N el 2024 a Barcellona è comparso un murale con tre donne. María Soliña,
accusata di stregoneria nel 1621, condannata alla confisca dei beni e costretta
a indossare per sei mesi un abito penitenziale. María Pérez Lacruz, La Jabalina,
attivista fucilata a venticinque anni in seguito alla sentenza di un tribunale
militare, nel 1942. Casilda Hernández, militante del fronte antifascista europeo
durante e dopo la guerra civile spagnola, morta in Francia nel 1992 e autrice
della frase che dà il titolo all’opera: “Dona, ets foc que no s’apaga” (Donna,
sei fuoco che non si spegne). Le loro vicende fanno intravedere le pieghe e le
lacerazioni del tempo. Viste da vicino, non sono né lineari né rassicuranti, ma
rivelano le interrelazioni tra vite distinte. Mostrano la storia come spazio
aperto, modellato anche da tragedie compiute e alternative irrealizzate. Per
questo sono finite sul muro esterno dell’ex istituto penitenziario La Model,
quello che le dittature spagnole del Ventesimo secolo riempirono di dissidenti e
che oggi è un crocevia di memorie. Con i volti di Soliña, Lacruz e Hernández si
possono indagare le sfumature del travagliato percorso per il riconoscimento
dell’autonomia femminile nelle società occidentali.
Un percorso che, se si fosse ragionato solo in termini di realismo politico e
rapporti di forza sociali, avrebbe dovuto essere interrotto nell’istante in cui
fu concepito, prima dell’inizio. Non è casuale che il murale contenga un rimando
a Rosie the Riveter, il poster creato nel 1942 dall’artista Howard Miller per la
compagnia statunitense Westinghouse Electric (con l’operaia in bandana rossa a
pois, tuta da lavoro e manica arrotolata che fa: “We Can Do It!”). Un’icona che,
se durante la Seconda guerra mondiale diede peso simbolico alle lavoratrici in
fabbrica, divenne poi, grazie a un’operazione di risignificazione, un
riferimento visivo del femminismo. La rivettatrice ricorda così l’essenziale: la
storia è una tela cucita da mani diverse in tempi differenti, ragion per cui,
scrutandola, l’angolazione che scegliamo può rivelare trame inaspettate, fili
trascurati e cuciture raffazzonate che coprono gli squarci più larghi.
La storia che scalpita
Dona, ets foc que no s’apaga, dall’artista Levico, fa riemergere il passato nel
presente. È un’iniziativa di Rap for Memories, un progetto di EUROM – European
Observatory on Memories, della Solidarity Foundation dell’Università di
Barcellona – in collaborazione con la scuola popolare itinerante Versembrant e
la scuola di arte La Industrial. Dal 2020 unisce musica, narrazione orale e arte
urbana per ri-raccontare la storia spagnola senza commemorazioni acritiche. Non
è una goccia nel mare, però. I modi per affacciarsi sulla storia stanno
cambiando un po’ dappertutto. Da Barcellona a Roma, a farci caso, il passo non è
lungo. L’associazione Topografia per la storia (TPS) rende accessibile la
documentazione multimediale sul sistema repressivo del fascismo italiano, sui
campi di internamento dell’Italia di Mussolini – i Campi del duce (2019), di cui
parla anche Carlo Spartaco Capogreco. Con portali digitali, mappe interattive e
corsi didattici si amplia lo spettro dello sguardo. Si capisce quanto fosse
elastica, allora, la categoria dei nemici di volta in volta bersagliati. Oppure
per notare che, a dispetto dei tentativi del fascismo di costruire consenso, sia
esistita anche un’Italia produttrice di dissenso, pur latente o minoritario.
Un’Italia che, prima della Resistenza, rifiutò l’idea che l’identità collettiva
dovesse farsi timbrare dal bollo dell’ideologia politica. Fare storia diventa
così un atto plurale di decifrazione, senza dar per scontato che il susseguirsi
delle generazioni, di per sé, equivalga a indurire il nocciolo della
consapevolezza pubblica.
Il punto di partenza di queste iniziative è sempre lo stesso: per essere
sciolti, i nodi della complessità hanno bisogno di mediazioni. Il NEHME (Network
on European and Mediterranean History and Memories), formalizzato a Bari nel
2021, si concentra per questo sugli usi e gli abusi della storia, promuovendo
reti di studio sull’identità europea. Nel frattempo, fuori dalle università
italiane si organizzano convegni, festival, workshop, rievocazioni. La storia
prende corpo in modalità non convenzionali. Un autentico fermento fende la
penisola. Si avverte un risuonare di voci che ha nell’Istituto nazionale
Ferruccio Parri un vivace catalizzatore. Il sapere storico scalpita: prova a
uscire dalle aule, a mescolarsi con quel trova, a democratizzarsi. Molti tra
storici e storiche si interrogano non tanto su come somministrare dall’alto
informazioni verificate, quanto su come rendere la storia, con le sue pratiche,
fruibile e maneggiabile.
> Non si tratta dell’ennesima riverniciatura di noiose forme di divulgazione
> culturale. Dietro alla Public history c’è una postura precisa verso la storia,
> il bisogno di mostrarne la tridimensionalità.
In Italia è arrivata anche la Public history (PH), un settore delle scienze
storiche che vuol portare la storia verso la cittadinanza e che agisce, come
sottolinea il Manifesto dell’AIPH, (Associazione Italiana di Public History),
“tanto all’interno quanto all’esterno degli ambiti accademici e istituzionali,
nel pubblico e nel privato”. Frequentare la Public history – un cantiere in
espansione – significa piantare i piedi nel passato senza separarsi dal
presente. Ricordarsi che si può essere più di semplici spettatori inerti. In
Public history. Discussioni e pratiche (2017), lo storico Lorenzo Bertucelli
scrive che condividere i metodi critici della storiografia, accettando una
negoziazione continua tra punti di vista diversi, può indicare direzioni alla
ricerca e permettere al pubblico di “compiere il cammino intellettuale dal fatto
all’intepretazione”. Creare un collegamento stabile tra disciplina storica e
società civile.
Non si tratta dell’ennesima riverniciatura di noiose forme di divulgazione
culturale. C’è sotto una postura precisa verso la storia, c’è il bisogno di
mostrarne la tridimensionalità. Eppure, nonostante ciò, il discorso pubblico e
politico sulla contemporaneità sembra oggi orientarsi in tutt’altra direzione.
La gabbia geopolitica
Soprattutto dal 2022, con il ritorno compiuto della guerra in Europa, il
successo della geopolitica è stato decisamente più visibile. La geopolitica –
termine dal tratto elegante che fa capolinea nelle rassegna stampa e nella TV
generalista, per non dire dei social media – ha piantato radici. Nella sua
versione mediatica, spolpata fino all’osso, piace molto. Crea ordine nel
disordine. Incasella tessere, offre mappe mentali nitide, traiettorie
calcolabili, risultanze coerenti. Quando si tratta di dover dedicare un po’ di
attenzione alle dinamiche del mondo, pare ormai aver scalzato diciture e
discipline più caute come le relazioni internazionali.
La disinvolta lucidità che esibiscono gli esperti geopolitici, perfino nel tono
della voce, ha però un prezzo teorico molto alto e poco dibattuto. Nella visione
geopolitica la storia viene compressa. L’approccio geopolitico trasforma infatti
lo spazio geografico in una gabbia concettuale capace di appiattire la densità
del passato. Variabili rigide ed elementi cartografici sopprimono quasi del
tutto la temporalità. Singoli contendenti si fanno soggetti meccanici attivi su
un campo delimitato (la scacchiera internazionale), con episodi e avvenimenti
del passato spogliati della propria storicità. La geopolitica meno avvertita –
ma ugualmente sdoganata – glissa sulla necessità di rendere conto dei processi,
delle istanze, delle frizioni, delle continuità e delle discontinuità che danno
concretezza alla storia. Di più: fa quello che la storiografia sconsiglia.
Tratta l’azione selettiva del periodizzare, cioè del dividere in blocchi
logico-temporali il fluire incessante dello scorrere degli anni, più come un
esercizio di suddivisione del tempo da svolgere per scopi prettamente pratici
(operazione utile, ma insufficiente) che non come un atto interpretativo che
condiziona la ricostruzione e la contestualizzazione logico-analitica degli
eventi stessi.
> Quando si tratta di doversi dedicare alle dinamiche del mondo, la geopolitica
> pare ormai aver scalzato diciture e discipline più caute come le relazioni
> internazionali.
La storia, specie quella contemporanea, in molte analisi geopolitiche è un
cappello introduttivo. Viene levigata, smussata o tagliuzzata in funzione
dell’attualità. Le differenti idee di modernità, le dispute filosofiche, le
evoluzioni e le rivoluzioni, le resistenze e le tensioni interne ai singoli
contesti o le mobilitazioni sociali non trovano posto. Oppure, se ci sono, sono
leggerissime. La società civile si polverizza, spuntano categorie impersonali
(la psicologia collettiva, le sfere di influenza) e valutazioni apodittiche
(quasi arcane per i non addetti ai lavori). Dove arriva la geopolitica, lo
sforzo per cavare dei significati intellegibili dalla storia sulla base di
sensibilità, esigenze, ragioni e passioni si interrompe. E si va oltre la
finalità descrittiva. Si indica, si indirizza, si orienta. La “geopolitica da
tabloid”, come ha osservato lo storico Mario del Pero, “rivendica non solo
funzioni analitiche, ma anche capacità predittive e, quindi, un ruolo
prescrittivo: è conoscenza applicata, orientata verso un futuro che le sue leggi
imperiture, validate dal processo storico, permettono di anticipare e se
necessario influenzare”. Questa geopolitica invoca la storia, sì, ma poi la
depotenzia, facendone una sorta di sfondo decorativo dove si alternano – lungo i
decenni, i secoli, i millenni – modelli statici di interazione tra entità
guidate da comportamenti per lo più immutati.
Buona parte della geopolitica, destoricizzando il passato, ci esenta persino dal
cercare qualcosa di simile allo Zeitgeist. Al di là delle esteriorità, infatti,
sembrerebbe esserci, dentro tutta la storia, una non meglio specificata essenza
originale che tempra l’agire collettivo. Il timore è che la vaghezza sia voluta,
quando si lascia intendere che gli esseri umani siano destinati a rimanere
incatenati ai propri vizi e schiavi dei propri demoni, legati a suggestioni
ancestrali che non consentono vie d’uscita praticabili. E allora, che si tratti
della Persia di Ciro il Grande o dell’Iran degli Ayatollah, della Francia del re
Sole o di quella di Charles de Gaulle, della Cina imperiale della dinastia Qing
o della Repubblica popolare di Xi Jinping la storia non ha davvero spessore. È
uno splendido repertorio di figure ricorrenti, un palcoscenico dove i
protagonisti cambiano maschera ma le sceneggiature faticano ad aggiornarsi. Che
poi anche gli stessi studiosi di geografia umana, oggi, come fa l’inglese Paul
Richardson, ci mettono in guardia dalle “bugie delle mappe” e dai “miti” che non
di rado muovono le opinioni pubbliche e le classi dirigenti delle società
occidentali ( su continenti, confini, nazioni), ma questo non sembra intaccare
l’assertività con cui, quasi quotidianamente, ci viene impartita la severissima
lezione geopolitica.
La grammatica del disincanto
Tutto ciò non solo reca tracce di un ingombrante determinismo ma è spesso
funzionale al consolidamento delle identità blindate, dei disegni egemonici e
del potere degli Stati-nazione. Di quali Stati-nazione, nello specifico, è
presto detto: l’analisi geopolitica più in voga si concentra su chi platealmente
primeggia nel presente, dal momento che, per farlo, deve aver dimostrato nel
passato di possedere tutte le carte in regola per vincere la partita. Con
ragionamenti capziosi la geopolitica, che non si espone al principio di
falsificabilità, costruisce narrazioni che non rischiano la smentita: se i fatti
le confermano, diventano prove della validità delle tesi proposte; se invece le
contraddicono, sono ridotte ad anomalie passeggere, rumore di fondo. In ogni
caso, la geopolitica assicura una griglia interpretativa totale e circolare:
retrospettivamente, giustifica ciò che è già accaduto; prospetticamente, rende
plausibile ciò che potrà accadere, ma sulla base degli stessi assunti e delle
stesse premesse già utilizzate.
Minimizzando l’impatto che le culture politiche, le mutazioni interne o la
stessa contingenza possono avere sul movimento della storia, la geopolitica non
si sottrae dal suggerire che se alcuni continuano a dominare e altri a subire
una ragione deve pur esserci. Come ha scritto lo storico statunitense Daniel
Immerwahr, in un articolo pubblicato sul Guardian e tradotto da Internazionale:
“I geopolitici sono bravissimi a spiegare perché le cose non cambiano. Sono meno
capaci di spiegare come e perché le cose cambiano. Questo forse giustifica la
leggerezza con cui parlano di storia”.
> Minimizzando l’impatto che le culture politiche, le mutazioni interne o la
> stessa contingenza possono avere sul movimento della storia, la geopolitica
> suggerisce che se alcuni continuano a dominare e altri a subire una ragione
> deve pur esserci.
L’approccio geopolitico, professandosi avalutativo, esibisce poi un sottile
cinismo analitico, specialmente quando ribadisce, anche in modo indiretto, che
la vittoria di un attore nazionale sulla scena internazionale corrisponde alla
sconfitta di un altro. Quando è così, non sorprende che le organizzazioni
sovranazionali che puntano sulla cooperazione o quelle indipendenti dagli
Stati-nazione non siano esattamente nel cuore della geopolitica. Le distrazioni
non sono consentite. In questo senso tutto quanto si colloca all’infuori della
dimensione della competizione non è storia, ma un accidente della storia.
Un’illusione di cui dovremmo fare a meno. Il modo in cui si argomentano
questioni pressanti come l’opportunità per l’Unione Europea di dotarsi di
maggiori capacità belliche, per fare un esempio, è indicativo. L’ombra della
guerra assomiglia più al frutto avvelenato di una sorte ineludibile, sottratto
al libero arbitrio, che a uno degli sbocchi potenziali a fronte di una serie di
fattori storicamente situati e socialmente e politicamente influenzabili.
Per di più il cuore del pensiero geopolitico viene veicolato con il piglio
condiscendente di chi taglia in due il campo del pensabile: da un lato i
pragmatici, quelli che vanno oltre le retoriche patinate, dall’altro gli
inconsapevoli, sprovveduti o ingenui. La geopolitica, qui, si colloca con quelli
che non se la bevono, per richiamare la “Congregazione degli apoti” di Giuseppe
Prezzolini, delineata appena prima del Ventennio. Il fascino di questa forma di
cinismo deriva tuttavia da una tendenza ormai stratificata e piuttosto
trasversale che si propaga nel corpaccione delle società occidentali. Una
tendenza che non è affatto creata dalla geopolitica, ma spiana la strada della
sua ascesa mediatica.
Un’idea da discutere, insomma, può essere questa: la geopolitica oggi fa parte
di una più ampia grammatica del disincanto. È seducente nella misura in cui il
cinismo è già una delle cifre culturali del presente, in un tempo storico in cui
il pessimismo rasenta la saggezza e la cittadinanza tocca con mano quel
“deconsolidamento democratico” che interroga la politologia. Del resto, anche le
scienze sociali guardano all’estensione e alle implicazioni del zero-sum
thinking, una mentalità secondo cui il vantaggio di un soggetto comporta lo
svantaggio di un altro, il che porta a percepirsi come strutturalmente in
competizione. Un articolo della ricercatrice Patricia Andrews Fearon ha fatto
riferimento addirittura a un “zero-sum mindset”. Un atteggiamento che ostacola
la cooperazione e talvolta si rivela auto-avverante: presupponendo condizioni di
ostilità reciproca e conflitti inevitabili, si possono concretizzare le proprie
aspettative negative trascurando invece le alternative.
Se questi appunti sono fondati, occorre alzare il tiro delle domande. Bisogna
chiedersi se la sintesi geopolitica – quella che vediamo, ascoltiamo, leggiamo,
navighiamo – non sia il puntello più avanzato di un ordine internazionale che va
ricostituendosi su basi teoriche che pensavamo di aver superato. Guardando
infatti alla seconda metà del Novecento come a una progressiva soluzione di
continuità rispetto a dinamiche di esercizio del potere a lungo dominanti,
dovremmo chiederci se l’approccio geopolitico non finisca per lanciare un
messaggio antitrasformativo, proprio mentre gli equilibri contemporanei sembrano
frantumarsi. Perché sia così facile, cioè, bucare lo schermo sostenendo che non
soltanto il mondo è quel che è (oggi) ma che nemmeno può pretendere di essere
molto altro (domani), dal momento che lo scorrere del tempo (ieri) ha già
dimostrato quali siano le più solide direttrici che muovono gli esseri umani,
anche quando si tenta di gestire con accortezza e creatività la convivenza
civile su scala planetaria.
Domande sul presente
Quando si difendono dalle non molte critiche ricevute, i teorici della
geopolitica puntano il dito sulle storture generate dall’uso scorretto che altri
fanno del loro oggetto di studio. Ma se certe semplificazioni si moltiplicano
forse il problema non è soltanto nella banalizzazione di concetti e categorie ma
in limiti epistemologici non ancora oltrepassati. Criticare l’approccio
geopolitico non significa allora negare l’importanza dei rapporti di forza o
delle coordinate geografiche. Vuol dire preservare le peculiarità della storia.
La storia come lente di ingrandimento su una combinazione di circostanze che, se
ha prodotto un certo esito, avrebbe potuto produrne anche altri. Già il fatto di
mettere in evidenza l’esistenza di una geopolitica critica – attenta alle
interdipendenze e capace di decostruire l’eredità della tradizione classica –
può rivelarsi utile per inquadrare questioni che travalicano i confini
nazionali, come la crisi climatica o le migrazioni, e per riconoscere che le
relazioni tra spazio e potere non sono oggettive.
Eppure la geopolitica che imperversa nei canali all-news e dentro i talk show,
negli scaffali delle librerie e nelle teche delle edicole, assomiglia a un
monolite. E non solo: sottolinea di continuo il proprio essere sopra le parti,
lontano da condizionamenti ideologici di qualsiasi tipo. Facendolo coglie
indubbiamente nel segno, dopo decenni di legittimazione della tecnica impolitica
come strumento di ingegneria sociale. L’essere distaccati, anche quando non lo
si è, garantisce infatti autorevolezza. D’altro canto sarebbe complicato
pretendere la formalizzazione di una materia che sfugge alle formalità. Quando
si diventa cultori di geopolitica? Con quali percorsi? Come si problematizza il
sapere accumulato nell’ambito della pratica sperimentata? E chi verifica la
qualità del lavoro di un esperto di geopolitica? Lo scarto tra l’irrilevanza e
la performatività chiama in causa più l’approccio generale che alcuni metodi
codificati, più il modo di porsi nei confronti dell’attualità che precise prassi
da seguire, così come la disponibilità ai giudizi forti e connotati rispetto
alle letture laterali e complementari. Accettare che i saperi della geopolitica
possano essere appresi e trasmessi tramite una sorta di iniziazione gestita da
pochi e caparbi analisti davanti al banco di prova del pubblico può così
portarci ad assuefarci, a sottovalutare tutte le volte in cui la geopolitica
finisce per non essere neutra.
> La geopolitica oggi fa parte di una più ampia grammatica del disincanto. È
> seducente nella misura in cui il cinismo è già una delle cifre culturali del
> presente.
Anche per questo, la geopolitica si muove in senso contrario di fronte al
progetto di aprire la proverbiale cassetta degli attrezzi della storia per
condividere competenze e conoscenze. Adottando la visuale della geopolitica
odierna, la storia va contemplata con il naso all’insù, dal basso verso l’alto.
Se per un verso, anche con la Public history, si vuol avvicinare la storia al
pubblico, fino a farne un soggetto centrale, dall’altro la storia viene posta su
un piedistallo inarrivabile, con i discenti (telespettatori, ascoltatori,
lettori, utenti) sospinti ad affidarsi a valutazioni taglienti e posizioni
ardite che, senza essere troppo spiegate, presuppongono la scarsa incidenza dei
singoli nel quadro dello spietato match contemporaneo. Se l’insieme delle
pratiche che intendono rinnovare il “fare storia” procedono per via orizzontale,
o almeno cercano di farlo, la geopolitica, fuori dagli ambienti in cui un
confronto teorico esiste davvero, è del tutto verticale. Nel racconto
geopolitico, cittadini e cittadine sono comparse passive che non possono non
essere sovrastati.
Con le opportune verifiche, dovremmo dunque iniziare a chiederci se la
geopolitica sia in fondo ancora incapace di dar peso alle molteplici prospettive
del passato. E se quindi non sia il caso di sottrarci dagli orizzonti di un modo
di intendere la realtà che con la storia, a guardar bene, non ha molto a che
fare.
L'articolo La seduzione geopolitica proviene da Il Tascabile.
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U n’epifania: Rossana ha appena scoperto che il suo professore di filosofia è un
comunista. Lei ha 19 anni, è il 1943, Milano è occupata dai nazisti. Il
professore, Antonio Banfi, non ha risposto alle sue domande ma le ha consegnato
un fogliettino stropicciato su cui ha scritto i titoli di una serie di libri per
capire, gli autori sono: Marx, Lenin, Harold Laski. Rossana corre in biblioteca,
poi per tornare a casa prende il tram per Olmeda, su questo incontra tre operai:
> Sfiniti di fatica e mi parve di vino, malmessi, le mani ruvide, le unghie
> nere, le teste penzolanti sul petto. Non li avevo mai guardati, il mio mondo
> era altrove, loro erano altro, che cosa? Erano la fatica senza luce, le cose
> del mondo che evitavo, sulle quali nulla si poteva. Come nulla potevo sui
> poveri, un’elemosina e via. Le teste ciondolavano, scosse a ogni svolta del
> tram, i visi non li vedevo. Era con loro che dovevo andare. A casa lessi tutta
> la notte, un giorno, due giorni.
In questa scoperta della sua vocazione politica c’è tutta Rossana Rossanda,
tutta la sua idea di politica. È un episodio che ci racconta lei stessa nella
sua autobiografia, La ragazza del secolo scorso, uscita vent’anni fa per
Einaudi, in cui condensa tutto il suo percorso politico e intellettuale fino
agli anni Settanta. Ma c’è anche una strana incongruenza. Francesco de
Cristofaro, uno dei più attenti studiosi di Rossanda, in Aperte lettere (2022)
fa notare quello “scandalo logico fra la penultima e l’ultima frase”. Rossanda
empatizza con la condizione umana degli operai, sembra trascinata d’impulso
verso la loro strada e quindi torna a casa e legge tutta la notte.
Questo movimento apparentemente incongruo è caratteristico di Rossanda, per cui
l’azione politica ha sempre una genesi emotiva, strappata dalla vita, poi fatta
propria attraverso la razionalità e lo studio. Un movimento centrifugo che va
dalla vita ai libri e solo allora può diventare azione. Un modo di concepire
l’azione politica che si avvicina molto a quello di Lenin, suo grande maestro.
> Rossanda empatizza con la condizione umana degli operai, sembra trascinata
> d’impulso verso la loro strada e quindi torna a casa e legge tutta la notte.
A un primo sguardo, quella di Rossanda, potrebbe vincere un premio per la
biografia esemplare dell’intellettuale comunista: nata a Pola nel 1924, la sua
famiglia è gravemente colpita dalla crisi economica del 1929, entra nella
Resistenza a diciannove anni, a ventidue si iscrive al Partito comunista
italiano (PCI), a venticinque diventa dirigente, a trentaquattro entra nel
Comitato centrale e dal 1963 al 1966 dirige la sezione culturale del partito.
Nonostante un tale curriculum, il suo rapporto con il comunismo e in particolare
con il Partito comunista italiano rimarrà sempre segnato da incomprensioni,
conflittualità e frustrazione. Rossanda non è mai allineata, cerca una propria
strada e generalmente la cerca nei libri. Politicamente è negli scritti dei
grandi teorici del comunismo eterodosso che trova i suoi riferimenti: Sartre,
Lucaks, Benjamin; insieme alla redazione del Manifesto opporrà sempre un
ostinato operaismo rivoluzionario al parlamentarismo del PCI; sarà tra le voci
più critiche della sclerotizzazione del partito sovietico e la sua progressiva
apertura al mercato, a cui opporrà la visione radicale del maoismo cinese.
Rossanda non è mai allineata, anzi cerca di sfuggire costantemente alla
rassicurante ortodossia del partito, la sua posizione di rilievo le permette di
prendere iniziative autonome di cui spesso pagherà personalmente le conseguenze.
Due esempi. Nel 1956 è direttrice della Casa della cultura di Milano, Chruščëv
ha da poco ammesso pubblicamente i crimini di Stalin, il 4 novembre l’URSS
invade l’Ungheria per soffocare il principio di una rivolta antisovietica.
Mentre il PCI si asserraglia in difesa dell’aggressività militare sovietica,
Rossanda apre la sua istituzione milanese a chiunque voglia confrontarsi in un
dibattito: “Socialisti e democratici e antifascisti caddero addosso alla Casa
della cultura che restò aperta mattina e sera. Dove potevano andare a chiedere
ragione e protestare? Da noi”. In quei giorni la Casa della cultura dà vita a un
rituale collettivo per affrontare il momento più buio dell’internazionalismo
comunista, l’anno del crollo delle speranze riposte nell’URSS come Stato guida
di tutto il movimento. Per Rossanda è anche l’inizio di una progressiva e
irreversibile rottura con il partito.
Qualcosa di simile accade anche nel 1968: la crisi tra Rossanda e il PCI è ormai
conclamata e questo la rende più simpatica al movimento studentesco, costituito
da settori molto critici verso il partito italiano. È la sola ex dirigente
comunista a essere invitata ai dibattiti dagli studenti di sociologia
nell’università di Trento, la prima facoltà occupata in Italia. Mentre il PCI
continua a guardare con paternalismo, se non con malcelato disprezzo, ai
movimenti studenteschi, Rossanda ne riconosce le potenzialità e tenta di aprire
un dialogo. Si scontra però con la difficoltà di armonizzare la propria azione
politica con un movimento che rivendica nuove forme di spontaneismo in
opposizione alla vecchia strategia di partito: durante i dibattiti di Trento,
uno studente la incalza nell’anfiteatro con un “‘Acción antes, conciencia
después’ – prima l’azione poi la coscienza. Era una battuta del Che, che giaceva
seppellito metri e metri sotto un’autostrada”.
> Rossanda non è mai allineata, cerca una propria strada e generalmente la cerca
> nei libri.
Nonostante il rapporto con il partito strida sempre di più, Rossanda continuerà
a credere nella necessità di una grande organizzazione di massa come principale
strumento politico per portare la rivoluzione in Occidente. C’è però un
cataclisma biografico che sconvolge irreversibilmente il suo percorso: il 24
novembre del 1969 viene convocata in una riunione del Comitato centrale che ha
appena deliberato la sua espulsione dal PCI. Insieme a lei vengono raggiunti dal
procedimento tutti i redattori della rivista il Manifesto, che Rossanda aveva
fondato insieme a importanti voci critiche del partito (Luigi Pintor, Lucio
Magri, Luciana Castellina), ponendosi l’obiettivo ambizioso di riformare il
comunismo italiano a partire dal suo partito guida. Rossanda, rimossa da ogni
incarico, perde quello che fino ad allora era stato il suo principale strumento
di lotta politica: il partito.
Da questo momento l’idea di politica di Rossanda è costretta a evolversi
trovando nella scrittura un suo nuovo strumento di militanza. Nei suoi articoli
appaiono le prime sperimentazioni: l’emersione dell’io nella sua scrittura, la
rivendicazione della propria biografia come strumento di lotta politica, la
critica dei prodotti culturali come biopsia del corpo sociale. È una riscoperta
della propria individualità che Rossanda apprenderà dalla frequentazione dei
movimenti studenteschi e dal femminismo; con entrambi, neanche a dirlo, avrà un
rapporto mai pacificato. Considerando poi la sua militanza politica in un
partito e in un movimento che più di ogni altro rifuggiva da qualsiasi
esposizione del sé in funzione di un noi collettivo ‒ spesso ben poco definito ‒
il suo percorso è sorprendente e inatteso. Prendiamo un altro esempio tratto
dalla sua biografia.
Nel 1973 esce sul Manifesto un suo corsivo sul film Sussurri e grida intitolato:
Bergman, dolore e basta:
> Il vantaggio dell’età non più verde è la memoria. Quella vera, fatta di
> esperienza personale; non quella mutuata dai documenti. Così, vedendo
> Sussurri e grida di Bergman e sentendo parlarne come di pochi altri film,
> vengono in mente le vicende della critica comunista o militante […]. Non era
> Stalin che aveva detto all’Achmatova che le poesie d’amore riguardano solo
> colui che le scrive e quella o quello che le ha ispirate, per cui non
> dovrebbero essere stampate più che in due copie? Figurarsi una morte di
> cancro, o cirrosi epatica che sia, con relative angosce familiari. Bergman
> sarebbe stato additato come l’obbrobrio del cosmopolitismo decadente.
Oggi sembra scontato che su un giornale comunista una ex dirigente comunista
scriva in termini positivi del dramma borghese di un cineasta svedese, ma si
scatenò il putiferio. Rossanda dovette scusarsi pubblicamente con i calzaturieri
del Brenta che avevano scritto una lettera di protesta “costernati che un
giornale di lotta spendesse una colonna sul privato, e per di più fantastico,
d’un film svedese”. È utile, per dare valore alla citazione, confrontarla con un
articolo di critica cinematografica (lo prendo a caso) uscito in quegli stessi
anni su Rinascita, rivista di cultura comunista allineata al partito, si parla
di Il clan dei Barker di Roger Corman: “Pruderie, buoni sentimenti, predicozzi
non si addicono più alla industria del cinema, che abbisogna di piatti robusti e
di spezie afrodisiache per scuotere e catturare un pubblico, distratto da una
ridda ingarbugliata di richiami e suggestioni. Per ultima, anche Hollywood ha
capito l’antifona e si è tolta di dosso gli abiti fuori moda, uniformandosi alle
trasformazioni del costume e della psicologia di massa, che giocano una parte
non irrilevante nell’avvicendamento delle formule e degli allettamenti
cinematografici”.
> Rossanda continuerà a credere nella necessità di una grande organizzazione di
> massa come principale strumento politico per portare la rivoluzione in
> Occidente.
Comparando i due testi possiamo capire come Rossanda compia un triplo movimento:
supera lo stile paludato della critica militante ufficiale, sostituendolo con
una scrittura ritmata, moderna e consapevole; respinge il moralismo ‒ di
malcelata matrice cattolica ‒ che la critica di partito manteneva in fondo con
un’analisi dell’oggetto culturale che non si ferma al manicheismo politico;
abbandona quel plurale maiestatis che era il marchio della comunicazione
ufficiale, rivendicando l’emotività e l’esperienza individuale come valore non
negoziabile.
È solo l’inizio di un percorso che accompagnerà Rossanda per tutta la seconda
metà della sua vita e che, incominciato con la fondazione del Manifesto nel
1969, si concluderà con la sua opera autobiografica più importante, La ragazza
del secolo scorso. Lo strumento dell’autobiografia permette a Rossanda di
esprimere tutta la complessità e le contraddizioni del suo itinerario politico e
biografico, specchiandolo in quello di tutto il comunismo, di cui restituisce la
parabola attraverso il Novecento come un patrimonio perduto, schiacciato oggi
dalle semplificazioni polarizzanti della storiografia ufficiale.
“Non mi arrendo alla vulgata: senza la spinta dell’impresa al profitto non c’è
democrazia. La nostra è sconsolante. Già. Però non ti finisce con due pallottole
nel cranio in un sotterraneo. Si è uccisi da meccanismi astratti, non hanno un
nome e cognome. Nessuno ha colpa, lo spettacolo catartico della punizione non
può avere luogo. E poi di sistema si muore soprattutto altrove, lontano o
marginali. Se ne parlo, perfino alle amiche che più mi sono legate, parlo a voce
bassa, mi scuso, annoio”.
È la complessità inesauribile di quell’esperienza politica il terreno impervio
in cui Rossanda decide di scavare, intrecciandolo inestricabilmente a quello
altrettanto instabile della sua memoria. Non si arrende alla narrazione attuale
che vuole chiudere con un’esperienza storica di tale portata, considerandola
definitivamente fallita, semplificandola in una cronologia puntuale di fatti e
date.
> L’idea di politica di Rossanda è costretta a evolversi trovando nella
> scrittura un suo nuovo strumento di militanza.
Qualcosa di simile ha tentato di fare recentemente Enzo Traverso in Rivoluzione
(2021) che, con l’ambizione di rivedere e riattualizzare il concetto stesso di
rivoluzione, propone di secolarizzare l’esperienza comunista per “superare
questa dicotomia tra due narrazioni – una idillica e l’altra orrifica – in fondo
del tutto analoghe”. Oggi più che mai, alla luce del disastro politico,
economico ed ecologico del capitalismo, è urgente una riappropriazione di quel
patrimonio perduto, che per Traverso significa recuperare “un’esperienza segnata
da tensioni e contraddizioni interne, ricca di molteplici dimensioni in un vasto
spettro di colori che vanno dagli slanci salvifici alla violenza totalitaria,
dalla democrazia partecipativa e la deliberazione collettiva alla cieca
oppressione e lo sterminio di massa, dall’immaginazione utopica più sfrenata al
dominio burocratico più ottuso, passando a volte dall’una all’altro in un breve
lasso di tempo”.
Un altro testo, tanto prezioso quanto poco conosciuto, aveva tentato quella
stessa strada, concentrandosi però non sul movimento comunista internazionale,
ma sul suo maggiore partito occidentale, il PCI; Lucio Magri tenta di scriverne
una controstoria in Il sarto di Ulm (2009). Come Rossanda, anche Magri, che
proveniva dagli ambienti di sperimentazione tra cattolicesimo e socialismo,
aveva militato nel PCI per poi subirne l’espulsione a causa della sua militanza
nel Manifesto. Magri però al contrario di Rossanda non abbandonerà mai
l’obiettivo di un rientro nella politica attiva e questo sarà uno dei motivi
principali dei fallimentari tentativi incorsi negli anni Settanta di trasformare
il Manifesto da giornale a partito. Il sarto di Ulm, che prende il titolo da una
poesia di Bertolt Brecht, parte dall’assunto che “per una persona ormai anziana
l’isolamento è dignitoso, ma per un comunista è il peccato più grave, di cui
rendere conto”. Ancora, come in La ragazza del secolo scorso, la memoria diventa
strumento politico.
Avanzando nella lettura ci si rende conto che il problema che si trova ad
affrontare Magri, a diciotto anni dalla scomparsa del partito italiano, non è
dissimile da quello che affronta Traverso nel ricostruire il concetto di
rivoluzione. Nel suo percorso non lineare la storia del comunismo italiano ci ha
consegnato una serie di interrogativi che oggi “non solo non hanno trovato una
risposta, ma non sono neppure stati seriamente discussi. O meglio, delle
risposte le hanno trovate in una forma molto superficiale e dettata dalle
convenienze: abiura o rimozione”. Anche per Magri analizzare criticamente la
storia del comunismo porta inevitabilmente a scontrarsi con forti pregiudizi
creati, consapevolmente o meno, da una storiografia ufficiale che tende alla sua
liquidazione come esperienza storica conclusa, sbagliata e quindi
fondamentalmente sterile. “Un’esperienza storica e un patrimonio teorico che”
ribadisce Magri, “hanno segnato un secolo sono stati così affidati, per usare
un’espressione di Marx, alla ‘critica roditrice dei topi’, che come si sa sono
voraci e, in un ambiente adatto, si moltiplicano velocemente”.
È in questa prospettiva di ricerca storica che La ragazza del secolo scorso,
l’ultima e più importante opera di Rossanda, acquisisce un valore inaspettato,
percorrendo la stessa strada delle opere di Traverso e Magri ma in una
prospettiva inedita: la scrittura di un romanzo di formazione, un’autobiografia;
prendendo quindi implicitamente le mosse dalla più importante accusa al
comunismo: la rimozione dell’individualità. Già dalla premessa possiamo quindi
cogliere un nuovo approccio al problema che consente di affrontarlo in tutta la
sua complessità: non tanto ricostruire la controstoria di un’idea o di un
partito, ma un vissuto, un sentimento, una forma di vita.
> Analizzare criticamente la storia del comunismo porta a scontrarsi con forti
> pregiudizi creati da una storiografia ufficiale che tende alla sua
> liquidazione come esperienza storica conclusa, sbagliata e quindi
> fondamentalmente sterile.
La ragazza del secolo scorso è contemporaneamente una storia d’amore per e una
vendetta contro un partito che, intollerante al suo dissenso, decide di
espellerla nel 1969; è un testo che espropria lo strumento borghese del romanzo
di formazione e scandalosamente lo usa per raccontare la formazione politica
marxista di Rossanda; è un romanzo d’amore senza amanti che racconta il suo
rapporto sentimentale e tragico con un partito politico, il PCI. Rossanda ci
restituisce così un’umanità che troppo spesso è mancata nelle narrazioni sul
comunismo, togliendo la maschera al mostro per tracciarne un ritratto impietoso
ma spaventosamente familiare. Al centro dell’opera sta quello che più spesso
sfugge alla storiografia ufficiale e cioè come le idee politiche siano
fondamentalmente costituite da reti di persone che le vivono quotidianamente e
di queste si fanno, volenti o nolenti, veicolo nel tempo. La maggiore
peculiarità del testo di Rossanda è proprio questo restituirci il comunismo non
come idea o come partito politico, ma come persone che vivono, studiano,
scrivono e che lottano. È una galleria di volti, espressioni, ricordi divenuti
patrimonio pubblico, altri ricordi privati e fragilissimi.
C’è Anna Maria Ortese ‒ una “figuretta riservata, sempre vestita di nero, i
capelli stretti da una fascia nera sopra il bel viso, passava silenziosamente i
giorni alla Casa della cultura perché non aveva una vera casa” ‒, che dopo un
alterco politico con Rossanda si presenta a casa sua “con un assurdo mazzo di
fiori e come aprii la porta non riuscí ad articolare parola, ci abbracciammo
piangendo”. O Fidel Castro a cui Rossanda, in quanto italiana in visita a Cuba,
dovette “fare gli spaghetti al pomodoro, stentando a spiegare che la pasta non
va cotta due ore prima e cacciando il líder máximo che pretendeva di insegnarmi
a tirare la salsa”; poco prima aveva assistito a un suo comizio oceanico in cui
era presente anche un “Giangiacomo Feltrinelli in guayabera e cappellaccio
sfondato”. Lo stesso Lucio Magri “timidissimo come molti testardi”, che non
riesce a intervistare Adorno e quindi stringe un rocambolesco accordo con
Rossanda: “avrei pilotato Adorno a un tavolo accanto alla siepe di oleandri,
Lucio si sarebbe nascosto nel fogliame ad ascoltare. Adorno mi seguí mansueto ma
quel giorno mi fu impossibile distoglierlo dal parlare di Bartók sul quale stava
scrivendo. Non ci fu verso. Magri stormí un paio di volte nervosamente tra le
fronde e poi se ne andò”.
C’è Le Corbusier di cui Rossanda vede il Centrosoyuz a Mosca crivellato dai tubi
di stufe (il progetto era un tentativo di tenuta termica senza bisogno di
riscaldamento); anni più tardi lo incontra a Parigi “nel cubo blu dove lavorava
al centro d’una specie di officina garage, mi chiese: ‘L’ha vista, eh? Com’è?’
‘Bellissima’. Foto e guide di Mosca in giro non ce n’erano, non gli dissi dei
tubi, per proteggere non i soviet ma la sua pace”. Togliatti, che avrebbe
invitato a cena insieme a Sartre “con sfoggio di reciproca seduzione”, o prima
di una riunione di partito nella sede romana in Via delle Botteghe Oscure quando
“apriva il cassetto davanti a sé e tirava fuori uno dei cataloghi di
antiquariato librario sul quale lo trovavamo immerso entrando, facendomi pensare
che avesse una gran biblioteca, cosa che risultò non vera – forse era un sogno
mattutino, una ricreazione. Spuntava i titoli con la matita”. Infine Fortini,
“l’infiammabile Fortini”, che dopo la soppressione delle rivolte in Ungheria nel
1956 le telegrafò: “Spero che gli operai vi spacchino la faccia”.
> Rossanda restituisce il comunismo non come idea o come partito politico, ma
> come persone che vivono, studiano, scrivono e lottano.
Solo questa minima carrellata di ricordi può darci conto della complessità e
delle sfaccettature anche contraddittorie di quel panorama politico.
Contemporaneamente ci permette di renderlo reale, dandogli un corpo, una voce,
un peso, rifuggendo da qualunque semplificazione o mitizzazione attraverso la
restituzione delle vite che ne facevano parte. Quella che consegna Rossanda ne
La ragazza del secolo scorso è la realtà di un percorso politico che oggi sempre
di più rischia di assumere le sembianze di un sogno. Riattualizzando il
comunismo, mostrandoci come “la rivoluzione non è un accessorio della conoscenza
del mondo; oggi la rivoluzione è la conoscenza del mondo”.
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