Ritorno a Maria Banuş. Ora so perché.
Assenza di libri, latitanza di riferimenti, lontananza. Crochi di cristallo –
come a dire: una primavera in vitro. Attento, basta un sussurro a rendere il
sole un’ape di vetro, a dare a piene mani il seme del sangue. Comunque, ci sarà
sempre qualcuno a ostentare la ferita, ci sarà sempre un vampiro a indossare il
tuo volto.
Maria Banuş è una ‘segnata’ dalla poesia. C’è chi evolve come poeta, dopo lento
addestramento, dopo una vita al di là del verbo. C’è chi deve apprendere – e c’è
chi sa; chi è morso dalla vipera poesia, neonato, ne rimane infetto a vita.
Nella crisi, nel discrimine, ovviamente, non c’è privilegio di stazza, non c’è
statura in sapienza. I segnati rischiano in ingenuità, in maldestri morsi;
gli addestrati in preminenza d’intelletto.
Nata a Bucarest nel 1914, esordì alla poesia quattordicenne: il suo mentore,
Tudor Arghezi, è stato uno dei massimi poeti rumeni del secolo. Esordì, appunto,
puntualmente, da segnata: nelle sue poesie d’amore, fanciulle, con i nastri al
collo, si registrava un’enigmatica inquietudine. “Il paese delle fanciulle”
scandalizzò i puri di cuore: parlava di desiderio, sessualità, l’inganno e il
Graal del corpo – Maria aveva ventitré anni. In Italia, trovò un complice in
Andrea Zanzotto che tradusse alcuni suoi testi in Nuovi spazi, ‘placca’ edita da
Scheiwiller nel 1964; lei amava Giuseppe Ungaretti, “grand poète de l’Italie etu
du monde”, a cui dedicò una copia del libro. In Francia, fu ammirata da Alain
Bosquet, che curò due suoi libri, Éclats des glaces foraines (1979) e Horologe à
Jaquemart (1987); la riteneva pari ad Anna Achmatova, Else Lasker-Schuler e
Gabriela Mistral, in un ideale anti-canone della poesia del Novecento: “Incarna
meglio di qualsiasi altro poeta la vibrante verità e la gloria di un’epoca in
cui nulla resta immutabile. E racconta l’amore come nessuno prima di lei”.
Visse con alterna intensità la propria origine: ebraica per lignaggio, atea,
comunista, ricostruì in parte le proprie radici dopo la tragedia dell’Olocausto.
Tradusse molto: Goethe, Puškin, Rilke e Shakespeare su tutti; piacque a Pablo
Neruda, che la trasportò, con enfasi, nel mondo ispanofono: “Grazie Maria
Banuş”, scrisse, “Grazie per il costante palpito del tuo amore e del tuo
sognare, per la rete magica in cui tessuti d’oro e di fumo attraggono, dagli
abissi, ricordi così gravi, come pesci dall’oceano, reti che catturano la
farfalla più selvaggia delle pianure rumene”.
Selvaggio, cioè: una delicatezza senza enfasi, senza fronzoli; un dire incline a
inquinare il tinello della bieca vita, della quotidianità infarinata d’invidia,
il livore dei puri di cuore. Prendere senza chiedere – consumare senza ritegno –
ecco: Maria Banuş.
Eppure, a dispetto di altri poeti rumeni – Ana Blandiana, Nina Cassian, ad
esempio – è pressoché impossibile leggere Maria Banuş, oggi. Nessun libro ne
riferisce le peripezie liriche: Maria Banuş muore a Bucarest nel 1999, dopo aver
pubblicato diverse raccolte, non senza subire oltraggi e censure. Nel 1996 la
“Quarterly Review of Literature”, edita a Princeton, dedica a Maria Banuş una
vasta silloge, Across Bucharest After Rain, a cura di Diana Der-Hovanessian e
Mary Mattfiled, da cui ho tratto i testi pubblicati in appendice. La Banuş è
definita “la più conosciuta poetessa rumena dei nostri tempi, sopravvissuta a
censure, pogrom e dittature. Nonostante ciò, ha scritto alcune delle più tenere
poesie d’amore nella giovinezza, alcune delle più intense poesia sulla vecchiaia
e alcune potenti poesie ‘politiche’ contraffatte da elementi onirici”.
Sono tornato a Maria Banuş mentre in questi luoghi di confine, di colli e
boschi, di vite sul baratro, nevicava. Il bianco, a tali intensità, perfora gli
occhi e riorganizza il senso della parola fame – reca panieri di albini corvi.
Nevicata: angeli senza ali, fatti di celesti fauci, tutto bocca – la Via Lattea
che pare un agnello – e questo agonizzare di alberi-titani. Macchine fuori via,
come ippopotami, sui campi. Muggiti di vento. Sotto la neve tutto pare
imperturbabile – per rivelarsi fragilissimo. Il più antico rito si dimentica in
un attimo. Allo stesso modo, la poesia di Maria Banuş: dietro ogni parola
assoluta c’è l’assoluzione, dietro ogni frase perentoria cova una fuga; alle
spalle dell’amore c’è il bacio che trafigge, alle spalle, il codice del
traditore. La pietra si scopre velo – la poetessa, un tempo ferina, ora è il tuo
pane, si sbriciola, non è più.
Chi cresce sotto la neve diventa così candido da potersi permettere ogni
crudeltà.
**
Lettera
Sssh. Ti scrivo perché
la notte ha il volto di un fauno
perché il palato è amaro, come
la serica buccia delle noci verdi,
ti scrivo perché come te
non ho memoria. Ne sono certa:
presto ci dimenticheremo del pallido
sfarfallio delle nostre palpebre.
Ricorda. Stavamo camminando. Poi
i capelli, contorti, che crollano sul viso.
Vento a raffiche. Alberi rimpiccioliti
dalla polvere che si toccano, frusciano.
C’era l’acacia. C’era il mare.
Ci siamo fermati perché dovevo
levarmi la sabbia dai sandali. Questo
è tutto. Le tue caviglie, ricordo: più care
per me del cielo e della terra.
*
Novembre
Come le lische di un pesce fantasma
come i nervi d’argento
delle foglie trasparenti,
come le minuscole clavicole di un elfo
questo giorno intagliato nell’avorio
di una bellezza carnevalesca
cerca di ingannarmi ma non riesce.
Ti conosco, incantatore.
Ti riconosco dal guscio scartato
del gambero in decomposizione
inghiottito fino all’inguine.
Non importa quanti siano i tuoi
travestimenti, di quali fraintesi
ti ammanti: io ti riconosco, mio signore.
Sento il tuo respiro
che mi sfiora il viso
come il bianco, come l’avorio
come l’argentea tela di un ragno:
vorrei essere sepolta tra
le braccia del mago.
Posso toccarti, mio signore.
*
Tra due rovine
ho issato la casa.
Tra due tradimenti
ho piantato la fede.
Tra due crepe
ho apparecchiato.
ho messo tovaglioli, posate e sale.
Tra due montagne di morti
ho trovato un croco – e ne ho sorriso.
Quella era la mia vita. Puoi capire
che è così che ho vissuto?
*
Pregiudizio
È un pregiudizio innocente
nient’altro, tutti ne hanno diritto.
Il mio è un giglio randagio
in mezzo a sofisticate
teorie sull’arte. Margherita e orgia.
È un gioco, ovviamente:
gioco con mattoni
storti. Questo mi è stato
dato per giocare:
fango e palta
di sangue secco. Così costruisco.
Cosa?, ti chiederai.
Oh, è una torre
con becco e artigli.
Reggerà?
Resisterà?
Per ora, c’è un filo a piombo
una legge, un nervo
infine, una lacrima.
Una lacrima pesante, fitta
fatta di piombo?
*
Bucarest dopo la pioggia
Forse è questa l’ora in cui
le vecchie cellule muoiono
(una volta ogni sette anni, dicono)
e le nuove sono appena nate, sono gemme
che muovono i primi passi insieme a me
alla luce dei castagni.
Questo pomeriggio di giugno è costruito
con strisce di cielo rosa e grigie, con asfalto
di seta bagnata e foglie fradice che brillano al sole.
Perché ho meritato quest’ora di grazia?
Forse per gli anni trascorsi nella falena
della scrittura, forse per quelli all’ombra della forca
forse perché è cenere la tinta del mio sorriso.
Ma come potrei sdebitarmi per questo rosa
vergine e vivente, per quest’ora fenicottero
mentre l’annunciazione mostra castagni ovunque?
*
Il ciclo
Prima ho imparato tutto
piuttosto bene:
numeri, nomi di cose,
luoghi.
Poi mi sono riposata
come l’idiota del villaggio
contempo e scopro
di aver dimenticato tutto.
Una caverna mi si apre di fronte
scendo un gradino
attraverso il prato.
Bruco come un cavallo.
Sono l’agnello che scopre il pascolo.
Scendo un altro gradino
e trovo radici contorte
di alberi.
Un altro gradino – le pietre.
La luce vibra, mi siedo
inizio a imparare
dall’altro lato del mondo.
*
L’angelo della morte
Un giorno, mi ha fatto visita l’angelo
della morte, vestito da fornaio. Aveva farina
bianca sulle mani, sul viso, sui vestiti.
Il suo forno emanava un dolce profumo
di pane, di pane cotto alla luce.
In una mirabile rotazione ritmica
usciva una pagnotta dopo l’altra
come il sole a la luna.
“Non ho paura di te, fornaio.
Non assomigli per nulla al vecchio
Ianni, che stava sulla strada della mia
infanzia, quel paradiso di pasticceria”.
Gli stavo dicendo queste parole quando
si voltò verso di me, in una vampa orribile:
dietro di lui ruggivano i forni dell’olocausto –
sotto il grembiule infarinato, proprio come
quello del buon fornaio, l’angelo della morte
nascondeva un tronco ricoperto di funghi
velenosi, che dilagavano lungo le radici.
*
Geologia
era una fetta di pane col burro
divorata nel cortile della scuola
una fetta di immobili nubi
in una fotografia
la porzione di un urlo mutilato
dalle parole, la fragranza dei pini
che tintinna nelle tue parole,
strati, scisti sedimentari,
le mie montagne.
*
Antico amore
Lo sapevo, sarebbe accaduto
in questa terra di nebbie:
ciò che mi ha sorpreso
è stato tutto quell’ectoplasma
avvolto di grigi sudari.
E noi due ancora
mano nella mano con tutte
quelle parole già scartate
e le parole che davano
alle narici un sentore
di sangue che ascende
dalla terra della lava
dalla terra della lotta
e noi ancora mano nella mano.
Maria Banus
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Tropico del Cancro è il libro di un uomo felice. È lo stesso Henry Miller a
dirlo nella prima pagina del romanzo:
> «Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo».
Ed è proprio così. Tropico del Cancro, pubblicato nel 1934 in Francia e vietato
negli Stati Uniti fino al 1961, è un inno alla gioia di vivere, e ancora oggi è
un libro scandaloso. Non per le situazioni oscene che descrive o per il
linguaggio esplicito, tutte cose che ormai non scandalizzano più nessuno, quanto
piuttosto per la filosofia che viene fuori dalle sue pagine. Messo di fronte a
tutte le schifezze, gli orrori, le banalità dell’esistenza, Miller non batte
ciglio e continua a godersi la vita. Questo è il vero scandalo!
Figura leggendaria quella di Henry Miller (1891-1980). Emigrato a Parigi negli
anni Trenta dove viveva di espedienti in compagnia di altri emarginati, passando
dal letto di un’amante a quello di una prostituta, e scrivendo Tropico del
Cancro, che rimane il suo capolavoro, in cui libera la vita da tutte le
bardature e sovrastrutture per riportarla alla sua realtà primordiale
rappresentata dal sesso.
Il romanzo non ha una trama ben definita e racconta la vita parigina dello
scrittore americano, attraverso le sue peregrinazioni e i suoi incontri. Il
protagonista si limita ad accettare gli eventi così come gli capitano, senza
cercare di dare loro un senso. Non è guidato da nessuna filosofia o ideale, se
non il godimento immediato. Illuminante a questo proposito il ritratto di Miller
fatto da George Orwell:
> «Conobbi Miller alla fine del 1936, mentre passavo da Parigi diretto in
> Spagna. Ciò che più mi colpì in lui fu l’assoluta mancanza di interesse per la
> guerra di Spagna. Si limitò a dirmi in termini piuttosto energici che andare
> in Spagna in quel momento significava essere un idiota… le mie idee sulla
> necessità di combattere il fascismo, difendere la democrazia ecc. ecc. erano
> tutte fesserie. La nostra civiltà era destinata a essere spazzata via e
> sostituita da qualcosa tanto differente da non sembrarci neppure umana:
> prospettiva, disse, che non lo preoccupava affatto».
Proprio in questa rivendicazione di irresponsabilità sta lo scandalo, e la
grandezza, di Tropico del Cancro e del suo autore. Una irresponsabilità lucida,
di chi vede ed è consapevole dello sfacelo e dell’orrore che ci circondano, ma
trova inutile, oltre che assolutamente ridicolo, intervenire. Con tanti saluti a
tutta quella vasta schiera di anime belle, in gran voga oggi come allora, che
mangiano indignazione (finta) e impegno (un tanto al chilo) a colazione, a
pranzo e a cena.
Un atteggiamento quello di Miller molto più sincero e autentico delle
chiacchiere di chi ci invita a inseguire false palingenesi della storia o ideali
di panna montata regolarmente destinati al fallimento. Viene in mente Pier Paolo
Pasolini, riproposto fino alla nausea e perlopiù a vanvera nello stucchevole
cinquantenario della sua morte appena concluso, del quale nessuno ha ricordato
una sua frase, questa sì di assoluta genialità:
> «La parola speranza è completamente cancellata dal mio vocabolario».
Anche se può essere duro ammetterlo, la realtà è che anche la nostra vita di
tutti i giorni è molto simile a quella del protagonista di Tropico del Cancro,
fatta di tanti episodi senza senso, di incontri casuali, di piccole e grandi
meschinerie, da accettare così come vengono, senza illudersi che ci sia qualche
fine nobile da perseguire. La cosa più sensata da fare? Cercare di prendere al
volo almeno un pezzetto di felicità e sgranocchiarselo in fretta prima che
svanisca.
Silvano Calzini
*In copertina: Henry Miller e Brenda Venus fotografati da George Hurrell nel
1980
L'articolo Il libro scandaloso di un uomo felice. “Tropico del Cancro” di Henry
Miller proviene da Pangea.
Da mesi mi tormenta una domanda: come sarebbe la letteratura oggi senza
gli editor? Ignoro la struttura delle altre professioni, ma sospetto che ogni
lavoro abbia un nume tutelare, una nicchia in cui sgranare il cruciverba dei
propri peccati. Nel campo dell’editoria l’angelo custode, il santo protettore a
cui votarsi è l’editor. L’editor spariglia i testi, prevede le collane, progetta
e organizza le parole. Alla figura dello scrittore, che fino a poco fa potevamo
immaginare come un’essenza irripetibile distillata in solitudine, se non in una
secentesca torre d’avorio quantomeno nella cerchia ristretta dei confidenti e
degli affetti, oggi dobbiamo associare sempre, apertamente o subdolamente,
scopertamente o surrettiziamente, una protesi umana, una longa manus che si
protende dalla penna e ci fissa occhiuta da ogni pagina, quella dell’editor. A
questa anamorfosi si aggiunge quella del lettore, che se prima vedeva nello
srotolarsi della pagina un’unica volontà creatrice, ora deve fare i conti con
un mio/tuo che rende strabica la lettura.
La lenta erosione degli spazi e dei ruoli da parte degli editor ha due
conseguenze che mi sembrano interessanti: la prima, che nella critica e
nell’apprezzamento del pubblico questa editorializzazione del gusto ha
trasformato ragioni di gusto in capricci di gusto: se prima si discuteva delle
motivazioni che avevano portato uno scrittore a pubblicare un libro, o delle
idee che in esso erano espresse e di cui il libro costituiva il precipitato
sofferto, oggi si salta a piè pari questo passaggio per impuntarsi subito su
quello che, secondo noi, l’autore avrebbe potuto fare a meno di scrivere in un
capitolo o in una specifica pagina. Provate ad avvicinare, nei club di lettura,
nelle librerie, negli appartamenti, nelle famiglie, le discussioni letterarie
che vi si svolgono, e ditemi se non è vero che la forbice dell’editor va
trasmutandosi geneticamente in ognuno di noi, soppiantando con uno strappo
quelle radici di gusto e di sentimento che stanno alla base di ogni buon libro e
di ogni buona lettura.
La seconda conseguenza è più strutturale e può essere esemplificata in un
movimento: se prima era lo scrittore a dirigersi dall’editore per sottoporgli un
libro, con l’idea già foderata di parole pronta a macchiarsi per il mondo, oggi
il tragitto è esattamente contrario. È l’editor, nelle vesti di editore in senso
largo, che rincorre l’autore con proposte di libri futuri che fiaccano la tenuta
già vacillante di ogni sputa-parole. Anche qui, val la pena d’avvicinarsi alla
scena: non c’è fiera editoriale, o incontro letterario a cui abbia assistito,
grande o piccolo che sia, che non contenga una di quelle scene patetiche per
cui, allo spegnimento del microfono, mentre gli altri cominciano a rivestirsi,
un nugolo di mosche inizia a girare attorno all’autore con un ronzio capace di
far desistere il più coriaceo dei sognatori. Si insegue l’autore per
complimentarsi dell’intervento, certo, ma l’importante è rinnovargli quel fiato
sul collo che presagisce l’alito cattivo del prossimo libro, certamente non
promettente nella misura in cui nasce sotto così infausti presagi. In breve, la
tavola della legge che gli editor hanno ricevuto dal Monte Siae ha due
comandamenti: marcare stretto l’autore e ostacolare chi tenta di opporvisi.
Ora, perché tanto clamore in così poca veste? Perché tanto brusio, proprio dove
le parole dovrebbero pesare di più sulla bilancia? La mia impressione è che gli
editor, che ad onta di tanti vituperi sono persone ragionevoli e attente, si
rendano conto di uno scenario che andrebbe posto sotto attenta osservazione: la
produzione di scrittura nel panorama odierno è inversamente proporzionale alla
sua qualità. È come se ogni libro pubblicato fosse un nodo che stringe il cappio
intorno al quale stiamo appesi tutti e da cui pende e dipende l’operato di ogni
editor che si rispetti. In ogni libro giuriamo tacitamente che il successivo non
potrà essere peggiore di questo, salvo poi scoprire che il patto è
sistematicamente disatteso dalla prossima cattiva lettura.
Il circolo, come si vede, è vizioso: gli autori già affermati accondiscendono,
per non abdicare la posizione di rilievo che hanno maturato negli anni, alle
richieste degli editor, mentre quelli esordienti hanno due strade: o accodarsi
alle richieste di questo genere e produrre qualcosa di tematicamente simile, in
attesa che sia notato dalle tante scuole di scrittura che invogliano, col loro
stesso operare, questo genere di prodotti; o condannarsi a un vox clamantis in
deserto sperando che l’eco della propria solitudine arrivi faticosamente nella
cittadella distante dall’oasi. Di questo passo, anche la narrativa si va
editorializzando, nel senso che non nasce più da una esigenza fisica di
espressione, ma da un desiderio prodotto e suggerito proprio da coloro che
dovrebbero salvaguardare la massima diversità in fatto di espressione e di
narrazione. È da leggere in questo senso la spaventosa rassomiglianza tra scuole
di scrittura e di sceneggiatura, tra cinema e letteratura, tra serie-tv e
racconti: sembra che le parole, prima ancora di atterrare sullo schermo, siano
già pensate sotto forma di battuta e non di ritmo. Così il libro, da porto
definitivo di espressione, si trasforma in un veicolo che semplifica la
trasposizione da un prodotto all’altro.
A questa breve disamina si accompagna il sospetto più indiscreto e probabilmente
più malevolo: davvero nessun testo ha l’autonomia di passare le maglie dei
censori? Non sarà, questa dogana editoriale ai confini della realtà del testo,
l’estremo tentativo di normalizzare un prodotto che deve essere il più affine
possibile alle coordinate già tracciate dal gusto, pena la sua esclusione
nell’isola di confino dell’impubblicabilità?
Queste righe non vogliono cavalcare l’onda sicura del libello, ma seminare
un’ombra di dubbio nella mente di quanti, come il sottoscritto, amano troppo a
fondo la letteratura per non chiedersi come sarebbe oggi senza gli editor.
Andrea Muratore
*In copertina: una illustrazione di N.C. Wyeth a “L’isola del tesoro”
L'articolo Sull’editing del testo come forma preventiva di omicidio proviene da
Pangea.
> “Fosse vero che invano non si vive? E che tutto ritorna, tutto si dà la mano?”
>
> Umberto Saba, Girotondo
Ci sono libri che come conchiglie rare e gasteropodi leggendari, sono delle
meravigliosi composizioni di spirali e gemme. Degli scrigni di luce e di mare
che sembrano contenere cieli stellati e galassie lontane nelle loro misteriose e
diversissime striature. Non sono testi simmetrici, trattati pedanti, studi
schematici ma galassie da esplorare e che si rivelano tramite piccole spirali,
schizzi suggestivi e impressionanti dettagli. È il caso dell’ultimo libro
di Geminello Alvi, economista, letterato, autore di scritti capitali (come Il
Secolo Americano eIl Capitalismo verso l’ideale cinese), e “miglior prosatore
d’Italia” (Camillo Langone dixit) che torna alle stampe con L’Italia e l’anima
dell’Oriente (La Nave di Teseo).
Un’opera dal titolo schubartiano che si compone di frammenti, di note, di scolii
a costruire un eccentrico resoconto spirituale e letterario dell’autore negli
anni degli ultimi Giubilei tra Italia e Oriente.
Il testo riavvolge infatti i diari di viaggio di tre anni chiave per l’autore il
1998, il 1999, il 2000 costeggiando il Giubileo del 2000 (che era stato alla
base del già splendido Ai padri perdono). Testi che vengono riscritti, ampliati
e riletti alla luce del Giubileo del 2025. Così da arricchire l’opera precedente
ultimando inoltre la “morale inattesa” dei suoi viaggi. Si tratta di scritti
straordinari, di una raccolta di apoftegmi che utilizza un italiano inaudito,
serafico, vibrante e lunare capace di trasformare la realtà che racconta in
testimonianza apocalittica e in rivelazione poetica. Regalando al lettore un
breviario celeste della sua anima in viaggio alla ricerca di quella orientale
dell’Italia.
Questi scritti sono riuniti “dal riguardare le più varie persone che mi fecero
da padre e la necessità di oblio e perdono”. Ma il testo esonda da questa (e da
ogni) classificazione. Più che un diario o un libro di viaggi l’opera è infatti
un mosaico letterario, un “libro-costellazione”, in cui tutto è legato da
simmetrie invisibili, da significati ultimi e destini ineffabili. I viaggi di
Alvi non sono, del resto, una mera avanzata spaziale nell’oriente postsovietico,
nell’Italia presente, nell’Adriatico perduto, nell’Est segreto e destalinizzato,
ma compongono un itinerario spirituale. Una metempsicosi letteraria nelle vene
dell’Oriente, nel nostro Genius loci nazionale, nell’Italia perduta e fallita,
nei dilemmi segreti del cuore e dello spirito dei popoli. Roma, Tbilisi, Mosca,
Costantinopoli non sono nelle sue Notas solo bei nomi ricchi di destino o
scenari di cartoline turistiche, ma santuari della memoria in cui si coglie
l’essenza di quei luoghi, di quei popoli e dei loro misteri. Raccontando le
tappe di un cammino, di un pellegrinaggio nell’Apocalisse contemporanea alla
ricerca di sé stessi e del proprio fato. Tramite una narrazione che unisce le
avventure swiftiane di Gulliver e le pagine migliori dei suoi Eccentrici.
Il testo però non va ridotto al racconto di un pellegrino alla ricerca
dell’Oriente o ad una resa dei conti con il proprio tempo. Si tratta, invece, di
un’opera mondo in cui Alvi con maestria riesce a mostrare al lettore
contemporaneamente reami, registri, linguaggi e sfumature diverse in un testo
caleidoscopico. C’è la critica culturale della nostra coscienza nazionale e dei
suoi incoscienti misfatti adornati di retorica. C’è l’evocazione di una Roma
barabbesca, svagata e sciupata nei propri vizi e vezzi, ormai orfana di fascino
e vitalità. Specchio di una società frenetica e immobile, e di un’Italia
decaduta e piccina. C’è la riflessione sulla spirale tetra della decadenza dei
reduci, delle generazioni, delle classi imprenditoriali e dirigenti italiane ed
europee. Ma ci sono anche valutazioni storiche fulminanti, sempre aguzze e
perciò sempre lucide, sull’ascesa di Primakov, sulla “commedia dell’Europa” e il
volto più autentico di quell’Omino di burro collodiano che è stato il Berlusconi
politico. A ciò si aggiunge infine la dimensione della memoria che unisce
indagine personale, ricordi familiari, fantasmi del passato e l’amore per gli
amati invisibili.
In una sorta di giorno del giudizio letterario che mischia la dimensione plurale
e mosaicale dell’Antalogia Palatina, a quella rivelatoria del Viaggio in Italia
di Piovene, con la potenza linguistica delle cronache trecentesche, in cui
grazie allo stile etereo e raffinato di Alvi, tutto sa incollarsi e darsi la
mano. Ne emerge così una sommatoria di enigmi, di fantasmi, di ricordi, di
visioni tanto franchi e chiari quanto enigmatici e ammalianti. Più che un testo
sul Giubileo quello di Alvi sembra, in effetti, una Apocalisse
enciclopedica anche perché con essa condivide l’intima e ultima volontà di
rivelazione e l’attenta e profonda cultura simbolica.
Il viaggio dell’autore non a caso inizia un una Roma che sembra la barbarizzata
capitale dell’impero alla vigilia della decadenza. Pregna di quel sentimento di
totale deriva e abbandono e da un senso di confusione di tutto che dilaga in cui
la purificazione giubilare si confonde con l’attesa della Rivelazione. Roma si
presenta così come “una meretrice senza perdono che smarrisce ogni virtù del
vizio”. Una città di fantasmi abitata dalle ombre di Cola di Rienzo e della cara
cugina Patrizia Cavalli, da quella dell’amico paterno Manlio, ma anche da quella
di Giordano Bruno. E il ritratto della Capitale dell’autore è perciò spietato e
rivelatorio:
> “Ma Roma, è evidente, contorce in se due cose: eco stanco di un’orgia che durò
> millenni e pagana morale. Come se taluni nella decadenza avessero malgrado
> tutto resistito, protetto per ripicca una solo loro morale”.
La Roma di Alvi è in sostanza una necropoli affollata, la cui essenza animica
sono gli dei Mani. Una città dei morti in cui anche la struggente inconcludenza
svapora in nostalgia di tutto, specie del non vissuto. Ma proprio sotto quel
cielo che sembra un mare capovolto, l’autore alterna considerazioni moralistiche
e squarci sociali, ricordi e considerazioni sparse. Dall’economia alla storia
dal feuilleton alla malacologia, fino ad una immersione nella storia nazionale
sulla scia di Cusin e Montanelli. Alvi rilegge il nostro passato realizzando
così una autobiografia dell’Italia che va dalle colonizzazioni fallite alle
faide intestine, dai suoi uomini illustri ai vizi di fabbrica dell’unità
nazionale tramite una narrazione fatta di schizzi e di visioni. Mussolini è
l’archetipo della natura teatrale e faziosa del nostro Paese la cui parabola
unisce la volontà di imporre il Risorgimento dall’alto alla società di massa
delle élites primonovecentesche e le pose pletoriche di Cola di Rienzo. Pagine
in cui il dittatore romagnolo viene mostrato come una reincarnazione nazionale
del tribuno capitolino.
In questa disamina la sorte di Giordano Bruno diventa la metafora di una nazione
infida per ripicca con la vocazione per il dispetto, e l’animo volubile e
rancoroso. Mentre anche l’unità viene vista come un peccato originale che ha
sacrificato l’universalità italiana alle posa del centralismo francese e del
nazionalismo romantico.
Scorrendo il testo il lettore verrà portato poi a confine tra la Marina
Adriatica e l’altra sponda perduta, quella istriana e dalmata, veneziana
coloniale. Lì si alternano pagine dure e per questo sincere sulla sorte del
nostro Paese con descrizioni naturali e poetiche in cui la lingua vibra e si
risveglia fino alla commozione. Dove i colori del mare e le spirali dei
gasteropodi si rivelano, come per miracolo, un segno di una religione
universale. Mentre le visioni, i ricordi del passato e i racconti del paesaggio
si dimostrano come favole esatte sulla nostra storia nazionale e la condizione
umana. Nelle pagine recanatesi e marchigiane l’autore riflette invece
sull’identità italiana. Oltre facili retoriche e sterili autocompiacimenti. Ci
si ritrova, invece, italiani udendo l’accento scovato di Beniamino Gigli in una
pellicola germanofona, o nell’empatia con quegli “italiani sbagliati” seri e
veri, come Paolo Baffi, Livio Zanetti e Guido Carli, che furono travolti dalla
mediocrità nazionale.
Paragrafi che mostrano, in tal modo, con l’Italia di sempre anche quella di ieri
e di oggi.
Viene affrontato ad esempio il dilagare della mediocrità e banalità mostruosa
delle oligarchie italiane le cui vite sono “ragionerie di odi amministrati, di
ironie finte e di malizie invidiose”. Oppure si mostrano, dietro alle sorti
dell’omino di burro Berlusconi e dei suoi antagonisti eterni, i costumi perenni
dell’Italia, come l’abitudine all’eccezione, all’approvazione, alla guerra
civile. Ma aldilà dei giudizi storici e morali l’opera è anche un florilegio di
dettagli narrativi, di schizzi poetici, di incontri splendidi da Operette morali
(dagli ex colonnelli sovietici ai reduci, dai mistici agli uomini illustri). In
cui anche una descrizione e una bozza narrativa, mostrano come la realtà
appartiene esclusivamente al genere fantastico.
Il viaggio di Alvi prosegue successivamente nell’est postcomunista. Un
itinerario maestoso nelle apocalissi plurali del comunismo sovietico che diventa
occasione di una indagine totale intorno all’anima della Russia,
“quest’orientale, lento, tutto mutare assorbendo”. Capitoli che raccontano e
descrivono il drammatico passaggio dall’incubo piccolo borghese del socialismo
reale alla delusione portata dall’era elciniana. Alvi regala così un ritratto
magistrale della Russia degli anni Novanta saccheggiata dagli interessi
predatori internazionali e poi trasformatasi in decadente Brasile innevato, in
cui si consuma l’ascesa degli oligarchi e le tensioni revansciste nascoste in
quelle impenetrabili favelas di ghiaccio. Delineando un ritratto crudo e
crudele, ma anche sincero e fiabesco della terra di Dostoevskij a confine tra
due epoche e due mondi.
A queste peregrinazioni si accompagnano i viaggi nei Paesi baltici in
fibrillazione, nella Georgia mistica, nelle rovine dell’impero staliniano. Lì la
meditazione sul perdono, sull’anima, sulla salvezza si fa più accorata e perciò
magnifica. Ed un velo d’incenso, o una litania ortodossa, si fanno richiami
verso l’altrove.
> “La mattina in chiesa, mi faccio benedire da un prete ortodosso, la
> benedizione, come la liturgia, sono ancora una cosa seria. Quando diverrò
> autorità spirituale nel Caucaso dovrò pur decidere, convertirmi
> all’ortodossia. E però quella splendida aurora di sonno: mi illuminò di
> meraviglia per i pensieri, per fortuna non mia. E capisco: che al perdono
> l’uomo non basta”.
L’anima dell’Oriente viene quindi evocata, affrontata e attraversata in questo
viaggio spirituale tra la prima Roma, la terza e poi la seconda in un plurimo
incontro di destini. È un’indagine cosmica, economica, storica, animica in cui
la frontiera tra questi temi si dissolve e alle letture veterotestamentarie si
alternano le analisi storico economiche, alla visione mistica la critica
letteraria e la teologia politica. Come conferma la nota in cui l’autore rileva
che lo scrivere, come insegna il reazionario Tommaseo, “non è mai espressione
tirare fuori da se qualcosa è invece fede nelle parole fuori da noi”. E proprio
in virtù di ciò la storia umana è un decadere: solo quella sovraumana cresce
veramente.
Tutte queste visioni e rivelazioni vengono poi riannodate nel capitolo finale
inscenato nel 2025. Dove il confronto tra i viaggi degli anni Novanta e il
presente mostra come i giubilei incarnino il decadere della Chiesa. In questo
affresco il cristianesimo è ridotto a fatto giurisprudenziale, mentre il papato
televisivo bergogliano (per l’autore redivivo Bonifacio VIII) accoglie una Roma
morta e contaminata. Un’Urbe in cui l’ultima generazione seria di italiani
(quella dei Baffi, di Carli e Montanelli) è estinta e i guitti fantasmi romani
di Gioacchino Belli si sono consumati in spiritacci da commediola all’italiana.
L’Italia che ritrova Alvi è di nuovo “retorica e vaticana”, in cui spenti sono i
lumini di Mazzini e del Risorgimento e i credi laici e religiosi sono tramutati
in pose ed imposture. Una Roma senza eroi e senza Papa. Orfana di incanto, anima
e fascino e invasa da immonde cacio e pepe fatte da estranei finti cuochi per
nutrire la tragedia dei turisti pascolanti.
In questa immersione nel presente giubilare Alvi riannoda i fili del libro, dei
suoi viaggi passati, dei suoi incontri in un carosello poetico. E anche la
nostra attualità densa di guerre e conflitti viene riletta alla luce del
perdono. Sulla scia di Schubart, Alvi vede lo scontro tra civiltà come un
conflitto che nasce da una frattura metafisica, per questo la guerra va pensata
oltre il tifo ideologico, alla luce dei Vangeli, dello spirito, del dono. Il
perdono diventa così il centro trasfigurante della storia: non negare
l’inimicizia, ma trasformarla, perché si completi e ciascuno sia responsabile
della propria parte. Una lezione molto attuale.
C’è poi nelle pagine finali la ricongiunzione con l’anima dell’Oriente che non
è bussola geopolitica, rivelazione turistica o stanco esotismo: è piuttosto un
enigma individuale che viene risolto dissolvendolo.
> “L’anima del mio immenso Oriente è piuttosto quest’aurora della marina che si
> eleva davanti, a ben altro dall’uomo, in una cascata di bontà che ricasca
> addosso al mare. Alcuni coi crani aperti ne divengono, nel loro cuore una
> grondaia che goccia, e imbeve la terra. La totale inutilità dell’anima che in
> croce sente la vita come un cappotto rallegra quando muore la Virtù aspirante
> del sole: abbonda nell’Oriente dei miei viaggi; ma è scarsa a occidente”.
L’Italia e l’anima dell’Oriente si presenta quindi come un’opera mondo,
erratica, in cui perdersi e ritrovarsi. Una composizione frammentaria e
circolare in cui il perdono, lo spirito e la parola scavano le pieghe del
presente in un “Day of the Doom” letterario in cui tutto si compie, si completa
e si dà la mano. E dove anche l’enigma individuale del perdono e dell’oblio può
trovare una soluzione capace di illuminare senza dissolverne il mistero.
Francesco Subiaco
*In copertina: Gaetano Riboldi, Giorno del giudizio dopo desinato, 1821-23
L'articolo “Al perdono l’uomo non basta”. Il giorno del giudizio di Geminello
Alvi proviene da Pangea.
Nel dicembre del 1965 uscì nelle sale americane Il dottor Živago. Il mirabile
esordio di Geraldine Chaplin – ventenne, figlia di Charlie, nipote di Eugene
O’Neill, nel film fa Tonja, la bella moglie del fedifrago dottore – venne messo
in ombra dalla rapace sensualità di Julie Christie, indimenticabile Lara. Agli
Oscar, l’anno dopo, Julie sbalordì tutti: vinse la statuetta come “attrice
protagonista” per l’altro film in cui compariva, Darling di John Schlesinger –
interpretava una mantide che passa di maschio in maschio, preda di furente
ambizione. Il dottor Živago ottenne cinque Oscar sulle dieci candidature
complessive, in categorie secondarie; gli incassi furono straordinari. David
Lean, regista britannico solidissimo e capace nel gergo epico – pensiamo a Il
ponte sul fiume Kwai, 1957 – il suo Oscar l’aveva conquistato tre anni prima,
con Lawrence d’Arabia. Pur in contesti storici e geografici analoghi – la
rivoluzione degli arabi e quella russa; il deserto da un lato, gli innevati
Urali dall’altro – non potremmo pensare a personalità più diverse. T.E. Lawrence
agisce nella Storia, in fondo, per disintegrarsi; Živago subisce la Storia con
l’estro del creatore; uno è un archeologo che si fa guerriero, l’altro un poeta
che presta servizio come dottore. Entrambi scrivono. Sia Il dottor
Živago che Lawrence d’Arabia sono stati ridotti in partitura cinematografica da
Robert Bolt, sceneggiatore abilissimo (tra l’altro, anche di Mission, 1986). Il
dottor Živago uscì nelle sale italiane nel dicembre del ’66; nel suo ultimo film
– del 1984 – David Lean opta per toni più tenui, ‘da camera’,
adattando Passaggio in India, il romanzo di E.M. Forster.
In un articolo recente, Scott Tobias, critico cinematografico del “Guardian”, ha
scritto, grosso modo, che Il dottor Živago è un film elefantiaco, fuori tempo,
“un relitto”, che tuttavia “conquista ancora”. Merito dell’idea di fondo – in
fondo in fondo banale: “l’amore persevera nei tempi oscuri, come l’arte che da
esso scaturisce” – e del fatto, infine, che Il dottor Živago “è il tipico film
da guardare al caldo, durante un lungo pomeriggio invernale”. Omar Sharif, per
certi tratti, ricorda Boris Pasternak.
Il dottor Živago, in effetti, era un film fuori tempo perfino ai suoi tempi: nel
1963 Fellini esce con Otto e mezzo; nel 1961 Ingmar Bergman usciva con Come in
uno specchio; Andrej Tarkovskij aveva vinto il Leone d’oro con L’infanzia di
Ivan nel 1962. Anche in questo, tuttavia, rispecchia il romanzo da cui è tratto:
quando, in modo enigmatico e provvidenziale, Il dottor Živago viene pubblicato
da Feltrinelli, nel ’57, è, a prima vista, un libro arcano, arcaico, che guarda
a Lev Tolstoj più che al romanzo novecentesco, ai risultati spiazzanti di
Faulkner, Céline o Thomas Mann. È un romanzo come non se ne scrivevano più; a
tutta prima ben diverso dalla prosa estasiante, energumena, viva de Il
salvacondotto, la prova autobiografica che Pasternak pubblica nel 1931. Proprio
come accade alla traduzione filmica di Lean, il romanzo di Pasternak è accolto
dalla critica tra entusiasmi e perplessità; il successo è eclatante. Il dottor
Živago è un romanzo che pur parlando di un tempo remoto, parla a tutti, a tu per
tu, con lo scandalo di una confessione. Le Poesie di Jurij Živago in appendice –
non le più belle di Pasternak, ma bellissime, e ben rese da Mario Socrate
nell’edizione originaria – ci costringono a rileggere il romanzo, la cui natura
è sempre più vertiginosa, ad ogni lettura, sempre più prodigiosa. Di fronte
al Dottor Živago – anche di questo si era accorto Giangiacomo Feltrinelli, come
si evince dall’epistolario edito in: Paolo Mancosu, Živago nella tempesta. Le
avventure editoriali del capolavoro di Pasternak, Feltrinelli, 2015 – i concetti
di ‘bello’ o ‘brutto’ svaniscono, come di fronte a chi ti offra una verità, al
contempo adamantina e urgente: quel che conta è la rivelazione, non la materia
di cui è fatta.
Pasternak, come si sa, lavorò al Dottor Živago per dieci anni; ne parlò a tutti,
con l’ansia epistolare da cui era afflitto – alla pari del suo maestro, Rainer
Maria Rilke, scriveva dalle vette, con la penna intinta nel cuore del condor,
senza darsi, senza attendere risposta, dacché lui giungeva, rapace, come
un responso –: tra tutti, in particolare, alla cugina, Olga Fréjdenberg,
filologa di talento, naturalmente espulsa dall’università di San Pietroburgo
durante l’estasi stalinista; a lei Il dottor Živago pareva un capolavoro, un
libro “al di sopra di ogni giudizio… una variante tutta particolare del libro
della Genesi” (l’epistolario tra Boris e Olga è stato edito da Garzanti come Le
barriere dell’anima, nel 1987). Al contrario, il libro non piacque a Varlam
Šalamov che lo riteneva una specie di tradimento dalle intuizioni liriche
originarie di Pasternak. Allo stesso modo, Angelo Maria Ripellino, il più grande
interprete di Pasternak in Italia, esalta le opere degli anni Venti e Trenta –
“La sua arte presenta grandi difficoltà al lettore: bisogna scioglierne i nodi
parola per parola, decifrarla come un’algebra verbale, come un esercizio di
complicata sintassi… ma chi sa penetrarla trova ad ogni lettura sempre nuovi
valori, resta abbagliato dalla gioiosa luminosità delle parole” – minimizzando
gli estremi esiti (“pur conservando l’antica freschezza di stile, i libri
pubblicati dopo l’ultima guerra riflettono più intensamente e con modi più
semplici la nuova realtà”). Al dibattito critico, infine infimo – Il dottor
Živago è giustamente ascritto tra i grandi libri del secolo – seguì quello
politico; le infami accuse rivolte al poeta finirono per sfiancarlo: Pasternak
muore nel 1960, trent’anni dopo il suo amico ustorio, Vladimir Majakovskij (che
compare d’improvviso nel Dottor Živago, in nota critica folgorante: “È come una
continuazione di Dostoevskij. O meglio, è una lirica scritta da qualcuno dei
suoi personaggi più inquieti, i giovani, come Ippolit, Raskol’nikov, o il
protagonista de L’adolescente”).
In realtà, Boris Pasternak agisce sempre come un creatore. Anche come poeta,
Pasternak sembra disinteressarsi alla natura ‘letteraria’ dei suoi testi –
adempie un compito ‘bardico’, sciamanico. La scrittura – è in fondo questo il
tema dominante del Dottor Živago, ben più del contesto storico, da cartolina, e
della favola d’amore, di contorno – vince la morte, è una piega nel ventre della
necessità storica. Perché questa scrittura sia efficace è necessario amare, con
totalità che va verso l’impossibile – attraverso Puškin, Pasternak arriva a
Dante: Lara è una Beatrice lasciva. Dacché sono scritte, inscritte, le cose, le
vite, mutano via: il Verbo non è verboso, ma avvera, è vero.
In questo, il film di Lean è maldestro: non può interpretare le pagine
‘cosmiche’ né quelle metafisiche del Dottor Živago, le più alte – la trama, a
conti fatti e a romanzo chiuso, è poca cosa; la Storia un’effimera al veleno al
cospetto degli individui, le cui microscopiche esistenze sono salvate,
integralmente, dalla passione dello scrittore/messia.
> “La notte bianca del nord era alla fine. Nel riapparire delle cose, ognuna
> stava al suo posto, quasi incredula di sé, come inventata: la montagna, il
> bosco, il burrone. […] La cascata dominava tutt’intorno. Era terribile nella
> sua singolarità che la dotava di una vita, d’una coscienza propria e la
> trasformava come in un drago favoloso, in un serpente tiranno del luogo, lì a
> esigere il tributo, a devastare i dintorni”.
Come si può tradurre in immagini un brano pieno di tanta tensione creaturale?
Come è possibile tradurre in sequenze filmiche i paragrafi – i più potenti,
infine, del romanzo – in cui Pasternak/ Živago tenta di tracciare il senso
dell’esistere, come si ferisce un albero perché dia il suo latte, quella
magnifica poltiglia? Questo, ad esempio:
> “Così scrivendo di ogni sorta di cose, rilevò di nuovo e si convinse che
> l’arte è sempre al servizio della bellezza e la bellezza è la felicità di
> dominare la forma, che la forma è il presupposto organico dell’esistenza e
> che, per esistere, ogni cosa vivente deve possedere la forma e che, di
> conseguenza, tutta l’arte, non esclusa quella tragica, è il racconto della
> felicità di esistere”.
Questa frase – piuttosto astrusa rispetto alle norme estetiche comuni, per cui
l’arte è il frutto dorato di un amaro soffrire, ma assai ‘russa’: l’Onegin è un
poema che trasuda, pur nella tragedia, felicità e vita, una felicità che
potremmo dire dominio, natura e perfino Dio – testimonia che il Pasternak
di Živago non è diverso dal Pasternak di Mia sorella, la vita, dal Pasternak del
magnetico poemetto Le onde. Nel 1935, invitato – e inviato per obbligo di Stato
– al “Congresso Internazionale degli Scrittori per la Difesa della Cultura”
ordito da André Gide e da André Malraux, Pasternak si espresse, in sostanza, con
le stesse, lapidarie parole: “La poesia rimarrà sempre eguale a se stessa, più
alta di ogni Alpe d’altezza celebrata: essa giace nell’erba, sotto i nostri
piedi… quanto più ci sarà felicità a questo mondo, tanto più sarà facile essere
artisti”. Fu a Parigi tormentato dall’insonnia, il suo intervento durò,
all’incirca, un paio di minuti: per la prima volta, dopo anni di lettere e di un
corpo – quello di Rilke – spartito, setacciato, depauperato, Pasternak incontrò
Marina Cvetaeva. Chissà se avrebbe scritto nello stesso modo Il dottor Živago se
Marina Cvetaeva non fosse morta, a fine agosto, nel ’41, di tutto priva, con la
corda al collo – messianica Marina.
Nel Dottor Živago appare perfino una ‘politica’, una ‘poetica della politica’.
Pasternak anela al tempo in cui “la vita di ognuno si svolgeva liberamente, non
secondo un’illustrazione didascalica”. Una vita in lode – senza legge; una vita
in comune – senza dominatori, nient’altro che erba; una vita infante, imberbe,
per sempre novizia. Una vita tesa al sacro – un sacro che un tempo (brevissimo,
come angelica apparizione) si chiamò “rivoluzione”, ma che è poi
riconciliazione. Una vita da primo e da ultimo giorno.
Il dottor Živago – vuoi per le circostanze storiche in cui è nato, vuoi per
l’esistenza del suo autore, devoto all’opera fino a morirne – resta un libro più
importante di altri ben più riusciti (Vita e destino di Vasilij Grossmann, ad
esempio, oppure i Racconti di Kolyma di Varlam Šalamov, per non dire dei libri
sperimentali di Andrej Belyj che tanto piacevano a Nabokov o di quelli radicali
di Aleksandr Solženicyn) perché è un libro che trascende la letteratura (“Il
fatto è che non so se esista più l’arte e che cosa essa significhi ancora”).
Pasternak, con la consueta, indulgente, indifesa indifferenza, tentò di
scarcerare il manoscritto del DottorŽivago dall’Unione Sovietica, dove il libro
non avrebbe mai visto luce, certo di ciò che sarebbe accaduto: l’infamia,
l’accusa, la messa al bando. In qualche modo, Pasternak doveva andare fino in
fondo, doveva spogliarsi. Desiderava il martirio. Non era più di questo mondo.
“Io sono già morto e tu vivi ancora” è l’attacco di una delle vertiginose poesie
di Živago, Il vento.
Quando, nel 1954, girò voce che Pasternak avrebbe potuto vincere il Nobel per la
letteratura – andò a Hemingway – ricevette una cartolina dalla cugina. Da
qualche tempo si scriveva con Ariadna, la figlia di Marina Cvetaeva, sepolta –
per effetto del lignaggio, si dirà: il padre, impegnato nei servizi segreti, era
stato ucciso nel 1941 – nelle prigioni staliniste, “siamo grandi amici, sebbene
l’abbia vista soltanto nel ’35 a Parigi, quando era ancora una bambina. È una
donna infelice e intelligentissima, che scrive delle lettere straordinariamente
piene di talento”. Alla cugina disse della necessità di “vivere silenziosamente
e segretamente”, che le viete circostanze della fama non avrebbero potuto
“cambiare di un minuto il corso delle ore della vita semplice, laboriosa, senza
nome e ignorata da tutti che conduco”. È vero, c’è sempre una bruma ambigua in
ciò che scrive Pasternak – ma che scrittura… Spesso, a Peredelkino, lo vedevano
con la zappa in mano – che è poi un modo per arpionare la penna. Spesso
camminava nei boschi. “C’è un angelo custode nella mia vita, questa è la cosa
principale. Siano rese grazie a lui”. Chissà se il suo angelo era tremendo
quanto quello di Rilke – o era uno di quelli imbozzolati tra quattro e sei ali,
immani crisalidi, incerti tra la figura sterile o la gravidanza in spade.
*In copertina: Julie Christie sul set del Dottor Živago
L'articolo “C’è un angelo custode nella mia vita”. L’epopea infinita del “Dottor
Živago” proviene da Pangea.
Senza una ragione apparente Bolaño lo avvicina allo scrittore spagnolo
Enrique-Vila Matas, autore dell’innovativo Bartebly e compagnia, una sorta di
fenomenologia di tutti quegli scrittori che hanno ridotto la scrittura a pura
forma di esistenza dissidente. Ma César Aira, scrittore argentino, settantasei
anni, sicuro vincitore del primo Nobel argentino secondo una legione di
colleghi, è molto più che una rassomiglianza. Bolaño si affretta a precisare che
è «uno dei tre o quattro migliori scrittori in lingua spagnola di oggi». Poche
righe prima, sempre rimanendo nel canone infallibile dei numeri, aggiunge
che Cecil Taylor di Aira, che potete leggere integralmente qui, è «uno dei
cinque migliori racconti che io ricordi».
Leggendo Il pittore fulminato ci si rende conto che la strada che la letteratura
deve percorrere è ancora gravida di futuro.
Due pittori partono per il Sud America sulla scia di quelle spedizioni che hanno
reso leggendario il nome di Alexander von Humboldt. Il loro viaggio,
> «anche se tracciava zigzag sulla mappa, seguiva una linea retta, come una
> freccia scagliata verso l’immensità».
L’obiettivo è rendere immediatamente percepibili, a livello visivo, le scoperte
scientifiche del pioniere Humboldt: tentacolari esemplari fluviali di flora e
fauna e pietre dalle striature corrusche. La novità dello sguardo si traduce in
una innovazione artistica che deve essere all’altezza dell’invenzione:
«proprio nei dettagli si ritrovava la stranezza che cento anni dopo si sarebbe
chiamata “surrealismo”, mentre a quel tempo era la “fisiognomica della Natura”,
vale a dire il procedimento».
Balena improvvisa l’idea che l’annosa tenzone tra cultura e natura sia una
questione di pura precisione per approssimarsi alla bellezza. E come nei
trattati cinquecenteschi di anatomia, medicina e botanica si utilizzavano i
disegni di Dürer per illustrare le nuove scoperte scientifiche, così per la
pittura di genere vengono inviati nel Nuovo Mondo due pittori all’inseguimento
dell’ignoto.
Nei libri di Aira si sprofonda in una perenne possibilità narrativa che innerva
ogni pagina: è come se le parole si trovassero ancora in uno stato primordiale,
dove tutto può accadere in ogni momento. Le vicende dei personaggi sono ben
definite, così come i lineamenti caratteristici dei protagonisti, ma proprio
questa quadratura geometrica ingabbia il lettore in un futuro aleatorio.
Già questi pochi elementi basterebbero a far sollevare le sopracciglia: in meno
di cento pagine il romanzo si dirama in una sorta di commistione tra il
resoconto scientifico di una spedizione avventurosa e il tentativo di aprire
nuove vie a partire da queste conquiste scientifiche. Ma è anche un trattato
breve su come la realtà fagocita lo sguardo per farlo ripiombare nell’oscurità
di una visione sfocata.
È difficile dire chi raccoglierà il testimone di una scrittura così brillante e
innovativa, se il lotto di scrittori est-Europei, quello autoctono dei
sudamericani o gli scrittori a venire di altre regioni che non sono ancora
cadute sotto il nostro sguardo. Quanto ai capostipiti di questa letteratura, mi
sembra di poterli radunare in uno strano incrocio tra due sudamericani e un
tedesco: Quiroga, Bioy Casares e Büchner. Nei racconti amazzonici di Quiroga
ritroviamo la stessa atmosfera carica di mistero che avvolge i due protagonisti
del libro di Aira, la stessa aria post-apocalittica in cui la natura ha
incenerito ogni desiderio umano, mentre nella geometrica intelaiatura del libro
più celebre di Bioy Casares, L’invenzione di Morel, lo sguardo del lettore è
calamitato da una tessitura di dettagli che si rivela decisiva per lo sviluppo
del libro. È come se l’autore spingesse il lettore a sospendere l’incredulità
per una buona parte della narrazione, salvo poi restituirgliela intera nelle
pagine finali, dove tutto si risolve non alla maniera di un libro giallo, ma
sotto le tinte di una specie di trattato di metafisica.
Il nome di Büchner, geniale scrittore e drammaturgo spentosi a soli ventitré
anni, si impone invece perché con il Lenz, celebrato da Thomas Mann, Zweig e
Hofmannsthal come uno dei capolavori della letteratura tedesca (ma chiunque
dotato di buon gusto non potrà poi più farne a meno) Büchner si apre a quel
filone della passeggiata letteraria che nel Novecento sfocerà in Robert Walser,
che non a caso dedicò a Büchner un breve racconto.
Da questo meticciato letterario nasce tutta la potenza di un libro singolare
come Il pittore fulminato, dove la rappresentazione della realtà sfugge
continuamente dalle mani dell’uomo, perché
> «il “tutto” non è sufficiente. Forse perché esistono altre “totalità”, o più
> probabilmente perché il “tutto” che corrisponde a colui che parla, e al suo
> piccolo grande mondo, ha una rotazione simile a quella degli astri che,
> combinata con le traslazioni, fa sì che certe facce rimangano nascoste per
> sempre».
Andrea Muratore
*In copertina: il Chimborazo secondo Alexander von Humboldt, 1807
L'articolo César Aira, ovvero: fisionomia della scrittura allo stato primordiale
proviene da Pangea.
Si incontrarono all’Hotel Savoy di Losanna nel 1926, in settembre. Nimet Eloui
Bey era di una bellezza pericolosa: viso a spigoli, labbra avide, schiena da
ghepardo. Man Ray l’ha eternata in fotografie di cupa audacia. Egiziana,
ventitré anni, il padre era stato ciambellano del Sultano Ḥusayn Kāmil; il
marito era un facoltoso uomo d’affari: alla giovane moglie piacevano le macchine
sportive e sfoggiare un’eleganza ferina. Rainer Maria Rilke, per così dire,
la riconobbe. Era stato in Egitto molti anni prima, nel 1910: la Sfinge lo aveva
piagato di un’enigmatica inquietudine; quando poteva, faceva visita al Museo
Egizio di Berlino, sfidando il profilo di Amenophis IV, “dinanzi al quale si ha
soltanto il compito silenzioso di accettare il prodigio”. Conoscere Nimet,
l’ultima “amica”, fu una specie di sortilegio. “Il suo profilo era quello che si
vede nelle figure faraoniche delle statue regali d’Egitto”, scrisse Edmond
Jaloux (in: La Dernière Amitié de Rainer Maria Rilke, Arfuyen, 2023),
romanziere, accademico di Francia, intimo di Rilke, che aveva architettato
l’abboccamento.
La ragazza era stata sedotta – come tante – dal “Malte”, il romanzo – o poema in
prosa – di Rilke; il poeta la portò a Muzot, il suo maniero, “grande vecchio
fido animale”. Aveva scoperto quel castelletto del XIII secolo nell’estate del
1921: in Vallese, Svizzera, a poco più di seicento metri sul livello del mare.
Si diceva fosse abitato da uno spettro, quello di Isabelle de Chevron: vissuta
nel Cinquecento, era diventata pazzia dopo che due pretendenti si erano uccisi
in duello per averla. Un mecenate svizzero, Werner Reinhart, comprò Muzot
donandolo al poeta. In quel luogo, fuori dal tempo, fuori dal mondo, Rilke aveva
compiuto, nel febbraio del 1922, in stato d’estasi, da impossessato – cioè: da
spossessato di sé – le Elegie duinesi e I sonetti a Orfeo (di recente
ritradotti da Riccardo Held per Mondadori), tra i testi lirici più vasti di ogni
tempo (pari, per rivelazione, per umana statura, alle opere di Friedrich
Hölderlin e di Emily Dickinson, al Daodejing e al Fedone, alle Illuminations e
al Cherubinischer Wandersmann di Angelus Silesius). Nel castello mancava
l’elettricità, l’acqua doveva essere attinta da una pompa; Paul Valéry non
capiva come si potesse abitare in quel luogo; tutti cominciarono a dire che
Rilke era “il recluso dell’arte”, l’eremita della poesia.
Nimet Eloui Bey nel 1930, fotografata da Lee Miller
Il poeta amava coltivare le rose. Ne raccolse alcune per Nimet, graffiandosi.
L’incidente fu decisivo, il sangue copioso; gli fu diagnosticata la leucemia. In
novembre è ricoverato a Val-Mont; morirà a fine anno, il poeta “ucciso da una
rosa”. Poco tempo prima, aveva dedicato un ciclo di poesie proprio alle rose:
“Rosa, sovrana completezza,/ infinitamente ti contieni e all’infinito,/ ti
effondi” (cito da una recente traduzione di Mario Ajazzi Mancini: R. M.
Rilke, Le rose, Press & Archeos, 2025). L’ultima lettera di Nimet gli era giunta
che delirava, la vigilia di Natale del ’26,
> “Non interrompete il vostro riposo per scrivermi. Il vostro silenzio non vi
> rende meno presente, ve lo assicuro”.
Uno dei pregi del potente studio biografico di Marilena Garis (Rainer Maria
Rilke. Luce sull’invisibile, Edizioni Ares, 2025) è quello di mettere in fila le
donne che hanno amato e ispirato da Rilke, venendone, tutte, stigmatizzate.
Rilke – il più elusivo quando non il più grande poeta del secolo – è figura
chimerica: sembra muoversi da abulico, deambulando in un mondo tutto suo,
sigillato, in bulimia di belve celesti; in realtà, era un cannibale, creatura
esangue in grado di dissanguare il prossimo, di vampirizzarlo. Di questa schiera
di “abbandonate” – tenute all’erta e alla cinghia da epistolari di sgargiante
splendore, dalla complicità ambigua: Rilke era un poligrafo e le lettere,
tantissime, segnano la quota della sua fame – le più infelici sono state quelle
più vicine al poeta. Clara Westhoff, intanto, la moglie, che “offre” Rodin a
Rilke e sacrifica il proprio talento artistico – era scultrice – per i grigiori
della vita coniugale (in Essere qui è uno splendore, recentemente tradotto da
Crocetti, Marie Darrieussecq ne fa un chiaroscurale ritratto). C’è poi la
figlia, Ruth: il poeta rifiuta di vederla dal 1919, lei ha diciotto anni; non
parteciperà al suo matrimonio con Carl Sieber, non conoscerà mai la nipote,
Christine. Tra le amanti-mecenate di Rilke, va citata la principessa Marie von
Thurn und Taxis: diede al poeta la possibilità di usufruire del palazzo di
Duino. Fu lei ad affibbiargli il soprannome di “Doctor Seraphicus”; scrisse che
“sembrava avesse risolto l’enigma della vita”.
Lou von Salomé (1861-1937)
Ci sono, poi, le donne che hanno segnato la vita di Rilke. Tra queste, la più
importante è Lou von Salomé: introdusse Rilke ai misteri dell’amare; insieme
furono in Russia, due volte, nel 1899 e nel 1900. Fu un viaggio fondamentale,
quello, per Rilke (“Per me diventa sempre più chiaro che la Russia è la mia
patria – tutto il resto è paese straniero”, scrive nel 1902): tra l’altro,
conobbe Tolstoj e Leonid Pasternak, l’artista, il papà di Boris. La Russia gli
sarà restituita molti anni dopo, tramite Marina Cvetaeva, l’ennesima amata. Dal
maggio del 1926, Rilke riceve alcune forsennate, bellissime lettere dalla
Cvetaeva – in un ménage che coinvolge anche Boris Pasternak. Lo scambio dura
pochi mesi; i poeti non si incontreranno mai (il triplice epistolario, a cura di
Serena Vitale, è pubblico come: Cvetaeva, Pasternak, Rilke, Il settimo sogno.
Lettere 1926, Editori Riuniti, 1980).
Rilke era succube della madre. Sophie ‘Phia’ Entz, figlia di un ricco
industriale di Praga, aveva ventiquattro anni alla nascita del figlio, il 4
dicembre del 1875. Ambiva a una vita di lussi a cui il marito – Joseph Rilke,
ufficiale in congedo forzato – non poteva dare soddisfazione. I due si
separarono dopo dieci anni di matrimonio; Sophie vestiva il figlio come una
bambina, lo circondava di bambole. Fu Baladine Klossowska, piuttosto, l’ultima
amante di Rilke. Si erano incontrati nel 1919; lui le aveva scritto, “L’Amore
non è forse, con l’arte, la sola concessione al superamento della condizione
umana?”. Baladine era già la madre di Balthus, l’artista, e di Pierre
Klossowski, lo scrittore; Rilke preferiva unirsi a donne sposate.
Clara Westhoff la moglie di Rilke e la loro unica figlia, Ruth, nata nel 1902
Nell’ultimo mese della sua esistenza terrena, il poeta non volle vedere nessuna.
Scrisse a Nimet, la ragazza venuto dall’Egitto che per un po’ aveva sconvolto i
suoi sogni:
> “Niente fiori, Madame, ve ne prego, la loro presenza eccita i demoni di cui è
> piena la camera. Ma ciò che è arrivato con i fiori si somma alla grazia
> dell’invisibile”.
Scrisse l’ultima poesia, Val-Mont, con quel verso tremendo, angelico, “E io in
fiamme. Da Nessuno riconosciuto” (le ultime lettere di Rilke sono state tradotte
e commentate da Franco Rella in: R. M. Rilke, Noi siamo le api dell’invisibile,
De Piante, 2022). Al fianco del poeta, soltanto la segretaria, Genija
Černosvitov. L’aveva assunta in settembre, poco dopo aver conosciuto Nimet. Era
lei a sbrigare la corrispondenza, fu lei a raccogliere le estreme confidenze del
poeta. Scrisse a Marina Cvetaeva e a Boris Pasternak della sua morte. Poi si
dileguò, come uno spettro – di lei non si sa altro. Bisognerebbe scriverne.
L'articolo “La grazia dell’invisibile”. Rilke, le rose e l’enigma dell’ultima
donna proviene da Pangea.
Ho sempre pensato che scrivere non possa essere una confessione. In primo luogo
perché chi si confessa è figlio della colpa; in secondo luogo perché la colpa è
sempre duplice. La verità è che l’atto stesso della scrittura è il tuo
confrontarti con l’altro, e non un soggetto generico esterno alla propria
identità, ma proprio te stesso – sebbene in un forma traslata. E forse, ma solo
in seconda battuta e ben lungi, con qualcuno che hai incontrato, forse
distrattamente, forse in una fenditura kairologica di possanza di significato
che ti ha portato, per una singola volta, fuori da te stesso. Perché se stessi è
una prigione, e lo sanno bene in primo luogo i soddisfatti, coloro che forse non
pigolano lamentele, ma che si credono al di sopra perfino della possibilità
stessa di sospendere il giudizio sulla supremazia del proprio Ego.
Scrivere è una necessità? Può esserlo, questo sì, ma a patto che sia la più
veridica delle menzogne. Perché al di fuori della confessione, che è la più
falsa delle verità, v’è solo questo.
Diceva Deleuze, parafrasandolo, che si scrive per chi non può farlo. Questo può
sembrare drastico, ma nasconde una verità insolita: scrivere è dare voce a ciò
(o a chi) non ne ha; varcare il confine di ciò che accade senza essere
registrato o concepito, nella forma lassa e opaca del neutro corso delle vite.
Si può scrivere con compassata acribia, perfino con deliberato calcolo, o, per
contro, sbandando come una macchina lanciata a tavoletta su uno strato di
ghiaccio ma senza incidenti (cioè col solo incidente, metaforico, di uscire dal
solco del calcolo stesso), ma non è questo ad avere vero rilievo, quanto
piuttosto che essere per la scrittura fa di te una creatura fragile (che offre
il fianco nudo alla vita) e che sente l’impellenza di essere fragili al di là
della colpa. Non costruendo un altare su cui sacrificare ogni certezza, ma
ricavando le poche certezze degne dalla consapevolezza che narrare non è un
novero, non è un’invocazione, un’evocazione, o una seduta spiritica, ma tutto
questo insieme senza il beneficio di una tregua di compiutezza. Volete
confessionali? Privati o pubblici è lo stesso: ne abbondano le chiese d’ogni
tipo e i programmi verità o gli articoli dei benpensanti mascherati da
spadaccini della morale. In realtà si assiste, proprio in questa fiera del vacuo
camuffato da rivendicazione, alla vera eclissi della morale. Una delle prime
regole dello scrivere che ho imparato, ammesso che ve ne siano, ma ipotizziamo
se ne possano fare di proprie, è quella di non avere foga di descrivere tutto,
di squadernare ogni intenzione dietro un personaggio, un dialogo, dei luoghi
fisici, capire che in questo caso la struttura perfetta è quella che si erge
sfidando la gravità seppure ferita per sottrazione.
Ho idea che l’impellenza di cui parlavo sia una giustificazione ancora acerba o
capziosamente concessoria, in realtà si dovrebbe partire da un assunto più
radicale ancora: scrivere non è metodo, e i pochi che riescono ad averne, siano
in gloria, svettano perché fanno del metodo una forma di autotortura. Scrivere
può essere certamente in tangenza con un aspetto ludico, e questo, se ben fatto,
è grande; ma non c’è niente che impedisca di costruire drammi dove il ridicolo o
il grottesco stemperano la saccenza del dramma: in questo Gogol’ o Kafka erano
maestri, così come Čechov o Nabokov e molti altri che citare sarebbe pedissequo.
Torno però al punto nodale espresso in avvio: confessare presuppone che si sia
nascosto qualcosa nell’atto di rivelarlo, e questo non è necessariamente un
male, o un peccato come penserebbero i beghini della cultura, ma è semplicemente
mediocre, anzi autoconcessivo ad un grado che sfiora il compiacimento pretesco.
A ben vedere, non aleggia il dubbio iperbolico di Cartesio sull’atto di essere
scrittori, e io dirò con forza non che sono in quanto scrivo, ma che scrivo per
essere: come un fantasma o un’ombra che scivolano sui muri e per incanto
divengono di carne e sangue. Un buon motto sarebbe piuttosto: io scrivo perché
il mondo accada, il che è oggettivamente un paradosso, ma non si può dirlo
altrimenti. Si può odiare o amare il mondo, ma l’arte di non farne una colpa è
l’arte più sana che si possa instillare nella scrittura. E anche quando si parla
di colpa si deve bilanciarla con un po’ di verità che, credetemi, è così spesso
esule da essa.
Personalmente continuerò a scrivere nel solo modo che mi sembra onesto, cioè
dando voce all’invisibile, e non perché non sia concreto, ma perché è la sola
sfumatura di dignità, in un mondo che vuole mostrare tutto a ogni costo.
Massimo Triolo
*In copertina e nel testo: disegni di William Blake
L'articolo Scrivo per dare voce all’invisibile – scrivo per essere proviene da
Pangea.
Se esiste un poeta che non può essere raccontato senza nominare l’Europa come
problema, quello è Yvan Goll. Non perché cosmopolita – parola pigra, buona per
salottisti e comunicatori – ma perché la sua opera coincide con il fallimento
stesso dell’idea europea di unità. Yvan Goll non ha rappresentato il nostro
continente: lo ha messo al centro della propria vicissitudine creativa proprio
mentre, a quanto intravvedeva, stava disgregandosi. Soprattutto per questo è
forse il più europeo dei poeti europei della prima metà del Novecento e, al
tempo stesso, uno dei più rimossi. L’Europa infatti ama celebrarsi, ma non ama
chi le mostra il conto.
Nato il 29 marzo 1891 in Alsazia, terra di frontiera e di contesa, Isaac Lang
(Yvan Goll è solo il più longevo dei suoi noms de plume) crebbe con una sorta di
vocazione destinale allo sdoppiamento.Scrisse in tedesco e in francese, abitò a
Parigi e Berlino, e attraversò o prevenne tutte le avanguardie,
dall’Espressionismo allo Zenitismo, senza inginocchiarsi davanti a nessuna. Non
fu semplicemente uno scrittore “tra due lingue”, ma un poeta che aveva intuito
presto come il suo progetto mentale e linguistico non fosse la fusione, bensì la
frizione. Dove altri cercavano sintesi, Goll accettava o inseguiva la
dissonanza. E le dava figura poetica, indossando maschere di rispecchiamento,
che non erano espedienti lirici, né semplici “personaggi”, ma funzioni di una
strategia di sopravvivenza autoriale.
Giobbe, Orfeo e Jean sans Terre, la Trimurti di alter ego nei quali giocò a
dirsi “uno”, sono abiti identitari provvisori, che indossava, smetteva e
riprendeva per parlare sempre da un punto di massima esposizione. Giobbe, per
Goll, è la figura della protesta metafisica senza riscatto, è l’uomo che
continua a interrogare se stesso e Dio dalla casa del dolore (dal corpo “sacro”
per quanto corrotto) sapendo che nessuno gli risponderà. Orfeo, invece, è il
poeta nell’epoca del disincanto: colui che scende negli inferi della modernità
per restituirne il cuore segreto, ma perde Euridice perché la poesia, in quel
non-luogo a procedere, non ha più potere salvifico, solo testimoniale. Jean sans
Terre, infine, è una maschera straordinariamente polisensa. È il senza-patria
per antonomasia, privo di radici e appartenenza; l’esule, l’escluso, il poeta
(ed ebreo) errante e senza identità, teso a oltrepassare tutti i confini, fuori
e dentro di sé, per ritrovarsi ovunque in territori inospitali.
Beninteso e importantissimo, per capirne qualcosa di non estrinseco: in queste
figure Yvan Goll non costruiva un mito personale, ma smontava il piedistallo
dell’io lirico. La soggettività in lui si frantumava in ruoli archetipici perché
il poeta, a suo avviso, quantomeno in Europa (in Occidente), non poteva più
prendere parola in prima persona senza dover assumere una postura finzionale. La
maschera, in Yvan Goll, è un senhal tragico. Non nasconde: espone.
Anche il romanzo-non-romanzo breve Die Eurokokke (Eurococco, 1927) può essere
letto, in fondo, come una maschera allegorica di un’Europa esausta, giunta per
davvero «à la fin de la décadence». Poema grottesco, canto scomposto e degenere
di un continente in via d’estinzione, Eurococco mette a nudo l’Europa come
simulacro esausto: come un idolo di cartapesta che danza, ignaro, mentre, sotto
di sé, le sue basi stanno cedendo. Con quest’autopsia di un’Idea in forma di
fiaba politico-morale, il trentaseienne Yvan Goll dimostrava di aver capito
prima di molti che l’Europa fuoriuscita dalla Grande Guerra era il cartonato
farsesco di un gran progetto andato a male; e l’homo europaeus un antieroe
nichilista, che stava morendo inciampando nella sua stessa retorica.
A bilanciare la maschera grottesca di Eurococco c’è però l’altro volto della
poesia di Goll, quello in cui l’alogica e la satira cedevano il passo a una
solennità spezzata ma non meno radicale. Requiem für die Gefallenen von
Europa (Requiem per i morti d’Europa, 1917) e Paris brennt (Parigi brucia, 1921)
ricordano con accenti apocalittici che gli sberleffi e l’ironia non bastano per
esprimere la sostanza tragica della realtà. Qui l’Europa non è un fantoccio
colto in limine mortis: è ormai un continente-cimitero, attraversato da un lutto
che non trova più una liturgia atta a elaborarlo.
Esaurita la stagione delle avanguardie e della poesia militante degli anni ’20,
segnata dalla denuncia della crisi europea, a partire da Les Cercles Magiques,
del 1926, e poi con maggior risolutezza negli anni ’30 e ’40 (gli anni del suo
esilio in America), Goll compì una svolta verso ragioni e sragioni
dell’interiorità, ampliando le sue conoscenze di alchimia e mistica, in
primis della Kabbalah. Nei suoi testi migliori, alla polemica storico-sociale
subentrò l’indagine metafisica: la poesia virò verso l’ontologia e si fece
strumento di conoscenza simbolica. Raccolte come Le Char Triomphale de
l’Antimoine (Il carro trionfale dell’Antimonio, 1949), Traumkraut (Erba di
sogno, pubblicata postuma nel 1951) e Neila, Abendgesang (Neila, canto del
vespro, uscita anch’essa postuma, nel 1954) sono i vertici estetici di
quest’ultima stagione, agita con un linguaggio spoglio, visionario ed
essenziale, che conferisce alla sua poesia un tono testamentario. Sul piano
biografico, l’approfondimento spirituale andò di pari passo con l’incedere della
leucemia, che accompagnò anima e corpo del poeta dal 1943 al 27 febbraio del
1950, data della sua morte a Parigi.
Yvan Goll e la moglie, Claire Studer
La traiettoria esistenziale e la storia della ricezione di Yvan Goll appaiono
oggi costellate da una lunga serie di avversità che, tuttavia, non hanno nulla
di casuale. Goll è stato il più sfortunato fra i poeti eccellenti del suo tempo
perché si è trovato sempre dalla parte sbagliata del consenso... e anche perché
ha unito la sua vita a quella di Claire Studer (1890-1977), donna e scrittrice
iper-polemica e ingombrante, la ribalderia a più livelli della quale favorì il
suo progressivo isolamento in vita e il suo rapido (benché relativo) oblio in
morte.
Emblematica e storicamente “imperdonabile” è la vicenda della sua avventura
surrealista. Fin da subito, Goll fu quasi-interno al surrealismo, ma non
allineato; arrivò, anzi, ad anticipare Breton, nel 1924, inventandosi una
rivista, “Surréalisme”, nel primo e unico numero della quale osò pubblicare un
suo Manifesto del Surrealismo, qualche mese in anticipo rispetto all’uscita
pubblica del testo legiferante del “Papa”. Fu un surrealista apostata ancor
prima che il Surrealismo fosse riuscito a registrare il proprio atto di nascita,
insomma, perché andava proponendo una restituzione poetica dell’immagine e del
sogno che rifiutava la mala pratica dell’automatismo psichico. Mentre Breton
costruiva il suo partito, Goll sceglieva la poesia: la lirica
mitico-immaginativa innervata d’esperienza consapevole. Fu una scelta che
equivalse a una condanna. Il Surrealismo, come fa ogni chiesa laica, non
tollerava gli eretici che ne condividevano l’intuizione ma non il catechismo.
Goll restò così, da solo, in una terra di nessuno: troppo libero e sfrontato per
essere accolto, troppo coerente per essere perdonato. Il velenoso conflitto con
Breton – che culminò, una sera, con una scazzottata pubblica a teatro – non fu
un semplice episodio d’antipatia reciproca: fu il sintomo di una guerra per il
controllo del potere d’influenza. Goll non perse perché avesse torto (direi
anzi: tutt’altro), ma perché non aveva il carisma affabulatorio e guerrigliero
del suo “rivale”. O, più semplicemente, perché non apparteneva alla fazione
giusta. Così come ai nostri giorni, cent’anni or sono la storia della poesia è
(stata) spesso una questione di alleanze.
Il capitolo più cupo della sfortuna di Goll riguarda Paul Celan. Dopo la sua
morte, la vedova Claire accusò Celan di plagio, dando origine a una delle
vicende più tossiche della storia letteraria europea. Al di là della verità
testuale, che pende nettamente a favore di Celan, resta l’amarezza di un destino
che continuò a rigirarsi contro Goll anche quando Yvan Lazang non era più di
questo mondo. Non per sua colpa, Yvan Goll diventò così un’arma impropria, lo
pseudonimo triste di un semisommerso della poesia franco-tedesca, che era stato
portato alla ribalta della società letteraria internazionale per mettere in
dubbio l’autenticità del talento di un giovane amico e collaboratore – abile,
forse, più di lui a dar corpo memorabile a un’interrogazione poetante che
affidava alla parola un valore a un tempo sapienziale e rivelante.
“Relazionalmente” scorretto, stilisticamente e qualitativamente disuguale, Yvan
Goll non è considerato un gigante come Celan. Ciononostante, ha lasciato un
tesoretto testuale e ha costruito un itinerario individuale di conoscenza che lo
colloca in una posizione di rilievo nel panorama poetico dello scorso secolo.
Massimo Morasso
**
Lied der Unbesiegten
Schwarze Milch des Elends
Wir trinken dich
Auf dem Weg ins Schlachthaus
Milch der Finsternis
Man gibt uns Brot
Weh! Es ist aus Staub
Unser Schrei steigt rot
Aus dem Schlachthof auf
In unsrem Höllenwein
Aus der Reben Glut
Aus Schädeln und Bein
Gärt Luzifers Blut
Aus den Augen wächst Klee
Den Mord zu beweinen
Und der Ahnen Armee
Wacht unter den Steinen
Uhu der Dunkelheit
Wird den Racheruf schrein
Wölfe werden die Söhne sein
Reißende Grausamkeit
Schwarze Milch des Elends
Wir trinken dich
Auf dem Gang ins Schlachthaus
Milch der Finsternis
*
Canto degli invitti
Latte nero della miseria,
ti beviamo,
sulla strada per il mattatoio,
latte delle tenebre.
Ci danno pane –
ah! è fatto di polvere.
Il nostro grido sale rosso
dal mattatoio.
Nel nostro vino d’inferno,
dalla brace delle viti,
da teschi e ossa
fermenta il sangue di Lucifero.
Dagli occhi cresce il trifoglio
per piangere l’assassinio,
e l’esercito degli avi
veglia sotto le pietre.
Il gufo dell’oscurità
urlerà il grido di vendetta.
Lupi saranno i figli,
rapace crudeltà.
Latte nero della miseria,
ti beviamo,
in cammino verso il mattatoio,
latte delle tenebre.
***
Unwirklicher als Nebel im lautlosen Getriebe der Nacht
Fließt dein Gesicht vorbei mit den Segeln des Mondes
O Neila, blauer Opferrauch
Die roten Gesänge der Väter verhallen in deinem Mund
Ein goldenes Tierhorn der Inbrunst
Meldet dich dem Schicksal
Ich höre rauschen mit ihrer dunklen Magie
Die alten Meere der Mitternacht
Ich weiß, du bist keine Menschentochter
Unirdischer du, jenseits von Blut!
Neila, meint dich der Duft von Jasmin
Wenn er von den Geistern der Tiefe kündet?
*
Più irreale della nebbia nel silenzioso ingranaggio della notte
il tuo volto scorre via con le vele della luna.
O Neila, azzurro fumo sacrificale.
I canti rossi dei padri ti si spengono in bocca.
Un corno d’oro dell’ardore
ti presenta al destino.
Sento gli antichi mari della mezzanotte
rumoreggiare con la loro oscura magia.
E so che tu non sei figlia dell’uomo.
Tu, ultraterrena, al di là del sangue!
Neila, parla di te il profumo del gelsomino
quando annuncia gli spiriti d’abisso?
*
Die Nacht trinkt ihre rote Blüte aus deinem Herz
Sie rankt zurück bis zum ersten Kuß
Mit dem wir Erinnerung spielen
In meinem Pulsschlag halt ich das Gedächtnis fest
Es wehrt sich wie ein erschrockener Vogel
Stärker als Liebe vergißt es nie
Durch dein Aug fällt die Zeit wie ein grüner Stern
Tochter des Mondes du beleuchtest für mich
Die Ruinen der Welt
*
La notte beve il suo fiore rosso dal tuo cuore,
si riavvolge fino al primo bacio
con cui giochiamo a ricordare.
Nel mio battito tengo stretta la memoria:
si difende come un uccello spaventato,
più forte dell’amore, non dimentica mai.
Dai tuoi occhi il tempo cade come una verde stella;
figlia della luna, tu illumini per me
le rovine del mondo.
***
L’arbre Sepiroth
Dix sont les fruits aux bras de l’arbre Séphiroth
Dix les métaux du corps recelant la Splendeur
Dix les sels de l’esprit nourriciers de la Fleur
Qui prépare mon âme aux puissances d’Azoth
La pomme du pouvoir rondit en mon cerveau
Et le vin de mon cœur inspire l’Infini
Les yeux de l’émeraude aux yeux de chair unis
Allumeront en moi les fibres du Flambeau
Descendez Séraphins l’escalier vertébral
Où la nèfle du foie et le soufre natal
S’oxyderont un jour pour créer la Beauté
Cèdre de ma Rigueur Arbre de Royauté
Par tes racines monte un alcool jamais bu
Ta Couronne me ceint du suprême attribut
L’albero Séphiroth
Dieci sono i frutti sui rami dell’albero Séphiroth
dieci i metalli del corpo che celano lo Splendore
dieci i sali dello spirito fecondi del Fiore
che prepara la mia anima alle potenze di Azoth.
La mela del potere mi si gonfia nel cervello
e il vino del mio cuore ispira l’Infinito.
Gli occhi di smeraldo agli occhi di carne uniti
accenderanno in me le fibre della Torcia.
Scendete, Serafini, dalla colonna vertebrale
dove il nespolo del fegato e lo zolfo natale
si ossideranno, un giorno, per creare la Bellezza.
Cedro del mio Rigore, Albero di Regalità,
per le tue radici sale un vino mai bevuto.
La tua Corona mi cinge del supremo attributo.
Traduzione di Massimo Morasso
L'articolo “Tu illumini per me le rovine del mondo”. Yvan Goll, il poeta che ha
cantato la fine dell’Europa proviene da Pangea.
In questo Paese in cui non legge quasi nessuno e che si avvia vieppiù al nessuno
in assoluto mi sono ficcato in una bollicina social in cui leggono tutti e tutti
hanno le letture preferite dell’anno ormai trascorso, e a me un po’ punge voglia
di chiedere cosa ricordano intanto delle loro letture preferite dell’anno prima,
se ancora se le ricordano, ma non per quel bisogno così contemporaneo di
eccepire con acribia sui comportamenti social altrui, per invidia piuttosto.*
Io faccio fatica persino a ricordami quanto mi sia piaciuto e perché mi sia
piaciuto l’ultimo libro letto e piaciutomi, anche se lo ho appena letto. Sono
mesi che cerco di spiegarmi a parole mie perché mi sia piaciuto Le ore di
Dolores Prato, letto in edizione Adelphi, scritto con tale esattezza e con
parole tutte sue, sue della Prato. Un buon indizio per capire se un libro m’è
piaciuto per davvero è che dopo anni-e-anni ancora ci penso e mi punge voglia di
leggerlo un’altra prima volta. Chissà quanti anni mi ci vorranno per capire
perché Le ore m’è piaciuto così tanto.
L’epoca poi è tale che diffido di qualunque consiglio perché inevitabilmente ne
diventa uno sugli acquisti. Il libro, quello che è stato fatto del libro e che
in buona parte è sempre stato, non è esente dal sospetto che si merita qualsiasi
altro prodotto messo in vendita per fare di sicuro il favore del venditore e
solo secondariamente quello dell’acquirente. Il bene dell’acquirente è un
effetto secondario, collaterale quasi, involontario. Nel mercato nelle armi lo
si nota con più evidenza, ma il principio comune è lo stesso: finché i venditori
non maturano la consapevolezza che è il bene degli acquirenti che garantisce
anche il loro andrà male per tutti, ma ai venditori può bastare che agli
acquirenti vada male prima che a loro. Si contentano di essere gli ultimi della
stessa specie autocannibalica.
Dovrebbe essersi fatta pure l’ora di aver capito che il libro migliore per te è
proprio quello che non fa affatto né per te né per nessun altro, poiché
qualunque esperienza estetica, per cui significativa, o avviene nell’imbattersi
in ciò che è diverso da ciò che si crede di essere o non è ed è al più uno dei
tanti succedanei, ormai non soltanto di tipologia commerciale dichiaratamente
religiosa, che uno si somministra per evadere a buon prezzo dalla paura della
vita più diffusamente conosciuta come paura della morte ben più che legittima e
comprensibile, nonostante la differenza tra le due sia lampante: uno che ha
paura della morte si impegna quanto può per viversi il tempo che ha secondo il
suo ideale del meglio-non-si-può, mentre chi ha paura della vita vuole solo non
si noti troppo quanto stia a suo agio nella morte che fa per lui e che gli
piacerebbe si reiterasse eternamente così com’è.
Volendo essere banale a tutta forza: chi proprio vuole consigliare un libro, che
lo sconsigli almeno.
Considerato quello che si legge di recente e a gratis sull’argomento, da Giulio
Mozzi scrittore e editor (il link sul social, per chi ci va, è questo) a
Francesco Quatraro, editore e direttore editoriale (qui il link all’articolo),
l’editoria è un gioco di prestigio contabile, dalla piccola – che è già fallita
o che fallirà prima che questo articolo giunga alla sua sciatta conclusione –
alla grande che si sente too-big-to-fail, passando dalle media che o diventa
grande appena può o le toccherà la stessa sorte della piccola.
Siamo (noi chi?) alle prese con una compagnia di giro fondata
sull’io-so-che-tu-sai-che-lui, sull’evidenza e sulla convenienza del non-detto,
sull’autodenuncia a patto che tutti gli autodenunciati continuino a agire come
non si fosse mai autodenunciato nessuno. Siamo (i noi di prima?) al fine
autopromozionale dell’autodenuncia va’, secondo l’eredità politica degli ultimi
trent’anni all’insegna del “Preferisco un furbo di tre cotte che non finge di
non esserlo a uno che ci infinocchia a crudo fingendo di esserlo a sua
insaputa!”.
Al cospetto di una editoria che deve sentire i brividini della morte se solo
sente il nome di Sigfrido Ranucci e dei giornalisti d’inchiesta con cui lavora,
fondata sul contrario di una qualunque letteratura che possa aver senso sia
scritta e letta, su un dire che convalida il fare come non si sia mai detto
nulla, è per dovere morale che sconsiglio di leggere alcunché se per leggerlo
occorre continuare a sostenerne economicamente la fuffa truffaldina, così come
sconsiglio di scrivere in cambio di qualunque contratto aleatoriamente
retribuito, tanto più che nella stragrande maggioranza si tratta di compensi
palliativi se non del tutto irrisori e esornativi e quindi a rinunciarci non
cambia granché, e qualche volta si risparmia pure, anche solo le rotture di
palle reciproche tra editori che credono di aver speso cifre faraoniche, quando
poi con quel che versano non ci compri neanche secchiello e paletta per giocarci
in spiaggia e scrittori indigeribili, convinti di aver scodellato il
masterpiece e non l’ennesimo polpettone da smaltire grazie a qualche operina
sturante che-si-legge-tutta-di-un-sorso.
Ora che s’è capito come l’editoria sia tutta a pagamento anche quando a primo
colpo d’occhio può sembrare sia lei a star investendo del suo, laddove sta
sempre speculando del tuo, il mio consiglio è di smettere di leggere a pagamento
e di smettere di scrivere dietro pagamento. Cioè di continuare a fare come già
si sta facendo dal belpo’.
Come quando cambiano gli equilibri geopolitici: se ormai anche chi non è mai
andato oltre il tiggì in prima serata dei canali governativi ha cominciato a
sentire gli scricchiolii significa che tutto è crollato e che ora le persone
hanno soltanto bisogno del tempo per realizzare di essersi ritrovate in macerie.
Per questo miglior consiglio del continuare a fare quel che si sta già facendo e
che si farà sempre di più e che così si fa fin da prima ti ci mettessi a
consigliarlo tu o anche tu proprio non c’è.
*(in un post recente all’interno della bollicina dei leggenti, di chi fosse non
lo ricordo, ho letto sia eccitante chi usa il piuttosto in modo appropriato; lo
sarà per i sapiosessuali immagino, sapiosessuali che sono da includere nello
stringone LGBTQIAP+; avrò tirato fuori codesto piuttosto, mi sa, per l’inconscio
e universale bisogno di risultare eccitanti, a prescindere da chi ti ci trovi;
non che sia poi così certo di averlo utilizzato appropriatamente il piuttosto)
antonio coda
*In copertina: Man Ray, André Breton, 1930 ca.
L'articolo Tutti hanno le proprie letture preferite dell’anno. Il mio
consiglio? Smettere di leggere proviene da Pangea.