venti invernali.
E cosa porterà con sé la sera
Non spetta a me né a voi saperlo.
*Il servizio e la traduzione dei testi sono di Pierluigi Piscopo
Riferimenti bibliografici:
– C. H. Sorley, Marlborough: and other poems, a cura di W. R. Sorley, Cambridge
University Press, Cambridge 1916.
– C. H. Sorley, Collected Poems, a cura di J. Moorcroft Wilson, Cecil Woolf,
London 1985.
– J. Moorcroft Wilson, Charles Hamilton Sorley: A Biography, Cecil Woolf, London
1985.
– W. R. Sorley, a cura di, The letters of Charles Sorley, with a chapter of
biography, Cambridge University Press, Cambridge 1919.
– J. Moorcroft Wilson, a cura di, The Collected Letters of Charles Hamilton
Sorley, Cecil Woolf, London 1990.
– N. McPherson, It Is Easy to Be Dead, Oberon Books, 2016.
*In copertina: Charles Hamilton Sorley, fotografo sconosciuto, circa 1914.
L'articolo “Quando vedrai milioni di morti senza parole…” Vita & poesia di
Charles Hamilton Sorley proviene da Pangea.
Fu Arthur Symons, l’insigne studioso dei Simbolisti francesi, il traduttore di
D’Annunzio, l’oppiaceo biografo di William Blake, a foggiare il mito di Ernest
Dowson. I caratteri c’erano tutti, energici: il genio malinconico, una famiglia
sotto l’aura della tragedia, la dissipazione del sé, il disordine erotico e la
morte, troppo giovane, come da maledettismo all’ora del tè, a trentadue anni,
dopo aver abitato a lungo nelle lande del nulla, in una sorta di afasia del
cuore.
L’edizione dei Poems of Ernest Dowson, allestita da Symons a Londra, per John
Lane, pochi anni dopo la morte del poeta, nel 1905, aveva tutti i crismi del
libro ‘generazionale’; diventò la bibbia del decadentismo inglese. Nel
frontespizio campeggiava un ritratto di Dowson firmato da William Rothenstein:
lo sguardo del giovane, sempiterno e allarmato; il corpo spettrale, pronto a
svanire dallo spettacolo del tempo. Il libro era scortato da quattro
illustrazioni di Aubrey Beardsley, lo spiritato artista, il magnetico
illustratore delle opere di Oscar Wilde. Per altro, Wilde, pianse la morte di
Dowson, “povero, meraviglioso ragazzo ferito”: lo inseguì tra i plumbei meandri
della morte. Dowson era morto in febbraio, nel 1900, in circostanze poco chiare;
Wilde finì i suoi giorni, tristemente, quello stesso anno, a Parigi – sfioriva
novembre. Erano amici, Ernest ne idolatrava il prodigioso talento, osava
firmarsi “Dorian” – si era fatto obbligo di costringerlo ai più infimi bordelli
di Parigi. Per sopravvivere, traduceva in inglese Zola e Balzac.
A pagina sette dell’edizione dei Poems, l’apoteosi, la fotografia di Dowson:
abiti eleganti, di stampo eccentrico; lo sguardo fisso nel vuoto, chiuso,
atterrito, di chi è attratto dal vuoto. Abusava di hashish. Era nato in un
sobborgo di Londra nell’agosto del 1867; lo zio, Alfred Domett, poeta di alterno
talento, era stato Primo ministro della Nuova Zelanda. Si diceva della tragedia
familiare: il padre morto di tubercolosi che lui compiva ventisette anni; la
madre lo seguì poco dopo, suicida. Ernest soffriva di bipolarismo: a un
carattere schivo, tenue fino all’essere deciduo, coerente con la poetica,
alternava l’ira, irragionevole, frenata da cupe colpe. Con pochi tratti, Symons
ne intagliò il ‘carattere’, fino a farne il ‘tipo’ di un’epoca:
> “Sempre estraneo a se stesso, morbosamente timido, appesantito da una
> sensibilità anarchica, che lo allentava da ogni obbligo; si rifiutava di
> comunicare con i parenti, che lo avrebbero volentieri aiutato”.
Frequentò Oxford, senza mai laurearsi; amava il music hall, scrisse per il
teatro – The Pierrot of the Minute, ad esempio, “A Dramatic Phantasy” di un
unico atto –, fu amico di Lionel Johnson e di William Butler Yeats. Il grande
poeta irlandese ricordò a lungo “la lettura delle disperate poesie di Dowson in
una taverna di Londra”: nel 1936 antologizzò questo pioniere della “generazione
tragica” nell’Oxford Book of Modern Verse. In quel libro – decisivo per carpire
il crisma della poesia inglese del Novecento – i versi di Dowson seguono quelli
di Yeats.
Intorno alla morte e alla malia del male che attanagliò Dowson, Symons compie un
laccato esercizio di stile:
> “La malattia finì per debilitarlo, lui volle lasciarsi morire di fame. Fu
> trovato da un amico, anche lui indigente, in una bottega: riusciva a malapena
> a tenersi in piedi. Un muratore si prese generosamente cura di lui,
> ospitandolo in una povera casa alla periferia di Catford. Il poeta non sapeva
> che stava morendo, era pieno di progetti per il futuro. La vendita di una
> proprietà, diceva, gli avrebbe consentito 600 sterline e una nuova vita;
> iniziò a leggere Dickens con singolare entusiasmo. L’ultimo giorno della sua
> vita terrena, restò sveglio a chiacchierare fino alle cinque di mattina. Cercò
> di tossire, inutilmente; il cuore smise di battere… Fu artista privo di
> ambizioni, che scriveva per soddisfare i propri gusti esigenti, con un
> atteggiamento di altezzosa umiltà verso un pubblico da cui non si attendeva
> alcun riconoscimento. Morì nell’oscurità, incurante delle sue scritture. Morì
> giovane, sfinito da una vita che non fu mai davvero vita, lasciandoci questi
> pochi versi che hanno il pathos delle cose troppo giovani e troppo fragili per
> invecchiare”.
Poco più che ventenne, si era innamorato di “Missie”, la figlia di un
ristoratore polacco. Lei aveva undici anni, lui la elesse a musa. Quando la
chiese in sposa, cinque anni dopo, lei gli preferì un altro, un sarto. Ernest
Dowson, da allora, volle soltanto la compagnia di prostitute d’ogni sorta: non
aveva l’estro di un Baudelaire, piuttosto, quello di uno che sa ricamare tra
anfratti di nebbia, un pittore di paraventi.
Il volume dei Poems, adatto alle giornate di pioggia, alle brume interiori, da
nascondere dall’avidità di sguardi chiassosi, diventò leggenda. Margaret
Mitchell trasse il titolo del suo maggior libro, Gone with the Wind, da un verso
di Non sum qualis eram bonae sub regno Cynarae, una delle più note poesie di
Dowson. “Lawrence d’Arabia” citò una poesia di Dowson – Impenitentia Ultima –
nei Sette pilastri della saggezza; così fece Jack London, ammaliato da
quell’avventuriero dei mondi paralleli. Le poesie di Dowson hanno ispirato le
canzoni di Morrissey e dei Cure (Dregs, in particolare, è il contrafforte
di Alone).
Le stole della poesia decadente, che appesantiscono i versi, virandoli in
kitsch, in sniffata d’eroina, non ottenebrano la ricerca di Dowson. Il poeta –
forse perché incauto, incurante dell’esito del proprio lavoro – leva tutti i
trucchi, annienta gli orpelli. In lui, anche la disperazione è leggera, un colpo
d’ala l’inquietudine, l’estremo grido pare una falena. In Dowson, cioè, il
pallore di Poe si mescola all’armonia di Orazio – a leggerle troppo forti,
queste poesie rischiano di frantumarsi. Ha testimoniato il Nessundove, ha
mappato il respiro ultimo, l’ultima soglia, il punto in cui il sogno è la
primizia della realtà, il suo più puro bocciolo. Voleva sfracellarsi, Dowson, e
dare a questo umiliarsi una tempra solenne – si convertì al cattolicesimo perché
la sequela avesse il nitore di chi si pavoneggia tra rovine di volti appena
violati, di chi non ha nulla da restituire.
**
Ernest Dowson
(1867-1900)
Non sum qualis eram bonae sub regno Cynarae
Trascorse la notte tra le mie e le sue labbra:
lì tracce d’ombra, Cynara! Mesci il respiro
dalla mia anima, tra baci e vino;
disfatto, distrutto da un’antica passione
feci di me deserto e inclinai il capo:
a mio modo ti fui fedele, Cynara!
Per tutta la notte: il tuo cuore rimbomba sul mio
per tutta la notte: il sonno ti dileguò tra le mie braccia
dolci i baci della sua rossa bocca acquistata a buon prezzo;
disfatto, distrutto da un’ancestra passione
feci di me deserto e inclinai il capo:
a mio modo ti fui fedele, Cynara!
Tutto ho dimenticato, Cynara! Via col vento
le rose, le rose erose dalla folla,
e ballo, ballo per confinare all’oblio i tuoi pallidi gigli;
disfatto, distrutto da fatale passione
feci di me deserto e inclinai il capo:
a mio modo ti fui fedele, Cynara!
Più folle del vino, più forte fu la musica
ma a festa finita si spegne la lampa
e cala, nottola, a notte, la tua ombra, Cynara;
disfatto, distrutto da un’arcana passione
feci di me deserto e inclinai il capo:
a mio modo ti fui fedele, Cynara!
*
Epigramma
Sono un idolatra e ho implorato
con gravi suppliche, con preghiere a unghiate
l’immagine plasmata dai miei sogni
– il suo collo di cigno, i suoi scuri capelli –
ma gli dèi non tollerano culti stranieri: hanno
mutato in marmo il mio idolo, in pietra il suo cuore.
*
Notti in grigio
Vagammo, a tratti, attratti dal sogno,
lungo i sabbiosi greti del Nessundove –
papaveri sbocciano nella sabbia:
li abbiamo colti per gettarli
con noncuranza nel fiume segugio
mentre, mano nella mano, sotto
stelle indigene, vedevamo ogni cosa
su strade inaudite, sotto l’aura dell’ombra.
Poi le stelle si spensero e i papaveri
ci parvero rari – e i tuoi occhi, che erano
tutta la mia luce, si oscurarono: perché
nessuno sospetti che i giorni perduti
ancora mi perseguitano, li ho gettati nel nulla.
*
Crescere
Vidi la gloria della sua infanzia
mutare a mezzadria del dolore:
la bambina che conoscevo, amata
al tempo dei gigli, diventò una donna
enigmatica, dagli occhi chiari – occhi cari
ma diversi da quelli di allora.
Infine, nell’anima maculata di inquietudini
l’antico bene dell’amata infanzia
ritornò, in nuova foggia: adorai
la gloria della sua femminilità
ritrovando l’antica grazia in quegli occhi
abissali, educati al gesto gentile.
*
Spleen
Insonne, di deserto pianto
sonnambuli i ricordi
vidi il fiume farsi lebbra
perdere la pelle fino a sera
fino a sera vidi la pioggia
passeggiare sulle finestre
nessun dolore: mi sfianca
ciò che desidero
le sue labbra, gli occhi
sono l’ombra di un’ombra
finché mangiare il suo cuore
fu l’opera del nulla
pensai di poter piangere
ma i ricordi non mi danno tregua.
*
Vitae summa brevis spem nos vetat incohare longam
Non durano a lungo il pianto e la gioia
l’amore, il desiderio e l’ira:
una volta varcata la soglia
non faranno più parte di noi.
Non durano a lungo i giorni del vino
e delle rose, nebbie fugaci:
il nostro sentiero si scorge a mala pena
per svanire in un sogno.
*
Ruderi
Il fuoco si è spento, non scalda più
(così svanisce ogni umano canto).
Il bronzeo vino è finito, resta il sedimento
amaro come l’assenzio, salace come il dolore.
Il bene e la speranza, insieme all’amore,
sono ora nel tetro teatro delle cose perdute.
Gli spettri non ci danno tregua: questa
era un’amante, quella, forse, un’amica.
Con occhi bianchi, indifesi, sediamo, aspettiamo
che cali il sipario, che il cancello si chiuda:
così svanisce il rudere di ogni umano canto.
*
A una ragazza che fa sciocche domande
Perché ti chiedo scusa, Cloe? Perché la luna
è lontana e io sono costretto a questo angusto astro.
Perché il tuo viso è bello? E se non lo fosse?
Il viso più bello è quello che non ho mai visto.
Perché la terra è fredda e per quanto lo desideri
non trovo una nave che mi porti nella terra di nessuno?
Perché le tue labbra sono rosse e il tuo petto fa vergognare
le nevi? Dove sono diretto non esistono né rosso né neve.
Perché le tue labbra impallidiscono e il tuo petto crolla?
Vedo dove soffia il vento, Cloe, e non devo chiederti scusa.
*
Altrove
Le conseguenze dell’amore!
Credo sia ora, dobbiamo separarci
e razziare il più triste di tutti i raccolti
le conseguenze dell’amore.
Ieri eri dolce, poi cominciò il pianto
una piantagione che non puoi più arginare
ecco la nostra vigna! Baci che raggelano
il cuore, gelide labbra, sguardi in contorsione:
no, non possiamo separarci, eppure
muti, mietiamo ciò che abbiamo seminato,
le conseguenze dell’amore.
*
Impenitentia Ultima
Prima che la luce si spenga per sempre, non vorrei che Dio
mi conceda altri giorni, né che le cose risorgano nel ristagno;
così grido: “Un solo giorno tra i grandi perduti giorni, un solo
volto tra tutti i volti, ti chiedo di farmi vedere prima del nulla
perché, o Dio, sciolto dai Tuoi fiori ho scelto le tristi
rose del mondo: per questo ho i piedi laceri e gli occhi acini accecati
dal sudore, ma al Tuo terribile tribunale, quando questa vuota vita
si concluderà, salderò il mio debito, raccoglierà ciò che ho seminato.
Eppure, una volta che la sabbia è scorsa e il filo d’argento
spezzato, ti prego, concedimi una grazia, concedimi
un’ora tra tutte le ore, un’ora soltanto, e fammi vedere
pari a un sigillo, i suoi occhi sgargianti che piangono”.
Le sue mani mi acquietino, i suoi capelli mi crocefiggano
lontano dall’abisso della notte, fuori dalla porzione della paura,
che i suoi occhi siano la mia guida mentre il sole si spegne
che la sua voce sia l’estremo bocciolo nel cavo delle orecchie.
Prima che le acque trabocchino rovinose, che la vita sia vinta
e che la Tua ira mi fucili come un bimbo che recide un fiore
ti loderò, Signore, dagli Inferi, con le membra dilaniate
per l’ultima visione del suo viso, la breve grazia di un’ora, la garza.
L'articolo “Sono un idolatra. Vagammo, attratti dal sogno”. Ernest Dowson, il
poeta che fu leggenda (e che ha ispirato i Cure) proviene da Pangea.